Il sogno precario di una vita in vacanza

ridersD’estate c’è chi si riposa, si diverte dopo un anno di fatiche e chi lavora. E ci sono i ragazzi precari. Sulle spiagge, in montagna e negli alberghi lavorano tanti ragazzi precari: fanno i camerieri, i maestri di tennis, i fotografi, i bagnini, gli skipper, le guide, gli attori negli spettacoli serali. Fanno di tutto. Sono i lavori stagionali offerti dal turismo, uno dei pochi settori produttivi che continua a tirare nell’Italia afflitta dalla bassa crescita economica. Sono contratti da uno a quattro mesi.
I contratti di lavoro non sono esaltanti: molta fatica e salari bassi, ma i ragazzi passano l’estate fuori casa, guadagnano e, ogni tanto, ci scappa un bagno al mare. Come capita nella splendida Villasimius in Sardegna. Una ragazza trentenne di Roma, china su un computer in un chiosco sulla spiaggia, dice: «Distribuisco ombrelloni e lettini. I clienti sono incontentabili, qualcuno non vuole pagare e occupa il posto dei legittimi proprietari quando si allontanano. Siamo costretti a intervenire e sono discussioni. Addirittura vanno a fare il bagno e lasciano i loro asciugamani sui lettini degli altri! Noi li prendiamo e li portiamo qui, nel chiosco…».
A settembre le file di persone che vogliono un ombrellone si sono ridotte, c’è l’afa ma non è più quella asfissiante del sole rovente di luglio ed agosto. Indica un ventilatore nel chiosco: «Serve a poco ma aiuta a respirare! Almeno non bollisco al sole!». Il futuro? «Non lo so! Sono fotografa e guido bene, anche auto da competizione, ma non ho una occupazione stabile. Non so cosa farò quando tornerò a casa: sono una donna senza fissa dimora».
I lavoratori precari sono moltissimi in Italia e sono tanti soprattutto i ragazzi precari con davanti un grande punto interrogativo sulla loro vita. Una ventenne di Catania, istruttrice di ginnastica e di vela, parla solo del presente, è incantata dalla Sardegna: «Vengo da un’isola, la Sicilia è bella ma la Sardegna è straordinaria, mi ha stregato. Certo, dopo Ferragosto è arrivata una raffica di temporali, qualche volta non siamo potuti uscire in barca e fare il bagno. Pazienza! Adesso sono riprese le belle giornate: io amo crogiolarmi al sole come una lucertola! Voglio sempre fare questa vita!».
Un trentenne sardo si occupa di security, di sicurezza sulla spiaggia: vigila contro gli scalmanati, i ladri e i rapinatori. Per ora, fortunatamente, ha sedato solo delle liti tra vicini di ombrellone per chi occupava più spazio per essere più vicino al mare. È un simpatico ragazzo che fa i conti con la realtà: «Quando finirà la stagione estiva penso che tornerò alla mia vecchia occupazione, quella di fruttivendolo».
Ragazzi precari. Un ventenne sardo filosofeggia: «Porto spaghetti e caffè, faccio il cameriere. Non ho il tempo di respirare: comincio la mattina con le colazioni, proseguo con il pranzo e concludo la sera lavorando per la cena. È un lavoro faticoso, ma è un lavoro!». Un altro cameriere ventenne del nord Italia non sa cosa l’aspetta tra qualche mese: «Il futuro? Il prossimo inverno non so cosa farò! L’anno scorso ho girato molto: Barcellona, Parigi, Londra».
Un’altra persona è riuscita a fare il salto da ragazzo precario a lavoratore autonomo. È un quarantenne muratore di Villasimius: «Assicuro la manutenzione alla struttura. Quando qualcosa si rompe intervengo io. D’estate lavoro qui, d’inverno svolgo la manutenzione a un’altra struttura alberghiera nelle vicinanze che concentra i lavori nel periodo di chiusura».
Un diciottenne, sempre del Nord, fa l’animatore: «Ballo, recito, organizzo lotterie. Quest’anno mi diplomo e poi vedrò. Se mi si aprisse una possibilità seria di lavoro mi piacerebbe proseguire nel mondo del turismo!». Penso all’agenzia di viaggi di Roma dove sono cliente, è gestita da un quarantenne che prima ha fatto per anni il capo villaggio: «Ho lavorato per tanti anni nei villaggi in Italia e in tutto il mondo: in Sardegna, in Sicilia, in Puglia, in Campania, in Tunisia, in Egitto, in Grecia, in Messico, a Zanzibar, in Thailandia». Poi ha tirato i remi in barca: «Ho preso questa agenzia di viaggi diversi anni fa. Adesso organizzo e vendo vacanze!».
Un tormentone musicale dell’estate, una delle canzoni più gettonate gira attorno al ritornello di “una vita in vacanza…”. Purtroppo la vita non è una vacanza, c’è anche il lavoro e se manca è un dramma. Il lavoro è una componente importante della vita, permette la libertà, l’autonomia economica, assicura la dignità personale e sociale. Anche il lavoro stagionale e precario è importante, si può fare in allegria ma solo se è un impegno transitorio verso una occupazione stabile: non esiste “una vita in vacanza…”.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Pensioni in calo con l’aumento dell’età. Assolavoro, le aziende preferiscono la ‘somministrazione’

In nove mesi -26,5%

CALANO LE NUOVE PENSIONI CON L’AUMENTO DELL’ETA’

Nei primi 9 mesi del 2016 le nuove pensioni liquidate dall‘Inps sono state 311.299 con un calo del 26,5% rispetto allo stesso periodo del 2015 quando furono oltre 423.000. Lo si legge nell’Osservatorio Inps sul monitoraggio sui flussi di pensionamento nel quale si ricorda come nell’anno siano scattati sia l’aumento dell’aspettativa di vita (4 mesi per tutti) sia i nuovi requisiti per le donne (passaggio da 63,9 anni a 65,7). Si attenua la tendenza rispetto ai primi 6 mesi quando il calo era del 34%. Crollano gli assegni sociali scesi a 23.715 (-34,9%).

 

Manovra

SCONTRO BOERI POLETTI SU GIOVANI

La manovra “fa poco” per i giovani, “il grosso delle risorse lo investe sulle pensioni e sull’età immediatamente precedente”. Così, avverte il presidente dell’Inps, Tito Boeri, in un intervento registrato per il convegno dei giovani di Confindustria: “un Paese che smette di investire sui giovani è un Paese che non ha grandi prospettive di crescita”. E sulla quattordicesima per i pensionati aggiunge: “Un paese che non investe sul lavoro e continua a investire da tempo di lavorare è un Paese che non ha futuro”. Immediata la replica del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti. Boeri sbaglia? “Sì, perché questa manovra guarda al futuro, guarda a due grandi pilastri: crescita e sviluppo economico, industria e innovazione”.

 

SULLE PENSIONI SI DA’ DOPO AVER TOLTO

La Cgil ha firmato il verbale sugli interventi in legge di bilancio in materia previdenziale perché “per la prima volta si dà alle persone dopo aver tanto tolto”. Il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso ha spiegato il sì al pacchetto in materia previdenziale sottolineando però che nel verbale ci sono anche misure non condivise (come l’Ape volontaria). Camusso ha commentato i dati dei giorni scorsi sul calo delle assunzioni a tempo indeterminato e l’aumento dei licenziamenti disciplinari riferendosi al Jobs act. “Abbiamo sempre detto – ha riferito – che togliere diritti non ha effetti sull’occupazione”.

 

Osservatorio sul precariato

PUBBLICATI I DATI DI AGOSTO 2016

La consistenza dei rapporti di lavoro

Nei primi otto mesi del 2016, nel settore privato, si registra un saldo, tra assunzioni e cessazioni, pari a +703.000, inferiore a quello del corrispondente periodo del 2015 (+813.000) e superiore a quello registrato nei primi otto mesi del 2014 (+540.000).

Su base annua, il saldo consente di misurare la variazione tendenziale delle posizioni di lavoro. Il saldo annualizzato (vale a dire la differenza tra assunzioni e cessazioni negli ultimi dodici mesi) ad agosto 2016 risulta positivo e pari a +514.000, compresi i rapporti stagionali. Il risultato positivo è interamente imputabile al trend di crescita netta registrato dai contratti a tempo indeterminato, il cui saldo annualizzato ad agosto 2016 è pari a +518.000.

La dinamica dei flussi

Complessivamente le assunzioni, sempre riferite ai soli datori di lavoro privati, nel periodo gennaio-agosto 2016 sono risultate 3.782.000, con una riduzione di 351.000 unità rispetto al corrispondente periodo del 2015 (-8,5%). Nel complesso delle assunzioni sono comprese anche le assunzioni stagionali (447.000).

Il rallentamento delle assunzioni ha riguardato principalmente i contratti a tempo indeterminato: –395.000, pari a –32,9% rispetto ai primi otto mesi del 2015. Come già segnalato nell’ambito dei precedenti aggiornamenti dell’Osservatorio, il calo va considerato in relazione al forte incremento delle assunzioni a tempo indeterminato registrato nel 2015, anno in cui dette assunzioni potevano beneficiare dell’abbattimento integrale dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro per un periodo di tre anni. Analoghe considerazioni possono essere sviluppate per la contrazione del flusso di trasformazioni a tempo indeterminato (-35,4%). Per i contratti a tempo determinato, nei primi otto mesi del 2016, si registrano 2.385.000 assunzioni, in aumento sia sul 2015 (+2,5%), sia sul 2014 (+5,5%).

Per i contratti in apprendistato si osserva una crescita, rispetto all’analogo periodo del 2015, del 18,0%. I contratti stagionali invece registrano una riduzione del 7,4%.

In relazione all’analogo periodo del 2015, le cessazioni nel complesso, comprensive anche dei rapporti di lavoro stagionale, risultano diminuite del 7,3%. La riduzione è più consistente per i contratti a tempo indeterminato (-8,3%) che per quelli a tempo determinato (-5,2%).

