Gioco d’azzardo, terreno d’infiltrazioni mafiose

Un popolo di malati di azzardo. Viene chiamata ludopatia; ormai lo stesso ministero della Salute riconosce che non è solo un fenomeno sociale, ma una vera e propria malattia che rende incapaci di resistere all’impulso di giocare d’azzardo. Chi ne è affetto inizia col trascurare lo studio o il lavoro e, avendo sempre bisogno di soldi, può arrivare a commettere furti o frodi per procurarseli, a indebitarsi anche pesantemente con familiari, parenti, amici, banche fino a rivolgersi agli strozzini e cadere vittima della criminalità organizzata. D’altro canto si tratta di un business tra i più fiorenti in Italia con cifre da capogiro e in continua crescita.

Ludopatia-PsiMartedì nell’Aula della Camera si è svolto l’esame della relazione sulle infiltrazioni mafiose e criminali nel gioco lecito e illecito, approvata dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere.

“Il tema del gioco d’azzardo e le conseguenze della ludopatia – ha affermato il capogruppo socialista alla Camera Pia Locatelli nel suo intervento – sono particolarmente a cuore ai socialisti che in questa legislatura hanno presentato una proposta di legge al Senato a prima firma del segretario Riccardo Nencini, e una ordine del giorno nel dicembre 2013 a mia firma approvato dalla Camera. In entrambe le iniziative si evidenziava la pericolosità della legalizzazione e diffusione del gioco d’azzardo, attraverso l’aumento delle sale giochi, delle videolottery, della continua e incessante pubblicità che invita a giocare e a scommettere. Basti pensare che la spesa, nel 2012, degli italiani è stata di circa 85 miliardi di euro, pari a una media di 1700 euro l’anno a persona, a fronte di un gettito erariale pari a soli 8 miliardi di euro. Se si pensa che nel 2000 la spesa era poco più di 14 miliardi, il fatturato risulta quintuplicato. Dati che non tengono conto della rilevante quota del sommerso, che in alcune regioni sfiora il 50 per cento. Ringraziamo quindi la Commissione Antimafia per il lavoro svolto e per la relazione presentata dalla presidente Bindi i cui contenuti, purtroppo, erano facilmente prevedibili. Che il gioco d’azzardo, legale e non, sia terreno di facili infiltrazioni da parte delle associazioni mafiose, per la facilità di enormi guadagni, per l’impossibilità di effettuare continui controlli, per l’opportunità di riciclare denaro sporco, per la scarsità delle pene, è cosa che tutti sanno. La soluzione più ovvia sarebbe quella di una repentina marcia indietro, ma sappiamo che ciò non è possibile. Possiamo però “limitare i danni” attraverso un inasprimento delle pene, e lo chiediamo noi socialisti da sempre garantisti e contrari a incrementare l’aspetto “punitivo”, la maggiore trasparenza delle catene societarie che gestiscono in concessione il gioco e che deve essere estesa a tutta la filiera e l’opportunità di prevedere l’obbligo di identificazione attraverso la tessera del giocatore. Voteremo a favore della risoluzione Bindi che condividiamo pienamente”.

Una commissione sul femminicidio. Priorità per il Psi

femminicidioBasta sfogliare la cronaca dei giornali per capire quanto il femminicidio sia sempre più una piaga insopportabile. La commissione affari costituzionali del Senato propone l’istituzione di una Commissione di inchiesta sul femminicidio e su ogni forma di violenza in genere. Fare in fretta è la parola d’ordine. Ed è con questo spirito che il presidente dei senatori Dem Luigi Zanda al termine della Conferenza dei Capigruppo di Palazzo Madama ha  “chiesto che venissero esaminati con urgenza dall’Aula i seguenti provvedimenti: quello per l’istituzione della commissione contro il femminicidio, quello a tutela dei minori migranti non accompagnati, quello contro il cyberbullismo e quello per lo ius soli”. “Si tratta – ha detto – di provvedimenti di carattere sociale in linea con le Unioni civili, speriamo che il Senato possa dare risposte a breve per queste emergenze”, aggiunge.

“Istituire una commissione d’inchiesta sul ‘femminicidio’ – ha detto Maria Cristina Pisani, portavoce del Psi –  mi sembra un importante passo in avanti rispetto ad un fenomeno allarmante che purtroppo non sembra attenuarsi, come abbiamo visto dai casi di cronaca degli ultimi giorni. Il fatto che sia stata immediatamente calendarizzata dai capigruppo – ha continuato – dimostra grande responsabilità politica da parte dei partiti, a cui va riconosciuta la volontà di contrastare, con gli strumenti costituzionali, una pratica disumana ancora troppo diffusa nel nostro Paese”.

Antonio Venturino
Riavviare e rafforzare
la politica socialista

Proprio una anno fa, di questi giorni, veniva formalizzata la costituzione del gruppo socialista all’ARS. Fatto che suscitò attenzione e anche una certa sorpresa nell’ambito dei media siciliani, stupore del tutto comprensibile se si tiene conto che il PSI mancava dall’ARS da molto, troppo tempo e che all’ultima tornata elettorale non era nemmeno stata presentata una lista. Unico rappresentante del PSI infatti fu Nino Oddo eletto però nel listino del Presidente.

Vale la pena sottolineare che questo risultato è stato raggiunto grazie alla caparbietà con cui ho perseguito l’obiettivo ma che, naturalmente, non sarebbe stato possibile raggiungere senza la “complicità” degli altri tre deputati regionali.

Il tutto senza cedere mai alle lusinghe che provenivano da più parti e che facevano presagire agli osservatori improbabili passaggi tra le file di altre formazioni (Megafono, Sicilia Futura di Cardinale ecc.) Costruire le relazioni e mediare le posizioni non è stato e non è sempre facile: la delegazione socialista ha origine eterogenea, fatta esclusione come già detto per il deputato Nino Oddo. Gli onorevoli Giovanni Di Giacinto e Antonio Malafarina sono transitati al PSI dopo il naufragio politico del Megafono di Crocetta, formazione più volte pesantemente mortificata in Aula dal suo stesso Presidente fondatore.
Una operazione dunque “di palazzo” nata sulla base di due convincimenti: il primo che la costituzione del Gruppo potesse essere funzionale a rafforzare le iniziative legislative dei singoli deputati, altrimenti ostaggi delle variabili maggioranze crocettiane; il secondo che potesse essere utile a far riaffiorare l’eredità socialista che ha lasciato una impronta nella società siciliana ancora radicata in molti comuni medio-piccoli, ma completamente assente nei piani alti della politica regionale.

