Salvini: “Chi di dovere valuterà sulla scorta a Saviano”

saviano salvini

Saviano può essere simpatico o antipatico. Lo si può apprezzare o meno. Si possono avere idee opposte alle sue. Ma non si può indiscriminatamente decidere se togliere o lasciare la scorta a una persona costantemente sotto minaccia, in virtù di un vezzo. Quasi come se fosse un dispetto o una ripicca. Saviano aveva preso posizione sulle politiche sui migranti proponendo provocatoriamente di silenziare le esternazioni di Salvini. Non ci è andato leggero e una replica era quasi obbligatoria. Saviano evidentemente se la aspettava. E il ministro-premier non si è fatto sfuggire l’occasione per andare in tv e aprire bocca per lanciare i proprio strali. Un nuovo nemico, una nuova polemica. Pane per i suoi denti. E subito arriva l’affondo. Ma arriva anche la minaccia. Quella più temibile per una persona che vive sotto scorta. Sulla scorta a Roberto Saviano “saranno le istituzioni competenti a valutare se corra qualche rischio, anche perché mi pare che passi molto tempo all’estero. Valuteranno come si spendono i soldi degli italiani. Gli mando un bacione”, ha detto il ministro dell’Interno Matteo Salvini ad Agorà su Rai Tre.

Non si sono fatte attendere le reazioni: “Dobbiamo – è il commento di Pietro Grasso – scegliere da che parte stare: se con Saviano o con Salvini. Salvini è il ministro dell’Interno e, proprio in quel ministero, si decide chi deve essere protetto dallo Stato. Con le frasi di stamattina vuol far capire a Saviano di non criticarlo, di stare zitto, altrimenti può intervenire per lasciarlo senza protezione contro la camorra, che lo vuole morto da anni per le sue inchieste e per il suo essere diventato un simbolo della lotta alle mafie. Allo stesso tempo sta facendo passare l’idea che avere la scorta sia un privilegio e un costo, non una necessità che limita la libertà di chi è sotto protezione. La libertà di un giornalista di fare inchieste contro le mafie vale tutti i soldi che spendiamo per garantirgli di fare il suo lavoro. Non vogliamo altri Pippo Fava, Peppino Impastato, Mario Francese, Cosimo Cristina, Giovanni Spampinato, Mauro De Mauro, Giancarlo Siani, Mauro Rostagno, Giuseppe Alfano”.

Se Salvini vuole risparmiare, è il parere del capogruppo dem Graziano Delrio la “tolga a me la scorta ma la lasci a Saviano”. “Le scorte non si assegnano né si tolgono in tv” reagisce l’ex titolare del Viminale Marco Minniti: “I dispositivi di sicurezza per la protezione delle persone esposte a particolari situazioni di rischio seguono procedure rigorose e trasparenti che coinvolgono vari livelli istituzionali”. Le scorte dunque non sono discrezionali. Non dipendono cioè dalle simpatie o antipatie dell’organo politico. Vengono decise dall’Ucis (l’Ufficio centrale interforze per la Sicurezza personale istituito dopo l’omicidio Biagi) che è sì un’articolazione del Dipartimento di pubblica sicurezza del Viminale, ma è collegiale e vincolato a criteri precisi. Non sono duque nella dicrezione del titolare del Viminale.

Sorge allora il sospetto che l’avvertimento di Salvini sia la risposta alla dura presa di posizione di Saviano nei confronti delle sue politiche sui migranti e sul censimento dei rom. Politiche dichiaratamente di destra. Non a caso l’ultima esternazione del leader leghista viene subito rilanciata da Forza Nuova: “Pagargli una scorta e un compenso Rai per diffondere bufale politicamente corrette da un attico di New York è davvero troppo”, twitta Roberto Fiore, segretario della formazione neofascista.

Pd, pronte le cartelle per 60 morosi. C’è anche Grasso

francesco bonifaziIl partito democratico ha appena approvato il bilancio per l’anno 2017 con un utile stimato di circa 500mila euro, ma 180 dipendenti sono stati mandati in Cassa Integrazione.
Le casse del partito erano in profondo rosso, anche per i mancati pagamenti del contributo mensile da 1.500 euro che ogni parlamentare è tenuto a versare al partito, morosi che hanno fatto salire il debito fino a 1,6 milioni. Versamenti che il tesoriere Francesco Bonifazi è deciso a recuperare. Bonifazi ha inoltre smentito la ventilata ipotesi di un’abbandono della costosissima sede a Largo del Nazareno. Bonifazi è andato a caccia di questi ‘morosi’ stanando anche deputati e senatori che non avevano pagato i conto negli ultimi 5 anni. Tra questi, in cima alla lista per il debito più alto, c’è l’ex presidente del Senato Pietro Grasso, che pur essendo stato eletto con il Pd nel 2013 non aveva mai pagato i 1.500 euro mensili, arrivando a 83.250 euro di debito. “Abbiamo provato a risolvere questa spiacevole situazione in maniera amichevole, con più tentativi — spiegano dal Nazareno — ma non avendo ottenuto alcun effetto siamo stati costretti a rivolgerci al tribunale”.
Il Pd ha dunque deciso di rivolgersi alla magistratura con la procedura delle ingiunzioni di pagamento e ha così fatto partire ben 60 decreti ingiuntivi. Di fatto ci sono già dieci casi in cui è stata data esecuzione come il caso dell’ex deputato Marco Meloni (10mila euro), Simone Valiante (50mila euro), Guglielmo Vaccaro (43mila euro) e Giovanna Palma (19mila euro), Vincenzo Cuomo (40 mila), Giovanni Falcone (38 mila). Nella lista ci sono anche i bersaniani Giovanni Greco e Luigi Lacquaniti, ex dem poi confluiti in Articolo 1 – Mdp.

