Pil accelera, Gentiloni: “Non dilapidare risultati”

gentiloni padoan

La crescita in Italia c’è e si rafforza: il Pil accelera nel terzo trimestre secondo i dati diffusi dall’Istat che conferma le stime del governo e della Banca d’Italia. Soddisfatto il governo con il premier, Paolo Gentiloni che invita a “non dilapidare i risultati”. Tra luglio e settembre il prodotto interno lordo, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è aumentato dello 0,5% rispetto al trimestre precedente (contro il +0,3% di aprile-giugno) e segna la tredicesima variazione congiunturale positiva consecutiva. La crescita tendenziale del Pil si attesta all’1,8%, la piu’ alta da oltre sei anni, ovvero dal secondo trimestre del 2011 quando aveva toccato +2,6%. Il valore assoluto di 400,547 miliardi di euro è al top dal quarto trimestre del 2011. La variazione acquisita per il 2017 è pari a +1,5%.

La variazione congiunturale è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto nel comparto dell’agricoltura e di un aumento nei settori dell’industria e dei servizi. Dal lato della domanda, vi è un contributo positivo sia della componente nazionale (al lordo delle scorte), sia di quella estera (esportazioni al netto delle importazioni). Nello stesso periodo il PIL e’ aumentato in termini congiunturali dello 0,7% negli Stati Uniti, dello 0,5% in Francia e dello 0,4% nel Regno Unito. In termini tendenziali, si è registrato un aumento del 2,3% negli Stati Uniti, del 2,2% in Francia e dell’1,5% nel Regno Unito.

Rallenta invece l’inflazione: a ottobre l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività, al lordo dei tabacchi, diminuisce dello 0,2% su base mensile e aumenta dell’1,0% rispetto ad ottobre 2016 (era +1,1% a settembre), confermando la stima preliminare. Il lieve rallentamento, spiega l’Istat, è dovuto quasi esclusivamente all’inversione di tendenza dei prezzi dei servizi vari (-1,1%, da +0,6% di settembre), dovuta al forte calo di quelli dell’istruzione universitaria a seguito dell’entrata in vigore delle nuove norme sulla contribuzione studentesca introdotte con la Legge di Stabilità.

Tornando al Pil, l’esecutivo, alle prese con la manovra, incassa i risultati ottenuti. “L’economia italiana accelera e lo fa per merito delle famiglia, delle imprese e dei lavoratori”, commenta il presidente del Consiglio, Gentiloni. “I governi – aggiunge – hanno cercato di incoraggiare questa spinta ma se la crescita è dell’1,8% quando le previsioni erano pochi mesi fa dello 0,8%, questo è perché il sistema si è rimesso in moto. Di questo dobbiamo essere orgogliosi”. Ora “non dobbiamo dilapidare questi risultati ma insistere e accelerare ancora lungo questa strada. Il governo – assicura infine – farà la sua parte e una parte rilevante della manovra è il pacchetto impresa 4.0”. Da Londra il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan twitta: “Oggi a Londra anche per ricordare agli investitori che dal 2014 in Italia PIL pro capite cresce più che altrove”.

Il ministro per lo sviluppo economico Carlo Calenda, invita ad andare avanti con gli investimenti. Mi pare che il paese si è messo in marcia. Anche se c’è da fare ancora molto e soprattutto non sciupare, come ha detto giustamente Gentiloni, quello che si è fatto”, afferma. “Bisogna continuare a insistere su investimenti, stimoli agli investimenti privati e investimenti pubblici. È questa la chiave di volta”. “I dati sono positivi – sottolinea Calenda – l’Italia sta camminando, ma bisogna fare attenzione a non perdere l’abbrivio, bisogna continuare a mettere al centro gli investimenti”. Su Twitter il segretario del Pd, Matteo Renzi, rivendica quanto fatto: “Quando siamo partiti il Pil era al 2% ma aveva il meno davanti: -2%. Istat oggi dice che nell’ultimo anno il Pil è stato quasi al 2%, ma ha il più davanti: +1.8%. Il tempo dimostra chi aveva ragione: non si molla, avanti assieme”.

Luigi Grassi

Ue. Il Pil ai massimi da dieci anni. L’occupazione ferma

commissione_berlaymontLa Commissione europea vede rosa sulla crescita economica di Eurolandia, che con un più 2,2 per cento atteso sul 2017 raggiungerà i massimi dell’ultimo decennio. Il dato è decisamente superiore rispetto alle previsioni di primavera (1,7%), rileva l’esecutivo comunitario notando come anche l’Ue nel suo complesso dovrebbe oltrepassare quest’anno le aspettative, con una crescita vigorosa del 2,3 per cento.

“Nel complesso l’economia dell’Ue sta andando bene. La crescita economica e la creazione di posti di lavoro sono solide, aumentano gli investimenti e calano gradualmente il disavanzo e il debito pubblico. Vi sono inoltre segnali di ripresa del processo di convergenza dei redditi reali”, ha commentato Valdis Dombrovskis, vicepresidente responsabile per l’euro e il dialogo sociale. “Esistono, tuttavia, differenze significative tra gli Stati membri, alcuni dei quali continuano a registrare una notevole stasi nel mercato del lavoro. Le nostre politiche devono rimanere fortemente incentrate su una crescita basata sulla sostenibilità e sull’inclusione. Per questo servono politiche macroeconomiche orientate alla stabilità e riforme che stimolino la produttività e la capacità di adattamento ai cambiamenti e che garantiscano un’ampia redistribuzione dei benefici della crescita nelle nostre società”.

Secondo Pierre Moscovici, Commissario per gli Affari economici e finanziari, la fiscalità e le dogane “dopo cinque anni di ripresa moderata, la crescita in Europa registra ora un’accelerazione. Le buone notizie giungono da diversi fronti, e riguardano tra l’altro la creazione di un maggior numero di posti di lavoro, l’aumento degli investimenti e il consolidamento delle finanze pubbliche. Restano, tuttavia, alcune difficoltà legate agli elevati livelli di debito e alla scarsa crescita dei salari. Serve un preciso impegno da parte degli Stati membri per garantire che l’espansione in corso sia duratura e che i suoi frutti siano distribuiti equamente”.

La ripresa ciclica, che prosegue ininterrottamente da 18 trimestri, rimane incompleta, poiché si accompagna ad un mercato del lavoro ancora poco dinamico e ad una crescita dei salari insolitamente bassa. Per questo la crescita del Pil e l’inflazione dipendono ancora dal sostegno politico. La Banca centrale europea ha mantenuto una politica monetaria molto accomodante, mentre alcune altre banche centrali nel mondo hanno iniziato ad aumentare i tassi d’interesse. Nel 2018 alcuni Stati membri della zona euro dovrebbero adottare politiche di bilancio espansionistiche, rileva ancora l’Ue, ma l’orientamento globale della zona euro in questo ambito dovrebbe rimanere sostanzialmente neutro.

Lo scaricabarile. L’amaro frutto della Brexit

Prime Minister Theresa May and Japanese Prime Minister Shinzo Abe (not pictured) wait at Kyoto railway station for a Shinkansen (Bullet train) to take them to Tokyo following a dinner and a tea ceremony.

