Pensioni. La sorpresa della quota 100: ecco cosa può accadere

Inps

MENO CASSA INTEGRAZIONE A SETTEMBRE

Prosegue la riduzione della cassa integrazione: a settembre 2018 – secondo l’Osservatorio Inps sulla cassa integrazione recentemente pubblicato sul sito dell’Istituto – sono state autorizzate 11.319.157 ore di cassa con un calo del 44,18% rispetto a settembre 2017. In confronto ad agosto 2018 si registra una sostanziale stabilità (+1,27%). Nei primi nove mesi dell’anno sono state autorizzate 162 milioni di ore di cassa con una flessione del 38,7% a fronte dei 264,5 dei primi nove mesi del 2017.

114.925 domande disoccupazione ad agosto, +8,5%

Ad agosto invece sono arrivate all’Inps 114.925 richieste per sussidio di disoccupazione tra Naspi, Aspi, mini Aspi, mobilità e Discoll con un aumento dell’8,5% rispetto ad agosto 2017. A luglio erano state 280.086, in progresso del 9,5% in confronto al mese corrispondente del 2017. Nei primi otto mesi del 2018 sono pervenute all’Inps 1.158.447 istanze complessive di disoccupazione con un incremento del 6,5% rispetto all’analogo lasso di tempo del 2017.

Cig in picchiata a settembre, in nove mesi -38,7%

La discesa delle ore autorizzate di cassa integrazione è dovuta principalmente alla contrazione delle autorizzazioni per la cassa straordinaria diminuite a settembre del 44,8% a 5,78 milioni mentre la cassa ordinaria è calata del 25,6% a 5,5 milioni. Il divario si amplia se si guarda ai primi nove mesi dell’anno. Le ore di cassa straordinaria autorizzate sono risultate in flessione del 45,7% a 86,6 milioni di ore mentre quelle di cassa ordinaria si sono ridimensionate del 5,5% a 73 milioni di ore. Ormai sostanzialmente residuale si palesa la cassa in deroga assestatasi nei primi nove mesi a 2,3 milioni (-91,5%). Nell’abbassamento della cassa straordinaria pesa anche la stretta sulla riduzione della durata massima prevista per questo specifico ammortizzatore sociale.

Previdenza

PENSIONE QUOTA 100, QUANTO SI PERDE

Quota 100, ecco cosa può accadere. Tito Boeri, presidente dell’Inps, nei giorni scorsi ha voluto avvertire tutti i lavoratori che dal prossimo anno potranno accedere a Quota 100 delle conseguenze negative che il pensionamento anticipato comporterà sul loro assegno previdenziale. Secondo Boeri, che è recentemente intervenuto in una audizione alla Commissione Lavoro della Camera, accettando di andare in pensione a 62 anni, lavorando così per 5 anni potenziali in meno (ricordiamo che l’età pensionabile dall’anno prossimo è fissata a 67 anni), l’assegno previdenziale sarà più basso di circa il 21%.

Nonostante il governo abbia garantito che per Quota 100 non ci saranno riduzioni (inizialmente si parlava di un -1,5% per ogni anno di anticipo) andare prima in quiescenza implicherà comunque un danno economico significativo per gli interessati.

Il motivo è semplice per il numero uno dell’Inps: ad oggi per il calcolo della pensione (per i contributi successivi al 1996, al 2011 per coloro che al 31 dicembre 1995 avevano almeno 18 anni di contribuzione accreditata) si applica il sistema contributivo con cui per quantificare l’importo del trattamento previdenziale si tiene conto del solo montante contributivo del lavoratore che viene trasformato in pensione annua, applicando un coefficiente di trasformazione stabilito dall’Inps.

In poche parole, più sono gli anni di contributi maturati dal lavoratore e più alta sarà la sua prestazione pensionistica. È ovvio quindi che anticipando il pensionamento si perdono 5 anni di contribuzione potenziale, utili per percepire un assegno di pensione più elevato.

Nel dettaglio, sempre secondo quanto rilevato da Boeri, andando a riposo con Quota 100 si prende una pensione di circa il 21% più bassa di quella che si sarebbe perfezionata continuando a lavorare per altri 5 anni per poi accedere al trattamento di vecchiaia a 67 anni di età.

Chi decide di accedere a Quota 100, quindi, deve essere consapevole che pur non subendo alcuna penalizzazione sulla rendita previdenziale percepirà una pensione più bassa rispetto a quella che avrebbe ottenuto se non ne avesse beneficiato.

Bene contratto temporaneo

CRESCE FIDUCIA IN MERCATO DEL LAVORO

Crescita della percezione positiva per il mercato del lavoro e riscoperta del lavoro temporaneo: questa la fotografia scattata nel terzo trimestre 2018 dal ‘Confidence Index’ di PageGroup, società leader mondiale nel recruitment con i brand Page Executive, Michael Page e Page Personnel. L’indice, che misura la fiducia nel mercato del lavoro, ottenuto attraverso la somministrazione di 660 questionari in Italia ai candidati per opportunità professionali, è aumentato del 7%, passando da 36 punti nel terzo trimestre 2017 a 43 punti nello stesso periodo del 2018.

I valori in maggiore crescita nel terzo trimestre del 2018 sono la percezione positiva sul futuro del mercato del lavoro e della situazione economica, la prima al 46% con una crescita del 12% rispetto al 2017 e la seconda a 49,5% con una crescita del 10% rispetto allo scorso anno. Mentre risultano ancora tra i valori assoluti più bassi d’Europa la fiducia nel mercato del lavoro attuale e nella situazione economica, che si fermano al 33% e al 35%, ma con una crescita media del 10% rispetto allo scorso anno.

Dalla ricerca emerge che il lavoro temporaneo è visto come grande opportunità dai lavoratori intervistati, soprattutto per arricchire la propria esperienza e le proprie abilità (69,5%) e per differenziare il percorso di crescita attraverso lo sviluppo di competenze in diversi ruoli e settori (43,8%). Inoltre, il lavoro in somministrazione viene considerato positivo poiché identificato come un trampolino di lancio per ottenere un contratto a tempo indeterminato (31,9%).

“A nostro avviso, la somministrazione rappresenta un elemento positivo e caratterizzante della carriera lavorativa di un potenziale candidato. Un’esperienza ‘temp’, infatti, tendenzialmente facilita gli avanzamenti di carriera e offre diversi vantaggi tra cui una maggiore flessibilità, la possibilità di lavorare in vari settori, una maggiore esposizione a diversi stili di management e diverse tipologie di clienti”, ha commentato Pamela Bonavita, Executive Director di Page Personnel, agenzia per il lavoro parte di PageGroup specializzata nella ricerca e selezione di impiegati e giovani professionisti qualificati.

“La richiesta di figure professionali da inserire in somministrazione – ha concluso – è in costante aumento e ai potenziali candidati viene così offerta la possibilità di ampliare o di approfondire le proprie competenze estendendo anche la rete professionale”.

A confermare questa tendenza positiva sono anche i numeri di posizioni aperte in ambito ‘temp’. Page Personnel è, infatti, alla ricerca di oltre 800 candidati per i settori finance & accounting (30%), procurement & logistics (20%), assistant & office support (11%), tax & legal (8%), sales support & custumer service (7%), information technology (6%), engineering & manufacturing (4%).

Economia

ITALIANI BERSAGLIATI DA 100 TASSE

“Oltre a essere bersagliati da oltre 100 tasse di tutti i generi, con un numero di scadenze fiscali da far rabbrividire anche il contribuente più zelante e con un prelievo tributario tra i più elevati d’Europa, il nostro fisco è sempre più ‘bulimico’”. A denunciarlo è la Cgia. “Tenendo conto che dall’applicazione di una novantina di tasse, tributi e contributi l’erario incassa solo il 15% del gettito totale annuo – ha segnalato il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – con una seria riforma fiscale basterebbero poco più di 10 imposte per consentire ai contribuenti italiani di beneficiare di una riscossione più contenuta, di lavorare con più serenità e con maggiori vantaggi anche per le casse dello Stato che, molto probabilmente, da questa sforbiciata vedrebbero ridursi l’evasione”.

Le imposte che pesano di più sui portafogli dei cittadini italiani sono due e garantiscono più della metà (il 55,4%) del gettito totale: esse sono l’Irpef e l’Iva. Nel 2017 la prima ha garantito all’erario un gettito di 169,8 miliardi di euro (il 33,8%, un terzo del totale) mentre la seconda ha consentito di incassare 108,8 miliardi di euro (21,6%). Per le aziende l’imposta più pesante è l’Ires (Imposta sul reddito delle società), che l’anno scorso ha consentito all’erario di incassare 34,1 miliardi di euro.

Di particolare rilievo anche il gettito riconducibile all’imposta sugli oli minerali che è stato pari a 26 miliardi e quello ascrivibile all’Irap (Imposta regionale sulle attività produttive) che ha assicurato 22,4 miliardi di euro.

“Se si considera che il livello dei servizi presente nel nostro Paese è molto modesto – ha dichiarato il segretario della Cgia Renato Mason – è necessario che il Governo inizi seriamente a ridurre il carico tributario. Con la manovra di bilancio presentata nei giorni scorsi è cominciato un percorso di riduzione delle tasse sulle partite Iva. Un fatto sicuramente positivo, ma ancora insufficiente”. Oltre ad avere un peso fiscale eccessivo, rimane altrettanto inaccettabile che il grado di complessità raggiunto dal fisco scoraggi la libera iniziativa e la voglia di fare impresa. Oltre a ciò, la Cgia tiene a ribadire ancora una volta che non è nemmeno più rinviabile una riflessione sull’assetto’ della Magistratura giudiziaria che coinvolga non solo gli addetti ai lavori.

“In alcun modo – ha affermato Zabeo – possiamo mettere in discussione l’indipendenza, l’autonomia e l’imparzialità dei giudici tributari, tuttavia il problema sussiste e nel contenzioso giuridico tra fisco e contribuente lo squilibrio c’è e, purtroppo, è a vantaggio dell’Amministrazione finanziaria”.

Più in generale, sintetizzano dalla Cgia, i tempi e i costi della burocrazia fiscale sono diventati una patologia che caratterizza negativamente tutto il nostro Paese. “Non è un caso – ha concluso Mason – che molti operatori stranieri non investano da noi proprio anche a causa dell’eccessiva ridondanza del nostro sistema burocratico. Incomunicabilità, mancanza di trasparenza, incertezza giuridica e adempimenti troppo onerosi hanno generato un velo di sfiducia tra imprese e Pubblica amministrazione che non sarà facile rimuovere in tempi ragionevolmente brevi”.

Carlo Pareto

Truffe, occhio ai falsi funzionari Inps

Entrate Inps

CONTINUA IL TREND POSITIVO DELL’ISTITUTO

Le entrate dell’Inps nei primi sette mesi del 2018 (c.d. riscossioni della produzione, esclusi i trasferimenti dallo Stato ed altri enti) ammontano a 119.351 milioni di euro, in deciso aumento (+4,07%) rispetto al medesimo lasso di tempo del 2017, quando erano stati incassati 114.686 milioni di euro. L’incremento conferma il trend positivo che già si era registrato lo scorso anno in confronto al 2016 (+1,5%), quando nel periodo gennaio-luglio il totale delle riscossioni era stato di 112.988 milioni di euro.

Particolarmente rilevante è la crescita delle entrate contributive delle aziende con dipendenti, la cui gestione di cassa al 31 luglio 2018 evidenzia un rialzo degli incassi pari al 4,65% rispetto a quanto rilevato al 31 luglio 2017 (67.044 milioni di euro contro 64.062 milioni).

All’ascesa delle entrate contributive concorre, oltre ad una riduzione delle agevolazioni e ad un innalzamento del monte salari (dovuto sia ad un aumento delle retribuzioni che ad un ampliamento dell’occupazione), l’attività svolta dall’Istituto allo scopo di favorire il tempestivo e puntuale accertamento dei contributi dovuti, attraverso lo sviluppo di procedure automatizzate che favoriscono le iniziative di controllo condotte dalle sedi territoriali dell’Inps. In questo quadro, l’utilizzo del Documento unico di regolarità contributiva (Durc) anche per il controllo delle aziende che beneficiano delle agevolazioni contributive di legge rappresenta uno dei fattori di crescita delle entrate contributive.

In termini generali, sul totale delle riscossioni spicca il dato del recupero dei crediti effettuato direttamente dall’Ente assicuratore, senza l’intervento degli Agenti della riscossione: l’incremento del 7,36% in confronto al corrispondente periodo dell’anno precedente evidenzia una spontanea convergenza dei contribuenti verso i crediti accertati dall’Inps.

In forte ascesa (+8,63%) anche l’incasso dei crediti tramite concessionari. A tale risultato ha contribuito la massiccia operazione di notifica via Pec degli avvisi di addebito inesitati condotta a partire dagli ultimi mesi del 2017 e che ha consentito la notifica di avvisi di addebito per un totale di oltre 147 milioni di euro.

