Parma verso il voto.
La parola a Paolo Scarpa

parmaLe elezioni amministrative di Parma, incombono, la città Ducale ferve di eventi politici, chi ricorda ancora orgogliosamente le gesta degli arditi del popolo che protessero la città dalle squadracce fasciste di Balbo, chi vuole superare gli scandali Parmalat, Guru, il fallimento del Parma Calcio e gli arresti tra gli amministratori berlusconiani, chi infine vuole, osservato il presente, guardare avanti e indicare la strada per città del 2020, la Parma dei parmigiani nuovamente orgogliosi.

Diversi, saranno i candidati che proveranno a rimettere in moto la città del Parmigiano e del Festival Verdi, tra questi Paolo Scarpa. Lucidamente consapevole del “lavoro da matti” che andrà ad affrontare, profondamente convinto che il proprio amore per la sua Parma e  il coinvolgimento  di tutti i parmigiani sarà l’alchimia  vincente per traghettare la città fuori dal pantano di questi ultimi anni, l’Ingegnere di Parma, in una pausa tra una evento ed uno dei tanti incontri con i cittadini dei quartieri, ha voluto rispondere ad alcune domande per presentarsi ai lettori dell’Avanti!.

Paolo Scarpa, Lei si è candidato alle Primarie per Parma 2017 consapevole dell’impegno gravoso e della incredibile situazione in cui si trova ora la citta di Parma che vede sempre tanti cittadini in difficoltà, ci ricordiamo ad esempio della fiaccolata dei cittadini per difendere, dai tagli dell’Amministrazione,il servizio di integrazione scolastica ai disabili del 2015. Come dovrà essere curato, secondo Lei, in futuro, questo servizio essenziale per una collettività come Parma?

Le rispondo declinando quella che secondo me dovrà essere l’azione del futuro: welfare a indirizzo pubblico, fatto di competenze, responsabile, partecipativo e inclusivo attraverso l’ascolto e la condivisione con associazioni e famiglie. Quindi una governance pubblica in termini di coordinamento, controllo, verifica e soprattutto di formazione, che è cosa ben diversa dalla mera informazione. Parma ha un tessuto associativo che è la vera ricchezza della nostra comunità. Va ascoltato e reso effettivamente partecipativo dell’azione amministrativa. Senza dimenticare che il welfare pubblico deve sapersi servire del privato specializzato (es. cooperative sociali) in maniera equilibrata e attraverso bandi che prescindano da logiche del massimo ribasso. In questo contesto il volontariato deve essere sussidiario e non sostitutivo delle figure professionali necessarie. Serve poi una progettualità di medio/lungo termine. Dove reperire le risorse? Il Comune di Parma è penultimo fra i Comuni capoluogo dell’Emilia-Romagna per introiti legati al recupero dell’evasione fiscale: occorre dunque intensificare la lotta all’evasione fiscale e destinare prioritariamente le somme recuperate ai servizi sociali, educativi e assistenziali. Rispetto al debito contratto con le banche dalle amministrazioni precedenti, occorre un’efficace ricontrattazione al ribasso degli interessi corrisposti, richiamando gli istituti di credito alla propria funzione anche sociale, e occorre destinare prioritariamente il risparmio ai servizi sociali, educativi, assistenziali.

L’Avanti! è certamente uno dei giornali storici dei lavoratori Italiani, il lavoro è, con la famiglia, la base fondante della nostra Repubblica e della nostra società, essendo noto il suo interesse ed attenzione   alle politiche giovanili e alle politiche del lavoro, può raccontarci del  suo primo lavoro e come vede, in futuro, l’impegno dei giovani nel mondo del lavoro? 

Mi sono laureato in Ingegneria a Genova con una tesi sul restauro territoriale della Val Bisagno. All’Istituto di Urbanistica sono stato allievo di Mariolina Besio da cui ha imparato l’amore e l’attenzione che richiedono le fragilità del territorio. Ed è con l’istituto di Urbanistica che ho cominciato a lavorare, anni bellissimi e difficili perché come tanti ragazzi di oggi non venivo pagato. Credo sia importante coinvolgere i giovani nelle scelte che riguardano il futuro di una città che si trova in un momento decisivo della sua storia: Parma sceglierà nei prossimi cinque anni quello che sarà tra 30 e non è possibile lasciare i nostri ragazzi ai margini. Vorrei affidare loro un’agenzia perché possano impegnarsi per loro stessi e il bene della città. Un Comune non ha il potere di fare politiche sul lavoro, ma può impegnarsi affinché i problemi di coordinamento oggi esistenti vengano superati. Occorre istituire un “comitato per il lavoro” costituito da istituzioni locali, università, sindacati confederali, rappresentanze datoriali, che abbia come obiettivo quello di salvaguardare i livelli occupazionali e insieme immaginare un nuovo modello di sviluppo, aperto al contributo dell’associazionismo, in grado di raccogliere idee e progetti e di attivare un percorso di costruzione dal basso di una nuova identità economica del territorio ripartendo dalle nostre eccellenze manifatturiere, gastronomiche, culturali e ambientali. Ripeto: Parma sceglie oggi ciò che sarà domani.

Le famiglie sono , di fatto, gli ammortizzatori sociali che stanno, ancora, sostenendo il peso delle difficoltà dei cittadini, molte, troppe famiglie ,anche a Parma, sono sorrette dalle pensioni dei “nonni”, non crede che sia arrivato il momento di ridurre la pressione fiscale che grava sulle famiglie di Parma?

La crisi economica, l’impoverimento di molte famiglie, l’ampio ricorso ad ammortizzatori sociali, la perdita di posti di lavoro rischiano di lasciare ampiamente sottostimato il reale fabbisogno di servizi all’infanzia della città: ritengo dunque indispensabili un serio censimento dei nuclei familiari che non fruiscono di tali servizi unicamente per ragioni economiche e la difesa di un modello educativo fondato su qualità del servizio, professionalità degli operatori, equità di accesso e integrazione fra culture. Ovviamente la pressione fiscale va ridotta perché in questi anni il Comune di Parma ha scaricato sui cittadini un peso non più sostenibile. Pensi che a Parma le iscrizioni agli asili pubblici, che sono un vanto del nostro sistema educativo, calano in favore di quelle agli asili privati. Chi ha due figli a Parma per la materna paga in media 1.250 euro in più che a Modena, per il nido 1.500. Anche nei confronti della vicina Reggio Emilia i parmigiani risultano più tartassati. Dobbiamo intervenire perché avere dei figli non può essere considerato un lusso.

L’amministrazione pentastellata di Parma, prima dell’ammutinamento che ha portato Pizzarotti ad essere il “peggior nemico di Grillo”, ha voluto plasmare lo statuto del Comune seguendo i canoni dettati dal movimento grillino, sostituendo così i Consigli di Quartiere, espressione della democrazia rappresentativa, con i Consigli dei Cittadini Volontari tagliando fuori i partiti ed i sindacati. Visti i pessimi risultati ottenuti, evidenti sia nella costituzione degli stessi CCV per mancanza dei candidati che nella effettiva operatività successiva,  pensa di riformare, inserendolo nel suo programma elettorale, il sistema di partecipazione aprendo nuovamente ai tutti l’opportunità di far crescere Parma?

Credo che la costituzione dei CCV sia il più rilevante fallimento della giunta Pizzarotti. La tanto sbandierata partecipazione si è ridotta a una funzionalità di pura facciata, a un inganno bello e buono. Mi pare che se ne siano accorti tutti qui a Parma e che molti rimpiangano perfino il passato che non era esente da critiche. Come cambiare questo sistema inefficace? Penso che la presenza dell’associazionismo di quartiere nei consigli dei cittadini sia il primo passo. Parma è una città in cui le associazioni e il volontariato hanno una importanza decisiva nella struttura stessa della collettività e credo che debba essere riconosciuta a queste realtà una rappresentanza nei consigli. In secondo luogo va ripristinata l’elegibilità delle rappresentanze per ridare sostanza agli organismi che oggi ne sono privi.