Prime Minister Theresa May and Japanese Prime Minister Shinzo Abe

Nel mondo della finanza e delle grandi istituzioni bancarie cresce il turbinio di accuse incrociate contro chi sarebbe il primo responsabile di un’eventuale nuova crisi globale. Se fossero solo commenti più o meno forti non sarebbe un problema. Purtroppo i veri problemi ci sono e sono malamente celati sotto il tappeto.
Si ricordi che il cuore finanziario mondiale è ancora Londra. Ecco perché certi effetti destabilizzanti della Brexit stanno emergendo in campo finanziario e bancario. Il governatore della Bank of England ha recentemente detto davanti al parlamento britannico che circa 25 trilioni (!) di dollari di derivati over the counter (otc) sarebbero a rischio, qualora la separazione tra Londra e l’Unione europea avvenisse in modo disordinato.
Servirebbe un accordo tra le parti prima di marzo 2019 in modo tale che i contratti possano essere onorati. Altrimenti l’intero sistema di rischio, capitali, collaterali e persone coinvolte dovrebbero lasciare la City e trasferirsi in uno degli altri paesi dell’Ue. È ovvio che eventuali iniziative unilaterali non sarebbero risolutive. A oggi i contatti tra il governo britannico e la Commissione di Bruxelles non sembrano procedere positivamente.
Anche il Comitato finanziario della Bank of England ha preparato uno studio sullo stesso argomento. Si dice che, senza un accordo congiunto, i derivati otc rischiano di essere invalidati. Anche una loro eventuale rinegoziazione richiederebbe tempi molto più lunghi rispetto ai pochi mesi che ci separano dalla primavera del 2019.
Secondo una recente analisi del Financial Times, anche il mercato dei cambi monetari sarebbe messo in grande fibrillazione dalla Brexit. Si pensi che le relative operazioni quotidiane ammontano a circa 5 trilioni di dollari, il 40% delle quali è trattato nella City. Il giornale inglese riporta anche che circa la metà degli esistenti 600 trilioni di dollari di derivati otc sarebbe contrattata sul mercato londinese.
È chiaro che Londra sta facendo di tutto per sollevare, forse anche con toni esagerati, i rischi e i pericoli insiti negli spostamenti dei mercati finanziari. Sta cercando in tutti i modi di mantenere la City come centro finanziario mondiale. Cosa non facile dopo la Brexit.
Grandi attori economici, tra cui la Cina e il Giappone, hanno sospeso le proprie decisioni relative ai loro futuri rapporti con la City, in attesa di conoscere meglio gli effetti del divorzio con l’Ue. Londra vorrebbe che nel business si procedesse “as usual” e che alla City fosse garantito comunque il suo ruolo centrale e dominante nella finanza mondiale.
Il problema di tutti gli attori in campo, però, potrebbe essere quello di sottovalutare i rischi e di sopravalutare una presunta capacità di gestione della crisi, che, nelle passate situazioni difficili, è sempre stata fatale. In questa diatriba, di fatto, si getta un velo sulla rischiosità intrinseca della montagna di derivati otc in circolazione e si mette in ombra la necessità di una profonda riforma di questo mercato molto speculativo, così come da noi ripetutamente evidenziato.
Un altro argomento di scontro sulle responsabilità di una nuova crisi è la montagna del debito aggregato, pubblico e privato. Un recente dossier del Fondo Monetario Internazionale affermerebbe che l’intero sistema globale sarebbe minacciato dalla forte crescita del debito del settore non finanziario, pubblico e privato, della Cina. Si tratta cioè della somma del debito pubblico e di quello corporate, cioè delle imprese: Secondo il Fmi nel 2022 esso arriverebbe al 290% del Pil. Nel 2015 era al 235%.
Indubbiamente in Cina sono cresciute molte bolle finanziarie. Ma ci sembra un tentativo pretestuoso per trovare un capro espiatorio. Invece è l’intero sistema che deve essere messo sotto la lente d’ingrandimento e riformato.
Intanto economisti cinesi sono stati messi in campo per confutare le analisi del Fondo. Affermano che gran parte del debito cinese poggia su attivi e investimenti sottostanti nei settori dell’economia reale e delle infrastrutture. Ad esempio, nel 2015 i titoli sovrani cinesi erano pari a oltre 100.000 miliardi di yuan, equivalenti a circa 15.000 miliardi di dollari, però gli attivi sottostanti erano stimati a oltre 20.000 miliardi di yuan. Un rapporto indubbiamente migliore rispetto a tanti paesi dell’Occidente.
La Cina, da parte sua, punta il dito contro le politiche di Quantitative easing che hanno inondato il sistema di liquidità senza mettere in moto nuovi investimenti e perciò causa di nuove instabilità.
Sono segnali brutti. Quando, invece di incontrarsi per definire unitariamente la necessaria e improcrastinabile riforma del sistema finanziario globale, ci si accusa reciprocamente, allora c’è veramente da temere il peggio. Il che significa ignorare le lezioni del passato. Il “black monday” di trent’anni fa docet!

Mario Lettieri e Paolo Raimondi

La ripresa economica senza nuova occupazione

cerco lavoro disoccupazioneDopo un decennio di crisi, l’economia italiana sembra dare segni di ripresa: il PIL tende, sia pure stentatamente, a crescere; le esportazioni, che secondo alcuni osservatori hanno “salvato l’Italia” durante la crisi, aumentano; ma l’occupazione resta al palo. All’apparente contraddizione l’”Espresso” del 13 agosto scorso dedica due articoli: uno, “Il lavoro dov’è”, di Luca Piana e Francesco Sironi ed un altro, “Quanta propaganda sulle statistiche”, che riporta il testo di un colloquio di Luca Piana con Enrico Giovannini, già presidente dell’Istat dal 2009 al 2013 e già Ministro del lavoro nel governo di Enrico Letta.

La lettura degli articoli non offre un’univoca spiegazione della contraddizione, in quanto diverse sono le cause alle quali essa è ricondotta; ma la non univocità del perché, nonostante la crescita, il PIL, non vada di pari passi con l’aumento dei livelli occupazionali, non impedisce di cogliere la tendenza secolare che, per quanto evidente, sembra non attrarre la necessaria attenzione delle forze politiche e sindacali del Paese; non impedisce cioè di capire che una ripresa fondata sull’approfondimento capitalistico di medie imprese orientate ad operare sul mercato globale, al fine di conservarsi competitive, devono necessariamente frenare la domanda di lavoro. Per rendersi conto di ciò, è utile considerare gli effetti che, secondo Piana e Sironi, sarebbero stati determinati dalla crisi iniziata dieci anni or sono, integrando il loro discorso con alcune osservazioni avanzate da Giovannini.

I dati statistici – affermano Piana e Sironi – “raramente mentono: l’Italia è un Paese più povero di un decennio fa. Gli ultimi numeri dell’Istat dicono che lo scorso giugno i disoccupati restavano 2,8 milioni, più del doppio rispetto all’ultimo momento d’oro vissuto dall’economia nazionale, la primavera del 2007”. Ciononostante, a parere di Piana e Sironi, se si allarga lo sguardo sull’intero panorama industriale italiano, l’idea di un “sistema industriale in disarmo” tenderebbe a traballare. Dopo il crollo, verificatosi all’inizio della Grande Recessione, le esportazioni si sono riprese e sono cresciute secondo ritmi pressoché costanti, superando i livelli pre-crisi; anche il PIL ha iniziato, a partire dalla metà del 2013, a risalire lentamente, sebbene la ferita della recessione sia ancora aperta. Questi trend, però, secondo Piana e Sironi, non si traducono “nella crescita dei posti di lavoro che servirebbe”.

