BORDERLINE

SALVINI DI MAIO

La manovra è stata confermata, non sono cambiati i saldi e non sono state aggiustate le previsioni di crescita del Pil. E’ questo l’orientamento del governo emerso dal vertice del Consiglio dei ministri iniziato ieri alle ore 20 tra il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte e i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini cui hanno partecipato anche il ministro dell’economia, Giovanni Tria e quello dei rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro.

Che le intenzioni fossero queste lo aveva fatto capire senza mezzi termini Salvini che, già prima di entrare a Palazzo Chigi, ha detto: “Stiamo lavorando a una manovra che prevede più posti di lavoro, più pensioni e meno tasse non per tutti ma per molti italiani. Se va bene all’Europa siamo contenti, sennò tiriamo dritti lo stesso” (scopiazzando, forse involontariamente, una frase di Mussolini).

Nessun arretramento, quindi, neppure dopo le stime del Fondo Monetario Internazionale che prevede un Pil in crescita dell’1% nel 2019 e 2020, un impatto incerto della legge di bilancio sulla crescita dei prossimi due anni e un effetto probabilmente negativo sul medio termine.

Sempre Salvini ha precisato: “Se ci sarà qualcosa da modificare, sarà non in base alle richieste di Bruxelles, ma in base a quello che succede in Italia, ad esempio a causa del maltempo. Stiamo facendo la conta dei danni e rischiano di essere 5 miliardi di euro. Quindi è chiaro che dobbiamo mettere più soldi alla voce investimenti sul territorio. Perché ce lo chiede la situazione. Da tenere presente che per le spese per circostanze eccezionali è ammessa la copertura in deficit sia dall’Europa che dalla Costituzione”.

Il Consiglio dei Ministri, al termine del vertice, ha certificato l’orientamento del governo nella lettera di risposta ai suoi rilievi che la Commissione ha richiesto.

In sintesi la manovra non è cambiata, i saldi sarebbero rimasti invariati. Ma, sono state messe più risorse sul dissesto idrogeologico. Dunque, questo sarebbe il punto di caduta del vertice a Palazzo Chigi.

Poi, Di Maio ha confermato: “La manovra non cambia né nei saldi né nella previsione della crescita, perché è nostra convinzione che è quel che serve al Paese per ripartire ha detto il vicepremier subito dopo il Cdm. Abbiamo detto chiaramente che ci impegnamo a mantenere il 2,4% di deficit, e il Pil all’1,5% ma reddito cittadinanza, riforma Fornero, soldi ai truffati dalle banche restano. E’ una manovra in controtendenza col passato ma non facciamo i furbi sul debito. Non abbiamo aggiunto niente a quello che già leggete nella manovra di bilancio ma c’è l’impegno a mantenere quelli che sono i saldi indicati; quindi non facciamo i furbi sul deficit ma allo stesso tempo manteniamo gli impegni con gli italiani”.

La novità consisterebbe nelle dismissioni. Di Maio, uscendo da Palazzo Chigi, ha aggiunto: “Il nostro obiettivo è tutelare i gioielli di famiglia ma allo stesso tempo di dismettere tutto quello che non serve dello stato di immobili o di tutti questi beni che sono di secondaria importanza. Deve essere chiara una cosa nel programma di dismissioni non ci sono i gioielli di famiglia: stiamo parlando di immobili, di beni secondari dello Stato e sicuramente la dismissione avrà un effetto positivo per la riduzione del debito. Nella lettera a Bruxelles abbiamo detto che aumentiamo la valorizzazione dei nostri immobili, quindi della dismissione dei nostri immobili. E potremo fare più soldi dal taglio e dalla dismissione di quello che non serve, degli immobili di proprietà dello Stato. La notizia che devo dare agli italiani è che reddito di cittadinanza, pensioni di cittadinanza, superamento della legge Fornero con quota 100, risparmiatori truffati, tutti questi provvedimenti non cambiano. Vanno avanti e creeranno un anno, il 2019, che sarà l’anno del cambiamento”.

Anche le fonti della Lega hanno fatto sapere: “La novità sono proprio le dismissioni, anche immobiliari, che verranno attuate e valgono l’1% del Pil. Per quanto riguarda la lettera di risposta a Bruxelles, sono confermati saldi e crescita come già previsti (2,4 deficit e 1,5 crescita). Nessun arretramento di fronte a Bruxelles, il governo spiega le sue ragioni ma va avanti per la sua strada”. Dopo il Cdm si è confermato anche l’impianto della manovra e l’azione politica del governo, con quota 100 che parte subito. Vengono inoltre confermate le clausole di salvaguardia e i controlli automatici sulla spesa già previsti (monitoraggio conti pubblici ai fini correttivi) e la destinazione dello 0,2% degli investimenti all’idrogeologico.

Il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, lanciando un appello, aveva detto: “Bisogna cambiare la manovra, e bisogna fare in fretta, c’è tempo fino a questa sera, il buon senso deve prevalere sui capricci, a volte sull’arroganza che punta a difendere posizioni che sono economicamente indifendibili. Un appello al governo italiano perché modifichi i contenuti della manovra per dare un segnale di cambiamento che permetta di evitare una bocciatura della proposta italiana”.

Matteo Salvini e Luigi Di Maio sono tornati a ripetere che ‘i pilastri fondamentali della manovra non cambiano’. Ma in Parlamento intanto sono sfilate le principali istituzioni in audizione e senza eccezione hanno puntato il dito sulle stime di crescita ritenute eccessivamente ottimistiche. Anche perché secondo l’Ufficio parlamentare del bilancio, ed anche Confindustria, una delle misure chiave come la riforma della legge Fornero sulle pensioni darà risultati lontani dalle aspettative. Critiche a cui si aggiunge la voce dei vescovi, che invitano a stare all’erta per salvaguardare il risparmio delle famiglie e la vita delle imprese. Con le nuove regole previdenziali, è l’allarme dei tecnici del Parlamento, l’assegno che si intascherà sarà più leggero: la sforbiciata oscillerebbe dal 5 al 30 per cento.

Dunque, si potrebbe arrivare a prendere fino ad un terzo in meno se si decide di anticipare di 4 anni l’uscita. Il sottosegretario al lavoro, il leghista Claudio Durigon, ha difeso l’operazione assicurando che non ci saranno tagli con questa affermazione: “Chi uscirà con quota 100 avrà una rata pensionistica basata sugli effettivi anni di contributi e non anche sugli anni non lavorati”.

Il presidente dell’Ufficio Parlamentare al Bilancio, Giuseppe Pisauro, ha sottolineato il paradosso: “Ma proprio il rischio di intascare una pensione più light potrebbe far sì che molti vi rinuncino: una conseguenza nei fatti da auspicare, perché altrimenti salterebbero i conti”.

Il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, ha osservato: “La platea potenziale per il 2019 sarebbe di 437.000 contribuenti attivi e quindi se uscissero tutti si registrerebbe un aumento di spesa lorda per 13 miliardi. Il doppio di quanto quantificato dal governo. Traballa anche il ragionamento per cui la nuova riforma previdenziale garantirebbe il turn over e quindi l’occupazione giovanile: difficile che i benefici siano automatici”.

Non appare più semplice la messa a punto del reddito di cittadinanza, l’altra norma cardine della legge di bilancio. Le difficoltà dell’attuazione del reddito di cittadinanza spaventano anche un sottosegretario ed esponente pentastellato come Stefano Buffagni che ha detto: “Una misura fondamentale, ma deve essere equilibrata”.

Nonostante il governo sembri allontanarsi di nuovo dall’idea di rivedere il quadro macro, insieme all’Upb anche l’Istat, Corte dei Conti e Abi mettono in guardia il governo giallo-verde dal rischio di dover rifare i conti a breve.

L’Istat ha detto: “Un mutato scenario economico potrebbe influire sui saldi di finanza pubblica in modo marginale per il 2018, ma in misura più tangibile per gli anni successivi”.

