Def. Istat, un Paese con giovani in perenne disagio

istat defSono già iniziate le audizioni in Parlamento sul Def prima di passare al dibattito parlamentare e successivamente al voto per l’approvazione.
Particolare importanza assume l’audizione dell’Istat sullo stato di salute dell’economia italiana. Davanti alla Commissione Bilancio del Parlamento, Roberto Mannucci, direttore del dipartimento per la produzione statistica dell’Istat ha dichiarato: “Nonostante il miglioramento delle condizioni economiche delle famiglie, nel 2016 non si è osservata una riduzione dell’indicatore di grave deprivazione materiale, corrispondente alla quota di persone in famiglie che sperimentano sintomi di disagio. Secondo i dati provvisori del 2016, tale quota si attesta all’11,9%, 7,2 milioni di italiani, sostanzialmente stabile rispetto al 2015. Serve uno scatto dell’economia per centrare gli obiettivi di crescita del Pil previsti dal Governo per il 2017 (+1,1%). Le oscillazioni del commercio estero e della produzione industriale osservati nei mesi di gennaio e febbraio potrebbero rappresentare dei fattori di rischio per la crescita del primo trimestre 2017”.
Tra il 2015 e il 2016 l’indice di grave deprivazione peggiora per le persone anziane (65 anni e più), passando dall’8,4% all’11,6%, pur rimanendo al di sotto del dato riferito all’insieme della popolazione, e per chi vive in famiglie con persona di in cerca di occupazione (da 32,1% a 35,8%). In lieve diminuzione, invece, la quota della popolazione con meno di 18 anni, pari al 12,3% (pari a 1 milione e 250 mila minori). Questi dati, osserva Monducci, “confermano dunque l’urgenza degli interventi previsti dal governo per il contrasto alla povertà”.
Poi ha evidenziato: “Il segnale che arriva è quello di una situazione del mercato del lavoro ancora sfavorevole per la fascia di età 25-34 anni. Per gli under35 senza lavoro trovare un posto risulta, infatti, sempre più difficile. Nel primo trimestre abbiamo una forte turbolenza sul piano produttivo che implica un’accelerazione. Quindi, potremmo avere un problema nel primo trimestre ma lo scenario in corso d’anno è positivo e rende plausibile una progressiva accelerazione per raggiungere il target di crescita dell’1,1% del Prodotto interno lordo. Ricapitolando, risulta necessaria una promessa di tassi di crescita rilevanti, significativi, in corso d’anno. Infatti, si segnala che una crescita nel primo trimestre in linea o inferiore a quella osservata negli ultimi tre mesi del 2016, ovvero dello 0,2%, richiederebbe, ai fini del raggiungimento degli obiettivi indicati dal governo per il 2017, una accelerazione dei ritmi di espansione nei trimestri successivi. I dati longitudinali della rilevazione sulle forze di lavoro consentono di effettuare un’analisi delle transizioni verso l’occupazione degli individui disoccupati a un anno di distanza. L’esercizio è stato realizzato per i 25-34enni confrontando i tassi di permanenza e transizioni osservati tra il quarto trimestre 2015 e il quarto trimestre 2016 con quelli degli analoghi periodi dei due anni precedenti. Il 21,2% dei 25-34enni disoccupati nel quarto trimestre del 2015 è occupato un anno dopo, il 43,8% risulta ancora disoccupato e il 35% inattivo. La quota di giovani che ha trovato lavoro nel periodo è più bassa sia rispetto a quella registrata nello stesso periodo dell’anno precedente (27,9%) sia di due anni prima (24,4%)”.
L’Italia è tra i Paesi europei con il tasso di occupazione degli under 35 più basso in Europa. Quanto alla fascia di età successiva, dei 25-34enni: solo il 60,3% lavora, situazione che costituisce una criticità per il presente e il futuro di queste generazioni, che rischiano di non avere una storia contributiva adeguata. Monducci, continuando ha detto: “Il loro scarso impiego, inoltre, indica una grave situazione di sottoutilizzo di un segmento di popolazione ad elevato impatto potenziale sullo sviluppo economico del Paese”.
Il direttore dell’Istat, proseguendo ad esaminare i vari aspetti di finanza pubblica, a cominciare dagli investimenti, che nel 2016 sono scesi del 4,5%, registrando il settimo calo annuo consecutivo, ha spiegato: “In discesa anche la spesa per interessi (-2,6%). Per effetto del rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato nella fase finale del 2016, la spesa per interessi registra nel quarto trimestre una variazione tendenziale nulla che interrompe la tendenza alla riduzione iniziata nel primo trimestre 2013. Gli investimenti misurati a prezzi correnti hanno registrato nel decennio 2007-2016 una flessione del 18,1%; a partire dal 2015, c’è stato un recupero della spesa per investimenti lordi, con un’accelerazione nel 2016”.

Salvatore Rondello

Istat, migliora il rapporto deficit/Pil

Bankitalia-debito pubblicoNel 2016 il rapporto deficit/pil è sceso al 2,4%, in miglioramento di 0,3 punti percentuali rispetto al 2015. Lo rende noto l’Istat in un comunicato odierno. La notizia arriva in tempo per consentire al Governo una più attenta valutazione nella stesura del DEF.

“L’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche in rapporto al Pil nel quarto trimestre del 2016 è stato pari al 2,3%, stabile rispetto al corrispondente trimestre del 2015. Complessivamente, nel 2016, si è registrato un indebitamento netto pari al 2,4% del Pil, in riduzione di 0,3 punti percentuali rispetto al 2015.

Il saldo primario (indebitamento/accreditamento al netto degli interessi passivi), nel quarto trimestre 2016, è risultato positivo per 7.312 milioni di euro (7.315 milioni di euro nel corrispondente trimestre del 2015). La relativa incidenza sul Pil è stata pari a 1,7%, invariata rispetto al quarto del 2015. Nel 2016, in termini di incidenza sul Pil, il saldo primario è stato positivo e pari all’1,5% del Pil, invariato rispetto al 2015.

