Il sodalizio culturale tra Bobbio e Primo Levi

 

bobbioAlcuni giorni dopo la morte di Primo Levi, suicidatosi l’11 aprile 1987, Norberto Bobbio rilasciò su «La Stampa» una testimonianza sull’amico scomparso con il titolo «La sentinella contro il buio» (14 aprile). Egli confermò quanto aveva scritto dieci anni prima nel suo aureo volumetto Trent’anni di storia della cultura italiana (1920-1950) (1977), ma tenne a precisare il loro sodalizio culturale, riconoscendo «di essere un lettore privilegiato e fortunato perché … suo amico». Una caratteristica che gli permetteva di confrontare l’uomo e lo scrittore per arricchire la conoscenza dell’uno e dell’altro.

primo leviNel corso del suo articolo Bobbio presentò l’amico appena scomparso come uno scrittore problematico «che si interroga e ci costringe ad interrogarci», senza racchiudere le sue riflessioni sulla deportazione nel campo di concentramento di Auschwitz. Il grande intellettuale di via Sacchi, situata proprio di fronte al dopolavoro ferroviario, rievocò le loro passeggiate nelle montagne intorno a Torino (il monte Freidour, La Rocca Patanúa, la Sbarúa) e il racconto di storie, motti e facezie.

La passione alpinistica è raccontata infatti da Levi in un capitolo del romanzo Sistema periodico, pubblicato nel 1975 con un intervista di Philip Roth: una passione che egli coltivò da giovane e che riscoprì all’inizio degli anni Ottanta. Ma il «mestiere di vivere», come avrebbe detto Cesare Pavese, gli fu difficile per la dolorosa esperienza vissuta ad Auschwitz. Di dieci anni più giovane del suo conterraneo Bobbio, Levi sopravvisse alla ferocia nazista, diventandone il più acuto narratore nel suo romanzo più famoso Se questo è un uomo (1947). Egli non era uno scrittore, ma un chimico prestato alla letteratura, pur avendo in precedenza scritto qualche racconto e poesia. Eppure quel romanzo inaugura un vasto elenco di opere, che contengono un originale valore letterario come testimone dei lager nazisti, romanziere di fantascienza e poeta. Un aspetto della sua personalità, quest’ultimo che lo stesso Bobbio incoraggiava di realizzare in un altro articolo del 3 giugno 1988: «Attendo con impazienza che raccolga le sue poesie in un volume, come ha fatto via via per i racconti» (cfr. Testimonianza per primo Levi, in «La Stampa», 3 giugno 1988).

L’auspicio di Bobbio fu accolto lo stesso anno dall’editore Einaudi, che pubblicò la raccolta delle sue poesie, alcune già note a partire da quella posta nel frontespizio Se questo è un uomo (1947): «Voi che vivete sicuri Nelle vostre tiepide case Voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: Considerate se questo è un uomo Che lavora nel fango Che non conosce pace Che lotta per mezzo pane Che muore per un sì o per un no». In un’altra poesia intitolata Partigia (luglio 1981) Levi sottolinea il senso profondo della Resistenza e dei suoi protagonisti. L’interesse per la lotta partigiana si unì ad una verve poetica vissuta come partecipazione a un rito comunicativo particolarmente ricco di spunti autobiografici.

Il valore della Resistenza come opposizione al regime fascista e momento inclusivo dei valori repubblicani unisce l’afflato poetico di Levi alle lucide analisi di Bobbio. Questi mise in rilievo più volte come «la fedeltà all’insegnamento era più forte della censura fascista», ricordando il caso dell’intellettuale tedesco Heins Riedt, partecipe e animatore della Resistenza come membro di una formazione partigiana. Al termine del Secondo conflitto mondiale Riedt rientrò a Berlino e divento il primo traduttore dell’edizione tedesca Se questo è un uomo (1947).