Inoltre l’obiettivo era anche quello di tentare di riproporre all’opinione pubblica la riflessione sulla necessità di tornare ad avere partiti organizzati e non solo virtuali o liquidi, come non sono virtuali o liquidi certamente i problemi quotidiani dei cittadini, i problemi economici, del lavoro, l’esclusione sociale, la povertà. Tornare insomma a fare politica con la gente e tra la gente.

Il bicchiere però è rimasto mezzo vuoto. Nel senso che il grande lavorio finalizzato a far riaffacciare i socialisti sula scena sicula è restato incompiuto per diverse cause. La principale è che non siamo stati in grado di celebrare quel congresso regionale che avrebbe dovuto segnare la ripartenza. Senza congresso non c’è linea politica

Ma soprattutto è mancata la comunicazione e l’offerta di politica verso l’esterno, per cui il PSI diventa entità ancora più astratta e virtuale. Questo al di là di una mera valutazione delle percentuali elettorali. Non aver colto la grande occasione di visibilità che la costituzione del gruppo ha dato al PSI regionale, che non ha saputo e voluto trovare il coraggio per cambiare e rinnovare il quadro dirigente, non ha innescato quel processo di rilancio cui tanti giovani siciliani, non solo socialisti, avrebbero potuto guardare con interesse. L’età media della maggioranza degli iscritti conosciuti negli ormai innumerevoli incontri fatti in questi anni è a ridosso o oltre la soglia della pensione. Il partito è invecchiato con lo stesso trend della popolazione, con la spiacevole conseguenza che in molti casi non ha le antenne nella parte ribollente di mutamenti e conflitti della società attuale.

Ciò detto rilevo tuttavia che vi è stato un buon tesseramento, forse il migliore tra le regioni italiane e che avrebbe potuto produrre risultati sicuramente superiori se non ci fossero state le incertezze legate ai noti ricorsi sul congresso nazionale e se il neo costituito Gruppo all’Assemblea Regionale avesse dedicato maggiore attenzione ai tanti temi che sono il nervo scoperto della Sicilia: immigrazione ed emigrazione, disoccupazione, precariato, emarginazione sociale, povertà, mancanza di infrastrutture, acqua e rifiuti, corruzione ancora tropo diffusa. Il governo Crocetta non ha potuto minimamente scalfirli, anche grazie ai nostri “alleati” del PD.

Credo però che non tutti i mali vengano per nuocere: anche se si tratta di una circostanza molto antipatica, per come si è generata, il fatto di dover celebrare nuovamente il congresso nazionale forse ci mette nelle condizioni di riavviare e rafforzare un processo diverso e capire in quale ambito della sinistra o del centro-sinistra si collocherà la politica socialista. Anche e soprattutto in Sicilia, riconsiderando rapporti e alleanze che a volte possono scaturire da ragionamenti ad personam e non da un confronto politico vero e proprio.

L’allucinazione politica che nasce dalle contingenze o dall’imminenza delle scadenze elettorali, con gli abbagli che ne possono derivare, è cosa piuttosto diversa dalla prospettiva di una visione autenticamente riformista.

Far discendere da questa nuova fase che si profila all’orizzonte una opportunità per ridefinire la strategia dei socialisti in Sicilia, dove ci sono appuntamenti importanti che culmineranno con le elezioni regionali di fine anno è indispensabile. Diversamente sarà molto difficile che una deputazione socialista possa nuovamente avere un gruppo nel prossimo Parlamento siciliano.

Antonio Venturino

Potenza. Il Psi elegge un consigliere provinciale

urna elettoraleI socialisti eleggono un consigliere provinciale a Potenza dove il compagno Rocco Guarino è stato il primo degli eletti. “Voglio esprimere – ha detto la portavoce del PSI, Maria Pisani – tutta la mia soddisfazione per l’elezione del neo consigliere provinciale Rocco Guarino, certa che saprà al meglio rappresentare le istanze dei cittadini potentini”. “La sua elezione conferma che esiste, senza alcun dubbio, lo spazio politico per una articolazione plurale del centrosinistra, e ci riconsegna la possibilità di rimettere in campo un partito unito e finalmente rappresentativo di tutte le sue aree”- ha aggiunto Pisani. “L’auspicio quindi è che l’elezione di Rocco sia il primo passo per una riflessione profonda sulle dinamiche che, negli ultimi anni, hanno portato all’allontanamento dal partito di diversi compagni, per alcuni anche sofferto. Auguri a Rocco e al Presidente della Provincia, Nicola Valluzzi, sicura che questa nuova collaborazione politica sarà foriera per tutti i potentini di professionalità e competenza”- ha concluso.rocco guarino

Grande soddisfazione arriva anche da Livio Valvano, Segretario regionale PSI della Basilicata. “Esprimo grande soddisfazione – ha detto – per l’elezione a consigliere provinciale di Rocco Guarino”. “Innanzitutto – continua – per il successo personale che Rocco merita in pieno per la sua dedizione all’attività di Sindaco di Albano di Lucania. Ma è soprattutto il significato politico dell’elezione di Rocco, su cui riusciamo a mettere insieme tutti gli amministratori dell’area socialista, dentro e fuori il PSI lucano. Il primo posto conseguito all’interno della lista del PD in questa circostanza rappresenta un primo segnale su cui riflettere per aggregare le forze ispirate alla cultura laica, socialista, liberale e democratica della Basilicata. Per questo – ha concluso – voglio ringraziare tutti gli amministratori che fanno capo al PSI lucano e quelli che sono legati all’associazione Socialisti e Riformisti Lucani di Franco Adamo e Rocco Vita. Unità e coerenza pagano sempre”.

Saragat. Palazzo Barberini settanta anni dopo

Prima puntata. SaragatE’ facile dire oggi che Saragat aveva ragione. Bisogna riuscire a dimostrare, ripercorrendo la storia degli anni immediatamente precedenti Palazzo Barberini, che Saragat aveva ragione allora. Richiamerò i fatti essenziali. In questo primo pezzo mi soffermerò sulle vicende precedenti il Congresso di Roma del gennaio 1947.