Il saldo corrente (risparmio) nel IV trimestre del 2016 è risultato positivo per 3.915 mln di euro (10.808 mln nel corrispondente trimestre dell’anno precedente). L’incidenza sul Pil è stata dello 0,9%, a fronte del 2,5% nel IV trimestre del 2015. Complessivamente, nel 2016 il saldo corrente in rapporto al Pil è stato positivo e pari allo 0,6% (1,1% nel 2015). Le uscite totali nel IV trimestre sono calate dello 0,9% rispetto al corrispondente trimestre del 2015. La loro incidenza sul Pil si è ridotta in termini tendenziali di 1,2 punti percentuali, scendendo al 56%. Nel 2016 l’incidenza delle uscite totali sul Pil è stata pari al 49,6%, in riduzione di 0,9 punti percentuali rispetto al 2015.

Le uscite correnti hanno registrato, nel IV trimestre, un aumento tendenziale del 2,4% risultante da una crescita dei redditi da lavoro dipendente (+0,9%), dei consumi intermedi (+2,5%), delle prestazioni sociali in denaro (+0,6%) e delle altre uscite correnti (+11,8%). Nel trimestre gli interessi passivi sono risultati stabili. Le uscite in conto capitale sono diminuite in termini tendenziali del 30,7%; in particolare, gli investimenti fissi lordi sono scesi del 5,7% e le altre uscite in conto capitale del 50,4% Su quest’ultima dinamica influisce, tra l’altro, il venir meno degli interventi connessi alla risoluzione della crisi delle quattro banche registrati nel quarto trimestre del 2015.

Le entrate totali nel IV trimestre sono diminuite in termini tendenziali dello 0,9% e la loro incidenza sul Pil è stata del 53,7%, in calo di 1,1 punti rispetto al corrispondente trimestre del 2015. Complessivamente nel 2016, l’incidenza delle entrate totali sul Pil è stata del 47,1%, inferiore di 0,7 punti percentuali rispetto al 2015. Le entrate correnti nel IV trimestre sono calate in termini tendenziali dello 0,7%; in particolare, si sono registrati incrementi delle imposte dirette (+1,9%), dei contributi sociali (+0,4%) e delle altre entrate correnti (+0,6%) e una riduzione delle imposte indirette (-5,6%). Le entrate in conto capitale hanno segnato un calo del 16,7%.

Il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è diminuito nel quarto trimestre del 2016 dello 0,6% rispetto al trimestre precedente, mentre i consumi sono cresciuti dello 0,5%. Di conseguenza, la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è diminuita di 1 punto percentuali rispetto al trimestre precedente, scendendo all’8%. A fronte di un aumento dello 0,2% del deflatore implicito dei consumi delle famiglie, il potere d’acquisto delle famiglie consumatrici è diminuito dello 0,9% rispetto al trimestre precedente.

Nel 2016 il reddito disponibile è aumentato dell’1,6% e la spesa per consumi finali dell’1,3%, dando luogo a un aumento della propensione al risparmio di 0,2 punti percentuali rispetto al 2015. Il potere d’acquisto è aumentato dell’1,6%.

Nel quarto trimestre 2016, il tasso di investimento delle famiglie consumatrici (definito come rapporto tra investimenti fissi lordi delle famiglie consumatrici, che comprendono esclusivamente gli acquisti di abitazioni, e reddito disponibile lordo) è stato pari al 6,1%, invariato rispetto al trimestre precedente e in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto al corrispondente trimestre del 2015. Tale dinamica congiunturale riflette un aumento degli investimenti fissi lordi dello 0,8% ed una flessione del reddito disponibile lordo (-0,6%). Nel 2016 il tasso di investimento delle famiglie consumatrici è stato pari al 6,1%, in aumento di 0,2 punti percentuali rispetto al 2015. Gli investimenti fissi lordi sono aumentati del 3,7%.”

Il lieve miglioramento del Pil registrato nel 2016 non è ancora sufficiente per far uscire l’Italia dalla situazione di crisi in cui si trova. Restano esigui i margini per poter varare una politica economica di ampio respiro. Non si ravvisano ancora elementi necessari ad una inversione di tendenza per iniziare uno sviluppo economico durevole. Il quadro economico congiunturale permane ad un livello di “galleggiamento” senza intravedere ancora i tempi di “emersione” che non possono più essere rinviati. Le crescenti esasperazioni sociali dei ceti più deboli, la storia insegna, spesso finiscono per sfociare in reazioni incontrollate. Oggi, il rischio maggiore che si corre è il ricorso a forme autoritarie di governi postfascisti generati da facili affermazioni dei movimenti populisti.

