Istat: a sorpresa cresce il PIL nel mezzogiorno

istat pil mezzogiornoL’ISTAT ha diffuso oggi un comunicato sulla stima preliminare del Pil e sull’occupazione a livello territoriale. Le battute d’arresto riguardano il Centro ed il Nord Ovest, mentre il Sud ed il Nord Est trainano la crescita. Nel comunicato Istat si legge: “Le stime preliminari indicano che nel 2016 il Prodotto interno lordo, a valori concatenati, ha registrato un aumento in linea con quello nazionale nel Mezzogiorno (+0,9%), lievemente inferiore nel Centro (+0,7%) e nel Nord-ovest (+0,8%) e superiore alla media nazionale nel Nord-est (+1,2%).

Nel Nord-est i risultati migliori riguardano l’agricoltura (+4,5%) e il settore che comprende commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni (+2,3%). È in crescita anche il valore aggiunto dell’industria (+0,9%), dei servizi finanziari, immobiliari e professionali (+0,7%) e degli altri servizi (+0,3%). Risulta in calo solamente il valore aggiunto delle costruzioni (-1,5%).

Anche nel Nord-ovest le migliori performance si registrano per l’agricoltura (+1,9%) e per il settore che raggruppa commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni (+1,9%) ma sono in crescita anche industria (+1,1%) e costruzioni (+1,0%). Registrano un calo i servizi finanziari, immobiliari e professionali (-0,4%) e gli altri servizi (-0,6%).

Al Centro, dove la crescita è più modesta, il valore aggiunto presenta variazioni positive solo per i servizi finanziari, immobiliari e professionali (+1,3%) e l’industria (+0,8%). I restanti settori registrano diminuzioni: -1,9% in agricoltura, -0,3% nelle costruzioni e -0,1% nel settore che comprende commercio, pubblici esercizi, trasporti, telecomunicazioni e negli altri servizi.

Nel Mezzogiorno, il Pil ha registrato nel 2016 un significativo recupero crescendo in linea con la media nazionale. L’aumento del valore aggiunto è più marcato nell’industria (+3,4%) e nel settore che raggruppa commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni (+1,4%). Segnano un incremento modesto i servizi finanziari, immobiliari e professionali (+0,3%) e gli altri servizi (+0,2%). Si registrano cali per l’agricoltura (-4,5%) e, in misura molto limitata, per le costruzioni (-0,1%).

L’occupazione (misurata in termini di numero di occupati) è cresciuta, nel 2016, dell’1,3%. L’aumento maggiore si osserva nelle regioni del Nord-est (+1,8%), seguite da quelle del Mezzogiorno (+1,6%) e del Nord-ovest (+1,0%). Nelle regioni del Centro la crescita è inferiore alla media e risulta pari allo 0,6%.

Per quel che riguarda gli andamenti settoriali dell’occupazione, nel Mezzogiorno la crescita riguarda, in particolare l’industria, il settore che comprende commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni e gli altri servizi (rispettivamente +2,6%, +2,1% e +2,0%). Nel Nord-est gli aumenti più marcati si registrano per i servizi finanziari, immobiliari e professionali (+5,0%) e per l’agricoltura (+4,4%). Il Nord-ovest è caratterizzato da incrementi maggiori nel commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni (+3,0%) e nei servizi finanziari, immobiliari e professionali (+1,0%). Anche nel Centro, i risultati migliori riguardano i servizi finanziari, immobiliari e professionali (+3,0%) e l’agricoltura (+2,3%)”.

Le novità principali si riscontrano nei segnali di una maggiore industrializzazione del Mezzogiorno e di un incremento della produzione agricola nel Nord maggiormente evidenziata nel Nord Est. Conseguenti sono le variazioni sui dati occupazionali.

Salvatore Rondello

Pil, il fondo monetario vede positivo

Pil Il Fondo monetario internazionale rivede al rialzo le stime di crescita per l’Italia: il Pil quest’anno salirà dell’1,3% (contro il +0,8% delle ultime stime) e rallenterà attorno all’1% nel 2018-20. L’alto livello di debito inoltre “lascia l’Italia esposta a shock”. Questo in sintesi il quadro disegnato dal Fmi sull’Italia. Però si sottolinea il miglioramento delle prospettive economiche. Ad aprile l’istituto di Washington prevedeva un aumento del Pil italiano dello 0,8% sia per il 2017 che per il 2018. Il governo nel Documento di Economia e finanza ad aprile ha stimato una crescita all’1,1% per il 2017 e all’1% per il 2018. Per l’Fmi, la ripresa in Italia proseguirà ma “i rischi al ribasso sono significativi” e legati, tra l’altro, “alle fragilita’ finanziarie, alle incertezze politiche, a una possibile battuta d’arresto del processo di riforma” e “alla normalizzazione” del corso della politica monetaria.

Dal Fondo si suggerisce di “accelerare il risanamento dei bilanci delle banche italiane e ridurre in modo “realistico” e “tempestivo” il problema dei non perfoming loans (Npl), i crediti deteriorati. Il Fondo chiede strategie “ambiziose e credibili” di riduzione degli Npl che affossano gli istituti italiani. In particolare, sottolinea l’Fmi, alle banche con “una debole capacità interna dovrebbe essere richiesto di intraprendere le azioni necessarie” come ingaggiare società specializzate.

L’istituto di Washington rileva inoltre come i progressi nell’accelerare le procedure d’insolvenza delle imprese “siano stati limitati” e ritiene necessario continuare a compiere “passi ambiziosi” sul fronte della ristrutturazione aziendale. Il fondo chiede inoltre che si dia vita a riforme riforme strutturali “ambiziose e onnicomprensive” che “aiuteranno a incoraggiare una crescita più forte”. Il Fondo chiede di portare avanti il programma già avviato con il Jobs act, la riforma della pubblica amministrazione, della giustizia civile e dell’istruzione e di puntare soprattutto sulla liberalizzazione dei mercati dei prodotti e dei servizi, sull’aumento della produttività e su un’ulteriore modernizzazione del settore pubblico.

