PENNA ROSSA EUROPEA

padoanLa Commissione europea marca e corregge ancora una volta i conti italiani. Come previsto la lettera della Commissione europea con la richiesta di aggiustamento
dei conti pubblici italiani è stata ricevuta dal ministero dell’Economia.
Ad annunciarlo è stata la portavoce della Commissione Margaritis Schinas al termine del collegio dei commissari a Strasburgo: “Posso confermare che la lettera è stata inviata”, ha detto il portavoce, spiegando che la missiva “fa parte del dialogo in corso a tutti i livelli”, ed “è in quel senso che va letta”.
“Da novembre dello scorso anno la Commissione europea ritiene che il bilancio dell’Italia per il 2017 possa farci deviare dal percorso pluriennale di riduzione del rapporto debito/pil e ci ha trasmesso una richiesta di intervento per assicurare la conformità del nostro bilancio”. Lo riferiscono fonti del Mef a commento della lettera arrivata da Bruxelles negli uffici del Tesoro.
“Lo scostamento che, secondo la Commissione, andrebbe corretto è stimato in due decimi di punto di Pil. Siamo in contatto con la Commissione e nei prossimi giorni faremo le valutazioni del caso. Se, come e quando intervenire verrà deciso dal Governo nei prossimi giorni”.
La Commissione europea avverte l’Italia che “misure di bilancio aggiuntive pari a uno sforzo strutturale di almeno lo 0,2% del Pil potrebbero essere necessarie per ridurre il divario per il pieno rispetto nel 2017” degli impegni di riduzione del debito previsti dal Patto di stabilità e crescita. In questo modo, secondo quanto si legge nella lettere che la commissione ha inviato oggi al governo italiano, si può “evitare l’apertura di una procedura per deficit eccessivo per il mancato rispetto con la regola del debito basata sui dati del 2015”. Si tratterebbe dunque di una manovra di circa 3,4 miliardi.
A tentare di rassicurare l’Italia ci ha pensato il Ministro delle finanze Padoan: “Ciò che ci distingue da molti interlocutori è la ricetta per perseguire l’obiettivo: mentre altri pensano che l’austerità sia il modo migliore se non addirittura l’unico per ridurre il debito, noi siamo convinti che l’enfasi debba essere messa sulla crescita e l’occupazione”. Pier Carlo Padoan illustra la ricetta italiana per la crescita in una lettera sulla Stampa. Padoan parla di una “crescita sostenibile” e quindi “non drogata dal disavanzo (che infatti diminuisce regolarmente dal 2014), affiancata da riforme strutturali capaci di aumentare stabilmente il potenziale produttivo. Soltanto con una crescita più sostenuta nella dimensione e capace di includere più cittadini, più equilibrata nel rapporto tra componenti della società, si potrà finalmente avviare un recupero pieno del potenziale del nostro Paese”, sottolinea il ministro. Il responsabile dell’Economia concentra la sua riflessione sulla diseguaglianza, “particolarmente elevata” in Italia, e che “limita la mobilità sociale, danneggia la crescita ed è inaccettabile dal punto di vista etico”. In questo senso, aggiunge, “il recente rapporto del World Economic Forum sul legame tra inclusione sociale e crescita conferma le nostre convinzioni: una crescita perseguita senza attenzione all’inclusione è effimera oltre che ingiusta. Aggiungo che può essere tra le cause dell’instabilità politica”. “Per questi motivi abbiamo posto l’inclusione sociale in cima all’agenda del G7 delle Finanze che si terrà in maggio a Bari. Per questi motivi il prossimo Documento di Economia e Finanza conterrà per la prima volta una valutazione dell’impatto delle politiche pubbliche sull’inclusione sociale, grazie all’iniziativa del Parlamento italiano”.
Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, non ha escluso il ricorso a nuove misure di contenimento delle spese e ha messo la struttura tecnica al lavoro. Dalla Ragioneria sono partite le indicazioni di tagli lineari per qualche centinaio di milioni alle spese dei ministeri, ma nell’agenda potrebbero entrare la revisione dei fondi infrastrutturali che pesano 2,9 miliardi e anche tutti i bonus e gli sconti fiscali che sono giudicati sacrificabili. Sullo sfondo, si agita il rischio di una procedura di infrazione.
Il ministro poi cita fra gli altri il mercato del lavoro che “non riesce ad includere giovani e donne”, “corporazioni sedimentate anche nell’ambito di servizi a scarso valore aggiunto” che “impediscono l’accesso a nuovi soggetti più creativi ed efficienti”, sistemi di welfare e di tassazione “inefficaci nel migliorare la distribuzione del reddito”, “l’evasione fiscale”. Ma negli ultimi anni, aggiunge, “il Governo ha iniziato ad affrontare questi problemi con una politica di bilancio decisamente meno restrittiva, anzi moderatamente espansiva, che ci ha portato fuori dalla recessione ed ha aumentato l’occupazione”.

Dall’Europa tirata di orecchie all’Italia sul debito

commissione-europeaLa Commissione Ue invierà oggi una lettera all’Italia in cui chiede al Governo di assumere impegni precisi sulla correzione dei conti entro il primo febbraio, data della pubblicazione delle nuove previsioni economiche. Secondo quanto anticipato da Repubblica il ‘gap’ da colmare per rispettare gli accordi sulla riduzione del deficit strutturale è pari allo 0,2% del pil, quindi già uno ‘sconto’ rispetto alla differenza di 0,3% evidenziata a novembre nell’opinione sulla legge di stabilità.

Ma il Mef rivela che da Bruxelles non è arrivato nessun avviso in tal senso. “Sono in corso in questi giorni contatti con la Commissione – affermano fonti del Ministero dell’Economia e delle Finanze – per valutare i passi opportuni per evitare l’apertura di una procedura di infrazione e al tempo stesso scongiurare il rischio che interventi restrittivi sul bilancio compromettano la crescita riavviata nell’economia nazionale a partire dal 2014 ma ancora debole”. Le stesse fonti del Mef fanno rilevare come “peraltro non è ancora pervenuta alcuna lettera” da Bruxelles.

