Sraffa e Gramsci, un’”amicizia” ancora non del tutto compresa

gramsci straffa

“Antonio Gramsci e Piero Sraffa sono tra i grandi intellettuali del Novecento europeo. La figura e le idee dell’uno, capo del Partito Comunista, sono state una stella polare per generazioni di pensatori e militanti politici. Economista originalissimo e di raffinata cultura, l’altro fu parte di una rete intellettuale che includeva pensatori come Keynes e Wittgenstein. Per vent’anni i due furono legati da una grande amicizia; quando Gramsci fu rinchiuso nel carcere fascista essa continuò a distanza, nutrita da lettere che passavano attraverso la cognata di Gramsci, Tatiana Schucht”. Cosa univa questi “due grandi”? È l’interrogativo al quale Giancarlo De Vivo cerca di rispondere nel volume “Nella bufera del Novecento. Antonio Gramsci e Piero Sraffatra lotta politica e teoria critica”.

Per dare una risposta all’interrogativi, l’autore, docente di Economia politica preso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, attenendosi rigorosamente “il più strettamente possibile all’evidenza documentale”, indaga sull’origine della loro amicizia, cercando di capire, da un lato, “quali ideali e quali circostanze” hanno permesso l’incontro di “due uomini così diversi”: il primo, componente di una povera famiglia sarda, il secondo , figlio di un autorevole giurista, Angelo Sraffa, rettore della Bocconi; da un altro lato, per comprendere cosa abbia continuato a legarli, “mentre l’uno era chiuso in carcere e l’altro era a Cambridge”.

Gramsci e Sraffa si sono incontrati per la prima volta nel 1919 e il “trait d’union” tra i due è stata una singolare figura di docente di materie letterarie, Umberto Cosmo. Tra le diverse sedi in cui ha avuto modo di insegnare, vi è stata quella di Cagliari (presso il Liceo classico Dettori) e, in questa città, nel 1895, si è iscritto al Partito Socialista; nel 1898, dopo il suo trasferimento a Torino, Cosmo ha coperto la cattedra di insegnato italiano e latino al Liceo Classico Gioberti e al Liceo Classico D’Azeglio, per poi passare all’insegnamento universitario, a partire dal 1911, dopo aver conseguito la libera docenza in letteratura italiana. Ai vari livelli d’insegnamento, Cosmo, socialista pacifista e anti-interventista, ha avuto nel corso degli anni tra i propri allievi personaggi che sarebbero divenuti figure di rilievo della cultura e della politica italiane, come Piero Gobetti, Norberto Bobbio, Angelo Tasca, Umberto Terracini, Palmiro Togliatti ed anche Antonio Gramsci e Piero Sraffa.

Il momento (1919) e il luogo (Torino) “sono più che significativi” – afferma De Vivo – per capire come Cosmo abbia potuto favorire l’incontro di Gramsci con Sraffa; il 1919 segnava l’inizio del “Biennio rosso” (caratterizzato da una serie di lotte operaie e contadine che hanno avuto il loro culmine con l’occupazione delle fabbriche nel 1920) ed il loro epicentro nella città di Torino, dove il 1° maggio del 1919 Gramsci ha iniziato la pubblicazione de “L’Ordine Nuovo”.

E’ probabile – continua De Vivo – che sia “stato proprio Cosmo (cui i fascisti imputeranno di aver corrotto la gioventù inculcando idee sovversive ai suoi allievi) a indirizzare Sraffa (col quale manterrà sempre i contatti) verso ideali socialisti”; per quanto manchino documenti sul chi o cosa abbia spinto il giovane esponente di un’agiata famiglia dell’alta borghesia ebraica verso le idee socialiste, da un passaggio di una lettera di Sraffa a Gramsci (“mi ero irrigidito, fino al 1917, nel socialismo pacifista del 1914-15”) può plausibilmente desumersi, “che il primo socialismo di Sraffa, del 1914-15, [nell’anno scolastico 1913-14, Sraffa aveva avuto al Liceo Classico D’Azeglio di Torino Umberto Cosmo come insegnante] fosse appunto un ‘socialismo pacifista’”: la data e l’espressione “socialismo pacifista” fanno pensare a Cosmo.

E’ probabile anche che l’iniziativa di Cosmo di mettere in contatto Gramsci e Sraffa nel 1919 “non scaturisse – afferma De Vivo – da mero desiderio del professore di fare incontrare due cari allievi, ma partisse da una motivazione politica”; ipotesi, questa, confermata dal fatto che nel periodo 1919-1921 Sraffa ha partecipato attivamente al movimento dei giovani socialisti torinesi, “diventando (nelle parole di Togliatti) ‘uno dei dirigenti del gruppo di studenti comunisti che si era formato intorno a ‘L’ordine Nuovo’”.

Se è solo congettura che Sraffa e Gramsci siano stati messi in contatto nel 1919, è invece documentato che, verso la fine del 1923, Gramsci ha scritto a Sraffa per coinvolgerlo nella ripresa della pubblicazione de “L’Ordine Nuovo” e nella costituzione di un ufficio di ricerche economiche per il Partito Comunista; un progetto, però, frustrato dalle leggi liberticide che il fascismo ha adottato tra il 1925 e il 1926, anno nel quale Gramsci veniva arrestato, per essere poi, dopo un breve periodo di libertà condizionale, rinviato a giudizio davanti al Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, che nel 1928 lo ha condannato a più di vent’anni di galera.

Negli anni del carcere, Sraffa e Gramsci si sono mantenuti in contatto attraverso Tatiana Schucht (cognata di Gramsci); le lettere che Gramsci scriveva a Sraffa venivano da quest’ultimo passate al centro estero del Partito Comunista a Parigi. Oltre che tramite con il partito, Sraffa, avvalendosi dell’accreditamento sociale della propria famiglia, ha aiutato Gramsci a gestire molti dei suoi problemi legali (il suo difensore, Saverio Castellet, era collaboratore del padre di Sraffa), prodigandosi anche per fare ottenere provvedimenti a favore dell’amico (uno zio di Sraffa, Mariano D’Amelio, era Senatore del Regno e primo Presidente della Corte di Cassazione). Infine, negli anni del carcere, Sraffa ha “stimolato” l’amico carcerato facendogli pervenire, tramite la cognata, pubblicazioni su materie che, a suo giudizio, potevano interessare il carcerato, affinché, attraverso lo studio e la scrittura, potesse conservare il cervello funzionante e creativo.

Sul piano politico, Sraffa e Gramsci – osserva De Vivo – avevano (fatta eccezione per la formazione economica che non era un punto di forza in Gramsci) molti tratti in comune dal punto di vista della formazione intellettuale e politica. Entrambi nutrivano un grande interesse per i classici del marxismo; ciò non significa, però, che i due amici concordassero su tutto, per via del fatto che Sraffa era meno propenso di Gramsci a lasciarsi influenzare da ragioni idealistiche. Su un elemento fondamentale, però, le vedute dei due amici convergevano: sull’identica interpretazione del materialismo storico. Essi, infatti, non condividevano l’interpretazione meccanicistica del “rapporto struttura-sovrastruttura”; ovvero, non condividevano l’idea che ci fosse “una totale e assoluta subordinazione della seconda alla prima” e che elementi sovrastrutturali (come la cultura e le ideologie) non potessero “reagire sulla struttura”.

Nonostante la convergenza su questo importante aspetto della loro adesione al marxismo, diversa era l’origine del perché Sraffa e Gramsci non condividessero l’idea di una rigida subordinazione della sovrastruttura alla struttura. L’adesione alla concezione materialistica della storia, a differenza di quanto forse era accaduto per Gramsci, non derivava per Sraffa da influenze idealistiche, ma dalla sua contrarietà alla teoria economica del marginalismo (teoria sviluppatasi tra il 1870 e il 1889, ancora oggi dominante rispetto a quella classica e marxiana); tale teoria era da Sraffa “combattuta”, perché portatrice di una concezione meccanicistica della distribuzione del prodotto sociale.

Sraffa negava che la distribuzione fosse determinata – come egli stesso diceva – “da circostanze naturali, o tecniche, o magari accidentali, ma comunque tali da rendere futile qualunque azione, da una parte o dall’altra, per modificarla”; in altri termini, la sua avversione al marginalismo conduceva Sraffa a negare che la distribuzione del prodotto sociale avesse “leggi ferree” e che, per la spiegazione del fenomeno distributivo, fosse necessaria una ricostruzione della teoria economica attraverso il ricupero della teoria classica e marxiana del sovrappiù, con conseguenze non di poco conto sul piano delle regole sottostanti il funzionamento del sistema economico-sociale.

Intanto, secondo la critica di Sraffa, tutte le grandezze economiche (quantità da produrre, consumo, salario, profitto, ecc.) non erano fenomeni ricadenti all’interno dell’economia; essi andavano invece ricondotti all’interno di “approcci procedurali”, la cui insufficiente formalizzazione ed istituzionalizzazione legittimava il ruolo e la funzione del “conflitto sociale”. Ciò significava che quasi tutte le grandezze economiche venissero calcolate su “basi tecniche”, come il foraggio per il bestiame ed il combustibile per le macchine, mentre il profitto era calcolato residualmente, identificandosi in ciò che resta del prodotto sociale dopo avere rimunerato il lavoro e reintegrato i capitali anticipati.

Secondo Sraffa, perciò, nella prospettiva della ricostruzione della teoria economica, la spiegazione tradizionale del processo distributivo del prodotto sociale, proprio della teoria marginalista, veniva completamente abbandonata. Le quote distributive non dipendevano più dalle condizioni tecniche della produzione, ma dai rapporti di forza tra i detentori della forza-lavoro e quelli dei beni-capitale e da altre cause esterne al processo distributivo, quali le variabili monetarie. Il processo distributivo veniva spiegato sulla base di un nuovo processo che derivava la distribuzione del prodotto sociale non più dalle contribuzioni dei fattori produttivi (lavoro e capitale) alla formazione del prodotto, ma dal conflitto tra categorie contrapposte di operatori economici; in altri termini, la distribuzione del prodotto sociale cessava di essere spiegata sulla base della teoria marginalista, attraverso il libero svolgersi, in termini di necessità e di ineludibilità, dell’interazione delle domande e delle offerte di tutti i beni e di tutti i servizi produttivi nei rispettivi mercati.

Nella prospettiva di Sraffa, diventava invece possibile assumere l’esistenza di una pluralità di distribuzioni del prodotto sociale, tutte compatibili con il funzionamento del sistema economico, in presenza del pieno impiego della forza-lavoro e dell’intero capitale disponibile. In tal modo, la distribuzione del prodotto sociale tra le categorie contrapposte di operatori non era solo un “fatto conflittuale”, ma era anche (nei limiti delle disponibilità, fatta salva la reintegrazione di tutti i beni-capitale impiegati nel processo produttivo) un “fatto indifferente” per il sistema economico; nel senso che quest’ultimo poteva “tollerare” tutte le possibili distribuzioni del prodotto sociale, comprese in un arco di variazione che andava dall’azzeramento del livello del profitto (a vantaggio delle forza-lavoro) ad un livello del salario uguale alla sola sussistenza biologica della forza-lavoro (a vantaggio del capitale e dei suoi proprietari): cessava quindi di esistere un “livello naturale” del salario, connesso ad un’ipotetica configurazione di equilibrio nella distribuzione del prodotto sociale.

Nella ricostruzione sraffiana della teoria economica, veniva rovesciata la relazione tra le condizioni di funzionamento del sistema economico e quelle che presiedevano alla distribuzione del prodotto sociale: le prime costituivano la “variabile indipendente”, mentre le seconde costituivano la “variabile dipendente”. Per la teoria marginalista, al contrario, era vero l’opposto; per cui, considerare qualsiasi forma di reddito (salario o profitto) “variabile dipendente” da condizioni distributive sottratte al rapporto di forza fra le categorie contrapposte di operatori economici proprietari dei fattori produttivi di specifici servizi, significava rifiutare l’esistenza di una pluralità di possibili configurazioni distributive del prodotto sociale, confermando invece la supremazia del mercato.

In conclusione, secondo Sraffa, il conflitto sociale sottostante la determinazione della distribuzione del prodotto sociale tra le varie categorie di operatori economici non era un “elemento di disturbo”; piuttosto che un “vizio” del sistema sociale, esso andava considerato una “virtù”: sin tanto che non fosse stata formalizzata una nuova teoria economica più generale (che spiegasse, in modo coerente e non contraddittorio, la dinamica del consumo, delle forme d’impiego del capitale e delle modalità di distribuzione del prodotto sociale) il conflitto costituiva un elemento fisiologico senza del quale il sistema sociale non avrebbe potuto stabilmente operare. Era, questa, una conclusione importante, ricca di implicazioni significative, che aprivano all’azione economica (e, più in generale, all’azione politica) la strada della “volontà” e della “libertà”, in quanto la riscattavano dai condizionamenti degli “automatismi necessitanti” delle istituzioni proprie del presunto mercato competitivo della teoria economica ancora oggi dominante.

Nella ricostruzione sraffiana, tuttavia, il conflitto, sebbene costituisca un elemento importante per dare positive risposte al problema distributivo, non è uno strumento idoneo a garantire condizioni di operatività stabile del sistema socio-economico, soprattutto a seguito del passaggio dall’”economia della scarsità” all’”economia dell’abbondanza” (caratterizzata dal fenomeno della disoccupazione strutturale crescente e dall’obsolescenza del sistema di protezione sociale esistente); ciò perché, il conflitto, per quanto necessario, costituisce pur sempre (soprattutto se gli si riconosce il ruolo attribuitogli dal marxismo ortodosso), non solo una fonte ingiustificata di costi e di sprechi, ma anche la negazione della possibilità che esso (il conflitto) possa essere “affievolito”, attraverso modalità processuali compatibili con l’interpretazione del materialismo storico che ha accomunato Sraffa e Gramsci e che implica il rifiuto della natura meccanicistica del “rapporto struttura-sovrastruttura”.