Per quanto riguarda il debito pubblico, il Fondo Monetario sottolinea che “l’alto livello di debito pubblico lascia l’Italia esposta a shock, con uno spazio ridotto per rispondere, e al rischio di una dura e pro-ciclica correzione”. Inoltre suggerisce la strada delle riduzione del cuneo fiscale e di un salario minimo, “possibilmente differenziato tra le regioni”. Inoltre secondo il Fondo, bisogna garantire un’efficace contrattazione di secondo livello che rafforzi il legame tra salari e produttività. L’Fmi prende in esame anche le pensioni: “Nonostante gli sforzi degli ultimi anni, ulteriori passi sono necessari per ridurre la spesa corrente”, sebbene con un sostegno orientato ai più deboli. In particolare, il Fondo chiede di “migliorare l’efficienza della spesa sanitaria” e “ridurre gli alti livelli di spesa pensionistica nel medio termine”. Secondo l’Fmi, esistono “eccessi” nel sistema pensionistico italiano che “devono essere razionalizzati” legati soprattutto ai “benefit generosi” delle vecchie generazioni. L’istituto di Washington ritiene che i parametri pensionistici “potrebbero anche essere rivisti e corretti, se necessario”. Allo stesso tempo, bisognerebbe razionalizzare i programmi di protezione sociale ed estendere le misure contro la povertà”

Istat, più occupati. Confindustria esorta la politica

occupazione giovanile 2Finalmente dall’Istat arriva una buona notizia che alimenta alcune speranze. Non siamo ancora al massimo ma sicuramente si tratta di un fatto importante. Sono aumentati gli occupati e sono diminuiti gli inattivi. Il comunicato odierno dell’Istat sui dati dell’occupazione recita: “Nel primo trimestre del 2017 l’economia italiana ha registrato una crescita del Pil pari allo 0,4% in termini congiunturali ed all’1,2% su base annua. Nel complesso, l’economia dei paesi dell’area Euro è cresciuta dello 0,5% rispetto al trimestre precedente e dell’1,7% nel confronto con lo stesso trimestre del 2016. I segnali di accelerazione della dinamica dell’attività economica, particolarmente significativi in molti settori dei servizi, sono associati a un assorbimento di lavoro da parte del sistema produttivo che continua a espandersi: le ore complessivamente lavorate crescono dello 0,3% sul trimestre precedente e dello 0,8% su base annua.
Dal lato dell’offerta di lavoro, nel primo trimestre del 2017 l’occupazione mostra una crescita congiunturale (+52 mila, 0,2%), dovuta all’ulteriore aumento dei dipendenti (+78 mila, +0,4%) – soprattutto a termine (+51 mila, 2,1%) – mentre tornano a calare gli indipendenti (-26 mila, -0,5%). Il tasso di occupazione cresce di 0,2 punti rispetto al trimestre precedente. I dati mensili più recenti (aprile 2017) mostrano, al netto della stagionalità, un consistente aumento degli occupati (+0,4% rispetto a marzo, corrispondente a +94 mila unità), che riguarda sia i dipendenti sia gli indipendenti.
La dinamica tra il primo trimestre del 2017 e lo stesso periodo dell’anno precedente indica una crescita di 326 mila occupati (+1,5%) che riguarda soltanto i dipendenti, in più di due terzi dei casi a termine, a fronte della diminuzione degli indipendenti. L’incremento, in termini assoluti, è più consistente per gli occupati a tempo pieno, e il tempo parziale aumenta esclusivamente nella componente volontaria. La crescita dell’occupazione interessa entrambi i generi e tutte le ripartizioni, coinvolgendo anche i 15-34enni oltre alle persone con 50 anni e più.
Il tasso di disoccupazione diminuisce di 0,2 punti percentuali rispetto al trimestre precedente, con una riduzione congiunturale di 49 mila disoccupati, mentre l’indicatore rimane stabile in confronto a un anno prima. Queste tendenze sono rafforzate dai risultati relativi ad aprile, che evidenziano una consistente flessione delle persone in cerca di occupazione.
Prosegue a ritmo sostenuto la diminuzione degli inattivi di 15-64 anni (-473 mila in un anno) e del corrispondente tasso di inattività. Nel confronto tendenziale, la diminuzione dell’inattività è diffusa per genere, territorio e classe di età, e coinvolge sia quanti vogliono lavorare (-291 mila le forze di lavoro potenziali) sia la componente più distante dal mercato del lavoro (-183 mila chi non cerca e non è disponibile).
Le variazioni degli stock sottintendono significativi cambiamenti nella condizione delle persone nel mercato del lavoro, misurati dai dati di flusso a distanza di dodici mesi. Nel complesso aumentano le permanenze nell’occupazione (+0,4 punti) ma diminuiscono le transizioni da dipendente a termine a dipendente a tempo indeterminato (dal 24,2% al 19,6%). Inoltre, aumentano le transizioni dall’inattività verso la disoccupazione (+0,9 punti) e, in misura più contenuta, verso l’occupazione (+0,4 punti).
Dal lato delle imprese, si confermano i segnali di crescita congiunturale della domanda di lavoro, con un aumento delle posizioni lavorative dipendenti pari allo 0,6% sul trimestre precedente, sintesi della crescita sia dell’industria sia dei servizi. Le ore lavorate per dipendente tuttavia si riducono (-0,6%), anche se continua a diminuire il ricorso alla Cassa integrazione. Il tasso dei posti vacanti rimane invariato su base congiunturale mentre cresce di 0,2 punti percentuali su base annua. In termini congiunturali si registra un aumento dello 0,5% delle retribuzioni e dello 0,6% del costo del lavoro su cui ha influito la crescita accentuata degli oneri sociali (+1,2%), dovuta al graduale indebolimento degli effetti del vantaggio contributivo associato alle nuove assunzioni a tempo indeterminato degli ultimi due anni”.
In concomitanza, è iniziato oggi all’Excelsior Palace Hotel di Rapallo un convegno dei giovani della Confindustria. I giovani industriali non si accontentano dei dai Istat e ambiscono a risultati migliori. Il loro neo Presidente Alessio Rossi ha detto: “La politica è in crisi e lo sono anche i cittadini, perché il primo problema dell’Italia è che ha paura. Paura di tutto. Paura di una crescita che non è solida, come vorremmo. Di un lavoro che non è per tutti, come vorremmo. Di un futuro che per le generazioni dopo di noi non sembra florido, come vorremmo”. Rossi ha aggiunto: “la paura si cura non dotando ogni cittadino di un’arma, ma di una occasione di lavoro”.
Il neo presidente dei giovani della Confindustria usa un linguaggio in altri tempi inusuale, ma che oggi sembrerebbe strappato al tradizionale linguaggio del sindacato dei lavoratori.

Salvatore Rondello

Migliora il Pil. Primo trimestre + 0,4%

PilOggi l’Istat ha comunicato i dati sul PIL relativi al rimo trimestre del 2017. Con piacevole sorpresa si nota un piccolo miglioramento superiore alle aspettative, ma sempre inferiore a quanto avviene nella media europea e mondiale. Il comunicato Istat recita: “Nel primo trimestre del 2017 il prodotto interno lordo (PIL), espresso in valori concatenati con anno di riferimento 2010, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è aumentato dello 0,4% rispetto al trimestre precedente e dell’1,2% nei confronti del primo trimestre del 2016. La stima preliminare diffusa il 16 maggio 2017 scorso aveva rilevato un aumento congiunturale dello 0,2% e un aumento tendenziale dello 0,8%.