Il 5 dicembre scorso, ricordano al Tesoro, si è tenuta una riunione dell’Eurogruppo nella quale i ministri delle finanze della Zona euro hanno invitato l’Italia fare passi utili ad assicurare che il bilancio 2017 risulti conforme alle regole del Patto di stabilità e crescita. “Tali passi – fanno rilevare dal Mef – sarebbero cruciali per evitare l’apertura di una procedura di infrazione a causa dell’elevato livello di debito pubblico”. Dal canto suo, “il Governo italiano ha già ricordato che il percorso di riduzione del rapporto debito pubblico/PIL, stabilizzatosi rispetto alla tendenza degli ultimi 8 anni, non registra ancora un’adeguata propensione alla contrazione a causa di due fattori fuori dal controllo del Governo: l’andamento dei prezzi negativo che incide sull’andamento nominale del prodotto interno lordo (proprio oggi l’Istat ha confermato che in media nell’anno 2016 i prezzi al consumo hanno registrato una variazione negativa (-0,1%) come non accadeva dal 1959; le condizioni avverse dei mercati finanziari che non hanno reso possibile la cessione di beni del patrimonio dello Stato a condizioni adeguate (pur in presenza di una dinamica insoddisfacente del debito pubblico, infatti, è intenzione del Governo evitare di svendere asset nazionali)”.

Pil eurozona. Nuovo anno stessi risultati

Pil Nel quarto trimestre del 2016 si prevede un aumento del PIL nell’area dell’Eurozona nella misura dello 0,4%. Anche per il primo semestre del 2017 le attese sono della stessa entità. Le stime di Ifo, Insee ed Istat sono state diffuse congiuntamente da Eurozone Economic Outlook.

Il principale motore della ripresa sarà la domanda interna sostenuta dalle famiglie che hanno visto aumentare il potere d’acquisto dei salari. La Brexit ed il Referendum italiano sulla costituzione, non hanno finora influito sull’andamento dell’economia anche se le incertezze restano elevate anche per l’approssimarsi delle elezioni in Francia ed in Germania.

Nell’ipotesi che il prezzo del petrolio Brent rimanga stabile a 56 dollari per barile e che il tasso di cambio euro/dollaro continui ad oscillare intorno a 1,05 dollari per euro, si prevede per lo stesso periodo l’accelerazione dell’inflazione a +0,7% per il quarto trimestre del 2016 ed a +1,5% per i primi due trimestri del 2017. A spingere sull’inflazione contribuirebbero i prezzi dell’energia in aumento rispetto al primo trimestre del 2016. Il tasso di inflazione tenderebbe a stabilizzarsi attorno all’1% su base annua per continuare a crescere gradualmente nel 2018. Fino a quel periodo permarrebbe la politica monetaria “accomodante” della BCE. Nell’ipotesi in cui si verifichi una crescita maggiore dell’inflazione, la BCE potrebbe rivedere la manovra sui tassi di interesse.

L’economia globale nel terzo trimestre del 2016 è migliorata rispetto ai trimestri precedenti. Negli Stati Uniti continua la fase di crescita in misura doppia rispetto all’Eurozona. L’economia giapponese e quella dei paesi emergenti stanno avendo una evoluzione migliore rispetto alle attese. Nei prossimi mesi ci si attende il proseguimento della fase di crescita dell’economia globale con conseguenze positive sul commercio estero e sulle esportazioni.

Salvatore Rondello

Censis. Giovani under 35 sempre più poveri

laureato_h_partbUn’Italia involuta, ripiegata su se stessa, “rentier” la definisce il Censis nel Cinquantesimo Rapporto sulla situazione del Paese. Il nuovo rapporto del Censis fotografa una situazione di difficoltà economica per i giovani di oggi. Rispetto a 25 anni fa, hanno un reddito inferiore del 26,5%, mentre la ricchezza degli attuali millennial è inferiore del 4,3% rispetto a quella dei loro coetanei del 1991. Rispetto alla media della popolazione, oggi le famiglie dei giovani con meno di 35 anni hanno un reddito più basso del 15,1% e una ricchezza inferiore del 41,1%. Se andiamo indietro di un quarto di secolo, i giovani risultano sempre con un reddito inferiore rispetto alla media della popolazione, ma soltanto del 5,9%: un divario decisamente inferiore. Per gli over 65 invece il reddito medio è aumentato del 24,3%. Nel nostro Paese, ricorda il Censis, si è dato corso a “un inedito e perverso gioco intertemporale di trasferimento di risorse che ha letteralmente messo k.o. i Millennials”. Il reddito medio da pensione è passato da 14.721 a 17.040 euro (+5,3%) tra il 2008 e il 2014 e 4,1 milioni di pensionati “hanno prestato ad altri un aiuto economico”. I nuovi pensionati, si legge sempre nel rapporto, sono più anziani e redditi mediamente migliori come effetto di carriere contributive “più lunghe e continuative”. Tra 2004 e 2013 è quadruplicato chi è andato in pensione di anzianità con più di 40 anni di contributi (dal 7,6% al 28,8%).
Gli anziani hanno il patrimonio immobiliare e i risparmi di una vita che nei tempi buoni si sono moltiplicati grazie ad investimenti azzeccati, i giovani non hanno pressoché nulla: le famiglie con persone di riferimento che hanno meno di 35 anni hanno un reddito più basso del 15,1% rispetto alla media della popolazione e una ricchezza inferiore del 41,1%. Mentre la ricchezza degli anziani è superiore dell’84,7% rispetto ai livelli del ’91. Ma non serve a rimettere in moto il Paese: l’incidenza degli investimenti sul Pil è scesa al 16,6% nel 2015, contro una media europea del 19,5% ma soprattutto il 21,5% della Francia e il 19,9% della Germania e anche il 19,7% della Spagna.
Il problema non è solo dei giovani: in generale diminuiscono le “figure intermedie esecutive” e crescono le professioni non qualificate (più 9,6% tra il 2011 e il 2015) e gli addetti alle vendite e ai servizi personali (più 7,5%). Si riduce anche il numero di operai, artigiani, agricoltori, il lavoro costa meno ma questa riduzione non favorisce la domanda, anche per via della crisi del settore pubblico: la deflazione è figlia anche di questo sistema del massimo ribasso, che ha compresso e impoverito la classe media.
Ad andare avanti e a mandare avanti l’Italia è il ‘sommerso’, ma è un sommerso “post terziario”, del danaro messo da parte ma non investito, dei “lavoretti” a bassa produttività che incidono poco o pochissimo sulla crescita del Paese. A fronte di 431.000 lavoratori in più infatti tra il primo trimestre del 2015 e il secondo del 2016 il Pil è aumentato di 3,9 miliardi di euro, lo 0,9% in più. Se la produttività, già bassa, fosse rimasta costante, ragiona il Censis, la nuova occupazione si sarebbe dovuta tradurre in una crescita dell’1,8%. È la condanna dei Millennials, imprigionati tra “l’area delle professioni non qualificate” e “il mercato dei lavoretti”, nel complesso “il limbo del lavoro quasi regolare”.
L’altra parte dell’Italia, quella degli anziani, più che vivere di rendita però sopravvive, sfruttando fino all’osso le ricchezze del passato, in particolare il patrimonio immobiliare, finalmente “messo a reddito”, ma che non osa più scommettere sul futuro. Dal 2007 a oggi gli italiani hanno accumulato 114 miliardi di euro di liquidità aggiuntiva, investito davvero in minima parte e sostanzialmente nelle mani degli anziani.

