Nel PD un dialogo tra sordi
ed i possibili rimedi

Dopo la direzione nazionale bisogna prendere atto che il PD potrà uscire fuori dal guado se indicherà la direzione di marcia e le condizioni essenziali perché sia perseguita in unità d’intenti. Viene legittimo il dubbio che con i suoi ultimatum a ripetizione la sinistra dem abbia l’intento di provocare la scissione a destra per scaricarne la responsabilità su Renzi ed accreditarsi come l’erede di quanto rimane del PD. E’ bene chiarire che è legittima aspirazione di ogni partito diventare forza maggioritaria per la sua proposta, altra cosa prefiggersi di raggiungere l’obbiettivo a colpi di sbarramenti, tipo l’8% di marca veltroniana che accelerò la caduta del governo Prodi a destra come a sinistra della composita coalizione prefigurando il taglio dei rami minori e, così facendo, decretando la fine del tronco.

Nonostante la bocciatura la vocazione maggioritaria è rispuntata anche con Renzi che avrebbe dovuto prenfere atto di un’altra lezione esemplare come l’implosione della maggioranza bulgara di Berlusconi. Ho riepilogato la storia di una direzione di marcia sbagliata per dire che la strada maestra di veri maestri come De Gasperi è quella delle coalizioni più ampie ed omogenee possibili cementate da una strategia condivisa per un obiettivo comune, che oggi prioritario e discriminante per le alleanze è restare in Europa per cambiarla dal di dentro. Questo criterio della inclusività per orientare ed aggregare altre forze esterne deve essere perseguita in primo luogo all’interno della forza politica che aspira alla guida del processo aggregativo. La prima doverosa mossa di Renzi è quella di liberare il partito dalla sensazione-tentazione di voler egemonizzare la rappresentanza, ma questo non può avvenire a trattativa privata con chi sta con un piede dentro ed uno fuori dal partito minacciando scissioni come un lassativo. Sarebbe l’inizio della disgregazione mentre la strada maestra ispirata dall’esperienza dell’Ulivo è quella di un partito aperto all’apporto della base anche fuori dal perimetro del partito estendendo le primarie a tutte le candidature specie se comprendono figure come i capolista sottratti al voto popolare, promuovendo primarie generali dei candidati in ogni collegio con il primo eletto indicato a capolista, evitando un duplicato del capolista in seconda battuta, assicurando così la pluralità degli apporti assolutamente vitale per chi si prefigge di superare la soglia del 40%.

In poche parole si tiene unito un partito facendosi carico per ogni componente del principio del “Primum vivere deinde philosophari”. Giusta la preoccupazione di chi ritiene che si moltiplicherebbe con il premio alla coalizione la frantumazione ed il ricatto delle forze minori ma il premio al partito di maggior consistenza può anche essere perseguito, incentivando l’unità di forze omogenee, escludendo dal riparto del premio le forze che non abbiano raggiunto un minimo di consenso popolare. Così come, per le candidature multiple, si evita l’arbitrarietà della scelta da parte delle oligarchie di partito risultando il candidato eletto laddove ha conseguito la percentuale maggiore. Mi fermo a queste prime indicazioni rispettose, dentro e fuori del partito, della pluralità degli apporti dentro possibili maggioranze e fuori a tutela delle minoranze prevedendo sin da ora, per favorire gli accorpamenti, che per le liste singole e non coalizzate la soglia minima sia fissata al 5% secondo il modello tedesco.

Prodi e Berlusconi per una volta uniti

Gli interventi di Berlusconi e Prodi nei giorni scorsi non sono passati di certo inosservati.

E la cosa che più è saltata agli occhi è stata una certa consonanza, non solo di toni. Pur se hanno ruoli diversi, almeno per il fatto che Berlusconi è ancora un leader politico in attività, entrambi gli ex-premier hanno una cosa in comune. Che, a rileggere la storia degli ultimi 20 anni, non è quisquilia: ovvero, sono gli unici due che possono vantare vittorie elettorali.

Il Professore, a sinistra, è stato il solo a battere Berlusconi veramente. E c’è riuscito per ben due volte. Cadendo, poi, più per questioni interne al suo schieramento, che per capacità dell’avversario.

Oggi, Prodi vorrebbe un “nuovo Ulivo”. Un centro-sinistra che abbia delle fattezze simili a quello che lo ha appoggiato nel 1996 e nel 2006. Il problema, e non è di poco conto, è che a sinistra del PD non c’è rimasto granché.

Sinistra Italiana non appare particolarmente “quotata” in termini elettorali, e nasce già divisa. Pisapia, con il suo movimento “in fieri”, che dovrebbe partire dai sindaci, non sembra in grado di aggregare voti i quali, comunque, graviterebbero già in area PD. Il problema è che la sinistra a sinistra del PD è contraria, prima di tutto, a Renzi. Il quale si è attirato anche gli strali della CGIL, rendendo più complicato qualsiasi accordo.

Berlusconi ha, anche lui, problemi di carattere “aggregativo”. Ma alla sua destra però, avendo difficoltà a trovare alleati. Infatti, il capo di Forza Italia sta tentando di “affrancarsi” dal populismo di Salvini e Meloni, attraverso un’azione politica più responsabile nei toni e nel merito.

A destra non c’è solo una questione di leadership tra Salvini e Berlusconi. Ma anche di “impianto” politico.  L’Uomo di Arcore sembra aver dismesso i panni del populista, e non intende rincorrere i due epigoni del lepenismo italiano sul loro stesso terreno, che ben conosciamo. Sa che i suoi numeri non sono lontanamente paragonabili a quelli del passato. Auspica una legge proporzionale per poter contare di più nell’agone politico. E svolgere un ruolo da ago della bilancia, simile a quello svolto da un Partito Liberale tedesco o inglese.

Si pone, ora, come europeista convinto. Muovendo alla UE, in sostanza, gli stessi rilievi del suo vecchio antagonista, Prodi. Che dell’Europa è stato sempre un più convinto sostenitore, oltre che presidente della Commissione. Perché lo scenario è fosco per l’Unione Europea. La vittoria di Trump, il suo atteggiamento pro-Putin, l’uscita della Gran Bretagna dall’UE e il suo il ritorno alla “special relationship” con gli Stati Uniti, sembrano lasciare l’Europa nel mezzo. In una sorta di Purgatorio da dove non riesce ad uscire. Se non con il miracolo di qualche “indulgenza” altrui.

È l’irrilevanza, il vero problema. Che, se pur non vera nei numeri, vista la forza economica, sembra essere la principale sua caratteristica attuale. Ovviamente, il nazionalismo, che la sta attraversando a tutte le latitudini, e che inneggia stoltamente ad un ritorno ai confini nazionali, non fa i conti né con la realtà, né con i numeri.

Soprattutto i rapporti tra USA ed Europa sono molto forti. Ed un ritorno agli stati nazione, per noi europei, non potrebbe essere altro che una diminuzione di peso specifico nei confronti di giganti.

Sul sito del Parlamento Europeo, per quanto riguarda i rapporti USA-UE, troviamo scritto che:” L’UE e i suoi partner nordamericani, Stati Uniti d’America e Canada, condividono i valori comuni di democrazia, diritti umani e libertà economica e politica, e hanno interessi coincidenti in materia di politica estera e di sicurezza […] Gli USA sono il più stretto alleato dell’UE sul fronte della politica estera. I partner cooperano strettamente, consultandosi sulle rispettive priorità internazionali e operando spesso per promuovere gli interessi comuni nelle sedi multilaterali. Collaborano nell’ambito della politica estera in vari contesti geografici […]”. Fin dal 1972, gli Stati Uniti e la UE (prima CEE) hanno intrapreso relazioni politiche in ambito legislativo: il dialogo transatlantico tra legislatori (TLD), che riunisce deputati del P.E. e della Camera dei Rappresentanti.

