Condono Ischia. Governo battuto: Ira del M5S

aula senato

“Governo in minoranza sul condono di Ischia: battaglia vinta dall’opposizione”. Lo ha affermato il segretario del Psi Riccardo Nencini, al termine dei lavori in Commissione al Senato durante i quali la maggioranza è stata battuta sul condono per Ischia per 23 voti a 22 sul decreto emergenze.

E’ stato approvato l’emendamento all’articolo 25 che disciplina le pratiche di condono edilizio a Ischia. Secondo quanto si apprende, sarebbe risultato decisivo il voto del senatore del M5S Gregorio De Falco. L’ex capitano di fregata ha spiegato: “L’emendamento in questione è stato presentato da Papatheu di Forza Italia ed era analogo a quello che avevo presentato io”. Alla domanda se abbia votato con le opposizioni, De Falco si trincera dietro un no comment.

Intanto l’ira dei vertici M5S si abbatte su di lui, sotto accusa per aver votato con le opposizioni l’emendamento al dl Genova che modifica le norme sul condono edilizio per Ischia su cui il governo aveva dato parere contrario. Per aver mandando giù l’esecutivo, dal vertice dei grillini trapela rabbia e questa sarebbe l’accusa: “Il punto è che sono uscite le rendicontazioni e De Falco non vuole restituire. Vuole farsi cacciare. Questo è il punto. Ma quando uno vota con Forza Italia ha segnato il suo cammino. Prima, però, dovrà restituire i soldi agli alluvionati”.

Questo diktat lascia intendere che per De Falco l’espulsione sia ormai dietro l’angolo. Non solo, nel mirino dei vertici è finita anche Paola Nugnes e gli altri ‘ribelli’ accusati di remare contro. A quanto si apprende, nel Movimento si sta addirittura verificando se il regolamento del Senato consenta di spostarli in Commissioni parlamentari meno decisive.

“Quanto al dl Genova, si va avanti e domani in Aula si porta a casa”, così direbbero gli stessi vertici M5S.

E così, da quanto riferiscono i vertici M5S, i senatori De Falco e Nugnes vanno subito fuori dal gruppo M5S al Senato: sarà il capogruppo Stefano Patuanelli a commutare la sanzione ai due ribelli. Per Nugnes si profila la sospensione, per De Falco l’espulsione dal Movimento. Ma entrambe le sanzioni comporterebbero l’immediata l’uscita dal gruppo al Senato, con probabile passaggio al misto. Solo in un secondo momento arriveranno le sanzioni decise dal collegio dei probiviri, che riguarderanno non solo Nugnes e De Falco ma anche, stavolta per il ‘dossier dl sicurezza’, Elena Fattori, Matteo Mantero e Virginia La Mura.

L’ex premier Matteo Renzi, senatore del Partito democratico, ha commentato: “Il Governo è stato battuto sul condono edilizio. Voglio dire pubblicamente grazie ai senatori Cinque Stelle che hanno avuto il coraggio di votare contro questa schifezza”.

Con l’uscita dei cinque ‘grillini’, la maggioranza di governo al Senato si ridurrebbe ad un solo voto.

S. R.

Europee. Nencini: difendere Ue da nazionalismi

Parlamento-Europeo-StrasburgoFermare il blocco sovranista e populista che alle elezioni europee del prossimo maggio potrebbe prendere la maggioranza dei seggi di Bruxelles. Una internazionale nera. Una saldatura tra movimenti e partiti xenofobi che incarnano l’opposto dei principi che hanno guidato e illuminato l’Europa dalla sua fondazione ad oggi. I sondaggi sono preoccupanti. Da Salvini in Italia alla destra estrema della Le Pen in Francia fino ai paesi del gruppo Visegard verso i quali non solo la Lega guarda con simpatia. Sono coloro che puntano sulla chiusura e l’isolazionismo a crescere nelle intenzioni di voto. In Francia il fronte di destra supera nelle intenzioni di voto il partito del presidente Emmanuel Macron. Il dato emerge da un sondaggio Ifop che attribuisce a La Republique en marche, il movimento fondato da Macron, il 19% dei consensi, in calo di un punto percentuale rispetto a fine agosto, mentre il Rassemblement National della Le Pen riscuote il 21%, in crescita di tre punti.

Dati che allarmano e che danno ulteriore linfa alla destra. Le ragioni sono molteplici. A cominciare dalla paura del cambiamento. Paura che i populisti cavalcano e che sfruttano. Non propongono soluzioni. Ma innescano meccanismi pericolosi basati su non-risposte. Questo il quadro che sarà sempre più evidente fino alle elezioni europee. “Tra un mese esatto – ha scritto Riccardo Nencini, segretario del Psi, in una lettera indirizzata a Maurizio Martina – parteciperemo assieme al congresso del PSE a Lisbona. Entrambi sosteniamo la candidatura di Timmermans  alla Presidenza della Commissione  europea, entrambi abbiamo applaudito il messaggio lanciato da Pedro Sànchez a Milano, teso a costruire una larga coalizione che si opponesse all’Internazionale nera e alle tante culture populiste che stanno crescendo in tutta Europa. Singole personalità, a cominciare da Romano Prodi, ci incitano a percorrere la stessa strada”.

Per Nencini, “dovremmo presentarci al congresso del PSE sostenendo la costituzione, in ogni paese dell’Unione, di una concentrazione europeista, ispirata ad un riformismo radicale, che vada da Tsipras a Macron, ai partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti. Non c’è solo la scadenza delle Elezioni Europee del 2019. C’è molto di più. La difesa di un’idea di giustizia e di libertà che rischiano di essere infangate. E c’è il dovere di cambiare l’Unione Europea per poterla meglio difendere dall’assalto del nazionalismo sovrano. Su questa strada,  ne sono certo, troveremmo anche nuove energie.  Dobbiamo semplicemente metterci in cammino”  ha concluso.

Ginevra Matiz

Locatelli: “Il disegno di legge Pillon va cancellato”

pillon1“Noi donne di ‘Se non ora quando’, diciamo di no al disegno di legge Pillon perché priva di qualunque laicità di principio e di fatto il diritto di famiglia e il diritto alla famiglia”. Lo afferma in un video pubblicato su Facebook, Pia Locatelli responsabile esteri del Psi. “Diciamo no – continua Pia Locatelli – perché va contro gli interessi dei minori, riduce figli e figlie a pacchi destinati a viaggiare da un posto all’altro aggiungendo al trauma della separazione dei genitori quello della privazione delle consuetudini. Diciamo no perché vergognosamente ignora la realtà dietro a molte separazioni e la pesantissima situazione italiana delle violenze domestiche nei confronti di donne di bambine e di bambini. Il disegno di legge Pillon – conclude – non va approvato, va cancellato”.

