Elezioni europee,
questione di democrazia

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Alle prossime elezioni europee voteremo, oltre che per il Parlamento, anche per il futuro Presidente della Commissione europea, una novità introdotta sommessamente già nelle elezioni nel 2014 ma di cui quasi nessuno si è era accorto, pur avendo i partiti europei anticipato la candidatura che avrebbero sostenuto per quella posizione. L’obiettivo era di avvicinare elettori ed elettrici alle istituzioni europee, nel tentativo di invertire il trend in discesa della partecipazione al voto.

Infatti, se la percentuale dei votanti aveva subito un leggero ma costante declino di elezione in elezione per quasi trent’anni, con il nuovo millennio il numero di elettori ed elettrici si è ridotto in modo preoccupante, per arrivare al 43% nel 2009. Nella settima elezione del Parlamento europeo non andò a votare soprattutto chi nel passato aveva votato per i partiti di sinistra, lanciando un messaggio che suonava più o meno così: il Parlamento europeo è una istituzione inutile e senza potere perché l’Unione è dominata da tecnocrati conservatori.

Il popolo della sinistra aveva perso la fiducia nell’Europa e Paul Rasmussen, allora leader del PSE, aveva così commentato l’esito delle elezioni europee del 2009: ha vinto il partito del sofà, di chi ha scelto di rimanere a casa anziché andare ai seggi.

Fu insieme una lezione dura da digerire ed uno scossone salutare.

Ci interrogammo per mesi noi socialisti europei per trovare la risposta alla richiesta di dare nuovo significato al voto. Bisognava “politicizzare” le elezioni europee ed europeizzarle: le elezioni fatte su liste nazionali con candidati tutti nazionali, spesso con campagne elettorali dominate da temi nazionali -ne è buon esempio il referendum sulla Brexit- “nazionalizzavano” le elezioni allontanandole sempre più da una visione europea che aveva ispirato il progetto nato a Ventotene per una Europa della pace, della solidarietà, della democrazia, dei diritti umani, cioè una Europa all’opposto di quella che predicano i sovranisti di oggi, come Salvini, Orban, Le Pen….

Pensammo fosse utile dare il senso di un impegno comune, con un programma unico e costruito insieme da tutti i partiti socialisti, socialdemocratici, laburisti dell’Unione, e con una campagna comune, identificabile come nostra in tutte le città dell’Unione; soprattutto ci impegnammo a scegliere e sostenere una candidatura socialista unica per la Presidenza della Commissione europea che, legittimata dal voto, avesse titolo per difendere il programma sul quale avevamo chiesto il voto.

Nel congresso del PSE di Praga del dicembre 2009 decidemmo per programma e campagna comuni per l’appuntamento elettorale del 2014 e per l’avvio di un percorso aperto, trasparente, soprattutto democratico per individuare il candidato o la candidata alla Presidenza della Commissione europea che rappresentasse il popolo socialista, socialdemocratico, laburista dell’intera Unione. Per il 2014 indicammo Martin Schulz; i Popolari europei indicarono Jean Claude Junker.

Una novità e insieme una sfida democratica perché per quasi 60 anni, fino al 2014, il Presidente della Commissione era stato scelto in una sorta di conclave tra Capi di Stato e di Governo, tenendo conto, ma senza nessun vincolo, dell’esito elettorale. In questo modo furono eletti i dodici presidenti della Commissione europea, che si succedettero dal 1957 al 2014, tra questi Jacques Delors e gli italiani Malfatti e Prodi.

L’elezione del 13° Presidente, Jean Claude Junker, fu diversa, grazie soprattutto all’iniziativa dei socialisti impegnati a contenere il “deficit democratico”: per la Presidenza doveva essere proposta la persona indicata come “Spitzenkandidat” cioè “candidato principale” dal partito europeo con il migliore risultato in termini di seggi al Parlamento. Fu così stabilito un legame tra la scelta del Presidente della Commissione e l’esito delle elezioni europee.

