Istat, a luglio produzione in calo

produzione industrialeSembra un paradosso: l’occupazione in crescita e la produzione in discesa. Anche se l’Istat ha comunicato oggi entrambi i dati, quelli sull’occupazione si riferiscono al secondo trimestre del 2018 (cioè al 30 giugno 2018), mentre i dati sulla produzione si riferiscono al luglio 2018 (cioè al 31 luglio 2018). La differenza di un mese potrebbe essere significativa e dovremo aspettare i dati sull’occupazione del mese di luglio per poterli relazionare allo stesso periodo con i dati sulla produzione.

Secondo l’Istat, nel secondo trimestre del 2018 si è raggiunto e superato il numero degli occupati del secondo trimestre 2008 e il tasso di occupazione 15-64 anni non destagionalizzato è tornato allo stesso livello (59,1% in entrambi i periodi). Allo stesso livello di occupati del 2008 corrisponde una maggiore presenza di dipendenti (77%; +2,8 punti), in particolare a termine (13,4%; +3,1 punti) e di lavoratori a tempo parziale (18,7%; +4,1 punti). Il tasso di disoccupazione è sceso al 10,7% nel secondo trimestre 2018 ed ha toccato il livello più basso da sei anni.  Per trovare un risultato più basso bisognerebbe tornare al secondo trimestre del 2012 (10,6%). Rispetto al trimestre precedente il calo è stato di 0,2 punti percentuali e rispetto all’anno precedente di 0,3 punti. Nel confronto tendenziale, per il quinto trimestre è proseguita, con minore intensità, la diminuzione dei disoccupati (-34 mila in un anno, -1,2%) che riguarda solo il Sud. Bisogna anche notare che dieci anni fa il numero degli occupati a tempo determinato era minore.

Invece, a luglio 2018 c’è stata una brusca discesa per la produzione industriale. L’Istat ha registrato un calo dell’1,8% rispetto al mese precedente e una flessione dell’1,3% anche rispetto a luglio 2017 (nei dati corretti per effetti di calendario). Si tratterebbe della prima contrazione tendenziale a partire da giugno 2016 e del risultato peggiore da oltre tre anni, a partire da gennaio 2015 (-1,8%). I dati grezzi hanno segnato, invece, +1,8%.  Nella media dei primi sette mesi la produzione è cresciuta del 2% su base annua. Nella media del trimestre maggio-luglio, invece, il livello della produzione ha registrato una flessione dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti. L’indice destagionalizzato mensile dell’Istat ha mostrato diminuzioni congiunturali in tutti i comparti: variazioni negative hanno segnato i beni strumentali (-2,2%), i beni di consumo (-1,7%) e i beni intermedi (-1,2%); in misura più contenuta è diminuita l’energia (-0,8%). Gli indici corretti per gli effetti di calendario hanno registrato a luglio 2018 una lieve crescita tendenziale solamente per il raggruppamento dei beni strumentali (+0,7%); variazioni negative sono registrate, invece, per i beni intermedi (-2,2%), i beni di consumo (-1,9%) e l’energia (-1,4%). I settori di attività economica che hanno registrato la maggiore crescita tendenziale sono stati l’attività estrattiva (+2,8%), la fabbricazione di apparecchiature elettriche e apparecchiature per uso domestico non elettriche (+1,8%) e la fabbricazione di macchinari e attrezzature n.c.a. (+1,3%). Le maggiori flessioni hanno riguardato, invece, la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-6,4%), l’industria del legno, della carta e stampa (-5,8%), la metallurgia e prodotti in metallo (esclusi macchine e impianti) (-2,8%) e la fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche, altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi (-2,8%).

Anche nell’area euro c’è stata una nuova e netta contrazione della produzione dell’industria. A Luglio ha registrato un calo dello 0,8 per cento rispetto al mese precedente, una diminuzione della stessa entità di quella segnata a giugno, secondo i dati di Eurostat, l’ente di statistica dell’Unione europea. In questo modo la variazione su base annua della produzione è piombata a valori negativi, un meno 0,1 per cento a fronte del più 2,3 per cento di giugno.

Si tratterebbe della prima variazione negativa su base annua da due anni a questa parte. Secondo Eurostat, per trovare un altro calo bisognerebbe risalire al luglio del 2016, quando la produzione registrò un meno 0,2 per cento.

Tornando alla variazione mensile, spicca il fatto che a determinare la flessione generale è stata una pesante contrazione della produzione sui beni di consumo: meno 1,9 per cento su quelli durevoli e meno 1,3 per cento di quelli non durevoli. I beni intermedi, invece, così come quelli strumentali, hanno segnato un più 0,8 per cento, l’energia un più 0,7 per cento.