Oggi, in Italia, gli occupati sono circa 23 milioni, un tetto che è molto vicino a quello raggiunto negli anni d’inizio della crisi; esistono, quindi, tanti occupati, ma anche tanti disoccupati. “Quali sono – si chiedono Piana e Sironi – le ragioni di questo paradosso, che impedisce a molti di percepire i miglioramenti generali e distrugge la fiducia delle persone?” Le cause sono numerose; una di queste è certamente il fatto che il tessuto produttivo nazionale è sempre stato un po’ a “macchia di leopardo”, nel senso che l’economia italiana ha funzionato “a più velocità”, per la presenza, non solo del divario Nord-Sud, ma anche di specializzazioni e territori che hanno saputo resistere agli esiti della crisi, mentre altri sono rimasti fermi. Questo stato di cose ha concorso a tenere schiacciati verso il basso i redditi personali e a comprimere la domanda globale del sistema-Italia; sono andate bene solo le industrie medie che sono state capaci di “esportare e di insediarsi all’estero”, mentre quelle di grande dimensione, che non sono state all’altezza di affrontate la concorrenza dell’economia globalizzata, sono andate solitamente fuori mercato. Le industrie che hanno saputo inserirsi con successo nel mercato internazionale sono state, dunque, quelle di “taglia media”, grazie alla loro capacità di conservarsi in equilibrio nelle loro dimensioni.

Le “medie eccellenti”, però, cioè quelle industrie che, nonostante la crisi, sono riuscite a reggere l’impatto col mercato globale, per quanto abbiano “permesso all’Italia di tenere botta“ negli anni bui della recessione, non potranno mai assorbire la forza lavoro che ha perso la stabilità occupativa con la crisi delle industrie di grandi dimensioni. Dal punto di vista del lavoro, perciò, la mutata struttura della base industriale dell’Italia dà da pensare, nel senso che – come sostengono Piana e Sironi – se “questo è uno dei più radicali problemi” ereditati dalla recessione, che condanna al “nanismo (o meglio, alla ‘medietà’)” il sistema produttivo nazionale, l’unica speranza per i tanti disoccupati è riposta sulla possibilità che le industrie maggiori sopravvissute agli anni della crisi riescano a reinserirsi sul mercato.

A tal fine, però, queste industrie devono crescere, e per riuscirvi devono aumentare la loro efficienza produttiva “robotizzandosi”, accentuando il livello di automazione dei loro processi produttivi; qui sta, dal punto di vista del lavoro, l’altro radicale problema, in quanto, com’è noto, l’automazione dei processi implica “distruzione” di opportunità occupazionali, non un aumento dei posti di lavoro. In questo caso, la capacità di fare fronte a questo secondo radicale problema, dipenderà, secondo Piana e Sironi, dalla possibilità che a produrre i sistemi di automazione sia la stessa industria italiana; quindi, dalla possibilità per le industrie che si automatizzano di disporre di forza lavoro dotata della necessaria formazione; fatto, quest’ultimo, non sempre scontato, anche per via delle differenze territoriali, concludono Piana e Sironi, “che alla fine frenano l’Italia intera”.

Il problema delle scarse opportunità di lavoro assume dimensioni ben più preoccupanti, se le considerazioni di Piana e Sironi vengono integrate da quelle di Giovannini; a parere dell’ex presidente dell’Istat, la contraddizione tra la debole ripresa e la permanenza dell’alto numero dei disoccupati, oltre che dalle tendenze evidenziate dei giornalisti dell’”Espresso”, dipende anche da altri fattori, quali la crescita della popolazione (per via dell’immigrazione), l’allungamento dell’età pensionabile (che ostacola le nuove leve della forza lavoro ad entrare nel mondo della produzione) e soprattutto l’abolizione “delle garanzie dell’articolo 18 che proteggevano dal licenziamento i dipendenti delle aziende con più di 15 addetti”.

Questa abolizione, sostiene Giovannini, ha cambiato la struttura produttiva dell’economia italiana, portando le imprese “a superare quella soglia dimensionale che un tempo era ritenuta invalicabile”, determinando così, con la loro crescita e la ricerca di maggiore efficienza per reggere alla concorrenza, una contrazione dei posti di lavoro. Considerando, perciò, tutti i cambiamenti che hanno caratterizzato la struttura dell’economia italiana e le regole del mercato del lavoro, Giovannini ritiene che le certezze di poter ridurre l’alto numero dei disoccupati sarebbero poche, anche perché una crescita dimensionale delle imprese, necessaria per contrastare la disoccupazione, è ostacolata dalla propensione, tipica dell’imprenditorialità italiana, a conservare il controllo familiare dell’azienda.

Per ridare slancio all’occupazione, Giovannini non ha che da proporre tre “ricette”, dal “fiato corto”, perché affidate all’iniziativa di una classe politica poco credibile: la prima dovrebbe consistere nell’accelerare il tasso di crescita dell’economia nazionale, perché gli imprenditori percepiscano che l’Italia si è “rimessa davvero in moto”; la seconda dovrebbe essere volta a rilanciare il settore delle costruzioni per la riqualificazione di “edifici e città”; un’attività, questa, che crea posti di lavoro a più alto valore aggiunto; la terza, infine, dovrebbe consistere nel rilanciare l’occupazione attraverso la promozione di nuove imprese, avendo cura che il sostegno assicurato loro non sia limitato al momento della costituzione, ma sia esteso anche alla fase della loro crescita e definitiva affermazione.

Dalle valutazioni di Piana, Sironi e Giovannini emerge una condizione non certo esaltante riguardo al possibile futuro dell’economia italiana. Tuttavia, come afferma Giuseppe Berta in “Che fine ha fatto il capitalismo italiano?”, se è inevitabile un ridimensionamento sul piano strettamente economico, ciò non deve essere recepito come una sorta di autoripiegamento rispetto allo spazio occupato dal Paese nel passato; ma, al contrario, esso deve essere considerato come la premessa per “riguadagnare” al Paese una prospettiva certa e stabile, in funzione della quale poter effettuare scelte responsabili. Con quali forze?

La risposta a questa domanda può essere formulata solo ipotizzando che venga risolto un altro radicale problema, che pesa sulle sorti future del Paese, consistente nel trovare il modo di ricuperare la sinistra socialista e riformista ai suoi valori originari, attualizzati in funzione di tutti i cambiamenti avvenuti nel funzionamento dei moderni sistemi sul piano economico e su quello sociale. Ma quali sono le condizioni perché i partiti socialdemocratici, modernizzandosi, possano contribuire a fare riguadagnare al Paese una prospettiva certa e stabile riguardo al proprio futuro? Si può rispondere a questa ulteriore domanda, seguendo i suggerimenti formulati da Emiliano Brancaccio, economista dell’Università del Sannio, in un articolo pubblicato sull’”Espresso” del 6 agosto di quest’anno, dal titolo di per sé eloquente: “Si chiama destra il morbo della sinistra, Entrata in crisi al guinzaglio dei liberisti rischia di scomparire in coda agli xenofobi”

Passata di moda l’”idea blairista dell’obsolescenza delle socialdemocrazia e dell’esigenza di una ‘terza via’”, ci si sta convincendo che il socialismo riformista sia entrato in crisi perché “una volta al governo ha attuato politiche di destra”. Di destra sono state le politiche del lavoro; in molti Paesi, fra i quali l’Italia, il calo della protezione del lavoro è avvenuto col sostegno di maggioranze parlamentari sostenute dai partiti socialdemocratici, nonostante che le ricerche in materia, condivise dalle istituzioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), abbiano chiarito che le riforme adottate in difesa del lavoro non hanno contribuito a sostenere l’occupazione.

