Istat e Fmi vedono l’economia in rallentamento

istat pil mezzogiornoL’Istat ha diffuso oggi i dati sull’inflazione. A giugno l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic), al lordo dei tabacchi, è aumentato dello 0,2% rispetto al mese precedente e dell’1,3% su base annua (in crescita dal +1,0% registrato a maggio). La stima preliminare era +1,4%. L’accelerazione dell’inflazione si deve prevalentemente ai prezzi dei beni energetici non regolamentati (da +5,3% di maggio a +9,4%) ed è sostenuta anche da quelli dei Beni alimentari non lavorati (da +2,4% a +3,4%) e dei servizi relativi ai trasporti (da +1,7% a +2,9%).

Pertanto l’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, è pari a +0,8% (stabile rispetto a maggio) e quella al netto dei soli beni energetici è in accelerazione da +0,8% registrato nel mese precedente a +1,0%. L’aumento congiunturale dell’indice generale dei prezzi al consumo è dovuto principalmente ai rialzi dei prezzi dei Beni energetici non regolamentati (+2,3%) e dei Servizi relativi ai trasporti (+2,2%), i cui effetti sono solo in parte mitigati dai cali congiunturali di quelli dei beni alimentari non lavorati (-0,9%) e dei Servizi relativi alle comunicazioni (-1,4%).

L’inflazione accelera sia per i beni (da +1,0% registrato nel mese precedente a +1,5%) sia, in misura lieve, per i servizi (da +0,9% a +1,0%); il differenziale inflazionistico tra servizi e beni rimane negativo ma di ampiezza più marcata rispetto a maggio (da -0,1 punti percentuali a -0,5 punti percentuali). L’inflazione acquisita per il 2018 è +1,0% per l’indice generale e +0,7% per la componente di fondo.

I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona registrano un calo dello 0,2% su base mensile e un aumento del 2,2% su base annua (da +1,7% registrato a maggio). I prezzi dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto salgono dello 0,2% in termini congiunturali e del 2,7% in termini tendenziali (da +2,0% del mese precedente).

L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Ipca) aumenta dello 0,2% in termini congiunturali e dell’1,4% in termini tendenziali (da +1,0 di maggio). La stima preliminare era +1,5%. L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (Foi), al netto dei tabacchi, aumenta dello 0,2% su base mensile e dell’1,2% rispetto a giugno 2017. Secondo l’Istat, l’inflazione a giugno continua a crescere nelle componenti legate maggiormente agli acquisti quotidiani delle famiglie. Infatti l’accelerazione della crescita dei prezzi al consumo è di nuovo trainata dai prezzi dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (in particolare carburanti insieme con frutta fresca e vegetali freschi), che registrano un aumento su base annua più che doppio di quello generale. Un contributo inflazionistico deriva anche dai prezzi dei trasporti, che da inizio anno mostrano tensioni crescenti.

Per il Fondo Monetario Internazionale, nel 2018 l’economia italiana crescerà solo dell’1,2% con un ulteriore rallentamento a +1,0% il prossimo anno. Le nuove stime del Fmi fornite nell’aggiornamento del World Economic Outlook sono state riviste al ribasso: rispetto alle valutazioni dello scorso aprile, la crescita italiana è stata tagliata di 0,3 punti quest’anno e di 0,1 punti nel 2019. A spingere il Fondo al ribasso è il peso sulla domanda interna legato all’aumento dello spread sui titoli di Stato e alle più rigide condizioni finanziarie, provocate dalla recente incertezza politica.

Il Fondo Monetario Internazionale ha abbassato le stime non solo dell’Italia ma anche delle maggiori economie mondiali. Per Germania, Francia e come abbiamo visto l’Italia il Fondo ha rivisto al ribasso di 0,3 punti la stima di crescita Pil del 2018 mentre per Regno Unito e Giappone il taglio è di 0,2 punti. In particolare, ha segnalato un aumento dei rischi al ribasso anche nel breve termine, con una espansione economica, che sebbene confermata a livello globale al 3,9% sia quest’anno che nel 2019, sta diventando meno omogenea. In dettaglio, la crescita delle economie avanzate dovrebbe confermarsi quest’anno al +2,4%, stesso livello del 2017, per poi scendere a +2,2% il prossimo anno. Il dato relativo al 2018 è stato pertanto rivisto al ribasso di 0,1 punti rispetto alle previsioni dello scorso aprile. Per gli Usa il Fondo conferma un Pil a +2,9% nel 2018 e a +2,7% il prossimo anno mentre l’eurozona dovrebbe registrare una crescita del 2,4% quest’anno e del 2,2% il prossimo con una revisione al ribasso rispettivamente di 0,2 e 0,1 punti.

Anche l’Ufficio parlamentare di bilancio, nella nota sulla congiuntura a luglio, ha confermato il cambio di marcia del Paese, in linea con l’andamento delle maggiori economie avanzate (?). Nella nota dell’Upb si legge: “La ripresa economica in Italia ha parzialmente perso slancio e rischia di avere un effetto trascinamento anche sul 2019. Le stime dei modelli di breve periodo dell’Upb segnalano un rallentamento dell’attività economica, che si potrebbe protrarre nel corso dell’estate, determinando un lieve peggioramento delle previsioni di crescita per l’anno in corso e influenzando, in considerazione del minor effetto di trascinamento, anche i risultati del 2019”.

Nella media del 2018, l’espansione del Pil si attesterebbe all’1,3%, lievemente al di sotto della previsione Upb dello scorso maggio (1,4%). Per effetto della minore crescita acquisita anche l’incremento previsto per il 2019 registrerebbe una correzione al ribasso con una crescita del Pil di poco superiore all’1%.

Secondo quanto ha osservato l’Upb: “Nei primi mesi dell’anno, a un buon andamento dei consumi ha fatto riscontro quello negativo di investimenti ed esportazioni. Nonostante un leggero calo del potere di acquisto delle famiglie (0,2 per cento nel primo trimestre) la dinamica dei consumi ha registrato un recupero nel primo trimestre dell’anno (0,4 per cento in termini congiunturali). Questo andamento ha beneficiato del clima di fiducia delle famiglie e delle dinamiche occupazionali, che consolidandosi potrebbero continuare a sostenere nel breve termine i piani di spesa delle famiglie. Nei primi tre mesi dell’anno, inoltre, la dinamica congiunturale dell’accumulazione del capitale ha subito una battuta d’arresto (dell’1,4 per cento), riassorbendo parte de i progressi conseguiti nel 2017. A pesare sulle decisioni di investimento, ha verosimilmente influito l’incertezza relativa al prolungamento per quest’anno delle agevolazioni fiscali per l’acquisto di impianti e macchinari, in contrazione del 2,4 per cento nei primi tre mesi del 2018. È risultato negativo anche l’apporto all’attività economica da parte degli scambi con l’estero. Nel primo trimestre il volume delle esportazioni, in crescita dalla metà del 2016, ha scontato un calo del 2,1 per cento. Le prospettive di breve termine, secondo le più recenti indagini sugli ordini dall’estero, restano deboli”.

L’esame fatto dall’Ufficio parlamentare di bilancio conferma le valutazioni di rallentamento dell’economia elaborate anche da Istat e dal Fondo Monetario Internazionale.

A quanto già indicato, si aggiungono i deboli segnali di crescita su base mensile del fatturato e ordini dell’industria a maggio scorso, confermando la tendenza di rallentamento su base annua. Secondo i dati dell’Istat, il fatturato ha registrato un aumento per il terzo mese consecutivo, pari all’1,7% rispetto ad aprile mentre nella media degli ultimi tre mesi, l’indice complessivo cresce dello 0,4% sui tre mesi precedenti. Anche gli ordinativi registrano una variazione congiunturale positiva (+3,6% di cui un più 5,5% per l’estero), che segue la flessione del mese precedente (-0,6%). Nella media degli ultimi tre mesi sui tre mesi precedenti si registra, tuttavia, una riduzione pari all’1,1%. Fa eccezione il fatturato dell’industria automobilistica diminuito rispetto al 2017 (-6,1%).

Nella nota dell’Istat si legge: “Gli indici destagionalizzati del fatturato e degli ordinativi raggiungono a maggio i livelli più alti da inizio anno sia per il fatturato interno sia per quello estero. L’incremento congiunturale del fatturato coinvolge tutti i principali settori, con una spinta ulteriore proveniente dalla vivace dinamica dei prodotti energetici. In volume, il comparto manifatturiero registra un incremento congiunturale dell’1,5%, rimanendo sostanzialmente stabile nella media degli ultimi tre mesi”.