Tra le grandi economie dell’area euro solo la Francia è scampata al calo generale, con un più 0,7 per cento su mese. In Germania la produzione è calata dell’1,8 per cento, così come in Italia, e si tratta dei due primi paesi per il manifatturiero europeo, mentre in Spagna è scesa dello 0,3 per cento.

Anche per l’occupazione, come in Italia, si registra un record di occupati in Europa. I dati diffusi da Eurostat indicano che nell’area euro i lavoratori ammontano a 158 milioni nel secondo trimestre dell’anno e 238,9 milioni nell’Europa a 28. L’Ufficio statistico di Bruxelles ha sottolineato: “Sono i numeri più alti mai registrati nelle due aree”.

Ma i dati si riferiscono al secondo trimestre dell’anno in cui è proseguito il trend positivo dell’occupazione nel vecchio continente con una crescita dello 0,4% degli occupati rispetto ai primi tre mesi dell’anno sia nell’Eurozona che nei 28 paesi Ue. Su base annuale nel club dell’euro l’occupazione è aumentata dell’1,5% mentre nell’Ue dell’1,4%.

Nel periodo aprile-giugno le migliori performance sono state registrate da Malta ed Estonia con una crescita dell’1,3%, a seguire la Polonia (+1,2%), Cipro (+1%) e Lussemburgo (+0,9%). In Lettonia, Portogallo e Romania l’occupazione ha accusato una battuta d’arresto con una flessione dello 0,3% sul trimestre precedente e in Bulgaria -0,2%.

Tra le maggiori economie del continente, in Italia gli occupati hanno registrano un aumento dello 0,5% sul primo trimestre e +0,9% sullo stesso periodo dello scorso anno. Incrementi più modesti in Germania (+0,2%) e Francia (+0,1%).

A conferma di un trend positivo anche le previsioni di Manpower hanno previsto per l’ultimo trimestre dell’anno una crescita degli occupati in Italia pari al 2%, la seconda più alta dal 2011. Riccardo Barberis, ceo di ManpowerGroup Italia, ha dichiarato: “Le previsioni di assunzione da parte delle imprese italiane sono positive e riflettono un buon livello di ottimismo, in un momento caratterizzato anche dalla transizione politica e dalle nuove misure introdotte sul mercato del lavoro con la recente approvazione del Decreto Di Maio. Crediamo, che la definizione di una strategia mirata all’attrazione e alla preparazione dei talenti debba essere una priorità, dal momento che in Italia il tasso di Talent Shortage registra il livello più alto degli ultimi 12 anni. Non solo attrarre e trattenere i migliori talenti, ma lavorare in sinergia con le imprese e le istituzioni per costruire le professionalità adeguate, deve essere un obiettivo chiave, nei prossimi mesi. Un’attenzione particolare dovrà essere posta a favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. L’Istat ha recentemente sottolineato come il livello degli under25 in cerca di occupazione sia uno dei più altri degli ultimi 10 anni (32,6%). Urgono misure che consentano ai giovani di sviluppare le competenze richieste dal mercato e di sviluppare un’occupabilità di lungo termine”.

Ieri, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha rotto gli indugi sul taglio dell’Irpef annunciando l’intenzione, compatibilmente con gli spazi di bilancio, di procedere con la riduzione e l’accorpamento delle aliquote per i redditi familiari. Un’operazione che, secondo le intenzioni del titolare dell’Economia, dovrà essere fatta in modo equilibrato, coerente e graduale.

Allo studio ci potrebbe quindi essere una revisione più ampia rispetto all’ipotesi circolata nei giorni scorsi di tagliare solo l’aliquota più bassa dal 23 al 22% fino a 15mila euro. L’intervento, già di per sé, sarebbe molto costoso: servirebbero circa 3 miliardi di euro e avrebbe effetti maggiori sul primo scaglione, cioè su circa 18,4 milioni di contribuenti (ma poco più di 10 milioni di questi soggetti sono già nella no-tax area). Proprio per gli elevati costi dell’operazione era anche trapelata l’ipotesi di un rinvio al 2020 dell’intero pacchetto intervenendo successivamente ma in maniera più corposa.

Tria, dalla Summer School di Confartigianato, ha, invece, reso pubblica l’intenzione dell’esecutivo di procedere da subito nella legge di bilancio (che dovrà essere approvata entro il 20 ottobre) alla riduzione dell’Irpef.

Il ministro dell’Economia ha detto: “Bisogna trovare spazi in modo molto graduale per una partenza di un primo accorpamento delle aliquote e una riduzione per i redditi familiari”.

