Nencini: Con Lega-M5s sistema politico a rischio

Riccardo Nencini seduto

Il 4 marzo ha lasciato un segno profondo nel centrosinistra italiana. Un vero e proprio tsunami che con la sua carica di populismo e sovranismo ha colto consenso nel disagio e nella paura. Ora il governo giallo verde è alla porte. La voglia irresistibile di Salvini e di Di Maio di entrare nella stanza dei bottoni ha prevalso su tutto e spinto il leader leghista a rompere la sua alleanza “infrangibile” con Berlusconi e Fratelli D’Italia per buttarsi nelle braccia di Di Maio che, dal canto suo, nel giro di poche settimane ha cambiato idea su tutto.

Fatto sta il centro sinistra deve ripartire dal suo peggiore risultato di sempre. Forse esagera l’ex sindaco di Napoli ed ex presidente della Regione Campania Antonio Bassolino quando dice che sinistra e centrosinistra si sono tagliati le vene. Ma il senso di disagio di tanti elettori non è mai stato così forte. “Anche la Valle d’Aosta, come il Molise e il Friuli – ha detto Bassolino – conferma e rafforza il terremoto del 4 marzo. È la Lega, come e più del 5S, che compie un grande balzo. In gran parte del paese, al Nord e al Sud, le forze di centrosinistra e di sinistra è come se si fossero tagliate le vene e appaiono tutte chiuse in se stesse. Si deve reagire e la prima condizione è rimettere in primo piano ciò che è stato rimosso: la riflessione politica, sociale e culturale”.

“Io la domanda sulla perdita di consensi sull’elettorato di centrosinistra me la faccio da un pezzo – ha detto il Segretario del Psi, Riccardo Nencini, ospite stamane di ‘Studio24’ la trasmissione condotta da Roberto Vicaretti, in diretta ogni giorno su RaiNwes24 – ma è difficile trovare una risposta. Il problema non è solo italiano, c’è una crisi di tutta la sinistra nel cuore dell’Europa. Se la sinistra non si riconcilia con il suo popolo non credo riuscirà ad uscire dalla marginalità”.

Nencini ha proseguito: “Credo che si debbano superare delle categorie novecentesche che non sono più’ rilevanti, prima fra tutte quella della classe operaia, visto che oggi la debolezza e la fragilità sociale risiedono nei giovani che non trovano un’occupazione, nel cinquantenne licenziato che non riuscirà a rientrare nel mondo del lavoro, nel laureato con 110 e lode che andrà a consegnare le pizze invece di fare l’architetto”.

“La seconda questione – ha aggiunto Nencini – riguarda il doversi riconciliare con le questioni migranti e sicurezza, sciogliendo nodi che la sinistra ha affrontato in modo peloso. Nelle ultime ore delle mie deleghe – ha sottolineato Nencini riferendosi alla suo ruolo di vice ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti del Governo Gentiloni – vorrei ricordare che sulle 600mila richieste per ottenere alloggi popolari il 98% sono richieste di italiani e molto spesso le graduatorie regionali sono costruite per non dare precedenza a loro. Non si posso avere graduatorie che tengono conto di una posizione paritaria tra chi è residente in Italia e chi invece è arrivato da poco”.

Nencini ha parlato anche della formazione del nuovo governo. Su Conte, che si è definito un uomo di sinistra, ha detto: “Possiamo farci la domanda sul perché una persona che si definisce tale stia con il M5S, ma la prima domanda se la dovrebbe fare proprio lui e dovrebbe ricordarsi che si pone alla guida di un governo che non ha eguali in Europa. E lui, se ricevesse la nomina, sarebbe responsabile di un esecutivo guidato da due populismi”. E ancora: “Io da un anno e mezzo sostengo che il parlamento avrebbe avuto una maggioranza populista e l’ha avuta. Stiamo per assistere alla nascita di un governo giallo verde che ha unificato due populismi estremi, sia quello radicale dei 5 Stelle sia quello altrettanto radicale ma orientato a destra rappresentato da Salvini”. “La mia opinione – ha concluso il segretario del Psi – è che si debba costruire una concentrazione repubblicana di centrosinistra, perchè se questo governo superasse l’anno di vita potrebbe scardinare il sistema politico italiano e dare rappresentazione dell’Italia in Europa molto diversa da quella che abbiamo oggi”.

Edoardo Gianelli

SENZA COPERTURA

delegazione 5 stelle quirinaleUno dopo l’altro i leader del Movimento Cinque Stelle al Quirinale per presentare al Capo dello Stato l’accordo trovato e sul quale lavorare per la formazione del governo. Il testo programmatico è stato sottoposto al voto di iscritti e simpatizzanti chi nei gazebo improvvisati alla bisogna chi su incontrollabili piattaforme online. Riti poco ortodossi, ma ci si abitua a tutto.

Il primo a incontrare il presidente Sergio Mattarella è stato Di Maio che si è presentato insieme ai capigruppo alla Camera e al Senato Giulia Grillo e Danilo Toninelli e il capo della comunicazione Rocco Casalino. Dopo di lui, toccherà a Matteo Salvini. Il nome presentato a Mattarella come presidente del Consiglio è quello del giurista Giuseppe Conte. Mattarella aveva chiesto un governo politico. E Conte non è espressione del mondo politico. Giuseppe Conte, che non ha mai fatto politica, ha 54 anni ed è nato a Volturara Appula in provincia di Foggia. Dal 2013 è componente del Consiglio di presidenza della Giustizia Amministrativa, scelto dal Parlamento. Conte è il titolare di un grande studio legale, e insegna a Firenze diritto privato. Nel 1988 (l’anno della laurea), era già stato inserito nella commissione istituita a Palazzo Chigi per la riforma del codice civile.

Al centro anche la definizione della squadra di governo. Resta il nodo nodo del ministero dell’Economia. Il nome sul quale M5S e Lega avrebbero trovato una convergenza è quello dell’ex ministro del governo Ciampi, Paolo Savona. Un nome che, secondo fonti parlamentari, non sarebbe tuttavia particolarmente gradito al Quirinale per le sue posizioni anti-euro. Altro nodo da sciogliere quello del ministero delle Infrastrutture e Trasporti, soprattutto dopo le frizioni tra M5S e Lega sul progetto della Tav Torino-Lione.