Da ultimo, quale frutto delle recenti campagne di accertamento sui datori di lavoro domestici c.d. “silenti”, si rileva al 31 luglio 2018 il salto delle riscossioni dei contributi dei lavoratori domestici, da 667 a 778 milioni di euro (+5,75%), rispetto allo stesso lasso di tempo dell’anno precedente.

Inps

NUOVO SERVIZIO CIG

Dal 1° novembre aziende e consulenti potranno verificare sul portale istituzionale dell’Inps il consumo di ore di cigo e controllare se il periodo che intendono richiedere rispetta i limiti di legge. Inserendo il numero di matricola, l’identificativo dell’unità produttiva, la data iniziale di un eventuale periodo da richiedere e il relativo numero di settimane, il servizio fornirà l’indicazione della capienza, in base ai dati presenti negli archivi informatici dell’autorizzato.

Sarà inoltre eliminato l’elenco dei lavoratori dell’unità produttiva interessata alla cigo, il cosiddetto file Csv, obbligatoriamente allegato finora alla domanda di autorizzazione. Le informazioni verranno infatti reperite dai dati forniti con i flussi Uniemens dei sei mesi precedenti l’inizio del periodo di cigo richiesto. L’azienda dovrà solo indicare i nominativi dei lavoratori beneficiari dell’integrazione salariale.

Per maggiori informazioni e per i dettagli operativi si rimanda opportunamente al messaggio Inps n. 3566 e relativi allegati.

Cassazione

PENSIONE DI INVALIDITÁ ANCHE GLI IMMIGRATI DI BREVE PERIODO

L’erogazione della pensione di invalidità civile a uno straniero non può essere subordinata al possesso del permesso di soggiorno di lungo periodo.

Lo ricorda la Corte di cassazione con l’ordinanza 23763/2018 relativa al contenzioso in atto tra una persona disabile e l’Inps. La Corte d’appello di Genova, nel 2012, ha riconosciuto il diritto alla pensione di invalidità civile, da parte della richiedente, solo dalla data in cui ha ottenuto il permesso di soggiorno di lungo periodo.

Respinta, invece, la domanda per il periodo precedente perché secondo la corte di secondo grado, nonostante le sentenze della Corte costituzionale in materia (306/2008, 11/2009, 187/2010, 329/2011), è illegittimo subordinare le prestazioni di natura assistenziale a un determinato reddito, mentre è consentito legare l’erogazione delle stesse alla presenza non episodica sul territorio italiano da parte del richiedente.

La Corte di cassazione non condivide la tesi della Corte d’appello in quanto la Corte costituzionale (sentenza 40/2013) ha dichiarato l’illegittimità dell’articolo 80, comma 19, della legge 388/2000 anche nella parte che «subordina al requisito della titolarità della carta di soggiorno la concessione agli stranieri legalmente soggiornanti nel territorio dello Stato dell’indennità di accompagnamento e della pensione di inabilità». E ancora, ricordano i giudici, è in contrasto con il principio di non discriminazione stabilito a livello di Unione europea qualsiasi differenza tra cittadini e stranieri legalmente soggiornanti in uno Stato fondata «su requisiti diversi da quelli previsti per la generalità dei soggetti».

L’ordinanza conclude, quindi, che «ai fini del riconoscimento di prestazioni sociali volte a rispondere ai bisogni primari della persona, nel nostro ordinamento» non è consentita, in base agli articoli 2 e 3 della Costituzione, alcuna differenziazione tra italiani e stranieri che hanno titolo al soggiorno in Italia.

Truffe

OCCHIO AI FALSI FUNZIONARI INPS

Non solo mail, ma anche telefonate e porta a porta. Obiettivo? Ottenere dati bancari e personali attraverso la comunicazione di un falso rimborso.

E’ quanto scoperto dall’Inps che, “venuto conoscenza di diversi tentativi di truffa ai danni degli utenti”, ha segnalato il fatto alle autorità competenti. Tentativi che “hanno preso la forma di false email aventi a oggetto rimborsi contributivi” e anche “telefonate da parte di sedicenti funzionari Inps che comunicavano la restituzione all’utente di somme non dovute. In tutti i casi, il fine fraudolento è quello di ottenere dati bancari e personali”.

Per questo, l’Istituto ribadisce che “non acquisisce, né telefonicamente né via email ordinaria, le coordinate bancarie o altri dati che permettano di risalire a qualsivoglia informazione finanziaria relativa agli assistiti” e “invita i propri utenti a non dare seguito a nessuna richiesta che arrivi per email non certificata, per telefono o tramite il porta a porta”.

Previdenza

SENZA RIFORMA IN PENSIONE PIÙ TARDI

Come è noto, l’adeguamento previsto per l’anno prossimo porterà, in assenza di modifiche, ad un innalzamento dei requisiti previdenziali per tutti i trattamenti oggi a disposizione per smettere di lavorare.

Nel dettaglio, per la pensione di vecchiaia contributiva sarà richiesta un’età pari a 71 anni, oltre a 5 anni di contributi. Per la pensione di vecchiaia ordinaria, invece, l’età pensionabile è aumentata di 3 mesi, diventando così pari a 67 anni per tutti, mentre il requisito contributivo è rimasto invariato (20 anni).

Gli stessi anni di contributi sono richiesti anche per la pensione anticipata contributiva per cui, invece, l’età anagrafica diventa 64 anni visto l’incremento di 3 mesi.

Per quanto attiene la pensione anticipata ordinaria, invece, bisogna fare una distinzione tra uomini e donne. I primi potranno accedervi una volta maturati 43 anni e 3 mesi di contributi, mentre per le seconde basteranno 42 anni e 3 mesi. In entrambi i casi non è previsto alcun requisito anagrafico.

Si segnala, poi, un incremento di 5 mesi della quota 41 per lavoratori precoci, per i quali dal 1° gennaio 2019 saranno necessari 41 anni e 5 mesi di età per andare in pensione.

Infine, l’aumento dei requisiti per la pensione di vecchiaia comporterà anche una variazione per l’Ape Volontario, poiché questo può essere richiesto quando ci si trova a meno di 3 anni e 7 mesi dal raggiungimento dei requisiti per la pensione. Quindi, dal 1° gennaio, non si potrà accedere al prestito pensionistico con meno di 63 anni e 3 mesi di età.

Carlo Pareto

Pensioni. Cida: “Il ricalcolo contributivo non è tecnicamente percorribile”

Previdenza

PENSIONE E RISCATTO

La pensione totalizzata «estingue» il riscatto. Idem la pensione in cumulo. Chi sta versando a rate gli oneri contributivi di un riscatto, infatti, non può aver accesso alla pensione liquidata in regime di

totalizzazione o in regime di cumulo, se prima non chiude la partita del riscatto. Due le possibilità: pagare il debito contributivo residuo (ottenendo, così, la valutazione dell’intero periodo di riscatto ai fini pensionistici); non pagare più altre rate (ma in tal caso sarà valutato il segmento di riscatto corrispondente all’onere effettivamente versato). Non è possibile, invece, chiedere le trattenute in pensione. A precisarlo è l’Inps nel messaggio n. 3190/2018 recentemente diramato.

Segmenti contributivi.

L’Inps dà chiarimenti in merito alla gestione delle trattenute sulle pensioni erogate in regime di totalizzazione (dlgs n. 42/2006) o cumulo (legge n. 232/2016). Si tratta di due ipotesi simili: sia la totalizzazione e sia il cumulo, infatti , consentono a tutti i lavoratori (dipendenti, autonomi e liberi professionisti ), che hanno corrisposto contributi in diverse casse, gestioni o fondi di previdenza, di acquisire gratuitamente il diritto a un unico trattamento pensionistico di vecchiaia, anzianità, inabilità e ai superstiti. Con la totalizzazione la pensione è liquidata solo e soltanto con il sistema contributivo; con il cumulo, invece, la prestazione di quiescenza è il risultato della somma di tanti spezzoni, ciascuno determinato dalle diverse gestioni previdenziali coinvolte nel cumulo (vale il criterio cosiddetto del «pro quota»).

Stop al riscatto.

Come accennato, sulla pensione liquidata per totalizzazione o cumulo non sono applicabili le discipline prefigurate nelle diverse gestioni previdenziali sul versamento degli oneri da riscatto, discipline peraltro divergenti e non omogenee tra loro. In mancanza di un’espressa norma, afferma l’Inps, su tali pensioni non possono essere fatte le trattenute per il pagamento di oneri di riscatto che devono, dunque, essere interamente corrisposte prima dell’accesso all’assegno pensionistico. Nelle ipotesi di pagamento rateale in corso, sottolinea l’Inps, affinché il periodo da riscatto sia interamente valutato, i soggetti richiedenti devono versare l’onere residuo in unica soluzione. Altrimenti, i periodi contributivi oggetto di riscatto saranno valutabili per la durata corrispondente all’importo dell’onere effettivamente pagato.

Cessione del quinto.

Per la stipula di contratti di finanziamento da parte di titolari di pensione, spiega l’Inps, il calcolo della quota cedibile (della pensione) soggiace ai limiti indicati in tabella. Pertanto, nel caso di pensioni concesse in regime di totalizzazione o di cumulo, la quota cedibile va calcolata, nell’ambito delle predette soglie, in relazione all’importo totale della pensione effettivamente in pagamento, a prescindere dalla circostanza che le singole quote siano erogate dall’Inps e/o da altri enti e/o casse professionali e, dunque, anche qualora non sia presente alcuna quota a carico dell’Inps.

Trattenute per Ape volontario.

Sulla pensione liquidata per totalizzazione o cumulo il recupero dell’Ape volontario avviene secondo le stesse modalità di recupero previste per le pensioni ordinarie (cioè in 240 rate mensili).

Pignoramenti.

L’Inps precisa che la pensione liquidata per totalizzazione o cumulo, quale unico trattamento pensionistico, pur costituito da vari pro‐rata, è pignorabile a seguito di procedure esecutive promosse da terzi in base alla disciplina stabilita per i redditi di pensione (art. 545, comma 7, codice di procedura civile).

Cida

RICALCOLO CONTRIBUTIVO NON PERCORRIBILE

“Finalmente il buon senso sembra prevalere sugli slogan: il ricalcolo contributivo sulle pensioni medio-alte non è tecnicamente percorribile e, nel modo, inoltre, come è stato annunciato e proposto nella proposta di legge Molinari-D’Uva, è iniquo e incostituzionale”. Così Giorgio Ambrogioni, presidente di Cida, la confederazione dei dirigenti e delle alte professionalità, commentando lo studio riportato di recente dal quotidiano ‘la Repubblica’. “Non possiamo che condividere la tesi contenuta nel documento anticipato dal quotidiano. L’analisi elaborata dal centro studi autonomo ‘Itinerari previdenziali’ sugli effetti dell’ultima iniziativa legislativa sulle pensioni coincide e amplia quanto sostenuto da Cida, che aveva interpellato economisti e giuristi per confortare le proprie tesi”, spiega Ambrogioni.

“Non solo il cosiddetto ricalcolo contributivo è tecnicamente impraticabile per carenza o mancanza dei dati previdenziali necessari -rimarca- ma la soluzione prospettata nell’articolato governativo appare giuridicamente insostenibile perché mette insieme retroattività, coefficienti stimati e calcoli presunti”.

“Nella nostra azione sindacale -continua Ambrogioni- a difesa del trattamento pensionistico di dirigenti e manager (cui si sono aggiunti magistrati, diplomatici, militari, professionisti) abbiamo denunciato gli aspetti velleitari della proposta fortemente sponsorizzata dal ministro del Lavoro, Di Maio, e ne abbiamo dimostrato le palesi carenze tecniche, l’incongruenza giuridica e la strumentalizzazione politica ai danni di una parte importante della classe dirigente di questo Paese. Lo abbiamo fatto ‘a viso aperto’, chiedendo a più riprese un incontro con il ministro per spiegare ed argomentare le nostre tesi. Richieste finora rimaste senza risposta”, avverte.

“Voltiamo pagina, allora, e apriamo un confronto leale -spiega ancora Ambrogioni- fra governo e chi rappresenta diritti e interessi di importanti categorie professionali. I cosiddetti corpi intermedi non vanno demonizzati, né ghettizzati, ma ascoltati e apprezzati al di fuori di pregiudizi lobbistici. Sta emergendo – dice – l’ipotesi di un contributo di solidarietà sulle pensioni medio-alte per recuperare risorse da destinare ad interventi nel welfare e nell’assistenza”.

“Diciamo subito -aggiunge- che tale scenario non ci piace affatto, visto che le nostre categorie di pensionati hanno già dato in termini di contributi di solidarietà e blocchi della perequazione. Però, siamo disponibili a sederci attorno a un tavolo e a discutere se la proposta viene sostenuta da un contesto politico convincente e da un’impalcatura tecnica sostenibile”.

“Altra sarebbe la nostra reazione se si volesse testardamente insistere sulla via dell’imposizione di un ricalcolo contributivo delle pensioni, basato sul pregiudizio e su quella ‘caccia alle streghe’ mediatica che è si è voluta costruire con il trucco delle pensioni d’oro”, conclude Ambrogioni.