Che d’altro canto lo scenario economico si sia deteriorato rispetto alle previsioni di appena qualche tempo fa, lo ha riconosciuto lo stesso ministro dell’Economia Giovanni Tria, che sarebbe stato tentato dal rivedere i dati del Pil incontrando però il muro della Lega e del M5S.

Intanto, lo spread continua a viaggiare a ritmi sostenuti e chiude in rialzo a 304 punti base restando quindi fonte di preoccupazione per gli interlocutori nazionali e internazionali, Fondo monetario incluso che proprio ieri è stato ricevuto, in delegazione, a Palazzo Chigi.

In una nota del Mef, si legge: “Il tasso di crescita non si negozia: il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, smentisce voci e indiscrezioni apparse sui giornali secondo cui il tasso di crescita dell’Italia sia stato o sia oggetto di dibattito politico. Le previsioni di crescita sono infatti il risultato di valutazione squisitamente tecnica. Per questo non possono diventare oggetto di negoziato alcuno dentro o fuori dal Governo”.

La cancelliera tedesca Angela Merkel, nell’ultima replica del suo discorso davanti alla seduta plenaria del Parlamento europeo, ieri pomeriggio a Strasburgo, ha detto di sperare che si troverà una soluzione alla controversia fra Italia e Ue sulla manovra finanziaria, ma ha anche ricordato che l’Italia ha approvato le regole dell’euro, aggiungendo che ora non si può dire che non siano più importanti.

Angela Merkel ha detto: “Noi vogliamo tendere la mano all’Italia, ma voglio dirlo chiaramente: l’Italia è un membro fondatore dell’Ue e ha partecipato alla decisione di molte regole che ora sono le nostre basi giuridiche. Non si può affermare ora che queste regole non interessano più. E non sono io che lo dico; a dirlo è la Commissione europea, che ha un ruolo importante da svolgere in questo contesto. Spero che si giunga a una soluzione e che lo si faccia nel dialogo con le autorità italiane; è la mia forte speranza, e l’ho detto anche al premier Giuseppe Conte”.

La risposta del governo italiano è stata inviata all’Ue senza modifiche significative sugli effetti economici di pensioni e reddito di cittadinanza nella manovra di bilancio.

Adesso bisognerà attendere la risposta dell’Ue. Intanto, anche oggi, con il rinnovo dei titoli di stato in scadenza, gli italiani dovranno sopportare interessi più alti rispetto allo scorso mese di aprile.

Salvatore Rondello

Manovra, il governo diviso sulla risposta alla Ue

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Il termine per la risposta del governo italiano alla Commissione Ue è in scadenza. Bruxelles vuole spiegazioni sulle deviazioni previste dalla Manovra finanziaria e sugli obiettivi di deficit/Pil e riduzione del debito che porterebbero Roma fuori dai parametri previsti dai trattati comunitari e che hanno portato Bruxelles preventivamente a bocciare il testo. Un Consiglio dei Ministri è previsto alle otto di sera, preceduto da vertici a livello politico. Le audizioni degli organismi tecnici di questi giorni hanno puntato in maniera unanime il dito contro le stime sulla crescita (+1,5% per il governo nel 2019), anche alla luce dei numeri ben diversi prospettati dall’Unione, e non solo da essa, che prevedono una crescita del pil ben più bassa. “Il tasso di crescita non si negozia” ha detto il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, smentendo voci e indiscrezioni apparse sui giornali secondo cui il tasso di crescita dell’Italia sia stato o sia oggetto di dibattito politico. “Le previsioni di crescita sono infatti il risultato di valutazione squisitamente tecnica. Per questo non possono diventare oggetto di negoziato alcuno dentro o fuori dal Governo”. Però allo stesso tempo gioca d’anticipo e proponendo la carta della limatura delle stime del Pil 2019, riducendole fino all’1,2% dall’1,5% previsto nella Nota di aggiornamento al Def. Uno 0,3% in meno che renderebbe più credibile la previone dell’esecutivo. Una proposta di se da una parte sembra ricevere una prima apertura dal parte della Lega, dall’altra vede il netto rifiuto del M5S con Luigi Di Maio che non ci pensa proprio a rivedere parametri, misure e percentuali della manovra.

Per il Movimento il testo e il quadro macroeconomico non si cambiano anche a costo di andare allo scontro con la Ue. Da qui si spiegherebbe anche il ‘giallo’ sul vertice non vertice della mattinata a palazzo Chigi. Anche se fonti di entrambi i partiti negano divergenze, ancora una volta si sarebbe consumato un braccio di ferro fra il Movimento e il ministro Tria. I 5 Stelle vogliono lasciare il quadro esattamente com’è, mentre Tria punta a dare un segnale di buona volontà alla Commissione europea soprattutto dopo le ultime previsioni d’autunno della Ue.

Il Pil, ragionano a via Venti Settembre, deve scendere necessariamente, tanto più che questo non comporterebbe nessuna modifica sul fronte deficit in quanto la base di partenza sarebbe il Pil tendenziale previsto allo 0,9 per cento. Tra le altre ipotesi sui cui si ragiona in vista dalla risposta ai rilievi europei sarebbe anche quella di inserire una clausola sulla spesa che garantirebbe la tenuta del rapporto deficit-Pil al 2,4% (intoccabile per Di Maio e i suoi). Soluzione che comunque non basterebbe a soddisfare la Ue che vuole una vera e propria correzione della manovra soprattutto sul fronte delle misure più costose (reddito di cittadinanza e riforma delle pensioni). Nel menù delle possibilità, ovviamente non contemplate dai due azionisti di maggioranza dell’esecutivo, ci potrebbe essere lo slittamento a fine 2019 di reddito di cittadinanza e ‘quota 100’ per indirizzare i risparmi alla riduzione del disavanzo. Ma la partita è ancora decisamente aperta, tanto che è in programma un vertice per cercare di trovare un accordo e inviare finalmente una risposta all’Europa.

