Chiamata alle armi

Mi ha fatto riflettere il titolo quasi brutale (icasticamente: “La fine del PD”) con cui il direttore dell’Avanti! ha commentato l’esito delle elezioni del 4 marzo e di quelle municipali che hanno cancellato successivamente il “rosso storico” di alcune regioni italiane. Ricordo a me stesso che la mia Parma – terra che mastica la politica, come diceva Craxi, ha subito un vulnus storico: Parma rossa, quella delle barricate contro le squadracce di Italo Balbo, la città di Fernando Santi, la Provincia capace di mandare in Parlamento due “papi stranieri” come Gaetano Arfè e Luigi Covatta, ha subito un vulnus storico in quel maledetto 4 marzo: oggi è rappresentata nel Parlamento della Repubblica solo dalla destra populista. Aggiungo che il PD è stato sconfitto anche nelle elezioni comunali del capoluogo e di numerosi altri Comuni, fra cui Langhirano e Fornovo.

Ho dunque concluso che il titolo del nostro Mauro era perentorio e liquidatorio, ma rispondente alla realtà effettuale. Il PD è oggi incapace di esercitare una permanente forza attrattiva nei confronti delle classi sociali che un tempo votavano per i partiti di centro-sinistra. E’ una disaffezione che riguarda il mondo del lavoro, compreso quello autonomo, agricolo e cooperativo. Si è dunque concluso con una disfatta della sinistra il ciclo storico iniziato con la slavina giustizialista dei primi anni ‘90. Il voto del 4 marzo squaderna davanti a noi la fine dell’esperienza ulivista e veltroniana-dalemiana del PD, punita dagli elettori anche nella versione neo-fanfaniana di Matteo Renzi.

E così l’Italia è oggi dominata da una destra populista ed antieuropea, incardinata sul potere di due “tribuni del popolo”, comandanti di due agglomerati che praticano il fuhrerprinzip di teutonica memoria.

Su queste macerie prendono corpo finalmente la constatazione e il convincimento che si deve “andare oltre il PD”, come enfatizza Carlo Calenda. Questo “vasto programma” è al centro del convegno di Roma, organizzato – non per caso – da quel che resta del socialismo italiano. I motivi di ripensamento, anche autocritico, sono molteplici: i nazional-populisti vincono a man bassa nel Sud del Paese, perché il centro-sinistra non ha mai costruito una efficace politica meridionalistica, immemore di quella predicata e praticata da Giorgio Amendola, da Manlio Rossi Doria, da Giuseppe Avolio e da Francesco Compagna. Ma la sinistra perde anche nelle Regioni rosse perché, ebbra del lungo dominio, non ha saputo realizzare una convincente opera di buongoverno in casa propria.

E’ gran tempo, dunque, di tentare un “colpo d’ala” politico, sorretto da “idee chiare ed adesione ai problemi concreti”, come dicevamo negli anni del nuovo corso del PSI. C’è in campo un nuovo leader, Carlo Calenda, che scuote i generali e i caporali delle sconfitte: propone l’alleanza repubblicana finalizzata ad “andare oltre il PD”, nella gridata consapevolezza che con il solo PD si perde: si consegna la Nazione alla destra populista e dunque si fuoriesce democrazia liberale, dall’Europa e dall’Occidente. Qualche studioso di storia antica ha osservato che le sempiterne faide intestine fra i numerosi capi del PD evocano le lotte dei diadochi impegnati a spartirsi il regno di Alessandro Magno.

Il primo fronte è quello della battaglia quotidiana contro gli usurpatori della democrazia oggi al potere, accompagnata da un appello degli uomini di cultura, vecchi e nuovi. Devono inoltre entrare nell’agone politico anche le “riserve della Repubblica”. In casa nostra penso a Martelli, a Intini, a Covatta ad Acquaviva a Mauro Del Bue e ad altri compagni non ancora ultra ottuagenari come chi scrive. In ogni città e in ogni provincia, sull’onda della manifestazione di Roma, si deve promuovere una “chiamata alle armi” di quanti sentono il dovere di lottare contro i nuovi barbari. Verità vuole che si dica che sono da settimane in prima linea, spesso solitari, gli amici de Il Foglio di Giuliano Ferrara, pienamente consapevoli della gravità dell’ora. Il ripensamento riformista che il PSI, Mondoperaio e l’Associazione Socialismo hanno chiamato “Rimini II” può accompagnare e sostenere l’Alleanza per la Repubblica e per l’Europa. Sarà anche utile l’aiuto delle Fondazioni italiane ed europee che coltivano i valori del socialismo, del liberalismo e della democrazia occidentale.

