Elezioni europee,
questione di democrazia

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Alle prossime elezioni europee voteremo, oltre che per il Parlamento, anche per il futuro Presidente della Commissione europea, una novità introdotta sommessamente già nelle elezioni nel 2014 ma di cui quasi nessuno si è era accorto, pur avendo i partiti europei anticipato la candidatura che avrebbero sostenuto per quella posizione. L’obiettivo era di avvicinare elettori ed elettrici alle istituzioni europee, nel tentativo di invertire il trend in discesa della partecipazione al voto.

Infatti, se la percentuale dei votanti aveva subito un leggero ma costante declino di elezione in elezione per quasi trent’anni, con il nuovo millennio il numero di elettori ed elettrici si è ridotto in modo preoccupante, per arrivare al 43% nel 2009. Nella settima elezione del Parlamento europeo non andò a votare soprattutto chi nel passato aveva votato per i partiti di sinistra, lanciando un messaggio che suonava più o meno così: il Parlamento europeo è una istituzione inutile e senza potere perché l’Unione è dominata da tecnocrati conservatori.

Il popolo della sinistra aveva perso la fiducia nell’Europa e Paul Rasmussen, allora leader del PSE, aveva così commentato l’esito delle elezioni europee del 2009: ha vinto il partito del sofà, di chi ha scelto di rimanere a casa anziché andare ai seggi.

Fu insieme una lezione dura da digerire ed uno scossone salutare.

Ci interrogammo per mesi noi socialisti europei per trovare la risposta alla richiesta di dare nuovo significato al voto. Bisognava “politicizzare” le elezioni europee ed europeizzarle: le elezioni fatte su liste nazionali con candidati tutti nazionali, spesso con campagne elettorali dominate da temi nazionali -ne è buon esempio il referendum sulla Brexit- “nazionalizzavano” le elezioni allontanandole sempre più da una visione europea che aveva ispirato il progetto nato a Ventotene per una Europa della pace, della solidarietà, della democrazia, dei diritti umani, cioè una Europa all’opposto di quella che predicano i sovranisti di oggi, come Salvini, Orban, Le Pen….

Pensammo fosse utile dare il senso di un impegno comune, con un programma unico e costruito insieme da tutti i partiti socialisti, socialdemocratici, laburisti dell’Unione, e con una campagna comune, identificabile come nostra in tutte le città dell’Unione; soprattutto ci impegnammo a scegliere e sostenere una candidatura socialista unica per la Presidenza della Commissione europea che, legittimata dal voto, avesse titolo per difendere il programma sul quale avevamo chiesto il voto.

Nel congresso del PSE di Praga del dicembre 2009 decidemmo per programma e campagna comuni per l’appuntamento elettorale del 2014 e per l’avvio di un percorso aperto, trasparente, soprattutto democratico per individuare il candidato o la candidata alla Presidenza della Commissione europea che rappresentasse il popolo socialista, socialdemocratico, laburista dell’intera Unione. Per il 2014 indicammo Martin Schulz; i Popolari europei indicarono Jean Claude Junker.

Una novità e insieme una sfida democratica perché per quasi 60 anni, fino al 2014, il Presidente della Commissione era stato scelto in una sorta di conclave tra Capi di Stato e di Governo, tenendo conto, ma senza nessun vincolo, dell’esito elettorale. In questo modo furono eletti i dodici presidenti della Commissione europea, che si succedettero dal 1957 al 2014, tra questi Jacques Delors e gli italiani Malfatti e Prodi.

L’elezione del 13° Presidente, Jean Claude Junker, fu diversa, grazie soprattutto all’iniziativa dei socialisti impegnati a contenere il “deficit democratico”: per la Presidenza doveva essere proposta la persona indicata come “Spitzenkandidat” cioè “candidato principale” dal partito europeo con il migliore risultato in termini di seggi al Parlamento. Fu così stabilito un legame tra la scelta del Presidente della Commissione e l’esito delle elezioni europee.

Le elezioni del 2019 saranno l’occasione per consolidare questa prassi condivisa da gran parte dei partiti e votata dal Parlamento europeo il 7 febbraio 2018, pur non essendo prevista dal Trattato di Lisbona. Con questa decisione il Parlamento si è impegnato a non considerare nessuna candidatura che non sia frutto di questo processo.

Alle elezioni del 26 maggio voteremo liste per il Parlamento europeo e candidato o candidata alla Presidenza della Commissione attraverso un processo democratico, trasparente e partecipato.

Per noi socialisti europei il processo si aprirà il 19 ottobre con la presentazione delle candidature avanzate dai partiti membri del PSE, cui seguirà una campagna elettorale veramente europea per la scelta del nostro candidato o candidata alla Presidenza della Commissione che si concluderà con il voto nella stessa giornata in tutta l’Unione. La data indicata dovrebbe essere il prossimo 1° dicembre.

Il nostro impegno comune è per una Unione europea che sostenga il principio della solidarietà contro gli egoismi nazionali, che contrapponga alla chiusura di porti e frontiere una gestione controllata e condivisa dei flussi migratori, che si dia una politica estera comune fondata sulla difesa dei diritti umani, che promuova i diritti delle donne e la democrazia paritaria, che contrapponga alla democrazia illiberale di Orban la democrazia partecipata che veda protagoniste in primis le giovani generazioni, insomma tutto il contrario di quello che i nuovi sovranisti alla Salvini stanno predicando e promuovendo. Noi li contrasteremo forti dei nostri valori e convinzioni.

“Porre un argine a questo Governo antieuropeista”

camera“Intanto non è affatto vero che la storia non si ripete. Si ripete, eccome. C’è una dose enorme di diciannovismo in quest’Italia. Un diciannovismo che nasce da una maggiore povertà e da un perdita di ruolo del ceto medio che è stato la colonna vertebrale dell’Italia dal boom economico fino a qualche anno fa. Cento anni fa fu scelto l’uomo solo al comando, oggi si scelgono i partiti antisistema”. Lo afferma in un’intervista al nostro giornale il segretario del Psi Riccardo Nencini che fa il punto sui primi mesi di governo e sul futuro del centro-sinistra tracciando la linea per i mesi a venire.

