Le colpe di Occhetto
e il Muro tra le sinistre

achille occhettoNegli ultimi giorni si fa un gran parlare di Renzi e dei suoi tentativi di riunire il Centrosinistra. Si discute di un Centrosinistra largo, e aperto a tutte le anime che abbiano la buona volontà di aderirvi. Di programmi poco o nulla. Lo sherpa dell’operazione è Piero Fassino, ultimo segretario dei Ds e criticamente renziano.

Come si concluderanno queste grandi manovre è ad oggi un mistero, ma molti aspetti lasciano presagire un esito negativo. La sicumera renziana rimane uno dei più grandi limiti del segretario del Pd. Il carattere di Renzi impone oggettivi limiti a qualsivoglia dialogo con Mdp e con tutta la galassia della sinistra-sinistra. Le modalità con cui si è consumata la scissione nel vecchio Pd, insomma, impediscono una riunificazione. Ma il problema sta a monte, non riguarda né Renzi né Bersani e viene da molto lontano.

La storia della sinistra, infatti, è una storia più divisiva che unitaria. Le scissioni che l’hanno coinvolta sono numerose e hanno avuto delle conseguenze politicamente drammatiche. La frattura di Livorno del 1921 è la più pesante, e dopo quasi cent’anni sembra gravare ancora sulle sorti della sinistra nostrana. La rottura tra socialisti e comunisti non è mai stata superata, e questo fantasma continua ad aleggiare sul Pd.

Quando la si sarebbe potuta ricomporre, mancò la volontà politica. Le colpe di Occhetto sono note, ma anche Craxi non ebbe la forza di riunire quel che la Rivoluzione russa aveva diviso. Era il 1989 ed era appena crollato il Muro di Berlino e anche il Muro di Livorno sembrava vacillare.

La sinistra italiana si sarebbe potuta riconciliare intorno ad un progetto socialdemocratico e riformista unitario. Il Pci avrebbe potuto riscattarsi dal proprio massimalismo inconcludente, superando tutti i limiti che lo avevano privato della legittimità governativa; il Psi avrebbe vinto la sua lunghissima battaglia culturale.

Ma il Muro tra le sinistre non cadde. Il Pci divenne Pds, senza costruire una vera identità. La Cosa rossa oscillò pericolosamente tra il pacifismo, l’internazionalismo, il femminismo e l’ecologismo senza risolvere la questione cruciale: il rapporto con la socialdemocrazia. Il Pci-Pds abbandonava dunque il marxismo-leninismo, senza sostituirvi alcuna filosofia politica. Il Psi craxiano, invece, rimase impantanato nelle sue contraddizioni – finanziamento illecito e insufficiente crescita elettorale – e in breve passò dal riformismo alla conservazione dell’esistente, opponendosi al referendum sulla preferenza unica alla Camera e a qualsiasi tentativo di riforma del sistema dei partiti. Craxi commise una serie di errori, che lo trasformarono nell’emblema della partitocrazia. Sarebbe divenuto il capro espiatorio della tragica stagione di Mani Pulite.

Proprio durante quest’inchiesta i destini dei due partiti si separarono definitivamente. Il Pds colmò il proprio vuoto identitario con un giustizialismo moralista di marca berlingueriana che si caratterizzò per i toni antisocialisti. Il Psi venne spazzato via dal circuito mediatico-giudiziario. La sanzione di questi errori fu la vittoria di Berlusconi sulla coalizione dei progressisti guidata dal Pds, nel 1994.

Con la nascita del Pd poche cose sono cambiate. La questione dell’identità della sinistra italiana si è ulteriormente complicata, dal momento che la cultura degli ex democristiani non si è mai fusa in modo coerente con il ‘patrimonio’ ideologico dei postcomunisti. Dall’Ulivo passando per l’Unione fino al Pd, le divisioni hanno avuto la meglio. Basti pensare al colpo di mano del sempiterno D’Alema ai danni di Prodi nel 1998, grazie a cui il segretario dei Ds spalleggiato da Cossiga, sfruttando una crisi di governo aperta da Rifondazione comunista, sostituì il Professore alla guida dell’esecutivo. Episodio non troppo dissimile rispetto agli eventi seguiti al celebre ‘Enrico stai sereno’..

Quale sarà dunque l’esito delle trattative interne alla sinistra? Probabilmente una nuova vittoria di Berlusconi.

Le rottamazioni incrociate
del centro sinistra

prodirenzi.jpgAvanti con la coalizione di centrosinistra. Basta coalizione. Rottamazioni incrociate. Proviamo una nuova coalizione o “larga” o “stretta”. La sconfitta elettorale ai ballottaggi di domenica 25 giugno brucia la pelle e i polmoni delle sinistre e del Pd. Le sinistre e i democratici respirano a fatica, con l’affanno, alla ricerca di una medicina efficace.

Per Prodi, Bersani, D’Alema, Pisapia, Nencini (sinistre riformiste esterne al Pd) la medicina è l’unità, la coalizione di centrosinistra: è questa la strada, ma diversamente modulata, per tornare a vincere sconfiggendo il centrodestra e i cinquestelle. Pier Luigi Bersani, però, ha chiesto “discontinuità” chiudendo la porta a una ricandidatura di Matteo Renzi a Palazzo Chigi. Andrea Orlando e Gianni Cuperlo (sinistra interna Pd) sollecitano Renzi a un immediato cambio di linea imboccando la strada della coalizione.

Sinistra Italiana, invece, non vuole più accordi con Renzi e con il Pd. Secondo Nicola Fratoianni e Stefano Fassina è ormai su posizioni neo centriste. La nuova sinistra radicale nemmeno vuol sentire parlare del segretario democratico. Tomaso Montanari e Anna Falcone, nell’assemblea del 18 giugno al Teatro Brancaccio a Roma, sono stati durissimi. Montanari ha tuonato: ormai Renzi «fa parte della destra».