La scissione del Partito socialista, che allora si chiamava Psiup ed era il risultato dell’unificazione del Psi, rifondato a Roma da Romita, Lizzadri, Vernocchi nel 1943, cui si erano aggiunti i reduci dalla prigionia e dall’esilio Nenni, Saragat, Pertini e Buozzi, con il Movimento di unità popolare di Lelio Basso, che riteneva superate le vecchie distinzioni tra socialisti e comunisti, é infatti solo l’atto finale di uno scontro politico che inizia nell’immediato dopoguerra e che si inscrive pienamente nella storia delle diverse tendenze socialiste. Non a caso nel primo Consiglio nazionale del partito, che si svolse a poche settimane dalla Liberazione nell’estate del 1945, il tema prevalente fu proprio quello della fusione. Un conto era infatti l’accettazione del patto di unità d’azione con il Pci, sottoscritto il 28 settembre del 1943, dunque nel periodo successivo all’invasione tedesca, da Sandro Pertini, Pietro Nenni e anche da Giuseppe Saragat, altro conto era costruire un unico partito tra socialisti e comunisti. Il contenuto del Patto del 1943 era profondamente diverso da quello sottoscritto in Francia dai due partiti, che seguiva gli anni delle lacerazioni dovute alle teoria terzinternazionalista del socialfascismo. Quel patto “francese” era prevalentemente di carattere ideologico e manteneva ferme le distinzioni tra i due partiti. Quello sottoscritto in Italia aveva invece un taglio più impegnativo e postulava “l’unità politica della classe operaia”(1). Dunque un obiettivo, peraltro gia previsto nella revisione del patto francese del 1937, che ipotizzava un passo “verso un’unità organica dei due partiti” (2). Dal 1943 al 1945 socialisti e comunisti avevano però maturato convinzioni diverse rispetto al tema della monarchia, che Togliatti, con la svolta di Salerno, imposta da Stalin, accettava come il male minore, mentre Nenni continuava a porre con coerenza la pregiudiziale repubblicana. Tanto che i socialisti, contrariamente ai comunisti, decisero per questo di non partecipare al secondo governo Bonomi. Tale diversa scelta in qualche misura influenzò la stesura del nuovo testo del patto, redatto nel 1944, in cui non si menzionava più l’unità organica tra i due partiti. Eppure, nonostante i comunisti fossero appena stati piuttosto tiepidi ad appoggiare la candidatura di Nenni alla presidenza del Consiglio accettando subito di buon grado quella dell’azionista Ferruccio Parri, il tema della fusione occupò larga parte del primo Consiglio nazionale del Psiup. Già in quella circostanza venne alla luce la geografia politica interna al partito. In questa assise si misurarono infatti due mozioni. La prima, quella unitaria, anche se non immediatamente fusionista, era firmata da Pertini, Morandi e Basso. La seconda, di stampo più autonomista, era sottoscritta da Saragat, Silone e Bonfantini. Nenni, leader del partito, pur non avendo sottoscritto alcun documento, era apertamente schierato coi primi. Neanche loro sostenevano, per la verità, anche se quello più esposto per formazione politica in direzione del partito unico era Lelio Basso, la fusione come obiettivo immediato, ma la prevedevano come prospettiva politica. Questo anche se l’Avanti titolò la conclusione di quel consiglio con un titolo emblematico e cioè: “Verso la creazione del partito unico della classe lavoratrice” (3) e il giorno dopo con un altro titolo ad effetto: “Il partito unico realizza le speranze delle grandi masse popolari” (4). Nemmeno Saragat, Silone e Bonfantini mettevano in discussione il patto d’unità d’azione. Quello che per loro era inaccettabile, e che finiva per svilire le funzioni originali del partito, era la prospettiva del suo annullamento in una strategia di unità organica coi comunisti. Le due posizioni si confronteranno anche nell’arco del 1946 al congresso di Firenze. Nel marzo si era svolta un’ampia consultazione elettorale amministrativa coi socialisti ancora forti e prevalenti in aree urbane del Nord, coi comunisti già egemoni in Emilia e in Toscana. Contemporaneamente Nenni aveva agitato da par suo il tema della Costituente ottenendo, dopo diversi rinvii, la data del due giugno per la sua elezione congiunta al referendum popolare su monarchia-repubblica.

Al congresso, il primo nel dopoguerra, della famiglia socialista, che si svolse al teatro comunale di Firenze, tra l’11 e il 17 aprile del 1946, il partito si trovò unito, sotto la guida di Pietro Nenni, a rivendicare la paternità e l’attualità della Costituente, alla quale i socialisti, più dei comunisti, avevano lavorato con coerenza e senza ripiegamenti. Tuttavia sui caratteri fondamentali del partito, e in particolare sul rapporto col Pci, il Psiup si trovò diviso in tre. Diciamo subito che l’obiettivo della fusione era stato ufficialmente abbandonato anche dalla maggioranza che faceva capo a Basso e Morandi con la copertura di Nenni, e a questa prospettiva restavano legati ormai solo Lizzadri e Cacciatore che poi furono indotti a ritirare il loro documento e a convergere sulla mozione Morandi-Basso. Sandro Pertini si era spostato su posizioni mediane difendendo l’autonomia e l’indipendenza del partito e firmando una mozione assieme a Ignazio Silone. Su questa mozione ripiegarono anche i giovani raccolti attorno alla rivista Iniziativa socialista, che contestavano i governi ciellenisti e sognavano una rivoluzione libertaria e non leninista. Saranno il perno su cui Saragat agirà per far scattare la molla della scissione.

Su posizioni ancora più intransigentemente autonomiste stavano i socialisti raccolti nella mozione di Critica sociale, appunto Saragat, Faravelli, Modigliani, D’Aragona, Simonini. Il congresso segnò una svolta. Il confronto, anzi lo scontro, non era più sul tema dell’attualità o meno della fusione, ma sul modello di socialismo. Saragat, nel suo intervento, richiamò il fatto che “lo sviluppo di un socialismo autocratico e autoritario (era) uno dei problemi attuali” (5) e gli contrapponeva il suo socialismo democratico. Basso parlò di un profondo dissenso “tra lo spirito classista e lo spirito liberalsocialista” (6). Alla fine il congresso diede un esito clamoroso. Le mozioni di Pertini, Silone e di Critica sociale raggiunsero il 51 per cento, quella cosiddetta di Base, cioè di Basso e Morandi, solo il 49. La Direzione venne composta per metà da membri della mozione di Base e per metà da esponenti delle altre due. Nenni da segretario si trasferì alla presidenza e segretario del partito venne eletto Ivan Matteo Lombardo, un esponente relativamente conosciuto, e non Sandro Pertini, come ci si attendeva.