Stipendio

ECCO QUANTO GUADAGNANO GLI ITALIANI

Difficile dire con precisione quanto guadagna un dipendente italiano. Naturalmente rispondere a questa domanda non è semplice dal momento che lo stipendio dipende dal tipo di professione che si ricopre. Per farsi un’idea delle retribuzioni basta guardare il Jp Salary Outlook 2018, realizzato dall’Osservatorio JobPricing, tramite i dati forniti dalla società di consulenza HR Pros.

Come rilevato dal report, nel 2017 lo stipendio medio di un dipendente in Italia è stato pari a 29.380 euro lordi, che al netto corrispondono a circa 1.580 euro mensili. Un dato che preoccupa poiché mette in risalto una lenta crescita delle retribuzioni nel nostro Paese, visto che nel 2015 il livello medio si era assestato a 1.560 euro. Un altro problema da risolvere riguarda la differenza che c’è tra lo stipendio dei dipendenti del Nord e del Sud Italia; chi è occupato nel Settentrione, infatti, guadagna il 7,1% in più di chi lo fa nelle zone centrali del Paese e il 17,3% in più degli occupati al Sud o nelle Isole.

A tal proposito, però, bisogna sottolineare che anche il costo della vita decresce scendendo nello Stivale. Nel dettaglio, tra le Regioni dove i dipendenti guadagnano di più troviamo la Lombardia (31.718 euro lordi) seguita da Trentino Alto Adige (30.908 euro) ed Emilia Romagna (30.523 euro); viceversa agli ultimi tre posti abbiamo rispettivamente il Molise (25.197€), la Basilicata (24.883€) e la Calabria (24.453€). Come è ovvio ci sono dei lavori dove si guadagna di più e altri dove invece la retribuzione è più bassa; secondo il report realizzato da JobPricing, ad esempio, la Ral media più alta a livello settoriale è quella relativa al mondo della finanza (41.000 euro), mentre con 23.778 euro lordi chiude la classifica il settore agricolo.

Fisco

IN 20 ANNI 200 MILIARDI DI TASSE IN PIÙ

Quasi duecento miliardi di tasse in più in vent’anni. Dal 1997 al 2017 il peso delle imposte che gravano sui 41 milioni di contribuenti italiani è infatti aumentato di 198 miliardi di euro (passando da 304 a 502 miliardi) ma con un tasso di evasione pari al 16,3 per cento, con punte del 24,7 in Calabria, del 23,4 in Campania e del 22,3 per cento in Sicilia. A rivelarlo, l’ultima analisi della Cgia di Mestre, che valuta a livello nazionale il livello delle imposte sottratte al fisco intorno ai 114 miliardi di euro.

La ricerca dell’Ufficio Studi della Cgia evidenzia come nei 20 anni considerati le entrate tributarie sono cresciute di oltre 65 punti, un livello nettamente superiore all’andamento dell’inflazione aumentata di quasi 43 punti percentuali.

Peraltro – ricorda la Cgia – “l’armamentario fiscale italiano è composto da oltre 100 voci: una sequela di addizionali e bolli, dai canoni ai contributi, dai diritti alle imposte per passare alle ritenute. Non mancano, ovviamente, le tasse i tributi e le sovraimposte; senza contare che paghiamo, purtroppo, anche le tasse sulle tasse. L’esempio più clamoroso lo subiamo quando ci rechiamo a fare il pieno alla nostra autovettura. La base imponibile su cui si applica l’Iva è composta anche dalle accise sui carburanti”.

Nel 2016 (ultimo anno in cui è possibile effettuare una comparazione con i paesi Ue) i contribuenti italiani hanno lavorato per il fisco fino al 2 giugno (154 giorni lavorativi), vale a dire 4 giorni in più rispetto alla media registrata nei Paesi dell’area euro e 9 se, invece, la comparazione è realizzata con la media dei 28 Paesi dell’Unione europea. Solo la Francia presenta un numero di giorni di lavoro necessari per pagare le tasse nettamente superiore a quello italiano (+21); tutti gli altri, invece, hanno potuto festeggiare la liberazione fiscale con un netto anticipo. In Germania, ad esempio, 7 giorni prima di noi, in Olanda 12, nel Regno Unito 27 e in Spagna 28. Il paese più virtuoso è l’Irlanda: con una pressione fiscale del 23,6 per cento permette ai propri contribuenti di assolvere gli obblighi fiscali in soli 86 giorni lavorativi .

“Come emerge in molti manuali di scienza delle finanze – sottolinea il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo – con un carico impositivo smisurato anche l’evasione fiscale assume dimensioni economiche preoccupanti”. “In linea generale – segnala il segretario della Cgia Renato Mason – in nessun altro Paese d’Europa viene richiesto uno sforzo fiscale come in Italia. La nostra giustizia civile è lentissima, la burocrazia ha raggiunto livelli ormai insopportabili, la Pubblica amministrazione rimane la peggiore pagatrice d’Europa e il sistema logistico-infrastrutturale registra dei ritardi spaventosi: nonostante queste inefficienze, la richiesta del nostro fisco si colloca su livelli elevatissimi e, per tali ragioni, appare del tutto ingiustificata”.

Oltre all’eccessivo carico fiscale che grava sui contribuenti, concludono dalla Cgia, il problema nel nostro Paese è anche il peso dell’oppressione fiscale che ostacola l’attività quotidiana, soprattutto delle imprese di piccola dimensione. Al netto delle tariffe applicate dai commercialisti per la tenuta della contabilità aziendale, secondo una indagine realizzata periodicamente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, il costo della burocrazia fiscale in capo agli imprenditori (obblighi, dichiarativi, certificazione dei corrispettivi, tenuta dei registri, etc.) ammonta a circa 3 miliardi di euro all’anno.

Carlo Pareto

Previdenza. Congedo di maternità anche per le disoccupate

Previdenza

CONGEDO DI MATERNITÀ  ANCHE PER LE DISOCCUPATE

Se si decide di dare le dimissioni una volta scoperto di essere incinta non si perde il diritto al congedo di maternità, che è l’indennità sostitutiva riconosciuta dall’Inps nei 5 mesi in cui la lavoratrice è obbligata ad assentarsi dal lavoro.

Il congedo di maternità, infatti, spetta anche alle lavoratrici che risultano essere disoccupate o sospese, purché soddisfino determinati requisiti.

Nel dettaglio, per percepire l’indennità sostitutiva Inps per 5 mesi (nei 2 precedenti al parto e nei 3 successivi) è necessario che dalla sospensione del lavoro e l’inizio del congedo non siano trascorsi più di 60 giorni. Qualora siano trascorsi più di 60 giorni, l’indennità di maternità sarà corrisposta solo nel caso in cui la donna risulti essere allo stesso tempo titolare della Naspi (indennità di disoccupazione), che viene sospesa per tutti i 5 mesi. Ricordiamo infatti che per le dimissioni motivate da maternità (quindi quelle presentate dal 1° giorno in cui si viene a conoscenza del proprio stato al compimento del 1° anno di età del figlio) viene riconosciuta la giusta causa e, quindi, si mantiene il diritto alla Naspi.

Se, invece, il congedo ha inizio dopo questa data e non è stata riconosciuta la Naspi, allora l’indennità di maternità spetta solo se questo periodo è inferiore ai 180 giorni e negli ultimi 2 anni ci siano almeno 26 contributi settimanali versati. A tutte queste lavoratrici, quindi, nei 5 mesi coperti dal congedo di maternità, l’Inps riconosce un’indennità sostitutiva pari all’80% della retribuzione precedentemente percepita.

Inpdap-prestiti.it

IL PORTALE FINANZIARIO SUI PRESTITI INPDAP

Inpdap-prestiti.it è il punto di riferimento per tutti i dipendenti e i pensionati del settore pubblico e statale che desiderano richiedere un prestito approfittando di tassi agevolati.

Un primo aiuto per scegliere il finanziamento migliore tra quelli disponibili adeguando la richiesta a quelle che sono le proprie necessità. E tutto avviene in maniera semplice ed immediata grazie ad un menù intuitivo e ricco di alternative costantemente aggiornate.

Inpdap-prestiti.it è un sito che si prefigge di fornire un valido supporto a tutti i dipendenti e pensionati pubblici e statali con iscrizione alla Gestione ex Inpdap.

Non è collegato ne all’ex Inpdap né all’Inps che ne ha assorbito le funzioni con il Decreto Salva Italia. I prestiti Inpdap, di cui il sito fornisce un’utile panoramica, sono finanziamenti a condizione agevolata richiesti direttamente all’Inps o, in alternativa, a società finanziarie o banche convenzionate con l’istituto.

Attualmente si parla di grandi nomi come Pitagora, IBL Banca, Sigla Credit e Findomestic. Il portale si prefigge di seguire gli utenti non solo per la scelta del prestito migliore ma anche in altri importanti ambiti:

– innanzitutto nello stabilire quello che è l’importo massimo richiedibile in base alle proprie caratteristiche creditizie. Come procedere? Si parte sempre dal calcolo del piano di ammortamento, ovvero del rimborso rateale, effettuato in base all’importo dello stipendio (o pensione);

– è possibile simulare il prestito per visualizzarne le possibili rate (minima e massima) semplicemente utilizzando come parametri di ricerca l’ammontare dello stipendio e la propria data di nascita;

– con la stessa semplicità, gli utenti possono effettuare l’operazione inversa partendo dall’importo desiderato e ottenendo una lista dei prestiti consigliati e della relativa durata.

Fidarsi dei servizi forniti da Inpdap-prestiti.it non è difficile. Basta dare un’occhiata a quelli che sono i servizi che offre a tutti coloro che decideranno di consultarne le pagine. Un menù semplice ed intuitivo, ideale anche per chi non è molto abituato a navigare sul web. Il tutto per un totale di 4 diverse sezioni che ben descrivono tutti i servizi di cui è possibile avvalersi, con la massima professionalità e con un unico grande consiglio iniziale, quello di fare sempre i preventivi prima di ogni finanziamento. È completamente gratis e può fare davvero la differenza tra una scelta e l’altra. Le sezioni principali del sito sono 4:

– Prestiti

– Piccolo prestito Inpdap

– Cessione del quinto Inpdap

– Dipendenti pubblici

Prestiti. Ciò che contraddistingue questa sezione di Inpdap-prestiti.it è la concretezza. Tutti i servizi offerti spiegati uno per uno, con una dovizia di particolari difficile da trovare altrove. Ben 7 le sotto-categorie che, alla fine, corrispondono a tutti i prodotti disponibili sul portale. Ecco una breve panoramica di alcuni di essi.

Prestiti per dipendenti pubblici e statali, contraddistinti da condizioni vantaggiose e basati sulla

cessione del quinto online. Si tratta di prestiti ottenibili anche se vi sono altri prestiti in corso e di cui la busta paga è l’unica garanzia.

Prestiti Inpdap Pluriennali, basati sulla cessione del quinto e che possono essere diretti o garantiti. Nel primo caso sono concessi per esigenze di famiglia o personali e vengono rimborsati fino a 10 anni. Il lavoratore deve essere iscritto alla Gestione Unitaria, avere 4 anni di servizio e un contratto a tempo indeterminato. Anche il Tfr viene usato a garanzia. Nel secondo caso, il prestito viene concesso garantendo l’importo in caso di morte, perdita del lavoro o riduzione dello stipendio. Per ottenerlo occorre un certificato di buona salute.

Prestiti a dipendenti statali, con cessione del quinto, e rimborso fino a 120 mesi. Caratteristica importante il tasso fisso per tutta la durata.

Insieme a questi, su Inpdap-prestiti.it sono presenti anche altre tipologie di prestito riservati a tutti i

dipendenti e pensionati pubblici e statali. Si parla, ad esempio, in maniera approfondita dei pensionati Inpdap, dei dipendenti comunali, dei dipendenti para pubblici. Tutte categorie che possono accedere ai tassi agevolati e che possono consultare gratuitamente le pagine del sito per arrivare a scegliere il finanziamento migliore nella maniera più consapevole possibile.

Piccolo prestito Inpdap. Merita una sezione a sé su Inpdap-prestiti.it il piccolo prestito Inpdap. Questo è richiedibile con una procedura guidata direttamente all’interno del portale. Si tratta di piccole somme di denaro richiedibili per affrontare piccoli imprevisti. Il piano di rimborso è compreso tra 1 e 4 anni e prevede l’erogazione di un importo minimo pari ad una mensilità di stipendio e massimo pari a 8 mensilità Attenzione però! Il lavoratore che desiderasse inoltrare richiesta non deve avere altre trattenute in busta paga.

Cessione del quinto Inpdap. La cessione del quinto è un finanziamento che inpdap-prestiti.it propone come prestito previa cessione, per l’appunto, del 20% del netto del proprio stipendio. È rimborsabile fino a 120 mesi e garantisce un tasso fisso per tutta la sua durata.

Dipendenti pubblici. Utili servizi su Inpdap-prestiti.it per i dipendenti pubblici che possono richiedere piccoli prestiti a breve termine o pluriennali se iscritti alla Gestione Unitaria rimborsando con cessione del quinto fino a 120 mesi.

