L’Occidente e le sfide della democrazia pluralista

cameraLe democrazie liberali e pluralistiche vivono una grave crisi di legittimità e di consenso popolare, poste di fronte alle sempre più complesse sfide della contemporaneità: l’idea di una società chiusa, l’affermazione dei sovranismi reazionari, l’irruzione del terrorismo internazionale, la crisi economica e sociale.

Tutti questi avvenimenti mettono in discussione i valori del pluralismo, della tolleranza, dell’accettazione delle diversità, i vincoli di cooperazione e solidarietà tra i cittadini. Valori che sono a fondamento delle democrazie occidentali.

Dunque, per provare a salvaguardare questi principi, che hanno permesso l’irrompere dei processi di democratizzazione, l’emancipazione dei lavoratori e delle fasce più deboli della società, occorre chiedersi come debba essere inteso il pluralismo.

Il pluralismo indica una società nella quale vi sia la libertà di organizzazione degli interessi, la presenza di almeno due partiti, il riconoscimento delle associazioni intermedie poste tra lo Stato e l’individuo. In secondo luogo, il termine indica il pluralismo delle fedi religiose, delle culture e dei valori etici.

Il concetto di pluralismo si sviluppa storicamente lungo la traiettoria che muove dall’intolleranza alla tolleranza, dalla tolleranza al rispetto del dissenso e, tramite questo sistema di pensiero, al credere e promuovere il valore della differenza.

Occorre distinguere il pluralismo dalla pluralità: nella natura non c’è pluralismo, ma pluralità. Il pluralismo riguarda le forme di vita umana e solo esse, cioè è in generale un fatto di cultura, non un dato esclusivamente fenomenico, ma un intreccio di relazioni.

Tuttavia, proprio l’assenza di comprensione nella società della categoria del pluralismo, non permette il disporre di chiare idee e di adeguate progettualità politiche a fronte delle problematiche derivanti dalla contestuale presenza di differenti culture nel medesimo territorio.

Oggi, con il termine multiculturalismo s’identifica una società in cui sono presenti diverse culture, anche molto distanti l’una dall’altra, che tentano di individuare forme di pacifica convivenza.

La politica multiculturale, le rivendicazioni identitarie, la richiesta di nuova legittimazione hanno inizio nel continente nord americano, intorno agli anni sessanta del Novecento, con le lotte per il riconoscimento dei diritti civili degli afroamericani e da quelle per il conseguimento dei diritti di cittadinanza differenziati per le minoranze etnico-culturali del Canada.

Successivamente, le mobilitazioni coinvolgeranno altre comunità e minoranze svantaggiate: donne, omosessuali, gruppi religiosi, etnici e culturali. Il multiculturalismo, concepito come un progetto politico di riconoscimento delle differenze culturali, «deve essere inteso come lo sfondo dei movimenti sociali che reclamano il riconoscimento e l’uguaglianza di diritti per un insieme di gruppi diversi» (1).

In questo senso, la tolleranza precede l’affermazione del pluralismo, cosi come il multiculturalismo segue il pluralismo: non può esistere una società multiculturale che non sia una società pluralista.

Nel lessico della politica europea si parlerà di multiculturalismo soltanto negli anni ’80, poiché l’emergere di significativi flussi migratori ha imposto il tema di individuare elementi di convivenza tra le culture autoctone e le culture “altre”.

Nelle società multiculturali ci si trova di fronte a due problematiche principali: la visione liberale classica, tipica di pensatori come John Rawls, che tende ad ignorare le differenze culturali, richiamandosi a un generico universalismo. Dal versante dei comunitari, come Charles Taylor, il rischio dell’ipostatizzazione dell’idea di cultura o di gruppo.

Questi sistemi di pensiero hanno ispirato le principali politiche pubbliche d’integrazione, cioè costrutti teorici elaborati con lo scopo di gestire le problematiche d’integrazione dei migranti nella società ospitanti.

L’integrazione presenta un’intrinseca multidimensionalità, si sostanzia di continui processi d’inclusione, coinvolgendo, nello stesso tempo, una vasta platea di attori sociali.

È possibile individuare diversi modelli di politiche pubbliche d’integrazione, tra i più significativi: il modello multiculturale e pluralista inglese; il modello assimilazionista, tipico della Francia; il “non modello” mediterraneo.

Tutti questi esperimenti politici hanno affrontato parecchie difficoltà e momenti di crisi: si osservino, a titolo esemplificativo, le rivolte nelle banlieues francesi, le polemiche sorte intorno al Burquini, gli attentati di matrice islamista nel cuore d’Europa, etc..

