Istat: continua la crescita del Pil

Pil

Secondo le previsioni dell’Istat, nel 2018 il prodotto interno lordo (Pil) dovrebbe crescere dell’1,4% in termini reali. La stima dell’Istat è stata pubblicata nelle “Prospettive per l’economia italiana nel 2018”. Nel primo trimestre 2018 il Pil ha registrato un’ulteriore crescita congiunturale (+0,3% rispetto al trimestre precedente) prolungando cosi il ciclo favorevole iniziato nel terzo trimestre del 2014. L’intensità della crescita si manterrebbe sui livelli del trimestre precedente, in leggera decelerazione rispetto alla media dei tassi di crescita congiunturali del 2017 (+0,4%).

La domanda interna al netto delle scorte fornirebbe un contributo positivo alla crescita del Pil pari a 1,5 punti percentuali; l’apporto della domanda estera netta risulterebbe nullo e quello della variazione delle scorte marginalmente negativo (-0,1 punti percentuali).

L’aumento della spesa delle famiglie e delle ISP in termini reali è stimato in leggero rallentamento rispetto agli anni precedenti, con un incremento dell’1,2%. La crescita dei consumi continuerebbe ad essere supportata dai miglioramenti del mercato del lavoro.

Il processo di ricostituzione dello stock di capitale dovrebbe proseguire a ritmi lievemente più accentuati rispetto all’anno precedente sostenuto sia dalle misure di politica economica sia dalle condizioni favorevoli sul mercato del credito, derivanti dal proseguimento della politica monetaria espansiva della Banca centrale europea. Gli investimenti fissi lordi sono previsti crescere del 4,0% nell’anno corrente.

Le condizioni del mercato del lavoro registreranno un ulteriore miglioramento con un aumento dell’occupazione (+0,8% in termini di unità di lavoro) e una progressiva, ma lenta, diminuzione del tasso di disoccupazione (10,8%).

Nel corso del 2017 si è consolidata la fase positiva del mercato del lavoro. Le unità di lavoro sono ulteriormente aumentate (+0,9%) e la disoccupazione è diminuita di 0,5 punti percentuali attestandosi all’11,2%.

Sebbene in aumento, il tasso di occupazione si è comunque mantenuto inferiore a quello del target di Europa 2020 e alla media europea. Con riferimento alla popolazione nella classe di età con 20-64 anni, nel 2017 il tasso di occupazione italiano era del 62,3% (67,0% l’obiettivo di Europa 2020 e 72,2% il tasso medio dei paesi dell’Unione europea).

Negli ultimi mesi si sono manifestati segnali di rallentamento nella dinamica del mercato del lavoro. Nel primo trimestre del 2018 il tasso di occupazione è aumentato in misura contenuta (0,1 punti percentuali) mentre la disoccupazione è rimasta stabile all’11,0%, un valore di 2,5 punti percentuali superiore a quello dell’area euro. Nello stesso periodo il tasso dei posti vacanti, che misura la quota dei posti di lavoro per i quali è in corso la ricerca di personale, si è attestato allo 0,9% sia nell’industria sia nei servizi arretrando rispettivamente di 0,2 e 0,1 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. Nei prossimi mesi si prospetta il proseguimento della fase di miglioramento del mercato del lavoro ma con intensità più contenute rispetto all’anno precedente.

Nel 2018, l’occupazione, espressa in termini di unità di lavoro, si prevede in crescita (+0,8%), mentre il tasso di disoccupazione dovrebbe diminuire (10,8%). La crescita dell’occupazione sarà supportata dall’aumento delle unità dipendenti mentre la contrazione di quelle indipendenti dovrebbe attenuarsi quasi completamente. L’aumento dell’occupazione comporterà sia una crescita del monte salari sia un miglioramento delle retribuzioni per dipendente che segneranno una forte accelerazione (+1,4%) rispetto all’anno precedente.

La situazione di crescita economica resta molto precaria. Le prospettive future dipenderanno molto dall’azione del nuovo governo.

Salvatore Rondello

Il mondo spremuto da una montagna di debiti

mondo spremuto

Il debito globale è salito ininterrottamente dalla Seconda Guerra mondiale, toccando nel 2016 un nuovo picco di 164.000 miliardi di dollari, circa il 225% del pil del pianeta. Questo quadro è emerso da un nuovo documento del Fondo monetario internazionale che passa in rassegna il debito ‘lordo’ (pubblico più privato) di 190 Paesi dal 1950 ad oggi. Con qualche sorpresa, si scopre che  le economie più indebitate del mondo sono anche le più ricche.

I primi tre debitori nella classifica mondiale sono Stati Uniti, Cina e Giappone e rappresentano oltre la metà del debito globale, significativamente superiore alla loro quota di produzione globale. Al primo posto gli Usa con un debito lordo (pubblico più privato escluse le società finanziarie) a 48mila miliardi; a seguire la Cina a 25,5 mila miliardi, il Giappone a 18,2mila miliardi e la Francia a 6,7 mila miliardi. Il debito delle restanti economie avanzate complessivamente ammonta a 46,2 mila miliardi, mentre dei restanti paesi emergenti ammonta a 12,7mila miliardi.

L’approdo della Cina tra le prime posizioni è comunque uno sviluppo relativamente nuovo, con la quota del colosso asiatico nel debito globale che è salita da un livello inferiore al 3% agli inizi del millennio a oltre il 15% oggi, con l’ascesa del credito dopo la crisi finanziaria globale.

Rispetto al picco precedente del 2009, il debito globale è ora superiore del 12% rispetto al prodotto interno lordo, con un trend generale in rialzo trainato dal settore privato, che dal 1950 ad oggi ha quasi triplicato il suo debito. Ampliando la visione, emerge come il debito globale ha seguito la tendenza al rialzo quasi ininterrotta dalla Seconda guerra mondiale ad oggi. L’osservazione è stata fatta dagli analisti del Fondo monetario.

Le economie avanzate hanno dominato il panorama per quasi sei decenni, con il debito del settore privato non finanziario che ha raggiunto un picco del 170% del Pil nel 2009, mentre le economie emergenti hanno assunto un ruolo guida all’indomani del collasso di Lehman Brother, data convenzionale per indicare l’inizio della grande crisi finanziaria. Nonostante ciò il divario tra il debito del G20 e i mercati emergenti è ancora significativo, superando in media il 90% del pil. I paesi a basso reddito invece rappresentano meno dell’1% del debito globale, ben al di sotto del loro prodotto.

Inoltre, anche se la storia del debito globale è stata dominata dal settore privato, anche il debito pubblico ha svolto un ruolo importante con due fasi distinte: fino alla metà degli anni ’70 è diminuito progressivamente per effetto della crescita e dell’inflazione nelle economie avanzate, dopo ha invertito il suo corso con dinamiche diverse nei vari paesi.

In questo panorama si potrebbe dedurre che la politica economica dell’Italia, almeno fino alla fine degli anni ottanta, è stata encomiabile. In quel periodo l’Italia era diventata la quinta potenza mondiale con un debito lordo inferiore a quello di altri paesi ad economia avanzata.

Salvatore Rondello

Istat: Italia secondo paese più vecchio al mondo

vecchi

Presentando oggi il ‘Rapporto Istat 2018’ alla Camera dei Deputati, il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva ha detto: “In Italia manca il lavoro ad oltre 6 milioni di persone. Nel nostro Paese le persone che vorrebbero lavorare superano di poco i 6 milioni, nonostante i miglioramenti del mercato del lavoro, per donne, giovani e Mezzogiorno resta ancora molto da fare. Un giovane laureato su quattro trova lavoro attraverso una segnalazione di parenti o amici o la conoscenza diretta del datore di lavoro”.