Con la legge di stabilità 2016 è stata introdotta una nuova forma di incentivo rivolta alle assunzioni a tempo indeterminato e alle trasformazioni di rapporti a termine di lavoratori che, nei sei mesi precedenti, non hanno avuto rapporti di lavoro a tempo indeterminato. La misura dell’agevolazione prevede l’abbattimento dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro (esclusi i premi INAIL) in misura pari al 40% (entro il limite annuo di 3.250 euro) per un biennio dalla data di assunzione.

Nei primo otto mesi del 2016 le assunzioni con esonero contributivo biennale sono state pari a 247.000, le trasformazioni di rapporti a termine che beneficiano del medesimo incentivo ammontano a 84.000, per un totale di 330.000 rapporti di lavoro agevolati. Nel 2016, i rapporti di lavoro agevolati rappresentano il 32,8% del totale delle assunzioni/trasformazioni a tempo indeterminato. Nel 2015, l’incidenza delle assunzioni e trasformazioni agevolate (con abbattimento totale dei contributi a carico del datore di lavoro per un triennio), sul totale delle assunzioni/trasformazioni a tempo indeterminato, era stata pari al 60,8%.

Le retribuzioni iniziali dei nuovi rapporti di lavoro

Quanto alla composizione dei nuovi rapporti di lavoro in base alla retribuzione mensile, si registra, per le assunzioni a tempo indeterminato intervenute nei primi otto mesi del 2016, una riduzione della quota di retribuzioni inferiori a 1.750 euro rispetto a quanto osservato per il corrispondente periodo 2015. Si tratta di una tendenza registrata anche in relazione all’aggiornamento dell’Osservatorio dei mesi precedenti.

I voucher

Nel periodo gennaio-agosto 2016 sono stati venduti 96,6 milioni di voucher destinati al pagamento delle prestazioni di lavoro accessorio, del valore nominale di 10 euro, con un incremento, rispetto ai primi otto mesi del 2015, pari al 35,9%. Nei primi otto mesi del 2015, la crescita dell’utilizzo dei voucher, rispetto al 2014, era stata pari al 71,3%.

I dati completi sono consultabili sulla home page del sito istituzionale dell’Inps (www.inps.it) nella sezione Dati e analisi/Osservatori Statistici, report dal titolo “Osservatorio sul precariato”, dove ogni mese vengono pubblicati gli aggiornamenti tabellari dei nuovi rapporti di lavoro e delle retribuzioni medie.

 

Assolavoro

LE IMPRESE CHE CRESCONO SCELGONO LA SOMMINISTRAZIONE

“Le imprese italiane che esportano e crescono, per fatturato e numero di occupati, scelgono la somministrazione di lavoro”. E’ quanto emerge dalle elaborazioni effettuate dal Datalab di Assolavoro, l’Associazione nazionale delle Agenzie per il Lavoro, sulla base dei dati di un’indagine della Banca d’Italia. La ricerca, condotta nei primi mesi del 2016 e riferita all’anno 2015, ha coinvolto circa 2.000 imprese appartenenti al macro comparto dell’industria (escluso il settore delle costruzioni) e a quasi 850 imprese dei servizi non finanziari. Secondo lo studio, le imprese che esportano di più, quelle con una quota di fatturato scaturente da export superiore a un terzo e ai due terzi, fanno registrare un maggior ricorso alla somministrazione, che pesa rispettivamente per il 4,6% e il 4,0% sul totale delle ore lavorate. Inoltre, la crescita della somministrazione è associata all’aumento del fatturato complessivo delle imprese prese a campione, che secondo la rilevazione della Banca d’Italia è stato pari nel 2015 a un +4%. Inoltre, lo studio dimostra che è l’industria manifatturiera, a preferire la somministrazione. Nel manifatturiero, infatti, l’incidenza della somministrazione sul lavoro totale è più che doppia (con un valore pari al 4,2%) rispetto alle altre imprese industriali. La massima concentrazione di lavoratori in somministrazione si riscontra nei settori della Chimica e Farmaceutica e della Gomma-Plastica, dove la quota di lavoro in somministrazione è pari al 5,8% rispetto al totale delle ore lavorate. Interessante anche quanto emerge, per esempio, dalla divisione metalmeccanica che registra, nel campione analizzato, contemporaneamente un uso intenso del lavoro tramite agenzia e una crescita complessiva dell’occupazione in generale.

  

Carlo Pareto

Per i giovani aumenta congedo paternità,
ma anche il precariato

Verso la completa genitorialità
LEGGE DI STABILITÀ VERSO CONGEDO PATERNITÀ 15 GIORNI

Prove tecniche di genitorialità. Un emendamento alla legge di stabilità (che per inciso è già passata al Senato) propone l’introduzione di congedi di paternità obbligatori della durata di 15 giorni, a retribuzione piena, nel primo mese di vita del bambino. Un grande salto in avanti rispetto al giorno ‘simbolico’ introdotto dalla legge 92/2012 e in scadenza a fine anno. Il progetto “è un passo avanti, un salto di qualità destinato ad un profondo cambiamento sociale che si vedrà ancora di più tra un paio di generazioni”. Marina D’Amato, sociologa del mutamento, in una recente intervista rilasciata all’Ansa ha inquadrato da studiosa la proposta del capogruppo Pd alla commissione Lavoro della senatrice Annamaria Parente e della deputata Maria Teresa Di Salvo, osservando come la misura introdotta potrà segnare la vita futura delle coppie. Il congedo di paternità punta a promuovere quella ”cultura della condivisione” della cura dei figli e della genitorialità e segue il desiderio comune a tanti giovani papà, che già oggi entrano in sala parto a differenza dei loro genitori, di seguire da vicino la crescita dei loro figli sin dai primi giorni di vita, senza che la loro scelta sia stigmatizzata all’interno dell’azienda. ”E’ un passaggio storico – così lo ha definito all’Ansa la D’Amato – che fissa i punti normativi di quella che è un’istanza della società civile.

Già oggi giovani coppie condividono molto di più dei loro genitori la responsabilità dei figli e tanto altro, la legge sancirà che la responsabilità dei figli, anche in termini di cura alla nascita, spetta ai genitori insieme. Si passa quindi dalla maternità alla genitorialità, in linea con quello che la società stessa, tra i 30-40enni di oggi, già sta mostrando”. Del resto la stessa senatrice Parente ha definito questa norma ”uno strumento di condivisione che va incontro al desiderio di genitorialità dei padri e serve a scalfire lo stereotipo secondo il quale se sei donna sarai più assente dal lavoro”.
La D’Amato, ordinario di sociologia a Roma 3, ha fatto un pò di storia ricordando come durante il Ventennio l’istituto della maternità fu apripista in Italia per le donne, persino un primo passo verso l’emancipazione: ”le donne potevano lasciare i bambini all’asilo dell’istituto anziché alla propria madre, liberandosi anche del giogo affettivo condizionante e dare modo alla donna di lavorare”. Marina D’Amato ha pensato anche a quanto potrebbe essere importante una normativa del genere per ”i genitori adottanti” e come questa inoltre potrebbe favorirebbe ulteriormente ”l’inclusione sociale”.

Già adesso i padri sono complici delle madri molto più di prima, partecipi e informati, ”tra un paio di generazioni vedremo i nostri figli giocare ai genitori” e così ”anche le divisioni dei ruoli”. Alla lunga, l’istituzione del congedo obbligatorio di paternità potrebbe incidere anche sul gender pay gap, innescando un riequilibrio sul mercato del lavoro. Ma nel resto d’Europa cosa succede al riguardo? Oltre alla ‘solita’ Nord Europa apri pista (15 giorni in Norvegia, 10 in Svezia, 15 in Gran Bretagna, Polonia, Danimarca) c’è ad esempio la Spagna dove oltre al congedo da prendere il giorno del parto e il giorno successivo, i padri hanno diritto a 13 giorni di congedo paternità da prendere entro i 9 mesi dalla nascita del figlio.

Pubblicati i dati per il periodo gennaio-settembre 2015
OSSERVATORIO SUL PRECARIATO

Nei primi nove mesi del 2015 è aumentato, rispetto al corrispondente periodo del 2014, il numero delle assunzioni con contratti a tempo indeterminato nel settore privato (+340.323: da 990.641 a 1.330.964). Crescono anche le assunzioni con contratti a termine (+19.119) mentre si riducono le assunzioni in apprendistato (-32.991). La variazione netta – vale a dire il saldo tra le assunzioni e le cessazioni – per i primi nove mesi del 2015 sfiora le 600mila posizioni; ciò che è rilevante è il confronto con l’analogo valore per l’anno precedente, pari a 310.595 unità: il miglioramento è dunque prossimo alle 300mila unità. Le nuove assunzioni a tempo indeterminato nel settore privato stipulate in Italia sono state 1.330.964, il 34,4% in più rispetto all’analogo periodo del 2014. Le trasformazioni a tempo indeterminato di rapporti di lavoro a termine, comprese le “trasformazioni” degli apprendisti, sono state 371.152 (l’incremento rispetto al 2014 è del 18,1%). Le cessazioni di rapporti a tempo indeterminato sono di poco aumentate (+25.889). Di conseguenza, la variazione netta dei contratti a tempo indeterminato risulta fortemente positiva (+469.393) e nettamente superiore a quella registrata per il corrispondente periodo dell’anno precedente (+98.046). Tali andamenti spiegano anche il cambiamento nell’incidenza delle assunzioni con rapporti stabili sul totale dei rapporti di lavoro attivati/variati, passata dal 32,0% dei primi nove mesi del 2014 al 38,1% dello stesso periodo del 2015.