Pur mancando documenti che attestino ciò di cui Sraffa e Gramsci hanno discusso negli incontri occorsi tra i due nel breve periodo 1924-1926 (prima che Gramsci fosse arrestato), si può tuttavia dire, come sottolinea De Vivo, che i due amici non abbiano parlato sino a tarda notte solo del più e del meno; se è improbabile che essi abbiano discusso di teoria economica in senso stretto (argomento sul quale Gramsci mancava di competenza), “avranno certamente parlato – afferma De Vivo – di questioni politiche di attualità, ma assai probabilmente anche di questioni relative al marxismo, e in particolare di ‘materialismo storico’, cioè di quelle questioni economiche di largo respiro che i marxisti consideravano il terreno proprio del pensiero di Marx, e il campo in cui questo mostrava la sua superiorità rispetto alla teoria economica marginalista”.

Il materialismo storico di Marx, era però fortemente connesso al determinismo economico, implicante l’assunto che la sovrastruttura (le idee, le ideologie e la cultura in generale) fosse sempre determinata da eventi materiali; un assunto, quello marxiano, che contraddiceva l’”equivalenza tra fatti materiali e idee”, affermata da Sraffa e da Gramsci (proprio per questo, entrati entrambi nel “cono d’ombra” del sospetto e della critica da parte dell’ortodossia marxista). E’ stato forse Gramsci, competente a trattare la prassi del processo politico più di quanto lo fosse Sraffa, a formulare la possibilità, partendo dalla loro comune interpretazione del materialismo storico, che la fuoriuscita dal capitalismo potesse essere realizzata al di fuori dell’idea tradizionale della conquista violenta del “potere centrale”, quindi a teorizzare un movimento sociale articolato sul riconoscimento delle diversità e che considerasse la conquista del potere politico, non come dominio, ma come capacità di esercitare un ruolo egemonico, con cui perseguire la fuoriuscita dalla logica capitalistica senza rinunciare al consenso sociale.

In conclusione, come osserva De Vivo, Sraffa e Gramsci, pur gravati dell’accusa di “perversione idealistica”, da “comunisti indisciplinati”, quali essi sono stati, hanno lasciato in eredità della sinistra contemporanea un lascito intellettuale e conoscitivo, dal quale poter mutuare le idee per predisporre un progetto di rinnovamento politico, sociale ed economico, utile a superare le contraddizioni del capitalismo; la sinistra ha preferito però seguire tutt’altra tattica politica, riducendosi così a mosca cocchiera dell’ideologia neoliberista.

Gianfranco Sabattini

Giuseppe Saragat, democrazia e socialismo

saragatL’11 giugno scorso l’«Associazione socialismo» e la rivista «Mondoperaio» hanno promosso un incontro per ricordare l’opera politica di Giuseppe Saragat (1898-1988). L’incontro, che si è tenuto nella sala Koch di Palazzo Madama di fronte alle massime cariche dello Stato, ha dato l’occasione al presidente della Repubblica Sergio Mattarella di rivisitare la sua lezione politica incentrata sui valori democratici della Repubblica e della rappresentanza politica per la difesa di un sistema politico «dal volto umano».

La biografia e l’opera di Giuseppe Saragat – come ha ricordato il presidente della Repubblica – sono strettamente intrecciate alle vicende politiche del Novecento e alla sua «battaglia per conquistare all’idea socialista la piena qualifica di democratica, puntando alla universalizzazione delle libertà liberali» nella «difesa dei principi di libertà, democrazia e giustizia sociale». A questi valori si ispira infatti la vicenda biografica di Giuseppe Saragat dai primi indirizzi democratici fino alla sua elezione a presidente della Repubblica (29 dicembre 1964), di cui ha tracciato un interessante profilo Marcello Staglieno nel suo volume L’Italia Del Colle 1946-2006: sessant’anni di storia attraverso i dieci presidenti (Boroli editore, Milano 2006, pp. 201-221).

Formatosi alla scuola politica del padre Giovanni Saragat (1855-1938), avvocato liberale trasferitosi nel 1882 dalla natia Sardegna a Torino, il giovane Giuseppe acquisì la sua sensibilità vero le condizioni della classe operaia, crescendo in un clima fecondo di stimoli culturali a contatto con giovani democratici come Piero Gobetti e Andrea Viglongo. La guerra del 1915-18 lo trovò nelle file dell’interventismo salveminiano, verso cui espresse un acceso fervore tanto da arruolarsi volontario. Ma la conoscenza di Claudio Treves (1869-1933) e di Bruno Buozzi (1881-1944) lo spinse ad aderire al Partito socialista unitario (Psu), costituito il 4 ottobre 1922 in seguito all’uscita dei riformisti dal Psi.

L’esordio ufficiale di Giuseppe Saragat avvenne come rappresentante della Federazione provinciale di Torino nel convegno del Psu (28-31 marzo 1925) a Roma, dove pronunciò un discorso inneggiante al «metodo democratico» contro il regime mussoliniano e la «illegalità anarchica delle squadre armate» che negano il pluralismo politico in nome di una «stalolatria che giunge fino al crimine di stato» (cfr. Il discorso Saragat, in «La Giustizia», 31 marzo 1925, p. 1). Il suo appello ai principi democratici fu proposto come antitesi al giacobinismo dei comunisti tacciati di negare la libertà, il cui ripristino presupponeva un adeguamento dell’organizzazione partitica all’accettazione della legalità come «base stessa della immancabile rivoluzione futura».

Sulla rivista «Il Quarto Stato», di cui il primo numero uscì il 27 marzo 1926, Saragat auspicò un’azione comune con il Psi per condurre una lotta contro la dittatura fascista, culminata alcuni mesi prima nello scioglimento del Psu e quell’anno nella negazione delle libertà individuali. Di fronte al dilagare del fascismo egli decise così di emigrare a Vienna, dove nell’aprile 1927 trovò impiego nella banca cittadina Wiener Merkur, senza trascurare lo studio e la ricerca culturale: quello viennese fu un periodo fecondo di riflessioni politiche a stretto contatto con il socialista Otto Bauer (1881-1938) e alla sua elaborazione dell’austromarxismo. Questo permise a Saragat di comprendere la natura totalitaria del bolscevismo e dei mezzi spietati adoperati da Stalin per detenere il potere. Dal contatto con gli austro-marxisti egli trasse le sue riflessioni poi elaborate nel settembre 1929 in un saggio dal titolo Marxismo e democrazia (ESIL, Edizioni Sala dell’Italia Libera).

In questo saggio Saragat ribadisce il nesso tra democrazia e libertà, senza la quale essa diventa «un vuoto formalismo» da diffondere tra i cittadini: riflessione che riprende in una serie di articoli pubblicati sul periodico «Rinascita Socialista» di Giuseppe Emanuele Modigliani (1872-1947). Il 19 aprile del 1930 invia una «lettera aperta» all’«Avanti!», diretto in quell’anno da Pietro Nenni (1891-1980), per superare la scissione del 1922 e impedire il successo del massimalismo sostenuto da Angelica Balabanoff (1869-1965). Nella Carta dell’unità, approvata nel Congresso di Parigi (20-21 luglio) auspica una convergenza unitaria con il nucleo operativo diretto da Nenni, a cui danno il consenso di Claudio Treves e di Filippo Turati (1857-1932).

Nella sua relazione Saragat propone una lucida analisi del fascismo, considerato «un prodotto dello sviluppo organico della economia capitalistica» che «non può essere sostituito a base di decreti», ma solo attraverso l’azione di un partito in grado di promuovere un’alleanza organica di tutte le forze progressiste e richiamare la classe operaia alla coscienza del suo compito storico. Le cause del fascismo, che egli attribuisce ad una «mancata rivoluzione liberale italiana», possono essere superate sul piano politico dall’alleanza tra repubblicani e socialisti, senza mai dimenticare il nesso tra democrazia e socialismo.

Critico verso il liberal-socialismo di Carlo Rosselli e le posizioni antimarxiste sostenute nel saggio Socialismo liberale (1930), Saragat rimane fedele al materialismo storico non sempre valutato nella sua intrinseca essenza. La sua critica è rivolta anche ai comunisti per la loro incomprensione della libertà, elemento che può far sorgere uno spirito rivoluzionario in grado di coniugarlo con la lotta di classe. Lungo gli anni Trenta Saragat pubblica una serie di articoli sull’«Avanti!» e su «La Libertà», con quali ribadisce questo nesso inscindibile in un’aspra polemica con i comunisti per la loro sottomissione alla centrale moscovita.

Tuttavia, sul patto d’azione tra Psi e Pci, Saragat difende l’unità tattica, unica via per sottrarre i comunisti alla loro visione politica catastrofica e per favorire il loro processo di «socialdemocratizzazione». Nel volume L’Umanisme marxiste (ESIL, Marsiglia 1936), egli si distanzia dalla lettura comunista di Marx, interpretato anche alla stregua di Benedetto Croce come «canone di interpretazione storica» utile alla conoscenza della società umana. Non rinuncia però a rivolgere una critica al bolscevismo e ai piani quinquennali sovietici, nei quali vede un’accelerazione forzata del ritmo di sviluppo economico a detrimento dei lavoratori e un inevitabile inasprimento del regime poliziesco.

La guerra civile spagnola, cominciata nel luglio 1936, conferma la proposta di Saragat di un ampio fronte antifascista, che è così riproposto a sostegno della lotta contro il franchismo e in difesa del messaggio «Oggi in Spagna, domani in Italia» che Carlo Rosselli (1899-1937) lancia proprio durante la torbida vicenda spagnola. Il terzo congresso dei socialisti in esilio, tenuto a Parigi dal 26 al 28 giugno 1937, si caratterizza per il serrato confronto tra i sostenitori dell’alleanza con i comunisti e i critici verso l’immediato passaggio del loro partito nell’ambito dell’unità d’azione. Un confronto che non impedisce a Saragat di rivolgere una critica devastante alle purghe staliniane e ai processi di Mosca del 1938.

Lo scoppio della Seconda guerra mondiale accentua la critica all’Unione sovietica che, per Saragat, ha instaurato un regime poliziesco e burocratico alla stregua delle analisi politiche espresse da Bruno Rizzi (1901-1977) nel suo volume La burocratisation du monde (Paris 1939). Ma il mutato clima, provocato dall’aggressione nazista all’Unione sovietica, favorisce un clima più distensivo tra socialisti e comunisti, che porta alla firma comune di un appello per la costituzione di un fronte nazionale antifascista.

Alla caduta di Mussolini, Saragat ritorna nel 1943 a Roma, dove contribuisce alla ricomposizione del Partito socialista e alla rinascita dell’«Avanti!». Arrestato dai tedeschi il 18 ottobre, egli viene tradotto nel carcere di Regina Coeli, dove è rinchiuso per quattro mesi, insieme a Sandro Pertini e a Carlo Andreoni (1901-1957). La vicenda, raccontata nei libri Saragat. Il coraggio delle idee (Roma 1984?) di Vittorio Statera e Saragat e il socialismo italiano dal 1922 al 1946 (Venezia 1984) di Ugo Indrio, coinvolge Giuliano Vassalli (1915-2009) e Massimo Severo Giannini 1915-2000, l’uno futuro presidente della Corte costituzionale e l’altro futuro ministro della Funzione Pubblica. Ma nuovi elementi sono aggiunti nei libri Saragat (Eri, Torino 1991) di Antonio G. Casanova e Giuseppe Saragat (Marsilio, Venezia 2003) di Federico Fornaro.

Condirettore dell’«Avanti!», con Nenni direttore, Saragat contribuisce al rilancio del giornale socialista, che nella prima metà del 1946 raggiunge le 100 mila copie. Ministro senza portafoglio nel governo presieduto da Ivanoe Bonomi (18 giugno-12 dicembre 1944), poi ambasciatore a Parigi (15 marzo 1945-23 marzo 1946), egli è deputato all’Assemblea costituente e suo presidente con 401 voti su 468. Sostenitore dell’assoluta autonomia socialista e dei valori democratici dell’Occidente, Saragat ribadisce il nesso tra democrazia e socialismo, interpretando il marxismo in chiave umanistica come unica visione in grado di recuperare la tradizione riformista del socialismo italiano.

In quest’ottica deve essere inquadrata la cosiddetta «scissione di Palazzo Barberini» (11-12 gennaio 1947) e la costituzione del Partito socialista dei lavoratori italiani (Psli), cui aderiscono 52 parlamentari su 115, la maggioranza della giovanile socialista e un cospicuo numero di militanti attratti dal verbo anticomunista e dal «massimalfusionismo della maggioranza». L’anno successivo Saragat, durante le elezioni politiche del 18 aprile, assume una posizione critica verso il «Fronte Democratico Popolare», provocando le invettive dei comunisti: in un intervento alla Camera viene definito da Gian Carlo Pajetta un «traditore del socialismo».

Tra il 1948 e la sua nomina a presidente della Repubblica Saragat vive gli episodi più significativi del socialismo italiano nella ricerca dell’unità socialista: l’incontro del 25 agosto 1956 a Pralognan con Nenni segna l’inizio di un processo che porta alla costituzione di un partito unitario che si conclude solo nella costituzione del PSU realizzatosi nel XXXVII congresso (ottobre 1966). Per l’occasione egli suggerisce a Nenni di inserire nella «Carta dell’unificazione socialista» l’appello ai valori «universalmente umani» e agli ideali «di libertà, di giustizia e pace», come pure il richiamo alla collaborazione tra forze democratiche e cattoliche per avviare una politica riformista.

Come presidente della Repubblica (28 dicembre 1964-29 dicembre 1971), Saragat osservò la divisione dei poteri con il rispetto dei vari organi costituzionali e non rinviò mai un provvedimento alla Camere per riesame, conferendo sempre l’incarico di formare il governo ai membri indicati dalla maggioranza parlamentare. L’esperienza del Centro-sinistra fu vissuta come formula di governo in grado di condizionare i processi di trasformazione sociale nell’ambito di una visione democratica contraria ad ogni forma di violenza e all’insegna di un riformismo inteso come fattore di crescita economica e culturale.