Consulenti lavoro

STRUMENTI IN DL DIGNITA’ NON ADDATTI CONTRO PRECARIETA’

“I consulenti del lavoro, pur considerando molto positivi alcuni interventi del decreto Dignità, come quello sugli effetti delle delocalizzazioni, e condividendo che il contrasto alla precarietà sia un obiettivo da perseguire con la massima determinazione, osservano che gli strumenti utilizzati dal decreto non sembrano i più adatti allo scopo”. E’ quanto si legge nel documento di osservazioni e proposte sul decreto Dignità che il Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro ha presentato oggi in audizione alla Camera dei deputati. I consulenti chiedono di “riportare la durata massima del contratto a termine alla misura di trentasei mesi: ciò garantisce maggiori certezze in funzione della continuità della prestazione lavorativa”. “L’intenzione di reintrodurre le causali per legittimare la stipula del contratto a termine – dicono – può essere confermata imponendo tale requisito per i rapporti di lavoro di durata superiore a ventiquattro mesi”.

“Sempre al fine di impedire -sostengono- momenti di incertezza interpretativa, la formulazione delle causali deve essere riconsiderata affinché possano garantire gli obiettivi prefissi con il decreto senza introdurre motivi di ulteriore difficoltà applicativa e interpretativa, causa di contenzioso”. “In particolare, la causale di natura sostitutiva di lavoratori assenti dovrebbe essere articolata in modo tale da essere connessa a qualsiasi tipo di assenza sia volontaria che involontaria e senza che vi sia una correlazione specifica con una singola motivazione, potendo così essere utilizzata per sostituire la complessiva assenza di un lavoratore a prescindere dalle specifiche motivazioni”, chiariscono.

Riguardo ai termini di impugnazione del contratto a tempo determinato, per i consulenti, “non vi sono ragioni apparenti per giustificare il prolungamento del termine per verificare l’effettività della sussistenza delle ragioni giustificatrici l’apposizione del termine al contratto”. “Individuare un periodo più lungo, ha come effetto certo l’aumento della latenza del contenzioso e l’allontanamento del momento della sua definizione. Non si ravvisano altrimenti giovamenti nell’ampliamento previsto dal decreto legge”, aggiungono.

Sulle modifiche apportate all’indennizzo nelle ipotesi di licenziamento, sottolineano, “si ritiene opportuno valutare l’impatto della riforma in rapporto alla sua ratio, al suo impatto e, infine, alle sue criticità”. “La ratio della novella legislativa – precisano – risulta non particolarmente comprensibile. Si tratta di un aumento delle indennità da riconoscere in caso di licenziamento invalido. Non appaiono immediatamente evidenti i vantaggi occupazionali che si avrebbero o la limitazione della precarietà che ne dovrebbe conseguire. Si tratta di un intervento relativo a un momento patologico e non ordinario della gestione del rapporto di lavoro”. In generale, ribadiscono, “è l’intervento che desta perplessità”. “Infatti, si nota, da un lato, una scarsa efficacia intrinseca – proseguono – nella dichiarata lotta alla precarietà e, dall’altro lato, una conseguenza negativa sugli istituti collegati”.

“Uno su tutti: il meccanismo premiale dell’offerta conciliativa, introdotto – ricordano – dal Jobs act, che, attualmente, prevede un sistema snello e rapido, grazie al quale le parti, in relazione alla legittimità del licenziamento, possono operare le proprie valutazioni di opportunità e decidere in via preventiva di comporre la potenziale lite”.

L’aumento del minimo della indennità in caso di condanna diminuisce l’appetibilità dell’offerta. Conseguentemente, depotenzia l’efficacia dell’istituto deflattivo, aumentando l’accesso al contenzioso, conseguenza evidentemente sfavorevole alle dinamiche del mondo del lavoro, che da sempre persegue celerità e certezza, attraverso la predisposizione di soluzioni alternative al contenzioso, per assicurare l’effettività della tutela sostanziale dei diritti in gioco”, concludono i consulenti del lavoro.

Carlo Pareto

Visite fiscali. Cosa devono fare i lavoratori in caso di malattia

Visite fiscali

ARRIVA UNA GUIDA DELL’INPS

Cosa devono fare i lavoratori in caso di malattia? Per risolvere dubbi e domande arriva una guida sulla certificazione telematica e sulle visite mediche di controllo. Un vademecum con cui l’Inps vuole rispondere alle richieste più frequenti di dipendenti, pubblici e privati, indicando i passi da seguire quando, causa malattia, si è impossibilitati ad andare al lavoro.

“La prima cosa da fare – ricorda l’istituto – è contattare il proprio medico curante che ha il compito di redigere e trasmettere il certificato in via telematica all’Inps. Certificato e attestato cartacei (l’attestato indica solo la prognosi, ossia il giorno di inizio e di fine presunta della malattia; il certificato indica la prognosi e la diagnosi, ossia la causa della malattia) sono accettati solo quando non sia tecnicamente possibile la trasmissione telematica”.

Il lavoratore, si legge, “deve prendere nota del numero di protocollo del certificato e controllare l’esattezza dei dati anagrafici e dell’indirizzo di reperibilità per la visita medica inseriti”. Inoltre, può “verificare la corretta trasmissione del certificato tramite l’apposito servizio sul sito Inps, inserendo le proprie credenziali (codice fiscale e Pin o Spid per consultare il certificato; codice fiscale e numero di protocollo per consultare l’attestato)”.

Reperibilità – Nel certificato, “il medico deve inserire (solo se ricorrono) l’indicazione dell’evento traumatico e la segnalazione delle agevolazioni per cui il lavoratore, privato o pubblico, sarà esonerato dall’obbligo del rispetto della reperibilità”. Per quanto attiene le fasce per le visite fiscali di controllo, possono essere disposte d’ufficio dall’Istituto o su richiesta dei datori di lavoro per i propri dipendenti. La reperibilità cambia tra privato e pubblico: i lavoratori privati sono tenuti a essere reperibili nelle fasce 10-12 e 17-19. Per quelli pubblici, nelle fasce 9-13 e 15-18.

Assenza – Infine, “se il lavoratore risulta assente alla visita domiciliare, viene invitato a recarsi, in una data specifica, (generalmente il giorno dopo), presso gli ambulatori della struttura territoriale Inps di competenza. E’ comunque tenuto a presentare una giustificazione valida per l’assenza per non incorrere in eventuali azioni disciplinari da parte del datore di lavoro”.

Dipendenti pubblici

TORNANO I BUONI PASTO

Buone notizie per i buoni pasto degli statali. Il ministro per la Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno ha annunciato che dal 6 agosto torneranno ad essere erogati da un nuovo fornitore. “Come promesso, il servizio di erogazione dei buoni pasto per i dipendenti pubblici riprenderà il prossimo 6 agosto” ha reso noto Bongiorno, aggiungendo che è stato individuato il nuovo fornitore. “Un ottimo risultato raggiunto in poco tempo, in sinergia con le strutture competenti del Ministero dell’Economia e di Consip” ha aggiunto il ministro.

Dopo la disdetta della convenzione con Qui!Group, il ministero si era messo al lavoro per risolvere la situazione prima possibile evitando di danneggiare ulteriormente i dipendenti pubblici. Il caos sui buoni pasto è esploso dopo che la Consip ha annunciato la risoluzione della convenzione con la società Qui!Group “per reiterato, grave e rilevante inadempimento delle obbligazioni contrattuali”. Tra i disservizi contestati al fornitore la mancata spendibilità dei buoni emessi ed il mancato rimborso degli stessi alle imprese esercenti. Da qui la chiusura dell’accordo con il fornitore di Qui!Ticket.

Previdenza

PENSIONE, COSA DOBBIAMO ATTENDERCI

Pensione, si cambia. Dal prossimo anno ogni biennio si provvederà ad adeguare i requisiti per la pensione con le aspettative di vita. Dal 1° gennaio 2019 l’età per la pensione di vecchiaia salirà a 67 anni (71 per l’opzione contributiva), mentre per la pensione anticipata saranno necessari 43 anni e 3 mesi di contributi per gli uomini. Per le donne 42 anni e 3 mesi.

Tuttavia non faremo in tempo a metabolizzare questo cambiamento che ci sarà un nuovo adeguamento: nel 2021, infatti, l’età pensionabile per la pensione di vecchiaia salirà di altri 3 mesi, arrivando a 67 anni e 3 mesi.

D’altronde i miglioramenti nel campo della medicina e della farmacologia hanno fatto sì che la speranza di vita si allungasse, attivando un processo costante nel tempo: secondo le previsioni dell’Istat, infatti, ogni biennio le aspettative di vita dovrebbero crescere di circa 2 o 3 mesi, comportando così un aumento dell’età pensionabile.

Quindi è vero che in futuro vivremo di più, ma è anche vero che la maggior parte del tempo la passeremo lavorando. Con la crescita costante dell’età pensionabile (sempre che le previsioni dell’Istat siano confermate), infatti, in futuro non si potrà andare in pensione prima dei 70 anni.

Lo conferma una interessante, recente infografica realizzata da Money.it in cui sono indicati i cambiamenti che interverranno sul fronte previdenziale nei prossimi anni. Come possiamo vedere dall’immagine, dal 2021 in poi l’età pensionabile aumenterà di 2 mesi ogni biennio, superando i 68 anni nel 2031 e i 69 nel 2043. Un giovane di 20 anni, che oggi probabilmente ha appena iniziato a lavorare (oppure a studiare in un corso universitario), dovrebbe quindi attendere il 2069 per andare in pensione, alla veneranda età di 71 anni e 3 mesi.

Tutti disoccupati, così 600mila famiglie

SUD: RAPPORTO SVIMEZ

Il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018, da 362 mila a 600 mila (nel Centro-Nord sono 470 mila)”. Così la Svimez che parla “di sacche di crescente emarginazione e degrado sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche”. E definisce “preoccupante la crescita del fenomeno dei ‘working poors'”, ovvero del “lavoro a bassa retribuzione, dovuto a complessiva dequalificazione delle occupazioni e all’esplosione del part time involontario”.

Nel 2019 “si rischia un forte rallentamento dell’economia meridionale: la crescita del prodotto sarà pari a +1,2% nel Centro-Nord e +0,7% al Sud”. E’ quanto prevede la Svimez, nelle anticipazioni del Rapporto di quest’anno. Nel 2017, si spiega, “il Mezzogiorno ha proseguito la lenta ripresa” ma “in un contesto di grande incertezza” e “senza politiche adeguate” rischia di “frenare”, con “un sostanziale dimezzamento del tasso di sviluppo” nel giro di due anni (dal +1,4% dello scorso anno al +0,7% del prossimo).

“Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Quasi 800 mila non sono tornati”. E’ questo il ‘bollettino’ della Svimez sulla ‘fuga’ dal Sud, il cui peso demografico non fa che diminuire.

La Svimez, l’associazione per lo sviluppo industriale nel Mezzogiorno, nelle anticipazioni del Rapporto 2018 lancia l’allarme sul “drammatico dualismo generazionale”. E spiega: “il saldo negativo di 310 mila occupati tra il 2008 e il 2017 al Sud è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-578 mila), di una contrazione di 212 mila occupati nella fascia adulta 35-54 anni e di una crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+470 mila unità)”. Insomma, sintetizza, “si è profondamente ridefinita la struttura occupazionale, a sfavore dei giovani”.

Carlo Pareto

Riscatto laurea, come determinare l’onere. Versamenti Volontari: entro il 30 Giugno pagamento all’inps

Inps

RISCATTO LAUREA

Riscatto laurea, come si determina l’onere dovuto? Il riscatto del titolo di studio è molto importante, in particolare per valorizzare ai fini pensionistici il percorso del proprio ciclo di studi universitari. L’Inps (Istituto nazionale della previdenza sociale) ha fornito in proposito alcune indicazioni, come ha di recente evidenziato il periodico Orizzonte Scuola, a partire, per esempio, da quali periodi si possono riscattare. Essi sono cinque in totale:

i diplomi universitari, i cui corsi non siano stati di durata inferiore a due e superiore a tre anni;

i diplomi di laurea i cui corsi non siano stati di durata inferiore a quattro e superiore a sei anni;

i diplomi di specializzazione conseguiti successivamente alla laurea e al termine di un corso di durata non inferiore a due anni;

i dottorati di ricerca i cui corsi sono regolati da specifiche disposizioni di legge;

i titoli accademici introdotti dal decreto 3 novembre 1999, n. 509 ovvero Laurea (L), al termine di un corso di durata triennale e Laurea Specialistica (LS), al termine di un corso di durata biennale propedeutico alla laurea.