Altra causa del mancato sostegno dell’occupazione va rinvenuta nella privatizzazione, che in Italia ha portato alla distruzione dell’”economia pubblica”; anche in questo caso, col sostegno dei partiti socialisti riformisti sulla base di motivazioni che studi delle stessa OCSE sono valsi a smentire; tali studi, infatti, hanno messo in rilievo che la dismissione delle grandi imprese pubbliche in base all’assunto che esse fossero inefficienti non corrispondeva al vero, evidenziando che le grandi imprese pubbliche presenti in molti Paesi avevano sempre avuto indici di redditività significativamente superiori alle imprese private e un rapporto tra profitti e capitale investito pressoché uguale.

Infine, l’altra causa che ha contribuito ad abbassare le garanzie occupazionali della forza lavoro sono state le politiche di liberalizzazione finanziaria e di apertura ai movimenti internazionali di capitale; anche il sostegno alla realizzazione di tali politiche da parte dei partiti socialisti è stato pressoché totale, sebbene le organizzazioni internazionali, prima favorevoli alla liberalizzazione, abbiano poi espresso critiche ad una circolazione senza regole dei capitali, per gli effetti negativi sulla stabilità dei singoli sistemi economici.

In sostanza, conclude Brancaccio, “alla compulsiva ricerca di un’identità alla quale conformarsi, i partiti socialisti, [incluso quello italiano], hanno insomma applicato le ricette tipiche della destra liberista senza badare ai loro effetti reali, e con una determinazione talvolta persino superiore a quella delle istituzioni che le avevano originariamente propugnate”. Può ciò che resta del Partito socialista italiano riscattarsi prima di una sua possibile scomparsa definitiva? Si può rispondere di si, solo se esso sarà disposto ad aggiornare la propria visione del sistema-Italia, affrancandosi dalle posizioni di destra, sinora condivise, e da quelle di una finta sinistra riformista della quale è ora alleato.

Ciò può essere realizzato, innanzitutto con l’assunzione dell’obiettivo di modificare l’attuale welfare State, non più all’altezza di garantire un reddito alla generalità degli Italiani, spostando la riflessione dal problema dell’occupazione a quello della distribuzione equa del reddito; in secondo luogo, con l’ulteriore assunzione dell’obiettivo di attuare una politica di riacquisizione pubblica di buona parte del patrimonio produttivo privatizzato, per ricostituire quell’”economia pubblica”, che aveva consentito all’Italia di passare dalla periferia al centro del mondo fra i Paesi più industrializzati. Solo modernizzando la propria ideologia politica, conformandola agli obiettivi descritti, il socialismo riformista può riproporsi al Paese con una proposta credibile di progresso materiale e sociale.

Gianfranco Sabattini

Istat, cala il sommerso, ma vale il 12,6% del Pil

banconote

L’Istat ha pubblicato un rapporto sull’economia ‘non osservata’, spiegando dettagliatamente che il valore aggiunto generato dall’economia sommersa ammonta a poco più di 190 miliardi di euro, mentre quello connesso alle attività illegali (incluso l’indotto) a circa 17 miliardi di euro. Dunque, nel 2015, economia ‘sommersa’ ed attività illegali valevano circa 208 miliardi di euro pari al 12,6% del PIL.

Il peso sul Pil di questa componente non osservata dell’economia è sceso di 0,5 punti rispetto all’anno precedente, interrompendo la tendenza all’aumento registrata nel triennio 2012-2014 (quando era passata dal 12,7% al 13,1%).

In particolare, l’Istat ha evidenziato la diversa composizione delle diverse voci dell’economia. Nel 2015, ad esempio la quota relativa alla sotto-dichiarazione valeva il 44,9% del valore aggiunto (circa 2 punti percentuali in meno rispetto al 2014). Il resto è attribuibile per il 37,3% all’impiego di lavoro irregolare (35,6% nel 2014), per il 9,6% alle altre componenti (fitti in nero, mance e integrazione domanda-offerta) e per l’8,2% alle attività illegali (rispettivamente 8,6% e 8,0% l’anno precedente).

I settori dove il sommerso ha un ruolo più evidente sono le ‘Altre attività dei servizi’ (33,1% nel 2015), il Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (24,6%) e le Costruzioni (23,1%). Sul complesso del valore aggiunto, le dichiarazioni inferiori al dovuto hanno un peso maggiore nei Servizi professionali (16,2% nel 2015), nel Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (12,8%) e nelle Costruzioni (12,3%). All’interno dell’industria, l’incidenza risulta relativamente elevata nel comparto della Produzione di beni alimentari e di consumo (7,7%) e contenuta in quello della Produzione di beni di investimento (2,3%). La componente di valore aggiunto generata dall’impiego di lavoro irregolare è maggiore nel settore degli ‘Altri servizi alle persone’ (23,6% nel 2015), dove è principalmente connessa al lavoro domestico, e nell’Agricoltura, silvicoltura e pesca (15,5%).

Sui circa 17 miliardi di valore aggiunto dell’economia illegale il traffico di stupefacenti si conferma nel 2015 come l’attività più rilevante, per un totale che si attesta a 11,8 miliardi di euro (poco meno del 75% del valore complessivo delle attività illegali) e un ammontare di consumi delle famiglie pari a 14,3 miliardi di euro. I servizi di prostituzione realizzano un valore aggiunto pari a 3,6 miliardi di euro (poco meno del 25% dell’insieme delle attività illegali) e consumi per circa 4 miliardi di euro mentre il valore delle attività di contrabbando di sigarette sale a circa 0,4 miliardi di euro, con un aumento di poco inferiore a 100 milioni di euro rispetto al 2014. Per l’Istat l’indotto connesso alle attività illegali, principalmente riferibile al settore dei trasporti e del magazzinaggio, si è mantenuto sostanzialmente costante, con un valore aggiunto pari a circa 1,3 miliardi.

Il Presidente dell’INPS, Tito Boeri, nel rilanciare i dati allegati in un rapporto al DEF per presentare la nuova banca dati pensata per facilitare il monitoraggio contributivo soprattutto nel settore degli appalti, tra i più esposti alle irregolarità, e per potere avviare un controllo mirato, ha dichiarato: “Nel 2015 sono stati sottratti al fisco quasi 11 miliardi di euro di contributi non pagati a lavoratori dipendenti: il 6-7% del totale di quelli versati all’Istituto di previdenza. Sono dati allarmanti. Tra il 2011 ed il 2014 l’evasione è oscillata tra i 10 e gli 11,5 miliardi all’anno e il monte salari dei lavoratori assunti in nero ammonterebbe a circa 20-30 miliardi pari, pressappoco, a circa 8 euro all’ora. Nel 2014 il gap stimato è stato invece pari a 11,3 miliardi: l’aliquota media non versata dunque pari al 40%. Di questo tesoretto occultato al fisco è stato possibile recuperare nel 2015 solo 0,7 miliardi tra fruizioni indebite di sgravi e prestazioni e altri risparmi di spesa. Dati peraltro sottostimati perché non tiene conto anche dell’area grigia, quelli non totalmente irregolari”.

I lettori potranno immaginare di quanto potrebbe diminuire la pressione fiscale in Italia, se l’economia ‘non osservata’ potesse emergere totalmente. Le riflessioni si potrebbero estendere anche al valore effettivo del PIL ed ai dati occupazionali. Inoltre, non andrebbero neanche sottovalutati gli effetti migliorativi che potrebbero ripercuotersi sulle prestazioni pensionistiche e sulla loro decorrenza.