LO STALLO

partita di scacchi

Impasse sui presidenti di Camera e Senato. Dopo un’iniziale fase in discesa, dove sembrava essere stata raggiunta una intesa di massima tra i due ‘vincitori’ delle elezioni, coalizione di centrodestra e M5s, che prevedeva di assegnare lo scranno più alto di palazzo Madama a Forza Italia e quello di Montecitorio ai pentastellati, la trattativa si è impantanata sul nome di Paolo Romani. Sul capogruppo uscente degli azzurri al Senato, infatti, ‘pesa’ una condanna in via definitiva. E i 5 stelle hanno posto il veto: non voteremo mai un condannato o chi è sottoposto a processo. Ma il centrodestra tiene il punto e dopo un nuovo vertice tra Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, la situazione resta bloccata. I tre leader del centrodestra confermano infatti la candidatura di Romani e il Movimento 5 stelle, che ieri aveva preso tempo, rispondendo picche all’invito del Cavaliere di un incontro tra tutti i big, oggi ribadisce il ‘niet’ al nome proposto.

È Luigi Di Maio in persona a far naufragare ogni possibilità di raggiungere un accordo: Per noi Romani è “invotabile”, sentenzia. Ma il capo politico del Movimento lascia uno spiraglio sulle trattative e propone, dalla sua pagina facebook, un nuovo giro di incontri tra i vari capigruppo per ristabilire un dialogo che porti all’individuazione di figure di garanzia. “Nelle ultime ore notiamo che ci sono difficoltà nel percorso che porta all’individuazione dei Presidenti delle Camere”, ammette il candidato premier M5s, che osserva: “Il Pd si è rifiutato di partecipare al tavolo di concertazione proposto dal centrodestra, e lo stesso centrodestra continua a proporre la candidatura di Romani che per noi è invotabile. Per questa ragione – dice allora Di Maio – proponiamo un nuovo incontro tra i capigruppo di tutte le forze politiche per ristabilire un dialogo proficuo al fine di un corretto processo per l’individuazione delle figure di garanzia per le presidenze delle Camere”.

Che lo stallo sia evidente viene confermato sia dall’annullamento della prima assemblea congiunta di tutti gli eletti pentastellati, ma anche dalle richieste – poi bocciate nel corso di una informale riunione con i rappresentanti di tutti i gruppi – di una pausa di riflessione dopo le prime votazioni per l’elezione dei presidenti delle Camere, per ricominciare con la roulette degli scrutini solo da lunedì. Anche il Pd mantiene la posizione: va bene al confronto solo se non c’è nulla di prestabilito. Spiega il capogruppo uscente Ettore Rosato: “Se si riparte da zero andiamo volentieri. Ma se hanno già deciso che una Camera va ai 5 stelle e l’altra al Centrodestra non chiedano a noi di fare l’arbitro”. Romani non avrà nemmeno i voti di Leu: “Per noi non è candidabile chi abbia subito una sentenza di condanna in primo grado”, afferma Pietro Grasso.

Intanto il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni è a Brixelles per il Consiglio Ue dove ha incontrato il presidente della Commissione Juncker, ha detto che “in una fase così particolare per le cose italiane, in queste settimane di transizione, è molto importante tenere un raccordo con la Commissione europea. Ottimismo di maniera quello di Juncker che si augura che in Italia si trovi presto una soluzione. “L’Italia è l’Italia – ha detto – è una vecchia democrazia. Altri decisori troveranno una soluzione per quella che non è ancora una crisi”.