Intanto si susseguono in tutta Italia le manifestazioni contro il ddl del senatore leghista. Il PSI di Ravenna aderisce alla manifestazione del 10 novembre contro il DdL del sen. leghista Pillon sulla riforma del diritto di famiglia che ha l’obiettivo di rivoluzionare drasticamente l’affido dei figli in caso di separazione o divorzio. Una riforma contro le donne e contro la tutela dalla violenza in famiglia. L’Organizzazione delle Nazioni Unite si è espressa con toni di viva preoccupazione circa l’ipotesi che in Italia venga approvato un simile dispositivo che “viola la convenzione di Istambul sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e quella sui Diritti del Fanciullo”, approvata dall’Onu nel 1989 e legge in Italia dal 1991.
Sono davvero tempi cupi se chi ci governa in nome del cambiamento vuole cancellare le conquiste del passato!

Argentina Altobelli, storia di una socialista e sindacalista atipica

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Quello che segue è il racconto della vita di una conferenziera, di una sindacalista, di una donna socialista capo di partito nei primissimi anni del 1900. Nonostante l’esigua storiografia e l’altrettanto modesta raccolta di documenti nelle associazioni a lei dedicate, si snoderà, nelle righe successive, attraverso brevi ma essenziali momenti storici, il suo percorso di donna impegnata a tutto tondo nel sociale.

Argentina Altobelli nacque ad Imola nel 1866 da una famiglia permeata di ideali patriottici e liberali. Grazie al tessuto culturale dei genitori ben presto acquisì l’amore per la libertà che l’avrebbe portata poi a dedicarsi al perseguimento di un grande ideale di riscatto sociale. Dopo la distruzione della babilonica biblioteca di Argentina da parte della tata profondamente cattolica; in quanto la lettura e la cultura in generale erano considerate dalla Signora Annetta potenzialmente deleterie e corruttrici; iniziò a delinearsi quello che sarebbe divenuto il leitmotiv di tutta la sua attività di propagandista successiva: alfabetizzazione, istruzione e miglioramento culturale dei lavoratori come condizione necessaria per la loro emancipazione socio-politica. Aderì giovanissima alla società operaia femminile di Bologna che era diventato il sodalizio più importante della provincia, un’associazione a carattere cumulativo nata sotto il patrocinio della Società operaia.

Dopo gli eventi del 1898; il rincaro del prezzo del grano, sommossa popolare sedata col sangue di tre contadini in rivolta e non ultimo l’ostruzionismo parlamentare della sinistra al governo; si accentuò l’evoluzione in senso socialista della Camera del Lavoro. Una forte svolta, per quanto concerne l’amancipazionismo, fu senza dubbio il sostegno di Argentina al progetto di legge di Anna Kuliscioff (rivoluzionaria, sovversiva e passionale femminista, che si batté tutta la vita per la rivalsa e la libertà del popolo contadino russo) il quale, tra le altre cose, per la prima volta, introdusse il congedo di maternità. In seguito collaboreranno per la prima rivista di donne socialiste su scala nazionale La difesa delle lavoratrici edito nel 1912. Ma la scintilla della storia di Argentina Altobelli, brilla nel 1901 anno in cui aderisce alla nascita della FNLT, Federazione Nazionale Lavoratori della Terra a Bologna.

Dalla fondazione delle società operaie e di mutuo soccorso, al sorgere delle prime leghe di resistenza, alla nascita delle camere del lavoro, al 1906, anno in cui Altobelli venne eletta segretaria generale della Federazione fino al suo scioglimento avvenuto per mano fascista nel 1922. Sempre nel 1906 divenne dirigente del PSI ed aderì alla corrente integralista guidata da Ottino Morgari: essa voleva favorire la ripresa del consolidamento del riformismo a danno del sindacalismo reazionario. Sempre contemporaneamente a questi eventi continuava a collaborare con La Squilla, già organo ufficiale della FNLT. Le lotte e le rivendicazioni incessanti condotte da Argentina Altobelli dal 1889 al 1922 volte al miglioramento delle condizioni di vita per i lavoratori della terra, ad una maggiore attenzione rispetto al ruolo della donna nella società e alla sensibilizzazione del proletariato per i propri diritti, portarono all’ottenimento di grandi traguardi.

Le otto ore lavorative, l’approvazione della legge Carcano del Progetto Kuliscioff, la crescita vertiginosa della partecipazione delle donne nella vita sociale, il riconoscimento di un maggiore rispetto per chi lavora uomo o donna. Tutti aspetti questi che fecero di Argentina l’icona della militanza dell’idea socialista per i diritti dei lavoratori degli umili e degli oppressi. La sua partecipazione spirituale oltre che fisica a tutti i congressi e gli scioperi portò uno stimolo nuovo di coscienza di classe dei lavoratori. Inoltre la linea sindacalista riformista da lei propugnata contribuiva a fare di lei una sindacalista atipica a tutto tondo.

Il fatto stesso di non essersi mai piegata nemmeno di fronte alla proposta di Mussolini nei primi anni Venti del Novecento, di rimanere alla guida del sindacato che avrebbe assunto il nome di fascismo agrario, ribadisce il suo attaccamento alla libertà democratica tra cui quella sindacale e conferma la sua fermezza morale oltre che politica. La riscoperta, seppur tardiva, della figura di Argentina Altobelli ha consentito di apprendere appieno i sacrifici e le lotte dei lavoratori e dei loro rappresentanti. Aveva messo la sua vita al servizio dei lavoratori, aveva, attraverso i sui esperimenti di comunicazione arditi, provocatori e originali, sempre vigilato sui diritti collettivi, lavorando per spostare di un passo la soglia dell’ammissibile, del legittimo, del gusto e del buono. Argentina morirà povera a Roma durante gli avvenimenti della seconda guerra mondiale, nel 1942, e al suo funerale oltre alle centinaia di rose e garofani rossi aderiranno pochi compagni.

Giulia Fiaschi

STESSI DOVERI

vaticano ici“Abbiamo vinto anche noi. Sollevammo la questione già nel 2010. La Corte Europea ha imposto alla Chiesa di versare i soldi per l’Ici. Giusto così. E ora il governo si muova per recuperarli. Pare si tratti di almeno 4 miliardi di Euro”. Cosi Riccardo Nencini, segretario del Psi, comemnta, con un tweet la sentenza della Corte Ue con la quale si prevede che l’Italia debba recuperare l’Ici non versata dalla Chiesa. La Corte di Giustizia Ue infatti ha annullato la decisione con cui la Commissione europea ha rinunciato a ordinare il recupero di aiuti illegali concessi dall’Italia sotto forma di esenzione dall’imposta comunale sugli immobili, Ici, per gli enti ecclesiastici e religiosi.

La decisione è a seguito del ricorso presentato al Tribunale Ue dall’istituto d’insegnamento privato Scuola Elementare Maria Montessori (‘Scuola Montessori’) e da Pietro Ferracci, proprietario di un ‘bed & breakfast’, per chiedere di annullare la decisione della Commissione del 19 dicembre 2012. L’esenzione Ici alla Chiesa fu considerato come un aiuto di stato ma non ne ordinava il recupero, ritenendolo assolutamente impossibile. Inoltre in quell’occasione Bruxelles stabilì che l’esenzione Imu introdotta nel 2012 non costituiva un aiuto di Stato. Ma la Scuola Montessori e Ferracci ha lamentato, in particolare, che tale decisione li ha posti in una situazione di svantaggio concorrenziale rispetto agli enti ecclesiastici o religiosi situati nelle immediate vicinanze che esercitavano attività simili alle loro e potevano beneficiare delle esenzioni fiscali in questione. Il Tribunale ha dichiarato i ricorsi ricevibili, ma li ha respinti in quanto infondati.