Fra le proposte  di governo avanzate dal vincitore delle primarie socialista francesi, Benoit Hamon si può leggere una proposta interessante che potrebbe essere adattata ed applicata al contrario a livello locale :  la cosiddetta “tassa sui robot”. Questa tassa è un onere applicato alle attività produttive o terziare in rapporto alla automatizzazione che sostituisce il lavoro umano. Non pensa che il Comune  possa positivamente applicarla al contrario e cioè facendo pagare meno tasse locali in relazione al numero di maggiore occupazione regolare di lavoratori? 

Se anche Bill Gates propone una soluzione simile vuol dire che si tratta di un ragionamento aperto, ma non credo che la cosa possa essere affrontata e risolta in tempi brevi. Un Comune deve essere vicino alle aziende del tessuto produttivo locale e ai lavoratori e, a mio modo di vedere, il Patto per il Lavoro della Regione Emilia Romagna va nella direzione giusta: nuove politiche pubbliche che generano coesione sociale e sostenibilità. Una soluzione potrebbe anche essere lavorare seriamente sull’emersione del nero, che in alcuni settori è in prepotente ascesa anche perché l’Emilia Romagna è territorio sempre più penetrato dalle mafie. Il Comune ha costituito un osservatorio ma non mi pare che finora abbia dato un contributo consistente alla conoscenza delle attività a rischio. Eppure, stando ai dati diffusi dal ministero dell’Interno lo scorso agosto, a Parma sono state sequestrate sei aziende, 54 appartamenti, 78 tra box e magazzini, 16 terreni e sette beni patrimoniali di altro genere riferibili alla criminalità organizzata. Questi numeri, se da un lato dimostrano la necessità di procedere in tempi rapidi alla assegnazione dei beni per fini pubblici e sociali, dall’altro attestano che la nostra provincia è sempre più un territorio in cui le mafie hanno deciso di investire. L’interesse delle mafie ricade principalmente sul settore immobiliare e su quello finanziario, di conseguenza massima attenzione va posta al lavoro nero nell’edilizia e alle operazione finanziarie in odore di riciclaggio. Credo che su questo fronte convenga impegnarsi di più e in maniera concreta in collaborazione con le sigle sindacali per evitare che, un domani non troppo in là da venire, ci possiamo trovare tutti a piangere sul troppo tempo sprecato senza neppure la forza di reagire.

Per opinione comune l’amministrazione attuale, per  naturale inesperienza , ha governato la città con la convinzione che  scrivendo ed approvando regolamenti e norme con vincoli ed obblighi, si potesse  assicurare un buon governo . Effettivamente, oltre ad un nuovo Statuto Comunale sono state approvate  una serie infinite di regolamenti e discipline normative,  gli uffici ed i cittadini si trovano oggi a dover applicare circa 150 regolamenti comunali ed una miriade di articoli, che, non solo accrescono una burocrazia inutile (basta leggere il solo regolamento di polizia urbana) ma alla fine, di fatto, nessuno è in grado di conoscere ed applicare tutte queste regole: Pensa che occorra che la nuova amministrazione provveda  ad una razionalizzazione dei circa 150 regolamenti comunali?

Il regolamento di polizia urbana che lei cita è senz’altro uno strumento valido. Tanto per dire, prevede la possibilità di sanzionare alcuni illeciti con lavoro sociale. È chiaro però che una buona norma resta lettera morta se non c’è un organismo che la faccia rispettare e, nello specifico, quando sarò sindaco ho intenzione di istituire un gruppo di coordinamento formato da funzionari dei diversi settori della macchina comunale e di enti terzi (Asl, Arpa e Iren) e guidato dalla Polizia Municipale che si occupi di fornire una risposta in tempi rapidi alle segnalazioni dei cittadini. Non è fantasienza perché in molte città esiste e funziona bene, per esempio a Modena dove la pronta risposta dell’amministrazione ha messo un freno al degrado urbano. A Parma invece sembra che la situazione sia fuori controllo.

La città di Parma è passata dall’essere la Stalingrado dei 5 Stelle alla Caporetto di Grillo, tra un anno ricorrerà il centenario della fine della Seconda Guerra Mondiale, crede che potremmo aspettarci un moto di orgoglio dei parmigiani e di vedere in Parma la nostra  Vittorio Veneto?

La grandezza di Parma è nella sua storia civile caratterizzata da uno spirito ribelle, laico e cattolico insieme. La nostra città ha sconfitto sulle barricate le squadre di Balbo, ha liberato i matti, ha saputo mostrare un’intelligente indignazione agli scandali edilizi degli anni ‘70, ha costruito un’economia forte sulla cooperazione e sull’industria, ha fatto dell’impegno civile e della solidarietà un tratto sostanziale della sua identità. Di questa Parma vado orgoglioso e so che ha le capacità di proiettarci nel futuro. La Parma che ha eletto Pizzarotti è una città che ha reagito di pancia all’opacità dell’amministrazione che ha preceduto l’attuale sindaco. Noi dobbiamo tornare a essere un laboratorio e un modello di coesione sociale, senza scomodare i fasti di Maria Luigia per coprire le nostre vergogne e le nostre mancanze. A Parma ci sono le condizioni civili e le risorse perché tutti possano vivere bene: c’è ricchezza culturale, economica e validi sistemi di controllo sociale. Nella mia idea di città, il sindaco deve imparare a farsi carico della complessità dei problemi di tutta la comunità che amministra, perché i singoli attori non possono avere una visione comune né strumenti e risorse per affrontare e risolvere le criticità che attraversano il nostro tempo. Abbiamo bisogno di valorizzare progetti e idee per inaugurare un modo nuovo di fare amministrazione e riscoprire nella solidarietà e nell’impegno civile le qualità migliori della nostra gente. Quindi sì, sono convinto che Parma potrà premiare chi vuole impegnarsi per il bene comune con una proposta di rilancio seria.

Sappiamo che  nei prossimi giorni sarà presentato, dal consigliere Psi in seno al consiglio provinciale di parma, un odg che prevede l’attuazione degli articoli 41 e 46 della costituzione italiana e quindi l’adeguamento degli statuti delle società partecipate della provincia di parma al sistema di gestione che ha portato ottimi risultati in Germania, l’intento politico  è chiaramente quello di offrire a  diverse centinaia di dipendenti e lavoratori l’opportunità di  contribuire con efficacia alle attività svolte per  l’ente, garantendo certamente anche una nuova e migliore trasparenza. Non ritiene indispensabile per il futuro introdurre, finalmente, anche alle oltre 30 partecipate del comune di Parma, un sistema di cogestione che possa garantire ai cittadini di parma la trasparenza e la correttezza delle attività prestate alla città?

Il sistema di cogestione  ha certamente apportato all’economia tedesca effetti straordinariamente  positivi in  questi ultimi cinquant’anni. Fu introdotto nel settore minerario negli anni ’50, ma solamente alla  fine degli anni ’70 fu  esteso a tutte le aziende nazionali dall’amatissino presidente e premio Nobel per la pace, Willy Brandt. La situazione dei lavoratori delle partecipate del Comune di Parma non è certamente paragonabile alla situazione dei minatori della Rhur degli anni ’50, ma serve l’azione decisa della prossima amministrazione. Credo fortemente che  assicurare nel tempo, la trasparenza dell’azione amministrativa sia  l’impegno  fondamentale che assumerò con i parmigiani. Uno strumemento di partecipazione dal basso può rivelarsi strategico per permettere sia agli utenti sia ai lavoratori di partecipare direttamente negli organi direttivi degli enti di servizio, rappresentando effettivamente gli interessi della città.

