Psoe e Podemos, la manovra ‘più a sinistra’ di Spagna

sanchez iglesiasI socialisti al Governo annunciano quella che è stata definita ‘la manovra più a sinistra’ della storia della Spagna. Il premier e segretario del Psoe Pedro Sanchez e il segretario di Podemos Pablo Iglesias hanno raggiunto l’accordo per la Manovra di Bilancio del 2019.
Le misure previste vanno dall’aumento del reddito di cittadinanza a 900 euro, a imposte per le imprese che utilizzano la cosiddetta flessibilità, oltre a maggiori controlli contro le false partite Iva. Tutto questo con lo scopo di ridurre la vera piaga sociale europea, il lavoro sottopagato. Infatti tra gli impegni dei due leader anche l’abrogazione “entro la fine del 2018” degli “aspetti più dannosi della riforma del lavoro del 2012, in particolare in materia di contrattazione collettiva”. Ma la lente d’ingrandimento punta anche a evitare lo sfruttamento dei meno abbienti sulla necessità della casa: il governo si è impegnato a modificare le regole del mercato immobiliare “per porre fine agli aumenti abusivi dei prezzi di affitto in alcune aree”, come richiesto da Podemos come requisito essenziale per chiudere l’accordo del bilancio (PGE) del 2019. Inoltre c’è stato l’impegno da parte dell’Esecutivo ad aumentare le garanzie degli inquilini e a mettere a disposizione degli enti locali i consigli per impedire gli aumenti dei prezzi “abusivi”. Previsto anche un aumento dell’imposta patrimoniale dell’1% per i patrimoni con valore superiore ai 10 milioni.
Ma la Manovra punta anche su altri aspetti sociali importanti come misure per equiparare il concedo parentale tra uomini e donne (otto settimane) e la riduzione delle tasse universitarie.
Podemos e Psoe infine si sono impegnati a modificare la legge controversa contro la Violenza Sessuale e a eliminare il controverso e discusso articolo del codice penale 315,3 che permetteva di perseguire i sindacalisti anche con la reclusione.

Spagna. I dolori del “giovane” Sanchez

governo-sanchezIl governo spagnolo, guidato da Pedro Sanchez, vive giorni difficili e di continue polemiche. Dietro l’angolo, le dimissioni del terzo membro dell’esecutivo, dall’insediamento nel giugno scorso. Dopo neanche trenta giorni alla Moncloa, il Presidente del Governo ha dimissionato Maxim Huerta, ministro della cultura, a causa di una condanna per evasione fiscale. Al giro di boa dei 100 giorni, Sanchez ha accusato il colpo delle dimissioni del ministro della Salute, Carmen Monton, costretta a lasciare l’incarico, dopo la scoperta del plagio della sua tesi di master all’Istituto di Diritto Pubblico dell’Università statale Juan Carlos I di Madrid. Una tesi ampiamente copiata e l’intero percorso del master pieno di irregolarità, in termini di presenze fittizie e voti non corrispondenti.

Tuttavia, si è scoperto che lo stesso Istituto di Diritto Pubblico di Madrid, chiuso dalla magistratura e al centro di un’inchiesta, in cui è coinvolto anche il neo-leader del Partido Popular Pablo Casado, rappresentava una fabbrica di titoli falsi per l’élite politica spagnola. È degli ultimi giorni, la notizia della tempesta scatenata sulla titolare della Giustizia Dolores Delgado, per le conversazioni intercettate con l’ex commissario José Manuel Villarejo, collezionista di dossier segreti, in custodia cautelare dallo scorso novembre, accusato di riciclaggio, organizzazione criminale, corruzione per i ricatti a giudici, politici, imprenditori e funzionari del Centro Nacional de Inteligencia (Cni).

La Delgado, inizialmente aveva negato di aver mai conosciuto l’ex commissario, in seguito è stata smentita da diversi audio diffusi da media on line confidenciales, dove si ascoltano commenti, quanto meno, imbarazzanti. Si va da apprezzamenti non affettuosi verso il collega Fernando Grande-Marlaska, attuale ministro degli Interni, omosessuale dichiarato nel governo socialista a larga maggioranza femminile, bollato come «maricon»; ad intercettazioni dove la Delgado, in un incontro con Villarejo e l’ex giudice Garzon, racconta di aver visto, durante un viaggio di lavoro a Cartagena, procuratori spagnoli e membri del Tribunale Supremo accompagnarsi a cameriere minorenni dell’hotel.

E altri numerosi commenti del tenore di: «La giustizia in questo paese è una puta mierda». Sia Carmen Monton che Dolores Delgano, erano tra i più stretti collaboratori del premier socialista. Entrambe le esponenti politiche sono state fedeli al leader, anche nel tortuoso cammino che ha portato Sanchez nuovamente alla guida del PSOE, con lo scontro con buona parte del gruppo dirigente storico e, dopo poco tempo, alla presidenza del governo.

Queste vicende colpiscono direttamente l’esecutivo, hanno delle ripercussioni rispetto alla già fragile tenuta parlamentare: il monocolore socialista gode, infatti, dell’appoggio di 84 deputati sui 350 della Camera. Com’è evidente, il Partito Socialista necessita dell’appoggio di Podemos e delle forze regionaliste e indipendentiste per ottenere la maggioranza al Congresso.

Il Senato, a maggioranza popolare, ha approvato una mozione di censura dell’operato della Delgado, che si è difesa dichiarando che nessuno potrà minacciare il governo socialista. Pablo Iglesias, il leader di Podemos, dopo aver chiesto, a gran voce, le dimissioni dell’allora ministro della Salute, Carmen Monton, reclama le dimissioni del ministro della Giustizia, in compagnia del Pp e di Ciudadanos che richiedono le elezioni anticipate.

Un’altra grana, più politica e meno giudiziaria, è rappresentata dalla “questione venezuelana”: il governo spagnolo è, in Europa, tra i più aperti sull’accoglienza dei migranti che arrivano dal mare (va in questo senso, l’iniziativa dell’ex ministro Monton, volto al ripristino dell’assistenza sanitaria universale anche per gli immigrati clandestini).

Si ricorderà quando a giugno scorso, il primo ministro spagnolo ha tolto le castagne dal fuoco al governo Di Maio-Salvini, che aveva rifiutato l’accesso nei porti italiani della nave Acquarius, con 629 migranti a bordo. In quell’occasione Sanchez dichiarò: «È nostro obbligo aiutare a evitare una catastrofe umanitaria e offrire un porto sicuro a queste persone. Si tratta di un segnale affinché la Spagna rispetti gli impegni internazionali in materia di crisi umanitarie».

Oltre ai migranti provenienti dall’Africa, negli ultimi mesi moltissimi cittadini venezuelani hanno lasciato il loro paese e si sono trasferiti in Spagna, provocando una curiosa contraddizione. Diversi paesi americani, tra cui Colombia, Perù e Stati Uniti, che si oppongono al regime venezuelano, hanno introdotto nuove politiche per aiutare i venezuelani a ottenere la residenza e i permessi di lavoro temporanei nei rispettivi territori, in modo da mostrare la propria opposizione a Maduro.

Di contro, il governo spagnolo non ha velocizzato le procedure, limitandosi ad appoggiare le ultime sanzioni approvate dall’Unione Europea contro diversi funzionari venezuelani, a denunciare l’illegittimità delle elezioni di maggio e a sostenere che il «dialogo» rappresenti l’unico modo per uscire dalla crisi venezuelana.

