LE PAROLE SONO IMPORTANTI

DRAGHI NON MOLLA PRESA, DECISO CONTRO RISCHI DEFLAZIONE

Gli economisti della Bce hanno ritoccato al ribasso le previsioni di crescita economica dell’area euro, mentre hanno confermato quelle sull’inflazione. Ora sul 2018 pronosticano un più 2 per cento del Pil, a fronte del più 2,1 per cento di tre mesi fa; sul 2019 un più 1,8 per cento invece del più 1,9 per cento, mentre sul 2020 hanno confermato l’attesa di un più 1,7 per cento. I dati sono stati rivelati dal presidente Mario Draghi, al termine del consiglio direttivo. Sull’inflazione hanno confermato la stima di un +1,7 per cento annuo su tutti e tre gli anni.

Tutto confermato come da attese sulla politica monetaria dell’area euro. La Banca centrale europea mantiene l’indicazione di dicembre come ultimo mese di acquisti netti di titoli di Stato, confermando anche la condizionalità dello stop al Quantitative easing al sopraggiungere di dati che confermino le prospettive per l’inflazione a medio termine.

Il principale tasso di interesse resta fermo a zero. La Bce ha anche mantenuto allo 0,25 per cento il tasso sulle operazioni marginali e al meno 0,40 per cento il tasso sui depositi custoditi per cento delle banche commerciali. Il Consiglio direttivo ha anche ribadito di continuare ad attendersi di tenersi su livelli pari a quelli attuali almeno nell’orizzonte dell’estate del 2019 e in ogni caso finché ciò sarà necessario.

Il presidente Mario Draghi, nella conferenza stampa esplicativa, riferendosi all’Italia ed alle dichiarazioni che hanno fatto innalzare lo spread, ha detto: “Negli ultimi mesi le parole sono cambiate molte volte e quello che ora aspettiamo sono i fatti, principalmente la legge di bilancio e la successiva discussione parlamentare. Purtroppo abbiamo visto che le parole hanno fatto alcuni danni, i tassi sono saliti, per le famiglie e le imprese anche se tutto ciò non ha contagiato granché altri paesi dell’Eurozona, rimane un episodio principalmente italiano. La Banca centrale europea si atterrà a ciò che hanno detto il primo ministro italiano, il ministro dell’Economia e il ministro degli Esteri, e cioè che l’Italia rispetterà le regole. Il mandato della Bce è la stabilità dei prezzi e il Qe è uno degli strumenti con cui lo perseguiamo. Non è nostro compito  assicurare che i deficit dei governi siano finanziati in qualsiasi condizione. Il Qe è ancora necessario per sostenere l’inflazione sono ancora necessarie misure di stimolo per via  dei rischi legati a protezionismo e turbolenze sui mercati  emergenti”.

Le dichiarazioni di Draghi, come sempre sono state coerenti e responsabili. Ma i rappresentanti dell’attuale governo italiano, continuano a parlare a ruota libera senza rendersi conto dei danni che stanno arrecando al Paese. Non ultimo l’incidente diplomatico tra Di Maio e Moscovici.

Il commissario europeo agli Affari economici e monetari, Pierre Moscovici, in una conferenza stampa a Parigi, ha lanciato un allarme affermando: “C’è un problema, che è l’Italia. Ed è proprio l’Italia il tema su cui voglio concentrarmi prima di tutto. L’Italia ha bisogno di riforme alla sua economia. Fermare le riforme e stampare moneta non è quello che salverà l’Italia. Quando dico che ho paura, è pensando agli anni Trenta del Novecento. Non c’è Hilter, ma se ci sono dei piccoli Mussolini è da verificare, in un momento in cui il suo Paese avrebbe più che bisogno della solidarietà europea. Quando dico che ho paura non sono paralizzato, ma bisogna reagire rafforzando la sovranità dell’Europa dinanzi alle minacce esterne”. Il commissario ha ricordato di essere figlio di un ebreo della Romania, venuto a cercare asilo in Francia.

Alle parole forti di Moscovici ha replicato il vicepremier  Luigi Di Maio: “Nel momento in cui abbiamo avuto un rapporto decente con un commissario Europeo, Gunther Oettinger, come al solito c’è un atteggiamento da parte di alcuni commissari europei che è veramente  inaccettabile, insopportabile. Dall’alto della loro Commissione Ue, addirittura si permettono di dire che in Italia  ci sono tanti piccoli Mussolini. Non solo non si devono permettere ma questo dimostra come queste siano persone scollegate dalla realtà. Questo governo ha il più alto consenso in Europa e viene trattato così da commissari e da una Commissione che probabilmente non esisterà più alle prossime elezioni europee. I cittadini europei manderanno a casa buona parte dell’establishment e degli Eurocrati. Mi dispiace sentire queste prese di posizione e questi giudizi ignobili contro l’Italia. Questi eurocrati si scontreranno con la realtà nelle prossime elezioni europee. A questi signori una lezione non verrà dal governo, perché noi incassiamo e li compatiamo anche un po’, una lezione arriverà dai cittadini italiani”.

Però, Moscovicì non ha tutti i torti: Di Maio ha sostituito la parola ‘plucratici’ di mussoliniana memoria con ‘eurocrati’.

Salvatore Rondello

Moscovici, l’Italia è un problema per l’Eurozona

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Passa la prima fiducia del governo Conte. L’Aula della Camera ha infatti approvato la fiducia sul decreto legge milleproroghe con 329 sì e 220 no. Gli astenuti sono stati 4. Il provvedimento, viste le modifiche, dovrà tornare in terza lettura all’esame di Palazzo Madama. Il decreto deve essere convertito in legge entro il 23 settembre. Il Partito Democratico ha fatto ostruzionismo per tutto il corso della discussione iscrivendo a parlare sugli ordini del giorno al testo tutti i suoi deputati. Una scelta che è piacuta a Forza Italia: “È inutile e svilisce la funzione del Parlamento e della stessa opposizione”, attacca il vice capogruppo Roberto Occhiuto. Ma il Pd rivendica la legittimità di proseguire con l’ostruzionismo, visto che la maggioranza ha “compresso” il dibattito, è la replica di Enrico Borghi. Ma al di là delle questioni di metodo lo scontro si concentra sul merito delle questioni. Dopo la battaglia sui vaccini, finita sostanzialmente con la proroga dell’autocertificazione e dunque con un rinvio e una non-decisione, l’attezione si è spostata sui tagli di oltre un miliardo alle periferie, che, nonostante le assicurazioni di Conte con l’Anci non sono stati ancora ripristinati.

Intanto dall’Europa l’Italia viene tenuta sotto osservazione. Pierre Moscovici, commissario europeo agli Affari economici, non ha usato mezzi termini per definire la situazione dei conti nel nostro Paese. Infatti per Moscovici, l’Italia rappresenta “un problema” per l’eurozona. Lo ha detto oggi nel corso di una conferenza stampa a Parigi, nel corso della quale ha sollecitato il nostro Paese a presentare “una legge di bilancio credibile”. “C’è un problema, che è l’Italia – ha affermato Moscovici – Ed è proprio l’Italia il tema su cui voglio concentrarmi prima di tutto”. “L’Italia – ha spiegato Moscovici – ha bisogno di riforme alla sua economia. Fermare le riforme e stampare moneta non è quello che salverà l’Italia”.

