Giuseppe Saragat, democrazia e socialismo

saragatL’11 giugno scorso l’«Associazione socialismo» e la rivista «Mondoperaio» hanno promosso un incontro per ricordare l’opera politica di Giuseppe Saragat (1898-1988). L’incontro, che si è tenuto nella sala Koch di Palazzo Madama di fronte alle massime cariche dello Stato, ha dato l’occasione al presidente della Repubblica Sergio Mattarella di rivisitare la sua lezione politica incentrata sui valori democratici della Repubblica e della rappresentanza politica per la difesa di un sistema politico «dal volto umano».

La biografia e l’opera di Giuseppe Saragat – come ha ricordato il presidente della Repubblica – sono strettamente intrecciate alle vicende politiche del Novecento e alla sua «battaglia per conquistare all’idea socialista la piena qualifica di democratica, puntando alla universalizzazione delle libertà liberali» nella «difesa dei principi di libertà, democrazia e giustizia sociale». A questi valori si ispira infatti la vicenda biografica di Giuseppe Saragat dai primi indirizzi democratici fino alla sua elezione a presidente della Repubblica (29 dicembre 1964), di cui ha tracciato un interessante profilo Marcello Staglieno nel suo volume L’Italia Del Colle 1946-2006: sessant’anni di storia attraverso i dieci presidenti (Boroli editore, Milano 2006, pp. 201-221).

Formatosi alla scuola politica del padre Giovanni Saragat (1855-1938), avvocato liberale trasferitosi nel 1882 dalla natia Sardegna a Torino, il giovane Giuseppe acquisì la sua sensibilità vero le condizioni della classe operaia, crescendo in un clima fecondo di stimoli culturali a contatto con giovani democratici come Piero Gobetti e Andrea Viglongo. La guerra del 1915-18 lo trovò nelle file dell’interventismo salveminiano, verso cui espresse un acceso fervore tanto da arruolarsi volontario. Ma la conoscenza di Claudio Treves (1869-1933) e di Bruno Buozzi (1881-1944) lo spinse ad aderire al Partito socialista unitario (Psu), costituito il 4 ottobre 1922 in seguito all’uscita dei riformisti dal Psi.

L’esordio ufficiale di Giuseppe Saragat avvenne come rappresentante della Federazione provinciale di Torino nel convegno del Psu (28-31 marzo 1925) a Roma, dove pronunciò un discorso inneggiante al «metodo democratico» contro il regime mussoliniano e la «illegalità anarchica delle squadre armate» che negano il pluralismo politico in nome di una «stalolatria che giunge fino al crimine di stato» (cfr. Il discorso Saragat, in «La Giustizia», 31 marzo 1925, p. 1). Il suo appello ai principi democratici fu proposto come antitesi al giacobinismo dei comunisti tacciati di negare la libertà, il cui ripristino presupponeva un adeguamento dell’organizzazione partitica all’accettazione della legalità come «base stessa della immancabile rivoluzione futura».

Sulla rivista «Il Quarto Stato», di cui il primo numero uscì il 27 marzo 1926, Saragat auspicò un’azione comune con il Psi per condurre una lotta contro la dittatura fascista, culminata alcuni mesi prima nello scioglimento del Psu e quell’anno nella negazione delle libertà individuali. Di fronte al dilagare del fascismo egli decise così di emigrare a Vienna, dove nell’aprile 1927 trovò impiego nella banca cittadina Wiener Merkur, senza trascurare lo studio e la ricerca culturale: quello viennese fu un periodo fecondo di riflessioni politiche a stretto contatto con il socialista Otto Bauer (1881-1938) e alla sua elaborazione dell’austromarxismo. Questo permise a Saragat di comprendere la natura totalitaria del bolscevismo e dei mezzi spietati adoperati da Stalin per detenere il potere. Dal contatto con gli austro-marxisti egli trasse le sue riflessioni poi elaborate nel settembre 1929 in un saggio dal titolo Marxismo e democrazia (ESIL, Edizioni Sala dell’Italia Libera).

In questo saggio Saragat ribadisce il nesso tra democrazia e libertà, senza la quale essa diventa «un vuoto formalismo» da diffondere tra i cittadini: riflessione che riprende in una serie di articoli pubblicati sul periodico «Rinascita Socialista» di Giuseppe Emanuele Modigliani (1872-1947). Il 19 aprile del 1930 invia una «lettera aperta» all’«Avanti!», diretto in quell’anno da Pietro Nenni (1891-1980), per superare la scissione del 1922 e impedire il successo del massimalismo sostenuto da Angelica Balabanoff (1869-1965). Nella Carta dell’unità, approvata nel Congresso di Parigi (20-21 luglio) auspica una convergenza unitaria con il nucleo operativo diretto da Nenni, a cui danno il consenso di Claudio Treves e di Filippo Turati (1857-1932).

Nella sua relazione Saragat propone una lucida analisi del fascismo, considerato «un prodotto dello sviluppo organico della economia capitalistica» che «non può essere sostituito a base di decreti», ma solo attraverso l’azione di un partito in grado di promuovere un’alleanza organica di tutte le forze progressiste e richiamare la classe operaia alla coscienza del suo compito storico. Le cause del fascismo, che egli attribuisce ad una «mancata rivoluzione liberale italiana», possono essere superate sul piano politico dall’alleanza tra repubblicani e socialisti, senza mai dimenticare il nesso tra democrazia e socialismo.

Critico verso il liberal-socialismo di Carlo Rosselli e le posizioni antimarxiste sostenute nel saggio Socialismo liberale (1930), Saragat rimane fedele al materialismo storico non sempre valutato nella sua intrinseca essenza. La sua critica è rivolta anche ai comunisti per la loro incomprensione della libertà, elemento che può far sorgere uno spirito rivoluzionario in grado di coniugarlo con la lotta di classe. Lungo gli anni Trenta Saragat pubblica una serie di articoli sull’«Avanti!» e su «La Libertà», con quali ribadisce questo nesso inscindibile in un’aspra polemica con i comunisti per la loro sottomissione alla centrale moscovita.

Tuttavia, sul patto d’azione tra Psi e Pci, Saragat difende l’unità tattica, unica via per sottrarre i comunisti alla loro visione politica catastrofica e per favorire il loro processo di «socialdemocratizzazione». Nel volume L’Umanisme marxiste (ESIL, Marsiglia 1936), egli si distanzia dalla lettura comunista di Marx, interpretato anche alla stregua di Benedetto Croce come «canone di interpretazione storica» utile alla conoscenza della società umana. Non rinuncia però a rivolgere una critica al bolscevismo e ai piani quinquennali sovietici, nei quali vede un’accelerazione forzata del ritmo di sviluppo economico a detrimento dei lavoratori e un inevitabile inasprimento del regime poliziesco.

La guerra civile spagnola, cominciata nel luglio 1936, conferma la proposta di Saragat di un ampio fronte antifascista, che è così riproposto a sostegno della lotta contro il franchismo e in difesa del messaggio «Oggi in Spagna, domani in Italia» che Carlo Rosselli (1899-1937) lancia proprio durante la torbida vicenda spagnola. Il terzo congresso dei socialisti in esilio, tenuto a Parigi dal 26 al 28 giugno 1937, si caratterizza per il serrato confronto tra i sostenitori dell’alleanza con i comunisti e i critici verso l’immediato passaggio del loro partito nell’ambito dell’unità d’azione. Un confronto che non impedisce a Saragat di rivolgere una critica devastante alle purghe staliniane e ai processi di Mosca del 1938.