In calo natalità anche degli stranieri

Nel 2015 il numero medio di figli per donna in Italia è sceso a 1,35 (era 1,46 nel 2010). In particolare le donne italiane hanno in media 1,27 figli, le straniere residenti in Italia 1,94. 2,1 figli per donna è invece la fatidica “soglia di sostituzione”, quella che consentirebbe alla popolazione di sostituirsi.


natalitaNatalità e vita lavorativa: i numeri che ci bocciano

di Giulia Clarizia

La cicogna ha smarrito la rotta per l’Italia e arriva sempre meno. Gli ultimi dati dell’ISTAT parlano chiaro, confermando la tendenza alla diminuzione della natalità. Per dare dei numeri, nel 2015 sono nati quasi 17 mila bambini in meno rispetto al 2014, 91 mila rispetto al 2008.

Ma le statistiche non dicono solo questo. Ci dicono anche che il calo è più forte nelle famiglie con entrambi i genitori italiani, sebbene anche il tasso di natalità nelle coppie miste o di entrambi i genitori stranieri sia in leggero calo.

Sembrerebbe che le donne italiane siano ultimamente poco propense ad avere figli, e che li facciano sempre più tardi. È in aumento infatti il tasso delle donne italiane che hanno figli oltre i 40 anni.

Inoltre, la media di figli per donna è pari a 1,35.

Famiglie poco numerose, con una crescita delle nascite al di fuori del matrimonio. Sono sempre meno infatti le coppie che in Italia decidono di sposarsi, cosa che, sempre secondo l’ISTAT, avrebbe influenzato il calo.

Secondo la statistica dell’Eurostat dello scorso luglio, l’Italia ha il tasso di natalità più basso d’Europa.

Al primo posto c’è invece l’Irlanda, seguita da Francia e Gran Bretagna. Anche in questi paesi però, la tendenza degli ultimi anni è in calo, il che fa pensare a un invecchiamento generale dell’Europa.

Mentre in Irlanda ci si è direttamente dati da fare per migliorare le statistiche europee, in Italia si è organizzato il Fertility Day, preceduto dal Family Day – perché chiamarla “giornata della fertilità” sarebbe stato fuori moda. Peccato che i toni del primo siano stati totalmente fallimentari e quelli il secondo rumorosamente ricattatori visto che chi lo organizza era animato da un unico interesse: fermare le unioni civili, prendere a randellate la modernità che è fatta anche di una idea di famiglia in piena evoluzione.

Per fare un altro esempio, lo scorso anno in Danimarca, paese che non presentava un tasso di nascite particolarmente brillante, per incentivare la procreazione è stato lanciato un simpatico spot in televisione intitolato “Do it for mum”. Nello spot, si esortavano le aspiranti nonne a regalare una vacanza rilassante alle giovani coppie, o consigliava a queste ultime di fare sport insieme per stimolare le endorfine. Sarà una coincidenza, ma nell’estate 2015 sono state registrate circa 1200 nascite in più rispetto all’anno precedente.

Questo provvedimento, non è poi così distante, di fatto, dalla campagna lanciata dal Fertilty Day, che però sbagliando i toni attraverso una dissennata campagna pubblicitaria ha prodotto l’unico effetto di un polverone di critiche (e una torsione ideologica a vantaggio di una parte politica) anche perché gli slogan della serie “Ricordati che devi morire” non suscitano molta simpatia (l’unica che riusciva simpatica, accanto a Vittorio De Sica, era Tina Pica), né tanto meno fanno venire voglia di contribuire alla replica del “miracolo della vita”.

Un altro problema in Italia, è che non appena si accenna all’idea di incentivare le nascite, il provvedimento viene immediatamente collegato al fascismo, che incoraggiava a sposarsi e fare molti figli, futuri guerrieri per la potenza dello Stato.

Che si voglia accettare o no, una società che genera poca nuova vita è una società insicura e in crisi (anche economica: il Pil è figlio legittimo, è proprio il caso di dire, del tasso di natalità).

Ma poi c’è un problema: l’ingresso lento nel mondo del lavoro, spesso favorito dal ricorso a formule contrattuali che non garantiscono grandi prospettive e sconsigliano programmi impegnativi per il futuro. Se i giovani, i più fertili, non trovano una stabilità nella vita e a trent’anni spesso vivono ancora con mamma e papà, come possono pensare di mettere su famiglia?

Questo si collega ad un altra statistica che ha ugualmente visto l’Italia in fondo alla classifica europea. Secondo l’Eurostat, il nostro è il paese in cui la vita lavorativa dura di meno, nonostante la legge Fornero del 2012 che ha innalzato l’età minima per le pensioni. Infatti, da noi la vita media lavorativa è di circa 20 anni in meno che in Svezia. Particolarmente bassa poi è l’aspettativa delle donne: vent’anni anni, contro i 35 della Svezia.