Pierre Moscovici “per la prima volta ha paura” davanti all’ondata populista che sta travolgendo l’Europa, “non c’è Hitler, ma dei piccoli Mussolini” ha scandito all’indomani del discorso sullo stato dell’Unione di Jean-Claude Juncker. A 250 giorni dalle elezioni per il rinnovo dell’Europarlamento, il commissario europeo agli Affari economici e monetari ne ha parlato “senza dubbio come le più decisive da quelle del 1979”, che furono le prime. “Quando dico che ho paura”, ha detto, è pensando agli anni Trenta del Novecento. “Non c’è Hilter”, ma se ci sono “dei piccoli Mussolini è da verificare”, ha sottolineato Moscovici, in un’allusione neanche troppo velata a Matteo Salvini, “il più nazionalista” dei ministro degli Interni, “in un momento in cui il suo Paese avrebbe più che bisogno della solidarietà europea”.

“Quando dico che ho paura – ha insistito il commissario, ricordando di essere “figlio di un ebreo della Romania, venuto a cercare asilo in Francia” – non sono paralizzato, ma bisogna reagire” rafforzando la sovranità dell’Europa dinanzi alle minacce esterne.  Parole forti, quelle del commissario, alle quali ha replicato il vicepremier Luigi Di Maio. “Nel momento in cui abbiamo avuto un rapporto decente con un commissario Europeo, Gunther Oettinger, come al solito c’è un atteggiamento da parte di alcuni commissari europei che è veramente inaccettabile, insopportabile” ha commentato Di Maio alla Camera al termine dell’incontro con il Commissario Ue Oettinger.

“Dall’alto della loro Commissione Ue addirittura si permettono di dire che in Italia ci sono tanti piccoli Mussolini. – ha rilevato Di Maio -. Non solo non si devono permettere ma questo dimostra come queste siano persone scollegate dalla realtà”.

Verso la manovra, l’Europa vuole i fatti

pierremoscovici-465x390Non è da escludere una possibile proroga delle decontribuzioni al Sud ed una riedizione del piano Industria 4.0. A quanto si apprende, l’attuale governo nella legge di Bilancio potrebbe confermare il taglio del costo del lavoro nel Mezzogiorno e si appresterebbe a rafforzare gli incentivi all’innovazione introdotti dai precedenti esecutivi Renzi e Gentiloni.

La decontribuzione dovrebbe entrare nel menù della Finanziaria senza troppi problemi, non presentando problemi di coperture. Il taglio dei contributi ai neo assunti nel Meridione ha infatti un costo contenuto, circa 500 mln, ma soprattutto è finanziata con i fondi europei, dunque non aggrava il disavanzo. Prende forma, invece, il nuovo piano industria 4.0 che verrebbe esteso anche alle piccole e medie imprese che investono in innovazione. Tra gli obiettivi anche il trasferimento di tecnologie tra comparti.

Quanto ai cavalli di battaglia del governo giallo-verde, la manovra dovrebbe contenere l’avvio della revisione della Fornero, della flat tax e l’avvio del reddito cittadinanza. Quest’ultimo partirebbe nel 2019 a quota 500 euro. Quanto alle coperture, se il governo decidesse di portare il deficit poco sopra il 2% dal target dell’1% si potrebbero liberare circa 15 mld, dei quali 12,5 andranno a sterilizzare le clausole Iva. Dalla pace fiscale, prevedendo uno ‘sconto’ estremamente vantaggioso, dovrebbero arrivare circa 5 mld.

Altre coperture arriverebbero dalla revisione della spesa per circa 3 mld e, se ci saranno le condizioni politiche, anche da un primo sfoltimento delle tax expenditures.

Intanto, si intensificano i vertici economici a Palazzo Chigi sulla manovra, in vista della presentazione il 27 settembre (o qualche giorno prima) della Nota di aggiornamento al documento di Economia e Finanze (già predisposto dal governo Gentiloni nello scorso mese di aprile), le cui previsioni rappresentano l’ossatura della Legge di Bilancio. E per il governo si prepara un autunno tutt’altro che facile. Dopo il varo della Legge di Bilancio atteso per il 15 ottobre arriveranno i giudizi delle agenzie di rating sull’Italia: il 26 ottobre è atteso quello di S&P ed il 31 quello di Moody’s.

Recentemente, Gerry Rice, portavoce del FMI, rispondendo se l’Istituto di Washington fosse preoccupato per la situazione italiana dopo la decisione di Fitch di rivedere l’outlook proiettato in negativo, ha affermato: “Lo staff del Fmi è stato in Italia in luglio e una seconda visita, per concludere l’Article IV, è prevista più avanti nel corso dell’anno. I mercati finanziari si sono preoccupati per una inversione delle riforme ma ci sono state parole rassicuranti dal premier Giuseppe Conte e dal ministro dell’economia Tria”.

Pierre Moscovici, il commissario dell’Ue agli affari economici, giungendo all’Eurogruppo informale a Vienna, ha detto: “Voglio credere che realismo e pragmatismo si affermeranno nel bilancio italiano, l’Italia deve avere un bilancio che consenta di ridurre il suo debito pubblico perché se vuoi investire in Italia ci vuole meno debito e più capacità d’investimento e per questo continuo a chiedere finanze pubbliche serie. Sono contro l’austerità ma austerità è una cosa, mancanza di serietà un’altra. Il Bilancio dell’Italia deve puntare a ridurre il deficit strutturale e il debito pubblico, anche perché questa è la strada da seguire se si vogliono aumentare gli investimenti. Non farò cifre, le cifre le scambio con il mio omologo, parleremo di cifre con Tria quando il bilancio sarà stato approntato. Ad ogni modo le cifre le conoscete. Le cifre sono che l’Italia deve ridurre il suo deficit strutturale, che deve farlo come gli altri Paesi della zona euro. Che ha beneficiato di tutte le flessibilità, che continueremo ad avere con l’Italia un dialogo positivo, ma che le regole, che non sono stupide, perché consentono di ridurre il debito pubblico, sono fatte per tutti. Credo che sia nell’interesse dell’Italia di restare quello che è: un grande Paese al centro della zona euro, e quindi di avere un bilancio che consenta di ridurre il suo debito pubblico”.

Mario Centeno, il presidente di Eurogruppo, nella conferenza stampa al termine della riunione informale a Vienna, ha affermato: “Siamo fiduciosi che l’Italia farà esattamente quanto si è impegnata pubblicamente a fare sul Bilancio. Le attese sono che l’Italia rispetterà le regole nel prossimo processo di Bilancio”.

Un portavoce dell’Ue ha poi precisato: “Negli incontri di oggi non si è discusso di Italia”.

Tra non molto, si vedranno i fatti del governo giallo-verde. Finora, di positivo c’è la continuazione della linea seguita dal precedente governo Gentiloni.