Cristiano Manuele

DIRITTO DI SCEGLIERE

testamento bioDopo il disperato appello al presidente Mattarella, Fabo ha scelto la Svizzera per mettere fine alle sue sofferenze. Tetraplegico e cieco, dopo anni di terapie senza esito, Fabo si è rivolto, come altri prima di lui, all’Associazione Luca Coscioni e accompagnato da Marco Cappato, che rischia fino a 12 anni di carcere per il reato di aiuto al suicidio, si è tolto la vita mordendo un pulsante per attivare l’immissione del farmaco letale. Una decisione che ha riaperto il dibattito sul fine vita e su una legge che da anni attende il varo del Parlamento. Ora c’è un testo, approvato dalla Commissione Affari sociali che dovrebbe arrivare in Aula la prossima settimana, ma visti i precedenti (siamo già al terzo rinvio), il condizionale è d’obbligo. Ne parliamo con Pia Locatelli, capogruppo PSI alla Camera e coordinatrice dell’Intergruppo per il testamento biologico.

La scelta di Fabo può servire per accelerare l’approvazione della legge?

Quello di Fabo è un caso molto delicato e la sua decisione merita senza dubbio rispetto. Occorre però essere molto chiari, proprio per non fornire armi a chi non vuole che si approvi il testo in discussione in Parlamento: la legge sul testamento biologico, anzi sulle DAT disposizioni anticipate di trattamento (questo è il nome del provvedimento) non ha nulla a che vedere con l’eutanasia. In Commissione Affari sociali, grazie al lavoro della relatrice Lenzi, abbiamo approvato un testo molto equilibrato che permette ai cittadini di scegliere a quali cure sottoporsi anche quando non saranno più in grado di esprimere la propria volontà.

Il diritto a scegliere le cure però è già sancito dalla Costituzione…

Si lo è. Io posso scegliere se sottopormi o meno a un intervento, se seguire o meno una cura, se sottopormi o meno a una trasfusione. La cosa paradossale è che nel momento in cui non sono più in grado di esprimere la mia volontà questo diritto viene meno e decidono altri per me. Con la legge che stiamo discutendo ognuno potrà dichiarare anticipatamente le proprie volontà e queste volontà dovranno essere rispettate.  Naturalmente le decisioni sono reversibili e si avrà sempre la possibilità di modificarle.

Se la politica si fosse mossa prima Fabo avrebbe potuto evitare di andare a morire in esilio?

No. La sua situazione non sarebbe cambiata né con la legge che stiamo andando ad approvare, ma neanche con le altre leggi, molto più avanzate, che sono in vigore in alcuni Paesi europei. Anche in quegli Stati dove è in vigore l’eutanasia, e ripeto da noi non è neanche in discussione una legge che la preveda, per potervi accedere sono necessari alcuni requisiti come quello di essere un malato terminale. Fabo non  lo era. Aveva un gravissimo handicap che gli procurava infinite sofferenze, ma non era in fin di vita e non era affetto da una malattia degenerativa che poteva portare al peggioramento delle sue condizioni. Nel suo caso, volendo porre fine alla sua vita,  poteva ricorrere, come ha fatto, solo al suicidio assistito.

Alcuni cattolici però sostengono che anche nel testo in discussione alla Camera si autorizza l’eutanasia.

Non è affatto vero e i cattolici che si oppongo a questo testo, che non sono tutti i cattolici, lo sanno benissimo. Sinceramente non mi aspettavo questa chiusura e questo duro ostruzionismo su un testo che è volto a ottenere il maggior consenso possibile. La stessa Chiesa si è pronunciata più volte contro l’accanimento terapeutico e a favore delle cure palliative. Nel Catechismo del 1993 c’è scritto che l’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non impedirla. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente. Mentre nella la Nuova carta degli operatori sanitari presentata dal Vaticano una quindicina di giorni fa si conferma  l’eticità della sedazione palliativa profonda. In realtà sono cose che già esistono e che vengono praticate, con la legge sulle DAT non ci inventiamo nulla di nuovo vogliamo solo che quello che già si fa abitualmente in alcune strutture possa essere accessibile a tutti.

Ci sono state infatti molte sentenze come quella del caso Piluddo dove un giudice ha stabilito di spegnere i macchinari, o come quella recente di Montebelluna dove un malato terminale è morto sotto sedazione profonda. A cosa serve dunque una legge?

Serve per fa sì che non sia più necessario ricorrere a un giudice per vedere rispettato un proprio diritto, e che questo diritto sia accessibile a tutti e non solo ai malati che hanno la fortuna di imbattersi in strutture dove già si applicano le cure palliative.

Riuscirete ad approvarla in questa legislatura?

Me lo auguro. Alla Camera dovremmo essere in dirittura di arrivo. Il problema potrebbe essere al Senato. Certo non approvare la legge vorrebbe dire dover ricominciare tutto da capo e venir meno alle richieste di cittadini e cittadine che da anni, troppi, ci chiedono di veder rispettato il loro diritto di poter scegliere fino alla fine.

Ricordando Sandro Pertini ventisette anni dopo

Sandro-Pertini-Quando Sandro Pertini, dopo la conclusione del suo settennato al Quirinale nel 1985, mise piede al Senato si iscrisse subito al gruppo socialista. Il suo presidente Fabio Fabbri lo accolse per ringraziarlo e Sandro, burbero com’era, gli rispose: “E dove volevi mai che m’iscrivessi?”. Rammento questo emblematico episodio perché di Pertini si ricordano sempre due storie: quella del valoroso ed eroico antifascista e quella del popolare, amatissimo presidente degli italiani. Raramente si accenna al fatto che Pertini sia stato socialista quasi tutta la vita. Nato nel comune di Stella (Savona), studiò al Liceo e poi si laureò in giurisprudenza. Dopo aver combattuto valorosamente durante la prima guerra mondiale, a tal punto da meritare una proposta di medaglia d’argento, forse anche a seguito delle frequentazioni fiorentine di Salvemini e Rosselli, Pertini si iscrisse al Psu di Turati. E della fuga di Turati, nel 1926, verso l’esilio parigino, assieme a Parri e Rosselli fu promotore. Era già stato condannato in patria per attività antifascista e per tentativi di promuovere reti socialiste clandestine, anche per questo si trattiene, contrariamente a Rosselli e Parri, in Francia, prima a Parigi e poi a Nizza dove lavora anche come muratore. Nel 1929 ritorna in Italia e la gira e in lungo e in largo per organizzare i socialisti rimasti in patria, ma viene scoperto e condannato. Nelle diverse isole che frequenta c’è Turi dove conosce Gramsci e si lega a lui d’amicizia. Qui le sue condizioni di salute peggiorano e nel 1931 la madre chiede la grazia. Non l’avesse mai fatto. Sandro le scrive tra l’altro: “Perché mamma, perché? Qui nella mia cella di nascosto, ho pianto lacrime di amarezza e di vergogna – quale smarrimento ti ha sorpresa, perché tu abbia potuto compiere un simile atto di debolezza? E mi sento umiliato al pensiero che tu, sia pure per un solo istante, abbia potuto supporre che io potessi abiurare la mia fede politica pur di riacquistare la libertà. Tu che mi hai sempre compreso che tanto andavi orgogliosa di me, hai potuto pensare questo? Ma, dunque, ti sei improvvisamente così allontanata da me, da non intendere più l’amore che io sento per la mia idea?”.