Il primo trimestre del 2017 ha avuto due giornate lavorative in più sia rispetto al trimestre precedente, sia rispetto al primo trimestre del 2016. La variazione acquisita per il 2017 è pari a 0,9%. Rispetto al trimestre precedente, i principali aggregati della domanda nazionale hanno registrato una crescita dello 0,5% dei consumi finali nazionali e un calo dello 0,8% gli investimenti fissi lordi. Le importazioni sono aumentate dell’1,6% e le esportazioni dello 0,7%. La domanda nazionale al netto delle scorte ha contribuito per 0,3 punti percentuali alla crescita del PIL (0,3 i consumi delle famiglie e delle Istituzioni Sociali Private (ISP), 0,1 la spesa della Pubblica Amministrazione (PA) e -0,1 gli investimenti fissi lordi). Anche la variazione delle scorte ha contribuito positivamente alla variazione del PIL (0,4 punti percentuali), mentre l’apporto della domanda estera netta è stato negativo per 0,2 punti percentuali. Si registrano andamenti congiunturali positivi per il valore aggiunto di agricoltura (+4,2%) e servizi (+0,6%), mentre quello dell’industria risulta negativo (-0,3%)”.

Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, alla luce di un aggiustamento strutturale del deficit pari allo 0,3% nel 2018 ed alla stabilizzazione del rapporto debito/Pil, ha inviato una lettera alla Commissione Europea per argomentare, dopo le raccomandazioni inviate le scorse settimane, che “la portata dell’aggiustamento è ritenuto adeguato allo stato delle finanze pubbliche del nostro paese, anche alla luce dello sforzo di riforma che prosegue ininterrotto da alcuni anni”.

La riduzione da 0,8 a 0,3 punti di deficit della manovra 2018, così come richiesto all’Ue dalla lettera di Padoan, equivarrebbe ad uno ”sconto” di circa 9 miliardi sulle misure da adottare con la prossima legge di Bilancio. Unendo a questo l’effetto di trascinamento della ”manovrina”, sarebbero quindi sufficienti – secondo alcune valutazioni – 6 miliardi di interventi per evitare l’aumento dell’Iva, cioè per sterilizzare la clausole di salvaguardia ora previste per i conti 2018.

Il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan ha avuto un incontro bilaterale con il vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis a margine del Brussels Economic Forum, in cui si è parlato di Mps e della manovra 2018. Dombrovskis ha fatto sapere : “Lieto di incontrare Pier Carlo Padoan a margine del Brussels Economic Forum. Abbiamo accolto con favore l’accordo di principio su Mps e discusso la preparazione del bilancio 2018”.

Nella missiva indirizzata al vicepresidente Valdis Dombrovskis e al commissario agli Affari economici e monetari Pierre Moscovici, Padoan spiega che un aggiustamento limitato allo 0,3% consentirebbe al governo italiano di proseguire nella politica economica che tra 2014 e 2017 ha assicurato una costante riduzione del rapporto deficit/pil (0,3% di pil per anno) e la stabilizzazione del rapporto debito/pil, e al tempo stesso sostenendo l’economia passata dallo 0,1% del 2014 allo 0,9% del 2016 e attesa all’1,1% nel 2017.

In merito, Padoan ha scritto: “Fin dal 2014 il governo italiano è stato impegnato negli sforzi per tenere il rapporto debito-pil sotto controllo. Questo rapporto si è stabilizzato de facto grazie a sforzi fiscali di lungo periodo che virtualmente non hanno uguali nella zona euro fin dall’inizio della crisi economica e finanziaria soprattutto rispetto all’entità del surplus primario conseguito. Il governo italiano intende proseguire lungo questo percorso, con un equilibrio adeguato tra il rafforzamento della ripresa in corso e della sostenibilità fiscale. Si tratta di un sentiero stretto viste le attuali condizioni macroeconomiche ma un consolidamento fiscale più stringente comprometterebbe la ripresa e metterebbe a rischio la coesione sociale. Con questa strategia in mente, vi informo che il governo intende procedere ad un aggiustamento del saldo strutturale pari allo 0,3 del Pil nel 2018. Si tratta di uno sforzo sostanziale che consentirà di ridurre ulteriormente il deficit e di garantire un calo del rapporto debito-pil. La ripresa in corso potrà beneficiare di tale equilibrio della posizione fiscale e di una strategia strutturale in gran parte in linea con il pacchetto pubblicato dalla Commissione nei giorni scorsi”.

Un atto dovuto quello del ministro Padoan che da tempo cerca di convincere l’UE per l’adozione di misure meno restrittive per l’Italia.

Salvatore Rondello

Bankitalia, dare centralità al lavoro

Visco-BankitaliaTradizionalmente, una particolare attenzione è riservata alla relazione annuale della Banca d’Italia che si svolge il 31 maggio di ogni anno. Nelle considerazioni finali, il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, dopo aver ricordato la figura di Carlo Azeglio Ciampi scomparso il 16 settembre del 2016, nel corso del suo intervento, l’ultimo prima della scadenza del suo mandato ad ottobre prossimo, ha affermato: “Il debito pubblico e i crediti deteriorati rendono vulnerabili l’Italia. La centralità è il lavoro. Perché è qui che si vede l’eredità più dolorosa della crisi”.

Ha proseguito incalzando: “Gli squilibri vanno corretti tempestivamente, altrimenti prima o poi si pagano. Sul terreno delle riforme, su quello della finanza pubblica, per le banche servono altri passi in avanti. L’adeguamento strutturale dell’economia richiede di continuare a rimuovere i vincoli all’attività d’impresa, incoraggiare la concorrenza, stimolare l’innovazione mentre sul fronte della spesa pubblica deve tornare a crescere la spesa per investimenti pubblici in calo dal 2010”.

Davanti ad un pubblico molto qualificato, tra le importanti personalità presenti, ad ascoltare Visco in prima fila si trova Mario Draghi, che viene salutato pubblicamente dal Governatore quando nella relazione affronta il tema delle misure straordinarie decise dalla Bce nel 2014: “Do’ il benvenuto al presidente Bce. Le misure straordinarie decise da Francoforte nel 2014 hanno contrastato con successo i rischi di una spirale deflazionistica”.

Accanto a Draghi sono seduti l’ex premier Mario Monti e la presidente della Commissione Antimafia Rosy Bindi. Seduti in prima fila anche Antonio Fazio, Lamberto Dini e Fabrizio Saccomanni. Nelle sue considerazioni finali, Ignazio Visco ha toccato altri punti molto importanti della attuale situazione economica e sociale: “Il debito pubblico e i crediti cosiddetti deteriorati riducono i margini di manovra dello stato e degli intermediari finanziari; entrambi rendono vulnerabili l’economia italiana alle turbolenze sui mercati e possono amplificare gli effetti delle fluttuazioni cicliche. L’elevato debito pubblico è un fattore di vulnerabilità grave, condiziona la vita economica del paese.