Relativamente al 2014, l’UE ha mantenuto la propria posizione di principale partner commerciale degli USA per le importazioni di merci.
“Nel 2014 gli USA erano la prima destinazione delle esportazioni dell’Unione, assorbendo il 18,3% delle esportazioni totali di merci dell’UE (contro il 9,7% della Cina). Gli USA erano il secondo partner dell’UE in termini di importazioni e da essi proveniva il 12,2% delle importazioni totali dell’UE. In tale contesto, gli Stati Uniti si sono posizionati dietro la Cina, paese d’origine del 17,9% delle importazioni totali dell’UE, ma davanti alla Russia, che ha fornito il 10,8% delle importazioni totali dell’Unione […]. Le esportazioni di servizi dall’UE agli USA sono aumentate fra il 2012 e il 2014, così come le importazioni di servizi nell’Unione dagli USA. Nel 2014 l’UE ha registrato un’eccedenza commerciale di 11,6 miliardi di euro nel campo dello scambio di servizi con gli USA […].

Sempre secondo quanto riportato dal Parlamento Europeo, l’UE è il maggior investitore negli USA, così come gli USA sono il maggior investitore nell’UE. Ora, bisognerebbe chiedere ai nostalgici dello stato-nazione se tutto questo sarebbe stato possibile, in un’era di globalizzazione, facendo ricorso solo alle prerogative, e ai mezzi, nazionali. O se, invece, l’Unione Europea non è stato un volano, nonché un contraente forte, per arrivare a tali numeri. Questo anche Trump, pur con il suo linguaggio truculento, e le sue idee politiche reazionarie, lo sa bene. Il problema non è (solo) Trump, e la sua voglia di isolazionismo. Ma è l’incapacità dell’Europa di farsi percepire come indispensabile, forte e affidabile. È ovvio, che questo è figlio di problematiche complesse. Ma che non si risolvono certo con le ricette di Orban.

Berlusconi ha detto che “il sogno europeo è oggi più attuale che mai”. Non so se si sia convertito ad un pieno europeismo. Lo spero. Ma è probabile che oggi veda nello scenario politico italiano ed europeo il germe della disgregazione senza alternative politiche valide.

Nella sua introduzione al Manifesto di Ventotene, Eugenio Colorni scriveva che, vedendo i risultati nefasti di guerre e nazionalismi, “si fece strada, nella mente di alcuni, l’idea centrale che la contraddizione essenziale, responsabile della crisi, delle guerre delle miserie e degli sfruttamenti che travagliano la nostra società, è l’esistenza di stati sovrani […] consideranti gli altri stati come concorrenti e potenziali nemici, viventi gli uni rispetto agli altri in situazioni di perpetuo bellum omnium contra omnes”. Il ruolo della politica e della memoria, in questo momento, sono fondamentali.

Raffaele Tedesco

Renzi sotto attacco nel Pd. Il ritorno dei rottamati

D'Alema-Renzi-UeUn nuovo segretario e un altro presidente del Consiglio. Le minoranze del Pd ribollono, l’obiettivo è disarcionare Matteo Renzi. Massimo D’Alema ha rotto il silenzio con ‘Il Corriere della Sera’: «Nessuno è insostituibile». L’ex presidente del Consiglio, già segretario del Pds-Ds, pensa alle prossime elezioni politiche: «Con Renzi non vinceremo mai». Con chi sostituire Renzi? D’Alema, uno dei maggiori “rottamati” dal segretario del Pd, si limita a dire: serve «una personalità per rimettere insieme i riformisti».
Niente nomi né per la segreteria del Pd né per la presidenza del Consiglio. Ma nomi e programmi potrebbero uscire a fine gennaio. Sono mobilitati “300 comitati”, già al lavoro contro il referendum costituzionale di Renzi del 4 dicembre: «Sabato 28 gennaio ci riuniremo in assemblea, e proporremo di trasformare questi comitati per ricostruire il campo del centrosinistra».

Il guanto di sfida lo ha lanciato anche Pier Luigi Bersani. L’ex segretario del Pd ha annunciato a ‘Repubblica’: «Qualcuno può escludere che in giro ci sia un giovane Prodi?». Anche in questo caso nessun nome, ma poi è arrivata una precisazione: va cercato «un nuovo Prodi più che un giovane Prodi». Occorre, cioè, un personaggio di spessore culturale e politico, non necessariamente anagraficamente giovane, ancorato a sinistra ma capace di rappresentare anche gli elettori di centro, liberali e cattolici.
Un fatto è sicuro: per correre da segretario del Pd, da eleggere nel congresso di fine anno, sono già in pista Roberto Speranza ed Enrico Rossi, due esponenti delle sinistre del partito. Il primo, ex giovane capogruppo alla Camera, è un fedelissimo di Bersani; il secondo è il presidente della regione Toscana. Poi, per Palazzo Chigi, impazzano tanti nomi: l’ex direttrice del Tg3 Bianca Berlinguer (la figlia di Enrico, amato segretario del Pci), l’ex ministro dei Beni culturali Massimo Bray, l’ex presidente del Consiglio Enrico Letta, il presidente della regione Puglia Michele Emiliano. Tra i papabili ci sarebbe anche il giovane ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda.
Sia D’Alema sia Bersani, che hanno votato ‘no’ al referendum sulla riforma costituzionale di Renzi, lamentano: il segretario del Pd “non ha cambiato rotta” dopo la sconfitta subita. I problemi centrali dell’Italia sono l’aumento delle “disuguaglianze” e della “povertà”, il populismo è una conseguenza della protesta sociale, il voto del popolo va capito. Il Pd ha perso voti tra i lavoratori, nelle periferie, al Sud, tra i giovani. Ora c’è la necessità di rappresentare “il disagio sociale”.
È cominciato un durissimo scontro tra la maggioranza renziana e la “vecchia guardia” del partito: prima per la segreteria e poi per Palazzo Chigi, sia se ci saranno le elezioni politiche anticipate sia se la legislatura finirà regolarmente all’inizio dell’anno prossimo. Renzi riflette sugli errori commessi e si prepara “a ripartire” rinnovando il vertice del partito e il programma.

Le analisi sono contrapposte. Il segretario democratico, in una intervista a ‘Repubblica’ di alcuni giorni fa, ha attaccato le minoranze: «Sono stato circondato nel Pd da un vero e proprio pregiudizio, secondo cui non ero degno di rappresentare la sinistra». Ha obiettato: «Nonostante le leggende nere abbiamo perso a destra, non tra i compagni». Ha rivendicato i caratteri di una sinistra diversa: «Per me essere di sinistra è anche innovare, essere garantisti sulla giustizia, abbassare le tasse, non essere necessariamente a rimorchio del sindacato che contesta ideologicamente i voucher e poi li usa».

Rodolfo Ruocco

L’Italicum va cambiato. Sistema bipolare finito

Legge elettorale

“Il Psi da almeno un anno chiede la modifica dell’Italicum. Un sistema tripolare è diverso da un sistema in cui si confrontano due blocchi contrapposti”. Sono le parole del Segretario del PSI, Riccardo Nencini, sulla richiesta di modifica della legge elettorale, in un intervista al quotidiano ‘Il Mattino’‘.

Sui limiti dell’Italicum e le modifiche da apportare, ha aggiunto: “Può andare bene per la governabilità ma non può essere gettata in un cestino la rappresentanza. Un grande paese non può rischiare di essere governato da forze politiche che godano del consenso di un quarto dei cittadini. Abbiamo presentato un disegno di legge al Senato per allargare il premio di maggioranza all’intera coalizione e il premier non sarà il leader del suo partito ma garante dell’intera coalizione”. “È importante – continua Nencini – che sull’Italicum sia aperta una discussione. I numeri si trovano se si pensa che modificare la legge elettorale sia un servizio agli italiani e non a un partito”. “Ricordo a Renzi tre precedenti storici: nel 1923 i liberali fecero la legge Acerbo e ne approfittò Mussolini; nel 1993 il Mattarellum fu voluto da Martinazzoli e ne approfittò Berlusconi; il Porcellum fu voluto da Calderoli e ne approfittò Prodi“ – ha proseguito. “Con il 45% di italiani che non vanno a votare, il partito che avesse preso il 24% del 55% degli italiani che votano, potrebbe vincere le elezioni. Non mi sembra un buon segnale per la democrazia” – ha concluso Nencini.