Nunzio Dell’Erba

39 anni fa Pertini eletto Presidente della Repubblica

Sandro-Pertini-“Noi abbiamo sempre considerato la libertà un bene prezioso, inalienabile. Tutta la nostra giovinezza abbiamo gettato nella lotta, senza badare a rinunce per riconquistare la libertà perduta. Ma se a me, socialista da sempre, offrissero la più radicale delle riforme sociali a prezzo della libertà, io la rifiuterei, perché la libertà non può mai essere barattata”.

Con queste parole il neo Presidente della Repubblica Sandro Pertini riscosse gli scroscianti applausi del Parlamento nel suo discorso di insediamento del 9 luglio 1978, 39 anni fa. Il giorno prima, l’8 luglio 1978, il Parlamento lo aveva eletto Capo dello Stato. Moro era stato appena ucciso dalle Br e Pertini disse: “La Repubblica sia giusta e incorrotta, forte e umana: forte con tutti i colpevoli, umana con i deboli e i diseredati. Così l’hanno voluta coloro che la conquistarono dopo 20 anni di lotta contro il fascismo e due anni di guerra di liberazione, e se così sarà oggi, ogni cittadino sarà pronto a difenderla contro chiunque tentasse di minacciarla con la violenza. Contro questa violenza nessun cedimento. Dobbiamo difendere la Repubblica con fermezza, costi quel che costi alla nostra persona. Siamo decisi avversari della violenza, perché siamo strenui difensori della democrazia e della vita di ogni cittadino. Ed alla nostra mente si presenta la dolorosa immagine di un amico a noi tanto caro, di un uomo onesto, di un politico dal forte ingegno e dalla vasta cultura: Aldo Moro. Quale vuoto ha lasciato nel suo partito e in questa Assemblea! Se non fosse stato crudelmente assassinato, lui, non io, parlerebbe oggi da questo seggio a voi”.

Qui Pertini fece un’interessante critica agli “stranieri”: “Ci conforta la constatazione – disse Pertini solenne – che il popolo italiano abbia saputo reagire con compostezza democratica, ma anche con ferma decisione a questi criminali atti di violenza. Ne prendano atto gli stranieri, spesso non giusti nel giudicare il popolo italiano. Quale altro popolo saprebbe rispondere e resistere a una bufera di violenza quale quella scatenatasi sul nostro Paese come ha saputo e sa rispondere il popolo italiano?”.

Pertini conclude: “Non posso, in ultimo, non ricordare i patrioti con i quali ho condiviso le galere del tribunale speciale, i rischi della lotta antifascista e della Resistenza. Non posso non ricordare che la mia coscienza di uomo libero si è formata alla scuola del movimento operaio di Savona e che si è rinvigorita guardando sempre ai luminosi esempi di Giacomo Matteotti, Giovanni Amendola, Piero Gobetti, Carlo Rosselli, don Minzoni e Antonio Gramsci, mio indimenticabile compagno di carcere. Ricordo questo con orgoglio, non per ridestare antichi risentimenti, perché sui risentimenti nulla di positivo si costruisce né in morale né in politica. Ma da oggi io cesserò di essere uomo di parte. Intendo solo essere il Presidente della Repubblica di tutti gli italiani, fratello a tutti nell’amore di Patria e nell’aspirazione costante alla libertà e alla giustizia”.

Durante il suo settennato (1978-1985) Pertini è stato ed è largamente il Presidente più amato dagli italiani. Pertini nominò il primo Presidente del Consiglio laico (Giovanni Spadolini), il primo Presidente del Consiglio socialista (Bettino Craxi), la prima senatrice a vita donna (Camilla Ravera).

Il regime di Mussolini decretò la sua prima condanna ad otto mesi di carcere nel 1925. Vent’anni dopo, nel 1945, partecipò agli eventi che portarono alla liberazione dal nazifascismo, organizzando l’insurrezione di Milano, e votando il decreto che condannò a morte Mussolini e altri gerarchi fascisti. Nel 1985, lasciò il Quirinale a Francesco Cossiga.

Umberto Calosso,
tra cultura e socialismo

Umberto_Calosso

Umberto Calosso

Quando morì, il 10 agosto del 1959, Pietro Nenni, con la capacità di penetrazione psicologica, di giudizio  e di sintesi che lo distingueva, lo definì nel suo Diario “spirito acuto e bizzarro, scrittore elegante, uomo di larga cultura umanistica” e ne ricordò la partecipazione con “Giustizia e Libertà” e poi col Partito Socialista alla lotta antifascista e il contributo alla ricostruzione democratica. Tutto questo era stato effettivamente Umberto Calosso.

Nato a Belviglio d’Asti il 23 settembre  del 1895, compì i suoi primi studi a Torino, allievo del Convitto nazionale, dove rivelò una intelligenza  vivissima e penetrante. All’inizio della Grande Guerra venne riconosciuto non idoneo al servizio militare, ma egli, per omaggio alla memoria di Mario Tancredi, un suo carissimo amico caduto in combattimento, decise di arruolarsi volontario e vestì il grigioverde  compiendo il proprio dovere.

Nel ’18, tornato nel capoluogo piemontese,  prese contatto con la vita politica aderendo al Partito Socialista, nel quale si avvicinò al gruppo  di giovani che attorno a Gramsci, Pastore, e altri discutevano con vivacità  e acume la problematica socialista.  Nel contempo riprese gli studi  e si laureò in Storia e Filosofia col massimo dei voti e la lode discutendo con originali argomentazioni una tesi su “L’anarchia di Vittorio Alfieri”.

L’avvento del fascismo lo vide  subito su posizione di netto rifiuto assieme a Leonida Repaci, Zino Zini, Palmiro  Togliatti, Umberto Terracini e altri. Con lo pseudonimo di Mario Sarmati fu tra i collaboratori  de “L’Ordine nuovo”, il  settimanale fondato a Torino  da Gramsci il 1° maggio del 1919 con l’intento di stimolare il pensiero politico  e la cultura  interessandoli alla questione sociale, ai soviet, ai consigli di fabbrica e ai vari  “istituti della classe operaia” di cui si erano fatti sostenitori i rivoluzionari bolscevichi.

Il 30 ottobre  1922 con Gramsci, Leonetti, Pastore, Viglongo  rivelò grande coraggio  difendendo  il periodico contro una aggressione delle squadracce fasciste. Fu accusato di “detenzione di armi  e costituzione  di bande armate” e nell’aprile del ’23 subì un processo da cui, non diversamente dagli altri  imputati, uscì assolto.

Gli impegni politici e giornalistici non limitavano i suoi interessi letterari: attento dal periodo universitario all’opera del grande   scrittore e drammaturgo astigiano, volle  riprendere il lavoro compiuto per la tesi di laurea e nel ’24 diede alle stampe “L’anarchia di Vittorio Alfieri”, lavoro nel quale evidenziò uno dei caratteri salienti dell’arte  del suo grande conterraneo.

Iniziò poi  l’attività di insegnante nell’Istituto  tecnico di Alessandria, ma non riuscì a sopportare l’atmosfera sempre più soffocante imposta dalla dittatura e decise di emigrare in  Francia, poi in Inghilterra, per passare infine a Malta dove insegnò Letteratura italiana al St. Edward’s College.

Il più preciso definirsi del fascismo come  militarista e imperialista lo collocò tra i più irriducibili contro il regime mussoliniano.

Trovandosi in Spagna per un giro di conferenze si impegnò nella lotta armata contro il franchismo militando tra i  volontari di “Giustizia e Libertà” e con Mario  Angeloni, Carlo Rosselli, Aldo Garosci fu tra i combattenti impegnati  nella battaglia di Monte Pelato.

Quando prevalsero i franchisti e si impose la dittatura di Francisco Franco, tornò a Malta e da qui passò ad Alessandria d’Egitto, dove svolse una discreta attività giornalistica esprimendo idee sempre più nettamente socialiste. A Malta pubblicò “Colloqui col Manzoni”, un lavoro  che arricchì  la già vastissima letteratura sul grande scrittore e gli valse un giudizio positivo di Benedetto Croce.

Iniziatasi la seconda Guerra mondiale si trasferì a Londra, dove    pubblicò “The remaking  of  Italy” e con i fratelli Paolo e Piero Treves, Ruggero Orlando, Arnaldo Momigliano fu tra i più attivi nel promuovere l’Associazione “Libera Italia” e tra i propagandisti di “Radio Londra”, dalla quale rivolse accorati appelli al popolo italiano perché si liberasse  del fascismo.

Alla fine del 1944  rientrò in Italia, e fu attivissimo  sul piano politico e culturale. Lavorò con Nenni all’Avanti!, scrisse un’ampia e puntuale introduzione a una edizione di “Scritti attuali” di Piero Gobetti, il coraggioso intellettuale antifascista deceduto nel ’26, fu  propagandista del partito socialista, consultore nazionale e nel ’46 deputato alla Costituente.

Il giornalismo lo impegnò fortemente : fu infatti direttore del “Sempre Avanti!”, quotidiano socialista che si pubblicò a Torino dal 1945 al  1948 sotto la direzione di Alberto Iacometti. Nel gennaio del ’47 si schierò con gli autonomisti e aderì al PSLI,  e  con  Andreoni, Saragat e Vassalli  diresse “ L’Umanità”, organo  ufficiale del nuovo partito, e  con  Bonfantini  invece “Mondo Nuovo”, quotidiano  torinese del  PSLI.

Nel 1948-49, recuperando gli studi della sua giovinezza, volle ripubblicare  i “Colloqui col Manzoni” e “L’anarchia di Vittorio Alfieri”, che ancora una  volta furono  discussi  con vivo interesse dalla critica.

Riconfermandosi uomo di forti e larghi interessi oltre che politici anche letterari, culturali, scolastici, approfondì in quel periodo i problemi della scuola,  delle donne,  dell’obiezione di coscienza, e li portò all’attenzione  dei parlamentari ma anche di un  pubblico  più vasto, pubblicando tra l’altro nel 1953 “La riforma della scuola si può fare”, in cui auspicava l’obbligatorietà e la gratuità della frequenza  e riforme nell’insegnamento  e più in particolare di quello elementare e medio, che a suo parere  abbisognava di interventi urgenti e puntuali.

   Sempre acuto e a volte graffiante nei suoi giudizi,  alla Camera, sulla stampa e nel partito si distinse come forte polemista sino a essere considerato a volte “un caso”.

 Quale libero docente di Letteratura Italiana insegnò nel Magistero dell’Ateneo romano, ma ai primi del  ’52 venne  fortemente disturbato e impedito dai neofascisti nella realizzazione del suo corso.

Nel partito si mostrò per qualche tempo critico della linea politica allora seguita, ritenendola fortemente appiattita sulla DC, e se ne allontanò sempre più, fin quando  nel 1953 rientrò nel PSI.  Colpito da paralisi cerebrale e costretto alla immobilità, si spense  dopo una  lunga e dolorosa agonia.

 Un bel volume contenente gli Atti del convegno di studi  a lui dedicato nel 1979 ne ricostruì e ripropose il pensiero e l’opera con interessanti relazioni di  Garosci, Colarizzi, Sapegno, Vittorelli e altri.

Giuseppe Micciche’

“Paradosso dello spirito russo”. I giudizi erronei
su Piero Gobetti

gobetti-001L’inserto domenicale del «Sole 24 Ore» (30 ottobre 2016, n. 299, p. 39) presenta di Piero Gobetti il volume  Paradosso dello spirito russo, ristampato dalle Edizioni di Storia e Letteratura con l’Introduzione di Antonello Venturi. Esso, pubblicato per la prima volta nel 1926 dalle Edizioni del Baretti, costituisce un’opera postuma del giovane intellettuale torinese. Il curatore è Santino Caramella, che riunisce i suoi articoli sulla letteratura russa pubblicati nel corso della «breve esistenza» stroncata a Parigi il 15 febbraio dello stesso anno.
Nella presentazione del volume, Gennaro Sangiuliano esprime una serie di giudizi erronei, che denotano una scarsa conoscenza dell’attività culturale di Gobetti. Solo l’incipit contiene tre inesattezze, che vanno dalla considerazione del volume come «saggio esemplare» all’enunciazione della singolarità di Gobetti per la sua attenzione verso la Russia e alla «grande attualità» di alcuni aspetti delle sue riflessioni. Il volume non può essere considerato un «saggio esemplare», perché si tratta di un collage di articoli già apparsi su varie testate come «Energie Nove», «Il Resto del Carlino», «Russia»  e la «Rivista di Milano».

L’interesse di Gobetti non ebbe nulla di singolare, ma risaliva agli anni universitari e si sviluppò grazie all’incontro con la fidanzata Ada Prospero, con la quale un intenso sodalizio culturale gli infusero la passione per la letteratura e lo indussero allo studio della lingua russa. Proprio al termine della Grande Guerra e della rivoluzione soviettista, entrambi studiarono sulla grammatica di russo compilata da Rachil’ Gutmann (1885-1944), moglie del socialista rivoluzionario Alfredo Polledro, poi promotore della casa editrice Slavia.

Riguardo agli aspetti di «grande attualità», le riflessioni gobettiane non lo erano allora, figuriamoci se lo possano essere ora che si ha una conoscenza più completa della Rivoluzione russa e del suo approdo ad un regime dittatoriale. A differenza di Antonio Gramsci, autore del famoso editoriale comparso sull’«Avanti!» alla fine di novembre 1917, Gobetti cercò di definire «l’anima russa» sulla base di un giudizio diverso dallo scrittore sardo interessato più ad una valutazione filosofica di matrice marxista. La sua curiosità trasse origine non solo dall’ambiente culturale torinese, dove era animato il dibattito culturale sulla Rivoluzione russa, ma anche dall’influsso esercitato da Luigi Einaudi, di cui utilizzò le sue obiezioni al collettivismo nell’inchiesta sul socialismo promossa su «Energie Nove» (5 e 20 giugno 1919, nn. 3 e 4, pp. 53-68 e 69-92). Come liberale Gobetti è critico verso la il materialismo dialettico, ma la sua posizione non può essere definita «chiaramente antimarxista» per l’accento che egli pone sulla lotta di classe e sull’esperienza consiliare avviata da Gramsci sull’«Ordine Nuovo». In sede storica la questione era stata già chiarita da Pietro Nenni nel primo anniversario della morte di Gobetti proprio sull’«Avanti!», laddove aveva scritto  che «le sue simpatie furono in primo tempo per il cenacolo comunista torinese, perciò il suo cuore e il suo pensiero furono sempre col proletariato. Nel suo liberalismo c’era posto per tutte le forze politiche attiviste che, anziché comprimere la lotta, vogliono ricavarne il massimo di vita. E in questo senso Gobetti era marxista. Il marxismo gli si presentava […] come la traduzione in termini politici del concetto filosofico attivista liberale e quindi come il più potente fattore di storia» (P. Nenni, Il marxismo di Gobetti, in «Avanti!», Paris, 20 febbraio 1927, n. 8, p. 1).