Le elezioni del 2019 saranno l’occasione per consolidare questa prassi condivisa da gran parte dei partiti e votata dal Parlamento europeo il 7 febbraio 2018, pur non essendo prevista dal Trattato di Lisbona. Con questa decisione il Parlamento si è impegnato a non considerare nessuna candidatura che non sia frutto di questo processo.

Alle elezioni del 26 maggio voteremo liste per il Parlamento europeo e candidato o candidata alla Presidenza della Commissione attraverso un processo democratico, trasparente e partecipato.

Per noi socialisti europei il processo si aprirà il 19 ottobre con la presentazione delle candidature avanzate dai partiti membri del PSE, cui seguirà una campagna elettorale veramente europea per la scelta del nostro candidato o candidata alla Presidenza della Commissione che si concluderà con il voto nella stessa giornata in tutta l’Unione. La data indicata dovrebbe essere il prossimo 1° dicembre.

Il nostro impegno comune è per una Unione europea che sostenga il principio della solidarietà contro gli egoismi nazionali, che contrapponga alla chiusura di porti e frontiere una gestione controllata e condivisa dei flussi migratori, che si dia una politica estera comune fondata sulla difesa dei diritti umani, che promuova i diritti delle donne e la democrazia paritaria, che contrapponga alla democrazia illiberale di Orban la democrazia partecipata che veda protagoniste in primis le giovani generazioni, insomma tutto il contrario di quello che i nuovi sovranisti alla Salvini stanno predicando e promuovendo. Noi li contrasteremo forti dei nostri valori e convinzioni.

UE, VOGLIA DI RIPRESA

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Trecentoquindici miliardi di euro. Un numero che letto così fa impressione. Si tratta del più grande piano di investimenti che la Ue abbia mai creato. Solo sulla carta ancora però, perché è costituito quasi per intero da fondi per ora ‘virtuali’. Il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker aveva annunciato già da qualche settimana or sono 300 miliardi per far ripartire l’economia europea. Ora quella cifra è salita fino a 315. Ma per arrivare a questo numero la Commissione ha dato vita ad una complessa operazione di ingegneria finanziaria che grazie ad un ‘effetto leva’ moltiplica un capitale di base davvero esiguo: 21 miliardi di euro, di cui 8 nemmeno esistono ancora. Un meccanismo che a dire il vero appare abbastanza oscuro, ma che dovrebbe quasi per magia moltiplicare il capitale investito, in parte di provenienza pubblica e in parte privata, attraverso l’iniezione di una specie di lievito che innesca un processo virtuoso di crescita. Così dice la BEI, la banca Europea degli Investimenti che garantisce il processo.

“L’Europa sta girando pagina dopo anni di sforzi per promuovere la credibilità fiscale e le Riforme” ha detto il presidente della Commissione Jean Claude Juncker aprendo il discorso alla plenaria del Parlamento europeo con cui ha presentato il piano per “stimolare” gli investimenti che, ha detto, in Europa sono “370 miliardi sotto il livello pre-crisi”. I campi di investimento del piano sono, trasporti, sanità e efficienza energetica: “Penso – ha detto Juncker – a un bambino di Salonicco che deve entrare in una scuola moderna, con i computer, penso ai servizi ospedalieri, penso al pendolare francese che potrà andare al lavoro in tram, risparmiando la benzina, migliorando la qualità dell’ambiente”.

Un piano che Juncker ha detto che non deve esser politicizzato. “Spero non ci siano giochi politici. È un progetto per attirare e ottimizzare investimenti. Indietro non si torna. Sia al Parlamento europeo sia nel Consiglio c’è la volontà di appoggiare” ha detto Juncker lasciando intendere che i governi dei 28 sono d’accordo con la formulazione dello strumento di investimento. E a chi guarda già ai numeri Juncher manda un messaggio: se a causa del contributo al piano di investimenti europeo, un Paese violerà le regole del Patto di stabilità, tale contributo non sarà preso in considerazione in sede di valutazione dei bilanci.
Un piano che secondo il vicepresidente della Commissione Ue Jirky Katainen “non è una bacchetta magica, ma se lo applichiamo in modo efficiente porterà a cambiamenti radicali nell’economia Ue. Non è uno stimolo una tantum, ma un programma a lungo termine”.