Elezioni. LeU-5 Stelle: Grasso apre a possibile intesa

Grasso-crocetta-intercettazioni“Prima non erano disponibili ad allearsi con nessuno, poi il contrario. Su immigrazione, Europa diritti civili hanno preso posizioni antitetiche ma se ci sono punti comuni perché no”. Lo ha detto il presidente del senato Pietro Grasso a Skuola.net rispondendo a chi gli chiede se sia immaginabile un’alleanza con il M5S sottolineando allo stesso tempo che con Berlusconi “non ci può essere un punto in comune. Il centrodestra ha una visione diversa dalla nostra”. Un avvicinamento pericoloso quello di LeU. Di Maio nei giorni scorsi ha fatto capire senza giri di parole che il M5 non è più quello di 5 anni fa e che qualche alleanza strategica può essere fatta. I voti di altri, se necessari in Parlamento per avere la maggioranza, sarebbero ben accetti. Insomma gli ex Pd, in poco tempo, sono passati dall’avversione più oltranzista al Movimento grillino, a una possibile intesa. Almeno nelle parole di Grasso. Una metamorfosi pericolosa che potrebbe dare vita a mix senza anima. Soprattutto immaginando l’effetto che potrebbe verificarsi, aggiungendo un ingrediente di colore verde: quello sovranista della Lega di Salvini che, nonostante i proclami di rito, su molte posizioni è sicuramente più vicino ai pentastellati che a Forza Italia.

Intanto Berlusconi cerca di ricompattare il suo schieramento annunciando una manifestazione unitaria di coalizione per giovedì prossimo. Ma allo stesso tempo tiene a sottolineare come il centro destra non ha “non ha nulla a che fare con Casapound, nè con i loro programmi. Non avrà nulla a che fare con Casapound né ora né dopo le elezioni”. Un messaggio che è una risposta chiara alla disponibilità data nei giorni scorsi da Salvini a fare un’intesa con Casapound. Disponibilità ancora evidentemente ancora aperta non essendo ancora stata smentita dal leader della Lega.

Fascismo: Lista Insieme domani a manifestazione Anpi

mai più fascismo“Noi ci saremo domani alla manifestazione Mai più fascismi a Roma. Ci saremo per difendere la nostra Costituzione e la democrazia del nostro Paese da ideologie fasciste e razziste che hanno causato le più grandi tragedie del secolo scorso”. Così in una nota Riccardo Nencini, Giulio Santagata, Luana Zanella e Angelo Bonelli, promotori della Lista Insieme che proseguono: “Le cronache degli ultimi mesi ci mostrano una drammatica sequela di azioni con evidente stampo fascista e squadrista, ricordiamo le intimidazioni a Como, il recentissimo tentativo di incursione negli studi di una trasmissione televisiva da parte di trenta persone di Forza Nuova, e non perdendo mai la memoria dei tragici fatti di Macerata.”
“Noi saremo alla manifestazione perché è doveroso esprimere una condanna decisa verso chi fa campagne d’odio per raccogliere consensi, per chi sfrutta il sentimento di paura per portare le cittadine e i cittadini dalla propria parte. Noi vogliamo un’Italia solidale, antifascista e antirazzista”, concludono Nencini, Santagata, Zanella e Bonelli. Quest’ultimo poi richiama Grasso sulle ultime dichiarazioni contro Prodi. “È triste constatare che per il leader di Liberi Uguali, nonché presidente del Senato, Grasso il problema di questa campagna elettorali si chiami Prodi e non il centrodestra che rischia di arrivare al governo del Paese grazie anche ai voti di Liberi e Uguali. Voglio ricordare che il voto al referendum costituzionale non può essere preso come esempio perché i Verdi hanno votato contro mentre dentro LeU c’è chi ha votato a favore ma siamo tutti convinti che per combattere il pericolo xenofobo e razzista della destra sia necessario, come ha affermato proprio Romano Prodi, l’unità. Spiace constatare che LeU con la sua scelta di stare fuori dal centrosinistra aiuti la destra, che vuole levare unioni civili e biotestamento, e fare Salvini ministro interno”. Lo scrive in una nota il coordinatore dei Verdi e promotore della Lista Insieme Angelo Bonelli.

MIEI PRODI

insieme apre

Una reazione come quella che c’è stata alle sue parole di sabato? “Non me l’aspettavo. Perché come tutte le cose che ti vengono naturali uno si aspetta che siano accolte anche in modo naturale da chi ti ascolta”. Così l’ex premier, Romano Prodi, a margine della presentazione di alcune iniziative della sua Fondazione, torna a parlare del suo intervento a Bologna alla manifestazione della Lista Insieme.

“Non me l’aspettavo. Però non è stato certo equivocato quello che ho detto. Non posso neanche accusare i giornalisti”, ha scherzato il professore aggiungendo: “Mi auguro che l’Italia possa rapidissimamente avere un governo con un ruolo, stavo dicendo forte, no… Ma il ruolo che le spetta perché siamo un grande Paese nonostante i problemi”. “Poi questo – ha aggiunto Prodi – lo vedremo il 5-6 marzo, non prima. Ma c’è bisogno dell’Italia dopo una brexit che ha tolto il senso della pluralità in Europa. Mi auguro per l’Italia un ruolo certamente maggiore e più concreto”.