Secondo il rapporto annuale dell’Istat, “tra i laureati del 2011 occupati nel 2015 uno su tre ha trovato lavoro grazie all’inserzione su giornali o internet o l’invio del curriculum a datori di lavoro. Chi trova lavoro con canali formali dichiara una maggiore soddisfazione per l’impiego ottenuto”.

L’Istituto di statistica spiega anche: “Una valutazione sintetica della bontà dell’occupazione determinata su diverse dimensioni (retribuzione, stabilità del lavoro, adeguatezza della professione al titolo di studio conseguito e regime orario) mette in luce che un inserimento lavorativo avvenuto attraverso le segnalazioni di familiari o amici porta a ottenere un impiego caratterizzato in assoluto da retribuzioni più basse, minore stabilità e coerenza con il percorso di studi concluso”.

Dal Rapporto annuale emerge anche l’allarme demografico. In Italia le nascite toccano il nuovo minimo storico, si accentua l’invecchiamento e prosegue il calo della popolazione. Il quadro demografico è preoccupante con la tendenza che indica un costante peggioramento del “debito demografico”.

Per il nono anno consecutivo le nascite sono in calo. L’anno scorso ne sono state stimate 464mila, il 2% in meno rispetto all’anno precedente e nuovo minimo storico. Secondo l’Istat, la contrazione delle nascite ha una forte componente strutturale e interessa tutte le aree ma in particolare nel centro Italia con una contrazione del 4,6%. Rispetto al 2008 il calo delle nascite ammonta a oltre 100mila unità, -19%.

Nonostante l’apporto positivo dell’immigrazione, le donne nella fascia di età tra 15 e 29 anni sono poco più della metà di quelle tra 30 e 49 anni. Meno donne in età feconda comportano inevitabilmente meno nascite.

La crisi demografica è confermata dal terzo anno consecutivo di flessione della popolazione. L’Istat stima che a gennaio scorso la popolazione ammonti a 60,5 milioni, in calo di quasi 100mila unità rispetto all’anno precedente. Al tempo stesso si accentua l’invecchiamento nonostante la presenza degli stranieri caratterizzati da una struttura di età più giovane di quella italiana e con una fecondità più elevata. L’Italia è il secondo paese più vecchio al mondo con una stima di 168,7 anziani ogni 100 giovani.

L’evoluzione demografica degli ultimi decenni ci consegna un paese profondamente trasformato nella struttura e nelle dinamiche sociali demografiche. La tendenza è destinata ad accentuare ulteriormente il processo di invecchiamento. Secondo lo scenario mediano delle previsioni demografiche tra 20 anni lo squilibrio intergenerazionale sarà ancora più critico con 265 anziani ogni 100 giovani.

L’occupazione femminile ha raggiunto quasi il 49%, ma l’Italia è penultima nella classifica europea sulla quota delle donne che lavorano. Secondo quanto indicato nel rapporto annuale dell’Istat, in Italia nel 2017, per il quarto anno consecutivo, il tasso di occupazione generale cresce, attestandosi al 58%, ma è ancora 0,7 punti percentuali sotto il livello del 2008 e lontano dalla media Ue.

L’Istat ha scritto nel rapporto annuale: “Il riavvicinamento ai valori del 2008 si deve esclusivamente alla componente femminile (+1,7 punti dal 2008 in confronto a -3,1 degli uomini) anche se l’Italia si caratterizza per un tasso di occupazione femminile più basso della media europea (48,9% contro 62,4%). Si tratta del valore più basso dopo la Grecia”.

Gli indicatori disponibili per i primi mesi del 2018 segnalano la prosecuzione del recupero della crescita dell’economia italiana, pur se a ritmi moderati.

Tuttavia, si profilano segnali di incertezza legati all’evoluzione delle politiche commerciali di Stati Uniti e Cina, alla prosecuzione del processo di normalizzazione della politica monetaria statunitense e agli effetti dei rialzi dei tassi sui mercati finanziari e valutari. Sempre nel Rapporto annuale 2018 dell’Istat, viene evidenziato come nella prospettiva di breve termine i segnali siano positivi seppure in leggera attenuazione.

Sulla base delle stime preliminari dell’Istat, nel primo trimestre del 2018 il Pil è salito dello 0,3% sul trimestre precedente. Nello stesso periodo la fiducia delle famiglie è risultata in crescita, mentre quella delle imprese è diminuita, mantenendosi però su livelli elevati.

Nel biennio 2015-2016 l’economia è tornata a crescere nel Mezzogiorno, dopo sette anni di contrazione: il Pil in volume è aumentato del 2,4%, un valore superiore a quello medio nazionale (+1,9%). Secondo l’Istat tuttavia emerge ancora il gap fra il Sud e il resto del Paese.

Nel biennio la ripresa è più forte nel Nord-est (+2,5 per cento), in particolare in Emilia-Romagna e in Friuli-Venezia Giulia (+2,7). Il tasso di crescita del Nord-ovest (+2,0 per cento) riflette al suo interno dinamiche differenti: l’incremento è più elevato in Lombardia (+2,5 per cento), meno vivace in Piemonte (+1,5), negativo in Liguria (-0,5 per cento). Più contenuta l’espansione nelle regioni del Centro (+0,9 per cento), dove il Pil si è leggermente contratto nelle Marche (-0,1 per cento).

Tra le regioni meridionali, il Molise e la Campania presentano variazioni positive del 4,9 per cento, la Basilicata del 9,2. Nel complesso, mentre la crescita del Sud è consistente (+3 per cento), la ripresa nelle Isole è più contenuta (+0,9). La contrazione osservata nel Mezzogiorno nel periodo compreso tra l’avvio della crisi e il 2014 è stata, del resto, intensa e più elevata di quella delle altre ripartizioni, con una riduzione del Pil che ha superato il 12 per cento.

Le indicazioni fornite dall’Istat sono un quadro indispensabile per l’elaborazione delle scelte politiche future per il Paese.

Salvatore Rondello

Economia. L’Italia rallenta ma continua a crescere

produzione industriale

L’economia italiana continua a crescere, ma più lentamente. “Si rafforzano i segnali di rallentamento delineando uno scenario di minore intensità della crescita” scrive l’Istat nell’ultima nota mensile sull’andamento dell’economia italiana relativa al mese di aprile.In particolare la produzione del settore manifatturiero e le esportazioni hanno registrato alcuni segnali di flessione, l’occupazione è tornata ad aumentare, anche se quella femminile ha segnato una pausa; l’inflazione infine si è confermata moderata e in ripiegamento.

L’indicatore anticipatore dell’Istat si mantiene su livelli elevati anche se si rafforzano i segnali di rallentamento, “delineando uno scenario di minore intensità della crescita economica”, scrive la Nota mensile dell’istituto, che fotografa un primo trimestre in cui la crescita ha avuto lo stesso ritmo dei trimestri precedenti. Ad aprile la fiducia di imprese e famiglie è caratterizzata da una generale tendenza al peggioramento. Il clima di fiducia dei consumatori è lievemente diminuito mantenendosi sui livelli comunque elevati mentre l’indice composito del clima di fiducia delle imprese ha evidenziato un peggioramento influenzato dai giudizi negativi delle imprese del commercio mentre quelle delle costruzioni sono le uniche a fornire un quadro positivo. In particolare nel settore manifatturiero “il peggioramento della fiducia è attribuibile quasi interamente alla componente degli ordini”.