Coalizione no, coalizione sì. Un caos post sconfitta elettorale. Renzi è per il no: «Il dibattito sulla coalizione addormenta gli elettori e non serve». Il segretario del Pd ha indicato un’altra strada, quella della leadership, dei risultati, dei progetti e dei contenuti: «Agli italiani interessa cosa facciamo sulle tasse…Trovatemene uno interessato alle coalizioni e gli diamo un premio fedeltà».

Renzi sembra intenzionato a rottamare la coalizione di centrosinistra puntando le sue carte sull’autosufficienza del Pd. Nelle elezioni comunali il segretario democratico ha scelto le coalizioni, ma ha perso anche a Genova nella quale il centrosinistra era unito. Così sindaco della città, storica roccaforte “rossa”, è divenuto un uomo del centrodestra, anche grazie all’aiuto dei voti targati cinquestelle.

Una “legnata” sulla testa di Romano Prodi. Va in rotta di collisione con Renzi. L’inventore dell’Ulivo, dell’Unione di centrosinistra e del Pd si era mostrato pronto a spendersi come “federatore” per ricomporre le tante divisioni del centrosinistra. La polemica con Renzi è dura: «Leggo che il segretario del Partito democratico mi invita a spostare un po’ lontano la tenda. Lo farò senza difficoltà, la mia tenda è molto leggera. Intanto l’ho messa nello zaino».

Sembra che Prodi si sia infuriato soprattutto dopo aver letto l’affermazione di Renzi al ‘Quotidiano Nazionale’: «I migliori amici di Berlusca sono i suoi nemici, che invocano coalizioni più larghe…». Secondo quel ragionamento, ha pensato Prodi, Renzi imputava la sconfitta del Pd a tutti i sostenitori della coalizione di centrosinistra, compreso l’inventore dell’Ulivo. Poi un post di Matteo Orfini su Twitter ha fatto deflagrare lo scontro. Il presidente del Pd aveva messo su Twitter un’immagine di un vertice dell’Unione ai tempi di Prodi. Si vedeva un enorme tavolo con l’allora presidente del Consiglio, alcuni ministri e una miriade di esponenti di partiti, partitini e micro partiti (in tutto 33 persone). L’immagine era accompagnata da un commento di Orfini dal sapore ironico: «La nuova linea è ‘Renzi convochi subito il tavolo del centrosinistra!’. Favoriamo l’immagine per facilitare il lavoro».

Non l’ha presa bene nemmeno Bersani. L’ex segretario del Pd, da febbraio nel Mdp, ha considerato atti di ingenerosità” o perfino “canaglieschi” addossare agli scissionisti e alla sinistra in genere la responsabilità della “botta” alle comunali.

Ma la stessa maggioranza renziana è in fibrillazione. Dario Franceschini, uomo forte della maggioranza del partito, critica il segretario e il no alla coalizione: «Il Pd è nato per unire, non per dividere». I renziani di stretta osservanza sono in allarme. Temono un attacco concentrico contro il segretario, appena rieletto dal congresso a grande maggioranza di voti nelle primarie. Il primo passo dei critici sarebbe di candidare non Renzi, ma un altro nome a presidente del Consiglio tipo Enrico Letta o Carlo Calenda.

Tiene banco un caotico scontro. Il progetto di coalizione di fatto è archiviato. Sono arrivate rottamazioni incrociate, operate in modo corale e con obiettivi contrapposti dai diversi protagonisti.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Alberto La Volpe, un socialista e un grande giornalista

È morto nella notte di lunedì a 83 anni Alberto La Volpe, giornalista protagonista di una lunga carriera in Rai. Dall’87 al ’93, ha diretto il Tg2, inventando insieme a Giovanni Falcone “Lezioni di mafia”. Eletto alla Camera nel 1994 con i ‘Progressisti’, fu sottosegretario ai Beni Culturali nel primo governo Prodi e agli Interni nel primo governo D’Alema. È stato direttore di Mondoperaio e dell’‘Avanti! della domenica. Alberto La Volpe era nato a Napoli, ma viveva a Roma.


alberto la volpeDi Alberto conservo intatto negli anni il ricordo di una grande simpatia umana e intellettuale. Non sto qui a ricordare i suoi meriti di giornalista, acquisiti soprattutto alla direzione del Tg2 dove seppe davvero portare qualcosa di nuovo per l’informazione pubblica, mi piace invece che di lui venga conservata l’immagine di un’intelligenza vivace, di una persona che nel suo lavoro aveva come stella polare un rapporto molto concreto, autentico, con gli interessi, i bisogni, le necessità dei cittadini, soprattutto se si trattava degli ‘ultimi’, dei disoccupati, degli immigrati o dei senza tetto.

Alberto era prima di tutto un socialista, poi tutto il resto. Aveva la capacità professionale, la cultura e l’esperienza indispensabili per essere un buon giornalista, ma non era disposto a tutto, non era disponibile a dimenticare valori e punti di riferimento di una vita pur di raccontare una bella storia. Non avrebbe mai potuto nascondere un fatto, negare la realtà anche quando poteva essere scomodo farlo, ma la cosa più importante era per lui contribuire in qualche modo a costruire un mondo più giusto.

Con Enrico Boselli segretario del Sì-Sdi-Psi, abbiamo lavorato assieme prima a Mondoperaio, resuscitandolo dal silenzio seguito al collasso del nostro partito nel 1993, e successivamente alla direzione dell’Avanti! della domenica, e non l’ho visto mai venir meno a questa filosofia di vita, sia che si trattasse di affrontare i temi della politica interna che quelli dell’economia come della politica estera. Un’onestà di fondo che non abbandonava mai e sempre coniugata a una gentilezza di modi e a una delicatezza di sentimenti che lo rendevano simpatico anche a chi non condivideva affatto le sue posizioni politiche. Alberto non era un ipocrita e mai sarebbe potuto esserlo. Se doveva dire che non era d’accordo lo diceva, gentilmente, ma lo diceva. Sempre con un grande rispetto per il suo interlocutore.