Se dobbiamo escludere (ormai) dalle cause il fatto che la gente normalmente smetta di lavorare presto, dobbiamo al contrario considerare il fatto che in Italia si vada a lavorare tardi.

Un altro dato rilevante, è che sono moltissimi i ragazzi che escono in ritardo dall’università. Laurearsi fuori corso sta diventando più la normalità che l’eccezione, e la laurea da sola non basta. Oggi, se non hai un curriculum lungo 10 pagine, se non fai master, corsi post-laurea ecc. non ti senti nessuno, non sei competitivo. Se un ragazzo esce dall’università a 27 anni, poi fa un anno di master, poi prova a cercare lavoro e se riesce a firmare un contratto da stagista di 6 mesi qua e là è un miracolo, non può far altro che rimandare l’idea di avere dei figli.

Insomma, invecchiamento della società, crisi della famiglia tradizionale, mancanza di stabilità, forse un pizzico di sindrome da Peter Pan: ecco cosa c’è dietro le cifre che segnano il paese con il più basso tasso di natalità e la più bassa aspettativa di vita lavorativa in Europa, uno scenario che induce alla riflessione e che dovrebbe portare provvedimenti risolutivi dall’alto, e buona volontà dal basso.

Giulia Clarizia

Blog Fondazione Nenni

La ‘lectio magistralis’ di Draghi all’Europa

draghi-6Il presidente della Bce Mario Draghi, in audizione davanti alla Commissione Econ del Parlamento europeo, intervenendo per l’ultimo dialogo monetario dell’anno, ha detto: “l’Ue deve superare la vulnerabilità che ancora la contraddistingue, perché un’importante lezione che abbiamo imparato dalla crisi è che una casa costruita a metà non è stabile ma fragile. Quindi servono progressi in tutti i campi, identificati dal Rapporto dei Cinque Presidenti, per superare le vulnerabilità dell’Unione Economica e Monetaria derivanti dalla sua incompletezza”.
“Nel 2016 l’economia dell’eurozona ha dimostrato di essere resiliente nonostante le incertezze provenienti dall’ambiente politico ed economico”, ma “l’economia globale sta affrontando significative incertezze economiche e politiche” con una “crescita più lenta che prima della crisi” ha aggiunto Draghi sottolineando che “lo stimolo della Bce è stato un ingrediente chiave della ripresa in corso” ma “la politica monetaria non può essere il solo gioco”.
“La Brexit è causa di incertezza e per questo è necessario avviare il processo negoziale con Londra il prima possibile”. Lo ha detto il presidente della Bce avvertendo che “comunque sul mercato unico non si può tornare indietro, l’omogeneità delle regole va preservata anche per quanto riguarda il quadro normativo e la vigilanza sul settore bancario e finanziario”.
“Guardando agli eventi recenti, l’incertezza geopolitica è diventata la maggiore fonte di incertezza per i prossimi mesi”, ha spiegato Draghi all’Europarlamento, sottolineando che sebbene i mercati si siano dimostrati più resilienti che qualche anno fa, resta molto difficile sapere quale impatto avrà”. Per questo, ha sottolineato, “dobbiamo continuare con la ripresa, ma anche con il mercato unico e con la preservazione della stabilità finanziaria su cui non dobbiamo tornare indietro”.
“Per ridare fiducia ai cittadini sulle prospettive del progetto europeo occorre produrre risultati tangibili”. È questa, per Draghi, la “principale lezione” da trarre dall’esito del referendum in Gb. Secondo Draghi, servono “solide fondamenta economiche” e per l’Eurozona ciò vuol dire “rafforzare la ripresa, preservare la stabilità finanziaria e affrontare le restanti vulnerabilità dell’unione economica e monetaria”.
La questione delle banche italiane e le turbolenze che stanno sperimentando al momento “è fuori dalle nostre competenze”, in quanto “ci sono regole e direttive Ue in piedi” in proposito. Così il presidente della Bce Mario Draghi ha risposto all’eurodeputato del M5S Marco Valli che gli ha chiesto se la Bce preveda misure speciali per gli istituti italiani, anche in vista del referendum. “Il miglior contributo che la Bce possa dare è assicurare che la supervisione e la regolamentazione sia ben concepita e attuata”.
Rispondendo all’ennesima domanda di un europarlamentare sul debito pubblico italiano (sono state molte nel corso dell’audizione), Draghi ha ricordato che “in generale per valutare se il debito di un Paese è sostenibile bisogna innanzitutto vedere la sua volontà e la sua capacità di onorare i suoi obblighi, e su entrambi i fronti il debito italiano è sostenibile”. Così il presidente della Bce, avvertendo che sebbene l’Italia sia “uno dei Paesi UE con il più alto avanzo primario, avendo uno dei rapporti più elevati tra PIL e debito resta vulnerabile agli shock”. I rendimenti dei titoli di Stato si sono normalizzati e la crescita economica dell’Italia si sta gradualmente riprendendo”. Draghi ha proseguito : – “È importante che l’Italia continui a rispettare i suoi impegni previsti nel patto di stabilità, tra i quali quello di avere un avanzo primario e soprattutto perseverare negli sforzi per le riforme strutturali. È molto importante aumentare la crescita economica in modo durevole, migliorando così in modo duraturo la sostenibilità del debito. Alcuni passi incoraggianti sono stati fatti nella gestione di bilancio e nel settore bancario, ma non c’è alcuno spazio per compiacersi”.
“È molto difficile valutare esattamente l’impatto di avvenimenti che riguardano la sfera politica o geopolitica nel medio termine”, ha detto Draghi rispondendo alla domanda di un eurodeputato sulle possibili conseguenze del risultato del referendum sulla riforma costituzionale in Italia sui mercati e sulle banche italiane. “Guardando agli eventi recenti” – ha osservato Draghi – “è abbastanza chiaro che l’incertezza geopolitica diventa una grande fonte di incertezza” per i mercati, ma la tendenza che abbiamo visto negli ultimi tempi è una reazione dei mercati molto finanziari nel breve termine, mentre in seguito la reazione dei mercati ha avuto una tendenza a placarsi, cosa che porta a concludere che i mercati sono stati più resilienti”.
Draghi ammette –“ questo non significa che sappiamo che cosa avverrà nel medio termine, poiché avvenimenti piuttosto profondi influenzeranno la realtà delle cose in un modo che è arduo prevedere”.
Sulle speculazioni conseguenti al referendum – ‘No comment’ del presidente della Bce Mario Draghi sulle possibili conseguenze del referendum costituzionale in Italia, né sugli eventuali effetti sulle banche italiane come riportato dal ‘Financial Times’. “Non risponderò, perché non speculerò su nessuna delle domande”, ha detto Draghi all’eurodeputato Fulvio Martusciello (Fi), “non commenterò sui commenti di altri persone o di un articolo”. Così il presidente della Bce Mario Draghi ha spiegato, la sua visione della condizione in cui si trova il Paese, a pochi giorni dal referendum sulla riforma costituzionale.
Draghi presenterà in commissione Problemi economici e monetari le prospettive della Bce sugli sviluppi economici e monetari e discuterà sulle conseguenze dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea per la stabilità finanziaria dell’eurozona.
L’audizione continuerà successivamente quando Draghi toglierà l’abito di presidente della Bce e indosserà quello di presidente del Comitato europeo per il rischio sistemico.
Oltre a saper fare domande provocatorie, i parlamentari europei dovrebbero dare ascolto all’audizione di Draghi assimilabile ad una “lectio magistralis” e mettersi immediatamente al lavoro per completare l’unificazione dell’Europa.