Sulle parole di Prodi è tornato a parlare il segretario del Psi Riccardo Nencini. “Le parole di Prodi – ha detto Nencini – hanno fatto breccia così fortemente che oggi leggo le dichiarazioni al fulmicotone di D’Alema contro Prodi. La verità è che uno dei 3 poli, quello del centrosinistra, corre con la zavorra di Liberi e Uguali che nei collegi uninominali sortirà l’effetto di avvantaggiare i candidati di centrodestra. Spero che il danno non sia superiore a ciò che cominciamo a vedere. D’Alema dice che Prodi voterà per Renzi e Casini perché non arriveremo al 3%? Vuol dire che D’Alema ha dei sondaggi che noi non abbiamo, noi siamo molto più ottimisti di lui”. E sul premier, Nencini ha aggiunto: “Paolo Gentiloni è un’ottima opportunità. Quella del centrosinistra – ha spiegato – è una squadra come il Milan di Sacchi, gioca con più punte, non ha soltanto Van Basten. Gentiloni è sicuramente un’ottima opportunità. La cosa certa è che nessuno dei tre fronti avrà da solo la maggioranza assoluta. Guardando i sondaggi, non escludo che potrebbe esserci una maggioranza parlamentare con Lega, Fdi e M5s, cosa che porterebbe l’Italia lontana dall’Ue, lontana dall’area Euro, che ci metterebbe in una posizione difficile da sostenere in politica estera: molto più filo-russi, vicini a Putin di quanto l’Italia non sia mai stata, con un grosso danno per la nostra economia, per i posti di lavoro e il canone culturale a cui l’Italia si ispira”. A D’Alema risponde anche Giulio Santagata, promotore e candidato della Lista Insieme: “Nnon si preoccupi del risultato di Insieme, poiché con il sostegno di Romano Prodi supereremo certamente la soglia del tre per cento. E, comunque, preferiamo che i nostri voti si sommino a quelli del centrosinistra piuttosto che dare una mano alla destra. Infine, ci fa molto piacere che D’Alema, uno degli storici responsabili delle divisioni del centrosinistra, condivida con noi l’obiettivo di fare di tutto per riunirlo. Ci concederà, tuttavia, che averlo diviso non rende più facile il cammino”.

Oggi il premier ha annunciato un decreto “che aumenta la fascia di reddito per le persone over 75 esentate dal pagamento del canone della Rai” estendendo la gratuità dell’imposta dalle attuali 115 mila a 350 mila persone. Ma a dodici giorni dalla fine della campagna elettorale, a tenere banco sono ancora i temi delle alleanze post voto e degli endorsement per Palazzo Chigi. Questa mattina a ‘Circo Massimo’ su Radio Capital Massimo D’Alema è tornato ad incalzare il Pd sostenendo sia “lunare pensare” che il partito di Matteo Renzi “possa vincere” le elezioni. Poi ha attaccato Renzi sulle alleanze e infine rivolgendosi a Prodi, ha detto: “Non si può votare Gentiloni”, anche perché “non si vota per Gentiloni ma per Renzi”, e allora “a Romano dico con grande amicizia che voterà per Casini e per Renzi, ritengo che non sia utile ne’ al paese ne’ al centrosinistra”. Sulle parole del professore è tornato anche il presidente del Senato, Pietro Grasso, sostenendo che “se Renzi ha detto che bisogna turarsi il naso anche per votare il Pd non c’è dubbio che anche Prodi si dovrà turare il naso per votare, a Bologna, Casini e non  Errani”.

E su Prodi tona a parlare anche il segretario del Pd Matteo Renzi: “Prodi ha detto che è successo una cosa molto importante: c’è una sinistra, di D’Alema, che ha fatto la scissione rischiando di far vincere la destra, e a fronte di questo ha detto parole chiare sulla presenza di una coalizione di centrosinistra e io non posso che essere contento”. Parola alle quali si aggiungono quelle di Matteo Orfini: “Prodi è sceso in campo per il centrosinistra, è quello che conta. E’ un’ottima notizia e lo ringrazio. La battaglia elettorale la stiamo facendo insieme. E il successo del centrosinistra dipende da come andrà il Pd. Abbiamo voluto costruire un’alleanza con altri e meglio vanno anche gli altri e meglio andremo noi”.

Il presidente del Pd, Orfini, intervistato da ‘Repubblica’, commentando la scelta del Professore di votare Insieme ha detto che “l’importante in questa fase è che tutti diano un contributo per arginare la destra di Salvini e i 5Stelle di Di Maio. Non sottilizzerei sulle articolazioni del centrosinistra: l’importante è combattere dalla stessa parte”.

Fassino, Ds superstite del Pd renziano in crisi

Tenace, meticoloso, sensibile, iroso. Piero Fassino pare destinato a restare sempre da solo in trincea. Nel 2001 prese sulle sue spalle i malandati Ds. Walter Veltroni si era dimesso da segretario per fare il sindaco di Roma e Massimo D’Alema si era dedicato alla politica internazionale dopo le sconfitte elettorali patite da presidente del Consiglio. Fassino divenne segretario, si prese le critiche dei massimalisti girotondini, e “pedalò”. Rimise in sesto il partito e lo portò alla fusione con la Margherita di Francesco Rutelli. Così nel 2007 nacque il Pd, la speranza del centro-sinistra. Veltroni rispuntò: lasciò il Campidoglio e divenne il primo segretario dei democratici.