La Scuola Montessori e la Commissione hanno dunque proposto impugnazioni contro tali sentenze. Con la sentenza di oggi la Corte di giustizia ha esaminato per la prima volta la questione della ricevibilità dei ricorsi diretti proposti dai concorrenti di beneficiari di un regime di aiuti di Stato contro una decisione della Commissione la quale dichiari che il regime nazionale considerato non costituisce un aiuto di Stato e che gli aiuti concessi in base a un regime illegale non possono essere recuperati. Nel rilevare che una decisione del genere è un ‘atto regolamentare’, ossia un atto non legislativo di portata generale, che riguarda direttamente la Scuola Montessori e il sig. Ferracci e che non comporterebbe alcuna misura d’esecuzione nei loro confronti, la Corte ha concluso che i ricorsi della Scuola Montessori e di Ferracci contro la decisione della Commissione sono ricevibili. Quanto al merito della causa, la Corte ha ricordato che l’adozione dell’ordine di recupero di un aiuto illegale è la logica e normale conseguenza dell’accertamento della sua illegalità.

Monsignor Stefano Russo, Segretario generale della Cei, ha così commentato: “Le attività sociali svolte dalla Chiesa cattolica trovano anche in questa sentenza un adeguato riconoscimento da parte della Corte di Giustizia Europea che, infatti, conferma la legittimità dell’Imu introdotta nel 2012 dall’Italia la quale prevede l’esenzione dell’imposta, quando le attività sono svolte in modalità non commerciale, quindi senza lucro. La sentenza odierna rileva che la Commissione avrebbe dovuto condurre una verifica più minuziosa circa l’effettiva impossibilità dello Stato italiano di recuperare le somme eventualmente dovute nel periodo 2006-2011. Le attività potenzialmente coinvolte sono numerose e spaziano da quelle assistenziali e sanitarie a quelle culturali e formative; attività, tra l’altro, che non riguardano semplicemente gli enti della Chiesa”.

L’esponente numero due della Conferenza Episcopale italiana ha ribadito: “Abbiamo ripetuto più volte in questi anni che chi svolge un’attività in forma commerciale, ad esempio di tipo alberghiero, è tenuto come tutti a pagare i tributi, senza eccezione e senza sconti. Detto questo, è necessario distinguere la natura e le modalità con cui le attività sono condotte. Una diversa interpretazione, oltre che essere sbagliata, comprometterebbe tutta una serie di servizi, che vanno a favore dell’intera collettività”.

Redazione Avanti!

Guido Mazzali, una vita tra socialismo e stampa

Nacque  a Suzzara  il 22 aprile del 1895 in una famiglia dedita alla  dura fatica dei campi, che non potè permettergli di proseguire gli studi oltre il livello primario. Lavorò prima come garzone in una bottega di fabbro, poi come commesso e nuovamente come garzone in una tipografia, e sempre venne apprezzato per  l’intelligenza che mostrava. A 16 anni cominciò a lavorare presso la Banca Popolare di Suzzara, successivamente passò alla locale Cooperativa di produzione e consumo. L’esperienza quotidiana, le letture e la riflessione gli permisero di acquisire  una  preparazione  sempre più solida, che egli seppe arricchire non poco, fino ad eguagliare e superare tanti che, maggiormente favoriti  dalle  migliori condizioni economiche, erano ricchi di studi regolari.

In  quegli anni cominciò a frequentare la Federazione mantovana del Partito socialista e nel contempo a collaborare alla stampa locale di orientamento socialista, mostrando  preparazione e acume.  Nel 1915 la stima di tanti compagni lo portò a divenire segretario della Federazione giovanile socialista,  su posizioni fortemente pacifiste e internazionaliste. Quando le forze politiche allora prevalenti in Italia  manifestarono la volontà di impegnare il paese nella  grande guerra,  si distinse per  la forte opposizione. Nel 1917  venne  chiamato alle armi. Per le sue posizioni politiche venne allora degradato da ufficiale, vigilato e impedito fino alla cessazione delle ostilità di svolgere ogni attività politica. All’indomani della guerra venne eletto segretario della Federazione  provinciale socialista di Mantova, ma di lì a poco lasciò questo incarico per passare a Capri dove diresse la Camera del Lavoro e il periodico “Falce e Martello”. Quando la violenza dei fascisti cominciò a imperversare nel mantovano, fu costretto a lasciare Carpi e passò a Milano, dove lavorò nella redazione dell’ Avanti”. Per qualche anno visse nel capoluogo lombardo, conciliando il lavoro per l’Avanti! con la collaborazione  ad alcuni periodici  democratici  tra cui era la gobettiana “Rivoluzione liberale”. Alla fede socialista  egli univa una profonda eticità, che ricavava da idealità politiche e religiose diverse, e in particolare dal protestantesimo, che conosceva e studiava da tempo  con passione. Nel 1926  pubblicò “Espiazione socialista – appunti per una storia critica del socialismo italiano”, un lavoro  stampato dalla Società Libraria Lombarda, in cui poneva in evidenza vittorie e sconfitte, successi ed errori del  movimento socialista in Italia, quando esso aveva già alle spalle una lunga storia di vittorie e sconfitte, successi ed errori e soprattutto aveva compiuto le  particolari esperienze del dopoguerra.

Nei successivi anni aderì a un “gruppo d’azione socialista” che guardava con favore alla riunificazione di massimalisti e riformisti, sogno e obiettivo di non pochi, concretatosi poi nel 1930. Per alcuni anni lavorò nel campo della pubblicità  e  si fece apprezzare per le notevoli conoscenze che rivelava nel campo dell’organizzazione sociale del lavoro, fondò la rivista “Linea grafica” e anche una casa editrice. All’inizio della seconda guerra mondiale subì la sorte di tanti antifascisti: venne infatti arrestato e poi internato a Vasto – Istonio, in quel di Chieti, e potè riavere la libertà solo dopo il 25 luglio del ’43. Ripresa l’attività politica, contribuì con Lelio Basso,  Lucio Luzzatto, Corrado Bonfantini alla nascita del Movimento di Unità Proletaria, che  poi, assieme ad altri gruppi, confluì  nel Partito Socialista. Negli anni della Resistenza curò e controllò la stampa clandestina del  partito  nelle regioni del Nord,  e diresse l’ Avanti! clandestino, alla cui redazione lavorava personalmente con grande tenacia e continuo rischio. Dal ’45 entrò nella direzione del Partito,  e diresse l’edizione milanese dell’Avanti!. Chiamato a far parte dell’amministrazione comunale di Milano in qualità di assessore, tenne a lungo l’incarico, e fu anche capogruppo socialista.

Le sue qualità e anche la sua posizione  di autonomista  all’interno del partito  lo portarono alla segreteria della federazioni provinciale e della federazione regionale. Eletto deputato  alla Camera  nel  1948, venne  rieletto nel  1953  e nel 1958 e dal  febbraio del ’59 al marzo del ’60  fece parte del governo in qualità di sottosegretario alla stampa e informazione. Morì a Milano  il 24 dicembre 1960.