Nunzio Dell’Erba

Il libro ultimo del “salvato” di Auschwitz

primo leviTrent’anni or sono, l’11 aprile 1987, moriva suicida Primo Levi. Per provare a capire la sua scelta, possiamo rileggere il suo libro ultimo “I sommersi e i salvati”, dal quale fedelmente vengono tratte e parafrasate queste dolorose riflessioni. “Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti. Fra i sopravvissuti, sono molto più numerosi coloro che in prigionia hanno fruito di qualche privilegio. A distanza di anni si può ben affermare che la storia dei lager nazisti è stata scritta quasi esclusivamente da chi non ne ha scandagliato il fondo. Chi lo ha fatto non è tornato. La morte per fame o per malattie era il destino normale del prigioniero. Poteva essere evitata solo con un sovrappiù alimentare, e per ottenere questo occorreva un privilegio, grande o piccolo; in altre parole, un modo concesso o conquistato, astuto o violento, lecito o illecito, di sollevarsi al di sopra della norma”. Pare proprio che a questo volgersi indietro siano dovuti i molti casi di suicidio dopo la Liberazione. Nella maggior parte dei casi il suicidio nasce da un senso di colpa.

“Fui un eletto, io, – scrive Levi – un salvato. E perché proprio io? Forse perché scrivessi, e scrivendo portassi testimonianza, come mi spiegò un amico religioso? L’ho fatto meglio che ho potuto, ma il pensiero che questo mio testimoniare abbia potuto fruttarmi da solo il privilegio di sopravvivere mi inquieta, perché non vedo proporzione fra il privilegio e il risultato. Non siamo noi superstiti i testimoni veri. Chi davvero ha toccato il fondo, non è tornato per raccontare o è tornato muto; ma sono loro, i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deposizione avrebbe significato vero. Loro sono la regola, noi l’eccezione, i privilegiati”, conclude Primo Levi.

Egli – pare dire – non può considerarsi un testimone integrale, proprio perché è un superstite: testimoni veri potevano esserlo solo i sommersi. Ma questi erano morti. Ed anche se qualcuno di loro fosse tornato, avrebbe taciuto, perché la loro morte era cominciata prima di quella corporale. È il destino di Lorenzo – ha scritto Cesare Cases nell’introduzione alle “Opere” di P. Levi – il muratore italiano che ad Auschwitz aveva aiutato Levi e tanti altri. Dopo il ritorno si lascia andare e muore: il mondo lo aveva visto, non gli piaceva, lo sentiva andare in rovina; vivere non gli interessava più. E Cases termina: “Sembra che un giorno anche Primo Levi sia arrivato a questa conclusione”.

Sì, egli è morto suicida l’undici aprile 1987: così si è chiamato tra i testimoni autentici, integrali, finalmente anch’egli sommerso! Ma quest’intima determinazione ha preso la colorazione di una tremenda denuncia: “L’esperienza di cui siamo portatori noi superstiti dai lager nazisti – aveva scritto Levi – è estranea alle nuove generazioni e sempre più estranea si va facendo man mano che passano gli anni”. Cose d’altri tempi?  È forse in questo penoso interrogativo che risiede più precisamente la disperazione estrema del salvato di Auschwitz: anche la sua prova di scrittore sull’abominio delle miserie razziste rischia di rivelarsi inutile, se su di esse cade l’oblio, se “altri” diventano i problemi da considerare più minacciosi. Eppur ricordate – ammonisce Levi – che i nostri aguzzini “erano fatti della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: salvo eccezioni, non erano mostri, avevano il nostro viso… ma erano stati educati male”.

Sono queste le verità che dovrebbero inquietare sempre le occupazioni e le pre-occupazioni delle nostre comunità, se intendono essere libere. Dimenticare che il male è in mezzo a noi, significa preparare nuove catastrofi. Ma chi dovrebbe educarci al bene, se i potenziali buoni maestri ieri hanno finito per servire il male e domani potrebbero fare altrettanto? Rileva ancora Levi: “Le cronache della Germania hitleriana brulicano di casi che confermano questa tendenza: vi hanno soggiaciuto, confermandola, Heidegger il filosofo, maestro di Sartre; Stark il fisico, premio Nobel; Faulhaber il cardinale, suprema autorità cattolica in Germania, e innumerevoli altri”.

Ripetiamo: chi dovrebbe educarci al bene? Probabilmente c’è un compito primario, individuale, di ognuno di noi, specialmente quando notizie false o artefatte vengono presentate e accolte dal pubblico come vere: investire personalmente nella cultura, nell’istruzione, nella capacità di riflettere e di confrontare le ‘rappresentazioni’ dei fatti, è fondamentale per mantenere in vita una società libera e aperta, come avrebbe desiderato Primo Levi.