L’Istat nella Nota ricorda come il ritmo di crescita dell’economia italiana si mantenga stabile (+0,3% la crescita congiunturale nel primo trimestre 2018), sostenuto dalla domanda interna, mentre la componente estera netta ha fornito un contributo negativo. Con il valore aggiunto dell’industria che registra una variazione pressoché nulla, “interrompendo il percorso di crescita degli ultimi trimestri”. Tra l’altro gli indicatori congiunturali dell’industria avevano già manifestato segnali di flessione: nei primi due mesi dell’anno sia l’indice della produzione industriale che il volume delle esportazioni erano diminuiti (-0,5% e -0,6% le variazioni congiunturali a febbraio rispetto al mese precedente). In controtendenza come detto il settore delle costruzioni che mostra segnali di ripresa. Nel terzo trimestre i permessi di costruire hanno registrato una variazione moderatamente positiva sia in termini di numero di abitazioni in nuovi fabbricati residenziali (+1,0%) sia di superficie utile abitabile residenziale (+0,2%). Con l’andamento dei permessi per nuova edilizia non residenziale che è tornato vivace, con un forte aumento nel terzo trimestre (+14,4%).

A marzo riprende la crescita dell’occupazione, trainata dal miglioramento della componente maschile (+0,6% rispetto al mese precedente), dagli indipendenti (+1,1%) e dalla classe di età 25-34 anni. Si arresta quindi il contributo positivo alla crescita dell’occupazione fornito dalla componente femminile. Sia il tasso di occupazione sia la disoccupazione migliorano ma si mantengono ancora sotto la media europea. Con riferimento alla media del 2017, il tasso di occupazione per la popolazione 20-64 anni era pari al 62,3% (72,2% la media europea). La componente femminile è risultata più distante dalla media europea (rispettivamente 52,5% e 66,5%).

A marzo infine il tasso di disoccupazione italiano è rimasto stabile all’11,0% (8,5% la media dell’area euro). Sul fronte dell’inflazione l’economia italiana rimane caratterizzata dall’assenza di significative pressioni sui prezzi in tutte le fasi della loro formazione. In aprile la stima preliminare dell’indice al consumo segnala un rallentamento dell’inflazione. E così il tasso di incremento su base annua torna al livello di febbraio (+0,5%), con una riduzione di 3 decimi di punto rispetto a marzo.

Psi: “Sul Pil dati incoraggianti ma ancora tanto da fare”

Pil Italia-cresce

La crescita economica, a inizio del 2018, è in frenata nell’area euro. Nel primo trimestre il Pil ha segnato un incremento dello 0,4 per cento rispetto ai tre mesi precedenti, secondo la stima preliminare diffusa da Eurostat, mentre il ritmo di espansione su base annua si è smorzato al 2,5 per cento.

Nell’ultimo trimestre del 2017 il Pil dell’Unione valutaria aveva segnato un più 0,7 per cento dai tre mesi precedenti e un più 2,8 per cento su base annua. Quindi, lo scenario di frenata della crescita evidenziato da diversi indicatori e indagini è stato confermato, anche se ancora non è chiara la natura temporanea di questa dinamica.

Guardando all’intera Unione europea a 28, sempre secondo Eurostat, il Pil ha segnato un più 0,4 per cento congiunturale e un più 2,4 per cento su base annua.

Per quanto riguarda l’Italia, dalle stime preliminari diffuse dall’Istat, il prodotto interno lordo è cresciuto dello 0,3% nel primo trimestre rispetto ai tre mesi precedenti e dell’1,4% in termini tendenziali (era +1,6% nel IV trim. 2017). La variazione acquisita per il 2018 è pari a +0,8%.

L’incremento congiunturale del Pil italiano, secondo l’Istituto di statistica, è la sintesi di un aumento del valore aggiunto dei settori dell’agricoltura, silvicoltura e pesca e dei servizi, mentre il valore aggiunto dell’industria ha segnato una variazione quasi nulla. Dal lato della domanda, vi è un contributo positivo della componente nazionale (al lordo delle scorte) e un apporto negativo della componente estera netta.

L’Istat ha commentato: “All’inizio del 2018 l’economia italiana è cresciuta a un ritmo congiunturale dello 0,3% segnando un risultato analogo a quello del trimestre immediatamente precedente e confermando il rallentamento rispetto alla dinamica più marcata registrata nella prima parte del 2017. La lieve decelerazione emersa nel periodo più recente determina un contenuto ridimensionamento del tasso di crescita tendenziale che scende all’1,4%. Con il risultato del primo trimestre, la durata dell’attuale fase di espansione dell’economia italiana si estende a 15 trimestri; il livello del Pil risulta ancora inferiore dello 0,9% rispetto al precedente picco del secondo trimestre del 2011 ma superiore del 4,4% rispetto all’inizio della fase di recupero”.

Contestualmente, l’Istat ha reso noto che il tasso di disoccupazione a marzo è rimasto stabile all’11,0% rispetto al mese precedente mentre quello giovanile è sceso al 31,7% (-0,9 punti percentuali). La crescita della disoccupazione si è concentrata tra le donne e i 35-49enni. Secondo l’Istat, il numero degli occupati ha continuato a crescere a marzo (+0,3% rispetto a febbraio, pari a +62 mila), con un tasso di occupazione che è salito di 0,2 punti attestandosi al 58,3%.

Parallelamente, dopo il calo di febbraio, sono aumentate le persone in cerca di occupazione (+0,7% pari a +19 mila) mentre gli inattivi tra i 15 e i 64 anni sono diminuiti dello 0,8% (-104 mila). Il calo riguarderebbe entrambi i generi e tutte le classi di età ad eccezione dei 15-24enni. Il tasso di inattività è sceso al 34,3% (-0,3 punti percentuali rispetto a febbraio). La crescita dell’occupazione ha interessato tutte le classi di età ad eccezione dei 35-49enni con un aumento maggiore per i giovani 25-34enni (+0,9 punti percentuali). La crescita è dovuta interamente alla componente maschile mentre per le donne, dopo l’aumento dei mesi precedenti, si è registrato un calo.

Il commento dell’Istat: “una ripresa degli indipendenti, che recuperano in parte la diminuzione osservata nei primi due mesi dell’anno e, in misura più lieve, dei dipendenti a termine, mentre restano sostanzialmente stabili i permanenti”.

Nell’arco del primo trimestre 2018 gli occupati sono aumentati dello 0,1% rispetto al trimestre precedente (+21 mila). L’aumento ha interessato gli uomini e tutte le classi di età ad eccezione dei 35-49enni. Sono aumentati i dipendenti a termine (+66 mila), mentre sono diminuiti lievemente i permanenti (-8 mila) e in misura più consistente gli indipendenti (-37 mila). Alla crescita degli occupati nel trimestre si è accompagnato un lieve aumento dei disoccupati (+0,1%) e un calo degli inattivi (-0,3, -34 mila).

Su base annua è continuato l’aumento degli occupati (+0,8%, +190 mila). La crescita ha interessato uomini e donne e riguarda esclusivamente i lavoratori a termine (+323 mila), mentre sono in calo i permanenti (-51 mila) e gli indipendenti (-81 mila). Sono aumentati soprattutto gli occupati ultracinquantenni (+391 mila per effetto della legge Fornero) e, in misura minore, i 15-34enni (+46 mila) mentre sono in calo i 35-49enni (-246 mila). Nell’arco di un anno sono diminuiti sia i disoccupati (-4,0%, -118 mila) sia gli inattivi (-1,1%, -150 mila).