Salvatore Rondello

Le “truffe” dell’economia che condizionano la stabilità sociale

John-Kenneth-GalbraithSecondo Galbraith la radice di gran parte dei mali che affliggono le cosiddette economie di mercato è da cercare, non solo – come spesso si afferma – nello strapotere espresso dalle grandi imprese, ma anche – e forse soprattutto – dall’informazione mendace che il sapere tradizionale concorre a diffondere sulle cause del verificarsi e dell’evolversi dei fatti economici. Nelle cosiddette economie di mercato si è progressivamente affermato un sistema di comunicazione che distorce la verità a piacimento di chi controlla il sistema stesso. Con ironia e indignazione, Galbraith, secondo il suo stile, in “L’economia della truffa” mostra come abbiano perso di credibilità i risultati dell’analisi economica e molte delle ipotesi cui essa fa riferimento, come la presunta indipendenza dei mercati, la sovranità del consumatore, la distinzione tra pubblico e privato, l’idea che l’austerità e il contenimento della spesa pubblica possano sempre assicurare il rilancio dell’economia in crisi, e così via.
A parere di Galbraith, “in nessun campo, più che in economia e in politica, la realtà è deformata dalle preferenze e inclinazioni sociali, nonché dal tornaconto personale e di gruppo”; il grande economista, americano di adozione e canadese di nascita, morto nel 2004, sostiene e corrobora con dovizia di esempi e riferimenti, la tesi secondo cui “in seguito a pressioni economiche e politiche e alle mode del momento, tanto l’economia quanto realtà politico-economiche ancora più vaste coltivano una loro versione della verità”; la quale non avrebbe necessariamente un qualche rapporto con la realtà, per cui la colpa non sarebbe di nessuno, in quanto la preferenza della gente comune sarebbe sempre aperta ad accogliere ciò che “fa comodo pensare”.
Parlando di preferenza, Galbraith chiarisce di riferirsi a ciò che “aiuta, o almeno non ostacola, gli interessi che contano: economici, politici e sociali”. La maggior parte dei “truffatori”, cioè di coloro che spargono false informazioni, siano essi imprenditori singoli o collettivi, politici, economisti professionali o, in generale, opinion maker, non sarebbero al servizio di nessuno; essi semplicemente non avrebbero “nozione di cosa abbia generato e modellato il loro punto di vista”; non sarebbe, perciò, “in gioco nessuna forma evidente di illegalità”. Alla radice del problema non ci sarebbe “il disprezzo della legge, ma la forza delle credenze personali e sociali”: per tutti questi motivi, a parere di Galbraith, nei “truffatori” mancherebbe ogni senso di colpa, semmai ci sarebbe autocompiacimento.
Come può una “truffa” – si chiede Galbraith – essere innocente e a non suscitare alcun senso di colpa? Accade – è la risposta – perché, né chi vi riflette sopra né chi, poi, la compie è consapevole della “truffa”; in conseguenza di ciò, nessun “truffatore” si sentirebbe in colpa o penserebbe di aver fatto qualcosa di sbagliato. Della “truffa” innocente – afferma Galbraith – una parte è imputabile alla scienza economica tradizionale e al modo in cui viene insegnata; un’altra parte è imputabile alle opinioni correnti circa il modo in cui si svolge il processo economico; queste opinioni, trasformandosi in “sapere convenzionale”, diventano altra cosa dalla realtà; ciò non ostante, tra le opinioni e la realtà – afferma Galbraith – “ciò che conta alla fine è la seconda”.
Per quanto profondo possa essere il convincimento che quanto si è studiato abbia basi al di sopra di ogni sospetto, l’”errore riconducibile alla vox populi è sempre in agguato. Nella vita reale a comandare non è la realtà; sono la moda del momento e l’interesse pecuniario”. Questi fattori hanno un tale peso che la stessa percezione quotidiana del sistema economico ne subisce l’influenza”; ne è prova, a parere di Galbraith, il fatto che quando il capitalismo, il tradizionale quadro teorico di riferimento del funzionamento del sistema economico, “ha smesso di essere accettabile, il sistema è stato ribattezzato”; il nuovo nome, “sistema mercato”, è stato adottato perché ritenuto “più innocuo”, in quanto privo del significato “sgradevole” col quale il termine capitalismo era percepito all’orecchio dell’opinione prevalente.
All’origine, il termine capitalismo serviva a designare un sistema economico all’interno del quale l’autorità ultima in campo economico era attribuita a coloro che controllavano, in quanto proprietari, tutte le risorse investire nell’organizzazione delle attività produttive; ma oggi, al di sopra di certe dimensioni, il potere decisionale è svolto dal management, composto da tutti coloro che, pur non essendo i proprietari delle attività produttive, hanno la responsabilità della loro gestione. Il lento formarsi del potere della grande industria e del suo management ha finito con l’evocare un funzionamento del sistema economico nel quale al potere monopolistico delle grandi imprese si è contrapposto al loro interno una dura soggezione dei lavoratori, sino a giustificare la plausibilità di una rivoluzione, così com’è avvenuto durante e alla fine della Prima guerra mondiale in Russia.
Se in Europa il capitalismo ha evocato l’idea della rivoluzione, in America ha ispirato l’adozione di una legislazione e di una giurisprudenza finalizzate alla sua correzione e regolamentazione. La sostituzione della parola capitalismo con l’espressione “sistema di mercato” è stata però un’”operazione cosmetica, fiacca e insipida, destinata a coprire una scomoda realtà: quella delle corporation, ovvero del predominio della produzione, capace di manipolare la domanda e, in sostanza, di controllarla”. Oggi, la parola mercato è sulla bocca di tutti: ne parlano i leader politici, i giornalisti specializzati nel trattare i problemi economici e la maggior parte degli economisti professionali. Nonostante la terminologia sostitutiva, mai viene evocata l’esistenza all’interno del mercato di una qualche forma di supremazia, nonostante la generalizzata percezione che non si tratti della massima istituzione economica affrancata da ogni forma di condizionamento. Per tutti gli opinion maker, ma non solo per essi, esiste solo l’impersonalità del mercato; una “truffa”, questa, secondo Galbraith, “non del tutto innocente”.
In nome del mercato, asettico e indipendente, viene anche affermata l’esistenza di una “sovranità del consumatore”, ovvero l’avvento della democrazia in economia, resa possibile dal presunto “libero mercato”. Sennonché, dove prevalgono le posizioni di monopolio e le posizioni dominanti delle grandi corporation, il consumatore non può avere libertà di scelta. Ciò non ostante – afferma Galbraith, la “nozione di sovranità del consumatore è ancora in auge nell’insegnamento dell’economia e, in generale, nell’apologetica del sistema economico”. La credenza nell’esistenza di un’economia di mercato in cui l’acquirente è ipotizzato sovrano è, secondo Galbraith, “una delle più convincenti forme di truffa”.
La sottrazione al consumatore del controllo dell’innovazione, della produzione e della vendita dei beni e servizi prodotti ha consentito agli effettivi controllori del mercato di stabilire che il progresso fosse misurato in base all’esclusivo incremento della produzione, attraverso l’aumento del solo prodotto interno lordo (PIL). Ma è proprio nell’asettica valutazione del PIL che “si annida – afferma Galbraith – anche una delle più comuni forme di truffa”; ciò, perché la determinazione del PIL è stabilita non dai consumatori nel loro insieme in quanto cittadini, ma da coloro che producono le cose che compongono lo stesso PIL, senza che riguardo alla sua composizione il consumatore abbiano voce in capitolo. In questo caso, la “truffa” sta nel misurare il progresso del sistema sociale sulla base di ciò che più conviene a coloro che controllano il mercato e non in base alla presunta sovranità del consumatore.
L’aspetto che maggiormente preoccupa delle tante “truffe” consumate ai danni dei cittadini è, conclude Galbraith, il modo in cui “il potere della grande impresa piega gli obiettivi pubblici alle proprie necessità e al proprio utile. La sua visione, che tende a diventare generale, è che una società prospera è una società con più automobili, televisori, capi di abbigliamento e ogni genere di altro bene di consumo materiale […]. Gli effetti sociali negativi – l’inquinamento, il degrado ambientale, l’insufficiente attenzione per la salute, il rischio di conflitti armati e il relativo costo umano – non compaiono nel bilancio. Misurando i risultati, gli effetti positivi e negativi sembrano sommarsi anziché elidersi”. Tutto ciò, a parere di Galbraith, comporta rischi, non solo per la grande impresa, ma per l’intera umanità, sia per i pericoli di guerre indesiderate, sia per l’instabilità della convivenza sociale costantemente esposta all’instabilità indotta da un funzionamento del sistema economico che, a causa delle numerose “truffe” commesse ai danni del funzionamento delle sue istituzioni, sta condizionando la quotidianità della vita dei cittadini.
Singolari, a commento di queste tesi, appaiono le osservazioni che Mario Deaglio effettua nella Prefazione al volume di Galbraith; pur condividendo nel complesso la critica galbraithiana del modo in cui il cittadino viene disinformato, riguardo al modo ideale in cui dovrebbero svolgersi i fatti economici, Deaglio sembra dolersi del fatto che la critica pecchi della mancata “visione di un mondo perfetto che Galbraith non descrive mai”. In conseguenza di ciò, resterebbe irrisolto, secondo Deaglio, il problema della più conveniente reazione alla denuncie dell’economista americano; ovvero, se occorra reagire, al limite con una rivoluzione culturale con cui porre rimedio agli esiti delle molte “truffe”, oppure se occorra convincersi che un po’ di “truffa” si è pure disposti ad accettarla.
Dopotutto, conclude sorprendentemente Deaglio, “dal tempo dei Romani, il diritto ammette il cosiddetto dolus bonus che altro non è che una forma di ‘truffa innocente’, ossia un’esaltazione iperbolica dei prodotti fatta da parte del venditore che, senza veramente ingannare il pubblico, lo spinge all’acquisto”. Quanto dolus bonus, si chiede Deaglio, è possibile accettare in economia e in politica? Non sarà per caso che un po’ di dolus è necessario per “garantire il normale funzionamento della società?” Forse, a parere di Deaglio, è da questa domanda che occorre partire per una ricerca sul cosa fare.
Si può certamente essere d’accordo sul fatto che per stabilire come reagire alle “truffe” denunciate da Galbraith, sono forse necessari ulteriori approfondimenti, ma non per stabilire sino a che punto le “truffe” perpetrate dai poteri forti che dominano i mercati e la scena politica ai danni dei cittadini siano giustificate, in quanto dolus bonus utile al funzionamento del sistema sociale.
È questa una tesi che, in ultima istanza, è giustificatoria dei comportamento con cui i poteri forti fanno prevalere nel “sapere convenzionale” ciò che per loro è più conveniente, così come appaiono giustificatorie le parole dello stesso Galbraith circa la natura delle “truffe”. Queste, in realtà, non sono mai innocenti, in quanto sono sempre effettuate scientemente e intenzionalmente da chi da esse intende trarre profitto.