Salvatore Rondello

L’economia e lo smarrimento della sua natura di scienza sociale

economiaIn “L’economia in cerca dell’uomo. Etica e globalizzazione nel XXI secolo”, Antonella Crescenzi, già responsabile del coordinamento dei Documenti Programmatici presso il Ministero dell’Economia, nonché delle questioni relative alla programmazione europea presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, evidenzia i guasti e le contraddizioni che traggono origine dalla globalizzazione.
La crescente integrazione delle economie nazionali a livello globale all’inizio del terzo millennio – afferma l’autrice – l’”economia mondiale sembrava lanciata verso uno sviluppo senza limiti: la spinta delle nuove tecnologie informatiche e delle comunicazioni, la progressiva liberalizzazione degli scambi di merci e capitali, l’ingresso nel circuito del commercio mondiale della Cina e di altri grandi Paesi prima esclusi dalle potenzialità della crescita, l’espansione delle finanza internazionale” hanno costituito le basi sulle quali la globalizzazione si è affermata sotto la spinta dell’ideologia neoliberista che ne ha legittimato la condivisione.
Il successo però, a parere delle Crescenzi, ha fatto velo sulle molte contraddizioni che hanno caratterizzato l’espansione incontrollata della finanza sin dal suo primo manifestarsi, sino a tradursi nella cause della Grande Recessione che da dieci anni ormai affligge le economie dei Paesi che sono stati coinvolti nel processo di mondializzazione delle loro economie. Ciò perché non è stato responsabilmente valutato che la concorrenza globale e la liberalizzazione del mercato avrebbero prodotto “dinamiche di segno opposto”. Se, da un lato, garzie alla globalizzazione, molti Paesi arretrati sono riusciti a sottrarsi alle penalizzanti condizioni del sottosviluppo, dall’altro lato, i Paesi avanzati, malgrado l’alto livello di crescita e di sviluppo raggiunto, hanno sperimentato la caduta di larghe quote delle loro popolazioni nello stato di povertà. Inoltre, se in alcuni casi, la globalizzazione ha concorso a ridurre la disuguaglianza tra Paesi ricchi e Paesi poveri, nel contempo ha contribuito all’aumento delle disuguaglianze distributive all’interno di entrambe le categorie di Paesi.
Si tratta, secondo l’autrice, di contraddizioni fatali, che minacciano le “prospettive di crescita mondiale, contrapponendo bisogni di avanzamento e paure di arretramento e alimentando, in presenza di flussi migratori di straordinaria intensità […], reazioni politiche e sociali tendenti alla chiusura e al protezionismo”. Al fine di prevenire il peggioramento degli effetti delle contraddizioni indicate, occorre – afferma la Crescenzi – che l’economia ricuperi la natura originaria di scienza rivolta alla soluzione dei problemi esistenziali dell’uomo; in altre parole, occorre che essa ricuperi la propria natura di scienza sociale, abbandonando il processo di estraniazione dalla realtà, alla quale l’hanno condotta, sia gli sviluppi teorici realizzati al prezzo di un eccesso di formalismo, sia le ideologie neoliberiste affermatesi tra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI.
Di fronte al peggiorare della situazione, occorre portare sotto controllo i meccanismi che sinora hanno funto da “motore” della globalizzazione; in particolare, i processi di crescita esplosiva e i ritmi del progresso tecnologico, soprattutto di quello dei settori dell’informazione e delle comunicazioni, cui sono da imputare “ampie delocalizzazioni dei processi produttivi e l’utilizzo di enormi bacini di mano d’opera” a basso costo, che hanno consentito di “produrre beni destinati alle aree più ricche del mondo”.
Questo processo non è stato privo di implicazioni negative per i Paesi economicamente avanzati; l’apertura dei mercati interni ai beni prodotti a prezzi competitivi dai Paesi emergenti, che hanno fatto largo ricorso alla pratica del dumping sociale e ambientale, ha comportato nei Paesi importatori inevitabili processi di aggiustamento produttivo; i settori ad alta intensità di lavoro, messi in crisi dalle importazioni a basso prezzo, non sempre sono stati sostituiti da nuovi settori che non fossero quelli avanzati a bassa intensità di lavoro, dando origine in tal modo ad uno dei problemi più gravi, sul piano politico oltre che economico, che i Paesi avanzati hanno dovuto affrontare, quale quello della disoccupazione tecnologica irreversibile.
I Paesi avanzati, fra questi quelli europei in particolare, hanno sofferto di questo fenomeno, in quanto i loro governi non sono riusciti ad attuare politiche economiche efficaci per contrastarlo; essi, infatti, hanno risposto “per lo più con misure di emergenza”, che però sono risultate inefficaci a contrastare la nuova natura della disoccupazione. Ciò perché, a parere della Crescenzi, sarebbe mancata “una visione riformatrice complessiva”, tale da consentire di affrontare le esigenze di maggiore efficienza imposte dall’aumentata concorrenza internazionale, ma anche di sostenere i settori produttivi più esposti e gli strati sociali che maggiormente, sul piano esistenziale, subivano le conseguenze più negative degli esiti indesiderati dell’approfondimento della globalizzazione.
Ma le riforme strutturali necessarie sono state sostituite da politiche utili ad affrontare solo la contingenza e a “guadagnare tempo”; ragione, questa, per cui in Paesi come l’Italia gli effetti della crisi provocata dal funzionamento dell’economia globale, ispirata all’ideologia neoliberista, sono risultati più profondi e persistenti. Le riforme necessarie sono state, infatti ostacolate, in quanto interpretate, da chi dagli effetti delle globalizzazione aveva tratto i maggiori vantaggi, come rinuncia a benefici “acquisiti per sempre”. Queste resistenze, oltre ad aver costituito la causa dell’inefficacia delle misure anticicliche cui si è fatto ricorso, sono state anche ulteriormente inasprite “dalla minore autonomia di manovra degli Stati in un contesto economico altamente integrato e dalla sfiducia verso la capacità della mano pubblica di regolare con efficacia l’economia”.
L’impossibilità di realizzare riforme strutturali utili a contrastare efficacemente gli effetti indesiderati della globalizzazione impone in ogni caso, secondo l’autrice, la soluzione di alcune questioni non più procrastinabili, quali il ricupero di un rapporto maggiormente condivisibile tra economia e etica, il contenimento e la riduzione delle disuguaglianze distributive e la necessità dell’adozione di parametri alternativi al PIL, per misurare il benessere delle popolazioni.