Questo atteggiamento si spiega con le posizioni di Podemos, i cui leader hanno avuto rapporti di amicizia consolidati con Chavez e Maduro.

Nonostante le opposizioni di destra chiedano di adottare nuove politiche che facilitino l’integrazione dei migranti venezuelani in Spagna, il governo manterrà una posizione morbida verso il regime di Maduro, continuando a proporre una soluzione negoziata in Venezuela che eviti una crisi interna con Podemos, forza politica necessaria per la sopravvivenza dell’attuale governo.

Gli ostacoli parlamentari sono davvero molti: dall’approvazione della prossima legge di Bilancio, alla necessità di gestire la complessa partita della questione catalana e le possibili complicazioni nei tentativi di dialogo tra il governo di Madrid e l’esecutivo della Generalitat, preseduto da Quim Torra.

Solo se Pedro Sanchez riuscirà a mantenere la rotta, ad avviare un piano di riforme incisivo sul piano sociale e istituzionale, potrà arrivare alla fine della legislatura, nel 2020, nonostante le pressioni.

Paolo D’Aleo

Le leggi elettorali in Europa. Il sistema spagnolo

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Con questo primo articolo si inaugura una serie di approfondimenti in merito ai principali sistemi elettorali, connessi ai sistemi istituzionali, in vigore nelle democrazie europee.

Le leggi elettorali contribuiscono a determinare gli equilibri del sistema politico nel tempo. La stabilità e la coerenza dei formati elettorali sono elementi essenziali al fine di garantire un soddisfacente rendimento del regime democratico.

Per questo motivo, da decenni, il legislatore italiano s’interroga su quale sia la formula elettorale migliore e più adatta alla democrazia del nostro Paese.

Dopo le elezioni italiane del 4 marzo e l’avvio della nuova legislatura si porrà, nuovamente, il tema di una riforma della legge elettorale. Una discussione che perdura negli anni, a tratti infinita e caratterizzata da interventi normativi troppo legati alla contingenza del quadro politico e privi di un disegno coerente.

Tuttavia, come osservato da più parti, non è possibile modificare efficacemente il sistema elettorale senza considerare la forma di governo, a esso strettamente posta in relazione.

È questo l’errore principale commesso dal legislatore italiano, l’aver pensato che, mediante la sola modifica del formato elettorale, si potesse garantire stabilità al quadro politico e istituzionale.

Ma la verità è sempre più cocciuta. Non potrà esserci stabilità del sistema politico senza un’incisiva riforma delle istituzioni: razionalizzazione della forma di governo (con strumenti come la sfiducia costruttiva) e il superamento del bicameralismo perfetto.

Dopo queste considerazioni di carattere generale, per nulla scontate e sempre più attuali, mi occuperò, brevemente, dell’esperienza costituzionale e del sistema elettorale spagnolo.

Un sistema che per modalità di funzionamento e per il relativo rendimento politico-istituzionale, è stato oggetto di attenzione e di studio da parte degli stessi “ingegneri istituzionali” che, in Italia, hanno lavorato alle riforme delle leggi elettorali.

Il sistema elettorale iberico è costituzionalizzato. La Costituzione spagnola, all’articolo 68, stabilisce che l’elezione della Camera bassa debba realizzarsi attenendosi a criteri di rappresentanza proporzionale.

Come previsto, dalla Carta e dalla legge elettorale, la maggior parte delle circoscrizioni corrisponde al territorio della provincia; è prevista una soglia di sbarramento al 3% a livello circoscrizionale; le liste sono corte e bloccate, senza preferenze; in media, una circoscrizione elegge sei deputati, realizzando, con un numero così ridotto di seggi, il fenomeno della disproporzionalità che permette di definire il sistema elettorale spagnolo, come un proporzionale corretto.

A questo proposito, l’indice di disproporzionalità, elaborato da Gallagher, con riferimento alla Spagna, è passato da un valore di 10,6 nel 1977 e nel 1979, a un valore pari 4,9 registrato nel 2004, uno dei più alti d’Europa, preceduto soltanto da quello britannico e da quello francese, entrambi, com’è noto, sistemi maggioritari.

Infatti, le caratteristiche strutturali del sistema elettorale spagnolo favoriscono la formazione di partiti che ottengono percentuali superiori al 20 per cento dei consensi sull’intero territorio nazionale o a livello di comunità territoriali e, nello stesso modo, penalizza le percentuali minori.

In altre parole, ricevono un premio in seggi i partiti che hanno un voto diffuso su tutto il territorio statale, sono invece penalizzati i partiti che hanno un voto disperso in molte zone del paese e in nessun territorio un largo consenso. Di contro, chi ha un voto concentrato nelle regioni che rappresenta, ad esempio il Partido Nazionalista Vasco, il PNV, riesce ad avere una percentuale di seggi quasi uguale a quella dei voti.

La forma di governo, adottata nel Paese iberico, è un parlamentarismo razionalizzato: bicameralismo differenziato (prevalenza del Congresso dei deputati, composto da 350 membri, mentre il Senato, composto da 266 membri, con minori poteri, costituisce la Camera di rappresentanza delle autonomie territoriali) e un complesso di regole in grado di garantire la stabilità dell’esecutivo rafforzando, nello stesso tempo, i poteri della figura istituzionale del Presidente del Governo.

Il Capo di Governo per i poteri di cui dispone può essere accostato alla figura del Primo Ministro inglese.

La Spagna è, dunque, una democrazia maggioritaria.

A questo punto, occorre chiedersi perché il legislatore spagnolo abbia scelto un modello orientato alla democrazia maggioritaria.

Le ragioni si trovano nelle vicende storiche: dopo aver vissuto per circa quarant’anni sotto un regime autoritario di matrice fascista, guidato dal generale Franco, la Spagna, si affacciò soltanto nel biennio 1977-78 alla democrazia.

La principale preoccupazione che animò i padri costituenti, durante gli anni della Transizione, fu quella di restaurare una democrazia in grado di garantire la stabilità dei governi.

Si scelse il sistema elettorale proporzionale, invece della formula maggioritaria, perché spinti dal timore di una nuova deriva autoritaria.

Com’è stato ben sottolineato dalla dottrina spagnola, la transizione dalla dittatura alla democrazia, nel suo complesso, si presenta come un evento politico e istituzionale negoziato e tranquillo, tra gli eredi del franchismo e l’opposizione democratica del tempo, aiutati dalle notevoli capacità negoziali del Re.

In sette anni, dalla morte del caudillo Francisco Franco (1975), fino alla prima alternanza di governo con il PSOE (1982), si registrano in Spagna eventi politici e istituzionali che altrove hanno imposto condizioni più favorevoli e tempi più lunghi: pluralismo politico, il riconoscimento di libertà e diritti, l’avvio del processo di decentramento territoriale, l’approvazione di una Costituzione democratica, ispirata alla Costituzione di Bonn e, in ultimo, l’alternanza al governo fra centro-destra e centro-sinistra.

Con riferimento ai partiti politici, è possibile distinguere quattro periodi storici: il primo periodo, dalle elezioni del 1977, si caratterizza per l’instabilità, l’UCD, il partito di Suarez governa con la maggioranza relativa, mentre il PSOE è il principale partito di opposizione; nel 1982 si inaugura un periodo di egemonia del PSOE; nel 1993 con la piena alternanza, si entra nella terza fase, emerge il ruolo centrale delle forze politiche territoriali. I due partiti maggiori non raggiungono la maggioranza necessaria per governare, e sono costretti a chiedere l’appoggio dei partiti espressione delle Comunità Autonome.