Con il partito, negli anni in cui abbiamo lavorato assieme, aveva un rapporto profondo, a tratti anche conflittuale. Era e si considerava un uomo di sinistra, quando ancora dirsi di sinistra aveva un senso e uno scopo. Le sue scelte politiche le aveva fatte con grande chiarezza ed impegno negli anni difficili di tangentopoli, candidandosi nelle liste del Psi con i ‘Progressisti’. E socialista del Psi era rimasto, pur credendo con convinzione e passione alla necessità dell’unità di socialisti ed ex comunisti, anche quando altri, eletti con lui, avevano scelto diversamente. Le confluenze per opportunità non rientravano tra le sue ambizioni e preferiva di gran lunga restare libero nello spirito e fedele agli ideali di una vita.
Io lo ricordo così.

Carlo Correr

Migranti: Del Bue, oggi Psi torna a presiedere Conferenza mondiale

“Credo sia la prima volta, dopo il 1993, che si tiene a Roma un convegno internazionale come quello apertosi quest’oggi a Roma presieduto da un esponente del Psi. E’ Pia Locatelli, oggi vice presidente dell’Internazionale socialista che pone un punto fermo nella continuità della nostra tradizione. Non si tratta certo di un convegno di scarsa rilevanza, ma un appuntamento di primo piano sul tema del momento: l’immigrazione, alla presenza di un ospite di prestigio come San Suu Kyi, e cito anche Prodi, Boschi e molti altri e alla quale lo stesso presidente del Consiglio ha inteso partecipare assieme al presidente della Camera Boldrini. Oggi il Psi, un piccolo partito che non ha ammainato bandiera, può dunque vantare tra le sue fila la vice presidente dell’Internazionale socialista, già presidente dell’Internazionale donne. E può costituire dunque un punto di riferimento autorevole per tutti i partiti socialisti europei”.

Lo sottolinea Mauro Del Bue, direttore di ‘Avantionline’ ed esponente della segreteria del Psi.

Nel PD un dialogo tra sordi
ed i possibili rimedi

Dopo la direzione nazionale bisogna prendere atto che il PD potrà uscire fuori dal guado se indicherà la direzione di marcia e le condizioni essenziali perché sia perseguita in unità d’intenti. Viene legittimo il dubbio che con i suoi ultimatum a ripetizione la sinistra dem abbia l’intento di provocare la scissione a destra per scaricarne la responsabilità su Renzi ed accreditarsi come l’erede di quanto rimane del PD. E’ bene chiarire che è legittima aspirazione di ogni partito diventare forza maggioritaria per la sua proposta, altra cosa prefiggersi di raggiungere l’obbiettivo a colpi di sbarramenti, tipo l’8% di marca veltroniana che accelerò la caduta del governo Prodi a destra come a sinistra della composita coalizione prefigurando il taglio dei rami minori e, così facendo, decretando la fine del tronco.

Nonostante la bocciatura la vocazione maggioritaria è rispuntata anche con Renzi che avrebbe dovuto prenfere atto di un’altra lezione esemplare come l’implosione della maggioranza bulgara di Berlusconi. Ho riepilogato la storia di una direzione di marcia sbagliata per dire che la strada maestra di veri maestri come De Gasperi è quella delle coalizioni più ampie ed omogenee possibili cementate da una strategia condivisa per un obiettivo comune, che oggi prioritario e discriminante per le alleanze è restare in Europa per cambiarla dal di dentro. Questo criterio della inclusività per orientare ed aggregare altre forze esterne deve essere perseguita in primo luogo all’interno della forza politica che aspira alla guida del processo aggregativo. La prima doverosa mossa di Renzi è quella di liberare il partito dalla sensazione-tentazione di voler egemonizzare la rappresentanza, ma questo non può avvenire a trattativa privata con chi sta con un piede dentro ed uno fuori dal partito minacciando scissioni come un lassativo. Sarebbe l’inizio della disgregazione mentre la strada maestra ispirata dall’esperienza dell’Ulivo è quella di un partito aperto all’apporto della base anche fuori dal perimetro del partito estendendo le primarie a tutte le candidature specie se comprendono figure come i capolista sottratti al voto popolare, promuovendo primarie generali dei candidati in ogni collegio con il primo eletto indicato a capolista, evitando un duplicato del capolista in seconda battuta, assicurando così la pluralità degli apporti assolutamente vitale per chi si prefigge di superare la soglia del 40%.

In poche parole si tiene unito un partito facendosi carico per ogni componente del principio del “Primum vivere deinde philosophari”. Giusta la preoccupazione di chi ritiene che si moltiplicherebbe con il premio alla coalizione la frantumazione ed il ricatto delle forze minori ma il premio al partito di maggior consistenza può anche essere perseguito, incentivando l’unità di forze omogenee, escludendo dal riparto del premio le forze che non abbiano raggiunto un minimo di consenso popolare. Così come, per le candidature multiple, si evita l’arbitrarietà della scelta da parte delle oligarchie di partito risultando il candidato eletto laddove ha conseguito la percentuale maggiore. Mi fermo a queste prime indicazioni rispettose, dentro e fuori del partito, della pluralità degli apporti dentro possibili maggioranze e fuori a tutela delle minoranze prevedendo sin da ora, per favorire gli accorpamenti, che per le liste singole e non coalizzate la soglia minima sia fissata al 5% secondo il modello tedesco.

Prodi e Berlusconi per una volta uniti

Gli interventi di Berlusconi e Prodi nei giorni scorsi non sono passati di certo inosservati.