Lo scoppio della Seconda guerra mondiale accentua la critica all’Unione sovietica che, per Saragat, ha instaurato un regime poliziesco e burocratico alla stregua delle analisi politiche espresse da Bruno Rizzi (1901-1977) nel suo volume La burocratisation du monde (Paris 1939). Ma il mutato clima, provocato dall’aggressione nazista all’Unione sovietica, favorisce un clima più distensivo tra socialisti e comunisti, che porta alla firma comune di un appello per la costituzione di un fronte nazionale antifascista.

Alla caduta di Mussolini, Saragat ritorna nel 1943 a Roma, dove contribuisce alla ricomposizione del Partito socialista e alla rinascita dell’«Avanti!». Arrestato dai tedeschi il 18 ottobre, egli viene tradotto nel carcere di Regina Coeli, dove è rinchiuso per quattro mesi, insieme a Sandro Pertini e a Carlo Andreoni (1901-1957). La vicenda, raccontata nei libri Saragat. Il coraggio delle idee (Roma 1984?) di Vittorio Statera e Saragat e il socialismo italiano dal 1922 al 1946 (Venezia 1984) di Ugo Indrio, coinvolge Giuliano Vassalli (1915-2009) e Massimo Severo Giannini 1915-2000, l’uno futuro presidente della Corte costituzionale e l’altro futuro ministro della Funzione Pubblica. Ma nuovi elementi sono aggiunti nei libri Saragat (Eri, Torino 1991) di Antonio G. Casanova e Giuseppe Saragat (Marsilio, Venezia 2003) di Federico Fornaro.

Condirettore dell’«Avanti!», con Nenni direttore, Saragat contribuisce al rilancio del giornale socialista, che nella prima metà del 1946 raggiunge le 100 mila copie. Ministro senza portafoglio nel governo presieduto da Ivanoe Bonomi (18 giugno-12 dicembre 1944), poi ambasciatore a Parigi (15 marzo 1945-23 marzo 1946), egli è deputato all’Assemblea costituente e suo presidente con 401 voti su 468. Sostenitore dell’assoluta autonomia socialista e dei valori democratici dell’Occidente, Saragat ribadisce il nesso tra democrazia e socialismo, interpretando il marxismo in chiave umanistica come unica visione in grado di recuperare la tradizione riformista del socialismo italiano.

In quest’ottica deve essere inquadrata la cosiddetta «scissione di Palazzo Barberini» (11-12 gennaio 1947) e la costituzione del Partito socialista dei lavoratori italiani (Psli), cui aderiscono 52 parlamentari su 115, la maggioranza della giovanile socialista e un cospicuo numero di militanti attratti dal verbo anticomunista e dal «massimalfusionismo della maggioranza». L’anno successivo Saragat, durante le elezioni politiche del 18 aprile, assume una posizione critica verso il «Fronte Democratico Popolare», provocando le invettive dei comunisti: in un intervento alla Camera viene definito da Gian Carlo Pajetta un «traditore del socialismo».

Tra il 1948 e la sua nomina a presidente della Repubblica Saragat vive gli episodi più significativi del socialismo italiano nella ricerca dell’unità socialista: l’incontro del 25 agosto 1956 a Pralognan con Nenni segna l’inizio di un processo che porta alla costituzione di un partito unitario che si conclude solo nella costituzione del PSU realizzatosi nel XXXVII congresso (ottobre 1966). Per l’occasione egli suggerisce a Nenni di inserire nella «Carta dell’unificazione socialista» l’appello ai valori «universalmente umani» e agli ideali «di libertà, di giustizia e pace», come pure il richiamo alla collaborazione tra forze democratiche e cattoliche per avviare una politica riformista.

Come presidente della Repubblica (28 dicembre 1964-29 dicembre 1971), Saragat osservò la divisione dei poteri con il rispetto dei vari organi costituzionali e non rinviò mai un provvedimento alla Camere per riesame, conferendo sempre l’incarico di formare il governo ai membri indicati dalla maggioranza parlamentare. L’esperienza del Centro-sinistra fu vissuta come formula di governo in grado di condizionare i processi di trasformazione sociale nell’ambito di una visione democratica contraria ad ogni forma di violenza e all’insegna di un riformismo inteso come fattore di crescita economica e culturale.

Nunzio Dell’Erba

Giuseppe Saragat, il vincitore del XX secolo

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L’11 giugno di trent’anni fa moriva a Roma Giuseppe Saragat. Il leader che aveva visto giusto condannando per primo i misfatti di Stalin rivelati da Kruscev e opponendosi apertamente all’invasione dell’Armata Rossa sovietica per schiacciare il dissenso di Ungheria e Cecoslovacchia.

Un anticipatore, il quinto presidente della Repubblica, un politico lungimirante dalle intuizioni al limite della profezia. Che dieci anni prima di Pietro Nenni e quarant’anni prima di Bettino Craxi preferì il riformismo socialdemocratico al massimalismo marxista con gesti talvolta impopolari. Dimostrando grande coraggio. La storia gli ha dato ragione, nonostante in quel periodo le sue idee innovative provocarono spesso giudizi affrettati e contrastanti, e oggi il suo nome è iscritto fra quelli dei “padri fondatori” della moderna socialdemocrazia europea. Certo, all’epoca non c’era la forza mediatica dei talk show televisivi o dei social network e la concretezza aveva maggiore spessore delle semplici parole e Saragat combatté una battaglia di minoranza per affermare quel socialismo democratico che tanti anni dopo sarebbe diventato patrimonio di molta parte della sinistra.

Formatosi anche nella lettura di Marx, il suo stile di vita rappresentò un modello di socialdemocrazia proteso verso la ricerca dell’affermazione della libertà e della giustizia sociale a cui miravano diversi ambienti della sinistra nel dopoguerra. La sua opera non è solo una pagina indelebile di storia ma è, piuttosto, la coscienza dei socialisti. Il caso Saragat, dunque, ha suscitato nel tempo, soprattutto a sinistra dello scacchiere politico, tanti ripensamenti, alimentando in particolare la polemica dei riformisti verso le responsabilità della diaspora e spingendo a riaprire un capitolo carico di contraddizioni per essere considerato chiuso per sempre.

“La democrazia italiana deve moltissimo a Giuseppe Saragat – ha scritto Leo Valiani nella prefazione del libro ‘Saragat. Il coraggio delle idee’ di Vittorio Statera –. Nel mentre, dappertutto, anche in Occidente, si plaudiva ancora a Stalin, glorificato – non senza fondamento – come uno dei massimi artefici della vittoria su Hitler, Saragat vide lucidamente il pericolo che il totalitarismo staliniano, fatto proprio, con fanatismo acritico, dai partiti comunisti del mondo intero, e in Italia anche dalla maggioranza del Partito socialista, costituiva per le libertà democratiche appena conquistate”.

La sua è stata una figura che ha caratterizzato la vita politica di buona parte del Novecento. Da riscoprire per esaminare una questione anzitutto storica con protagonista un uomo che, nella patria dei voltagabbana, scelse coerentemente una sola strada percorrendola senza esitazioni, battendosi fino alla fine per le idee nelle quali credeva. E per rimettere in prospettiva una icona minacciata dalla fugacità del presente.

Fabio Ranucci

La morte di Buozzi: giallo con tre interrogativi

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Su quel che determinò il doloroso epilogo del 4 giugno 1944, cioè l’eccidio della Storta, l’uccisione da parte dei nazisti in fuga di Bruno Buozzi e altri tredici antifascisti, incombono ancora tre interrogativi a settantatré anni di distanza. Per carità, della vicenda si sa più o meno tutto però al quadro mancano alcuni dettagli. Tanto per cominciare, bisogna dire che a quella strage si può tranquillamente applicare la teoria sulla banalità del male elaborata da Hannah Arendt in occasione del processo ad Adolf Eichmann. Perché se per la terribile carneficina delle Fosse Ardeatine può essere, strumentalmente, evocato l’odioso e spietato rapporto di causa-effetto con l’attentato di via Rasella, per La Storta il medesimo rapporto non può essere richiamato per il semplice fatto che non esiste. Fu una strage gratuita. Una gratuità a dir poco inquietante.