Con l’irrompere della crisi economica post 2008 e l’emergere di nuove soggettività politiche di carattere nazionale, come Ciudadanos o Podemos, si sono registrati ulteriori problemi nella formazione di maggioranze coese.

Tuttavia, con le recenti difficoltà politiche, il Congresso dei deputati ha riacquistato centralità, così come le contrattazioni tra i partiti politici: si pensi alle trattative per l’approvazione della mozione di sfiducia costruttiva al governo Rajoy e la successiva formazione dell’esecutivo socialista guidato da Pedro Sanchez, sostenuto dall’appoggio esterno di Podemos e dei partiti nazionalisti e regionalisti.

In questo, si conferma, come lo stesso dato legislativo pare rilevare, la concezione kelseniana della democrazia parlamentare, intesa come l’essenziale ricerca di una sintesi e di un compromesso fra le diverse istanze rappresentate in Parlamento e nella società.

In conclusione, è difficile prevedere se il sistema dei partiti e le Istituzioni spagnole, possano definirsi come consolidati nei loro attuali equilibri. Rimangono aperte grandi questioni quali la fragilità del sistema bipartitico, la mancata soluzione delle istanze federali e delle relative problematiche di funzionalità del Senato. Un sistema che appare fragile ma aperto a cambiamenti progressivi.

Paolo D’Aleo

Catalogna: prove di dialogo con il Governo spagnolo

Pedro SanchezIl 9 luglio a Madrid, presso il Palazzo della Moncloa si è tenuto il primo incontro tra il premier socialista Pedro Sanchez e il governatore della Catalogna Quim Torra. Durante la riunione, durata oltre due ore, i leader hanno concordato di “ristabilire” le relazioni tra la regione autonoma e il governo centrale, totalmente interrotte con l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola.

Questa norma costituzionale si può attivare quando una Comunità Autonoma non adempia agli obblighi costituzionali e legali, tra cui la garanzia di unità del Paese.

Come si può ben immaginare, trattandosi di uno strumento legislativo delicato e anche asimmetrico, la sua attuazione dovrebbe presupporre un’estrema prudenza politica e un’attenta analisi operativa, poichè lo Stato assume su di sé il massimo livello della forza coercitiva a discapito della Comunità Autonoma.

Tuttavia, le vicende degli scorsi mesi hanno ampiamente superato il livello di allerta: l’indizione e lo svolgimento del referendum indipendentista in Catalogna, il primo ottobre 2017, hanno comportato un grave cortocircuito istituzionale e uno scontro tra i poteri dello Stato; la successiva violenta repressione delle forze dell’ordine nella giornata elettorale; la messa in stato d’accusa dei rappresentanti istituzionali catalani; il mandato di arresto europeo per l’allora presidente della Generalitat Puigdemont; le recenti elezioni in Catalogna e la nuova vittoria del fronte indipendentista.

Anche il governo centrale ha vissuto un rivolgimento, con l’approvazione della mozione di sfiducia al governo Rajoy, da parte del Congresso dei deputati e, come previsto dalla Carta costituzionale iberica, l’elezione di Pedro Sanchez, leader del PSOE (Partito Socialista Operaio Spagnolo) a nuovo Capo del Governo.

Pedro Sanchez, osteggiato dal gruppo dirigente storico (come la governatrice dell’Andalusia, Susana Diaz, sua sfidante alle ultime primarie del dicembre 2016), è tornato a guidare il Partito con il consenso della base socialista che gli ha riconosciuto coerenza nel contrastare il governo del Partido Popular e la scelta operata dal partito socialista di concedere “un’astensione benevola” al governo Rajoy, atto a cui rispose dimettendosi da segretario nazionale.

Tornando all’oggi, il nuovo esecutivo è un monocolore socialista, un governo di minoranza retto in Parlamento dall’appoggio esterno di Podemos e degli indipendentisti e nazionalisti catalani e baschi.

Pedro Sánchez è consapevole che la questione catalana sia la sfida più grande del suo mandato e un tema sensibile che può portare alla fine anticipata della legislatura. Per affrontare il problema, il Presidente del Governo è fiducioso che la nuova strategia del dialogo e della distensione possano portare al “disarmo” politico dei separatisti radicali che puntano ad una nuova escalation di tensione.

Il governo socialista confida nel fatto che non prevarrà nel movimento indipendentista la linea dura del secessionismo, rappresentata dal “fuggitivo” Carles Puigdemont e dal nuovo presidente della Generalitat, Quim Torra (“il circolo di Berlino”).

Tuttavia, durante l’incontro di ieri, Sánchez e Torra hanno condiviso la necessità di riattivare la Commissione bilaterale Stato-Generalitat, prevista dallo statuto della Catalogna ma non più convocata dal luglio del 2011.

Hanno concordato, inoltre, l’urgenza di ripristinare canali di dialogo tra i due soggetti istituzionali, fissando un nuovo incontro a Barcellona che probabilmente si terrà in autunno.

La mossa compiuta dall’esecutivo socialista può aprire una nuova stagione nei rapporti tra il governo centrale e le diverse autonomie di cui si compone lo Stato Spagnolo.

Sembrano superate le rigidità del governo conservatore di Rajoy che in nome dell’unità nazionale ha preferito utilizzare la ragione della forza rispetto al dialogo. In questa maniera ha ottenuto l’effetto contrario, rafforzando il consenso dei settori più radicali dell’indipendentismo catalano.

All’opposto, il tentativo di Sanchez si poggia sulla necessità di dialogare con le forze più moderate, in modo da raggiungere un accordo che dia maggiore autonomia alla Catalogna ma all’interno di un quadro di rinnovata unità nazionale.

In altre parole, la soluzione che Sanchez propone, con l’intento di scoraggiare la rivendicazione all’indipendenza della Catalogna è una riforma della Costituzione in senso plurinazionale.

La Spagna è una “nazione di nazioni” composta da Comunità autonome e governo centrale, in linea con lo spirito della Costituzione del 1979 con la quale si è inteso disegnare un ordinamento di tipo regionale, tendente al federalismo, in opposizione al centralismo che aveva caratterizzato il periodo della dittatura franchista.

Come Zapatero, anche il PSOE di Sánchez vede nella ridefinizione del consenso costituzionale in materia territoriale, l’opzione politica più efficace per costruire una nuova egemonia socialista insieme ad alcuni partiti della sinistra radicale, come Podemos, e con l’apporto dei nazionalisti.

Il nuovo stile del PSOE dà ossigeno alla direzione di CER o PDeCAT, indipendentisti catalani pragmatici, che vogliono riprendere il dialogo con il Governo per chiudere le ferite politiche e riparare le fratture sociali.

Da questi settori si fa notare come nonostante “i gesti e le minacce” di Torra, che come detto rappresenta l’ala più radicale, nessuno dei leader separatisti abbia infranto la legge. Anzi, il presidente del Parlamento catalano, Roger Torrent, ha messo in chiaro che non violeranno nuovamente la legge. Sperano, inoltre, che l’attivazione delle commissioni bilaterali tra lo Stato e il Governo consentano una normalizzazione delle relazioni. Tutto questo avviene mentre proseguono i processi alle massime cariche catalane responsabili dei passaggi che hanno comportato l’attivazione dell’art.155 Cost.