Riscatto laurea, come determinare i costi

L’Inps ha altresì comunicato importanti informazioni riguardo i titoli rilasciati dagli Istituti di Alta Formazione Artistica Musicale: è infatti possibile – secondo quanto chiarito dall’Istituto di previdenza – riscattare a fini pensionistici i nuovi corsi attivati a partire dall’anno accademico 2005-2006 che forniscono il conseguimento dei seguenti titoli di studio: diploma accademico di primo livello; diploma accademico di secondo livello; diploma di specializzazione; diploma accademico di formazione alla ricerca, equiparato al dottorato di ricerca universitario dall’art.3, comma 6, decreto del Presidente della Repubblica 8 luglio 2005, n. 212. Come è noto, il riscatto della laurea può riguardare sia l’intero periodo che un periodo ridotto. Dal 1997 è inoltre possibile riscattare due o più corsi di laurea, con valore retroattivo. Non è invece possibile chiedere la rinuncia o la revoca della contribuzione da riscatto della laurea “legittimamente accreditata a seguito del pagamento del relativo onere”,

Previdenza

VERSAMENTI VOLONTARI: ENTRO IL 30 GIUGNO IL PAGAMENTO ALL’INPS

Scade sabato 30 giugno, il termine ultimo utile per corrispondere all’Inps i contributi volontari relativi al primo trimestre dell’anno corrente (gennaio – marzo 2018). Al riguardo è appena il caso di precisare che nel 2018 per coprire un anno di contribuzione volontaria occorre una spesa minima di 2.941 euro. E se si è stati autorizzati dopo il 31 dicembre del 1995 si deve addirittura spendere 527 euro in più. Entro la fine del corrente mese – come già indicato in apertura – scade quindi il termine per il pagamento riferito al trimestre gennaio – marzo, il primo dei quattro appuntamenti previsti per quest’anno (il secondo del 2018 è infatti fissato al 30 settembre prossimo). L’aumento registrato nel 2018, in confronto al 2017 (ultimo incremento intervenuto per effetto dell’inflazione rilevata dall’Istat nel corso dello stesso anno), è dovuto alla consueta lievitazione delle retribuzioni di riferimento, aggiornate all’1,1% per via dell’inflazione. La «volontaria» – si ricorda – coinvolge numerosi ex lavoratori (soprattutto donne) che hanno scelto di continuare l’assicurazione provvedendo in proprio, con lo scopo di maturare comunque il diritto alla pensione. Da un’occhiata sommaria alle tabelle, i cui parametri vigenti nel 2018 sono indicati in un’apposita, specifica circolare Inps, si nota facilmente come costa sempre di più «farsi» una prestazione pensionistica da soli, per chi si è ritirato prima del tempo dall’attività lavorativa. Non solo, ma in passato – giova sottolinearlo – la sola autorizzazione al versamento ha costituito un ottimo scudo per difendersi dalle novità progressivamente introdotte in materia di requisiti pensionistici. Anche se, dopo la riforma Monti-Fornero, ora non è più così.

Valori 2018. Le somme da corrispondere differiscono a seconda della decorrenza dell’autorizzazione: prima o dopo dicembre 1995. L’ammontare del contributo volontario si ottiene, infatti, applicando alla retribuzione di riferimento (quella dell’ultimo anno di lavoro) l’aliquota contributiva vigente che per gli ex dipendenti è pari al 27,87%, se autorizzati sino al 31 dicembre 1995, e al 33% (per le quote fin ai i 46.123 euro annui) per le autorizzazioni successive.

Esiste anche una retribuzione base (minimale), pari al 40% del minimo di pensione mensile. In altri termini, per il 2018, con un minimale di retribuzione settimanale pari a 202,97 euro, il contributo non può essere inferiore a 66,69 euro per i soggetti autorizzati sino al 31 dicembre 1995 e a 56,56 euro per le autorizzazioni successive.

Il pagamento dei contributi volontari può avvenire in tre modi diversi:

1) utilizzando il bollettino Mav (pagamento mediante avviso);

2) online, sul sito internet www.inps.it;

3) telefonando al numero verde gratuito 803.164, utilizzando la carta di credito;

Una protezione vulnerabile. La possibilità di versare volontariamente in occasione delle precedenti riforme ha sempre costituito una vera e propria polizza assicurativa. A cominciare dall’elevazione del minimo di contributi richiesto per la vecchiaia, innalzato da 15 a 20 anni dalla riforma Amato del 1993, dove è prefigurata la conservazione dei «vecchi» 15 anni in favore dei soggetti autorizzati alla prosecuzione volontaria entro il 31 dicembre 1992. Per non parlare dei famosi «blocchi» temporanei delle pensioni di anzianità, avvenuti più volte tra il 1994 e il 1998, che in questi casi non hanno trovato applicazione,

Adesso la musica è cambiata. Soltanto un ristretto numero di contribuenti volontari è infatti rientrato, in passato, nella schiera dei cosiddetti “salvaguardati” dall’inasprimento dei requisiti pensionistici prefigurati dalla riforma Fornero. Ciò non toglie che la richiesta di autorizzazione alla prosecuzione volontaria, inoltrata alla cessazione o sospensione del servizio lavorativo, sia inutile. Non costa nulla e non è soprattutto impegnativa (nel senso che non si è affatto obbligati a continuare a versare fino alla quiescenza).

Legge 104

QUANDO SI PUÒ CHIEDERE IL CONTRASSEGNO AUTO

Il contrassegno disabili su auto, è un’agevolazione prevista per facilitare la mobilità delle persone che possono usufruire della legge 104. Ecco, in breve sintesi, come è possibile ottenere e rinnovare questo documento.

Intanto incominciamo col dire che si tratta di un tagliando che consente a persone a mobilità ridotta, non vedenti o con altre patologie invalidanti di ottenere facilitazioni nella circolazione e nella sosta – anche in zone vietate agli altri veicoli – delle auto a loro servizio.

Chi rilascia e cos’è il contrassegno disabili auto?

Il contrassegno disabili auto viene rilasciato dal comune di residenza – più precisamente dal sindaco (lo prevede l’art.188 del Codice della Strada, CdS, e l’art. 381 del Regolamento di esecuzione del CdS) – e dura normalmente cinque anni, ma può essere rilasciato anche a tempo determinato se il soggetto richiedente ha un’invalidità temporanea. Il titolo è personale, non è vincolato ad uno specifico veicolo e non è cedibile. Fino al 15 settembre 2012 il contrassegno per auto rilasciato dal Comune era rappresentato da un tagliando di colore arancione, con il simbolo di un uomo sulla sedia a rotelle in nero. Dopo quella data è entrato in vigore un nuovo contrassegno di colore azzurro, e il simbolo dell’uomo sulla sedia a rotelle in bianco su fondo blu. Il nuovo tagliando è valido sul territorio italiano e anche sugli altri ventisette paesi aderenti all’Unione Europea. Dal 15 settembre 2015 i vecchi contrassegni non sono più validi mentre nei nuovi tagliandi è presente la foto del soggetto svantaggiato.

Qual’è l’iter per ottenere il contrassegno disabili auto

Se siamo al primo rilascio, bisogna presentare un’apposita domanda, indirizzata al sindaco del Comune di residenza, allegando come certificazione medica almeno uno di questi due documenti:

il verbale di invalidità rilasciato normalmente dall’Inps;

la certificazione medica che attesta la patologia invalidante – che può essere rilasciato tra gli altri dall’Ufficio di Medicina Legale dell’Azienda Sanitaria Locale di appartenenza.

Se il soggetto richiedente soffre di una patologia invalidante temporanea, il contrassegno verrà rilasciato a tempo determinato – e la certificazione medica deve indicare la durata presumibile di tale invalidità.

Il rilascio del contrassegno permanente è gratuito – può essere chiesto un versamento per i tagliandi temporanei. I tempi del rilascio variano da comune a comune. In caso di rinnovo – attenzione non bisogna far scadere il vecchio tagliando da più di 90 giorni prima di fare questa domanda -, alla solita richiesta indirizzata al sindaco basta allegare un certificato del proprio medico di medicina generale, se il primo documento medico indicava che l’invalidità era permanente – altrimenti si deve seguire lo stesso iter prefigurato per il primo rilascio.

Carlo Pareto

Sempre più persone accedono ai servizi con l’applicazione ‘Inps Mobile’

Consulenti del lavoro

FARI PUNTATI SU APE AZIENDALE

La Fondazione studi consulenti del lavoro, con la circolare n.13/2018, fa luce sull’Ape aziendale. Dal 13 aprile scorso, l’Inps ha infatti reso disponibile sul proprio sito il servizio che consente di fare domanda per l’anticipo finanziario a garanzia pensionistica, l’Ape volontario. “Questa possibilità ha aperto le porte anche alla cosiddetta Ape aziendale: un ulteriore strumento di flessibilità in mano ai datori di lavoro privati, che consente di incentivare l’esodo dei lavoratori”, spiegano i consulenti del lavoro. Nella circolare della Fondazione studi si ricorda che l’Ape aziendale è richiedibile “contestualmente alla domande dell’Ape volontario fino al 31 dicembre 2019, salvo ulteriori proroghe previste da future disposizioni normative”.

I consulenti, nella circolare, evidenziano con esempi pratici la natura, convenienza e modalità di calcolo della possibilità di uscita anticipata dal lavoro. Si ritiene, infatti, che l’Ape aziendale possa annoverarsi, se opportunamente usata, fra le iniziative più interessanti con cui favorire i ricambi generazionali nelle imprese. L’Ape aziendale consente, infatti, ai datori di lavoro e agli altri soggetti designati dalla norma di aumentare, direttamente e senza costi aggiuntivi, la posizione assicurativa del proprio lavoratore attraverso una ‘dote contributiva’ che comporta un incremento stabile della cosiddetta Quota C (Contributiva) della posizione assicurativa, senza alcun aumento delle settimane contributive utili ad avere diritto alla pensione.

I destinatari della misura sono i datori di lavoro privati, gli enti pubblici economici; gli Istituti autonomi case popolari, trasformati in base alle diverse leggi regionali in enti pubblici economici; gli enti che – per effetto dei processi di privatizzazione – si sono trasformati in società di persone o società di capitali ancorché a capitale interamente pubblico; le ex Ipab trasformate in associazioni o fondazioni di diritto privato, in quanto prive dei requisiti per trasformarsi in Asp, e iscritte nel registro delle persone giuridiche; le aziende speciali costituite anche in consorzio; i consorzi di bonifica; i consorzi industriali; gli enti morali; gli enti ecclesiastici. L’Ape aziendale è accessibile anche agli ‘enti bilaterali’ e ai Fondi di solidarietà bilaterali.

Innovazione

CRESCE USO APP MOBILE INPS

Sempre più persone accedono ai servizi messi a disposizione dall’Inps con l’applicazione ‘Inps Mobile’, utilizzabile su dispositivi Apple e Android. E’ quanto si legge in una nota dell’Inps. Fra quelli che l’Istituto ha da tempo reso disponibili, grande successo stanno ottenendo in particolare i servizi ‘Stato domanda’ e ‘Stato pagamenti’, che consentono agli utenti di acquisire importanti informazioni senza doversi recare agli sportelli. Con il servizio ‘Stato domanda’, fornendo il proprio codice fiscale e il proprio pin o spid, si può visualizzare lo stato di lavorazione di una richiesta presentata all’Istituto. Con il servizio ‘Stato pagamenti’, invece, sempre fornendo il proprio codice fiscale e il proprio pin o spid, ciascuno può visualizzare il dettaglio di un pagamento erogato dall’Istituto in suo favore, a fronte di una o più prestazioni pensionistiche o non pensionistiche.

Le informazioni visualizzabili si riferiscono all’ultimo pagamento erogato, in ordine cronologico, per ogni prestazione e con un orizzonte temporale non superiore agli ultimi due mesi precedenti alla data di consultazione. La finalità del servizio è, infatti, quella di fornire all’utente un riscontro immediato del pagamento disposto, in suo favore, dall’Inps per il mese corrente.

Nei primi 4 mesi del 2018 i contatti del servizio ‘Stato pagamenti’ sono stati 18.748.283, contro i 34.003.761 dell’intero 2017, con un picco nel mese di gennaio di 5.447.415 visite virtuali. I contatti del servizio ‘Stato domanda’ nel primo quadrimestre 2018 sono stati invece 5.978.612, a fronte dei 9.977.400 dell’anno precedente (in questo caso il numero maggiore di visite, 1.777.825, si è registrato nel mese di marzo).

Imprese e sindacati

INSIEME PER LA SICUREZZA SUL LAVORO

Parte dal Bhge Florence Learning Center l’iniziativa congiunta di Federmeccanica, Assistal e Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm Uil per promuovere la cultura della sicurezza e le buone pratiche nei luoghi di lavoro. “Con la stipula del contratto nazionale del 26 novembre 2016, Federmeccanica, Assistal, Fim-Cisl, Fiom-Cgil e Uilm-Uil -spiega una nota delle sigle di datori e lavoratori della meccanica- hanno condiviso che la tutela della salute dei lavoratori impone la massima attenzione e responsabilità e che l’impegno in tale ambito debba essere totale e dettato da un profondo rispetto per la persona, che rappresenta il primo presupposto sia della cultura della sicurezza sia di un’efficace attività di prevenzione. A questo fine il nuovo ccnl ha previsto la costituzione della Commissione paritetica nazionale”.