La legge elettorale è ormai al centro di un tiro incrociato sia da destra che da sinistra. Gli unici che non ne chiedono la modifica sono i 5 Stelle, che dopo averla bollata come il male assoluto, si sono resi conto di essere gli unici favoriti da questo modello. Anche all’interno del Pd le voci contrarie sono molteplici, e dagli stessi vertici, dopo aver difeso la legge a spada tratta e dopo averla fatta approvare con voto di fiducia, ora si sostiene che il Parlamento è sovrano e che se vi è una maggioranza per cambiarla ha tutto il diritto di farlo.

Intanto il centrodestra, diviso e frammentato, cerca di trovare la quadra. Salvini, ancora in preda a sbandamenti dopo lo schiaffone elettorale cerca la rivincita insultano e offendendo con iniziative deliranti. Come quella di ieri contro il presidente della Camera Laura Boldrini paragonata a una bambola gonfiabile. La risposta è forza anche peggio: “Non chiedo scusa alla Boldrini, è lei che dovrebbe chiedere scusa agli italiani perché lei è la prima razzista nei confronti degli italiani”. Un atteggiamento che nulla ha a che fare con i moderati di centro e di centro destra. Tant’è che Berlusconi ha incaricato Stefano Parisi, ex candidato sindaco di Milano, “di effettuare una analisi approfondita della situazione politica e organizzativa di Forza Italia e di elaborare un progetto per il rilancio e il rinnovamento della presenza dei moderati italiani nella politica”. Un progetto che – viene sottolineato – “dovrà essere orientato alla prospettiva di offrire al Paese una proposta nuova e credibile aperta alla società civile”. L’obiettivo del progetto di rilancio e rinnovamento di Forza Italia, prosegue la nota, è quello di “riaggregare e di portare al voto i tanti italiani che non hanno più fiducia nella attuale politica ma avvertono una profonda e urgente esigenza di rinnovamento nella gestione del Paese”. Un idea che piace anche a Maroni, presidente della Regione Lombardia, che parla di utile contributo. “Chi vuole riunire il centrodestra con il modello Milano, che io chiamo modello Lombardia perché qui funziona, è il benvenuto”. Secondo Maroni nel centrodestra “è un momento interessante perché c’è molto movimento mi auguro che si riesca a trovare un’intesa perché solo così possiamo essere competitivi”.

“Consiglio a Stefano Parisi – aggiunge ironico il ministro dell’Interno Angelino Alfano – di farsi nominare alla guida di Forza Italia con metodo democratico e non da uno, perché quell’uno può cambiare idea e io ho cicatrici sul corpo che lo dimostrano”. “Nel 2012 – ha ricordato Alfano – quando ero coordinatore del Pdl e avevamo detto che avremmo fatto le primarie per individuare la leadership, poi non le abbiamo fatte. Dunque – aggiunge – consiglio molto amichevolmente a Parisi, se ha questa ambizione, che la metta in gioco nelle primarie”.

Ginevra Matiz

Rotondi: il card. Bertone voleva farmi cacciare

Tarcisio Bertone

Il cardinale Tarcisio Bertone

Gianfranco Rotondi, già segretario della Dc in via di ricostruzione nella prima metà degli anni duemila, fu firmatario, quando era ministro del governo Berlusconi, tra il 2008 e il 2011, di una proposta di legge sulle unioni civili. Rotondi rivela in questa intervista per l’Avanti!, i forti condizionamenti del Vaticano, attraverso il cardinal Bertone, che si spinsero fino alla esplicita richiesta formulata al presidente del Consiglio delle sue dimissioni da ministro. Seguiamo bene queste parole di Rotondi, un cattolico liberale, che proviene dalla migliore tradizione democristiana, quella che ha sempre rispettato la cultura laica e che ha reso possibile l’approvazione di leggi come quelle del divorzio e dell’aborto senza fare crisi di governo, ma limitandosi a chiedere il parere al popolo italiano. E ringraziamo Rotondi, al quale mi unì un limitato percorso comune, che oggi giudico, alla luce delle sue posizioni, ancora più giustificato.
A proposito della vicenda di Nichi Vendola si è levata una voce in campo cattolico, la tua, in difesa del rispetto delle persone e contro la canea che la nascita del figlio aveva generato. Cosa ti ha spinto a prendere la parola?
Sono nato sotto Papa Giovanni che esortava a distinguere tra l’errore e l’errante. Per me il gesto di Vendola è un errore, ma per dirla con l’attuale Papa: chi sono io per giudicare?

Si confonde ancora la stepichild adoption con il cosiddetto utero in affitto, pratica assai discutibile invero. Ma che non ha destato alcuna levata di scudi quando a praticarla sono state coppie eterosessuali, mentre ovviamente non viene usata dalle coppie omosessuali, e nel contempo viene vietata anche per loro in nome dello stesso motivo. Perché contro la stepchild adoption si sono agitate queste prevenzioni, in particolare da parte di Alfano?
È accettabile che in morte di un genitore il suo partner omosessuale adotti il figlio del compagno. Penso che in tal senso si orienteranno i magistrati eventualmente chiamati a decidere.

Parliamo di bambini. Un figlio di una
rotondicoppia omosessuale concepito esattamente come quello di una coppia eterosessuale ha la metà dei suoi diritti. Davvero la stepchild adoption avrebbe incentivato l’uso dell’utero in affitto? Allora perché con una legge recente il Parlamento ha approvato una normativa per l’adozione del figlio naturale del partner nella coppie etero?
Purtroppo il rischio di aprire la strada all’acquisto dei figli è alimentato proprio da episodi come quello di Vendola. Il giusto riconoscimento dei diritti di un figlio preesistente non va utilizzata per favorire il commercio dei bambini.

Parliamo dei cattolici. Pare che sia diventato dogma il principio naturale. Come se un figlio sia proprietà di chi lo fa e non di chi lo cresce, di chi lo ama. Cosa c’entra tutto questo con la dottrina?

Nella storia della Chiesa non sempre la famiglia è stata fulcro della fede. Oggi la Chiesa fa quasi della famiglia una sintesi dei propri valori. Eppure le parole più dure contro la famiglia vengono da Gesù che esorta un discepolo a seguirlo rinunziando a seppellire il padre. È come se di fronte a una società secolarizzata la Chiesa si rifugiasse nella ridotta del tradizionalismo e del conservatorismo sociale. Il Papa tuttavia sta scuotendo questa tendenza.

Quante volte da quando sei deputato sono state tentate leggi sulle coppie di fatto, gay o meno? Ricordi i Dico? Che fine fecero?
I Dico furono usati abilmente dal centrodestra per abbattere Prodi cementando un blocco sociale che al tempo de ‘ruinismo’ favorì il ritorno di Berlusconi al governo. Se Prodi avesse avuto una maggioranza stabile al Senato i Dico sarebbero passati già allora anche col voto di alcuni di noi che si dissero favorevoli.

Tu stesso sei stato firmatario di una proposta di legge sulle coppie gay. È vero che si misero di mezzo le alte gerarchie vaticane e che Berlusconi ti chiese di ritirarla?
Sì, andò esattamente così. Con l’aggravante che avevo sottoposto il testo a chi in Vaticano seguiva la materia e conveniva con me sulla opportunità di legiferare nell’ambito dei diritti individuali. Poi la segreteria di Stato intervenne su Berlusconi chiedendo le mie dimissioni. Io non le diedi venendo dalla scuola di un leader Dc come Fiorentino Sullo autore di un libro intitolato ‘Il Tevere scorre ancora’. Il libro fu scritto dopo che le gerarchie chiesero le sue dimissioni per aver proposto una riforma urbanistica osteggiata dai proprietari di suoli. Corsi e ricorsi storici.