Come vedi l’alleanza tra i due partiti alla guida del governo?
Dubito che l’alleanza tra Lega e Cinque Stelle duri poco. Potrebbe anche franare il Governo Conte, ma questo non significherebbe la fine dell’alleanza. Anzi, Salvini e Di Maio stanno diventando sempre più come due dioscuri ciascuno per i suoi campi d’azione. Uno ha scelto il tema dei migranti e l’altro il tema del lavoro, ma soprattutto un tema alla Robespierre, nel senso che tutto ciò che esisteva prima era deleterio, tutto ciò che sta per sorgere positivo.

E l’opposizione latita…
Il punto debole dell’opposizione è che non riesce a trasformarsi in alternativa credibile e competitiva di governo. Quindi non offre un approdo a chi vede questa situazione con crescente preoccupazione. Invito anche a valutare i provvedimenti e le posizioni che si assumono.

In che senso?
Intanto c’è una forte dose di antiparlamentarismo. Il Parlamento è inutile, dice il teorico dei 5 Stelle. Si deve procedere con sorteggio alla sua elezione, dice Grillo. Si vuole il mandato imperativo che è decisamente anticostituzionale. Quando i vari ministri vengono in Commissione, dicono che vanno a perder tempo.

E per quanto riguarda i provvedimenti?
Nulla di tutto quello che hanno detto in campagna elettorale viene mantenuto. Salvo una politica più rigida sui migranti. Ma non si parla più di rimpatrio e dei 600mila che avrebbero dovuto essere rimpatriati. Sul lavoro tutti e due sostenevano che il jobs act doveva essere azzerato. Ma non è così, anzi i grillini votano contro un emendamento per la sua abolizione. Il reddito di cittadinanza non lo vedremo sorgere, lo stesso per la flat tax. I pilastri della rivoluzione italiana, come a loro piace chiamarla, per ora non si vedono assolutamente. Sono invece molto attenti a mettere gambe a quello che hanno detto in campagna elettorale in politica estera.

Per esempio su quali temi?
Confermano due visioni: la prima fortemente antieuropeista. Che è un danno, perché l’Europa così com’è non ci piace, però la Ue ci ha protetto dalla guerra. Ricordo che le grandi guerre europee, fino a quelle del 1939-40, nascono sul confine tra Francia e Germania. Quindi uccidere l’Unione europea anziché cambiarla è un fatto preoccupante anche per le sorti dell’Italia. Secondo: la politica filorussa è altrettanto preoccupante perché scioglierebbe l’Italia da un vincolo occidentale dal quale ha ricevuto negli anni benessere e una condizione grazie alla quale ora abbiamo un ruolo nella politica strategica tra le nazioni che contano. Se questo passato-presente viene smontato, noi dobbiamo soltanto preoccuparci vivamente.

L’anno prossimo si vota per le elezioni europee. Quale il rischio che le forze antisistema possano essere maggioranza in quell’appuntamento?
È la ragione per la quale bisogna fare presto. In ogni Paese. È il messaggio nella bottiglia che abbiamo messo nella mani del Partito socialista europeo che però è immobile e apatico. Dobbiamo dare una lettura nuova alla gente che è impaurita per il fatto che si è aperta una stagione che non sa interpretare. Una stagione dove la globalizzazione spazza via le identità locali. Dove le relazioni economiche destano preoccupazione in molte economie e in molte piccole imprese che hanno una struttura fragile. Quello che servirebbe è una Bad Godesberg del socialismo europeo. Vi fu nel ‘59 per la Germania, ora servirebbe per tutta la storia futura del socialismo europeo.

Partendo da dove?
Per esempio, cominciando a ragionare, mettendo accanto al socialismo europeo, anche quelle aree, quei movimenti democratici, penso ai partiti che aderiscono ai gruppi liberaldemocratici europei, con i quali va saldata una alleanza. Cioè le culture che hanno fatto l’Italia repubblicana e l’Europa libera nell’immediato dopoguerra; socialisti, democratici-cristiani, liberali, un punto di unione devono trovarlo, perché il rischio che corre l’Europa è veramente molto alto. Noi però abbiamo un rischio in più.

Quale?
Il presidente della Repubblica si rielegge nel 2021. Sembra lontana questa scadenza. Però l’anno prossimo si avranno le elezioni europee. Con molti comuni che andranno al voto. La mia opinione è che in molte realtà locali vi sarà una saldatura tra Lega e 5 Stelle. Permanendo questo stato di cose, non possiamo rischiare di consegnare anche il Quirinale a due forze antisistema. Questa è un’altra ragione per mettere le gambe alla alleanza per la Repubblica che bisogna far nascere con rapidità. Bisogna essere, sperando di avere maggior fortuna, i Filippo Turati cento anni dopo. Dico con maggior fortuna perché oggi danno tutti ragione a Turati, ma nel 1919, ‘20, ‘21 quella di Turati era una voce solitaria offesa e vilipesa.

Il Pd non sembra in grandi di proporre molto preoccupato più delle proprie dinamiche interne…
Non lo è ad oggi. Sono preoccupato perché se dovesse tenere il Congresso da qui a troppi mesi, il perdurare del non scegliere, rischia di essere deleterio anche per le scelte che altre forze del centrosinistra italiano dovranno fare.

E il Psi?
Noi intanto dobbiamo preoccuparci di partire. Ecco perché un primo lavoro comune che faremo da settembre è con cattolici moderati, con Più Europa di Emma Bonino e con chi ci sarà. Ma con questi abbiamo già raggiunto una ipotesi di lavoro comune che da settembre diverrà plastica. Il quadro che si delinea invita, se non obbliga, gli uomini di cultura socialista, libertaria, a stare insieme. A non farsi convincere dalle divisioni del passato perché il rischio che l’Italia corre è molto alto.

