Scuola, chiamata diretta presidi: abolirla è sbagliato

15-09-15 Bologna  Primo giorno di scuola alle Federzoni  con il sindaco Merola e il preside Domenico altamura  foto eikon

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L’approccio al mercato del lavoro del Governo Conte, nonostante gli emendamenti al Decreto Dignità promossi dal versante Lega a causa della reazione degli imprenditori, rimane un grave errore, proprio perché si muove (al contrario di quanto sembra affermare una parte importante del sindacato e del Pd) nella direzione opposta a quella che dovrebbe seguire chi vuole favorire una crescita dei posti di lavoro complessivi e offrire un clima favorevole agli investitori. È vero che è lo sviluppo il fattore decisivo che crea posti di lavoro, ma è altrettanto realistico pensare che in una situazione di incertezza una normativa che non solo aumenta il costo del lavoro ma accresce i rischi di contenzioso giudiziario, anche se volessimo utilizzare gli occhiali del dottor Pangloss, rallenterà le assunzioni. Poiché è corretto valutare i riscontri reali bisognerà attendere i risultati statistici dei prossimi mesi con l’auspicio che, in presenza di segnali negativi, il Governo abbia il coraggio politico di porre rimedio laddove i risultati fossero diversi da quelli sperati.
C’è però una vicenda che per essere affrontata non ha bisogno di attendere le elaborazioni dell’Istat e dell’Inps, quella che riguarda l’abrogazione della chiamata diretta dei docenti nelle scuole da parte dei Presidi. Con l’intesa tra Miur e sindacati sulla mobilità per il prossimo anno è stato ripristinato il sistema delle graduatorie e quindi della prevalenza dell’anzianità di servizio rispetto alla scelta del Preside-dirigente. Al di là dello strumento giuridico più corretto da utilizzare per abrogare la norma, che non può certamente essere abolita da un accordo sindacale, rimane un aspetto culturale prima ancora che politico che attiene all’autonomia della scuola e ai suoi valori tra cui (anche) il criterio del merito e della responsabilità che dovrebbe valere per studenti ed insegnanti.
Con perfetto linguaggio burocratese, il ministero, retto dal leghista Marco Bussetti, già dirigente dell’Ufficio scolastico della Lombardia, afferma al riguardo che “l’istituto della chiamata diretta ha manifestato criticità riconducibili all’ampia discrezionalità lasciata al dirigente scolastico e alle numerose incombenze a suo carico legate all’individuazione per competenze dei docenti in un momento peraltro fondamentale per l’espletamento delle attività propedeutiche all’avvio dell’anno scolastico”. In poche parole, i Presidi avevano altro fare e per evitare “eccessi discrezionali” è meglio tornare a criteri “oggettivi e trasparenti” per l’assegnazione dei docenti agli istituti scolastici. Come se non fossero sotto gli occhi di tutti gli inconvenienti delle graduatorie utilizzate per coprire i posti vacanti. Per il ministro Bussetti sembra assodato che gli insegnanti siano tutti uguali (uno vale uno come dicono i 5stelle), l’unica differenza è l’anzianità di servizio.
Sarà forse inevitabile che un Governo che entra in carica voglia segnare le differenze con i predecessori, ma che l’offensiva contro la “Buona Scuola”, timidissimo segnale di cambiamento del Governo Renzi, si diriga contro un provvedimento che introduceva (anche) criteri di professionalità è assai più grave di un aumento dello 0,5% del costo del rinnovo di un contratto a termine. Questa decisione è un attacco più o meno consapevole al principio fondante di una moderna democrazia che ha il dovere di offrire a tutti i cittadini uguali condizioni di partenza per premiare chi, attraverso il merito e la responsabilità, potrà costruirsi le condizioni per salire la scala sociale.
L’egualitarismo assistenziale di cui soffre la società italiana è una delle zavorre principali che rallentano la crescita. Se si perpetua nella scuola forse risolverà il problema di quella parte di docenti che vedono nell’insegnamento non una missione ma principalmente un’occasione di impiego. Ma non porterà grandi vantaggi agli studenti di oggi che sono il patrimonio più importante che abbiamo per costruire il futuro.
Un’ultima ma non meno rilevante osservazione. Se fosse vero, come si sostiene da più parti, che la scelta degli insegnati da parte dei Presidi è stata viziata non da discrezionalità (il che è ovvio), ma da sostanziale incompetenza o da clientelismo, la cosa sarebbe assai più grave. Se questo fosse accertato essere il problema bisognerebbe porre al centro di una nuova riforma non solo la sostituzione di parte degli attuali Presidi, che in buona misura non risponderebbero oggi alle esigenze della scuola, ma soprattutto la formazione e la selezione meritocratica e professionale di nuovi dirigenti. Ma dal dirigente oggi Ministro Bassetti questo non si sente, anzi si organizzano i concorsi con le vecchie regole per promuovere nuovi Presidi.

Walter Galbusera
Fondazione Kuliscioff

Scuola e parità di genere, Chiesa contro la “Riforma”

Scuola-arita generi-BagnascoPer la Scuola arriva l’ultimo round prima del voto finale, oggi infatti si votano gli ultimi emendamenti per il ddl di riforma. Ieri è stato respinto l’emendamento della minoranza del Pd (a prima firma di Stefano Fassina) all’art. 9 del ddl sulla scuola, che abrogava il potere dei presidi di chiamata diretta dei docenti, ma oggi arriva il “premio di consolazione” per la minoranza Pd, è stato infatti stralciato l’articolo 17 del ddl, quello relativo al 5 x mille.