La campagna per l’elezione del Parlamento Europeo è già dietro l’angolo. L’Alleanza Repubblicana dovrà essere in campo: a fianco del PD, ma oltre il PD, come autonoma forza propulsiva. Ho imparato dai miei maestri di gioventù – i liberali de “Il Mondo” di Mario Pannunzio – che nei momenti cruciali della nostra vita nazionale “sono le minoranze che fanno la storia”, specialmente quando, come diceva Santi, sono capaci di portare dalla loro parte il grosso dell’esercito.

Post scriptum. Ha visto giusto Carlo Calenda quando in una recente intervista ha menzionato il Sindaco di Parma per sottolineare che l’operazione “oltre il PD” ha come interlocutori necessari anche gli amministratori e gli elettori dei Comuni in cui hanno vinto le liste civiche, spesso sconfiggendo il PD.

Fabio Fabbri

Olivier Faure, la nuova politica socialista in Francia

locatelli FaureOltre mille partecipanti al congresso del Partito Socialista francese a Aubervilliers, periferia nord di Parigi, che ti fa sentire depressa prima di arrivarci ma, una volta dentro l’area congressuale, senti che c’è spazio per la speranza e un filo di ottimismo.
Una regia giusta, un tono giusto, né scoraggiato dal 6% alle ultime elezioni né trionfalista, il che fa ben sperare conoscendo i nostri cugini francesi, poco propensi rinunciare alla grandeur anche quando non è il caso.
Due giorni di congresso che si conclude con il discorso di Olivier Faure, il nuovo leader del PS francese (lo chiamano Primo Segretario), eletto qualche giorno prima con l’86% dei voti, dopo aver sconfitto gli altri tre candidati ed essere rimasto solo al ballottaggio, per il ritiro di Stéphane Le Foll, secondo al primo turno.
Un’ora e mezzo di discorso per buona parte dedicato a farsi spazio tra Emmanuel Macron e Jean Luc Mélenchon, entrambi definiti dal leader socialista populisti e demagoghi.
“C’è un governo che non è di sinistra ed una sinistra che non è di governo. È dunque urgente far sentire di nuovo la voce di una sinistra che sa governare e proporre una alternativa”, scandisce con convinzione il nuovo leader.
Olivier Faure rivolge i suoi attacchi soprattutto al Presidente della Repubblica, ne mette in evidenza le contraddizioni, e le furbizie, gli fa il verso: “non sono né di destra, né di sinistra”, “non ha ragion d’essere la distinzione tra destra e sinistra”, per poi fare, aggiunge, una politica di destra e una di…. destra.
Di Mélanchon dice che incarna una sinistra protestataria che non vuole affatto governare.
Da’ indicazioni di ambiti di lavoro, dall’ecologismo al bisogno di politiche sociali, annuncia l’apertura di tanti cantieri di lavoro e tra questi il primo è destinato all’Europa, anche per il prossimo appuntamento del maggio 2019, quello delle elezioni europee che prevedono l’indicazione della testa di lista entro l’anno.
Un’Europa che deve ritornare al popolo cui spetta riprendere nelle proprie mani la costruzione europea. È questo l’obiettivo che si danno i socialisti francesi perché la politica non può essere racchiusa nel quadro nazionale désormais dépassé….
Parole forti accompagnate da un altro sferzante giudizio sul duo Macron-Mélenchon, il primo europeista ma non di sinistra e il secondo di sinistra ma non proprio europeista, definendo in questo modo lo spazio di azione e l’identità del PS francese: europeista e di sinistra.
Un filo di ottimismo e di speranza, guastato ahimè dall’abbandono del PS francese da parte dell’organizzazione giovanile, il Mouvement des jeunes socialistes (MJS) .
Roxane Lundy, leader del movimento ha chiesto al partito di rispettare la loro decisione libera ed autonoma. Resta qualche dubbio avendo lei stessa anticipato due settimane fa il desiderio di confluire in Génération, movimento fondato lo scorso luglio da Benoit Hamon, il candidato socialista uscito sconfitto alle presidenziali con il peggior risultato fatto registrare dai socialisti francesi da decenni.