Nella fascia di età fino 29 anni, l’incidenza dei rapporti di lavoro “stabili” sul totale dei rapporti di lavoro è passata dal 24,4% del 2014 al 31,3% del 2015. L’incremento delle assunzioni a tempo indeterminato 2015 su 2014 risulta superiore alla media nazionale (+34,4%) in Friuli-Venezia Giulia (+82,0%), in Umbria (+59,6%), in Piemonte (+54,4%), nelle Marche (+52,8%), in Emilia-Romagna (+50,1%), in Trentino-Alto-Adige (+48,7%), in Veneto (+47,8%), in Liguria (+46,0%), nel Lazio (+41,1%), in Lombardia (+39,0%), in Basilicata (+35,9%), in Sardegna (+35,4%) e in Toscana (+34,9%). I risultati peggiori si registrano nelle regioni del Sud: Sicilia (+10,8%), Puglia (+15,8%) e Calabria (+17,1%). La quota dei nuovi rapporti di lavoro full time sul totale dei nuovi rapporti registra un modestissimo incremento di 0,9 punti percentuali, passando dal 61,8% del 2014 al 62,7% del 2015. Rispetto al 2014, il peso dei nuovi rapporti di lavoro con retribuzioni mensili inferiori a 1.000 euro diminuisce di un punto percentuale, passando dal 6,3% al 5,3%; una diminuzione si riscontra anche nella fascia retributiva immediatamente superiore (1.001-1.250 euro), la cui incidenza passa dall’8,8% del 2014 al 7,9% del 2015. Risulta in lieve diminuzione (da 22,9% a 22,6%) il peso dei nuovi rapporti di lavoro con retribuzioni comprese nella fascia tra 1.251 e 1.500 euro, mentre aumenta di 0,9 punti percentuali il numero dei rapporti che si collocano nella fascia retributiva da 1.501 a 1.750 euro e di 0,7 punti percentuali quello nella fascia da 1.751 a 2.000 euro; per i nuovi rapporti di lavoro con retribuzioni comprese fra 2.001 a 3.000 euro, gli aumenti sono pari a 0,2 punti percentuali, mentre risulta pressoché stabile l’incidenza delle fasce retributive superiori a 3.000 euro. Per quanto riguarda i buoni lavoro, nei primi nove mesi del 2015 risultano venduti 81.383.474 voucher destinati al pagamento delle prestazioni di lavoro accessorio, del valore nominale di 10 euro, con un incremento medio nazionale, rispetto al corrispondente periodo del 2014 (48.067.353), pari al 69,3%, con punte del 99,4% in Sicilia e dell’87,7% in Puglia. Per ogni opportunità di valutazione si precisa che I dati completi sono consultabili sulla home page del sito istituzionale dell’Inps (www.inps.it) nella sezione Banche Dati/Osservatori Statistici, report dal titolo “Osservatorio sul precariato”, dove il giorno 10 di ogni mese vengono pubblicati gli aggiornamenti tabellari dei nuovi rapporti di lavoro e delle retribuzioni medie.

A partire dall’aggiornamento di giugno 2015 il campo di osservazione è riferito esclusivamente ai lavoratori dipendenti del settore privato (esclusi i lavoratori domestici e gli operai agricoli) e degli Enti pubblici economici. Pertanto, dal report di giugno 2015 pubblicato oggi, i dati non sono comparabili con quelli pubblicati nei report dei mesi precedenti. A partire dall’aggiornamento di agosto 2015 sono state sviluppate le procedure amministrative di controllo delle dichiarazioni Uniemens e perfezionate le metodologie di normalizzazione dei dati. Ciò ha comportato, rispetto ai dati pubblicati con l’aggiornamento di luglio 2015, la variazione in diminuzione delle trasformazioni a tempo indeterminato dei rapporti a termine e delle trasformazioni dei contratti di apprendistato in contratti a tempo indeterminato.

Cisl
OSSERVATORIO SUL PRECARIATO

“L’Osservatorio Inps sul precariato ci segnala oltre 340mila nuove assunzioni a tempo indeterminato nel settore privato rispetto allo stesso periodo del 2014, con una crescita del 34,4%. Benché una buona parte di queste si riferiscano a trasformazioni a tempo indeterminato di rapporti di lavoro a termine, si tratta senz’altro di un dato positivo che porta la quota di assunzioni con rapporti stabili sul totale dei rapporti di lavoro attivati dal 32% dei primi nove mesi del 2014 al 38,1% dello stesso periodo del 2015”. Lo ha detto in una nota il Segretario confederale Cisl Gigi Petteni commentando i dati contenuti nell’Osservatorio Inps. “Anche il saldo tra assunzioni e cessazioni è fortemente positivo – ha affermato Petteni – Il rovescio della medaglia è costituito dall’impressionante aumento dei voucher.L’incremento del lavoro stabile è inferiore alla media nazionale nel Mezzogiorno dove, viceversa, i dati sull’incremento dell’utilizzo del voucher raggiungono percentuali elevatissime”.

“Certamente gli sgravi contributivi introdotti dalla legge di stabilità 2015, insieme alle misure di contrasto al falso lavoro autonomo contenute nel Jobs Act, stanno accompagnando le aziende nel cogliere i primi segnali di ripresa, dando risultati positivi sia in termini di un effetto di sostituzione tra lavoro precario e lavoro stabile, sia in termini di ripresa dell’occupazione. Per questo – ha puntualizzato Petteni – chiediamo che la decontribuzione sia confermata anche per il 2016 agli stessi valori del 2015 almeno nelle aree del Mezzogiorno, che sono quelle che più stanno tardando a cogliere le nuove opportunità”.

“L’esplosione dei voucher, in continuo ascesa in questi anni di crisi, non solo fa emergere il difficile processo di adattamento del mercato del lavoro rispetto alla congiuntura sfavorevole, con il prevalere di rapporti brevi e brevissimi, ma indica anche un impiego parzialmente strumentale, ben oltre l’obiettivo dichiarato di contrasto al lavoro nero che dovrebbe contraddistinguere questo strumento. Va peraltro sottolineato che solo da giugno 2015 sono in vigore le nuove norme che impongono al datore di lavoro la comunicazione finalizzata alla tracciabilità del voucher. Ma questo probabilmente non basta, servono – ha concluso – dei correttivi per evitare quelle che, peraltro, sono anche forme di dumping”.

Carlo Pareto

Disoccupazione
e precariato nel film
di Massimiliano Bruno

Nessuno-mi-può-giudicare-box-officePrecariato e disoccupazione; il problema del lavoro, ma anche il difficile tema dell’immigrazione, della convivenza e dell’integrazione sociale, sono le argomentazioni al centro del film del 2011 “Nessuno mi può giudicare”, regia di Massimiliano Bruno (che si vede anche in una scena), che le tratta tutte con semplicità. Ad esse si aggiungono poi le attuali crisi economica ed occupazionale, la ricerca di un impiego in un mondo del lavoro in cui l’offerta non sempre è rispondente alla domanda e alle esigenze sociali ed individuali, per una rappresentazione attendibile e verosimile della società moderna, quasi uno specchio della realtà effettuato con una parodia della stessa.

Non è però la classica commedia all’italiana, seppure ne conservi la formula, le argomentazioni, le gag e le battute divertenti e ad effetto di personaggi al contempo stereotipati, ma anche molto forti dal punto di vista scenografico, tanto sono carismatici da poter trascinare lo spettatore per tutto il film senza fatica. Tra questi regina ne è Paola Cortellesi, emblema della poliedricità artistica, della teatralità e teatralizzazione, di una comicità naturale. Ma nel cast ci sono anche altri attori di calibro: da Rocco Papaleo a Raoul Bova ad Anna Foglietta, soprattutto, a Caterina Guzzanti. E non è un caso se la commedia ha vinto nell’anno di uscita nel 2011 il Nastro d’argento alla migliore commedia, battendo i due campioni d’incasso stagionali ‘Benvenuti al Sud’ e ‘Che bella giornata’.

In più appaiono anche Fausto Leali (che interpreta se stesso), Edoardo Leo, Valerio Aprea, Valerio Mastandrea. Proprio quest’ultimo è protagonista di una delle principali novità del film, che viene raccontato da una voce narrante che si scoprirà solamente alla fine: quella di Mastandrea appunto. E poi lui è legato a un altro personaggio che stravolge la struttura standard di tali commedie classiche all’italiana: è un cliente di Eva (Anna Foglietta), una escort che diventerà la principale portatrice del messaggio del film. Tutto, infatti, inizialmente sembra essere puntato su Alice (Paola Cortellesi), che rimane vedova del marito e piena di debiti da saldare. Non trovando lavoro e avendo un figlio da mantenere, decide di fare anche lei l’escort: gente che ha frequentato durante le lunghe giornate di lusso e festeggiamenti che ha avuto quando viveva nell’agio, da ricca nobildonna.

Ma sarà Eva a diventare la protagonista e ad insegnare non solo il suo mestiere ad Alice, ma che quando si vuole bene a una persona si è disposti a tutto, anche a fare le cose che non piacciono. E pagherà i debiti di Giulio (Raoul Bova), che ha un Internet point che rischia di chiudere per la crisi. Quest’ultima una situazione quanto mai attuale. Ma la solidarietà nella povertà di chi vive in quartieri di periferia può aiutare a salvarsi, a ritrovare quei valori preziosi (in primis quelli della famiglia e dell’amicizia) per cui “si può ancora vincere”, come dice Giulio stesso ad Alice. Anche quando tutto sembra perduto. Non c’è infatti solo lo squallore di istituzioni che lucrano, di pochi privilegiati che non denunciano tutto quanto possiedono, nella superficialità di canoni che puntano più sull’apparenza che sulla sostanza, nella multiculturalità sociale in cui però è difficile l’integrazione e la convivenza, ma anzi spesso prevalgono la discriminazione e l’emarginazione, un certo senso di ritrosia e di contrasto, di astio, di sospetto nei confronti del “diverso”, dello “straniero”. C’è anche la gioia di condividere quel poco che si ha tutti insieme intorno a una tavola e ridere di spensieratezza per un po’. L’importante è non giudicare, sembra dire il titolo del film, citazione della nota canzone di Caterina Caselli del 1966. Anche chi non sa cantare come Alice, può intonare e divertire con un brano quale “Se mi vuoi” di Pino Daniele. La tv poi cita se stessa, parlando del film di Nani Moretti “Ecce bombo” e col programma “Amore mio grandissimo”, tipo “Il dottor Stranamore” con Castagna o un “C’è posta per te” o “Carramba che sorpresa” più moderni, con cui Sofia (Caterina Guzzanti) cerca di riconquistare il “suo” Biagio (Aprea), che ha tradito.