“Credo che oggi – ha detto Di Maio al termine del suo colloquio con Mattarella al Quirinale.- possiamo dire che siamo di fronte a un momento storico. Abbiamo indicato il nome al presidente della Repubblica che può portare avanti il contratto di governo”. Dopo Di Maio è arrivato Matteo Salvini: “Noi ci siamo, siamo pronti, abbiamo fatto il nome e indicato la squadra, vogliosi di far crescere l’economia del Paese. Il governo di cui vogliamo far parte vuole aumentare il lavoro – ha detto il leader leghista -. Nessuno ha niente da temere, anzi. Ovviamente vogliamo un governo che metta l’interesse italiano al centro, prima gli italiani, rispettando tutti”.

“Sta per nascere – ha affermato in una nota il segretario del Psi Riccardo Nencini – un governo antisistema, a quanto si legge con un programma trasformista, scarno di coperture di bilancio, conflittuale con l’U.E. e con i tradizionali alleati dell’Italia. C’è da sperare che il ‘ne’ aderire ne’ sabotare’ di Forza Italia si trasformi in voto contrario”.

E mentre la lunga attesa si avvia verso una conclusione, lo spread tra Btp e Bund si amplia ancora e sfonda la soglia dei 180 punti base, a quota 181, il livello più alto da giugno scorso. Il rendimento del decennale italiano è in rialzo al 2,35%. Il ‘contratto’ di governo tra Lega e Movimento cinque stelle, è il parere della agenzia di rating Fitch, “aumenta i rischi per il profilo di credito sovrano, in particolare attraverso un allentamento di bilancio e un potenziale danno alla fiducia”.

Pisa. Il Psi presenta programma elettorale

Psi

Sabato 19 maggio alle ore 11.15 presso il Porticciolo turistico di Marina di Pisa, via della Foce g.c., si è svolta  la Conferenza stampa sulla presentazione del programma elettorale del P.S.I. di Pisa frutto “delle primarie delle idee” svolte nel lavoro capillare nei quartieri durante tutta la seconda parte della legislatura, del candidato a Sindaco Veronica Marianelli e dei candidati al consiglio comunale con il segretario Nazionale  del P.S.I. sen. Riccardo Nencini e l’On Radicale  Marco Taradash “Centromotore Liberali contro il dirigismo”.

Davanti a circa duecento persone i relatori hanno presentato nel quadro politico nazionale la lista del P.S.I. alle comunali di Pisa ed in particolare è stato sottolineato che:

Le politiche amministrative degli ultimi dieci anni sono risultate fortemente insoddisfacenti, dal punto di vista popolare  e pertanto si pone l’esigenza di un radicale cambiamento, esigenza che non viene avvertita dalle forze politiche che hanno fin qui governato.

Più in generale, il momento che stiamo attraversando in Italia evidenza una fortissima crisi di rappresentanza sociale del Partito Democratico che sta incontrando un vero e proprio rigetto da parte dei cittadini, ormai anche a livello locale, come dimostrano le recentissime elezioni del Molise.

A Pisa, la  proposta politica formata dai principali assessori della giunta uscente di cui uno, forse il meno peggio, è candidato a sindaco nel segno della più deludente continuità di politiche sbagliate e appare a tutti i pisani adeguata a contrastare la montante marea della lega e del M5S.

Il PSI pisano intende sottoporre agli elettori una proposta diversa dalla lista degli assessori di professione e un candidato diverso, del tutto innovativo; una persona nuova, una giovane donna dotata di competenze professionali e di voglia di cambiare il rapporto con i cittadini: Veronica Marianelli.
Per potersi candidare nella linea del cambiamento occorre prima di tutto rappresentare ai cittadini cosa non si condivide dell’esperienza decennale della Giunta FIlippeschi e che  cosa di diverso si intende fare se eletti.

Prima di entrare nella specificità dei singoli temi, riteniamo necessaria una premessa generale: quel che maggiormente non ha convinto nella attività della giunta uscente è la distanza dai cittadini, la mancanza di ascolto.
Alla distanza dai cittadini ha corrisposto, invece, una grande vicinanza coi grandi centri di potere pubblici e privati, in particolare istituzionali, presenti in città, a partire dalle università per finire con l’Opera della Primaziale, che ha prodotto anche atti di vera e propria arroganza politica.

Questo atteggiamento, ha sottolineato i radicale Taradash, è il tratto distintivo della mutazione intercorsa nel partito democratico, cui le varie liste civiche si sono servilmente uniformate  e che riguarda purtroppo non solo Pisa, di politiche sbagliate nella quale questo partito appare ormai il rappresentante di elite intellettuali numericamente ridotte, ma ben piazzate nel sistema e protette in termini economici, a fronte della generalità della popolazione che soffre per una crisi che permane e per la quale la ripresa non si è proprio vista.
Probabilmente sta proprio nel divario tra una narrazione ottimistica  ed edulcorata della propria azione politica – a Pisa come in Italia – e le ben diverse condizioni reali, la ragione del rifiuto del consenso alle forze politiche del centro sinistra, che per la sua dimensione e repentinità esprime una vera e propria reazione di indignazione, che ha portato a premiare due forze politiche che si pongono in termini di alternative di novità, a destra come a sinistra.
Il centro sinistra, in forte arretramento ovunque, a Pisa aveva una sola chance: rinnovarsi profondamente in una prospettiva di ampia unità. Così non si è voluto fare, soprattutto per ambizione dei singoli e impreparazione del partito principale.