Pia Locatelli

L’anno zero del Partito Socialista francese

hollande Macron

Il Partito Socialista francese è allo sbando: secondo i sondaggi, potrebbe uscire dalle imminenti elezioni legislative con un pugno di deputati. Questa è solo la fase finale di un lento ma inesorabile declino, iniziato durante la presidenza di François Hollande. Cos’è andato storto? Il Partito Socialista francese è ormai un’esperienza politica da archiviare o potrebbe, invece, risorgere dalle sue ceneri? Lo abbiamo chiesto a Christine Vodovar, professoressa di storia comparata dei sistemi politici alla LUISS ed esperta di storia dei partiti socialisti in Francia e Italia.

Professoressa Vodovar, la presidenza di François Hollande è stata caratterizzata da una prima fase, più interventista, e una seconda, più liberale. Quanto la svolta liberale ha inciso sul fallimento di Hollande?
Non sono convinta che sia stata la svolta liberale di per sé ad aver inciso sul fallimento di François Hollande. Hollande ha sempre avuto una linea di socialismo liberale e, in tal senso, si può ipotizzare che ciò che ha fatto nella seconda metà del quinquennato sia quello che voleva fare fin dall’inizio. Ma avendo stipulato durante la campagna elettorale un accordo con l’ala sinistra del suo partito, è stato costretto, nei primi due anni del suo quinquennato, a portare avanti delle politiche, soprattutto economiche, che tenevano conto di queste posizioni. Perciò, quando ha fatto la svolta liberale, Hollande si è trovato a fare i conti con i cosiddetti frondeurs, l’opposizione interna al suo partito, che ha provato in maniera sistematica ad ostacolare le misure che cercava di prendere. Hollande non è quindi riuscito a dare un indirizzo di politica economica omogeneo al suo quinquennato. Ma, soprattutto, anche in seguito alla svolta liberale, non è riuscito a invertire il corso negativo dell’economia francese. Solo il deficit pubblico annuo è stato in un qualche modo contenuto. Gli altri indicatori, come, ad esempio, il tasso disoccupazione, quello di povertà, il bilancio commerciale con l’estero o il debito pubblico, non solo sono ancora tutti in negativo, ma sono anche peggiorati nel corso degli anni.

Se François Hollande è stato fin dall’inizio sostenitore di un socialismo liberale, si può affermare che Emmanuel Macron è il suo vero erede?
Assolutamente sì. Emmanuel Macron è il continuatore di quello che avrebbe voluto fare Hollande nella seconda parte del suo mandato. Le ricette sono un po’ diverse, ma l’idea è la stessa. I due condividono una visione di politica economica liberale, mirata a rendere più flessibile il mercato del lavoro e a sgravare le imprese da una serie di costi sociali. Macron vuole farlo meno brutalmente dei repubblicani e vuole che le misure liberali in questione siano accompagnate da una serie di misure sociali. In tal senso, durante la campagna si è molto ispirato alla cosiddetta flexi-security attuata nei paesi del nord Europa.

Riuscirà Macron dove Hollande ha fallito, ovvero a invertire gli indicatori economici?
È impossibile rispondere ora. Si può tuttavia sottolineare che Hollande era membro del Partito Socialista, mentre Macron non lo è. Possiamo dire che, se le elezioni legislative gli daranno un’ampia maggioranza – cosa che potrebbe anche essere – avrà le mani meno legate e non sarà obbligato a fare compromessi con una certa parte della sinistra, com’è stato invece il caso di Hollande. Inoltre, Macron ha più carisma di Hollande e riesce a sedurre maggiormente la gioventù e gli ambienti europei. Il suo potenziale di partenza è quindi maggiore ma, se non riuscirà a invertire gli indicatori, c’è il rischio che i populisti del Front National e dell’estrema sinistra ritornino con ancora più forza alla prossima tornata elettorale.