Per mostrare l’autenticità dietro ciò che sembra costruito ad hoc. E se nel film Eva spiega che ci sono tre tipi di uomini, la commedia ci mostra anche tre tipi di donne diverse: quelle rassegnate che si sono adattate a situazioni “scomode” come Eva; quelle che vi ricorrono, come Alice, ma per necessità per poi tornare a una vita diversa; e chi vive nella semplicità dei piccoli gesti, nell’ingenuità della spontaneità istintiva di sentimenti che portano anche all’errore come Sofia. Tre donne e tre uomini principali, quasi a dimostrare che non c’è molta differenza tra i due sessi, così come non cambia molto tra italiani e immigrati o stranieri. Per questo nessuno può giudicare, parafrasando il titolo del film e della canzone. Ottime le musiche indubbiamente infine, così come l’abbigliamento e i cambi di abito di Alice. Buona la rappresentazione anche del mondo delle escort senza alcun giudizio appunto, senza nessuna presa di posizione né critica. Né tantomeno politica e non c’è neppure nessun attacco di parte o schierato: si parla di destra quanto di sinistra infatti.

Barbara Conti 

P.A., Madia: nel decreto
attenzione su assenze
di massa e reiterate

Il caso assenteismo dei vigili di Roma la notte di Capodanno «ci servirà per scrivere il decreto legislativo con un’attenzione sull’assenteismo di massa e reiterato». Così si è espresso il ministro della Pa, Marianna Madia, parlando della delega all’esame del Parlamento «nella quale vogliamo che i procedimenti disciplinari abbiano un esercizio concreto e dove vogliamo anche rivedere le fattispecie».

Vigili in sciopero a Roma, traffico in tilt

Sul tema della polizia municipale, nei giorni scorsi a Roma si è svolto lo sciopero nazionale dei vigili urbani proclamato dall’Ospol. Centinaia di caschi bianchi (10mila secondo gli organizzatori), chi in divisa, chi con pettorine fosforescenti, sono partiti in corteo da piazza della Repubblica per le strade della capitale fino a Bocca della Verità. I vigili sono scesi in piazza per chiedere al Governo una riforma che preveda l’equiparazione alle altre forze di polizia («non possiamo essere considerati semplici dipendenti comunali») e per protestare contro «l’ondata di fango gettata sui nostri colleghi dal Comune di Roma e dal sindaco Ignazio Marino» sul caso delle assenze durante la notte di Capodanno a Roma. Non a caso, passando sotto il Campidoglio, i vigili hanno voltato le spalle alla piazza in segno di protesta. Nella capitale, intanto, durante la manifestazione di protesta sono stati segnalati molti episodi di traffico in tilt

Verso licenziamenti più facili nella Pa

Tornando al Ddl delega sulla Pa, va ricordato che tra le principali novità emerse nelle proposte di modifica firmate dal relatore in accordo con l’esecutivo c’è l’introduzione di norme in materia di responsabilità disciplinare dei pubblici dipendenti, «finalizzate – si legge nel testo – ad accelerare, rendere concreto e certo nei tempi» l’esercizio «dell’azione disciplinare», che come sanzione più grave prevede proprio il licenziamento. L’allontanamento diventerà così più facile. Diventa cruciale il sistema di valutazione, sia per punire sia per premiare.

Per idonei Pa niente diritti, tutele esodati parziali a professori

Intanto il Governo ha scelto: gli idonei della Pubblica Amministrazione «meritano attenzione» ma ciò non si «può tradurre, come per i vincitori» di concorso, «in un diritto, in una certezza», ha di recente chiarito il ministro Madia. E una decisione definitiva è stata presa anche per gli insegnanti “Quota 96”, rimasti bloccati a lavoro a causa di un equivoco contenuto nella riforma delle pensioni, la legge Fornero. Per loro, ha annunciato Madia, «non si sono verificate le condizioni per un intervento unico». C’è però una consolazione, visto che circa «mille» professori della scuola stanno per ricevere delle lettere dall’Inps, che daranno loro il via libera all’uscita. Nelle tutele nate per salvaguardare gli esodati sono infatti finiti anche diversi dipendenti della scuola. Su un totale di quattro mila, ha certificato il ministro, ne resteranno «intrappolati» a lavoro circa tre mila.

Delega in Commissione al Senato

La riforma della Pubblica amministrazione è entrata nel vivo. Da mercoledì scorso 11 febbraio ha ripreso il suo cammino. Il disegno di legge delega è all’esame della Commissione Affari Costituzionali al Senato ormai da quest’estate e ora l’obiettivo è cominciare con il voto.  

Pensioni. Giovani precari, futuro da poveri 

“Oggi giovani precari, domani anziani poveri”. Una ricerca del Censis, realizzata con Fondazione Generali e presentata recentemente a Padova, indica che “la ‘generazione mille euro’ avrà ancora meno a fine carriera. Con pensioni molto basse”. Il 40% dei lavoratori dipendenti di 25-34 anni ha una retribuzione netta media mensile fino a mille euro: di questi, 65% “avrà una pensione sotto i mille euro, pur con avanzamenti di carriera medi assimilabili a quelli delle generazioni che li hanno preceduti”. L’allarme del Censis “riguarda i più ‘fortunati’, cioè i 3,4 milioni di giovani oggi ben inseriti nel mercato del lavoro, con contratti standard”. Poi “ci sono 890.000 giovani 25-34enni autonomi o con contratti di collaborazione e quasi 2,3 milioni di Neet, che non studiano né lavorano. Se continua così, i giovani precari di oggi diventeranno gli anziani poveri di domani”, sottolinea la ricerca. Il regime contributivo puro “cozza con la reale condizione” dei giovani di 18-34 anni: “la loro pensione dipenderà dalla capacità che avranno di versare contributi presto e con continuità”, ma per il 61% hanno “avuto finora una contribuzione pensionistica intermittente, perché sono rimasti spesso senza lavoro o perché hanno lavorato in nero”. E “per avere trattamenti di quiescenza migliori, l’unica soluzione è lavorare fino ad età avanzata, allo sfinimento”. Il quadro del mercato del lavoro non aiuta: “L’occupazione dei giovani è crollata”.

La perdita di occupazione giovanile “tradotta in costo sociale è stata pari a 120 miliardi di euro, cioè un valore pari al Pil di tre Paesi europei come Lussemburgo, Croazia e Lituania messi insieme”. Dalla ricerca emerge che “solo il 35% degli italiani ha paura di invecchiare”. Pensando alla vecchiaia, “a far paura è la perdita di autonomia: il 43% degli italiani giovani e adulti teme l’insorgere di malattie, il 41% la non autosufficienza”. Essere “accuditi dai familiari o da una badante è oggi il modello di assistenza agli anziani non autosufficienti”: le badanti sono più di 700.000 (di cui 361.500 regolarmente registrate presso l’Inps con almeno un contributo versato nell’anno) e costano 9 miliardi di euro all’anno alle famiglie”, ma “per il futuro però potrebbe non essere più un servizio low cost. Sono 120.000 le persone non autosufficienti che hanno dovuto rinunciare alla badante per ragioni economiche. Il 78% degli italiani pensa che sta crescendo la pressione delle badanti per avere stipendi più alti e maggiori tutele” Allarme anche sul fronte casa: “sono 2,5 milioni gli anziani che vivono in abitazioni non adeguate alle loro condizioni di ridotta mobilità e che avrebbero bisogno di interventi per essere trasformate”.

Inail, Lucibello confermato direttore generale 

Il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Giuliano Poletti, su proposta del presidente dell’Istituto Massimo De Felice, con decreto dello scorso 12 febbraio ha rinnovato a Giuseppe Lucibello l’incarico di direttore generale dell’Inail per la durata di cinque anni, a decorrere dal 16 febbraio 2015. Originario di Melito di Porto Salvo (Reggio Calabria), Lucibello si è laureato in giurisprudenza presso l’Università di Messina e successivamente ha ottenuto l’abilitazione all’esercizio della professione di avvocato. Dal 1995 è iscritto nel Registro dei revisori contabili. Ai vertici dell’Istituto dal gennaio 2010, Lucibello in questi anni ha coordinato con successo il processo di evoluzione dell’ente, nella complessa fase di riorganizzazione a seguito dell’incorporazione di Ispesl e Ipsema, finalizzata alla creazione del Polo Salute e Sicurezza. La conferma dell’incarico gli consentirà di proseguire verso il potenziamento dell’attività di ricerca sia nel campo della prevenzione degli infortuni sul lavoro, sia in campo protesico a garanzia di un più ampio sistema di tutela globale e integrata.