Il partito riprese vigore e alle elezioni per la Costituente del 2 giugno la lista socialista col 20,7% sopravanzò, inaspettatamente, quella comunista, che si fermò al 18,9. La Dc si affermò come partito di maggioranza relativa col 35,2 e De Gasperi ottenne la presidenza del Consiglio formando un governo comprendente socialisti e comunisti, mentre Saragat venne chiamato alla presidenza dell’Assemblea costituente, che dopo la vittoria repubblicana aveva il compito di varare la nuova costituzione. I comunisti rimasero stupiti e in parte scioccati dal risultato elettorale. Nessuno di loro, lo confermò Amendola in dichiarazioni successive, si attendeva un risultato che prevedesse i socialisti più forti di loro. L’aver combattuto, in modi più strenui e con truppe più consistenti, il fascismo e, di rimbalzo, il forte fascino dell’Urss e della sua eroica e vittoriosa resistenza al nazismo, si erano rivelati elementi non sufficienti per ribaltare i rapporti di forza nella sinistra italiana.

Si apriva, dopo il 2 giugno, una fase nuova, nella quale uno degli obiettivi diventò per Togliatti la conquista di un’egemonia a sinistra, ancora non riconosciuta dagli elettori. Iniziò verso i socialisti una duplice iniziativa, come riveleranno successivamente due dirigenti comunisti dell’epoca, Gianni Corbi e Fabrizio Onofri. Da un lato si intensificò una polemica politica verso la maggioranza autonomista del Psiup che a Firenze aveva vinto il congresso, dall’altro si mise in campo una vera e propria opera di infiltrazione di militanti comunisti nel Partito socialista. Onofri scrive: “La presenza del Pci all’interno del Psiup era derivata sia da coloro che si richiamavano alla linea Togliatti, che da coloro che si richiamavano alla linea Secchia” (7). Per questi ultimi era funzionale a convertire il partito all’ora x della rivoluzione, per i primi a combattere lo slittamento socialdemocratico del partito e il suo distacco politico dal Pci. Ovviamente questa infiltrazione di comunisti nelle fila del Psiup (che fu massiccia e interessò l’intero territorio nazionale e un certo Luciano Lama, iscritto al Psiup, venne scoperto mentre indicava di votare per il partito fratello nella sua Forlì (8)) aveva l’obiettivo immediato di capovolgere i rapporti di forza interni in previsione di un congresso da svolgere in tempi ravvicinati.

La nuova situazione del Psiup spinse poi i socialisti a chiedere una nuova formulazione del Patto d’unità d’azione in modo da veder riconosciuta l’autonomia dei due partiti. Il patto venne rinnovato a ottobre. Questo non valse a moderare l’offensiva politica dei comunisti in particolare nei confronti di Saragat e dei suoi seguaci. Togliatti usò parole durissime, già a settembre, in una intervista al Gazzettino di Venezia, ove volle precisare che “il patto non funziona per colpa dei riformisti che hanno la direzione del partito socialista” (9). In più occasioni su l’Unità i dirigenti comunisti usarono frasi sferzanti verso la nuova maggioranza socialista e Togliatti rivendicò il diritto “di intervenire nelle questioni interne del partito socialista” (10) e di combattere contro tale frazione “con tutti i mezzi polemici i quali ci sono accessibili e dei quali ci sappiamo servire” (11). A Saragat Togliatti dedicò poi un fondo de suo giornale intitolato “Tre colonne di piombo” (12), in cui il leader comunista arrivò a definire Saragat e il suo socialismo democratico, contrapposto al comunismo reale, un simbolo per accreditarsi come “tessera ad honorem del movimento dell’Uomo qualunque” (13). A poco valse la replica di Pertini sull’Avanti dall’emblematico titolo “E il terzo gode”. La spinta autonomista dei socialisti portò non a caso, il 13 ottobre, alla promozione di una grande manifestazione nazionale in occasione del monumento a Filippo Turati, eretto a Canzo. Il leader dei riformisti era improvvisamente tornato di moda al punto che Guido Mazzali ebbe a sottolineare che “Turati è il socialismo” (14).

Anche Nenni, sia pur da posizioni diverse, come già era avvenuto per la Costituente, sviluppava da ministro degli Esteri del governo De Gasperi una politica autonoma sui temi di Trieste, e dei confini con la Jugoslavia, al di fuori di condizionamenti ideologici. Un primo elemento negativo nel percorso relativamente autonomista del Psiup fu il risultato delle elezioni amministrative parziali di novembre. Nelle grandi città, da Roma, a Napoli, a Firenze, a Torino, i socialisti vennero superati dai comunisti che riuscirono a ribaltare a loro vantaggio i risultati ottenuti a giugno. Dove la lista socialista e comunista era unica, come a Roma, le cose andarono nel peggiore dei modi, coi comunisti che si aggiudicarono 16 consiglieri e i socialisti solo 5. La sinistra del Pspiup accusò gli autonomisti, questi ultimi, in particolare Saragat, spararono sugli altri che ancora “più imperterriti che mai” (15) si trovavano alla testa del partito. A giudizio del presidente dell’Assemblea costituente gli elettori non volevano “sottoprodotti, ma merce genuina. Se sono comunisti o di tendenza comunista non sanno che farsene di un massimal-fusionismo che ha liquidato il partito nel 1921-22 e che rischia di liquidarlo oggi” (17). Il seme della scissione era già stato lanciato.

Mauro Del Bue

Note

1) A. Benzoni, V. Tedesco, Documenti del socialismo italiano (1943-1966), Bologna 1968, p. 14. Anche in M. Del Bue, Il Partito socialista a Reggio Emilia. Problemi e avvenimenti dalla ricostruzione alla scissione, Venezia 1981, p. 86.
2) Ibidem.
3) Vedi Avanti, 1 agosto 1945.
4) Vedi Avanti, 2 agosto 1945.
5) Il discorso di Saragat, in Avanti, 16 aprile 1946.
6) Il discorso di Basso, ibidem.
7) A. Gambino, Storia del dopoguerra dalla Liberazione al potere Dc, Bari 1975, p. 277.
8) Traditori, in La Giustizia, 23 giugno 1946.
9) Tra comunisti e socialisti, in Avanti, 18 settembre 1946.
10) P. Togliatti, Un partito di governo e di massa, in Politica unitaria ed Emilia rossa, Torino 1946, p. 66.
11) Ibidem
12) Tre colonne di piombo, in L’Unità, 20 settembre 1946.
13) Ibidem.
14) Vedi M. Del Bue, Il Partito socialista, cit, p. 159.
15) Il Nuovo giornale d’Italia, 21 novembre 1946, anche in M. Del Bue, Il Partito socialista, cit, p. 160-161.