Ma andando a vedere meglio i numeri si vede che i 315 miliardi vanno divisi per i ventotto Paesi della Ue, ancora non si sa con quale criterio, e hanno una durata temporale di tre anni. Per ora il capitale di base che costituirà il Fondo europeo per gli investimenti si fonda su 21 miliardi di capitale pubblico (garanzie del bilancio europeo per 16 miliardi, altri 5 miliardi arrivano dalla BEI). Questi fondi, in virtù di un effetto leva dichiarato di 1 a 15, sarebbero a loro volta in grado di mobilitare complessivamente 315 miliardi di investimenti. “La leva è calibrata in base alle esperienze passate della Bei”, spiegano gli esperti. Ovviamente, il capitale si moltiplica e si arriva a 315 miliardi solo se si troveranno investitori disposti a metterci denaro reale. Perché i 21 miliardi serviranno solo da ‘richiamò per i finanziatori. Quindi siamo ancora ai se e ai ma. Una sorta di esportazione in Europa della politica di bilancio italiana.

“Il governo italiano – ha detto il Ministro dell’Economia Padoan – non ha ancora esaminato l’ipotesi di conferire risorse al Fondo, perché non sappiamo come funziona”. E sull’effetto leva 1 a 15 Padoan ha commentato che “è una cifra ragionevole, ma va valutata ex post”. “Confesso – ha aggiunto – che devo ancora vedere i dettagli. Ma ci sono due questioni. La prima è quale sarà l’implicazione dal punto di vista del rispetto del Patto di stabilità e crescita sui bilanci nazionali. La seconda, quali saranno i criteri di ripartizione di queste risorse, non tanto verso i Paesi quanto verso i progetti”.

Il piano di investimenti presentato da Jean Claude Juncker “richiederà parecchi mesi prima che sia messo in condizioni operative” e “nell’attesa, si può già adesso fare qualcosa – ha detto ancora il ministro dell’Economia sottolineando che “ci sono progetti ‘bancabili’ e ci sono risorse per finanziarli” con la Bei.

Lodi senza mezze misure sono arrivate dal sottosegretario alla presidenza con delega agli affari europei Sandro Gozi, un fedelissimo di Renzi. ”Il piano di investimenti – ha detto – può essere l’inizio di un nuovo approccio europeo. Passiamo da una fase del ‘tutto e solo austerità a un’Unione che riconosce l’enorme gap di investimenti esistente in Europa e che comincia a dare risposte positive, come noi abbiamo chiesto sin dall’inizio del semestre italiano di presidenza dell’Ue. Ora – ha continuato – dobbiamo lavorare per rafforzare il Piano in vista del Consiglio europeo di dicembre e costruire una nuova governance europea: abbiamo bisogno di dare una risposta politica e non di applicare algoritmi finanziari”.

Sullo stesso tono il presidente degli eurodeputati del Pse Gianni Pitella: “Oggi siamo davanti a una svolta, frutto della nostra battaglia politica. L’aria è cambiata: se 5 anni fa il titolo era ‘austerità’, oggi è investimenti, crescita e lavoro. Noi – ha aggiunto Pittella – avevamo vincolato il nostro appoggio a Juncker, proprio a questo impegno. Siamo lieti a partire dal metodo, e cioè il fatto che abbia presentato questo piano qui da noi. È finito il tempo di accordi oscuri, ora il Parlamento avrà un ruolo di protagonista e indietro non si torna”.

Commenti positivi sono arrivati anche da Francia e Germania. La prima attraverso il portavoce del governo ha affermato che la Francia “accoglie con favore” il piano di investimenti “anche se crediamo che si possa, con il fondo strategico d’investimento che è stato proposto, migliorare ancora queste proposte per fare in modo che l’investimento e quindi la crescita siano una priorità per l’Europa”. La seconda con la cancelliera Angela Merkel ha espresso “sostegno”. Tuttavia Merkel ha sottolineato che sarà importante vedere quali progetti verranno finanziati.

 Ginevra Matiz