Salvatore Rondello

Moscovici pronto per il 2019: “L’Italia corregga i conti”

pierremoscovici-465x390L’Ue comincia a mettere le mani avanti avvertendo l’Italia sul bilancio 2019. Il commissario Ue per gli Affari economici e monetari, Pierre Moscovici, in un’intervista ha affermato: “Con l’Italia inizieremo presto le discussioni sul bilancio per il 2019. Alla luce di alcune dichiarazioni, le discussioni rischiano di non essere facili, ma farò di tutto perché siano costruttive malgrado il tono in alcuni casi scortese di queste affermazioni e malgrado l’orientamento di bilancio che fanno presagire. È nell’interesse dell’Italia controllare il debito pubblico. Lo sforzo richiesto è dello 0,6% del Pil. Si tratta di un ritorno alla normalità dopo lo sforzo ridotto previsto quest’anno sulla scia di una ripresa più solida e delle necessità di ridurre l’indebitamento, che è al 132% del Pil. Ci aspettiamo uno sforzo strutturale corposo. L’Italia non può lamentarsi della Commissione europea. Quest’ultima è sempre stata al suo fianco per sostenere la crescita. Il Paese è di gran lunga quello che più ha beneficiato di flessibilità di bilancio, secondo le nostre regole. Nel corso degli anni, abbiamo tenuto conto di circostanze eccezionali: la sicurezza, i terribili terremoti, l’emergenza migratoria. Chi fa un processo alla Commissione fa un processo assurdo alla luce dei fatti. All’Italia nel 2018 è chiesta una riduzione dello 0,3% rispetto allo 0,6% del Pil previsto dalle regole. Uno sforzo dimezzato a causa della fragilità della ripresa. Secondo le nostre stime di maggio è possibile che questo sforzo non venga raggiunto. È possibile che la situazione sia evoluta da allora. Le prossime previsioni sono attese in novembre. Naturalmente incoraggio il governo a fare in modo che l’esecuzione del bilancio sia prudente e rispettosa degli impegni dell’Italia in modo da minimizzare i rischi di deriva dei conti quest’anno. È un messaggio che ho trasmesso al ministro dell’Economia Giovanni Tria, un interlocutore che ritengo serio e ragionevole. Il 3% del Pil non è un target, ma un tetto. L’obiettivo è risanare il debito, come ho già detto. Un disavanzo superiore al 3% del Pil provocherebbe difficoltà che non voglio neppure immaginare”.
Al giornalista che gli ha chiesto se sia possibile un’uscita dall’euro dell’Italia, Moscovici ha risposto: “Non voglio cadere nella fiction politica. Mi interessano piuttosto le discussioni che avrò con il governo italiano. Non risparmierò sforzi per definire un percorso di bilancio che sia europeo e di beneficio all’Italia. Ciò detto, le dirò una mia convinzione. Nessuno esce dall’euro proprio malgrado. Se si creano le condizioni per uscire dall’euro significa che in realtà è ciò che si vuole. Non bisogna essere ipocriti. L’euro prevede il rispetto di regole. Non rispettare le regole, significa voler uscire dall’unione monetaria”.
Alla domanda conclusiva se crede che vi siano dirigenti politici che riflettono la possibilità di uscire dall’euro, Moscovici ha risposto: “Non sono in Italia. Osservando da lontano, non posso escluderlo totalmente”.
Ma nel frattempo, il rialzo dei tassi di interesse sui titoli di Stato italiani verificatosi da metà giugno potrebbe costare 113 milioni quest’anno e 1,4 miliardi nel 2019 secondo i calcoli fatti dall’Osservatorio sui conti pubblici italiani guidato da Carlo Cottarelli, che il 14 giugno scorso aveva già stimato, partendo dalle aste di fine maggio, un costo aggiuntivo di 785 milioni nel 2018 e di 3,7 miliardi nel 2019. Complessivamente, se si prende a riferimento il periodo maggio-agosto, l’aggravio per il bilancio pubblico è di 898 milioni nel 2018 e di 5,1 miliardi nel 2019, per un totale di 6 miliardi.
Nell’asta di Btp decennali di ieri, il Tesoro ha piazzato 2,25 miliardi di euro sul mercato, ma il rendimento è schizzato al 3,25% rispetto al 2,87% dell’asta di un mese fa. Si tratta del livello più alto da marzo del 2014. In rialzo anche i tassi di interesse sul Btp a 5 anni, salito al 2,44%, in rialzo di 63 punti base.
Ma neanche l’economia procede secondo le aspettative di un anno fa. Nel secondo trimestre dell’anno l’economia italiana è cresciuta dello 0,2%, confermando il rallentamento segnato con la prima stima. I dati sono stati comunicati dall’Istat in base alle stime definitive sui conti economici del periodo aprile-giugno. Nel primo trimestre il Pil aveva registrato un rialzo dello 0,3%. L’Istat ha rivisto al rialzo la prima stima sulla crescita tendenziale dell’economia italiana. Nel secondo trimestre 2018 il Pil è aumentato dell’1,2% rispetto allo stesso periodo del 2017, contro il +1,1% reso noto dall’Istituto di statistica il 31 luglio scorso in base alle stime provvisorie. A dieci anni dall’inizio della crisi economica, il Pil italiano ha perso il 5,3%. Il confronto è con il primo trimestre 2018, quando si toccò il massimo storico. Nonostante il rallentamento rispetto ai primi tre mesi dell’anno, la fase di espansione dell’economia italiana prosegue da 16 trimestri consecutivi.
Nel fronte occupazionale, qualche leggero miglioramento è collegato alla precarietà. A luglio il tasso di disoccupazione è sceso al 10,4% (-0,4 punti percentuali su base mensile). Diminuisce anche quello giovanile che si attesta al 30,8% (-1,0 punti). E’ quanto rileva l’Istat. Dopo il calo di giugno, la stima degli occupati a luglio registra ancora una lieve flessione (-0,1% su base mensile pari a -28mila unità). Il tasso di occupazione rimane stabile al 58,7%.
La diminuzione congiunturale dell’occupazione è interamente determinata dalla componente femminile e si concentra nella fascia di età 15-49 anni, mentre risultano in aumento gli occupati ultracinquantenni. Nell’ultimo mese si registra una flessione per i dipendenti permanenti (-44mila), mentre crescono in misura contenuta i dipendenti a termine e gli indipendenti (entrambi +8mila).
A fronte del calo degli occupati e dei disoccupati, a luglio si stima un aumento degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+0,7% pari a +89mila). L’aumento coinvolge le donne (+73mila) e gli uomini (+16mila) e si distribuisce tra i 15-49enni. Il tasso di inattività sale al 34,3% (+0,3 punti percentuali).
Nonostante la flessione registrata negli ultimi due mesi, nel trimestre maggio-luglio 2018 si stima una consistente crescita degli occupati (+0,7% rispetto al trimestre precedente, pari a +151mila). L’aumento ha interessato entrambe le componenti di genere e tutte le classi di età pur concentrandosi principalmente tra gli ultracinquantenni (+123mila). Sono aumentati nel trimestre i lavoratori a termine (+113mila) e gli indipendenti (+54mila) mentre registrano un lieve calo i dipendenti permanenti (-16mila).
Rispetto ai vincoli oggettivi della congiuntura economica e dell’elevato debito pubblico che non consentono all’attuale governo la realizzazione del cosiddetto ‘contratto’, penta stellati e leghisti inevitabilmente porteranno avanti un inasprimento della politica antieuropeista con la conseguente uscita dell’Italia dall’Euro prima e dalla Ue dopo. Ma gli italiani dovranno essere avvertiti che dopo l’uscita dall’Unione europea non si starà meglio. Potrebbero verificarsi situazioni analoghe a quelle già esistenti in alcuni Paesi dell’America Latina. Poi, per la prima volta nella storia della Repubblica italiana, oggi il Governo non sembrerebbe guidato dal Presidente del Consiglio ed il ministro dell’economia non sembrerebbe sufficientemente ascoltato. Sembra, invece che il Governo sia guidato dai due vicepremier come se fossero i consoli della Repubblica dell’antica Roma.