Carlo Rosselli: elogio di un eretico socialista liberale

carlo_rosselliVenerdì 13 gennaio 2017 alle 17 presso la biblioteca della Fondazione Museo storico del Trentino in via Torre d’Augusto a Trento verrà presentato il libro “Carlo e Nello Rosselli, testimoni di Giustizia e Libertà” curato dall’on. Valdo Spini. L’appuntamento mi spinge a proporre una riflessione sull’opera più nota di Carlo Rosselli “Socialismo liberale”, provando a rendere effettivamente un po’ di “giustizia” ad un filone di pensiero bistrattato nel passato e ignorato nel presente, benché rappresenti quanto di più genuino e ancora vitale sia stato prodotto per una sinistra democratica di marca europea.

Mentre i giovani comunisti italiani della mia generazione crescevano alla lettura di breviari che consideravano i socialisti riformisti alla stregua di agenti dei “piani imperialisti della borghesia”, pronti a “corrompere l’energia rivoluzionaria del movimento operaio” (cfr. “Almanacco comunista” del 1971), veniva pubblicato per la prima volta in versione originale il saggio di Carlo Rosselli “Socialismo liberale” (Einaudi, 1973). Scritto nel 1928-29 al confino di Lipari dove l’autore era relegato dal regime fascista, ne era stata data una versione incompleta e riscritta con una edizione francese del 1930, seguita da una introvabile ristampa italiana a cura di Aldo Garosci nel 1945. Solo nel 1973, dunque, gli Italiani poterono accedere al testo completo dell’opera rosselliana. Perché così tardi? Probabilmente per l’ostilità della intelligencija cosiddetta “progressista”, memore delle ferali parole con cui Palmiro Togliatti aveva stroncato l’edizione francese definendola un “magro libello antisocialista, e niente più”, accomunandolo grevemente a “una gran parte della letteratura politica fascista”!

Peraltro anche tra i socialisti italiani di matrice marxista, le idee di Rosselli all’inizio non trovarono asilo felice. Fu solo nella nuova stagione del socialismo riformista e autonomista inaugurata tra gli anni ’70 e ’80 – su cui si è poi tentato di gettare una ingiusta e generalizzata damnatio memoriae – che Rosselli assume una posizione centrale, tanto che le pubblicazioni per il 90° di fondazione del Psi nel 1982 assegnano a quest’uomo di pensiero e d’azione il ruolo di padre fondatore.

Intanto chi è Rosselli? Così egli stesso risponde: “Sono un socialista. Un socialista che, malgrado sia stato dichiarato morto da un pezzo, sente ancora il sangue circolar nelle arterie e affluire al cervello. Un socialista che non si liquida né con la critica dei vecchi programmi, né col ricordo della sconfitta, né col richiamo alle responsabilità del passato, né con le polemiche sulla guerra combattuta. Un socialista giovane, di una marca nuova e pericolosa, che ha studiato, sofferto, meditato e qualcosa capito della storia italiana lontana e vicina…”.

Cosa ha capito di tanto straordinario per essere messo in sordina dai dogmatici? Egli ha capito che è il liberalismo e non il marxismo che offre maggiori garanzie per il raggiungimento degli ideali socialisti. E’ solo attraverso il metodo liberale – cioè nel rispetto delle idee degli altri – che può procedere l’azione socialista. Egli scriverà efficacemente nell’appendice ‘I miei conti col marxismo’: “La libertà, presupposto della vita morale così del singolo come della collettività, è il più efficace mezzo e l’ultimo fine del socialismo”.

Si capirà che presso gli ambienti italiani di derivazione “terzinternazionalista” affermare che “tra socialismo e marxismo non v’è parentela necessaria” e che anzi “la filosofia marxista minaccia di compromettere la marcia socialista”, diventava una bestemmia inaccettabile, come lo era anche semplicemente il mite proposito laico di evitare alla sinistra almeno l’imposizione di “una unica filosofia, un unico schema, una sola divisa intellettuale”.

Agli albori degli anni Duemila, si è visto come questo eretico socialista liberale abbia avuto ragione sulle miserie intellettuali e pratiche dei sacerdoti dell’ortodossia. Egli in Italia resta uno dei pochi anticipatori delle verità che via via il XX secolo acquisirà tardivamente come tali solo dinanzi alle immani sventure totalitarie subite.

Rosselli è il nostro Eduard Bernstein, l’indomito socialdemocratico berlinese (1850 – 1932) che si batté per far capire che “non esiste idea liberale che non appartenga anche al contenuto ideale del socialismo”. Ribadendo che l’ordinamento liberal-democratico non è l’inerte involucro del potere capitalista ma ha una potenzialità universale in cui tutti possono muoversi per far valere le proprie ragioni, per progredire, per riequilibrare il potere degli altri, Bernstein intuisce la necessità della dissociazione tra marxismo e socialismo. E’ il primo dei revisionisti, ed anche il più denigrato. Lascia, a differenza dei suoi detrattori, un insegnamento ed un messaggio di straordinaria modernità.

Rosselli troverà in Karl Popper – alfiere della “società aperta” contro le “false profezie” del marxismo – l’ideale interlocutore che proseguirà nell’opera di “mostrare che il ruolo del pensiero è quello di realizzare delle rivoluzioni per mezzo di dibattiti critici, piuttosto che per mezzo della violenza e della guerra”.

Rosselli è l’antesignano di John E. Roemer, il pensatore americano che nel 1994 ha pubblicato “A future for Socialism”. Questo autore è un “socialista orwelliano”, in nome di chi, sostenendo un ideale di socialismo anti-autoritario (cfr. George Orwell, “La fattoria degli animali” e “1984”), di quello totalitario ha saputo denunciare tutti i pericoli. E viene a proporre “un socialismo dal forte sapore liberale, basato sulle ragioni del fallimento delle economie statalizzate, che è bene siano fallite perché con esse sono falliti dei regimi tirannici”. Con Roemer prosegue sul piano ideale verso il XXI secolo l’opera di Rosselli, per un socialismo che ponga sull’educazione e sulla formazione intellettuale e professionale, le basi per allargare ai “segmenti sociali più svantaggiati” le opportunità di accesso alla vita civile ed al lavoro.