Carlo Sorrente

Pittella: “Il Psi può dare un contributo al Pd”

“La disfatta elettorale del 4 marzo è stata causata anche da ragioni che vanno oltre i confini italiani. Una globalizzazione non governata, le politiche di austerità, il nodo migranti. Bisogna ora preparare una risposta forte”. Gianni Pittella, senatore del Partito Democratico, già Capogruppo S&D al Parlamento Europeo, risponde a un’intervista dell’Avanti! sulla debacle elettorale del 4 marzo, sulla crisi che attraversa il PSE, sulla possibile unità dei socialisti e sulla fase istituzionale di stallo per la formazione del Governo. “Sarebbe un errore gravissimo se il Pd uscisse dal PSE: bisogna invece allargare i confini alle associazioni che si battono per i diritti civili, ai movimenti anti-austerity e ai movimenti contro Orban e Kaczyński”. Sull’unità dei socialisti aggiunge: “Nel Pd dovrebbero esserci più socialisti e più idee socialiste, mi batterò per questo. Il Psi di Nencini può avere un ruolo importante nel Pd”.

pittellaSenatore Pittella, il 4 marzo gli italiani hanno fatto una scelta precisa. Hanno ‘premiato’ le forze euroscettiche e populiste. Si dice che la sinistra non sia riuscita a interpretare il disagio, i ‘nuovi bisogni’ e che ci sia stato uno scollamento con il suo elettorato storico, la base. Perché? Dove hanno sbagliato il Pd e il centrosinistra?

Quello che è avvenuto nel nostro Paese è già accaduto in precedenza in altre parti del mondo, purtroppo il 4 marzo non abbiamo assistito a fenomeno soltanto italiano. Penso agli Usa, dove c’è Trump, un presidente che nessuno immaginava potesse vincere le elezioni, penso all’esito inaspettato del referendum sulla Brexit nel Regno Unito, penso a Le Pen in Francia che prende percentuali enormi di consenso mentre il Partito socialista francese quasi scompare. Ci sono almeno tre cause che hanno portato alla disfatta del centrosinistra in Italia e non solo.

La prima, una globalizzazione non governata che ha portato grandi vantaggi per alcuni e grandi svantaggi per altri. E gli svantaggiati non sono stati difesi dalle forze progressiste e socialiste non solo italiane, ma europee e mondiali. Seconda, la politica di austerità ha pesato tantissimo, ha creato disoccupazione e un preoccupante crollo imprenditoriale. A tutto questo non c’è stata una capacità di reazione. Soltanto il governo Renzi e il governo Gentiloni sono riusciti, insieme a noi, a mitigare le politiche di austerità applicando l’alleggerimento e la flessibilità del patto di stabilità. Ma non siamo stati capiti. La terza questione è quella dei migranti, che è una questione che incide sul ‘sentiment’ dei cittadini: noi non possiamo rinunciare ai nostri principi, ai nostri valori di accoglienza e solidarietà. Bisogna prendere atto che nella gente c’è un sentimento negativo, perché si tende a identificare nel migrante un potenziale attentatore alla sicurezza, che viene messa in discussione da molti episodi che coincidono, nell’immaginario collettivo, con l’ondata migratoria che c’è stata verso l’Italia e altri paesi del mondo.

Su queste tre questioni bisogna preparare una risposta forte, che sia più ‘appetibile’ per i cittadini. Lo ribadisco: senza mai rinunciare ai nostri valori e alle nostre idee.

Lei faceva riferimento a chi è stato svantaggiato dagli effetti di una globalizzazione non governata, che non sono stati difesi dalle forze progressiste e socialiste anche europee. È un dato di fatto che il Pse stia attraversando una crisi profondissima. Qualcuno, nel Pd, qualche settimana fa paventava l’uscita del Partito Democratico dal PSE per ‘guardare’ a Macron. È questa la risposta giusta?

No, sarebbe un errore gravissimo. Perché il problema di fondo è dare risposte a quelle questioni urgenti di cui parlavo prima. E la risposta non è nell’area liberal che sposa, sul piano economico, ricette liberiste. Con Macron, con il quale ci sono punti di convergenza, si può discutere di europeismo e dell’idea di una più forte integrazione europea. Ci sono però punti divergenti sulle questioni sociali e del welfare, come l’attenzione alle fasce più deboli della società che è la funzione primaria che svolge la sinistra progressista. Quindi, collaborazione sì, senza mai smarrire il nostro campo, la nostra bussola: il campo socialista.

Quel campo dunque va allargato?

Certamente. Non possiamo rimanere chiusi nei recinti storici della ortodossia socialista. Quel campo può sicuramente contenere altre esperienze: penso ai movimenti anti austerity che ci sono in Europa, ai tanti movimenti per la difesa dei diritti civili, penso ai movimenti per battere Jarosław Kaczyński in Polonia e Viktor Orbán in Ungheria. Ci stono tante aree a cui possiamo aprire il nostro Partito socialista europeo ma quello che non possiamo fare è andarcene noi.

Allargare il campo socialista in Europa dunque. E in Italia? Pochi giorni fa si sono riuniti “Lab Dem”, “D&S Democratici e Socialisti” e la Fondazione Saragat per un ‘percorso comune’ nel nome dei valori socialisti. La settimana scorsa il segretario del Psi Nencini si è fatto promotore di un appello a tutti i socialisti dove emergeva la necessità di dar vita ad una “concentrazione repubblicana” socialista, laica, democratica. Continua dunque la diaspora socialista o può davvero nascere un nuovo soggetto politico per combattere destre e populismi?

Io parlo per me naturalmente. Il mio partito è il Partito Democratico. Ma vorrei che fosse più socialista e vorrei che ci fossero più socialisti e più idee socialiste. Quello è il partito nel quale io voglio continuare a lavorare e a battermi per queste ragioni. E lo farò sul tema di un rinnovato socialismo. Oggi più che ieri serve quella grande idea di socialismo, che si traduce nei valori di libertà, equità, uguaglianza. I compagni socialisti nel Psi di Nencini potrebbero svolgere un ruolo importante nel Pd. Non vuole essere naturalmente una interferenza la mia, poiché sono scelte che devono essere maturate in maniera autonoma. Con Tommaso Nannicini, la Fondazione Saragat, Lab Dem vogliamo dire che nel Pd c’è un punto di riferimento autenticamente socialista che vuole e può dialogare con chi sta dentro il Pd e chi sta fuori il Pd ma condivide l’impianto e l’idea di rilanciare una proposta socialista. Per l’Italia e per l’Europa.

Cosa pensa di questa fase di stallo politico e istituzionale e della possibile nascita di un governo giallo-verde?