Puoi raccontarci qualche episodio in proposito che non è noto alla pubblica opinione?
A Napoli avevamo un consiglio dei ministri straordinario sull’emergenza rifiuti e in quella occasione Berlusconi e Letta mi presero da parte dicendomi che il giorno prima il Cardinale Bertone al Quirinale aveva chiesto a Berlusconi dove avesse preso questo sedicente segretario della Dc favorevole ai diritti dei gay…

Cosa è cambiato su questi temi col Pontificato di Francesco? Come mai il Papa è su posizioni molto prudenti e i suoi oppositori sono così scatenati?
È tornata la Chiesa della mia giovinezza, ferma sui principi, ma accogliente e materna con chi se ne discosta e vale non solo sulle questioni etiche ma più in generale su ogni aspetto della vita.

Che dire al cardinal Bagnasco che vorrebbe scegliere anche il tipo di voto dei senatori?
Bagnasco ha ribadito le sue opinioni, ma il Senato ha scelto con libertà. Non mi sembra francamente che ci sia stata in questo caso una interferenza.

Se penso alla tue posizioni su questa materia leggo ancor piacevolmente quell’esperienza che unì il garofano e il simbolo della Dc alle elezioni del 2006. Era in fondo l’incontro tra il socialismo liberale e il liberalismo cattolico. Roba di prima qualità…
Liquidammo con troppa fretta una esperienza che poteva fruttificare divenendo oggi una alternativa alle forze politiche attuali in via di evaporazione. La politica italiana ha separato i contenuti dai contenitori. Il risultato è l’antipolitica. Paradossalmente oggi è il Papa a segnare un sentiero lungo il quale i riformismi sono chiamati a incontrarsi di nuovo. Perció ho fondato Rivoluzione Cristiana.
Mauro Del Bue

CERCARONO DI CACCIARMI

Tarcisio Bertone

Tarcisio Bertone

Gianfranco Rotondi, già segretario della Dc in via di ricostruzione nella prima metà degli anni duemila, fu firmatario, quando era ministro del governo Berlusconi, tra il 2008 e il 2011, di una proposta di legge sulle unioni civili. Rotondi rivela in questa intervista per l’Avanti!, i forti condizionamenti del Vaticano, attraverso cardinal Bertone, che si spinsero fino alla esplicita richiesta formulata al presidente del Consiglio delle sue dimissioni da ministro. Seguiamo bene queste parole di Rotondi, un cattolico liberale, che proviene dalla migliore tradizione democristiana, quella che ha sempre rispettato la cultura laica e che ha reso possibile l’approvazione di leggi come quelle del divorzio e dell’aborto senza fare crisi di governo, ma limitandosi a chiedere il parere al popolo italiano. E ringraziamo Rotondi, al quale mi unì un limitato percorso comune, che oggi giudico, alla luce delle sue posizioni, ancora più giustificato.
A proposito della vicenda di Nichi Vendola si è levata una voce in campo cattolico, la tua, in difesa del rispetto delle persone e contro la canea che la nascita del figlio aveva generato. Cosa ti ha spinto a prendere la parola?
Sono nato sotto Papa Giovanni che esortava a distinguere tra l’errore e l’errante. Per me il gesto di Vendola è un errore, ma per dirla con l’attuale Papa: chi sono io per giudicare?

Si confonde ancora la stepichild adoption con il cosiddetto utero in affitto, pratica assai discutibile invero. Ma che non ha destato alcuna levata di scudi quando a praticarla sono state coppie eterosessuali, mentre ovviamente non viene usata dalle coppie omosessuali, e nel contempo viene vietata anche per loro in nome dello stesso motivo. Perché contro la stepchild adoption si sono agitate queste prevenzioni, in particolare da parte di Alfano?
È accettabile che in morte di un genitore il suo partner omosessuale adotti il figlio del compagno. Penso che in tal senso si orienteranno i magistrati eventualmente chiamati a decidere.

Parliamo di bambini. Un figlio di una
rotondicoppia omosessuale concepito esattamente come quello di una coppia eterosessuale ha la metà dei suoi diritti. Davvero la stepchild adoption avrebbe incentivato l’uso dell’utero in affitto? Allora perché con una legge recente il Parlamento ha approvato una normativa per l’adozione del figlio naturale del partner nella coppie etero?
Purtroppo il rischio di aprire la strada all’acquisto dei figli è alimentato proprio da episodi come quello di Vendola. Il giusto riconoscimento dei diritti di un figlio preesistente non va utilizzata per favorire il commercio dei bambini.

Parliamo dei cattolici. Pare che sia diventato dogma il principio naturale. Come se un figlio sia proprietà di chi lo fa e non di chi lo cresce, di chi lo ama. Cosa c’entra tutto questo con la dottrina?

Nella storia della Chiesa non sempre la famiglia è stata fulcro della fede. Oggi la Chiesa fa quasi della famiglia una sintesi dei propri valori. Eppure le parole più dure contro la famiglia vengono da Gesù che esorta un discepolo a seguirlo rinunziando a seppellire il padre. È come se di fronte a una società secolarizzata la Chiesa si rifugiasse nella ridotta del tradizionalismo e del conservatorismo sociale. Il Papa tuttavia sta scuotendo questa tendenza.

Quante volte da quando sei deputato sono state tentate leggi sulle coppie di fatto, gay o meno? Ricordi i Dico? Che fine fecero?
I Dico furono usati abilmente dal centrodestra per abbattere Prodi cementando un blocco sociale che al tempo de ‘ruinismo’ favorì il ritorno di Berlusconi al governo. Se Prodi avesse avuto una maggioranza stabile al Senato i Dico sarebbero passati già allora anche col voto di alcuni di noi che si dissero favorevoli.

Tu stesso sei stato firmatario di una proposta di legge sulle coppie gay. È vero che si misero di mezzo le alte gerarchie vaticane e che Berlusconi ti chiese di ritirarla?
Sì, andò esattamente così. Con l’aggravante che avevo sottoposto il testo a chi in Vaticano seguiva la materia e conveniva con me sulla opportunità di legiferare nell’ambito dei diritti individuali. Poi la segreteria di Stato intervenne su Berlusconi chiedendo le mie dimissioni. Io non le diedi venendo dalla scuola di un leader Dc come Fiorentino Sullo autore di un libro intitolato ‘Il Tevere scorre ancora’. Il libro fu scritto dopo che le gerarchie chiesero le sue dimissioni per aver proposto una riforma urbanistica osteggiata dai proprietari di suoli. Corsi e ricorsi storici.

Puoi raccontarci qualche episodio in proposito che non è noto alla pubblica opinione?
A Napoli avevamo un consiglio dei ministri straordinario sull’emergenza rifiuti e in quella occasione Berlusconi e Letta mi presero da parte dicendomi che il giorno prima il Cardinale Bertone al Quirinale aveva chiesto a Berlusconi dove avesse preso questo sedicente segretario della Dc favorevole ai diritti dei gay…

Cosa è cambiato su questi temi col Pontificato di Francesco? Come mai il Papa è su posizioni molto prudenti e i suoi oppositori sono così scatenati?
È tornata la Chiesa della mia giovinezza, ferma sui principi, ma accogliente e materna con chi se ne discosta e vale non solo sulle questioni etiche ma più in generale su ogni aspetto della vita.

Che dire al cardinal Bagnasco che vorrebbe scegliere anche il tipo di voto dei senatori?
Bagnasco ha ribadito le sue opinioni, ma il Senato ha scelto con libertà. Non mi sembra francamente che ci sia stata in questo caso una interferenza.