La norma prevedeva che il 5×1000 dell’imposta IRPEF, a discrezione del cittadino-contribuente, poteva essere destinato dai genitori all’istituto scolastico dei figli. Nella prima stesura del testo era previsto un fondo perequativo che destinava il 10% del totale alle scuole più disagiate, ma commissione alla Camera il Pd ha raddoppiato tale fondo innalzandolo al 20 per cento. A questo punto però sono insorte le associazioni di volontariato, tra cui Emergency e Telethon, che unite al malumore interno alla maggioranza rischiava di non far andare avanti il ddl. “Visto il problema riscontrato con la copertura finanziaria“, ha spiegato la relatrice Maria Coscia (Pd), “è stato deciso di rimandare l’introduzione della norma a un’altra legge”, i sì sono stati 380, i no 13 e così il Pd ha cancellato l’articolo 17 durante il passaggio in Aula, rinviando l’istituzione del contributo in sede di dichiarazione dei redditi ad un altro provvedimento.
Intanto il deputato socialista Marco Di Lello è intervenuto oggi contro le sovvenzioni alle scuole private sostenendo che è vero che “sono scuole di eccellenza”. Ma “se vediamo la classifica dell’OCSE, quando nei test vengono verificate solo le scuole pubbliche, l’Italia è al ventitreesimo posto, se concorrono anche le scuole private, scendiamo al trentesimo; anzi, secondo lavoce.info nei test le scuole finanziate dallo Stato, cioè le paritarie, sono quelle i cui alunni hanno i risultati peggiori in assoluto. E che ci sia un fondamento in questa preoccupazione è tanto vero che la nostra relatrice ha proposto, e la Commissione ha approvato, una norma «antidiplomifici»”. Inoltre spiega l’Onorevole Di Lello che non ha senso “regalare 80-100 euro di defiscalizzazione all’anno, perché di questo stiamo parlando, a famiglie che hanno un reddito sopra i 100 mila euro l’anno (Applausi dei deputati del gruppo Sinistra Ecologia Libertà) ? Noi facciamo come Robin Hood, al contrario: prendiamo i soldi dalle povere scuole pubbliche e li diamo alle private. Io sono certo che nessuno vuole questo”.
Ma sul tema “scuola” non poteva non farsi sentire anche la Chiesa. Ieri è arrivato il secco No della Cei (Conefrenza episcopale italiana) all’introduzione dell’insegnamento della parità di genere a scuola previsto dalla riforma in discussione in Aula alla Camera e introdotto durante l’esame del provvedimento in commissione. “Una simile previsione – commenta il cardinale Angelo Bagnasco – sembra rappresentare l’ennesimo esempio di quella che papa Francesco ha definito ‘colonizzazione ideologica’. In Italia, dice il porporato ricordando la manifestazione per la scuola dell’anno scorso, che radunò a Roma più di 300 mila persone con il Papa, c’è un “popolo trasversale e senza targhe”, che “chiede una struttura più giusta e adeguata per sedi e organici, un’istruzione solida ed essenziale, una formazione professionale stimata e sostenuta; in una parola, un’educazione integrale per tutti, educazione di base che molti Paesi avanzati non hanno e ci invidiano, ma libera, lontana da schemi statalisti, antiliberali”.
Intanto di riforma della Scuola si parla anche oltralpe. In Francia sta facendo molto discutere la riforma delle scuole medie statali dove, tra l’altro, verranno soppressi gli insegnamenti di latino e greco. La riforma voluta dal ministro dell’Istruzione, Najat Vallaud-Belkacem, è stata difesa con modalità simili a quelle nostrane dal Primo ministro Manuel Valls che ha denunciato le “falsità” che vengono distillate su questa riforma, una vera e propria “visione conservatrice della scuola” di questi ultimi contro la necessità di una scuola “veramente nazionale, allo stesso tempo esigente, meritocratica e generoso.”. Facendo riferimento al glorioso passato della scuola repubblicana, il Primo Ministro ha sottolineato la necessità per il Paese di adattarsi alla modernità e si riferisce a classifiche internazionali che rendono la scuola francese una delle più antiche. “Il mondo sta cambiando, la Francia deve adattarsi”, scrive Manuel Valls, per “l’interesse dei nostri figli”. Ma contro la riforma voluta dal Governo Hollande, anche l’ex ministro dell’Istruzione Luc Ferry: “Najat Vallaud-Belkacem non capisce i problemi della scuola. Lei crede ancora che le difficoltà provengano dal collegio (scuola media, ndr) .. Tutti gli insuccessi scolastici dei collegi sono legati alla scuola primaria”. L’ex ministro porta come riprova un sondaggio appena pubblicato che dimostra come gli studenti alle medie abbiano difficoltà riscontrabili dalla cattiva istruzione alle elementari, ben l’80% dei bambini che non hanno imparato a leggere bene in prima elementare non lo farà mai. “Dobbiamo prima prenderci cura della scuola primaria”.

Maria Teresa Olivieri