DEFAILLANCE

tria 5L’Italia sarebbe il fanalino di coda in Europa per la crescita. Nel triennio 2018/2020, stando alle previsioni economiche d’autunno della Commissione Europea diffuse oggi, l’economia italiana resterà la tartaruga sia dell’Eurozona che dell’Ue, fatta eccezione per il 2020, quando, sempre secondo le stime dell’esecutivo comunitario, l’Italia supererà di un soffio il Regno Unito, che tuttavia per allora dovrebbe essere già fuori dall’Unione. La Commissione Europea ha tagliato il Pil 2018 dell’Italia da 1,3% a 1,1%, ritoccando anche quello 2019 e 2020, ed ha rivisto al rialzo le stime sul deficit italiano, che nel 2018 salirebbe a 1,9%, per poi schizzare al 2,9% nel 2019 e sfondare il tetto del 3% nel 2020.
Durante la conferenza stampa a Bruxelles, il commissario europeo agli Affari Economici e Finanziari, Pierre Moscovici, ha osservato: “Tali stime divergono con quelle presentate dal governo, principalmente perché le nostre proiezioni di crescita sono più conservative e quelle sulla spesa sono più elevate di quelle del Mef, a causa dei costi più elevati del servizio del debito, dovuto al rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato. Le nostre previsioni sono basate sulle informazioni contenute nel documento programmatico di bilancio. La situazione potrebbe risultare diversa, ma dipende da che cosa ci manderanno la prossima settimana. Spero che troveremo una soluzione comune, e che l’Italia rimanga quello che è, un grande Paese al cuore della zona euro. Con l’Italia sulla manovra economica, spero che ci sia un riavvicinamento, sicuramente. Spero che troveremo una soluzione comune. Se questo lo chiamate compromesso, va bene. Ma se l’idea è quella di incontrarsi a metà strada (‘couper la poire en deux’, espressione francese che letteralmente significa tagliare la pera a metà) non vedo come sia possibile. Il presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno, andrà domani a Roma. Non c’è dubbio che questo incontro sarà utile: spero che sarà fruttuoso. Da parte mia continuo ad essere, sempre, in un atteggiamento di dialogo con l’Italia. Il confronto non è mai ‘bon ton’; il dialogo è sempre il buon metodo e lo perseguirò. Sono convinto che Mario Centeno andrà a Roma anche lui con questo atteggiamento a Roma, con un messaggio molto chiaro, dato dall’Eurogruppo lunedì scorso. I ministri delle Finanze, tutti, appoggiano l’analisi della Commissione e sostengono la Commissione in questa sfida di dialogo. Abbiamo fiducia. Vorrei dire a coloro che vorrebbero ridurre il tutto ad un dibattito tra un Paese e la Commissione che la Commissione non è sola. La Commissione non è una burocrazia senz’anima, completamente scollegata da tutto: i ministri delle Finanze rappresentano dei popoli, e anche noi siamo stati investiti democraticamente, esattamente come accade ai ministri da parte dei Parlamenti nazionali”.
Secondo il ministro dell’Economia, Giovanni Tria,: “Le previsioni della Commissione europea relative al deficit italiano sono in netto contrasto con quelle del Governo italiano e derivano da un’analisi non attenta e parziale del Documento Programmatico di Bilancio, della legge di bilancio e dell’andamento dei conti pubblici italiani, nonostante le informazioni e i chiarimenti forniti dall’Italia. Ci dispiace constatare questa défaillance tecnica della Commissione che non influenzerà la continuazione del dialogo costruttivo con la Commissione stessa in cui è impegnato il Governo italiano. Rimane il fatto che il Parlamento italiano ha autorizzato un deficit massimo del 2,4% per il 2019 che il Governo, quindi, è impegnato a rispettare”.
Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in una nota ha rimarcato: “Le previsioni di crescita della Commissione Ue per il prossimo anno, sottovalutano l’impatto positivo della nostra manovra economica e delle nostre riforme strutturali. Andiamo avanti con le nostre stime sui conti pubblici, sulla crescita che aumenterà e sul debito e il deficit che diminuiranno. Non ci sono i presupposti per mettere in discussione la fondatezza e la sostenibilità delle nostre previsioni. Per questo riteniamo assolutamente inverosimile qualsiasi altro tipo di scenario sui conti pubblici italiani. Il deficit diminuirà con la crescita e questo ci permetterà di far diminuire il rapporto debito/Pil al 130% nel prossimo anno e fino al 126,7% nel 2021. L’Italia non è affatto un problema per i Paesi dell’Eurozona e dell’Unione europea, ma anzi contribuirà alla crescita di tutto il continente. Le riforme strutturali che mettiamo in campo, dalla riforma dei centri per l’impiego alla semplificazione del codice degli appalti, alla riforma del codice e del processo civile insieme al piano investimenti, daranno maggiore impulso alla crescita rispetto a quanto previsto dalla Commissione Ue. Sulla base di queste valutazioni guardiamo positivamente agli sviluppi del dialogo intrapreso con le Istituzioni europee”.
Secondo le stime dell’Ue, per quanto riguarda la crescita attesa del Pil dell’Italia nel 2019, la crescita sarà sostenuta dalla ripresa delle esportazioni e dalla spesa pubblica più elevata, è prevista al rialzo di 0,1 punti percentuali rispetto allo scorso luglio, al +1,2% in termini reali. Nel 2018 la crescita attesa è invece dell’1,1%, mentre nel 2020 dovrebbe salire all’1,3%.
Per quanto riguarda il rapporto tra deficit e Pil del nostro Paese, secondo le previsioni della Commissione subirà un netto deterioramento, a partire dall’anno venturo: dopo essersi assestato al 2,4% nel 2017 a causa dei costi dei salvataggi bancari, nel 2018 dovrebbe declinare all’1,9%. Nel 2019, è stimato al 2,9% del Pil, a un soffio dalla soglia del 3%, poiché la spesa pubblica aumenterà in modo significativo dopo l’introduzione di un piano di reddito minimo, e ci saranno una flessibilità più elevata per i pensionamenti anticipati e un aumento dei fondi per gli investimenti pubblici.
Il saldo strutturale è previsto deteriorarsi al -3% del Pil (potenziale) nel 2019. Nel 2020 il deficit è previsto al 3,1% del Pil, sopra la soglia del 3% (la previsione non considera l’aumento delle aliquote Iva, già legiferato come clausola di salvaguardia, dato che in passato non è stato mai attuato, poiché ha un impatto depressivo sull’economia). Il saldo strutturale è previsto al -3,5% del Pil (potenziale).
Per quanto riguarda l’elevato debito pubblico dell’Italia, secondo le previsioni della Commissione Europea, è previsto stabile intorno al 131% del Pil nel triennio 2018-2020. Il motivo è il deterioramento del bilancio pubblico, unito ai rischi al ribasso per la crescita nominale. Il rapporto tra debito e Pil, dal 131,2% del 2017, dato acquisito, è stimato al 131,1% nel 2018, al 131% nel 2019 e al 131,1% nel 2020. Per la Commissione, l’aumento del deficit, insieme ai tassi di interesse più elevati e a cospicui rischi al ribasso, mette in pericolo la riduzione dell’elevato rapporto tra debito e Pil dell’Italia. I prezzi al consumo, cioè l’inflazione, sono visti in aumento dell’1,3% quest’anno, dell’1,5% nel 2019, principalmente per effetto dell’aumento dei prezzi del petrolio, mentre sono previsti al +1,4% nel 2020. Il tasso di disoccupazione è previsto in calo dall’11,2% del 2017 al 10,7% quest’anno, al 10,4% nel 2019 e al 10% nel 2020.
Moscovici ha osservato: “Il costo del debito, cioè il rendimento dei titoli di Stato, è rimasto pressoché stabile nell’Eurozona, ad eccezione del debito italiano, dove i rendimenti e lo spread Btp-Bund sono notevolmente aumentati da qualche mese a questa parte. Tuttavia, si tratta di una crescita non enorme, se vista in una prospettiva storica e non ci sono stati effetti di contagio verso altri Paesi dell’area euro”.
Secondo la Commissione europea, le prospettive di crescita dell’Italia sono soggette ad un’elevata incertezza, con rischi al ribasso intensificati. Una crescita prolungata dei rendimenti dei titoli di Stato peggiorerebbe le condizioni di raccolta per le banche e ridurrebbero ulteriormente l’offerta di credito, mentre la spesa pubblica potrebbe scoraggiare gli investimenti privati.
Anche il Fondo monetario internazionale ha lanciato un allarme sull’Italia. Il FMI fa notare come il nostro Paese si mantenga in una consistente incertezza al punto tale che l’effetto contagio potrebbe essere notevole in Europa. Per ora, fanno notare dall’Fmi, l’Italia ha registrato un aumento dei rendimenti ai massimi degli ultimi quattro anni, ma le ricadute sugli altri mercati sono state piuttosto contenute.
Nella prima metà del 2018 in Europa la crescita è proseguita anche se a un ritmo più basso del previsto e il Pil dovrebbe rallentare la corsa dal +2,8% dello scorso anno al +2,3% nel 2018 e a +1,9% il prossimo anno. I rischi sono aumentati, spiega l’Fmi, con tensioni nel breve periodo legate all’aumento delle politiche protezionistiche. Nel medio termine, invece, a pesare sull’economia europea sono i pericoli legati ai ritardi sugli aggiustamenti di bilancio e sulle riforme strutturali. Ma anche, ammonisce il rapporto, c’è un rischio per la crescita, legato a una eventuale Brexit senza accordo fra Londra e Bruxelles.
Il Fondo ha rinnovato, pertanto, l’invito ai Paesi con l’indebitamento maggiore a ridurre il livello. Il Fmi ha concluso: “L’esigenza di ridurre l’indebitamento è particolarmente forte in alcuni Paesi con vulnerabilità significative come l’Italia e la Turchia”.
Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ricevendo al Quirinale i cavalieri del lavoro, ha detto: “L’economia italiana presenta buoni fondamentali, a cominciare da quelle risorse di cittadini e imprese rappresentate dal risparmio delle famiglie e dall’avanzo della bilancia commerciale. Siamo in grado di fronteggiare le difficoltà che abbiamo davanti. Possiamo crescere, e raggiungere migliori livelli di giustizia sociale. La più diffusa consapevolezza del bene comune aumenta la fiducia e la sicurezza nella società. Abbiamo assolutamente bisogno di ispirare fiducia. Le imprese lo sanno. Vanno garantiti equilibri che rafforzino le nostre imprese e tutelino il risparmio degli italiani, riducano le aree di povertà, consentano di ammodernare le infrastrutture. Parliamo di equilibri dinamici, che vanno continuamente verificati guardando ciò che accade fuori da noi, nella Ue, che resta vitale per il nostro futuro, nei mercati interdipendenti che sono esposti a brusche variazioni in conseguenza di vari fattori di instabilità. Il lavoro resta la vera priorità, la bussola di ogni nostro sforzo. Per questo l’impegno degli imprenditori a rendere più forti le loro aziende, a investire, a cercare nuovi mercati, a innovare, a migliorare la qualità dentro e fuori la fabbrica e l’impatto con l’ambiente esterno è altamente prezioso. Sarebbe un errore pensare di determinare i nostri equilibri economici e sociali, come se questi rispondessero soltanto a un orizzonte interno. Viviamo in un mondo in cui si moltiplicano le interdipendenze. Abbiamo bisogno di un’Europa che dia priorità a uno sviluppo equilibrato ed è necessario privilegiare interventi che favoriscano investimenti pubblici e privati. Il messaggio che vorrei trarre è che dobbiamo essere capaci di mettere il bene comune al centro della nostra azione. Esiste il proficuo confronto tra idee diverse, c’è il contrasto di interessi, ma nessuno deve perdere di vista l’interesse comune, né, tantomeno, il domani di chi verrà dopo di noi. Di questi giovani che esprimono così grandi valori e risorse. Non c’è calcolo di breve periodo che possa giustificare il rischio di comprimere un potenziale di sviluppo per l’intera comunità”.
Secondo il Presidente della Repubblica: “Lo sviluppo sostenibile del Paese è strettamente connesso alla sua unità. L’Italia diverrà più forte se riuscirà a ridurre i divari esistenti tra Nord e Sud, tra città e aree interne, tra territori dotati di infrastrutture moderne ed efficienti e zone strutturalmente più svantaggiate. L’unità nazionale non è soltanto un dato territoriale. L’unità si fonda sulla coesione della società, ed è minacciata dagli squilibri, dalle diseguaglianze, dalle marginalità, dalla mancata integrazione. Per questo il lavoro, come indica la nostra Costituzione, è elemento basilare dell’unità. Il lavoro per tutti: obiettivo a cui le politiche pubbliche devono tendere costantemente, cercando di rimuovere gli ostacoli che ne impediscono il pieno raggiungimento. L’Italia può superare il periodo di difficoltà che sta vivendo ma è essenziale ispirare fiducia”.
Così, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, consegnando oggi al Quirinale le Insegne di Cavaliere del Lavoro, ha lanciato un messaggio di ottimismo verso il futuro del paese.
Il significativo messaggio del Presidente Mattarella avrà riscontro nei fatti politici messi in atto dall’attuale Governo che, con la finanziaria, ha lanciato una sfida all’Europa ed alle più significative ed importanti istituzioni monetarie, finanziarie ed economiche del mondo?