Preoccupazioni arrivano anche dalla CNA sulla pressione fiscale. Analogamente all’allarme recentemente lanciato dalla Cgia di Mestre, nel rapporto 2018 dell’Osservatorio Cna sulla tassazione delle piccole imprese in Italia, giunto alla quinta edizione, dal titolo ‘Comune che vai, fisco che trovi’ in cui si analizza il peso del fisco sul reddito delle piccole imprese in 137 comuni tra cui tutti i capoluogo di provincia, è stata elaborata la seguente proiezione: “La pressione fiscale media sulle piccole imprese, se non interverranno correttivi, quest’anno tornerà a salire. Lievemente, lontana dal picco del 2012, ma con un segno “più” che non può certo rallegrare l’ossatura portante del sistema produttivo italiano. Il dato di sintesi, inoltre, non fotografa le profonde differenze nella tassazione locale. La realtà italiana è molto complessa. Tanto da far emergere non una pressione fiscale, ma numerose pressioni fiscali”.

L’Osservatorio ha calcolato il Total tax rate (Ttr), vale a dire l’ammontare di tutte le imposte e di tutti i contributi sociali obbligatori che gravano sulle imprese espresso in percentuale sui redditi. Individua, inoltre, il Tax free day (Tfd), cioè il giorno della liberazione dalle tasse, la data fino alla quale l’imprenditore deve lavorare per l’ingombrante ‘socio’ pubblico. A differenza di altri organismi, anche internazionali, l’Osservatorio CNA ha basato la sua analisi sull’impresa tipo italiana , con un laboratorio e un negozio, ricavi per 431mila euro, un impiegato e quattro operai di personale, 50mila euro di reddito.

La pressione fiscale media sulla piccola impresa tipo italiana, salita nel 2017 dello 0,3% al 61,2%, nel 2018 è destinata a crescere ancora, portandosi al 61,4%. Un incremento compiutamente ascrivibile all’aumento programmato della contribuzione previdenziale dell’imprenditore. Di conseguenza, il giorno della liberazione fiscale media si allungherà di altre ventiquattr’ore, per arrivare all’11 agosto, contro il 10 agosto del 2017 e il 9 agosto del 2016. Intanto si va ampliando il divario tra la pressione fiscale che grava sulle piccole imprese e quella media nazionale. Nel 2017 è andata dal 61,2% sulle piccole imprese al 42,4% sulla totalità dei contribuenti: un’ingiustizia, per CNA, che vale 18,8 punti percentuali.

Oltre alle problematiche economiche endogene evidenziate, bisogna tenere conto anche della componente esogena dettata dall’espansione del protezionismo.

In tal senso, in merito alle tensioni commerciali, nella conferenza stampa congiunta con il premier cinese Li Keqiang ed il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha lanciato un appello affermando: “E’ comune dovere di Ue, Cina, Usa e Russia non iniziare guerre commerciali. C’è ancora tempo per prevenire il conflitto e il caos”.

La Cina ha deciso di ricorrere al Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio, contro la minaccia di dazi aggiuntivi al 10% annunciati dagli Usa sull’import ‘made in China’ per 200 miliardi di dollari ex art.301 dello Us Trade Act. La mossa, annunciata con un post sul sito del ministero del Commercio, cade nel giorno in cui Cina e Ue, nel loro 20/mo summit annuale, hanno ribadito l’impegno congiunto per il multilateralismo e il libero scambio.

Gli Stati Uniti fanno ricorso alla Wto contro cinque dei suoi membri per ‘dazi illegali’. Gli Usa puntano il dito contro Cina, Unione Europea, Canada, Messico e Turchia per le misure ritorsive decise dopo i dazi all’alluminio e l’acciaio imposti dagli Usa. In un comunicato del rappresentante per il Commercio degli Usa, si legge: “I dazi sull’acciaio e l’alluminio imposti dal presidente Trump sono giustificati sulla base degli accordi internazionali approvati fra gli Usa e i suoi partner”.

Il lettore dovrà comunque ricordarsi che per il 2018, secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale, l’incremento del Pil viaggia per l’Italia all’1,2%, mentre per gli Stati Uniti d’America la proiezione è al 2,9%.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, recentemente ha manifestato preoccupazione per il propagarsi del protezionismo nel mondo. Sullo stesso argomento, ancora non sappiamo quale posizione intenderà assumere il Governo Conte.

S. R.

L’Ecofin all’Italia: serve una correzione dei conti

tria moscoviOggi, l’Ecofin ha approvato le raccomandazioni specifiche per Paese pubblicate dalla Commissione Ue a maggio scorso, con le quali si è chiesto all’Italia “uno sforzo strutturale di almeno lo 0,3% del Pil nel 2018, senza alcun margine aggiuntivo di deviazione sull’anno”. La motivazione del Consiglio della Commissione Ue è stata perché: “C’è un rischio di deviazione significativa dal percorso verso l’obiettivo di medio termine. Nel 2019, dato il debito sopra il 60%, l’aggiustamento richiesto è dello 0,6%. L’Italia, a una prima valutazione, si prevede che non rispetterà la regola del debito nel 2018 e 2019. Inoltre, l’elevato debito pubblico implica che ampie risorse siano assegnate a coprire i costi per servire il debito, a detrimento di misure che aiutano la crescita incluse istruzione, innovazione e infrastrutture. In generale, il Consiglio è dell’opinione che le misure necessarie dovrebbero essere prese dal 2018 per rispettare le indicazioni del Patto. Sarebbe prudente anche l’uso di entrate inattese per ridurre il debito”.

Il commissario agli affari economici, Pierre Moscovici, con riferimento alla situazione italiana ha detto: “Ricordo che l’aggiustamento strutturale è indipendente dalla crescita. Quando ero ministro l’aggiustamento strutturale della Francia, era superiore a un punto percentuale all’anno. E non è quello che chiediamo all’Italia”.

Il presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno ha fatto presente quanto segue: “Nell’ultimo Eurogruppo il ministro Tria è stato chiaro sugli impegni del Governo italiano sugli aggregati di bilancio, e questo include il profilo di riduzione del debito rispetto al Pil e sul deficit”.

Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, a margine dell’Ecofin a Bruxelles, ha ribadito: “Per quanto riguarda il 2018, noi non cambiamo gli obiettivi. Si vedrà a consuntivo se abbiamo rispettato o no l’impegno preso con la Commissione Europea. Riteniamo che non ci sarà alcun allargamento del bilancio e nessuna restrizione, nel senso di manovra correttiva, lo abbiamo già detto. Riteniamo che questo sia sufficiente per raggiungere gli obiettivi. Poi si vedrà, è probabile che il gap si colmi, ma lo vedremo quando ci sarà il consuntivo. Non sono in grado di dire se a consuntivo ci sarà lo 0,3%, lo 0,2% di aggiustamento strutturale. Vedremo, questo dipende da molti fattori”. Alla domanda: “Quindi a primavera?”, il ministro Tria ha risposto: “Sì, certo. Quanto al 2019, ho ripetuto al commissario Moscovici che nel mio discorso in Parlamento ho preso l’impegno di proseguire nel percorso di riduzione del rapporto debito/Pil, e quindi faremo una manovra che sia coerente con quel risultato. Successivamente, ho preso un ulteriore impegno, molto più rigido, che non ci sarà nessuna inversione di tendenza per quanto riguarda l’aggiustamento strutturale. Misura e tempi dell’aggiustamento strutturale sono l’unica cosa in discussione, ma non è in discussione il fatto che si prosegue nell’aggiustamento strutturale. È probabile che dovremo rivedere i tempi, il timing, in relazione al rallentamento dell’economia europea.

L’Italia in genere segue l’andamento dell’economia europea, almeno fino ad oggi: speriamo non sempre. Abbiamo anche discusso della qualità e ci siamo trovati molto d’accordo sul fatto che è essenziale migliorare la qualità del bilancio, della spesa. L’obiettivo di far crescere la quota di investimenti pubblici rispetto alla spesa corrente è il centro della manovra politica di bilancio. Il profilo di discesa del debito non è in discussione: discuteremo dei tempi, ma il centro della manovra è ribaltare la tendenza che c’è stata fino ad oggi, quella cioè di aumentare la spesa corrente nell’ambito della spesa totale, a discapito di quella per investimenti. Questo è stato molto apprezzato, perché in passato è stato concesso molto all’Italia per aumentare gli investimenti che però si sono sempre ridotti, malgrado la flessibilità fosse stata ottenuta dichiarando che sarebbe stata utilizzata per gli investimenti. Lì è il centro della questione, perché questo sarebbe un vero aggiustamento strutturale dell’economia italiana e del bilancio italiano”.