La vita di Sandro Pertini trascorre tra un carcere e l’altro, tra un confino e l’altro fino alla caduta del fascismo. Nell’agosto del 1943 é libero. Poco dopo partecipa alla fondazione del Psiup, nato dalla fusione del vecchio Psi col Mup di Lelio Basso. Ne diviene vice segretario con Andreoni, mentre Pietro Nenni é segretario. Poi, dopo l’8 settembre, partecipa alla resistenza armata di Roma contro l’invasione tedesca. Il 15 ottobre, nuovamente in clandestinità, viene catturato dalle SS assieme a Giuseppe Saragat, e condannato a morte per la sua attività partigiana, ma la sentenza non viene eseguita grazie all’azione dei partigiani delle Brigate Matteotti che, il 24 gennaio 1944, permette la loro fuga dal carcere di Regina Coeli.

Pertini stesso narrò in seguito questi fatti anche in un’intervista concessa ad Oriana Fallaci nel 1973, aggiungendo che dovette impuntarsi per far uscire insieme a lui, Saragat e Andreoni, anche i badogliani, e che quando Nenni lo seppe sbottò: «Ma fate uscire Peppino! Sandro il carcere lo conosce, c’è abituato». Pertini fu a Roma fino al maggio del 1944 poi vi ritornò dopo la liberazione della capitale in giugno. Eroico fu il suo comportamento durante l’insurrezione di Firenze alla quale partecipò e quella di Milano dove fu parte del Clnai, che promosse l’insurrezione dell’aprile del 1945. Nel Psiup dell’immediato dopoguerra Pertini fu segretario con Nenni presidente. Al Congresso di Firenze dell’aprile del 1946 Pertini con Ignazio Silone presentò una mozione che coi voti di Critica sociale di Saragat fu maggioritaria e su posizioni autonomiste. Pertini, poi, dopo la ripresa del partito da parte del gruppo Nenni, Basso, Morandi, tentò invano di evitare la scissione di Palazzo Barberini del gennaio del 1947. Dopo la sconfitta del Fronte popolare Pertini fu alla guida, con Riccardo Lombardi, della mozione di Riscossa socialista, antifrontista, che al congresso di Genova dell’estate del 1948 conquistò la maggioranza eleggendo Alberto Jacometti segretario e Riccardo Lombardi direttore dell’Avanti. Nel 1946 era stato eletto deputato del Psi alla Costituente, nel 1948 fu senatore e anche presidente del gruppo senatoriale socialista. Dal 1949 al 1957 fu nella direzione del Psi e dal 1952 al 1954 fu direttore dell’Avanti.

Poi, nel 1968 fu il primo non democristiano ad essere eletto presidente della Camera dei deputati, carica che mantenne fino al 1976. Nel 1978 fu eletto dalla maggioranza di unità nazionale presidente della Repubblica, a pochi mesi di distanza dall’omicidio di Aldo Moro, che Pertini volle ricordare nel discorso di insediamento. Durante il settennato di Pertini, si ricordano numerosi episodi di contatto, di fraternità, di vicinanza tra Quirinale e popolo: l’attacco sanguinoso del terrorismo, la strage di Bologna, l’episodio di Vermicino, la vittoria dell’Italia ai mondiali, l’attentato di Sambenedetto Val di Sambro del 1984. Pertini é ricordato per la sua schiettezza, per un modo di comunicare diretto e fuori dagli schemi del tempo. Ma niente può oggi cancellare, a 27 anni di distanza, la sua fede e militanza socialista. E’ bene che nessuno se lo dimentichi.

Mauro Del Bue

Socialisti e comunisti. La storia all’opposto

Sembra che in Italia il muro di Berlino sia caduto all’incontrario. Anziché travolgere i comunisti, che pure nel novembre del 1989 decisero di cambiare nome, ha travolto i socialisti, che non ebbero l’avvertenza di comprendere che l’ottantanove italiano riguardava anche loro. Cosí anche nel giudizio sul passato un partito, che si é poi più volte rifondato e unificato fino a diventare Pd, ha salvato non già la tradizione socialista democratica che ha avuto ragione nella storia, ma la tradizione comunista che ha avuto torto. Nelle pareti delle sezioni del Pd campeggiano (e figurarsi adesso in quelle degli

Filippo Turati

Filippo Turati

scissionisti) i ritratti di Gramsci, di Berlinguer, di Nilde Iotti e in qualcuna anche quello di Togliatti. Qua e là inframmezzate dai volti di Moro e di La Pira per accontentare gli ex democristiani. Può anche essere che in taluni casi sia esposta una foto di Pertini, ricordato più come presidente degli italiani e come antifascista, che come socialista. Un’intera storia, quella che partendo da Turati arriva a Saragat, a Nenni, a Craxi, viene oggi ignorata o almeno offuscata. Spero che non si insegni questo a scuola. Che non si riprenda quel che ho ascoltato durante il recente referendum costituzionale, e cioè che nel 1946-48 la Costituzione fu una mirabile sintesi delle posizioni democristiane e comuniste, quando invece alla Costituente eletta il 2 giugno del 1946 i socialisti, col 20,6%, superavano i comunisti, fermi al 18,9%. Oppure che non si avvalli la tesi secondo la quale le uniche forze che combatterono il fascismo furono quella comunista e quella cattolica, come si é detto in tanti, troppi 25 aprile, dimenticando le brigate Matteotti, le nobili e tragiche figure di Rosselli, Buozzi e Colorni, il Centro interno di Morandi, il partito in esilio di Nenni, Tasca, Silone e Saragat. E negando ancora la verità della storia.

L’errore della scissione del 1921

Se nonostante tutto continuo a occuparmi di politica é per combattere questa deformazione. Per ribaltare questa errata convinzione. Lo faccio con ricerche, libri e dirigendo l’Avanti! in versione online. Si tratta della più vergognosa e inaccettabile ingiustizia subita da un popolo e da un’ideale. Dunque diamo una veloce scorsa a questa storia italiana, a questo conflitto a sinistra che diede un esito nel 1989, poi addirittura clamorosamente capovolto. Partiamo dal duro scontro del 1921 che a Livorno partorì la scissione voluta da Mosca e riconosciamo che questa non fu dovuta all’adesione al bolscevismo, che unificò il Psi già al congresso di Bologna nel 1919, con l’eccezione dei riformisti, ma alla supina accettazione da parte dei “comunisti puri” dei 21 punti di Mosca, tra i quali il cambio del nome da socialista a comunista e l’espulsione dei riformisti. Il Pcdi che si formò aveva intenzione di impiantare i soviet in Italia, di instaurare un regime simile a quello sovietico. Si proclamò la rivoluzione fino a che non arrivò il fascismo.

La posizione di Turati e la teoria del socialfascismo

Chi aveva ragione nel 1921-22 tra i riformisti e i comunisti? Umberto Terracini avrà l’onestà di riconoscere che aveva ragione Turati. Fu Turati, col suo mirabile discorso del 1920 “Rifare l’Italia”, a immaginare un governo progressista (con le elezioni del 1919 socialisti e popolari detenevano la maggioranza assoluta alla Camera). I massimalisti e i comunisti si opposero ovviamente a qualsiasi collaborazione e contaminazione. Così in Italia si aprirono le porte al fascismo, che i comunisti non consideravano un nemico peggiore del liberalismo. Addirittura, fino all’avvento di Hitler in Germania, nel 1933, i comunisti, sull’onda di una parola d’ordine lanciata dal Comintern, considerarono i socialisti “l’ala di sinistra della fascistizzazione” (teoria del socialfascismo).