Salvatore Rondello

LIEVE RIPRESA

Continua la lieve ripresa iniziata lo scorso anno. Le previsioni dell’Istat sull’economia italiana nel 2016 e 2017 fotografano una prosecuzione della ripresa e confermano in sostanza il moderato ottimismo dichiarato dal governo nei giorni scorsi: il Pil del Paese, dice l’istituto di statistica nella nota diffusa oggi, crescerà per quest’anno dello 0,8% e dello 0,9% l’anno prossimo. Dati positivi, ma rivisti in ribasso rispetto alle precedenti stime.

Il traino a questo pur debole incremento è da attribuire soprattutto alla ripresa della domanda interna (+1,2% per quest’anno e +1,1% il prossimo), mentre cala la domanda dall’estero. L’ Istat spiega che «tra l’attuale quadro di previsione e quello presentato a maggio 2016, il tasso di crescita del Pil per l’anno corrente è stato rivisto al ribasso di 0,3 punti percentuali».

L’Istat rende noti questi numeri nel rapporto sulle prospettive per l’economia italiana. L’ Istat spiega che “tra l’attuale quadro di previsione e quello presentato a maggio 2016, il tasso di crescita del Pil per l’anno corrente è stato rivisto al ribasso di 0,3 punti percentuali”. “La stima preliminare del Pil per il terzo trimestre ha mostrato una ripresa dei ritmi produttivi. Le prospettive a breve indicano una prosecuzione della fase di crescita seppure con ritmi più moderati”. Rileva l’Istat: “Una ripresa più accentuata del processo di accumulazione del capitale potrebbe rappresentare un ulteriore stimolo alla crescita economica nel 2017. Tuttavia – sottolinea – le incertezze legate al riaccendersi delle tensioni sui mercati finanziari potrebbero condizionare il percorso di crescita delineato”. Istat: disoccupazione a 11,5% in 2016, a 11,3% in 2017

“L’occupazione aumenterebbe nel 2016 (+0,9% in termini di unità di lavoro) congiuntamente a una riduzione del tasso di disoccupazione (11,5%)”, rispetto ai livelli del 2015 (11,9%). Per l’Istat “i miglioramenti sul mercato del lavoro proseguirebbero anche nel 2017 ma a ritmi più contenuti: le unità di lavoro sono previste in aumento dello 0,6% e la disoccupazione si attesterebbe all’11,3%”. Istat: investimenti corrono, spinti da politiche fisco “Nell’anno in corso si prevede un rafforzamento degli investimenti (+2,0%) e una successiva accelerazione nel 2017 (+2,7%). Oltre che al miglioramento delle attese sulla crescita dell’economia e sulle condizioni del mercato del credito, gli investimenti beneficerebbero delle misure di politica fiscale a supporto delle imprese”. Inps: 11,9 mln dipendenti privati nel 2015, +1,4% Il numero medio dei dipendenti del settore privato non agricolo (esclusi i domestici) nel 2015 è pari a 11,9 milioni, (+1,4% sul 2014 quando erano 11,74 milioni). Lo scrive l’Inps ricordando che si tratta di lavoratori impiegati almeno un giorno ogni mese e spiegando che l’85,69% di questi ha un contratto a tempo indeterminato. La percentuale dei dipendenti con un orario a tempo pieno è del 73,2% (74,1% nel 2014). Nel 2015 i dipendenti con almeno una giornata retribuita nell’anno erano 14,4 milioni (+2,8% sul 2014). Gli operai con almeno un giorno di lavoro retribuito in ogni mese dell’anno sono stati 6,27 milioni, oltre il 52,6% dell’insieme dei lavoratori dipendenti calcolati in media annua (11,9 milioni). Lo si legge nell’Osservatorio dell’Inps sui lavoratori dipendenti del settore privato (esclusi i domestici e gli agricoli). Se si guarda invece ai dipendenti con almeno un giorno lavorativo nell’intero anno (14,45 milioni nel 2015) gli operai sono 7,9 milioni pari al 54,9% del totale. Gli impiegati sono il 37,7% del totale, gli apprendisti e i quadri rispettivamente il 3,1% mentre i dirigenti sono lo 0,8%.

Bene anche la spesa dei consumi delle famiglie che, in termini reali, è stimata in aumento dell’1,2% per quest’anno, sostenuta da un incremento del reddito disponibile e dal miglioramento delle condizioni del mercato del lavoro. La crescita della spesa dovrebbe continuare, con gli stessi ritmi, anche nel 2017 (+1,1%).