La questione del lavoro è centrale ed è soprattutto su questo mercato che vediamo l’eredità più dolorosa della crisi. I pur significativi benefici in termini di occupazione si sono rivelati effimeri perché non sono stati accompagnati dal necessario cambiamento strutturale di molte parti del nostro sistema produttivo.

Non possiamo correre il rischio di intaccare la fiducia nelle banche e nel risparmio da esse custodito a causa degli interventi delle autorità con le norme Ue che hanno segnato una brusca cesura. Nell’applicazione delle nuove regole occorre evitare di compromettere la stabilità finanziaria e nel rispetto dei principi alla base del nuovo ordinamento europeo gli interventi devono preservare il valore dell’attività bancaria. Manca una efficace azione di coordinamento fra i diversi soggetti nazionali e sovranazionali sulla gestione delle crisi bancarie. In Italia, negli scorsi anni, si sono superate fasi di tensione anche gravi senza danni per i risparmiatori e per il sistema creditizio nel suo complesso.

La Banca d’Italia negli ultimi anni è stata criticata anche in maniera aspra, siamo stati accusati di non aver capito cosa accadeva o di essere intervenuti troppo tardi. Non sta a me giudicare, posso solo dire che l’impegno del direttorio è stato massimo.

E’ un’illusione pensare che la soluzione dei problemi economici nazionali possa essere più facile fuori dall’Unione economica e monetaria. L’uscita dall’euro, di cui spesso si parla senza cognizione di causa, non servirebbe a curare i mali strutturali della nostra economia; di certo non potrebbe contenere la spesa per interessi, meno che mai abbattere magicamente il debito accumulato. Al contrario, essa determinerebbe rischi gravi di instabilità.

Le conseguenze della doppia recessione sono state più gravi di quelle della crisi degli anni Trenta. Agli attuali ritmi di crescita il Pil tornerebbe sui livelli del 2007 nella prima metà del prossimo decennio. In Italia l’espansione dell’economia, ancorché debole, si protrae da oltre due anni, tuttavia restiamo indietro rispetto ai nostri partner in Europa. L’aumento del Pil nell’area euro dovrebbe essere prossimo, quest’anno, al 2%, circa il doppio del nostro paese. L’esigenza di superare la crisi, sollecita ancora, uno sforzo eccezionale. Non minore è l’impegno necessario per ritrovare un sentiero di crescita stabile ed elevata, per risolvere la questione del lavoro, così difficile da creare, mantenere, trasformare, questione centrale dei nostri giorni non solo sul piano dell’economia.

Gli squilibri vanno corretti tempestivamente, altrimenti prima o poi si pagano. Sul terreno delle riforme, su quello della finanza pubblica, per le banche servono altri passi in avanti, non retromarce. L’adeguamento strutturale dell’economia richiede di continuare a rimuovere i vincoli all’attività d’impresa, incoraggiare la concorrenza, stimolare l’innovazione. Deve tornare a crescere la spesa per investimenti pubblici in calo dal 2010.

Non c’è stata piena consapevolezza anche al livello politico dei rischi derivanti dalle norme sul bail in e della vendita, che era del tutto legittima secondo le norme, delle obbligazioni subordinate delle quattro banche finite in risoluzione.

Affinché si realizzi una piena convergenza dell’inflazione verso l’obiettivo della banca centrale serve ancora un grado elevato di accomodamento monetario. La revisione dell’orientamento della politica monetaria, da attuarsi con la necessaria gradualità, dovrà costituire la conferma che crescita della domanda e stabilità dei prezzi possono sostenersi autonomamente nel medio periodo”.

Riferendosi agli amministratori delle banche italiane, Ignazio Visco ha chiarito: “Posso solo assicurare che l’impegno del personale della Banca d’Italia e del Direttorio è stato sempre massimo. Le crisi bancarie, purtroppo, non sono una peculiarità dei nostri tempi. E, come dimostra la storia, non è sempre possibile prevenirle. Negli anni 70 abbiamo avuto Italcasse, Sindona, il Banco Ambrosiano. Poi a ridosso del processo di privatizzazione, negli anni 90, il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia, Sicilcassa. Oggi più che mai è importante partire dalla valutazione delle persone che guidano una banca. Quando si consolidano posizioni di dominio assoluto, aumenta il rischio che si sfrutti la propria intoccabilità per abusi e favoritismi”.

Alle belle parole del Governatore bisognerebbe auspicarsi che possano seguire i fatti. Altrimenti ascolteremmo soltanto “prediche inutili” come scrisse con rammarico Luigi Einaudi. Le crisi nella storia bancaria italiana ricordate dal Governatore Visco, nessun italiano vorrebbe che si ripetessero. Le qualità etiche delle persone designate a guidare una banca dovrebbero essere una condizione necessaria ed indispensabile preventiva all’assunzione degli incarichi dirigenziali. Purtroppo, molti amministratori delle banche italiane si trovano in chiara posizione di conflitto di interesse. Se per le piccole realtà bancarie la vigilanza compete tuttora alla Banca d’Italia, per le banche di grandi dimensioni l’esercizio della vigilanza compete direttamente alla BCE.

Salvatore Rondello

Istat: Pil italiano in crescita… ma lontano dall’Europa

Ue_bandiera_Bruxelles_FgDal comunicato stampa odierno sull’andamento del Pil nello scorso mese di aprile, l’Istat a rivisto al rialzo le stime fatte nei primi mesi dell’anno. Tuttavia, l’ottimismo dell’Istat ha un valore molto relativo. Occorre tenere conto che la crescita dell’Italia raggiunge un livello quasi dimezzato rispetto alla crescita della media UE. A fine anno potrebbe finire od essere ridotta la spinta data dalla politica monetaria espansiva praticata dalla BCE. Dunque il Governo dovrebbe darsi da fare e porsi l’obiettivo minimo di raggiungere la crescita della media della UE.
Il comunicato Istat recita: “Nel 2017 si prevede un aumento del prodotto interno lordo (Pil) pari all’1,0% in termini reali. Il tasso di crescita è lievemente superiore a quello registrato nel 2016 (+0,9%).
La domanda interna al netto delle scorte contribuirebbe positivamente alla crescita del Pil per 1,1 punti percentuali, mentre l’apporto della domanda estera netta sarebbe marginalmente negativo (-0,1 punti percentuali) e risulta nulla la variazione delle scorte.
La spesa delle famiglie e delle ISP in termini reali è stimata in aumento dell’1,0%, in rallentamento rispetto al 2016. La crescita dei consumi continuerebbe ad essere alimentata dai miglioramenti del mercato del lavoro, solo parzialmente limitati dal rialzo atteso dei prezzi al consumo.
L’attività di investimento è attesa consolidarsi sui ritmi di crescita registrati nel 2016, beneficiando anche degli effetti positivi sul mercato del credito derivanti dal proseguimento della politica monetaria espansiva della Banca Centrale Europea (+3,00%).
Il miglioramento dei livelli occupazionali dovrebbe proseguire nel 2017 (+0,7% in termini di unità di lavoro) ma in decelerazione rispetto agli anni precedenti. La riduzione della disoccupazione osservata negli ultimi anni proseguirebbe anche nel 2017, con un tasso previsto pari all’11,5%.
Una ripresa più accentuata del processo di accumulazione del capitale, legata al miglioramento delle aspettative delle imprese, costituirebbe un ulteriore stimolo per l’attività economica. I rischi al ribasso sono costituiti da una più moderata evoluzione del commercio internazionale e dall’eventuale riaccendersi di tensioni sui mercati finanziari. Le previsioni incorporano le misure descritte nel Documento di economia e finanza diffuso ad aprile 2017”.