Nel corso del suo mandato, ha sostenuto il processo di innovazione tecnologica che ha assicurato la piena funzionalità dell’Ente assicuratore, nonostante i vincoli imposti dalle disposizioni di legge degli ultimi anni. Prima dell’approdo alla direzione generale dell’Inail, è stato ispettore generale capo per gli Ordinamenti del personale e l’analisi dei costi per il lavoro pubblico presso il dipartimento della Ragioneria generale dello Stato del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Ha rappresentato lo stesso Ministero presso l’Organismo di coordinamento dei Comitati di settore per la definizione degli indirizzi in materia contrattuale, presso la Commissione permanente di Finanziamento del Ministero degli Affari Esteri, presso la Commissione interministeriale Ripam – Formez e nella Commissione di alta consulenza e studio per la ridefinizione complessiva del sistema di difesa e sicurezza nazionali. Tra gli altri incarichi ricoperti, ha presieduto il Collegio sindacale della società Sistema informativo nazionale per lo sviluppo dell’agricoltura e ha fatto parte del Comitato scientifico del Codau (Comitato permanente dei direttori amministrativi delle Università), del nucleo di valutazione e controllo strategico dell’Agenzia per i servizi sanitari regionali e del Collegio dei revisori dei conti dell’Università degli Studi di Bari e del Politecnico di Milano.

Cgil, nel 2014 oltre 1,1 miliardi di ore di cassa integrazione 

Il 2014 si è chiuso con un monte ore di cassa integrazione, richieste e autorizzate, pari a oltre 1,1 miliardi (-5,97% sul 2013), che hanno investito oltre 530 mila lavoratori in cassa integrazione a zero ore, per un taglio del reddito pari a circa 4,3 miliardi, ovvero 8.000 euro netti in meno in busta paga per ogni lavoratore. Lo rende noto la Cgil. Nel rapporto 2014 sulla cassa dell’Osservatorio Cig della Cgil Nazionale si sottolinea come la flessione dello scorso anno, su quello precedente, sia il risultato di una variazione operata dall’Inps che, nel fornire i dati di dicembre, ha modificato le ore concesse e autorizzate nell’anno 2013. Si registra, infatti, rispetto ai passati rapporti sulla cassa integrazione, un cambiamento sostanziale per il 2013 (passato da 1.075,8 milioni di ore registrate nei passati rapporti a 1.182,3 milioni di ore) che risulta così essere peggiore rispetto a quello consuntivato precedentemente. In ogni caso il 2014 sfonda il miliardo di ore di cassa integrazione e si qualifica come il terzo peggior anno dal 2008, ovvero dall’inizio della crisi. Il tutto per un totale di ore di cig dal 2008 al 2014 pari a 6.648,7 milioni di ore.

Carlo Pareto 

Ammortizzatori sociali.
Cambia davvero qualcosa?

ammortizzatori socialiAmmortizzatori sociali, si cambia. Bello da sentire e leggere così in quattro parole. Ma, come sempre, le parole sono quel che sono, a volte quasi nulla, altre ancora  complettamente artefatte. Con i decreti attuativi del Jobs Act, approvati ieri, sparisce deffinitivaente la famigerata mobilità in deroga, arrivano Naspi e Dis-Coll. Da una prima sommaria e veloce occhiata non sono niente male. Dal 1° maggio 2015, compresi i precari per 24 mesi che scendono a 18 dal 2017. L’ammontare dell’indennità non può eccedere i 1.300 euro. Dopo i primi 4 mesi di pagamento, la Naspi viene ridotta del 3% al mese. L’erogazione è condizionata alla partecipazione a programmi di politiche attive.

Viene introdotto in via sperimentale, per quest’anno, l’Asdi, l’assegno di disoccupazione di 6 mesi che verrà riconosciuto a chi, scaduta la Naspi, non ha trovato impiego. Verrà erogato fino ad esaurimento dei 300 milioni del fondo. Il Dis-Col si applica invece ai i co.co.co (iscritti alla Gestione separata Inps) che perdono il lavoro, per un massimo di 6 mesi. Se poi andiamo a guardare bene, poco cambia, in effetti. Praticamente uguale alla mobilità in deroga, particolar modo nella parte ove si evince “condizionata alla partecipazione di corsi di formazione professionale e programmi di ricollocamento a lavoro mai andati a buon fine.” Per intenderci, per solo un esempio, nel triennio 2007/2013 la Regione Sardegna ha speso 8 volte più della Toscana, 7 più dell’Emilia Romagna, 5 più del Veneto, per corsi di formazione senza ottenere nessun risultato in termini di posti di lavoro più di quelle regioni nominate.

Insomma, a mio avviso, non cambia nulla, solo il nome e i vantaggi per i soliti noti, siamo al limite dell’incredibile. Questo particolare però, ci consente di toccare un argomento come quello, per esempio, legato ai cambiamenti che non tengono conto  dei problemi che causano quando non sono valutate attentamente le problematiche lasciate in sospeso nella fase di transizione. Per meglio dire, accantonate. Allora, questo, ci consente  ancora una volta di portare all’attenzione uno dei tanti problemi sommersi legati alla disastrosa economia nazionale e della nostra regione. Mi riferisco alla questione ammortizzatori sociali. In un contesto di crisi come quello attuale, non certamente nuovo per la Sardegna,  quella dei lavoratori  beneficiari solo  sulla carta, dal 2013, di ammortizzatori sociali, è certamente una di quelle tematiche di cui sovente si preferisce non parlare. Appare evidente soprattutto nel caso di quegli oltre 17 mila lavoratori che si trovano  espulsi dal mercato del lavoro in età pressoché già adulta, la media dei lavoratori in mobilità in deroga si attesta intorno ai 45 anni, e per quali poche sono allo stato attuale le possibilità per esser ricollocati. Premesso che, è palese che l’attuale sistema degli ammortizzatori sociali non ha certamente risolto il problema del lavoro.

Tutt’altro, vent’anni e oltre di ammortizzatori sociali elargiti a manica larga non hanno fatto altro che giustificare una totale capacità di attuare serie politiche attive del lavoro. La passività che ha contraddistinto la classe politica in questi ultimi anni si è dunque trasformata  in quello che tutti conosciamo  con il nome assistenzialismo sconclusionato. Solo politiche passive  hanno reso impossibile il ricollocamento al lavoro per gran parte di questi lavoratori  che oggi sono anche oltraggiati dall’indifferenza  di chi invece dovrebbe loro garantire, non dico maggiore attenzione, ma, quantomeno, un canale di  dialogo e studio di fattibili alternative all’assistenzialismo becero.  E’ vero, recependo le direttive della legge Fornero, l’attuale esecutivo nazionale, con l’attuazione del decreto interministeriale del 1 agosto 2014 n. 83473  e della successiva circolare esplicativa n. 19 dell’ 11 settembre 2014, ha voluto, forse in maniera  incompleta, porre rimedio. Perché dico in maniera incompleta? Lo è nel momento in cui  il decreto di cui sopra non contiene nessuna misura alternativa  all’uscita graduale dal circuito degli ammortizzatori sociali. Pone in essere solo esclusivamente a delle direttive come le modalità di concessione di Cig e Mobilità in deroga e ne esplica i criteri  a far data dal 1° gennaio 2015.

La conseguenza è tangibile, sta avendo e avrà effetti devastanti dal punto di vista economico/sociale per molti lavoratori  e le loro famiglie. Il 23 gennaio 2015 è stato firmato il verbale di accordo istituzionale ammortizzatori sociali 2015 il quale recepisce  a tutti gli effetti i dettami del suddetto decreto Poletti. Nello specifico, i lavoratori che alla data di decorrenza del trattamento abbiano già beneficiato di prestazione di mobilità in deroga per almeno tre anni anche non continuativi. La circolare esplicativa n. 19 dell’11 settembre 2014 del ministero del Lavoro recependo il decreto del primo agosto stabilisce così: periodo di trattamento; dal 1° gennaio 2014 – al 31 Dicembre 2014 – la durata massima consentita è fissata in 5 mesi nell’arco del periodo. 5 mesi + ulteriori 3 mesi nell’arco del periodo per i lavoratori residenti nelle aree di cui al D.P.R. n. 218/ 1978. Dal 1° gennaio 2015 al 31 Dicembre 2016 il trattamento di mobilità in deroga non potrà più esser erogato. Notare bene – la durata massima consentita è calcolata considerando anche tutti i periodi  già concessi nell’annualità di referimento – anno 2014 – per effetto degli accordi  stipulati in data anteriore all’entrata in vigore del decreto. I Periodi massimi di concessione del trattamento non sono in nessun caso prorogabili. b) Lavoratori che alla data di decorrenza del trattamento abbiano già beneficiato di prestazioni di mobilità in deroga per un periodo inferiore ai tre anni. Periodo di trattamento: dal 1° gennaio 2014 – al 31 dicembre 2014 – la durata massima consentita è fissata in 7 mesi nell’arco del periodo – 7 mesi + ulteriori 3 mesi del periodo per i lavoratori residenti nelle aree di cui al D.P.R. n. 218/ 1978. Dal 1° gennaio 2015 al 31 dicembre 2016 – la durata massima consentita è fissata in 6 mesi nell’arco del periodo.

6 mesi + 2 mesi nell’arco del periodo per i lavoratori residenti nelle aree di cui al D.P.R. n. 218/ 1978. Dal 1° gennaio 2017 il trattamento non potrà più esser erogato. Il suddetto verbale di accordo istituzionale è stato sottoscritto da tutte le parti sociali convocate al tavolo partenariale in Assessorato al lavoro, fatta eccezione della Confprossioni  che ha sollevato  rimostranze  e rilevato la profonda ingiustizia posta in essere in particolare  verso i lavoratori provenienti da imprese non rientranti nella fattispecie degli ex artt. 2082/2083 del codice civile

Sottolineo, questi lavoratori sono esclusi dal poter presentare domanda di prima concessione indennità di mobilità in deroga e  anche per l’ottenimento delle proroghe. Insomma, un decreto di riforma, uno dei primi attuativi del cosiddetto Jobs Act e che segue la linea della precedente legge Fornero, non strutturato in maniera tale da garantire a tutti  gli stessi diritti. Un proseguo di politiche del lavoro in palese violazione  del diritto sancito dalla nostra Carta Costituzionale  secondo cui il lavoro è un diritto  di tutti non solo  riservato ad una specifica fascia di età anagrafica  quale pare  esser l’impronta assunta  da tutti e tre gli ultimi esecutivi nazionali. Il progetto Garanzia Giovani che mira all’inserimento lavorativo giovani dai 15 ai 29 anni, pare, allo stato attuale  non aver prodotto  miriade di posti di lavoro. Non solo, trattasi di in progetto che recepisce in sostanza linee guida europee, ma palesemente discordanti con la struttura sociale/economica del nostro paese, ove, tra le altre cose prevede l’obbligo scolastico fino ai sedici anni e quello formativo  fino a diciotto.  Sfido qualsiasi genitore a ritirare proprio figlio da scuola per provare ad inserirlo a lavoro per vedere, poi, a quali conseguenze  potrà andare incontro.