Il titolare di via XX Settembre ha affrontato anche il tema del reddito di cittadinanza, dicendo: “Nessuno dice che non si troveranno i soldi in futuro. Non si possono calcolare 45 miliardi addizionali: sono tre punti percentuali di Pil. Ovviamente, se noi andassimo al 5% di deficit, il giorno dopo l’Italia va in default. E’ questo il problema, non le regole europee. La questione è che non si pone il problema in questi termini, stiamo studiando il bilancio. Se il governo ha trovato 50 miliardi per misure di questo tipo, vuol dire che 50 miliardi dentro già ci sono: basta utilizzarli per fare il reddito di cittadinanza, perché i bisogni sono quelli. Bisogna vedere quali sono gli strumenti ritenuti più adatti per rispondere a certi bisogni, non è che si aggiungono. L’implementazione del programma di governo viene studiata in termini di mutamento interno al bilancio della spesa, cercando di vedere quali sono gli strumenti più adatti a rispondere a certi bisogni. Le differenze politiche sono perché uno pensa che è meglio operare con certi strumenti e altri pensano che sia meglio operare con altri: lì c’è la discontinuità. Non è tra fare l’1 o il 5% di deficit: quella non è discontinuità, è irresponsabilità”.

Poi, rispondendo alla domanda se si prepari anche lui a gestire un ‘cigno nero’, (l’evento improbabile ma non impossibile  evocato dal ministro degli Affari Europei Paolo Savona), Tria ha spiegato: “Non considero i cigni neri, sennò non dovrei più uscire di casa, perché potrebbe cadermi una tegola in testa e potrei morire. Io sono avventuroso ed esco di casa la mattina, comportandomi normalmente”.

Infine, difendendo Savona, ha detto: “Non mi pare che Savona abbia fatto dichiarazioni improprie sull’euro. Ha sempre e solo parlato di quale sarebbe la ‘governance’ ideale dell’Eurozona, che è una cosa ben diversa”.

Ma intanto, nel supplemento al Bollettino Statistico della Banca d’Italia “Finanza Pubblica, fabbisogno e debito” si legge quanto segue: “Nuovo record assoluto per il debito pubblico italiano che a maggio è aumentato di 14,6 miliardi rispetto al mese precedente, risultando pari a 2.327,4 miliardi”.
L’aumento da fine 2017, quando il debito si è attestato a 2.263 miliardi, è stato di 84,3 miliardi con un incremento del 3,6%.

Sempre a maggio le entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato sono state pari a 33,6 miliardi, sostanzialmente stabili rispetto allo stesso mese del 2017. Nei primi cinque mesi del 2018 le entrate tributarie sono state pari a 155,2 miliardi, in aumento poco più di 800 milioni rispetto allo stesso periodo dello scorso anno quando avevano toccato i 154,3 miliardi.

Nel Bollettino si legge anche: “Al netto di alcune disomogeneità contabili, si può stimare che la dinamica delle entrate tributarie sia stata più favorevole”.

Nonostante quest’ultima effimera nota positiva, l’incremento del debito pubblico ha raggiunto valori significativi. Con questa realtà dovrà fare i conti il ministro Tria ed anche il governo giallo-verde con i programmi di cambiamento.

Salvatore Rondello

Le condizioni della Sardegna nei “Rapporti” CRENoS e Banca d’Italia

crenos sardegna

Anche quest’anno, come di consueto, sia il “Centro Ricerche Economiche Nord Sud” (CRENoS), che la Banca d’Italia hanno presentato le loro analisi delle condizioni economiche che hanno caratterizzato dal punto di vista reale e da quello finanziario il sistema economico dell’Isola nel 2017. Come sempre, i rapporti sono riferiti prevalentemente all’analisi dei dati macro relativi all’intera base regionale, mentre è quasi del tutto assente qualche riflessione di rilievo sullo stato delle economie locali.

Il Rapporto CRENoS, giunto alla sua venticinquesima edizione, presenta un’analisi strutturale del sistema economico isolano attraverso il confronto dei dati ad esso relativi con quelli delle altre regioni italiane ed europee. Dal quadro macroeconomico presentato si ricava che la Sardegna ha continuato, nel 2017, ad occupare la stessa posizione, la duecentododicesima, nella classifica delle regioni europee per livello di sviluppo; l’Isola ha registrato un PIL pari al 71% della media europea, una percentuale che, nell’ultimo quinquennio, ha avuto una contrazione del 5%.

A parere degli estensori del Rapporto del CRENoS, se si considera la diminuzione, che nel corso del 2017 hanno subito gli investimenti rispetto all’anno precedente, la contrazione del PIL “sembra dipendere dal rallentamento del processo di accumulazione del capitale”; ma a far bene sperare in una possibile inversione di tendenza, sarebbe “il dato sui consumi delle famiglie” che, con la loro domanda prevalentemente orientata verso il mercato dei servizi e dei beni durevoli, lascerebbe presagire un aumento delle aspettative da parte dei consumatori e un aumento del reddito disponibile.

Sulla partecipazione dei singoli settori produttivi alla formazione del valore aggiunto regionale, è confermata la buona performance del settore agricolo, sia per numero di imprese, che per produzione di valore; il settore industriale, invece, conferma la tradizionale posizione ritardata, essendosi limitato a produrre solo il 19,1% del valore aggiunto, mentre il settore produttivo di servizi non per il mercato ne ha prodotto circa il 30%; dato, quest’ultimo, sul quale sarebbero necessari maggiori approfondimenti. Gli estensori del Rapporto giudicano positivo per l’economia regionale il fatto che, nel corso del 2017, sia ripreso l’interscambio con l’estero, trainato soprattutto dall’esportazione dei raffinati di petrolio.

L’andamento del mercato del lavoro non è che lo specchio dell’andamento riscontrato per l’economia reale. Nel corso del 2017, il numero degli occupati è rimasto stabile rispetto al 2016, mentre il numero dei disoccupati si è ridotto di circa duemila unità, consentendo la magra consolazione di poter dire che esso (il numero dei disoccupati), essendo stato nel corso del 2017 pari a un tasso di disoccupazione del 17%, ha raggiunto il “minimo storico” dal 2013.

Di particolare interesse è quanto il Rapporto riferisce riguardo all’analisi di due categorie di servizi pubblici, che hanno inciso in maniera significativa sui bilanci regionali e su quelli degli enti locali: i servizi sanitari e quelli di rilevanza economica, riguardanti i rifiuti solidi urbani, il trasporto pubblico locale e i servizi comunali per la prima infanzia. Il Rapporto riferisce che la spesa per il “Servizio Sanitario Regionale” è cresciuta nel corso del 2917, rispetto al 2016, più di quanto sia avvenuto su base nazionale, raggiungendo il livello più alto dell’ultimo decennio. Riguardo alla spesa sanitaria, la Sardegna continua così a distinguersi, per essere una regione poco efficiente nell’uso delle risorse disponibili e per una performance non soddisfacente dei svisi sanitari essenziali.

Per contro, la Sardegna è riuscita a distinguersi positivamente per il trattamento dei rifiuti solidi urbani; mentre, relativamente al trasporto pubblico, ha accusato la tradizionale difficoltà a migliorare l’utilizzo dei mezzi pubblici e del trasporto ferroviario. Infine, riguardo alla spesa dei servizi per l’infanzia, la Sardegna ha accusato una diminuzione rispetto a quella nazionale.

Interessanti sono le osservazioni che il Rapporto reca riguardo ai fattori di sviluppo o di competitività, valutati sia nel contesto regionale italiano che in quello europeo, in funzione di possibili future variazioni positive della performance del sistema economico regionale in termini di accumulazione capitalistica, di produttività e di sviluppo economico.

Il processo di accumulazione di capitale, riferiscono gli estensori del Rapporto, appare caratterizzato da un forte ritardo, rispetto alle altre regioni italiane ed europee, riguardo al “capitale umano”; gli investimenti in “Ricerca e Sviluppo” accusano livelli ancora troppo bassi, ammontando nell’Isola solo allo 0,8% del proprio PIL, un livello giudicato troppo distante dall’obiettivo europeo del 3%. Appare positivo solo il fatto che la propensione ad innovare, misurata dal rapporto tra il numero delle startup innovative e il totale delle società di capitali, risulti sostanzialmente in linea con la media nazionale.