La ridefinizione del rapporto tra etica ed economia sarebbe imposta dall’urgenza di cambiare una “concezione del mercato focalizzata unicamente sugli interessi dell’individuo e sulla ricerca dell’utile fine a se stesso”; ciò, al fine di aumentare la “dimensione sociale del profitto” e di espandere l’attenzione “per i sentimenti morali e le istanze del bene comune”. L’autrice giustifica l’urgenza di un maggior ruolo dell’etica nel governo dell’economia, in considerazione del fatto che la scienza economica, in virtù della sua natura di scienza sociale, non possa “essere separata dall’uomo inteso nella sua complessità”, mentre il concetto cardine di tale scienza, l’homo oeconomicus, consentirebbe di cogliere “solo le motivazioni legate alla massimizzazione della ricchezza” e la sua astratta concezione non consentirebbe di cogliere tutti gli aspetti della “variegata realtà umana”.
Strano quest’appello all’etica compiuto dall’autrice per ricondurre la scienza economica al sevizio dell’uomo; se ciò accadesse si farebbe compiere all’economia il percorso inverso a quello che nel tempo le ha consentito di proporsi come scienza autonoma da presunti valori assoluti “non negoziabili” e di sostituire, convenientemente, tali valori con “regole” condivise dai componenti le comunità. Perciò, più che un appello a valori assoluti, che avrebbero l’effetto di rendere difficile la convergenza sul loro rispetto da parte di tutti i componenti i sistemi sociali pluralistici sul piano valoriale, molto più conveniente sarebbe parlare di ridefinizione del rapporto tra economia e rispetto delle regole adottate a tutela degli interessi comuni; l’aver disatteso queste regole, introdotte e perfezionate faticosamente dopo il secondo conflitto mondiale, ha dato luogo allo “scatenarsi” degli “animal spirit” che hanno caratterizzato il processo di integrazione delle economie nazionali nel mercato globale.
Oltre al ricupero di regole più funzionali al rispetto degli interessi sociali, sarebbe necessario, a parere dell’autrice, ridurre le disuguaglianze distributive che si sono approfondite e consolidate con la globalizzazione; ciò perché quest’ultima ha dato origine ad “una dinamica in cui alla ricchezza crescente di pochi” si è contrapposta “la povertà crescente dei molti”, limitando le potenzialità di espansione del reddito complessivo e bloccando i “consueti meccanismi di formazione del consumo, risparmio e investimento”. Ma la dinamica della globalizzazione ha avuto anche conseguenze extraeconomiche, il cui effetto ha ugualmente inciso sul livello di benessere delle popolazione; studi epidemiologici – afferma Antonella Crescenzi – hanno dimostrato che all’ampliamento dei divari economici nei Paesi avanzati ha corrisposto il “peggioramento della qualità della vita”, nel senso che i Paesi nei quali sono risultate maggiori le disuguaglianze sono aumentate anche le “problematiche sociali” (disagi mentali, mortalità infantile, minore speranza di vita, ecc.), che hanno inciso negativamente sulla produzione di nuova ricchezza e sulla conservazione di alti livelli di fiducia sociale nelle istituzioni da parte delle popolazioni.
Anche riguardo al PIL, sarebbe necessario che la misura della crescita e dello sviluppo economico dei singoli Paesi fosse condotta sulla base di ben altri parametri, più comprensivi degli effetti negativi che l’impatto della crescita e dello sviluppo senza regole ha sulla capacità di tenuta della coesione sociale dei singoli Paesi. Tale esigenza è imposta dal fatto che, quando i sistemi economici raggiungono stadi avanzati di crescita e sviluppo, non sempre l’aumento del PIL comporta un maggior benessere; ciò accade perché, in corrispondenza di alti livelli di attività produttiva, ricorrono fenomeni che il PIL manca di rappresentare, la cui rilevanza però risulta elevata per la società.
Secondo la Crescenzi esistono seri dubbi sulla possibilità di contrastare gli effetti indesiderati della globalizzazione attraverso il superamento di una “concezione del mercato focalizzata unicamente sugli interessi dell’individuo”. Il primo dubbio riguarda la possibilità di rimuovere il convincimento che i sistemi economici, a livello nazionale ed internazionale, possano autocorregersi, stante l’egemonia acquisita, nonostante la crisi della Grande Recessione, dall’ideologia neoliberista; il secondo dubbio riguarda la possibilità di dissolvere l’illusione che con il ricorso al debito, grazie alle “magie” dei mercati finanziari, possano essere resi possibili standard di consumo superiori alla capacità di reddito della quale si dispone; infine, un terzo dubbio concerne la possibilità di un “ritorno a Keynes”, ovvero al ricupero del “patto sociale” che nell’immediato dopoguerra aveva consentito di conciliare gli opposti interessi di lavoro e capitale, garantendo un trentennio di stabilità economica ai Paesi ad economia di mercato retti da istituzioni democratiche e un miglioramento delle condizioni di vita che mai le popolazioni avevano sperimentato nel passato.
Pur in presenza di tali dubbi, il percorso da seguire, a parere della Crescenzi, dovrebbe essere “quello tracciato dal modello di apertura economica che finora ha consentito lo sviluppo per tanti Paesi del mondo”; ma questo modello dovrebbe essere rivisto con correzioni di dubbia fattibilità. In conclusione, l’autrice, auspica una “globalizzazione ‘soft’[…] che stemperi le asprezze della concorrenza senza limiti assicurando potenzialità di crescita e benessere per tutti i Paesi, ricchi e poveri, e riequilibrio della società”. Sarebbe questa una speranza cui non si dovrebbe rinunciare; apparterrebbe alla politica l’oneroso compito di realizzare le condizioni perché, “facendo tesoro delle antiche consapevolezze”, diventi possibile configurare le nuove modalità di crescere e progredire. Ma quali dovrebbero essere queste nuove modalità?
La Crescenzi, come molti analisti degli effetti indesiderati del modello di globalizzazione sinora sperimentato, dopo puntuali esposizioni di quanto è accaduto di negativo negli ultimi decenni, si limita ad auspicare un ritorno al passato, attraverso semplici operazioni di manutenzione dell’attuale modo di funzionare del capitalismo, trascurando il fatto che simili operazioni servono solo a fare “guadagnare tempo”, nel senso di Wolfgang Streeck, per ritardare la crisi finale del capitalismo stesso.
Per una concreta azione a supporto della realizzazione di un modello di “globalizzazione ‘soft’”, occorrerebbe accompagnare la trasformazione delle economie di mercato integrate nel mercato mondiale con “una visione riformatrice complessiva”, volta a conformare il sistema produttivo, il funzionamento del mercato del lavoro, il welfare State e il sistema pensionistico al funzionamento dell’auspicato modello “soft” della globalizzazione. Una simile visione riformatrice, però, è ben al di là delle attuali capacità di governo delle singole classi politiche; inoltre, essa è del tutto estranea agli interessi che motivano tali classi ad offrirsi come rappresentanti degli elettori, sui quali continueranno ad “abbattersi” gli esiti negativi di un’economia che ha cessato di funzionare per fare fronte agli stati di bisogno dell’uomo.