In questo contesto Gobetti presentò la Rivoluzione russa come un evento nuovo che pose «le basi di  uno Stato nuovo», considerando Lenin e Trotzki come «uomini d’azione»  (p.g., Rassegna di questioni politiche, in «Energie Nove», 25 luglio 1919, n. 6, pp. 132-139). Così entrambi esprimono un’opera che egli considera «una esaltazione di liberalismo» per la loro tempra di statisti capaci di impedire l’involuzione del futuro regime dei Soviet.

Il fascino dell’eco della rivoluzione russa, di quello che Gobetti chiama «esperimento socialista», su cui gli storici gobettiani non hanno chiarito la derivazione nominale, si unì alla traduzione dei racconti di Andreev, Kuprin e Puškin, nonchè allo studio di Čechov, Dostoevskij, Gogol ed altri. A differenza di quanto sostiene Sangiuliano, Le anime morte non possono essere considerate «il grande affresco della Russia scritto sul modello dantesco», ma – come afferma Gobetti – «sono il poema del chisciottismo russo» (p. 74). Il carattere donchisciottesco dei personaggi furono colti dal ricorso alla descrizione del viaggio attraverso la Russia. La scoperta di paesaggi e la storia di Čičicov si dispiegano in notazioni personali, le cui avventure «devono essere ravvivate dal continuo controllo sentimentale e poetico del poeta»: i suoi calcoli e la speranza di tentare la fortuna con la compravendita dei servi della gleba ha un quid di «geniale», ma si tratta – come sostiene Gobetti – di «un semplice pretesto lirico» per sviluppare una storia presentata in modo semplicistico dal recensore.

Nella parte riservata a Dostoevskij, già pubblicata nel 1921 sulla rivista «Russia» (n. 4-5, pp. 110-112) diretta da Lo Gatto, Gobetti scrive un saggio polemico sullo scrittore russo, riconoscendogli più la dote di poeta che di filosofo: «Sotto l’influenza di Scopenhauer, superficialissimi e anche mal capiti, Dostoievschi è tutto compreso dal dissidio tra volontà e ragione, opposte con tanta astrattezza e rigidezza l’una all’altra che è fatto impossibile ogni svolgimento fecondo» (p. 173). Le Memorie del sottosuolo sono invece considerate dal recensore come un’opera in cui si riassume bene «la posizione filosofica e culturale dello scrittore russo», pervasa da «un antiintellettualismo che guarda al volontarismo della vita, in nome della vita nazionale e di una reale civiltà»: una posizione respinta dai critici più avveduti che considerano il ritratto di Dostoevskij debole e superficale. A parte questa considerazione su Gobetti, egli tiene presente il romanzo  Lettere dal sottosuolo nella traduzione di Lo Gatto (L’editrice Italiana, Napoli 1919) e il suo tentativo è rivolto a coniugare liberalismo e iniziative della classe lavoratrice, considerate le più idonee a conquistare una nuova civiltà.

Nunzio Dell’Erba

Calamandrei e la tecnica delle recensioni

Piero_Calamandrei_2In un interessante articolo, intitolato La critica letteraria dei giorni nostri e apparso su «Energie Nove» (1-15 novembre 1918, pp. 7-9), Piero Gobetti analizza il criterio di scrivere le recensioni in Italia. Egli le classifica in varie tipologie, che vanno dalla stroncatura a quella «ispirata dall’autore e dell’editore» fino alle altre di «carattere informativo» e «rapido» introducendo così la categoria della tecnica delle recensioni. Nella tipologia rapida, poco sintetica e discorsiva, rientra la recensione che Luigi Mascilli Migliorini dedica su «Il Sole 24 Ore» (13 marzo 2016, n. 72, p. 28) alla ristampa della raccolta antologica Lo Stato siamo noi (Chiarelettere, Milano 2011, ristampa 2016, pp. 136) di Piero Calamandrei.

I diciassette testi del giurista fiorentino, presentati da Giovanni De Luna, coprono un arco temporale compreso tra il 1946 e il 1956. Essi sono quasi tutti ripresi dalla rivista «Il Ponte», e affrontano temi scottanti come il fascismo e la sua natura, la difesa della Resistenza, il rispetto della Costituzione, la scuola, la bomba atomica, il Patto atlantico, l’Assemblea costituente, i rapporti tra Stato e Chiesa, la questione sociale, il concetto di «desistenza», la questione giovanile, l’arringa in difesa di Danilo Dolci, il carcere e l’errore giudiziario. La maggior parte di questi temi, discussi in varie sedi o commentati sulla rivista fiorentina, è ignorata da Mascilli Migliorini, che distorce la personalità di Calamandrei, relegandola quasi a un ruolo secondario di «appartato» a causa dei suoi richiami al «silenzioso lavoro», alla prevalenza di un pudore sentimentale e di un senso severo della moralità.

Riguardo al fascismo Mascilli Migliorini cita un lungo e riempitivo brano di un editoriale apparso sul primo numero della rivista «Il Ponte» (aprile 1945), che non si ritrova in quella che egli definisce una «preziosa antologia». Egli dimentica così di cogliere la definizione che Calamandrei dà del fascismo come «pestilenza», la cui presenza ha distorto la coscienza degli Italiani. Il richiamo nebuloso a Francesco De Sanctis e il generico riferimento al Risorgimento impediscono a Mascilli Migliorini di rendere intellegibile il pensiero di Calamandrei, che parla invece dellla Resistenza come «Secondo Risorgimento» ed evento storico da cui deve germogliare il sentimento antifascista nel cambiamento delle strutture del nuovo Stato.

Gli unici accenni sono ripresi dalla premessa di De Luna, che si sofferma sul valore della Costituzione, nonché sul binomio «desistenza» e Resistenza, l’una intesa come rassegnazione e l’altra come impegno democratico, ossia come luogo storico in cui è possibile rintracciare gli antidoti per neutralizzare le tossine nefaste del fascismo. Persino il riferimento all’auspicio consolatorio, che risuona nell’invocazione della Napoli milionaria di Edoardo De Filippo (adda passa ’a nuttata), si ritrova nella premessa di De Luna, ma è esposto in modo generico per il riferimento ad attori privi di ogni responsabilità. Il termine «desistenza», usato da Calamandrei in un articolo apparso sulla sua rivista nell’ottobre 1946, comprende un brano significativo per comprendere la critica che egli esprime agli indifferenti desiderosi «di appartarsi e di lasciare la politica ai politicanti» (p. 57). Nella convinzione che l’antologia sia da consultare velocemente («sfogliando le pagine di questo libro») e non da ponderare nella sostanza delle varie problematiche sollevate da Piero Calamandrei, Mascilli Migliorini coglie un assonanza con l’attualità nel suo saggio «Appunti sul professionismo politico», senza precisare quali siano gli elementi di comparazione e senza specificare che esso è tratto dalla rivista socialista «Critica Sociale» (5 ottobre 1956).

Nunzio Dell’Erba

Ada Prospero Gobetti, l’educazione democratica

Ada Prospero

Ada Prospero

La personalità e l’impegno educativo di Ada Prospero, moglie sfortunata di Piero Gobetti, sono stati oggetto di molteplici studi e di raccolte antologiche. La morte del coniuge, avvenuta a Parigi il 15 febbraio 1926, è vissuta come unione «eccezionale» e legame di arricchimento culturale. Essa non lascia inattiva la giovane Ada (era nata a Torino il 14 luglio 1902), che dopo la scomparsa del marito avverte la necessità di ritrovarsi, maturando una scelta antifascista fino a sfociare in un’intensa attività contro il regime mussoliniano durante la Resistenza. Trascurata per molti anni, solo in anni recenti Ada Prospero è stata riscoperta come militante politica, traduttrice e pedagogista grazie ai lavori di Maria Elena Mancini, Emmanuela Banfo, Piera Egidi Bouchard e Maria Cristina Leuzzi.

Assente nell’«Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza» (1971) e nel «Dizionario biografico» del movimento operaio (1976), Ada Prospero ha un ruolo attivo nel gruppo torinese di «Giustizia e Libertà» e in quello femminile che opera nella lotta nazionale contro il nazi-fascismo, di cui lascia una narrazione appassionata nel suo Diario partigiano (1956). Eppure fino agli inizi degli anni Ottanta, le indagini su Ada Prospero come vicesindaco del Comune di Torino (1945-46), si riferiscono agli anni che trascorre vicino a Piero Gobetti come collaboratrice di «Energie Nove» e di «Rivoluzione Liberale». Venuta meno la tendenza degli studiosi a considerarla come una personalità «sentimentale ed entusiastica», ella viene riscoperta come pedagogista da Maria C. Leuzzi, che pubblica i suoi scritti editi dal 1953 al 1968 (Lacaita, Manduria 1982). A quelli editi sul periodico «Il Giornale dei Genitori» ella aggiunge così gli articoli pubblicati su «l’Unità» in una volume intitolato Ada Gobetti e l’educazione del vivere democratico. Gli anni Cinquanta di Ada Prospero Marchesini (Anicia, Roma 2014, pp. 143).

Il decennio 1955-1965 è emblematico per comprendere gli interessi culturali di Ada Prospero, che propone un modello educativo finalizzato a un progetto di «democrazia espansiva» sulla base dei valori costituzionali. Il suo richiamo alla responsabilità dell’individuo e ai suoi doveri, più che dalla dottrina marxista, sembra derivare in parte dall’insegnamento pedagogico di Giuseppe Mazzini che ne caldeggia la priorità sui diritti e concentra l’educazione nei luoghi preferenziali della famiglia e della scuola. Questo motivo è presente negli articoli che scrive per la testata romana «Paese», poi divenuta «Paese Sera», o per l’edizione piemontese de «l’Unità», in cui si cimenta nelle recensioni di libri e di film, discute commenti della cronaca quotidiana o dei fatti di costume tramite la rubrica «Posta dei lettori». Dai numerosi interventi emerge l’interesse per il fatto educativo, che presenta un aspetto problematico e complesso, nell’analisi della famiglia, in quella dei problemi della coppia o del rapporto tra docente e discente. Ne deriva una proposta innovativa, che si differenzia nelle conclusioni dalla tradizione marxista o mazziniana nello sforzo che Ada Prospero compie per dimostrare che l’educazione non può essere rinchiusa nell’àmbito della sezione, della bottega, del cinema o del campo sportivo, ma deve coinvolgere tutta la società.

Questo nuovo leitmotiv si riassume nella formula «Siamo tutti educatori», che compare nel primo articolo apparso nel 1953 sul periodico «Educazione democratica», diretta insieme a Dina Bertoni Jovine. E riflette un pensiero che estende l’impegnativo categorico di ciascuno a dare testimonianza delle diverse coordinate educative. Il rifiuto dell’educazione come funzione esclusiva dello Stato etico si unisce alla condanna del modello stereotipato del fascismo, volto a rinchiudere la donna nella sfera riproduttiva e l’uomo nell’autoritarismo paterno. Il rifiuto del ruolo della donna remissiva è connesso alla necessità dei coniugi di svolgere il loro «mestiere genitoriale», al loro reciproco dialogo e alle difficoltà quotidiane incontrate nel vissuto quotidiano.

Parimenti la scuola deve ispirarsi al dialogo, inteso alla maniera di Guido Calogero e alle elaborazioni che egli presenta nel corso di pedagogia tenuto nel 1938-39, confluito nel libro La scuola dell’uomo (Firenze 1939) e richiamato nel mio volume Intellettuali laici nel ’900 italiano (Padova 2011, pp. 198-199). La proposta pedagogica di Calogero, basata su un’etica laica, deve riflettere una tensione ideale verso un mondo di valori profondamente radicato nell’uomo. L’aspetto fondamentale di questa nuova visione riguarda la rivalutazione della coscienza, nell’àmbito della quale la presenza individuale deve essere coniugata con la moralità che è data dalla «posizione dell’esistenza altrui» (La scuola dell’uomo, ivi, p. 199). Il saggio non ha una buona accoglienza da parte di Aldo Capitini, mosso da un’istanza etica aperta al dialogo, ma incentrata su una visione religiosa distante dalle riflessioni di Calogero e di Piero Calamandrei.

Non condivisibile è quindi la tesi dell’autrice, che ritrova assonanze tra le posizioni pedagogiche di Calogero e di Capitini con quelle di Ada Prospero, presentata come una intellettuale vicina al liberalsocialismo e volta ad accentuare negli anni le sue riflessioni nel suo «Giornale dei Genitori». Idealità e prassi educativa diverse che portano invece Ada a un impegno politico nel partito comunista e ad un’ammirazione verso la pedagogia di ispirazione sovietica. La presentazione agiografica di Ada Prospero, vincolata al messaggio politico gobettiano, non rende onore alle sue nuove riflessioni, volte alla comprensione degli avvenimenti reali e della direzione verso cui si muove il processo democratico nell’Italia contemporanea. Il modello educativo di Ada Prospero, riprende le istanze di una trasformazione etica per il mutamento strutturale della società, ma presenta risvolti utopici, seppure proiettati alla ricerca di rapporti umani più soddisfacenti alla convivenza familiare e civile.