Se penso alla tue posizioni su questa materia leggo ancor piacevolmente quell’esperienza che unì il garofano e il simbolo della Dc alle elezioni del 2006. Era in fondo l’incontro tra il socialismo liberale e il liberalismo cattolico. Roba di prima qualità…
Liquidammo con troppa fretta una esperienza che poteva fruttificare divenendo oggi una alternativa alle forze politiche attuali in via di evaporazione. La politica italiana ha separato i contenuti dai contenitori. Il risultato è l’antipolitica. Paradossalmente oggi è il Papa a segnare un sentiero lungo il quale i riformismi sono chiamati a incontrarsi di nuovo. Perció ho fondato Rivoluzione Cristiana.
Mauro Del Bue

‘Una lunga marcia’, storia dei socialisti dopo il ’93

Costituente_socialistaIl nuovo libro di Carlo Correr “Una lunga marcia”, edito da MondOperaio, è il racconto dei socialisti italiani dal 1993 ad oggi, della lunga diaspora di un movimento e di un Partito che alle elezioni politiche del 1992 aveva ottenuto alla Camera oltre cinque milioni di voti, pari al 13,62% e che, due anni dopo, dopo gli eventi di Tangentopoli, era ormai crollato al 2,19%.

Carlo Correr, giornalista professionista, racconta dapprima le “avventure” dei socialisti rimasti nello schieramento di centrosinistra che si ritrovarono nello SDI di Boselli. Nato nel 1994, lo SDI è l’organizzazione socialista che compie il percorso più importante, con tappe difficili, ma che la vedono comunque sopravvivere sempre, fino al disastro del 2008. All’epoca Veltroni, segretario dei Democratici di Sinistra, preferì per le elezioni politiche l’apparentamento con l’Italia di Valori di Di Pietro, lasciando ai socialisti la scelta se entrare, in posizione subalterna e fortemente filtrati, nelle liste dei DS o, viceversa, concorrere con il proprio simbolo. I socialisti preferirono andare avanti da soli ma fu una pesante sconfitta, con l’onta, la prima volta nella storia del movimento socialista, dell’uscita dal Parlamento. Fu una sconfitta mortificante per tutto il centrosinistra, tanto che Veltroni fu costretto alle dimissioni. Correr ricorda come alcuni militanti della destra invocavano ironicamente il “Santo subito” per Veltroni, replicando l’invocazione dei fedeli di Piazza San Pietro alla morte di Papa Woytjla tre anni prima. Il segretario dei DS, contribuendo alla nascita di una legge elettorale bipolare e poi escludendo dalla competizione i Partiti minori della sinistra, aveva ai loro occhi avuto il “merito” di aver ottenuto in un solo colpo un triplice risultato: la caduta del Governo Prodi con le primarie, la cancellazione dei comunisti e dei socialisti dal Parlamento con le elezioni politiche e, a Roma, la vittoria di Alemanno con la candidatura di Francesco Rutelli.

Copertina_CorrerDi questo e di tanti altri episodi che hanno interessato i socialisti dal 1993 ai nostri giorni, ci racconta Carlo Correr dal suo privilegiato punto di osservazione. L’autore, che ha utilizzato per la sua opera anche corrispondenze e documenti riservati, ripercorre non solo le motivazioni profonde, ma fornisce anche i retroscena di tanti avvenimenti, senza tralasciare le note di colore.

E la sua ricostruzione non si limita solo ai socialisti che dopo al 1993 hanno militato nel centro sinistra, ma narra anche le vicende di quei socialisti, che essendo inizialmente scesi in campo con Silvio Berlusconi per la sua spinta riformatrice e per trovare un argine politico contro il cosiddetto “partito dei giudici”, sono poi rimasti delusi dal leader del centro-destra tanto da finire per rientrare nella casa comune.

“Una lunga marcia” fa dunque emergere come il movimento socialista, anche se ridotto ai minimi termini dopo il 1993, abbia sempre rifiutato la semplice confluenza nel PCI-PDS-DS, sforzandosi di mantenere posizioni autonome per preservare lo spirito riformatore che lo distingueva dal fratello maggiore del centrosinistra. Sono così nate nel tempo varie alleanze elettorali con valenza tattica, cioè con l’obiettivo di superare gli sbarramenti elettorali: da quella con Rinnovamento Italiano di Dini, a quella con i Verdi, all’esperienza della Rosa del Pugno con i Radicali di Pannella. Fino al 2008, quando complice anche la volontà di Veltroni di annullare i Partiti minori della sinistra, i Socialisti restano fuori dal Parlamento.

Nel 2008 Riccardo Nencini succede a Boselli alla guida del Partito Socialista Italiano, che così ritrova anche il suo nome originario. Viene scelto un nuovo simbolo riconoscibile e moderno e Nencini si riappropria anche della testata Avanti! che comincerà ad essere quotidianamente diffusa via internet. Cinque anni dopo i socialisti rientreranno in Parlamento.

I vari dirigenti socialisti hanno dunque condotto una lunga marcia per garantire la sopravvivenza di una forza politica socialista autonoma ed organizzata. Ma proprio la necessità impellente di sopravvivere, il comprensibile rifiuto di annullarsi nel Partito degli ex comunisti, hanno portato nel tempo ad alleanze con realtà politiche anche distanti e, forse, anno dopo anno a “snaturare” in qualche modo l’identità socialista.

L’autore è fiducioso nel futuro e si dice convinto che la lunga marcia continuerà, lasciando forse anche intuire che dietro l’angolo potrebbe esserci una riedizione della Rosa del Pugno e dunque una nuova alleanza con i Radicali, sempre al fine di superare l’ennesimo sbarramento elettorale del 3% previsto dall’Italicum. Il che probabilmente darà nuovo impulso alle battaglie sui diritti civili ma, al contempo, potrebbe alienare il consenso di una parte dell’elettorato moderato e di chi guarda ai socialisti come tutela attiva della politica del lavoro.

Il lavoro di Carlo Correr non solo colma un vuoto di analisi storica ma contribuirà certamente ad aprire un dibattito, in vista della imminente Conferenza Programmatica e del prossimo Congresso del Partito Socialista.

Iniziamo noi con qualche riflessione per stimolare il dibattito. In uno scenario in cui, nel campo del centrosinistra, il Partito Democratico a trazione riformista potrebbe subire la concorrenza di un nuovo soggetto politico su posizioni più tradizionali – che potrebbe nascere a sinistra con Fassina, Civati, Landini, esponenti di Sel – non sarebbe forse preferibile considerare prioritario, sia per le affinità identitarie che per convenienza elettorale, costruire un’alleanza più forte proprio con il Partito Democratico, con il quale peraltro i socialisti sono fin qui legati anche da una positiva esperienza di Governo? La dirigenza socialista che, fino ad ora, ha mostrato la capacità di sopravvivere, sarà anche in grado di rilanciare lo sviluppo del Partito?

Alfonso Siano

Una lunga marcia
I socialisti italiani dopo il 1993
Editore P.S.Edizioni – Nuova Editrice Mondoperaio – pagg. 298 – euro 14
codice ISBN 978-88-99231-06-4
Si può acquistarlo in libreria oppure rivolgendosi direttamente a:
carlocorrer@avantionline.it
mondoperaio@mondoperaio.net
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Sardegna. Cappellacci: mai qui scorie radioattive

Cappellacci_UgoIn Sardegna la tensione è alta da molto tempo. Comitati, manifestazioni e mobilitazioni di cittadini per scongiurare lo sbarco delle scorie radioattive nell’isola.
Persino la Chiesa cattolica locale è scesa in campo: i vescovi sardi, in un recente documento, hanno espresso la loro ferma opposizione all’ipotesi di insediare nella regione il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi.
L’ex governatore Ugo Cappellacci, attuale coordinatore regionale di Forza Italia, è impegnato da mesi e in prima persona ad informare e sensibilizzare la pubblica opinione sarda sui rischi derivanti da tale progetto. Non solo. Cappellacci, insieme al gruppo regionale di Forza Italia, ha spronato il presidente della Regione Francesco Pigliaru e la giunta di centrosinistra a prendere una posizione ufficiale sul problema.
La maggioranza ha accolto le sollecitazioni delle opposizioni e ha assicurato in più occasioni, tramite l’assessore regionale all’ambiente e lo stesso governatore Pigliaru, la netta contrarietà della giunta ad ospitare il sito.