Avvenimenti che dimostrano come sia difficile governare il cambiamento in atto con politiche di tolleranza, poiché si rimane ingabbiati nelle logiche d’inclusione/esclusione. Tale dicotomia contribuisce a declinare la questione delle nuove soggettività, ghettizzandole poiché non appartenenti alla nostra cultura.

In altre parole, non è possibile concepire, una situazione in cui nel rapporto tra le diverse culture, presenti nello spazio pubblico, ve ne sia un’egemonica che monopolizza l’ambito pubblico distribuendo simboli di disvalore alle culture minoritarie.

Si ripropone come una delle grandi questioni del nostro tempo, la necessità del superamento della dicotomia inclusione/esclusione, a favore di un incontro interculturale che si sostanzi, pur nella differenza, in una relazione dialogale di mutua conoscenza e condivisione.

Per comprendere le dinamiche della società multiculturale, sembra auspicabile darsi un metodo di lettura che permetta di cogliere le interconnessioni e le interazioni presenti nella società odierna che a tutti gli effetti è una società complessa.

La prospettiva della complessità, illustrata per primo da Edgar Morin, richiede un metodo che ci aiuti a pensare la complessità del reale, invece di dissolverla e di mutilarne la realtà.

Non esistono scorciatoie interpretative o ricette immediate e semplici: la semplificazione non permette di comprendere la realtà con le sue innumerevoli gradazioni.

A questo proposito, mi sento di condividere l’analisi di diversi studiosi che individuano nella iper-semplificazione del linguaggio e dei concetti complessi la moderna patologia, individuale e sociale, che oscura la complessità del reale.

In contrapposizione al paradigma di semplicità, il «pensiero complesso è animato da una tensione permanente tra l’aspirazione a un sapere non parcellizzato, non settoriale, non riduttivo e il riconoscimento dell’incompiutezza e dell’incompletezza di ogni conoscenza» (2).

Il principio che più di ogni altro può contribuire ad introdurre la percezione della complessità nella sfera della politica è il principio dialogico, che consente di mantenere la dualità in seno all’unità, associando due termini antagonisti, ma nello stesso tempo, complementari.

In questo senso, il modello dello scambio culturale e dell’interculturalità sembra la via migliore per garantire luoghi di dialogo, di confronto e di scambio reciproco tra persone e popoli differenti.

L’interculturalità non è solamente un modello teorico ma una prassi quotidiana che si sostanzia di tante piccole iniziative concrete, educative e sociali, che permettano la costruzione di un “orizzonte di valori comuni”. Questo metodo

Dunque, un percorso che non mira alla rimozione delle differenze tra due culture, né cerca di crearne una terza ibrida; all’opposto parte dall’accettazione delle differenze e tenta di organizzare una convivenza sociale che ne salvaguardi la ricchezza.

Anche la prospettiva interculturale, come la teoria della complessità presenta una dimensione globale, una volta si sarebbe detto internazionale, dalla quale può prendere avvio una riscoperta dell’interlocuzione, tanto nei rapporti inter-individuali che nella concezione generale della società, ponendo le basi per una comprensione reciproca e una cultura condivisa.

Una cultura che si nutra di dialogo, di accoglienza, di solidarietà, valori e pratiche che richiedono, all’interno di un’antropologia relazionale, il riconoscimento delle identità per essere concretamente e reciprocamente esercitati.

Paolo D’Aleo

1 C. Joppke, Multiculturalism and immigration: a comparison of the United States, Germany and Great Britain, in «The Theory and Society», vol. 25, n. 4, 1996, p. 449.
2 E. Morin, Introduzione al pensiero complesso. Gli strumenti per affrontare le sfide della complessità, Milano, Sperling & Kupfer, 1993, p. 3.

 

 

Rai. La caduta dal pero
di Michele Anzaldi

Anzaldi

Michele Anzaldi

A parte le solite cialtronate di Grillo e dei grullini che come da copione mostrano di capire ben poco di ciò che succede attorno a loro (purtroppo Goebbels, che hanno maldestramente evocato, ne capiva certamente più di loro di comunicazione politica), l’intemerata del deputato del Pd Michele Anzaldi che ha sferrato colpi di maglio all’establishment postguglielmino di Raitre ha suscitato la prevedibile polemica al calor bianco (con in prima fila, neanche a dirlo, l’Usigrai, il sindacato aziendale dei giornalisti) che, per altri versi e con altri protagonisti non è nuova, ogniqualvolta qualcuno si permette di porre la questione del pluralismo nel servizio pubblico radiotelevisivo

Che Raitre e Tg3, sin dalla loro nascita, che risale alla Prima Repubblica, abbiano costituito il braccio mediatico del Pci, Pds, Ds e del Pd ante Renzi, che i programmi della rete siano sempre stati orientati a evidente (e talora sfacciato) sostegno di quell’area politica con l’arruolamento in video di giornalisti, intellettuali organici, attori, attrici, autori, anchormen (e woman) archetipi di una faziosità che ha pochi eguali nel panorama televisivo italiano e internazionale, è cosa nota e stranota.