Il Rapporto si chiude con l’analisi del comparto turistico, rilevando che nel 2016 le presenze nell’Isola sono aumentate dell’8,8%, collocandola al primo posto tra tutte le regioni italiane; la componente nazionale delle presenze è cresciuta più che nelle altre regioni concorrenti, mentre la componente estera è tendenzialmente aumentata in linea con esse. Infine, secondo i dati del servizio statistico regionale, la domanda turistica nel 2017 è cresciuta per il quinto anno consecutivo; ciò farebbe bene sperare, se non fosse che, sottolinea il Rapporto, l’aumento delle presenze turistiche, letto “insieme agli indicatori economici tradizionali di creazione di valore aggiunto e di mercato del lavoro”, fa riflettere sulle difficoltà “che il sistema imprenditoriale e produttivo dell’Isola ha nello sfruttare pienamente il vantaggio competitivo di questo comparto”.

Il Rapporto è completato da quattro “approfondimenti tematici” e da tre “policy focus”. I primi sono dedicati, rispettivamente, all’esame delle attivazioni e delle cessazioni dei rapporti di lavoro nella province sarde dopo l’entrata in vigore, nel 2014, del “job Act”; all’analisi della mobilità degli studenti universitari sardi verso altri atenei della penisola; allo studio della nautica da diporto in funzione del potenziamento dei principali porti turistici della Sardegna; all’illustrazione dei risultati di un progetto di ricerca che ha analizzato le percezioni degli operatori turistici di uno dei principali centri turistici della Sardegna (Villasimius) in merito alla sostenibilità delle “presenze” in funzione di diversi fattori. I “policy focus” riguardano invece: la valutazione del piano di politica attiva del lavoro della Regione Sardegna; la riflessione sul modello regionale di gestione della mobilità ciclistica; l’analisi delle opportunità di rilancio economico che possono derivare da una razionale gestione delle aree militari dimesse nella prospettiva del potenziamento del comparto turistico.

Il Rapporto della Banca d’Italia, presentato nella forma di “Nota” redatta dalla sede di Cagliari, conferma i dati congiunturali del Rapporto CRENoS, riguardo sia alla struttura produttiva che al mercato del lavoro, osservando anche che, nonostante un quadro congiunturale moderatamente stabile dell’ultimo biennio, “si mantiene elevata nel confronto nazionale la quota delle famiglie sarde a rischio di povertà ed esclusione sociale, condizione che nel 2017 è ulteriormente aumentata, più che nel resto del Paese”.

La “Nota”, tuttavia, a differenza del Rapporto CRENoS. descrive una situazione regionale dal punto di vista finanziario sorretta da un sostanziale ottimismo. Ciò perché nel mercato del credito, sebbene la rete territoriale delle banche si sia ulteriormente contratta, per via del processo di razionalizzazione in atto dal 2009, la riduzione sarebbe stata compensata dalla “diffusione dei canali alternativi di contatto tra le banche e la clientela”, grazie soprattutto all’utilizzo dei servizi di “home banking” (letteralmente “banca da casa” o “banca a domicilio”, che consentirebbe alla clientela sarda sparsa nel territorio di effettuare operazioni bancarie da casa o dall’ufficio mediante collegamento telematico con le banche, reso possibile dallo sviluppo di Internet e delle reti di telefonia cellulare).

Inoltre, sempre secondo la “Nota”, nel corso del 2017 è proseguito il miglioramento della qualità dei finanziamenti di banche e di società finanziarie, mentre è diminuito il flusso dei finanziamenti deteriorati, pur rimanendo ancora elevata la sua incidenza sui crediti totali concessi. I deposti bancari “hanno accelerato”, mentre è tornato ad aumentare “il valore complessivo dei prezzi di mercato dei titoli delle famiglie ed delle imprese sarde detenuti a custodia presso il sistema bancario, per effetto dell’incremento delle quote di OICR” (acronimo di Organismi di Investimento Collettivo del Risparmio, che investono in “strumenti finanziari”, o altre attività, il risparmio raccolto tra il pubblico di risparmiatori, operando secondo il principio della ripartizione dei rischi).

Infine, il miglioramento finanziario dell’economia regionale, sarebbe continuato per via della diminuzione, negli ultimi anni (2014-2016), della spesa primaria delle amministrazioni locali della Sardegna, riflettendo soprattutto il calo degli investimenti pubblici e un aumento contenuto della spesa sanitaria. A seguito di ciò, nel corso del 2017, il debito delle amministrazioni locali è cresciuto moderatamente.

Nel complesso, il “tono” della “Nota” della sede di Cagliari della Banca d’Italia (“fedele alla consegna” che le deriva dall’essere l’articolazione regionale del controllore sovrapartes della politica di austerità perseguita dall’Italia dopo lo scoppio della Grande Recessione del 2007/2008) sembra indicare che, dal punto di vista finanziario, l’andamento congiunturale dell’economia regionale riesca a reggere il peso dei postumi della crisi, senza minimamente collegare il miglioramento del mercato del credito agli effetti negativi sull’intero tessuto sociale della Sardegna e, quel che più conta, all’aumento dell’indebitamento delle famiglie verso le banche.

Anzi, invece di suggerire, sempre dal punto di vista finanziario, possibili linee di una politica regionale più appropriata ai fini di una più stabile situazione economica e sociale, la “Nota” attende fiduciosa quanto può derivare alla Sardegna dalla recente riforma degli enti locali; con ciò esprimendo il parere che la riforma realizzata, ridimensionando il ruolo delle province e accrescendo le funzioni attribuite ad altri enti sovracomunali, possieda in sé la ratio per individuare ambiti territoriali ottimali, atti ad incrementare presunti livelli di efficienza e di efficacia nella gestione dei servizi locali.

I nuovi enti di gestione potranno, secondo la “Nota”, beneficiare di risorse specifiche di origine regionale e comunitaria per i propri programmi di sviluppo; ma di quale sviluppo si tratti non viene specificato. Sarebbe un errore se ci si riferisse a quello assicurato dalle istituzioni regionali centrali, che, a parere dei sardi, come risulta dalle ultime indagini demoscopiche, non hanno saputo garantire un impiego efficiente delle risorse disponibili, senza riuscire a dare vita ad una base produttiva stabile e diffusa nel territorio; premessa necessaria, questa, per l’acquisizione di una capacità di crescita autonoma, in grado di sottrarre l’Isola dal novero delle regioni europee sempre in ritardo sulla via dello sviluppo.

E’ riduttivo pensare agli enti locali come attori unicamente preposti a rendere efficiente la spesa per servizi di pura natura amministrativa, con risorse provenienti da processi risditributivi regionali; ed è sorprendete che, sia il Rapporto Crenos che la “Nota” della Banca d’Italia non sappiano rinvenire, nel potere di iniziativa delle comunità locali, il presupposto, non solo per una gestione più efficiente delle risorse disponibili, ma anche per consentire di elaborare proposte di valorizzazione dei loro territori.

La capacità di formulare iniziative “dal basso” deve essere considerata un fattore decisivo, forse il più importante, fra quelli che presiedono alla crescita e allo sviluppo di qualsiasi area, quale che sia la sua dimensione. Continuare a tacere sui limiti del centralismo istituzionale e sulla virtù dello sviluppo locale costituisce un grave handicap per il futuro dell’Isola.

Gianfranco Sabattini

Istat: continua la crescita del Pil

Pil

Secondo le previsioni dell’Istat, nel 2018 il prodotto interno lordo (Pil) dovrebbe crescere dell’1,4% in termini reali. La stima dell’Istat è stata pubblicata nelle “Prospettive per l’economia italiana nel 2018”. Nel primo trimestre 2018 il Pil ha registrato un’ulteriore crescita congiunturale (+0,3% rispetto al trimestre precedente) prolungando cosi il ciclo favorevole iniziato nel terzo trimestre del 2014. L’intensità della crescita si manterrebbe sui livelli del trimestre precedente, in leggera decelerazione rispetto alla media dei tassi di crescita congiunturali del 2017 (+0,4%).

La domanda interna al netto delle scorte fornirebbe un contributo positivo alla crescita del Pil pari a 1,5 punti percentuali; l’apporto della domanda estera netta risulterebbe nullo e quello della variazione delle scorte marginalmente negativo (-0,1 punti percentuali).

L’aumento della spesa delle famiglie e delle ISP in termini reali è stimato in leggero rallentamento rispetto agli anni precedenti, con un incremento dell’1,2%. La crescita dei consumi continuerebbe ad essere supportata dai miglioramenti del mercato del lavoro.

Il processo di ricostituzione dello stock di capitale dovrebbe proseguire a ritmi lievemente più accentuati rispetto all’anno precedente sostenuto sia dalle misure di politica economica sia dalle condizioni favorevoli sul mercato del credito, derivanti dal proseguimento della politica monetaria espansiva della Banca centrale europea. Gli investimenti fissi lordi sono previsti crescere del 4,0% nell’anno corrente.