Joseph Stiglitz. Economia è mezzo verso un fine, non un fine in sé

joseph-stiglitzJoseph Stiglitz, economista premio Nobel e saggista di fama internazionale, nel piccolo saggio “Un’economia per l’uomo”, scritto in occasione di un suo intervento alla XVIII sessione dell’Accademia Pontificia per le Scienze Sociali, con all’ordine del giorno la discussione sul tema della “Pacem in Terris“, l’enciclica promulgata l’11 aprile del 1963 da Papa Giovanni XXIII, tratta di “alcune importanti questioni etiche nel contesto del comportamento economico”; tali questioni sono sollevate, a parere di Stiglitz, dalla necessità “di creare armonia fra uomo e uomo fra natura e uomo”, considerando l’economia come un mezzo orientato a soddisfare le esigenze esistenziali dell’uomo e non un fine in sé; nel convincimento, cioè, che l’uomo non esista per “servire l’economia”, ma al contrario sia l’economia al servizio della crescita e dello sviluppo dell’uomo.
L’occasione della sua partecipazione alla XVIII sessione dell’Accademia Pontificia ha offerto il destro a Stiglitz per sottolineare come, nel corso del dibattito svoltosi durante la diffusione degli effetti della crisi scoppiata nel 2007/2008, non siano stati considerati con sufficiente attenzione due aspetti di natura etica, riguardanti, da un lato, la condotta moralmente deprecabile di molti operatori finanziari, in particolare dalle banche, e dall’altro lato, le rimunerazioni che molti operatori finanziari hanno ricevuto, nonostante la crisi; rimunerazioni non proporzionali al “contributo complessivo” reso al sistema sociale all’interno del quale essi operavano.
Riguardo alle banche, Stiglitz afferma che sono ormai molto ampie le prove del fatto che esse si sono approfittate dei gruppi sociali meno informati e meno accorti, al solo scopo di massimizzare i propri profitti; a rendere più severo il giudizio sul loro comportamento sta anche la circostanza che, quando sono loro “esplosi in mano gli ordigni che loro stesse avevano creato, il governo è intervenuto a salvarle, lasciando invece coloro che erano stati vittime in balia di se stessi”. In conseguenza di ciò, le banche, che avrebbero dovuto avere l’accortezza di gestire i rischi attraverso l’offerta di “prodotti finanziari adeguati”, in sottoscrizione ai risparmiatori, hanno invece “tradito la fiducia” loro accordata.
Per quanto concerne le super-rimunerazioni dei manager delle istituzioni finanziarie, Stiglitz osserva che un sistema sociale all’interno del quale alcune categorie di soggetti ricevono una rimunerazione correlata, non tanto al “contributo effettivo apportato alla collettività”, quanto piuttosto alla capacità di catturare guadagni, attraverso la disinformazione che loro stessi concorrono a diffondere tra il pubblico, non è un sistema sociale “giusto”.
Ovviamente, a parere di Stiglitz, non è sufficiente fare riferimento alla sola morale pubblica, per assicurare condizioni di giustizia nei rapporti tra gli uomini, sebbene le politiche pubbliche debbano contribuire a sensibilizzare tutti i componenti del sistema sociale delle possibili conseguenze negative che possono derivare dalle scelte individuali. Alle regole morali deve essere associata l’introduzione di ”sistemi di regolamentazione”, imponendo l’obbligo, per chi con i propri comportamenti danneggia gli altri, a pagarne le conseguenze. L’obiettivo dei sistemi di regolamentazione dovrebbe essere quello di evitare, ad esempio, che le scelte individuali comportino l’”imposizione di esternalità negative”, cioè di effetti negativi causati dai danni ambientali, sugli altri. Sennonché, sussiste la prevalente tendenza, da parte di estese “aree imprenditoriali e finanziarie”, ad opporsi ai tentativi di armonizzare, attraverso le regolamentazioni, i comportamenti dei diversi componenti del sistema sociale; oppure, esiste la tendenza che le regolamentazioni siano ignorate persino nelle pratiche di governo, nonostante sia l’attività di governo ad introdurre le regole.
Ciò accade perché i governi sono sempre protesi a massimizzare il Prodotto Interno Lordo (PIL), piuttosto che il “benessere reale della società”; sennonché, notoriamente, il PIL non è un valido indicatore del benessere sociale: il PIL pro capite può aumentare, ma a seguito di tale aumento i componenti del sistema possono essere messi nella condizione di dover affrontare maggiori disagi, tali da comportare una spesa pro capite ben maggiore dell’aumento originario del PIL; inoltre, il prodotto lordo pro capite può aumentare, ma possono anche parallelamente aumentare le conseguenze negative delle maggiori disuguaglianze distributive; oppure può accadere che l’aumento del PIL induca le generazioni attuali a condurre uno standard di vita che varrà a sacrificare le stesse opportunità alle generazioni future.
La possibilità che i sistemi di regolamentazione non consentano di armonizzare i comportamenti dei diversi membri del sistema sociale è aumentata con la crescita del livelli di integrazione a livello globale delle economie nazionali. Secondo Stiglitz, la globalizzazione di solito viene giustificata sostenendo che essa è valsa ad aumentare la produttività economica a vantaggio di tutti i Paesi, sia di quelli economicamente avanzati, che di quelli arretrati. In alcuni Paesi ciò è sicuramente avvenuto, in altri invece le conseguenze sono state negative, al punto che molti individui all’interno di questi ultimi sono venuti a trovarsi in condizioni ben peggiori di quanto non lo fossero alcuni decenni prima. Inoltre, chi sostiene la validità della globalizzazione afferma che essa potrebbe essere fonte di maggiori effetti positivi sul piano della produttività economica, se il mercato fosse meno condizionato dalle regolamentazioni.
Al riguardo – Stiglitz afferma – che nessuna ”idea ha avuto più influenza nella teoria economia della nozione della mano invisibile di Adam Smith, cioè dell’assunto che l’inseguimento del proprio interesse (profitto) porti, come se guidato da una mano invisibile, al benessere della società”. Ma l’assunto smithiano è stato oggetto di analisi di approfondimento negli ultimi cinquant’anni; tali analisi hanno evidenziato che “fintanto che l’informazione è imperfetta e asimmetrica, fin tanto che i mercati sono incompleti (per esempio, non esistono mercati assicurativi che coprano tutte le eventualità), fin tanto che i mercati non sono completamente competitivi, la ricerca del proprio interesse non porta all’efficienza economica”; poiché l’informazione è sempre imperfetta e asimmetrica e i mercati sono sempre incompleti e non sempre competitivi, la ricerca esclusiva della massima soddisfazione dell’interesse individuale non può mai portare all’efficienza economica e alla massimizzazione del benessere collettivo.
Se il perseguimento dell’interesse personale non può portare alla massimizzazione del benessere generale, occorre che i comportamenti dei singoli componenti il sistema sociale non prudano esiti indesiderati per altri. L’etica pubblica, pertanto, afferma Stiglitz, riveste un ruolo importante, anche se un “giusto” funzionamento del sistema sociale non può essere basato esclusivamente sulle scelte etiche dei singoli soggetti. E’, questo, il motivo per cui si impone la necessità che i governi agiscano per porre rimedio alle “falle dei mercati”; poiché anche i governi possono essere vittime di un’imperfetta informazione, ogni sistema sociale bene ordinato deve prevedere anche la possibilità di interventi straordinari per fare fronte ai limiti dell’azione regolatrice del proprio governo.
L’azione governativa è di solito imperniata su un mix di azioni, che in parte assume la forma di spesa governativa e, in parte, quella di regolamentazione governativa, soprattutto se l’obiettivo da perseguire consiste nell’assicurare al sistema sociale una distribuzione del prodotto sociale desiderabile, cioè una distribuzione reddituale equa e giusta; ovvero, una distribuzione volta a contenere e a rimuovere le disuguaglianze, o quantomeno a conservarle entro i limiti in cui, secondo la prospettiva di analisi rawlsiana, esse sono vantaggiose per le fasce sociali economicamente più deboli, oppure quando costituiscono la condizione necessaria ad assicurare un miglioramento economico per tutti.
Esiste, a parere di Stgltz, anche una ragione più generale a favore delle politiche pubbliche volte a contenere e a rimuovere le disuguaglianze distributive; queste sono all’origine di inefficienze che determinano molti “fallimenti di mercato”, cioè situazioni in cui le “ricompense dei singoli e i contributi al benessere della collettività non sono allineati; gli esempi più significativi sono quelli che originano dal ricorrere delle esternalità, che si verificano, come si è visto, in tutti i casi in cui il comportamenti dei singoli causa un danno ambientale che, pur traducendosi in un danno per altri, colui che ha provocato il danno non viene chiamato a sostenere il costo. La regolamentazione delle estenalità, perciò, costituisce un presupposto perché i mercati funzionino correttamente e consentano la realizzazione dell’”armonia tra uomo e uomo e fra uomo e natura”.
L’accettazione dell’ideologia del libero mercato, osserva Stiglitz, non deve assolvere dalla responsabilità che siano attuate le politiche pubbliche più appropriate per regolamentare le esternalità; ciò è reso necessario perché i mercati, fallendo, consentono la formazione di prezzi che non riflettono il costo che ciascun operatore, con le proprie decisioni, trasferisce sugli altri; ciò rileva soprattutto con riferimento all’ambiente, in quanto molte risorse naturali non hanno un prezzo o, se l’hanno, spesso manca d’essere adeguato. Solo se i componenti dei moderni sistemi economici riusciranno a liberarsi dal “credo” sul fondamentalismo del mercato – conclude Stiglitz – sarà possibile realizzare “una migliore armonia fra uomo e uomo e fra uomo e natura”. A tal fine, si impone certo la necessità di “una regolamentazione forte ed efficace, ma è ancora più importante inculcare una bussola morale più forte e delle etiche aziendali conseguenti”.
L’obiettivo dell’armonia nelle relazioni intersoggettive può diventare un obiettivo realmente conseguibile nelle società moderne, non solo nella difesa dei diritti civili e politici, ma anche di quelli economici, così come sancisce la Dichiarazione Universale dei diritti Umani, redatta dopo la seconda guerra mondiale; ciò potrà accadere soltanto se le società civili nei Paesi democratici riusciranno a svolgere un ruolo più efficace di quanto non sia stato sinora, nella difesa del benessere collettivo, inteso come bene pubblico. A tal fine, sarà necessaria una risposta collettiva; perché questa risulti efficace, occorre però che ogni soggetto sia portatore di una responsabilità morale a non sacrificare con le proprie scelte il livello di benessere degli altri e nel contempo sia anche portatore della responsabilità morale di aiutare gli altri a godere dello stesso livello di benessere del quale egli dispone all’interno dei sistema sociale cui appartiene.
Ovviamente, il ruolo delle società civili nella difesa del benessere sociale, inteso come bene pubblico, non può essere, come sembra suggerire Stiglitz, solo l’esito dei possibili sistemi di regolamentazione del mercato e degli obblighi morali dei quali potranno essere portatori i singoli componenti del sistema sociale; ai regolamenti delle istituzioni economiche e alle regole morali dei singoli individui occorrerà aggiungere anche “mutamenti” di molti aspetti dell’ordine economico dei sistemi sociali; aspetti che sono stati sinora responsabili dell’insufficiente ruolo attivo delle società civili nella difesa del benessere collettivo.