Ora la storia si ripete. Fassino è praticamente rimasto l’unico esponente del gruppo dirigente del Pci-Pds-Ds a restare nel Pd con il segretario Matteo Renzi. D’Alema si è candidato come senatore nel Salento per Liberi e uguali, la lista di sinistra guidata da Pietro Grasso. Veltroni è restato nei democratici ma è defilato, si dedica a scrivere libri e a fare il regista. Fabio Mussi, Claudio Petruccioli, Livia Turco, Cesare Salvi sono scomparsi dai radar della politica (Marcello Stefanini è morto oltre 20 anni fa). Fassino è l’unico superstite ex Ds del Pd renziano. In particolare è il solo superstite del gruppo dei quarantenni berlingueriani artefici nel 1989-1991 della difficile metamorfosi del Pci nel Pds, il cambiamento di nome e di identità del partito realizzato da Achille Occhetto dopo il crollo del comunismo.

Fassino, invece, è restato nel Pd e si è candidato in Emilia, la regione “rossa” nella quale avrà una sfida più o meno complicata e ravvicinata con l’emiliano Pier Luigi Bersani, candidato invece per Liberi e Uguali, anche lui uscito dal Pd da sinistra contestando la “subalternità” di Matteo Renzi alle “proposte della destra”. Fassino è prezioso per Renzi: è l’unico uomo nel partito in grado di tamponare l’emorragia di voti di sinistra verso Liberi e Uguali, verso l’astensione e verso la protesta grillina. L’ex sindaco di Torino, ex ministro della Giustizia e del Commercio estero, ha fatto di tutto prima per evitare la scissione di Bersani-D’Alema-Speranza e poi per costruire una alleanza di centro-sinistra con la quale affrontare le elezioni politiche del 4 marzo. Ma la sinistra di Liberi e Uguali ha bocciato ogni tipo d’intesa. L’incarico di mediatore, affidatogli da Renzi, è fallito nell’obiettivo di un grande accordo di centro-sinistra: comunque è nata una “piccola coalizione” con il Pd da una parte e dall’altra Psi, Verdi, prodiani, radicali della Bonino, centristi della Lorenzin. Una “piccola intesa” che potrebbe salvare l’onore del Pd renziano, dato dagli ultimi sondaggi in caduta intorno al 23% dei voti (si sommerebbe il 4% degli alleati minori).

Fassino, 68 anni, piemontese di Avigliana, ha una storia personale e familiare profondamente radicata a sinistra. Proviene da una famiglia socialista ed antifascista, suo nonno fu tra i fondatori del Psi, lui a 20 anni si iscrisse al Pci. Fu a lungo segretario della federazione comunista di Torino. Ha sempre avuto un’impostazione di sinistra riformista, anche quando si trattava di affrontare i problemi di Mirafiori e del colosso Fiat guidato da Gianni Agnelli. Un suo maestro fu il dirigente sindacale Aventino Pace che amava ripetere: «Quando in fabbrica c’è un problema o lo risolvi tu o lo risolve il padrone».

Adesso si sta impegnando nella campagna elettorale in Emilia, lontano dal suo Piemonte: «A Torino un lungo ciclo è giunto al termine. C’è una nuova generazione». È combattivo ma non vuole guerre a sinistra: «Per me gli avversari politici sono i Cinque Stelle e i partiti del centrodestra. Noi non abbiamo avversari a sinistra».

È alto e magro: 1,92 centimetri di altezza per un peso di 66 chili. È molto sensibile al fascino femminile. Ha raccontato che il nervosismo gli blocca l’appetito: «Quando sono sotto stress perdo interesse per i sapori, sedermi a tavola diventa soltanto un atto che cerco di impormi, mi dimentico di mangiare». Ha raccontato: «Quanti pasti ho saltato quando il Pci si è sciolto nell’89 alla Bolognina, quando i Ds si sono uniti al Pd nel 2007, quando abbiamo perso alle elezioni del 2008…». Gli succedeva lo stesso a scuola da ragazzo: gli passava la fame quando doveva affrontare una interrogazione impegnativa alle medie o al liceo dai gesuiti. Ora il blocco allo stomaco si ripeterà in questa difficile campagna elettorale nella quale i suoi compagni di una vita sono diventati competitori e avversari.

