Poste italiane: risparmiatori traditi

poste italianeBrutto colpo per le Poste Italiane. Oltre alle croniche disfunzioni per la consegna della corrispondenza postale fin troppo tollerate, si aggiunge il tradimento della fiducia degli italiani nell’affidare i propri risparmi alle Poste Italiane considerate immagine di massima garanzia istituzionale.

Il consueto aumento annuale del costo dei servizi postali decorre dal 10 gennaio 2017 per la spedizione delle raccomandate. I volumi di affari sono in continua diminuzione per diversi fattori tra cui la concorrenza privata dei corrieri postali e la informatizzazione della corrispondenza ordinaria. La risposta della politica aziendale dovrebbe essere quella di una maggiore efficienza dei servizi offerti e maggiore competitività nei costi per quanto concerne il “core business”, mentre per la parte finanziaria dovrebbe offrire maggiori garanzie sulla remunerazione e sulla tutela del risparmio.

Invece, Poste Italiane ha creato un altro caso di risparmio tradito che ha fatto meno scalpore della Banca Etruria o del Monte dei Paschi ma che non può certamente essere trascurato. Si tratta nella maggior parte di piccoli risparmiatori. Risparmi sudati con le fatiche del proprio lavoro o ricevuti in eredità dai genitori che nel corso di una vita modesta e con molti sacrifici hanno voluto lasciare anche un ricordo in denaro ai propri figli.

L’art. 47 della nostra Costituzione recita: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito. Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice, e al diretto e indiretto investimento azionario nei complessi produttivi del Paese.”

La Banca d’Italia e la Consob hanno le funzioni previste dall’art 47 della Costituzione di disciplina, coordinamento e controllo sull’esercizio del credito e quindi avrebbero dovuto controllare anche sulla validità dei prodotti finanziari commercializzati da Poste italiane.

Poste italiane ha sfruttato la fiducia derivante da una antica credibilità istituzionale maturata in molti italiani soprattutto tra i ceti più deboli e finanziariamente meno esperti. Non hanno evitato di usare inganni e raggiri truffaldini ormai diffusi nella pratica della finanza italiana con campagne commerciali eticamente improponibili. I dipendenti delle Poste italiane, come i dipendenti bancari, hanno subito le pressioni commerciali e sono stati costretti ad assumere il ruolo di imbonitori per convincere i risparmiatori ed ottenere la fiducia per l’acquisto di prodotti finanziari che avrebbero perso valore senza nessuna consapevolezza da parte del risparmiatore sui rischi del capitale investito.

Uno Stato di diritto che si rispetti e che sappia attuare la propria Costituzione non può consentire la distruzione del risparmio maggiormente se si tratta di quello della povera gente.

Molti si pongono un problema che fa perdere fiducia nello Stato: è mai possibile che nel mondo della finanza, chi sbaglia non paga mai, soprattutto a livello manageriale e alla fine se la cava solo perdendo il lavoro ma ricevendo indennizzi economici tali da potersi permettere di vivere lussuosamente per il resto della loro vita.

Anche un grande economista americano, John Kenneth Galbraith, nel suo saggio “l’economia della truffa” (titolo originario “The economics of innocent fraud”) pubblicato in Italia nel 2004 descrive e denuncia l’insana abitudine da molti anni diffusa (inizialmente negli Stati Uniti) per gestire le grandi società. Le ripercussioni sociali prodotte dal mondo della finanza sono quelle più devastanti.

Ovviamente non è giusto generalizzare, ma le vicende di questi anni devono fare riflettere ed agire. Se si sono create le condizioni per arrivare ad osservare l’esistenza di vere e proprie organizzazioni autorizzate ad operare liberamente e che commettono consapevolmente delle truffe, si può pensare che in Italia la vigilanza non è vigile o che è complice.

Il caso del risparmio tradito di Poste Italiane, come per il Monte dei Paschi o della Banca Etruria, sta per deflagrare con numeri da capogiro. Riguarda migliaia di risparmiatori che hanno pensato bene di lasciarsi incantare dalla tradizionale sicurezza che garantivano i prodotti di risparmio postali, associati con un altro investimento “sicuro” come il mattone.

