Cgia: il lavoro occasionale non decolla. Aumentano le Cooperative sociali in difficoltà

Piano di comunicazione 2018

L’INPS VICINO AI CITTADINI

Il Piano di comunicazione 2018 persegue l’obiettivo fondamentale dell’Istituto: sostenere le persone nel corso della loro vita, in un contesto socio-economico sempre più variabile e complesso e al contempo ricostruire un rapporto fiduciario con cittadini e dipendenti.

Dovrà pertanto – prosegue l’Istituto in una nota – prevalere un modello di comunicazione in cui emerga il concetto di “Inps verso i cittadini”, al fine di costruire e mantenere la fiducia dei nostri clienti. L’obiettivo generale trova conferma nella Relazione annuale del Presidente, recentemente presentata, che sottolinea l’importanza di far sapere ai cittadini che sono clienti dell’Inps, punto di riferimento di ogni persona per tutto l’arco della vita.

Per conseguire questo fine l’Inps deve necessariamente comunicare con il cittadino attraverso il criterio della multicanalità, utilizzando tutti i mezzi a disposizione per raggiungerlo ed essere raggiunto. La presenza capillare dell’Istituto sul territorio risulta di fondamentale importanza per comprendere meglio e con maggiore immediatezza le istanze dell’utente e il relativo feedback. A tale proposito il nuovo Piano pone le basi per l’avvio di un processo di misurazione del livello di efficienza ed efficacia delle attività di comunicazione attraverso la predisposizione di specifici indicatori.

Il Piano inoltre presta un’attenzione speciale alla comunicazione interna, prevedendo azioni volte a rispondere al particolare sentiment, interessi e motivazioni del personale: i primi ambasciatori di Inps  sono proprio i suoi dipendenti, che incarnano i valori e i messaggi che l’Ente di previdenza vuole promuovere verso l’esterno. E’ fondamentale pianificare le attività di comunicazione partendo da questo target strategico.

In tale contesto generale il nuovo Piano prefigura una ridefinizione delle modalità di comunicazione per sensibilizzare, coinvolgere, educare ed informare attraverso un linguaggio immediato e coinvolgente.

Nell’anno in cui l’Inps celebra i 120 anni dalla fondazione, il nuovo Piano di Comunicazione rappresenta non a caso lo strumento attraverso cui rinsaldare l’identità dell’Istituto, quale pilastro del sistema nazionale del welfare.

Cgia Mestre

LAVORO OCCASIONALE NON DECOLLA

Nonostante le polemiche e il dibattito in corso sono ancora poco meno di 600mila gli addetti che nel 2017 hanno svolto un’attività lavorativa nel nostro Paese per meno di 10 ore alla settimana. Per l’esattezza, 592mila, secondo i calcoli dell’Ufficio Studi della Cgia, ovvero il 2,6% del totale (poco più di 23 milioni di occupati): di questi, 389mila hanno prestato servizio come dipendenti e gli altri 203mila come lavoratori autonomi.

Peraltro – aggiunge l’associazione – se rispetto al 2007, il numero complessivo dei lavoratori saltuari è aumentato del 20,3 per cento dal 2014 – con un picco di 631mila unità – il numero di questi lavoratori è leggermente in calo sia a seguito della ripresa occupazionale sia della riforma dei voucher avvenuta l’anno scorso che ha “aumentato” il ricorso al lavoro irregolare. Due su tre addetti della cosiddetta ‘gig economy’ sono donne occupate, principalmente, nei servizi alla persona, come domestiche, baby-sitter, badanti, o al servizio di attività legate alla cura della persona (parrucchiere, estetiste, centri benessere, etc.). Un altro comparto dove si concentra un’incidenza molto elevata di occupati saltuari è l’alberghiero-ristorazione e i servizi alle imprese.