Ma è tenace. Nel 2001 riuscì a salvare i Ds dalla disgregazione lanciando lo slogan «O si cambia o si muore». Adesso per il Pd renziano si presenta un rischio analogo, anzi maggiore, di sfaldamento.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Macerata. Nencini: “Salvini abbassi i toni”

luca traini“Abbassare i toni è un consiglio che possiamo dare a Salvini. Ma non lo seguirà. È prigioniero dei suoi slogan e i toni violenti sono parte fondativa della Lega”. Così il vice ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, Riccardo Nencini promotore della Lista “Insieme”, candidato nel collegio uninominale del Senato di Arezzo e Siena per il centrosinistra, ha detto a margine di un incontro elettorale ad Arezzo commentando i fatti di Macerata. Sabato un 28enne, Luca Traini, ha tentato di uccidere undici persone in piazza solo perché “di pelle scura” a seguito dell’omicidio di Pamela Mastropietro nella stessa città. In seguito il giovane si è autodichiarato fascista ed è stato anche candidato con la Lega Nord nel 2017, ma Matteo Salvini ha stigmatizzato il tentato omicidio di Traini verso gli immigrati sostenendo “ma l’immigrazione è fuori controllo”. Non solo ma oggi il leader della Lega nega anche che in Italia ci sia un allarme fascismo e avverte: “Chi parla di cattivi maestri porta alle Brigate Rosse”. Di tutt’altro avviso il segretario del Psi: “L’Italia vive una stagione non dissimile da quella post prima guerra mondiale”, e ha aggiunto: “Salvini è un leader proposto da Berlusconi per occupare il ministero degli interni. Altroché toni bassi: bisogna urlare agli italiani il pericolo che corriamo. C’è una preoccupante analogia tra Salvini e Amerigo Dumini, l’ispiratore delle squadracce ‘Me ne frego’. E c’è una preoccupante analogia tra la Lega e i grillini, il prodromo di un’intesa grigio-verde successiva al 4 marzo. È quello il nemico da battere”. Poi il senatore socialista conclude: “Liberi e Uguali costruisca col centrosinistra un fronte repubblicano impegno comune a combattere l’estremismo nero, nessun compromesso di governo con Lega e M5S”. Il leader di LeU, Pietro Grasso, ha infatti avvisato: “Se fomenti fascismo e razzismo, uno che spara rischi di trovarlo. Noi siamo contro gli irresponsabili, la solidarietà di Forza Nuova è oltre ogni limite”.

Solidarietà anche da parte di Marina Maurizi, vice-segretario del PSI della provincia di Ancona e candidata nelle Marche della Lista “Insieme”. “Esprimo la mia solidarietà alle vittime dell’assalto razzista di Luca Traini, ai famigliari di Pamela Mastropietro, in nome della quale lo sparatore pretenderebbe di aver agito, e a tutti gli abitanti di Macerata che hanno visto improvvisamente il loro centro cittadino trasformato in un teatro di sparatoria. Si dirà che – ha detto ancora Marina Maurizi – si è trattato del gesto di uno squilibrato, ma, la Storia ce lo insegna, la mano di tanti fanatici folli è stata armata dalla propaganda dell’odio e della violenza. Solo il richiamo alla razionalità e all’umanità può salvarci dal rigurgito del fascismo e della xenofobia”.

 

Bobo Craxi: “LeU è fallita. Voto ai socialisti”

Bobo Craxi

Rivedo Bobo Craxi dopo un po’ di tempo. Sono stati, questi, mesi di incomprensione politica anche profonda, ma la nostra amicizia non è mai venuta meno. D’altronde la nostra è una comunità umana, che ha attraversato negli ultimi venticinque anni vere e proprie tragedie, tentativi generosi di ripartenza, illusioni e delusioni, tragitti non sempre uniformi. Sono legato a lui come sono legato alla nostra storia e il nostro rapporto prescinde dal fatto che sia figlio di Bettino, il leader di cui è segnata la vicenda politica mia e di tanti socialisti in Italia. In genere nei momenti di stanca o di conflitto politico i nostri discorsi si limitavano alla comune passione per la musica e per il calcio. Oggi però Bobo ha voglia di parlare di politica e ne approfitto.

Bobo i tuoi dissensi di questi mesi non hanno generato effetti politici positivi né per i socialisti, né, in particolare, per te. Dunque?
Non posso darti torto. La prospettiva di costruire una sinistra che si allontanasse dalle politiche praticate da Renzi sul piano istituzionale e sul piano economico doveva coincidere anche con l’assunzione dello spirito ideale di una forza ispirata ai valori del socialismo e del laburismo. Mano a mano ci siamo trovati di fronte ad una riunificazione della diaspora comunista con una spruzzatina di società civile, il che non basta mai. In sostanza a un comitato di rielezione elettorale nel quale non ha trovato spazio di legittimazione una parte della nostra diaspora in dissenso con il PSI.