A proposito di rischi: il populismo. Per combatterlo da dove si deve cominciare?
Si combatte in due modi. Con un occhio che guarda al domani potenziando tutto ciò che riguarda cultura e conoscenza. Ma parliamo di procedure molto lunghe. Nell’immediato: primo, non c’è dubbio che nel tema migranti la modalità Minniti debba essere estesa. Va aggiunta la domanda di cosa fare quando un profugo è qui in Italia. Ripeto e sottolineo che bisogna vivere in Italia secondo il canone occidentale con i diritti e i doveri previsti dalla nostra legge e Costituzione. Inoltre chi vive in italia deve corrispondere positivamente a ciò che l’Italia fa per lui mettendosi quindi a disposizione, gratuitamente, per la società che lo ospita con lavori socialmente utili.

Dove si è visto secondo te in questi anni la debolezza delle forze e del pensiero riformista?
L’errore grosso che abbiamo fatto è stato adottare un pensiero illuminista senza correzioni. Mi spiego meglio: c’è stato un considerare l’idea di progresso come irreversibile. E invece per i cittadini europei questa idea di progresso non è stata assolutamente condivisa. Perché è stata inverata dalla paura e dalla preoccupazione. Una cosa è il progresso che avviene senza devastare i pilastri della comunità dove si vive. Altra cosa invece è vivere nella globalizzazione. E quindi affianco a fenomeni che non si sanno interpretare e che danno quindi preoccupazione. A me fa paura Salvini quando fa montare il presepe nella scuola e mi fa ancora più paura quando fa propaganda con il rosario in mano. Mi spiego: il fatto che le scuole italiane facciano il presepe, lo dico io laico, è un segno di identità da mantenere. Vogliono farlo? Lo facciano.

Daniele Unfer

PES. A Rota Giovani attivisti socialisti per le europee del 2019

fgs spagnaQuasi un migliaio di giovani attivisti progressisti si stanno radunando in Spagna per il loro campo estivo annuale dei giovani socialisti europei in vista della campagna elettorale europea del 2019.

Delegazioni di oltre 40 organizzazioni giovanili socialiste e socialdemocratiche di tutta Europa si incontreranno per una settimana di formazione elettorale, raduni ed eventi sociali.

Il campo è ospitato da Juventudes Socialistas de España (Giovani socialisti spagnoli) nella città costiera di Rota, sostenuta dai giovani socialisti della Catalogna.

L’obiettivo principale dell’evento è preparare la campagna elettorale europea fornendo un programma di formazione completo progettato per mobilitare gli attivisti, stimolare i sostenitori e diffondere le migliori pratiche in tutta la famiglia politica progressista.

Le sessioni di formazione della campagna durante il campo estivo comprendono una serie di seminari ospitati dal Partito dei socialisti europei, tra cui:

Combattere l’estremismo di destra
Scrivere il Manifesto della Gioventù PES
Social media e strategie di campagna, guidati da esperti del lavoro del Regno Unito
Mobilitare gli elettori e realizzare il potenziale di voto, guidato dal professor Andre Krouwel dell’Università di Amsterdam
Combattere il sessismo in politica, guidato da PES Women
Dozzine di seminari politici organizzati per tutta la settimana comprendono dibattiti sulla democratizzazione dell’economia, le conseguenze economiche della disuguaglianza di genere (ospitata da PES Women), la politica di immigrazione, disabilità e design universale, salute mentale, lotta alla discriminazione e molti altri.

Il presidente del PSE Sergei Stanishev, il presidente del gruppo S & D Udo Bullmann e il presidente della FEPS Maria João Rodrigues parleranno tutti alla cerimonia di apertura del campo. Altri ospiti per tutta la settimana includono leader politici, eurodeputati, giovani attivisti ed esperti accademici.

Stanishev ha infatti affermato:

“È completamente giusto che il campo estivo SES del 2018 – che giunge in un momento cruciale alla vigilia delle elezioni del 2019 – dovrà svolgersi in Spagna, dove la nuova squadra socialista di Pedro Sánchez sta già cambiando le cose in meglio dopo anni di governo di destra guidato da austerità.
Il compagno Sánchez e il suo collega primo ministro socialista, António Costa, stanno dimostrando dove le autentiche politiche progressiste possono arrivare. Ecco perché le centinaia di giovani riuniti qui sono così determinati a vincere le elezioni europee l’anno prossimo: perché sanno che questo è l’unico modo di cambiare l’Europa a vantaggio dei suoi cittadini.

Considero il duro lavoro di YES e dei suoi partner in tutta Europa, nella preparazione di questo spettacolare evento – il primo di molti importanti eventi della campagna tra oggi e le elezioni del prossimo giugno!”

Federazione Giovani Socialisti
L’Italia che bullizza sui profughi

«Abbiamo assistito, per troppe ore, a uno spettacolo esecrando» commenta Roberto Sajeva, segretario dei Giovani Socialisti «da un lato il neoministro degli interni che sbandierava un suo torvo ritratto con hashtag per fomentare urla belluine, dall’altro l’Europa che tergiversava, vile. Nel frattempo centinaia di disperati bloccati in alto mare.