L’incontro svoltosi di recente a Firenze, presso Bbghe-Nuovo Pignone, rappresenta la prima iniziativa pubblica della Commissione e l’inizio di un percorso congiunto che, lungo tutta l’Italia, porterà i temi della salute e della cultura della sicurezza nei luoghi di lavoro nelle diverse tipologie di aziende e impianti che compongono il settore metalmeccanico.

A sancire la prima fase dei lavori della Commissione è stata la sottoscrizione, avvenuta nel corso del convegno fiorentino, di un protocollo di intesa con Inail rappresentato dal presidente, Massimo De Felice, che permetterà di perseguire gli obiettivi di conoscenza del fenomeno degli infortuni e delle malattie professionali nel settore metalmeccanico e della installazione di impianti e di svolgere con più efficacia la diffusione della cultura della sicurezza e delle attività di prevenzione.

“La scelta di organizzare questo evento presso un’azienda non è casuale -spiega la nota- ma dettata dalla volontà di far conoscere e approfondire gli esempi di ‘buone pratiche’ in materia di sicurezza che ogni giorno le aziende mettono in campo e che, come nel caso di Bhge-Nuovo Pignone, il controllo della sicurezza è esteso anche a tutta la filiera degli appalti. L’invito che le parti hanno rivolto alle istituzioni è quello di cominciare a premiare queste esperienze, attraverso un riconoscimento concreto affinché venga incentivata sempre più la diffusione di queste buone pratiche, tra le grandi aziende come nelle piccole (perché vi sono esempi virtuosi anche tra le Pmi)”.

“Federmeccanica – ha commentato Alberto Dal Poz, presidente di Federmeccanica – è impegnata a promuovere la sicurezza sul lavoro e la tutela dell’ambiente. Si tratta di diffondere la cultura della sicurezza e di farlo in maniera capillare, pervasiva. Occorre, quindi, agire sempre di più sulla leva informativa. La sicurezza è prevenzione, la sicurezza è responsabilità di ognuno e richiede il coinvolgimento attivo di tutti”.

“Questo è quello che abbiamo previsto nel nuovo contratto e per questo siamo qui oggi, insieme. Perché sicurezza e cooperazione vanno di pari passo. Le imprese, gli incaricati dalle aziende (Rspp, i preposti, il medico incaricato della sorveglianza sanitaria), assieme ai rappresentanti dei lavoratori in materia di sicurezza e a tutti i lavoratori, possono innescare un circuito virtuoso basato sul confronto e sull’ascolto reciproco. E’ importante che il nostro messaggio parta da un’azienda modello, una buona pratica che può rappresentare un esempio. Qui si fa la cultura della sicurezza, il nostro compito, il nostro impegno è diffonderla”, ha concluso Dal Poz.

Previdenza

PENSIONI PIÙ BASSE DAL 2019

Assegni più leggeri per chi andrà in pensione nel 2019. A partire dal prossimo anno, chi si ritirerà dal lavoro percepirà una pensione annua inferiore, mediamente, di oltre l’1% rispetto a chi ci è già andato o ci andrà quest’anno. Il decreto che lo stabilisce è il dm 15 maggio del ministero del lavoro, pubblicato ieri in Gazzetta Ufficiale, che fissa i coefficienti di trasformazione del montante contributivo validi dal 2019 al 2021 (i coefficienti che applicati al totale dei contributi versati durante la vita lavorativa, determinano l’importo annuo di pensione cui ha diritto il lavoratore).

Come ha opportunamente ricordato al riguardo ‘Italia Oggi’, da quando nel 2009 è stata introdotta la revisione dei coefficienti non ci sono mai state variazioni positive. Quella corrente è la numero quattro. Il quotidiano specializzato riporta anche un esempio: un lavoratore con 100 mila euro di contributi versati e 65 anni d’età, ha visto calare in questi anni la propria pensione di circa 900 euro. Il prossimo anno sarà di 5.245 euro, nel 2009 è stata di 6.136 euro.

Il quotidiano economico nazionale ha calcolato che se nel triennio 2013/2015, a parità di ogni altra condizione, gli assegni sono stati alleggeriti in media di circa il 3% rispetto al triennio precedente, 2010/2012, con il terzo taglio c’è stata una riduzione ulteriore di circa il 2%, sempre in media, portando a circa l’11% la riduzione, in media, di tutto il periodo che va dal 2009 al 2018.

La riforma Fornero ha agevolato chi rimarrà al lavoro fino a 70 anni e 7 mesi ma dal prossimo anno, ha ribadito il quotidiano ‘Italia Oggi’ entrerà in vigore un nuovo coefficiente: quello legato all’età di 71 anni.

Lavoro

ISPETTORI AD AMAZON ASSUMETE 1.30 INTERINALI

Oltre 1.300 lavoratori precari di Amazon Italia hanno il diritto di essere assunti dal colosso americano dell’e-commerce. È quanto stabilito dall’Ispettorato del lavoro che ha contestato ad Amazon di aver ‘sforato’ le quote consentite dalla legge di lavoratori “somministrati” e chiede la stabilizzazione degli oltre 1.300 lavoratori interinali utilizzati oltre i limiti. L’accertamento nei confronti di Amazon Italia Logistica era iniziato lo scorso 7 dicembre e il verbale, si legge sul portale dell’Ispettorato, è stato notificato il 30 maggio scorso.

L’Ispettorato del Lavoro contesta ad Amazon di aver ‘sforato’ le quote consentite dalla legge di lavoratori “somministrati” e chiede la stabilizzazione degli oltre 1.300 lavoratori interinali utilizzati oltre i limiti. E’ in sintesi la conclusione cui giunge l’Ispettorato che dipende dal ministero del Lavoro nel verbale con cui si conclude l’accertamento iniziato nei confronti di Amazon Italia Logistica lo scorso 7 dicembre. Il verbale, si legge sul portale dell’Ispettorato, è stato notificato il 30 maggio scorso.

“È stato contestato all’azienda di aver utilizzato, nel periodo da luglio a dicembre 2017, i lavoratori somministrati oltre i limiti quantitativi individuati dal contratto collettivo applicato. Si evidenzia infatti che l’impresa, a fronte di un limite mensile di 444 contratti di somministrazione attivabili, nel periodo suindicato, ha invece sensibilmente superato tale limite, utilizzando in eccesso un totale di 1.308 contratti per lavoratori somministrati” scrive l’Ispettorato.

“L’iniziativa ispettiva potrà consentire la stabilizzazione degli oltre 1.300 lavoratori interinali utilizzati oltre i limiti, i quali pertanto potranno richiedere di essere assunti, a tempo indeterminato, e a far data dal primo giorno di utilizzo, direttamente dalla società Amazon” prosegue la nota. In esito ad altri profili oggetto di accertamento non sono invece emerse irregolarità, né sono state accertate violazioni in tema di controllo a distanza dei lavoratori.

La replica dell’azienda – Amazon, scrive in una nota il colosso dell’e-commerce, “è un datore di lavoro corretto e responsabile”. “Rispettiamo il lavoro svolto dall’autorità ispettiva e ci impegniamo affinché tutte le osservazioni che ci vengono rivolte siano affrontate il più rapidamente possibile”. Nello specifico in questi giorni, sottolinea Amazon, “abbiamo ricevuto il verbale di accertamento e in esso non è riportato il numero di contratti in somministrazione, citato nei media e nel comunicato stampa dell’Ispettorato del Lavoro”.

Carlo Pareto

Ape volontaria, Ape aziendale, Rita. Un convegno sulle tre forme di flessibilità in uscita

Previdenza

CUMULO INPS – CASSE PROFESSIONALI, RAGGIUNTA L’INTESA

L’Inps, al fine di evitare penalizzazioni per i lavoratori mobili in ambito pensionistico, nel corso dell’ultimo anno si è molto impegnato sia per trovare un’interpretazione capace di sbloccare l’attuazione della legge sul cumulo, sia per trovare un punto d’incontro con le Casse professionali private al fine di dare attuazione alla legge.

Il 28 marzo scorso, l’Inps e le casse professionali Inarcassa ed Enpam hanno raggiunto l’accordo su un nuovo testo di convenzione, che è stato già siglato. In linea col testo proposto la scorsa settimana alle Casse dall’Inps, gli oneri sostenuti per le procedure amministrativo-contabili necessarie per l’erogazione delle prestazioni saranno divisi in base alla quota di pensione erogata da ciascun ente. In particolare, il testo rimette a una commissione di esperti, designati pariteticamente dalle parti ed integrati con un componente indicato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ed uno indicato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, la determinazione dell’importo da ripartire, fermo restando l’immediato rimborso analitico delle commissioni bancarie sostenute. L’Inps si attende che nelle prossime ore possano pervenire le sottoscrizioni anche da parte delle altre Casse Professionali.

Il nuovo testo di convenzione sottoscritto permette da subito di sbloccare le lavorazioni delle domande già pervenute per procedere ai pagamenti delle pensioni in cumulo, mentre le parti potranno risolvere il problema della spartizione degli oneri amministrativi in un secondo momento, senza che ciò abbia ulteriori ripercussioni sui professionisti coinvolti. Le prime liquidazioni sono partite entro Pasqua e i relativi pagamenti sono stati resi disponibili a partire dal 20 aprile.

Lavoro

ASSEGNO DI RICOLLOCAZIONE AL VIA DA APRILE

Dal 3 aprile scorso è entrato a regime l’assegno di ricollocazione, il contributo economico che va da 250 a 5.000 euro per i servizi per il lavoro che offrono un’opportunità di impiego ad un disoccupato che sia almeno da quattro mesi percettore di Naspi, la nuova indennità di disoccupazione, ma anche a chi rientra nelle politiche di contrasto alla povertà (nel Rei) o è in cassa integrazione straordinaria.

Si tratta di un voucher, un ammortizzatore sociale introdotto dal Jobs Act, con cui lo Stato finanzia i programmi di formazione per disoccupati. A gestirlo è l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (Anpal). Punta ad aiutare le persone senza lavoro nella ricerca di un’occupazione, offrendo un servizio personalizzato e intensivo di assistenza nei Centri per l’impiego, agenzie per il lavoro accreditate e fondazione consulenti del lavoro.

Un assegno che diventa tanto più pesante quanto più è difficile (per formazione, territorio e quant’altro) ricollocare il lavoratore in questione. La somma viene percepita dai centri per l’impiego, dalle agenzia per il lavoro o da altri enti accreditati se l’operazione ha avuto successo, cioè se ha portato a un contratto di lavoro.

A quanto ammonta – L’assegno di ricollocazione va da mille a 5mila euro se il disoccupato trova un nuovo impiego a tempo indeterminato, apprendistato compreso. Da 500 a 2.500 euro se si firma un contratto a termine di almeno 6 mesi. Nelle regioni considerate “meno sviluppate” (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia) si può scendere a 250 fino a 1.250 euro se si instaura un rapporto a tempo tra i tre e sei mesi.

L’entità dell’assegno varia anche a seconda della difficoltà di reinserimento occupazionale dell’interessato, stabilita nella fase di profilazione. Si terrà conto, tra l’altro, di età, sesso, livello di istruzione, collocazione geografica, precedente esperienza lavorativa.

Chi ne ha diritto – L’assegno può essere richiesto non solo da chi ha diritto alla Naspi da almeno quattro mesi ma anche dai beneficiari del Reddito di inclusione e dai lavoratori in accordi di ricollocazione. L’importo dell’assegno non viene corrisposto alla persona disoccupata ma al soggetto che si prende in carico il lavoratore; viene messo in pagamento soltanto a risultato occupazionale acquisito. Una novità appena introdotta riguarda la procedura prefigurata dall’ultima manovra grazie alla quale il servizio può essere anticipato per i lavoratori già in Cigs.

La procedura – Una volta che il disoccupato presenta domanda, sceglie chi eroga il servizio di assistenza: può essere un centro per l’impiego o un ente accreditato ai servizi per il lavoro. La richiesta dell’assegno è volontaria e si può presentare anche in via telematica. Il centro per l’impiego, entro 15 giorni, deve decidere se rilasciare o meno l’assegno dopo le verifiche. Se viene accettato si deve quindi elaborare il Patto di servizio personalizzato e il programma di ricerca intensivo. A quel punto il disoccupato deve partecipare agli incontri concordati e deve accettare le offerte congrue di lavoro ricevute. Se rifiuta può andare incontro a sanzioni che partono da una prima decurtazione dell’assegno e arrivano fino alla sua perdita totale.

Come funziona – Un tutor seguirà il disoccupato, proponendogli un programma di ricerca intensiva di una nuova occupazione. Il destinatario dell’assegno dovrà svolgere le attività individuate dal tutor e accettare le offerte di lavoro congrue, come definite all’articolo 25 del decreto legislativo 150/2015. Un eventuale rifiuto ingiustificato da parte del soggetto farà scattare dei meccanismi di graduale riduzione delle misure di sostegno al reddito. Il servizio sarà sospeso se la persona ottiene un’assunzione in prova o a tempo determinato e riprenderà nel caso in cui il rapporto di lavoro abbia avuto una durata inferiore a sei mesi.