Invece, per quanto riguarda la flat tax prevista dal contratto di governo, Tria ha ammesso: “Si tratta di un processo complesso che richiede tempo, perché va finanziata con le tax expenditures (detrazioni e deduzioni fiscali). E in Italia c’è una complessità di aliquote alte e di tax expenditure: non si capisce mai chi vince e chi perde”. Il responsabile dell’Economia, inoltre, ha detto: “Ci sarà una pace fiscale, tanto più motivata perché collegata alla riforma fiscale e alla riduzione della pressione fiscale che sarà strutturale. Mentre sui redditi minimi probabilmente si alzerà la soglia di un pò, ma è ancora in discussione fino a quanto”.

La Lega, che si è tornata a riunire con Matteo Salvini, per mettere a punto le proprie proposte, punta a partire proprio con l’ampliamento del regime dei minimi, applicando l’aliquota piatta del 15% fino a 65mila euro e del 20% sui redditi aggiuntivi fino a 100mila euro. Tra le altre opzioni, il viceministro del Carroccio, Massimo Garavaglia, ha confermato la maxi-detassazione Ires per le imprese che investono gli utili in beni, macchinari, capannoni e assunzioni. E’ allo studio, ha detto, l’introduzione di “una dual tax Ires, al 24% per quello che tiri fuori e al 15% strutturale su quello che resta dentro l’azienda”. Dopo gli ultimi interventi normativi l’aliquota Ires è oggi al 24% dal precedente 27,5%.

Da giorni, comunque, tutti i rappresentanti del governo giallo-verde insitono sul fatto che le tre riforme (fisco, pensioni e reddito di cittadinanza) devono coesistere in manovra. Anche per Tria, che ha smentito qualsiasi contrasto all’interno dell’esecutivo, le tre riforme previste nel contratto devono andare di pari passo. Ma il reddito di cittadinanza per avere effetti sulla crescita “deve essere disegnato bene”.

Tria ha concluso: “Sarebbe equilibrato fare un pò di tutto e vedere se le misure hanno una coerenza, ma il centro della manovra sono gli investimenti, la botta alla crescita deve venire dagli investimenti”.

L’ottimismo del Governo nel proseguire il percorso ed anche le previsioni di ManpowerGroup Italia (in controtendenza con molte altre analisi economiche), non sappiamo fino a che punto tengono conto degli effetti congiunturali derivanti dai dazi statunitensi e dalla cessazione del QE della Bce a fine anno, i cui effetti non saranno certamente positivi. I dati sulla produzione di luglio potrebbero essere un primo segnale.

Salvatore Rondello

Istat, a gennaio imprese in rosso

produzione industriale

Oggi, l’Istat, ha reso noto i dati sulla produzione. Il mese di gennaio 2018 è stato negativo per l’industria italiana. Il fatturato dell’industria, dopo tre mesi consecutivi di crescita, particolarmente marcata a dicembre, ha segnato un calo congiunturale su base mensile (-2,8%). Nella media degli ultimi tre mesi, si registra, comunque, un incremento congiunturale del 2,1%. Anche per gli ordinativi, a gennaio, si rileva una flessione congiunturale (-4,5%) che segue l’accelerazione registrata a dicembre 2017; la dinamica congiunturale degli ultimi tre mesi rimane tuttavia positiva (+1,7%).

La diminuzione congiunturale del fatturato, a gennaio, è stata pari a -2,8% sia sul mercato interno sia su quello estero. Anche gli ordinativi segnano decrementi su entrambi i mercati (-6,4% per il mercato interno e -1,9% per quello estero).

Gli indici destagionalizzati del fatturato mostrano diminuzioni congiunturali diffuse in tutti i raggruppamenti principali di industrie, più rilevanti per i beni strumentali (-5,8%).

Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 22 contro i 21 di gennaio 2017) il fatturato totale è cresciuto in termini tendenziali del 5,3%, con incrementi del 4,6% sul mercato interno e del 6,3% su quello estero.

L’indice grezzo del fatturato è aumentato, in termini tendenziali, dell’8,6%: il contributo più ampio a tale incremento proviene dalla componente interna dei beni intermedi. Per il fatturato il settore che ha registrato il maggiore incremento è quello della metallurgia (+13,2%); mentre l’unica variazione negativa nel comparto manifatturiero si rileva per i mezzi di trasporto (-1,9%). Nel confronto con il mese di gennaio 2017, l’indice grezzo degli ordinativi ha segnato un aumento del 9,6%. L’incremento più rilevante si è registrato nella fabbricazione di macchinari (+16,6%).

Sarà necessario un attento monitoraggio, alla prossima rilevazione dell’Istat, per comprendere se si è trattato di un calo fisiologico di assestamento conseguente all’incremento positivo del precedente mese di dicembre 2017 oppure se, invece, si tratta di un pericoloso segnale di allarme.