Gianfranco Sabattini

Ocse, l’effetto donna sul Pil, una crescita per l’economia

uomini_donne_lavoroIl Centro per lo sviluppo dell’Ocse, in uno studio pubblicato in occasione della giornata della donna ha calcolato che le disparità di genere nella società e nel mondo del lavoro hanno un impatto sull’economia globale, con un costo in termini di reddito di circa 12 mila miliardi di dollari, pari al 16% del Pil mondiale.
La discriminazione nei confronti delle donne, si sottolinea nella presentazione dello studio, genera un duplice effetto negativo, perché riduce sia il livello del capitale umano femminile, sia la partecipazione alla forza lavoro e la produttività totale. Se si riuscisse a eliminarla e a raggiungere la parità di genere, calcola sempre l’Ocse, nel 2030 il reddito pro capite medio mondiale arriverebbe a 9.142 dollari, ben 764 dollari in più di quello che si potrebbe ottenere se i livelli di discriminazione restassero quelli odierni. Un effetto che sarebbe benefico soprattutto per i Paesi meno sviluppati, che oggi subiscono più pesantemente l’impatto della limitata partecipazione femminile al mondo del lavoro sul loro reddito nazionale.
In conclusione l’organizzazione parigina ha sostenuto: “Per questi motivi, eliminare la discriminazione verso le donne e promuovere le pari opportunità sono sia scelte economicamente intelligenti, sia leve importanti per una crescita sostenibile ed inclusiva”.
La parità di trattamento salariale tra uomini e donne sul luogo di lavoro è ancora lontana, ma l’Italia per quanto riguarda questa voce è al quarto posto tra i Paesi dell’Ocse con un gap medio del 5,6% decisamente inferiore alla Francia ed alla Germania dove la differenza dello stipendio è rispettivamente del 13,7% e del 17,1%. La differenza media nei Paesi dell’Ocse è del 14,7%. I dati diffusi dall’Organizzazione parigina sono quelli relativi alla media dei salari lordi del 2015.
La classifica è guidata dal Belgio con una disparità limitata al 3,3% seguito dal Lussemburgo (4,1%) e Slovenia (5%). All’ultimo posto si trova la Corea (36,7%) preceduta da Estonia (28,3%) e Giappone (25,9%). Negli Usa la differenza è del 18,9% e nel Regno Unito è del 16,9%.
In Italia il problema della parità salariale lo si è già iniziato ad affrontare ad inizio del secolo scorso.
Infatti, nelle scuole italiane, la parità salariale tra gli insegnati avvenne il 19 febbraio del 1903 con l’entrata in vigore della legge Nasi con la quale si stabilì che le maestre dovevano percepire lo stesso stipendio dei maestri.
Nel suo discorso al Quirinale, per le celebrazioni dell’8 marzo, il presidente della Repubblica Mattarella ha detto: “Senza un aumento del lavoro femminile, il paese non avrà la crescita che tutti speriamo e non potremo parlare davvero di uscita dalla crisi. Non è vero che il lavoro allontana la donna dalla maternità. È vero il contrario: proprio l’aumento del lavoro femminile può diventare un fattore favorevole alle nascite. Le politiche per la famiglia, comprese quelle di conciliazione dei tempi di sua cura con quelli di lavoro, sono un contributo essenziale allo sviluppo equilibrato e sostenibile del paese”. Ha poi aggiunto : “La violenza sulle donne è una piaga sociale e non bisogna cedere all’egoismo dell’indifferenza”.
Le dichiarazioni del Presidente Mattarella confermano l’impegno sociale ed umano dell’Italia sulle problematiche di parità e di rispetto umano tra uomini e donne sanciti dalla nostra Costituzione.