E la cosa che più è saltata agli occhi è stata una certa consonanza, non solo di toni. Pur se hanno ruoli diversi, almeno per il fatto che Berlusconi è ancora un leader politico in attività, entrambi gli ex-premier hanno una cosa in comune. Che, a rileggere la storia degli ultimi 20 anni, non è quisquilia: ovvero, sono gli unici due che possono vantare vittorie elettorali.

Il Professore, a sinistra, è stato il solo a battere Berlusconi veramente. E c’è riuscito per ben due volte. Cadendo, poi, più per questioni interne al suo schieramento, che per capacità dell’avversario.

Oggi, Prodi vorrebbe un “nuovo Ulivo”. Un centro-sinistra che abbia delle fattezze simili a quello che lo ha appoggiato nel 1996 e nel 2006. Il problema, e non è di poco conto, è che a sinistra del PD non c’è rimasto granché.

Sinistra Italiana non appare particolarmente “quotata” in termini elettorali, e nasce già divisa. Pisapia, con il suo movimento “in fieri”, che dovrebbe partire dai sindaci, non sembra in grado di aggregare voti i quali, comunque, graviterebbero già in area PD. Il problema è che la sinistra a sinistra del PD è contraria, prima di tutto, a Renzi. Il quale si è attirato anche gli strali della CGIL, rendendo più complicato qualsiasi accordo.

Berlusconi ha, anche lui, problemi di carattere “aggregativo”. Ma alla sua destra però, avendo difficoltà a trovare alleati. Infatti, il capo di Forza Italia sta tentando di “affrancarsi” dal populismo di Salvini e Meloni, attraverso un’azione politica più responsabile nei toni e nel merito.

A destra non c’è solo una questione di leadership tra Salvini e Berlusconi. Ma anche di “impianto” politico.  L’Uomo di Arcore sembra aver dismesso i panni del populista, e non intende rincorrere i due epigoni del lepenismo italiano sul loro stesso terreno, che ben conosciamo. Sa che i suoi numeri non sono lontanamente paragonabili a quelli del passato. Auspica una legge proporzionale per poter contare di più nell’agone politico. E svolgere un ruolo da ago della bilancia, simile a quello svolto da un Partito Liberale tedesco o inglese.

Si pone, ora, come europeista convinto. Muovendo alla UE, in sostanza, gli stessi rilievi del suo vecchio antagonista, Prodi. Che dell’Europa è stato sempre un più convinto sostenitore, oltre che presidente della Commissione. Perché lo scenario è fosco per l’Unione Europea. La vittoria di Trump, il suo atteggiamento pro-Putin, l’uscita della Gran Bretagna dall’UE e il suo il ritorno alla “special relationship” con gli Stati Uniti, sembrano lasciare l’Europa nel mezzo. In una sorta di Purgatorio da dove non riesce ad uscire. Se non con il miracolo di qualche “indulgenza” altrui.

È l’irrilevanza, il vero problema. Che, se pur non vera nei numeri, vista la forza economica, sembra essere la principale sua caratteristica attuale. Ovviamente, il nazionalismo, che la sta attraversando a tutte le latitudini, e che inneggia stoltamente ad un ritorno ai confini nazionali, non fa i conti né con la realtà, né con i numeri.

Soprattutto i rapporti tra USA ed Europa sono molto forti. Ed un ritorno agli stati nazione, per noi europei, non potrebbe essere altro che una diminuzione di peso specifico nei confronti di giganti.

Sul sito del Parlamento Europeo, per quanto riguarda i rapporti USA-UE, troviamo scritto che:” L’UE e i suoi partner nordamericani, Stati Uniti d’America e Canada, condividono i valori comuni di democrazia, diritti umani e libertà economica e politica, e hanno interessi coincidenti in materia di politica estera e di sicurezza […] Gli USA sono il più stretto alleato dell’UE sul fronte della politica estera. I partner cooperano strettamente, consultandosi sulle rispettive priorità internazionali e operando spesso per promuovere gli interessi comuni nelle sedi multilaterali. Collaborano nell’ambito della politica estera in vari contesti geografici […]”. Fin dal 1972, gli Stati Uniti e la UE (prima CEE) hanno intrapreso relazioni politiche in ambito legislativo: il dialogo transatlantico tra legislatori (TLD), che riunisce deputati del P.E. e della Camera dei Rappresentanti.

Relativamente al 2014, l’UE ha mantenuto la propria posizione di principale partner commerciale degli USA per le importazioni di merci.
“Nel 2014 gli USA erano la prima destinazione delle esportazioni dell’Unione, assorbendo il 18,3% delle esportazioni totali di merci dell’UE (contro il 9,7% della Cina). Gli USA erano il secondo partner dell’UE in termini di importazioni e da essi proveniva il 12,2% delle importazioni totali dell’UE. In tale contesto, gli Stati Uniti si sono posizionati dietro la Cina, paese d’origine del 17,9% delle importazioni totali dell’UE, ma davanti alla Russia, che ha fornito il 10,8% delle importazioni totali dell’Unione […]. Le esportazioni di servizi dall’UE agli USA sono aumentate fra il 2012 e il 2014, così come le importazioni di servizi nell’Unione dagli USA. Nel 2014 l’UE ha registrato un’eccedenza commerciale di 11,6 miliardi di euro nel campo dello scambio di servizi con gli USA […].