Maria Cristina Pisani, giovane portavoce del PSI, ha commentato i dati dell’Istat: “I dati diffusi dall’ISTAT sul miglioramento della situazione lavorativa del nostro Paese, soprattutto per quello che riguarda i giovani, sono incoraggianti anche se c’è tanto ancora da fare. Preoccupa, invece, il dato congiunturale dell’ultimo mese scomposto per sesso che descrive, a fronte di un aumento tra gli uomini, un calo dell’occupazione fra le donne. I dati diffusi dall’ISTAT parlano, infatti, di un ritorno dei tassi di occupazione a livelli pre-crisi, evidenziando un  aumento significativo del numero degli occupati e un crollo degli inattivi.
Sono segnali che indicano la necessità di non spegnere i riflettori sul tema della parità di genere, nella società come nel mondo del lavoro; una battaglia di civiltà, di progresso sociale ed economico che mi vedrà sempre in prima linea”.

Da Washington, un autorevole giudizio di sintesi sull’Italia è arrivato con convinzione da Alessandro Leipold, il nuovo rappresentante dell’Italia nel Consiglio del Fondo Monetario Internazionale: “Le prospettive di breve termine per l’Italia non sono così male tanto che il consenso è per una continuazione della ripresa. L’outlook strutturale si fa però più incerto se si prende in considerazione un’orizzonte temporale più lungo”.

Il successore di Carlo Cottarelli all’istituto di Washington è stato premiato ieri a New York dal Gruppo esponenti italiani (Gei) presieduto da Lucio Caputo. In quell’occasione, oltre a descrivere il quadro economico italiano, l’ex capo economista del Lisbon Council e storico membro dell’Fmi ha cercato anche di descrivere al pubblico internazionale la situazione politica del nostro Paese senza avere informazioni da insider.

Dal punto di vista economico, Leipold ha descritto la linea del Fondo emersa dai recenti Spring Meetings che si sono svolti nella capitale Usa. Per l’Italia, è prevista una crescita del Pil nel 2018 dell’1,5%. Leipold ha detto: “Non è un tasso di crescita fantastico ma è il migliore degli ultimi 10 anni con l’eccezione del 2010, quando ci fu un rimbalzo dalla crisi. Certo. Rischi esterni non Made in Italy come le tensioni commerciali o quelle geopolitiche potrebbero cambiare il quadro, che attualmente resta tutto sommato incoraggiante. E’ nel medio-lungo termine che i nodi strutturali dell’Italia emergono. A cominciare da una crescita della produttività molto deludente”. Per Alessandro Leipold sarebbe un peccato che alla fine, nel nostro Paese non si riesca a sfruttare il momento attuale favorevole per attuare le tanto necessarie riforme.

Sul fronte politico, Leipold ha spiegato ad un pubblico internazionale: “Il presidente della Repubblica sta provando tutte le opzioni possibili per formare un governo mentre nel PD aumentano le divisioni di chi vorrebbe almeno intavolare un confronto con il M5S, il primo partito alle elezioni. Un governo di minoranza è stato giudicato come improbabile e instabile. Un governo del presidente è decisamente più difficile della grand coalition tedesca. Un governo ponte in vista di nuove elezioni a questo punto è il più probabile ma porterebbe a chiedersi quando gli italiani tornerebbero a votare. Difficilmente in estate. Idealmente, la chiamata alle urne dovrebbe verificarsi dopo la riforma del sistema elettorale. Ma quella riforma pare improbabile perché implicherebbe la necessità di un consensus. E se le elezioni sono tenute con il sistema attuale, è molto probabile che si ottengano gli stessi risultati comportando un altro stallo”.

Leipold si è detto “speranzoso” perché “la speranza è l’ultima a morire”. L’Italia può sempre ricorrere a “l’arte di arrangiarsi” che, ha precisato, ha un significato sia negativo sia positivo. Nel frattempo però “la voce dell’Italia è assente” nei grandi dibattiti di questo momento, dai dazi su acciaio e alluminio alla definizione dell’architettura dell’Eurozona.

Sempre oggi, la Commissione europea ha presentato, a Bruxelles, la sua proposta per il nuovo quadro finanziario pluriennale per il bilancio 2021-2027 dell’Ue, il primo senza il Regno Unito. La proposta prevede un bilancio complessivo da 1.279 miliardi di euro, in termini di impegni a prezzi correnti, per i sette anni dell’esercizio, corrispondente all’1,11% del Pil complessivo dei Ventisette, in leggero aumento rispetto dell’1% dei Pil dei Ventotto dell’attuale quadro di bilancio pluriennale 2014-2020.

Nel primo pomeriggio, immediatamente dopo la riunione dei 28 commissari che ha varato la proposta, il capo dell’Esecutivo comunitario, Jean-Claude Juncker, ha presentato la proposta alla plenaria del Parlamento europeo, definendola “ragionevole e responsabile”. Juncker ha spiegato: “Ci occorre un bilancio sufficiente per le nostre ambizioni, e quindi ambizioso, ma anche equilibrato e giusto per tutti”.

Dunque, qualche spiraglio favorevole potrebbe esserci anche nel medio e lungo periodo. Purtroppo, il quadro politico attuale è preoccupante. Se le ragioni di parte dovessero prevalere sugli interessi del Paese, sarebbe un vero peccato. In altri tempi, uomini politici come Nenni erano disposti a sacrificare il proprio partito consapevoli che le scelte da fare erano le migliori possibili per il progresso del Paese.

Salvatore Rondello

Migliora il Paese, ma resta il divario con il Mezzogiorno

istat pil mezzogiorno

L’ISTAT ha presentato oggi il rapporto “Noi Italia”. Dalla descrizione dei principali fenomeni economici, sociali e ambientali emerge un Paese in netto miglioramento in molti ambiti  ma persistono alcuni punti di debolezza con riferimento  soprattutto al Mezzogiorno. Sul fronte dell’occupazione, il Sud si colloca  all’ultimo posto nella graduatoria dell’Ue, nel confronto tra macro-aree italiane e Paesi Ue. Ma ci sono anche le eccellenze agroalimentari e il buon andamento degli aspetti legati alla salute.

Secondo l’Istat, l’Italia presenta un’aspettativa di vita fra le più alte in ambito europeo: occupa il secondo posto per gli uomini e il quarto per le donne. La speranza di vita (come indicatore sintetico della qualità delle condizioni di vita) nasconde tuttavia l’esistenza di disuguaglianze a livello territoriale, riassumibili in uno svantaggio del Mezzogiorno di circa un anno rispetto al resto del Paese, ma che diventano circa tre anni considerando gli estremi della provincia autonoma di Trento (valore più alto) e la Campania (valore più basso).

Tra il 2015 e il 2016 la quota delle famiglie che vanno avanti sotto la soglia della povertà, in Italia, è rimasta sostanzialmente stabile, confermando inoltre il forte svantaggio del Mezzogiorno.

Però, se si guarda all’intensità del fenomeno, ovvero a quanto poveri sono i poveri, allora si riscontra un aumento: dal 18,7% del 2015 al 20,7% del 2016. La cosa che può apparire come una sorpresa: l’intensità della povertà assoluta risulta più accentuata al Centro Nord (dal 18,0% al 20,8%) che nel Mezzogiorno (dal 19,9% al 20,5%).