Istat. A settembre occupazione in calo

cerco lavoro disoccupazione

Dopo i dati negativi sul Pil arrivati ieri nuove conferme verso il ribasso e ulteriori segnali d’allarme emergono dalla pubblicazione degli ultimi dati dell’Istat sugli occupati e i disoccupati del mese di settembre. La fotografia mese su mese evidenzia che la stima degli occupati a settembre 2018 torna a calare leggermente (-0,1% su base mensile, pari a -34 mila unità). Mentre dopo due mesi di diminuzione torna a crescere la stima delle persone in cerca di occupazione.

Secondo i dati diffusi oggi dall’Istat il tasso di disoccupazione è risalito al 10,1%. Le persone in cerca di lavoro sono 2.613.000, in aumento di 81 mila unità (+3,2%) rispetto ad agosto e in calo di 288mila unità su settembre 2017. Un dato su cui pesa anche il calo degli inattivi, coloro che non hanno un impiego né lo cercano, calati di 41 mila unità. Male anche il dato sui giovani: la disoccupazione giovanile risale al 31,6%, in aumento di due decimi di punto rispetto al mese precedente. Colpisce poi il dato sugli occupati, diminuiti di 34 mila unità su agosto (-0,1%). Un calo concentrato soprattutto sui dipendenti permanenti (-77 mila) mentre aumentano gli occupati a termine (+27 mila) e i cosiddetti indipendenti, cioè imprenditori, liberi professionisti, lavoratori autonomi (+16 mila).

Al di là delle singole variazioni mensile, a livello più generale si conferma il trend di diminuzione dei posti di lavoro stabili, scesi di 184 mila unità, e il balzo degli occupati a termine, saliti in un anno di 368 mila, e ormai stabili sopra quota 3 milioni.

Peggiora lievemente anche il dato sul tasso di occupazione, cioè il numero di persone con un impiego sul totale della popolazione. Un dato che posizione tradizionalmente il nostro Paese tra i posti più bassi dell’Unione europea. Dopo essere salito lo scorso mese il dato è tornato a scendere al 58,8%. Il dato è particolarmente preoccupante se si guarda alle donne: il tasso di occupazione femminile si attesta al 49,6% (in calo dello 0,1% rispetto ad agosto).

Upb: L’economia italiana perde colpi

crisiL’economia italiana perde colpi e cresce l’incertezza e si avvertono segnali di rallentamento ciclico e si profila un progressivo indebolimento della ripresa. In sintesi questo il quadro delineato dall’Upb, l’Ufficio parlamentare di bilancio, nella nota sulla congiuntura di ottobre nella quale sottolinea il crescente peso dell’incertezza: “Incombono forti rischi di peggioramento del quadro economico internazionale” si legge nella nota.

La debolezza della fase ciclica si riflette nelle stime dei modelli Upb di breve periodo, che ipotizzano per il terzo trimestre una crescita congiunturale del Pil pari allo 0,1 per cento (in una banda di confidenza simmetrica, compresa tra 0,0 e 0,2 per cento), che risente della volatilità del ciclo industriale e delle incertezze del contesto internazionale.

“Nell’ultimo scorcio d’anno risulterebbe confermata la stessa dinamica produttiva del terzo trimestre, a fronte di margini d’incertezza comunque più elevati – si legge nel documento dell’Upb -. Tale profilo condurrebbe a un incremento del Pil nel 2018, aggiustato per il calendario, dell’1 per cento. Considerando che l’anno in corso ha tre giorni lavorati in più del 2017 la variazione nei conti annuali potrebbe attestarsi all’1,1 per cento”. L’Ufficio parlamentare di bilancio conferma quindi la stima sul 2018, effettuata in occasione dell’esercizio di validazione del quadro macroeconomico contenuto nella NaDef, leggermente al di sotto della previsione del Governo. Le attese di bassa crescita nella seconda metà del 2018 incidono anche sul trascinamento statistico per il prossimo anno, che sulla base delle previsioni per l’anno in corso risulterebbe molto contenuto (0,2 per cento).

Soffermandosi sulle previsioni a breve e medio termine, l’Upb segnala che “incombono significativi e crescenti fattori di rischio collegati ai timori che possano realizzarsi scenari sfavorevoli. A livello internazionale vi è incertezza sugli sviluppi degli interventi protezionistici e sulle tendenze dei mercati delle materie prime energetiche. Resta inoltre forte l’incognita di repentini incrementi dell’avversione al rischio degli operatori dei mercati finanziari, che si ripercuoterebbero rapidamente sul quadro macroeconomico dell’economia italiana”.

Redazione Avanti!