Giuseppe Miccichè

NAZIONALISMO ETNICO

salvini dito

Il governo porrà la questione di fiducia al decreto sicurezza e immigrazione. Con l’intervento illustrativo del relatore, Stefano Borghesi, della Lega, l’Aula di Palazzo Madama ha iniziato l’esame del decreto sicurezza, già licenziato la settimana scorsa dalla Commissione Affari costituzionali del Senato.

Una decisione che semina perplessità e dissenso non solo nell’opposizione ma anche nella stessa maggioranza. “Senza la fiducia – afferma Paola Nugnes, senatrice ‘ortodossa’ dei 5 Stelle – avrei votato contro il provvedimento, che credo finirà per produrre più irregolari. Ma siccome mi aspetto che questo governo farà in futuro cose buone, nel momento della fiducia uscirò dall’Aula. Ma posso assicurare che tutti i miei colleghi, nel merito di questa legge, la pensano come me”. “La verità – aggiunge – è che non si vuol fare vedere che Fi e FdI votano a favore”. Insomma nel Movimento e della maggioranza cresce il malumore con l’avvicinarsi della votazione del decreto. Gregorio De Falco, ex comandante della capitaneria di porto famoso per lo scontro con Schettino (“Torni a bordo…”) e ora senatore M5S parla senza mezze parola: “Ci buttano fuori? Quando Di Maio dice o con me o fuori afferma un’idea padronale di un Movimento in cui oggi sembra venire meno la dialettica e la capacità di ascolto e risposta”.

Il decreto è fortemente voluto da Salvini che non ne vuole sapere di modifiche. Un decreto in cui mostra i muscoli appoggiandosi sulla convinzione che il pugno duro contro i poveracci e gli immigrati è la strada giusta per portarlo a una vittoria nelle europee di maggio. A nulla infatti è valso finora il pressing per ammorbidire l’articolo 1. Il cuore del decreto, quello che definisce le regole per ottenere una protezione “speciale” dallo Stato italiano e stabilisce per quanto tempo gli immigrati ne avranno diritto. “Non a caso si chiama ‘decreto Salvini'”, scandisce forte le ultime due parole uno dei collaboratori del ministro dell’Interno. E rivendica: “La trattative è finita, abbiamo chiuso i porti, come per l’Aquarius”.

Comunque vada, il Viminale ha già quantificato i tagli che subiranno i Centri di prima accoglienza da cui si accede direttamente dagli hotspot e dai porti di sbarco: da 35 euro per immigrato si passerà a 25. Una sforbiciatina, tanto per gradire. Enunciazione che sarà accompagnata da altre misure che vogliono dire ben poco ma si prestano alla propaganda: la linea dura contro chi fa “accattonaggio molesto”, multa fino a 20 mila euro ai parcheggiatori abusivi. E poco importa se la sanzione – a sentire chiunque abbia un minimo di competenza giuridica – nel 99% dei casi resterà sulla carta.

La questione è caldissima e Lega a doppio nodo i due azionisti di governo. Uno scambio ovviamente: il decreto sicurezza da parte e il reddito di cittadinanza dall’altra. Reddito che, entrato dalla porta della manovra, sta pian piano uscendo dalla finestra.

Ne parliamo con il segretario del Psi Riccardo Nencini.

Il decreto sicurezza arriva al Senato. Che idea ti sei fatto di questo provvedimento?
“Il Salvini pensiero – approda in Senato domani con il decreto sicurezza. Giuste alcune correzioni a vecchie norme ma la cornice del decreto richiama un nazionalismo etnico che affossa la società aperta”.

In che senso?
È un fatto che le società chiuse perdono in libertà e sono meno competitive. Accadrà anche all’Italia. Siccome l’emergenza sbarchi è finita, sul tavolo restano due problemi che il decreto non affronta: rimpatrio migranti irregolari e integrazione migranti regolari

Quali possono essere le conseguenze?
Vuol dire che viene tolta la protezione umanitaria. Significa far diventare irregolari almeno 60.000 migranti provenienti da paesi, quali il Mali, il Pakistan, il Gambia e il Senegal, con cui non abbiamo accordi per i rimpatri. Si premiano i centri accoglienza gestiti da privati. E i sindaci? Nemmeno coinvolti. Non si prevedono lavori socialmente utili in forma gratuita per migranti regolari. Non c’è nessuna norma che preveda la certezza della pena, cosicché chi delinque lo ritroviamo il giorno dopo sulla strada. Così non va.

Cambiamo argomento. Alluvioni e maltempo hanno messo in ginocchio il Paese. Tu sei stato viceministro alle infrastrutture nello scorso governo. Come bisogna procedere quando di verificano questi eventi straordinari?
Faccio solo una considerazione. Solo tre giorni fa il governo cancella l’abusivismo edilizio da Ischia e ieri piange le vittime siciliane spazzate via dal maltempo da una casa abusiva. Io avevo previsto fondi per censire le case abusive, il duo Salvini-Di Maio condona l’abusivismo a Ischia e utilizza per la sanatoria il dramma di Genova.

Toninelli vuole fermare la Tav. Buemi: irrespondabili

toninelli

Dopo le recenti vicende e proteste sulla TAP, il M5S cerca di recuperare il proprio elettorato con la TAV. Ma ormai, lo sfaldamento di M5S sarebbe già iniziato.

Con 23 voti favorevoli e 2 contrari il Consiglio comunale di Torino ha approvato l’ordine del giorno M5S che esprime contrarietà alla Tav ed ha chiesto di sospendere l’opera in attesa dei risultati dell’analisi costi/benefici.

L’assessore ai Rapporti con il Consiglio e all’Ambiente, Alberto Unia, ha detto: “La Giunta comunale è assolutamente favorevole a questo atto. L’atto dice solo che abbiamo bisogno di dati e di sapere se c’è una sostenibilità economica dell’opera”.

Si sono registrati momenti di tensione dinanzi al portone d’ingresso del municipio. Gli agenti hanno sbarrato l’ingresso creando una barriera tra i No Tav e un nutrito gruppo di manifestanti che invece sono a favore dell’opera. Fra questi il consigliere regionale di Forza Italia, Andrea Tronzano che ha detto: “Speriamo che (il presidente della regione) Chiamparino monitori la situazione e alla fine prevalga il buon senso”.

La seduta consiliare è stata sospesa per qualche minuto dal presidente a causa della protesta dei consiglieri di centrosinistra che hanno esibito cartelli con le scritte  ‘Torino dice Si alla Tav’. Tra i consiglieri, anche l’ex sindaco Piero Fassino. È stata convocata la conferenza dei capigruppo.