I dati di gennaio scorso rilevati dall’Istat sono comunque un invito a valutazioni prudenziali sulle attese future per l’economia del nostro Paese.

Salvatore Rondello

Istat, sale il fatturato dell’industria

Italia-crescita-industriaA novembre per l’industria si rileva – rispetto al mese precedente – un aumento significativo sia del fatturato (+2,4%), sia degli ordinativi (+1,5%). Lo comunica l’Istat evidenziando come l’incremento del fatturato è maggiore sul mercato interno (+3,1%) rispetto a quanto rilevato sul mercato estero (+0,9%). Gli ordinativi, invece, aggiunge l’istituto, registrano incrementi maggiori sul mercato estero (+2,4%) rispetto all’interno (+1,0%). Su base annua corretto per gli effetti di calendario il fatturato totale cresce del 3,9%, con un incremento del 4,8% sul mercato interno e del 2,2% su quello estero. Rispetto a novembre 2015, l’indice grezzo degli ordinativi si mantiene invece sostanzialmente stabile (+0,1%). L’incremento più rilevante si registra nella fabbricazione di apparecchiature elettriche (+11,6%), mentre la flessione maggiore si osserva nell’elettronica (-54,7%).

Nella media degli ultimi tre mesi, spiega l’Istat, l’indice complessivo del fatturato aumenta dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti (-0,1% per il fatturato interno e +0,7% per quello estero); quello degli ordinativi diminuisce del 2,3%.

Il ritorno dell’economia contadina. Tra ideologia
e sviluppo

contadiniÈ comparso in libreria “Manifesto per un secolo contadino”, di Silvia Pérez-Vitoria, economista e sociologa francese, autrice di bestseller, quali “Il ritorno dei contadini” (2007) e “La risposta dei contadini” (2011); nel “Manifesto”, l’autrice rivisita la storia delle classi contadine, rilevando come esse abbiano potuto continuare ad essere depositarie, in tutto il mondo, di saperi antichi, fondamentali per la sopravvivenza dell’uomo, e dei valori di solidarietà e di conservazione dell’ambiente. L’autrice, inoltre, sostiene anche, appassionatamente, quanto il ritorno dei contadini sia quasi un destino al quale le moderne società non potranno sottrarsi, se vorranno evitare i pericoli futuri di un modo di produrre che mostra di avere assai poco interesse al rispetto della vita umana.

L’ideologia dello “sviluppo”, imposta alle società dal capitalismo “laissezfairista”, ha sempre considerato i contadini alla stregua di reliquie del passato, da rimuovere per la modernizzazione del mondo, al punto che oggi sono rari i contesti sociali all’interno dei quali ai contadini non sia riservata una considerazione residuale, come se fossero un fardello del quale sia giocoforza sopportarne il peso economico. Tutto ciò accade nonostante che, nelle economie contemporanee siano sempre più evidenti le conseguenze negative, sul piano sociale ed ambientale, del modo capitalistico di produrre. A parere della Pérez-Vitoria, in un momento come quello attuale, in cui sono venute meno molte delle certezze sulle quali il capitalismo e le società industriali hanno potuto affermarsi, grazie al radicarsi nell’immaginario collettivo che l’ideologia industrialista e la logica implicita alla libera economia di mercato avrebbe liberato dal bisogno in modo crescente l’intera umanità, sarebbe giunto il momento di considerare la possibilità di ricuperare, per il bene dell’umanità, il mondo contadino ed i suoi protagonisti, con i loro valori, il loro modo di pensare e le loro tradizioni.

Per il mondo contadino, la conservazione dell’ambiente, le piante e gli animali fanno parte della natura, della quale l’uomo può avvalersi per la sua sopravvivenza solo rispettando l’equilibrio esistente tra i vari elementi che la compongono, adattandosi ad essa, senza la pretesa di trasformarla e di utilizzarla per finalità poco rispettose della vita; ciò comporta che ambiente, terra ed animali non siano considerati semplici elementi economici; inoltre, occorre tenere presente che non sempre la competitività del libero mercato risulta essere, come invece si sostiene, il “collante sociale” che tiene insieme i componenti delle singole comunità, attraverso la conservazione e la condivisione di valori solidaristici, spesso distrutti proprio ad opera della competitività.
Di fronte alle crisi pressoché continue dell’economia capitalistica e, in particolare, ai limiti dell’ideologia che attualmente la sorregge, la Pérez-Vitoria è del parere che il “ritorno dei contadini” e del loro mondo sia una “questione centrale”, in considerazione della funzione sociale svolta dal ritorno all’uso della terra; ciò perché, la terra, le piante e gli animali rappresentano, secondo l’economista-sociologa francese, la base dell’agricoltura e della vita dell’uomo, per cui se si vorrà realmente restituire alle attività agricole tutte le loro dimensioni, tutti gli elementi che concorrono al loro svolgimento non potranno essere assunti, alla stregua di quanto avviene nella teoria economica, come semplici “fattori di produzione”.