Bankitalia e Confcommercio ‘smontano’ il Def

Bankitalia-debito pubblicoIl FMI e la Banca d’Italia hanno analizzato la situazione congiunturale dell’Italiana ed hanno comunicato le valutazioni fatte.
Nel periodico World Economic Outlook elaborato dal Fondo Monetario Internazionale, la crescita italiana è stata rivista al ribasso. Il Fmi ha confermato il rallentamento dell’economia italiana che nel 2018 dovrebbe crescere dell’1,2% e dell’1,0% nel 2019. Nel documento della prestigiosa istituzione monetaria internazionale si legge: “In Italia dovrebbero essere preservate le riforme varate nel sistema pensionistico e nel mercato del lavoro, interventi che anzi dovrebbero essere affiancati da ulteriori misure, come il decentramento della contrattazione salariale per allineare i salari alla produttività del lavoro a livello di impresa. Come già avvenuto nelle previsioni di luglio, si conferma il taglio di 0,3 punti per il Pil italiano nell’anno in corso rispetto alla prima valutazione fornita ad aprile scorso. Un dato che riflette il deterioramento della domanda esterna e interna e l’incertezza sull’agenda del nuovo governo. In Italia le recenti difficoltà nella formazione di un governo e la possibilità di un’inversione di rotta sulle riforme o l’attuazione di politiche che danneggerebbero la sostenibilità del debito hanno innescato un forte allargamento degli spread”.
Le stime del FMI sull’economia italiana hanno fissano, inoltre, l’inflazione all’1,3% quest’anno e all’ 1,4 nel 2019 mentre continuerebbe la parabola discendente della  disoccupazione  che dall’11,3% del 2017 quest’anno scenderebbe al 10,8% e nel 2019 al 10,5%. Comunque, l’Italia si confermerebbe, rispetto alle altre principali economie avanzate fra quelle con la migliore bilancia dei conti correnti, con un avanzo nel 2018 stimato al 2,0% di Pil dietro soltanto a Germania (surplus dell’8,1%) e Giappone (3,6%).
Secondo il Fondo Monetario Internazionale la situazione dell’Italia e le prospettive della Brexit sono questioni di importanza sistemica. In una conferenza stampa il consigliere economico del Fmi, Maurice Obstfeld, ha spiegato che per il nostro paese: “C’è un imperativo reale nelle scelte di politica fiscale a mantenere la fiducia dei mercati. Negli ultimi mesi si è assistito all’aumento dello spread sui titoli di stato italiani e ciò ha certamente contribuito alla nostra revisione al ribasso della crescita italiana oltre a rendere la nostra economia più suscettibile agli shock. Quindi, pensiamo che sia importante che il governo operi nel quadro delle regole europee, che sono importanti anche per la stabilità della zona euro stessa”.
Il Fondo Monetario Internazionale, inoltre, ha stimato un calo del debito pubblico italiano dal 131,8% del Pil nel 2017 al 130,3% quest’anno e al 128,7% nel 2019. La traiettoria discendente, che dovrebbe portare il debito al 125,1% del Pil italiano nel 2023, è contenuta nelle statistiche allegate al World Economic Outlook che hanno fissato  una riduzione del deficit dal 2,3% del 2017 all’1,7% quest’anno ed il prossimo, per poi risalire al 2,2% nel 2023. Rispetto alle stime dello scorso aprile, il Fondo ha rivisto al rialzo il rapporto debito/pil di 0,6 punti per il 2018 e di 1,2 punti per il prossimo anno. E comunque, si precisa, queste stime non si basano sulle indicazioni fornite dal governo Conte con la Nadef bensì si basano sui progetti inclusi nel bilancio 2018 e nel Def di aprile 2018 (quello stilato dal governo Gentiloni).
Il Fondo Monetario Internazionale ha tagliato la stima di crescita globale al 3,7% per il 2018 e 2019, con una revisione al ribasso di 0,2 punti rispetto alle previsioni dello scorso aprile. Nel World Economic Outlook, il Fmi ha stimato che, nel biennio, l’andamento del Pil globale dovrebbe rimanere stabile al livello del 2017, ma con un ritmo meno vigoroso di quanto previsto in primavera. Inoltre la crescita dovrebbe confermarsi più disomogenea anche perché negli ultimi sei mesi i rischi al ribasso per la crescita globale sono aumentati.
A spingere il Fmi alla revisione al ribasso ha influito particolarmente la crescita del protezionismo  scatenata dagli interventi dell’Amministrazione Trump. Tuttavia, oltre agli effetti negativi delle misure commerciali attuate o approvate tra aprile e metà settembre, il Fmi ha evidenziato le prospettive di indebolimento per alcuni importanti mercati emergenti e in via di sviluppo derivanti da fattori specifici per paese: condizioni finanziarie più rigide, tensioni geopolitiche e maggiori costi petroliferi.
Nel medio termine con la normalizzazione delle politiche monetarie, si prevede che la crescita nelle economie più avanzate diminuirà a livelli ben al di sotto delle medie raggiunte prima della crisi finanziaria globale. Ma, ricorda il Fondo: “Se la ripresa ha contribuito a migliorare occupazione e redditi, rafforzando i bilanci e offrendo l’opportunità di ricostruire buffer di bilancio, nel momento in cui i rischi si orientano al ribasso, cresce l’urgenza di politiche per una crescita solida e inclusiva”.
Il vice direttore generale della Banca d’Italia, Luigi Federico Signorini, in audizione sulla Nadef, ha detto: “Il debito pubblico italiano è detenuto per circa due terzi da istituzioni e soggetti italiani ma ciò non lo isola dalla logica del mercato che cerca il rendimento e fugge l’incertezza. Le oscillazioni del suo valore esercitano i propri effetti anche sui soggetti italiani, famiglie, imprese e istituzioni finanziarie che lo detengono. Inoltre, una minore valutazione dei titoli di Stato in portafoglio incide sui requisiti patrimoniali delle banche; oltre certi limiti può ridurne la capacità di offrire credito all’economia”.
Il vice direttore generale della Banca d’Italia si è soffermato, poi, su pensioni e reddito di cittadinanza: “La Nota sottolinea giustamente che le riforme pensionistiche introdotte negli ultimi vent’anni hanno significativamente migliorato sia la sostenibilità sia l’equità intergenerazionale del sistema pensionistico italiano. E’ fondamentale  non tornare indietro su questi due fronti”.
Quanto al perseguimento dell’obiettivo di protezione sociale a cui punta il reddito di cittadinanza, Signorini ha detto: “Non deve disincentivare l’offerta di lavoro. A questo scopo appare determinante il livello del beneficio rispetto al salario potenziale che il lavoratore sarebbe in grado di guadagnare sul mercato studiando forme opportune di modulazione”.
Critiche alla manovra del governo sono arrivate anche dalla Confcommercio. Il direttore dell’Ufficio Studi di Confcommercio, Mariano Bella, intervenendo a Cernobbio, alla quinta edizione del ‘Forum Internazionale Conftrasporto’, ha annunciato: “Abbiamo ulteriormente abbassato le previsioni di crescita del Pil rispetto a due mesi fa: +1,1% nel 2018 e +1% nel 2019, sempre escludendo le clausole di salvaguarda che sembra non scattino e di questo siamo molto contenti”.
Mariano Bella ha evidenziato: “Il costo del programma del governo, secondo le stime di Confcommercio, ammonta a circa 53 miliardi di euro, ovvero il 2,9% del Pil, e non il 2,4%. Da questo punto in poi si innesta la manovra con interventi sui quali non abbiamo sicurezza, ma sui quali abbiamo potuto fare qualche riflessione molto cauta e prudenziale: sullo smontaggio Fornero mettiamo solo 7 mld e sulla flat tax zero. Immaginiamo che sia escluso il provvedimento di Imposta sul reddito degli imprenditori, che sarebbe costata 2 miliardi; anche sul reddito di cittadinanza mettiamo solo 7 miliardi, perché immaginiamo che i 10 di cui si parla includono già quelli stanziati per il Rei. Ci mettiamo addirittura 4 mld per la pace fiscale e 1 mld di minore deducibilità delle perdite da parte delle banche. Ecco che questa somma fa 53 mld che diviso il nostro Pil, l’1%, implicherebbe un deficit al 2,9%.
Come si può riconciliare questa lista con il 2,4%? In due modi: o non crediamo alla lista, oppure, più verosimilmente, dobbiamo immaginare una forte crescita del Pil, sia in termini reali (il governo dice 1,5% il prossimo anno) sia in termini nominali, la parte di maggiore inflazione. Questa è la sola possibilità per mettere insieme le cose. Questa è una possibilità che noi auspichiamo che si verifichi, nel senso che provochi uno choc talmente forte che nel giro di qualche mese triplichi il tasso di variazione del Pil congiunturale, dallo 0,2% odierno allo 0,6% nel secondo quarto del 2019, o noi abbiamo qualche perplessità. Gli ultimi dati ci dicono che l’Italia è cresciuta dello 0,6% solo nel 2010 come rimbalzo del 2009. Riteniamo abbastanza improbabile questa crescita. Ma c’è anche un’altra possibilità: che si proceda a dei tagli ad esempio sulle spese fiscali, ad esempio con una minore deducibilità delle spese sanitarie, o sulla spesa per interessi. Allora, non sarebbe più la manovra del popolo ma la manovra di una parte del popolo finanziata dall’altra parte del popolo nella speranza di essere dalla parte giusta”.
Il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, ha lanciato un appello: “Ci auguriamo che la manovra di bilancio realizzi la sintesi necessaria tra le misure per la crescita economica e le regole della finanza pubblica. Per infrastrutture e trasporti servono più investimenti, bisogna rimettere in moto i cantieri, e le risorse stanziate non mancano perché nell’ultimo Documento di economia e finanza c’è, per le infrastrutture, un quadro di programmazione di risorse da 110 miliardi di euro. Una programmazione preziosa per un Paese che, nell’ultimo decennio, ha accumulato un deficit infrastrutturale pari a 60 miliardi di euro, le risorse, dunque, ci sono. Ma vanno semplificate le procedure previste dal Codice degli appalti, visto che in Italia servono, in media, 15 anni per realizzare un’infrastruttura strategica di trasporto. Vanno realizzate senza tentennamenti le opere realmente necessarie. Così come bisogna porre la giusta attenzione al tema del confronto europeo sullo scorporo degli investimenti infrastrutturali dal computo del deficit”.
Intanto, lo spread ha superato quota 300 anche per i titoli quinquennali e le risorse disponibili si vanno assottigliando. In cinque mesi di rialzi dello spread, qualche seria valutazione l’attuale Governo dovrebbe farla, senza inventarsi mostri inesistenti di ‘donchisciottiana’ memoria.