Salvatore Rondello

CRESCITA RALLENTATA

Crescita-lavoro-RenziContinua la crescita dell’economia italiana ma con un ritmo più lento. In Italia i segnali di dinamicità provenienti dal lato dell’offerta e dal commercio estero stentano a rafforzarsi. L’occupazione è in una fase di stabilizzazione mentre i prezzi registrano un nuovo aumento. L’indicatore anticipatore rimane positivo ma evidenzia una decelerazione. Sarebbe questo il quadro fotografico fatto dall’Istat con la nota mensile sull’andamento dell’economia italiana.

Ad aprile, l’indice del clima di fiducia dei consumatori rimane stabile con una diminuzione del clima economico e di quello futuro. L’indice composito del clima di fiducia delle imprese ha mostrato miglioramenti significativi e diffusi. L’indicatore anticipatore continua a registrare variazioni positive anche se di intensità più contenuta rispetto al mese precedente.

Sempre ad aprile le attese sull’evoluzione dell’occupazione per i successivi tre mesi risultano moderate con un lieve peggioramento nei servizi, una stabilità nella manifattura e un miglioramento nel commercio e nelle costruzioni.

Le attese di inflazione degli operatori evidenziano orientamenti leggermente differenti tra loro, confermando tuttavia prospettive di crescita ancora moderata. In aprile la quota dei consumatori che si aspettano per i prossimi dodici mesi prezzi al consumo in aumento si è leggermente ridotta rispetto a marzo.

A febbraio, ricorda l’Istat, il settore manifatturiero ha registrato variazioni positive dell’indice di produzione e di fatturato dopo la caduta segnata a gennaio. Nella media del trimestre dicembre-febbraio la produzione industriale è aumentata dello 0,7% rispetto al trimestre precedente, trainata dall’andamento positivo dell’energia e dei beni intermedi (+2,7% e +1,3% rispettivamente). Il fatturato dell’industria, misurato a prezzi correnti, nel trimestre dicembre-febbraio è aumentato (+2,6%) con una intensità simile sui mercati nazionali ed esteri (+2,5% e +2,9%). Tutti i raggruppamenti hanno registrato variazioni positive ad eccezione dei beni di consumo (-0,2%). Nello stesso periodo si rileva una forte crescita per la componente estera degli ordinativi (+6,1%) e un aumento più contenuto di quella interna (+3,5%). Prosegue il miglioramento degli scambi con l’estero. Nel trimestre dicembre-febbraio sono aumentate sia le esportazioni (+3,7%) sia le importazioni (+5,6%) sostenute dalla vivacità dell’interscambio con i paesi extra-Ue (+4,9% le esportazioni).

Le esportazioni nel mese di febbraio sono diminuite dopo quattro mesi di continua espansione. A marzo è proseguita la crescita dei flussi commerciali con i paesi extra Ue, con un incremento più marcato per le esportazioni (+6,5%) rispetto alle importazioni (+0,5%). I beni strumentali hanno mostrato un aumento significativo (+15,1%), caratterizzato dalla vendita di mezzi di navigazione marittima.
Il settore delle costruzioni mostra ancora difficoltà nell’avvio della fase di ripresa. A febbraio la produzione nelle costruzioni ha segnato un aumento del 4,6% rispetto al mese precedente in recupero dopo la flessione di gennaio (-4,0%). Nella media del trimestre dicembre-febbraio la produzione è migliorata rispetto ai tre mesi precedenti (+1,0%).

Secondo i dati della rilevazione sulle forze di lavoro la crescita dell’occupazione, nel primo trimestre del 2017, è proseguita anche se in misura moderata (+0,2%, 35 mila occupati in più rispetto al quarto trimestre 2016). In particolare, prosegue la crescita degli occupati dipendenti a tempo indeterminato (+0,3%, 40 mila unità in più) e i dipendenti a termine (+1,3%, +33 mila). Gli occupati indipendenti hanno, invece, subito una diminuzione (-0,7%, 38 mila unità in meno). A marzo, il tasso di disoccupazione si è attestato all’11,7%, valore distante da quello dell’area dell’euro (9,5%). Nella media del primo trimestre, l’indicatore segnala una lieve diminuzione (un decimo di punto rispetto al quarto trimestre).

Invece, l’economia degli Usa va meglio del previsto. Ad aprile la disoccupazione è scesa al 4,4% risultando ai minimi dal maggio del 2007. Gli analisti si attendevano un aumento di 188.000 posti di lavoro. Il dipartimento del lavoro statunitense ha dichiarato 211.000 nuovi posti di lavoro creati ad aprile 2017.