Di contro, dal governo spagnolo spiegano che il Presidente manterrà un atteggiamento di ascolto e dialogo, senza offrire al momento netti cambi di rotta sostanziali. Questo atteggiamento prudente si spiega con la necessità di verificare le reali intenzioni del governo catalano: non è chiaro se le sfide quotidiane lanciate da Torra siano una strategia di comunicazione per il proprio elettorato o nascondano la volontà di proseguire sulla strada dell’indipendenza.

Di fatto, Pedro Sánchez tiene aperti tutti gli scenari prima di una possibile evoluzione negativa del processo. Fonti del governo assicurano che se la Generalitat dovesse andare alla prova di forza, allora ci si richiamerà allo stato di diritto, come avvenuto nel 2017. È evidente come tale scenario sia il peggiore anche perché potrebbe determinare la caduta dell’esecutivo.

Per questo motivi continuerà il dialogo e si proporrà un rafforzamento delle Comunità Autonome. In questo senso, vanno lette le recenti nomine della catalana Meritxell Batet come ministro della Politica Territoriale e Funzione Pubblica e della basca, Isabel Celaá come portavoce del Consiglio dei ministri e Ministro dell’Istruzione.

Paolo D’Aleo

Può esistere un populismo democratico?

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“Un nuovo spettro s’aggira per l’Europa”: il populismo, col quale vengono indicate tutte le manifestazioni politiche considerate anomale dagli establishment prevalenti, preoccupati di perdere le loro posizioni di comando. Secondo Íñigo Errejón, segretario politico di Podemos (“L’Occidente nel suo momento populista”, in Historia Magistra, n .23/2017), un numero sempre crescente di fenomeni politici, “praticamente tutti quelli che costituiscono delle novità, sono catalogati sotto la stessa etichetta, nonostante, in molti casi, portino avanti progetti di segno opposto”. In mancanza di una più corretta considerazione, il populismo è da tempo rappresentato nell’immaginario collettivo come tutto ciò che eccede la normale valutazione dello stato del mondo, da parte delle élite tradizionali, e per questo motivo demonizzato indiscriminatamente. In tal modo, le élite mancano di cogliere che, all’interno dei singoli Stati, da tempo si è formato un coagulo di “forze che aspirano a mobilitare una nuova volontà popolare a fronte dei partiti tradizionali, sottomessi ai poteri oligarchici e finanziari”; essi, i partiti tradizionali, anziché preoccuparsi di cogliere la “domanda politica” inevasa, originante dalla protesta di quelle forze, sono unicamente impegnati a trovare il modo di neutralizzarle, indipendentemente da ogni valutazione riguardo alla caratterizzazione politica dei soggetti che le esprimono, ovvero se essi sono di orientamento reazionario e xenofobo, oppure democratico e progressista.

Accade così che il populismo sia largamente “incompreso”, sia da destra che da sinistra. I ceti conservatori e liberali sono soliti reagire con lo spavento e la condanna morale; per essi gli Stati devono essere difesi dal protagonismo politico delle masse popolari, forti del convincimento che, secondo l’ideologia neoliberista interiorizzata, l’appartenenza ad una comunità libera e l’affermazione di valori tolleranti possono essere garantite solo da forze autenticamente liberali e razionali. Inoltre, tali ceti conservatori si avvalgono del fatto che le loro posizioni siano spesso difese dalle forze politiche socialdemocratiche che, invece di risultare schierate a sinistra, manifestano d’essere subalterne alle politiche e agli interessi degli establishment prevalenti.

Dall’altra parte dello schieramento politico è collocata una sinistra caratterizzata da una scarsa disponibilità a comprendere i mutamenti che hanno caratterizzato le società capitalistiche nella seconda metà del secolo scorso, per via della sua incapacità di elaborare una comune strategia. Essa, infatti, si compone di una parte portatrice di istanze radicali, che tende ancora ad avvalersi di categorie interpretative dei fenomeni sociali da tempo superate; categorie, queste, che spingono la sinistra radicale ad “attendere la crisi economica definitiva” del capitalismo, per cui ogni accadimento politicamente rilevante rappresenta per essa una conferma di quanto previsto dalla sua ideologia di riferimento, anche quando si tratta di accadimenti contrari alle sue previsioni.
L’altra parte della sinistra, quella socialdemocratica, anche quando appare aperta alla comprensione del senso della domanda politica della quale si rendono interpreti i movimenti populisti, tende a demonizzarli e a considerarli distruttivi, a causa della sua tendenziale subalternità alle posizioni dei ceti liberali e conservatori, siano questi movimenti di segno progressista o conservatore o reazionario. L’atteggiamento acritico della sinistra socialdemocratica nei confronti del populismo è senz’altro un errore, in quanto può avere – come afferma Íñigo Errejón – la conseguenza di lasciare le forze progressiste portatrici della protesta popolare “fuori da qualsiasi possibilità di governo”, e dunque impotenti ad affrontare realmente le oligarchie economico-finanziarie che oggi “si impongono sopra ogni necessità e domanda delle maggioranze sociali”. Se lasciate a se stesse, le forze sociali, che con la loro protesta, alimentano i movimenti populisti, sono destinate inevitabilmente ad essere catturate per intero dalla destra reazionaria nazionalista e xenofoba.

Nel caso dell’Italia, perciò, la sinistra socialdemocratica dovrebbe decidersi a riflettere sul fatto che, come viene affermato da un gruppo di docenti e ricercatori (Mchelangela di Giovanni, Sanuele Mazzolini, Stefano Barolini, Stefano Poggi, Tommaso Nencioni, Paolo Gerbaudo) in “Per un populismo democratico. Manifesto di senso comune” (Historia Magistra, n. 23/2017), il “crescente livello di astensionismo e di apatia nei confronti della politica sono solo l’epifenomeno di un processo di scollamento tra la popolazione italiana e le sue istituzioni senza precedenti”; la sinistra socialdemocratica dovrebbe prendere in seria considerazione questa “spaccatura” profonda che denuncia “il sequestro delle istituzioni politiche ad opera dei potentati economico-finanziari”, rendendo l’uguaglianza politica a fatto puramente formale e polarizzando “in maniera progressiva la società in due campi, élite economiche e politiche da una parte, gente comune dall’altra”.

In questo contesto, i sottoscrittori del “Manifesto” evidenziano che le parti sociali dominanti, mancando un’efficace opposizione e in assenza di risposte adeguate rispetto all’entità della crisi della società italiana, hanno potuto “usare le loro posizioni di potere per difendere i propri privilegi”. In questo modo, le forze della sinistra socialdemocratica, non schierandosi dalla parte della società più debole, consentono di lasciare il governo del possibile cambiamento “alle forze conservatrici e reazionarie”. Ciò sta consentendo che le istituzioni, “sorte a parziale difesa del potere popolare dopo la Seconda guerra mondiale” siano depotenziate, lasciando il presidio di ciò che resta di tali istituzioni ai movimenti populisti, trascurando però di considerare che solo un “populismo democratico può dare vita ad istituzioni nuove a difesa degli stati di bisogno popolari.