Onorevole Cappellacci, in una Sua intervista rilasciata al settimanale “Panorama” lo scorso mese di marzo lei rivelò che,in base a fonti ministeriali attendibili, il procedimento per l’individuazione del sito per le scorie fosse concluso e che le regioni scelte erano il Lazio e la Sardegna. Il 2 aprile, secondo la tabella di marcia che era stata diffusa dalla Sogin, era prevista la pubblicazione della lista della aree potenzialmente idonee ad ospitare il deposito. Come sappiamo ci sono stati dei rinvii. Si ipotizzò che il rinvio fosse dovuto alla concomitante campagna elettorale per le regionali del 31 maggio. Tuttavia passate le elezioni, che tra l’altro hanno interessato solo 7 regioni (e forse quelle meno idonee), la pubblicazione della lista delle aree è stata nuovamente rimandata.
Le autorità coinvolte nel processo decisionale (Ministeri dell’Ambiente e Sviluppo Economico, Ispra e Sogin) hanno parlato di “aggiornamenti” da apportare.
Come spiega questi rinvii ed è possibile che le anticipazioni su Lazio e Sardegna abbiano indotto l’Ispra a rivedere i criteri di individuazione delle aree idonee?
Sicuramente le anticipazioni e le nostre denunce politiche hanno riacceso i riflettori su un percorso che stava andando avanti in gran segreto: questo potrebbe aver dato fastidio. La stessa reazione del ministro Galletti appare sintomatica: dopo la nostra iniziativa, dichiarò alle agenzie di stampa di non conoscere le carte, ma, secondo un autorevole quotidiano nazionale, pochi giorni dopo queste arrivarono sulla sua scrivania. Il rappresentate del Governo non sentì il bisogno di comunicare la novità. E’ singolare che un Governo tanto attento alla comunicazione “compulsiva” resti in silenzio su una vicenda così importante e stento a credere che un ministro della Repubblica non fosse già informato dell’imminente arrivo dei documenti all’epoca delle sue dichiarazioni. Altro sintomo è la condotta di un Governo che da un lato rinvia e dall’altro rassicura altri Stati, come la Francia, circa il rispetto dei tempi. A marzo il ministro Guidi avrebbe portato all’attenzione del ministro francese Royal quelli che ella definisce “i nuovi positivi elementi nel percorso di realizzazione del Deposito Nazionale, ribadendo l’impegno del Governo italiano a procedere così come concordato e la determinazione a dotare anche l’Italia di una infrastruttura necessaria alla sicurezza nucleare, come nella maggior parte dei Paesi europei”. Questo farebbe pensare ad un progetto già avanzato, pronto a partire.

Sogin è la società pubblica incaricata dal governo di smantellare le vecchie centrali atomiche e smaltire le scorie. L’azienda di Stato sta investendo molto in comunicazione: sono previste campagne pubblicitarie, seminari e confronti con associazioni, comitati ed enti locali interessati.
E’ vergognoso che, mentre il procedimento è nascosto dietro un muro di gomma, mentre un Governo si muove nella segretezza, parta una costosa campagna propagandistica, che, per come dipinge la pattumiera nucleare, ricorda un po’ i racconti orwelliani. Tutto questo avviene mentre i ministri e i burocrati romani parlano, senza arrossire, di massima trasparenza e condivisione delle decisioni.

I rifiuti radioattivi non li vuole vicino nessuno e ovunque creano dissenso e proteste per il ben noto effetto NIMBY, ‘Not In My BackYard’, (Non nel mio cortile). Come giudica l’azione del governo Renzi e di Sogin sulla chiusura definitiva del ciclo nucleare in Italia e sulla gestione delle scorie?
Da sardo, la giudico come un film già visto. Per decenni la nostra isola è stata posta dinanzi ad una logica ricattatoria, che ha visto pagare ogni posto di lavoro con pesanti contropartite in termini di salute, sicurezza, ambiente, fruibilità del territorio. Quando un Governo mira a illudere le comunità interessate con il miraggio di posti di lavoro e di benefici economici eventuali e futuri, mentre propone un immondezzaio radioattivo per il presente, sta ripetendo lo stesso gioco cinico di prendere per fame le persone. Noi siamo convinti che questi artifici appartengano ad un’altra epoca e che la Sardegna possa invece aspirare ad avere quella buona impresa e quel buon lavoro, che rispettano la nostra terra e le nostre tradizioni e che proprio da esse traggono giovamento. Insomma, tra carceri, servitù militari (lo dico pur non essendo antimilitarista), miraggi industriali, abbiamo già dato. Per quanto ci riguarda non è ideologia NIMBY, ma una reazione doverosa che più o meno suona così: “Basta, non potete venire sempre nel mio cortile”.

Nel 2011 oltre il 97% dei cittadini sardi hanno votato il referendum consultivo regionale contro la costruzione di centrali nucleari e di siti di stoccaggio delle scorie. All’epoca lei, come Presidente della Regione, sostenne con forza il No al nucleare e ai rifiuti radioattivi. Anche se si tratta di un referendum “consultivo”, quindi non vincolante per la Regione e per lo Stato, la volontà del popolo sardo è molto chiara. Tuttavia, data la natura del referendum, le autorità governative come Ispra e Sogin non sono obbligate a tenerne conto. Quali iniziative pensate di intraprendere se la lista delle aree, quando sarà pubblicata, dovesse contenere anche siti presenti in Sardegna?
Noi ci siamo espressi democraticamente. Nessuno osi sfidare la volontà di un popolo espressa pacificamente e con un voto pienamente legittimo. Non esiste seminario, conferenza o altro capannello che possa sostituirsi ad una decisione assunta dall’intera comunità isolana. Il Governo prevede che, alla fine di quel percorso che definiscono “partecipato”, se nessuno dovesse farsi avanti, la decisione sarà presa da Roma. Se nella lista dovesse risultare anche la Sardegna, noi intraprenderemo ogni iniziativa sul piano politico e giurisdizionale possibile per fermare una simile scelleratezza. Non pensino però che la mobilitazione si fermi dentro i palazzi della politica, perché esistono anche precedenti: quando Prodi in gran segreto fece arrivare il primo carico di rifiuti dalla Campania di Bassolino, a Cagliari accadde il finimondo. Come allora, noi ci schiereremmo politicamente e fisicamente dalla parte dei sardi.

Questo è l’anno dell’enciclica di Papa Francesco, “Laudato Sì”, sulla tutela dell’ambiente. In che modo ritiene che il ruolo della Chiesa cattolica locale possaessereefficacein questa vicenda?
La Chiesa ha ancora una grande forza morale ed è sempre capace di mobilitare le coscienze. Nei momenti più difficili è sempre stata vicina al popolo sardo, ha sofferto insieme a noi ed è stata di conforto. A Cagliari abbiamo vissuto con grande coinvolgimento la missione di Papa Francesco per rendere omaggio alla Madonna di Bonaria e abbiamo ascoltato le sue parole forti in difesa della nostra terra, di un popolo che soffre, la sua toccante preghiera per il lavoro. La Chiesa potrà darci una forza in più: magari quella che ci aiuta a superare le divisioni che, a volte, hanno penalizzato un popolo forte come il nostro.

Forse, alla luce dell’ultima enciclica, il problema posto dall’uso dell’energia nucleare è diventato, ora più che mai, anche“questione morale”?
Sicuramente sì. Lo è ancor di più in un’isola che vive gli effetti delle scelte sbagliate del secolo scorso: spesso poco lungimiranti e orientate più al consenso immediato che ad una reale visione politica, ideale e morale. La nostra generazione ha la possibilità di essere ricordata come quella che ha fatto scelte di rottura oppure come quella che ha continuato a pensare solo al presente, come quella del coraggio o come quella dei vili. Poiché oggi stiamo vivendo il nostro “Dopoguerra”, anche se si tratta di un conflitto finanziario e non con le armi, dobbiamo avere la stessa volontà di ricostruire, lo stesso coraggio, la stessa generosità dei nostri nonni e dei nostri padri per restituire alle nuove generazioni un futuro migliore del nostro presente.