Salvatore Rondello

Def. Istat, un Paese con giovani in perenne disagio

istat defSono già iniziate le audizioni in Parlamento sul Def prima di passare al dibattito parlamentare e successivamente al voto per l’approvazione.
Particolare importanza assume l’audizione dell’Istat sullo stato di salute dell’economia italiana. Davanti alla Commissione Bilancio del Parlamento, Roberto Mannucci, direttore del dipartimento per la produzione statistica dell’Istat ha dichiarato: “Nonostante il miglioramento delle condizioni economiche delle famiglie, nel 2016 non si è osservata una riduzione dell’indicatore di grave deprivazione materiale, corrispondente alla quota di persone in famiglie che sperimentano sintomi di disagio. Secondo i dati provvisori del 2016, tale quota si attesta all’11,9%, 7,2 milioni di italiani, sostanzialmente stabile rispetto al 2015. Serve uno scatto dell’economia per centrare gli obiettivi di crescita del Pil previsti dal Governo per il 2017 (+1,1%). Le oscillazioni del commercio estero e della produzione industriale osservati nei mesi di gennaio e febbraio potrebbero rappresentare dei fattori di rischio per la crescita del primo trimestre 2017”.
Tra il 2015 e il 2016 l’indice di grave deprivazione peggiora per le persone anziane (65 anni e più), passando dall’8,4% all’11,6%, pur rimanendo al di sotto del dato riferito all’insieme della popolazione, e per chi vive in famiglie con persona di in cerca di occupazione (da 32,1% a 35,8%). In lieve diminuzione, invece, la quota della popolazione con meno di 18 anni, pari al 12,3% (pari a 1 milione e 250 mila minori). Questi dati, osserva Monducci, “confermano dunque l’urgenza degli interventi previsti dal governo per il contrasto alla povertà”.
Poi ha evidenziato: “Il segnale che arriva è quello di una situazione del mercato del lavoro ancora sfavorevole per la fascia di età 25-34 anni. Per gli under35 senza lavoro trovare un posto risulta, infatti, sempre più difficile. Nel primo trimestre abbiamo una forte turbolenza sul piano produttivo che implica un’accelerazione. Quindi, potremmo avere un problema nel primo trimestre ma lo scenario in corso d’anno è positivo e rende plausibile una progressiva accelerazione per raggiungere il target di crescita dell’1,1% del Prodotto interno lordo. Ricapitolando, risulta necessaria una promessa di tassi di crescita rilevanti, significativi, in corso d’anno. Infatti, si segnala che una crescita nel primo trimestre in linea o inferiore a quella osservata negli ultimi tre mesi del 2016, ovvero dello 0,2%, richiederebbe, ai fini del raggiungimento degli obiettivi indicati dal governo per il 2017, una accelerazione dei ritmi di espansione nei trimestri successivi. I dati longitudinali della rilevazione sulle forze di lavoro consentono di effettuare un’analisi delle transizioni verso l’occupazione degli individui disoccupati a un anno di distanza. L’esercizio è stato realizzato per i 25-34enni confrontando i tassi di permanenza e transizioni osservati tra il quarto trimestre 2015 e il quarto trimestre 2016 con quelli degli analoghi periodi dei due anni precedenti. Il 21,2% dei 25-34enni disoccupati nel quarto trimestre del 2015 è occupato un anno dopo, il 43,8% risulta ancora disoccupato e il 35% inattivo. La quota di giovani che ha trovato lavoro nel periodo è più bassa sia rispetto a quella registrata nello stesso periodo dell’anno precedente (27,9%) sia di due anni prima (24,4%)”.
L’Italia è tra i Paesi europei con il tasso di occupazione degli under 35 più basso in Europa. Quanto alla fascia di età successiva, dei 25-34enni: solo il 60,3% lavora, situazione che costituisce una criticità per il presente e il futuro di queste generazioni, che rischiano di non avere una storia contributiva adeguata. Monducci, continuando ha detto: “Il loro scarso impiego, inoltre, indica una grave situazione di sottoutilizzo di un segmento di popolazione ad elevato impatto potenziale sullo sviluppo economico del Paese”.
Il direttore dell’Istat, proseguendo ad esaminare i vari aspetti di finanza pubblica, a cominciare dagli investimenti, che nel 2016 sono scesi del 4,5%, registrando il settimo calo annuo consecutivo, ha spiegato: “In discesa anche la spesa per interessi (-2,6%). Per effetto del rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato nella fase finale del 2016, la spesa per interessi registra nel quarto trimestre una variazione tendenziale nulla che interrompe la tendenza alla riduzione iniziata nel primo trimestre 2013. Gli investimenti misurati a prezzi correnti hanno registrato nel decennio 2007-2016 una flessione del 18,1%; a partire dal 2015, c’è stato un recupero della spesa per investimenti lordi, con un’accelerazione nel 2016”.

Salvatore Rondello

Istat, migliora il rapporto deficit/Pil

Bankitalia-debito pubblicoNel 2016 il rapporto deficit/pil è sceso al 2,4%, in miglioramento di 0,3 punti percentuali rispetto al 2015. Lo rende noto l’Istat in un comunicato odierno. La notizia arriva in tempo per consentire al Governo una più attenta valutazione nella stesura del DEF.

“L’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche in rapporto al Pil nel quarto trimestre del 2016 è stato pari al 2,3%, stabile rispetto al corrispondente trimestre del 2015. Complessivamente, nel 2016, si è registrato un indebitamento netto pari al 2,4% del Pil, in riduzione di 0,3 punti percentuali rispetto al 2015.

Il saldo primario (indebitamento/accreditamento al netto degli interessi passivi), nel quarto trimestre 2016, è risultato positivo per 7.312 milioni di euro (7.315 milioni di euro nel corrispondente trimestre del 2015). La relativa incidenza sul Pil è stata pari a 1,7%, invariata rispetto al quarto del 2015. Nel 2016, in termini di incidenza sul Pil, il saldo primario è stato positivo e pari all’1,5% del Pil, invariato rispetto al 2015.

Il saldo corrente (risparmio) nel IV trimestre del 2016 è risultato positivo per 3.915 mln di euro (10.808 mln nel corrispondente trimestre dell’anno precedente). L’incidenza sul Pil è stata dello 0,9%, a fronte del 2,5% nel IV trimestre del 2015. Complessivamente, nel 2016 il saldo corrente in rapporto al Pil è stato positivo e pari allo 0,6% (1,1% nel 2015). Le uscite totali nel IV trimestre sono calate dello 0,9% rispetto al corrispondente trimestre del 2015. La loro incidenza sul Pil si è ridotta in termini tendenziali di 1,2 punti percentuali, scendendo al 56%. Nel 2016 l’incidenza delle uscite totali sul Pil è stata pari al 49,6%, in riduzione di 0,9 punti percentuali rispetto al 2015.

Le uscite correnti hanno registrato, nel IV trimestre, un aumento tendenziale del 2,4% risultante da una crescita dei redditi da lavoro dipendente (+0,9%), dei consumi intermedi (+2,5%), delle prestazioni sociali in denaro (+0,6%) e delle altre uscite correnti (+11,8%). Nel trimestre gli interessi passivi sono risultati stabili. Le uscite in conto capitale sono diminuite in termini tendenziali del 30,7%; in particolare, gli investimenti fissi lordi sono scesi del 5,7% e le altre uscite in conto capitale del 50,4% Su quest’ultima dinamica influisce, tra l’altro, il venir meno degli interventi connessi alla risoluzione della crisi delle quattro banche registrati nel quarto trimestre del 2015.

Le entrate totali nel IV trimestre sono diminuite in termini tendenziali dello 0,9% e la loro incidenza sul Pil è stata del 53,7%, in calo di 1,1 punti rispetto al corrispondente trimestre del 2015. Complessivamente nel 2016, l’incidenza delle entrate totali sul Pil è stata del 47,1%, inferiore di 0,7 punti percentuali rispetto al 2015. Le entrate correnti nel IV trimestre sono calate in termini tendenziali dello 0,7%; in particolare, si sono registrati incrementi delle imposte dirette (+1,9%), dei contributi sociali (+0,4%) e delle altre entrate correnti (+0,6%) e una riduzione delle imposte indirette (-5,6%). Le entrate in conto capitale hanno segnato un calo del 16,7%.