Nicola Zoller

‘Non abbiamo pianto’:
omaggio agli artisti
del ghetto di Terezín

Il Direttore d'orchestra, Gabriele Bonolis

Il Direttore d’orchestra, Gabriele Bonolis

Il prossimo 17 ottobre la musica scende nel cuore profondo della città leonina e tocca le sue periferie lontane con il concerto “Non abbiamo pianto”. Tre stazioni della nuova linea C, inaugurata appena un anno fa, Teano, Malatesta e Pigneto, in momenti diversi vedranno gli orchestrali dell’Opera di Roma suonare nelle viscere della terra per ricordare uno degli avvenimenti  più tragici e dimenticati della storia europea.

La data scelta per questo viaggio musicale sotterraneo non è certo casuale. All’alba del 17 ottobre 1944, esattamente settantuno anni fa, 1.390 artisti ebrei cechi, austriaci e moldavi vengono assassinati nella camere a gas di Auschwitz-Birkenau. Sono i poeti, gli scrittori, i musicisti, i pittori, i compositori, gli attori che per quattro anni hanno vissuto nel “ghetto modello” di Terezín, concepito dal Reich per negare l’esistenza dei lager. Il giorno precedente, il 16 ottobre, sono stati caricati su un unico convoglio ferroviario, il kunstlertransport, il “treno degli artisti”, e dopo ventiquattro ore la loro esistenza è finita, per dirla con  le parole di Primo Levi, “andando su per i camini”. L’Associazione ‘She Lives‘, insieme ai suoi partner, Teatro dell’Opera di Roma, Assessorato alla Cultura e allo Sport di Roma Capitale, Atac, Rai Radio Tre, Comunità Ebraica di Roma, Errebian e Reale Ambasciata di Norvegia, con il concerto “Non abbiamo pianto” vuole far uscire dal ghetto della storia i compositori della Shoah facendoli dialogare con i musicisti del nostro tempo, sottraendoli ai contesti commemorativi nei quali vengono quasi sempre relegati.

Per questo motivo le musiche di Pavel Haas, una delle vittime del 17 ottobre, si intarsiano con quelle di Lasse Thoresen, il maggiore compositore scandivano vivente, che per questa occasione verrà in Italia e seguirà personalmente le prove e il concerto.’ Un incontro tra passato e presente che vive anche nella poesia. Le musiche di Haas e Thoresen si saldano  nel corso dell’evento con il diario poetico scritto a Terezín da Viktor Ullmann (Il viandante straniero, prima traduzione in italiano a cura dell’Associazione She Lives) e con i testi del poeta Nicola Muschitiello, tratti da La rosa eterna (Nino Aragno Editore, 2015). Ai versi daranno voce due artisti del nostro tempo, anche loro eredi ideali dei padri di Terezín: il regista Giorgio Barberio Corsetti e lo stesso Nicola Muschitiello. Prima tappa la stazione di Teano. Alle 19.09 esatte, un minuto dopo la fine di Shabbat, l’immenso atrio di vetro e cemento della stazione accoglierà la prima esecuzione italiana di YR (Brina), un pezzo ad alta densità virtuosistica che Thoresen ha immaginato in forma di dialogo tra un violino e un danzatore. Seconda tappa, 19.45, la stazione di Malatesta.

Ai piedi della grande vetrata che guarda verso una massiccia scalinata di cemento prenderanno posto i sedici archi dell’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma, diretti per l’occasione da Gabriele Bonolis. Terza e ultima tappa, intorno alle 21, la stazione di Pigneto. Qui gli spettatori, che si muoveranno tra una fermata e l’altra utilizzando le normali corse della metropolitana, ritroveranno il violino di Stefano Minore e le voci di Nicola Muschitiello e di Giorgio Barberio Corsetti. Per le letture di congedo si tornerà ai versi di Muschitiello, e a quelli tesi e meditativi che Viktor Ulmann ha concepito, senza mai cedere allo sconforto e al lamento, nella prigione a cielo aperto di Terezín.

Guerrrino Mattei