Oltre all’analisi dell’Istat, oggi, la Banca d’Italia ha presentato il rapporto semestrale sulla stabilità finanziaria. L’Istituto centrale avverte: “In Italia l’impatto sul costo medio dei titoli di Stato di un eventuale rialzo dei tassi di interesse sarebbe attenuato dalla loro lunga vita residua. L’alto livello del debito pubblico rende tuttavia l’economia italiana vulnerabile a forti tensioni sui mercati finanziari e a revisioni al ribasso delle prospettive di crescita”.

Il rapporto della Banca d’Italia ha anche evidenziato: “La situazione finanziaria delle famiglie italiane è solida. L’indebitamento è contenuto; la crescita del reddito disponibile e i bassi tassi di interesse ne favoriscono la sostenibilità. Mentre la ripresa economica sostiene la redditività delle imprese e ne attenua la vulnerabilità. Permangono però aree di fragilità tra le imprese di minore dimensione e nel settore delle costruzioni, caratterizzato da un indebitamento elevato e da livelli di attività ancora contenuti”.

Mentre, per le banche: “La qualità del credito continua migliorare e i flussi di nuovi prestiti deteriorati sono sui livelli precedenti la crisi finanziaria. Il peso dei crediti deteriorati nei bilanci degli intermediari è in forte riduzione, soprattutto per le banche che hanno effettuato ingenti operazioni di cessione; rimane però elevato per diversi intermediari”.

Concludendo, la Banca d’Italia ha affermato: “La crescita robusta dell’economia globale mitiga i rischi per la stabilità finanziaria. I mercati azionari e obbligazionari appaiono tuttavia particolarmente esposti a eventi economici e geopolitici inattesi che possono innescare, come avvenuto in recenti episodi, variazioni anche ampie dei prezzi dei titoli”.

Le preoccupazioni manifestate dalla Banca d’Italia non sempre si presentano in modo inatteso. Oggi, arrivata notizia sulla preoccupante brusca frenata della crescita economica in Gran Bretagna ad inizio di quest’anno. Il Pil del primo trimestre ha registrato un incremento limitato allo 0,1 per cento, il più basso da 5 anni a questa parte. Secondo l’ufficio di Statistica della Gran Bretagna, che ha diffuso la stima preliminare, si tratta infatti del progresso più contenuto da quello registrato nel quarto trimestre del 2012.

In particolare, nel Regno Unito, si è assistito ad un netto rallentamento del settore manifatturiero. Nell’ultimo trimestre del 2017 il Pil inglese aveva segnato un più 0,4%. Sulla frenata inglese, potrebbero influire gli effetti della ‘Brexit’.

Come si potrà notare, la situazione economica resta precaria e gli sviluppi futuri potrebbero essere imprevedibili.

Salvatore Rondello

Perché non si può abolire la Legge Fornero

Il presidente dell'Inps Tito Boeri

Il presidente dell’Inps Tito Boeri

Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ripete da mesi che è impossibile cancellare la legge Fornero. In piena campagna elettorale, quando Lega e M5S parlavano di cambiare il sistema pensionistico, Boeri aveva detto: “Sulle pensioni ancora oggi dalla politica arrivano promesse da marinaio, insostenibili”.
Proprio ieri la Bce ha lanciato un allarme: “no a passi indietro sulle riforme pensionistiche  nella zona euro o si metterebbe a repentaglio la sostenibilità dei conti pubblici”. In un articolo contenuto nell’ultimo Bollettino economico, la Banca centrale europea ha ribadito il monito ai Paesi della moneta unica affinché attuino con efficacia le riforme del sistema previdenziale adottate negli ultimi anni.
Ma non solo. Secondo gli esperti ci vuole prudenza nel mettere mano alla Fornero, facendo un passo indietro, non basta. La situazione attuale, fa pensare che sia addirittura necessaria una riforma bis.
Giuliano Cazzola, economista ed esperto di previdenza, ha detto: “Nelle previsioni della Ue vi sono dei notevoli scostamenti rispetto a quelle della Ragioneria dello Stato. Per farla breve, nel picco dell’incidenza della spesa sul Pil vi sono ben due punti di differenza in più (il 18% anziché il 16%). La valutazione più severa deriva in primo luogo dal peggioramento dei trend demografici: l’attesa di vita si allunga più del previsto mentre le nascite continuano il loro ciclo al ribasso, così la quota degli over 65 arriverà ad oltre un terzo della popolazione. Ciò dovrebbe far comprendere a tutti come sarebbe sbagliato abolire o manomettere l’aggancio automatico dell’età e dell’anzianità all’incremento dell’aspettativa di vita. Ma l’elemento più importante alla base dello scostamento nelle previsioni risiede nella differente valutazione dei tassi di crescita in quanto la Ue, come del resto anche il Fmi nel suo recente working paper, ritiene che le nostre stime siano troppo generose. Questo è l’aspetto opinabile delle previsioni della Ue: sta a noi dimostrare di saper affrontare la sfida di una crescita sostenuta. Certo, a fronte di tali scenari solo degli irresponsabili potrebbero dare corso a promesse elettorali sulle pensioni, totalmente insostenibili. Quanto a una seconda riforma, posso solo dire che il cantiere delle pensioni è per definizione sempre aperto perché l’equilibrio del sistema, sarebbe più corretto parlare di un disequilibrio accettabile, dipende da tanti fattori economici, demografici ed occupazionali, che possono rapidamente mutare, mandando al macero interi volumi di previsioni. Personalmente penso che, se si presentasse la necessità, basterebbe ripristinare la riforma del 2011 al netto delle correzioni dirette o indirette che vi sono state apportate nella trascorsa legislatura in particolare abolendo le norme sui cosiddetti quarantunisti e la cosiddetta 14esima, evitando accuratamente di aggiungere nuove categorie di lavoro disagiato con le relative deroghe, ripristinando il limite dei 62 anni per andare in quiescenza anticipata senza penalizzazioni economiche. Non si dimentichi poi che tutto il pacchetto dell’Ape è di carattere sperimentale fino alla fine del 2019. Ma la prima cosa da fare è impedire che vadano avanti i progetti di abolizione della riforma Fornero”.
Più voci esperte sostengono l’impossibilità tecnica di modificare la legge Fornero tenuto conto della situazione attuale.
Sarà un bel problema da risolvere per il nuovo esecutivo che non potrà mantenere le promesse elettorali.