Quali sono le cause della sconfitta di Benoît Hamon, candidato socialista alle presidenziali? Ha perso perché è stato visto come il continuatore di una politica fallimentare? Perché ha fatto le promesse sbagliate, come quella sul reddito universale? O perché, semplicemente, mancava di carisma?
Innanzitutto, Hamon non ha potuto contare su un partito compatto alle spalle. Durante la presidenza di Hollande è stato il capo dell’opposizione interna e c’è una parte del partito, come l’ex primo ministro Manuel Valls, che non glielo ha perdonato. A livello di personalità, Hamon è sicuramente un uomo di apparato. Non ha grande carisma e non lo ha aiutato il non aver mai coperto ruoli in grado di dargli una statura nazionale. Il problema è che non è riuscito a creare consenso a sinistra né sulla sua persona, né evidentemente sulle sue proposte. Ma su questo punto, ha pagato il fatto che, avendo vinto le primarie e ottenuto allora un’ampia legittimità attorno al suo programma iniziale, gli è stato molto difficile ridefinire questo programma in tale modo da creare quel consenso più ampio presso i militanti e gli elettori socialisti e di sinistra, necessario per qualificarsi al secondo turno. Anche se la sua linea politica non era del tutto credibile, l’idea del reddito universale era comunque una novità e avrebbe potuto convincere la parte dell’elettorato più popolare che invece ha preferito votare Mélenchon e Le Pen. In ogni caso, non credo che Hamon sia apparso come l’erede di Hollande. Ha piuttosto scontato il fatto di aver preso in mano un partito che negli ultimi cinque anni si è estremamente indebolito. Ancor prima che Macron scendesse in campo, i candidati del Partito Socialista si stavano preparando a un’enorme sconfitta alle legislative. L’elettorato francese si è spostato a destra. Sondaggi ed elezioni di medio termine lo avevano da tempo confermato.
Infine, va ricordato anche che Hamon ha dovuto affrontare un Jean-Luc Mélenchon che è riuscito benissimo a imporsi come candidato più credibile per un certo tipo di elettorato di sinistra.

I sondaggi annunciano per il Partito Socialista una disfatta alle legislative. Come il PS potrà riprendersi da questa sconfitta e tornare ad essere il baricentro della sinistra francese?
La crisi del Partito Socialista ha delle radici profonde, l’elezione presidenziale ha soltanto dato un colpo di grazia. Quello che è venuto meno quest’anno è il grande partito della sinistra costruito da François Mitterrand tra il ‘69 e il ‘71, in grado di accogliere quasi tutte le sensibilità della sinistra di governo e anche qualche fetta di quella anti-sistemica. Si è chiuso un ciclo. Sinistra liberale, sinistra socialdemocratica e sinistra radicale non riescono più a dialogare. È difficile, a breve termine, ipotizzare una ricongiunzione. Se La République en marche sopravvivrà a Macron – impresa questa tutt’altro che facile – potrebbe diventare, almeno per ora, un’alternativa al vecchio PS.

Il Partito Socialista è quindi condannato a essere una forza di opposizione, sul modello del Labour di Jeremy Corbyn in Gran Bretagna?
Non sono sicura che il modello Corbyn sia quello più adeguato per una ripresa del Partito Socialista. Non credo che se dovesse intraprendere questa strada, riuscirebbe a fare meglio di questa volta in termini di voti. I delusi dalla politica di Macron andranno, nell’immediato, a rinforzare il campo di Mélenchon oppure si ritireranno dopo una breve sosta nel mondo della politica. Dopo le legislative, il Partito Socialista non potrà contare su molti deputati. Bisognerà ricostruire dalla base, dai comuni e dalle province.

Se il partito di Macron riuscirà a imporsi come soggetto politico stabile, c’è il rischio che l’alternanza si faccia tra il “né a destra né a sinistra” del nuovo presidente e il “né a destra né a sinistra” di Le Pen?
Se La République en marche, come partito, si imporrà e diventerà uno degli assi del sistema politico, diventerà una sorta di Democrazia Cristiana. E, diciamocelo, il sistema italiano nella Prima Repubblica non brillava certo per alternanza. Se Macron riuscirà ad andare fino in fondo con il suo progetto politico, il rischio è quindi che l’alternanza si faccia tra un partito di governo, credibile e moderato, e un’opposizione populista che si sta rafforzando.  Però la scossa che Macron, con la sua strategia, ha già dato al sistema, e il rinnovamento generazionale che è in atto, potrebbero anche costringere i partiti tradizionali a rinnovarsi, ridando invece vigore alla vecchia divisione – non affatto scomparsa – tra destra e sinistra.