ATENE CAMMINA DA SOLA

grecia ueSono stati anni lunghi e faticosi, quelli che hanno accompagnato la crisi di un decennio che ha messo in ginocchio la Grecia. Oggi Atene uscirà ufficialmente dal terzo ed ultimo piano di aiuti internazionali che ne hanno evitato la bancarotta e l’uscita dall’euro, a costo di pesantissime riforme.
“Per la prima volta dal 2010 la Grecia sta in piedi con le proprie gambe”, ha annunciato in una nota Mario Centeno, presidente del consiglio direttivo del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) che ha guidato l’ultimo programma di aiuti internazionali (il primo nel 2010, nel 2012 e infine nel 2015). Secondo Centeno, anche ministro delle Finanze del Portogallo e presidente dell’Eurogruppo, si tratta del risultato “degli sforzi straordinari del popolo greco, della buona cooperazione con l’attuale governo di Atene e degli sforzi dei partner europei”.
Pierre Moscovici, commissario Ue all’Economia ha affermato: “Per l’Eurozona, questo giorno traccia una linea simbolica sotto una crisi esistenziale”. E Jean-Claude Juncker, presidente dell’esecutivo comunitario ha detto: “Ho sempre lottato affinché la Grecia rimanga al centro dell’Europa. Mentre Atene inizia un nuovo capitolo della sua storia, troverà sempre in me un alleato, un compagno e un amico”.
È terminato l’ultimo programma di aiuti, il terzo, approvato nell’agosto del 2015, che consisteva in un prestito da 86 miliardi di euro da erogare in cambio dell’approvazione di una serie di misure di austerità da parte del governo attualmente guidato da Alexis Tsipras. Dopo l’Irlanda nel 2013, la Spagna e il Portogallo nel 2014 e Cipro nel 2016, la Grecia è l’ultimo paese dell’Unione Europea a lasciare la tutela del cosiddetto “memorandum” e potrà tornare a ottenere denaro prendendone in prestito sui mercati internazionali.
Nei tre programmi di aiuti che si sono succeduti – nel 2010, nel 2012 e infine nel 2015 – infatti i creditori internazionali della cosiddetta Troika, composta da Ue, Bce e Fmi, hanno prestato ad Atene un totale di 289 miliardi di euro. Ma nonostante si parli di crescita per la Repubblica Ellenica, i problemi per gran parte della popolazione restano gravi – disoccupazione, riduzione drastica di salari e pensioni, difficoltà per il settore della sanità, fuga all’estero di quasi mezzo milione di greci – e nelle parole del governatore della Banca Centrale di Grecia, Yannis Stournaras, resta “molta strada da fare” per risanare l’economia.
Negli ultimi otto anni, per evitare il rischio di bancarotta e sotto la pressione dei creditori, in Grecia sono state approvate diverse misure molto pesanti: aumento delle imposte, riduzione della spesa, revisione del sistema pensionistico, riduzione dei salari pubblici tra il 10 e il 40 per cento, privatizzazione di alcuni settori. In alcuni momenti particolarmente critici, il governo greco ha anche fatto ricorso a misure emergenziali, come il controllo sui capitali imponendo limiti ai prelievi giornalieri dai conti correnti che avevano causato code e panico agli sportelli delle banche.
Tuttavia ci sono elementi che portano a una svolta positiva, secondo i dati Ocse: la crescita del Pil, nel 2018, sfonderà il muro del 2%, arrivando al 2,3% nel 2019 (ma è calato del 26% negli anni della crisi), mentre il rapporto tra debito e Pil, tra un anno e mezzo dovrebbe scendere sotto alla soglia del 170%, arrivando al 168,3%, con un avanzo primario di bilancio del 4,5%.
Infine la disoccupazione, secondo l’ente di statistica greco Elstat, era sceso al 19,5% a maggio scorso, dopo aver toccato punte del 28% nel 2013. La Grecia vede ora risorgere anche l’export, che cresce a ritmi del 5% annuo, ma entro il 2019 si prevede che anche la domanda interna salga del 2,9%, così come la spesa pubblica, destinata ad espandersi dopo i tagli sanguinosi degli ultimi anni. Il turismo, linfa vitale dell’economia ellenica, supererà i 30 milioni di visitatori nel 2018, un record.

L’Ecofin all’Italia: serve una correzione dei conti

tria moscoviOggi, l’Ecofin ha approvato le raccomandazioni specifiche per Paese pubblicate dalla Commissione Ue a maggio scorso, con le quali si è chiesto all’Italia “uno sforzo strutturale di almeno lo 0,3% del Pil nel 2018, senza alcun margine aggiuntivo di deviazione sull’anno”. La motivazione del Consiglio della Commissione Ue è stata perché: “C’è un rischio di deviazione significativa dal percorso verso l’obiettivo di medio termine. Nel 2019, dato il debito sopra il 60%, l’aggiustamento richiesto è dello 0,6%. L’Italia, a una prima valutazione, si prevede che non rispetterà la regola del debito nel 2018 e 2019. Inoltre, l’elevato debito pubblico implica che ampie risorse siano assegnate a coprire i costi per servire il debito, a detrimento di misure che aiutano la crescita incluse istruzione, innovazione e infrastrutture. In generale, il Consiglio è dell’opinione che le misure necessarie dovrebbero essere prese dal 2018 per rispettare le indicazioni del Patto. Sarebbe prudente anche l’uso di entrate inattese per ridurre il debito”.

Il commissario agli affari economici, Pierre Moscovici, con riferimento alla situazione italiana ha detto: “Ricordo che l’aggiustamento strutturale è indipendente dalla crescita. Quando ero ministro l’aggiustamento strutturale della Francia, era superiore a un punto percentuale all’anno. E non è quello che chiediamo all’Italia”.

Il presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno ha fatto presente quanto segue: “Nell’ultimo Eurogruppo il ministro Tria è stato chiaro sugli impegni del Governo italiano sugli aggregati di bilancio, e questo include il profilo di riduzione del debito rispetto al Pil e sul deficit”.

Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, a margine dell’Ecofin a Bruxelles, ha ribadito: “Per quanto riguarda il 2018, noi non cambiamo gli obiettivi. Si vedrà a consuntivo se abbiamo rispettato o no l’impegno preso con la Commissione Europea. Riteniamo che non ci sarà alcun allargamento del bilancio e nessuna restrizione, nel senso di manovra correttiva, lo abbiamo già detto. Riteniamo che questo sia sufficiente per raggiungere gli obiettivi. Poi si vedrà, è probabile che il gap si colmi, ma lo vedremo quando ci sarà il consuntivo. Non sono in grado di dire se a consuntivo ci sarà lo 0,3%, lo 0,2% di aggiustamento strutturale. Vedremo, questo dipende da molti fattori”. Alla domanda: “Quindi a primavera?”, il ministro Tria ha risposto: “Sì, certo. Quanto al 2019, ho ripetuto al commissario Moscovici che nel mio discorso in Parlamento ho preso l’impegno di proseguire nel percorso di riduzione del rapporto debito/Pil, e quindi faremo una manovra che sia coerente con quel risultato. Successivamente, ho preso un ulteriore impegno, molto più rigido, che non ci sarà nessuna inversione di tendenza per quanto riguarda l’aggiustamento strutturale. Misura e tempi dell’aggiustamento strutturale sono l’unica cosa in discussione, ma non è in discussione il fatto che si prosegue nell’aggiustamento strutturale. È probabile che dovremo rivedere i tempi, il timing, in relazione al rallentamento dell’economia europea.

L’Italia in genere segue l’andamento dell’economia europea, almeno fino ad oggi: speriamo non sempre. Abbiamo anche discusso della qualità e ci siamo trovati molto d’accordo sul fatto che è essenziale migliorare la qualità del bilancio, della spesa. L’obiettivo di far crescere la quota di investimenti pubblici rispetto alla spesa corrente è il centro della manovra politica di bilancio. Il profilo di discesa del debito non è in discussione: discuteremo dei tempi, ma il centro della manovra è ribaltare la tendenza che c’è stata fino ad oggi, quella cioè di aumentare la spesa corrente nell’ambito della spesa totale, a discapito di quella per investimenti. Questo è stato molto apprezzato, perché in passato è stato concesso molto all’Italia per aumentare gli investimenti che però si sono sempre ridotti, malgrado la flessibilità fosse stata ottenuta dichiarando che sarebbe stata utilizzata per gli investimenti. Lì è il centro della questione, perché questo sarebbe un vero aggiustamento strutturale dell’economia italiana e del bilancio italiano”.

Il titolare di via XX Settembre ha affrontato anche il tema del reddito di cittadinanza, dicendo: “Nessuno dice che non si troveranno i soldi in futuro. Non si possono calcolare 45 miliardi addizionali: sono tre punti percentuali di Pil. Ovviamente, se noi andassimo al 5% di deficit, il giorno dopo l’Italia va in default. E’ questo il problema, non le regole europee. La questione è che non si pone il problema in questi termini, stiamo studiando il bilancio. Se il governo ha trovato 50 miliardi per misure di questo tipo, vuol dire che 50 miliardi dentro già ci sono: basta utilizzarli per fare il reddito di cittadinanza, perché i bisogni sono quelli. Bisogna vedere quali sono gli strumenti ritenuti più adatti per rispondere a certi bisogni, non è che si aggiungono. L’implementazione del programma di governo viene studiata in termini di mutamento interno al bilancio della spesa, cercando di vedere quali sono gli strumenti più adatti a rispondere a certi bisogni. Le differenze politiche sono perché uno pensa che è meglio operare con certi strumenti e altri pensano che sia meglio operare con altri: lì c’è la discontinuità. Non è tra fare l’1 o il 5% di deficit: quella non è discontinuità, è irresponsabilità”.

Poi, rispondendo alla domanda se si prepari anche lui a gestire un ‘cigno nero’, (l’evento improbabile ma non impossibile  evocato dal ministro degli Affari Europei Paolo Savona), Tria ha spiegato: “Non considero i cigni neri, sennò non dovrei più uscire di casa, perché potrebbe cadermi una tegola in testa e potrei morire. Io sono avventuroso ed esco di casa la mattina, comportandomi normalmente”.

Infine, difendendo Savona, ha detto: “Non mi pare che Savona abbia fatto dichiarazioni improprie sull’euro. Ha sempre e solo parlato di quale sarebbe la ‘governance’ ideale dell’Eurozona, che è una cosa ben diversa”.

Ma intanto, nel supplemento al Bollettino Statistico della Banca d’Italia “Finanza Pubblica, fabbisogno e debito” si legge quanto segue: “Nuovo record assoluto per il debito pubblico italiano che a maggio è aumentato di 14,6 miliardi rispetto al mese precedente, risultando pari a 2.327,4 miliardi”.
L’aumento da fine 2017, quando il debito si è attestato a 2.263 miliardi, è stato di 84,3 miliardi con un incremento del 3,6%.

Sempre a maggio le entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato sono state pari a 33,6 miliardi, sostanzialmente stabili rispetto allo stesso mese del 2017. Nei primi cinque mesi del 2018 le entrate tributarie sono state pari a 155,2 miliardi, in aumento poco più di 800 milioni rispetto allo stesso periodo dello scorso anno quando avevano toccato i 154,3 miliardi.

Nel Bollettino si legge anche: “Al netto di alcune disomogeneità contabili, si può stimare che la dinamica delle entrate tributarie sia stata più favorevole”.

Nonostante quest’ultima effimera nota positiva, l’incremento del debito pubblico ha raggiunto valori significativi. Con questa realtà dovrà fare i conti il ministro Tria ed anche il governo giallo-verde con i programmi di cambiamento.

Salvatore Rondello

Grecia, atterraggio morbido. Odissea verso conclusione

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L’odissea della Grecia si è conclusa. E’ stato raggiunto l’accordo all’Eurogruppo sui termini per l’uscita della Grecia dal suo terzo piano di salvataggio  che prevede, in particolare, misure per alleggerire il debito. Ha dato l’annuncio il presidente dell’Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno. In base all’accordo raggiunto dai ministri delle Finanze dell’Eurozona a Lussemburgo,  ad Atene è stata concessa l’ultima tranche del prestito di 15 miliardi di euro.

Con questo accordo che molti hanno definito ‘storico’, Centeno ha commentato: “Siamo riusciti ad ottenere un atterraggio morbido per l’uscita dalla Grecia da questo lungo e difficile percorso”.

Il Commissario Ue, Pierre Moscovici, ha dichiarato: “Si tratta di un accordo eccezionale: La crisi greca si è conclusa questa notte”.

Il ministro delle Finanze greco, Euclid Tsakalotos, dal canto suo, dichiarandosi soddisfatto per l’accordo raggiunto che segna la fine di otto anni di crisi, ha affermato: “Questo Governo non dimentica e non dimenticherà ciò che il popolo greco ha dovuto attraversare durante questi otto anni. Dobbiamo assicurarci che molto presto il popolo greco vedrà concretamente i risultati di questo accordo”.