Il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è diminuito nel quarto trimestre del 2016 dello 0,6% rispetto al trimestre precedente, mentre i consumi sono cresciuti dello 0,5%. Di conseguenza, la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è diminuita di 1 punto percentuali rispetto al trimestre precedente, scendendo all’8%. A fronte di un aumento dello 0,2% del deflatore implicito dei consumi delle famiglie, il potere d’acquisto delle famiglie consumatrici è diminuito dello 0,9% rispetto al trimestre precedente.

Nel 2016 il reddito disponibile è aumentato dell’1,6% e la spesa per consumi finali dell’1,3%, dando luogo a un aumento della propensione al risparmio di 0,2 punti percentuali rispetto al 2015. Il potere d’acquisto è aumentato dell’1,6%.

Nel quarto trimestre 2016, il tasso di investimento delle famiglie consumatrici (definito come rapporto tra investimenti fissi lordi delle famiglie consumatrici, che comprendono esclusivamente gli acquisti di abitazioni, e reddito disponibile lordo) è stato pari al 6,1%, invariato rispetto al trimestre precedente e in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto al corrispondente trimestre del 2015. Tale dinamica congiunturale riflette un aumento degli investimenti fissi lordi dello 0,8% ed una flessione del reddito disponibile lordo (-0,6%). Nel 2016 il tasso di investimento delle famiglie consumatrici è stato pari al 6,1%, in aumento di 0,2 punti percentuali rispetto al 2015. Gli investimenti fissi lordi sono aumentati del 3,7%.”

Il lieve miglioramento del Pil registrato nel 2016 non è ancora sufficiente per far uscire l’Italia dalla situazione di crisi in cui si trova. Restano esigui i margini per poter varare una politica economica di ampio respiro. Non si ravvisano ancora elementi necessari ad una inversione di tendenza per iniziare uno sviluppo economico durevole. Il quadro economico congiunturale permane ad un livello di “galleggiamento” senza intravedere ancora i tempi di “emersione” che non possono più essere rinviati. Le crescenti esasperazioni sociali dei ceti più deboli, la storia insegna, spesso finiscono per sfociare in reazioni incontrollate. Oggi, il rischio maggiore che si corre è il ricorso a forme autoritarie di governi postfascisti generati da facili affermazioni dei movimenti populisti.