Sempre secondo quanto riportato dal Parlamento Europeo, l’UE è il maggior investitore negli USA, così come gli USA sono il maggior investitore nell’UE. Ora, bisognerebbe chiedere ai nostalgici dello stato-nazione se tutto questo sarebbe stato possibile, in un’era di globalizzazione, facendo ricorso solo alle prerogative, e ai mezzi, nazionali. O se, invece, l’Unione Europea non è stato un volano, nonché un contraente forte, per arrivare a tali numeri. Questo anche Trump, pur con il suo linguaggio truculento, e le sue idee politiche reazionarie, lo sa bene. Il problema non è (solo) Trump, e la sua voglia di isolazionismo. Ma è l’incapacità dell’Europa di farsi percepire come indispensabile, forte e affidabile. È ovvio, che questo è figlio di problematiche complesse. Ma che non si risolvono certo con le ricette di Orban.

Berlusconi ha detto che “il sogno europeo è oggi più attuale che mai”. Non so se si sia convertito ad un pieno europeismo. Lo spero. Ma è probabile che oggi veda nello scenario politico italiano ed europeo il germe della disgregazione senza alternative politiche valide.

Nella sua introduzione al Manifesto di Ventotene, Eugenio Colorni scriveva che, vedendo i risultati nefasti di guerre e nazionalismi, “si fece strada, nella mente di alcuni, l’idea centrale che la contraddizione essenziale, responsabile della crisi, delle guerre delle miserie e degli sfruttamenti che travagliano la nostra società, è l’esistenza di stati sovrani […] consideranti gli altri stati come concorrenti e potenziali nemici, viventi gli uni rispetto agli altri in situazioni di perpetuo bellum omnium contra omnes”. Il ruolo della politica e della memoria, in questo momento, sono fondamentali.

Raffaele Tedesco

Renzi sotto attacco nel Pd. Il ritorno dei rottamati

D'Alema-Renzi-UeUn nuovo segretario e un altro presidente del Consiglio. Le minoranze del Pd ribollono, l’obiettivo è disarcionare Matteo Renzi. Massimo D’Alema ha rotto il silenzio con ‘Il Corriere della Sera’: «Nessuno è insostituibile». L’ex presidente del Consiglio, già segretario del Pds-Ds, pensa alle prossime elezioni politiche: «Con Renzi non vinceremo mai». Con chi sostituire Renzi? D’Alema, uno dei maggiori “rottamati” dal segretario del Pd, si limita a dire: serve «una personalità per rimettere insieme i riformisti».
Niente nomi né per la segreteria del Pd né per la presidenza del Consiglio. Ma nomi e programmi potrebbero uscire a fine gennaio. Sono mobilitati “300 comitati”, già al lavoro contro il referendum costituzionale di Renzi del 4 dicembre: «Sabato 28 gennaio ci riuniremo in assemblea, e proporremo di trasformare questi comitati per ricostruire il campo del centrosinistra».

Il guanto di sfida lo ha lanciato anche Pier Luigi Bersani. L’ex segretario del Pd ha annunciato a ‘Repubblica’: «Qualcuno può escludere che in giro ci sia un giovane Prodi?». Anche in questo caso nessun nome, ma poi è arrivata una precisazione: va cercato «un nuovo Prodi più che un giovane Prodi». Occorre, cioè, un personaggio di spessore culturale e politico, non necessariamente anagraficamente giovane, ancorato a sinistra ma capace di rappresentare anche gli elettori di centro, liberali e cattolici.
Un fatto è sicuro: per correre da segretario del Pd, da eleggere nel congresso di fine anno, sono già in pista Roberto Speranza ed Enrico Rossi, due esponenti delle sinistre del partito. Il primo, ex giovane capogruppo alla Camera, è un fedelissimo di Bersani; il secondo è il presidente della regione Toscana. Poi, per Palazzo Chigi, impazzano tanti nomi: l’ex direttrice del Tg3 Bianca Berlinguer (la figlia di Enrico, amato segretario del Pci), l’ex ministro dei Beni culturali Massimo Bray, l’ex presidente del Consiglio Enrico Letta, il presidente della regione Puglia Michele Emiliano. Tra i papabili ci sarebbe anche il giovane ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda.
Sia D’Alema sia Bersani, che hanno votato ‘no’ al referendum sulla riforma costituzionale di Renzi, lamentano: il segretario del Pd “non ha cambiato rotta” dopo la sconfitta subita. I problemi centrali dell’Italia sono l’aumento delle “disuguaglianze” e della “povertà”, il populismo è una conseguenza della protesta sociale, il voto del popolo va capito. Il Pd ha perso voti tra i lavoratori, nelle periferie, al Sud, tra i giovani. Ora c’è la necessità di rappresentare “il disagio sociale”.
È cominciato un durissimo scontro tra la maggioranza renziana e la “vecchia guardia” del partito: prima per la segreteria e poi per Palazzo Chigi, sia se ci saranno le elezioni politiche anticipate sia se la legislatura finirà regolarmente all’inizio dell’anno prossimo. Renzi riflette sugli errori commessi e si prepara “a ripartire” rinnovando il vertice del partito e il programma.

Le analisi sono contrapposte. Il segretario democratico, in una intervista a ‘Repubblica’ di alcuni giorni fa, ha attaccato le minoranze: «Sono stato circondato nel Pd da un vero e proprio pregiudizio, secondo cui non ero degno di rappresentare la sinistra». Ha obiettato: «Nonostante le leggende nere abbiamo perso a destra, non tra i compagni». Ha rivendicato i caratteri di una sinistra diversa: «Per me essere di sinistra è anche innovare, essere garantisti sulla giustizia, abbassare le tasse, non essere necessariamente a rimorchio del sindacato che contesta ideologicamente i voucher e poi li usa».

Rodolfo Ruocco

L’Italicum va cambiato. Sistema bipolare finito

Legge elettorale

“Il Psi da almeno un anno chiede la modifica dell’Italicum. Un sistema tripolare è diverso da un sistema in cui si confrontano due blocchi contrapposti”. Sono le parole del Segretario del PSI, Riccardo Nencini, sulla richiesta di modifica della legge elettorale, in un intervista al quotidiano ‘Il Mattino’‘.