L’Italia svolge da anni un lavoro solitario nel soccorrere, controllare, curare e organizzare la maggior parte degli immigrati che fuggono da un’Africa messa a ferro e fuoco dal neocolonialismo anche europeo.
La cattiva gestione, criminale e clientelare, dei profughi ha causato tensioni e tragedie nel nostro Paese. Il problema non poteva essere più rimandato, neanche dalle sperdute sinistre mal risvegliatesi dopo le scorse elezioni.
Ridicolo però, da parte di Salvini, alzare la voce contro uno Stato poco più popoloso di Catania, che ovviamente non può essere rimproverato di nulla, considerando gli scarsissimi mezzi e spazi di cui dispone. L’Italia dovrebbe farsi interprete di Paesi come Malta, Tunisia, Grecia e via cantando, non bullizzarli. Se questa prepotenza e questi toni erano davvero necessari, sarebbe stato necessario rivolgerli alla Francia per esempio. Prima responsabile di buona parte delle vicende umanitarie d’Africa. Dalle ex colonie alla Libia che vorrebbe ancora dominare, proprio per far danno a noi e senza neanche migliorare le vite degli africani, anzi. C’era un nuovo interlocutore in Spagna, tra l’altro. Che si è infatti rivelato più sensibile di chi lo ha preceduto.
Se questa è la diplomazia del nuovo Governo io non credo che otterremo grandi risultati. Questa prova di forza rischia di tramutarsi in un boomerang per i populisti. Polizia europea di frontiera? Ancor meno sovranità. Collaborazione più seria sullo smistamento degli immigrati? Meno margini di trattativa sui parametri economici.

A margine della vicenda geopolitica, mentre l’Aquarius è ancora in mare, lo sfacelo di un’Italia sempre su di giri, traboccante di invasati che se la prendono con i disgraziati, di razzisti e di bruti ma anche di insopportabili soloni che nulla sanno del mondo, arroccati nel privilegio e nel classismo di una presunta superiorità intellettuale. Non possiamo che cercare conforto nella nostra comunità atlantidea, ancora ricca di uomini e donne dotati di onestà intellettuale e spirito umanitario. Oggi è il caso davvero di ringraziare la compagna Francesca Rosa D’Ambra, una delle mie due vicesegretarie, che svolge un lavoro prezioso nelle operazioni di terra, in Calabria.»

Pubblichiamo anche la dichiarazione del segretario del PSI, Riccardo Nencini:

«Le Convenzioni internazionali sottoscritte dall’Italia prevedono obbligo di solidarietà in mare. Salvini se ne frega e immagina di risolvere il problema con i muscoli. Anche Spagna e Francia chiusero i loro porti. Si nascosero dietro la posizione geografica: i loro porti sono più lontani dei nostri dal luogo in cui i migranti si imbarcano. Resta il fatto che la solidarietà non si misura in chilometri. Stanichev (PSE) ha richiamato duramente il governo italiano. Bene. Meglio se l’avesse fatto anche con spagnoli e francesi».

Federazione Giovani Socialisti Italiani

Pittella: “Il Psi può dare un contributo al Pd”

“La disfatta elettorale del 4 marzo è stata causata anche da ragioni che vanno oltre i confini italiani. Una globalizzazione non governata, le politiche di austerità, il nodo migranti. Bisogna ora preparare una risposta forte”. Gianni Pittella, senatore del Partito Democratico, già Capogruppo S&D al Parlamento Europeo, risponde a un’intervista dell’Avanti! sulla debacle elettorale del 4 marzo, sulla crisi che attraversa il PSE, sulla possibile unità dei socialisti e sulla fase istituzionale di stallo per la formazione del Governo. “Sarebbe un errore gravissimo se il Pd uscisse dal PSE: bisogna invece allargare i confini alle associazioni che si battono per i diritti civili, ai movimenti anti-austerity e ai movimenti contro Orban e Kaczyński”. Sull’unità dei socialisti aggiunge: “Nel Pd dovrebbero esserci più socialisti e più idee socialiste, mi batterò per questo. Il Psi di Nencini può avere un ruolo importante nel Pd”.

pittellaSenatore Pittella, il 4 marzo gli italiani hanno fatto una scelta precisa. Hanno ‘premiato’ le forze euroscettiche e populiste. Si dice che la sinistra non sia riuscita a interpretare il disagio, i ‘nuovi bisogni’ e che ci sia stato uno scollamento con il suo elettorato storico, la base. Perché? Dove hanno sbagliato il Pd e il centrosinistra?

Quello che è avvenuto nel nostro Paese è già accaduto in precedenza in altre parti del mondo, purtroppo il 4 marzo non abbiamo assistito a fenomeno soltanto italiano. Penso agli Usa, dove c’è Trump, un presidente che nessuno immaginava potesse vincere le elezioni, penso all’esito inaspettato del referendum sulla Brexit nel Regno Unito, penso a Le Pen in Francia che prende percentuali enormi di consenso mentre il Partito socialista francese quasi scompare. Ci sono almeno tre cause che hanno portato alla disfatta del centrosinistra in Italia e non solo.

La prima, una globalizzazione non governata che ha portato grandi vantaggi per alcuni e grandi svantaggi per altri. E gli svantaggiati non sono stati difesi dalle forze progressiste e socialiste non solo italiane, ma europee e mondiali. Seconda, la politica di austerità ha pesato tantissimo, ha creato disoccupazione e un preoccupante crollo imprenditoriale. A tutto questo non c’è stata una capacità di reazione. Soltanto il governo Renzi e il governo Gentiloni sono riusciti, insieme a noi, a mitigare le politiche di austerità applicando l’alleggerimento e la flessibilità del patto di stabilità. Ma non siamo stati capiti. La terza questione è quella dei migranti, che è una questione che incide sul ‘sentiment’ dei cittadini: noi non possiamo rinunciare ai nostri principi, ai nostri valori di accoglienza e solidarietà. Bisogna prendere atto che nella gente c’è un sentimento negativo, perché si tende a identificare nel migrante un potenziale attentatore alla sicurezza, che viene messa in discussione da molti episodi che coincidono, nell’immaginario collettivo, con l’ondata migratoria che c’è stata verso l’Italia e altri paesi del mondo.

Su queste tre questioni bisogna preparare una risposta forte, che sia più ‘appetibile’ per i cittadini. Lo ribadisco: senza mai rinunciare ai nostri valori e alle nostre idee.

Lei faceva riferimento a chi è stato svantaggiato dagli effetti di una globalizzazione non governata, che non sono stati difesi dalle forze progressiste e socialiste anche europee. È un dato di fatto che il Pse stia attraversando una crisi profondissima. Qualcuno, nel Pd, qualche settimana fa paventava l’uscita del Partito Democratico dal PSE per ‘guardare’ a Macron. È questa la risposta giusta?