Quali politiche, a suo avviso, andrebbero adottate a livello nazionale affinché le energie rinnovabili possano soddisfare il fabbisogno energetico e contribuire alla sostituzione delle tradizionali fonti di approvvigionamento?
Forse questo è uno dei pochi casi in cui la politica europea, da rivedere per molti altri aspetti, può essere una via da seguire. La promozione delle rinnovabili, calibrata sulle esigenze effettive dei territori e non sugli interessi speculativi, insieme alle buone prassi per il risparmio energetico sono, più che una scelta, un vero e proprio dovere. Noi abbiamo varato un piano, che sia chiama SardegnaCO2.zero, già partito in via sperimentale, per iniziare da 60 comunità “pioniere” e arrivare a portare in 377 Comuni su 377 scelte oculate, pianificate e condivise per rendere più efficienti sul piano energetico i nostri territori.

Durante la sua presidenza fu approvato il referendum contro le centrali e i depositi nucleari in Sardegna. Questo referendum, anche se non vincolante, rappresenta la volontà del popolo sardo ed è un segnale politico molto importante di cui tener conto. Pensa che l’attuale giunta di centrosinistra avrebbe potuto fare di più per evitare che la Sardegna possa essere presa in considerazione come luogo idoneo per il deposito?
La Giunta Pigliaru è partita con il piede sbagliato, perché è rimasta alla finestra ad aspettare gli eventi. Per intenderci, quando Forza Italia ha chiesto chiarimenti al presidente dopo una prima mozione votata dal Consiglio all’inizio della Legislatura, ci hanno propinato un documento “copia e incolla”, identico alle dichiarazioni rese da un assessore in Aula in occasione del precedente dibattito. Colti in flagrante nella inerzia, perché dopo un anno dall’ordine del giorno non avevano ancora mosso un solo dito, hanno spedito una letterina firmata da un assessore. A mio avviso, questioni così importanti devono essere trattate ai massimi livelli: il presidente della Regione deve pretendere un confronto diretto con Renzi, dal quale deve uscire solo con un impegno: nessuna pattumiera nucleare in Sardegna né ora né mai.

Pier Paolo Palozzi

VIVA LA SCUOLA

Scuola-Riforma

Alla fine il governo ha optato per un maxiemendamento per presentare la riforma della scuola. Un testo che scontenta le opposizioni che sono concordi nel dire che di fatto “l’impianto rimane lo stesso”. E quindi gli emendamenti di Sel, M5S e Lega non saranno ritirati. Il maxiemendamento, presentato in Commissione Istruzione al Senato dai relatori Francesca Puglisi e Franco Conte, obietta la maggioranza (renziana), “raccoglie quanto abbiamo ascoltato durante le audizioni al Senato e il dibattito in Commissione. Ci sono alcuni punti rilevanti di miglioramento del testo: per esempio viene migliorato l’equilibrio del comitato che deve stabilire i criteri per assegnare ai docenti la quota premiale. Vogliamo invitare le opposizione e tutti i membri di commissione a leggere con attenzione questo emendamento”.
Dunque qualcosa è cambiato. “Maxi emendamento pronto. Idonei tutti assunti al 2015. Una battaglia vinta – scrivono in una nota congiunta il segretario del Psi Riccardo Nencini e Marco Di Lello, presidente dei parlamentari socialisti – di cui essere orgogliosi. Anche in Italia conta il merito. Non siamo ancora soddisfatti. Presenteremo ancora sub emendamenti per ridare un futuro ai precari della seconda fascia e evitare che le risorse pubbliche vadano alle scuole paritarie”.

LE MODIFICHE
La novità delle assunzioni a chiamata diretta negli ambiti territoriali e nell’ambito delle reti di scuole sarà posticipata al prossimo anno. E’ questa una delle carte forti che i relatori della riforma della Buona scuola al Senato hanno portato oggi in commissione Istruzione. Altra novità è rappresentata dalla valutazione dei dirigenti scolastici che avverrà anche da ispettori esterni secondo “una serie di parametri dettagliati in questo emendamento”.
Altra novità inserita nel maxiemendamento è costituita dall’inserimento nel Comitato per la valutazione dei docenti di un “componente esterno individuato dall’Ufficio scolastico regionale tra docenti, dirigenti scolastici e dirigenti tecnici”.

LE ASSUNZIONI
Nel piano assunzionale straordinario dei docenti precari “entreranno anche alcuni idonei” del concorso 2012. “Avevamo chiesto di ridurre drasticamente il numero degli emendamenti – ha concluso Puglisi – e non è stato fatto, quindi abbiamo fatto una controproposta che raccoglie contenuti di molti emendamenti e del dibattito. Ci sono punti qualificanti, come la carta dello studente inserita nella delega sul diritto allo studio e il limite di 100 mila euro per lo school bonus, posti dalle opposizioni e abbiamo pensato di inserirli nella proposta”.
Ottimista il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini che ha ribadito che il maxi emendamento “contiene molto chiaramente la fattibilità assoluta e concreta del piano assunzionale” dei docenti precari “così come è stato concepito dal governo, nel rispetto dei tempi, quindi di questo anno scolastico. C’è la possibilità che il provvedimento vada a buon fine come noi ci auguriamo. Ora si tratta di procedere speditamente con i lavori al Senato”. Per il Ministro Giannini il maxiemendamento rappresenta “un ottimo lavoro di sintesi” che mette “3 miliardi di euro nelle casse della scuola italiana pubblica”.

NIENTE STRALCIO ASSUNZIONI
Le assunzioni rimangono quindi parte integrante della proposta e non vengono stralciate come avevano chiesto le opposizioni. Questo è un punto centrale che permette a Renzi di andare avanti lasciando la responsabilità del buon esito delle assunzioni alla velocità con cui il Parlamento procederà all’analisi e all’approvazione del testo. Infatti il capo del Governo, a Courmayeur per l’inaugurazione della nuova funivia del Monte Bianco, ha commentato secco: “Se la riforma andrà avanti ci saranno 100 mila nuove assunzioni, un grande investimento sugli insegnanti e una riorganizzazione con il cosiddetto organico funzionale. Altrimenti ci sarà il regolare turnover, con 20-25 mila assunzioni”.

DIFFICILE FARE RIFORME
“A conti fatti – ha affermato Giancarlo Volpari, responsabile nazionale scuola del Psi – la sinistra italiana va regolarmente in cortocircuito a fronte di scelte in linea con il riformismo. In particolare se all’ordine del giorno c’è la riforma del sistema scolastico nazionale, Negli ultimi trent’anni ha bocciato la riforma Berlinguer, poi è toccata la stessa sorte a Prodi. Le sue tesi sulla scuola erano certamente degne di sorte migliore. Oggi – ha detto ancor a Volpari – è sotto attacco il progetto di riforma di Renzi. Inevitabile una domanda: è possibile sostenere che il sistema scolastico italiano non abbia bisogno di nessun tipo di intervento in senso riformatore? Dati incontestabili dicono che no, non è possibile difendere la scuola italiana a prescindere. Basta soffermarci a riflettere su quel 18% di studenti della scuola secondaria di secondo grado che ogni anno escono dal sistema a mani vuote, cioè senza aver conseguito un qualsiasi diploma e, quindi, obbligati ad affrontare il mondo del lavoro a mani nude. A fronte di tutto questo, si risponde con atteggiamenti di chiusura al dialogo sulle ipotesi di interventi legislativi di riforma .dell’attuale sistema. In particolare il rifiuto di ogni ipotesi di valutazione del lavoro dei docenti. Rifiuto ancor più ingiustificato – ha concluso l’esponente socialista – se si riflette sul fatto che sono proprio gli stessi insegnanti quelli che giorno dopo giorno, nello svolgimento del loro lavoro, giudicano e valutano gli alunni”.