Gianfranco Sabattini

L’Europa fissa gli obiettivi di sviluppo per tutti

Patto stabilita-EuropaPer la prima volta nella storia, ieri, l’Unione Europea ha fissato l’obiettivo di sviluppo per l’eurozona in +0,5% del PIL. Significa che per i Paesi dell’Eurozona il PIL dovrebbe crescere in media dello 0,5%. Alcuni Paesi supereranno la media prefissata di sviluppo, altri Paesi si troveranno al di sotto di tale media. La Commissione dell’UE ha fissato le regole. Chi si troverà sopra la media verrà premiato, chi si troverà nella media o ad un livello inferiore verrà penalizzato. Paesi come la Germania che potrebbero trovarsi molto probabilmente ad un livello di sviluppo maggiore, potranno utilizzare la differenza in eccedenza per alimentare una domanda interna e per nuovi investimenti. I Paesi che non avranno un surplus del PIL rispetto all’obiettivo, dovranno fare i conti con i problemi di bilancio per rispettare i parametri fissati dalla UE. Facilmente si può dedurre che i Paesi con l’incremento più alto del PIL avranno più possibilità di crescita futura della propria economia, mentre i Paesi della UE con una economia più debole continueranno ad essere penalizzati nella costruzione di un loro sviluppo economico. Questo segnale è in controtendenza rispetto ai principi fondanti dell’Unione Europea. Gli accordi originari si fondano sul concetto di solidarietà tra i popoli.