Sfida sulla Fornero. Fico e Tria: “Abbassare i toni”

Christine-LagardeL’Italia naviga a vista e oggi lo spread è salito ancora toccando punte di 315. Dopo i moniti dell’Unione non si mette bene nemmeno sul fronte internazionale, l’FMI oggi ha rivisto le stime per la crescita del Pil italiano limandole al ribasso: “Si avvia ad aumentare dell’1,2% nel 2018 e a rallentare poi, con un incremento di appena l’1%, nel 2019”. Inoltre anche l’Fmi sottolinea l’esigenza di seguire le regole Ue: “È importante che agisca nel contesto delle regole europee anche per mantenere la stabilità dell’Eurozona”. Poi va a toccare un punto dolente dell’ultimo decennio italiano, la riforma Fornero. Il Fondo Monetario Internazionale insiste sulla necessità in Italia di “preservare le riforme pensionistiche e del mercato del lavoro“. Il Vice premier Matteo Salvini coglie la palla al balzo per attaccare l’Istituto guidato dalla Lagarde: “Sulla riforma della Fornero niente e nessuno ci potrà fermare. Andiamo avanti tranquilli, l’economia crescerà anche grazie alla modifica della legge Fornero, un’opera di giustizia sociale che creerà tanti nuovi posti di lavoro”. Ad aggravare la situazione anche le dichiarazioni del ‘mancato’ ministro dell’Economia, Paolo Savona. Per il ministro degli affari europei se l’Ue dovesse bocciare il programma economico del governo sarà ”il popolo” a decidere. “Cosa succederebbe se l’Unione europea si mettesse in una posizione conflittuale verso questo programma del governo così cauto e moderato? Io non lo so, deciderà il popolo non io, io mi metto da parte”, afferma Savona. ”Alcune provocazioni, con un certo stile” sono “piuttosto pesanti” afferma, in riferimento al botta-risposta tra il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker e il vice premier Matteo Salvini. Tuttavia, sottolinea, “il messaggio che ‘il mercato insegnerà agli italiani come votare’ io lo trovo molto più insultante di quello che risponde ‘non è sobrio quando parla”. Quanto ai rischi dell’impatto della fine del Qe per l’Italia, il ministro Savona dice di non aver “perso fiducia”. “Draghi resta lì fino al 2019 – conclude -. Non credo che nessuno abbia interesse che l’Italia entri in una grande crisi”.
Ma a cercare di smorzare la tensione ancora una volta l’attuale ministro dell’Economia che afferma durante l’audizione sulla nota di aggiornamento al Def: “La Commissione Ue ha espresso preoccupazione circa la modifica del percorso programmatico. Ora si apre una fase di confronto costruttivo con la Commissione che potrà valutare le fondate ragioni della strategia di crescita del governo delineata dalla manovra. Sono d’accordo con il presidente della Camera Fico, sulla necessità di abbassare i toni”.
Sull’andamento dello spread e sul timore dei mercati Tria ha dato rassicurazioni. “Finora non c’è stata un’esplosione dello spread come alcuni paventavano, certo ai livelli attuali non è accettabile. Pensiamo che spiegando la manovra possa scendere a livello normale. L’incertezza sui mercati invece è legata al dubbio sul cosiddetto piano B e stiamo ripetendo che non c’è, già collegialmente il governo lo ha chiarito”. Il ministro dell’Economia ha infine spiegato: “Siamo impegnati a fare convergere lo spread verso i fondamentali creando fiducia. Se c’è lo spread a 500? Il governo fa quello che deve fare di fronte a una crisi inaspettata, perché non ce la aspettiamo”.

Il mito della decrescita felice immobilizza il Paese

La crisi che blocca l’Italia è economica ma anche sociale e il progetto Censis-Conad si pone l’obiettivo di stimolare l’avvio di una riflessione comune tra tutti gli attori della società civile per dare visibilità e forza a idee e esperienze concrete.

rancorePesante eredità quella della crisi economica del 2008 che sta consegnando l’Italia ad un futuro di paure e rancore, impoverita di quelle fughe in avanti servite nei decenni passati a dare corpo al miracolo economico e ad una potenza economica a livello mondiale. Aspettative decrescenti, diseguaglianze sociali, paura di scendere nella scala sociale hanno generato la società del rancore, una società frammentata, debole, chiusa, regressiva. Che ha rinunciato a consumi e investimenti, motore insostituibile di sviluppo.