OPPOSIZIONI SULLE BARRICATE
Ma il maxiemendamento non è piaciuto alle opposizioni e la risposta di chiusura di Sel, M5S e Lega non si è fatta attendere. Per la senatrice di Sel, Alessia Petraglia si tratta di una “riscrittura dello stesso testo, a parte piccole modifiche peggiorative. Noi – ha proseguito – speriamo si possa continuare il lavoro parlamentare, con una discussione seria. A meno che non ci stiano prendendo in giro e questo non sia alla fine solo un testo propedeutico a quello su cui il governo porrà la fiducia in Aula. Qui si corre il rischio dell’ennesima farsa”.

Giudizio negativo anche dal Movimento 5 Stelle che con la senatrice Enza Blundo ha affermato che nella “sostanza non cambia nulla”. Dalla la Lega il capogruppo Gian Marco Centinaio ha detto che la Lega ha presentato solo 130 emendamenti, di merito e non certamente per ostruzionismo: se qualcuno verrà accolto, non lo presenteremo più. Sennò rimarrà. Non facciamo sconti a nessuno”. Con la presentazione di un maxiemendamento i tempi per la presentazione di subemendamenti “saranno ragionevolmente brevi” ha detto il Presidente della Commissione Istruzione del Senato, Andrea Marcucci, al termine della seduta. Il termine infatti è stato fissato alle 14 di mercoledì. “Certamente – ha aggiunto Marcucci – arrivare in aula in tempi molto rapidi è una priorità. Sappiamo che su questo ci sarà un confronto forte e determinato. I tempi sono una variabile rilevante”.

IPOTESI FIDUCIA
Mercoledì dopo la scadenza per i subemendamenti si riunirà nuovamente l’ufficio di presidenza della commissione per decidere come procedere e, in caso di iter normale, si inizierà a votare alle 15. Per i momento la parola fiducia non si è sentita girare in modo ufficiale ma di fronte al rifiuto delle minoranze di ritirare la grande mole di emendamenti presentati l’ipotesi di porla si fa sempre più concreta. La questione di fiducia potrebbe essere presentata dal governo già questo giovedì nell’aula di Palazzo Madama.

Ginevra Matiz

Orfini: il PD voterà sì all’arresto di Azzollini

Azzollini-Orfini“È molto probabile che la giunta per le Immunità del Senato riuscirà ad esaminare il caso di Antonio Azzollini per farlo arrivare in Aula entro l’estate”. Lo ha detto il senatore socialista Enrico Buemi uscendo dalla seduta della giunta per le Immunità, in una riunione che ha segnalato le difficoltà delle forze politiche di fronte al nuovo caso di sospetto malaffare con i senatori di Fi, Ncd e Gal assenti per protesta.

Ma in agitazione non ci sono solo le forze del centrodestra perché nella stessa maggioranza, ci sono tensioni dopo la decisione del PD di votare sì alla richiesta di arresto per il senatore di Ncd avanzata dalla procura di Trani nell’ambito dell’inchiesta del crac della Divina Provvidenza.

“Mi pare abbastanza evidente. Credo – ha detto il presidente del partito Matteo Orfini – che di fronte a una richiesta del genere si debbano valutare le carte, ma mi pare che sia inevitabile votare a favore dell’arresto”. Un garantismo un po’ zoppicante come sottolinea ancora Buemi. “Una decisione presa senza leggere le carte continua ad essere discutibile. I documenti arrivati dalla Procura di Trani – spiega – ancora non sono stati distribuiti ai componenti della Giunta, io quindi ancora non li ho letti. Io sono per l’abolizione della Giunta. A questo punto a cosa servono gli atti giudiziari se il voto diventa politico?

Già, prima ancora di valutare le accuse insomma il PD sembra aver già deciso e questo perché ‘pesano’ i precedenti politici, soprattutto quello di Francantonio Genovese. Pare che lo stesso Matteo Renzi, consultato nei giorni scorsi da alcuni senatori, abbia dato la ‘linea’ dicendo: “Siamo garantisti, non mandiamo a casa nessuno per un avviso di garanzia, ma qui parliamo di una richiesta d’arresto”. E la memoria va subito a un caso simile, quello appunto di Genovese che accusato di truffa e peculato si costituì in carcere a Messina qualche ora dopo che il 15 maggio, la Camera, con 371 sì, 39 no e 13 astenuti, aveva autorizzato il suo arresto in una votazione senza precedenti perché avvenuta a scrutinio palese. Il PD, che votò a favore con solo 6 dissidenti, finì schiacciato nella tenaglia di grillini e SEL accompagnati dalla destra di Fratelli d’Italia. E così anche questa volta il PD, già sotto pressione per lo scandalo senza fine di Roma Capitale che sta facendo vacillare la giunta capitolina e lambisce a tratti anche la Regione, non trova la forza di subire gli attacchi di grillini e SEL.

“La giunta per le Immunità del Senato – ha spiegato il presidente della giunta, Dario Stefano (Sel) – comincerà ad esaminare la richiesta di arresto per Antonio Azzollini martedì 16” e “proseguirà, probabilmente fino al 24 giugno, con due sedute a settimana”.

Dunque tempi rapidi anche se la preoccupazione di Renzi non è solo quella degli attacchi per la ‘moralità della politica’; in ballo c’è la tenuta stessa della maggioranza che da dopo le elezioni regionali non sembra così ‘stagna’ come la vorrebbe lui. L’NCD si è infatti espresso compattamente in difesa di Azzollini e dunque al momento del voto la maggioranza sembra destinata a spaccarsi, ma soprattutto sembra destinata a subire le incursioni di senatori che temono di perdere ogni giorno un po’ del loro peso politico assieme a quello dell’intero partito.

L’Ncd inoltre non sta passando un buon momento, attraversato da divisioni e frizioni interne con effetti che si ripercuotono visibilmente sulle votazioni a Palazzo Madama come si è visto sulla ‘riforma’ della scuola e sul reato di ‘omicidio stradale’.

Angelino Alfano, leader del NCD, avrebbe dato garanzie di tenuta nonostante la levata di scudi a difesa del suo senatore. Nell’ombra si intravede una trattativa perché in ballo ci sono i rinnovi delle Commissioni parlamentari e soprattutto il ‘rimpastino’ di governo dove sono in gioco posti da sottosegretario e almeno una poltrona da ministro. Forza Italia dovrebbe lasciare le presidenze di commissione perché il ‘Patto del Nazareno’ non c’è più, per il vorticoso ‘cambio di casacche’ che ha coinvolto alcuni senatori di Gal finiti all’opposizione, ma anche perché alcuni senatori dello stesso PD sono ormai stabilmente all’opposizione dentro il loro partito e possono creare problemi nelle Commissioni su temi molto cari a Renzi come la ‘riforma’ del Senato e quella dell’Istruzione.

Un gran pasticcio che potrebbe far fibrillare una maggioranza di governo che al Senato sta su con le mollette. La memoria corre al governo Prodi, naufragato nel 2008 quando l’Udeur dell’allora Guardasigilli Mastella, dopo l’ordinanza di arresti domiciliari per la moglie Sandra Lonardo per un’ inchiesta giudiziaria finita poi in una bolla di sapone, non ottenendo solidarietà dai DS, il principale alleato, votò contro la fiducia chiesta dal Presidente del Consiglio e la legislatura affondò aprendo la strada alle elezioni anticipate e al Berlusconi IV.

Intanto il deputato socialista Lello Di Gioia ha annunciato le dimissioni dal PSI. “In merito alle notizie apparse oggi su agenzie di stampa relative al crac della casa di cura Divina Provvidenza di Bisceglie – ha spiegato – e per le quali non ho ancora ricevuto, al momento, nessun avviso di garanzia né notifiche di reato dalla Procura di Trani, e presso la quale mi recherò comunque spontaneamente per chiarire la mia posizione e chiedere conto delle indagini che si presume mi riguardino, rendo noto quanto meno un primo atto politico. Per non coinvolgere il Partito socialista italiano, partito in cui ho militato da sempre e a cui sono legato da trent’anni di militanza e passione politica, rassegno immediatamente le mie dimissioni dal partito e da qualsiasi incarico in esso. Resterò un semplice deputato del Gruppo Misto alla Camera”.

Armando Marchio