Il progetto Flexicurity, quello studiato, proposto e approvato dall’attuale giunta regionale, mirato al ricollocamento al lavoro dei lavoratori che sono fuoriusciti dal circuito degli ammortizzatori sociali, come ho detto prima, dal 1 settembre 2014 allo stato attuale appare esser solo una meteora, l’ennesima che si estinguerà nel nulla di fatto. Ed in questo senso, esplode la rabbia dei lavoratori in mobilità in deroga, 4mila di loro da settembre 2014 sono fuori per l’ entrata in vigore del decreto Poletti, altri 5mila saranno esclusi da giugno 2015. Ad oggi il 40% di loro ha percepito le prime due mensilità del 2014, gli altri attendono lo sblocco di ulteriori risorse e nulla si sa in merito ai definitivi pagamenti.

Fa rabbia e fa venire qualche forte dubbio l’improvviso interessamento palesato ieri a Nuoro, da parte delle organizzazioni sindacali che, dopo quasi tre anni di grida di dolore, di rabbia, esasperazione, aprono gli occhi e solo oggi dicono – “la situazione è esplosiva, ma nessuno ci vede e ci ascolta”. Ma dove eravano ieri e l’altro ancora, quando i lavoratori da ottobre 2013 abbiamo più volte lanciato l’allarme? Sono 17 mila, e oltre, in mobilità in deroga, oltre 8 mila in Cig. Con la differenza sostanziale che, mentre per il lavoratori in Cig esiste ancora un legame/rapporto con l’azienda, per il lavoratori in mobilità oltre all’assegno è sparito anche il legame/rapporto con l’azienda. Oggi i sindacati, dicono: “che la regione non ascolta”. Perché solo oggi? Mentono sapendo di mentire spudoratamente. Di fatto stanno anche disinformando i lavoratori per condurli ad una ipotetica prossima azione di protesta bloccando la S.S. 131.

È l’attenzione del governo nazionale che occorre richiamare, si conoscono bene le responsabilità, i ritardi attuali sono frutto delle mancate ripartizioni dei fondi a livello nazionale. Sanno benissimo, per aver nel corso degli ultimi anni, dal 2012 ad oggi, firmato tutti i verbali di accordi istituzionali ammortizzatori sociali, che erano in corso cambiamenti, nati con la riforma Fornero, e posti in esser definitivamente con il decreto del 1° agosto 2014. Oggi l’allarme lanciato appare agli occhi di molti lavoratori solo un tentativo per recuperare consensi. Sanno benissimo che vige un artefatto tentativo di mascherare i numeri reali del dramma disoccupazione adulta con quella giovanile. Non conviene a nessuno parlare di disoccupazione over 40, si avrebbe la chiara percezione di quella che è la realtà di un paese sprofondato da tempo in un tunnel senza spiragli di luce. Infine, quando il C.l.a.s – comitato lavoratori attivi Sardegna – che negli ultimi tre anni ha lottato da solo, e quando ha più volte chiesto supporto per scongiurare quella che oggi è una situazione esplosiva, gli altri dove erano?

Antonella Soddu

 

STATO PRECARIO

Stato precario-manifestazione sociale

L’Italia s’è desta, almeno quella precaria. Oggi le principali piazze italiane hanno visto sfilare giovani, disoccupati, studenti e precari, una maggioranza “non silenziosa” ma tenuta da sempre ai margini da una politica sempre più sorda. Ben 60 città hanno visto le piazze piene, le manifestazioni nate dalla mobilitazione promossa da Fiom, Cobas e sindacati autonomi ha visto per la prima volta “scoppiare” la pace e addirittura deitro lo stesso striscione a Milano, tra Landini e la Camusso, il segretario della Cgil viene accolto da fischi e ha finito per approfittare della mobilitazione per promuovere il contestato sciopero del 5 dicembre e soprattutto per tentare di rimarcare una leadership che sta perdendo nei confronti di Landini.

Ma quella dei precari non è la sola parte d’Italia che ha incrociato le braccia, a farsi sentire ci hanno pensato anche 500 migranti della Coalizione Internazionale dei Sans Papiers Migranti Rifugiati e Richiedenti Asilo e che a Roma hanno percorso in corteo via del Tritone al grido di “Stop Racisme!”, raggiunti dal corteo degli studenti e dai movimenti per la casa. Sempre a Roma ci sono state azioni dimostrative come alcuni manifestanti vestiti come l’idraulico dei videogames Super Mario che si sono presentate all’ingresso degli uffici dell’Acea. “Basta distacchi, l’acqua è un diritto e un bene comune”. O ancora blocchi precari metropolitani e del Coordinamento di lotta per la casa che hanno occupato un enorme palazzo in viale Aventino per finire al Colosseo, dove dieci lavoratori di una ditta privata sono saliti sulle impalcature usate per il restauro. Hanno esposto uno striscione: “No Jobs act e privatizzazione servizi pubblici”. Ma non sono mancati i lanci di uova contro il Ministero dell’Economia e l’ambasciata tedesca.

Non sono mancati nemmeno gli scontri: a Padova gli incidenti sono scoppiati quando il corteo ha tentato di portarsi verso la sede del Pd. Circa 500 persone, soprattutto attivisti dei centri sociali, hanno sfilato contro JobsAct e precariato, mentre a Pisa davanti ai portoni della Provincia chiusi per impedire l’accesso gli studenti hanno cominciato a battere contro i portoni presidiati dagli agenti della polizia provinciale e a quel punto sono intervenuti poliziotti e carabinieri in tenuta antisommossa che hanno colpito i giovani coi manganelli. Momenti di tensione anche all’aeroporto dove più di un centinaio di lavoratori di alcune aziende hanno invaso il terminal nonostante la presenza di poliziotti in tenuta antisommossa. A Milano scontri tra studenti e forze dell’Ordine in piazza Santo Stefano vicino a piazza Fontana.

A Napoli i manifestanti invece hanno occupato la tangenziale, e hanno fatto un sit-in all’ospedale Cardarelli. Mentre Genova è andata in tilt con il traffico bloccato da ben cinque cortei. Insomma la rabbia di precari, giovani e studenti sembra sull’orlo di esplodere ma, rispetto alle manifestazioni precedenti si aggiunge un fattore nuovo che non può restare inascoltato: la rinascita di una xenofobia e di una tensione sociale che rischia di mettere a repentaglio la convivenza civile. I fatti di Tor Sapienza sono solo uno dei sintomi di una rabbia sociale che rischia di esplodere e che non può essere più ignorata.

Quello di oggi è innanzitutto uno sciopero “sociale”, aldilà delle bandiere rosse della Fiom o degli Usb, le persone, si parla di ben 100mila, non sarebbero mai scese in piazza sotto la sola spinta del sindacato. Non a caso a Bergamo è stato preso di mira proprio il sindacato della Camusso: durante il corteoun gruppo di giovani riconducibile ai centri sociali ha lanciato uova e vernice blu sulla sede della Cgil danneggiando anche le auto parcheggiate. C’è un’urgenza di fondo che non viene vista e che non potrà reggere per molto, un Paese con più del 40% di disoccupazione giovanile e con almeno 4 milioni di precari che vivono in mezzo a mille difficoltà.

Maria Teresa Olivieri

IL PRECARIATO È GIOVANE

Giovani-precari

Troppi contratti a termine pochi posti a disposizione, l’Ocse nel rapporto annuale sull’occupazione descrive le condizioni di lavoro dei giovani italiani.
La disoccupazione degli under 25 in Italia nell’intero 2013 ha toccato quota 40%, quasi il doppio del livello pre-crisi (20,3% nel 2007). Lo riporta l’Ocse nel suo Employment Outlook. La percentuale è leggermente più elevata tra le donne (41,4%) che tra gli uomini (39%).La disoccupazione in Italia continuerà a crescere nel 2014, arrivando a quota 12,9% contro il 12,6% del 2013 e solo nel 2015 scenderà, al 12,2%. Continua a leggere

Welfare europeo. Germania: in pensione a 63 anni

Nonostante le critiche, molte, e le preoccupazioni per la spesa che comporterà nei prossimi anni, alla fine la riforma che abbassa l’età pensionabile a 63 anni per chi ha accumulato 45 anni di contributi è arrivata. Il 23 maggio scorso, in Germania, i deputati del Bundestag hanno approvato la più costosa riforma programmata dalla grande coalizione a guida Angela Merkel. Che ogni anno peserà sui bilanci pubblici per una cifra compresa tra i nove e gli undici miliardi di euro, 160 miliardi fino al 2030. Circa dieci milioni di tedeschi dal primo luglio potranno, negli anni a venire, avvantaggiarsi della nuova norma, accorciando gli anni di lavoro che una precedente riforma sta portando, per tutti gli altri, progressivamente da 65 a 67 anni. In realtà la norma dei 63 anni senza correttivi della pensione vale solo per i nati nel 1951 e 1952.