I socialisti condannarono i processi di Mosca del 1938 e il patto Ribbetrop-Molotov del 1939. I comunisti no

Giuseppe_SaragatMosca, e quindi i comunisti italiani, seppero ravvedersi lanciando la politica dei fronti popolari. Ma ebbe o no ragione Nenni a condannare i processi di Mosca del 1938, al contrario di quel che fece Ercoli, cioé Togliatti, mentre il Psi di Tasca e Saragat seppe condannare Stalin dopo l’accordo nazista-sovietico del 1939 sulla divisione della Polonia e l’aggregazione all’Urss delle repubbliche baltiche, il patto Ribbentrop-Molotov, coi comunisti appiattiti sulle direttive impartite da Mosca, con l’unica eccezione di Terracini. Fino all’operazione Barbarossa del giugno del 1941 i comunisti consideravano equidistanti le parti in conflitto, cioè la democrazia e il nazi fascismo. Poi la svolta dopo l’invasione dell’Urss da parte degli eserciti tedeschi. Se questa non fosse avvenuta i comunisti avrebbero combattuto il nazifascismo? Domanda lecita. Certo la storia non la si fa coi se. Resta il fatto che il comportamento comunista, che diverrà anche eroico durante la resistenza, fu alquanto ambiguo tra l’agosto del 1939 e il giugno del 1941.

Il socialismo umanitario di Saragat contro il filo sovietismo di Togliatti

Già abbiamo approfondito il conflitto politico tra Saragat e Togliatti, con Nenni e il Psi ancora filo comunisti. Oggi tutti più o meno, eccetto Bertinotti e qualche tardo-comunista, ammettono che Saragat aveva ragione nel 1946 a contrapporsi al comunismo sovietico, allo stalinismo di cui era ancora imbevuta la maggior parte della sinistra italiana. Certo il suo Psli, poi Psdi, dovette fare i conti con la governabilità e il rapporto di collaborazione con la Dc fece perdere al partito il suo smalto autonomistico iniziale e quell’eresia libertaria che gli avevano dato i giovani di Iniziativa socialista. Resta il fatto che ispirarsi all’umanesimo socialista, vedasi una figura come Mondolfo, e non al leninismo, per di più in versione staliniana, fu giusto, opportuno, preveggente. Su questo non c’é discussione. Ma solo oggi.

Nenni e la condanna dell’invasione sovietica all’Ungheria del 1956 che Togliatti approvò

nenni-legge-lavantiQuando, a seguito del XX congresso del Pcus e delle clamorose rivelazioni di Kruscev sui crimini di Stalin, Nenni prese le distanze da Togliatti e mise il dito sulla piaga affermando che il problema non era l’uomo, ma il sistema e quando poi, nell’autunno, ancora Nenni condannò l’invasione sovietica in Ungheria, mentre Togliatti e il Pci furono dalla parte dei carri armati, la ragione da che parte stava? Anche su questo i post comunisti, decine d’anni dopo, ammettono l’errore e sostengono che aveva ragione Nenni. Allora, però, il Pci mise sotto sorveglianza politica un dirigente sindacale come Di Vittorio e costrinse Giolitti a rompere e assieme a molti uomini di cultura ad aderire al Psi, allora peraltro segnato da una lotta interna con la sinistra filo comunista, sorretta dal Pci e finanziata da Mosca, sinistra che nel 1964 darà vita a un nuovo partito, il Psiup, indebolendo così il primo governo di centro-sinistra e il processo di riunificazione socialista.

Quando il Psi diede vita al centro-sinistra il Pci si oppose

Quando, dopo i drammatici fatti del luglio del 1960, il Psi di Nenni, per appoggiare la formazione di un esecutivo alternativo alla destra, favorì, con un’astensione, la nascita del governo Fanfani, quello cosiddetto delle convergenze parallele, e poi del primo governo di centro-sinistra, ancora presieduto da Fanfani, che portò alla scuola media unica e alla nazionalizzazione dell’energia elettrica, ma anche al piano casa e alla riforma agraria, il Pci iniziò un’opera tesa “a mietere nell’orto del vicino”, e quando si formò il primo governo organico di centro-sinistra, con la partecipazione diretta del Psi al governo presieduto da Moro e con Nenni alla vice presidenza, i comunisti appoggiarono direttamente la scissione del Psiup. Il centro-sinistra che ha portato all’Italia riforme strutturali, come lo statuto dei lavoratori, le regioni, l’abolizione della mezzadria, la riforma sanitaria con l’istituzione del servizio nazionale gratuito, ha avuto nel Pci, assieme alle destre, un avversario strenuo e spesso prevenuto.

Il Psi in prima fila sui diritti civili negli anni settanta, il Pci preoccupato

Quando in Italia si aprì la grande stagione delle lotte per i diritti civili, a cominciare da quella per il divorzio, i socialisti, assieme ai radicali, nonostante il condizionamento politico dovuto alla collaborazione di governo con la Dc, furono in prima fila. E’ a Loris Fortuna e al liberale Baslini che si deve la legge sul divorzio, mentre i comunisti si attardavano in preoccupazioni di retroguardia sul ruolo dei cattolici. Ricordiamo l’iniziativa della senatrice Carrettoni per evitare il referendum, poi vinto dalla cultura e dalla intransigenza laica. E quando, ancora Loris Fortuna, dopo le lotte radicali e socialiste, presentò la legge sull’aborto, ricordo bene le preoccupazioni comuniste, allora condite con la strategia del compromesso storico e i governi Andreotti. Poi il referendum vinto, con ancora più margine di quello sul divorzio, ha fatto piazza pulita di tante incertezze.

Berlinguer per il compromesso storico, il Psi per un’alternativa socialista europea

E quando il Pci lanciò il compromesso storico sostenendo, dopo il colpo di stato in Cile del settembre 1973, che col 51 per cento non si può governare i socialisti italiani risposero che col 51 per cento le forze socialiste democratiche governavano in mezza Europa e che la cosa che complicava la situazione della sinistra italiana era proprio la presenza del più forte partito comunista d’Occidente. Quando il Psi di Craxi intensificò i suoi rapporti coi partiti dell’eurosocialismo il Pci di Berlinguer oppose l’eurocomunismo, il comunismo mediterraneo ove, se si eccettuano quello dello stesso Berlinguer e il piccolo partito spagnolo di Santiago Carillo, non esistevano partiti comunisti autonomi da Mosca. Così Berlinguer fu costretto a elaborare la fumosa terza via, mettendo sullo stesso piano comunismo e socialdemocrazia e inventando un’isola che non c’é.

Il Psi per la salvezza di Moro, il Pci per la fermezza

Quando venne rapito Aldo Moro, nel marzo del 1978, si misurarono due posizioni. Quella del Pci di Berlinguer e della Dc di Zaccagnini e Andreotti era per l’intransigenza assoluta ben sapendo che in quel modo si sarebbe sacrificata la vita dell’ostaggio, invece quella del Psi, ma anche di Saragat, metteva al primo posto la necessità di salvare l’uomo. La verità é che la linea dell’intransigenza si abbinò alla più assoluta inefficienza degli apparati dello stato e troppe incongruenze assurde, involontarie o meno esse siano state, portarono all’uccisione del presidente della Dc, proprio l’uomo che aveva aperto la strada alla politica di unità nazionale. Questo forse per far dimenticare che per troppi anni si era lasciato prosperare quella propensione alla violenza nella sinistra italiana, giustificandola nell’immediato dopoguerra e considerandola, negli anni settanta, un appannaggio esclusivo della destra.

Il Pci contro il governo Craxi e per il referendum sulla scala mobile del 1985

Quando il Psi di Craxi nel 1978 volle approfondire l’inconciliabilità del leninismo col pluralismo, il Pci rispose sostenendo che si tentava una caricatura del comunismo, e quando nel 1979 si lanciò la grande riforma delle istituzioni, il Pci parlò di iniziativa sovrastrutturale. Il Pci bloccò nel 1978 l’elezione di Giolitti alla presidenza della Repubblica perché ex comunista, votò a favore di Pertini, ma assunse una posizione di estrema rigidità politica quando il presidente socialista Pertini diede il mandato di formare il governo al segretario del Psi. Il segretario del Pci definirà quello di Craxi un “governo pericoloso”. Così quando il governo varò il piano anti inflazione che in cambio del taglio di pochi punti di scala mobile avrebbe consentito un maggior recupero della capacità d’acquisto dei lavoratori, abbattendo il tasso inflattivo, Berlinguer scatenò il finimondo e con l’appoggio d una sola componente politica del sindacato chiese e ottenne il referendum abrogativo, che il Pci perse clamorosamente nel 1985, un anno dopo la morte del leader comunista.