No, sarebbe un errore gravissimo. Perché il problema di fondo è dare risposte a quelle questioni urgenti di cui parlavo prima. E la risposta non è nell’area liberal che sposa, sul piano economico, ricette liberiste. Con Macron, con il quale ci sono punti di convergenza, si può discutere di europeismo e dell’idea di una più forte integrazione europea. Ci sono però punti divergenti sulle questioni sociali e del welfare, come l’attenzione alle fasce più deboli della società che è la funzione primaria che svolge la sinistra progressista. Quindi, collaborazione sì, senza mai smarrire il nostro campo, la nostra bussola: il campo socialista.

Quel campo dunque va allargato?

Certamente. Non possiamo rimanere chiusi nei recinti storici della ortodossia socialista. Quel campo può sicuramente contenere altre esperienze: penso ai movimenti anti austerity che ci sono in Europa, ai tanti movimenti per la difesa dei diritti civili, penso ai movimenti per battere Jarosław Kaczyński in Polonia e Viktor Orbán in Ungheria. Ci stono tante aree a cui possiamo aprire il nostro Partito socialista europeo ma quello che non possiamo fare è andarcene noi.

Allargare il campo socialista in Europa dunque. E in Italia? Pochi giorni fa si sono riuniti “Lab Dem”, “D&S Democratici e Socialisti” e la Fondazione Saragat per un ‘percorso comune’ nel nome dei valori socialisti. La settimana scorsa il segretario del Psi Nencini si è fatto promotore di un appello a tutti i socialisti dove emergeva la necessità di dar vita ad una “concentrazione repubblicana” socialista, laica, democratica. Continua dunque la diaspora socialista o può davvero nascere un nuovo soggetto politico per combattere destre e populismi?

Io parlo per me naturalmente. Il mio partito è il Partito Democratico. Ma vorrei che fosse più socialista e vorrei che ci fossero più socialisti e più idee socialiste. Quello è il partito nel quale io voglio continuare a lavorare e a battermi per queste ragioni. E lo farò sul tema di un rinnovato socialismo. Oggi più che ieri serve quella grande idea di socialismo, che si traduce nei valori di libertà, equità, uguaglianza. I compagni socialisti nel Psi di Nencini potrebbero svolgere un ruolo importante nel Pd. Non vuole essere naturalmente una interferenza la mia, poiché sono scelte che devono essere maturate in maniera autonoma. Con Tommaso Nannicini, la Fondazione Saragat, Lab Dem vogliamo dire che nel Pd c’è un punto di riferimento autenticamente socialista che vuole e può dialogare con chi sta dentro il Pd e chi sta fuori il Pd ma condivide l’impianto e l’idea di rilanciare una proposta socialista. Per l’Italia e per l’Europa.

Cosa pensa di questa fase di stallo politico e istituzionale e della possibile nascita di un governo giallo-verde?

I cittadini hanno consegnato – seppure a metà – la vittoria a M5S, a Salvini e al centrodestra. È giusto dunque che provino a fare un Governo ma facciano presto per il bene del paese. È una vergogna quello che sta succedendo in queste ore. Continuano a ripetere che sono i campioni della trasparenza e invece stanno conducendo trattative opache, tra l’altro con procedure ai limiti del rispetto Costituzionale e del Presidente della Repubblica. Facciano in fretta, il Paese ha bisogno di un governo. Noi faremo un’opposizione attenta ai singoli dossier e alle singole proposte. Per il bene dell’Italia.

“Il socialismo lo fanno i socialisti”

Pia LocatelliIeri, grazie all’organizzazione dell’Associazione Salvemini e di Gabriele Martinelli, si è svolto a Lucca un interessante Convegno dal titolo “Partito Socialista Europeo, crisi o rilancio?”. Alla presenza del Sindaco Tambellini (centrosinistra), dei Socialisti della Lucchesia e di tutta la Regione, sono intervenute due importanti personalità del Socialismo italiano: Pia Locatelli e Valdo Spini, Compagni che non hanno bisogno di ulteriori presentazioni.

Il Sindaco di Lucca ha aperto i lavori, ma è bene tenere in fondo al resoconto la sintesi del suo ragionamento, tutto sommato sorprendente, provenendo da un uomo certamente di centrosinistra, ma non appartenente alla tradizione Socialista.

Pia Locatelli, grazie alla sua esperienza Internazionale, ha rivolto il suo sguardo analitico verso i principali Partiti Socialisti Europei, descrivendone i cambiamenti occorsi negli ultimi vent’anni, la crisi di consensi, le scissioni e la difficoltà diffusa di interpretare i mutamenti socio-economici della contemporaneità. Pur rilevando, anche all’interno dei Partiti Socialisti, il privilegiare delle questioni Nazionali rispetto al Continente Europeo, ha voluto giustamente sottolineare che, nonostante gli ostacoli, una riforma dell’Europa in senso più politico e federale non può darsi fino a quando i Socialisti Europei non si organizzeranno seriamente in forme transnazionali.

Valdo Spini ha voluto sottolineare come i nazionalismi e l’architettura stessa dell’Europa (scarso potere legislativo dell’ Europarlamento, l’eccessivo peso del Consiglio Europeo, il non ben ponderato allargamento a 27 paesi membri) siano elementi critici di un’ Europa che è invece sempre più necessaria, soprattutto nel campo della Politica Estera e nell’obbligatorio grande piano di investimenti pubblici che sostenga ed irrobustisca la ripresa economica nel Continente, una condivisibile posizione keynesiana che trovò, negli anni ’30 attuazione nel “new Deal” di Roosevelt.

Anche in questa proposta si conviene sul ruolo promotore indispensabile del pensiero e della prassi Socialista Democratica.

Al di là dei brillanti interventi è parso di cogliere dei ragionamenti non esplicitati, ma in qualche modo ricorrenti.