La sera del 3 giugno 1944 da via Tasso, la famigerata prigione nazista, partirono diversi camion. Uno solo, però, interruppe la sua corsa nella tenuta Grazioli, facendo “scendere” vivo il suo carico umano, per ripartire poi dopo averlo lasciato senza vita in un fosso, vittima di una esecuzione nella “tecnica” simile a quella adottata alle Ardeatine (il camion era comandato proprio da un “Ss” che in quella occasione si era distinto nel ruolo di carnefice, facendo evidentemente tesoro della crudele lezione lì mandata a memoria). Proprio il camion che ospitava Buozzi e gli altri tredici antifascisti era quello più di altri atteso al nord per volere di Benito Mussolini che sperava di convincere Buozzi, per riconquistare consensi nelle fabbriche ribollenti di rabbia anti-nazista e anti-fascista, a dare lustro e copertura politica alla “conversione” sociale (il “ritorno alle origini”) della Repubblica di Salò. Non solo: probabilmente, ormai rassegnato alla sconfitta, il duce puntava a costruirsi degli interlocutori “comprensivi” ben sapendo che di lì a poco l’Italia gli avrebbe presentato il conto. Conosceva Buozzi, vecchio compagno di partito dei tempi socialisti (lo aveva pure violentemente contestato da sinistra per poi blandirlo anni dopo, come capo del nascente fascismo, in occasione dell’occupazione delle fabbriche).

Tre interrogativi, dunque. Il primo: perché Buozzi non cercò un “asilo” più sicuro? Molti leader di primo piano (tra i quali Pietro Nenni) erano stati ospitati in Laterano. Lui preferì affidare la sua salvezza a case “amiche”. Visto che era in corso la trattativa sulla ricostituzione del sindacato unitario, voleva godere di maggiore libertà di azione? Si sa, ad esempio, che respinse l’idea di trasferirsi al Sud, oltre le linee, nell’Italia liberata. Certo è che la sua scelta ha avuto un epilogo drammatico. Quelli successivi a via Rasella e alle Fosse Ardeatine furono giorni terribili, diversi sindacalisti vennero arrestati, tra i quali anche Giulio Pastore.

Il secondo: chi lo tradì? Perché è evidente che è stato tradito. Sul tema sono state elaborate diverse teorie, alcune anche di carattere strumentale. Erich Priebke, ad esempio, nella sua autobiografia ha parlato di una persona vicina a Buozzi, un sindacalista insospettabile. Illazioni di provenienza americana hanno provato a indirizzare la ricerca verso gli ambienti comunisti e, addirittura,  verso Di Vittorio. Era un periodo di acque torbide, in cui nuotavano personaggi non sempre cristallini come, ad esempio, Ulisse Ducci, antifascista ma con frequentazioni solide con gli ambienti dell’Ovra (dietro pagamento si dichiarò pronto a “consegnare” Buozzi e Nenni). Ma alla fine l’interesse si è concentrato su due personaggi: il ragionier Domenico De Ritiis, uomo piuttosto addentro agli ambienti socialisti, il cui nome fu poi ritrovato negli elenchi dell’Ovra e al quale Mauro Canali, che ha studiato la materia in maniera approfondita, ha dedicato una certa attenzione, e la staffetta Franz Muller, molto attiva nella zona di Trastevere.

Terzo interrogativo: chi comandò la strage? Tanto per cominciare bisogna ricostruire il carattere convulso di quelle ore. Il 3 giugno le truppe alleate sono ormai a un tiro di schioppo da Roma. I generali nazisti, a quel punto, rendono operativi i piani di una fuga che può avere una sola direttrice: il nord. Ma non si possono prendere tutte le strade a disposizione perché quelle che costeggiano il mare sono più esposte ai bombardamenti. Risultato: via Cassia diventa l’arteria preferita, trafficata più della Cristoforo Colombo dopo la chiusura degli uffici dell’Eur. Su quella strada i nazisti sistemarono il quartier generale che gestiva una fuga molto disordinata. È stato sostenuto che Priebke fosse presente nel momento in cui i due “Ss” che “gestivano” il camion, Kahrau e Pustowka, fecero fuoco su Buozzi e i suoi tredici compagni. Dunque, l’eccidio sarebbe stato ordinato da lui. Ma l’accusato si è sempre difeso sostenendo che in quei giorni era a Dachau. Rimandare la responsabilità della decisione a Priebke e a Kappler è inevitabile: d’altro canto, se non furono responsabili materialmente lo furono moralmente. Certo è che quel camion era il più malandato tra quelli che partirono da via Tasso, tanto malandato da far sollevare l’ipotesi che la “banalità del male” abbia trovato alimento proprio nella necessità di accelerare la fuga liberandosi di un carico “ingombrante”. Nel processo per le Fosse Ardeatine, Kappler sostenne che a un certo punto di quel mezzo vennero perse le tracce e che Kahrau che lo comandava si fece vivo soltanto cinque, sei giorni dopo da Firenze dove era arrivato solo a bordo di un’auto. Il camion non c’era più.

Valentina Bombardieri
(Fondazione Nenni)

Una bandiera non si getta in un canto come cosa inutile

nenni-legge-lavantiDobbiamo essere grati all’Istituto di Studi Storici Gaetano Salvemini per il lavoro di digitalizzazione dell’Avanti! dal 1896 al 1996. Un lavoro importante, prezioso, che ci restituisce un secolo di storia politica italiana e lo mette a disposizione degli studiosi.

Il glorioso giornale socialista (per una storia del giornale si consigliano i libri di Arfè e Intini) da oggi ed è sfogliabile liberamente online (http://avanti.senato.it ). Ieri la presentazione del progetto alla Biblioteca del Senato, davanti a molti ragazzi e tanti volti storici del socialismo italiano.

Al giornale socialista è legata buona parte della vita politica e giornalistica di Pietro Nenni (Faenza 1891- Roma 1980) e c’è un episodio, forse poco ricordato, del suo lungo rapporto con la testata (fino agli ultimi giorni di vita), che lo vede protagonista nel 1923, quando grazie alla sua azione indefessa salva il giornale dal disegno fusionista di Serrati.

Pietro Nenni era entrato nella redazione del giornale solo due anni prima, nel 1921, chiamato da Serrati a fare il corrispondente da Parigi (“sei mesi di prova, a 1.800 franchi mensili, comprese le piccole spese di tram e posta”). A Parigi Nenni si iscrive al Partito Socialista. Nel 1921 ha trent’anni e dopo aver a lungo militato nel Partito repubblicano abbraccia il socialismo. Nel maggio del 1922 per l’Avanti! segue una conferenza internazionale a Cannes dove incontra il suo vecchio amico-nemico Mussolini e sulla croisette i due si fermano in un lungo colloquio (famosa passeggiata raccontata da Nenni in Sei anni di guerra civile).

Mentre Mussolini pianifica la Marcia su Roma, nell’ottobre del 1922 Nenni viene richiamato da Serrati a Milano per svolgere le funzioni di Redattore Capo dell’Avanti! in sostituzione di Passigli. Intanto l’ala riformista di Turati, Treves e Matteotti veniva espulsa dal partito e costituiva il Partito Socialista Unitario (PSU). Il 26 ottobre del 1922 una delegazione socialista composta da Serrati, direttore dell’Avanti!, Maffi, Romita e Garuccio, si reca a Mosca; in quell’occasione si concorda un progetto di fusione tra il PSI e il PCd’I (Partito Comunista d’Italia, nato dalla scissione di Livorno del 1921). Il nuovo partito avrebbe dovuto chiamarsi Partito comunista unificato d’Italia. Negli organi dirigenti la maggioranza sarebbe comunista e l’Avanti! diretto da Gramsci.