Dopo l’89 Craxi propose l’unità socialista, Occhetto di “andare oltre”

Quando i socialisti, nel novembre del 1989, dopo la fine dei regimi comunisti e la caduta del muro di Berlino, proposero al Pci, e poi al nuovo partito che ne é derivato, l’unità socialista, il segretario del partito Achille Occhetto contrappose la sua proposta di “andare oltre” il socialismo democratico europeo. Al rifiuto dell’unità socialista si deve anche giustapporre la tendenza di Craxi a considerarla solo una prospettiva d’avvenire e di non rompere i rapporti con la Dc, sia in previsione di un ritorno alla presidenza del Consiglio dopo il 1992, sia per il timore che sarebbe stato il nuovo partito ad appoggiare ancora Andreotti, il quale già aveva elaborato la sua singolare teoria dei “due forni”. Resta il fatto che solo in Italia, dopo il 1989, gli ex comunisti non rientrarono nell’alveo socialista, come sarebbe stato giusto e logico, ma iniziarono un anomalo cammino che li avrebbe poi portati ad un connubbio con gli ex democristiani.

Il Psi appoggia l’intervento Onu in Iraq, il nuovo Pds si oppone, poi il governo D’Alema interviene con la Nato in Serbia

Nel gennaio del 1991 il Parlamento italiano approvò l’invio di una missione italiana nell’ambito del contingente Onu per la liberazione del Kuwait occupato dalle truppe irachene. Il Pds si oppose e organizzò manifestazioni pacifiste in mezza Italia. Anche i socialisti europei non potevano opporsi all’Onu e in prima fila si espose la Francia di Mitterand. Poi, durante i due anni del governo D’Alema, il partito, allora Diesse, approvò l’invio di aerei per bombardare la Serbia, anche se la missione non venne legittimata e disposta dall’Onu, ma solo dalla Nato.

Psi e Pds di fronte a Mani pulite.

L’avvento di Tangentopoli venne salutato dai post comunisti come un’opportunità politica. Lo scrive D’Alema che ammette che Mani pulite aprì il varco della gola in cui stava Craxi e la sua unità socialista. I post comunisti ebbero così la possibilità di sviluppare il loro percorso dall’identità comunista a quella socialista europea, senza l’intralcio e la cattiva coscienza del Psi. La fine del Psi, nel periodo 1992-94, che costituisce il risultato anche di errori politici di Craxi e del gruppo dirigente socialista nell’esame del post 1989, di valutazioni sbagliate sul rapporto tra politica e cittadini, il cui primo effetto fu l’affermazione nel nord della Lega, di sottovalutazioni, leggerezze e correità sul finanziamento alla politica, segnò tuttavia l’inizio dello stravolgimento della storia. Quasi cone s assieme alla fine del Psi fosse finita anche la storia socialista. Forse per pagare il prezzo non già dei suoi errori, ma delle sue ragioni. Anche sul giustizialismo, sull’uso del carcere per motivi di confessione, sull’ingerenza della magistratura nella politica, sul mito di Di Pietro, il partito che derivava dal Pci ha ammesso i suoi sbagli. Come quasi su tutto. Resta il fatto che chi ha sbagliato, rivedendosi anni dopo, pare abbia vinto il suo conflitto nella storia con chi ha avuto ragione prima. Che quest’ultima sia stata considerata agli occhi degli italiani non una gran virtù è chiaro, purtroppo. Peccato che ci sia ancora qualcuno che non si rassegna, convinto che tra qualche tempo questo “arrivare sempre dopo” venga considerato l’errore più grande.

Mauro Del Bue

UN PASSO AVANTI

parlamentoVia libera dell’Aula della Camera al Milleproroghe, sul quale ieri era stata votata la fiducia, che diventa legge senza modifiche rispetto al testo arrivato dal Senato. Il decreto è stato approvato con 249 sì, 147 no e 3 deputati si sono astenuti. Il provvedimento definitivamente convertito in legge contiene misure che vanno dalla pubblica amministrazione all’editoria, dal lavoro e politiche sociali all’istruzione, dallo sviluppo economico alle infrastrutture e ai trasporti, dalla giustizia ai beni culturali all’ambiente e all’economia.

La Camera, dopo aver votato ieri la fiducia al governo, ha dato il via libera definitivo al provvedimento che ha scatenato le proteste di piazza nei giorni scorsi. Con i tassisti sul piede di guerra per la proroga della regolamentazione sui taxi abusivi e i servizi Ncc, norme che secondo la categoria favorirebbero Uber, e gli ambulanti contrari all’applicazione della direttiva Bolkestein che rimette a bando le concessioni rilasciate negli anni dagli enti locali. Ma ad alimentare le polemiche sono anche le cosiddette norme ‘anti-Flixbus’ che ostacolano l’attività degli operatori di servizi di bus low cost sulle tratte interregionali, come appunto la nota piattaforma e-commerce tedesca che approdata in Italia due anni fa ha già fatto viaggiare 3 milioni di passeggeri.

L’Aula di Montecitorio ha approvato tre ordini del giorno – a prima firma, rispettivamente, del relatore e presidente della commissione Affari Costituzionali, Andrea Mazziotti (Ci), di Sergio Boccadutri (Pd) e di Daniele Capezzone (Cor) – che impegnano il Governo a sopprimere le norme ribattezzate ‘anti-Flixbus’ introdotte durante l’esame del provvedimento in Senato. L’intervento correttivo potrebbe quindi arrivare attraverso il ddl concorrenza all’esame dei Palazzo Madama o nel primo provvedimento utile.

“Nonostante l’amarezza per l’ennesima fiducia posta dal Governo – detto nella dichiarazione di voto Oreste Pastorelli, deputato del Psi e componente della commissione Ambiente della Camera – riteniamo importante il decreto Milleproroghe soprattutto per l’estensione del pacchetto di misure di alleggerimento fiscale in sostegno delle zone terremotate. Si tratta, infatti, di disposizioni rilevanti per la rinascita economica e sociale dei territori colpiti dal sisma, alle quali dovranno seguire interventi strutturali come l’istituzione di una Zona Economica Speciale per i comuni del cratere”. “Bene anche la proroga di un anno della detraibilità dell’importo Iva dovuto sugli acquisti di immobili ad alta efficienza energetica. Un altro passo avanti – ha concluso – sul percorso della sostenibilità ambientale, ben intrapreso da Governo e Maggioranza in questa legislatura, che dovrà ora proseguire sullo sfruttamento maggiore delle enormi potenzialità della Green Economy, a partire dalla mobilità sostenibile elettrica”.

Nella giornata di eri è intervenuta Pia Locatelli, Capogruppo del Psi alla Camera. “Noi socialisti voteremo la fiducia al Governo ma – ha aggiunto – non possiamo fare a meno di esprimere il nostro rammarico, come abbiamo fatto più volte per l’ennesimo ricorso a questo strumento. Il decreto Milleproroghe è un provvedimento che avrebbe richiesto un ampio dibattito da parte di tutti e due i rami del Parlamento; ci troviamo invece costretti dai tempi a votare un testo blindato. Capiamo l’urgenza, visto che, come ci ha detto la ministra Finocchiaro, scade il decreto scade martedì, ma non possiamo non esprimere il nostro disagio. Altrettanto non possiamo non denunciare, in modo certamente più vibrato, quanto è avvenuto in questi giorni nella Capitale, con manifestazioni che sono andate molto al di là del legittimo diritto alla protesta perché una parte della categoria non ha esitato a ricorrere anche a mezzi violenti per far sentire le proprie ragioni”.