Per risolvere la crisi cronica dell’UE, bisognerebbe superare il clima da consorteria che aleggia tra i Governi presenti nella Commissione Europea. Bisognerebbe continuare seriamente il processo di unificazione e di integrazione per la costruzione di una Unione Europea in Stato Federato. Si dovrebbe iniziare a lavorare al più presto possibile per definirne la Costituzione, per omogeneizzare il costo della vita tra i diversi paesi aderenti, unificare il welfare, la contrattazione del lavoro, la politica fiscale, la difesa e la politica estera. Certamente ci vorrà del tempo, ma è indispensabile che gli atti della UE siano gradualmente finalizzati al raggiungimento di tale obiettivo. Invece, oggi, si alimentano tensioni e spinte centrifughe come se ci fosse una volontà recondita e perversa finalizzata allo sgretolamento dell’Unione Europea. L’Europa Nazione consentirebbe, nel tempo, notevoli risparmi sulla spesa della pubblica amministrazione liberando risorse che potrebbero essere investite in una diversa politica di sviluppo economico in cui il PIL dell’eurozona potrebbe crescere con valori percentuali interi superando la marginalità degli obiettivi conseguibili attualmente. Se l’Italia si è astenuta per l’approvazione del bilancio dell’UE, ha ragioni ben fondate. Sono troppo esigue le risorse messe a disposizione dell’Italia per sostenerla sulle questioni di cui l’Italia necessita.

Oltre ai fondi per lo sviluppo sostenibile, non si riscontrano aiuti significativi per le calamità naturali che hanno colpito l’Italia e sono insufficienti le risorse messe a disposizione per fronteggiare le problematiche dell’immigrazione di massa dall’Africa e da altre zone del mondo.

Salvatore Rondello

Aumenta il Pil e l’Europa mette in stand-by l’Italia

Rai-Padoan-Cda

Dall’Istat giunge oggi una buona notizia. Nel terzo trimestre del 2016 si registra un aumento del PIL di +0,3% su base trimestrale ed un +0,9% su base annuale rispetto al 2015. I dati sono stati forniti destagionalizzati e corretti per gli effetti di calendario. La stima precedente valutava una crescita acquisita dello 0,6% su base annuale. Nel trimestre precedente la crescita su base trimestrale era stata nulla ossia dello 0% .
A caldo il Ministro Padoan esulta all’incontro con i parlamentari del Pd: “una previsione in linea con le stime del Governo”.
Il terzo trimestre 2016 ha avuto due giornate lavorative in più rispetto al trimestre precedente ed una giornata in meno rispetto allo stesso trimestre del 2015. La crescita del PIL, in sintesi è stata determinata da un incremento di valore aggiunto nei comparti dell’industria e dei servizi, mentre per l’agricoltura si è registrato un decremento. La domanda nazionale, al lordo delle scorte, ha dato un contributo ampiamente positivo compensato parzialmente dal saldo negativo della componente estera netta.
Nello stesso periodo, in termini congiunturali, su base trimestrale, il Pil è aumentato dello 0,75% negli Stati Uniti, dello 0,5% nel Regno Unito, dello 0,2% in Francia.
In termini tendenziali su base annua, si registrano i seguenti aumenti: 1,5% negli Stati Uniti, 2,3% nel Regno Unito, dell’1,1% in Francia. Nell’area Euro il Pil è cresciuto complessivamente dello 0,3% su base trimestrale e dell’1,6% rispetto allo stesso trimestre del 2015.
Rispetto agli altri Paesi non si può dire che il PIL dell’Italia primeggi. Tuttavia, il risultato conseguito è certamente importante. Contribuirà sicuramente a frenare il tendenziale aumento dello spread tra BTP decennali e Bund tedeschi. In coincidenza, la Commissione della UE ha sospeso il giudizio sulla manovra finanziaria fino al 2017. Domani la Commissione dovrebbe dare indicazioni in tal senso ed anche se la manovra potrebbe non rispettare le regole europee su debito e deficit, non dovrebbe richiedere nessuna manovra aggiuntiva ma soltanto il chiarimento delle spese per gli immigrati e per il terremoto. La Commissione, inoltre, dovrà pubblicare un moratoria per il biennio 2017-2018 ed attaccherebbe la linea economica della Merkel.
Anche i dati sul debito pubblico pervenuti dalla Banca d’Italia lasciano ben sperare. A settembre il debito delle amministrazioni pubbliche si attesta a 2.212,6 miliardi registrando un calo di 12,1 miliardi rispetto ad agosto. Nei primi 9 mesi del 2016 il debito è aumentato di 39,9 miliardi come risulta dal bollettino mensile della Banca d’Italia “Finanza pubblica, fabbisogno e debito”. A settembre del 2016 le entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato sono state di 32 miliardi risultando maggiori delle entrate dello stesso mese del 2015 pari a 30,2 miliardi. Complessivamente le entrate dello Stato per i primi 9 mesi del 2016 hanno raggiunto 302,6 miliardi con un incremento del 4,6% sullo stesso periodo del 2015. Per completare il 2016 si dovranno aggiungere le entrate di ottobre, novembre e dicembre. Soltanto per il mese di novembre, da uno studio fatto dalla Cgia di Mestre, nelle casse dello Stato dovrebbero entrare 55 miliardi tra Irpef, Ires, Iva, addizionali varie ed altre imposte. Nell’analisi non sono stati presi in considerazione i contributi previdenziali.