Paola Subacchi. Il tallone di Achille della politica della Cina

paola subacchiÈ diffusa l’idea che, dopo essere stata un fattore di stabilità del quadro economico mondiale, l’integrazione della Cina nell’economia globale sia destinata ad un futuro incerto; ciò, perché i ritmi del suo impetuoso sviluppo hanno generato squilibri territoriali, settoriali e sociali interni, ai quali, in questi ultimi anni, si sono aggiunti quelli finanziari, causati dal crescente indebitamento complessivo delle imprese e dello Stato. Questi ultimi squilibri hanno dato luogo ad una situazione economica e sociale potenzialmente tanto instabile, da mettere in dubbio la possibilità che possano essere perseguiti gli obiettivi stabiliti in occasione dell’ultimo congresso del Partito Comunista Cinese, svoltosi sul finire dell’anno scorso.
Com’è noto, il processo di integrazione della Cina nell’economia mondiale, teorizzato ed avviato alla fine degli anni Settanta da Deng Xiaoping, dopo aver sconfitto la politica conservatrice e isolazionista praticata da Mao Zedong, dall’atto della fondazione della Repubblica Popolare nel 1949, ha consentito al grande Paese asiatico, non solo di crescere a ritmi sostenuti, ma anche di adottare un sistema di gestione dell’economia più vicino al libero mercato, sia pure con “caratteristiche cinesi”, che non al metodo della pianificazione rigidamente centralistico.
Paola Subacchi, senior fellow del Royal Institute of International Affairs londinese, in “Cina: tra tracollo e mercato” (Astenia, n. 79/2017), sostiene che una schiera crescente di analisti mette ora in dubbio la possibilità che la Cina possa continuare, negli anni a venire, a svolgere come nel passato la funzione stabilizzatrice del mercato mondiale; gli analisti mettono soprattutto in dubbio che la nuova leadership cinese, espressa dalla fazione vincente di Xi Jinping, uscita vittoriosa dall’ultimo congresso del partito comunista, possa riuscire a mantenere il tasso di crescita in linea con l’obiettivo economico stabilito in una crescita del PIL pari al 6,5% annuo, senza incorrere in una situazione di instabilità finanziaria. In particolare, essi non credono che la Cina possa riuscire a conservare il controllo sulle banche e, nello stesso tempo, “persuadere gli investitori internazionali a detenere attività finanziarie denominate in una moneta parzialmente internazionalizzata come il renminbi”, il cui governo dipende più dalle decisioni politiche della Banca centrale, che dagli andamenti del mercato.
A sollevare i maggiori dubbi è il tentativo del governo cinese di limitare il rischio dell’instabilità finanziaria attraverso l’introduzione di un rigido controllo dei capitali in entrata ed in uscita dal Paese. Secondo la Subacchi, le difficoltà finanziarie delle quali soffre oggi l’economia cinese sono da ricondursi alla particolare accelerazione che ne avrebbe caratterizzato l’economia negli anni immediatamente precedenti e successivi alla crisi della Grande Recessione che ha colpito l’economia mondiale a partire dal 2007/2008. “Tra il 1990 e il 2016 – afferma la Subacchi – il PIL è aumentato in termini reali al tasso medio annuo di circa il 10%, facendo del Paese la seconda più grande economia dopo gli Stati Uniti e il principale esportatore […]. Il PIL pro-capite è passato da 350 dollari in termini nominali nel 1990 ai circa 8.300 dollari attuali”, favorendo l’uscita dalla condizione di povertà estrema a 500 milioni di persone.
In sostanza, negli ultimi trent’anni, con una politica di apertura cresce verso il resto del mondo, a fronte di un’economia mondiale in forte espansione, la Cina ha potuto sostenere la crescita della propria economia secondo ritmi che non hanno uguali nella storia, disponendo di forza lavoro a basso costo e di un elevato tasso i risparmio interno, che ha consentito alle imprese di poter disporre di finanziamenti a basso tasso di interesse. A ciò va aggiunto anche il sostegno del quale le attività produttive hanno fruito, grazie al controllo del tasso di cambio, permettendo alle imprese di conservare costante la loro competitività sul mercato internazionale. Alle particolari condizioni operative che hanno consentito alle imprese cinesi di affermarsi sui mercati mondiali, devono essere aggiunti anche gli effetti positivi degli investimenti diretti esteri, in termini non solo di capitale finanziario, ma anche di tecnologie avanzate e di competenze professionali.
L’enorme balzo in avanti del sistema economico cinese inizia ora a presentare un costo, espresso, in particolare, come già si è detto, dal crescente indebitamento dello Stato e dei governi provinciali; ciò è da imputarsi al fatto che, nonostante il risparmio delle famiglie ammonti al 38% del loro reddito netto, il debito complessivo ammonta a circa il 300% del PIL; un livello decisamente anomalo, se si considera che l’indebitamento totale prima dell’inizio della Grande Recessione era di circa il 130% del PIL. L’alto indebitamento, interno e internazionale, induce gli analisti a pensare che la prossima crisi finanziaria globale possa partire proprio dalla Cina.
Il governo cinese cerca di ricorrere ai ripari, aumentando i controlli, al fine di limitare i flussi finanziari in uscita ed intensificando, tra l’altro, l’attività di intermediazione fuori dai normali canali del credito, con la pratica del sistema bancario ombra (shadow banking), del quale in tutti gli anni di crescita sostenuta la Cina si è avvalsa. Notoriamente, il sistema bancario ombra è costituito dal complesso degli intermediari che erogano servizi bancari senza essere soggetti alla relativa regolamentazione. In particolare, tale attività è svolta mediante la raccolta di fondi in forme diverse da quella delle operazioni di deposito, e quindi, non sottoposte ai limiti imposti dalla regolamentazione e dalla vigilanza bancaria, tra i quali i requisiti patrimoniali di garanzia richiesti dagli accordi di Basilea. L’espansione di questo sistema è da ricondursi per lo più alla decisione, assunta dalle banche di diversi Paesi negli anni precedenti la crisi (anche grazie all’utilizzo di nuove tecnologie informatiche), di “esternalizzare” alcune attività, caratterizzate, oltre che da elevati margini di guadagno, anche da un forte livello di rischio, da una rilevante trasformazione della scadenza della liquidità e da un’ampia leva finanziaria (indebitamento delle imprese), tramite l’utilizzo di strumenti derivati.
A questo sistema di intermediazione del credito la Cina ha fatto ricorso, per consentire alla proprie imprese di godere della disponibilità di “prodotti di risparmio gestito” fuori da ogni controllo. Ciò ha avuto la conseguenza che il perseverare della pratica dell’intermediazione fuori dai canali istituzionali abbia “inibito lo sviluppo di un settore bancario efficiente e trasparente, con mercati finanziari liquidi e diversificati.
Il risultato finale del malfunzionamento del sistema del credito è stata la necessità di ricorrerete a rigidi controlli dei movimenti di capitali da e verso i mercati esteri, che hanno “ingessato” l’”integrazione finanziaria della Cina nei mercati internazionali di capitali”, impedendo che la valuta nazionale divenisse la base per la costruzione di una sia pur limitata base valutaria indipendente dal dollaro. A differenza della valuta americana, ma anche di altre importanti valute, il renminbi è quotato solo in alcune grandi piazze finanziarie”.
Per superare la situazione di crisi, la Cina deve perciò procedere in tempi brevi a profonde riforme delle sue istituzioni finanziarie; riforme però che, a parere di Paola Subacchi, dovranno “affrontare il problema del legame tra leadership, banche e imprese di Stato che inficia la trasparenza, la governance e l’indipendenza” dell’intero sistema del credito”. La soluzione di questo problema non sarà facile in tempi brevi, in considerazione del fatto che la leadership attuale, pur consapevole dell’urgenza delle riforme, ritiene che i tempi di riforma, a differenza di quanto accaduto per l’economia reale, debbano essere graduali e tali da assicurare al sistema del credito le irrinunciabili “caratteristiche cinesi”; in altri termini, le riforme non dovranno minimamente attenuare la possibilità del controllo politico sul funzionamento complessivo del sistema economico.
Realizzare “un equilibrio tra apertura e controllo che non ingessi il mercato e allo stesso tempo non indebolisca il potere del governo è un dilemma – afferma la Subacchi – che attanaglia la leadership cinese dai tempi di Deng Xiaoping”; il rischio che l’instabilità finanziaria possa ulteriormente peggiorare sta inducendo il governo cinese a propendere verso un maggior controllo del sistema del credito, destinato ad ostacolare gli ambiziosi piani di crescita e sviluppo promessi dal segretario del partito Xi Jinping.
La scelta di optare per un maggior controllo sul funzionamento del sistema economico è destinata ad avere un impatto frenante, se non negativo, sul “processo di integrazione della Cina nel sistema monetario e finanziario internazionale”, limitando la possibilità che il renminbi possa diventare strumento di regolazione delle transazioni internazionali; fatto, questo, molto limitante, se si pensa che la valuta nazionale cinese è stata recentemente inclusa nel paniere delle monete che finanziano i “diritti speciali di prelievo emessi dal Fondo monetario internazionale”: lo stretto controllo cui è sottoposto il sistema cinese del credito farà del renminbi una moneta a limitata circolazione internazionale, che ostacolerà non poco l’obiettivo della Cina di aumentare la presenza della propria economia nei mercati mondiali.
Le difficoltà finanziarie della Cina sono oggi oggetto di riflessione da parte degli osservatori internazionali. Essi sono preoccupati delle possibili difficoltà cui può andare incontro l’economia cinese, come dimostra, ad esempio, il fatto che l’Asia Society Policy Institute e il Rhodium Group (società di studio e consulenza internazionali in tema di gestione degli investimenti, di pianificazione strategica nei settori finanziario e aziendale) abbiano creato un gruppo di lavoro ad hoc, il China Dashboard (alla lettera: pannello di comando cinese); compito di quest’ultimo sarebbe quello di studiare non tanto ciò che le organizzazioni internazionali ritengono che la Cina debba fare, quanto gli obiettivi che essa si è data sul piano delle riforme e dei risultati sinora raggiunti.
A preoccupare gli osservatori internazionali riguardo al futuro della Cina, infatti, non è solo la sua capacità di tenuta in fatto di crescita del PIL, ma anche la possibilità che essa cada nella “middle income trap”, la trappola nella quale incorrono, dopo un periodo di crescita sostenuta, le economie emergenti; ciò perché un modello di crescita centrato sugli investimenti non sempre consente a un Paese, dopo un periodo di crescita sostenuta, l’opportunità di conseguire ulteriori incrementi dei livelli di reddito pro-capite, propri di un’economia avanzata. L’esperienza consente di rilevare che, in molti casi, i Paesi emergenti sono andati incontro a serie difficoltà nella prosecuzione del loro processo di crescita.
Per uscire dalla probabile trappola, alcuni osservano che la Cina potrebbe avvalersi della teoria neo-schumpeteriana, elaborata dagli economisti Philippe Aghion e Peter Howitt, secondo i quali la crescita può essere rilanciata da innovazioni in grado di riformare la struttura dell’offerta, le regole sottostanti la mobilità sociale, l’organizzazione tradizionale dello Stato, le modalità di acceso al credito e le strutture formative.
Queste innovazioni sono strumentali alla fuoriuscita dalla “trappola del reddito medio”; ciò, però, nel caso della Cina si scontra con la lentezza delle necessarie riforme, e soprattutto con la pretesa di realizzarle sotto il rigido controllo del partito: un dilemma assai arduo da risolvere, per un Paese che si propone di diventare la prima economia globale.