Ecco le principali novità

– TAXI, RINVIATE LE NORME ANTI-UBER. Rinviato al 31 dicembre 2017 il termine per l’emanazione del decreto del ministero delle Infrastrutture e trasporti contro le pratiche di esercizio abusivo del servizio taxi e del servizio di noleggio con conducente. Si prevede inoltre che restino sospese le disposizioni in materia di trasporto di persone mediante autoservizi non di linea operi fino al 31 dicembre 2017: tali norme prevedono una serie di limiti e divieti per gli Ncc tra cui l’obbligo di ritornare in rimessa dopo aver accompagnato il cliente. La modifica ha scatenato la protesta dei tassisti che la considerano una sanatoria a favore di Uber.

– MISURE ANTI-FLIXBUS. Arriva la norma che ostacola i servizi dei bus low cost sulle tratte interregionali. Prorogata al 31 gennaio 2018 l’emanazione del decreto ministeriale che fa partire il Piano strategico nazionale della mobilità sostenibile. Si prevede inoltre che le autorizzazioni sulle tratte interregionali per il servizio di trasporto in autobus possano essere concesse solo a raggruppamenti di imprese guidate da operatori economici la cui attività principale è il trasporto di passeggeri su strada. Quindi le piattaforme digitali come Flixbus rischiano di vedersi negati i permessi.

– CONCESSIONI AMBULANTI. Slitta a fine 2018 l’entrata in vigore della direttiva Bolkestein per il commercio ambulante. Tutte le concessioni in essere scadranno quindi a fine 2018, comprese quelle per cui erano già state avviate le procedure di assegnazione.

– CEDOLARE SECCA SU AFFITTI, STOP OBBLIGO SEGNALAZIONE NEL 730. Stop all’obbligo del proprietario di indicare nel 730 la registrazione del contratto d’affitto a canone concordato per ottenere la cedolare secca al 30%. Eliminato anche l’obbligo di indicare la denuncia dell’immobile ai fini dell’applicazione dell’Ici.

– PROROGA BONUS 50% IVA DOVUTA SU CASE AD ALTA EFFICIENZA. Prorogata al 31 dicembre 2017 la detraibilità, ai fini Irpef, del 50% dell’importo corrisposto per l’Iva dovuta sugli acquisti di immobili ad alta efficienza energetica (classe energetica A o B) ceduti dalle imprese costruttrici. La detrazione è pari al 50% dell’imposta dovuta sul corrispettivo d’acquisto ed è ripartita in dieci quote costanti nell’anno in cui sono state sostenute le spese e nei novi periodo d’imposta successivi.

– DIS-COLL PROROGATA. Prorogata al 30 giugno 2017 l’indennitò di disoccupazione per i collaboratori coordinati e continuativi, anche a progetto, la cosiddetta dis-coll. La proroga consente il ricorso all’indennità per i casi di disoccupazione verificatisi a partire dal 1 gennaio 2017 fino al 30 giugno.

– SLITTA AVVIO LOTTERIA SCONTRINI BANCOMAT. Slitta dal primo marzo al primo novembre 2017 l’avvio dell’applicazione sperimentale della lotteria nazionale legata agli scontrini per gli acquisti di beni o servizi con carta di debito o credito, introdotta con la legge di bilancio. Per i pagamenti in contanti il termine resta il termine del primo gennaio 2018.

– STABILIZZAZIONE RICERCATORI ISTAT. Il termine di scadenza dei contratti a tempo determinato dei ricercatori Istat è prorogato fino alla conclusione delle procedure concorsuali da bandire entro il 31 dicembre 2018, e comunque non oltre il 31 dicembre 2019.

– SANATORIA RENDICONTI PARTITI POLITICI. Arriva la proroga per l’invio dei bilanci dei partiti politici: non dovranno pagare le multe per la mancata presentazione dei rendiconti entro il 15 giugno di ogni anno. Slitta al 31 dicembre 2017 il termine per la trasmissione della documentazione relativa agli anni 2013, 2014 e 2015. Il mancato invio entro il termine del 15 giugno comportava una sanzione di 200.000 euro. C’e’ anche il via libera alla Cig per i dipendenti di partiti e movimenti politici.

– ILVA, 3 MESI IN PIU’ PER ATTUAZIONE PIANO AMBIENTALE. Slitta di tre mesi l’attuazione del Piano ambientale per l’Ilva. Il termine per la presentazione del Piano fissato al 30 giugno 2017, nonché il termine di esonero della responsabilità penale o amministrativa del commissario straordinario, dell’affittuario o acquirente e dei soggetti delegati per le condotte poste in essere per l’attuazione del Piano, vengono prorogati al 30 settembre 2017 o alla data di entrata in vigore del Dpcm di approvazione delle modifiche del Piano, se anteriore alla data del 30 settembre, rimanendo comunque ferma la prorogabilità per 18 mesi.

– PROROGA PARTECIPAZIONE ITALIA A FMI. Proroga della partecipazione dell’Italia ai programma del Fondomonetario internazionale con la stipula di un accordo per oltre 23 miliardi con scadenza al 31 dicembre 2019 estendibile al 2020 con connessa garanzia statale.

– EREDI VITTIME AMIANTO. Anche gli eredi dei deceduti nel 2016 per mesotelioma, contratto a causa di esposizione ambientale e/o familiare, potranno fruire delle prestazioni del Fondo vittime amianto istituito presso l’Inail.

– MINI-PROROGA IRES E IRAP. Arriva la proroga di 15 giorni per la trasmissione delle dichiarazioni Ires e Irap che quindi andranno trasmesse entro il 16 ottobre.

– SPESOMETRO. Novità per lo spesometro: il primo anno di applicazione l’invio semestrale delle fatture e la prima trasmissione viene spostata dal 25 luglio al 16 settembre mentre la seconda dovrà essere effettuata entro il mese di febbraio.

– TASSA DI SBARCO. Torna la tassa di sbarco per le isole minori: non potrà superare i 2,5 euro ed è alternativa all’imposta di soggiorno.

– ADEGUAMENTO ANTINCENDIO NIDI E ALBERGHI. Slitta di un anno, al 31 dicembre 2017, l’obbligo di adeguare le strutture di asili nido (con più di trenta persone presenti) e alberghi (strutture ricettive con più di 25 posti letto) alle disposizioni antincendio.

– AUMENTA TETTO CONTRIBUTI EDITORIA. Slitta l’applicazione della riforma nella parte relativa al riordino dei contributi e cambiano i criteri di calcolo. Il contributo pubblico massimo liquidabile a ciascuna impresa editrice non può eccedere il 50 per cento dell’ammontare complessivo dei ricavi riferiti alla testata per cui si chiede il contributo. La norma vigente prevedeva che l’ammontare complessivo doveva calcolarsi “al netto del contributo” ma la modifica introdotta prevede la soppressione di tale previsione.

– MISURE TERREMOTO. Prevista l’erogazione e il riparto dei contributi finanziari per gli anni dal 2017 al 2020 nei confronti dei comuni colpiti da eventi sismici. Per salvare i bilanci del Comuni del Cratere 2009 sono stati stanziati 14 milioni, di cui 12 milioni per L’Aquila. I Comuni dell’Abruzzo, dell’Emilia Romagna e del Centro Italia sono sollevati dal pagamento del contributo al fondo di solidarietà. Prorogata al 2017 la graduatoria del concorsone Ripam, che riguarda tecnici esperti di emergenza e di ricostruzione. Per le zone colpite dal sisma del Centro Italia sono previsti inoltre altri strumenti molto importanti, tra cui la sospensione delle fatture relative alle utenze delle case inagibili, l’estensione fino al 31 dicembre 2017 dell’esclusione dalla base imponibile Irpef dei sussidi occasionali, la proroga al 31 dicembre 2017 dell’esenzione dal pagamento dell’imposta di bollo e dei termini riferiti a rapporti interbancari per le banche insediate nei Comuni interessati dagli eventi sismici. Previsto il differimento del pagamento dei mutui presso la Cassa Depositi e Prestiti accesi dai Comuni colpiti dal sisma del 2012.