Per Nenni questa scelta rappresenta la liquidazione del partito e costituisce con Arturo Vella un Comitato di difesa per “l’autonomia socialista”. Nasce così un violento contrasto con Serrati che da Mosca ordina di sbarazzarsi di Nenni. Il 3 gennaio del 1923 Nenni motiva la propria posizione in un lungo articolo sull’Avanti!: “Il Partito deve essere interrogato subito, sul solo punto che interessa: la fusione immediata a mezzo di referendum”. Conclude lapidario: “Una bandiera non si getta in un canto come cosa inutile. Si può anche ammainare, ma con onore, con dignità”. Interviene, pesantemente, anche l’Internazionale Comunista: “Noi insistiamo”, si legge in un suo dispaccio del 18 gennaio, “sull’allontanamento di Nenni, e che la sua opera nociva venga smascherata come disorganizzatrice del movimento proletario”. Ma né la Direzione, né l’Avanti! obbediscono: in realtà il partito è contro la fusione.

Pietro Nenni ha un ruolo chiave durante il congresso socialista di Milano (15–17 aprile 1923) e le sue tesi autonomiste trionfano su quelle fusioniste di Serrati. Di fatto salva il Partito socialista da quella che sembrava un’inevitabile evaporazione e il giornale. Per tale ruolo assunto entra nella Direzione del partito e viene nominato Direttore dell’Avanti!.

In molti rimangono impressionati dalla “rapida carriera” che in un paio d’anni lo ha portato ai vertici della gerarchia del partito e alla direzione del giornale. Con l’avvento del fascismo in Questura chiedono a Pietro Nenni di sottoscrivere, in qualità di Direttore dell’Avanti! una vera e propria sottomissione al regime. Ovviamente rifiuta e scrive caustico sul giornale “all’Eccellenza Mussolini”, ricordatogli che sono stati condannati insieme, da uomini di sinistra, dal Tribunale di Forlì: “Permettetemi di meravigliarmi che un uomo che viene dal socialismo, che il figlio di un internazionalista che ha sentito raccontare dal padre attraverso quali indicibili ostacoli il socialismo è passato, caschi nell’illusione dei conservatori vissuti fuori dal popolo e lontani dal proletariato, che vi siano misure di polizia, restrizioni di libertà, mezzi inquisitori, capaci di arrestare il corso di un’Idea. Il socialismo passerà Eccellenza Mussolini!”

Antonio Tedesco
Blog Fondazione Nenni

Mieli e il libro “25 luglio 1943” di Emilio Gentile

paolo mieliSul «Corriere della Sera» del 9 aprile, Paolo Mieli preannuncia l’uscita del libro 25 luglio 1943 (Laterza, Roma-Bari 2018, pp. 288), dedicato alla caduta del regime fascista. Un crollo che per l’autore, Emilio Gentile, era dipesa dai «progetti dei militari contro Mussolini, predisposti dalle decisioni del Gran Consiglio». In attesa di leggere il volume, in libreria dal 12 aprile, bisogna sottolineare lo strano modo adottato da Mieli per presentarlo ai lettori del «Corriere» con il titolo reboante «Le vanterie di Dino Grandi. Il gerarca fascista esagerò il ruolo che aveva avuto nel far cadere il Duce». Piuttosto che esporre e commentare il ruolo dei «vertici militari i generali Vito (recte: Vittorio) Ambrosio, Giuseppe Castellano e il capo della polizia Senise» che con la complicità del re predisposero «i piani per un colpo di Stato», Mieli discute solo le mene condotte da Dino Grandi (1895-1988) nella caduta del regime mussoliniano.
Nell’incipit dell’articolo Mieli riporta le parole che Pietro Badoglio rivolse il 18 ottobre 1943 agli ufficiali italiani, per la maggior parte riuniti nei «campi di riordinamento» istituiti dallo stato maggiore dell’esercito. Quelle parole, contenute nel noto discorso di Agro San Giorgio Jonico dalla località in cui sarebbe stato tenuto, sono citate malamente da Mieli, a cui sfugge la parte più interessante, quella relativa all’aspra critica rivolta a Mussolini. Più volte Badoglio definisce il dittatore fascista un «furfante» e un «brigante» che ha coperto le ruberie più spudorate dell’Azienda Generale Italiana Petroli (AGIP) con «novanta milioni di deficit»; della Gioventù del Littorio che «costava allo Stato più di un miliardo e mezzo»; del «dopolavoro» con «un altro miliardo e mezzo di passivo per lo Stato»; del ministero della Cultura popolare «che finanziava un numero incalcolabile di signore romane, con stipendi di cinque, otto, dieci mila lire» e di altri dispendiosi ministeri privi di ogni contabilità.
Così l’opinionista del «Corriere» si dilunga sulla riunione del Gran Consiglio del 24-25 luglio, riportando alcune notizie sull’organo supremo del regime fascista, sulla sua istituzione informale dell’11 gennaio 1923 e sulle 186 riunione convocate «nei suoi vent’anni di vita», senza aggiungere nulla di nuovo a quello reperibile su Internet. Nella sua lettura superficiale e frettolosa Mieli commette un errore storico, inserendo anche la riunione del 15 dicembre 1922, per cui le 186 ricordate e tratte dal sito sono di un numero inferiore. La riunione del Gran Consiglio durò quasi dieci ore e mise in minoranza (19 voti contro 7) il duce, approvando – come scrive Nenni nei suoi Diari – «un ordine del giorno Grandi che suonava sconfessione della sua direzione della guerra e invito a al sovrano a provvedere a norme della Costituzione» ” (cfr. P. Nenni, Tempo di guerra fredda. Diari 1943-1956, SugarCo, Milano 1981, p. 25).
Sulla base dell’annotazione di Nenni, secondo cui era implicita la richiesta al sovrano e ai ministri di restituire i poteri previsti dallo Statuto, l’interrogativo di Emilio Gentile ripreso da Mieli risulta fuorviante nella spiegazione della riunione del Gran Consiglio: “Se Mussolini considerava l’ordine del giorno Grandi, da lui conosciuto poco prima della riunione, «un atto inammissibile e vile» (come «sembra» che lo avesse definito lui stesso), perché si chiede Gentile, «accettò che venisse discusso in Gran Consiglio e di chiedere su di esso la votazione, anche se non era obbligato a fare né l’una né l’altra cosa, dal momento che solo al capo del governo, presidente di diritto del Gran Consiglio, spettava di fissare l’ordine del giorno delle sedute?». Strano che un giornalista così acuto come Mieli accolga questo interrogativo, senza formulare una critica e senza chiedersi il motivo per cui Mussolini decise di convocare il Gran Consiglio: la spiegazione più attendibile può essere quella che egli si considerava ancora in grado di dominare la riunione e che mai avrebbe creduto ad una approvazione così larga dell’ordine del giorno Grandi.
Su questo aspetto sembra che Mussolini sia stato convinto da Hitler nel suo incontro di Feltre (19 luglio ’43) non tanto «per chiedere aiuto contro gli invasori», come sostiene con ingenuità Mieli, ma per conoscere la sua opinione sulla convocazione del Gran Consiglio. Il Führer consigliò di convocare la riunione, che fu indetta da Mussolini per dimostrargli di essere ancora il «conducator» dell’Italia. Il comunicato del suo incontro fu coperto da notizie brevi e prive di significato in quell’ora drammatica per Roma, bombardata quel giorno da aerei inglesi dopo che erano stati lanciati volantini di sprono alla ribellione contro Mussolini e Hitler.
Nella successione degli eventi, accertati e riportati da Mieli, è taciuto l’importante aspetto che riguarda la concessione del Collare dell’Annunziata a Dino Grandi. Il 25 marzo 1943, quattro mesi prima della riunione del Gran Consiglio, il re gli concesse infatti l’insigne onorificenza con grave disappunto di Mussolini, che per l’occasione fece inviare ai giornali l’ordine di dare la notizia «senza eccessivo rilievo». L’onorificenza fu proposta da Luigi Federzoni (1878-1967), amico di Grandi e già «Collare dell’Annunziata» dal 1932, che ricevette alcuni anni prima l’annuncio positivo da Pietro Acquarone, Aiutante di campo del sovrano.
L’episodio, peraltro rilevante per comprendere il ruolo di Grandi, fu considerato l’anno successivo da Mussolini un «elemento della congiura», ma era chiara la finzione dell’ex dittatore, volto a giustificare il suo operato e le sue responsabilità di fronte alla guerra. Mussolini aveva ritardato la concessione del Collare a Grandi, proponendo al sovrano di assegnarla a Giacomo Suardo (1883-1947, presidente del senato e più anziano di lui. Una versione diversa venne data da Grandi, che fornì una spiegazione personale riconducibile solo ai suoi meriti diplomatici e politici. Il 21 luglio 1943 Grandi ebbe un incontro con Federzoni, che accolse la sua conclusione delle dimissioni di Mussolini, per poi sottoporla a Giuseppe Bottai, a Umberto Albini e a Giuseppe Bastianini, tre membri influenti del Gran Consiglio.
Dalle carte di Federzoni, che riguardano la riunione del Gran Consiglio, possono venire spiegazioni sui legami amicali con Grandi e sui vari interventi dei protagonisti nella riunione del Gran Consiglio; ma essi devono essere letti alla luce di altre testimonianze, delle quali quella di Grandi assume un significato particolare per il suo ruolo rilevante. Sul piano storico Grandi fece durante la riunione una «requisitoria nel Gran Consiglio contro la dittatura» di Mussolini, che – come ricordò poi – «ha ascoltato, 48 ore fa, tutto ed esattamente quanto sto per dire … egli tacque e non mi smentì. Lo avrebbe fatto se avessi potuto smentirmi. Egli conosceva il mio ordine del giorno perché il segretario del Partito glielo aveva comunicato». Il noto ordine del giorno provocò la caduta del duce, al termine di una drammatica seduta in cui – come giustamente afferma Paolo Nello – «si dimostrarono decisive l’energia e la risolutezza dello stesso Grandi», ma anche l’inefficacia della linea filotedesca del suo rivale politico. Esagerato o meno il ruolo del gerarca fascista, esso fu decisivo per la caduta di Mussolini almeno per la presentazione di un ordine del giorno, con cui si richiedeva «la restituzione al re dei sui poteri politici e militari» e la formazione di un nuovo governo affidato a Pietro Badoglio.