Istanze liberali e socialiste di giustizia e libertà si fondono ancora in questi pensatori, i quali si ostinano a “non ritenere disparati e inconciliabili l’ideale della libertà politica e quello della giustizia sociale”. Per questi valori Rosselli visse e morì. Dopo la guerra di Spagna – combattuta insieme all’amico e compagno Pietro Nenni, col quale aveva fondato nel 1926 la rivista “Quarto Stato” – Carlo Rosselli cadde in terra di Francia nel 1937, assassinato dai sicari lì inviati dal regime fascista. Fu ucciso una seconda volta dalla propaganda d’opposto segno, ma di pari settarismo. Oggi continua a rinascere e vivere nelle menti e nei cuori di chi coltiva un’idea liberale di progresso e civiltà.

Nicola Zoller

Banche. Psi, serve una commissione d’inchiesta

banca-soldiDal 31 gennaio inizierà in Senato l’esame del ddl per l’istituzione di una commissione di inchiesta sul settore bancario. Lo ha deciso l’ufficio di presidenza della commissione Finanze del Senato. Il 17 gennaio, riferisce il presidente della Commissione Finanze, Mauro Marino, verrà presentata la relazione finale dell’indagine conoscitiva sul settore bancario e il 25 verrà votata. A Palazzo Madama sono già stati depositati 13 ddl di maggioranza e opposizione che chiedono proprio una commissione di inchiesta sulle banche perciò Marino conta di presentare il 31 “una proposta di sintesi”. Intanto, sempre al Senato, stasera l’aula dovrebbe votare la proposta del Movimento 5 stelle di esaminare con urgenza proprio un ddl sulla commissione di inchiesta. La maggioranza ha già calendarizzato questa iniziativa ma nel caso l’assemblea dovesse chiedere una accelerazione allora l’ufficio di presidenza della commissione Finanze si riconvocherà per anticipare i tempi già fissati.

A ricordare che il Psi ha proposto da tempo una commissione di inchiesta è Riccardo Nencini: “Abbiamo presentato molti mesi fa  – ha affermato il segretario del Psi – il disegno di legge per istituire una commissione d’inchiesta sulle banche. Ecco l’occasione per formarla. Qui e ora. I socialisti naturalmente la voteranno. E siccome lo Stato mette un pacco di soldi per icostituire il capitale di MPS, è bene conoscere quali sono stati i soggetti con importi più significativi che non hanno onorato il loro debito”.

“Molte famiglie – ha detto ancora Nencini – hanno pagato prezzi altissimi. È giusto rendere noti i nomi di chi ha contribuito a creare questa situazione. A giudizio del presidente dell’autority competente Antonello Soro non servirebbe neppure una legge giacché le persone giuridiche coinvolte dal 2011 sarebbero esentate dal segreto dovuto alle normative che regolamentano la privacy. Condivido l’esigenza posta da Patuelli. E se serve cambiare una legge, si sappia che i socialisti sono pronti a presentare le modifiche necessarie. Non è concepibile che, mentre lo stato è costretto, per salvare i risparmiatori onesti, a sborsare miliardi di euro, non si possa sapere chi siano coloro che, prendendo i dati ufficiali di Mps, hanno determinato un terzo circa dell’insolvenza creditizia della banca con finanziamenti singoli superiori ai tre milioni. Soprattutto, se, come trapela, si tratta di gruppi economici di notevole rilievo. Non si può distruggere il sistema bancario e rapinare i piccoli risparmiatori, salvati solo dai soldi di tutti i cittadini, senza conoscere l’identità dei responsabili che, assieme alla dirigenza, ne hanno determinato il crollo. Questo vale per Mps, e per le altre banche che si apprestano a ricevere soldi pubblici. Dunque annuncio che anche i socialisti al Senato presenteranno alla Commissione Finanze un emendamento per rendere pubblica l’identità dei soggetti coinvolti”.

Intanto in Senato comincia il percorso del decreto Salva-risparmio nell’ambito del quale si sta già mettendo a punto un calendario delle audizioni a partire dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. Le audizioni proseguiranno nel corso dei prossimi giorni. Dopo Padoan, previsto per giovedì, martedì della prossima settimana sarà la volta dell’Abi e Bankitalia e mercoledì della Consob. L’incardinamento del decreto ci sarà tra oggi e domani. Tra i temi che terranno banco, la proposta del presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, il quale chiede di rendere pubblici i nomi dei primi 100 debitori delle banche salvate con soldi pubblici. “L’audizione dell’Abi di martedì – ha spiegato Marino – sarà l’occasione per presentare in modo ufficiale” questa proposta e si comincerà a capire quale potrebbe essere l’emendamento che vada nella direzione auspicata. Se le banche vengono salvate con i soldi pubblici è eticamente giusto che si conoscano i nomi dei principali debitori. Il convincimento espresso dal presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, dovrebbe essere infatti fatto proprio dal governo. “Penso – aveva spiegato Patuelli in un’intervista – al varo di una norma di legge sia per le banche risolute sia per quelle preventivamente salvate dallo stato”. Quindi il decreto dovrebbe essere modificato e l’esecutivo sta pensando quali correzioni apportare e a inserire una norma ad hoc.

Gian Franco Schietroma
Frosinone. Soddisfazione
per esito elezioni

Gianfranco SchietromaIl notevole consenso ottenuto a Frosinone, alle elezioni provinciali, dalla lista “A difesa del territorio” voluta e organizzata dal Psi, conferma che esiste senza alcuno dubbio lo spazio politico per una articolazione plurale del centrosinistra. Anzi, anche per evidenti ragioni democratiche, è davvero opportuno che il centrosinistra non venga rappresentato soltanto dal Pd.

Noi socialisti, quindi, siamo particolarmente soddisfatti per aver promosso con successo questa nuova iniziativa politica, che ha riportato il  13,3% dei voti, ottenendo l’elezione di un consigliere provinciale e sfiorando per pochissimo il secondo seggio.

Un sentito grazie  va ai sindaci ed ai consiglieri comunali che hanno votato lista “A difesa del territorio”, ai dodici candidati per il loro fondamentale  impegno, alle forze civiche e politiche che hanno appoggiato la lista, quali Sinistra Italiana, Sel, Possibile e Pci. Desidero rivolgere i migliori auguri di buon lavoro al neoconsigliere provinciale Luigi Vacana, sicuro che egli saprà continuare egregiamente l’azione politica del padre prof. Gerardo, indimenticabile e apprezzatissimo amministratore provinciale socialista democratico.