I cittadini hanno consegnato – seppure a metà – la vittoria a M5S, a Salvini e al centrodestra. È giusto dunque che provino a fare un Governo ma facciano presto per il bene del paese. È una vergogna quello che sta succedendo in queste ore. Continuano a ripetere che sono i campioni della trasparenza e invece stanno conducendo trattative opache, tra l’altro con procedure ai limiti del rispetto Costituzionale e del Presidente della Repubblica. Facciano in fretta, il Paese ha bisogno di un governo. Noi faremo un’opposizione attenta ai singoli dossier e alle singole proposte. Per il bene dell’Italia.

Cicchitto: “Nel Pd uno scontro suicida”

fabrizio cicchitto

Onorevole Cicchitto, (ReL, Riformismo e Libertà), qual è la sua opinione sulla situazione politica, sullo stallo che dura ormai da settanta giorni e sulla possibilità di un governo M5S-Lega?
È molto difficile nella giornata di oggi prevedere se Movimento 5 Stelle e Lega faranno un governo. Quello che è abbastanza chiaro è che se lo faranno esso sarà per un verso imprevedibile per altro verso pericoloso. Al di là della veridicità o meno dei documenti circolati il punto di incontro è costituito in politica economica dal fatto che bisogna aumentare la spesa pubblica e ridurre la pressione fiscale in deficit. Un’operazione del genere non assicurerà la crescita, ma farà saltare per aria i conti pubblici. Le ragioni della pericolosità di questa concezione le ha spiegate bene una personalità al di sopra di ogni sospetto, cioè Carlo Cottarelli. L’unica giustificazione di un’operazione del genere è quella dell’uscita dall’euro, ma l’uscita dall’euro comporterebbe una svalutazione del 20-30% e un’autentica catastrofe monetaria, economica e sociale. Addirittura grottesca è stata poi l’impostazione data alla costruzione dell’eventuale governo prescindendo dalla figura del presidente del Consiglio. Ma il premier secondo la Costituzione ma anche la logica politica è la testa del governo, non si tratta di un personaggio stravagante che può essere ingaggiato all’ultimo momento come se si trattasse di un esecutore che come un pappagallo dovrà ripetere quello che gli imporranno di dire i due consoli.

Secondo lei come ha gestito questa crisi politica il presidente Mattarella?
A mio avviso Mattarella ha fatto benissimo a ricordare che il presidente della Repubblica non è un notaio e che ha molto da dire sia sui punti programmatici del governo sia sui singoli ministri. Mi ha lasciato invece perplesso il fatto che Mattarella non abbia posto come questione pregiudiziale l’indicazione da parte di questa pretesa maggioranza del suo premier perché questo avrebbe consentito un percorso chiaro e rettilineo ed evitato le scene grottesche di questi giorni che francamente ridicolizzano l’Italia.

Dopo i richiami dell’Europa sugli immigrati e patto di stabilità lei crede che davvero ci potrebbero essere problemi con un governo Lega-Movimento Cinque Stelle?
Come ho già detto con l’Europa ci saranno enormi problemi. A quanto sembra i due consoli e il loro consulente economico Bagnai non vogliono contrattare con l’Europa la flessibilità, il patto di Dublino, il fiscal compact rendendosi forti nella trattativa con una rigorosa spending review, ma vogliono realizzare la revisione dei trattati, operazione chiaramente impossibile perché richiederebbe l’assenso degli altri 26 paesi. Leggeremo i testi finali ma è evidente che il retroterra di tutta l’operazione è estremamente scivoloso e potenzialmente distruttivo.

Nello scenario politico ormai si è avviato un processo di scomposizione e ricomposizione favorito anche dalla formazione di un governo tra i Cinque Stelle e la Lega. La sinistra riformista soffre ormai da diverso tempo di crisi di identità. Non pensa che si potrebbero riannodare i fili della diaspora socialista? E se si, a chi dovrebbero guardare i Socialisti per un’eventuale alleanza?
La realtà va presa di petto: c’è un’enorme contraddizione fra lo spessore e la intrinseca validità della cultura liberal socialista e riformista e i soggetti politici lillipuziani derivanti dalla distruzione del partito socialista realizzato manu militari nel ’92-’94. Probabilmente ha pesato su tutto ciò anche il fatto che rispetto alla DC e al PCI l’insediamento originario sociale e territoriale del PSI era molto più ridotto. Di conseguenza un pezzo di ciò che rimaneva di quadri socialisti (l’elettorato si è disperso in molteplici direzioni) ha fatto un’esperienza oggettivamente subalterna nell’alleanza con il PDS-DS e poi con il PD, riuscendo solo a salvare alcuni minimi elementi di sopravvivenza. Su un altro versante a titolo individuale e altri amici e compagni come Margherita Boniver, Stefania Craxi, Sergio Pizzolante, Maurizio Sacconi e altri hanno trovato spazi parlamentari e politici in Forza Italia per battaglie riformiste e garantiste. I limiti di tutte queste esperienze sono chiare a tutti noi. In queste ultime elezioni poi c’è stato un autentico tsunami, con la prevalenza di due forze, una molto pericolosa perché insieme autoritaria e populista, l’altra molto aggressiva sui temi della sicurezza, dell’immigrazione e dell’Europa. Queste forze hanno raso al suolo i centristi di vario tipo, hanno nella sostanza sconfitto Forza Italia e hanno inferto un colpo durissimo al PD che per parte sua ha fatto tutti gli errori possibili e immaginabili. Di conseguenza a mio avviso partiamo proprio da zero. La situazione sarà evidentemente diversa a secondo che M5S e Lega riescano a fare un governo, ma in ogni caso da zero si riparte per quello che riguarda un soggetto politico socialista, ma anche per quello che riguarda il resto, cioè i centristi e il PD. Mi sembra che siamo ancora tutti sotto shock. Poi allo stato attuale delle cose ad essere sinceri centristi e socialisti rischiano l’irrilevanza mentre il PD mi sembra tuttora in preda ad uno scontro suicida fra correnti. E’ evidente che se ci sarà un governo M5S-Lega ciò comunque provocherà delle reazioni.