Da questo punto di vista, la Pérez-Vitoria ritiene che l’agricoltura industriale sia stata particolarmente distruttiva perché, a causa delle monocolture e dei metodi intensivi adottati, ha concorso a impoverire, inquinare e violare i suoli, mentre il loro accaparramento ha condotto le società moderne a porsi l’urgenza di risolvere il dilemma incombente: cosa fare dell’agricoltura? Si deve continuare a lasciarla nelle mani di chi ha concorso a distruggerla o si deve fare in modo che ne dispongano coloro per i quali l’agricoltura è un modo di vita? La risposta a questi interrogativi è tanto più urgente se si considera che, nel corso dei secoli, i contadini hanno sviluppato dei saperi che hanno consentito all’umanità di progredire, mentre la modernizzazione agricola li ha occultati o distrutti; lo sfruttamento della terra e le attività agricole proprie dell’industrialismo sono cresciute e si sono sviluppate proprio sul non-riconoscimento di quei saperi, per cui attualmente, per fare fronte ai molti danni generati dalla soppressione del “sapere contadino”, si impone il loro ricupero, quali “giacimenti di conoscenze” indispensabili per rimediare a quei danni.

La logica che è alla base delle relazioni tra il mondo contadino e la natura è molto diversa da quella su cui è stata realizzata la modernità, caratterizzata invece dall’assunzione di posizioni di dominanza dell’uomo sulla natura. Ciò ha condotto la moderna società industriale ad adottare il paradigma “sviluppista”, pensando che in tal modo sarebbe stato possibile sradicare la povertà esistente nel mondo, senza riflettere sul fatto che un maggiore sviluppo avrebbe inevitabilmente “prodotto” maggiore povertà. Lo dell’agricoltura industriale, a parere della Pérez-Vitoria, avrebbe prodotto la povertà soprattutto nelle campagne; sarebbe questo il motivo per cui i due terzi delle persone che soffrono la fame nel mondo sono contadini. Ciò dovrebbe indurre le organizzazioni mondiali che regolano le direttrici dello sviluppo dell’economia globale che i contadini possano essere messi nella condizione di nutrirsi dei loro prodotti; ma le risposte sono di segno contrario, per cui la povertà persiste e le crisi non concorrono a mettere in discussione il modello prevalente dell’organizzazione economica mondiale.

Il persistere della povertà – afferma la Pérez-Vitoria – e il fallimento delle politiche volte a combatterla hanno sinora prodotto “strategie ben lontane dagli obiettivi dichiarati”; inoltre, nel formulare queste politiche, la fame è stata assunta come “dato esterno”, nel senso che essa è stata considerata una “dato esogeno” rispetto al sistema che la produce. In realtà, la povertà è la conseguenza diretta delle leggi che sono proprie del modo di funzionare dell’economia mondiale. Il neoliberalismo è l’ideologia che lo sottende; esso valuta sempre in modo positivo lo sviluppo continuo sia del Nord che del Sud del mondo, considerandolo connaturato al continuo progresso scientifico e tecnologico. A tale ideologia tutte le politiche “condotte dagli Stati, dalle organizzazioni internazionali, dalle ONG, vi aderiscono e un’abbondante letteratura opera costantemente in suo sostegno”.

La logica dello sviluppo capitalistico implica un’organizzazione sociale che, per essere conservata, impone “la trasformazione e la distruzione di tutto ciò che la precede, tanto sul piano sociale quanto sul piano ecologico”. È proprio quest’idea di sviluppo e di progresso continuo, universale (e sempre valutato positivo) ad indirizzare l’evoluzione delle società che il movimento dei contadini sta contestando; la critica del movimento – afferma l’economista-sociologa francese – è liberatoria, perché consente una rottura col passato, per uscire dalla “’fatalità’ indotta dalla logica economica”, consentendo alle società di “poter scegliere il proprio destino”, senza uniformarsi al modello unico dell’economia occidentale. A tal fine, compiere atti di dissidenza significa “rompere con il sistema dominante”, per ritrovare forme di autonomia decisionale; a parere della Pérez-Vitoria, la rottura deve essere perseguita, “conservata, semplicemente amata. Fa parte di noi e noi facciamo parte di lei”.
La proliferazione in tutto il mondo di associazioni e di movimenti sociali valgono a tradurre la critica del movimento dei contadini in un rifiuto della logica neoliberista. Attualmente, a livello globale, la forza sociale organizzata più importante è quella di “Via Campesina”, un’associazione, nata nel 1993, che riunisce milioni di contadini, agricoltori di piccole e medie dimensioni e lavoratori agricoli di tutto il mondo. Via Campesina comprende circa 150 organizzazioni locali e nazionali, in 70 Paesi di Africa, Asia, Europa e nelle Americhe; nel complesso, essa rappresenta circa 200 milioni di contadini che promuovono un movimento autonomo, pluralista e multiculturale, indipendente da qualsiasi forma di organizzazione politica, economica o da altra forma di affiliazione.