Salvatore Rondello

Cina: pil 2017 al ribasso.
Solo + 6,5%

economia-cinaLi Keqiang, nel suo quarto discorso basato sul Work Report del Governo fatto davanti al Parlamento cinese riunito in seduta comune, con un discorso molto realistico, ha pronunciato le previsioni di crescita economica per il 2017. Per il premier cinese l’obiettivo di crescita si fermerebbe a +6,5% con una ottimistica possibilità di raggiungere cifre più alte.

Nel quadro generale dominato dall’incertezza economica e politica, la Cina è alle prese con problemi strutturali irrisolti.

Durante una affollata conferenza stampa, dalla portavoce della Sessione Plenaria del Parlamento, Fu Ying, si è appreso dell’aumento del 7% del budget della Difesa, in flessione ma pur sempre in misura consistente. Anche se l’incremento della spesa non è stato a due cifre come il ritmo mantenuto nell’ultimo quarto di secolo. Per Fu Ying è comunque una cifra adeguata e idonea a proteggere gli interessi cinesi.

Successivamente il primo ministro Li Keqiang, durante il suo discorso in Parlamento, ha promesso un maggiore sostegno per l’esercito compreso il rafforzamento delle difese marittime ed aeree. Anche se nel Work Report era assente il dettaglio della spesa militare, il premier cinese ha sottolineato ampiamente la salvaguardia della difesa e della sovranità. Il capitolo di spesa della difesa non è stato incluso in bilancio con le stesse modalità praticate fino all’anno scorso, nonostante le promesse di trasparenza sullo stesso argomento. Li Keqiang ha sostenuto che comunque la riforma della difesa verrà proseguita. Sono note le dispute territoriali nel Mar Cinese Orientale, nel Mar Cinese Meridionale e sul fronte Taiwan che la Cina rivendica come propria in nome del principio dell’Unica e sola Cina. Da questi motivi e da un senso di insicurezza nasce l’obiettivo di rafforzare la difesa per mare e per terra in nome della salvaguardia della stabilità e della pace internazionale.

Lo scorso anno, la cifra in bilancio stanziata per la difesa è stata pari a 954,35 miliardi di yuan (138,4 miliardi di dollari Usa). La cifra fu ampiamente analizzata nonostante la sproporzione esistente con gli Usa che spendono quattro volte rispetto alla Cina. Per il 2017 Donald Trump sta pensando ad un aumento del 10 per cento della spesa militare statunitense.

I dettagli della spesa militare cinese sono stati affidati al documento di budget diffuso in occasione del rituale Discorso alla Nazione del 5 marzo del premier Li Keqiang nella Great Hall of People. Ma la percentuale di incremento della spesa per la difesa cinese nel 2017 era già cosa nota: quell’incremento del 7% pari all’1,3% dell’intero output cinese.

La spesa cinese raddoppierà comunque tra il 2010 e il 2020, raggiungendo i 233 miliardi di dollari Usa all’anno. Se nel piano ci sono i salari delle truppe, ai quali vanno sottratti quelli dei 300mila addetti tagliati da Xi Jinping con la riforma, restano fuori le voci per acquisto di armi, ad esempio.

La Cina sta adottando una politica di modernizzazione che canalizza la spesa verso determinati obiettivi, in primis sulla Marina, considerata un asset strategico per la difesa della sovranità di diritti e interessi cinesi nei Mari del Sud della Cina, dalle dispute con i vicini e dalle interferenze statunitensi, basti pensare che la corazzata americana Vinson ha appena finito di pattugliare l’area, sfidando l’irritazione di Pechino.

La politica estera ha fatto la parte del leone nella conferenza stampa, dal corridoio pachistano che inquieta l’India (e che minaccia di non partecipare al Summit Brics che si terrà in Cina) al ruolo della Cina nella governance mondiale. A qualche giornalista che chiedeva lumi al riguardo, Fu Ying ha risposto con una dose di senso umoristico: “Capisco, siete preoccupati che la Cina possa diventare un Paese di livello mondiale”.

Di fatto, c’è più di una spina nel fianco cinese, dal Thaad, il sistema di difesa satellitare che vede la Corea in primo piano, a proposito del quale il generale di Nanchino Wang Hongguang, all’inaugurazione della Conferenza consultativa, ha detto : “Se il Thaad dovesse minacciare Taiwan, la Cina invaderà l’Isola per difenderla”. C’è anche la Spada della Corea del Nord. Pyongyang non perde occasione per tirar dentro Pechino nelle sue manovre da guerra fredda.

Nella notte di sabato i cronisti sono stati buttati giù dal letto per andare a incontrare dalla strada, da dietro le inferriate dell’ambasciata nordcoreana a Pechino alle 3, il presunto assalitore (poi scagionato) di Kim Jong Nam, fratello di Kim Jong Un, un chimico nordcoreano che rifiuta ogni attribuzione di responsabilità. Intanto, i malesi l’hanno detenuto. Una volta scagionato e sulla via di casa, ha fatto tappa a Pechino dove ha urlato la sua innocenza sull’attacco in aeroporto del 13 febbraio a Kuala Lumpur.