Per i nati dal 1953 in poi si potrà andare in quiescenza a 63 anni e due mesi, con due mesi in più per ogni anno. Dalla classe 1964 l’età pensionabile, senza riduzioni, è di 65 anni con i 45 anni di contributi. Ma la riforma non abbassa solo il requisito anagrafico pensionabile, come voluto dalla Spd: anche l’Unione di Cdu/Csu ha infilato alcune sue costose rivendicazioni. Migliora, infatti, il trattamento pensionistico per le madri che hanno sospeso l’attività lavorativa per maternità prima del 1992 (27 euro al mese). Più soldi, infine, anche per le prestazioni riabilitative e per le prestazioni pensionistiche riservate agli inabili al lavoro. Gli assegni di quiescenza alle madri sono la parte più costosa del pacchetto – votato da 460 deputati, 64 contrari e 60 astenuti – e peseranno ogni anno per 6,5 miliardi. Secondo il ministro del Lavoro socialdemocratico, la signora Andrea Nahles, la riforma è un segnale ”della viva solidarietà” tra le generazioni, e tra ricchi e poveri. Alcuni ‘no’ sono arrivati anche dalle file dell’Unione di Cdu/Csu, che nelle precedenti settimane e mesi aveva espresso più di una perplessità nei confronti del costo da sostenere per la rinnovata messa a punto del sistema previdenziale.

Per le opposizioni, il partito dei Verdi e la sinistra radicale della Linke, si tratta di una legge sbilanciata e ingiusta. ”Qualcosa migliora, ma molto resta sbagliato com’è”, ha attaccato l’esperto delle pensioni della Linke, Matthias W. Birkwald. A sinistra non piace l’esclusione, dal computo dei 45 anni, dei periodi di disoccupazione prolungata. Né le limitazioni che la grande coalizione ha studiato per evitare che i datori di lavoro si approfittino della neo revisione appena varata per mandare, di fatto, i dipendenti in pensioni a 63 anni appoggiandosi ai sussidi e ai trattamenti di sostegno al reddito. Politicamente la nuova legge è una vittoria della Spd, nonostante l’Unione porti a casa più soldi per le madri.

Ma il risultato potrebbe ritorcersi contro i socialdemocratici, viste le critiche di parte della Cdu/Csu e, soprattutto, del mondo dell’economia e dei datori di lavoro, a parere dei quali il nuovo sistema ”è un errore caro, che graverà principalmente sulle nuove generazioni con un’ipoteca miliardaria”. Anche l’Ocse, in un recente rapporto, aveva criticato la legge, che nel medio periodo dovrà essere finanziata con un inasprimento dei contributi pensionistici a danno del mercato del lavoro. Sarebbe stato più sensato, avevano scritto gli esperti, finanziarla con la fiscalità generale.

Consulenti: nessuna sanzione per mancato possesso Pos

Dal prossimo 30 giugno i clienti degli studi professionali potranno pagare gli importi superiori a 30 euro tramite il terminale Pos. La circolare n.12/2014 della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro esamina le novità apportate dalla normativa, illustrando le tipologie di Pos e i costi di installazione, ma facendo al tempo stesso notare che l’inesistenza di una sanzione per il mancato possesso del dispositivo non implica l’obbligo per i professionisti. A prevedere l’obbligo del Pos è il dl 179/2012 (convertito nella legge n.221) che stabilisce che tutti i soggetti che effettuano attività di vendita di prodotti e prestazioni di servizi, anche professionali, sono tenuti ad accettare anche pagamenti attraverso carte di debito.

L’entrata in vigore avrebbe dovuto essere il 1 gennaio 2014, ma poi è stata prorogata più volte fino ad arrivare al 30 giugno 2014, data dalla quale i clienti non imprenditori (quindi, non in possesso di partita iva) degli studi professionali potranno richiedere di potere saldare gli onorari superiori a 30 euro tramite il terminale Pos. Il decreto del 24/1/2014 del Ministero dello Sviluppo Economico ha precisato che per carta di debito si intende esclusivamente lo strumento di pagamento, emesso da un Istituto di Credito, che non finanzia l’acquisto ma che consente l’addebito in tempo reale.

“Il provvedimento – si legge nella circolare – introduce solamente inutili adempimenti a danno dei professionisti, incremento dei costi per gli studi professionali e benefici solo a favore degli Istituti di Credito”. Osservando nel dettaglio la normativa, i consulenti del lavoro aggiungono che “non c’è obbligo, da parte del cliente senza partita iva, quindi privato, di pagare con Pos prestazioni professionali oltre 30 euro, ma vi è soltanto un’ulteriore possibilità offerta allo stesso cliente”.

Addetti studi professionali: prosegue la trattativa per il rinnovo del contratto

Sono ripresi i negoziati per il rinnovo del contratto nazionale di lavoro degli studi professionali, comparto che occupa oltre un milione di addetti e 400mila stagisti e praticanti del settore, collaboratori e partite Iva. Al tavolo di trattativa la Fisascat ha ribadito le rivendicazioni contenute nella piattaforma: rafforzamento del 2° livello di contrattazione correlato anche al salario di produttività, potenziamento della bilateralità di settore e del welfare contrattuale ed estensione dei diritti e delle tutele anche per i rapporti di lavoro atipici. Per la Fisascat, sarà prioritario anche definire la normativa per i nuovi profili delle figure professionali già entrate a pieno titolo nella sfera di applicazione contrattuale: personale del recupero crediti, dei laboratori di analisi e di coloro che hanno negli studi professionali un ruolo autonomo negli studi e anche non iscritte all’albo professionale.

Sulla parte economica la richiesta della categoria è di un aumento che dovrà riconoscere anche la professionalità degli addetti del settore, comunque non inferiore a quello prefigurato dal precedente rinnovo contrattuale che aveva quantificato l’incremento salariale in 87,50 euro al 3° livello. A margine del confronto, i sindacati di categoria Fisascat Cisl, Filcams Cgil e Uiltucs hanno siglato con la Confprofessioni l’intesa sulla detassazione del salario di produttività. Il calendario di incontri è aggiornato ai prossimi 26 e 27 giugno.

Disoccupazione: toccata quota 3 milioni 216mila

Il numero di disoccupati, pari a 3 milioni 216 mila, diminuisce dello 0,4% in confronto al mese precedente (-14 mila) ma aumenta del 4,5% su base annua (+138 mila). Il tasso di disoccupazione è pari al 12,6%, invariato rispetto al mese precedente e in ascesa di 0,6 punti percentuali nei dodici mesi. Lo rileva l’Istat. I disoccupati tra i 15 e i 24 anni sono 685 mila. L’incidenza dei disoccupati di 15-24 anni sulla popolazione in questa fascia di età è pari all’11,4%, immutata in confronto al mese precedente e in progresso di 0,8 punti su base annua. Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, ovvero la quota dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca, è pari al 43,3%, in rialzo di 0,4 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 3,8 punti nel raffronto tendenziale. Il numero di individui inattivi tra i 15 e i 64 anni avanza dello 0,6% rispetto al mese precedente (+81 mila) ma flette dello 0,6% in confronto a dodici mesi prima (-84 mila).

Il tasso di inattività si attesta al 36,4%, in aumento di 0,2 punti percentuali in termini congiunturali e in decremento di 0,1 punti su base annua. Il tasso di disoccupazione trimestrale è pari al 13,6%, in crescita di 0,8 punti percentuali su base annua; per gli uomini l’indicatore passa dall’11,9% all’attuale 12,9%; per le donne dal 13,9% al 14,5%. Si allargano i divari territoriali, con l’indicatore nel Nord al 9,5% (+0,3 punti percentuali), nel Centro al 12,3% (+1,0 punti) e nel Mezzogiorno al 21,7% (+1,6 punti). Quanto all’occupazione, ad aprile 2014 gli occupati sono 22 milioni 295 mila, in diminuzione dello 0,3% rispetto al mese precedente (-68 mila) e dello 0,8% su base annua (-181 mila). Il tasso di occupazione, pari al 55,4%, declina di 0,2 punti percentuali in termini congiunturali e di 0,3 punti in confronto a dodici mesi prima.

Eurostat – Il tasso di inflazione annuo dell’area euro dovrebbe attestarsi allo 0,5% a maggio, in calo rispetto allo 0,7% di aprile. E’ quanto indica la recente stima flash dell’Eurostat. Fra i vari componenti i servizi scendono a 1,1% da 1,6% di aprile. Cibo, alcol e tabacchi sono stimati in calo a 0,1% da 0,7%, i beni industriali non legati all’energia a 0% da 0,1% dello scorso mese, mentre l’energia dovrebbe risalire a 0% da -1,2% di aprile.

2,5 mln under 30 non studiano e non lavorano (+4,8%) – I ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non studiano, i cosiddetti Neet, sono saliti a 2 milioni 442 mila nel primo trimestre del 2014. Lo rende noto l’Istat (dati non destagionalizzati). In confronto all’anno precedente sono lievitati di 113 mila unità (+4,8%). Tra i Neet si ritrovano i giovani disoccupati under30, nonché gli inattivi, con molti scoraggiati, ovvero ragazzi che si sono rassegnati a stare fuori dal mercato del lavoro. Non mancano tra loro anche le mamme.

Precari in calo, -88 mila in un anno – I dipendenti con contratto a tempo determinato si assottigliano ancora ulteriormente, risultando pari a 2 milioni 96 mila, in calo di 66 mila unità (-3,1%) su base annua nel primo trimestre del 2014. Anche i collaboratori perdono unità, fermandosi a 368 mila (-21mila, -5,5%). Lo comunica l’Istat, che sommando i due gruppi di lavoratori, classificati dall’Istituto come atipici, che potremmo chiamare precari, segnala un totale di 2 milioni 464 mila lavoratori a termine, con una flessione di 88 mila su base annua (-3,4%).