Non credi che allontanandovi dal partito abbiate comunque indebolito entrambi?
È evidente che le divisioni indeboliscono chi le produce e chi le subisce. Io ho pensato che dopo il 5 dicembre fosse necessario per noi avviare una politica più autonoma e di graduale distacco da Renzi. Questo avrebbe in linea ipotetica aumentato anche l’interesse verso un’area socialista che poteva raccogliere, come già avvenne nel passato, segmenti di elettorato della sinistra sbandati ed in cerca di un approdo socialista. Non ho creduto per questa fase nella tua linea laico-socialista non perché ne sia ostile ma perché i soggetti che la compongono sono, come poi si é dimostrato, auto-referenziali. Ho letto ad un certo punto un nostro caro compagno che esaltava le qualità di una coalizione nella quale spiccavano le leadership di Pisapia e Bonino ispirati dal programma dei “meriti e bisogni” Non é rimasto nulla di tutto ciò

Che giudizio esprimi su Liberi e Uguali, che oggi è guidato da Grasso, ma che di fatto ha una trazione ex Pci-Pds?
Grasso è una brava persona ma, come diceva Craxi padre, non si diventa leader a sessant’anni. Viene da un’esperienza professionale di tutto riguardo, non è un giustizialista cronico. Da ragazzo sulle spalle di suo padre assisteva ai comizi di Pietro Nenni, ma è totalmente digiuno delle dinamiche della politica. Non si fa comandare da nessuno, ha infilato nelle liste qualche suo sodale e spera in una soluzione in prospettiva di carattere istituzionale che lo comprenda, ma non ha capito che lui oggi é un capo-partito e contende questo ruolo alla Boldrini, una specie di Santanché di sinistra, nel senso della semplicismo dei suoi ragionamenti. Il gruppo ex-Pci-Pd si è tutelato ma ha perso i suoi riferimenti sociali e ideali. Infatti persino la CGIL osserva molto da lontano questa esperienza elettorale.

Vi sono Socialisti sparsi un po’ ovunque. Ho visto che Stefania è nuovamente candidata in Forza Italia…
Che dire? Non voglio polemizzare pubblicamente con mia sorella con la quale ho da poco ripreso un sereno rapporto. Io considero la destra alleata a Berlusconi pericolosa come lo è in tutta Europa. Berlusconi si illude di domarla, ma populismo e xenofobia ormai sono penetrati nel sentimento di tanti elettori compresi quelli di Forza Italia. Ecco io penso che nella nostra famiglia abbiamo entrambi imparato quali sono i rischi di una nuova forma di totalitarismo. Per questo non mi sarei prestato e non avrei donato la mia persona per una battaglia politica in Lombardia dove la Lega la fa da padrona. Detto questo, auguri.

Pensate voi di Area Socialista di dare una indicazione di voto? E se sì prendete in considerazione la Lista Insieme?
Ci riuniremo nei prossimi giorni. Sarebbe incoerente rimangiarsi tutto. Siamo rimasti iscritti al Partito, io ho rinnovato da poco, e quindi di fronte a candidature socialiste non volteremo la faccia da un’altra parte. Per quanto mi riguarda io ho sempre sostenuto in questi anni coloro che me lo hanno richiesto anche nei momenti più aspri della polemica con Nencini. Ci sono tanti bravi compagni con i quali abbiamo mantenuto un rapporto fraterno. Ci sono state polemiche che in molte fasi sono state eccessive. Dopo il fallimento di Liberi e uguali per i socialisti in queste elezioni sarà bene valutare seriamente l’ipotesi di votare socialista.

 Mauro Del Bue

La pericolosa dittatura dell’algoritmo

algoritmoAlgoritmo è una parola misteriosa. Fino a poco tempo fa era un termine solo per matematici, per addetti ai lavori nelle università e negli istituti di ricerca. Il dizionario della lingua italiana di Giacomo Devoto e di Gian Carlo Oli, dato alle stampe nel 1996, dà questa definizione di algoritmo: «Qualsiasi schema a procedimento sistematico di calcolo». Il termine, precisa il vocabolario della Treccani, deriva dal latino medievale, algorithmus o algorismus che storpiò il nome di origine al-Khuwārizmī, del matematico persiano Muḥammad ibn Mūsa del IX secolo dopo Cristo.

La definizione del Devoto-Oli, uno dei migliori dizionari d’italiano, risale però a 22 anni fa, è un po’ superata dalle innovazioni tecnologiche e dalle relative applicazioni industriali. Da quando è scoppiata la rivoluzione digitale, l’informatica ha trasformato l’algoritmo in una pericolosa parola magica, applicabile ad ogni attività umana in nome dell’efficienza e del profitto.

L’algoritmo è utilizzato soprattutto dalle grandi aziende, dai gruppi multinazionali, dalle banche. È diretto a tagliare i tempi della produzione, a massimizzare gli utili e a ridurre i posti di lavoro. Le applicazioni sono una infinità: possono suggerirci cosa comprare online, come organizzare i turni di lavoro in una fabbrica o in un grande magazzino, chattare con i passeggeri inferociti per la cancellazione di un volo. Non solo. L’”intelligenza artificiale” può decidere se e dove investire, chi e in quale paese assumere o licenziare. Formula programmi e previsioni finanziarie: sceglie i fondi comuni e i titoli azionari da comprare o da vendere nelle Borse di tutto il mondo.