Sui limiti dell’Italicum e le modifiche da apportare, ha aggiunto: “Può andare bene per la governabilità ma non può essere gettata in un cestino la rappresentanza. Un grande paese non può rischiare di essere governato da forze politiche che godano del consenso di un quarto dei cittadini. Abbiamo presentato un disegno di legge al Senato per allargare il premio di maggioranza all’intera coalizione e il premier non sarà il leader del suo partito ma garante dell’intera coalizione”. “È importante – continua Nencini – che sull’Italicum sia aperta una discussione. I numeri si trovano se si pensa che modificare la legge elettorale sia un servizio agli italiani e non a un partito”. “Ricordo a Renzi tre precedenti storici: nel 1923 i liberali fecero la legge Acerbo e ne approfittò Mussolini; nel 1993 il Mattarellum fu voluto da Martinazzoli e ne approfittò Berlusconi; il Porcellum fu voluto da Calderoli e ne approfittò Prodi“ – ha proseguito. “Con il 45% di italiani che non vanno a votare, il partito che avesse preso il 24% del 55% degli italiani che votano, potrebbe vincere le elezioni. Non mi sembra un buon segnale per la democrazia” – ha concluso Nencini.

La legge elettorale è ormai al centro di un tiro incrociato sia da destra che da sinistra. Gli unici che non ne chiedono la modifica sono i 5 Stelle, che dopo averla bollata come il male assoluto, si sono resi conto di essere gli unici favoriti da questo modello. Anche all’interno del Pd le voci contrarie sono molteplici, e dagli stessi vertici, dopo aver difeso la legge a spada tratta e dopo averla fatta approvare con voto di fiducia, ora si sostiene che il Parlamento è sovrano e che se vi è una maggioranza per cambiarla ha tutto il diritto di farlo.

Intanto il centrodestra, diviso e frammentato, cerca di trovare la quadra. Salvini, ancora in preda a sbandamenti dopo lo schiaffone elettorale cerca la rivincita insultano e offendendo con iniziative deliranti. Come quella di ieri contro il presidente della Camera Laura Boldrini paragonata a una bambola gonfiabile. La risposta è forza anche peggio: “Non chiedo scusa alla Boldrini, è lei che dovrebbe chiedere scusa agli italiani perché lei è la prima razzista nei confronti degli italiani”. Un atteggiamento che nulla ha a che fare con i moderati di centro e di centro destra. Tant’è che Berlusconi ha incaricato Stefano Parisi, ex candidato sindaco di Milano, “di effettuare una analisi approfondita della situazione politica e organizzativa di Forza Italia e di elaborare un progetto per il rilancio e il rinnovamento della presenza dei moderati italiani nella politica”. Un progetto che – viene sottolineato – “dovrà essere orientato alla prospettiva di offrire al Paese una proposta nuova e credibile aperta alla società civile”. L’obiettivo del progetto di rilancio e rinnovamento di Forza Italia, prosegue la nota, è quello di “riaggregare e di portare al voto i tanti italiani che non hanno più fiducia nella attuale politica ma avvertono una profonda e urgente esigenza di rinnovamento nella gestione del Paese”. Un idea che piace anche a Maroni, presidente della Regione Lombardia, che parla di utile contributo. “Chi vuole riunire il centrodestra con il modello Milano, che io chiamo modello Lombardia perché qui funziona, è il benvenuto”. Secondo Maroni nel centrodestra “è un momento interessante perché c’è molto movimento mi auguro che si riesca a trovare un’intesa perché solo così possiamo essere competitivi”.

“Consiglio a Stefano Parisi – aggiunge ironico il ministro dell’Interno Angelino Alfano – di farsi nominare alla guida di Forza Italia con metodo democratico e non da uno, perché quell’uno può cambiare idea e io ho cicatrici sul corpo che lo dimostrano”. “Nel 2012 – ha ricordato Alfano – quando ero coordinatore del Pdl e avevamo detto che avremmo fatto le primarie per individuare la leadership, poi non le abbiamo fatte. Dunque – aggiunge – consiglio molto amichevolmente a Parisi, se ha questa ambizione, che la metta in gioco nelle primarie”.

Ginevra Matiz

Rotondi: il card. Bertone voleva farmi cacciare

Tarcisio Bertone

Il cardinale Tarcisio Bertone

Gianfranco Rotondi, già segretario della Dc in via di ricostruzione nella prima metà degli anni duemila, fu firmatario, quando era ministro del governo Berlusconi, tra il 2008 e il 2011, di una proposta di legge sulle unioni civili. Rotondi rivela in questa intervista per l’Avanti!, i forti condizionamenti del Vaticano, attraverso il cardinal Bertone, che si spinsero fino alla esplicita richiesta formulata al presidente del Consiglio delle sue dimissioni da ministro. Seguiamo bene queste parole di Rotondi, un cattolico liberale, che proviene dalla migliore tradizione democristiana, quella che ha sempre rispettato la cultura laica e che ha reso possibile l’approvazione di leggi come quelle del divorzio e dell’aborto senza fare crisi di governo, ma limitandosi a chiedere il parere al popolo italiano. E ringraziamo Rotondi, al quale mi unì un limitato percorso comune, che oggi giudico, alla luce delle sue posizioni, ancora più giustificato.
A proposito della vicenda di Nichi Vendola si è levata una voce in campo cattolico, la tua, in difesa del rispetto delle persone e contro la canea che la nascita del figlio aveva generato. Cosa ti ha spinto a prendere la parola?
Sono nato sotto Papa Giovanni che esortava a distinguere tra l’errore e l’errante. Per me il gesto di Vendola è un errore, ma per dirla con l’attuale Papa: chi sono io per giudicare?