Nunzio Dell’Erba

Piero Gobetti, un liberale “incolto” o “geniale”?

gobetti2Sul «Corriere della Sera» del 9 febbraio scorso, Marco Gervasoni ha pubblicato un articolo su Gobetti, in occasione del novantesimo anniversario della sua morte avvenuta a Parigi il 15 febbraio 1926. Il titolo Il genio operoso di Piero Gobetti. Un ragazzo scopritore di talenti (p. 35), rispeccchia fedelmente il giudizio dell’autore, che considera l’intellettuale torinese (era nato il 19 giugno 1901) «uno dei più grandi prosatori (o pensatori?) politici del Novecento italiano» per la «genialità» e la straordinaria capacità di organizzatore culturale. Strano che un quotidiano serio come il «Corriere» possa pubblicare un articolo così smaccatamente agiografico di un personaggio definito «geniale».

    Premesso ciò, bisogna ricordare il giudizio critico di Gaetano Salvemini, che il 28 gennaio 1923 annovera Gobetti e Prezzolini nel gruppo di uomini adusi al disprezzo dei valori democratici per la loro «incultura politica» e l’«incapacità ad analizzare le proprie idee»: «È moda, oggi in Italia, fra gli uomini che si immaginano di essere “rivoluzionari”, disprezzare la “democrazia” […] disprezzo, che […] anche uomini come Prezzolini, Gobetti, ecc. dimostrano per la “democrazia”, è documento della incoltura politica e della incapacità analizzare le proprie idee» (G. Salvemini, Memorie e soliloqui, in Scritti sul fascismo, Opere VI-II, Milano 1966, pp. 101 e 102)

    Sin dalla prima edizione del volume La Rivoluzione Liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia (Cappelli, Bologna 1924), la rivista socialista «Critica Sociale» rivolgeva alcune precise domande all’autore: «I lettori fedeli del periodico “La Rivoluzione Liberale” sono generalmente imbarazzati se si chiede loro di definire che cosa sia e che cosa voglia il direttore di cotesta Rivista. È un liberale? È un conservatore? È un comunista? È tutte e tre le cose assieme? E come si possa conciliare? Certo è un agitatore di idee e un tenace antifascista, dietro e accanto al quale – giovanissimo – vanno altri giovani smaniosi di novità e di chiarificazioni filosofiche e politiche» («Critica Sociale», 1°-15 giugno 1924, n. 11, p. 176).

    A distanza di oltre novant’anni quella serie di interrogativi attende una risposta, la quale non si ritrova nella miriade di saggi premessi alla raccolta di articoli, editi con quel titolo e riproposti con periodicità nel ripetitivo e anemico dibattito culturale su Gobetti. La sua morte prematura, avvenuta all’età di ventiquattro anni (non «venticinquenne», come afferma Gervasoni), è preceduta da una frenetica attività editoriale. Gobetti ha 17 anni quando pubblica il 1° novembre del 1918 il primo numero di «Energie Nove»; ha 21 anni quando fonda il 12 febbraio 1922 «La Rivoluzione Liberale»; 23 anni quando pubblica il saggio omonimo. Nulla da eccepire sulla sua intensa attività editoriale (peraltro retribuita), ma qualche riserva può essere avanzata su quel «ragazzo scopritore di talenti»: basti citare il caso di Carlo Rosselli, la cui persona non fu «lanciata» da Gobetti, in quanto egli (nato a Roma il 16 novembre 1899) ha già collaborato ai periodici fiorentini «Noi Giovani» (1917) e «Vita» (1919). Scorrendo la bibliografia di Carlo Rosselli si accerta che egli pubblica su «La Rivoluzione Liberale» due articoli nel 1923 e due nel 1924, anni in cui egli milita nel Partito socialista unitario. L’articolo Liberalismo socialista, pubblicato su «La Rivoluzione lIberale» del 15 luglio 1924 è un ampliamento di quello già apparso sulla turatiana «Critica Sociale» (si veda la mia Guida bibliografica, in L. Rossi (a cura di), Politica, valori, idealità. Carlo e Nello Rosselli maestri dell’Italia civile, Roma 2003, pp. 161-162.

    Medesimo discorso vale per Antonio Gramsci, su cui Gervasoni commette un grave errore di analisi storica: Gramsci non «fu immesso nel circuito intellettuale grazie al patronage di Gobetti» (p. 35), se si pensa all’aspra critica che il pensatore sardo gli rivolse nel giugno 1919, tacciandolo di essere «veicolo di malavita intellettuale» («L’Ordine Nuovo», 7 giugno, n. 5, p. 38). Al contrario è Gramsci ad essere la guida e l’ispiratore di Gobetti durante l’occupazione delle fabbriche (settembre 1920). Sulla base di un articolo postumo – edito su «Rinascita» (1945) – alcuni storici come Nino Valeri considerano Gobetti un «comunista camuffato», ossia «un agente, se non proprio del partito comunista, per lo meno del gruppo … dell’Ordine Nuovo» per la collaborazione al periodico torinese come critico teatrale (N. Valeri, Prefazione, a Antologia della “Rivoluzione Liberale”, Torino 1948, p. XVI).

    Chiarito ciò, bisogna tenere presente che Gobetti non aveva (e non poteva avere per la giovane età) una solida preparazione culturale, come è stato riconosciuto da autorevoli studiosi. Essa è infatti il risultato di letture disordinate e di riflessioni storiche frettolose sparse in una miriade di scritti, che denotano una scarsa originalità per la ripresa di alcuni concetti politici da altri scrittori. La formula di «rivoluzione liberale» è tratta da Arturo Labriola, come sostiene E. Alessandrone Perona; quella di «riforma protestante» è ripresa da un saggio di Mario Missiroli e si ritrova nella letteratura politica della seconda metà del XIX secolo, come sostiene Giorgio Spini; la posizione di Gobetti sul Risorgimento come rivoluzione fallita denota una lettura distorta di Giuseppe Mazzini e della sua opera I doveri dell’uomo, considerato l’uno un diseducatore e l’altra un «libro immorale» (P. Gobetti, I repubblicani, «La Rivoluzione Liberale», 17 aprile 1923, p. 41), come sostiene il sottoscritto. Le critiche ingenerose verso i repubblicani si ritrovano espresse nei confronti di Filippo Turati, di Claudio Treves e di altri esponenti del socialismo riformista, dei quali ignora la lotta condotta per l’emancipazione dei lavoratori durante l’età giolittiana e il ruolo educativo esercitato dal Psi. Un giudizio che porta il giovane Gobetti a sottovalutare istituzioni come l’Allenza Cooperativa Torinese o altri organismi simili costituiti dai socialisti riformisti. Il ritratto su Matteotti, di cui Gobetti traccia un profilo biografico dopo la sua morte, è ripreso in gran parte da Aldo Parini e dalla sua biografia, pubblicata postuma (La vita di Giacomo Matteotti, Rovigo 1998): un confronto che attende di essere compiuto con obiettività attraverso una lettura accurata dgli articoli pubblicati da Parini su «La Rivoluzione Liberale» (1924, n. 30 e n. 40) e ripresi dal suo direttore nella struttura generale e persino nei suoi giudizi.

Nunzio Dell’Erba

10 marzo 1953. Pertini: “Spaccate in due il Paese”

sandro_pertini

Il 10 marzo del 1953, nel dibattito sulla questione di fiducia a palazzo Madama sulla cosiddetta ‘legge truffa’, l’allora senatore Sandro Pertini intervenne contro, primo degli oratori nella seduta pomeridiana, a nome del PSI.
Questo il testo integrale dagli archivi di palazzo Madama: 

“Signor Presidente, onorevoli colleghi, credo che a questo punto nessuno si nasconda che la legge che stiamo esaminando è di eccezionale gravità; è una legge che avrà carattere storico, perché avrà conseguenze nefaste subito dopo le elezioni, se, per dannata ipotesi, dovesse essere votata anche in questo ramo del Parlamento. A darle maggior gravità è stato il Governo ponendovi, caso eccezionale, non solo per il Parlamento italiano, ma per tutti i parlamenti d’Europa, la questione di fiducia.

L’onorevole De Gasperi, quando fece questa dichiarazione prima di partire per Strasburgo, fu così interrotto dal nostro Presidente: «Non dovrà costituire precedente». Il nostro Presidente non osservò, forse, l’atteggiamento dell’onorevole De Gasperi dopo la sua interruzione. Era seccato, sdegnato perché la considerava inopportuna. Non poteva essere diversamente, dato che l’onorevole De Gasperi, quando presentò la questione di fiducia all’altro ramo del Parlamento, affermò che egli l’avrebbe richiesta solo in casi eccezionali, il che vuol dire che considerava quello un precedente. Una domanda rivolgo a lei, onorevole Bertone, perché a sua volta la rivolga al Presidente della nostra Assemblea e cioè, porre la questione di fiducia su una legge elettorale, imponendo la procedura speciale indicata dall’onorevole De Gasperi, è cosa lecita, o è cosa illecita? Se è lecita, il Governo ha ragione di considerarla un precedente lecito; ma se, come dice il nostro Presidente, non può costituire precedente, allora questa procedura è illecita. Orbene, se è illecita, il potere legislativo ha il sacrosanto dovere di impedire che questa procedura venga messa in atto. (Approvazioni dalla sinistra).

Non si sfugge, a questo dilemma, onorevole Presidente, perché qui ciascuno di noi per il presente e per il domani deve assumere le proprie responsabilità. Ci sono, in proposito, due precedenti, che conviene ricordare. Prima di passare a parlare della legge elettorale io non posso non fermarmi di fronte a questo fatto, perché se la legge elettorale costituisce per se stessa una assurdità, la questione di fiducia, così come è stata posta, costituisce una mostruosità e chiunque abbia a cuore le sorti del Parlamento, del potere legislativo, non può non sdegnarsi. Vi sono due precedenti, dei quali uno del 1919.

Quando venne presentata la legge dell’onorevole Turati sulla proporzionale, avevamo il Governo Orlando-Nitti. Orlando si trovava a Versailles e qualcuno aveva allora accennato che il Governo sembrava volesse porre la questione di fiducia sulla legge elettorale. L’onorevole Nitti, a nome del Governo, rispose che non intendeva porre la questione di fiducia, perché voleva lasciar liberi i suoi sostenitori di votare o meno quella legge. Il secondo precedente lo abbiamo nel 1923. Quando venne presentata la legge, che porta il nome non onorato di legge Acerbo, il Governo non pose la questione di fiducia sulla legge in sé; fece invece presentare un ordine del giorno che fu votato per divisione : la prima parte presupponeva la fiducia al Governo, la seconda riguardava la legge Acerbo. Il Governo democristiano, invece, presenta la questione di fiducia sulla legge elettorale Scelba, e l’onorevole De Gasperi, nella sua dichiarazione, dopo aver detto come essa doveva essere applicata (dimenticando che la « fiducia » deve incidere solo sulla votazione non sulla discussione, senza quindi intralciare la discussione della legge), con amabile e direi ironica frase aggiunse : « E adesso il Senato è sovrano nella sua libertà di discutere ». Onorevole Piccioni, quando io l’altro giorno ascoltai questa ironica frase del Presidente del Consiglio, mi sovvenni di un episodio che mi riguarda. Entrando all’ergastolo di Santo Stefano, la guardia carceraria, che mi accompagnava nella cella, ove per tanto tempo sarei dovuto restare, mentre chiudeva la porta alle mie spalle, con una frase piena di sarcasmo mi disse: «E adesso qui potete fare quel che volete ». Cambiando tutto quello che deve essere cambiato, è perfettamente lo stesso, caro collega, perché quando il Governo pone la questione di fiducia come l’ha posta, è inutile poi, anzi è offensivo che venga a dire al Senato che può discutere liberamente. Il proposito dell’onorevole De Gasperi è di strozzare la discussione con questa questione di fiducia. Questa è la verità.  E nell’intento di accettare la pillola amara, nei giorni scorsi ci è stato detto con aria di rassicurazione: placatevi, c’è stata data l’assicurazione che non sarà sciolto il Senato. Signor  Presidente, bisogna parlarci chiaro su questo punto. Prima che la legge fosse portata qui, quando era ancora alla 1° Commissione, la stampa governativa e la così detta stampa indipendente fecero questa minaccia, questo ricatto sul Senato. Orbene noi diciamo con molta franchezza che questo baratto noi lo respingiamo per quanto ci riguarda. Preferiamo che il Senato muoia con dignità piuttosto che esso viva con infamia.

(Applausi dalla sinistra).

D’altra parte, signori, non è a noi che dovete offrire simili baratti con la propria coscienza; non a noi che abbiamo rinunciato a tanti anni di libertà fisica pur di mantenerci spiritualmente liberi. Comunque il Governo vuole accelerare i tempi e pone la questione di fiducia nel modo in cui l’ha posta per una legge che porta il nome dell’onorevole Scelba. Si tratta forse di una legge che dovrebbe dare lavoro e pane ai due milioni e più di disoccupati? Si tratta forse di una legge che dovrebbe dare una equa pensione alle vedove, agli orfani, ai mutilati ed invalidi di guerra? È forse una legge che riguarda le riforme di struttura contemplate dalla Carta costituzionale? No, niente di tutto questo. È una legge che dovrebbe creare una maggioranza artificiosa, così come vanno vagheggiando il partito democristiano ed i suoi parenti poveri. Questa legge incide sulla democrazia, perchè incide sul suffragio universale. I socialdemocratici non possono aver dimenticato la posizione che essi presero nel 1919, quando con Turati giustamente affermavano che chi è contro la proporzionale, obiettivamente, anche se in buona fede, si pone contro il suffragio universale, il quale si può manifestare e attuare nella sua pienezza solo con la proporzionale. L’onorevole Sauna Randaccio relatore di maggioranza, il volontario cireneo, che porta un po’ faticosamente la croce altrui, nella sua relazione orale alla la  Commissione, che io ebbi l’onore di ascoltare, ebbe a dire questo : « Non è vero che esser contro la proporzionale significa in ultima analisi esser contro la democrazia ». No, onorevole Sanna Randaccio, mettersi contro la proporzionale significa appunto mettersi contro la democrazia, sia pure inconsapevolmente ed è il caso, ad esempio, di onesti sostenitori del collegio uninominale, timorosi di abbandonare una tradizione ormai superata dai tempi. Questi concetti sono vecchi ; essi furono sostenuti proprio dai nostri colleghi della maggioranza e con molto calore nel 1923 : dall’onorevole Merlin, dall’onorevole Gronchi, dall’onorevole Cappa, dallo stesso onorevole De Gasperi ; furono sostenuti anche da lei, onorevole Piccioni, che fu a suo tempo un tenace proporzionalista.