Nunzio Dell’Erba

Galli della Loggia, visione italo-centrica del Caso Moro

21-con-moro-de-martino-e-lombardiIl «Corriere della Sera» del 31 marzo ritorna sul libro Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia (Feltrinelli, Milano 2018) di Marco Damilano con un articolo di Ernesto Galli della Loggia. Esso segue quello già scritto da Aldo Cazzullo e pubblicato il 16 marzo sullo stesso quotidiano, che mai è ritornato per la seconda volta sul medesimo libro. Così, dopo la scialba presentazione di Cazzullo, segue quella e «italo-centrica» e agiografica di Galli della Loggia, il quale si lancia in una lode sperticata del libro «letterariamente molto bello», scritto «con una finezza culturale e una cautela intellettuale che ne fanno, nel genere, un testo esemplare», così «profondo e a tratti commovente nel suo carattere singolare che combina la rievocazione storica con una sorta di pellegrinaggio politico-sentimentale attraverso luoghi e memorie della Repubblica».
Al di là di questa mole eccessiva di elogi, non sempre rispondenti alla materia analizzata e presentata nel libro, sembra strano che un giornale come il «Corriere» pubblichi un articolo così superficiale, pieno di stravaganze storiche, di elogi non sempre meritati e di giudizi di valori così espliciti che offendono «l’uso pubblico della storia» a scapito di una seria analisi posta al servizio della verità storica. Il collaboratore del giornale milanese, come storico, dovrebbe conoscere l’aspetto peculiare della ricerca storica: un testo per essere definito «esemplare» deve contenere precise indicazioni sul piano bibliografico, documentale e archivistico. Specialmente su una vicenda intricata e così complessa, come quella relativa al sequestro e all’omicidio di Aldo Moro, l’uno avvenuto il 16 marzo e l’altro il 9 maggio 1978.
L’interrogativo iniziale: «Che cosa sarebbe successo se il presidente della Dc non fosse stato rapito? », non ha alcun significato sul piano politico, perché la funzione principale di uno storico è quella di volgere lo sguardo al passato e non proporre riflessioni sul futuro. Il titolo dell’articolo «Inutile rimpiangere il disegno di Moro Non aveva un futuro. Si affidava ai partiti che erano in declino» non rispecchia la realtà del tempo, perché al momento del sequestro Moro il quadro politico era ancora fluttuante e non prevedeva particolari novità. Dice Galli della Loggia: «Moro cioè sarebbe stato vittima dell’ostilità suscitata in chi, specie a livello internazionale, considerava inaccettabile la sua repentina svolta a sinistra dopo la débâcle elettorale subita nel 1968 dal governo che egli aveva presieduto nei cinque anni precedenti».
La tesi di una «repentina svolta a sinistra», che Galli della Loggia attribuisce a Moro, è erronea, perché essa «si svolge per gradi, attraverso accelerazioni e pause», come viene enunciato da Pietro Scoppola nel suo libro La repubblica dei partiti (1991, p. 336). Il disegno di Moro fu dettato da un calcolo politico di «lunga durata» che venne formulato prima nei confronti dei socialisti e poi dei comunisti. La sua efficacia fu quella di riuscire a portare il partito della Dc alla scelta del centro-sinistra e di spostare l’episcopato italiano da posizioni conservatrici a quelle progressiste: sul superamento delle resistenze episcopali esiste un accurato studio di Augusto D’Angelo che, nel suo libro Moro, i vescovi e l’apertura a sinistra (Roma 2005), analizza il suo controverso rapporto con l’episcopato, giungendo – sulla base di un questionario preparato da Moro e diffuso tra gli ecclesiastici – alla conclusione che essi espressero un’opinione favorevole alla sua scelta di un incontro con i socialisti.
Un’attenta lettura del libro di Scoppola, citato nell’articolo da Galli della Loggia in un passaggio nebuloso, avrebbe convinto il giornalista romano a riflessioni più pacate anche sul libro di Damilano, il cui genere non si pone in un àmbito storico attendibile per l’assenza di note e di riferimenti bibliografici. Il libro può essere annoverato tra i romanzi di ispirazione storica, seppure caratterizzato da un uso disordinato delle fonti. Scoppola da vero storico cita e giustifica le sue asserzioni, mediante un excursus storico lineare e documentato. Nell’esporre i rapporti tra Moro e Nenni, egli – ad esempio – segue l’evoluzione del Psi, commenta il distacco dai comunisti e dimostra di conoscere il dibattito svoltosi nel congresso socialista del marzo 1961: cita il volume delle Edizioni Avanti! intitolato Partito socialista Italiano, 34° Congresso Nazionale, Milano, 12 – 20 marzo 1961. E, in modo preciso, ricorda la posizione di Nenni, laddove questi precisa il legame necessario tra spinte propulsive ai principi democratici e valori del socialismo, prendendo le distanze dai comunisti: «una politica democratica diversa anche da quella comunista, perché non strumentale; valida quando i socialisti sono all’opposizione e quando saranno alla direzione della società e dello Stato; non gravata da ipoteche di egemonie e dittature di partito; fondata sui diritti di libertà che noi consideriamo una acquisizione permanente della civiltà» (p. 41).
Sul piano della politica interna, Nenni realizzò il passaggio del Psi dall’opposizione alla compagine governativa, riconoscendo al leader democristiano la lealtà del suo disegno politico e favorendo l’incontro dei socialisti con i cattolici. Nel suo diario annota il suo pensiero su Moro, definito un «uomo onesto», che «tiene e terrà il suo impegno di farsi autorizzare a una soluzione di centrosinistra» (cfr. P. Nenni, Gli anni del Centro sinistra. Diari 1957-1966, SugarCo, Milano 1982, p. 204). Perché Galli della Loggia imposta la presentazione del libro del direttore dell’«Espresso» solo sui rapporti tra Moro e i comunisti, unico sodalizio politico in grado di «assicurare al Paese la crescita economica, lo sviluppo sociale e la necessaria maturazione democratica che di per sé il partito cattolico non era più in grado di assicurare».
Ancora una volta Galli della Loggia dimostra di ignorare la letteratura storica sul Caso Moro e di conoscere poco il pensiero politico dello statista pugliese, le cui riflessioni devono essere valutate alla luce della sua attività politica e della svolta a destra dei primi anni Settanta fino al referendum sul divorzio. Le questioni della storia politica di Moro non si esauriscono nelle «enigmatiche e tragiche correlazioni» presenti nella Prima Repubblica, ma affondano le loro radici nell’impalcatura ideologizzante alimentata dal Pci, nel fenomeno della destra eversiva legata alla P2, negli intrecci malavitosi delle Brigate rosse e nell’intervento di poteri esterni.
Il tentativo di colpire al cuore lo Stato da parte delle Brigate rosse fu dettato dall’inefficienza con cui venne gestita la scorta di Moro che, pur essendo lo statista più lungimirante della Dc, era il più vulnerabile dei membri della classe dirigente: la sua auto non era neppure blindata. Prima di quel tragico 16 marzo 1978, giorno del sequestro dello statista pugliese, non si può parlare della «inanità del disegno Moro», perché esso non può essere ridotto all’avvicinamento della Dc al Pci e alla «crescente ondata avversa» verso il sistema della «partitocrazia», come sembra ritenere Galli della Loggia. Questi ripete tesi ormai superate dalla letteratura storico su Moro, fautore sì del rinnovamento politico dell’Italia, la cui minaccia alla «struttura» del Paese (che cosa vuol dire?) imputabile alla «fragilità» e «passionalità» più volte ricordata spiega solo un aspetto del percorso politico di Moro, invischiato in altre mille questioni utili ad essere analizzate.
Le questioni sono più complesse e vanno da quelle espresse a suo tempo nel libro anonimo I giorni del diluvio (Rusconi, Milano 1985, poi con nome, Aragno, Torino 2007) da Franco Mazzola fino agli studi più recenti di Giovanni Fasanella e di Simona Zecchi. Mazzola, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai Servizi, inquadrò il Caso Moro in un perverso «intreccio tra brigatisti, servizi segreti stranieri, logge massoniche, interessi petroliferi». Fasanella, autore di altri saggi sui segreti di Stato, lo analizza nella sua complessità in un recente volume intitolato Il puzzle Moro (chiarelettere, Milano 2018, pp. 359) con nuove testimonianze e documenti inglesi e americani desecretati, mentre Zecchi lo inquadra nell’àmbito dell’intreccio tra criminalità organizzata e brigatismo rosso in un interessante volume intitolato La criminalità servente nel Caso Moro (La nave di Teseo, Milano 2018, pp. 294).