Le condizioni del mercato del lavoro registreranno un ulteriore miglioramento con un aumento dell’occupazione (+0,8% in termini di unità di lavoro) e una progressiva, ma lenta, diminuzione del tasso di disoccupazione (10,8%).

Nel corso del 2017 si è consolidata la fase positiva del mercato del lavoro. Le unità di lavoro sono ulteriormente aumentate (+0,9%) e la disoccupazione è diminuita di 0,5 punti percentuali attestandosi all’11,2%.

Sebbene in aumento, il tasso di occupazione si è comunque mantenuto inferiore a quello del target di Europa 2020 e alla media europea. Con riferimento alla popolazione nella classe di età con 20-64 anni, nel 2017 il tasso di occupazione italiano era del 62,3% (67,0% l’obiettivo di Europa 2020 e 72,2% il tasso medio dei paesi dell’Unione europea).

Negli ultimi mesi si sono manifestati segnali di rallentamento nella dinamica del mercato del lavoro. Nel primo trimestre del 2018 il tasso di occupazione è aumentato in misura contenuta (0,1 punti percentuali) mentre la disoccupazione è rimasta stabile all’11,0%, un valore di 2,5 punti percentuali superiore a quello dell’area euro. Nello stesso periodo il tasso dei posti vacanti, che misura la quota dei posti di lavoro per i quali è in corso la ricerca di personale, si è attestato allo 0,9% sia nell’industria sia nei servizi arretrando rispettivamente di 0,2 e 0,1 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. Nei prossimi mesi si prospetta il proseguimento della fase di miglioramento del mercato del lavoro ma con intensità più contenute rispetto all’anno precedente.

Nel 2018, l’occupazione, espressa in termini di unità di lavoro, si prevede in crescita (+0,8%), mentre il tasso di disoccupazione dovrebbe diminuire (10,8%). La crescita dell’occupazione sarà supportata dall’aumento delle unità dipendenti mentre la contrazione di quelle indipendenti dovrebbe attenuarsi quasi completamente. L’aumento dell’occupazione comporterà sia una crescita del monte salari sia un miglioramento delle retribuzioni per dipendente che segneranno una forte accelerazione (+1,4%) rispetto all’anno precedente.

La situazione di crescita economica resta molto precaria. Le prospettive future dipenderanno molto dall’azione del nuovo governo.

Salvatore Rondello

Il mondo spremuto da una montagna di debiti

mondo spremuto

Il debito globale è salito ininterrottamente dalla Seconda Guerra mondiale, toccando nel 2016 un nuovo picco di 164.000 miliardi di dollari, circa il 225% del pil del pianeta. Questo quadro è emerso da un nuovo documento del Fondo monetario internazionale che passa in rassegna il debito ‘lordo’ (pubblico più privato) di 190 Paesi dal 1950 ad oggi. Con qualche sorpresa, si scopre che  le economie più indebitate del mondo sono anche le più ricche.

I primi tre debitori nella classifica mondiale sono Stati Uniti, Cina e Giappone e rappresentano oltre la metà del debito globale, significativamente superiore alla loro quota di produzione globale. Al primo posto gli Usa con un debito lordo (pubblico più privato escluse le società finanziarie) a 48mila miliardi; a seguire la Cina a 25,5 mila miliardi, il Giappone a 18,2mila miliardi e la Francia a 6,7 mila miliardi. Il debito delle restanti economie avanzate complessivamente ammonta a 46,2 mila miliardi, mentre dei restanti paesi emergenti ammonta a 12,7mila miliardi.

L’approdo della Cina tra le prime posizioni è comunque uno sviluppo relativamente nuovo, con la quota del colosso asiatico nel debito globale che è salita da un livello inferiore al 3% agli inizi del millennio a oltre il 15% oggi, con l’ascesa del credito dopo la crisi finanziaria globale.

Rispetto al picco precedente del 2009, il debito globale è ora superiore del 12% rispetto al prodotto interno lordo, con un trend generale in rialzo trainato dal settore privato, che dal 1950 ad oggi ha quasi triplicato il suo debito. Ampliando la visione, emerge come il debito globale ha seguito la tendenza al rialzo quasi ininterrotta dalla Seconda guerra mondiale ad oggi. L’osservazione è stata fatta dagli analisti del Fondo monetario.

Le economie avanzate hanno dominato il panorama per quasi sei decenni, con il debito del settore privato non finanziario che ha raggiunto un picco del 170% del Pil nel 2009, mentre le economie emergenti hanno assunto un ruolo guida all’indomani del collasso di Lehman Brother, data convenzionale per indicare l’inizio della grande crisi finanziaria. Nonostante ciò il divario tra il debito del G20 e i mercati emergenti è ancora significativo, superando in media il 90% del pil. I paesi a basso reddito invece rappresentano meno dell’1% del debito globale, ben al di sotto del loro prodotto.

Inoltre, anche se la storia del debito globale è stata dominata dal settore privato, anche il debito pubblico ha svolto un ruolo importante con due fasi distinte: fino alla metà degli anni ’70 è diminuito progressivamente per effetto della crescita e dell’inflazione nelle economie avanzate, dopo ha invertito il suo corso con dinamiche diverse nei vari paesi.

In questo panorama si potrebbe dedurre che la politica economica dell’Italia, almeno fino alla fine degli anni ottanta, è stata encomiabile. In quel periodo l’Italia era diventata la quinta potenza mondiale con un debito lordo inferiore a quello di altri paesi ad economia avanzata.

Salvatore Rondello

Istat: Italia secondo paese più vecchio al mondo

vecchi

Presentando oggi il ‘Rapporto Istat 2018’ alla Camera dei Deputati, il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva ha detto: “In Italia manca il lavoro ad oltre 6 milioni di persone. Nel nostro Paese le persone che vorrebbero lavorare superano di poco i 6 milioni, nonostante i miglioramenti del mercato del lavoro, per donne, giovani e Mezzogiorno resta ancora molto da fare. Un giovane laureato su quattro trova lavoro attraverso una segnalazione di parenti o amici o la conoscenza diretta del datore di lavoro”.

Secondo il rapporto annuale dell’Istat, “tra i laureati del 2011 occupati nel 2015 uno su tre ha trovato lavoro grazie all’inserzione su giornali o internet o l’invio del curriculum a datori di lavoro. Chi trova lavoro con canali formali dichiara una maggiore soddisfazione per l’impiego ottenuto”.

L’Istituto di statistica spiega anche: “Una valutazione sintetica della bontà dell’occupazione determinata su diverse dimensioni (retribuzione, stabilità del lavoro, adeguatezza della professione al titolo di studio conseguito e regime orario) mette in luce che un inserimento lavorativo avvenuto attraverso le segnalazioni di familiari o amici porta a ottenere un impiego caratterizzato in assoluto da retribuzioni più basse, minore stabilità e coerenza con il percorso di studi concluso”.

Dal Rapporto annuale emerge anche l’allarme demografico. In Italia le nascite toccano il nuovo minimo storico, si accentua l’invecchiamento e prosegue il calo della popolazione. Il quadro demografico è preoccupante con la tendenza che indica un costante peggioramento del “debito demografico”.

Per il nono anno consecutivo le nascite sono in calo. L’anno scorso ne sono state stimate 464mila, il 2% in meno rispetto all’anno precedente e nuovo minimo storico. Secondo l’Istat, la contrazione delle nascite ha una forte componente strutturale e interessa tutte le aree ma in particolare nel centro Italia con una contrazione del 4,6%. Rispetto al 2008 il calo delle nascite ammonta a oltre 100mila unità, -19%.

Nonostante l’apporto positivo dell’immigrazione, le donne nella fascia di età tra 15 e 29 anni sono poco più della metà di quelle tra 30 e 49 anni. Meno donne in età feconda comportano inevitabilmente meno nascite.

La crisi demografica è confermata dal terzo anno consecutivo di flessione della popolazione. L’Istat stima che a gennaio scorso la popolazione ammonti a 60,5 milioni, in calo di quasi 100mila unità rispetto all’anno precedente. Al tempo stesso si accentua l’invecchiamento nonostante la presenza degli stranieri caratterizzati da una struttura di età più giovane di quella italiana e con una fecondità più elevata. L’Italia è il secondo paese più vecchio al mondo con una stima di 168,7 anziani ogni 100 giovani.

L’evoluzione demografica degli ultimi decenni ci consegna un paese profondamente trasformato nella struttura e nelle dinamiche sociali demografiche. La tendenza è destinata ad accentuare ulteriormente il processo di invecchiamento. Secondo lo scenario mediano delle previsioni demografiche tra 20 anni lo squilibrio intergenerazionale sarà ancora più critico con 265 anziani ogni 100 giovani.