Il governo greco si è impegnato a mantenere un avanzo primario pari al 3,5% del Pil fino al 2022 e, in seguito, a rispettare le regole di bilancio Ue. L’Eurogruppo, nella dichiarazione diffusa nella notte, ha spiegato: “Per la Commissione questo implicherà un avanzo primario in media al 2,2% del Pil nel periodo tra il 2023 e il 2060. Il Paese resterà sotto la lente della Commissione Europea, che attiverà la procedura di sorveglianza aumentata (Enhanced surveillance), con relazioni trimestrali sulla situazione economica e di bilancio della Grecia.

Così, l’ultima tranche di aiuti ammonta a 15 mld: di questi, 5,5 mld verranno versati in un conto segregato, destinato al servizio del debito, mentre gli altri 9,5 mld saranno versati in un conto dedicato, che verrà utilizzato per creare dei ‘cuscinetti’ di contante, da utilizzarsi alla ‘bisogna’ del debito in caso di necessità.

In tutto la Grecia lascerà il programma con un ‘cuscinetto’ di cash che coprirà le necessità finanziarie per circa 22 mesi dopo la fine del programma nell’agosto prossimo, cosa che secondo l’Eurogruppo ‘rappresenta una garanzia significativa contro qualsiasi rischio’. Il presidente della Bce Mario Draghi ha detto: “L’adozione delle misure concordate dall’Eurogruppo miglioreranno la sostenibilità del debito nel medio termine. E’ fondamentale che la Grecia si mantenga sul percorso delle riforme e di una politica di bilancio solida”.

Il presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno, ha aggiunto: “Dopo otto lunghi anni, la Grecia si affranca dall’assistenza finanziaria e si unisce a Irlanda, Spagna, Cipro e al mio Paese, il Portogallo, nei ranghi dei Paesi dell’Eurozona che hanno riformato le loro economie e ancora una volta si reggono sulle loro gambe”.

La direttrice del Fmi Christine Lagarde ha detto: “Per la sostenibilità del debito greco nel lungo termine il Fondo ha delle riserve, mentre per il medio termine abbiamo piena fiducia che le misure annunciate, che sono significative consentiranno alla Grecia di ritornare sui mercati per finanziarsi”.

Infatti, la crescita del Pil greco ha ormai raggiunto l’1,4% nel 2017 e dovrebbe accelerare ulteriormente quest’anno, mostrando una espansione dell’1,9%, mentre il prossimo anno è visto al +2,3%. Gli sforzi hanno pagato anche in termini di conti pubblici. La Grecia, infatti, ha ora un avanzo di bilancio dello 0,8% del Pil, un passo da gigante se si pensa che nel 2009 aveva un maxi-disavanzo del 15,1%.

Nonostante le resistenze della Germania, principale Paese creditore della Grecia, si è raggiunto l’accordo che rappresenta un importante punto di svolta per la zona euro. L’accordo è arrivato dopo quasi un decennio da quando la Grecia sbalordì il mondo con spese fuori controllo, con il debito pari al 180% del Pil, costringendo l’Ue a predisporre tre piani di salvataggio per evitare il collasso della moneta unica. Finalmente la Grecia ce l’ha fatta senza bisogno di uscire dall’euro.

Salvatore Rondello

Politica fiscale. Europa e Bce consigliano l’Italia

file43852346_dombrovskisIl giorno dopo il conferimento al professore Giuseppe Conte da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella dell’incarico di formare un nuovo governo M5S-Lega, dall’Europa arrivano alcuni messaggi. La Bce, ha chiesto all’Italia di non allentare la politica fiscale in quanto per un paese con un alto debito l’operazione potrebbe essere rischiosa. La Commissione europea, attraverso la voce di due sue importanti rappresentanti, il vicepresidente Valdis Dombrovskis e il Commissario agli affari economici Pierre Moscovici, ha messo in evidenza come l’attenzione da parte di Bruxelles su quanto accade a Roma sia alta.
Secondo la Bce è rischioso allentare la politica fiscale con un alto debito affermando: “Un contesto di crescita in peggioramento o un allentamento della posizione fiscale nei Paesi ad alto debito potrebbero influenzare le prospettive fiscali e, per estensione, il sentimento di mercato nei confronti di alcuni emittenti sovrani dell’area dell’euro”. Lo ha sottolineato la Bce nel Financial Stability Review dove si legge che i Paesi dell’Eurozona sono diventati “più resilienti” grazie al miglioramento dell’economia, che sta aiutando a mantenere bassi i costi di finanziamento. Il messaggio dell’istituto di Francoforte ha raggiunto in via indiretta anche l’Italia, che in queste ore sta assistendo alla nascita di un esecutivo Lega-M5S.
Nel ricordare ancora una volta che i paesi dell’area euro fortemente indebitati non approfittano delle condizioni economiche favorevoli per ridurre gli elevati livelli del debito pubblico, la Bce prevede che tutti i Paesi dell’area dell’euro vedranno un’ulteriore diminuzione o stabilizzazione dei loro rapporti di indebitamento pubblico nell’orizzonte 2018-19 sostenuti da avanzi primari previsti (tranne Francia e Lettonia) e un differenziale di crescita del tasso di interesse negativo (ad eccezione dell’Italia). Tali differenziali negativi di crescita dei tassi d’interesse possono, tuttavia, invertire e rendere i Paesi altamente indebitati più vulnerabili a una potenziale normalizzazione dei tassi di interesse e/o un possibile peggioramento delle condizioni economiche.
Anche la Commissione europea è intervenuta su quanto sta accadendo nel Paese sul piano politico. Il vicepresidente della Commissione UE, Dombrovkis ha ricordato: “Il monitoraggio sui conti italiani prosegue, non è tutto rinviato al 2019, perché ci sono altri documenti che arrivano prima, cioè il Def aggiornato e la Legge di Stabilità ad ottobre. La Commissione europea continuerà a monitorare la situazione del debito pubblico italiano e faremo la nostra valutazione tra un anno. In ogni caso, prima di questo ci saranno altri documenti e il primo è il nuovo programma di stabilità del governo visto che il precedente governo lo ha presentato a politiche invariate. Si tratta del documento di economia e finanza 2018 appena presentato a Bruxelles dal governo Gentiloni che non contiene impegni di finanza pubblica ma solo le proiezioni macroeconomiche a politiche invariate. Poi, ci sarà il programma di stabilità per il 2019 in autunno. Si tratta del progetto di legge di bilancio dell’anno prossimo e degli impegni per gli anni successivi. Il monitoraggio sull’Italia è in corso”.
Più soft è stato l’intervento del Commissario agli affari economici Pierre Moscovici che ha detto: “Il fatto che il capo del governo Giuseppe Conte dica ‘voglio dialogare con le istituzioni europee’ deve essere preso come un buon segnale”. Poi, Moscovici, parlando con ‘franceinfo’, ha aggiunto: “Il problema è sapere se l’Italia resterà ciò che è. Continuo a credere che resterà un paese al centro della zona euro. In ogni caso, la Commissione non può pronunciarsi su annunci, si pronuncerà sulle decisioni, cioé su un bilancio, su cifre, su leggi”. Concludendo, Moscovici ha ribadito che sarà attento e vigilante sul debito italiano, il secondo più elevato nella Ue dopo quelle della Grecia.
Con sorpresa, un’apertura all’esecutivo giallo verde è arrivata dall’Ocse: “Contate sull’Ocse, lavorate con l’Ocse, sentitevi a vostro agio con l’Ocse. Permetteteci, per favore, di ricordare quanto abbiamo lavorato insieme all’Italia e per l’Italia. Permetteteci ancora di dimostrare che lavorare insieme può rendere ogni decisione concreta ed effettiva”. Così ha affermato il segretario generale dell’organizzazione, Angel Gurria, in una conferenza stampa a Parigi, rispondendo a chi chiedeva quale fosse il suo messaggio al futuro governo italiano.
Sul tema dell’affermazione in Europa di forze politiche critiche nei confronti dell’Ue è intervenuto anche il presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, intervenendo al dibattito organizzato in occasione del sessantesimo anniversario del Comitato Europeo Economico e Sociale, ha affermato: “Meglio non seguire le opinioni pubbliche in ogni loro capriccio, che è quello che si fa in Europa. Bisogna cercare di ispirarle. Anche i partiti tradizionali rischiano di essere vinti dal vento populista. Se seguono populisti e demagoghi, finiscono per diventare populisti e demagoghi a loro volta, e i cittadini voteranno per l’originale. Occorre imparare di nuovo a dire la verità ai cittadini. Non bisogna seguire le opinioni pubbliche, ma bisogna cercare di ispirarle”. Parlando poi del futuro dell’Unione e dell’uscita dagli anni della crisi, Juncker ha affermato: “Il vento c’è, ma non ci sono le vele. Un vecchio detto cinese dice che è il vento a dare la direzione. Abbiamo il vento, ma non abbiamo abbastanza vele”.
Dall’Europa sono arrivati segnali di prudenza e determinazione senza nascondere le preoccupazioni. Non sono mancati dalla BCE e dall’UE, per il nuovo governo giallo-verde in corso di formazione, i moniti e gli inviti a continuare il percorso intrapreso dall’Italia con il governo Gentiloni.