Il definitivo tramonto della “questione comunista”: se in Italia un certo establishment culturale, tuttora egemone, ancora si balocca sulla beatificazione di Berlinguer e delle rimembranze di un PCI bucolico mai esistito nella realtà, in Europa il problema non si pone: sinistra=Socialismo Democratico, alle forze che lo rappresentano l’onore e l’onere di costruire un Europa ancora più libera, ancora più fraterna, ancora più eguale. Nel successo o nel fallimento del progetto sta lo sviluppo o l’involuzione del progetto Europeo.

L’esaurimento o fallimento della cosiddetta “terza via” dei Blair e degli Schroeder. Come ha ben illustrato Locatelli, vi è un recupero, non nostalgico, ma funzionale, in tutti i partiti Socialisti di Europa di una visione, potremmo dire più “classica” del Socialismo Democratico. Per intenderci, quello dei Mitterand/Delors, dei Brandt/Schmidt, dei Gonzales, dei Palme, dei Craxi. Gli attuali successi del Labour e del Partito Socialista Portoghese, vengono studiati e finalmente metabolizzati.

La necessità di Partito transnazionale: forse l’operazione più difficile, ma obbligata. Gli Stati/nazioni sono diventati troppo piccoli per il progetto Socialista e Democratico.

Come accennato all’inizio, in questo breve resoconto, ci teniamo per ultimo il senso dell’intervento del sindaco di Lucca Alessandro Tambellini, uomo di centrosinistra, come si è detto, ma non Socialista; ebbene, il Sindaco dopo una lucida analisi della recente gravissima sconfitta della Sinistra in Italia, ha fatto trapelare un messaggio che ci è parso di cogliere.

“Negli ultimi vent’anni, nelle sue varie declinazioni, il centrosinistra ha provato a fare politiche Socialiste e democratiche, ma ormai è evidente che il Socialismo, nella teoria e nella prassi, lo conoscono e lo sanno fare solo i Socialisti, bisogna prenderne atto”.

Interessante, no? Che fare, quindi?

Luca Pellegri

 

Mario Centeno (Pse) alla guida dell’Eurogruppo

mario centeno

Cambia il presidente dell’Eurogruppo ma il richiamo che annualmente arriva all’Italia a dicembre dai 19 ministri dell’euro è sempre lo stesso: il debito elevato mette a rischio il rispetto del Patto di Stabilità. “Lavorerò per creare consenso” tra i ministri dell’Eurogruppo, perché “ciò che manca non sono le idee per rafforzare l’unione monetaria”, ma “si tratta di prendere decisioni per una crescita inclusiva, per far terminare un periodo che è stato molto difficile” ha detto il futuro presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno, rispondendo a chi gli chiedeva se ritenesse, come indica il Pse, che la sua elezione mettesse per sempre fine alle politiche di austerità. Le scelte della zona euro, ha ribadito Centeno, “devono essere costruite nel consenso”.

La soddisfazione del gruppo S&d è espressa dal presidente  Gianni Pittella per il quale l’elezione del socialista portoghese Mario Centeno alla presidenza dell’Eurogruppo è “una vittoria per l’Europa e per tutti noi contro la cieca austerità”. Pittella ricorda che il ministro delle finanze portoghese “è riuscito ad attuare un politica economica credibile in Portogallo ripristinando la salute dei conti pubblici e riportando la crescita”. Per questo conclude  Pittella, “siamo fiduciosi che questo rappresenterà un punto di svolta per lo sviluppo futuro dell’eurozona e per l’Europa intera”, e ora “stiamo finalmente superando l’era dell’austerità stupida e cieca che ha lasciato dietro di sé società anche più povere e divise in Europa”.

L’Eurogruppo, così come la Commissione europea, per l’Italia non chiede una manovra correttiva ma solo di “considerare” la necessità di eventuali interventi per evitare sforamenti nel 2018. È la stesso formula adottata per tutti i Paesi a rischio di violare le regole, come Belgio e Francia. Infatti è positiva la reazione del Tesoro, secondo cui, dopo Bruxelles, anche l’Eurogruppo “ha riconosciuto la correzione strutturale dello 0,3% idonea al raggiungimento degli obiettivi”. E con un portoghese socialista e contro l’austerity alla guida dell’Eurozona, anche la partita dell’Italia sui conti pubblici 2018 potrebbe diventare più facile da vincere. Mario Centeno, candidato ufficiale del Partito socialista europeo, è stato eletto dopo due turni di voto. Ha vinto sulla collega lettone e sullo slovacco, ritiratisi al primo turno, e sul lussemburghese. “È socialista ma sarà il presidente di tutti”, ha assicurato il ministro Pier Carlo Padoan, soddisfatto della vittoria del candidato su cui puntava dopo aver visto tramontare la sua stessa candidatura. Anche Palazzo Chigi esprime soddisfazione. Con il ‘Ronaldo del Portogallo’, come lo aveva soprannominato Schaeuble plaudendo alle sue riforme, la battaglia per dare un colpo definitivo all’austerità e mandare in soffitta il Fiscal Compact, si annuncia più facile. Centeno è passato attraverso un programma di aiuti Ue, facendo ingoiare al suo Paese pesanti riforme strutturali, ma guadagnandosi l’apprezzamento dei colleghi e delle istituzioni europee. Ha fatto tutto quello che la troika gli ha chiesto, uscendo brillantemente dal programma, ma non senza critiche al sistema ‘austerity’. Dal 22 gennaio, suo primo Eurogruppo da capo, avrà la possibilità di lavorare per scardinare le vecchie regole che ancora legano le mani ai Paesi che faticano a percepire gli effetti della ripresa globale, come l’Italia.

Ma sarà un cammino da avviare cercando prima di tutto il “consenso”, come lo stesso Centeno ha sottolineato. Anche perché il suo Paese, pur uscito dalla crisi e con una crescita più elevata di quella italiana, resta comunque tra i ‘richiamati’ dell’Eurogruppo: Portogallo, Slovenia, Austria, Italia, Belgio e Francia sono a rischio di non rispetto del Patto. Gli ultimi tre poi “non rispettano per ora” la regola del debito per il 2018, e l’Eurogruppo “li invita a considerare, in modo tempestivo, le misure aggiuntive necessarie ad affrontare i rischi identificati dalla Commissione”.