Questa vicenda che si è discussa ieri a Torino ha un valore nazionale. Per il movimento cinque stelle ha preso posizione il capogruppo alla Camera Francesco D’Uva, che ha affermato: “Nel contratto di governo abbiamo messo nero su bianco le nostre intenzioni rispetto alla Tav Torino-Lione e non c’è ragione di procedere diversamente. Nel rispetto degli accordi con la Francia, l’opera si ridiscute integralmente e intanto è in via di completamento, come previsto per tutte le grandi opere, l’analisi costi-benefici che, ricordiamo, il ministro Toninelli ha affidato a un pool di esperti indipendenti e qualificati. Anche in questo caso, il faro per noi è l’interesse della collettività a fruire di opere utili e non inutilmente dispendiose. Sull’Alta velocità Torino-Lione trarremo le nostre conclusioni alla luce dei risultati dell’analisi costi-benefici”.

A sostegno di quanto dichiarato da D’Uva, il leader dei cinque stelle, Luigi Di Maio, a Marcianise ha detto: “Con il vicepremier Matteo Salvini non c’è nessun chiarimento da fare: per quanto mi riguarda la Tav, quindi la rinegoziazione del progetto Tav è dentro il contratto di governo”. Di Maio era a Marcianise per la presentazione di Mercitalia Fast, il nuovo servizio merci ad alta velocità del Gruppo Fs Italiane.

Viviana Ferrero, consigliere al Comune di Torino per M5S ed esponente della No Tav della Valle di Susa, ha affermato: “Oggi per me come valsusina, e anche storica esponente del movimento No Tav, chiedere in aula come Comune di Torino al Governo di attuare una politica rigorosa pubblica e verificabile di analisi costi e benefici è un traguardo che dà significato a 20 anni di mia vita politica, non partitica, fatta di presidi, marce, articoli, dibattiti pubblici sul No Tav. E in questo momento voglio ringraziare proprio Alberto e Bianca Perino come simbolo di quella umanità che non ha mai smesso di credere a un modello diverso. Ringraziare i tecnici della commissione tecnica Torino Lione senza nominarli, ma con un ringraziamento singolo ad ognuno di loro, per aver portato avanti con determinazione la forza dei numeri. Tutto questo mi dà grande speranza. Dopo così tanto tempo è una speranza concreta e realizzabile”.

La Tav Torino Lione – commenta il responsabile giustizia del Psi Enrico Buemi – è stata decisa da tempo. I lavori sono in corso ormai da più anni. Non ci sono più giustificazioni per non realizzare l’opera di importanza strategica per l’Italia e l’Europa del sud. Chi si oppone ha la responsabilità politica giuridica ed economica dei danni che ne deriveranno. Il referendum sarebbe un alibi per questi irresponsabili debosciati”

Il fronte pro-Tav è capeggiato dagli imprenditori piemontesi appoggiati dalla Confindustria. Sullo stesso lato della ‘barricata’, in maniera insolita, PD e FdI. Circa duecento imprenditori e sindacalisti hanno partecipato al presidio davanti al Comune. Davanti al Palazzo di Città ci sono stati i presidenti delle nove associazioni d’impresa (Api, Unione Industriale, Amma, Ascom, Confartigianato, Cna, Confesercenti, Collegio Costruttori, Confapi) che sono entrati nella Sala Rossa (l’aula consiliare) per assistere al dibattito. Presenti anche la Cisl e la Fim. I rappresentanti degli imprenditori hanno incontrato Valentina Sganga, capogruppo del M5S a Palazzo di Città, e  poi i capigruppo degli altri partiti.

Al termine dell’incontro con le associazioni d’impresa, la capogruppo penta stellata al Comune di Torino, Valentina Sganga, ha detto: “È stato un primo momento di confronto che speriamo proseguirà. Ci è stato chiesto il rinvio della discussione dell’odg ma non ci sono ragioni perché questo avvenga. Quello che dispiace è constatare che solo oggi ci sia stata questa esigenza di incontro quando sono più di due anni che il Movimento 5 Stelle amministra la città”.

Sulla stessa linea, Andrea Russi, presidente della commissione consiliare Attività produttive, ha sottolineato: “Mi sarebbe piaciuto avere prima questo incontro. Abbiamo fatto ben due commissioni pubbliche a cui era  stato invitato il fronte del sì, ma nessuno si è presentato. Oggi le categorie hanno detto che l’opera è fondamentale, ma non hanno portato dati tecnici. Noi volevamo  un Consiglio aperto, ma minoranze hanno sempre votato contro”.

Ad onor del vero, si ricorda agli lettori che, nel Consiglio comunale di Torino, su 40 consiglieri, 23 sono del M5S e l’opposizione non ha nessun margine decisionale).

Gli imprenditori si sono mobilitati per opporsi a chi vuole lo stop della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione, considerata determinante per il futuro della città e della regione subalpina. E la sfida del mondo delle imprese ha trovato l’appoggio di esponenti del PD pronti a una iniziativa aperta a tutti i cittadini. Nella Sala Rossa si sono presentati con cartelli dalla scritta: “Sì Tav. Per Torino, per il Piemonte, per l’ambiente”.

Tra i presenti è stato notato anche l’ex senatore del Pd Stefano Esposito, da sempre sostenitore della grande opera. In consiglio comunale per le imprese si sono dati appuntamento Corrado Alberto, presidente API Torino, Dario Gallina, presidente dell’Unione industriale di Torino, Giorgio Marsiaj, numero uno dell’Amma, che riunisce le aziende metalmeccaniche, Maria Luisa Coppa, a capo dell’Ascom, Giancarlo Banchieri, alla guida di Confesercenti torinese. E poi Dino De Santis, presidente di Confartigianato, Andrea Talaia di Cna, Antonio Mattio, al timone del Collegio costruttori di Torino e Alessandro Frascarolo di Confapi cittadina.

La Confindustria ha ribadito con forza l’assoluta necessità di completare i lavori della Tav. Poi ha annunciato che proprio a Torino convocherà un Consiglio generale straordinario allargato alla partecipazione dei Presidenti di tutte le Associazioni Territoriali d’Italia per protestare insieme contro una scelta, il blocco degli investimenti, che mortifica l’economia e l’occupazione del Paese.

Maurizio Marrone, dirigente nazionale di Fratelli d’Italia e Augusta Montaruli, parlamentare FdI, hanno annunciato e ricordato: “Ottimo il segnale Sì Tav lanciato dai presidenti delle organizzazioni imprenditoriali con la loro partecipazione al Consiglio Comunale, ma purtroppo non è sufficiente, dal momento che la Sala Rossa è impantanata nel corto circuito ideologico del no-tutto a cinque stelle. La vicenda olimpica con le fiaccolate inascoltate di fronte a Palazzo Civico hanno già dimostrato l’irresponsabile sordità del Sindaco Appendino e della sua maggioranza. Per questa ragione, lanciamo un referendum propositivo comunale ad iniziativa popolare, ai sensi dell’art. 17 bis dello Statuto della Città di Torino, e invitiamo tutte le associazioni di imprese, artigiani, industriali, i sindacati dei lavoratori e le forze politiche che hanno a cuore lo sviluppo e l’occupazione del capoluogo piemontese a costituire insieme il Comitato Promotore ‘#nonperdereiltreno’, che il Regolamento comunale prevede essere di almeno dieci residenti torinesi. Già mesi fa avevamo proposto a Chiamparino di indire un referendum regionale, ma ha perso mesi di tempo con un incomprensibile attendismo. Ora, alla luce dell’immobilità del Consiglio Regionale e dell’ostilità ideologica del Consiglio Comunale torinese, siano i cittadini a riprendersi la parola con l’iniziativa popolare referendaria, dando una lezione ad una classe dirigente locale irresponsabile. Aspettiamo con fiducia le adesioni, a partire dalla Lega, che potrà così sciogliere una volta per tutte le ambiguità sulla Tav”.