Lasciando che la spaccatura tra popolazione italiana ed istituzioni si approfondisse, è accaduto che all’apice della piramide sociale si siano collocate fasce sociali “sempre più ristrette e potenti, indifferenti come non mai alle sorti del resto della società”; ciò ha alimentato un processo che ha dato luogo all’approfondimento del divario tra “ricchi” e “poveri”, generando un disorientamento dei ceti popolari, al quale le forze della sinistra socialdemocratica non hanno tentato di porre rimedio. Allo stato attuale, perciò, secondo i sottoscrittori del “Manifesto”, la sinistra socialdemocratica, aprendosi alle ragioni del populismo democratico, dovrebbe ricuperare il consenso della protesta popolare raccogliendo una platea di consenso, “non più facendo leva su una classe intesa come fatto sociologico, come qualcosa di già dato, quanto piuttosto su una comunità immaginata che ancori il cambiamento all’articolazione di pratiche rivendicative che contengano un’ipotesi universalistica”; in altri termini, le forze della sinistra socialdemocratica dovrebbero “dare voce” alle richieste della protesta popolare, incanalando “i sentimenti di rabbia e di frustrazione di ampie fasce della popolazione con linguaggi e istanze da essa comprensibili e sentite come proprie”.

Tanti sono i temi ai quali le forze socialdemocratiche potrebbero aprirsi: tutela dell’ambiente, insicurezza sociale e lavorativa, modalità di fruizione dei beni comuni, forme di sostegno alternative del reddito, equità fiscale e distributiva, contrasto dell’evasione e dell’elusione fiscale, riduzione dei livelli non più sopportabili di burocratizzazione nel funzionamento della pubblica amministrazione, difesa del risparmio e tanti altri ancora. Sono temi, questi – affermano i firmatari del “Manifesto” – “su cui costruire la piattaforma di un populismo democratico in grado di mettere insieme un programma di trasformazione con una sua visione del futuro che recuperi la carica critica e la capacità di immaginazione di un’idea di democrazia efficace ed inclusiva”. Inoltre, quelli indicati sono temi che, a parere dei “firmatari”, possono rendere il populismo, non già sinonimo di “demagogia o autoritarismo”, configurarandolo non in termini di una patologia o di un’ideologia distruttiva, ma come “logica costruttiva di una politica attraverso la quale diversi progetti competono per egemonizzare il campo sociale”.

Il dubbio che dai movimenti populisti non possa emergere un personale in grado di dare una risposta adeguata alla domanda politica non soddisfatta dalle forze politiche oggi dominanti è di solito uno dei motivi con cui il populismo viene descritto come movimento distruttivo. Il dubbio non è privo di qualche fondamento; in Italia, l’opposizione politico-sociale popolare è stata mobilitata prevalentemente dal Movimento 5 Stelle, al quale deve essere riconosciuto il merito di aver coagulato un ampio ventaglio di “domande di giustizia provenienti dal Paese reale e di aver indicato per primo la delegittimazione delle istituzioni e del ceto politico”; la sua capacità di trasformare la protesta in azione di governo ha, però, presto presentato il limite di non essere riuscito “ad elaborare sbocchi politici adeguati per le istanze sociali che si sono riversate al suo interno”.

Il limite è consistito nel fatto che il M5S non è riuscito ad elaborare un’analisi dei motivi di fondo della crisi della società italiana che andasse al di là della mera protesta, né a formulare un modello sufficientemente compiuto del modo in cui affrontare i temi che costituiscono il “nocciolo duro” della protesta sociale da esso rappresentata. Su tutti i temi che hanno motivato la crescita e la diffusione delle protesta sociale, “la vaghezza dei programmi del M5S” ha fatto intravedere solo un vuoto di idee che rende poco auspicabile un suo eventuale accesso al governo del Paese.

Così stando le cose, solo una considerazione superficiale della politica – secondo i firmatari del “Manifesto” – “può fare pensare che la conquista del potere popolare possa avvenire spontaneamente o sull’onda di uno slancio di indignazione”. L’impegno per l’accesso al governo delle forze che sono portatrici del senso della protesta popolare richiede una strategia di ben altra natura rispetto a quella sin qui praticata; richiede, cioè, che tali forze si organizzino in un movimento articolato, all’interno del quale le diverse organizzazioni delle forze popolari possano coordinare la loro azione. Questo movimento deve porsi principalmente, sostengono i “firmatari”, “l’obiettivo di fare affiorare tutte quelle domande e quei conflitti irrisolti che rimangono silenti”; ciò, al fine di rendere “palpabile” il danno provocato agli strati popolari della società dall’aver lasciato per troppo tempo inevasa la domanda politica relativa ai temi che sono oggi il contenuto principale della protesta.

Un problema rilevante che si porrà per un movimento così inteso, consisterà nello stabilire l’atteggiamento più conveniente che esso dovrà tenere nei riguardi dei partiti tradizionali, tenendo ferma l’idea che la sua azione dovrà essere sempre “contro” l’establishment prevalente, evitando però che, nella pratica della sua strategia politica, prevalgano forme di chiusura settaria, poiché nei partiti tradizionali esistenti “si annidano risorse inquiete e insoddisfatte, pronte a mobilitarsi”.

La non chiusura settaria e l’attenzione rivolta verso le potenziali forze che possono essere “ricuperate” dai partiti esistenti, non significa che il cambiamento possa essere realizzato attraverso l’utilizzazione di “spezzoni” di vecchi progetti politici; significa, al contrario, che il cambiamento potrà essere realizzato solo con il supporto di una nuova maggioranza sociale, anziché con l’ausilio di “minoranze politiche”. Invece di fare appello “a frammenti di ceto politico ormai non più rappresentativi”, occorrerà- sostengono i firmatari del “Manifesto” – “mobilitare le energie sorte in seno alla società e dare loro uno sbocco politico”. Solo così, concludono i “firmatari”, l’organizzazione della protesta popolare potrà “dare voce” a spazi sociali in cui “la nuova politica del senso comune trovi il suo ideale terreno di coltura”.

Come tutti i “Manifesti” che si sottoscrivono per auspicare un mutamento di situazioni che si ritiene abbiano “fatto il loro tempo”, si può dire che quello proposto dai “firmatari” “pecchi” di realismo. L’analisi che essi effettuano riguardo alla crisi di molti sistemi sociali moderni, incluso quello italiano, e la spiegazione del perché si sono affermati i movimenti populisti sono certamente credibili; ciò che lascia ampi margini di dubbio e perplessità è l’ipotesi implicita nella loro analisi che il tipo di proposta che essi avanzata (ovvero che l’organizzazione della protesta popolare per l’attuazione di una “politica del senso comune”) possa avere immediata attuazione.

E’ questo un ostacolo insormontabile per la realizzazione di quanto i “firmatari” propongono; ciò perché il loro suggerimento può essere accolto solo da forze politiche, quali potrebbero essere quelle che si raccolgono intorno a quanto resta del vecchio partito socialista democratico; quest’ultimo, considerata la sua esigua consistenza elettorale, potrebbe, profittevolmente per la società italiana, privilegiare l’organizzazione della protesta popolare oggi rappresentata da movimenti populisti politicamente non professionalizzati, anziché scegliere la confluenza nelle maggioranze politiche esistenti, obnubilando così la propria storia ed il proprio prestigio e dimenticando di essere stato, fin dall’origine e per un lungo periodo di tempo, sempre dalla parte dei più deboli.