‘Considerare’ e non ‘prendere’, quindi, rilevano fonti del Tesoro, è “la stessa impostazione della Commissione”. E per l’Italia non c’è bisogno di altri interventi, aggiungono, perché le misure adottate nella legge di bilancio sono “adeguate ad ottenere la correzione strutturale dello 0,3%” e “lo potrà dimostrare nei tempi dovuti”.

I ministri insistono però anche sulla necessità di ridurre il debito. Parlando in generale, spiegano che “resta motivo di preoccupazione” la lenta riduzione di alcuni, quando invece bisognerebbe agire “in modo decisivo nell’attuale situazione economica favorevole”. E ritengono anche “preoccupante lo scarso aggiustamento strutturale previsto nel 2018 da alcuni Paesi, in particolare quando associato ad alti rischi di sostenibilità”. Intanto, sul fronte Ecofin, chiamato ad approvare la lista dei paradisi fiscali, arriva l’avvertimento del commissario agli agli affari economici Pierre Moscovici: “C’è il rischio che non sia completa”, e che gli Stati degli scandali restino fuori.

Renzi-Macron. Ex socialisti temono di uscire dal PSE

macron renziIl segretario del PD Matteo Renzi è arrivato all’Eliseo per incontrare il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron. Renzi, accompagnato dal sottosegretario agli Affari europei Sandro Gozi e dal presidente del think tank “Volta” Giuliano da Empoli, ha lasciato il palazzo presidenziale dopo circa un’ora di colloquio. I due giovani leader condividono l’esigenza di porre “un argine ai populismi, quello di Le Pen in Francia e quello di Salvini in Italia”. Secondo quanto viene riferito da fonti italiane che hanno partecipato all’incontro che si è svolto questa mattina, tuttavia a preoccupare i ‘fuoriusciti’ dal Psi sembra un’altra notizia, quella che Macron punta alla creazione di un terzo polo nel parlamento europeo, nel quale potrebbero rientrare anche forze politiche oggi legate al Pse, il Partito socialista europeo.

“Leggiamo di un’improbabile proposta macroniana di uscita del Partito Democratico dal Pse. Siamo certi che Renzi, che ha avuto il merito dell’adesione nel 2014, non ci pensi neanche lontanamente: il Pd è oggi la principale forza nel Pse e noi crediamo che sia interesse reciproco rafforzare i legami”. Così in una nota congiunta i deputati socialisti del Pd Marco Di Lello, Tonino Cuomo, Federico Massa e Lello di Gioia, usciti dal Partito socialista e che oggi cercano il socialismo… fuori dal Psi.

Ma Gianni Pittella, presidente del Gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo, dopo aver parlato con il Segretario del Pd, Matteo Renzi, assicura: “Il Partito democratico non si muove da nessuna parte, è e resta uno dei pilastri fondamentali del Pse”.

Turchia. Locatelli:
“Una marcia per i diritti”

turchia marcia1“È stato uno di quegli eventi che fanno la storia. Era importante esserci per dimostrare solidarietà e vicinanza ai cittadini e alle cittadine turche nella loro lotta per la giustizia”. Pia Locatelli, capogruppo del PSI e presidente del comitato Diritti umani della Camera, è appena tornata da Istanbul dove ha partecipato all’ultima tappa della marcia di 450 chilometri che domenica è arrivata nel distretto Malpete dove si trova la prigione nella quale è detenuto uno dei deputati del CHP Partito Repubblicano del Popolo, Enis Berberoglu, condannato a metà giugno a 25 anni di prigione per aver diffuso un video sui servizi.
La marcia, partita il 15 giugno da Ankara per iniziativa del leader del CHP, Kemal Kilicdaroglu, ha visto la partecipazione centinaia di migliaia di persone che con il passare dei giorni si sono unite alla manifestazione. “Che nessuno pensi che questa sarà l’ultima marcia: il 9 luglio segna il giorno della rinascita”, ha detto Kilicdaroglu a conclusione della manifestazione davanti al carcere di Malpete. “Abbiamo marciato – ha aggiunto – per la giustizia, per i diritti degli oppressi, per i deputati e per i giornalisti in carcere, per i professori universitari licenziati, abbiamo marciato per denunciare che il potere giudiziario e sotto il monopolio dell’esecutivo, abbiamo marciato perché ci opponiamo al regime di un solo uomo. Romperemo i muri della paura”.

Pia Locatelli

Pia Locatelli

I giornali italiani, che hanno dedicato pochissimo spazio alla marcia, parlano di manifestazione contro Erdogan. Secondo te il presidente turco ne esce indebolito?
Gli inviati dei media italiani a Istanbul erano pochissimi e quindi tanti hanno commentato l’evento da lontano. È chiaro che dalle redazioni era impossibile capire il coinvolgimento della manifestazione: bisognava esserci. Non era affatto una marcia “contro” ma una marcia “per”, così come non era la marcia di un partito dell’opposizione ma una marcia di tutti e aperta a tutti, anche a chi non ne condivideva lo spirito. Erdogan, dopo i risultati del referendum, vinto grazie ai brogli, sta perdendo progressivamente il consenso popolare che lo ha sostenuto negli ultimi anni, questa manifestazione è stato un forte segnale da parte di una fetta della popolazione che non vuole rinunciare alla giustizia, ai diritti e alla democrazia. Io sono convinta, e credo di aver ragione, che si sia trattato di un importante passo verso il cambiamento.