La Ue bacchetta sul debito, ma conferma la crescita

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Un messaggio chiaro che non ha bisogno di troppe interpretazioni. È quello che arriva dalla commissione europea all’indirizzo del nostro Paese. Infatti per il commissario agli affari economici Pierre Moscovici gli sforzi strutturali fatti dall’Italia per il 2018, “sono pari a zero, questi sono fatti che emergono dalle nostre previsioni e possiamo anche trarne delle conclusioni in termini di sorveglianza dei conti ma non è una lezione da trarre oggi, ne parleremo nel pacchetto di primavera” del 23 maggio. La Commissione aveva chiesto all’Italia uno spostamento dello 0,3%. “No comment” invece sulla politica italiana, ha proseguito Moscovici, ma “mantengo la speranza che l’Italia resti al centro della zona euro e che continui a rispettare le regole che tutti abbiamo concordato”.

Per quanto riguarda la crescita la Ue conferma le stime di crescita per l’Italia, ma vede un rallentamento alle porte. Dopo “l’accelerazione” della crescita nel 2017 – scrive la Commissione Ue nelle stime economiche di primavera – l’economia italiana “continuerà a crescere allo stesso passo dell’1,5% quest’anno” ma – aggiunge – con i “venti di coda in calo e l’output gap che si chiude, la crescita del pil verrà moderata a 1,2% nel 2019″. Inoltre, secondo la Commissione Ue, l'”incertezza politica”, se prolungata ulteriormente, rischia di mettere a repentaglio la crescita economica dell’Italia, proprio ora che la ripresa potrebbe rivelarsi più robusta del previsto.

Per la crescita prevista, il nostro Paese resta l’ultimo dell’Eurozona, posizione che occupava già nello scorso febbraio, e dell’Ue, al pari con il Regno Unito, che è alle prese con il rallentamento dell’economia provocato dall’incertezza politica legata all’uscita dall’Ue (+1,8% nel 2017, +1,5% nel 2018, +1,2% nel 2019 le stime per la Gran Bretagna). Secondo le previsioni della Commissione Europea, che andranno poi verificate a consuntivo, già quest’anno la Grecia dovrebbe superarci, con un +1,9%, per passare al +2,3% nel 2019. Tra i grandi Paesi dell’Eurozona, la Francia passa dal +1,8% del 2017 al 2% del 2018 e al 1+,8% del 2019; la Germania dal +2,2% al +2,3% al +2,1%, rispettivamente; la Spagna dal +3,1% al +2,9% a +2,4%. Fuori dall’area euro la Polonia è prevista al +4,6%, +4,3% e +3,7%, rispettivamente.

Secondo le stime della Commissione Europea, il Pil dell’Eurozona, e quello dell’Ue, dovrebbe crescere del 2,3% nel 2018, per rallentare al +2% nel 2019, dopo una crescita del 2,4% nel 2017. Dovrebbe restare debole invece, sotto il target della Bce (vicino ma inferiore al 2%) l’inflazione (indice dei prezzi al consumo): nell’Eurozona nel 2018 è prevista all’1,5%, come nel 2017, per salire all’1,6% nel 2019, malgrado “stiano aumentando le pressioni sui prezzi per effetto di mercati del lavoro” con meno disoccupati di prima e “di una crescita dei salari più rapida in molti Stati membri”.

L'”incertezza politica”, se prolungata ulteriormente, rischia di mettere a repentaglio la crescita economica dell’Italia, proprio ora che la ripresa potrebbe rivelarsi più robusta del previsto. E’ l’avvertimento rivolto all’Italia della Commissione Europea, secondo cui i rischi per le prospettive di crescita” del Paese “sono diventati più orientati verso il basso. L’incertezza politica – scrivono gli economisti dell’esecutivo Ue – è diventata più pronunciata e, se prolungata, potrebbe rendere i mercati più volatili ed influenzare negativamente il sentiment economico e i premi al rischio (cioè i rendimenti delle obbligazioni, in primis dei titoli di Stato)”. D’altra parte, aggiungono, “la ripresa trainata dagli investimenti potrebbe spingere la produttività, e in ultima analisi la crescita del Pil, più di quanto previsto”.

L’orizzonte economico globale – sostiene la Commissione Europea – si fa più carico di rischi, non pochi dei quali arrivano dagli Usa, e, se dovessero materializzarsi, colpirebbero l’Eurozona, che è “particolarmente vulnerabile”, a causa della sua “apertura”. “Complessivamente – si legge – i rischi per le previsioni sono cresciuti, orientandosi al ribasso. In Europa, gli ultimi dati hanno ridotto la probabilità che la crescita possa rivelarsi più forte del previsto nel breve periodo”. Tra i rischi esterni “la volatilità dei mercati finanziari negli ultimi mesi diverrà probabilmente un fattore più permanente in futuro, cosa che aumenterà l’incertezza. Gli stimoli di bilancio prociclici negli Usa dovrebbero spingere la crescita nel breve termine, ma si prevede che aumentino i rischi di un surriscaldamento dell’economia e la possibilità che i tassi di interesse Usa crescano più velocemente di quanto previsto”. Inoltre “un’escalation di protezionismo commerciale pone un rischio inequivocabilmente negativo per le prospettive dell’economia globale. Questi rischi sono interconnessi: a causa della sua apertura, l’Eurozona sarebbe particolarmente vulnerabile ad una loro materializzazione”.