Come ottenere l’assegno – La somma viene intascata dal centro per l’impiego o dall’agenzia privata per il lavoro “a risultato raggiunto”, cioè alla firma del contratto subordinato. Il disoccupato, per ottenere l’assegno, deve presentare al servizio pubblico (una novità è il coinvolgimento anche dei patronati) la dichiarazione di immediata disponibilità a lavorare, la “Did”, e richiedere la somma. Il servizio si conclude dopo 180 giorni, con una possibile proroga di altri 180 giorni in caso di assunzione con contratto di almeno sei mesi.

Bonus bebè Inps

PER I NATI NEL 2018 ASSEGNO CORRISPOSTO SOLO PER UN ANNO

La legge di bilancio 2018 ha previsto che l’assegno di natalità, il c.d. bonus bebè, erogato dall’Inps, venga riconosciuto anche per ogni figlio nato o adottato dal 1° gennaio al 31 dicembre 2018. La legge, pur in continuità temporale con la legge 190 del 2014, istitutiva dell’assegno e tuttora in vigore, presenta alcune differenziazioni opportunamente precisate con la circolare Inps n.50/2018. In particolare per i nati o adottati nel 2018 l’assegno è corrisposto fino al compimento del primo anno di età o del primo anno di ingresso nel nucleo familiare a seguito dell’adozione.

Dal 1° gennaio di quest’anno, dunque, l’assegno di natalità trova la sua disciplina in due distinte normative: la legge 205 del 2017, relativa agli eventi che si verificheranno nel corso del 2018, che prevede un assegno di durata massima annuale, e la legge 190 del 2014, riferita agli eventi verificatisi nel triennio 2015-2017, che prefigura un assegno di durata massima triennale e, proprio per tale specifico motivo, ancora in corso di applicazione.

Ape e Rita

IL PUNTO A ROMA CON GLI ESPERTI

Ape volontaria, Ape aziendale, Rita. E’ ruotata intorno alle tre forme di flessibilità in uscita dal mercato del lavoro la discussione nel corso dell’evento promosso di recente a Palazzo dell’Informazione, a Roma, da Manageritalia e Fondazione studi dei consulenti del lavoro. Un appuntamento che è stato anche l’occasione per presentare un protocollo di collaborazione in ambito previdenziale tra Manageritalia e Fondazione studi dei consulenti del lavoro. Manageritalia avrà la possibilità, in particolare, di accedere a un elenco di consulenti del lavoro specializzati in materia previdenziale.

“Siamo onorati che Manageritalia – ha spiegato Carlo Martufi, vicepresidente della Fondazione studi dei consulenti del lavoro- ci veda come interlocutori esperti nella valutazione delle situazioni delle persone che sono in uscita dal mercato del lavoro. Noi abbiamo già 100 consulenti del lavoro che sono specializzati in materia previdenziale, e altri 500 saranno formati grazie al supporto della nostra cassa previdenziale, l’Enpacl. Noi vogliamo essere di supporto a Manageritalia per l’analisi di queste soluzioni normative”. L’intesa punta anche alla realizzazione di eventi centrati sul tema della previdenza

“Ape e Rita – ha concluso – sono opportunità per valorizzare e ottimizzare i periodi contributivi per arrivare a una soluzione pensionistica”.

Soddisfatto anche Mario Mantovani, vicepresidente di Manageritalia. “Ape e Rita – ha spiegato – sono importanti perché permettono la flessibilità in uscita e danno la possibilità di garantire la sostenibilità del sistema ma anche alle persone di programmare il futuro. Sono dei tentativi di dare flessibilità, vedremo nei prossimi anni il successo che avranno. Stiamo dedicando sempre più tempo ai temi previdenziali. E siamo sempre più convinti che non si possano più correre rischi di cadere in situazioni di insostenibilità previdenziale. Con questo protocollo intendiamo avvalerci – ha aggiunto – di professionisti specifici come i consulenti del lavoro che conoscono i dettagli normativi per aiutare i nostri colleghi a programmare il proprio futuro previdenziale”.

E del futuro del nostro sistema previdenziale ha parlato anche Guido Carella, presidente di Manageritalia: “Noi vogliamo partire dalla valutazione degli indici demografici, che molto spesso purtroppo sono dimenticati o ignorati. Il nostro è un Paese che nel prossimo decennio avrà una composizione demografica fortemente focalizzata sugli over 60. Avremo un terzo del Paese che avrà un’età superiore ai 60 anni. E c’è un indice di natalità molto preoccupante. E tutto questo non può che farci riflettere su indici di sostenibilità a 10-20-30 anni del sistema pensionistico”.

“Io credo -ha sottolineato Carella- che la riforma Fornero non debba essere toccata e noi siamo fermamente convinti che sarebbe un disastro. Anzi va rinforzata per renderla sostenibile nei prossimi 15-20 anni”.

All’appuntamento ha partecipato anche Stefano Patriarca, del nucleo coordinamento della politica economica-presidenza del Consiglio dei ministri, che ha contribuito all’ideazione dei nuovi strumenti Ape e Rita.

“L’utilità di Ape e Rita -ha puntualizzato Patriarca- consiste nel fatto che consentono alle persone di decidere quando andare via dal mercato del lavoro alcuni anni prima dell’età di pensionamento. Rita permette di farlo 5 anni o 10 se si è disoccupati, e l’Ape 3 anni e 7 mesi prima. Questo lo si fa con l’Ape sociale se si rientra nelle categorie gravose o se si è disoccupati, e gratuitamente perché è lo stato che paga l’indennità. Se non si rientra in queste categorie ognuno può scegliere liberamente di avere un pezzo della sua pensione in anticipo col patto poi di ‘restituirla’ al sistema bancario che eroga il prestito, con costi molto bassi”.

Per Patriarca, sulle riforme in ambito pensionistico non si può tornare indietro. “L’aumento dell’età di pensionamento -ha detto- è ineluttabile in un paese che invecchia. Non si possono modificare gli elementi fondamentali della riforma Fornero perché l’equilibrio finanziario è molto delicato, e allora questi strumenti come Ape e Rita consentono di perseguire ugualmente un obiettivo, che è quello di aiutare le persone rispetto al mercato del lavoro, senza oneri rilevanti a carico dello Stato”.

E sulle possibili modifiche alla legge Fornero, Patriarca ha rimarcato: “Io do un giudizio tecnico: il nostro già precario equilibrio finanziario sta diventando più precario perché abbiamo dei problemi sul dato dell’invecchiamento della popolazione che è più veloce di quello che pensavamo, e anche dal punto di vista dello sviluppo e della crescita. E questo mette in pericolo gli elementi di stabilità finanziaria. Io penso che non ci siano spazi tecnici per eliminare la riforma Fornero, poi la politica può decidere molte cose. Occorre invece trovare forme nuove -ha concluso- e questi strumenti possono dare una risposta”.

Per Antonello Orlando, esperto di Fondazione studi dei consulenti del lavoro, “Ape e Rita sono due strumenti che di fatto permettono il prepensionamento rispetto alle scadenze per le pensioni di vecchiaia che ormai sono sempre più dilatate nel tempo”. “Sono in qualche modo complementari – ha precisato – anche se pesantemente diversi. Rita consente un risparmio fiscale molto importante perché c’è un sistema di tassazione agevolata che è assolutamente imbattibile rispetto ai redditi tradizionali. I due strumenti potranno essere d’interesse per due platee diverse”.

E per Romano Benini, giornalista economico ed esperto della Fondazione studi dei consulenti del lavoro, “i cambiamenti nel mercato del lavoro richiedono una gestione della flessibilità non solo in ingresso, ma anche in uscita”. Gli strumenti come Ape e Rita possono riscontrare una forte domanda di alcune categorie, come quella dei manager, che è fortemente scossa da questi cambiamenti nel mercato del lavoro, e che potrebbe quindi utilizzare al meglio questi strumenti”, ha terminato.

Carlo Pareto

Tredicesime, in arrivo 36 miliardi di euro

Previdenza

RIVALUTAZIONI PENSIONI INPS 2018

Rivalutazione delle pensioni dell’1,1% nel 2018; è stato recentemente pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto del ministero dell’Economia che rende ufficiale il tasso di rivalutazione e conferma come i trattamenti previdenziali siano tornati a salire dopo un biennio di sosta in cui erano rimasti fermi per effetto dell’inflazione stagnante. Per ogni tipologia di assegno bisogna poi fare i calcoli a seconda delle rispettive, specifiche regole.

Pensioni ordinarie – Per quanto attiene le pensioni ordinarie, la perequazione è completa soltanto per le prestazioni di quiescenza fino a tre volte il minimo. Per le altre fasce di importo è necessario fare il calcolo in base agli indici previsti dalla legge 147/2013:

Pensioni fino a tre volte il minimo: rivalutazione al 100% e aumento dell’1,1%;

Pensioni fra tre e quattro volte il minimo: si aggiornano al 95%, quindi nel 2018 cresceranno dell’1,045%;

Pensioni fra quattro e cinque volte il minimo: adeguamento al 75%, quindi incremento dello 0,825%;

Pensioni fra cinque e sei volte il minimo: indicizzazione al 50%, quindi aumento dello 0,55%;

Pensioni sopra sei volte il minimo: indicizzazione al 45%, quindi adeguamento dello 0,495%.

Trattamenti minimi 2018

Le pensioni minime salgono a 507,41 euro al mese (da 501,89);

l’assegno sociale si posiziona a 453 euro al mese (da 448,07);

la pensione sociale arriva a 373 euro al mese.

Conguagli – Gli incrementi attribuiti saranno poi successivamente conguagliati nel 2019, in base all’inflazione reale, che determinerà la conseguente variazione del calcolo della perequazione delle pensioni.

Al riguardo, si ricorda che nel corso del 2018 bisognerà ad esempio rimborsare uno 0,1% di indicizzazione in più riconosciuta nel 2014, per effetto della differenza rilevata fra l’indice di rivalutazione provvisorio e quello definitivo. In genere, questo scarto differenziale si recupera l’anno seguente, ma essendo l’inflazione rimasta in pratica vicino allo zero, il recupero è stato via via differito per evitare di far flettere le pensioni. Le modalità con cui verrà effettuato il recupero dovranno comunque essere stabilite dall’Inps.

Inps

IL RISCATTO DEI LAVORI SOCIALMENTE UTILE (LSU)

Gli Lsu, ossia i lavori socialmente utili possono essere riscattati al fine di aumentare l’assegno di pensione. I costi variano a seconda del periodo in cui è stata svolta l’attività di Lsu e riguardano tutti quelli effettuati dal 1° agosto 1995. Oggi per tali attività è prevista una contribuzione figurativa utile grazie all’articolo 8 del decreto legislativo 468/1997.

Secondo la legge per le attività Lsu (lavori socialmente utili o di pubblica utilità) per cui è stato corrisposto l’assegno fino al 31 luglio del 1995 il lavoratore non dovrà farsi carico di nessun onere per poter avvalersi dell’attività ai fini pensionistici Al contrario, per far sì che l’accredito effettuato a partire dal 1° agosto 1995 sia utile per aumentare l’assegno pensionistico, è indispensabile riscattare tali periodi. In questo caso l’attività rientrerà nel sistema di calcolo contributivo o retributivo in base alla durata dei periodi assicurativi, ma anche alla loro collocazione temporale.

Il calcolo retributivo di solito si applica:

fino al 31 dicembre 2011, se si possono vantare 18 anni di contribuzione al 31 dicembre 1995;

fino al 31 dicembre 1995, se si possiedono meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995.

Il calcolo contributivo solitamente si applica:

prendendo come riferimento la retribuzione pensionabile negli ultimi 12 mesi;

moltiplicando la retribuzione per gli anni da ricongiungere e  l’aliquota contributiva (32,95% per l’ex Inpdap, 33% per l’Inps Fondo pensioni lavoratori dipendenti).

Il conteggio retributivo viceversa dipende da variabili differenti come l’età, il sesso e l’anzianità assicurativa.

Sempre riguardo i lavori socialmente utili, il decreto legislativo n. 150/2015 attuativo del Jobs Act, all’articolo n. 26, prevede che i lavoratori che percepiscono dei sostegni al reddito e quelli sottoposti a delle procedure di mobilità, potranno svolgere delle attività di pubblica utilità (Lpu) nel territorio del Comune in cui risiedono in base a delle specifiche convenzioni stipulate stabilite sulla base della convenzione quadro predisposta dall’Anpal. Per queste attività è prefigurata, allo stesso modo, una contribuzione figurativa che sarà utile ai fini della misura della pensione. Resta la possibilità per il lavoratore, anche in questa ipotesi, di chiederne riscatto all’Inps.

Cgia

36 MILIARDI DI TREDICESIME

Sono in arrivo 36 mld di euro per la 13/a mensilità e secondo la stima fatta dalla Cgia di Mestre anche l’erario farà festa perché incasserà 10,4 mld di Irpef.