Perchè oggi sostenete il contrario? Ricordate quello che allora con tanta passione sostenevate : la proporzionale toglie la lotta circoscritta agli interessi personali, agli interessi delle clientele, per elevarla in una sfera molto più alta, che è la sfera riguardante gli interessi collettivi, gli interessi del Paese, della Nazione. Se non vi fosse altra prova che la proporzionale è sinonimo di democrazia, basterebbe questa: che tutti i Governi, i quali hanno il proposito di trasformarsi in regime, la prima cosa che fanno è quella di colpire la proporzionale. Questo è avvenuto nel 1923 e questo sta avvenendo oggi, onorevole Piccioni. Per la proporzionale furono allora con noi, nel 1919 e nel 1923, i popolari, e ne ho già nominati alcuni, i quali intervennero in quei dibattiti, battendosi strenuamente per la proporzionale. E sarà utile ricordare che i socialisti sostennero nel 1919 la proporzionale, pur sapendo che avrebbero perduto dei posti. Filippo Turati, nel discorso che fece alla Camera il 6 marzo del 1919, disse precisamente che egli ed i suoi andavano ricevendo lettere da compagni di Milano, di Torino, della Liguria e dell’Emilia, i quali preoccupati avvertivano che il Partito socialista avrebbe con la proporzionale perduto dei seggi ; ebbene, l’onorevole Turati continuò, affermando che ciò non l’interessava, perché dal momento che la proporzionale avrebbe giovato alla democrazia egli ed i suoi l’avrebbero sostenuta pur sapendo di andare contro l’interesse del loro Partito. Perché non ricordano questo a se stessi i socialdemocratici di oggi?

Ma, voi oggi vi preoccupate solo dei seggi ed avete abbandonato tutte le istanze che allora sostenevate con Filippo Turati e con Claudio Treves al Parlamento italiano. Quanto vi siete allontanati della vostre origini! E non solo i popolari, anche i liberali sostennero la necessità della proporzionale.

Io ne voglio ricordare uno solo, un giovane  liberale dal forte ingegno e dal cuore puro, morto per opera del fascismo: Piero Gobetti. Egli sostenne la necessità della proporzionale, e tra l’altro ebbe ad affermare, in un suo interessante scritto, che la proporzionale aiuta la classe lavoratrice ad avanzare verso la direzione politica del Paese. Ecco la vera ragione per cui i governi nemici della classe operaia per prima cosa colpiscono la proporzionale ; perchè la proporzionale, come diceva il povero Piero Gobetti, aiuta la classe lavoratrice ad avanzare verso la direzione politica del Paese. Per queste ragioni, e non per altre, si ha la legge Acerbo, del 1923, la quale si presenta con le stesse formule vostre, signori. Non interessa il quorum ; non interessa il congegno, molto più equivoco e tenebroso il vostro di quello della legge Acerbo, interessano invece le finalità delle due’ leggi che coincidono. La legge Acerbo si prefiggeva di mettere al margine della vita politica italiana il movimento operaio italiano; dal 1923 ha inizio il regime fascista, perchè dopo il 1923, dopo cioè che il governo fascista si è trasformato in regime, e dopo che ha ottenuto l’artificiosa maggioranza prevista dalla sua legge, è proprio da quell’anno che si arriva alle leggi eccezionali, al tribunale speciale del 1923 ; e poi, galera, confino per tutti i nemici del regime fascista. E dove si è giunti in ultimo, signori, che mi ascoltate? Si è giunti al disastro per tutta la Nazione : alla guerra. Questa è la strada battuta dal fascismo. Ebbene, voi state seguendo la stessa strada. Vi furono degli uomini, come vi sono oggi — e bisogna ricordarlo — che allora rimasero sordi agli ammonimenti che sorgevano da parte socialista, specialmente per bocca di Filippo Turati, il quale nel 1923, discutendo la legge Acerbo e pronunciando il suo parere contro di essa, ebbe ad avvertire tutta l’Assemblea dei pericoli gravi che sarebbero derivati da quella legge. L’onorevole Sanna Randaccio, con molta ingenuità ebbe a dire davanti alla Commissione, che dovettero passare 20 anni per poter constatare tutte le gravi conseguenze della legge Acerbo. Orbene, il collega Italia, avrebbe dovuto concedere una attenuante, per lo meno, all’onorevole Acerbo, che non aveva dietro le spalle l’esperienza che adesso abbiamo noi, mentre quando dovrà apprestarsi a pronunciare un’altra requisitoria simile nei confronti di chi ha presentato questa legge, non dovrà più tener conto di quella attenuante, perchè ormai abbiamo l’esperienza che ci deve mettere sul chi vive, e ci dice quali sono le conseguenze che possono derivare dalla legge maggioritaria. Purtroppo l’ammonimento di Filippo Turati in generale cadde nel vuoto. Molti, allora come oggi, dicevano : « In fin dei conti, si tratta di una legge elettorale; perchè drammatizzare? Voi siete i soliti fanatici; voi create pericoli immaginari per portare acqua al vostro mulino». Ed abbiamo avuto una quantità di uomini della vecchia classe dirigente che finirono per assecondare il fascismo ed i suoi primi soprusi ; uomini della vecchia classe dirigente che per quieto vivere, per non perdere una carica ben remunerata, mirarono ad adeguarsi a questa situazione creata dal governo fascista; uomini che pure non avevano più nulla da chiedere alla vita ed avrebbero dovuto sentire solo il dovere di concludere la loro fatica politica nobilmente e non con infamia ; uomini della vecchia classe dirigente che assecondarono il fascismo pur di rimanere aggrappati alle loro estreme ambizioni come il vecchio sordido Shylok al suo maledetto denaro. E la triste vergognosa storia si ripete oggi. Vi sono nuovamente degli uomini che fanno tacere la loro coscienza e che per quieto vivere cercano mille pretesti per giustificare la loro debolezza di assecondare il Governo nella sua azione antidemocratica,

“Onorevoli colleghi, il nostro Presidente Paratore, commemorando Francesco Saverio Nitti con nobili parole, così concluse la sua commemorazione: « Uomini del Parlamento di oggi e del Parlamento di domani, nei momenti di incertezza ascoltateli». Voleva, cioè, ammonirci di ascoltare coloro che ci hanno lasciato, questi uomini che possono essere stati dei nostri avversari politici, ma che non hanno fatto mai transazione alcuna con la loro coscienza.

Ebbene, voglio ricordare proprio di Francesco Saverio Nitti, di quest’uomo tanto bestemmiato, il suo fermo atteggiamento in tre circostanze, in cui con fierezza per tre volte seppe dire di no. Disse no al fascismo e si vide la casa invasa dai fascisti, i suoi libri dispersi e costretto a prendere la via dell’esilio; disse no ai tedeschi e pagò un altissimo prezzo: la via della deportazione; disse no al Partito di maggioranza e gli costò insulti e l’ostracismo. Eppure questo vecchio giunto ormai al tramonto della sua vita, avrebbe avuto il diritto di vivere gli ultimi suoi giorni tranquillamente; invece respinse da sé questa seduzione, perché ciò avrebbe importato da parte sua una transazione con la propria coscienza. Egli non volle transigere con se stesso. (Applausi dalla sinistra).

Questo è l’esempio che ci ha lasciato Francesco Saverio Nitti. Devo subito osservare che noi prendiamo atto dell’invito del Presidente Paratore, ma dobbiamo correggerlo. Egli infatti ha detto: «ascoltateli» è giusto invece che si dica: «ascoltiamoli» questi vecchi che ci hanno dato esempio di rettitudine. (Applausi dalla sinistra).

Signori, chi potendolo non impedisce un’azione disonesta è colpevole quanto chi l’azione disonesta consuma. Voglio ricordarvi quello che ebbe a dire l’onorevole Acerbo rispondendo come relatore della legge ai suo i critici.

Ascoltatemi, voi che oggi sostenete la legge Scelba: «Questa proposta – disse allora Acerbo – fu esaurita, studiata, vagliata ed infine approvata dai maggiori rappresentanti di questa Camera, in cui sono uomini che hanno tutto il diritto di essere considerati come i rappresentati delle idee e della dottrina liberale, come custodi fedeli delle basi costituzionali del nostro Paese». Aveva ragione l’onorevole Acerbo, infatti il governo Mussolini voleva un avallo per poter contrabbandare quella sua legge antidemocratica e lo ebbe proprio dagli esponenti del movimento liberale, da coloro cioè che avrebbero dovuto opporsi a quella legge per difendere la loro ideologia, la loro dottrina.

Signori, il Governo De Gasperi si assume una grave responsabilità presentando questa legge, ma altrettanto grave , e direi, maggiore, è la responsabilità di coloro che potendosi opporre ad essa non si oppongono, per cui domani il Governo potrà dir e quello che in ultima analisi, con altre parole, disse a su o tempo l’onorevole Acerbo: «Perché non mi avete fermato su questa strada che consideravate una strada che portava contro la Costituzione e la democrazia?».

Ecco ciò che il Governo potrà un giorno dire a sua giustificazione . Domani, voi socialdemocratici , liberali, repubblicani, che non vi opponete oggi a questo atto antidemocratico ed anticostituzionale sarete i responsabili di non aver fermato il Governo su questa strada pericolosa per la democrazia, per la Costituzione e per gli interessi dell’intera Nazione.

Voi non vi opponete perchè vi preoccupate soltanto di una cosa, di aver e qualche seggio in più al Parlamento e perciò venite a transazioni con la vostra coscienza. Ai socialdemocratici voglio in proposito ricordare un ammonimento di Filippo Turati, che io ho amato con cuore di figlio e che, quando ne appresi la morte, in carcere, piansi, come avevo pianto alla morte di mio padre; Filippo Turati, dicevo, nel suo discorso del 3 marzo, rivolgendosi a coloro che dicevano che con la proporzionale i socialisti avrebbero perduto dei seggi, rispose sdegnoso: «Ma queste sono miserie! Io sento lo sdegno di rincorrere queste miserabili falene sotto il grande Arco di Tito della storia contemporanea, qui veramente converrebbe che ogni viltà fosse morta. Io vedo il mio Partito minacciato con la proporzionale nella mia Milano, l’ho già detto: ma mi schiaffeggerei da me stesso davanti allo specchio se questo influisse sulla mia opinione ». Ora non vi dico di mettervi allo specchio, perché altrimenti dovreste schiaffeggiarvi lungamente, o socialdemocratici, perché a voi premono soltanto i seggi, non la vostra coscienza di socialisti, non le vostre opinioni. È precisamente questa la ragione che vi spinge ad assecondare il Governo democristiano in questo suo atto antidemocratico.

sentito dire da alcuni di voi a giustificazione di questa legge — per la pace. Signori, badate che se voi doveste ottenere la maggioranza artificiosa contemplata da questa legge, noi avremmo ragione di vedere anche in pericolo l’articolo 78 della Carta costituzionale. Vi è già un Paese, che fa parte della N.A.T.O., l’Olanda, che ha cancellato dalla sua Carta costituzionale un articolo simile all’articolo 78 della nostra Costituzione, e adesso in quell Nazione lo stato di guerra può essere dichiarato dal potere esecutivo e non più dal Parlamento. Sicché se domani, per dannata ipotesi, ripeto, una maggioranza così come voi agognate dovesse veramente verificarsi, noi potremmo vedere in pericolo anche l’articolo 78 della nostra Costituzione e quindi potremmo veder minacciata la pace del nostro popolo. Signori, noi abbiamo ragione di essere preoccupati per quanto riguarda la situazione internazionale, perché constatiamo che il Governo dell’onorevole De Gasperi sempre più si va legando alla politica bellicista del Dipartimento di Stato.

Badate, che non siamo solo noi a preoccuparci di questo. Abbiate la bontà di leggere i giornali di destra francesi ed inglesi, e constaterete la reazione dell’opinione pubblica di quei Paesi contro l’atteggiamento assunto in questi giorni dal Dipartimento di Stato, la reazione violentissima soprattutto della stampa inglese contro il Dipartimento di Stato perché, approfittando del lutto in cui è stato gettato il popolo sovietico, mentre tutto questo popolo in lacrime, angosciato, era intorno alla salma e al ricordo del suo capo, esso lanciava attraverso le sue radio l’appello sedizioso all’armata rossa perché si ribellasse.

Questa è la politica dei corvi del Dipartimento di Stato! Giustamente la stampa inglese si preoccupa di tale atteggiamento voluto da Eisenhower e da Foster Dulles, perché intuiscono che esso può portare verso la guerra. Abbiamo ragione, quindi, di essere preoccupati anche noi, signori, soprattutto dopo la deneutralizzazione di Formosa, dopo la minaccia del blocco contro la Cina. È chiaro che i pericoli di guerra sono aumentati ed è chiaro che se, per dannata ipotesi, mercè la legge – truffa, si verificasse la maggioranza docile e massiccia che voi sognate, sarebbe per il nostro Paese veramente in gioco ed in pericolo la pace. Quando voi poi dite, per giustificare questa legge, che essa gioverà alla Patria ed alla sua sicurezza, dimenticate che con questa legge voi scaverete sempre più profondo il solco che divide in due il nostro Paese. Se voi volete veramente avere la sicurezza della Patria, dovete prima di tutto saper realizzare l’unità nazionale. Ma con una legge simile voi non realizzerete l’unità nazionale, bensì renderete più aspri ed acuti i contrasti interni.

Orbene, su questi pretesti voi avete realizzato i così detti collegamenti, signori. Se vi è qualcosa di ibrido, di contronatura, è precisamente il collegamento dei piccoli Partiti con la Democrazia cristiana. Ai Partiti minori — e precisamente i socialdemocratici ed i liberali (e non se ne abbia a male l’amico Macrelli se non prendo in considerazione il suo minuscolo Partito) — rivolgerò una domanda: perché, se vi siete apparentati con la Democrazia cristiana, non vi trovate anche al Governo con essa? Dal momento che voi vi apprestate a dividere i seggi insieme alla Democrazia cristiana, perché non ne dividete anche le responsabilità di Governo?