BCE: Pil in rialzo, ma occupazione non soddisfacente

BCE- viglianzaDal Bollettino economico della BCE pubblicato oggi, apprendiamo: “L’espansione economica, che ha accelerato oltre le attese nella prima metà del 2017, continua a essere solida e generalizzata nei diversi paesi e settori. In particolare nella zona euro prosegue e mostra segni di crescente tenuta, mentre le misure di politica monetaria sostengono la domanda interna”.
Dalle stime dell’Eurotower nel secondo trimestre dell’anno, l’aumento del PIL in termini reali dell’area è stato pari allo 0,6% per cento sul periodo precedente, dallo 0,5 del primo trimestre. Secondo la BCE: “La crescita del PIL in termini reali è sostenuta in prevalenza dalla domanda interna. I consumi privati sono sospinti dagli incrementi dell’occupazione, che a loro volta beneficiano delle passate riforme del mercato del lavoro, e dall’aumento della ricchezza delle famiglie. La ripresa degli investimenti continua a essere sostenuta da condizioni di finanziamento molto favorevoli e da miglioramenti della redditività delle imprese. Indicatori a breve e indagini congiunturali confermano una robusta dinamica espansiva su orizzonti ravvicinati”.
Dopo le comunicazioni positive fatte ieri dall’OCSE, le proiezioni macroeconomiche per l’area dell’euro formulate dagli esperti della Bce nel settembre 2017 confermano il trend positivo dell’economia. Le previsioni fatte rappresentano una crescita del PIL  in termini reali del  2,2% per cento nel 2017, dell’1,8% nel 2018 e dell’1,7% nel 2019. Rispetto all’esercizio condotto a giugno 2017 dagli esperti dell’Eurotower, le prospettive di crescita del PIL sono state riviste al rialzo per il 2017 e restano in seguito pressoché invariate.
Con riferimento al fenomeno dell’immigrazione la BCE ha scritto: “Nell’area dell’euro nel suo complesso durante la ripresa, l’immigrazione ha dato un ampio contributo positivo alla popolazione in età lavorativa, riflettendo soprattutto l’afflusso di  lavoratori dai nuovi stati membri dell’Unione europea. A sua volta ciò ha verosimilmente avuto un effetto considerevole sulla forza lavoro, in particolare in Germania e Italia, ma anche in altre economie minori dell’area”.
Con riferimento alla forza lavoro femminile, nel bollettino si legge: “Proseguendo un trend di lungo periodo, l’aumento della forza lavoro durante la ripresa economica è stato trainato dalla partecipazione femminile. Se l’aumento della percentuale di persone appartenenti a fasce d’età più elevate caratterizza entrambi i generi, per le donne la crescita del tasso di partecipazione nel corso della ripresa è stata più sostenuta, mentre il calo della forza lavoro in piena età lavorativa (tra i 25 ed i 54 anni di età) è stato più contenuto. A incidere su questo risultato il livello di scolarizzazione”.
La BCE sull’inflazione recita: “Le misure dell’inflazione di fondo hanno registrato un lieve aumento negli ultimi mesi, ma devono ancora mostrare convincenti segnali di una perdurante tendenza al rialzo. Sulla base della stima preliminare dell’Eurostat, l’inflazione al netto di alimentari e beni energetici si collocava all’1,2 per cento ad agosto, invariata rispetto a luglio, ma superiore di 0,4 punti percentuali rispetto alla media registrata nell’ultimo trimestre del 2016. Le pressioni interne sui costi, derivanti in particolare dai mercati del lavoro, sono tuttora contenute. L’inflazione di fondo nell’area dell’euro dovrebbe aumentare gradualmente nel medio termine, sostenuta dalle misure di politica monetaria della Bce, dal perdurare dell’espansione economica, nonché dalla progressiva riduzione della capacità inutilizzata nell’economia e dall’incremento dei salari associati a tale espansione”.
Nel Bollettino si legge anche: “Il Consiglio direttivo della Bce ha mantenuto invariato l’orientamento di politica monetaria e deciderà in autunno riguardo alla calibrazione degli strumenti di politica monetaria nel periodo successivo alla fine dell’anno”.
Invece, per quanto riguarda la disoccupazione in Italia, dal Bollettino emerge che la disoccupazione sta diminuendo ma non in modo soddisfacente. Italia e Slovenia presentano un tasso di senza lavoro in calo ma non soddisfano ancora i requisiti per una riduzione significativa della disoccupazione.
La BCE non ha ancora accennato alla robotizzazione dei processi produttivi che rallentano l’occupazione. La realtà ineluttabilmente crescente delle innovazioni nella produzione in sostituzione del lavoro umano, pone necessariamente una serie di importanti riflessioni per potere ottenere la crescita dell’occupazione in termini soddisfacenti.

L’Ocse rivaluta positivamente il Pil italiano

Un'operaio metalmeccanico al lavoro in un'immagine d'archivio. GIORGIO BENVENUTI-ARCHIVIO / ANSA / DC

Un’operaio metalmeccanico al lavoro in un’immagine d’archivio. GIORGIO BENVENUTI-ARCHIVIO / ANSA / DC

Il quadro economico sta complessivamente migliorando e le previsioni diventano più rosee. Anche l’Ocse ci ripensa sull’Italia. Nel suo ultimo aggiornamento delle previsioni macroeconomiche globali, l’ente parigino ha rivisto al rialzo le previsioni sul Pil dell’Italia. Adesso, per il 2017 stima una crescita dell’1,4%, mentre per il 2018 ha pronosticato +1,2%.
Il 2018 è particolarmente significativo, dato che la revisione contenuta nell’Economic Outlook va esattamente nella direzione opposta rispetto a quella effettuata tre mesi fa, il 7 giugno scorso, quando il dato 2018 era stato abbassato di due decimali al più 0,8 per cento.
Nel documento dell’OCSE si legge: “In generale l’economia globale ha guadagnato slancio, mentre la crescita di investimenti occupazione e commercio sostengono una espansione sincronizzata tra la maggior parte dei Paesi. La crescita 2017 è prevista superiore a quella del 2018. Sul prossimo anno è possibile una ulteriore accelerazione, tuttavia, una crescita solida e sostenibile sul medio periodo non è ancora garantita”.
A livello globale, per i Paesi che rappresenta, l’Ocse stima un più 3,5 per cento quest’anno e un più 3,7 per cento nel 2018. Mentre, sull’area euro prevede 2,1 per cento nel 2017 e 1,9 per cento nel 2018. Sulla Germania l’Ocse prevede un più 2,2 del Pi l quest’anno e un più 2,1 per cento nel 2018. Sulla Francia rispettivamente più 1,7 per cento e più 1,6 per cento. Sugli Usa infine è attesa una crescita del 2,1 per cento quest’anno e del 2,4 per cento il prossimo anno.
All’OCSE fa eco l’ISTAT che ha reso noto, oggi, i dati aggiornati dell’Eurozona.
Per l’Istat la crescita dell’area euro si sta consolidando. Nel secondo trimestre 2017 la crescita del Pil ha accelerato (+0,6% rispetto al +0,5% del primo trimestre). Gli indicatori coincidenti e anticipatori mantengono un orientamento positivo. Il Pil è previsto in crescita allo stesso ritmo nel terzo e quarto trimestre 2017 (+0,6%), per poi decelerare leggermente nel primo trimestre 2018 (+0,5%).
L’Istat ha anche specificato che l’espansione sarebbe trainata dalla domanda interna ed in particolare dagli investimenti, supportati dal miglioramento delle condizioni del mercato del credito e spinti dal rafforzamento della fase ciclica.
I consumi privati sono attesi in aumento ad un tasso di crescita costante (+0,4% per tutti e tre i trimestri dell’orizzonte di previsione), sostenuti dalle condizioni favorevoli del mercato del lavoro e dall’aumento delle retribuzioni. Le prospettive positive per l’economia mondiale dovrebbero sostenere la domanda estera, mentre il recente apprezzamento dell’euro potrebbe rappresentare un ostacolo alla crescita delle esportazioni. Nell’orizzonte di previsione, l’inflazione di fondo è prevista in lieve aumento.
Secondo l’Istituto nazionale italiano di statistica, le prospettive per l’economia globale risultano in progressivo miglioramento. Nell’orizzonte di previsione la crescita del Pil mondiale si dovrebbe attestare sui ritmi registrati nel secondo trimestre del 2017. Anche il commercio mondiale dovrebbe mantenere una particolare vivacità (+4,6% nel 2017). I miglioramenti della domanda estera potrebbero essere più contenuti in presenza di un rallentamento della crescita negli Stati Uniti e in Cina. Il recente apprezzamento dell’euro potrebbe inoltre costituire un ostacolo all’aumento delle esportazioni nell’area.
La crescita dell’area dell’euro sta proseguendo su ritmi relativamente sostenuti. Nel secondo trimestre la crescita congiunturale del Pil ha mostrato un’accelerazione (+0,6% sul trimestre precedente rispetto al +0,5% del primo trimestre). I consumi privati e gli investimenti hanno rappresentato i principali fattori di crescita, ma anche il contributo della domanda estera netta è stato leggermente positivo. Gli indicatori coincidenti e anticipatori rimangono orientati positivamente suggerendo il proseguimento dell’attuale fase di crescita anche nella seconda parte del 2017.

IL PIL VEDE ROSA

cantiereContinua la crescita dell’economia italiana che prosegue da dieci trimestri di fila, ovvero dai primi tre mesi del 2015, e tocca il livello più alto da sei anni. A certificare nero su bianco la ripresa in corso è l’Istat: nel secondo trimestre il prodotto interno lordo – corretto per gli effetti di calendario – è cresciuto dello 0,4% rispetto ai tre mesi precedenti e dell’1,5% rispetto al secondo trimestre 2016.