Un ringraziamento particolare va al consigliere uscente Gianni Bernardini per l’ottimo lavoro svolto in questi due anni e senza il quale sarebbe stato impossibile presentare la lista “A difesa del territorio”. Con Gianni protagonista faremo insieme altre importanti battaglie a difesa dei cittadini e per l’affermazione degli ideali di giustizia sociale propri del nostro Partito.

Da ultimo, anche in considerazione dell’esito del referendum costituzionale, auspico vivamente che, la prossima volta, il Presidente della Provincia ed il Consiglio provinciale tornino ad essere eletti direttamente dai cittadini.

Gian Franco Schietroma
Coordinatore Segreteria nazionale Psi

Un “colpo di reni” politico

L’Avanti! dei primi giorni del nuovo anno ha affrontato, per la penna del direttore, due questioni di primaria attualità: il possibile futuro di Matteo Renzi e la diaspora degli eredi di Craxi.

Esprimo il mio consenso sui due temi ed aggiungo, su entrambi, qualche mia riflessione.

1.- Che fine farà Renzi? Certo è malmesso, giacchè è sempre vero che niente ha più insuccesso dell’insuccesso. La rievocazione da parte del direttore dell’Avanti! di sconfitte seguite da grandi ritorni negli anni gloriosi della prima Repubblica è utile e opportuna, se è vero che la storia è maestra di vita. Ho conosciuto da vicino e stimato assai Amintore Fanfani. Sono stato anche suo ministro. Di lui sono noti gli alti e i bassi, i “corsi e ricorsi”, che furono anche chiamati “quaresime e resurrezioni”. Quel che è accaduto al veltro di Pieve Santo Stefano può succedere anche al boy scout di Rigano sull’Arno? Non lo escluderei, a patto che Matteo sappia elaborare il lutto della sconfitta, che è figlia dell’eccesso di fiducia in se stesso (superbia l’ha chiamata brutalmente Claudio Martelli su “Il Giorno”). Come ha detto Paolo Mieli, Renzi deve aspettare fuori dalla mischia, avere pazienza e compiere un nuovo percorso, anche personale, nel divenire della vicenda politica italiana. Sbaglierebbe se cercasse una rivincita immediata come capo del PD. Sbaglia certamente se ricerca la rivincita subito, in un nuovo lavacro elettorale. Deve capire che il Paese, dopo due anni di baruffa referendari a non può consentirsi, e tanto meno approvare, un altro, immediato periodo di baruffa elettorale, lasciando marcire i problemi che incombono: nella realtà economico-sociale della Nazione, nello scacchiere europeo, dove sono in calendario alcuni appuntanti “storici” e nella realtà internazionale. Su questo versante è altissimo il rischio di lasciare il ruolo di protagonisti assoluti a Vladimir Putin e a Donald Trump. Leggo su “Il Foglio” di sabato 7 gennaio è dello stesso parere anche il “nostro” Fabrizio Cicchitto.

Questo – elaborare il lutto e preparare il ritorno in campo con un nuovo progetto – è, a mio parere, il primo consiglio che Riccardo Nencini del Mugello deve dare al Matteo Renzi di Rignano.

Confesso che ho avuto simpatia per Renzi. Non sono andato a sostenerlo alle primarie per la segreteria del PD. Sono andato, per contro, a votarlo quando era antagonista di Bersani per la candidatura a Palazzo Chigi. Era allora davanti ai nostri occhi il bilancio disastroso della Seconda Repubblica, quella di Berlusconi, Prodi e D’Alema. Era anche forte la voglia di nuovo, la simpatia per chi aveva rottamato parte dei postcomunisti. E bastato allora il passa-parola con i compagni e gli amici del mio paese per determinare un risultato inatteso: i socialisti hanno fatto vincere il seggio a Renzi, commentavano incazzati i postcomunisti del luogo.

Se potessi essere ascoltato da Renzi, gli direi di non promuovere con frenetica urgenza spedizioni punitive nei confronti dei suoi nemici interni, fra i quali vedo impegnato con cattiveria il “nostro” Bersani, quello della parafarmacie, cittadino di Bettola, paese piacentino in cui lui non “vendemmia” tutti i voti che dovrebbero incoronare la sua leadership nazionale. Lo esorterei invece a progettare l’architettura di un nuovo programma, davvero capace di far uscire l’Italia dal pantano, promuovendo quella “ripartenza” troppo annunciata e mai arrivata.

Su questo versante, noi, piccola comunità socialista, possiamo dargli qualche aiuto, specialmente se avrà il seguito sperato la conferenza programmatica in cantiere, che noi chiamiamo “Rimini 2”, perché vogliamo che sia la continuità della leggendaria Conferenza del PSI che si svolse a Rimini, ove Claudio Martelli predicò l’alleanza fra merito e bisogno.

2.- Passo così al secondo editoriale di Mauro Del Bue, quello incentrato sulla “diaspora” socialista, conseguente alla chiamata in causa della magistratura da parte di alcuni socialisti dissidenti, con correlato annullamento del congresso, accompagnato dalla gogna dei socialisti su ‘Repubblica’ e sul ‘Fatto Quotidiano’ dello sghignazzante Marco Travaglio.

Per venir fuori da queste sabbie mobili serve un “colpo di reni” politico, non solo nel congresso, ma anche nelle assemblee provinciali e regionali che devono quanto prima essere convocate . E’ inoltre necessaria la concordia virtuosa ed operativa fra i massimi dirigenti del partito. Fra essi avranno un ruolo non secondario, oltre al nostro segretario, Riccardo Nencini e al Direttore che ha rilanciato l’Avanti!, Mauro Del Bue, i compagni che hanno meritoriamente ricostruito storicamente e tenuto vivi il pensiero e la storia del socialismo italiano dopo la “grande slavina” degli anni ’90. Mi riferisco a Luigi Covatta, che ha rilanciato Mondoperaio e a Gennaro Acquaviva che ha promosso l’Associazione Socialismo. Sono gli stessi che ora stanno allestendo la Rimini 2. Sono fiducioso, da inguaribile ottimista, che questo mio invito possa essere raccolto. Non vedo altre possibilità di uscita dal tunnel al di fuori della cooperazione fra questi quadrumviri. Ho un rapporto anche personale di stima e di affetto con ciascuno di loro.