Ogni giorno spunta una sorprendente novità informatica. Un nuovo algoritmo applicato ai contatori dell’energia elettrica permetterà agli utenti di conoscere i consumi in tempi reali e di poterli programmare risparmiando così sulla bolletta. Un altro algoritmo in arrivo permetterà di ricostruire e riparare le immagini in formato digitale senza sforzi.

La “mano invisibile” dei calcoli matematici va fortissimo soprattutto su internet e sui social network. Giorgio, un mio amico e collega giornalista, obietta quando mi lamento, scrivo e protesto contro lo strapotere e l’incontrollato dominio con il quale Facebook amministra l’accesso e l’attività degli utenti sull’enorme social network: «Ma perché ti arrabbi? Con chi protesti? Decide tutto un algoritmo!». La mia replica è semplice: «Ci sarà un essere umano che ha scelto perché e come installare l’algoritmo! Bene, critico i responsabili della ‘dittatura’ dei codici di calcolo».

La “dittatura oscura” dell’algoritmo è potentissima. Da alcuni anni i codici di calcolo vengono addirittura usati per scrivere articoli al posto dei giornalisti. Facebook ha preferito gli algoritmi ai giornalisti. I risultati sono stati fallimentari. Un caso clamoroso sono state le false notizie veicolate da Facebook che hanno permesso, per pochi voti, la vittoria di Donald Trump su Hillary Clinton nella sfida per la presidenza degli Stati Uniti d’America. Mark Zuckerberg, l’amministratore delegato di Facebook, prima ha negato, poi ha deriso la possibilità che le “fake news” sul suo social abbiano avuto un ruolo nella vittoria di Trump, poi ha ammesso il problema.

Per la qualità e la credibilità dell’informazione è un dramma. Anche le grandi agenzie di stampa internazionali hanno cominciato ad utilizzare i codici di calcolo al posto dei giornalisti. Dal 2014 l’Associated Press ha iniziato ad automatizzare completamente la sua produzione di articoli sui risultati economici delle aziende; gli algoritmi che scrivono automaticamente notizie a partire da dati strutturati hanno scosso l’industria delle news. Il cosiddetto “giornalismo automatizzato” da molti è considerato preferibile, in quanto ai risultati, ai giornalisti. Una tesi peregrina. Un algoritmo sa valutare se una notizia è vera o falsa, se un devastante terremoto in Indonesia con migliaia di morti è più importante dell’elezione di miss America? I codici di calcolo, valutando i giudizi nella Rete, probabilmente darebbero più importanza alla prima bellezza americana che al sisma avvenuto nell’Estremo Oriente.

Adesso anche la frontiera delle previsioni e delle simulazioni elettorali è conquistata dall’algoritmo. Un codice di calcolo di YouTrend, elaborato per ‘La Stampa’, dà la vittoria al centro-destra di Silvio Berlusconi nelle elezioni politiche del 4 marzo. L’algoritmo manda a casa studiosi, ricercatori ed esperti di sistemi elettorali e sentenzia: con il Rosatellum (la nuova legge elettorale per un terzo maggioritaria e per due terzi proporzionale) l’alleanza Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia farà man bassa di seggi soprattutto nel nord Italia e farà buoni risultati nelle altre regioni, battendo il centro-sinistra di Matteo Renzi, la sinistra di Pietro Grasso e il M5S di Luigi Di Maio.

Vero, falso? Staremo a vedere. Un fatto è sicuro: occorre grande attenzione davanti alla ‘dittatura’ dell’algoritmo. Nel settembre 2015 il senatore leghista Roberto Calderoli condusse una durissima battaglia ostruzionistica contro la riforma costituzionale del governo Renzi. Pur di bloccarla presentò ben 85 milioni di emendamenti affidandosi a uno specifico codice di calcolo. Erano talmente tanti che fu perfino impossibile stamparli tutti secondo la prassi. Precisò lasciando tutti a bocca aperta: dietro gli 85 milioni di emendamenti c’è un algoritmo che «introduce una quarta dimensione che, a seconda dell’inclinazione dell’asse, può produrre emendamenti all’infinito».

Ma non finì bene per nessuno. Calderoli e le opposizioni furono battute perché il presidente del Senato Grasso applicò il cosiddetto “canguro”: il vecchio meccanismo anti ostruzionismo del Parlamento cancellò quasi tutti gli emendamenti di Calderoli perché ripetitivi o simili. La Riforma costituzionale fu approvata sia dal Senato sia dalla Camera, ma non andò bene per Renzi perché fu poi bocciata nel referendum votato il 4 dicembre 2016.

Realtà e fantascienza si rincorrono. Il professor Con Slobodchikoff della Northern Arizona University raccoglie e studia migliaia di video di cani che abbaiano e ringhiano. Il progetto è di costruire un algoritmo capace di tradurre in simultanea i latrati in inglese. L’obiettivo è di poter addirittura far parlare gli uomini con i cani entro dieci anni.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma.it)