Gianfranco Sabattini

 

Il treno della Catalogna è tornato al punto di partenza

catalogna-barcellona

Ma, per farlo arrivare alla giusta destinazione occorrono nuovi macchinisti. E, tra questi, non ci potrà essere Rajoy e il Pp. L’attuale capo del governo suscita simpatia per la sua aria dimessa e il suo aspetto mite. E piace anche, e come, all’Europa per la sua determinazione nell’applicare le direttive di Bruxelles. E però il Pp ha il non trascurabile difetto di non avere mai ripudiato l’eredità franchista (su cui esprime un giudizio favorevole il 30% degli spagnoli); ad un punto tale che il suo portavoce in Parlamento ha recentemente dichiarato che “la responsabilità per la morte di centinaia di migliaia di persone durante la guerra civile ricade sui repubblicani”.

Ora, di questa eredità fa parte il centralismo; e con questa il ripudio totale dell’idea che l’unità della Spagna debba fondarsi sull’accordo tra le varie nazionalità. Idea che, invece, prima con Gonzales e poi con Zapatero, aveva portato ad un accordo di ferro tra Madrid e Barcellona; o, più specificamente, tra i socialisti, sapagnoli e catalani e gli autonomisti moderati catalani. Diciamo, l’applicazione del modello sudtirolese: “A voi i soldi e il potere di gestirli; a noi il vostro consenso indefettibile nelle Cortes”.

A rompere questa intesa Aznar e poi, in modo assai più sistematico, Rajoy. Da una parte limitando in sede costituzionale qualsiasi possibilità d’evoluzione del regime di autonomia verso forme più avanzate di tipo federale; dall’altra, beninteso in nome dei vincoli di Bruxelles, privando il governo di Barcellona dei fondi necessari per lo sviluppo delle infrastrutture e per i sevizi sociali.

Questo è uno dei fattori determinanti della crisi dell’autonomismo moderato. Crisi accelerata anche da fattori interni; primi tra tutti l’emergere di una estesa corruzione. E così, provocati dall’ostilità di Madrid e colpiti a sinistra dalla protesta sociale e indipendentista incarnata da una Esquerra republicana, erede diretta dei vinti del 1936 i vecchi “moderati” sono stati costretti ad inseguirla sul suo stesso terreno, sino a quel vero e proprio bluff della dichiarazione di indipendenza di ottobre.

E però la reazione violenta e “spropositata”di Madrid non è valsa a mutare il corso delle cose; anzi, a guardare al di là delle apparenze, si è risolta in una sconfitta per Madrid. Tutti gli organi di stampa hanno giustamente commentato la non vittoria degli indipendentisti, rimasti sulle posizioni del 2015 e, questa volta, profondamente divisi sul “che fare”. Pochi hanno invece fatto presente un dato assai più rilevante: il fatto che i “non indipendentisti” non solo sono minoranza in Parlamento ma rappresentano, tra di loro, posizioni del tutto diverse.

Una di queste appare sin d’ora fuori gioco. Perché Rajoy a suo tempo salutato dalla stampa come grande vincitore della sfida all’ok corrral, esce distrutto dalle urne. Non aveva niente da dire ai catalani e i catalani – leggi gli abitanti della Catalogna – non avevano perciò nessun motivo per votarlo. Quattro seggi su 135; quanto basta a squalificarlo politicamente ma anche, in futuro elettoralmente, come campione dell’unità del paese.

Ciudadanos, non a caso nato in Catalogna come reazione al “catalanismo, propone un agenda per i non catalani. Rilancio dell’economia, degli investimenti e della spesa pubblica per tutti in cambio della rinuncia dei catalani non solo all’indipendenza ma anche ai suoi presupposti: bandiera, imposizione della lingua, spese per la valorizzazione della catalanità. Tutto ciò che piace agli allogeni (che l’hanno non a caso premiato nelle urne come primo partito); nulla che possa essere accettato dagli altri.

Podemos, dal canto suo, propone “cose belle ma impossibili”: un accordo nazionale, qui ed ora, che, in cambio della rinuncia definitiva all’indipendenza, offra ai catalani, autoctoni e allogeni, tutto il resto.

In quanto ai socialisti, che hanno tenuto a distinguersi, nel corso della campagna elettorale, sia dagli indipendentisti che dalla coppia Pp/Ciudadanos, questi sono gli unici in grado di formulare proposte di mediazione in grado di essere ascoltate, senza preclusioni, dalle due parti. E, già che ci siamo, di promuovere un esecutivo di minoranza, basato sul coinvolgimento delle due parti (anche in virtù di passati rapporti); nella attuale condizione l’unico possibile e auspicabile.

Staremo a vedere. Con tutto l’ottimismo della volontà; anche perché di pessimismo dell’intelligenza c’è n’è in giro fin troppo…

Alberto Benzoni

Il Psoe e la legalizzazione dell’eutanasia

Pedro SanchezI socialisti spagnoli hanno in mente una proposta di legge per legalizzare l’eutanasia nel paese iberico. Secondo quanto riportato dal quotidiano El País, Pedro Sánchez e compagni starebbero per portare in Parlamento – per la prima volta nella storia – un progetto a riguardo. Per sostenerla sembra esserci già un accordo con altri partiti di sinistra, in particolare con Izquierda Unida.

Il leader del Psoe ha infatti cercato una strada che possa garantire l’approvazione della legge. Tutto passa anche attraverso la ricucita di vecchie ferite tramite il dialogo con Alberto Garzón, coordinatore generale di IU e co-portavoce della gruppo parlamentare della coalizione Unidos Podemos. Il patto raggiunto con lui dovrebbe estendersi a tutti i partiti che fanno parte della coalizione, compreso anche lo spinoso Podemos di Pablo Iglesias.

Si potrebbe in tal modo tentare di arrivare ad una maggioranza alternativa, dato che il Psoe starebbe cercando di far rientrare nell’accordo anche alcuni tra i partiti delle comunità non castigliane, che garantirebbero i numeri qualora il Partito Popolare e Ciudadanos dovessero opporsi alla proposta.

Per quanto riguarda questi ultimi c’è tuttavia ancora qualche spiraglio di dialogo. Il gruppo di Albert Rivera ha infatti già presentato una proposta di legge legata al trattamento di fine vita, volta a garantire la dignità e la volontà del paziente terminale ma escludendo l’eutanasia.

Non è tuttavia detto che il dialogo con Sánchez non possa evolversi, coinvolgendo anche Ciudadanos tra i promotori della legge.

Appare difficile al momento, ma il dibattito sull’eutanasia potrebbe porre più d’un bastone tra le ruote del governo di Rajoy. A partire dalla prima proposta di legge sul tema in un paese fortemente cattolico come la Spagna fino alle prove tecniche di coalizione da parte del resto dell’emiciclo parlamentare, la partita potrebbe avere dei risvolti piuttosto interessanti.

Giuseppe Guarino

Colorni e la scomparsa della sinistra in Europa

Qui di seguito il testo della relazione introduttiva al convegno “Il percorso politico di Eugenio Colorni”, Roma, 29 maggio 2017, organizzato dalle Fondazioni Nenni, Turati, Buozzi e dall’Istituto Hirschman-Colorni


 

Polonia-protesteEugenio Colorni scriveva su l’Avvenire dei Lavoratori del 1 febbraio del 1944: “Socialismo, umanismo, federalismo, unità europea sono le parole fondamentali del nostro programma politico.”

Vi era indubbiamente un clima politico culturale se l’idea di Unità Europea, legata sempre a programmi di riforma sociale, venivano da gruppi francesi come «Combat», «France-Tireur» e «Liberté» ovvero come ricorda sempre Silone dal Movimento del lavoro libero in Norvegia o dal Movimento Vrij Nederland in Olanda ed anche da sparsi gruppi di tedeschi antinazisti.