In tutto questo marasma il petroliere Rex Tillerson, ottimo amico di Vladimir Putin, nominato ministro degli Esteri da Donald Trump, prepara per la fine del mese una visita in tutta l’Asia, dalla Corea, al Giappone alla Cina. In vista di un possibile incontro tra Xi Jinping e Trump, negli Usa, in aprile.

L’incontro tra i due premier sarà molto probabilmente di grande importanza storica considerato che Donald Trump è fautore di una politica protezionista mentre Xi Jinping è sostenitore della globalizzazione.

Salvatore Rondello

Istat conferma, nel 2016 crescita del Pil dello 0,9%

PilNel 2016 il prodotto interno lordo dell’Italia è cresciuto. Lo ha comunicato oggi l’Istat con la seguente nota: “Nel 2016 il Pil ai prezzi di mercato è stato pari a 1.672.438 milioni di euro correnti, con un aumento dell’1,6% rispetto all’anno precedente. In volume il Pil è cresciuto dello 0,9%. I dati disponibili per i maggiori paesi sviluppati indicano un aumento del Pil in volume in Germania (1,9%), nel Regno Unito (1,8%), negli Stati Uniti (1,6%) e in Francia (1,1%). Dal lato della domanda interna nel 2016 si registra, in termini di volume, una crescita dell’1,2% dei consumi finali nazionali e del 2,9% negli investimenti fissi lordi. Per quel che riguarda i flussi con l’estero, le esportazioni di beni e servizi sono aumentate del 2,4% e le importazioni del 2,9%.

La domanda interna ha contribuito positivamente alla crescita del Pil per 1,4 punti percentuali (0,9 al lordo della variazione delle scorte) mentre la domanda estera netta ha fornito un apporto negativo (-0,1 punti). A livello settoriale, il valore aggiunto ha registrato aumenti in volume nell’industria in senso stretto (1,3%) e nelle attività dei servizi (0,6%). Il valore aggiunto ha invece segnato dei cali nell’agricoltura, silvicoltura e pesca (-0,7%) e nelle costruzioni (-0,1%).

L’avanzo primario (indebitamento netto meno la spesa per interessi) misurato in rapporto al Pil, è stato pari all’1,5% (1,4% nel 2015). L’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche (AP), misurato in rapporto al Pil, è stato pari al -2,4%, a fronte del -2,7% del 2015”. Il rapporto tra il debito e il Pil nel 2016 è stato pari al 132,6%. Nel 2015 era al 132%.

La pressione fiscale complessiva, cioè l’ammontare delle imposte dirette, indirette, in conto capitale e dei contributi sociali in rapporto al Pil, nel 2016 è risultata pari al 42,9%, in calo di 0,4 punti percentuali rispetto al 2015. L’Italia si conferma la cenerentola dell’Europa con l’incremento del Pil pari a 0,9% mentre la Germania ed il Regno Unito hanno registrato una crescita doppia a quella italiana.

Non si conosce il valore della produzione sommersa e del lavoro irregolare che sfuggono alla rilevazione statistica ed al fisco. Da alcune indagini si possono fanno delle congetture più o meno attendibili ma che danno l’idea di un fenomeno di ampie dimensioni non sufficientemente contrastato. L’emersione dell’economia che elude ed evade qualsiasi controllo dello Stato potrebbe far cambiare di molto il quadro economico dell’Italia ma anche il rapporto attuale con la UE.

Salvatore Rondello

Confindustria. Crescita inadeguata per uscire dalla crisi

lavoro_giovani_operai_Da un report del Centro Studi della Confindustria è emerso un quadro insoddisfacente per uscire dalla crisi attuale.
L’Italia rimane il fanalino di coda dell’Eurozona. Sfrutta bene il traino esterno, ma resta fanalino di coda con una crescita inadeguata ad uscire dalla crisi. Lo afferma la Confindustria nella sua “Congiuntura flash”. Anche nel primo trimestre 2017, il Pil italiano ha una attesa di aumento a ritmo lento, dopo il +0,2% nel quarto trimestre 2016 e un +0,3% nel terzo. Il ritmo, frenato dall’incertezza politica, rimane inferiore a quello dell’Eurozona (vicino al 2%). Industria ed export – prosegue la nota di Confindustria – trainano il Pil, ma la domanda interna risente dell’instabilità politica, quando ogni sforzo andrebbe dedicato al rilancio dell’economia e al sostegno dei posti di lavoro; il credito rimane erogato con il contagocce. I sentieri divaricanti dei tassi Fed e Bce (che non intende cambiare rotta) spingono il dollaro. Mentre i tassi sui titoli sovrani iniziano a riflettere tensioni economiche e non.
Gli indicatori congiunturali, comunque, si legge sempre nel Report, hanno un’intonazione un po’ più positiva in avvio d’anno. Il Pmi composito in gennaio è stabile (52,8, da 52,9 in dicembre) e nel terziario si segnala un lieve consolidamento (52,4, da 52,3). Rallenta invece il manifatturiero (53,0 da 53,2), per via della domanda interna come confermato, tra l’altro, dalla minore fiducia dei consumatori. Dopo il sorprendente incremento di dicembre con un +1,4%, la produzione industriale segna oltre l’1% a gennaio.
Sulla crescita pesa anche il credit crunch. Il credito alle imprese è scarso e questo resta un nodo per la crescita. I prestiti bancari hanno registrato +0.2% mensile a dicembre dopo il calo dello 0,2% di novembre anche se negli ultimi 4 mesi il ritmo di caduta si è attenuato. Segnali di perdita di slancio anche per gli investimenti in macchinari e mezzi di trasporto tra fine 2016 e inizio 2017, dopo il +1,7% nel 3° 2016. Deboli anche gli investimenti in costruzione, in linea con la dinamica della produzione, anche se, annota ancora il Csc di Confindustria, a gennaio è risalita la fiducia degli imprenditori edili di 3,5 punti e le prospettive sono migliorate.
Gli istituti bancari, nell’erogare il credito, sono frenati anche dall’applicazione dei criteri di Basilea per valutare la solvibilità del rischio.
Per quanto riguarda l’Eurozona, infine, il Csc rileva come i tassi sovrani siano in aumento e gli spread europei si siano ampliati con il rischio che il trend prosegua sulla scia dell’incertezza dell’Eurozona.
Con la fine degli incentivi alle assunzioni, il naturale riallungamento degli orari smorzerà la creazione di posti di lavoro. Questa stima del Centro studi di Confindustria, prevede per il 2017 come l’intensità del loro recupero perderà slancio dopo +1,2% nel 2016 e +0,8% nel 2015 e sarà inferiore a quella del Pil, contrariamente a quanto avvenuto nel biennio precedente. In Italia, d’altra parte, prosegue la nota, le ore lavorate pro-capite sono ancora molto basse rispetto ai valori pre-crisi: nel 3° trimestre 2016 -1 ora e mezza a settimana rispetto a fine 2007, da un minimo di circa -2 ore a inizio 2015.
Nel 4° trimestre 2016 l’occupazione è rimasta pressoché ferma (-5mila addetti), come nel trimestre estivo (-10mila). I recenti lievi cali non intaccano gli ampi guadagni registrati nella prima metà dell’anno: in dicembre +242mila da fine 2015, a un totale di 22milioni e 783mila persone occupate, tornate così sui livelli della primavera 2009. Il tasso di disoccupazione nel 4° trimestre 2016 si è attestato all’11,9%, dopo essere rimasto ancorato all’11,6% dall’estate 2015. Il report della Confindustria conclude: “con la forza lavoro in espansione da inizio 2016, l’aumento riflette, appunto, lo stallo dell’occupazione”.
Dunque, le prospettive non sono allegre: l’unico dato che sarà in crescita, malauguratamente, è il disagio sociale degli italiani.