Matteo Angeli

Francia. Valls lascia il Ps, ma fa i conti senza… Macron

vallsSe non riesci a combatterli unisciti a loro. L’ex Premier francese Manuel Valls salta sul carro del vincitore, il neo presidente Macron, e annuncia l’addio al Partito socialista: “Il partito socialista è morto. Non i suoi valori e la sua storia, ma ormai è il passato”. L’ex capo del governo Valls correrà nella lista di Macron alle elezioni di giugno per il nuovo parlamento. Valls si è poi definito “candidato della maggioranza presidenziale” e ha invitato “tutti quelli che si riconoscono nel progetto riformista di Macron” a “impegnarsi pienamente”.
Tuttavia qualcuno fa già notare che nella circoscrizione di Manuel Valls è “già stata scelta una candidata” e che quindi “l’investitura non è automatica” e sarà fatta in “totale indipendenza”. Nulla di certo insomma.
L’ex premier pare aver già dimenticato che il presidente Macron quando aveva lasciato il Ps aveva puntato il dito anche contro di lui e che durante le presidenziali non aveva accolto favorevolmente il voto di Valls a suo favore e aveva risposto con gentile freddezza: “Lo ringrazio. Questo indica che i socialdemocratici e le donne e gli uomini di sinistra sono pronti a seguire il mio cammino. Sarò comunque il garante del rinnovamento dei volti e delle pratiche politiche”. Con quest’ultima frase Macron aveva già chiarito, con non poco imbarazzo, che non avrebbe concesso alcuna poltrona in cambio.
Intanto nel Partito socialista francese la notizia non sembra dare molto scalpore, il segretario Jean-Christophe Cambadelis, appresa la notizia di Valls verso En Marche!, ha semplicemente detto che è impossibile che Valls possa continuare ad avere la tessera del Ps se deciderà di candidarsi con Macron alle legislative di giugno.
L’insofferenza della sinistra dello storico partito di sinistra francese verso Valls non è stata mai celata. L’ex premier non è stato mai apprezzato dall’apparato tradizionale del partito, soprattutto dalla sinistra del Ps, senza dimenticare che lo stesso presidente Hollande mal sopportava il suo premier.

Francia. Valls: un asse con i Repubblicani contro Le Pen

manuel-valls-2In Francia, Manuel Valls (nella foto) lancia uno spiazzante spunto d’intesa per un patto elettorale che possa arginare l’ascesa di Marine Le Pen e del suo Front National. L’idea del Primo Ministro francese è quella di una larga e duratura alleanza dei socialisti con Les Républicains, il partito di centro-destra fondato da Sarkozy come successore dell’UMP. Secondo Valls, un patto elettorale in vista delle elezioni regionali di dicembre potrebbe mettere i bastoni tra le ruote all’estrema destra, specie nelle regioni dove la fiamma tricolore è più forte (in primis Provenza-Alpi-Costa Azzurra e Nord-Passo di Calais-Piccardia).

Le motivazioni sono diverse. Innanzitutto, stando ai recenti sondaggi, unirsi con i repubblicani potrebbe creare un polo costituzionale da opporre all’anti-politica portata avanti dalla Le Pen. Inoltre, garantirebbe sia al PS che a LR di ottenere un certo numero di seggi, specie in caso di secondo turno. Tuttavia la proposta è stata accolta con una certa perplessità sia da parte degli ex-UMP che dal canto degli stessi socialisti, in particolare dal segretario del PS Jean-Christophe Cambadélis.

Non mancano certo le analogie con la situazione italiana, basti pensare alla Lorenzin e al suo desiderio di un’unione tra PD e i centristi al fine di battere il Movimento 5 Stelle nella corsa al Campidoglio.
Ma la soluzione, in un caso come nell’altro, non è certo quella di creare un’accozzaglia utile soltanto alla Le Pen o al Grillo del momento. E Cambadélis, intervistato a riguardo da Radio France Internationale, lo ha capito. E invita pertanto i socialisti francesi a non indossare i boxer sopra i pantaloni, concentrandosi sul primo turno e a fare le cose con ordine, battendo il FN con la forza degli argomenti e senza cadere nelle sue trappole.

E poi, tra l’altro, la politica non è una scienza esatta. Se un’alleanza PS-LR non dovesse dare i risultati sperati potrebbe essere la fine per entrambi, fornendo alla Le Pen un graditissimo assist.

Giuseppe Guarino

Portogallo. Arriva un governo di socialisti e comunisti

jeronimo_de_sousa_e_antonio_costaSi prevede una sterzata a sinistra per il Portogallo, il governo formato dopo le politiche del 4 ottobre dal premier Pedro Passos Coelho potrebbe cadere già domani e cedere il posto a una coalizione fra socialisti e sinistre.

Lo scenario che si prevede per domani è la costituzione di un governo guidato da una coalizione composta dai Socialisti di Antonio Costa alleati ai comunisti e alla sinistra radicale. Con 122 seggi su 230, l’insieme delle forze di sinistra in parlamento dispongono della maggioranza per respingere il programma di governo presentato dal premier Pedro Passos-Coelho, cosa che implica immediate dimissioni. La decisione di far cadere il governo di destra, voluto dal Presidente della Repubblica portoghese Anìbal Cavaco Silva, è arrivata dal Partito Socialista portoghese, che ha chiesto ai suoi deputati di votare contro il programma di Passos-Coelho. Mentre oggi il partito comunista Pcp di Jeronimo da Sousa ha annunciato di avere approvato un patto di governo con i socialisti e i neo-trotzkisti del Bloco de Esquerda per la formazione di un governo alternativo guidato dal leader del Ps Antonio Costa.