Ma chi potrebbe avviare questa riunificazione? Da dove si dovrebbe cominciare?Non so, anche se me lo auguro, se sarà possibile in Italia un’operazione alla Macron con il superamento di tutti i soggetti tradizionali del centro e della sinistra socialista e riformista. Come ricordava alla fine dell’Ottocento il saggista marxista Plechanov è fondamentale “la funzione della personalità nella storia”, cioè se emerge o meno un leader all’altezza di costruire una battaglia di opposizione prima e di governo poi che aggreghi la razionalità, la progettualità riformista, la capacità di aggregazione delle forze sociali produttive e della costruzione di uno o più soggetti politici degni di questo nome. Allo stato però ci troviamo in una sorta di deserto dei tartari.

Ida Peritore

Senza riforma

contrattodigovernoC’è un aspetto che balza agli occhi nel leggere la bozza del contratto di governo “giallo-verde” in costruzione, pur trattandosi ancora di indiscrezioni in attesa di conferma. L’assenza di una vera riforma delle istituzioni capace di inaugurare una nuova fase della Repubblica. La circostanza appare alquanto singolare se si pone mente alle dichiarazioni rilasciate dagli esponenti cinque-stelle all’indomani della vittoria elettorale del 4 marzo, e soprattutto nelle settimane di questa interminabile crisi di governo, che si avvia ad essere la più lunga di sempre (il precedente Amato del giugno 1992 è lì ad un passo). Ebbene, a seguito dei toni entusiastici che annunciavano la nascita di una “terza Repubblica”, come “Repubblica dei cittadini”, ci si sarebbe atteso uno sforzo maggiore nella definizione delle clausole contrattuali in materia. Invece, la seconda (e forse quasi definitiva) bozza, nel paragrafo 19 – rubricato sotto la voce “Riforme istituzionali, autonomia e democrazia diretta” – pare limitarsi ad un approccio generico e sintetico, proponendo sostanzialmente la mera riduzione del numero dei parlamentari (400 deputati e 200 senatori), senza aggiungere altro circa i meccanismi di funzionamento della forma di governo, come il bicameralismo paritario, la doppia fiducia, il procedimento legislativo, il ruolo e le funzioni del Governo in Parlamento, e molto altro ancora. Silenzio profondo anche sulla legge elettorale, della quale non v’è traccia nella “quasi-intesa” pur costituendo uno degli snodi cruciali del sistema contro cui si sono spesso scagliati gli anatemi degli attuali contraenti.

In relazione al tipo di Stato, ossia al rapporto tra centro e periferia, ci si limita ad un esplicito favor verso le richieste di regionalismo differenziato ai sensi dell’art. 116, comma terzo, cost., che, come noto, hanno già ispirato i referendum autonomisti in Lombardia e Veneto dello scorso autunno. Adesso si afferma la priorità della questione “per tutte le Regioni che motivatamente lo richiedano”, introducendo un’evidente preferenza verso tale forma di articolazione del regionalismo italiano.

In materia di referendum abrogativo, si propone l’abolizione di qualunque quorum di validità e si incoraggia l’introduzione del referendum propositivo.

Infine, il contratto fissa la volontà di introdurre il “vincolo di mandato popolare” contro le pratiche di trasformismo, senza peraltro specificare modalità e forme di tale vincolo, che se introdotto altererebbe non poco la natura della democrazia rappresentativa, fondata, tra l’altro, proprio sull’assenza del vincolo di mandato imperativo e sulla rappresentanza della “Nazione” e non di singole parti, come recita l’attuale art. 67 cost.

Peraltro, anche volendo prescindere dal merito del testo che, non essendo ancora stato licenziato potrà subire modifiche o cambiare addirittura di senso, non si possono non leggere queste scarne proposte in relazione all’introduzione del c.d. “Comitato di conciliazione”, organismo completamente estraneo all’architettura istituzionale del Paese e composto non solo da membri del Governo (Presidente del Consiglio, Ministro competente per materia e, come uditore, Ministro per l’attuazione del programma), o del Parlamento (capigruppo di entrambi i rami di M5S e Lega), ma anche da soggetti estranei ad essi, come i segretari nazionali dei due partiti che formano l’esecutivo. Un organismo metà istituzionale e metà politico per le cui deliberazioni è addirittura prevista la maggioranza qualificata dei 2/3 dei componenti. Si obietterà che tali forme di consultazione parallela agli organi costituzionali sono sempre esistite (es. vertici di maggioranza tra le forze politiche), e restano legittime a parere di chi scrive, ma anche quando in passato si è dato vita a forme di collaborazione rafforzata e ristretta diverse dalle sedi formali, come nel caso del Consiglio di gabinetto o dei Comitati di Ministri, lo si è fatto restando però sempre all’interno della cornice istituzionale dell’organo Consiglio dei Ministri che, ai sensi dell’art. 92 cost., resta l’unico soggetto titolato all’espressione del potere esecutivo di concerto con il Parlamento, o meglio la propria maggioranza parlamentare.

L’impressione che si ricava, dunque, è che si sia voluta conferire “giuridicità” a momenti di normale confronto politico, ma a legislazione invariata, senza toccare di una virgola l’assetto istituzionale, scegliendo di attuare una “riforma senza riforma”.

Alla luce di queste brevi note, dunque, le parole sulla presunta apertura di una nuova fase della Repubblica appaiono stridenti, e lasciano l’amara sensazione di come anche questa legislatura si avvii, purtroppo, ad un percorso privo di un serio dibattito sulla riforma delle istituzioni, ignorando quanto invece ce ne sarebbe bisogno. Anche e soprattutto se si vuole dar vita ad una nuova Repubblica, con i fatti e non solo a parole.