Gianfranco Sabattini

Cresce il Pil, ma l’occupazione è in calo

istat defL’ISTAT ha confermato il rialzo della stima del PIL basato sulla media dei quattro trimestri. Il Pil italiano ha registrato nel 2017 un aumento dell’1,5% (la stima era stata fatta a +1,4%). Si tratta del rialzo massimo registrato dal 2010 quando fu +1,7%. Rispetto al 2016 l’accelerazione è netta (la crescita nel 2016 è stata dello 0,9%). Si tratta dell’incremento maggiore dal 2010, quindi da sette anni. Il dato è in linea con le indicazioni del Governo, che nella Nota di aggiornamento al Def ha previsto un rialzo dell’1,5%. Il rapporto debito-Pil dell’Italia è risultato nel 2017 pari al 131,5%, in calo rispetto al 132,0% del 2016 secondo quanto ha reso noto l’Istat. Il dato è lievemente migliore rispetto alle indicazioni del Governo, che nella Nota di aggiornamento al Def ha previsto un rapporto in calo al 131,6%. L’avanzo primario è ancora una volta positivo salendo all’1,9% dall’1,5% del 2016. Il saldo è positivo da 8 anni consecutivi.
Il rapporto deficit-Pil nel 2017 è sceso all’1,9%, a fronte del 2,5% dell’anno precedente. Il dato è inferiore alle indicazioni del Governo, che nell’aggiornamento al Def prevedeva un deficit al 2,1% del Pil. Il risultato del non include la contabilizzazione degli effetti dei salvataggi delle banche venete ed ha sottolineato: “per definirli si attende la valutazione di Eurostat, richiesta con procedura formale”.
Nel 2017 la pressione fiscale in Italia è scesa al 42,4% del Pil, in calo rispetto al 42,7% dell’anno precedente. È quanto emerge dal report dell’Istat sui conti pubblici.
Il premier Paolo Gentiloni, in visita al Talent Garden di Roma, ha dichiarato: “Oggi abbiamo ricevuto dall’Istat dei dati molto incoraggianti per la nostra economia, non solo per conferma crescita finalmente rilevante ma anche perché udite udite, cala il debito pubblico. I dati Istat non dipingono un Paese che ha risolto i propri problemi, ma un’economia che migliora e può produrre una società che migliora. È questo l’obiettivo per i prossimi anni: non andare fuori strada, non dilapidare i risultati raggiunti”. Così il premier Paolo Gentiloni al Talent Garden, spiegando che crescita, calo record del deficit, calo della pressione fiscale, perfino la riduzione del debito vanno utilizzati nel verso giusto per avere più qualità più benessere e funzionamento migliore dei nostri servizi”.
Il miglioramento della contabilità nazionale purtroppo non ha ancora gli effetti sperati sul piano occupazionale.
A gennaio la disoccupazione è risalita all’11,1% (+0,2 punti percentuali rispetto a dicembre scorso). L’Istat, ha commentato i dati rilevati spiegando che il tasso non aumentava da luglio scorso. La stima delle persone in cerca di occupazione torna a crescere (+2,3%, +64 mila) dopo cinque mesi consecutivi di calo.
Tuttavia, è presente qualche nota positiva. Su base annua i disoccupati risultano in discesa (-147 mila). Si contano così 2 milioni e 882 mila disoccupati.
Però, il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni a gennaio è sceso al 31,5% (-1,2 punti). La comunicazione del l’Istat, spiega che si tratta del minimo da dicembre 2011 quando il tasso dei giovani disoccupati era pari al 31,2%. Sul fronte dell’occupazione l’Istituto ha segnalato la crescita per gli under25, che su base mensile salgono di 61 mila unità (+6%), attestandosi a 1 milione e 74 mila occupati. Tanto che il tasso di occupazione giovanile sale al livello più alto da ottobre 2012 (18,3%).
A gennaio, l’occupazione femminile ha toccato un record storico, salendo al 49,3%. L’Istat, ha commentato la rilevazione aggiungendo che il tasso di inattività delle donne è sceso al 43,7%, anche in questo caso un minimo assoluto. Il tasso di occupazione delle donne resta comunque di quasi 20 punti percentuali inferiore a quello degli uomini (67%).
I segnali sulla salute dell’economia italiana sono incoraggianti. Anche se ancora non si è raggiunta la media dell’UE, il percorso iniziato sta dando i suoi frutti meglio di quanto sperato. In futuro sarà possibile raggiungere la media europea e forse sarà possibile superarla, ma è necessario dare continuità all’azione di politica economica intrapresa dall’attuale governo. Le spinte populiste e demagogiche sono impraticabili perché avrebbero effetti disastrosi sul Paese. La ricerca scientifica, la qualità dei prodotti e dei servizi, la produzione ad alta tecnologia ed ad alto valore aggiunto, l’utilizzo di nuovi brevetti nella produzione, i marchi a denominazione di origine controllata per i prodotti agricoli, la valorizzazione dei beni culturali per incrementare il turismo annuale d’oltrefrontiera e l’efficienza della pubblica amministrazione, potrebbero diventare i punti di forza del sistema Paese per realizzare un futuro migliore. Bisogna andare avanti illuminati dal sole della giustizia sociale, evitando il prevalere dei giustizialismi sommari.