È a partire da tale scenario che Censis e Conad uniscono competenze e forze per dare vita ad un progetto di ricerca, comunicazione e confronto aperto a tutti gli attori del vivere sociale – cittadini, politica, istituzioni e imprese – per favorire l’avvio di una riflessione comune che si trasformi in una nuova spinta propulsiva a costruire il futuro di ciascuno e del Paese.
Il progetto è stato presentato stamattina a Palazzo Giustiniani dal responsabile aree politiche sociali del Censis Francesco Maietta. Alla presentazione è seguita la tavola rotonda Miti del rancore, miti per la crescita: verso un immaginario collettivo per lo sviluppo con il giornalista Luca De Biase, il filosofo Maurizio Ferraris, il direttore generale del Censis Massimiliano Valerii e l’amministratore delegato di Conad Francesco Pugliese, moderata dalla giornalista Maria Latella.Screenshot 2018-09-26 13.46.53

La crisi che blocca l’Italia è economica ma anche sociale e il progetto Censis-Conad si pone proprio l’obiettivo di stimolare l’avvio di una riflessione comune, portando in evidenza i costi che il Paese pagherà nel caso la società restasse intrappolata nella propria paura, nella nostalgia del passato, nel rancore. Una riflessione che dovrà dare visibilità e forza a idee e esperienze concrete.
Le attività prevedono la valorizzazione delle conoscenze attuali, continuando al contempo a individuare ulteriori fonti specifiche per il progetto; la loro divulgazione, portando la riflessione sui contenuti nei luoghi più significativi del Paese sia per il progetto sia per Conad; un’intensa campagna di comunicazione dando visibilità a tre roadshow territoriali (uno al Nord, uno al Centro e uno al Sud) con il coinvolgimento di stakeholder, testimonial, esperti, referenti istituzionali, politici… e alimentando Osserva Italia di Repubblica.it – l’osservatorio quotidiano sugli stili di vita degli italiani e sulle loro aspettative per il futuro – con notizie, dati e commenti.
A chiusura del progetto, Censis e Conad daranno vita ad un evento di alto profilo culturale e sociale che ruota attorno alla presentazione dell’immaginario collettivo contemporaneo degli italiani, all’incontro con grandi personalità sui temi affrontati, alla consegna del premio Top Imaginary Contest al personaggio pubblico che più ha fatto presa sullo stato d’animo degli italiani e a una lectio magistralis di un personaggio pubblico che incarna al meglio il nuovo immaginario collettivo rivolta agli studenti delle scuole medie superiori e universitari.Screenshot 2018-09-26 13.47.07

«Malanimo, fastidio per gli altri, soprattutto se diversi, e tante paure: ecco l’immaginario collettivo degli italiani oggi, in cui ogni sfida è percepita come una minaccia, mai come una opportunità. L’opposto dei miti, dei sogni e dei desideri dell’Italia dello sviluppo, della ricostruzione e del miracolo economico: un progresso sociale interrotto dalla grande crisi del 2008», afferma il direttore generale del Censis Massimiliano Valerii. «Un tempo erano tv, cinema e carta stampata a diffondere miti positivi, obiettivi da raggiungere e riti collettivi, mentre oggi domina l’autoreferenzialità di internet e social network. Vincono immaginari personalizzati e reversibili, uniti da risentimento e paura».

«Abbiamo sviluppato questo progetto con il Censis perché siamo interessati ad approfondire la relazione che si instaura tra le persone, tra loro e le comunità di cui sono parte integrante, e che inevitabilmente hanno un impatto sui consumi», sottolinea l’amministratore delegato di Conad Francesco Pugliese. «Serve con urgenza un pensiero di comunità e questo è ciò che ogni cittadino si attende dalla politica e dalle istituzioni. La vera sfida è conoscere a fondo territori e comunità; è saper costruire una relazione a misura dei bisogni della persona, abbandonando la cultura del rancore e la paura che ostacolano la ripresa del Paese per passare a una società con rinnovate aspirazioni e capacità di crescere».

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L’analisi Censis sull’Italia restituisce l’immagine di un Paese che nutre un forte disagio per il presente, ha una grande nostalgia del passato (7 italiani su 10 sostengono che “si stava meglio prima”) ed è incapace di investire nel proprio futuro. Le ragioni sono tante: dalla bassa natalità (dal 1951 a oggi si sono “persi” 5,7 milioni di giovani) alla progressiva scarsità di reddito (rispetto alla media della popolazione le famiglie giovani, con meno di 35 anni di età, hanno un reddito più basso del 15% e una ricchezza inferiore del 41%), dalla crisi sociale allo smarrimento della cultura del rischio personale, indispensabile per rimettere in moto la crescita e i meccanismi di ascesa della scala sociale.
Crescono, alimentati dal rancore, i pregiudizi verso ciò che è “diverso”: 7 italiani su 10 sono contrari al matrimonio con una persona più vecchia di almeno vent’anni o dello stesso sesso, oltre che a quello con persone di differente religione, in particolare islamica. 4 su 10, poi, non vedono di buon occhio l’unione con immigrati, asiatici o africani.
Il 95% degli italiani è convinto che per fare strada nella vita occorra conoscere le persone giuste, oppure provenire da una famiglia agiata (88%, diversamente da tedeschi, 61%; inglesi, 54%; francesi, 44%; svedesi, 38%) o avere fortuna (93% rispetto all’89% dei tedeschi, 77% dei francesi, 69% degli svedesi e 62% degli inglesi).
Eppure nell’ultima fase della recessione e nella timida ripresa congiunturale gli italiani dispongono di una liquidità totale di 911 miliardi di euro (cresciuta di 110 miliardi tra il 2015 e il 2017), pari al valore di un’economia che, nella graduatoria del Pil dei Paesi europei post Brexit, si colloca dopo Germania, Francia e Spagna, ma prima dei Paesi Bassi e della Svezia. Insomma, l’Italia ha smarrito la capacità di guardare avanti e si limita a utilizzare le risorse di cui dispone senza tuttavia seguire un preciso programma. Lo dimostra anche l’incidenza degli investimenti sul Pil scesa al 17,2% e che colloca l’Italia a distanza dalla media europea (20,5% escluso il Regno Unito, 21,1% con il Regno Unito), da Francia (23,5%), Germania (20,1%) e Spagna (21,1%).

IN CODA ALL’EUROPA

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Mentre continua il braccio di ferro tra Tria e Di Maio sul tetto del deficit, arrivano previsioni negative per l’Italia. L’Ocse abbassa l’asticella per il Pil italiano per il 2018 portandolo dall’1,4 all’1,2 per cento. E, nell’Economic Outlook, attribuisce il rallentamento della crescita “alle incertezze legate alle scelte politiche” del governo, “agli alti tassi di interesse e al calo nella creazione di posti di lavoro che frena la spesa delle famiglie”. Insomma il Pil non sarà quello sperato e utilizzato dal governo come base su cui calcolare il rapporto del deficit, ma sarà più basso. Due problemi insieme, meno sviluppo e rapporto con il debito più alto. In sostanza si ristringe ancora il margine di manovra già esiguo e di conseguenza si restringe il sentiero sui cui la maggioranza dovrà arrampicarsi per fronteggiare la manovra. La sforbiciata sul 2018 è in linea con il taglio medio alla stima dell’Eurozona, che comunque nel complesso si muove a velocità quasi doppia rispetto a noi con una progressione del Pil stimata nell’ordine del 2 per cento (livello simile alla Germania, vista all’1,9 per cento quest’anno).

L’Italia viene indicata, insieme alla Brexit, tra i principali rischi di instabilità che potrebbero impedire all’Europa di prosperare. E al governo italiano la nuova capoeconomista dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, Laurence Boone manda una serie di avvertimenti. Rispettare le regole Ue sui conti pubblici, innanzitutto. E non toccare la legge Fornero sulle pensioni. Immediata la risposta del vicepremier, Luigi Di Maio: “L’Ocse non deve intromettersi nelle scelte di un Paese sovrano che il governo democraticamente legittimato sta portando avanti. Il superamento della legge Fornero è nel contratto e verrà realizzato. Quasi due terzi degli italiani sono con noi. I burocrati se ne facciano una ragione. Siamo stati eletti anche per questo e manterremo l’impegno preso”. Un altro appello al popolo. Una auto legittimazione celebrativa nel tentativo di rintuzzare critiche a una azione di governo ancora teorica ma che pare voler mettere, almeno nelle intenzioni dei vicepremier, al centro del proprio agire, non lo sviluppo, ma l’aumento del debito. Unico muro a questa scellerata ipotesi, il ministro Tria, che proprio per questo è già stato richiamato all’ordine dal capetto pentastellato. Irritazione arriva anche dal premier Giuseppe Conte, per il quale “le valutazioni sull’Italia non sono supportate dai dati di fatto”.