Vincenzo Iacovissi
Segreteria nazionale PSI
Responsabile Riforme istituzionali

Ilva, morto operaio 28enne. Sciopero sindacati

ansa incidente ilva-2Oggi, un altro infortunio mortale è avvenuto all’Ilva. I sindacati hanno proclamato immediatamente all’acciaieria di Taranto lo sciopero per la morte del dipendente della ditta Ferplast. Nel comunicato di Fiom, Fim, Uilm e Usb, si legge: “Richiamando con forza le precarie condizioni in cui vivono i lavoratori delle aziende dell’appalto e dell’indotto Ilva che alle continue tensioni di precarietà, mancanza di stipendi, incertezza sul futuro, aggiungono anche minori condizioni di sicurezza, si proclama lo sciopero immediato dalle ore 11 odierne fino a tutto il primo turno di domani 18/05/2018. Nel corso degli ultimi mesi sono stati consumati più scioperi (ultimo il 30 aprile) denunciando le condizioni di sicurezza carenti, generate anche da una serie di mancanze organizzative, assenza di investimenti e manutenzioni più volte denunciati, oggi l’ennesimo inaccettabile episodio”.
I sindacati ritengono non più rinviabile una seria discussione sull’intero sistema degli appalti che vengono ancor più aggravate dallo stallo della trattativa Ilva in cui uno dei punti delle nostre rivendicazioni è l’avvio di un vero e proprio codice degli appalti. Anche se, forse, potrebbe essere sufficiente chiedere controlli più efficaci e più frequenti sulla sicurezza anche per gli appalti.

“E’ di poche ore fa – è il commento del responsabile Lavoro del PSI, Luigi Iorio – la notizia dell’ennesima morte bianca avvenuta a Taranto; un giovane di 28 anni ha perso la vita mentre lavorava in cima ad una gru, nello stabilimento Ilva di Taranto. Un cavo ha ceduto e lo ha ucciso sul colpo. Le responsabilità dovranno essere accertate dalla magistratura, ma di sicuro è assurdo che, nel 2018, si continui a morire sul posto di lavoro come accadeva ai primi del ‘900”. “Secondo l’Osservatorio indipendente di Bologna sono tredicimila le morti in dieci anni. Dall’inizio dell’anno duecentosessanta, una media di quasi due vittime al giorno. Un livello di mortalità sui luoghi di lavoro tra i più alti tra i paesi occidentali”, sottolinea Iorio.  “Siamo difronte ad una vera emergenza di Stato. Occorre implementare controlli più stretti nei luoghi di lavoro,e ricreare quelle condizioni sociali e politiche che portino i lavoratori a rivendicare i propri diritti. Il rilancio di principi e valori propri della sinistra passa anche da un’opera di costante tutela dei diritti dei lavoratori, di presidio nei luoghi di lavoro, di dialogo con le parti sociali e di responsabilizzare dei lavoratori sui pericoli che si corrono in assenza di adeguate norme di sicurezza” ha concluso l’esponente socialista.

“Le chiamano ‘bianche’, ma sono morti come tutte le altre e non hanno colore ma solo dolore”, ha concluso l’esponente del PSI.

L’operaio morto stamattina si chiamava Angelo Fuggiano, aveva 28 anni, ed era dipendente della ditta appaltatrice Ferplast. L’operaio è deceduto a seguito di un impatto con una fune. Lo rende noto l’Ilva. L’area è attualmente non operativa e occupata solamente dalla ditta esterna che ha in corso la manutenzione dell’area stessa. La gru DM6 era ferma da due giorni per attività di manutenzione. Sul posto sono interventi immediatamente i Vigili del Fuoco, il personale sanitario interno e i medici del 118 per cercare di rianimare il dipendente subito accasciatosi dopo l’accaduto.
Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, ha espresso le sue condoglianze alla famiglia di Angelo Fuggiano dichiarando: “Questa ennesima tragedia conferma la necessità di un impegno straordinario per migliorare l’efficacia delle attività di controllo del rispetto delle normative sulla sicurezza, rafforzare le azioni e gli strumenti di prevenzione dei rischi, favorire maggiori investimenti in sicurezza da parte delle imprese, assicurare ai lavoratori un’effettiva formazione specifica. Lavorare in sicurezza è un diritto di tutti. E serve l’impegno di tutti per affermarlo in modo compiuto”.
Nel 2018 gli incidenti mortali sul lavoro sono aumentati. Dal primo gennaio sono 256 i morti sui luoghi di lavoro in Italia.
L’Osservatorio indipendente di Bologna aggiorna quotidianamente sul suo blog il drammatico susseguirsi di incidenti dichiarando: “Con le morti sulle strade e in itinere si arriva a superare già i 450 morti complessivi”.
Da dieci anni il sito registra ogni tragedia sul lavoro, regione per regione, città per città. L’iniziativa è stata avviata il primo gennaio 2008 dal metalmeccanico in pensione Carlo Soricelli per ricordare i sette lavoratori della Thyssenkrupp di Torino morti poche settimane prima.
I dati ufficiali delle denuncie di infortunio mortale presentate all’Inail, nei primi tre mesi del 2018, hanno registrato 212 morti sul lavoro: 22 in piu’ rispetto alle 190 del primo trimestre 2017 (+11,6%). L’aumento ha riguardato esclusivamente gli incidenti in itinere, quelli che avvengono nel tragitto tra casa e lavoro (sono aumentati a 67 dai 43 del primi tre mesi del 2016), mentre gli infortuni sul luogo di lavoro hanno segnato una lieve diminuzione (passando da 147 a 145).
Sempre secondo i dati Inail relativi al primo trimestre di quest’anno, le morti del lavoro sono aumentate nel Nord-Ovest (19), nel Nord-Est (10) e al Centro (7), mentre si registrano invece al Sud (9 decessi) e nelle Isole (5). A livello regionale, spiccano le 15 denunce in meno (da 19 a 4) dell’Abruzzo e i sei casi mortali in meno in Sicilia (da 18 a 12) e Toscana (da 15 a 9). Aumenti, invece, in Lombardia (da 25 a 39), Piemonte (da 12 a 21) e Lazio (da 11 a 21). Una morte su due ha coinvolto lavoratori di età compresa tra i 50 e i 64 anni, per i quali si registra un incremento di 29 casi (+35%) rispetto ai primi tre mesi del 2017. In diminuzione, invece, le denunce per i lavoratori fino a 34 anni (da 32 a 25 casi) e per quelli tra i 45 e i 49 anni (da 26 a 17).
Nei primi tre mesi di quest’anno, anche le denunce di malattia professionale sono tornate ad aumentare: 16.124, pari a 877 casi in più (+5,8%) rispetto allo stesso periodo del 2017 (15.247). Nei dodici mesi del 2017 sono state oltre mille, precisamente 1.029, le denunce all’Inail di infortunio mortale sul lavoro: 11 in più (il +1,1%) rispetto alle 1.018 morti sul lavoro dell’anno prima. E’ un numero su cui hanno pesato le tragedie di Rigopiano e di Campo Felice, avvenute in Abruzzo a gennaio dello scorso anno. Nel complesso, invece, sono risultate in calo le denunce di infortunio sul lavoro: 635.433, con 1.379 casi in meno (-0,2%) rispetto al 2016 (636.812). Le denunce di malattia professionale nel 2017 sono invece scese a 58.129, 2.218 in meno rispetto al 2016 (-3,7%), quando erano state 60.347.
L’annoso problema della sicurezza del lavoro resta sempre preoccupante. In quest’ultima settimana, gli incidenti più eclatanti, con giovani lavoratori morti, sono avvenuti nelle acciaierie e nella cantieristica navale.