Dall’attacco alla lira ai subprime, la sfida sui conti

commissione uePrevale nel mondo della politica e dell’economia l’opinione secondo la quale il debitore ha sempre torto in quanto, a prescindere dalle più differenti cause sottostanti, è stato lui a sottoscrivere il debito. Per il debito pubblico, inoltre, la responsabilità è ‘comodamente’ attribuita all’intera popolazione, anche se non ha avuto alcun ruolo nelle relative decisioni. Lo si fa anche quando la sua crescita è dovuta a evasioni fiscali, incompetenze amministrative, corruzione e ruberie. La giustificazione addotta di solito è: «Devono pagare perché hanno vissuto oltre le loro possibilità». Quando il debito s’impenna a seguito di attività speculative internazionali, tale odioso commento diventa ancora più frequente. Gli ultimi dati relativi al debito pubblico italiano indicano che il suo rapporto rispetto al Pil è di poco meno del 133%. È secondo solo alla devastata Grecia, tanto che in Europa si pongono interrogativi circa il ruolo dell’Italia nella Ue. È un solido elemento oppure è una minaccia d’instabilità? Di conseguenza tutti reclamano riforme strutturali, rientri veloci, tagli e austerità, fino a sollecitar forti sanzioni finanziarie per il mancato rispetto dei cosiddetti parametri di Maastricht. Non conta più il fatto che l’Italia sia stata tra i fondatori dell’Unione. La si vorrebbe relegare nel secondo o addirittura nel terzo ‘girone’, quello a velocità ridotta.

È vero che nei decenni passati l’andamento del debito è quasi sempre stato in crescita, tranne nel biennio 2006-8 del secondo governo Prodi. Ma spesso non si evidenzia che la speculazione finanziaria internazionale, esplosa in alcuni momenti della nostra storia, ha inferto delle tremende accelerazioni al debito pubblico. Non si dimentichi che il primo grande attacco avvenne contro la lira nel 1992. Era parte, come risaputo, del più vasto attacco contro il Sistema monetario europeo (Sme). In Italia, però, tale attacco speculativo si combinò con la pressione internazionale per la privatizzazione delle imprese a partecipazione statale. Il famoso ‘scandalo del Britannia’, lo yacht della regina Elisabetta, su cui finanzieri angloamericani e alti rappresentanti ministeriali e delle Partecipazioni statali si incontrarono per ‘progettare’ le privatizzazioni. La speculazione determinò la svalutazione di circa 30% della lira, trasformando così le privatizzazioni in vere e proprie svendite. Le conseguenze sul debito pubblico furono devastanti.

Il rapporto debito/Pil , che nel 1992 era di 105,4%, salì al 115,6% nel 1993 fino a raggiungere il 121,8% nel 1994. Andamento che, ovviamente, si aggravò ulteriormente sotto la pressione dei mercati che fecero lievitare notevolmente i tassi d’interesse sui titoli di Stato. Fu necessario uno sforzo enorme per tagliare la spesa pubblica e avviare la ripresa. Contrariamente alla vulgata populista, anche l’entrata nell’euro incise positivamente nel riequilibrare il rapporto debito/Pil che si assestò intorno al 103% nel 2004 e di nuovo nel 2007. Purtroppo, subito dopo vi fu la crisi finanziaria globale del 2007-8 che, partita dagli Usa, investì tutto il mondo, in primis l’Europa, colpendo tutti i settori economici, bancari e commerciali provocando crolli nelle produzioni ed enormi salvataggi pubblici delle banche a rischio bancarotta.

La crisi è stata il frutto velenoso della deregulation finanziaria che determinò il crollo dei mutui subprime e il collasso della montagna di derivati finanziari super speculativi a essi collegati. Si ricordi che secondo i dati della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, il valore nozionale globale dei derivati over the counter (otc), cioè contrattati fuori dei mercati regolamentati e tenuti fuori bilancio, era allora di circa 700 trilioni di dollari. Una cifra enorme che nonostante le tante proposte di riforma finanziaria, ancora oggi resta alta, circa 600 trilioni di dollari. I n Italia il rapporto debito/Pil schizzò dal 103,6% del 2007 al 116,0% del 2009. L’impennata più recente si è registrata nel 2011 a seguito dell’attacco speculativo contro l’Italia, che portò lo spread a oltre 500 punti (5%) sopra il tasso d’interesse del Bund decennale tedesco, con effetti pesanti per gli interessi sui titoli di Stato italiani. Ciò determinò la caduta del governo Berlusconi e l’arrivo del governo Monti. L’attacco speculativo si fermò quando Mario Draghi, presidente della Bce, dichiarò che avrebbe utilizzato tutti i mezzi necessari nella difesa dell’euro: il suo famoso «whatever it takes»! Ma il rapporto debito/Pil, che nel 2011 era del 120,7%, schizzò al 127,0% l’anno successivo. È troppo facile affermare, in Europa o in Italia, che la speculazione attacca chi se lo merita. Si dimentica che un’economia più debole deve fare degli sforzi maggiori per recuperare le perdite generate da una crisi a volte provocata da altri.

Ora il debito pubblico, con la sua enormità, ci dice che c’è ancora molto da fare. Nelle sedi europee non servono né l’ottimismo di maniera né la classica voce grossa. A nostro avviso, in quelle sedi bisogna evidenziare anzitutto che il nostro Paese, a causa dei citati ripetuti attacchi speculativi, ha subito un significativo aggravamento del rapporto debito/Pil non inferiore al 30%. Allo stesso tempo bisogna far comprendere la necessità di escludere gli investimenti dai vincoli delle politiche di austerità. Il rapporto debito/Pil si riduce soprattutto con la crescita e lo sviluppo economico sostenuti da una politica di investimenti nelle infrastrutture, nella modernizzazione tecnologica e digitale e nelle stesse politiche sociali. La riscoperta di una finanza rivolta agli investimenti, come i project bond, e non alla speculazione può essere è certamente di grande aiuto.

Crediamo che sia necessario, anche se non facile, definire un sistema di valutazioni e di interventi, anche di carattere giuridico, per evitare che gli effetti della deregulation selvaggia e della speculazione finanziaria siano scaricati, attraverso il crescente debito pubblico, sulle spalle dell’intera popolazione. Altrimenti, come ha ben evidenziato Francesco Gesualdi nell’articolo del 2 febbraio scorso con il quale ha aperto il dibattuto su ‘Avvenire’, l’Italia rischia di rimanere nella trappola del debito, dove il pagamento di alti interessi è fatto attingendo a nuovi debiti pubblici. In merito a questo enorme problema le parole di papa Francesco, quando dice che «i mercati non possono godere di un’autonomia assoluta. Senza risolvere i problemi dei poveri non risolveremo quelli del mondo», ci sembrano le più appropriate ed efficaci.

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

*già sottosegretario all’Economia,
**economista, editorialista di Italia Oggi