Salvatore Rondello

L’ATTESA

La Commissione europea domani darà tempo all’Italia fino alla fine di aprile per prendere i provvedimenti legislativi per la correzione dello 0,2% del Pil. Ma se non sarà rispettato questo termine, il Collegio dei commissari è pronto ad aprire la procedura di infrazione per deficit eccessivo nella prima riunione di maggio. Pare che nel dibattito interno alla Commissione si sia tenuto conto delle “valutazioni politiche” sull’opportunità o meno di insistere affinché l’Italia dia subito seguito alle promesse fatte dal ministro Padoan il 2 febbraio in risposta alla richiesta di correzione dello 0,2% del Pil inviata dal vicepresidente Dombrovskis e dal Commissario Moscovici il 17 gennaio.

Nel collegio dei Commissari sarebbero infatti emerse valutazioni anche di segno opposto a quello desiderato dall’Italia, sul fatto che dare ulteriore tempo, quando la violazione è considerata “conclamata”, potrebbe essere controproducente in altri paesi. In ogni caso a Bruxelles si fa notare che l’Italia ha preso precisi impegni per aprile e quindi finora prevarrebbe la linea di dare fiducia e attendere i provvedimenti che dovranno essere adottati da Roma. Nel mentre dalla Germania arriva una puntura di spillo all’Italia. Con il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, anch’egli a Bruxelles per i lavori dell’Ecofin dice che il suo paese non intende ammonire pubblicamente l’Italia per il suo deficit.

Il primo a sentirsi tirato in causa è il ministro dell’Economia Padoan che al termine dell’Ecofin osserva: “Il rapporto sul debito di domani non rischia di essere un passo ulteriore verso la procedura d’infrazione”. Non è un nuovo passo verso la procedura perché, spiega, “come è già stato detto pubblicamente l’Italia si è impegnata a fare la correzione di cui abbiamo parlato anche ieri, confermo che si farà e quindi questa è una cosa che toglierà ogni dubbio sulla coerenza dell’Italia con le regole”. Quindi l’aggiustamento si farà.

Su debito Padoan ha poi assicurato che non ci sono dubbi sulla sua sostenibilità. “Questi dubbi sui mercati non li vedo, sui mercati ci sono dei prezzi, quello dello spread si è alzato da circa un mese anche a seguito dell’effetto Trump che ha numerose implicazioni”, ma poi “si è stabilizzato, non sta andando su quindi questo mi dice che sui mercati che funzionano non ci sono dubbi in tal senso”, ha concluso il ministro.

Dopo le voci di un passo indietro, poi smentite, che lo hanno riguardato oggi il presidente della Commissione Europa Jean Claude Juncker è tornato su un vecchio argomento mai passato del tutto di moda. Quello dell’Europa a due velocità. “Non è il momento di lanciare in Europa un dibattito istituzionale, alla gente non interessa”. Juncker si dice invece “a favore di un ricorso più frequente a cooperazioni rafforzate, chiamatela Europa a più velocità, che già abbiamo”. “Non possiamo più accettare – ha  proseguito Juncker – che ad esempio sulla crisi migratoria certi Stati non partecipino agli impegni cui hanno preso parte a definire. Non voglio più che certi Stati membri blocchino quelli che vogliono andare più lontano, frenandone le ambizioni. Il fossato enorme che c’è tra la Ue e la gente – ha comunque sottolineato – è lo stesso che c’è a livello di sistemi nazionali”. Juncker ha quindi rivendicato la linea seguita dalla sua Commissione di “concentrarsi sull’essenziale”.