L’occupazione femminile ha raggiunto quasi il 49%, ma l’Italia è penultima nella classifica europea sulla quota delle donne che lavorano. Secondo quanto indicato nel rapporto annuale dell’Istat, in Italia nel 2017, per il quarto anno consecutivo, il tasso di occupazione generale cresce, attestandosi al 58%, ma è ancora 0,7 punti percentuali sotto il livello del 2008 e lontano dalla media Ue.

L’Istat ha scritto nel rapporto annuale: “Il riavvicinamento ai valori del 2008 si deve esclusivamente alla componente femminile (+1,7 punti dal 2008 in confronto a -3,1 degli uomini) anche se l’Italia si caratterizza per un tasso di occupazione femminile più basso della media europea (48,9% contro 62,4%). Si tratta del valore più basso dopo la Grecia”.

Gli indicatori disponibili per i primi mesi del 2018 segnalano la prosecuzione del recupero della crescita dell’economia italiana, pur se a ritmi moderati.

Tuttavia, si profilano segnali di incertezza legati all’evoluzione delle politiche commerciali di Stati Uniti e Cina, alla prosecuzione del processo di normalizzazione della politica monetaria statunitense e agli effetti dei rialzi dei tassi sui mercati finanziari e valutari. Sempre nel Rapporto annuale 2018 dell’Istat, viene evidenziato come nella prospettiva di breve termine i segnali siano positivi seppure in leggera attenuazione.

Sulla base delle stime preliminari dell’Istat, nel primo trimestre del 2018 il Pil è salito dello 0,3% sul trimestre precedente. Nello stesso periodo la fiducia delle famiglie è risultata in crescita, mentre quella delle imprese è diminuita, mantenendosi però su livelli elevati.

Nel biennio 2015-2016 l’economia è tornata a crescere nel Mezzogiorno, dopo sette anni di contrazione: il Pil in volume è aumentato del 2,4%, un valore superiore a quello medio nazionale (+1,9%). Secondo l’Istat tuttavia emerge ancora il gap fra il Sud e il resto del Paese.

Nel biennio la ripresa è più forte nel Nord-est (+2,5 per cento), in particolare in Emilia-Romagna e in Friuli-Venezia Giulia (+2,7). Il tasso di crescita del Nord-ovest (+2,0 per cento) riflette al suo interno dinamiche differenti: l’incremento è più elevato in Lombardia (+2,5 per cento), meno vivace in Piemonte (+1,5), negativo in Liguria (-0,5 per cento). Più contenuta l’espansione nelle regioni del Centro (+0,9 per cento), dove il Pil si è leggermente contratto nelle Marche (-0,1 per cento).

Tra le regioni meridionali, il Molise e la Campania presentano variazioni positive del 4,9 per cento, la Basilicata del 9,2. Nel complesso, mentre la crescita del Sud è consistente (+3 per cento), la ripresa nelle Isole è più contenuta (+0,9). La contrazione osservata nel Mezzogiorno nel periodo compreso tra l’avvio della crisi e il 2014 è stata, del resto, intensa e più elevata di quella delle altre ripartizioni, con una riduzione del Pil che ha superato il 12 per cento.

Le indicazioni fornite dall’Istat sono un quadro indispensabile per l’elaborazione delle scelte politiche future per il Paese.

Salvatore Rondello

Economia. L’Italia rallenta ma continua a crescere

produzione industriale

L’economia italiana continua a crescere, ma più lentamente. “Si rafforzano i segnali di rallentamento delineando uno scenario di minore intensità della crescita” scrive l’Istat nell’ultima nota mensile sull’andamento dell’economia italiana relativa al mese di aprile.In particolare la produzione del settore manifatturiero e le esportazioni hanno registrato alcuni segnali di flessione, l’occupazione è tornata ad aumentare, anche se quella femminile ha segnato una pausa; l’inflazione infine si è confermata moderata e in ripiegamento.

L’indicatore anticipatore dell’Istat si mantiene su livelli elevati anche se si rafforzano i segnali di rallentamento, “delineando uno scenario di minore intensità della crescita economica”, scrive la Nota mensile dell’istituto, che fotografa un primo trimestre in cui la crescita ha avuto lo stesso ritmo dei trimestri precedenti. Ad aprile la fiducia di imprese e famiglie è caratterizzata da una generale tendenza al peggioramento. Il clima di fiducia dei consumatori è lievemente diminuito mantenendosi sui livelli comunque elevati mentre l’indice composito del clima di fiducia delle imprese ha evidenziato un peggioramento influenzato dai giudizi negativi delle imprese del commercio mentre quelle delle costruzioni sono le uniche a fornire un quadro positivo. In particolare nel settore manifatturiero “il peggioramento della fiducia è attribuibile quasi interamente alla componente degli ordini”.

L’Istat nella Nota ricorda come il ritmo di crescita dell’economia italiana si mantenga stabile (+0,3% la crescita congiunturale nel primo trimestre 2018), sostenuto dalla domanda interna, mentre la componente estera netta ha fornito un contributo negativo. Con il valore aggiunto dell’industria che registra una variazione pressoché nulla, “interrompendo il percorso di crescita degli ultimi trimestri”. Tra l’altro gli indicatori congiunturali dell’industria avevano già manifestato segnali di flessione: nei primi due mesi dell’anno sia l’indice della produzione industriale che il volume delle esportazioni erano diminuiti (-0,5% e -0,6% le variazioni congiunturali a febbraio rispetto al mese precedente). In controtendenza come detto il settore delle costruzioni che mostra segnali di ripresa. Nel terzo trimestre i permessi di costruire hanno registrato una variazione moderatamente positiva sia in termini di numero di abitazioni in nuovi fabbricati residenziali (+1,0%) sia di superficie utile abitabile residenziale (+0,2%). Con l’andamento dei permessi per nuova edilizia non residenziale che è tornato vivace, con un forte aumento nel terzo trimestre (+14,4%).

A marzo riprende la crescita dell’occupazione, trainata dal miglioramento della componente maschile (+0,6% rispetto al mese precedente), dagli indipendenti (+1,1%) e dalla classe di età 25-34 anni. Si arresta quindi il contributo positivo alla crescita dell’occupazione fornito dalla componente femminile. Sia il tasso di occupazione sia la disoccupazione migliorano ma si mantengono ancora sotto la media europea. Con riferimento alla media del 2017, il tasso di occupazione per la popolazione 20-64 anni era pari al 62,3% (72,2% la media europea). La componente femminile è risultata più distante dalla media europea (rispettivamente 52,5% e 66,5%).

A marzo infine il tasso di disoccupazione italiano è rimasto stabile all’11,0% (8,5% la media dell’area euro). Sul fronte dell’inflazione l’economia italiana rimane caratterizzata dall’assenza di significative pressioni sui prezzi in tutte le fasi della loro formazione. In aprile la stima preliminare dell’indice al consumo segnala un rallentamento dell’inflazione. E così il tasso di incremento su base annua torna al livello di febbraio (+0,5%), con una riduzione di 3 decimi di punto rispetto a marzo.

Psi: “Sul Pil dati incoraggianti ma ancora tanto da fare”

Pil Italia-cresce

La crescita economica, a inizio del 2018, è in frenata nell’area euro. Nel primo trimestre il Pil ha segnato un incremento dello 0,4 per cento rispetto ai tre mesi precedenti, secondo la stima preliminare diffusa da Eurostat, mentre il ritmo di espansione su base annua si è smorzato al 2,5 per cento.

Nell’ultimo trimestre del 2017 il Pil dell’Unione valutaria aveva segnato un più 0,7 per cento dai tre mesi precedenti e un più 2,8 per cento su base annua. Quindi, lo scenario di frenata della crescita evidenziato da diversi indicatori e indagini è stato confermato, anche se ancora non è chiara la natura temporanea di questa dinamica.

Guardando all’intera Unione europea a 28, sempre secondo Eurostat, il Pil ha segnato un più 0,4 per cento congiunturale e un più 2,4 per cento su base annua.

Per quanto riguarda l’Italia, dalle stime preliminari diffuse dall’Istat, il prodotto interno lordo è cresciuto dello 0,3% nel primo trimestre rispetto ai tre mesi precedenti e dell’1,4% in termini tendenziali (era +1,6% nel IV trim. 2017). La variazione acquisita per il 2018 è pari a +0,8%.

L’incremento congiunturale del Pil italiano, secondo l’Istituto di statistica, è la sintesi di un aumento del valore aggiunto dei settori dell’agricoltura, silvicoltura e pesca e dei servizi, mentre il valore aggiunto dell’industria ha segnato una variazione quasi nulla. Dal lato della domanda, vi è un contributo positivo della componente nazionale (al lordo delle scorte) e un apporto negativo della componente estera netta.