“È opinione del Ministero dell’Economia e delle Finanze che la contabilità definitiva del 2018, che potrà essere apprezzata soltanto nella primavera 2019, mostrerà un andamento in linea con le regole europee”. Lo scrive il Ministero dell’Economia, commentando le previsioni economiche della Commissione Europea. Da via XX Settembre si ricorda come secondo le stime della Commissione “il deficit strutturale rimarrebbe invariato tra 2017 e 2018, mentre il Governo ha stimato una riduzione di un decimo di punto percentuale nel 2018, a partire da un saldo 2017 migliore delle stime precedenti”. D’altronde, se “le stime sull’andamento dell’economia per il 2018 confermano quelle recentemente pubblicate dal Governo italiano” quella “sul 2019 è invece più contenuta rispetto a quella del Governo: +1,2% (nel DEF è previsto +1,4%)”. Sul fronte delle finanze pubbliche, “anche per la Commissione, – sottolinea il Mef – il rapporto debito-PIL si è stabilizzato tra 2015 e 2017 (dopo sette anni di significativi incrementi, dovuti prevalentemente alla profonda doppia recessione), e nel periodo oggetto di previsione (2018-2019) tenderà a un calo significativo”.

Bruxelles, è già allarme per i conti italiani

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È allarme preventivo da Bruxelles. Il governo ancora non c’è. Non c’è neanche un presidente del consiglio incaricato, ma dalla commissione europea arrivano già le prime preoccupazioni per le conseguenze che potrebbe avere sui conti pubblici un governo 5 Stelle o uno a guida Salvini. La Lega infatti ha costruito il proprio risultato elettorale sull’abolizione della legge Fornero. Un’operazione che costerebbe molto cara alle casse dello stato. Fare un conto preciso non è facile. A occuparsene con dati e cifre precise sono stati di recente sia la Ragioneria dello Stato, sia il Ministero dell’Economia e delle finanze. Nel report precisa che la riforma Fornero realizza “una riduzione della spesa in rapporto al Pil che si protrae per circa 30 anni, a partire dal 2012” con un effetto di contenimento che passa da “da 0,1 punti percentuali del 2012 a circa 1,4 punti percentuali del 2020”, mentre poi “decresce a 0,8 punti percentuali intorno al 2030 per poi annullarsi sostanzialmente attorno al 2045” e che complessivamente “l’effetto di contenimento del rapporto spesa/PIL, cumulato al 2060, assomma a circa 21 punti percentuali”. Si può quindi calcolare sia quanto costerebbe cancellare la Fornero nell’arco dei prossimi 42 anni sia quanto costerebbe cancellarla solo in un anno come il 2020, quello con maggiore effetto di contenimento della spesa. Secondo il Fondo monetario internazionale, il Pil italiano nel 2020 ammonterà a 2.160 miliardi di dollari, mentre secondo il nostro Ministero dell’Economia e delle finanze sarà di 1.877 miliardi di euro. Ecco allora che abolire la legge Fornero costerebbe alle casse dello Stato, nel solo 2020, circa 26 miliardi di euro (1,4% del Pil).

Altre spesa non calcolabile è quella del reddito di cittadinanza promesso dai Cinque Stelle. La proposta che ha consentito al Movimento 5 stelle di diventare il primo partito in Italia è una misura mirata, che dovrebbe interessare circa 9 milioni di persone, secondo le stime contenute nel documento con cui illustrano la misura. La selezione è stata fatta, si spiega, includendo ”tutti coloro che non hanno reddito o hanno redditi molto bassi”. Dalle indicazioni fornite si può immaginare, di conseguenza, che la proposta dei grillini si potrebbe collocare a metà tra il ‘salario minimo garantito’ e il ‘reddito minimo garantito’.

Qualcosa di diverso, dal nome con cui è stata battezzata la misura stessa, reddito di cittadinanza, che invece sta ad indicare un’erogazione universale, cioè per tutti i cittadini di un paese, ricchi e poveri, occupati e disoccupati. Il costo dell’intervento proposto dai grillini sarebbe, secondo le loro stime, pari a 16 miliardi di euro, che andrebbero divisi tra una platea di circa 9 milioni di persone. Ma gli ultimi dati disponibili dell’Istat indicano che le persone povere, in Italia, sono più di quelle stimate dal Movimento 5 stelle. Le persone che risultano in povertà assoluta sono 4,7 milioni, a cui vanno sommati altri 8,5 milioni di individui che vivono in povertà relativa, per un totale di 13,2 milioni.

Risultati simili si ottengono dall’indagine di Bankitalia sui bilanci delle famiglie, da cui emerge che il 23% delle famiglie italiane nel 2016 è a rischio povertà. Considerando che i nuclei familiari nello stesso anno sono 25,4 milioni, e in media i componenti sono 2,4 milioni, si può arrivare al totale di 14 milioni di persone. La copertura di 16 miliardi, necessari per i 9 milioni stimati dai grillini, salirebbe così a circa 25 miliardi di euro. Arrivando all’intervento universale, cioè all’intervento che reddito di cittadinanza, invece, dovrebbe andare a tutta la popolazione, quindi circa 60 milioni di persone. Moltiplicando la spesa prevista per la platea individuata dal Movimento 5 stelle a tutti gli italiani la spesa supererebbe i 100 miliardi di euro.

Numeri che spaventano. E la commissione ha cominciato a preoccuparsi e sottolineando comunque che “non vuole entrare nel processo democratico italiano o chiedere riforme che siano impopolari” ha messo in evidenza il male storico del nostro Paese: quello del debito. Ma anche quello della debolezza della produttività. Per questo bisogna condurre “politiche di bilancio responsabili” ha detto il commissario Ue agli affari economici Pierre Moscovici. Un invito a una gestione responsabile dopo anni in si è riportato il paese in sicurezza. “L’Italia è la terza economia europea e uno dei Paesi fondatori” dell’Ue, e “deve applicare le regole comunitarie che ha contribuito a forgiare” per “ridurre il suo debito elevato che pesa sulle generazioni future”, ha sottolineato ancora Moscovici. “Restiamo estremamente calmi, prudenti e rispettosi del ritmo democratico italiano”, ha aggiunto il commissario. “Non speculo assolutamente sulle riforme di un futuro governo italiano che non conosciamo nemmeno ancora”, ha detto, rifiutando di “nutrire preoccupazioni polemiche quando siamo ancora allo stadio dell’elezione dei presidenti” di Camera e Senato “e cominciano le discussioni” sulla formazione di una coalizione di governo. Ma l’avvertimento è stato lanciato.