Fine vita. Pisani, in Basilicata è battaglia vinta

fine_vita

“Quella sul fine vita è una battaglia che combatto in prima fila da anni; nel 2015, per ovviare al silenzio del Parlamento, inviai una lettera a tutti i consiglieri regionali del PSI per invitarli a presentare nelle rispettive regioni la proposta di legge «Dichiarazioni Anticipate di Trattamento (DAT)» che includeva l’istituzione di un Registro Regionale. Sapere che quel registro oggi diventa realtà in 12 comuni della mia Regione, inclusa la mia Lauria, è per me una conquista personale e politica. Si tratta di una scelta di civiltà e di libertà”.

Questo il commento della portavoce del PSI, Maria Pisani, alla notizia dell’istituzione, in 12 comuni della Basilicata, del registro territoriale delle dichiarazioni anticipate di trattamento medico (DAT) che dà la possibilità di manifestare anticipatamente la propria volontà rispetto ai trattamenti di natura medica in previsione dell’eventualità che l’interessato si trovi in una condizione irreversibile di incapacità di intendere e di volere.

Il registro permetterà ai cittadini coinvolti di disporre anche sulla donazione degli organi e sulla cremazione. Pisani ricorda che la richiesta di presentare richiesta ai comuni in assenza della legge fu estesa anche agli amministratori e proprio a Lauria i socialisti presentarono un odg. “Nei prossimi giorni sarò nel mio comune per sottoscrivere la mia DAT”, ha aggiunto Pisani, “un passo che invito tutti a fare per essere liberi di scegliere sul proprio destino”, ha concluso la portavoce socialista.

Redazione Avanti!

Governo. Di Maio e Salvini chiedono ancora tempo

quirinale

“Abbiamo chiesto qualche altro giorno per ultimare il programma di governo”. Lo ha detto il capo politico del M5s, Luigi Di Maio, dopo le nuove consultazioni col Presidente della Repubblica. “Nomi non ne facciamo ancora, se parte questo governo parte la Terza Repubblica”, ha aggiunto. Finisce così l’incontro tra il pentastellati e il presidente della Repubblica. Nessun passo avanti concreto per la formazione del governo. Tutto fermo. Evidentemente gli incontri tra i due leader, quello della Lega e quello del M5s, non hanno prodotto i risultati sperati.

“Serve un accordo di governo omogeneo, su alcuni punti importanti ci sono ancora distanze con M5s” ha aggiunto Matteo Salvini: “Non sono appassionato al toto-nomine ma al toto-cose, anche se può sembrare irrituale tutto ciò. Per serietà vi dico che serve tempo per capire se questo governo può partire o se Lega e M5s si salutano”. Salvini ha anche parlato di sforzo enorme per trovare accordo. Ma quello che per il momento salta all’occhio è la stranezza della procedura. Con incontri che hanno ben poco di istituzionale. La ricerca di un accordo per il governo infatti non è ancora passata per il luogo principe della democrazia, ossia il Parlamento. Il tutto avviene quasi nell’ombra: due persone si danno appuntamento e seduti a tavolino stilano i punti sui quali impegnare un eventuale e futuro governo. In una democrazia matura il luogo ove questo accade dovrebbe essere il Parlamento. Ma forse della Terza Repubblica che Di Maio di vanta di avere fondato, le consuetudini sono diverse. Mattarella ha dimostrato di saper avere pazienza. Ne avrà ancora, almeno fino alla conclusione di questo tentativo, ma non all’infinito. I 5 Stelle ribadiscono che il contratto di governo dovrà essere sottoposto a una “votazione online” che stabilirà se l’alleanza di governo può partire o meno. Un altro modo di scavalcare il Parlamento.

Il presidente della Repubblica che dovrà decidere il da farsi. Di Maio e Salvini, che hanno avuto diversi incontri nei giorni scorsi, hanno comunicato al Quirinale di essere pronti a riferire su “tutto” a Mattarella. Ma il nome del possibile presidente del Consiglio non è ancora conosciuto. L’unico elemento per ora certo è che sarà un “politico” e non un tecnico.

Sabato scorso, in un discorso per commemorare lo scomparso presidente della Repubblica Luigi Einaudi, Mattarella ha ricordato le prerogative del Quirinale non solo nella nomina del premier, ma anche nell’imporre il rispetto della copertura finanziaria delle leggi, e ha ricordato la posizione europeista dell’Italia. Parole che suonano come un monito. Le preoccupazione sulla tenuta dei conti infatti sono tutte sul tappeto. Le promesse elettorali dei Cinque Stelle, cominciare dal reddito di cittadinanza, già da sole sono in grado di mandare fuori controlli i conti dello Stato. A queste vanno sommate quelle della Lega che ha battuto il territorio promettendo l’abolizione della Legge Fornero. Le due promesse messe insieme sono un vero e proprio mix esplosivo per i conto dello Stato. A queste va aggiunta una ipotetica flat tax e per completare il giro i fondi da trovare per disinnescare le clausole di salvaguardia.

Intanto è arrivata la riabilitazione del leader di Forza Italia. Infatti il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha cancellato gli effetti della condanna del 2013 a Silvio Berlusconi. “La candidabilità di Berlusconi – ha commentato il segretario del Psi Riccardo Nencini – è una buona notizia. Quella del tribunale di Sorveglianza di Milano è una decisione equa che mette il leader di Forza Italia nella condizione di competere al pari degli altri”.