Le Poste, insieme ad altri collocatori, dal 2002 al 2005, sotto la guida di Massimo Sarmi, hanno venduto nei loro 14mila uffici le quote di quattro fondi immobiliari, che avevano in comune due cose: il prezzo, di 2.500 euro l’una (un taglio non elevato e per questo accessibile a molti portafogli) e l’alta rischiosità dell’investimento. Il tutto era spiegato bene nei prospetti informativi dei fondi Invest Real Security, Obelisco, Europa Immobiliare 1 e Alpha, ma non sembra che sia stato spiegato altrettanto bene a chi si recava in Posta in cerca di consigli per i suoi risparmi. Che le cose non andassero nel verso giusto lo avevano capito tutti leggendo i rendiconti annuali dei fondi che hanno quasi sempre chiuso con perdite. Anno dopo anno, gli 850 milioni di euro raccolti inizialmente e divisi in oltre 340mila quote si sono quasi evaporati.

Nonostante le perdite dei sottoscrittori, le Sgr hanno continuato a incassare ogni anno commissioni che variano tra lo 0,8 e l’1,8% del valore del fondo. E come loro hanno guadagnato le banche depositarie, gli esperti che hanno redatto le perizie degli immobili, pur cambiandone più volte il valore e determinando l’oscillazione del prezzo delle quote. Al 30 giugno 2016, la valutazione dei periti del fondo Obelisco era di 1.118 euro, mentre quella di Europa Immobiliare 1 era di 1.314 euro, meno della metà del valore iniziale. Le cose sembrano andar meglio per il fondo Alpha valutato 3.304 euro, ma si tratta di una salute apparente, perché dopo un avvio brillante è dal 2012 che non distribuisce più proventi e per riuscire a vendere gli immobili ha chiesto una proroga di 15 anni con buona pace dei pensionati che nel 2002 hanno investito nel fondo. Salute permettendo, dovranno aspettare fino al 2030.

Sui fondi avrebbero dovuto vigilare Banca d’Italia e Consob. Poste, dal canto suo, sostiene di non essere l’unico collocatore e sta cercando, non ancora ufficialmente, un accordo con i consumatori. Eppure, stando al regolamento Consob attuativo del Testo unico della finanza (art. 28), quei prodotti non sarebbero dovuti finire nei portafogli dei piccoli risparmiatori perché ad alto rischio: la durata temporale è medio-lunga e sono difficili da vendere. Le Sgr li hanno pure collocati in Borsa per renderli più liquidi, ma le quotazioni sempre a sconto non hanno permesso di venderli.

Ora si cerca di rimediare, si ma con quali soldi, attingendo ai risparmi degli altri italiani o a quelli dei contribuenti attraverso la Cassa Depositi e Prestiti?

L’obiettivo è individuare una soluzione nelle prossime due settimane. Il giorno potrebbe essere venerdì 20 gennaio, entro quella data i circa 14 mila risparmiatori che nel 2003 hanno investito complessivamente 141 milioni di euro, sottoscrivendo 56.400 quote (con un taglio di 2.500 euro l’una) del fondo immobiliare Invest Real Security (Irs), avranno una misura del rimborso a ristoro delle perdite accumulate con la chiusura del fondo.

Le certezze sulla procedura di rimborso da cui partire sono poche. A cominciare dal fatto che con la scadenza di Irs, avvenuta lo scorso 31 dicembre, è emerso che il valore del capitale rimborsato è pari a 390 euro. L’andamento del fondo è stato, del resto, legato al mercato immobiliare, che dal 2010 in poi ha registrato un’irreversibile flessione che non ha mai raggiunto i bassi valori stimati dalle perizie. Nei tredici anni di vita il fondo ha avuto un rendimento complessivo negativo pari a -7,8%, rendendo conto, tra l’altro, che ha distribuito dividenti e anticipi di rimborso pari a 658 euro per quota. In soldoni, chi ha investito 2.500 euro ne ha ripresi 1.048, ne ha perduti, quindi, 1.452 (cioè a dire il 58%). A questo deve aggiungersi il mancato rendimento per tutto il periodo. Sono questi i numeri da cui Poste Italiane deve muovere per stabilire in che misura onorare l’impegno di «avviare iniziative in favore dei clienti che hanno sottoscritto il fondo immobiliare Irs di Banca Finnat». Vale ricordare che nel 2003 a curare il collocamento è stata proprio la rete dei 14 mila uffici del gruppo postale. Tanto che, in vista della scadenza del fondo e dell’entità delle perdite accumulate dai sottoscrittori, nelle settimane scorse la società guidata da Francesco Caio ha messo in moto una procedura condivisa con Consob, Bankitalia e Ivass per individuare una soluzione.