Badate che apparentarsi, collegarsi con un Partito – è molto più impegnativo che collaborare con lo stesso Partito al Governo: collegarsi nel campo elettorale, per una lotta elettorale, con un Partito, significa impegnare la propria ideologia, la propria dottrina, mentre collaborare al Governo significa solo mettersi d’accordo per un programma contingente da realizzar e senza impegnare la propria dottrina . Dal momento che voi avete fatto il passo più grave, perché non avete fatto l’altro di minore gravità di andare al Governo? Lo sappiamo il perché: voi volete ripetere il giuoco sleale dinanzi al corpo elettorale, ed anche dinanzi ai vostri padroni, che avete fatto durante la lotta elettorale, nella quale voi eravate apparentati con la Democrazia cristiana e nonostante questo andavate combattendo questo Partito; vi scagliavate contro la sua politica in tutti i comizi. Ed allora abbiamo ragione di chiedervi su che cosa riposano i vostri collegamenti. Riposano veramente su un comune programma politico? Su una comune ideologia? No, essi riposano semplicemente sull’odio contro di noi e sulla bramosia di arraffare seggi a nostro danno. Questo è l’inganno che voi consumate o che almeno tentate di consumare nei confronti del corpo elettorale italiano. Sentite, o signori, che cosa ebbero a dire di voi i liberali nel 1951. Uno che fu Ministro dell’onorevole De Gasperi, il ministro Giovannini, ebbe a scrivere : «I dissensi del Partito liberale italiano sono determinati dall’atteggiamento assunto dalla Chiesa in occasione della attuale campagna elettorale. È pericoloso confondere la religione con la politica, in quanto uno scacco subito in questo ultimo campo, si ripercuoterebbe anche in quello religioso». I liberali di Roma, nel 1951, votarono all’unanimità un ordine del giorno, in cui affermavano ancora una volta che a giustificare l’opposizione del Partito liberale «nuovi e più gravi motivi si erano aggiunti nei settori della politica interna, estera, scolastica e finanziaria contro il Governo». Vi è poi il famoso discorso del vostro amabile segretario, onorevole Sanna Randaccio: l’onorevole Villabruna. Questo vecchio, brillante avvocato del foro di Torino, giunto sulla soglia della vecchiaia, si è dato alla politica e sulle sue gracili spalle grava la responsabilità di un Partito che è già stato di Cavour, di Sella, di Giolitti, di Nitti, di Orlando. L’onorevole Villabruna, in un suo discorso pronunciato a Forlì il 19 marzo 1951, disse delle cose, onorevole Piccioni, nei vostri confronti, che non sono tanto cortesi. Volete ascoltarle con me? «Abbiamo provato – è l’onorevole Villabruna che parla – il gusto che si prova a stendersi sul talamo della Democrazia cristiana, e ne abbiamo avuto abbastanza. Restare al Governo voleva dire indossare la livrea del servitore e subire la tracotanza della Democrazia cristiana”. Il guaio è, onorevole Sanna Randaccio, che le passioni senili sono tenaci, e nonostante gli affronti patiti si ritorna agli antichi amori e così l’onorevole Villabruna è ritornato a stendersi sul talamo della Democrazia cristiana.

Continuava l’onorevole Villabruna: «Il problema del Partito socialista dei lavoratori italiani e dell’uscita dal Governo, dimostra che i Partiti minori cercano di evadere dalla prigione in cui li ha chiusi la Democrazia cristiana. La Democrazia cristiana è il Partito-carcere, è l’anticamera del totalitarismo». Questo ebbe a dire l’onorevole Villabruna, e adesso il suo Partito, dietro la sua spinta, si è nuovamente apparentato con la Democrazia cristiana. Ditemi voi se tutto questo non è osceno, sleale e disonesto! Vedete, la strada giusta ve l’aveva indicata un uomo di vostra parte, un uomo che è sempre stato contro di noi, per lo meno contro le nostre ideologie ed istanze sociali : il professor Jannaccone, il quale, nei suoi brillanti articoli su un giornale di Torino – e l’ha ripetuto sotto altra forma stamane – ebbe ad indicare a voi liberali la giusta posizione da assumere: vi ha detto di rimanere staccati dalla Democrazia cristiana, di presentarvi soli col vostro programma, con la vostra ideologia. Se il saggio consiglio aveste accettato, indubbiamente intorno alle vostre insegne si sarebbero stretti tutti coloro che, pur non essendo con noi, tuttavia sono contro la Democrazia cristiana per la sua invadenza e per il suo strapotere e voi avreste potuto rappresentare ancora nobilmente l’eredità del primo Risorgimento, e cioè il pensiero liberale, questo patrimonio ideale che invece avete gettato alle ortiche per qualche seggio in Parlamento. Questa è la dolorosa e disgustosa verità.

L’onorevole Frassati, stamane, ha detto una cosa con una certa malinconia: «Parlando da liberale, io sono solo perché non ho nessuno qui dei miei amici di Partito. Sono solo con la mia coscienza». Ebbene, io dico all’onorevole Frassati che colui che è con la propria onesta coscienza non è mai solo. Io non mi sono mai sentito solo nella mia cella dell’ergastolo di Santo Stefano, perché ero con la mia coscienza onesta, che non avevo mai voluto mutilare. Saranno, o almeno si sentiranno, sempre soli spiritualmente, perché non avranno mai un pensiero proprio, coloro che hanno rinunciato all’indipendenza della loro coscienza per mettersi al servizio del Partito più forte, e questo, lo ripeto, non più per un piatto di lenticelle perché col mutare dei tempi mutano anche i prezzi dei tradimenti; oggi il prezzo del tradimento non è più un piatto di lenticchie, bensì qualche poltrona in Parlamento o al Governo.

Che dire, poi, dei social-democratici? Presero anche essi, durante la lotta per le elezioni amministrative, un atteggiamento deciso contro la Democrazia cristiana. Ricordo quello che ebbe a scrivere l’onorevole Romita su «La Stampa » il 24 marzo 1951: «Noi dobbiamo finirla con questa alleanza con la Democrazia cristiana, perché dobbiamo toglierle questa maschera, onde costringere la Democrazia cristiana a venir fuori con il suo vero volto». Ebbene, spezzando questo sistema di alleanze, scriveva allora l’onorevole Romita, si vedrà finalmente «la Democrazia cristiana dichiararsi per quella che è, per quello che vuole fare ». Continuava poi : «Il Governo che è sorto dal 18 aprile, nonostante la buona volontà e gli sforzi dei Ministri socialisti, non ha avviato a soluzione i problemi internazionali, non ha sanato il bilancio dello Stato, non ha evitato il pericolo dell’inflazione, non ha superato la generale crisi economica per cui la disoccupazione è diventata un fatto endemico e permanente, non ha conseguito la pacificazione interna, non ha evitato i dolorosi eccidi fra i proletari». E dopo queste dichiarazioni, vediamo l’onorevole Romita apparentarsi con la Democrazia cristiana. Vi è poi, di recente, un articolo, onorevole Piccioni, molto importante dell’onorevole Saragat, che risale al 12 febbraio del 1953 scritto su «Le Peuple» di Bruxelles in cui egli cerca di giustificare l’apparentamento del suo Partito con la Democrazia cristiana, perchè indubbiamente si sente in colpa, scrivendo fra l’altro: «Il dovere dei social-democratici italiani sarebbe quello di condurre una lotta implacabile contro gli altri Partiti di origine borghese incapaci di dare una soluzione efficace ai bisogni della classe operaia. Ma per far questo dobbiamo consolidare il regime repubblicano”.

Bel modo di consolidare il regime repubblicano alleandosi con la Democrazia cristiana contro il movimento della classe operaia italiana. Ma preme rilevare che l’onorevole Saragat parlando «di Partiti di origine borghese» si riferisce anche a voi, o democristiani. E adesso i social-democratici cercano di far ricadere su di noi la colpa di questo loro atteggiamento, affermando che non si sarebbero collegati alla Democrazia cristiana se noi avessimo denunciato il patto che ci unisce ai comunisti. Ma questo è un alibi meschino, onorevole Romita, e lei lo sa che è un alibi che non regge e sa benissimo che anche se non esistesse il patto di unità di azione, avremmo seguito la politica che abbiamo fatto fino adesso, perchè noi, indipendentemente dal patto di unità di azione ci siamo trovati in esilio con i comunisti, in carcere con loro, al confino con loro, in Spagna con loro, nella guerra di liberazione con loro, nelle lotte sostenute dai braccianti e dagli operai, con loro nella presente lotta. Non di colpa, signori, ma di merito si deve parlare. Vi è un merito sia da parte nostra che da parte dei comunisti, quello cioè di rimanere a fianco della classe operaia. Se per caso, voi social-democratici, foste vicini alla classe operaia, noi saremmo al vostro fianco, nonostante i passati e recenti contrasti; se voi in un momento di rinsavimento doveste ammainare la bandiera che avete issata sulla roccaforte della Democrazia cristiana e la piantaste nel settore della classe operaia noi ci batteremmo anche per la vostra bandiera. Quindi il patto di unità di azione per se stesso non conta nulla, conta la politica che dobbiamo fare e voi ci insegnate che per ogni socialista l’esigenza da tenere sempre presente è quella che riguarda l’unità della classe operaia. Ma, ditemi, qual’è oggi l’unico ostacolo che si .frapponga ancora allo strapotere del Governo e del Partito dominante; qual’è l’ostacolo che ancora sbarri loro il cammino? Sono i cinque milioni e più di operai, di lavoratori organizzati nella Confederazione generale italiana del lavoro. E voi, socialdemocratici, proprio voi ci invitate a spezzare, ad annullare quest’unico ostacolo sul cammino delle forze clericali e conservatrici. Per il solo fatto di invitarci a spezzare l’unità della classe operaia dimostrate di non essere più socialisti. Vorrei, in proposito, ricordarvi quel che ebbe a dire il vostro leader quando era ancora con noi. Allora l’onorevole Saragat ragionava con coscienza di socialista, guidato anche dalla sua preparazione marxista. Era presente anche l’onorevole Romita e certo non può aver dimenticato quelle affermazioni molto interessanti : «Se domani per una ragione qualsiasi questa alleanza tra socialisti e comunisti dovesse rompersi, io dico che ciò sarebbe cosa tragica; se indipendentemente dalla nostra volontà avvenisse una scissione tra i Partiti della classe operaia, intorno al Partito socialista si polarizzerebbero le forze della reazione». Quale facile profeta è stato per voi e per se stesso l’onorevole Saragat. «Questo noi socialisti – è sempre Saragat che parla- non lo permetteremo mai, perché sarebbe ben più della fine della nostra politica; sarebbe la fine del popolo italiano, sarebbe il trionfo di un nuovo fascismo»: questo affermava allora l’onorevole Saragat. Noi non soltanto l’affermiamo tuttora, ma lo sentiamo perché non vale affermare un principio, se non si sente, e forse l’onorevole Saragat quando faceva quelle affermazioni non doveva sentirle. Quest’unità della classe operaia è un’esigenza che sentiamo profondamente. È una esigenza che si inserisce nella tradizione socialista italiana che noi e soltanto noi rappresentiamo.

Ed è vano da parte vostra dire che siete voialtri a rappresentarla, perché ciò che vale, in proposito, è il consenso delle classi lavoratrici e voi non potete fare a meno di constatare che il consenso intorno al nostro Partito e alla nostra bandiera va sempre più aumentando, mentre l’onorevole Romita ha dovuto constatare al congresso di Bologna prima e al congresso di Genova poi che il vostro Partito va sempre più perdendo contatto con la classe operaia. La realtà è questa, che voi non avete una base operaia. Non basta qualche operaio che ha abbandonato il fronte della classe operaia per venire da voi o per andare in altri Partiti per dare una consistenza socialista. È necessario che il Partito affondi le sue radici in seno alla classe operaia. Invece le vostre radici sono affondate in seno alla Democrazia cristiana e alle forze clerico-conservatrici. Non regge, poi, il pretesto da voi avanzato e cioè che state con la Democrazia cristiana per evitare che sbandi a destra. Orbene, io vi chiedo: ma più a destra di così?

È vero, la Democrazia cristiana, quando voi eravate al Governo, ha la responsabilità dei fatti di Melissa e di Modena; però anche su di voi pesa questa responsabilità perché allora eravate al Governo con l’onorevole Scelba. V’è di più: la Democrazia cristiana presenterà con voi le leggi liberticide . Inoltre l’onorevole De Gasperi vi ha avvertito all’altro ramo del Parlamento, quando si trattava di votare la legge che oggi stiamo esaminando qui, che la Democrazia cristiana potrà allearsi anche con Partiti di estrema destra. Egli ha detto: «Oggi i quattro Partiti che si possono chiamare democratici senza riserve sono quelli che io ho già nominato, cioè voi (indica il settore centro- sinistra). Domani ve ne possono essere degli altri verso sinistra e verso destra. Sono pronto ad accettarli».

Ecco già prospettata l’eventuale alleanza coi monarchici e anche forse con i missini

Dunque l’onorevole De Gasperi ha ammesso con molta lealtà di fronte ai suoi parenti poveri che può allearsi anche con la destra.

Onorevole Riccio, qui io l’aspettavo. Lasciamo stare gli scherzi di cattivo genere che potete fare ai social-democratici e ai liberali, ma non li potrete fare a noi.

Io non ipoteco il futuro e dico subito con franchezza che se voi aveste veramente il proposito di modificare la vostra politica estera, di voler fare una politica di pace e l’interesse della classe lavoratrice italiana, non considerando come dei fuori legge coloro che hanno fatto il secondo Risorgimento italiano, se voi voleste prendere atto di questa unità della classe operaia italiana, noi potremmo riprendere il discorso che venne troncato nel 1947. Queste sono le nostre condizioni. Non vi aspettate altro. Voi siete stati viziati dai vostri parenti poveri, i quali pongono tutto in termini di «poltrone» mentre noi mettiamo tutto in termini di coscienza e di fede. Questa è la differenza. (Vivi applausi dalla sinistra).