Si confonde ancora la stepichild adoption con il cosiddetto utero in affitto, pratica assai discutibile invero. Ma che non ha destato alcuna levata di scudi quando a praticarla sono state coppie eterosessuali, mentre ovviamente non viene usata dalle coppie omosessuali, e nel contempo viene vietata anche per loro in nome dello stesso motivo. Perché contro la stepchild adoption si sono agitate queste prevenzioni, in particolare da parte di Alfano?
È accettabile che in morte di un genitore il suo partner omosessuale adotti il figlio del compagno. Penso che in tal senso si orienteranno i magistrati eventualmente chiamati a decidere.

Parliamo di bambini. Un figlio di una
rotondicoppia omosessuale concepito esattamente come quello di una coppia eterosessuale ha la metà dei suoi diritti. Davvero la stepchild adoption avrebbe incentivato l’uso dell’utero in affitto? Allora perché con una legge recente il Parlamento ha approvato una normativa per l’adozione del figlio naturale del partner nella coppie etero?
Purtroppo il rischio di aprire la strada all’acquisto dei figli è alimentato proprio da episodi come quello di Vendola. Il giusto riconoscimento dei diritti di un figlio preesistente non va utilizzata per favorire il commercio dei bambini.

Parliamo dei cattolici. Pare che sia diventato dogma il principio naturale. Come se un figlio sia proprietà di chi lo fa e non di chi lo cresce, di chi lo ama. Cosa c’entra tutto questo con la dottrina?

Nella storia della Chiesa non sempre la famiglia è stata fulcro della fede. Oggi la Chiesa fa quasi della famiglia una sintesi dei propri valori. Eppure le parole più dure contro la famiglia vengono da Gesù che esorta un discepolo a seguirlo rinunziando a seppellire il padre. È come se di fronte a una società secolarizzata la Chiesa si rifugiasse nella ridotta del tradizionalismo e del conservatorismo sociale. Il Papa tuttavia sta scuotendo questa tendenza.

Quante volte da quando sei deputato sono state tentate leggi sulle coppie di fatto, gay o meno? Ricordi i Dico? Che fine fecero?
I Dico furono usati abilmente dal centrodestra per abbattere Prodi cementando un blocco sociale che al tempo de ‘ruinismo’ favorì il ritorno di Berlusconi al governo. Se Prodi avesse avuto una maggioranza stabile al Senato i Dico sarebbero passati già allora anche col voto di alcuni di noi che si dissero favorevoli.

Tu stesso sei stato firmatario di una proposta di legge sulle coppie gay. È vero che si misero di mezzo le alte gerarchie vaticane e che Berlusconi ti chiese di ritirarla?
Sì, andò esattamente così. Con l’aggravante che avevo sottoposto il testo a chi in Vaticano seguiva la materia e conveniva con me sulla opportunità di legiferare nell’ambito dei diritti individuali. Poi la segreteria di Stato intervenne su Berlusconi chiedendo le mie dimissioni. Io non le diedi venendo dalla scuola di un leader Dc come Fiorentino Sullo autore di un libro intitolato ‘Il Tevere scorre ancora’. Il libro fu scritto dopo che le gerarchie chiesero le sue dimissioni per aver proposto una riforma urbanistica osteggiata dai proprietari di suoli. Corsi e ricorsi storici.

Puoi raccontarci qualche episodio in proposito che non è noto alla pubblica opinione?
A Napoli avevamo un consiglio dei ministri straordinario sull’emergenza rifiuti e in quella occasione Berlusconi e Letta mi presero da parte dicendomi che il giorno prima il Cardinale Bertone al Quirinale aveva chiesto a Berlusconi dove avesse preso questo sedicente segretario della Dc favorevole ai diritti dei gay…

Cosa è cambiato su questi temi col Pontificato di Francesco? Come mai il Papa è su posizioni molto prudenti e i suoi oppositori sono così scatenati?
È tornata la Chiesa della mia giovinezza, ferma sui principi, ma accogliente e materna con chi se ne discosta e vale non solo sulle questioni etiche ma più in generale su ogni aspetto della vita.

Che dire al cardinal Bagnasco che vorrebbe scegliere anche il tipo di voto dei senatori?
Bagnasco ha ribadito le sue opinioni, ma il Senato ha scelto con libertà. Non mi sembra francamente che ci sia stata in questo caso una interferenza.

Se penso alla tue posizioni su questa materia leggo ancor piacevolmente quell’esperienza che unì il garofano e il simbolo della Dc alle elezioni del 2006. Era in fondo l’incontro tra il socialismo liberale e il liberalismo cattolico. Roba di prima qualità…
Liquidammo con troppa fretta una esperienza che poteva fruttificare divenendo oggi una alternativa alle forze politiche attuali in via di evaporazione. La politica italiana ha separato i contenuti dai contenitori. Il risultato è l’antipolitica. Paradossalmente oggi è il Papa a segnare un sentiero lungo il quale i riformismi sono chiamati a incontrarsi di nuovo. Perció ho fondato Rivoluzione Cristiana.
Mauro Del Bue

CERCARONO DI CACCIARMI

Tarcisio Bertone

Tarcisio Bertone

Gianfranco Rotondi, già segretario della Dc in via di ricostruzione nella prima metà degli anni duemila, fu firmatario, quando era ministro del governo Berlusconi, tra il 2008 e il 2011, di una proposta di legge sulle unioni civili. Rotondi rivela in questa intervista per l’Avanti!, i forti condizionamenti del Vaticano, attraverso cardinal Bertone, che si spinsero fino alla esplicita richiesta formulata al presidente del Consiglio delle sue dimissioni da ministro. Seguiamo bene queste parole di Rotondi, un cattolico liberale, che proviene dalla migliore tradizione democristiana, quella che ha sempre rispettato la cultura laica e che ha reso possibile l’approvazione di leggi come quelle del divorzio e dell’aborto senza fare crisi di governo, ma limitandosi a chiedere il parere al popolo italiano. E ringraziamo Rotondi, al quale mi unì un limitato percorso comune, che oggi giudico, alla luce delle sue posizioni, ancora più giustificato.
A proposito della vicenda di Nichi Vendola si è levata una voce in campo cattolico, la tua, in difesa del rispetto delle persone e contro la canea che la nascita del figlio aveva generato. Cosa ti ha spinto a prendere la parola?
Sono nato sotto Papa Giovanni che esortava a distinguere tra l’errore e l’errante. Per me il gesto di Vendola è un errore, ma per dirla con l’attuale Papa: chi sono io per giudicare?