Aveva fatto molto discutere la presa di posizione del Presidente Silva contro l’alleanza di Sinistra, poco prima di decidere di affidare l’incarico al premier conservatore: “In 40 anni di democrazia, nessun governo portoghese è dipeso dal supporto di forze auti-europeiste, ovvero da forze che sostenevano l’abrogazione del Trattato di Lisbona, del Fiscal Compact, del Patto per la Crescita e la Stabilità, così come lo smantellamento dell’unione monetaria e la fuoriuscita del Portogallo dall’Euro, oltre che lo scioglimento della NATO. Questo è il peggior momento per un cambiamento radicali delle fondamenta della nostra democrazia”.

Tuttavia l’elettorato del Paese con le ultime elezioni ha orientato il voto proprio in questa direzione, nonostante il primo Partito sia stato il Paf di Passos-Coelho, seguito da quello socialista di Costa, la vera sorpresa è stata la rimonta del Blocco di Sinistra, spesso soprannominato “la Syriza del Portogallo” che ha guadagnato il 18,5% dei voti e 36 seggi in Parlamento.

Il problema posto dall’emergere di queste formazioni è tutt’altro che politico: anche se Costa ha voluto rassicurare che non rinnegherà le sue posizioni favorevoli al posizionamento deciso del Portogallo nell’Eurozona, il mercato ha subito risposto in maniera negativa. La Borsa di Lisbona è in queste ore in caduta libera, l’indice guida della piazza finanziaria portoghese, il PSI 20, mostra un tonfo del 3,80% a 5.290 punti.

Liberato Ricciardi

Per saperne di più:
Portogallo: socialisti voteranno contro governo
Portogallo: i socialisti, la sinistra e il golpe bianco
Il Portogallo verso un governo di sinistra
Portogallo, prevale la destra, ma non ha una maggioranza

Portogallo: socialisti voteranno contro governo

Portogallo-socialisti-CostaRischia di durare meno di due settimane il nuovo governo portoghese formato a fine ottobre dal premier uscente il conservatore Pedro Passos Coelho, vincitore ma senza maggioranza assoluta delle politiche del 4 ottobre.

I tre partiti del centrosinistra e della sinistra, i socialisti del Ps, i post-trotzkisti del Bloco de Esquerda ed i comunisti Verdi della Cdu, hanno infatti annunciato che voteranno contro il programma che il nuovo governo di minoranza presenterà in parlamento la settimana prossima, facendo cosi cadere l’esecutivo.

Un accordo di governo alternativo à già stato concluso, secondo la stampa portoghese, fra Ps e Be, e si prevede che a breve vi aderisca anche la Cdu. Il presidente Anibal Cavaco Silva aveva incaricato Passos Coelho a metà ottobre di formare il nuovo governo, in quanto leader della coalizione arrivata prima alle politiche, nonostante Ps, Be e Cdu, che insieme ora hanno la maggioranza assoluta in parlamento, definissero la mossa una ‘perdita di tempo’.

L’inedita coalizione fra i tre partiti di centrosinistra e di sinistra storicamente divisi dalla ‘rivoluzione dei garofani’, con programmi economici molto distanti – il Ps è per una austerità attenuata, il Be per un rinegoziato del debito del Portogallo e la Cdu per l’uscita dall’euro – potrebbe avere problemi di tenuta, secondo diversi analisti, che non escludono che il paese torni a votare nel 2016 dopo la ‘tregua’ prevista per le elezioni presidenziali di gennaio.

Redazione Avanti!

Francia dimezzato Hollande
vince Sarkozy, niente al FN

Elezioni_dipartimentali_Francia_2015La sconfitta alle amministrative francesi di Hollande e la vittoria di Sarkozy sono – almeno stando ai primi exit poll – in quattro numeri: il centrodestra guidato dall’ex presidente della Repubblica governava in 40 dipartimenti, oggi in 66 mentre i socialisti scendono da 61 a 34. Cambiano colore insediamenti ‘storici’ del PS, fra cui l’Essonne del premier Valls e la Corrèze del presidente Hollande, ma anche le Bocche del Rodano, governate dalla sinistra fin dagli anni della Liberazione dal nazifascismo.