Gli over 65 sono i più numerosi: l’incidenza degli occupati con meno di 10 ore alla settimana sul totale dei lavoratori della stessa fascia demografica è pari al 6,9 per cento; seguono i giovani tra i 15 e i 24 anni (4,7 per cento). In valore assoluto il segmento che raggruppa il maggior numero di occupati della ‘gig economy’ è quello tra i 45-54 anni (156 mila su una popolazione lavorativa di quasi 7 milioni di persone).

L’area territoriale dove queste prestazioni occasionali sono più diffuse è il Centro: se a livello nazionale l’incidenza dei lavoratori saltuari sul totale degli occupati presenti in Italia è pari al 2,6 per cento, nel Centro la quota sale al 3 per cento. In termini assoluti, invece, è il Mezzogiorno la ripartizione geografica che presenta il numero più elevato: degli 592 mila, 171 mila lavora al Sud, 148 mila sia al Centro sia a Nordovest e 125 mila a Nordest.

“Questi dati – ha segnalato il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo – evidenziano che la cosiddetta gig economy, sebbene in forte espansione, alimenta un’occupazione on demand ancora molto contenuta. Le opportunità offerte dai siti, dalle applicazioni e dalle piattaforme web, ad esempio, stanno riempendo le nostre strade di ciclo corrieri, ma i cosiddetti piccoli lavoretti sono ancora ad appannaggio di settori tradizionali, come i servizi alla persona, e in quelli dove è molto elevata la stagionalità. Ambiti, tra l’altro, dove la presenza degli stranieri è preponderante”.

“Ovviamente – ha concluso il segretario della Cgia, Renato Mason – questi 592mila lavoratori occasionali sono sottostimati. Sappiamo benissimo che questo settore presenta delle zone d’ombra molto estese, dove il sommerso la fa da padrone. Tuttavia, è interessante notare che queste occupazioni regolari sono ad appannaggio soprattutto di donne e pensionati e servono ad arrotondare le magre entrate familiari, soprattutto al Sud”.

Isnet

AUMENTANO IMPRESE SOCIALI IN DIFFICOLTÀ

Dopo un lungo periodo durato 5 anni in cui il numero delle cooperative sociali in difficoltà è diminuito costantemente, passando da un 39,3% a un 15%, nell’ultimo anno si registra una inversione di tendenza, con un +4,5% di cooperative sociali in difficoltà (19,5%) e una flessione, seppur lieve, delle imprese con un andamento in crescita (dal 42% al 40% ) e stabile (dal 43% al 40,5%). E’ quanto emerge dai dati dell’osservatorio Isnet sull’Impresa sociale di recente resi noti.

Diminuiscono dell’8% anche le imprese sociali che prevedono incrementi del personale (31% del campione a fronte del 39% del 2017), anche se la maggior parte delle organizzazioni garantisce livelli di stabilità (+11,5% rispetto allo scorso anno). A conferma del valore sociale di queste imprese ad alta intensità relazionale, è significativo evidenziare che tra quelle con andamento economico stabile permane un atteggiamento fiducioso: il 78,2% delle organizzazioni prevede che l’organico resterà invariato. L’incertezza economica va di pari passo con la consapevolezza dell’importanza di avviare investimenti in innovazione. Crescono, si legge ancora nell’indagine, tutti gli indicatori legati a questo ambito (+13,7% di imprese che hanno sviluppato nuovi prodotti e servizi pari al 52,2% di segnalazioni; +8,3% che hanno identificato nuove aree geografiche in cui operare pari al 32,3% segnalazioni).

Contemporaneamente, il 94% del panel dichiara che gli obiettivi di innovazione non sono stati completamente raggiunti, e che “si sarebbe potuto fare di più”. I principali ostacoli riguardano una scarsa risposta del mercato sia pubblico che privato (43,6%, +10% rispetto lo scorso anno) e la presenza di resistenze interne al cambiamento (34%, +12,6% rispetto al 2017). Un trend che rivela un certo dinamismo dell’impresa sociale, che, tuttavia, non sempre si accompagna a una piena capacità di cogliere le opportunità.