Si confonde ancora la stepichild adoption con il cosiddetto utero in affitto, pratica assai discutibile invero. Ma che non ha destato alcuna levata di scudi quando a praticarla sono state coppie eterosessuali, mentre ovviamente non viene usata dalle coppie omosessuali, e nel contempo viene vietata anche per loro in nome dello stesso motivo. Perché contro la stepchild adoption si sono agitate queste prevenzioni, in particolare da parte di Alfano?
È accettabile che in morte di un genitore il suo partner omosessuale adotti il figlio del compagno. Penso che in tal senso si orienteranno i magistrati eventualmente chiamati a decidere.

Parliamo di bambini. Un figlio di una
rotondicoppia omosessuale concepito esattamente come quello di una coppia eterosessuale ha la metà dei suoi diritti. Davvero la stepchild adoption avrebbe incentivato l’uso dell’utero in affitto? Allora perché con una legge recente il Parlamento ha approvato una normativa per l’adozione del figlio naturale del partner nella coppie etero?
Purtroppo il rischio di aprire la strada all’acquisto dei figli è alimentato proprio da episodi come quello di Vendola. Il giusto riconoscimento dei diritti di un figlio preesistente non va utilizzata per favorire il commercio dei bambini.

Parliamo dei cattolici. Pare che sia diventato dogma il principio naturale. Come se un figlio sia proprietà di chi lo fa e non di chi lo cresce, di chi lo ama. Cosa c’entra tutto questo con la dottrina?

Nella storia della Chiesa non sempre la famiglia è stata fulcro della fede. Oggi la Chiesa fa quasi della famiglia una sintesi dei propri valori. Eppure le parole più dure contro la famiglia vengono da Gesù che esorta un discepolo a seguirlo rinunziando a seppellire il padre. È come se di fronte a una società secolarizzata la Chiesa si rifugiasse nella ridotta del tradizionalismo e del conservatorismo sociale. Il Papa tuttavia sta scuotendo questa tendenza.

Quante volte da quando sei deputato sono state tentate leggi sulle coppie di fatto, gay o meno? Ricordi i Dico? Che fine fecero?
I Dico furono usati abilmente dal centrodestra per abbattere Prodi cementando un blocco sociale che al tempo de ‘ruinismo’ favorì il ritorno di Berlusconi al governo. Se Prodi avesse avuto una maggioranza stabile al Senato i Dico sarebbero passati già allora anche col voto di alcuni di noi che si dissero favorevoli.

Tu stesso sei stato firmatario di una proposta di legge sulle coppie gay. È vero che si misero di mezzo le alte gerarchie vaticane e che Berlusconi ti chiese di ritirarla?
Sì, andò esattamente così. Con l’aggravante che avevo sottoposto il testo a chi in Vaticano seguiva la materia e conveniva con me sulla opportunità di legiferare nell’ambito dei diritti individuali. Poi la segreteria di Stato intervenne su Berlusconi chiedendo le mie dimissioni. Io non le diedi venendo dalla scuola di un leader Dc come Fiorentino Sullo autore di un libro intitolato ‘Il Tevere scorre ancora’. Il libro fu scritto dopo che le gerarchie chiesero le sue dimissioni per aver proposto una riforma urbanistica osteggiata dai proprietari di suoli. Corsi e ricorsi storici.

Puoi raccontarci qualche episodio in proposito che non è noto alla pubblica opinione?
A Napoli avevamo un consiglio dei ministri straordinario sull’emergenza rifiuti e in quella occasione Berlusconi e Letta mi presero da parte dicendomi che il giorno prima il Cardinale Bertone al Quirinale aveva chiesto a Berlusconi dove avesse preso questo sedicente segretario della Dc favorevole ai diritti dei gay…

Cosa è cambiato su questi temi col Pontificato di Francesco? Come mai il Papa è su posizioni molto prudenti e i suoi oppositori sono così scatenati?
È tornata la Chiesa della mia giovinezza, ferma sui principi, ma accogliente e materna con chi se ne discosta e vale non solo sulle questioni etiche ma più in generale su ogni aspetto della vita.

Che dire al cardinal Bagnasco che vorrebbe scegliere anche il tipo di voto dei senatori?
Bagnasco ha ribadito le sue opinioni, ma il Senato ha scelto con libertà. Non mi sembra francamente che ci sia stata in questo caso una interferenza.

Se penso alla tue posizioni su questa materia leggo ancor piacevolmente quell’esperienza che unì il garofano e il simbolo della Dc alle elezioni del 2006. Era in fondo l’incontro tra il socialismo liberale e il liberalismo cattolico. Roba di prima qualità…
Liquidammo con troppa fretta una esperienza che poteva fruttificare divenendo oggi una alternativa alle forze politiche attuali in via di evaporazione. La politica italiana ha separato i contenuti dai contenitori. Il risultato è l’antipolitica. Paradossalmente oggi è il Papa a segnare un sentiero lungo il quale i riformismi sono chiamati a incontrarsi di nuovo. Perció ho fondato Rivoluzione Cristiana.
Mauro Del Bue