Fortunatamente è emersa una trasversalità sulla Tav per difendere lo sviluppo e gli interessi del Paese che transitano anche dal miglioramento delle infrastrutture per i trasporti. E’ incomprensibile il negazionismo del M5S che cerca di immobilizzare il Paese e bloccare le opportunità di crescita (Olimpiadi a Roma, Olimpiadi invernali a Torino, Tav, Tap, Pedimontana, la Gronda a Genova, etc…).

Ma purtroppo, Danilo Toninelli, il ministro alle Infrastrutture ed ai Trasporti, durante la trasmissione televisiva ‘Porta a Porta’ ha dichiarato:  “Ci metteremo d’accordo con la Francia per non fare la Tav. Mi risulta che Macron abbia escluso la Tav dalle priorità infrastrutturali proprio dopo aver valutato costi e benefici. E non ha stanziato risorse per finanziare il percorso dalla galleria a Lione”.

Vespa gli aveva ricordato il protocollo firmato il 27 settembre 2017 da Gentiloni e Macron. Toninelli ha contestato la tesi del commissario per la Tav, Paolo Foiella, secondo cui il blocco dell’opera costerebbe all’Italia oltre due miliardi di risarcimento danni.

Il ministro Toninelli ha così risposto: “ Tutto sbagliato, io sto aspettando le risposte dei tecnici, ma sulla Tav si dovevano fare soltanto gallerie esplorative per la ricerca geognostica in modo da valutare i materiali necessari all’opera. Invece hanno fatto un buco grande quanto il tunnel. In ogni caso la geognostica è costata all’Italia soltanto 617 milioni. Il rimborso di due miliardi? Lo vedremo. Ma dalle prime avvisaglie direi che non è assolutamente una cifra che sta in piedi”.

Invece, il presidente dell’Unione Industriali di Torino, Dario Gallina, il numero uno di Assolombarda, Carlo Bonomi ed il presidente di Confindustria Genova, Giovanni Mondini, hanno lanciato un grido d’allarme in un appello congiunto dove hanno scritto: “Rimettere in discussione la Tav rappresenta un colpo mortale allo sviluppo del Nord Ovest. Se da una parte comprendiamo le esigenze di rispettare le promesse elettorali, d’altra parte c’è il diritto di tutti i cittadini italiani di vivere in un Paese che non venga penalizzato dal punto di vista sociale ed economico. Rimettere in discussione Tav e Terzo Valico è un colpo mortale alle possibilità di sviluppo del Nordovest, delle sue imprese, dei suoi occupati, della possibilità di realizzare una migliore coesione sociale. In queste ore decisive per le scelte del nuovo governo e dei territori, lanciamo insieme a nome di oltre 545mila imprese un grande appello alla responsabilità sul futuro del nostro Paese. Queste due opere infrastrutturali sono fondamentali e interconnesse. La prima supporta, sulla direttrice est-ovest, il surplus commerciale italiano di circa 10 miliardi di euro sui 70 complessivi di interscambio con la Francia, per oltre il 90% realizzato oggi via gomma, e consente anche, fatto importantissimo, la connessione alla Via della Seta, il grande asse che collegherà Oriente ed Occidente del mondo. La seconda sull’asse verso il Centro Europa abbatte il vantaggio finora conseguito dai porti nordeuropei sul primo porto commerciale container d’Italia. Alla politica locale e nazionale chiediamo di smettere veti ideologici, buoni forse in campagna elettorale, ma da cui deriva solo un aggravarsi del ritardo e dei costi logistici che frenano le imprese del Nordovest. Dateci la possibilità di far crescere questo Paese, dateci la possibilità di tornare a far grande l’Italia”.

A questo punto, cosa farà il governo sulla Tav? Lo sapremo il mese prossimo, forse entro la prima decade. Intanto, crescono sempre di più le tensioni interne al governo.

S. R.

A Foggia nasce un cartello antisovranista

foggia

A Foggia sono iniziate le manovre per le elezioni 2019. In un pomeriggio dello scorso fine settimana, a Foggia è andato in scena un fermento politico che ha alzato ufficialmente il sipario sulla campagna elettorale per le elezioni comunali 2019.

Nell’ambito del centrodestra, presso gli spazi del co-working D-Campus, a Foggia, è stato presentato il progetto partecipativo di ‘Manifesto per Foggia’. Un’idea nata da un gruppo di persone che si definiscono “accomunate dall’amore per la propria città e da  sentimenti comuni, primo tra tutti la volontà di non arrendersi a un certo retaggio fatalista, al “tanto a Foggia non cambia niente”. Provare quantomeno a fare qualcosa per cambiare le sorti, apparentemente catastrofiche e ineludibili, del nostro territorio”.  E’ nato così il Manifesto che prende vita dal passaparola, dai dibattiti, dagli incontri settimanali tematici  in cui ogni partecipante si propone di coinvolgere due giovani, arrivando alla costituzione di gruppi di lavoro e alla costituzione dell’Associazione.

Sario Masi, organizzatore del gruppo, ha dichiarato: “Non è una manifestazione né di destra né di sinistra, ma è il tentativo di far sentire la voce dei cittadini che si confrontano con idee e opinioni, discutono dei problemi e propongono progettualità per migliorare Foggia e il futuro delle nuove generazioni. Invitiamo tutti a partecipare, per formare una grande comunità, quella del buon senso”.

Sulla nascita dell’Associazione, Gianni Buccarella,  portavoce di Manifesto per Foggia, ha affermato: “Con un gruppo di amici siamo partiti dall’analisi dell’esistente, con uno sguardo critico verso il passato, per immaginare il futuro che ne sarebbe derivato. Foggia potrebbe non avere un futuro quale noi vorremmo”.

Partecipato soprattutto da consiglieri comunali e esponenti di partiti di centrodestra, dall’ex Ncd alla Lega (si è visto anche il presidente del consiglio comunale Luigi Miranda, che pare sempre più in avvicinamento a Salvini), il dibattito ha interessato diversi temi. Le conclusioni sono state affidate al Generale di Brigata Giuseppe Morabito, che, illustrando i dati del Centro Studi Macchiavelli, insieme ad un’analisi  della Fondazione Hume, ha esaminato l’evoluzione storica del crimine in Italia partendo dal 1988. Secondo Morabito, un immigrato irregolare delinque 57 volte di più. In quel 57 in più ci potrebbero essere i terroristi di ritorno come il terrorista che dopo Berlino è andato a Milano ed è tornato a Foggia. Il terrorista di Berlino aveva un biglietto per Foggia. Uno che torna vuol dire che è già stato, non torno a Foggia se non so che non mi possono aiutare. Per Morabito: “Il nemico ce l’abbiamo in casa”.