L’Istat ha commentato: “All’inizio del 2018 l’economia italiana è cresciuta a un ritmo congiunturale dello 0,3% segnando un risultato analogo a quello del trimestre immediatamente precedente e confermando il rallentamento rispetto alla dinamica più marcata registrata nella prima parte del 2017. La lieve decelerazione emersa nel periodo più recente determina un contenuto ridimensionamento del tasso di crescita tendenziale che scende all’1,4%. Con il risultato del primo trimestre, la durata dell’attuale fase di espansione dell’economia italiana si estende a 15 trimestri; il livello del Pil risulta ancora inferiore dello 0,9% rispetto al precedente picco del secondo trimestre del 2011 ma superiore del 4,4% rispetto all’inizio della fase di recupero”.

Contestualmente, l’Istat ha reso noto che il tasso di disoccupazione a marzo è rimasto stabile all’11,0% rispetto al mese precedente mentre quello giovanile è sceso al 31,7% (-0,9 punti percentuali). La crescita della disoccupazione si è concentrata tra le donne e i 35-49enni. Secondo l’Istat, il numero degli occupati ha continuato a crescere a marzo (+0,3% rispetto a febbraio, pari a +62 mila), con un tasso di occupazione che è salito di 0,2 punti attestandosi al 58,3%.

Parallelamente, dopo il calo di febbraio, sono aumentate le persone in cerca di occupazione (+0,7% pari a +19 mila) mentre gli inattivi tra i 15 e i 64 anni sono diminuiti dello 0,8% (-104 mila). Il calo riguarderebbe entrambi i generi e tutte le classi di età ad eccezione dei 15-24enni. Il tasso di inattività è sceso al 34,3% (-0,3 punti percentuali rispetto a febbraio). La crescita dell’occupazione ha interessato tutte le classi di età ad eccezione dei 35-49enni con un aumento maggiore per i giovani 25-34enni (+0,9 punti percentuali). La crescita è dovuta interamente alla componente maschile mentre per le donne, dopo l’aumento dei mesi precedenti, si è registrato un calo.

Il commento dell’Istat: “una ripresa degli indipendenti, che recuperano in parte la diminuzione osservata nei primi due mesi dell’anno e, in misura più lieve, dei dipendenti a termine, mentre restano sostanzialmente stabili i permanenti”.

Nell’arco del primo trimestre 2018 gli occupati sono aumentati dello 0,1% rispetto al trimestre precedente (+21 mila). L’aumento ha interessato gli uomini e tutte le classi di età ad eccezione dei 35-49enni. Sono aumentati i dipendenti a termine (+66 mila), mentre sono diminuiti lievemente i permanenti (-8 mila) e in misura più consistente gli indipendenti (-37 mila). Alla crescita degli occupati nel trimestre si è accompagnato un lieve aumento dei disoccupati (+0,1%) e un calo degli inattivi (-0,3, -34 mila).

Su base annua è continuato l’aumento degli occupati (+0,8%, +190 mila). La crescita ha interessato uomini e donne e riguarda esclusivamente i lavoratori a termine (+323 mila), mentre sono in calo i permanenti (-51 mila) e gli indipendenti (-81 mila). Sono aumentati soprattutto gli occupati ultracinquantenni (+391 mila per effetto della legge Fornero) e, in misura minore, i 15-34enni (+46 mila) mentre sono in calo i 35-49enni (-246 mila). Nell’arco di un anno sono diminuiti sia i disoccupati (-4,0%, -118 mila) sia gli inattivi (-1,1%, -150 mila).

Maria Cristina Pisani, giovane portavoce del PSI, ha commentato i dati dell’Istat: “I dati diffusi dall’ISTAT sul miglioramento della situazione lavorativa del nostro Paese, soprattutto per quello che riguarda i giovani, sono incoraggianti anche se c’è tanto ancora da fare. Preoccupa, invece, il dato congiunturale dell’ultimo mese scomposto per sesso che descrive, a fronte di un aumento tra gli uomini, un calo dell’occupazione fra le donne. I dati diffusi dall’ISTAT parlano, infatti, di un ritorno dei tassi di occupazione a livelli pre-crisi, evidenziando un  aumento significativo del numero degli occupati e un crollo degli inattivi.
Sono segnali che indicano la necessità di non spegnere i riflettori sul tema della parità di genere, nella società come nel mondo del lavoro; una battaglia di civiltà, di progresso sociale ed economico che mi vedrà sempre in prima linea”.

Da Washington, un autorevole giudizio di sintesi sull’Italia è arrivato con convinzione da Alessandro Leipold, il nuovo rappresentante dell’Italia nel Consiglio del Fondo Monetario Internazionale: “Le prospettive di breve termine per l’Italia non sono così male tanto che il consenso è per una continuazione della ripresa. L’outlook strutturale si fa però più incerto se si prende in considerazione un’orizzonte temporale più lungo”.

Il successore di Carlo Cottarelli all’istituto di Washington è stato premiato ieri a New York dal Gruppo esponenti italiani (Gei) presieduto da Lucio Caputo. In quell’occasione, oltre a descrivere il quadro economico italiano, l’ex capo economista del Lisbon Council e storico membro dell’Fmi ha cercato anche di descrivere al pubblico internazionale la situazione politica del nostro Paese senza avere informazioni da insider.

Dal punto di vista economico, Leipold ha descritto la linea del Fondo emersa dai recenti Spring Meetings che si sono svolti nella capitale Usa. Per l’Italia, è prevista una crescita del Pil nel 2018 dell’1,5%. Leipold ha detto: “Non è un tasso di crescita fantastico ma è il migliore degli ultimi 10 anni con l’eccezione del 2010, quando ci fu un rimbalzo dalla crisi. Certo. Rischi esterni non Made in Italy come le tensioni commerciali o quelle geopolitiche potrebbero cambiare il quadro, che attualmente resta tutto sommato incoraggiante. E’ nel medio-lungo termine che i nodi strutturali dell’Italia emergono. A cominciare da una crescita della produttività molto deludente”. Per Alessandro Leipold sarebbe un peccato che alla fine, nel nostro Paese non si riesca a sfruttare il momento attuale favorevole per attuare le tanto necessarie riforme.

Sul fronte politico, Leipold ha spiegato ad un pubblico internazionale: “Il presidente della Repubblica sta provando tutte le opzioni possibili per formare un governo mentre nel PD aumentano le divisioni di chi vorrebbe almeno intavolare un confronto con il M5S, il primo partito alle elezioni. Un governo di minoranza è stato giudicato come improbabile e instabile. Un governo del presidente è decisamente più difficile della grand coalition tedesca. Un governo ponte in vista di nuove elezioni a questo punto è il più probabile ma porterebbe a chiedersi quando gli italiani tornerebbero a votare. Difficilmente in estate. Idealmente, la chiamata alle urne dovrebbe verificarsi dopo la riforma del sistema elettorale. Ma quella riforma pare improbabile perché implicherebbe la necessità di un consensus. E se le elezioni sono tenute con il sistema attuale, è molto probabile che si ottengano gli stessi risultati comportando un altro stallo”.

Leipold si è detto “speranzoso” perché “la speranza è l’ultima a morire”. L’Italia può sempre ricorrere a “l’arte di arrangiarsi” che, ha precisato, ha un significato sia negativo sia positivo. Nel frattempo però “la voce dell’Italia è assente” nei grandi dibattiti di questo momento, dai dazi su acciaio e alluminio alla definizione dell’architettura dell’Eurozona.

Sempre oggi, la Commissione europea ha presentato, a Bruxelles, la sua proposta per il nuovo quadro finanziario pluriennale per il bilancio 2021-2027 dell’Ue, il primo senza il Regno Unito. La proposta prevede un bilancio complessivo da 1.279 miliardi di euro, in termini di impegni a prezzi correnti, per i sette anni dell’esercizio, corrispondente all’1,11% del Pil complessivo dei Ventisette, in leggero aumento rispetto dell’1% dei Pil dei Ventotto dell’attuale quadro di bilancio pluriennale 2014-2020.

Nel primo pomeriggio, immediatamente dopo la riunione dei 28 commissari che ha varato la proposta, il capo dell’Esecutivo comunitario, Jean-Claude Juncker, ha presentato la proposta alla plenaria del Parlamento europeo, definendola “ragionevole e responsabile”. Juncker ha spiegato: “Ci occorre un bilancio sufficiente per le nostre ambizioni, e quindi ambizioso, ma anche equilibrato e giusto per tutti”.