La mancanza di responsabilità ed etica nella finanza non può continuare ad essere tollerata. Sarebbe una mancanza di rispetto ai principi sanciti dell’art. 47 della Costituzione della Repubblica.

Salvatore Rondello

Nooooo, pure le Poste Italiane

Perfino le Poste Italiane sono riusciti a sporcare, l’ultima certezza che ci era rimasta nell’affidare i nostri miseri risparmi; è vero che il gruppo oggi è privato, ma nell’immaginario collettivo le Poste hanno sempre rappresentato un caposaldo della nostra storia: la fiducia!
La cosa che fa incazzare è ascoltare coloro i quali sostengono che bisogna informare e informarsi di più prima di investire i denari, un po’ come se dovessimo laurearci in ingegneria meccanica per acquistare un’auto. Torna addirittura prepotente l’idea di fare “educazione finanziaria”, dopo aver cancellato quella “educazione civica” che ora assente ci spinge sempre più velocemente verso la deriva dell’ignoranza.
Ho sempre pensato e soprattutto praticato la non violenza; ma non quella fisica: non mi ha mai sfiorato neanche l’idea di aggredire un’altra persona, ma pure quella verbale, quella estetica, e perfino quella espressiva. Credo fermamente nella severità e nella mitezza, allo stesso tempo. Si può essere estremamente rigorosi con lo sguardo disapprovando il comportamento di un bambino impetuoso, ma violenti mai! Eppure, l’ultima delle Poste Italiane (anche loro pare “truffaldine”) che nell’immaginario collettivo rappresentavano un pezzo di moralità di quel passato tanto vecchio, quanto ingombrante, ci spinge verso l’incredulità. Rammento quando il Parlamento, la Banca d’Italia, e perfino il Governo hanno fatto di tutto per evitare al pensionato di andare in Posta a ritirare la sua misera pensione e, alla fine, con le “cattive”, nel senso lato, gli hanno imposto di aprire un conto corrente in banca. E hanno fatto bene! Oddio, l’idea era quella di “rubare” qualche centesimo di commissioni a questi nuovi clienti, i pensionati, che non sapevano neanche cosa fosse un bancomat, ma alla fine ci sono riusciti a piegare le sue abitudini. In quel momento abbiamo pensato le cose più terribili per la coercizione psicologica perpetrata sull’anziano che, in Posta, quando ritirava la pensione trovava i suoi amici o, almeno, quelli rimasti. La generazione del libretto postale cosa avrebbe pensato dello scandalo, la vergogna, l’ingordigia, che ha contagiato tutto, e perfino le Poste?! Non sappiamo ancora con precisione com’è la situazione e, non sappiamo neanche se questo cambio di marcia delle Poste Italiane è stato innescato da amministratori delegati disinvolti, ma l’immagine di solidità, di certezza, che le mitiche Poste Italiane ancora ispiravano rispetto alle banche era rimasta, e noi ne eravamo orgogliosi. Ora, a cosa dobbiamo credere? E di chi avere fiducia? Quando ci specchiamo la mattina, siamo sicuri di essere noi? Mi viene da pensare cosa c’entra tutto questo con le Poste Italiane; mi viene da pensare pure cosa c’entra la violenza con cui ho iniziato l’articolo?! Ebbene, c’entra perché ho afferrato il significato di qualche vecchio professore che, giustificandosi con i genitori dello studente, diceva: “suo figlio è così irrequieto che mi è sfuggito uno scappellotto”. Il bello è che il papà e la mamma dell’epoca davano ragione all’educatore del ragazzo, perché si rendevano conto di quanto fossero importanti i professori per i loro figli. Ai tempi di oggi, per un’episodio del genere, si finirebbe sotto inchiesta, se non addirittura in prigione. Ecco, i risultati invece sono quelli di aver cresciuto donne e uomini cosi insicuri per il loro futuro, che sono disposti perfino a proporre investimenti fallimentari ai risparmiatori per una misera percentuale. È questo il mondo che vogliamo? Un mondo che si frantuma contro la fiducia storica riposta nel brand Poste Italiane!