Invece, Giuseppe Maniero, alla Sala Fedora, ha lanciato il suo “Foggia in testa”, un format politico-culturale che si pone come obiettivo di costruire una proposta programmatica per il cambiamento della città. Maniero, distaccandosi da un centrodestra che avrebbe ormai rotto la sua connessione sentimentale con il popolo, ha lanciato la sfida al Movimento 5 stelle: “Costruiamo un contratto di governo anche a Foggia, senza padroni”. Una proposta che avrebbe spiazzato la base pentastellata, dividendola in due: chi ritiene che la ‘contaminazione’ vada fatta (se non altro lo impone il meccanismo del voto amministrativo), e l’ala ‘dura e pura’ che, invece, vuol mantenere intatta la ‘verginità’ del movimento. In questo dilemma si dibattono oggi i grillini, chiamati ad assumere una decisione per provare a capitalizzare quel 50% ottenuto a Foggia città alle politiche del 4 marzo. Qualche volto pentastellato ieri si è visto dalle parti di Mainiero. Curiosità o reale interesse per la proposta lanciata dal (ex?) consigliere Fdi, al momento non si sa. Il dibattito è stato costruito con interventi specifici di esperti su tematiche cruciali per Foggia: dai trasporti all’infrastrutturazione, economici e sociali. Maniero ha fatto sapere: “Seguiranno altri appuntamenti, ciò che vien fuori costituirà la proposta programmatica con la quale ci presenteremo alla città”.

A Foggia, con il Psi in campagna elettorale, si fanno le prove di intesa a sinistra per le elezioni europee, regionali e comunali 2019. I socialisti, riunitisi alla Vinatteria Bolla per la seconda festa provinciale dei Riformisti, hanno detto: “Serve costruire un cartello europeista per contrastare l’ondata sovranista”. All’incontro hanno partecipato  Piercamillo Falasca, consigliere nazionale di +Europa,  Massimo Paolucci, eurodeputato di Socialisti&Democratici ed il segretario cittadino del PSI, Leonardo De Santis. Ed è stato proprio il segretario del PSI di Foggia che, chiamando al confronto il Partito Democratico foggiano, ha lanciato la proposta: “Un cartello di forze antisovraniste che non esaurisca la sua funzione dopo le elezioni”.

L’interlocuzione con i dem foggiani sarebbe al palo, dopo aver subito una brutta battuta d’arresto in occasione della discussione sulle elezioni provinciali (con un Pd che ha fatto tutto da sé e le forze minori che hanno annunciato la loro diserzione dalle urne). La strada, non solo per il governo della città ma anche per la costruzione di un progetto serio ed alternativo, pare tutta in salita. Anche Luigi Iorio, della segreteria nazionale del Psi, ha insistito sulla necessità di un “cartello” non solo elettorale ma politico, che schieri le forze europeiste, il PD e una seconda lista laica, socialista, liberale, nel confronto aperto con le aggregazioni sovraniste.

Nel meeting dei Riformisti a Foggia, oltre al consigliere regionale Pino Lonigro, sono stati presenti il segretario cittadino dem, Davide Emanuele, il radicale Norberto Guerriero e Gianluca Ruotolo (Art 1).

Il successo dei riformisti nelle prossime competizione elettorale a Foggia, potrebbe dipendere dalle scelte che farà il Pd.

Ma, forse sarebbe meglio se i socialisti si presentassero a testa alta autonomamente dal Pd, portando avanti il ‘cartello antisovranista’.

Saro

CEFFONE AL POPOLO

balcone di maio governo

“Non era mai capitato a nessuno la bocciatura della manovra economica. Mai! Tutti d’accordo, anche i governi sovranisti alleati di Salvini. E ora? A giorni le agenzie di rating esprimeranno il loro giudizio sulla tenuta del debito italiano. Basta scendere di un livello – scalino ‘spazzatura’ – e l’acquisto dei nostri titoli di stato precipita. Bel casino”. Commenta così Riccardo Nencini, segretario del Psi, la bocciatura da parte della Ue della manovra economica. Nencini prosegue: “Mutui più cari, aumento del debito pro capite, investimenti in calo, fuga dei capitali, spread alle stelle. Meno posti di lavoro. Il governo reagisce attaccando l’Europa. La verità? La manovra non convince nessuno. Il ceffone al popolo lo sta dando il governo” ha concluso Nencini.

Ieri l’Unione europea ha bocciato la manovra del governo e subito dopo si è aperta una crisi istituzionale con la Presidenza della Repubblica. Inoltre sembrerebbe spaccato il centro destra con la Lega e Fratelli d’Italia che attaccano l’Ue e Forza Italia che la difende. Dunque, l’Italia è divisa tra europeisti ed antieuropeisti, ma la posta in palio è molto più alta. Sono in gioco la democrazia, l’Unione europea, le libertà dei popoli ed il loro benessere economico e sociale. L’invito dell’Ue a modificare la finanziaria è stato molto chiaro. Entro tre settimane il governo dovrebbe presentare una nuova proposta, ma già si sa che non ci sarà nessun cambiamento.

La Commissione europea ha scritto: “Le misure incluse nel documento programmatico di bilancio 2019 dell’Italia indicano un chiaro rischio di fare marcia indietro rispetto alle riforme che il Paese aveva adottato. In particolare, la possibilità di pensionamenti anticipati inverte la rotta rispetto a precedenti riforme delle pensioni che sottendono alla sostenibilità a lungo termine del consistente debito pubblico italiano. L’introduzione di un condono fiscale potrebbe scoraggiare il rispetto, già basso, delle norme fiscali, premiando implicitamente i comportamenti che non rispettano le leggi, compensando in gran parte l’effetto positivo del rafforzamento della fatturazione elettronica. Data la dimensione significativa dell’economia italiana nell’area euro, la scelta del governo italiano di aumentare il deficit di bilancio, sebbene debba far fronte alla necessità di affrontare problemi legati alla sostenibilità delle finanze pubbliche, crea rischi di ricadute negative per gli altri Stati membri dell’Eurozona”.

Il leader della Lega e vicepremier, Matteo Salvini, ha già puntualizzato: “La manovra non cambia. Dopo la bocciatura dell’Ue al provvedimento il governo italiano tira dritto. Da Bruxelles possono anche mandare 12 letterine, ma la manovra non cambia”.

Ma anche il sottosegretario all’Economia M5S, Laura Castelli, ha detto: “Non ci sarà nessuna revisione. Quella manovra è ciò che serve. Abbiamo detto la verità sui numeri e non facciamo come i Governi precedenti che sparavano cifre esilaranti per poi ottenere norme catastrofiche. Avete capito dalle dichiarazioni di Conte e di Tria la posizione”.

Salvini ha anche rincarato la dose: “Se insistono a tirare schiaffoni a caso mi verrebbe voglia di dare più soldi agli italiani. Tutte le manovre passate negli anni scorsi a Bruxelles hanno fatto crescere il debito di 300 miliardi di euro. Noi siamo qua per migliorare la vita degli italiani, mi sembra un attacco pregiudiziale, la contestazione principale è che non bisogna toccare la legge Fornero che è nel programma del 90% dei partiti tranne che del Pd: è un attacco all’ economia italiana perchè qualcuno vuole comprare le nostre aziende sottocosto”.