L’istituto di statistica conferma le stime diffuse il 16 agosto scorso e come già rilevato allora, per trovare un aumento tendenziale maggiore bisogna tornare al primo trimestre del 2011. La variazione acquisita del Pil, quella che si registrerebbe in caso di crescita nulla nella restante metà dell’anno, è dell’1,2% per il 2017. Ipotizzando, un terzo e quarto trimestre in linea con i primi due trimestri, la crescita potrebbe raggiungere l’1,5%. Una spinta per la manovra autunnale che il governo si appresta a mettere in campo.

Le previsioni ufficiali dell’esecutivo, contenute nel Documento di economia e finanza varato ad aprile, indicano una crescita dell’1,1% per l’anno in corso e dell’1% per il 2018. Ma, con tutta probabilità, saranno ritoccate al rialzo nella Nota di aggiornamento al Def che il governo dovrà varare entro fine settembre, in linea con le revisioni al rialzo condotte da tutti le principali istituzioni internazionali, ultima l’agenzia di rating Moody’s che per quest’anno e l’anno prossimo stima un aumento del Pil dell’1,3% contro lo 0,8% e l’1% indicati in precedenza.

“Anche oggi arrivano buoni segnali dal punto di vista dell’economia, e mi auguro questo ci consenta di proseguire nei prossimi mesi sulla strada per dare maggiori risorse per i poveri e gli esclusi”, ha commentato il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni.

La crescita del Pil nel secondo trimestre, segnala l’Istat, è stata trainata anche dalla spesa delle famiglie. Su base congiunturale, cioè rispetto al primo trimestre, è salita dello 0,3% mentre su base annua, e cioè rispetto al secondo trimestre 2016, è cresciuta dell’1,2%. Rispetto al trimestre precedente, tutti i principali aggregati della domanda interna registrano aumenti, con una crescita dello 0,2% dei consumi finali nazionali e dello 0,7% gli investimenti fissi lordi. Le importazioni e le esportazioni sono cresciute, rispettivamente, dello 0,7% e dello 0,6%.

La domanda nazionale al netto delle scorte ha contribuito per 0,3 punti percentuali alla crescita del Pil (+0,2 i consumi delle famiglie e delle istituzioni sociali private Isp, +0,1 gli investimenti fissi lordi e contributo nullo della spesa della pubblica amministrazione). Anche la variazione delle scorte ha contribuito positivamente (+0,1 punti percentuali), mentre il contributo della domanda estera netta è risultato nullo. La crescita è stata determinata anche da andamenti congiunturali positivi per il valore aggiunto dell’industria (+0,6%) e dei servizi (+0,4%), rialzi controbilanciati dalla diminuzione del valore aggiunto dell’agricoltura (-2,2%) e delle costruzioni (-0,4%).

“Se i risultati riguardanti l’occupazione – sostiene Fabrizio Cicchitto di Alternativa Popolare – sono positivi è anche il frutto dell’azione di Governo nel quale Alternativa Popolare ha svolto un ruolo importante per ciò che riguarda alcune voci della pressione fiscale e il sostegno alle famiglie”. “L’attacco del centrodestra e’ destituito di fondamento ed una dimostrazione di estremismo. E’ dal 2010-2011 che il Paese è stato investito da una durissima recessione i cui effetti non è che possono essere tutti superati con un colpo di bacchetta magica”.

Per le associazioni dei consumatori e le organizzazioni di categoria del commercio si tratta di segnali incoraggianti. Guglielmo Loy, della Uil, afferma che i dati sull’economia “fotografano uno stato di moderata, ma costante espansione dell’economia. Ora, però, bisogna consolidare questi risultati, con scelte coraggiose nella prossima Legge di Bilancio, in quanto il miglior toccasana per tenere sotto controllo il debito pubblico è l’aumento in valori nominali del Pil”. “Auspichiamo che il ‘tesoretto’, dovuto alla maggiore crescita di quest’anno del Pil, sia destinato veramente a misure per lo sviluppo che stimolino gli investimenti, soprattutto al sud, concentrando le risorse su pochi obiettivi. Taglio strutturale del costo del lavoro – conclude- per sostenere l’occupazione stabile, una graduale riduzione della pressione fiscale e misure per il benessere sociale sono le misure che riteniamo prioritarie per la crescita e lo sviluppo”.

Moody’s vede positivo per il Pil Italiano

Moody'sMoody’s rivede al rialzo le stime di crescita dell’economia italiana. L’agenzia internazionale di rating stima per il 2017 e il 2018 una crescita del Pil dell’1,3%, contro lo 0,8% e l’1% previsti in precedenza. A sostenere il miglioramento delle stime sull’Italia, spiega il Global macroeconomic outlook di Moody’s, sono sostanzialmente “la politica monetaria e di bilancio e una ripresa più forte nell’Ue”. Nel complesso la stima è di una crescita del 2,1% nell’Eurozona per il 2017 e dell’1,9% nel 2018, dopo il +1,6% del 2016.

“I robusti indicatori – spiegano gli esperti dell’agenzia parlando dell’Ue – suggeriscono che la crescita subirà un’accelerazione per il resto dell’anno, mentre l’indice di fiducia dei consumatori si attesta al top da 16 anni e fa ben sperare per una ripresa sostenuta dai consumi”. Riviste al rialzo anche le stime di crescita di Germania, al 2,2% e al 2%, e Francia, all’1,6% per il biennio 2017-18 dall’1,3% e dall’1,4%.

Immediate le reazioni politiche alle nuove stime, complici anche i dati positivi sull’andamento del fatturato nei servizi dell’Istat (che aumenta dello 0,7% rispetto al primo trimestre 2017) e sulla fiducia dei consumatori nella zona euro (con l’Italia al top). Dati, questi ultimi, sottolineati e rilanciati anche dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni: “Istat, Ue. Risultati positivi fanno crescere fiducia nella nostra economia. Impegno perché più fiducia significhi più lavoro”, scrive su Twitter.

Tra le prime voci del Pd a commentare ‘a caldo’ le nuove stime c’è Matteo Renzi, che su Facebook scrive: “Ciò che abbiamo costruito in questi anni sta finalmente dando frutti per l’Italia”. Per Ernesto Carbone si tratta di “risultati confortanti”, di chi, come il Pd e i governi Renzi e Gentiloni, ha sostenuto la crescita contro “la decrescita felice” auspicata dal M5S. “Tutti gli indicatori – afferma il responsabile sviluppo del Partito democratico – dicono che le riforme e in generale le politiche adottate dal governo Renzi e poi proseguite da quello Gentiloni stanno ottenendo importanti risultati che dovranno essere ulteriormente rafforzati e stabilizzati”. Sulla stessa lunghezza d’onda Debora Serracchiani (“Pil, l’Italia conferma il segno +. Riforme realizzate dai governi Pd hanno rilanciato la crescita con cui è possibile ridurre le diseguaglianze”), Matteo Colaninno (“Il merito, oltre che di un clima internazionale ed europeo molto più favorevole, è delle riforme che i Governi Renzi e Gentiloni hanno voluto tenacemente e coraggiosamente portare avanti”).

Di ben altro tenore i commenti dei forzisti Daniela Santanchè (“Non credo che l’Italia dovrebbe farsi influenzare dai giudizi di Moody’s) e Lucio Malan (“Siamo alle solite: un Governo che strumentalizza dei numeri velatamente positivi per sponsorizzare la propria causa”.