Pubblicità, l’Udi premia quelle amiche delle donne

Un frame dello spot della Lines

Un frame dello spot della Lines

Erano solo pochi anni fa quando le donne degli spot televisivi venivano presentate solo come casalinghe ossessionate dalla pulizia dei pavimenti e dal bianco delle camicie dei loro mariti o come oggetti sessuali per promuovere prodotti che nulla avevano a che fare con l’esibizione dei loro corpi.  Poi le cose sono cominciate a cambiare, lentamente e con difficoltà, ma sono cambiate. In parte lo si deve alla risoluzione del Parlamento europeo votata il 3 settembre 2008, sull’impatto del marketing e della pubblicità sulla parità fra donne e uomini, in gran parte a una campagna avviata dall’UDI (Unione donne in Italia) nel 2010 che ha dato vita al “Premio immagini Amiche” con l’obiettivo di contrastare la tendenza di televisione e pubblicità ad abusare dell’immagine delle donne fino a lederne la dignità, e di valorizzare una comunicazione che, al di là degli stereotipi, veicoli messaggi creativi positivi.

Da sinistra, Emilia Costantini, Daniela Brancati, Laura Boldrini, Vittoria Tola

Da sinistra: Emilia Costantini, Daniela Brancati, Laura Boldrini, Vittoria Tola

Oggi il Premio è giunto alla sesta edizione e nella cerimonia, aperta dalla presidente della Camera Laura Boldrini, che si è svolta presso l’Auletta dei Gruppi Parlamentari, alla presenza di quasi 300 persone, il cambiamento si è visto tutto.  “Spesso le immagini pubblicitarie – ha detto la Boldrini – non sono quelle di una donna reale ma di una donna che non esiste. Fare un premio per le immagini pubblicitarie che rispettano il femminile  è una cosa molto importante. Vuol dire che le cose stanno cambiando e che c’è una oggi anche un tipo di pubblicità che non strumentalizza le donne per far vendere i propri prodotti e che ci sono imprese responsabili che vogliono partecipare a questo cambiamento”.

La cerimonia della premiazione, presentata dalla giornalista del Corriere della Sera, Emilia Costantini, ha visto sei spot finalisti, tre per la categoria web e tre per quelli televisivi. Gli spot erano tutti non solo rispettosi dell’immagine della donna, ma anche molto belli. Scelta difficile per la giuria presieduta dalla giornalista e scrittrice Daniela Brancati,  che ci ha tenuto a ricordare che non basta “fare uno spot che non strumentalizzi il corpo delle donne, ma che questo deve essere anche bello e efficace”. Alla fine hanno vinto la Lines con uno spot realizzato dall’Agenzia Armando Testa e H&M, ma tutti i finalisti Citroen, Barilla, Mattel e Edison avrebbero meritato ugualmente un premio.

“Questa volta – ha detto Brancati – abbiamo avuto la possibilità di scegliere, cosa che fino a qualche anno fa non avveniva e ci piace pensare che questo è merito anche nostro”.

“La campagna dell’UDI – ha aggiunto Vittoria Tola coordinatrice nazionale dell’Unione Donne italiane, a cui va il merito di aver svolto un enorme lavoro di sensibilizzazione sulle scuole e sui Comuni – ha dato i suoi frutti, non solo sul fronte degli spot, ma anche su quello delle affissioni che era il punto più dolente. Ci sono stati anni in cui non abbiamo assegnato alcun premio, perché le pubblicità erano davvero molto brutte”. E invece anche per questa categoria vinta da Poste italiane, c’è stata una bella terna di finalisti con Enel e Conad.

La terza categoria di premiati riguardava i programmi televisivi e la scelta è caduta sulla fiction della Rai “Lea”, film di Marco Tullio Giordana, ispirato alla vera storia di Lea Garofalo, la donna che seppe opporsi allo strapotere della mafia e per questo uccisa e il suo corpo fatto sparire, e di sua figlia Denise, minorenne all’epoca dei fatti, che testimoniò contro il padre, mandante dell’omicidio. Menzione speciale anche a Pio D’Emilia il corrispondente del TG di SKY per i suoi servizi dedicati alla rotta dei Balcani.

Emilia Costantini con Pia Locatelli

Emilia Costantini con Pia Locatelli

Una menzione inoltre è stata assegnata, dalla presidente del Comitato Diritti umani della Camera Pia Locatelli, alla campagna di Human Rights Wacht sulla situazione delle donne in Arabia Saudita. “La situazione delle donne in Arabia Saudita è tristemente nota, ma purtroppo non isolata. Ci sono tantissimi Paesi dove le donne non hanno diritti e dove la parità è ancora molto lontana. Anche quando una donna riesce a raggiungere posizioni di vertice nelle istituzioni, soprattutto negli Stati islamici, questa è sempre sottomessa a un padre, un fratello, un marito. Non è questione di velo o di burkini. Una donna può vestirsi come vuole. La cosa fondamentale è che sia libera di scegliere e di decidere e non che questa decisione venga imposta dagli altri”.