Carlo Pareto

Inps, contribuzione volontaria sempre più cara

Nel 2014 per coprire un anno di contribuzione volontaria occorre una spesa minima di 2.903 euro. E se si è stati autorizzati dopo il 31 dicembre del 1995 si dovrà spendere 522 euro in più. Il 30 giugno scade il termine per il pagamento relativo al trimestre gennaio-marzo, primo dei quattro appuntamenti di quest’anno (gli altri tre sono fissati al 30 settembre, 31 dicembre e 31 marzo 2013). L’aumento, rispetto al 2013, è dovuto alla consueta lievitazione delle retribuzioni di riferimento, aggiornate alL’1,1% per via dell’inflazione. La «volontaria» coinvolge numerosi ex lavoratori (soprattutto donne) che hanno scelto di continuare l’assicurazione pagando in proprio, con lo scopo di maturare comunque il diritto alla pensione. Da un’occhiata sommaria alle tabelle, i cui nuovi parametri sono indicati nella circolare Inps n. 68/2012, si nota facilmente come costa sempre di più «farsi» una pensione da soli, per chi si è ritirato prima del tempo dall’attività lavorativa. Non solo, ma in passato la sola autorizzazione al versamento ha costituito un ottimo scudo per difendersi dalle novità in materia di requisiti pensionistici. Dopo la riforma Monti-Fornero, ora non è più così.

Valori 2014. Le somme da versare differiscono a seconda della decorrenza dell’autorizzazione: prima o dopo dicembre 1995. L’ammontare del contributo volontario si ottiene, infatti, applicando alla retribuzione di riferimento (quella dell’ultimo anno di lavoro) l’aliquota contributiva vigente che per gli ex dipendenti è pari al 27,87%, se autorizzati sino al 31 dicembre 1995, e al 32,37% (33% per le quote eccedenti i 46.031 euro annui) per le autorizzazioni successive.

Esiste anche una retribuzione base (minimale), pari al 40% del minimo di pensione mensile. In altri termini, per il 2014, con un minimale di retribuzione settimanale pari a 200,35 euro, il contributo non può essere inferiore a 64,85 euro per i soggetti autorizzati sino al 31 dicembre 1995 e a 55,84 euro per le autorizzazioni successive.

Il pagamento dei contributi volontari può avvenire in tre modi diversi:

1) utilizzando il bollettino Mav (pagamento mediante avviso);

2) online, sul sito internet www.inps.it;

3) telefonando al numero verde gratuito 803.164, utilizzando la carta di credito;

Uno scudo perforato. La possibilità di versare volontariamente in occasione delle precedenti riforme ha sempre costituito una vera e propria polizza assicurativa. A cominciare dall’elevazione del minimo di contributi richiesto per la vecchiaia, innalzato da 15 a 20 anni dalla riforma Amato del 1993, dove è prevista la conservazione dei «vecchi» 15 anni in favore dei soggetti autorizzati alla volontaria entro il 31 dicembre 1992. Per non parlare dei famosi «blocchi» temporanei delle pensioni di anzianità, avvenuti più volte tra il 1994 e il 1998, che in questi casi non hanno trovato applicazione.

Ora la musica è cambiata. Solo un ristretto numero di contribuenti volontari è infatti rientrato nella schiera dei cosiddetti “salvaguardati” dall’inasprimento dei requisiti pensionistici della riforma Fornero. Ciò non toglie che la richiesta di autorizzazione alla volontaria, alla cessazione o sospensione dell’attività lavorativa, sia inutile. Non costa nulla e non è impegnativa.

Inps, esodati: domande entro il 16 giugno

Domande entro il 16 giugno (il 15 è festivo) per gli esodati della quinta tranche. Lo stabilisce il ministero del lavoro nella circolare n. 10/2014, illustrando il dm 14 febbraio che in attuazione della legge Stabilità 2014 ha autorizzato il contingente di 17 mila esodati. Le richieste vanno presentate all’Inps da parte dei lavoratori autorizzati alla prosecuzione volontaria prima del 4 dicembre 2011; in mobilità ordinaria al 4 dicembre 2011 e autorizzati alla volontaria dopo tale data; autorizzati alla prosecuzione volontaria prima del 4 dicembre 2011, ancorché al 6 dicembre 2011 non abbiano un contributo volontario accreditato o accreditabile. I lavoratori il cui rapporto si è risolto entro il 30 giugno 2012 in ragione di accordi individuali o di accordi d’incentivo all’esodo entro il 31 dicembre 2011; il cui rapporto si è risolto dopo il 30 giugno 2012 ed entro il 31 dicembre 2012 in ragione di accordi individuali o di accordi d’incentivo all’esodo stipulati entro il 31 dicembre 2011; o il cui rapporto sia cessato per risoluzione unilaterale tra il 1° gennaio 2007 e il 31 dicembre 2011 devono invece presentare l’istanza alla direzione territoriale del lavoro (dtl). Il termine è il 16 giugno.

Coinvolti circa 520mila lavoratori, lavoro: boom di cassa integrazione

Esplode la richiesta di ore di cassa integrazione. Con oltre 100 milioni di ore registrate lo scorso mese, ben oltre le 80 milioni di ore mediamente conteggiate a partire da gennaio 2009 ad oggi, la cig aumenta in tutti i suoi segmenti (ordinaria, straordinaria e deroga). Dietro questa mole di ore sono coinvolti da inizio anno circa 520mila lavoratori che hanno subito un taglio del reddito per 1 miliardo di euro, pari a 1.900 euro netti in meno per ogni singolo lavoratore in busta paga. A rilevarlo è stato l’Osservatorio cig della Cgil Nazionale nel rapporto di marzo, direttamente dalle elaborazioni delle rilevazioni Inps. “Lo stato in cui versa il nostro sistema produttivo, insieme alla condizione dei lavoratori, continuano ad essere una seria e drammatica emergenza da affrontare”, ha sostenuto il segretario confederale della Cgil, Elena Lattuada.

“Al netto degli interventi fiscali il paese ha bisogno di una prospettiva che non può non prescindere dalla difesa e dalla valorizzazione del lavoro e della produzione” ha aggiunto. Per questo, secondo la Cgil “vanno contrastate operazioni di ulteriore frammentazione del mercato del lavoro, così come vanno immediatamente sbloccate le risorse per gli strumenti di sostegno in deroga. Ma deve essere al più presto – ha affermato Lattuada – messo in campo un grande piano di investimenti, a partire da quelli pubblici fino a quelli privati, che si occupi di creare lavoro. La sola via, il solo modo per offrire al paese una prospettiva”. Dall’analisi di corso d’Italia si evidenzia come il totale di ore di cassa integrazione a marzo sia stato pari a 100.136.978 di ore richieste e autorizzate. Un dato in progresso sul mese precedente del +20,28% mentre è in calo l’insieme del primo trimestre, pari a 264.755.636 di ore, del -1,16% sui primi tre mesi dello scorso anno. Nel dettaglio emerge che la cassa integrazione ordinaria (cigo) avanza a marzo su febbraio del +16,32%, per un totale pari a 27.379.903 di ore. Da inizio anno la cigo invece ha raggiunto quota 76.696.078 di ore per un -23,43% sul periodo gennaio-marzo del 2013. La richiesta di ore per la cassa integrazione straordinaria (cigs), sempre per quanto concerne lo scorso mese, è stata di 45.491.245 per un +17,07% su febbraio mentre il primo trimestre dell’anno totalizza 128.212.748 ore autorizzate per un +10,21% sul medesimo lasso di tempo dello scorso anno. Infine la cassa integrazione in deroga (cigd) ha riscontrato a marzo un deciso innalzamento sul mese precedente pari a +30,71% per 27.265.830 ore richieste. Nei primi tre mesi dell’anno, rispetto al corrispondente periodo dello scorso, la crescita della cigd è stata del +14,56% per un totale di 61.846.810. Sale anche il numero di aziende che fanno ricorso ai decreti di cigs.

Da gennaio sono state 1.901 per un +20,70% sull’analogo arco temporale del 2013 e riguardano 3.667 unità aziendali (+36,37% sull’anno passato). Nello specifico si osserva un rialzo dei ricorsi per crisi aziendale (953 decreti per un +3,36%) che rappresentano il 50,13% del totale dei decreti. Risultano in flessione invece le domande di ristrutturazione aziendale (52 in totale da inizio anno per un -5,45% sullo stesso periodo del 2013) mentre lievitano quelle di riorganizzazione aziendale (54 per un +10,20%). Nel caso specifico sottolinea lo studio della Cgil che “gli interventi che prefigurano percorsi di reinvestimento e rinnovamento strutturale delle aziende continuano ad essere irrilevanti, pari al 5,58% del totale dei decreti. Un segnale evidente, eppure sottovalutato, del processo di deindustrializzazione in atto nel Paese”. Nelle regioni del nord e nel settore della meccanica si verifica il maggior ricorso alla cassa integrazione. Per quanto attiene il dato regionale al primo posto per ore di cassa integrazione autorizzate nei primi tre mesi dell’anno c’è la Lombardia con 72.565.722 ore che corrispondono a 141.730 lavoratori (prendendo in considerazione le posizioni di lavoro a zero ore). Segue il Piemonte con 29.067.253 ore di cig autorizzate per 56.772 lavoratori e l’Emilia Romagna con 23.749.966 ore per 46.387 persone. Nelle regioni del centro primeggia il Lazio con 20.663.250 ore che coinvolgono 40.358 lavoratori. Mentre per il Mezzogiorno è la Campania la regione dove si segna il maggiore ricorso alla cig con 15.044.854 ore per 29.384 lavoratori. La meccanica è ancora il comparto dove si è totalizzato il ricorso più alto allo strumento della cassa integrazione. Secondo il rapporto della Cgil, difatti, sul totale delle ore registrate nel periodo gennaio-marzo, la meccanica pesa per 92.666.218, coinvolgendo 180.989 lavoratori (prendendo come riferimento le posizioni di lavoro a zero ore). A seguire, dopo la meccanica, è il settore del commercio con 38.135.353 ore di cig autorizzate per 74.483 lavoratori coinvolti e l’edilizia con 34.821.994 ore e 68.012 persone.

Carlo Pareto