Salvatore Rondello

Le “truffe” dell’economia che condizionano la stabilità sociale

John-Kenneth-GalbraithSecondo Galbraith la radice di gran parte dei mali che affliggono le cosiddette economie di mercato è da cercare, non solo – come spesso si afferma – nello strapotere espresso dalle grandi imprese, ma anche – e forse soprattutto – dall’informazione mendace che il sapere tradizionale concorre a diffondere sulle cause del verificarsi e dell’evolversi dei fatti economici. Nelle cosiddette economie di mercato si è progressivamente affermato un sistema di comunicazione che distorce la verità a piacimento di chi controlla il sistema stesso. Con ironia e indignazione, Galbraith, secondo il suo stile, in “L’economia della truffa” mostra come abbiano perso di credibilità i risultati dell’analisi economica e molte delle ipotesi cui essa fa riferimento, come la presunta indipendenza dei mercati, la sovranità del consumatore, la distinzione tra pubblico e privato, l’idea che l’austerità e il contenimento della spesa pubblica possano sempre assicurare il rilancio dell’economia in crisi, e così via.
A parere di Galbraith, “in nessun campo, più che in economia e in politica, la realtà è deformata dalle preferenze e inclinazioni sociali, nonché dal tornaconto personale e di gruppo”; il grande economista, americano di adozione e canadese di nascita, morto nel 2004, sostiene e corrobora con dovizia di esempi e riferimenti, la tesi secondo cui “in seguito a pressioni economiche e politiche e alle mode del momento, tanto l’economia quanto realtà politico-economiche ancora più vaste coltivano una loro versione della verità”; la quale non avrebbe necessariamente un qualche rapporto con la realtà, per cui la colpa non sarebbe di nessuno, in quanto la preferenza della gente comune sarebbe sempre aperta ad accogliere ciò che “fa comodo pensare”.
Parlando di preferenza, Galbraith chiarisce di riferirsi a ciò che “aiuta, o almeno non ostacola, gli interessi che contano: economici, politici e sociali”. La maggior parte dei “truffatori”, cioè di coloro che spargono false informazioni, siano essi imprenditori singoli o collettivi, politici, economisti professionali o, in generale, opinion maker, non sarebbero al servizio di nessuno; essi semplicemente non avrebbero “nozione di cosa abbia generato e modellato il loro punto di vista”; non sarebbe, perciò, “in gioco nessuna forma evidente di illegalità”. Alla radice del problema non ci sarebbe “il disprezzo della legge, ma la forza delle credenze personali e sociali”: per tutti questi motivi, a parere di Galbraith, nei “truffatori” mancherebbe ogni senso di colpa, semmai ci sarebbe autocompiacimento.
Come può una “truffa” – si chiede Galbraith – essere innocente e a non suscitare alcun senso di colpa? Accade – è la risposta – perché, né chi vi riflette sopra né chi, poi, la compie è consapevole della “truffa”; in conseguenza di ciò, nessun “truffatore” si sentirebbe in colpa o penserebbe di aver fatto qualcosa di sbagliato. Della “truffa” innocente – afferma Galbraith – una parte è imputabile alla scienza economica tradizionale e al modo in cui viene insegnata; un’altra parte è imputabile alle opinioni correnti circa il modo in cui si svolge il processo economico; queste opinioni, trasformandosi in “sapere convenzionale”, diventano altra cosa dalla realtà; ciò non ostante, tra le opinioni e la realtà – afferma Galbraith – “ciò che conta alla fine è la seconda”.
Per quanto profondo possa essere il convincimento che quanto si è studiato abbia basi al di sopra di ogni sospetto, l’”errore riconducibile alla vox populi è sempre in agguato. Nella vita reale a comandare non è la realtà; sono la moda del momento e l’interesse pecuniario”. Questi fattori hanno un tale peso che la stessa percezione quotidiana del sistema economico ne subisce l’influenza”; ne è prova, a parere di Galbraith, il fatto che quando il capitalismo, il tradizionale quadro teorico di riferimento del funzionamento del sistema economico, “ha smesso di essere accettabile, il sistema è stato ribattezzato”; il nuovo nome, “sistema mercato”, è stato adottato perché ritenuto “più innocuo”, in quanto privo del significato “sgradevole” col quale il termine capitalismo era percepito all’orecchio dell’opinione prevalente.
All’origine, il termine capitalismo serviva a designare un sistema economico all’interno del quale l’autorità ultima in campo economico era attribuita a coloro che controllavano, in quanto proprietari, tutte le risorse investire nell’organizzazione delle attività produttive; ma oggi, al di sopra di certe dimensioni, il potere decisionale è svolto dal management, composto da tutti coloro che, pur non essendo i proprietari delle attività produttive, hanno la responsabilità della loro gestione. Il lento formarsi del potere della grande industria e del suo management ha finito con l’evocare un funzionamento del sistema economico nel quale al potere monopolistico delle grandi imprese si è contrapposto al loro interno una dura soggezione dei lavoratori, sino a giustificare la plausibilità di una rivoluzione, così com’è avvenuto durante e alla fine della Prima guerra mondiale in Russia.
Se in Europa il capitalismo ha evocato l’idea della rivoluzione, in America ha ispirato l’adozione di una legislazione e di una giurisprudenza finalizzate alla sua correzione e regolamentazione. La sostituzione della parola capitalismo con l’espressione “sistema di mercato” è stata però un’”operazione cosmetica, fiacca e insipida, destinata a coprire una scomoda realtà: quella delle corporation, ovvero del predominio della produzione, capace di manipolare la domanda e, in sostanza, di controllarla”. Oggi, la parola mercato è sulla bocca di tutti: ne parlano i leader politici, i giornalisti specializzati nel trattare i problemi economici e la maggior parte degli economisti professionali. Nonostante la terminologia sostitutiva, mai viene evocata l’esistenza all’interno del mercato di una qualche forma di supremazia, nonostante la generalizzata percezione che non si tratti della massima istituzione economica affrancata da ogni forma di condizionamento. Per tutti gli opinion maker, ma non solo per essi, esiste solo l’impersonalità del mercato; una “truffa”, questa, secondo Galbraith, “non del tutto innocente”.
In nome del mercato, asettico e indipendente, viene anche affermata l’esistenza di una “sovranità del consumatore”, ovvero l’avvento della democrazia in economia, resa possibile dal presunto “libero mercato”. Sennonché, dove prevalgono le posizioni di monopolio e le posizioni dominanti delle grandi corporation, il consumatore non può avere libertà di scelta. Ciò non ostante – afferma Galbraith, la “nozione di sovranità del consumatore è ancora in auge nell’insegnamento dell’economia e, in generale, nell’apologetica del sistema economico”. La credenza nell’esistenza di un’economia di mercato in cui l’acquirente è ipotizzato sovrano è, secondo Galbraith, “una delle più convincenti forme di truffa”.
La sottrazione al consumatore del controllo dell’innovazione, della produzione e della vendita dei beni e servizi prodotti ha consentito agli effettivi controllori del mercato di stabilire che il progresso fosse misurato in base all’esclusivo incremento della produzione, attraverso l’aumento del solo prodotto interno lordo (PIL). Ma è proprio nell’asettica valutazione del PIL che “si annida – afferma Galbraith – anche una delle più comuni forme di truffa”; ciò, perché la determinazione del PIL è stabilita non dai consumatori nel loro insieme in quanto cittadini, ma da coloro che producono le cose che compongono lo stesso PIL, senza che riguardo alla sua composizione il consumatore abbiano voce in capitolo. In questo caso, la “truffa” sta nel misurare il progresso del sistema sociale sulla base di ciò che più conviene a coloro che controllano il mercato e non in base alla presunta sovranità del consumatore.
L’aspetto che maggiormente preoccupa delle tante “truffe” consumate ai danni dei cittadini è, conclude Galbraith, il modo in cui “il potere della grande impresa piega gli obiettivi pubblici alle proprie necessità e al proprio utile. La sua visione, che tende a diventare generale, è che una società prospera è una società con più automobili, televisori, capi di abbigliamento e ogni genere di altro bene di consumo materiale […]. Gli effetti sociali negativi – l’inquinamento, il degrado ambientale, l’insufficiente attenzione per la salute, il rischio di conflitti armati e il relativo costo umano – non compaiono nel bilancio. Misurando i risultati, gli effetti positivi e negativi sembrano sommarsi anziché elidersi”. Tutto ciò, a parere di Galbraith, comporta rischi, non solo per la grande impresa, ma per l’intera umanità, sia per i pericoli di guerre indesiderate, sia per l’instabilità della convivenza sociale costantemente esposta all’instabilità indotta da un funzionamento del sistema economico che, a causa delle numerose “truffe” commesse ai danni del funzionamento delle sue istituzioni, sta condizionando la quotidianità della vita dei cittadini.
Singolari, a commento di queste tesi, appaiono le osservazioni che Mario Deaglio effettua nella Prefazione al volume di Galbraith; pur condividendo nel complesso la critica galbraithiana del modo in cui il cittadino viene disinformato, riguardo al modo ideale in cui dovrebbero svolgersi i fatti economici, Deaglio sembra dolersi del fatto che la critica pecchi della mancata “visione di un mondo perfetto che Galbraith non descrive mai”. In conseguenza di ciò, resterebbe irrisolto, secondo Deaglio, il problema della più conveniente reazione alla denuncie dell’economista americano; ovvero, se occorra reagire, al limite con una rivoluzione culturale con cui porre rimedio agli esiti delle molte “truffe”, oppure se occorra convincersi che un po’ di “truffa” si è pure disposti ad accettarla.
Dopotutto, conclude sorprendentemente Deaglio, “dal tempo dei Romani, il diritto ammette il cosiddetto dolus bonus che altro non è che una forma di ‘truffa innocente’, ossia un’esaltazione iperbolica dei prodotti fatta da parte del venditore che, senza veramente ingannare il pubblico, lo spinge all’acquisto”. Quanto dolus bonus, si chiede Deaglio, è possibile accettare in economia e in politica? Non sarà per caso che un po’ di dolus è necessario per “garantire il normale funzionamento della società?” Forse, a parere di Deaglio, è da questa domanda che occorre partire per una ricerca sul cosa fare.
Si può certamente essere d’accordo sul fatto che per stabilire come reagire alle “truffe” denunciate da Galbraith, sono forse necessari ulteriori approfondimenti, ma non per stabilire sino a che punto le “truffe” perpetrate dai poteri forti che dominano i mercati e la scena politica ai danni dei cittadini siano giustificate, in quanto dolus bonus utile al funzionamento del sistema sociale.
È questa una tesi che, in ultima istanza, è giustificatoria dei comportamento con cui i poteri forti fanno prevalere nel “sapere convenzionale” ciò che per loro è più conveniente, così come appaiono giustificatorie le parole dello stesso Galbraith circa la natura delle “truffe”. Queste, in realtà, non sono mai innocenti, in quanto sono sempre effettuate scientemente e intenzionalmente da chi da esse intende trarre profitto.

Gianfranco Sabattini