Tra le categorie premiate anche le città di Medolla, Imperia e Bergamo, comuni “virtuosi” che hanno messo in atto politiche a favore e in difesa delle donne, e le scuole  che hanno partecipato in maniera massiccia al premio inviando i loro lavori. Il Liceo Calvi di Padova, l’istituto comprensivo Elisa Springher di Lecce e la scuola elementare di Bologna R.Sanzio, tra i finalisti: tutti troppo bravi per premiarne uno solo…e tutti premiati.

Cecilia Sanmarco

L’estate del governo tra scuola, Rai e riforme

Riforme-Scuola-RaiIl caldo estivo non è solo quello atmosferico ma anche quello all’interno dei palazzi della politica. Sono molti in temi in discussione che il governo vuole portare a termine in tempi certi e possibilmente brevi possibili. Soprattutto scuola, riforme e Rai. Da domani la scuola torna in Aula e contemporaneamente i sindacati tornano in piazza. L’appuntamento per loro è a Roma, alle 16 davanti a Montecitorio, dove approderà in Aula il provvedimento, già approvato dalla stessa Camera in prima lettura e dal Senato con modifiche. Al presidio parteciperanno le sigle Flc Cgil, Cisl e Uil Scuola, Snals e Gilda. Ci sarà anche l’associazione “Gessetti rotti”, che ha messo insieme i principali gruppi di docenti che si sono formati sui social network contro il ddl.  Il tutto nel giorno in cui l’Ocse rende noto  un rapporto da cui risulta che l’Italia è il penultimo Paese dell’Ocse per spesa per l’educazione come quota della spesa pubblica totale: appena l’8% a fronte di una media Ocse del 12,5%. Fa peggio solo la Grecia, con il 7,6%. I paesi che investono di più nell’educazione sono invece Islanda (16,9%), Israele (16,3%), Lettonia (15,7%) ed Estonia (15,4%). Non solo, dalle statistiche dell’Ocse risulta anche che l’educazione è la voce della spesa pubblica che ha subito la maggiore riduzione percentuale (-1,6%) negli anni dal 2007 al 2013, quelli della crisi.

Insieme ai sindacati anche il M5S che parla di “provvedimento che va contro gli interessi della scuola pubblica statale”. Critiche respinte dal governo con Davide Faraone, Sottosegretario all’Istruzione, che in un post su facebook spiega i dettagli del ddl “La Buona Scuola”. “Grazie a labuonascuola – afferma – i ragazzi e il mondo del lavoro si incontrano. Ogni studente potrà costruirsi un percorso personale, sperimentare le proprie passioni e rafforzare le proprie attitudini. Imprese, musei, enti offriranno esperienze di lavoro vero, in grado di preparare gli studenti a scelte importanti per la propria vita; di mettere in relazione il sapere con il fare; di connettere scuola e società in un percorso coerente di crescita culturale e sociale”. “labuonascuola – continua Faraone – istituzionalizza l’alternanza scuola-lavoro, nel pieno rispetto del lavoro dei ragazzi, tutelato e regolamentato dalla Carta dei diritti e dei doveri degli studenti in alternanza scuola-lavoro. Carta che contribuiranno direttamente a stilare nel Forum Nazionale degli studenti”. “Per fare ciò, labuonascuola stanzia 100 milioni – scrive ancora il Sottosegretario – circa 35 mila euro per ogni scuola. Prima di adesso su cosa si reggeva? Sui fondi messi a disposizione con la legge 440: 11 milioni nel 2014, 19 milioni nel 2015, che resteranno. Dal 2016 ci saranno risorse decuplicate. Non sono solo numeri, ma fatti di una scuola che cambia”.

Di parere opposto la Cgil che parla di un disegno di legge che “non piace a nessuno ed è stato bocciato da tutti: soprattutto dalle piazze e dalle scuole. Ciò nonostante il presidente del Consiglio Matteo Renzi è andato avanti, prendendo in ostaggio i precari con il ricatto delle stabilizzazioni, sostenendo di voler prima ascoltare tutti per poi, invece, far passare il disegno di legge al Senato con un voto di fiducia”.