La collaborazione di Colorni alla redazione e soprattutto alla diffusione del Manifesto di Ventotene, a mio avviso, ne fa uno degli autori a ricordare al pari di Altiero Spinelli e Ernesto Rossi. Sicuramente è un suo merito la diffusione nel mondo socialista Ignazio Silone, allora a capo del Centro Estero di Zurigo del PSI e dell’Avvenire dei Lavoratori ebbe già sentore del Manifesto di Ventotene nell’autunno del 1941 e più tardi ricevette un appello analogo, dal Movimento «Li bérer et Fédérer» di Tolosa, nel quale militava Silvio Trentin, il padre di Bruno.

Sempre Colorni deve essere considerato uno degli ispiratori de Il socialismo federalista dell’«Avvenire del Lavoratore» (1) una delle componenti della conversione socialista di Ignazio Silone, che nella sua visione ebbe la stessa importanza dell’ Internazionalismo del suo periodo comunista. Due sono gli articoli di Silone nel quale delinea la sua visione europea del socialismo. Il primo fu pubblicato dall’”Avanti!” di Roma con il titolo “Prospettiva attuale del Socialismo Europeo”. Il secondo sempre dall’”Avanti!” di Roma del 28 gennaio 1945 col titolo “Europa di Domani”. Per Silone “l’Europa moderna ed il socialismo sono termini storici intimamente connessi. Il socialismo moderno infatti è nato in Europa nel corso del secolo passato, contemporaneamente all’Europa moderna. Le fasi di sviluppo e le crisi del socialismo moderno sono coincise con il progresso e le difficoltà dell’Europa”.

Il dibattito fra i compagni socialisti sul futuro dell’Europa e sulle prospettive di ricostruzione per il Vecchio continente: dal federalismo europeista di Carlo Rosselli alla proposta di una «Costituente europea per la pace» lanciata da Giuseppe Emanuele Modigliani, all’europeismo di Angelo Tasca era già iniziato nell’esilio francese. Al dibattito partecipò anche Giuseppe Saragat quando si trasferì a Parigi, dopo aver trascorso un triennio in Austria, ove conobbe Otto Bauer e l’austromarxismo, ma la sua visione federalista anche in seguito al Patto Ribbentrop Molotov si connotò sempre più come un europeismo democratico alternativo al totalitarismo (2).

Siamo tributari di Silone e Colorni della convinzione che non c’è prospettiva socialista se non c’è una chiara scelta federalista, cioè senza una dimensione internazionale della politica, al di là delle singole proposte, perché il destino del socialismo democratico e dell’Europa sono indissolubilmente legati. Questa intuizione non è stata perseguita con coerenza, avrebbe chiesto per esempio la creazione di un Partito Socialista transnazionale, cioè una visione internazionalista, di cui l’europeismo non poteva essere un surrogato, ma un’articolazione continentale. La costruzione europea si è fatta, invece, ponendo alla base la libera concorrenza ed il mercato, guidate da un centralismo burocratico senza effettivi contrappesi democratici. Non solo l’allargamento a Est della UE è stato un processo, che non si è distinto da quello della NATO, quando, nella visione socialista di Cole (3) condivisa da Silone Soltanto il socialismo democratico avrebbe potuto unificare l’Europa e farla servire da mediatrice storica tra il continente sovietico e il continente americano. Una visione che si accompagnava al superamento delle ragioni storiche sella divisione tra socialisti e comunisti, questo lo si poteva pensare negli anni 1944 e 1945 quando si era uniti nella lotta al nazifascismo.

Lo sviluppo nel dopoguerra andò in tutt’altra direzione: nei paesi conquistati dall’Armata Rossa si compì l’unificazione forzata dei partiti socialisti e comunisti, con la scomparsa politica dei primi, anche quando il nome del Partito non divenne formalmente comunista come il POUP (Partito Operaio Unificato Polacco) o mantenne il riferimento socialista come nei casi del Partito Operaio Socialista Ungherese e della SED (Partito di Unità Socialista della Germania). In Occidente la Guerra Fredda portò i partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti ad una scelta di campo occidentale, con la sola eccezione fino alla rivoluzione ungherese del 1956 del PSI. Socialisti e democristiani sono la grande maggioranza dei padri fondatori dell’Europa, con l’eccezione di Altiero Spinelli, che in Italia collaborò con socialisti e comunisti (4). Nel 1999 fu l’anno della predominanza socialista in Europa, cioè nella UE a 15, con 11 primi ministri socialisti, che sarebbero stati 12 se nel 1996 Aznar non avesse sostituito Felipe Gonzalez. La presenza contestuale di Blair, Schröder, Jospin e D’Alema per non parlare che dei grandi paesi non ha impresso un corso nuovo all’Europa della UE, ma piuttosto è stata la Commissione Prodi dal 16 settembre 1999 fino al 31 ottobre 2004 con proroga al 21 novembre dello stesso anno con la scelta dell’allargamento a Est. Nel contempo a sinistra del PSE la denuncia dell’Europa, come l’Europa dei capitalisti e dei banchieri, è stato un bell’alibi per i partiti della sinistra per non impegnarsi nella costruzione di un’altra Europa,, finché il nome non diventò un’insegna elettorale nel 2014 grazie al successo di Tsipras e di Syriza, che non superò le contraddizioni del Partito della Sinistra Europea, che comprende partiti, con scarsa peso nel parlamento Europeo e in quelli nazionali della UE fatta eccezione per la LINKE e Sinistra Italiana e di cui non fanno parte formazioni di sinistra di successo come Podemos di Iglesias o la France Insoumise di Mélenchon

Il problema più grave è che le grosse perdite socialiste non si trasferiscono massicciamente alla loro sinistra e spesso vi sono perdite dell’intero schieramento teoricamente alternativo che comprenda anche i Verdi e in generale gli ecologisti.

In nessun paese europeo, ad eccezione della Gran Bretagna, ma ora in fuoriuscita dall’UE, la sinistra è rappresentata da un solo partito, che possa aspirare al governo. Formalmente vi è una Grande Coalizione PPE-PSE, ma il PPE ha una posizi0one centrale ed è riuscita la trasformazione da Partito Democristiano e Socialcristiano in partito di centro conservatore in armonia con i cosiddetti poteri, di cui il Presidente della Commissione, Juncker, è un vassallo. Per togliere ogni dubbio il suo partito non è più il PPCS (Partito Popolare Cristiano Sociale), ma semplicemente il PD affiliato al PPE, per non confondersi con il PD affiliato al PSE. Il PSE non ha, invece, un’identità precisa e un programma alternativo all’austerità e su dossier delicati come i fenomeni migratori ha posizione differenziate.

Il quadro europeo è ancora instabile mancano i risultati delle legislative francesi di giugno 2017, delle britanniche dello stesso mese e soprattutto di quelle tedesche del 24 settembre, per non parlare di quelle italiane oscillanti tra la fine del 2017 e l’inizio 2018 a dio piacendo e al Presidente Mattarella. Riuscirà la sinistra in senso lato a compiere quella riflessione auspicata da Colorni e Silone nel 1994, cioè legare il suo destino a quello di un processo di integrazione europea, che abbia come centro la Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE, le cui norme hanno lo stesso valore giuridico dei Trattati per l’art. 6 TUE e una politica economica che salvaguardi la coesione sociale e le conquiste del welfare state e persegua con coerenza una politica di pace e cooperazione per uno sviluppo economico equo e solidale?