Concludo rilevando che un ruolo importante per raggiungere la riva della nostra salvezza politica spetta anche a Bobo Craxi, non solo perché porta quel nome. Mi vengono alla mente le confidenze affettuose di Bettino mi ha fatto su suo figlio, quando egli si affacciava timidamente sulla ribalta dell’agone politico. Lui sperava che divenisse un virtuoso “figlio d’arte”. Gli voglio anche bene perché lui e la sua famiglia hanno subito una persecuzione, accompagnata dalla scomparsa in esilio del leader che aveva costruito il nuovo corso del socialismo italiano.

Mi domando, e domando a chi mi legge, se questa mia prosa accorata è una sorta di “mozione degli affetti”. Certo che lo è. Ma è anche la manifestazione di fiducia nell’intelligenza politica e nell’orgoglio di chi ha raccolto l’eredità del socialismo liberale italiano.

Fabio Fabbri

Carlo Lorenzo Corelli
Dall’Emilia Romagna
un importante contributo progettuale

La sinistra italiana è sofferente, soprattutto quella riformista e di governo. Ad un peso elettorale importante non corrispondono, infatti, riferimenti ideali e politici capaci di ridarle chiarezza di intenti. Mentre alla sua sinistra è un pullulare di formazioni a somma elettorale modesta, tra le quali è difficile distinguere chi sia effettivamente pronto ad alleanze di governo.

Collocare il Psi in questo panorama della sinistra sarebbe piuttosto complicato, se non si facesse chiarezza sul fatto che siamo interessati ai valori, agli ideali ed agli interessi da rappresentare, piuttosto che a posizionarci rispetto agli uni o agli altri.

Di qui nasce, al momento, il nostro maggiore interesse ad analizzare lo stato di salute della sinistra riformista di governo, partendo dal suo principale Partito, il Pd.

Il Pd è frutto della confluenza di quattro filoni politici, quelli comunista, democristiano, socialista e liberale, in parte però tuttora rappresentati anche da altri Partiti e Movimenti.

Un po’ come dire tutto e il contrario di tutto. Un equivoco che fonda la sua ragion d’essere nelle formule, non molto dissimili, del veltroniano “Partito a vocazione maggioritaria” e del renziano “Partito della nazione”, ovvero, in entrambi casi, pur nella loro diversa connotazione, un Partito del potere per il potere.

Per convincerci del contrario non bastano né l’auspicio di Bersani che il Pd possa essere un “campo aperto” dove trovino piena cittadinanza politica tutti quegli apporti, né una qualche similitudine del democristiano Renzi con il socialista Craxi. La convivenza in un unico Partito sono, infatti, ben altra cosa dalle possibili alleanze di governo tra forze politiche distinte. Così come sottoporre, finalmente e per intero, ad una elaborazione critica la vicenda politica craxiana non potrebbe comunque mai portarci alla conclusione che, in Italia come in Europa, popolari e socialisti possano convivere nello stesso Partito.

In realtà, ex Comunisti ed ex Democristiani non sembrano solidali in null’altro che nell’avversione “genetica” al socialismo italiano, il terzo incomodo di sempre. Mentre Socialisti e Liberaldemocratici, che pure hanno tra loro molte ragioni di comunanza e pressoché nessuna per stare assieme a comunisti e democristiani, nel Pd non possono che avere, ed hanno, un peso assolutamente minoritario.

Uscire da questo equivoco, che tiene forzosamente insieme almeno tre aree di pensiero ideale – Comunista, Democristiana a Liberalsocialista – sarebbe salutare per liberare di nuovo energie politiche che, non più compresse in quel coacervo o disperse altrove, potrebbero rappresentare la rinascita della partecipazione come antidoto ai cattivi maestri del tanto-peggio-tanto-meglio.

Forse non è un caso che socialisti approdati nel Pd e socialisti che trasferiscono lo scontro politico nei tribunali siano accomunati nel fare guerra al Psi, gli uni e gli altri per ora uniti nel comune obiettivo di colpirci a morte per sostituirsi a noi.

Dunque, il prossimo congresso del Partito deve mettere in chiaro che non abbiamo alcuna intenzione di soggiacere nè agli uni, né agli altri e di immolarci ad un destino di irrilevanza.

Esiste solo un modo per farlo: lasciare che si liberino tutte le energie per un rinnovamento vero del Partito, che passi attraverso un dibattito senza rendite di posizione.

Presenti dunque, chi vuole, tesi e mozioni congressuali o la propria candidatura alla segreteria, anche se sarebbe improvvido offrire, ai nemici esterni del Partito, la testa del nostro segretario, al quale però dobbiamo chiedere che guidi, con una significativa discontinuità, una transizione indispensabile verso nuovi gruppi dirigenti per porre, assieme a loro, le basi di un cambiamento strategico degli indirizzi politici. Un cambiamento che non può che esprimersi attraverso il riconoscimento di maggiori spazi di manifestazione non solo all’eventuale dissenso, ma anche alle semplici critiche.

Una casa socialista ospitale per tutti i socialisti, che ponga in primo piano, con rinnovata convinzione, le ragioni del socialismo democratico, tradizionali e del nostro tempo, sempre attente alla difesa degli ultimi ed al bene comune, è la strada maestra.

Non si tratta di riproporre, all’interno del Partito, distinzioni che hanno un sapore ormai stantio – destra e sinistra, giovani e anziani – ma di esaltare gli apporti di tutti, ognuno secondo il loro peso e valore, e anche di non temere di affidarci ad una nuova classe dirigente, che possa essere il nostro futuro.

E’ compito, dunque, delle personalità più autorevoli del Partito supportare, con la loro esperienza, la crescita di una nuova classe dirigente e di individuare, assieme, il percorso di rinascita del socialismo, che riunisca, in uno spaccato più ampio di interessi, tra loro complementari, da rappresentare, un movimento Laico e RossoVerde.

Un movimento del quale, per altro, già ci sono le tracce, non solo in casa nostra.

Si pensi, ad esempio, alla convention nazionale della “Marianna” di Giovanni Negri, che si terrà in febbraio a Bologna.

Per parte nostra, in Emilia Romagna, potremmo offrire al congresso un contributo progettuale e, al Partito, una nuova “Bertinoro” che, al pari di quella per la Rosa nel Pugno del 2007, raccolga, in una o due giornate di riflessione, Socialisti, Verdi, Radicali e Liberaldemocratici.

Carlo Lorenzo Corelli
Consigliere nazionale