Altro tema caldo, tipicamente estivo, è quello delle riforme. Il ddl costituzionale è in discussione in commissione al Senato. Gli equilibri di forza nell’ultimo anno si sono modificati e la tecnica dell’“andiamo avanti senza badare a chi protesta” usato nel primo passaggio, probabilmente non potrà essere adottato nuovamente nonostante il governo ostenti fiducia e ottimismo. Senza il Patto del Nazareno il cammino per le riforme potrebbe essere meno scorrevole, anche se un nuovo Patto (o la riesumazione del precedente) potrebbe essere trasferito dalle camere parlamentari alla Rai dove sono in scadenza le nomine. E secondo spifferi di palazzo Renzi avrebbe rassicurato i suoi che le nuove nomine Rai saranno fatte senza la legge Gasparri. Come a sottolineare che questa partita passerà da un accordo ancora in fieri con Berlusconi. Luisa Todini, attuale presidente di Poste Italiane, è il nome in pole position per il vertice. Un nome gradito sia a Renzi che a Berlusconi. Se la quadra si compirà, di fatto si sancirà un patto di non belligeranza tra i due.

In tutto questo è da vedere come si comporteranno i 25 senatori dem che hanno presentato nei giorni scorsi un documento sulle riforme che il senatore bersaniano Miguel Gotor definisce “un contributo alla discussione. Non è un ‘prendere o lasciare’ ma un ‘prendere e ragionare’ nell’interesse comune della democrazia. Siamo convinti di avere una qualche buona ragione e siamo determinati a sostenerla”. E probabilmente di tutto questo si parlerà alla segreteria del Pd che il premier e segretario Matteo Renzi ha convocato per giovedì prossimo alle 8 al Nazareno.

Ginevra Matiz

Alitalia mette a punto la sua risposta a Etihad

Alitalia

Dopo l’ultimatum lanciato ieri da Etihad – fissato per domani – il management di Alitalia sta mettendo a punto la risposta da inviare alla compagnia emiratina. Stamane a Palazzo Chigi si è svolto l’incontro con i vertici della compagnia aerea, delle Poste italiane e delle banche coinvolte nell’operazione, alla presenza del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Maurizio Lupi, del ministro dell’Economia e delle Finanze e di rappresentanti degli azionisti. L’esecutivo ha condiviso la posizione di Poste italiane sulla mid-company (la compagnia di transizione tra la nuova Alitalia e la vecchia Cai, ndr) e la sua partecipazione. Secondo quanto si apprende da fonti vicine al dossier, l’investimento di Poste italiane dovrebbe oscillare tra 65 e 70 milioni.

L’OTTIMISMO DI PALAZZO CHIGI – “Durante la riunione – spiega una nota di Palazzo Chigi – sono stati affrontati i temi principali ancora aperti al fine di giungere alla chiusura della trattativa. Si è trattato di un incontro proficuo, che consentirà in brevissimo tempo alla compagnia italiana di formulare una risposta all’ultima lettera di Etihad, in modo da giungere al più presto a un esito positivo”.

L’AUSPICIO DI POSTE – Ottimismo è stato espresso anche da fonti del gruppo guidato da Francesco Caio che auspicano si chiuda “al più presto” la trattativa con la compagnia aerea di bandiera degli Emirati Arabi Uniti per la realizzazione della strategia che è stata individuata; al contempo, assicurano che procede – secondo i programmi stabiliti – il piano di Poste italiane verso il varo della quotazione in Borsa.

IPOTESI AUMENTO CAPITALE – Risolto il nodo di Poste, la risposta a Etihad sarebbe concentrata sulle questioni focalizzate dal vettore di Abu Dhabi, e in particolare sulla situazione finanziaria dell’attuale Alitalia. Per questa ragione sembra concretizzarsi la possibilità di un eventuale aumento di capitale chiesto ai soci di Alitalia che potrebbe essere portato fino a 300 milioni dai 250 deliberati dall’assemblea di venerdì scorso.

Redazione Avanti!

LA CREDIBILITÁ DEL PAESE
PASSA PER LE RIFORME

Nencini-Psi

Alitalia, economia, riforme istituzionali. Questi i temi affrontanti dal segretario del Psi Riccardo Nencini intervenuto questa mattina a “Omnibus”, trasmissione de “La7”. Parlando della questione Alitalia il viceministro ai Trasporti ha detto che “Etihad sta spingendo per chiudere il più rapidamente possibile la vicenda Alitalia. Rimane il problema degli esuberi. Non condivido – ha detto – le posizioni pan-sindacali che non guardano all’obiettivo finale. In campo c’è un investimento molto grande di Etihad, intorno al miliardo e 200 milioni di Euro per i prossimi anni. La mia opinione e che si debba spingere e il ministro Lupi, lo sta facendo bene, affinché si chiuda il più rapidamente possibile. Il ministro sta discutendo con Poste Italiane. È più facile discutere con loro che con i sindacati. Bisogna fare un appello al movimento sindacale perché non ci sono altre alternative praticabili oggi”.