Dunque, qualche spiraglio favorevole potrebbe esserci anche nel medio e lungo periodo. Purtroppo, il quadro politico attuale è preoccupante. Se le ragioni di parte dovessero prevalere sugli interessi del Paese, sarebbe un vero peccato. In altri tempi, uomini politici come Nenni erano disposti a sacrificare il proprio partito consapevoli che le scelte da fare erano le migliori possibili per il progresso del Paese.

Salvatore Rondello

Migliora il Paese, ma resta il divario con il Mezzogiorno

istat pil mezzogiorno

L’ISTAT ha presentato oggi il rapporto “Noi Italia”. Dalla descrizione dei principali fenomeni economici, sociali e ambientali emerge un Paese in netto miglioramento in molti ambiti  ma persistono alcuni punti di debolezza con riferimento  soprattutto al Mezzogiorno. Sul fronte dell’occupazione, il Sud si colloca  all’ultimo posto nella graduatoria dell’Ue, nel confronto tra macro-aree italiane e Paesi Ue. Ma ci sono anche le eccellenze agroalimentari e il buon andamento degli aspetti legati alla salute.

Secondo l’Istat, l’Italia presenta un’aspettativa di vita fra le più alte in ambito europeo: occupa il secondo posto per gli uomini e il quarto per le donne. La speranza di vita (come indicatore sintetico della qualità delle condizioni di vita) nasconde tuttavia l’esistenza di disuguaglianze a livello territoriale, riassumibili in uno svantaggio del Mezzogiorno di circa un anno rispetto al resto del Paese, ma che diventano circa tre anni considerando gli estremi della provincia autonoma di Trento (valore più alto) e la Campania (valore più basso).

Tra il 2015 e il 2016 la quota delle famiglie che vanno avanti sotto la soglia della povertà, in Italia, è rimasta sostanzialmente stabile, confermando inoltre il forte svantaggio del Mezzogiorno.

Però, se si guarda all’intensità del fenomeno, ovvero a quanto poveri sono i poveri, allora si riscontra un aumento: dal 18,7% del 2015 al 20,7% del 2016. La cosa che può apparire come una sorpresa: l’intensità della povertà assoluta risulta più accentuata al Centro Nord (dal 18,0% al 20,8%) che nel Mezzogiorno (dal 19,9% al 20,5%).

Oltre all’analisi dell’Istat, oggi, la Banca d’Italia ha presentato il rapporto semestrale sulla stabilità finanziaria. L’Istituto centrale avverte: “In Italia l’impatto sul costo medio dei titoli di Stato di un eventuale rialzo dei tassi di interesse sarebbe attenuato dalla loro lunga vita residua. L’alto livello del debito pubblico rende tuttavia l’economia italiana vulnerabile a forti tensioni sui mercati finanziari e a revisioni al ribasso delle prospettive di crescita”.

Il rapporto della Banca d’Italia ha anche evidenziato: “La situazione finanziaria delle famiglie italiane è solida. L’indebitamento è contenuto; la crescita del reddito disponibile e i bassi tassi di interesse ne favoriscono la sostenibilità. Mentre la ripresa economica sostiene la redditività delle imprese e ne attenua la vulnerabilità. Permangono però aree di fragilità tra le imprese di minore dimensione e nel settore delle costruzioni, caratterizzato da un indebitamento elevato e da livelli di attività ancora contenuti”.

Mentre, per le banche: “La qualità del credito continua migliorare e i flussi di nuovi prestiti deteriorati sono sui livelli precedenti la crisi finanziaria. Il peso dei crediti deteriorati nei bilanci degli intermediari è in forte riduzione, soprattutto per le banche che hanno effettuato ingenti operazioni di cessione; rimane però elevato per diversi intermediari”.

Concludendo, la Banca d’Italia ha affermato: “La crescita robusta dell’economia globale mitiga i rischi per la stabilità finanziaria. I mercati azionari e obbligazionari appaiono tuttavia particolarmente esposti a eventi economici e geopolitici inattesi che possono innescare, come avvenuto in recenti episodi, variazioni anche ampie dei prezzi dei titoli”.

Le preoccupazioni manifestate dalla Banca d’Italia non sempre si presentano in modo inatteso. Oggi, arrivata notizia sulla preoccupante brusca frenata della crescita economica in Gran Bretagna ad inizio di quest’anno. Il Pil del primo trimestre ha registrato un incremento limitato allo 0,1 per cento, il più basso da 5 anni a questa parte. Secondo l’ufficio di Statistica della Gran Bretagna, che ha diffuso la stima preliminare, si tratta infatti del progresso più contenuto da quello registrato nel quarto trimestre del 2012.

In particolare, nel Regno Unito, si è assistito ad un netto rallentamento del settore manifatturiero. Nell’ultimo trimestre del 2017 il Pil inglese aveva segnato un più 0,4%. Sulla frenata inglese, potrebbero influire gli effetti della ‘Brexit’.

Come si potrà notare, la situazione economica resta precaria e gli sviluppi futuri potrebbero essere imprevedibili.

Salvatore Rondello

Perché non si può abolire la Legge Fornero

Il presidente dell'Inps Tito Boeri

Il presidente dell’Inps Tito Boeri

Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ripete da mesi che è impossibile cancellare la legge Fornero. In piena campagna elettorale, quando Lega e M5S parlavano di cambiare il sistema pensionistico, Boeri aveva detto: “Sulle pensioni ancora oggi dalla politica arrivano promesse da marinaio, insostenibili”.
Proprio ieri la Bce ha lanciato un allarme: “no a passi indietro sulle riforme pensionistiche  nella zona euro o si metterebbe a repentaglio la sostenibilità dei conti pubblici”. In un articolo contenuto nell’ultimo Bollettino economico, la Banca centrale europea ha ribadito il monito ai Paesi della moneta unica affinché attuino con efficacia le riforme del sistema previdenziale adottate negli ultimi anni.
Ma non solo. Secondo gli esperti ci vuole prudenza nel mettere mano alla Fornero, facendo un passo indietro, non basta. La situazione attuale, fa pensare che sia addirittura necessaria una riforma bis.
Giuliano Cazzola, economista ed esperto di previdenza, ha detto: “Nelle previsioni della Ue vi sono dei notevoli scostamenti rispetto a quelle della Ragioneria dello Stato. Per farla breve, nel picco dell’incidenza della spesa sul Pil vi sono ben due punti di differenza in più (il 18% anziché il 16%). La valutazione più severa deriva in primo luogo dal peggioramento dei trend demografici: l’attesa di vita si allunga più del previsto mentre le nascite continuano il loro ciclo al ribasso, così la quota degli over 65 arriverà ad oltre un terzo della popolazione. Ciò dovrebbe far comprendere a tutti come sarebbe sbagliato abolire o manomettere l’aggancio automatico dell’età e dell’anzianità all’incremento dell’aspettativa di vita. Ma l’elemento più importante alla base dello scostamento nelle previsioni risiede nella differente valutazione dei tassi di crescita in quanto la Ue, come del resto anche il Fmi nel suo recente working paper, ritiene che le nostre stime siano troppo generose. Questo è l’aspetto opinabile delle previsioni della Ue: sta a noi dimostrare di saper affrontare la sfida di una crescita sostenuta. Certo, a fronte di tali scenari solo degli irresponsabili potrebbero dare corso a promesse elettorali sulle pensioni, totalmente insostenibili. Quanto a una seconda riforma, posso solo dire che il cantiere delle pensioni è per definizione sempre aperto perché l’equilibrio del sistema, sarebbe più corretto parlare di un disequilibrio accettabile, dipende da tanti fattori economici, demografici ed occupazionali, che possono rapidamente mutare, mandando al macero interi volumi di previsioni. Personalmente penso che, se si presentasse la necessità, basterebbe ripristinare la riforma del 2011 al netto delle correzioni dirette o indirette che vi sono state apportate nella trascorsa legislatura in particolare abolendo le norme sui cosiddetti quarantunisti e la cosiddetta 14esima, evitando accuratamente di aggiungere nuove categorie di lavoro disagiato con le relative deroghe, ripristinando il limite dei 62 anni per andare in quiescenza anticipata senza penalizzazioni economiche. Non si dimentichi poi che tutto il pacchetto dell’Ape è di carattere sperimentale fino alla fine del 2019. Ma la prima cosa da fare è impedire che vadano avanti i progetti di abolizione della riforma Fornero”.
Più voci esperte sostengono l’impossibilità tecnica di modificare la legge Fornero tenuto conto della situazione attuale.
Sarà un bel problema da risolvere per il nuovo esecutivo che non potrà mantenere le promesse elettorali.