Moro, Nencini ne parlai con Craxi per salvarlo

aldo moroA via Fani, il 16 marzo del 1978, una donna agita un mazzo di fiori per segnalare l’arrivo della 130 del presidente della Dc, Aldo Moro. Si scatena il fuoco dei brigatisti: il maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi, l’appuntato Domenico Ricci e i poliziotti Giulio Rivera e Raffaele Iozzino vengono uccisi subito. Ancora vivo l’agente Francesco Zizzi, che morirà più tardi. Moro sopravviverà invece altri 55 giorni. Ma il suo progetto politico, l’apertura al partito comunista di Berlinguer, di fatto, finisce in quel momento. Nato a Maglie, nella provincia leccese, il 23 settembre del 1916, Aldo Moro ottiene a soli 25 anni la libera docenza a Bari, insegnando Filosofia del diritto. Nel ’42 entra nella Dc, fondata da De Gasperi in clandestinità: con lui i giovani della ‘seconda generazione’, la futura classe dirigente della prima repubblica, tra questi Fanfani, Dossetti, La Pira, Andreotti, Taviani, Rumor. Finita la guerra viene eletto nella Costituente, scelto dal partito per la ‘Commissione dei 75’, che elaborerà le norme fondamentali della carta costituzionale. Suoi i contributi relativi agli articoli dei ‘diritti e doveri dei cittadini’, lavorando a fianco di Tupini e Togliatti, tra gli altri.

Nel ’59, tramontata la stagione del centrismo, è segretario dello scudo crociato. Battuto Fanfani, l’altro ‘cavallo di razza della dc’, Moro si prepara alla stagione dell’apertura al Psi di Nenni e al nuovo centrosinistra. Tra i primi a dire no all’allargamento alla sinistra parte delle gerarchie vaticane. Giovanni XXIII si mantiene cauto, ma i cardinali Siri e Ottaviani non risparmiano critiche a Moro, parlando dei socialisti come di ‘novelli anticristi’. Moro tira dritto e risponde che “la democrazia cristiana non è un partito cattolico, ma di cattolici che operano in politica”.

Nel frattempo, il generale De Lorenzo, prepara il ‘piano Solo’, un tentativo di golpe, per impedire la svolta riformatrice, che soprattutto dopo il ’62, i socialisti, ormai nella stanza dei bottoni, avrebbero voluto accentuare. Tentativo che fu ritentato poi, nel ’70 dal principe nero Junio Valerio Borghese, con il fallito golpe dell’Immacolata. Nello stesso anno Curcio e Franceschini fondano le Brigate Rosse.

Tra i risultati del centrosinistra, (nonostante il “tintinnare di sciabole” di cui parlò il leader Psi, Nenni), c’è nel ’62 l’istituzione della scuola media unica obbligatoria e poi la nazionalizzazione delle industrie elettriche, con la nascita dell’Enel. Il 4 dicembre del 1963 Aldo Moro forma il primo governo di centrosinistra organico, ne seguiranno altri due guidati dallo statista dc, fino al 1968. Tra le norme, che chiuderanno di fatto quella stagione di riforme, arrivano la legge sul divorzio, nel 1970, che resisterà al referendum abrogativo di quattro anni dopo, lo Statuto dei lavoratori, la riforma delle regioni. Inoltre il parlamento dà vita alla Commissione parlamentare antimafia.

Negli anni della contestazione Moro si defila, guardando con attenzione al movimentismo del ’68 e alle istanze della società civile, sostenendo che da quel mondo agitato e difficile da interpretare sarebbe comunque sarebbe nata una società “più ricca ed esigente”. “Tempi nuovi si annunciano ed avanzano in fretta come non mai – dice al suo partito – . Sono segni di grandi cambiamenti e del travaglio doloroso nel quale nasce una nuova umanità”, avverte Moro. Nel ’73, Moro assume la carica di presidente del partito. Dopo due governi tra il ’74 e ’76, a impronta centrista, matura la strategia dell’attenzione nei confronti del Pci di Berlinguer. Moro, già nel ’74, parla della necessità di avere “un atteggiamento chiaro, serio e costruttivo di fronte al Pci”.