Secondo tema le riforme.  “L’Italia – ha ricordato Nencini – si è sorretta su tre pilastri istituzionali: organi interamente elettivi, Carta Costituzionale che si fonda sul bicameralismo perfetto e il sistema delle province di derivazione francese. Se si smontano questi tre pilastri, e lo stiamo facendo, conviene allora ridefinire la cornice istituzionale in cui l’Italia si muove. Questa è la priorità. Serve un vestito che sia comprensibile da parte degli italiani perché attraverso una riforma istituzionale integrale, passa anche la possibilità da una parte della certezza e della credibilità delle istituzioni territoriali e della nuova costituzione, dall’altra di tutta una serie di procedure che riguardano la semplificazione e quindi di interesse particolare per il mondo dell’impresa. Inoltre – ha continuato – non può che esserci una relazione con la nuova legge elettorale. Se si ha una sola Camera di fatto, dove si concentrano tutti i poteri, è difficile pensare che quella Camera non abbia una base elettiva aperta. E ci sono soltanto due modi: o collegi molto piccoli nei quali per gli elettori è facile riconoscere gli antagonisti in campo oppure un sistema proporzionale dove c’è il voto di preferenza. Tertium non datur”.

Dopo l’estate si preannuncia un autunno caldo. “C’è da ricostruire una legge di stabilità – ha detto Nencini – siamo nel cuore del Semestre Europeo e quindi ci sono impegni che l’Europa può assumere verso l’Italia. Insomma ci sono troppi realisti, più del re, e non fanno un buon servizio. Né agli italiani ne al re”. Sulle riforme e sul clima di scontro al Senato Nencini ha poi aggiunto che “il tema dei ‘frenatori’ al Senato va letto mettendo l’attenzione su due punti. Possiamo discutere e criticare il contingentamento dei tempi, però nel contingentamento i capigruppo hanno definito che si voterà l’atto finale l’8 di agosto. Non siamo ancora alla fine di luglio quindi è un contingentamento molto flessibile che consente una discussione molto larga. Secondo: eviterei di trarre degli esempi pescandoli una volta dalla Francia, una volta dalla Germania o dalla Spagna. Ogni paese ha la sua identità, le sue radici, anche di natura istituzionale e storica, che non possono essere trasformate e non hanno un uguale altrove”. “Quando si parlava di riforma del titolo V, assegnando alle Regioni ulteriori poteri di natura federale – ha continuato – il Senato avrebbe potuto essere elettivo di primo grado, ora che invece nella riforma del titolo V si torna a ricentralizzare una serie di funzioni, possiamo discutere nuovamente di un Senato non eletto direttamente dai cittadini”.

Sulla spesa pubblica e di come questa debba essere rimodulata o rivista e soprattutto se c’è la volontà politica di intervenire, Nencini ha detto che “la spesa pubblica è fatta di tanti pezzi. C’è un pezzo di spesa pubblica che è intoccabile. Ed è quello dei servizi primari alla persona. Eviterei di mettervi mano perché siamo già all’osso. Lo sanno bene gli amministratori locali. Siamo a un livello che non è mai stato così basso dall’inizio del 2003-2004, quindi da una decina di anni. Non possiamo scendere al di sotto.  Poi c’è un intervento sulle istituzioni medie e piccole e ci sono dei tagli dei quali stiamo discutendo. Il Senato per ultimo, le Provincie cosa di fatto già avvenuta. Ma soprattutto vorrei ricordare quattro fonti possibili di interventi. Una diversa  organizzazione di spesa – ha continuato Nencini – per i fondi europei. Noi abbiamo un deficit nella capacità di spendere straordinariamente alto. O c’è una cabina di regia del Governo che assiste le regioni, e non solo quelle del Sud, a spendere di più e meglio, o rischiamo di perdere i fondi di coesione 2014-2020. Secondo: tassare di più il gioco d’azzardo. Da li possono venire dai due ai tre miliardi. La mole è imponente si parla dai 90 ai 100 miliardi sul tavolo con un intervento che può essere davvero ragguardevole. Terzo il cofinanziamento con i fondi comunitari e in ultimo l’applicazione obbligatoria dei costi standard. Sta avvenendo nella Sanità, può avvenire nel trasporto pubblico locale e può avvenire in ogni pezzo della pubblica amministrazione dove ancora la spesa storica la fa da padrone”. Altro tema toccato è quello dei debiti della pubblica amministrazione. “Per ora le promesse – ha concluso – sono stati impegni. Io spero che la salita Firenze-Monte Senario la faccia Bruno Vespa, ed è una bella camminata” ha detto ricordando la scommessa tra il conduttore e il premier nel salotto di Porta a Porta.