Il colpo, non inaspettato, è stato molto duro e ora dopo l’analisi dei dati dai prossimi giorni comincerà il dibattito interno alle forze politiche, non solo nel Partito socialista.

Per Nicolas Sarkozy, presidente dell’Ump, è comunque il momento della vittoria: “Stasera, la destra ha nettamente vinto le elezioni dipartimentali. Mai, nella Quinta repubblica, la destra aveva raggiunto un risultato del genere”. “I francesi hanno sconfessato in modo massiccio la politica di Francois Hollande e del suo governo senza appello”, che ha fallito “a tutti i livelli”, che ha “totalmente ignorato il messaggio della maggioranza dei francesi”. Sarkozy deve pensare ora a come gestire il successo per le prossime elezioni regionali e soprattutto per le presidenziali. Il successo di queste amministrative si deve in gran parte all’alleanza con i moderati di centro e all’effetto spauracchio di una possibile vittoria delle destra di Marine Le Pen che infatti è stata duramente penalizzata dalla logica ‘repubblicana’, ovvero dalla tradizionale diffidenza dei francesi ad affidarsi a forze considerate ‘antisistema’, come i neofascisti del Fronte Nazionale. Sarkozy in campagna elettorale ha abilmente fagocitato molti dei temi e delle posizioni estrema della destra di Le Pen, ma ha sempre categoricamente escluso un’alleanza con l’estrema destra, ma ora se vuole correre per l’Eliseo ha bisogno di costruire un progetto di governo più credibile anche perché non può sfruttare l’effetto sorpresa della sua candidatura e non può limitarsi all’effetto repubblicano o alle critiche a Hollande per convincere la maggioranza dei francesi.

Il movimento Femen contro Marine Le Pen: Fasciste

Il movimento Femen contro Marine Le Pen: Fasciste

Marine Le Pen intanto ostenta tranquillità, ma ‘l’onda blu’ si è infranta sul sistema maggioritario a due turni perché non ha ottenuto neppure un governo in uno dei 101 dipartimenti in ballo. Il suo FN è il primo partito di Francia, ha conquistato un quarto dei votanti – l’affluenza è stata del 50% – ma quando si è misurato con la scelta dei candidati giusti, ha dovuto scontrarsi con un muro di sfiducia e gli elettori hanno preferito i più rassicuranti nomi proposti da Sarkozy e dai suoi alleati. Marine potrebbe aver insomma raggiunto il culmine della popolarità, ma anche il massimo della inutilità politica: tanti voti, nessun eletto. D’altra parte il sistema francese col ballottaggio è concepito proprio per ‘tagliare’ le ali, e il Fronte Nazionale di Marine Le Pen costituisce senza dubbio l’ala estrema di destra del sistema politico francese.

“L’obiettivo – ha dichiarato baldanzosa Marine Le Pen – si avvicina: andare al potere e mettere in pratica le nostre idee per risollevare la Francia. Restituirle libertà, sicurezza e benessere. L’impoverimento, la disoccupazione di massa, la distruzione della nostra identità non sono delle fatalità”. Questo però rischia di restare al massimo la base per costruire un nuovo slogan per la prossima campagna perché anche se il FN è pronto a fare accordi a livello locale con il centrodestra, l’UMP continua a respingere l’offerta.

Per la sinistra i dolori di pancia sono più intensi. Hollande continua a franare nei consensi e il suo governo alle prese con la crisi economico-finanziaria, non è stato appena in grado di gestire l’emergenza. Il primo ministro, Manuel Valls, ha promesso nuove misure per favorire investimenti privati e pubblici e per l’occupazione. Ma il problema vero, il ‘male oscuro’ della sinistra francese, si chiama frammentazione. “La sinistra – ha ammesso lo stesso Valls – troppo dispersa, troppo divisa al primo turno, arretra nettamente nel secondo, nonostante i buoni bilanci degli esecutivi dei dipartimenti”.

Il dato davvero sconfortante però è che i francesi sono nettamente orientati a scegliere tra destra estrema, destra dell’UMP e partiti di centrodestra e che senza un candidato forte e un progetto in grado di convincere e far sognare, la sinistra divisa sembra destinata a perdere anche i prossimi appuntamenti elettorali.