Grecia. L’Eurogruppo chiede altri sacrifici

grecia-pago-deuda-fmi--644x362Più che una tragedia è un dramma senza fine quello che sta consumando Atene. La povertà dilaga e luglio è sempre più vicino, quando Atene dovrà rimborsare oltre sei miliardi di debiti e potrebbe trovarsi a corto di liquidità.
la crisi non demorde e 2,8 miliardi di euro hanno lasciato i conti bancari nei primi due mesi del 2017, segno di una nuova ondata di preoccupazione. Le banche sono in sofferenza, denunciano un picco di prestiti non rimborsati.
Oggi i ministri europei dell’Economia riuniti a Bruxelles cercano l’accordo per finanziare un’altra tranche di aiuti, dopo gli 85 miliardi stanziati ad agosto del 2015. Per partecipare all’esborso, il Fondo monetario internazionale chiede più sacrifici al governo greco. Nuovi tagli alle pensioni e più tasse. Perché il Pil nell’ultimo trimestre è andato peggio delle previsioni, da +0,9% è sceso a +0,3%. E il programma di rientro del debito non sta andando bene. All’inizio del mese sono è stato richiesto di adottare misure per assicurare il raggiungimento di ambiziosi obiettivi di finanza pubblica. La richiesta è giunta dai creditori in modo da ottenere che il Fondo monetario internazionale possa tornare a partecipare al piano di salvataggio finanziario. Tra le richieste, un nuovo taglio alle pensioni, e un ampliamento della base imponibile; in tutto un piano di risanamento pari al 2% del prodotto interno lordo.
Ma il premier Alexis Tsipras ha dichiarato che non è disposto a chiedere ulteriori sacrifici al suo Paese. Da qui, le ragioni delle trattative in corso. Eppure la Grecia ha ricevuto il più grande prestito internazionale della Storia: in tutto 110 miliardi di euro, anche da Paesi dell’Unione più poveri. Ma tutto questo non è servito, la crisi continua a perdurare. Nel frattempo l’Eurogruppo sta tentando di porre rimedio a una situazione che non solo rischia di far naufragare un Paese già in ginocchio, ma porterebbe alla ribalta i partiti euroscettici su tutto il resto del Continente, già alle prese con il rafforzamento dei partiti dell’ultradestra.
Il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, ha dichiarato che la Grecia, i suoi creditori europei e il Fondo Monetario Internazionale hanno fatto progressi nella ultime settimane, nella prospettiva di un via libera da parte dei Paesi dell’eurozona al ritorno a Atene della missione di vigilanza del salvataggio greco. “Abbiamo avuto molte conversazioni nelle ultime settimane e vedo dei progressi. Oggi vedremo se questo progresso è sufficiente per il ritorno” delle istituzioni ad Atene, ha spiegato Dijsselbloem entrando alla riunione dei ministri dell’Economia e delle Finanze che si tiene oggi a Bruxelles. Anche Pierre Moscovici, commissario europeo per gli Affari economici, ha espresso la proprio fiducia rispetto al fatto che la riunione abbia “successo”, sottolineando che la Grecia ha compiuto “molti progressi” in materia di crescita economica e soddisfacimento dei propri obiettivi in termini finanziari. Sia Moscovici che Dijsselbloem hanno rimarcato come le istituzioni contino sul fatto che il programma di salvataggio prosegua con la partecipazione del Fmi. La Commissione europea prevede una lieve ripresa dell’occupazione pari a un 2,2% nel 2017. Inoltre, l’ultima estate, per il turismo è andata oltre le comuni aspettative.
Ma visto che la Grecia non può, al momento, tirare ancora la cinghia, e minaccia nuove elezioni, quello di oggi è solo un pre-accordo. Mercoledì a Berlino la questione sarà discusse da Angela Merkel e dalla leader del FMI, Christine Lagarde.
Infatti nel corso della giornata anche il ministro delle Finanze della Germania, Wolfgang Schauble, ha fatto sapere che per oggi non si attende un accordo finale sulla Grecia. A riportarlo il quotidiano greco “Kathimerini”, che cita il portavoce di Schauble. “Non ci aspettiamo un accordo finale dall’Eurogruppo di oggi, ma una valutazione dei progressi”, avrebbe detto il portavoce Juerg Weissgerber. “Speriamo – ha aggiunto – che le istituzioni possano tornare in modo relativamente rapido ad Atene”.

Il Pil cresce oltre le stime e incoraggia il Governo

The strong wind did almost pull the Italian flag on the turret of the Quirinale Palace in Rome, Italy, 30 January 2015. The flag still remained attached to a loin. ANSA/ETTORE FERRARI

ANSA/ETTORE FERRARI

Nonostante la turbolenza europea sui conti italiani, arriva per il Bel Paese una buona notizia: il Pil del 2016 migliore del previsto.
Nel quarto trimestre del 2016 il prodotto interno lordo, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è aumentato dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e dell’1,1% nei confronti dello stesso periodo del 2015. Lo comunica l’Istat sottolineando che il periodo ha avuto tre giornate lavorative in meno del trimestre precedente e due in meno rispetto al quarto trimestre del 2015. Questo spiega perché la variazione annua del Pil stimata sui dati trimestrali grezzi sia pari a +0,9% (nel 2016 vi sono state due giornate lavorative in meno rispetto al 2015). Nel Documento programmatico di bilancio di ottobre scorso, il governo ha stimato per il 2016 un rialzo del Pil (in termini grezzi) dello 0,8% dopo lo 0,7% del 2015. Il dato di oggi è quindi leggermente superiore alle stime italiane
e in linea invece con quelle Ue. “Il testo delle previsioni riconosce gli effetti positivi delle riforme e delle politiche di bilancio più espansive realizzate grazie alla flessibilità”. Così ha commentato il presidente della commissione per i problemi economici del Parlamento europeo, Roberto Gualtieri.
La variazione congiunturale è la sintesi di un aumento del valore aggiunto nei settori dell’industria e dei servizi e di una diminuzione del valore aggiunto nel comparto dell’agricoltura. Dal lato della domanda, sottolinea l’Istat, vi è un contributo positivo della componente nazionale (al lordo delle scorte) e un apporto negativo della componente estera netta.
Il dato diffuso oggi sul 2016 è “molto provvisorio”, spiegano all’Istituto di statistica. I risultati dei conti nazionali annuali per il 2016 saranno diffusi il prossimo primo marzo, mentre quelli trimestrali coerenti con i nuovi dati annuali
verranno comunicati il 3 marzo.
La notizia è stata ben accolta da Palazzo Chigi, il presidente del Consiglio
Paolo Gentiloni ha scritto su Twitter: “Dati Istat su Pil incoraggianti.
Governo determinato a proseguire riforme per favorire la crescita”