E dalle parole passa ai fatti, incontri riservati iniziano a essere frequenti tra i suoi e gli uomini di Berlinguer, in vista di una nuova fase, quella che prenderà il nome di ‘terza fase’, dopo quella del centrismo e del centrosinistra. Intanto ad attaccare Moro non sono solo le gerarchie ecclesiastiche, come ai tempi del centrosinistra. Stavolta l’apertura al Pci, è avversata dagli Usa. A far capire il punto di vista di Washington a Moro ci pensa Kissinger che lo ‘invita’ a lasciare fuori i comunisti dal Palazzo. Moro tira dritto e cerca di arrivare all’obiettivo, mentre in molti scommettono che guiderà la transizione dal Colle, pronto per essere eletto alla presidenza della Repubblica. Il 16 marzo del 1978, mentre sta per raggiungere la Camera per la fiducia al governo Andreotti che vede l’ingresso dei comunisti nella maggioranza programmatica e parlamentare, la proposta morotea per la democratizzazione del Paese viene annientata dalle armi dei brigatisti.

“C’era chi era per trattare, chi per manifestare una fermezza assoluta. Chi voleva avviare trattative con le BR non era per questo cedevole. Non rinunciava a difendere i principi costituzionali. Si trattava di salvare la vita di un uomo”. È il racconto di Riccardo Nencini, segretario del Psi, intervistato dall’emittente toscana ‘Controradio’ sul caso Moro, nel giorno del quarantesimo anniversario del rapimento dell’ex segretario della Dc. Nencini racconta: “Ricordo bene quei giorni, da 18enne mi avvicinai ai radicali e al Psi proprio per la loro posizione assunta circa la trattativa, ero in terza liceo e furono sospese le lezioni e convocata immediatamente un’assemblea: si manifestarono le due linee che poi furono le due linee politiche assunte dai partiti.”. Il segretario socialista prosegue: “Ne ho riparlato con Craxi all’inizio degli anni ’90. L’obiettivo – prosegue Nencini riferendosi alla posizione assunta dal Psi guidato da Bettino Craxi – era salvare l’uomo ma anche provare a costruire uno Stato che non si caratterizzasse per una relazione esclusiva tra il Pci e la Dc”. “Le istituzioni ressero bene, non fu dunque un colpo di stato. Quell’evento tragico ha rappresentato uno strappo con la vita politica e istituzionale italiana. Se Moro fosse rimasto in vita – ha aggiunto – forse le vicende politiche del nostro Paese avrebbero preso una piega diversa”.

Nencini sostiene che non è ancora stata fatta luce su tutte le zone d’ombra di quella vicenda: “L’Italia – ha concluso Nencini – era un membro chiave all’interno della NATO e un paese frontiera dove esponenti del terrorismo e servizi internazionali operavano; dunque qualche domanda è legittimo farsela ancora oggi a 40 anni di distanza”.

Psi Forlì
Il genocidio culturale per cancellare la storia del PSI

bandiera-psi

Scriviamo questa nota senza alcuna vena polemica ma solo per amore della verità storica. C’è un genocidio culturale in atto che mira a cancellare la storia del PSI e la parola Socialismo.

Anche il socialista europeo Renzi si richiama più volte a Moro, Berlinguer e De Gasperi e non ai migliori esponenti della cultura e tradizione del socialismo riformista e liberale del nostro Paese.

Ripassiamo in sintesi le conquiste e le scelte dei Socialisti democratici e riformisti con un occhio alle scelte dell’allora PCI e giudichiamo chi era dalla parte giusta.

Siamo figli di Filippo Turati che fondò il partito assieme ad Anna Kuliscioff, combattendo l’intellettualismo del rinvio di Antonio Labriola, poi l’anarchismo e l’operaismo, infine il sindacalismo rivoluzionario, quel socialismo che osteggiò la guerra, proponendo un neutralismo attivo, ma poi, dopo Caporetto, invitò a combattere per difendere il suolo patrio. Il riformismo che accettò di collaborare coi governi liberali per strappare conquiste di libertà e di giustizia. Che si insediò nel sindacato, che formò case del popolo, cooperative, scuole, università popolari. Il socialismo che diviene, citiamo Turati, “che non è lo scatto di un’ora o di un giorno, ma l’evoluzione pacifica e continua delle teste e delle cose”.

Quel socialismo nel 1921 volle la collaborazione coi popolari per salvare l’Italia in preda alla guerra civile e all’esaltazione fascista, contro i rivoluzionari e i comunisti che consideravano capitalismo e fascismo la stessa cosa. Quel socialismo che con il martirio di Giacomo Matteotti denunciò le violenze e i brogli delle elezioni truffa del 1924. Quel socialismo lottò contro la dittatura, senza credere al mito della rivoluzione sovietica e al sopruso della dittatura del proletariato. Siamo quelli che con Nenni si opposero alla liquidazione del Psi voluta da Lenin e accettata da Serrati e che, riunificandosi in Francia nel 1930, generarono un unico partito socialista, comprendente Nenni, Saragat e Turati.

Siamo anche quelli che nel 1938 condannarono i processi stalinisti di Mosca, i processi delle streghe, come li definì Pietro Nenni, e che nel 1939 presero le distanze dal patto
sovietico-nazista che i comunisti italiani accettarono ed esaltarono. Siamo quelli che combatterono il fascismo con le brigate Matteotti e con tutte le forze disponibili. Ma che non trucidarono mai nessuno durante la Resistenza e soprattutto dopo. Siamo ancora quelli, con Nenni, all’avanguardia della battaglia per la Repubblica, mentre i comunisti con Togliatti avevano accettato la monarchia. E siamo ancora quelli che non votarono l’articolo sette della Costituzione che includeva i patti lateranensi al contrario del Pci che lo votò.

Nel 1948 siamo con Placido Rizzotto, socialista e sindacalista, ucciso dalla mafia per il suo impegno a favore del movimento contadino per l’occupazione delle terre.

Siamo con Nenni che nel 1956 si schierò cogli insorti di Budapest e non coi carri armati, come invece fecero il Pci e L’Unità.

Nel 1962 siamo con il primo centro-sinistra che regalarono all’Italia una grande stagione di riforme tra cui la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la scuola media unica, il piano casa e la riforma agraria.

Nel 1970 siamo con il ministro socialista Giacomo Brodolini che volle lo Statuto dei Lavoratori, ma con l’astensione del PCI.

Siamo con Fortuna che ci regaló le conquiste dei diritti civili dei primi anni settanta, che s’imbatterono in un Pci recalcitrante e tutto proteso al compromesso storico.

Siamo ancora con Craxi che volle il Psi ben piantato nell’eurosocialismo dopo anni di incertezze e di contraddizioni, nel riformismo, nella più completa autonomia politica, che si battè inascoltato per la salvezza dell’uomo Moro, che anticipò nel 1979 il tema della grande riforma, che assunse la bussola del socialismo liberale.

Siamo con Martelli e i suoi referendum e i suoi “meriti e bisogni”, con quel governo a presidenza socialista che ci regalò la lotta vinta all’inflazione anche grazie al decreto di San Valentino osteggiato da Berlinguer e combattuto con un referendum perso, che sfidò i sovietici coi missili a Comiso e gli americani con Sigonella.

Siamo ancora nel 1987 con Martelli che schierò il Partito contro il nucleare nel primo referendum vinto, con il PCI molto titubante.