Parlando poi delle alleanze per il governo Nencini ha aggiunto: “La conferma di un legame destinato a stringersi tra Lega e 5Stelle proviene da Vicenza e Siena, città chiamate al voto il prossimo 10 giugno. In nessuno dei due comuni i 5 stelle presentano la loro lista alle comunali proprio come avviene in molti altri piccoli e medi comuni. A pensar male si fa peccato ma molto spesso ci si azzecca”.

“Per quanto mi riguarda – ha aggiunto Maurizio Bolognetti, Segretario di Radicali Lucani – penso che i 5stelle siano solo un manganello, una purga di regime. Li hanno cullati, alimentati e fatti crescere a suon di “spot” negli ultimi dieci anni. Un partito governato da un blog, e un blog governato da non si sa chi. Casaleggio e Associati? Verrebbe da chiedersi associati a chi. Ma si proviamolo questo governo della ruspa spacciato per un cambiamento che non c’è. Intanto, i temi veri, quali ad esempio la qualità della nostra democrazia, la Costituzione scritta sostituita dalla Costituzione materiale, lo Stato di diritto che non c’è, vengono completamente rimossi e un intero popolo viene inebetito a suon di lattucciopiù radiotelevisivo. Conflitto d’interessi? Sì, quello di Grillo, Casaleggio e soci. Da dieci anni gli esponenti fascio pentastellati parlano pretendendo l’assenza di contraddittorio. Il tutto mentre idee, programmi, proposte concretamente riformatrici di un sistema, vengono brutalmente cassate. Cassate voci, storie, lotte. A volte ci si sente come un cammello in una grondaia. Tra un pop-corn e un salatino, un programma di approfondimento che nulla approfondisce e il diritto di un popolo a poter conoscere per deliberare letteralmente assassinato, eccoci a trepidare nell’attesa di non so quale fumata bianca. Il re è nudo, ma chi lo vede, chi può vederlo?”

DISEGNO RIFORMISTA

quirinale bandiereUn nuovo vertice tra tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini segna la strada verso il nuovo governo dopo il via libera dato da Silvio Berlusconi che vede come fumo negli occhi la possibilità di un ritorno alle urne. Per ora nessuna novità: “Quando abbiamo qualcosa da dire lo diremo”, ha detto il leder della Lega dopo l’incontro rispondendo alla domanda se sia stata individuata la figura da proporre per il premier. L’accordo infatti necessità di un presidente del Consiglio che non sia né Salvini né Di Maio per i quali saranno previsti altri incarichi. Con Di Maio, ha aggiunto Salvini, ci sarà “un nuovo incontro sul programma”. Un incontro per trovare delle convergenze, dei punti comuni su cui costruire una alleanza, un patto che non sconfessi le promesse elettorale di entrambi che dovranno trovare il modo di far convivere promesse opposte e incompatibili, come il reddito di cittadinanza, flat tax e abolizione della legge Fornero.

“L’avevo pronosticato mesi fa” ha commentato il segretario del Psi Riccardo Nencini. “Un governo grigio-verde alla guida dell’Italia. Populista, sovranista, antieuropeo, di taglio bonapartista. Nessuno ci credeva. Il pensiero prevalente avanzava due obiezioni. Forza Italia avrà maggiori consensi della Lega; tra Salvini e Di Maio troppe differenze programmatiche. Si dimenticava la prova decisiva, ma unificante: un profondo sentimento antipolitico manipolato da due capi – capi, non statisti – convinti che un cambiamento radicale sia possibile, rapido, addirittura necessario, a condizione che l’Italia giochi in proprio. Benché la Lega abbia governato più volte e tuttora amministri i tre quarti del nord, Salvini si presenta agli italiani come leader antisistema, al pari di Di Maio”.

“Entrambi – ha affermato ancora Nencini – hanno fatto loro l’insegnamento di Gustave Le Bon: in campagna elettorale sparala grossa tanto il popolo dimentica. Entrambi dovranno affidarsi a ‘provvedimenti manifesto’ immediati per dimostrare che la rivoluzione è in corso. Mi chiedo dove possano reperire i fondi per rovesciare la legge Fornero, applicare la Flat tax, dare vita al reddito di cittadinanza e come intendano procedere con i 600.000 rimpatri di migranti. Erano promesse o impegni? Bilancio alla mano, attaccheranno le Camere perché rallentano la marcia trionfale e infine alzeranno il tiro sulle plutocrazie di mezzo mondo”.

Insomma per il segretario socialista “il governo grigio-verde (o giallo- verde, poco importa) avrà conseguenze di non poco conto. Intanto è il primo in Europa che somma due forme di populismo ad alto tasso antiparlamentare. Si, c’è l’Ungheria e c’è l’Austria ma il peso è un po’ diverso. Secondo. Il centro destra è a pezzi. Continuerà a governare comuni e regioni ma il mastice è destinato ad allentarsi. Già in campagna elettorale le differenze erano emerse nettamente, ora rischiano di implodere. Terzo. Prevedere mutamenti in politica estera, proprio ora che il mondo è alla ricerca di nuovi equilibri e il bilateralismo assume la forma del triangolo (Cina, Russia, Stati Uniti) con l’Europa in posizione marginale. Quarto. Non sperare, immobili, che il consolato muoia in culla. Sarebbe un errore l’Aventino e un errore ancor più grave affrontare la sfida ripetendo lo stesso schema elettorale. Il duo va incalzato dentro e fuori il Parlamento. Con una ‘Concentrazione repubblicana’ che riunisca, nella loro diversità, culture e storie che hanno reso l’Italia più libera e civile. Con una visione nuova e pionieristica dell’Europa (revisione dei trattati, federalismo, taglio sociale e umanitario). Con un disegno riformista che finalmente prenda atto che l’Italia è cambiata, che la classe operaia non è l’ultimo gradino della società, che il bisogno va combattuto e il merito valorizzato. Lo confesso – ha concluso – rileggersi Turati può essere d’aiuto”.