La molteplicità dei soggetti che Via Campesina riesce a mobilitare costituirebbe, a parere della Pérez-Vitoria, una garanzia di creatività e di riflessione, per “ripartire dai fondamenti della vita sulla Terra”, per ricuperare il rispetto, l’equilibrio e la “considerazione delle molteplici visioni del creato dei popoli”: ci sarebbero le condizioni per farlo, ma mancherebbe la volontà, perché, per coloro che governano l’economia globale, è molto forte la dipendenza dai miraggi della modernità, per cui essi non riescono a scorgere, né a percepire la necessità di restituire al mondo contadino la sua originaria centralità. Per vincere questa resistenza, occorrerà perseguire il rinnovamento necessario attraverso una molteplicità di strategie, nella consapevolezza che saranno complesse e difficili. Il Manifesto – conclude la Pérez-Vitoria – ha tentato di mostrare la necessità di tali strategie, affinché l’umanità abbia qualche “possibilità di sopravvivenza”.
Al riguardo, però, si può osservare che se si mostra solo la necessità, ma non se ne indicano, sia le forme che le modalità di attuazione, le strategie invocate per il ricupero della centralità del mondo contadini si riducono a puro e semplice auspicio. L’analisi critica della società capitalistica della Pérez-Vitoria, infatti, per quanto condivisibile, si riduce a niente più che a una pura e semplice aspirazione sterile a realizzare un cambiamento organizzativo di tale tipo di società, senza l’uso di concetti appropriati e del significato che la ricerca economica ha loro assegnato. Intanto, va sottolineato il fatto che, per formulare gran parte della sue osservazioni critiche della società industriale, l’economista-sociologa francese, usa il concetto di “sviluppo” attribuendogli un significato che è proprio di tutte le tesi sulla decrescita economica; sarebbe stato, perciò, opportuno tener presente la differenza, che anche i critici della crescita continua assumono, tra i concetti di “crescita” e di “sviluppo”, esprimendo quello di crescita un fenomeno quantitativo, e quello di sviluppo i benefici della crescita, espressi in un generale innalzamento delle condizioni di vita della popolazione.

I due concetti sono collegati tra loro in termini immediati con l’affermazione che laddove c’è crescita, c’è anche sviluppo. I critici della crescita continua hanno invece dimostrato che non sempre è così. Per realizzare una riforma del modo capitalistico di produrre, in grado di dissociare lo sviluppo dagli esiti negativi della crescita quantitativa continua (e perciò, tornando alla tesi centrale del “Manifesto” della Pérez-Vitoria, per “restituire” al mondo contadino la sua originaria centralità) occorrerebbe assumere delle decisioni sulle quali dovrebbe convergere il consenso unanime dei componenti tutti i sistemi sociali integrati nell’economia mondiale.
Il fatto che questo tipo di società non sia mai stato considerato in termini di progetto politico compiuto, fa sì che il discorso sull’”uscita” dalla logica delle “società industriali” prenda sempre la forma negativa del disorientamento e del senso di impotenza e di impossibilità a realizzare la riforma del capitalismo. Perdurando questa situazione, la logica capitalista permea di sé l’economia mondiale e, malgrado gli squilibri economici conseguenti, non avverte la necessità di suggerire l’urgenza di un nuovo ordine economico e di un modello di società alternativi a quelli correnti.
Per realizzare un possibile nuovo ordine, occorre procedere sulla via della definizione del modello di società alternativo a quello sorretto dalla logica capitalistica e, nello stesso tempo, pervenire anche all’individuazione delle procedure utili a consentirne una compiuta realizzazione;è evidente che il modo in cui queste procedure possono essere individuate non può che essere il risultato di una volontà politica, la più larga possibile, riflettente la decisione in base alla quale tutti i componenti dei sistemi sociali intendono porre se stessi in rapporto alle loro aspirazioni esistenziali, più eque sul piano economico e più sicure sul piano ambientale.

L’idea di fondare la definizione di un nuovo modello organizzativo della società, alternativo a quello della società industriale, attraverso il coinvolgimento democratico di tutti, deve prevalere su quella secondo la quale il modello politico può essere definito e realizzato solo da “professionisti esperti”, o da altri soggetti sorretti da “atti di forza”; la pretesa superiorità degli esperti, o degli “uomini soli al comando”, nella formulazione delle risposte alle aspirazioni esistenziali dell’umanità ha avuto delle definitive smentite nel corso del XX secolo.