Vedete, il ragionamento che ci fanno i social-democratici di oggi e cioè che si deve prendere atto che il Partito dominante, la Democrazia cristiana, è un dato di fatto che non si può ignorare e che quindi bisogna inserirci in esso per salvare il salvabile, questo stesso ragionamento nel 1926 ci fu fatto da un uomo che è tra di voi, social-democratici, un vecchio che ha speso la sua inutile vita tra compromessi e tradimenti. Costui venne a Parigi per invitarci a lasciare l’esilio, a ritornare in patria per inserirci nel regime fascista, prendendo atto della realtà che esso ormai rappresentava. Egli ebbe la lezione che si meritava da un giovane socialista. Alcuni di noi vennero in Italia, ma clandestinamente e finirono in carcere. E adesso lo stesso ragionamento disonesto, lo fate a proposito della Democrazia cristiana. È l’animo vostro antico; e non venite, dunque, a riproporci i vostri inviti che respingiamo sdegnati. (Approvazioni dalla sinistra).

Comunque, questa è la compagnia, onorevole Scelba, la compagnia che vorrei definire con termini danteschi, ma io non voglio inasprire gli animi. Questa è la compagnia che è unita solo dal proposito di dividere i seggi altrui.

Questa è la compagnia della legge dell’onorevole Scelba ed è chiaro che, se costoro dovessero per caso avere la maggioranza nelle prossime elezioni, la democrazia italiana verrebbe a trovarsi in una situazione veramente grave. Noi più di una volta vi abbiamo avvertiti, signori del Governo, di tutti i pericoli, di tutte le conseguenze che potranno derivare da questa vostra politica. Ve lo abbiamo già detto all’inizio che la strada su cui voi vi siete messi è la strada già percorsa dal fascismo in fondo alla quale sta la rovina per voi, per noi e per tutto il popolo italiano. Se soltanto si trattasse delle sorti dei nostri Partiti poco conterebbe, ma noi sentiamo che è in giuoco qualcosa di più, qualcosa che conta di più dei nostri Partiti: si tratta del popolo lavoratore che sta fuori di queste mura, si tratta della Nazione, della Patria! Signori, voi vi accanite nel vostro proposito di arrestare il cammino della classe operaia italiana; ma per far questo dovreste essere capaci di arrestare il corso della storia. Badate che non si può fermare la ruota della storia! Chi già nel passato ha tentato di afferrare i raggi di questa ruota per fermarla, è rimasto stritolato. Già altri hanno tentato questa esperienza. Nulla dunque vi insegna il passato, onorevole Piccioni? Nulla vi insegna la storia? Non v’insegna nulla ciò che è già accaduto nel nostro Paese e che è culminato in un crescendo tragico col fascismo e con la guerra che è stata la rovina per tutti? Nessuno è riuscito a fermare l’ascesa della classe operaia italiana. E noi siamo certi, onorevoli colleghi, che nonostante questa vostra legge truffa, nonostante gli inganni, le sconfitte, le soperchierie che ancora potrete infliggerci, la disfatta definitiva sarà vostra, sarà dei nemici della classe operaia italiana! (Vivi applausi dalla sinistra).

Questa è la nostra certezza, non più la nostra speranza, come dicevo commemorando Giuseppe Stalin in quest’Aula. Non è più la speranza che ci sospinge nella lotta, è la certezza. Voi dovete credere a noi, che abbiamo fatto i capelli bianchi nei sacrifìci per la nostra fede, dovete crederci, quando vi diciamo che la nostra fede è vigorosa come la fede dei primi cristiani. Ed è precisamente questa fede, che nonostante le delusioni, gli scacchi elettorali, i soprusi che ancora potremo patire, ci dà la ferma certezza sul divenire della classe operaia italiana! Di questo siamo certi. Ma noi vorremmo che la classe operaia attingesse la sua mèta suprema senza lasciare dietro di sé rovine, lacrime, sangue. È una menzogna che lanciate contro di noi quando dite che siamo per il « tanto peggio, tanto meglio ». Potete farne testimonianza voi, colleghi Cadorna, Parri e Merzagora: noi ci siamo trovati in una situazione incandescente con le armi in pugno, nel 1945; se fossimo stati per il «tanto peggio, tanto meglio» avremmo seguito ben altra strada; ma comprendemmo che sarebbe stata la rovina per tutti ed in quei gravi momenti ci ha guidato saggezza, Carità di Patria, non spirito di vendetta, e neppure quelli che potevano essere i nostri giustificati risentimenti. Una cosa vogliamo dirvi : non ripetete l’errore fatto dal fascismo il quale, tra molte colpe, commise pure quella di accumulare nell’animo del popolo italiano risentimenti su risentimenti. E l’animo di un popolo, signori, è come un vulcano che può rimanere apparentemente spento per generazioni intere, maturando, però, la sua eruzione nelle sue viscere e poi quando esplode, signori, travolge quello che deve travolgere. Ora io vi esorto per carità di Patria, perchè ho avuto una esperienza grave, che è l’esperienza della lotta contro il fascismo e della guerra di liberazione e so che cosa vuol dire l’animo di un popolo esasperato per le lunghe prepotenze sofferte. Ecco perchè ancora una volta noi, da parte nostra, leviamo un appello che voi non avete compreso, l’appello alla distensione fra il popolo italiano, quello che non dovete avvilire mettendolo in rapporto con una nostra eventuale collaborazione al Governo.

Noi, elevando questo nostro appello, abbiamo a cuore le sorti del Paese. Voi rimarrete nuovamente sordi ad esso, lo respingerete senza comprendere l’animo che lo eleva. Non ci interessa, signori. Sappiamo che al di sopra ed al di là di voi, onorevole Piccioni e signori del Governo democristiano, al di sopra ed al di là di questa legge truffa, al di sopra ed al di là di ogni vostro inganno, sta il popolo lavoratore italiano con le sue ansie ed aspirazioni, con la sua molta miseria e con la volontà di lavoro, di pane e di pace . Ed è a questo popolo, onorevole Piccioni e signori avversari, che noi lanciamo il nostro appello, sicuri che un giorno sarà raccolto!

(Vivissimi applausi dalla, sinistra. Moltissime congratulazioni).

 

Atti Parlamentari — 39354
Senato della Repubblica 1948-53
CMLVI – I^ seduta discussioni 10 marzo 1953

Piero Gobetti e
la “sinistra mai nata”  

Piero GobettiLeft, il settimanale allegato alla nuova Unità, in un numero di qualche tempo fa, ha pubblicato un articolo di Elisabetta Amalfitano, intitolato “La sinistra mai nata”; l’articolo è la presentazione di un numero monografico di “Critica Liberale” dedicato a Piero Gobetti, l’”intellettuale torinese dimenticato dalla ‘gauche’ italiana”. Secondo la Malfitano, il direttore della rivista, Enzo Marzo, nell’introduzione al numero monografico induce a pensare che uomini come Gobetti, il cui impegno era quello di organizzare un’opposizione al fascismo, siano stati messi a tacere, salvo poi venire “risuscitati”, dopo la guerra e la sconfitta del fascismo, “per essere trasformati in miti, una volta che il loro pensiero era stato manipolato se non addirittura occultato”.

E’ stato questo il destino che ha coinvolto molti pensatori antifascisti, tra i quali Piero Gobetti, che si caratterizzava per “essere un socialismo liberale, non marxista, e dunque sempre osteggiato dai comunisti, perché troppo di destra, e dai ‘liberaloidi’ perché troppo di sinistra”. La conseguenza di tale stato di cose ha comportato che in Italia non sia stato possibile costruire un’altra sinistra, che avrebbe potuto costituire una valida alternativa a quella riconducibile all’illibertario “socialismo reale”. E’ rimasto così un “grande vuoto”, che “mette in risalto la tragedia del nostro Paese”; oggi, perciò, s’impone l’urgenza di colmare quel vuoto che, secondo Marzo, non può essere colmato con il silenzio, ma con l’impegno della cultura politica di tutta la sinistra laica, moderna, democratica, liberalsocialista a fare “i conti seriamente con la storia e la modernità”, al fine di mettere in campo una propria classe dirigente all’altezza dei problemi che affliggono da tempo il Paese.

Viene subito spontanea una domanda: gli scritti di Gobetti possono realmente costituire un punto di partenza per l’elaborazione di un pensiero socialista, riformista e democratico, che possa essere assunto a fondamento di un’azione politica per la modernizzazione del Paese?Dalla lettura degli scritti di Gobetti si ricava l’impressione che molte siano le contraddizioni che in essi possono essere rinvenute: egli si proclamava difensore della libertà e dell’autonomia individuale, ma si appellava ad un metodo, la lotta di classe e l’uso della violenza, che facevano “strame” della libertà e dell’autonomia di giudizio individuale da lui auspicate; ancora, rinveniva nel capitalismo il motore della modernità e del progresso, con una tale enfasi da fare invidia ai corifei moderni del “turbocapitalimso” mondializzato; egli riteneva che la concorrenza economica avesse la stessa natura della concorrenza tra le classi sociali e fosse la condizione per il funzionamento ottimale dei sistemi sociali moderni; infine, rinveniva nel capitalismo di ogni singolo sistema sociale la spinta utile per consentire al mondo di diventare “globalmente capitalista”.

Inoltre, Gobetti trovava nella logica sottostante la circolazione delle élite di Vilfredo Pareto e di Gaetano Mosca il meccanismo idoneo a favorire il rinnovamento nel tempo della classe politica, senza considerare che, sia Pareto che Mosca, avevano elaborato la loro teoria, con riferimento ai sistemi a democrazia liberale, a sostegno del loro assunto secondo cui in tali sistemi si verificava un processo di “selezione avversa”, nel senso che, al di là dei cambiamenti esteriori, serviva solo a riprodurre gli stessi rapporti di potere che i cambiamenti avrebbero dovuto consentire di superare. Si deve ancora osservare che nell’elaborazione del suo pensiero Gobetti, contraddittoriamente rispetto ai fini che si prefiggeva, ha scelto come suo paradigma di riferimento, il pensiero di Cattaneo e Cavour, in luogo di quello di Mazzini, ignorando la circostanza che il Genovese sia stato l’unico a porre senza compromessi, a differenza dello stesso Cattaneo e soprattutto di Cavour, il problema della libertà, non in termini idealistici, astratti o depotenziati, ma in termini concreti e reali.

Gobetti non ha tenuto nella debita considerazione che Mazzini rifiutava il costituzionalismo liberale, perché lo considerava largamente “al servizio” di un sistema sociale classista, censitario, conflittuale e privo di ideali autenticamente innovatori che potessero consentire la traduzione del repubblicanesimo da ideologia in struttura organizzativa dello Stato. Nell’elaborazione del suo pensiero libertario Mazzini, tenace difensore del repubblicanesimo istituzionale e della democrazia, lottava per la parità tra gli uomini e l’abolizione di ogni forma di dominio degli uni sugli altri; attribuiva uguale valore alla libertà ed all’eguaglianza politica e, in questa prospettiva, intendeva il repubblicanesimo come strumento per porre, sempre, nell’organizzazione istituzionale del sistema sociale, l’accento sulla prevalenza dell’interesse generale rispetto a quello individuale.

Il repubblicanesimo di Mazzini implicava anche che, sia la “libertà in negativo”, che la “libertà in positivo”, fossero fruite dai soggetti nella consapevolezza di non trovarsi in una condizione di dipendenza; in altri termini, che le due forme di libertà si accompagnassero a una totale indipendenza dei singoli dall’influenza di qualsiasi condizionamento esterno. Ciò perché, affermava Mazzini, sin tanto che tutti i singoli soggetti fossero stati impediti di godere autonomamente della propria libertà, essi avrebbero continuato a conservarsi atrofizzati, costretti alla rassegnazione e a non poter sviluppare tutte le loro potenzialità.

Strettamente legata al repubblicanesimo mazziniano era la democrazia; questa per Mazzini era un’esigenza irrinunciabile, che doveva portare tutti i soggetti del sistema sociale verso una vita meno gravida di ingiustizie e di diseguaglianze. Non era certo una rivoluzione quella che Mazzini evocava, allorché parlava di democrazia e di repubblica; queste non implicavano per lui atti violenti, ma l’esigenza di favorire un moto di ascesa delle classi popolari desiderose di prender parte alla vita politica, fino ad allora riservata a pochi gruppi sociali privilegiati.

Alla luce delle osservazioni sin qui svolte, appare evidente che, se l’intento era quello di tracciare le linee prospettiche per un’azione di rinnovamento del sistema sociale italiano, coerentemente Gobetti non avrebbe dovuto riferirsi al pensiero di Cattaneo o di Cavour, ma a quello di Mazzini, elaborando un “pensiero socialista” alternativo a quello allora prevalente; poiché ciò non è avvenuto, tutti i tasselli dell’impianto della sua “rivoluzione liberale”, accostando spesso concetti che si negano reciprocamente, altro non sono stati, come è stato autorevolmente osservato, che una proposta complessiva ricca di contraddizioni, anche se coinvolgente sul piano ideologico, in grado di favorire alleanze politiche utili a mobilitare l’opposizione al fascismo, ma destinata ad esaurirsi con la fine della dittatura. Esattamente ciò che è avvenuto.

Ciò non toglie che a Gobetti, morto anche a causa della violenza fascista, vada riconosciuto il merito d’essere stato un integerrimo oppositore di chi, dopo il primo conflitto mondiale, ha negato la libertà e l’autonomia di giudizio agli italiani. Egli ha realizzato il suo intento politico con un tale impegno ed una tale perseveranza, che gli sono valsi il giusto riconoscimento di “arcangelo del liberalismo”, sino a divenire un punto di riferimento per tutti i libertari. Tuttavia, pur con tutto il rispetto che si deve alla sua azione e al suo esempio, si deve anche riconoscere che le molte contraddizioni della sua elaborazione intellettuale e i molti accostamenti di concetti tra loro contraddittori rendono problematica l’individuazione nella figura di Piero Gobetti di un “autentico genio della filosofia politica ed economica” utile a dare fondamento ad un autentico pensiero socialista democratico e libertario.

Gianfranco Sabattini