Alvaro Steamer

Caso Aldrovandi. Poliziotti condannati a risarcimento

Aldrovandi-risarcimento“È la giustizia che va avanti”, queste le parole della madre di Federico Aldrovandi, Patrizia Moretti, dopo la decisione della Corte dei Conti dell’Emilia-Romagna che ha condannato i quattro agenti responsabili della morte del figlio, 18enne a risarcire con oltre 560mila euro il ministero dell’Interno, che pagò i danni alla famiglia. La giustizia infatti va avanti, dopo dieci anni, quando in un parco a Ferrara, Federico venne fermato e pestato a sangue dagli agenti della Polizia. Quattro ritenuti i colpevoli dalla Procura: Enzo Pontani e Luca Pollastri (che dovranno versare ciascuno 224.512 euro) mentre Paolo Forlani e Monica Segatto (verseranno ognuno 56.128 euro). La Procura aveva chiesto inizialmente 1,8 milioni.

Il caso Aldrovandi è però solo la punta dell’iceberg del problema che riguarda gli abusi di Polizia, tanto che un ispettore della questura di Ferrara, Alessandro Chiarelli, ha preso spunto dal caso del giovane ferrarese per scrivere un libro inchiesta per marcare su quelli che sono gli errori non solo degli agenti dell’Ordine Pubblico, ma anche dei vertici. Le sue dichiarazioni durante la presentazione del libro “Il caso Aldrovandi. 2005-2015: i fatti, gli errori, le sentenze, gli altri morti”, hanno provocato un terremoto. Le sue affermazioni “Anche a Ferrara ci sono state altre situazioni molto dubbie risolte in modo abbastanza ‘in carrozza’”, hanno fatto sì che la procura di Ferrara aprisse un fascicolo sulla questione.

Ma Ferrara è solo una piccola città rispetto al territorio nazionale dove sempre più spesso vengono denunciati casi simili. Si calcola che dal 2001 ben 26 persone sono morte in circostanze legate agli abusi da parte della Polizia (una media di due all’anno), alcuni casi sono a noi noti come quello di Stefano Cucchi o quello di Giuseppe Uva, ma accanto a questi ce ne sono troppi finiti nel dimenticatoio o archiviati. Il problema degli abusi di polizia si alimenta anche di alcune lacune legislative italiane, come quello del reato di tortura ancora non previsto nel nostro Codice penale. Un mese fa la Commissione Giustizia del Senato ha dato il via libera al Ddl sul reato di tortura, un testo che segue alla lettera “le indicazioni della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura”. Eppure quelle indicazioni sono le stesse che nel 1988 l’Italia ratificò con la Convenzione dell’Onu contro la tortura. Il Ddl però non tocca comunque i garanti dell’Ordine pubblico, in quanto la tortura sarà reato comune e non specifico del pubblico ufficiale, quindi si discosta dagli standard internazionali.

L’Italia, grazie alla sua legislazione monca, ha sul groppone una “pagina nera” nella sua storia recente, quella dei fatti di Genova 2001 e degli abusi nella Caserma di Bolzaneto. L’intero corpo di Polizia è stato macchiato da fatti che potevano essere evitati grazie al “codice identificativo della PS”, vigente in diversi Paesi europei. Il gruppo dei socialisti alla Camera (i deputati Di Lello, Di Gioia, Locatelli e Pastorelli), richiamandosi al Codice Europeo per l’etica della polizia del 2001 (anno del famigerato G8 a Genova) che fra i suoi principi annovera l‘identificabilità delle forze di polizia come presupposto della loro riconoscibilità e imputabilità di fronte all’opinione pubblica, aveva presentato nel giugno del 2013 un’interrogazione parlamentare al Ministro dell’Interno, ponendo il problema per “le forze di polizia di essere identificabili attraverso l’esposizione di una propria matricola sulle uniformi, in alcuni casi accompagnata in maniera ancora più chiara ed evidente dall’esplicita indicazione del nome e della qualifica del singolo agente”.

Maria Teresa Olivieri

PARLARE AGLI ITALIANI

NENCINI-Festa-Riformisti

Il riformismo, più che da partiti monolitici, é stato rappresentato in Italia da tendenze culturali figliate nell’associazionismo e nel mondo accademico e da correnti minoritarie nate dentro le forze politiche. Isole comuniste, scogli liberaldemocratici, esperienze cattolico-sociali, interi arcipelaghi socialisti. Solo il PSI, tra i grandi partiti, ha saputo alimentare, con crescente tenacia nella storia repubblicana, la fonte del riformismo dedicandosi con tutte le sue energie ad una complicatissima missione. Continua a leggere