Gianfranco Sabattini

Istat, fiducia cresce. Consumatori: inverosimile

Istat-Fiducia-consumatoriContinuano le buone notizie targate Istat, per l’Istituto di statistica torna a salire a marzo la fiducia di consumatori e imprese. Una crescita record che, secondo gli analisti Istat, si registra soprattutto per la fiducia dei consumatori, l’indice al livello più alto da quasi 13 anni (maggio 2002), ma anche per le imprese, sale a 103 dal 97,5 di febbraio toccando il livello più alto da luglio 2008. La fiducia per le imprese ha portato a un deciso miglioramento, una crescita che riguarda tutti i settori: la manifattura passa a 103,7 da 100,5 segnando un record da giugno 2011.

Nella manifattura migliorano sia i giudizi sugli ordini sia le attese di produzione. Nelle costruzioni l’aumento dell’indice è a 116,0 da 108,5 e il progresso riguarda i giudizi sugli ordini e piani di costruzione, ma anche ”seppur lievemente”, secondo l’Istat, le attese sull’occupazione. Analizzando i dati forniti dall’Istat bisogna però precisare che la fiducia riguarda l’economia in generale: diversamente sulle posizioni personali. Questo indice è decisamente migliorato rispetto agli anni passati, ma resta ancora ai livelli di inizio 2011.

A frenare sono soprattutto le aspettative sull’economia del nucleo familiare, le famiglie continuano a stringere la cinghia, anche perché i dati Istat cozzano decisamnete con quelli dell’Osservatorio nazionale Federconsumatori che rileva come la spesa per i prodotti alimentari è ridotta al minimo così come anche i consumi pasquali che calano del 7%. “L’unico modo per accrescere realmente la fiducia delle famiglie – hanno avvertito le associazioni Federconsumatori e Adusbef – è quello di restituire ai cittadini quelle prospettive e quelle possibilità che da troppo tempo non hanno più, intervenendo per rilanciare il potere d’acquisto, l’occupazione e la domanda interna”.

L’Osservatorio Federconsumatori inoltre ha calcolato una nuova stangata in arrivo per le famiglie, pari a 842 euro in media ciascuna. L’ultimo prelievo dalle tasche delle famiglie potrebbe arrivare in maniera indiretta, l’aumento dell’Iva e farebbe calare la fiducia in questo 2015.

Non solo, ma porterebbe a un aumento di 28 euro per l’incremento delle accise sui carburanti (a regime) ed altri 87 euro alle ricadute indirette per l’aumento dell’Iva su gas, elettricità + accise sui carburanti (che incidono su costi di produzione e costi di trasporto) a regime. L’aumento è previsto dall’ultima Legge di Stabilità nella “clausola di salvaguardia” e se nel 2015 non si saranno ottenuti i saldi di bilancio. In questo caso scatteranno gli aumenti IVA, previsti in tre fasi: dal 10 al 12% nel 2016, al 13% nel 2017 e dal 22 al 24% nel 2016, al 25% nel 2017 ed al 25,5% nel 2018. Tutto ciò è chiaramente solo un’ipotesi ma resta comunque il timore unito al fatto che per quanto attendibile quello dell’Istat è un indicatore statistico aggregato, fatto su un campione piccolissimo e quindi poco attendibile. Ma il dato resta comunque una buona partenza per l’Italia in affanno, specie la lenta ma continua crescita delle imprese.

Sulla notizia festeggia il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, che cerca di spiegare il continuo balzo e arretramento dei dati forniti dall’Istat sulla crescita economica perché in coda a una crisi “è ragionevolmente immaginabile che possa capitare che abbiamo un mese di euforia e poi un momento di caduta. Siamo in questa fase – sottolinea – e dunque il fatto che i mesi di fiducia si stabilizzino nel tempo e si confermino credo che sia un elemento che ci dice che questa fase tende al positivo ed è sicuramente un buon segno”. Inoltre il Ministro ha anche annunciato un “numerone” per quanto riguarda l’occupazione. Intervenendo a un convegno di Confapi a Milano, Poletti ha detto che quest’anno per le assunzioni “ci sono 1,9 miliardi di sgravi e questo potrebbe portare fino a un milione di posti di lavoro” che è un “numerone” ma “i primi sintomi ci sono”.

Un milione non campato in aria, perché il ministro ha spiegato questo “numero è contenuto nella relazione tecnica della legge di stabilità”.