Su questo aspetto l’Osservatorio Isnet ha realizzato, in partnership con Banca Etica, per il secondo anno consecutivo, l’approfondimento ‘Strumenti per lo sviluppo delle imprese sociali’ con un focus su impresa sociale 4.0, per conoscere l’impatto delle nuove tecnologie sulle imprese sociali. I dati – i primi in Italia – evidenziano l’importanza di accompagnare le imprese sociali su questi temi. Dei 10 aspetti considerati (robotica avanzata, nuovi materiali, sensoristica, intelligenza artificiale, stampa 3D, blockchain e moneta virtuale, veicoli che si guidano da soli, genetica e bioprinting, sharing economy, digitalizzazione dei processi), ad esclusione della ‘digitalizzazione dei processi’ e considerando solo le imprese sociali che hanno indicato “non so rispondere” o “impatto né positivo né negativo”, sono complessivamente ben il 37% gli intervistati con scarsa consapevolezza.

I valori di conoscenza e impatto positivo aumentano nel caso di organizzazioni con maggior propensione all’innovazione o per i settori di attività con ricadute elevate (ad esempio l’assistenza sociale per la robotica). Secondo Laura Bongiovanni, presidente di Associazione Isnet e responsabile dell’Osservatorio, “l’esigenza di cambiamento per l’impresa sociale suona oggi come una sorta di ‘mantra’: da più parti si invoca la necessità di diversificare sul versante profit, fare rete, innovare, cogliere le opportunità della rivoluzione 4.0; ma per cambiare non ci sono ricette precofenzionate e tantomeno, calate dall’alto”.

“Occorre partire dai ‘dati di realtà’, capire a che punto – ha continuato – sono le imprese, quali siano i tentativi intrapresi e le difficoltà incontrate. E’ partendo da questa consapevolezza che vanno avviati percorsi di accompagnamento e orientamento per ciascuno dei 10 aspetti considerati, affinché l’impresa sociale governi fin da subito le novità e le trasformazioni che verranno introdotte. Non per stravolgere ma per rimodulare il modello dell’impresa sociale in Italia, che tanti risultati positivi ha prodotto in questo trentennio, con una capacità di risposta e aderenza alle comunità e ai loro bisogni, di assoluta attualità”.

In apertura dei lavori il senatore Edoardo Patriarca ha dichiarato: “Abbiamo fatto una riforma che avrà ricadute sul Paese e auspico che tutta la parte che deve essere fatta venga attuata in tempi brevi per dare gambe e motore alla riforma. Sull’impresa sociale mi sento di affermare che rispetto alla crisi ormai decennale e devastante essa rappresenti un elemento di grande valore e contaminazione. L’Osservatorio Isnet è prezioso per monitorarla costantemente”.

Simone Siliani, direttore della Fondazione Finanza Etica, ha evidenziato che “è un segnale da osservare con forte attenzione che il 67% degli intervistati abbia dichiarato di non avere interesse nei confronti delle nuove forme di capitalizzazione delle imprese sociali previste dalla recente riforma del terzo settore (crowdfunding, social lending ecc.)”. “Come rete di Banca Etica – ha aggiunto – pensiamo ci sia da fare un importante lavoro di formazione e accompagnamento alle imprese sociali che possono oggi cogliere nuove importanti opportunità. Abbiamo una quota di questo mercato ben superiore al nostro peso relativo nel sistema bancario nazionale, la sfida è quella di continuare ad essere al fianco di questa particolare tipologia di impresa per sostenere l’innovazione sociale”.

Giuseppe Guerini, presidente Cecop-Cicopa Europa, nel sottolineare l’importanza della rivoluzione 4.0, ha posto una questione cruciale: “La sharing economy è stata sviluppata nella Silicon Valley; e dove era il sistema mutualistico che sta alla base di questa filosofia? Perché il terzo settore ora sembra esserne così lontano? Ci vuole maggiore attenzione da parte del terzo settore e più slancio per agire in funzione dell’innovazione. Dobbiamo superare l’atteggiamento diffuso del ‘ma noi abbiamo sempre fatto così’. Si può anche fare in altro modo”.

Carlo Pareto