Nell’Economic Outlook dell’Ocse si attribuisce il rallentamento della crescita “alle incertezze legate alle scelte politiche” del governo, “agli alti tassi di interesse e al calo nella creazione di posti di lavoro che frena la spesa delle famiglie”. L’Ocse avverte inoltre che il debito italiano e l’aumento dello spread rappresentano un rischio per l’intera Eurozona: “La resilienza e l’architettura dell’area euro – si legge nel rapporto – sono migliorate negli ultimi anni ma restano preoccupazioni sulla stabilità fiscale e finanziaria a causa di incertezze legate a scelte politiche, compresa l’Italia, e il futuro accordo tra Gran Bretagna e il resto dell’Unione europea. Il recente aumento dello spread legato al rischio sul debito pubblico italiano – spiega l’organizzazione – insieme al conseguente calo dell’andamento dei titoli bancari stanno a dimostrare la possibilità di un ritorno della vulnerabilità dell’area euro. Ulteriori riforme sono necessarie per ridurre il rischio contagio, aumentare la resilienza e rafforzare il quadro fiscale. Uno schema di assicurazione comune sui depositi potrebbe aumentare la fiducia e aiutare la diversificazione dei rischi”. Per l’Ocse inoltre dovrebbero essere introdotte “misure che incentivino le banche a diversificare il loro portfolio di titoli di stato, limitando il collegamento tra banche nazionali e governi. L’introduzione della capacità di una stabilizzazione fiscale per l’area euro contribuirebbe anche ad assorbire forti shock economici negativi e fornirebbe un ulteriore strumento che potrebbe essere attivato in caso di crisi”.

Particolare preoccupazione arriva dalla ipotesi, più volte rilanciata da Salvini, di voler “smontare la legge Fornero” e di ideare un reddito di cittadinanza, fortemente voluto dal M5s. La capo economista dell’Organizzazione con sede a Parigi, Laurence Boone, ha spiegato che “occorre prima di tutto mantenere la fiducia delle imprese” affermando che il precedente governo ha fatto molte riforme, come il piano Industria 4.0, e aggiungendo che “è fondamentale che continuino”.

“E poi occorre mantenere la fiducia sulla sostenibilità del debito italiano. L’Italia ha fatto sforzi straordinari ed è importante che proseguano e che rispetti le regole Ue”, ha chiarito Boone.

A proposito della riforma della legge sulle pensioni Boone ha sottolineato come sia “importante non smantellarla” spiegando tra l’altro che “non è detto che una misura simile aiuterebbe i consumi”. La Lega vuole introdurre nella legge di Bilancio una revisione della legge Fornero che garantisca la pensione con quota 100 sommando età anagrafica e contributi versati, ma a partire dai 62 anni di età. Ma Boone si è espressa anche sul reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia del M5s, chiarendo che è fondamentale che si rivolga alle persone più colpite dalla crisi. “Oggi mi sembra importante puntare sulle persone più colpite dalla crisi e fornire incentivi al lavoro”, ha osservato.

LE PAROLE SONO IMPORTANTI

DRAGHI NON MOLLA PRESA, DECISO CONTRO RISCHI DEFLAZIONE

Gli economisti della Bce hanno ritoccato al ribasso le previsioni di crescita economica dell’area euro, mentre hanno confermato quelle sull’inflazione. Ora sul 2018 pronosticano un più 2 per cento del Pil, a fronte del più 2,1 per cento di tre mesi fa; sul 2019 un più 1,8 per cento invece del più 1,9 per cento, mentre sul 2020 hanno confermato l’attesa di un più 1,7 per cento. I dati sono stati rivelati dal presidente Mario Draghi, al termine del consiglio direttivo. Sull’inflazione hanno confermato la stima di un +1,7 per cento annuo su tutti e tre gli anni.

Tutto confermato come da attese sulla politica monetaria dell’area euro. La Banca centrale europea mantiene l’indicazione di dicembre come ultimo mese di acquisti netti di titoli di Stato, confermando anche la condizionalità dello stop al Quantitative easing al sopraggiungere di dati che confermino le prospettive per l’inflazione a medio termine.

Il principale tasso di interesse resta fermo a zero. La Bce ha anche mantenuto allo 0,25 per cento il tasso sulle operazioni marginali e al meno 0,40 per cento il tasso sui depositi custoditi per cento delle banche commerciali. Il Consiglio direttivo ha anche ribadito di continuare ad attendersi di tenersi su livelli pari a quelli attuali almeno nell’orizzonte dell’estate del 2019 e in ogni caso finché ciò sarà necessario.

Il presidente Mario Draghi, nella conferenza stampa esplicativa, riferendosi all’Italia ed alle dichiarazioni che hanno fatto innalzare lo spread, ha detto: “Negli ultimi mesi le parole sono cambiate molte volte e quello che ora aspettiamo sono i fatti, principalmente la legge di bilancio e la successiva discussione parlamentare. Purtroppo abbiamo visto che le parole hanno fatto alcuni danni, i tassi sono saliti, per le famiglie e le imprese anche se tutto ciò non ha contagiato granché altri paesi dell’Eurozona, rimane un episodio principalmente italiano. La Banca centrale europea si atterrà a ciò che hanno detto il primo ministro italiano, il ministro dell’Economia e il ministro degli Esteri, e cioè che l’Italia rispetterà le regole. Il mandato della Bce è la stabilità dei prezzi e il Qe è uno degli strumenti con cui lo perseguiamo. Non è nostro compito  assicurare che i deficit dei governi siano finanziati in qualsiasi condizione. Il Qe è ancora necessario per sostenere l’inflazione sono ancora necessarie misure di stimolo per via  dei rischi legati a protezionismo e turbolenze sui mercati  emergenti”.

Le dichiarazioni di Draghi, come sempre sono state coerenti e responsabili. Ma i rappresentanti dell’attuale governo italiano, continuano a parlare a ruota libera senza rendersi conto dei danni che stanno arrecando al Paese. Non ultimo l’incidente diplomatico tra Di Maio e Moscovici.

Il commissario europeo agli Affari economici e monetari, Pierre Moscovici, in una conferenza stampa a Parigi, ha lanciato un allarme affermando: “C’è un problema, che è l’Italia. Ed è proprio l’Italia il tema su cui voglio concentrarmi prima di tutto. L’Italia ha bisogno di riforme alla sua economia. Fermare le riforme e stampare moneta non è quello che salverà l’Italia. Quando dico che ho paura, è pensando agli anni Trenta del Novecento. Non c’è Hilter, ma se ci sono dei piccoli Mussolini è da verificare, in un momento in cui il suo Paese avrebbe più che bisogno della solidarietà europea. Quando dico che ho paura non sono paralizzato, ma bisogna reagire rafforzando la sovranità dell’Europa dinanzi alle minacce esterne”. Il commissario ha ricordato di essere figlio di un ebreo della Romania, venuto a cercare asilo in Francia.

Alle parole forti di Moscovici ha replicato il vicepremier  Luigi Di Maio: “Nel momento in cui abbiamo avuto un rapporto decente con un commissario Europeo, Gunther Oettinger, come al solito c’è un atteggiamento da parte di alcuni commissari europei che è veramente  inaccettabile, insopportabile. Dall’alto della loro Commissione Ue, addirittura si permettono di dire che in Italia  ci sono tanti piccoli Mussolini. Non solo non si devono permettere ma questo dimostra come queste siano persone scollegate dalla realtà. Questo governo ha il più alto consenso in Europa e viene trattato così da commissari e da una Commissione che probabilmente non esisterà più alle prossime elezioni europee. I cittadini europei manderanno a casa buona parte dell’establishment e degli Eurocrati. Mi dispiace sentire queste prese di posizione e questi giudizi ignobili contro l’Italia. Questi eurocrati si scontreranno con la realtà nelle prossime elezioni europee. A questi signori una lezione non verrà dal governo, perché noi incassiamo e li compatiamo anche un po’, una lezione arriverà dai cittadini italiani”.

Però, Moscovicì non ha tutti i torti: Di Maio ha sostituito la parola ‘plucratici’ di mussoliniana memoria con ‘eurocrati’.

Salvatore Rondello