Chi erano le persone che partecipavano alla marcia e quale era il clima?
C’era veramente gente di tutti i tipi, dai militanti del Partito Repubblicano del Popolo, alle persone comuni che si sono aggregate alla marcia spontaneamente. Tanti giovani, ma anche anziani, donne con bambini. Non c’era nessuna tensione o paura, ma un clima gioioso, come a una grande festa. Kilicdaroglu si era raccomandato di essere accoglienti, di non rispondere alle provocazioni e nonostante l’imponente dispiegamento delle forze di polizia non c’è stato nessun incidente.

In molti erano convinti che Erdogan avrebbe bloccato la marcia, procedendo ad arresti di esponenti delle opposizioni, così come ha fatto dopo il fallito colpo di Stato dello scorso anno. Questo però non è avvenuto.
Erdogan non è uno stupido, ha preferito tollerare la manifestazione contando sul fatto che tutti i media nazionali che sostengono il governo (gli altri sono stati messi a tacere) l’avrebbero ignorata. Non poteva invece rischiare un’azione di forza che avrebbe scatenato l’indignazione della comunità sia nazionale sia internazionale.

A questo proposito qual è stata la partecipazione da parte dei partiti socialisti europei alla manifestazione?
Non era una manifestazione rivolta ai partiti, ma una manifestazione della gente. Io stessa ho partecipato da cittadina europea alla marcia, certo l’ho fatto anche come socialista e come presidente del comitato Diritti umani, ma lo spirito era proprio quello di non avere sigle di partito. Non è vero, invece, che non c’è stata attenzione internazionale. Penso all’adesione di Luis Ayala, Segretario Generale dell’Internazionale Socialista, alle manifestazioni di solidarietà che si sono svolte a Parigi, a Lione e a New York, all’appello che ha mandato il PSE a tutti i partiti aderenti per partecipare alla manifestazione.

La marcia si è conclusa proprio all’indomani dell’approvazione da parte del Parlamento europeo di una risoluzione e che chiede la sospensione dei negoziati per l’adesione della Turchia alla Ue. È la strada giusta per fare pressioni su Erdogan?
No, io credo sia un grandissimo errore. Già quando ero stata in Turchia nel novembre scorso con una missione del PSE ci avevano chiesto con forza di non sospendere i negoziati. Questa posizione isola la Turchia e lascia mani libere a Erdogan peggiorando la situazione dello Stato di diritto dei diritti umani. La nostra posizione di netta condanna nei confronti del governo, non deve comunque mettere fine al dialogo e i negoziati. Dobbiamo o essere allo stesso tempo fermi e dialoganti, non smettere di denunciare le violazioni dello Stato di diritto, ma la nostra reazione deve scongiurare ogni ulteriore peggioramento.

Che sensazioni hai per il futuro della Turchia dopo il successo di questa manifestazione?
Sento che si è imboccata una strada nuova. Il tentativo di mettere l’opposizione a tacere non è riuscito, sento che c’è la possibilità e la speranza di cambiare le cose.

UNA SINISTRA NUOVA

APERTURA-Nencini-Bandiera-PSI

“Partiamo da un punto: la legge elettorale deve essere rivisitata intanto dalla coalizione di governo poi bisogna cercare un accordo con il Parlamento. Non si può fare una legge elettorale in accordo con la Lega e Grillo a discapito della maggioranza che ha retto fino ad ora il Governo Renzi e il governo Gentiloni. Da qui bisogna partire, dopo che è nota la sentenza della Consulta sull’Italicum. Però non possiamo passare, come diceva Renzi, da una legge che consenta di avere il governo il giorno stesso delle elezioni, a una legge che il giorno stesso in cui le urne si chiudono, dice che non si avrà sicuramente un governo. E la strada maestra per favorire le coalizioni è il Mattarellum”. Non ha dubbi il segretario del Psi Riccardo Nencini: “Per sboccare l’empasse sulle elezioni bisogna scompaginare il gioco. Dopo che la Corte avrà reso note le motivazioni della sentenza, la coalizione che sostiene il governo deve presentare una proposta. Penso sia una mossa indispensabile anche per siglare una tregua nel Pd.

Da Franceschini sono arrivare aperture per delle modifiche tra le quali il premio di maggioranza alla Coalizione…
Il Mattarellum è la strada maestra, quella che propone Franceschini è l’alternativa. Ma contestualmente bisogna preparare un progetto e una strategia per i prossimi anni su dei punti ben precisi.

Quali?
Una sinistra nuova che si preoccupi di migranti e multiculturalismo con un approccio nuovo basato sui diritti fondamentali delle persone. Sì all’accoglienza ma fine dell’età del buonismo. Chi vive in Italia deve giurare sulla nostra Costituzione, godere dei nostri diritti e vivere secondo i nostri doveri. Secondo, è fondamentale l’allargamento della torta della produzione della ricchezza e contestualmente rivedere  la redistribuzione della ricchezza in maniera equa. Per questo chiederemo un congresso straordinario del Pse, per riscrivere la cornice in cui ci muoviamo tra stati a sovranità limitata e mondo del lavoro in crisi.

Il tentativo del governo Renzi di cambiare la Costituzione si è fermato con il voto del 4 dicembre scorso. Questo è un Paese irriformabile?
La prossima legislatura dovrebbe essere aperta con una Assemblea costituente che metta mano alle riforme istituzionali. I socialisti già in questa legislatura proposero la Costituente, ma rimasero inascoltati. Probabilmente ora la situazione sarebbe diversa.

Non si sa che legge elettorale ci sarà, tantomeno quando si voterà. Ma comunque non oltre il 2018. Come si sta organizzando il Psi?
La raggiunta unità al Consiglio Nazionale della scorsa settimana è un fatto assolutamente positivo e da valorizzare. I Socialisti, oltre 20mila iscritti, 105 federazioni provinciali, 93 tra sindaci parlamentari e consiglieri regionali, andranno al Congresso Nazionale il 18 e 19 marzo. Il nostro è rimasto l’unico partito del Novecento. Il fatto è che l’idea è giusta. È un’idea che ha reso l’Italia più libera e civile e oggi c’è bisogno di lavorare a questa storia.

Daniele Unfer