Maria Teresa Olivieri

Le aziende italiane hanno
il fiato sempre più corto

Aziende-italiane-crisiSecondo l’ultimo bollettino della Banca d’Italia la crescita dell’attività economica mondiale e degli scambi internazionali prosegue anche se con tassi di crescita moderati. Negli Stati Uniti vi sono segnali di rafforzamento dell’economia. Anche nelle economie emergenti continua crescita, soprattutto in Cina, con un aumento del PIL del 7,8% nel terzo trimestre 2013 rispetto al periodo corrispondente del 2012, seguita da alcuni paesi emergenti tra cui Filippine, Singapore, Indonesia, Argentina e India. Nell’area dell’euro si registra una modesta ripresa anche se resta fragile. Continua a leggere

L’Ilva commissariata dal governo. Il ministro: «L’azienda ha disatteso le disposizioni»

Ilva-Riva«Il sequestro preventivo della magistratura di Taranto sulla holding che controlla l’Ilva determina oggettivamente l’esigenza di considerare un intervento normativo diretto per assicurare la continuità del processo produttivo e gli interventi di bonifica a garanzia della salute dei cittadini». Dopo la disposizione della magistratura, dunque, il ministro dello Sviluppo economico Flavio Zanonato ha annunciato nell’Aula della Camera il commissariamento delle acciaierie Ilva di Taranto: «Nel primo pomeriggio il Governo adotterà un decreto che sospende temporaneamente i poteri degli organi societari e nominerà un commissario per far convergere le risorse disponibili verso il risanamento e garantire la produzione». «La prosecuzione dell’attività industriale è la condizione preliminare e necessaria per investimenti di risanamento ambientale» spiega Zanonato. Il ministro dello Sviluppo economico ha precisato che al termine del commissariamento, definito «una fase di gestione eccezionale e straordinaria», «potranno essere ricostituiti gli ordinari organi di amministrazione, restituendo alla proprietà il pieno controllo dell’azienda, delle risorse economiche residue ove esistenti».

IL MINISTRO, «SE CHIUDE L’ILVA E’ UN DISASTRO» – Un’eventuale chiusura dell’Ilva di Taranto «avrebbe un impatto economico negativo per 8 miliardi di euro annui». Così Zanonato ha commentato di fronte alla Camera le conseguenze di un’eventuale chiusura dello stabilimento. Tuttavia, ha aggiunto spiegando i motivi che hanno portato alla decisione di procedere con un commissario a tempo, «gli investimenti pur realizzati in questi anni non sono stati sufficienti a riequilibrare il rapporto tra produzione, salute e ambiente», visto che «molte disposizioni sono state totalmente o parzialmente disattese dall’azienda».

IL GIGANTE DELL’ACCIAIO – Una produzione da 10 milioni di tonnellate, il 40% della produzione nazionale. Per i laminati piani l’Ilva copre il 60% della domanda nazionale, con «comparti strategici» come elettrodomestici, cantieristica, auto e meccanica. Sono i numeri elencati dal ministro Zanonato durante l’informativa del Governo alla Camera dove si è ricordato come il numero degli impiegati ammonti a 15 mila “diretti” e 9.200 dell’indotto. Sciorinando dati su dati, Zanonato elenca i punti di forza della produzione ovvero il ciclo integrato per la produzione di laminati piani: l’approvvigionamento tramite navi anche di grande stazza dal Sud America e Sud Africa, la possibilità di stoccaggi. «Siamo altresì consapevoli – ha aggiunto – di quanto sia difficile che il risanamento venga condotto con la necessaria convinzione, con impegno e celermente, da chi ha determinato l’allarme ambientale di cui stiamo discutendo e che mette a rischio tante persone».

NICHI VENDOLA, ESTROMETTTERE I RIVA – «Vogliamo davvero estromettere la famiglia Riva dalla vicenda dell’Ilva di Taranto. Dal governo mi aspetto il commissariamento straordinario, l’estromissione della famiglia Riva e la possibilità di attingere ai salvadanai della famiglia Riva anche per finanziare importanti attività di bonifiche». Lo ha detto il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola oggi a Bari a margine del vertice sull’Ilva con le istituzioni e le realtà sociali pugliesi. «Alla luce dell’ultimo decreto di sequestro – ha spiegato – ho detto a tutte le autorità di governo di smetterla di immaginare che si tratti di andare alla guerra con i giudici o di sottrargli con qualche arzigogolo normativo la competenza su questa materia. È giunto invece il momento», conclude Vendola, «nel quale tutta la politica e tutte le articolazioni dello Stato prendano atto dell’accaduto e cambiano l’approccio al problema Ilva. Per salvare l’Ilva bisogna rispettare due condizioni: l’esercizio della vita di fabbrica deve essere condizionato al pieno diritto alla salute e bisogna cacciare via i Riva».