Al confronto la Rai di Bernabei era un esempio di pluralismo nell’informazione.

Curioso che il deputato Anzaldi, che non è componente della commissione di Vigilanza da ieri, si sia accorto solo ora.

Curioso e sospetto, soprattutto se si leggono gli argomenti, pur condivisibili, che porta a sostegno della sua tesi.

Negli anni scorsi il tema dell’accesso al servizio pubblico, ai talk show, ai telegiornali è stato più volte sollevato, in forme diverse e con la dovuta enfasi  in particolare da esponenti socialisti e radicali.

Non si contano, ad esempio, le lettere inviate dal segretario del Psi Riccardo Nencini a Giovanni Floris, all’ex direttore generale della Rai Luigi Gubitosi, in cui si chiedeva il rispetto del pluralismo nell’informazione del servizio pubblico radiotelevisivo, anche e soprattutto nella gestione delle ospitate in programmi come ‘Ballarò’.

Tutte rimaste puntualmente inevase.

Anzi l’ineffabile Floris, prima di traslocare armi e bagagli a ‘La7’ con i risultati che ben conosciamo, non perdeva occasione di farsi beffe delle rimostranze che riceveva.

Dov’era allora l’on. Anzaldi?

Dove i commissari che si sono succeduti nella Commissione parlamentare di vigilanza?

La caduta dal pero di Anzaldi è sorprendente e autorizza il sospetto che vi sia nella sua tesi, condivisibile ma un po’ tanto tardiva, il retropensiero di chi pone la questione con un’enfasi motivata unicamente dalla guerra, non ancora terminata, all’interno del Pd e che la minoranza di quel partito, persa ingloriosamente la battaglia sulle riforme costituzionali, consideri la prossima riforma della rai e dell’informazione la linea del Piave su cui attestarsi a difesa dell’attuale assetto e soprattutto dei suoi attori principali, tutti o quasi, legati alle vecchie nomenklaure del Pd..

L’Osservatorio di Pavia non è nato l’altro ieri.

I dati, inoppugnabili, che comunica, da tempo denunciano un pauroso deficit di pluralismo senza che nessuno se ne sia fino ad oggi preoccupato.

E’ bene che in Rai lo stato delle cose cambi rapidamente.

A prescindere dai nomi e cognomi che, in ogni caso,  Anzaldi avrebbe fatto bene ad evitare di indicare.

Infine un telegramma alla “corporazione”.

Sembrerebbe che, finalmente, sia giunto il momento del redde rationem.

Va detto chiaro e forte non  c’è nulla di strano o di scandaloso che un esponente della politica ponga una questione che, a cominciare dal servizio pubblico, è, non da oggi, di un’evidenza lapalissiana.

Occorre che finalmente i capataz di Fnsi, Usigrai e quant’altri assumano l’elementare concetto che gli operatori dell’informazione, proprio in ragione del delicato ruolo che svolgono, non possono seguitare a considerarsi una sorta di categoria impermeabile a immune da critiche e rilievi.

Anziché strillare, gridare agli editti bulgari, alla supposta soppressione della libertà di espressione sarebbe tempo che le vestali del modesto mondo giornalistico nostrano uscissero dall’autoreferenzialità che ha reso la loro categoria, quella si, una casta di intoccabili e comincino a interrogarsi sugli elementari concetti di autonomia e responsabilità.

Emanuele Pecheux

INTERESSI DI PARTITO

Camera dei Deputati - Intervento di Enrico Letta sulla crisi in Siria

Presentata dal senatore Psi, Enrico Buemi una proposta di legge che prevede l’istituzione di una Commissione d’inchiesta sul finanziamento pubblico dei giornali e degli altri organi di stampa o di comunicazione di massa. «Una battaglia socialista e radicale» dichiara all’Avanti! Buemi. «L’informazione deve essere libera, pluralista. Non solo frutto di scelte di potere, di partito o di governo». Sempre oggi, il disegno di legge di riforma della governance della Rai è stato licenziato dalla Commissione Lavori pubblici e Comunicazioni del Senato, ed è pronto per approdare a Palazzo Madama e per essere approvato anche prima della pausa estiva. Continua a leggere