Redazione Avanti!

Alitalia, al via il referendum, senza la Uil

AlitaliaDa oggi alle 16 fino alle 8 del mattino del 25 luglio si terrà il referendum dei lavoratori Alitalia sull’integrativo aziendale al contratto nazionale di lavoro per il trasporto aereo. Il referendum è stato indetto da Filt-Cgil, Fit-Cisl e Ugl Trasporti. La Uil Trasporti, nei giorni scorsi, aveva deciso di non firmare né il contratto nazionale né l’integrativo. Nell’integrativo, secondo fonti sindacali, è prevista anche la riduzione del costo del lavoro da 31 milioni concordata con l’azienda.

Dura la reazione della Uil Trasporti che invita i lavoratori a non votare e propone un proprio referendum dal 28 luglio al 1 agosto. Cioè successivamente agli altri sindacati e dopo l’assemblea di Alitalia. Obiettivo della consultazione delle organizzazioni di categoria aderenti a Cgil, Cisl e Ugl  è ratificare l’accordo prima dell’inizio dell’assemblea degli azionisti dell’Alitalia convocata per le 9 di venerdì 25 luglio. “A questo punto – secondo i sindacati firmatari del contratto nazionale e dell’integrativo aziendale – è indispensabile fare chiarezza e l’unico modo per farlo, prima dell’assemblea dei soci del 25 luglio, è fare esprimere attraverso un referendum tutti i lavoratori del gruppo Alitalia”.

L’amministratore delegato, Gabriele Del Torchio, ricordano le tre sigle, “ha confermato la drammaticità della situazione dell’azienda che il 25 deve affrontare l’ultima prova decisiva per evitare il fallimento e per poter avviare a buon fine l’accordo con Etihad e nessuna delle due condizioni si potrà realizzare in mancanza dell’accordo sindacale”. Secondo Filt, Fit e Ugl “gli accordi sottoposti a referendum, sofferti e impegnativi per il lavoro, sono uno degli elementi indispensabili per scongiurare il fallimento di Alitalia e conseguentemente il fallimento dell’operazione di ingresso di Etihad”.

Ma il referendum non è l’ultimo ostacolo: c’è ancora da chiarire il ruolo delle Poste nella ricapitalizzazione di Alitalia-Cai. Francesco Caio, ad di Poste Italiane, nei giorni scorsi ha chiarito che non intende partecipare alla ricapitalizzazione ma è pronto a investire nella newco (51% Alitalia-Cai e 49% Ethiad). Posizione non condivisa dalle banche. Il presidente del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo, Gianmaria Gros Pietro, a chi gli chiedeva se le banche sono disponibili a un nuovo impegno in Alitalia, nel caso di un’uscita delle Poste, ha risposto chiaramente che “questo è assolutamente escluso. Le banche hanno fatto quello che dovevano fare”, ha aggiunto.

Redazione Avanti!

A caccia di soldi

AstaLuce verde dal Consiglio dei Ministri per i due dpcm (decreti del presidente del Consiglio dei ministri) che aprono la strada alla privatizzazione di quote di Poste ed Enav, l’Ente nazionale di assistenza al volo. Entrambe le partecipate statali rimangono comunque sotto il controllo del Ministero dell’Economia visto che, per Poste, le quote da immettere sul mercato arriveranno fino al 40 per cento e, per l’Enav, fino al 49. Riguardo le Poste, la via per la cessione scelta dal CDM è quella dell’offerta al pubblico, cioè della quotazione in borsa attraverso un’OPV (offerta pubblica di vendita). Diverso potrebbe essere l’iter per Enav rispetto a cui si ipotizza sempre la quotazione come via preferenziale, ma non si esclude la possibilità di affidare il pacchetto a un privato attraverso un’asta competitiva. Continua a leggere