Da il primo dicembre e le prossime 2 settimane oltre 33 milioni di italiani riceveranno la tredicesima mensilità. Al netto delle ritenute Irpef, l’importo complessivo che pensionati e lavoratori dipendenti incasseranno sfiorerà i 36 mld di euro. A livello territoriale la Regione che presenta il più alto numero di beneficiari è la Lombardia: le persone interessate dalla gratifica natalizia saranno poco più di 6 milioni. Seguono 3.197.000 residenti nel Lazio e 2.869.000 abitanti nel Veneto.

Insieme per legalità e trasparenza

ACCORDO POSTE ITALAINE – GUARDIA DI FINANZA

Contrasto all’evasione, all’elusione e alle frodi fiscali, contrasto agli illeciti in materia di spesa pubblica; contrasto alla criminalità economica e finanziaria, al riciclaggio, alla falsificazione e alle frodi concernenti i sistemi di pagamento attraverso la condivisione del patrimonio informatico di Poste Italiane. Questi sono i principi cardine del Protocollo di intesa che Matteo Del Fante, Amministratore Delegato di Poste Italiane, e Giorgio Toschi, Comandante Generale della Guardia di Finanza, hanno recentemente sottoscritto.

“La grande sinergia, che dura da oltre un secolo, con la Guardia di Finanza – ha dichiarato l’Amministratore Delegato di Poste Italiane, Matteo Del Fante – rappresenta un motivo di orgoglio, siamo sempre più determinati nella lotta alla illegalità e continuiamo a lavorare per garantire la qualità e la trasparenza del lavoro del nostro Gruppo e dare ancora una volta un contributo concreto allo sviluppo del Paese. Sono giornate molto importanti per la nostra Azienda, solo pochi giorni fa abbiamo siglato con tutte le Organizzazioni sindacali il rinnovo del contratto collettivo di lavoro, un traguardo importante per la difesa dei diritti dei lavoratori, apprezzato dalle sigle sindacali. Questo accordo ci permette anche di proseguire nel consolidamento della leadership nella logistica grazie alla crescita dell’e-commerce.”

“Questa giornata è molto importante per il Gruppo Poste Italiane – ha affermato Giuseppe Lasco, Direttore della divisione Corporate Affairs di Poste – perché queste iniziative, il Protocollo con la Guardia di Finanza ed il lancio del portale ”Contratti Aperti e Trasparenti”, contribuiscono ad accrescere in tutta la filiera economica del nostro Gruppo, la cultura della legalità”.

Il Generale Giorgio Toschi ha espresso la sua soddisfazione: “L’intesa odierna certamente favorirà una più efficiente acquisizione di informazioni da parte della Guardia di Finanza da Poste Italiane SpA, per prevenire e reprimere al meglio le frodi e gli illeciti che minano il tessuto economico del Paese”.

Grazie a questo accordo Poste Italiane metterà a disposizione della Guardia di Finanza il proprio patrimonio informatico anche per l’accertamento e la tutela dell’identità digitale del cittadino costituendo una task force per lo studio dei nuovi scenari criminali. Altra iniziativa è l’accesso via web all’ “Identity Check” per la segnalazione di informazioni rilevanti per prevenire e reprimere le frodi e ogni altro illecito di natura economico-finanziaria.

Poste Italiane per l’occasione mette in campo il nuovo portale “Contratti Aperti e Trasparenti”, nell’ottica di una chiarezza sempre maggiore verso i cittadini, per rendere pubbliche e accessibili tutte le informazioni sulla gestione degli appalti e subappalti affidati dall’azienda.

Navigando in “Contratti Aperti e Trasparenti” sarà possibile conoscere il numero e il dettaglio dei contratti sottoscritti da Poste Italiane con i suoi fornitori: costo, durata, ambito merceologico, procedura di affidamento, nome, posizione geografica dell’aggiudicatario e dei subappaltatori.

Poste Italiane si appresta a chiudere il 2017 anche con un altro importante risultato: 50 milioni di pacchi consegnati nelle case degli italiani che hanno acquistato on line.

Con i suoi 34 milioni di clienti, 12.822 uffici postali, 6,4 milioni di conti correnti, 26 milioni tra carte prepagate e carte di debito e 505 miliardi di euro di risparmio gestito, Poste Italiane, la prima azienda in Italia a pubblicare tutti i dati dei suoi contratti, conferma la sua grande attenzione e sensibilità per la cultura della legalità e della trasparenza, principi fondamentali per lo sviluppo del Paese.

Carlo Pareto

Lavoratori dipendenti, bonus da 288 euro
in arrivo

Lavoratori dipendenti

BONUS DA 288 EURO IN ARRIVO

Il rinnovo dei contratti nel pubblico impiego prevede un effetto collaterale positivo anche per i dipendenti del mondo privato, quanto meno coloro che dichiarano un po’ più di 24mila euro senza però superare i 26.500 euro di reddito lordo all’anno. Potranno infatti beneficiare dell’ampliamento del raggio d’azione del bonus Renzi, gli 80 euro netti al mese che hanno aumentato i soldi a disposizione dei lavoratori con redditi medio-bassi.

La misura è contenuta nella legge di bilancio 2018, e va a incrementare il pacchetto lavoro che comprende anche gli incentivi all’assunzione dei giovani (che vengono resi strutturali), ammortizzatori sociali e misure per la ricollocazione dei lavoratori delle aree di crisi complessa.

La novità altro non è che un effetto del rinnovo dei contratti del pubblico impiego. Il motivo è semplice: i 1.105 euro lordi all’anno promessi dall’intesa del 30 novembre 2016, e nel caso della pubblica amministrazione centrale finanziati dalla legge di Bilancio ora in discussione al Senato, avrebbero fatto uscire il bonus dalle buste paga di chi oggi lavora in un ufficio pubblico e guadagna da 24.895 euro in su, e l’avrebbero alleggerito per molti altri con redditi inferiori. Di qui l’idea di intervenire sulle fasce, che era comparsa qualche settimana fa prima di essere accantonata e ripescata in extremis.

Le nuove soglie – Il tetto di reddito per avere diritto al bonus di 80 euro al mese, in pratica, si alza di 600 euro. Si tratta, lo ricordiamo della detrazione per i lavoratori dipendenti pari a 960 euro annui (80 euro al mese, appunto), introdotta nel 2014, regolamentata dall’articolo 13 del TUIR, il testo unico delle imposte sui redditi. Le novità sono le seguenti:

il limite di reddito di 24mila euro annui, che consente la detrazione di 960 euro, sale a 24mila 600 euro;

il limite di 26mila euro, sopra il quale non c’è più diritto alla detrazione, sale a 26mila 600 euro;

fra i 24mila 600 e i 26mila 600 euro: la detrazione scende progressivamente, fino ad azzerarsi.

Quindi, calcola il sito delle piccole-medie imprese pmi.it – il beneficio più alto è riconosciuto a coloro che guadagnano fra 24mila e 24mila 600 euro, che prima avevano diritto alla detrazione ma in forma ridotta (perché, appunto, sopra i 24mila euro il beneficio iniziava progressivamente a scendere), mentre ora potranno detrarre interamente i 640 euro, quindi avranno il bonus da 80 euro al mese. Ricordiamo che per coloro che guadagnano fra i 24mila 600 e i 26mila 600 euro, la detrazione si calcola nel seguente modo: il rapporto fra 26mila 600 euro, meno l’importo del reddito annuo, e 2mila euro.

Vediamo un esempio di calcolo su un reddito di 25mila euro annui: detrazione dal 2018: (26600-25000) : 2000 = 1500 : 2000 = 0,75. Il bonus sarà dunque pari a 0,75 X 640 = 480 euro;

detrazione fino al 31 dicembre 2017: (26000-25000) : 2000 = 1000 : 2000 = 0,50. Il bonus è il 50% di 640, quindi 320 euro.

Il meccanismo è stato messo a punto per evitare che l’aumento del contratto dei dipendenti pubblici non incamerasse per interno l’agevolazione.

L’ampliamento del bonus, in ogni caso, attenua ma non cancella l’effetto incrociato di aumenti contrattuali e ‘decalage’. Per chi oggi guadagna 25mila euro, per esempio, i nuovi contratti preparano un reddito post-accordo da 26.100, che dimezzerebbe il bonus da 480 a 240 all’anno. L’aumento netto intorno ai 60 euro (85 lordi) sarebbe quindi nei fatti ridotto di un terzo dalla perdita dei 20 euro di aiuto: il tema, quindi, è destinato a tornare sui tavoli contrattuali per completare l’opera.

Previdenza e Welfare

ULTIME NOVITA’

Non bastava l’aumento dell’età pensionabile, a colpire le aspettative dei più anziani che attendono il meritato riposo dopo anni di duro lavoro. Nel mirino del governo ci sono anche i neonati, anzi, i papà e le mamme che contavano sul bonus bebè per far fronte alle spese dei nascituri. Niente da fare, anche per loro: la famiglia non sembra tra le priorità della maggioranza di centrosinistra, una maggioranza di cui fanno parte anche gli alfaniani, i primi a dolersi delle scelte fatte finora in manovra economica. “Certo che una finanziaria così – hanno dichiarato in una nota congiunta Laura Bianconi e Maurizio Lupi, presidenti dei senatori e dei deputati di Alternativa popolare – è difficile da votare. A parole tutti difendono la famiglia e sono preoccupati per il calo della natalità. Nei fatti la famiglia la bistrattano e i pochi provvedimenti a suo favore li annullano”, hanno sottolineato. Il punto che sta a cuore ad Ap è proprio quello dei bonus bebè: “Nella legge di bilancio dell’anno scorso con il governo Renzi si era finalmente invertita la rotta e alla famiglia erano stati destinati 600 milioni di euro, dopo il bonus bebè era stato creato anche il bonus per le neo mamme. In quella in discussione in Aula il bonus bebè è sparito. Si regalano soldi a pioggia a destra e a manca, mance e mancette che si potrebbero più prosaicamente definire marchette”.

Consulenti del lavoro

PER APE VOLONTARIA ATTESA E’ SU ACCORDI QUADRO

Per completare definitivamente il quadro regolatorio dell’Ape volontaria si dovranno attendere gli Accordi quadro con le associazioni bancarie e assicurative che conterranno, fra le altre informazioni, i dati per calcolare i costi che i contribuenti dovranno sostenere per andare in pensione prima. E’ quanto scrive in una nota la Fondazione studi consulenti del lavoro, che, con la circolare n.10/2017, analizza il dpcm illustrando i requisiti di accesso e l’iter burocratico per l’ottenimento della misura, soffermandosi anche sugli accordi quadro, sull’opzione di finanziamento supplementare, sulla possibilità di estinguere anticipatamente il prestito e sul Fondo di garanzia presso l’Inps.

“È entrato in vigore solo il 18 ottobre 2017 -si legge nella nota dei consulenti- il decreto del presidente del Consiglio dei ministri 4 settembre 2017 n.150 relativo all’anticipo pensionistico volontario. La misura avrebbe dovuto essere operativa già entro i primi di marzo, secondo quanto disposto dalla norma di riferimento (legge 232/2016), ma la complessità di questa prestazione di natura creditizia -conclude- ha comportato maggiori difficoltà nella stesura della disciplina attuativa rispetto all’Ape sociale e alla pensione anticipata dei lavoratori precoci”.

Consulenti del lavoro

ECCO GUIDA CON ADEMPIMENTI IN CASO DI DECESSO DEL DIPENDENTE

Il decesso del lavoratore dipendente comporta la risoluzione del rapporto di lavoro per causa di forza maggiore. Il datore di lavoro, di conseguenza, deve provvedere ad alcuni adempimenti come quello di comunicare al centro per l’impiego l’avvenuta risoluzione del rapporto di lavoro e versare a favore dei soggetti indicati dalla legge il trattamento di fine rapporto, l’indennità sostitutiva di preavviso e tutte le altre competenze. E’ quanto spiega la Fondazione studi dei consulenti del lavoro. La Fondazione, infatti, ha riassunto in una guida – gratuita per gli iscritti – tutte le regole da rispettare in caso di decesso del lavoratore, soffermandosi anche sulla tassazione delle somme già corrisposte al lavoratore o spettanti agli eredi.

Come si legge nella guida, “in caso di decesso del lavoratore dipendente sono previste diverse modalità di tassazione a seconda che si tratti delle somme già corrisposte al lavoratore o di somme spettanti agli eredi”. La guida, inoltre, mette in evidenza che “il decesso del lavoratore dipendente fa venir meno l’obbligo per il sostituto d’imposta di effettuare le operazioni di conguaglio”.

“Se il decesso avviene prima dell’effettuazione o della conclusione del conguaglio a debito, il sostituto – precisa – dovrà comunicare agli eredi l’ammontare delle somme o delle rate non ancora trattenute, che saranno versate dagli stessi eredi secondo i termini e le modalità previsti per la dichiarazione dei redditi”. “Nel caso di conguaglio a credito il sostituto comunicherà agli eredi i relativi importi indicandoli anche nell’ultima certificazione dei redditi Modello CU che sarà rilasciato. Gli eredi utilizzeranno tale credito nella successiva dichiarazione che gli stessi dovranno o comunque potranno presentare per conto del de cuius”, conclude.

Carlo Pareto