La storia della Sinistra è stata meglio rappresentata dal PSI e ciò dovrebbe far riflettere tutti, compreso i MEDIA, che spero diano spazio a questo intervento.

Federazione P.S.I. Forlì

127 anni fa nasceva un gigante: Pietro Nenni

nenni-legge-lavantiIl 9 febbraio 1891, a Faenza nacque un uomo destinato a fare la storia italiana. Si chiamava Pietro Nenni, e fin da bambino, dimostrò di avere carattere A 7 anni conobbe il suo battesimo politico. Era il 1898 ed erano in corso i moti per la fame. Uomini e donne protestavano e assaltavano i forni, e quando la cavalleria iniziò la carica contro di loro, il piccolo Pietro sentì per la prima volta lo sdegno per le ingiustizie della società.

E pensare che sarebbe potuto diventare prete. Entrò infatti nell’istituto “Maschi Opera Pia Cattani”, ma questo non arrestò il suo interesse per la politica. Dopo aver scritto sui muri dell’istituto “Viva Bresci”, l’anarchico che aveva ucciso il re Umberto I, ne venne definitivamente espulso nel 1908 dopo per aver partecipato ad uno sciopero di agricoltori.

Lo stesso anno, iniziò la sua carriera da pubblicista scrivendo il suo primo articolo sul Popolo di Faenza. La prima bandiera politica che decise di adottare fu quella del Partito Repubblicano. È in quei mesi che nacque un’amicizia che sarebbe diventata una guerra. Nenni infatti conobbe Benito Mussolini, un giovane che allora dirigeva il giornale socialista Lotta di Classe, per cui Pietro scrisse alcuni articoli. È noto l’episodio che vede i due lottare insieme contro la guerra in Libia, dichiarata nel settembre del 1911. Arrestati per lo stesso motivo, condivisero in carcere la stessa cella per un anno e quindici giorni. La prigione non frenò minimamente il temperamento del giovane Pietro, che continuò la sua attività di giornalista.

La crisi della sua identità repubblicana giunse dopo la prima guerra mondiale. Pietro infatti era a favore dell’interventismo e si arruolò come volontario. Subito dopo la conquista di Gorizia la moglie Carmen diede alla luce la sua terza figlia, chiamata a buon auspicio Vittoria. Tuttavia, in generale l’esperienza della guerra fu molto forte e portò Pietro a riflettere sulle sue idee interventiste. Per questo, si allontanò dal Partito Repubblicano e iniziò a frequentare i circoli socialisti. L’anno della svolta definitiva fu però il 1920, quando, per attività giornalistiche, compì un viaggio nel Caucaso e conobbe il mondo sovietico. È allora che decise definitivamente di lasciare il Partito Repubblicano.

Dopo lo sdegno per l’assalto di un gruppo di fascisti alla sede dell’Avanti! Nenni decise di sposare ufficialmente la causa socialista. Iniziò quindi a lavorare da Parigi come corrispondente per il quotidiano socialista, di cui, nel 1923 divenne direttore.

Oggi ricordiamo il 127esimo anniversario della sua nascita ma anche quel percorso forse non lineare ma pieno di passione e ricco di esperienze che lo hanno portato a capire quale fosse, per lui, la giusta parte da cui combattere, ma sempre con lo stesso obiettivo: la giustizia sociale.

La sua carica, la sua incredibile onestà e fierezza lo hanno condotto non solo alla guida del Partito Socialista, ma anche tra gli uomini che hanno guidato il paese nel delicatissimo periodo del dopoguerra, periodo a cui Nenni giunse non senza essere coinvolto in tragedie personali, come l’esilio e la perdita della figlia Vittoria, morta ad Auschwitz. Nel dopoguerra, per citare solo alcune delle sue battaglie, si schierò per la repubblica, per il mantenimento del Fronte Democratico Popolare con i Comunisti, contro l’ingresso dell’Italia nel Patto Atlantico, che non vedeva affatto come uno strumento di pace. La sua ultima battaglia fu invece quella per il divorzio. La prima quella forse più entusiasmante: con una determinazione che tradiva le sue origini, si batté per la Repubblica, considerato come unico baluardo democratico possibile dopo il vergognoso fallimento della monarchia; quindi, da ministro per la Costituente portò il Paese alla costruzione di una Carta che nacque non solo sorretta da una grande tensione ideale ma anche accompagnata da uno studio delle scelte così approfondito da far impallidire i recenti tentativi di revisione (o forse sarebbe meglio dire, manomissione).

Amato dagli amici, rispettato dagli oppositori, Nenni si spense il primo gennaio 1980. Per chi volesse portargli un fiore, oggi riposa al cimitero del Verano a Roma.

Giulia Clarizia
Blog Fondazione Nenni

Vivà, un libro per ricordare la figlia di Nenni

viva nenniLodevole ed efficace iniziativa della Fondazione Pietro Nenni di venerdì 2 febbraio 2018 per la presentazione del libro “VIVA’ (III edizione) presso un locale della sede UIL di Bologna. Sono intervenuti l’autore Antonio Tedesco, Mauro Chiarini del Centro Pietro Nenni di Bologna, Giuliano Zignani segretario generale UIL Emilia Romagna, Carlo Fiordaliso vice presidente della Fondazione Pietro Nenni oltre un numeroso pubblico che ha riempito la saletta messa a disposizione dalla UIL.

E’ stata rievocata la travagliata vita di Pietro Nenni e della sua famiglia con particolare riferimento alla tragica fine della figlia Vittoria (VIVA’), arrestata, incarcerata in Francia e deportata dai nazisti nel campo di concentramento di Auschwitz dove è morta. Durante il dibattito che è seguito sono stati sottolineati i comportamenti comuni a tanti socialisti noti e meno noti che per non tradire gli ideali socialisti con fierezza e fermezza hanno subito intimidazioni, umiliazioni, privazione anche della libertà personale che in diversi casi hanno causato la morte come è successo a VIVA’.

In evidenza l’intervento di una ragazza presente tra il pubblico che riferiva come nei testi scolastici, così come nei cosiddetti “organi di informazione” questi avvenimenti vengano taciuti o citati solo per alcuni, di conseguenza una informazione canalizzata e troppo di parte. Solo pubblicazioni come questa portano un contributo alla conoscenza dei fatti che altrimenti andrebbe disperso e del tutto ignorato dai giovani.

L’intervento sopra citato mi rammenta una analoga affermazione fatta alcuni anni fa da un laureando di Bologna che partecipava alla presentazione del pregevole libro di Ugo Intini “Avanti! un giornale, un’epoca”. Dichiarava che stava presentando la tesi sulla vita di Sandro Pertini che conosceva quasi esclusivamente come Presidente della Repubblica Italiana. Nell’approfondire lo studio sulla vita, il pensiero politico e l’azione meritoria di Pertini, aveva conosciuto meglio ed in modo più esauriente la storia del Partito Socialista Italiano, rimanendone favorevolmente colpito. Ambedue i giovani erano concordi nell’affermare che riproporre oggi gli ideali e l’azione del Partito Socialista per la democrazia, la libertà, l’uguaglianza con la conseguente difesa dei lavoratori e del lavoro e la tenacia unita alla fermezza con la quale si è operato per oltre un secolo non sono temi e comportamenti ormai desueti, ma degni di lode e meritevoli di maggior diffusione soprattutto oggi che il degrado delle idee e disinvolti stili di vita anche all’interno delle istituzioni procurano non solo malumore e disinteresse tra i giovani ma conseguenze funeste. Pertanto sono encomiabili e degni di diffusione queste iniziative e la pubblicazione di testi come quelli sopra citati.

Paolo Lorenzini