Felice Carlo Besostri
Blog Fondazione Nenni

(1) Corrado Malandrino “Socialismo e libertà. Autonomie, federalismo, Europa da Rosselli a Silone” Milano 1990

(2)“Il federalismo europeista in Giuseppe Saragat” di Michele Donno in L’ACROPOLI Anno XVII – n. 6 (2016)

(3)G.D.M. Cole “Europe, Russia and the Future” del 194

(4)Nominato dai primi nella Commissione Europea e dai Secondi nel Parlamento italiano e in quello europeo

 

Solo populismo contro
il sistema?

Bisognerà, prima o poi, fare chiarezza sull’uso del termine “populismo”, che dal mainstream dominante è stato trasformato in una sorta di mantra, utilizzato contro chi contesta quel capitalismo globalizzato, che ha vulnerato il principio dei moderni sistemi liberaldemocratici della sovranità popolare.

Il termine “populista” si è trasformato nell’arma dei partiti di governo dell’Unione Europea per definire una differenza quasi ontologica tra essi e quelle forze politiche che propongono una visione alternativa della società, bollandoli come “antisistema”. Ciò è avvenuto, anche in Italia, dove nel dibattito politico si utilizza il populismo a mo’ di epiteto, per contestare una presunta immaturità dell’avversario politico, “reo” di “parlare alla pancia degli italiani” e di non avere cultura di governo, intesa, questa, invero, come acquiescenza al mercato e al rigore economico.

Si deve osservare che la scissione tra cultura e politica e la trasformazione dello “spazio politico” in “spazio mediatico”, con gli illuminanti studi a tal proposito di Manuel Castells, consentono semplificazioni politiche come quella sul populismo. Volutamente si opera una assimilazione tra chi ritiene di restituire voce al popolo, partendo dagli interessi del lavoro e dai diritti sociali, e chi, invece, strumentalizza l’emarginazione e la rabbia dei ceti sociali più colpiti dalla finanza globale e dalla concentrazione straordinaria della ricchezza in poche mani, per ottenere una delega a governare in forme neo-autoritarie.

E così, l’etichetta di “populismo”, abbinata a quella di demagogia” e “antipolitica”, viene attribuita dalle classi di governo, per conto di chi ha “privatizzato” la politica, le élites globali della finanza e del management e dello star-system, a tutti coloro i quali contestano apertis verbis l’attuale ordine planetario mercatistico e l’austerity europea, “a prescindere” (avrebbe detto il Grande Totò!) dalle ideologie e dai programmi: da Syriza di Tsipras al Front National della Le Pen, dal Movimento 5 Stelle a chi ha lasciato “da sinistra” il Pd, dallo Ukip di Farage a Podemos di Iglesias.

Un’operazione di semplificazione politica, povera culturalmente. Nel 2010, lo storico Nicola Tranfaglia pubblicava il volume “Il populismo autoritario. Autobiografia di una Nazione”, ricostruendo, con rigore storiografico, il percorso dei cosiddetti populisti, a partire da quello dei paesi latinoamericani, nel dopoguerra Vargas in Brasile e Perón in Argentina, e sul peso del consenso nell’egemonia, secondo la lezione di Antonio Gramsci. Più di recente tre docenti inglesi, David Sanders dell’University of Essex, Jason Reifler dell’University of Exeter, Tom Scotto dell’University of Strathclyde, hanno svolto uno studio sulla politica dei nostri giorni, alla luce dei recenti avvenimenti, le elezioni americane e la Brexit, evidenziando il profilo di un populismo autoritario, che appare diverso e distinto dall’azione politica di chi vuole, genuinamente, parlare al popolo e rappresentare i suoi interessi.

Un tempo era la sinistra, nelle sue varie declinazioni, a rappresentare il popolo, ma oggi, dopo il crollo del comunismo e la deriva centrista di gran parte della socialdemocrazia europea con una sorta di sintesi liberista-tecnocratica realizzata si è prodotta quella “fine della Storia”, non solo sistemica secondo lo schema di Fukuyama, ma prima ancora ideologica, con le attuali società omologate culturalmente verso il basso, e gerarchizzate con uno schema censuario e piramidale.

Maurizio Ballistreri

Una nuova sinistra plurale in Europa e in Italia

Le prime parole di Benoit Hamon dopo la vittoria alle primarie per il candidato della sinistra alle presidenziali francesi del prossimo 23 aprile, rivolte agli elettori, sono state: “Avete lanciato un messaggio chiaro di speranza e di rinnovamento, voglio scrivere una nuova pagina dalla sinistra e della Francia. Insieme abbiamo deciso di fare della questione sociale e della questione ecologica due elementi fondamentali di un nuovo progetto”.

Un candidato di sinistra autentica dunque, su posizioni diverse dal moderatismo di Hollande e del partito socialista europeo, sempre più omologato all’ordoliberalismo della Merkel, in grado di partecipare al circuito di una nuova sinistra, unita e plurale, con il laburista James Corbyn e con nuove esperienze come Podemos in Spagna e lo spirito originario di Syriza in Grecia, che guardi anche al programma di Bernie Sanders per le passate presidenziali americane, che ponga al centro i diritti sociali, il lavoro e il contrasto al potere della finanza globale.

Anche in Italia ci sono fermenti per la costruzione di una nuova sinistra, in grado di tenere assieme valori e tradizioni diverse, dal riformismo socialista all’ambientalismo consapevole e a posizioni politiche più radicali, distinta e diversa dalla deriva centrista del Pd e da un antagonismo ideologico sterile e protestatario, per candidarsi al governo del paese, contro l’austerity teutonica e il suo monetarismo, per una politica economica e sociale che metta la piena occupazione, l’estensione del welfare state in una logica di inclusione, un nuovo diritto del lavoro. Si tratta di un laboratorio a cui contribuiscono sia l’iniziativa di Massimo D’Alema che la fase costituente di Sinistra Italiana e la straordinaria mobilitazione di popolo nella battaglia per il No nel referendum costituzionale.

Un’ipotesi politica è proprio quella di compattare il popolo di sinistra, partendo dai comitati per il No alla riforma della Costituzione, evitando di ripetere gli errori del passato per “un soggetto unitario della sinistra”, in grado di rappresentare quella parte ampia di elettorato che non si riconosce nel Pd renziano. Ecco, quindi, che, dopo la vittoria referendaria, c’è un lavoro di consolidamento delle reti e dei comitati a difesa della Costituzione da realizzare, con l’obiettivo di attuare la Costituzione, senza diventare un partito politico novecentesco, con nuove battaglie quali il proporzionale nella legge elettorale e i referendum sociali promossi dalla Cgil”.

Insomma, una nuova sinistra in Italia, unita e plurale, deve evitare il politicismo, ponendosi due temi: quello di un programma di radicali riforme sociali e quello, per dirla con Zygmut Baumann, della sua “constituency, del suo blocco elettorale”, formato da quella parte di società che ha pagato i costi della globalizzazione e dell’Europa della moneta unica: lavoratori dipendenti, pensionati, precari, disoccupati e ceto medio. L’alternativa è il campo libero alle “Due destre” sul modello americano: establishment da una parte e neopopulismo dall’altra.

Maurizio Ballistreri