Poi, Salvini, sulla Rai ha detto: “Di Rai non ne parlo io, c’è un presidente ed un amministratore delegato che stanno cercando professionalità interne accantonate da anni anche per ragioni politiche. La Rai merita tanto e da spettatore, quando vedo che ci sono programmi pregiudizialmente schierati a sinistra cambio canale. Siamo il primo governo che ha l’informazione pubblica tutta contro, non faccio il ‘piangina’, tiro diritto ma spero che la Rai sia equilibrata e dia spazio a tante voci”.

Il premier Giuseppe Conte, riferendosi alla sua visita in Russia ha scritto: “Questa mattina all’Expocentre di Mosca ho incontrato gli imprenditori italiani. Donne e uomini preparati e vincenti che portano in alto il made in Italy in Europa e nel mondo. A loro ho ribadito che l’Italia è un Paese che gode di buona salute, i fondamenti della nostra economia sono solidi. Il Governo farà la sua parte per far crescere le imprese italiane. C’è un grande impegno in tal senso, come dimostrano anche le misure contenute nella manovra”.

Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil, ospite a Bologna del congresso della Camera del Lavoro, ha detto: “Se il Governo non apre il confronto, penso che dobbiamo essere molto netti e dare una risposta di mobilitazione e di iniziative. Ma dobbiamo essere altrettanto netti tra di noi e dirci che non è scontato, senza un lavoro preparatorio, che le masse ci seguano”.

Le provocazioni e le cadute di stile si ripetono in continuazione. L’eurodeputato leghista Angelo Ciocca, al termine di una conferenza stampa della Commissione a Strasburgo, ha messo la sua scarpa sopra i fogli che Moscovici aveva usato come traccia per il suo discorso sul documento programmatico di bilancio italiano. Il commissario Europeo agli Affari Economici e Finanziari, Pierre Moscovici, ha commentato: “L’episodio della scarpa made in Italy è grottesco. All’inizio si sorride e si banalizza perché è ridicolo, poi ci si abitua ad una sorda violenza simbolica e un giorno ci si risveglia con il fascismo. Restiamo vigili. La democrazia è un tesoro fragile”.

Sulla vicenda è intervenuto anche il vicepremier, Matteo Salvini che ha affermato: “Non voglio uscire dall’Europa, non voglio uscire dall’euro, voglio che i miei figli crescano in Europa. Non voglio sbattere le scarpe sui tavoli, però lasciate che gli italiani lavorino”. A chi gli ha chiesto del gesto dell’europarlamentare Ciocca, che ha simbolicamente ‘calpestato’ la relazione dei commissari sulla manovra italiana, Salvini ha tagliato corto: “L’Europa non la cambi con le provocazioni…”.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non è la prima volta che richiama il Governo ‘all’equilibrio di bilancio’ ma, martedì 23 ottobre, ha voluto declinarlo in una logica che non è quella dell’«astratto rigore» ma a tutela delle famiglie e del risparmio, in una prospettiva di «equità e con uno sguardo lungo sullo sviluppo». Si può dire che i suoi avvisi stanno diventando una goccia, ripetuti in ogni occasione possibile e con una finalità chiara: evitare che l’Italia vada a sbattere.

Non a caso Mattarella ha parlato della necessità di «scongiurare che il disordine della pubblica finanza produca contraccolpi pesanti anzitutto per le fasce più deboli, per le famiglie che risparmiano pensando ai loro figli, per le imprese che creano lavoro». Un rischio che c’è per una somma di ragioni: per le conseguenze di uno strappo con l’Europa; per l’indicatore dello spread che è tornato a sfiorare quota 320 e che comporta un aggravio di spesa pubblica a danno, di misure che potrebbero andare ai più svantaggiati; per il sistema del credito che è sotto pressione; per le previsioni sul Pil che molti istituti indipendenti danno sotto la quota prevista dal Governo. Insomma, è evidente che ci sono elementi di preoccupazione anche se non drammatici, anche se non di allarme.

Tra l’altro al Colle spetta la firma sulla legge di bilancio che nessuno mette in discussione anche se qualche valutazione inizia a essere fatta. Il punto è che lo stesso Governo (nella lettera alla Ue) dichiara apertamente di aver violato regole Ue che hanno piena copertura in Costituzione e dunque non è escluso che Mattarella possa dire qualcosa nel momento del suo via libera. Se quindi per il Governo la strada che si apre da qui a tre settimane è complicata, lo è pure per il capo dello Stato che ha l’obiettivo di portare verso una ricucitura con l’Europa con mediazioni che allenterebbero la tensione anche sui mercati, vero motivo di timore per il sistema.

Allora, quelle parole di ieri danno una mano a chi nell’Esecutivo vuole usare questo tempo per negoziare, davvero, con Bruxelles. È vero che tutti mostravano la faccia più dura, a cominciare da Di Maio e Salvini, ma nel premier così come in Tria e in una parte della Lega (sensibile alle preoccupazioni del Nord produttivo) e pure in alcuni settori dei 5 Stelle (area Fico) si punta a ritrovare un dialogo. Martedì dopo la bocciatura della Ue non era il giorno giusto per far intravedere cambiamenti sulla manovra, sarebbe stato un cedimento repentino verso Bruxelles, ma davanti ci sono tre settimane di trattativa e di “esame” dei mercati.

Ecco quella di Mattarella è la mano tesa a chi non chiude le porte a correzioni di rotta. Una sponda ai “dialoganti” della maggioranza ma collaborativa con tutto il Governo tant’è che in precedenza aveva subito firmato il decreto fiscale. Un richiamo in “pace” fatto per preparare il terreno a chi volesse cominciare un’opera di disarmo in una guerra con l’Ue dagli esiti incerti.

Ma nel governo giallo-verde c’è veramente qualche anima dialogante? E se invece non ci fosse ? Il governo si aspettava la risposta negativa dell’Ue. Dunque, è legittimo pensare che la manovra è stata volutamente congegnata provocatoriamente per finalità poco chiare ma diverse dalle demagogiche dichiarazioni per accattivarsi il consenso popolare.

Il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, intervenendo di fronte alle commissioni Esteri congiunte di Camera e Senato, ha sottolineato: “L’Unione Europea ci riserva una bocciatura sulla manovra e chiede un nuovo documento: ora l’Italia ha tre settimane di tempo per rispondere, con il Governo italiano che esclude comunque un nuovo documento. L’ultima parola spetta ai Parlamenti nazionali, la Commissione può comunque aprire una procedura per disavanzo eccessivo: queste sono le dinamiche istituzionali”.

L’esecutivo Lega-Movimento 5 Stelle è dunque convinto di “essere sulla strada giusta” come è stato confermato dal vice premier Di Maio. Non ci resta che attendere le prossime mosse. Lo scontro avverrà in Parlamento dove attualmente non ci sono i numeri per una modifica. Lascio immaginare ai lettori gli sviluppi ulteriori. Il proscenio è brutto assai.

Salvatore Rondello