Milleproroghe, domani
il voto di fiducia

taxiIl Governo va avanti sul Milleproroghe e pone anche alla Camera la fiducia per la conversione del decreto legge. Il dl, già approvato dal Senato, dovrebbe quindi diventare legge entro giovedì alle 13. Nel frattempo, il ministro Graziano Delrio, titolare del dicastero dei Trasporti, potrebbe scrivere un’apposita legge delega per venire incontro alle esigenze di chi protesta e ha protestato in questi giorni.

Al centro delle proteste quelle dei tassiti, secondo i quali con la modifica – inserita nel Milleproroghe durante i lavori della commissione Affari costituzionali del Senato, si rimandano ancora le regole per mettere ordine tra le offerte alternative a quelle di categoria, come Uber.

Nel corso del dibattito per i socialisti è intervenuta la presidente del gruppo del Psi Pia Locatelli che ha annunciato il voto favorevole dei socialisti. “Noi socialisti voteremo la fiducia al Governo ma – ha aggiunto – non possiamo fare a meno di esprimere il nostro rammarico, come abbiamo fatto più volte per l’ennesimo ricorso a questo strumento. Il decreto Milleproroghe è un provvedimento che avrebbe richiesto un ampio dibattito da parte di tutti e due i rami del Parlamento; ci troviamo invece costretti dai tempi a votare un testo blindato. Capiamo l’urgenza, visto che, come ci ha detto la ministra Finocchiaro, scade il decreto scade martedì, ma non possiamo non esprimere il nostro disagio. Altrettanto non possiamo non denunciare, in modo certamente più vibrato, quanto è avvenuto in questi giorni nella Capitale, con manifestazioni che sono andate molto al di là del legittimo diritto alla protesta perché una parte della categoria non ha esitato a ricorrere anche a mezzi violenti per far sentire le proprie ragioni”.

Taxi. Da Governo disponibilità a trovare la soluzione

taxi“I tassisti svolgono un servizio pubblico. Da quando è iniziata la protesta sono numerosi i disagi che si sono creati, soprattutto nelle grandi città, a discapito dei cittadini”. Lo ha detto il vice ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti e segretario del Psi Riccardo Nencini che ha ribadito “la disponibilità del Governo a trovare la soluzione per un percorso che regolamenti la materia”. “Abbiamo risposto all’appello delle associazioni di rappresentanza dei taxi a sederci attorno a un tavolo, martedì prossimo, per un  confronto aperto”, ha aggiunto. “Rivolgo anche io un appello a chi prosegue nella protesta, prima che avvenga l’incontro: assicurate il servizio”, ha concluso.

Intanto prosegue la protesta. Per il quinto giorno consecutivo il servizio taxi è fermo a Roma. La categoria protesta dopo la votazione di un emendamento a firma Lanzillotta-Cociancich contenuto nel Milleproroghe che, per i tassisti, “deregolamenta il settore”. Vengono garantiti i servizi per gli utenti disabili e da e per gli ospedali. La protesta iniziata a Roma e a Milano si è allargata a altre città. I tassisti si sono fermati da oggi anche a Napoli, trasformando lo stato di agitazione proclamato nei giorni scorsi in una assemblea “spontanea e permanente” decisa in attesa degli esiti.

Stessa situazione a Torino dove i tassisti hanno deciso di riprendere la protesta interrotta giovedì pomeriggio. Il blocco spontaneo delle auto bianche riguarda tutta la Città metropolitana, aeroporto compreso, e proseguirà fino all’incontro di domani. “Domani – ha detto il ministro Delrio – ci vedremo perché c’è una situazione da lungo tempo non regolamentata” sul fronte dei tassisti. Dobbiamo metterci a sedere per fare una regolamentazione finalmente seria che tolga provvisorietà all’attuale situazione”. Il ministro ha sottolineato poi come ci sia “bisogno di garanzie, da un lato sui diritti dei cittadini e dell’altro anche sui diritti di chi ha investito nella propria  azienda, che sono i tassisti”

Da tutta Italia domani arriveranno molti tassisti in concomitanza con l’inizio della discussione alla Camera del Milleproroghe.  I tassisti, provenienti da Milano, Torino, Genova e Napoli solo per fare degli esempi, faranno sentire la loro voce accanto a quella dei colleghi romani.

Mani pulite. L’eredità disastrosa di Tangentopoli

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Per alcuni “Mani Pulite” fu la giusta – divina forse? – punizione per l’indebita l’euforia degli anni ottanta che indebitò lo Stato. Ma è una leggenda. Nell’83 quando Craxi diventa presidente del Consiglio il debito pubblico ammontava già al 70 per cento del Pil. La dilatazione della spesa era cominciata nei Settanta col consociativismo spendaccione tra Dc e Pci e con l’inflazione a due cifre che moltiplicava gli interessi sul debito. È vero che con il governo Craxi e i successivi il debito continua a salire ma, almeno, nel quadriennio di Craxi l’inflazione venne abbattuta e l’economia crebbe sino al 4,5 per cento. Un miraggio negli anni successivi. Ora il debito pubblico – in euro – in metà del tempo è cresciuto del doppio nonostante i bassissimi interessi e i massicci acquisti della Bce.

Quanto a industrie e infrastrutture quelle non vendute ristagnano, la produttività e il tenore di vita sono calati rispettivamente del 20 e del 14 per cento e abbiamo meno diplomati e laureati di tre lustri fa.

Solo la corruzione è aumentata eppure i partiti sono morti. Vive la partitocrazia in simulacri al servizio di capi e capetti che nominano senatori e deputati i loro servitori. Nulla più della parabola di Di Pietro dà il senso del disastro. Il grande inquisitore processato perché prendeva soldi in prestito da chi inquisiva dovette lasciare la toga. Poi, svergognato da un’inchiesta tv per aver fatto man bassa dei finanziamenti pubblici al suo partito, ha dovuto lasciare anche la politica. Non diversa la storia dei segretari amministrativi della Lega e della Margherita arrestati per analoghi motivi. O vogliamo parlare di Fini? O degli scandali Parmalat, Cirio, Monte dei Paschi? Ciascuno eccede dieci, venti volte il finanziamento Enimont che ruinò la Prima repubblica. Quella che Di Pietro marchiò come «la madre di tutte le tangenti» al confronto appare quasi una parente povera.

L’epitaffio l’ha scritto Francesco Saverio Borrelli, l’inflessibile guida del pool «Mani pulite»: «Chiedo scusa per il disastro seguito a Mani pulite. Non valeva la pena di buttare il mondo precedente per cadere in quello attuale». Nei codici questa condotta si chiama «delitto colposo» e la colpa ammessa è quella, avendo «buttato» la Prima repubblica di aver propiziato la Seconda. La Prima era quella dei partiti che l’avevano creata trasformando il regime fascista in un regime di partiti. Partiti veri, formazioni storiche, comunità organizzate, divise da ideologie, legami internazionali, conflitti di classe. Migliaia di sedi, giornali, funzionari, congressi, associazioni fiancheggiatrici, campagne elettorali non si finanziano con parole. Il sistema di finanziamento era vasto, ramificato e spesso illegale. Casi di corruzione individuale e scandali clamorosi furono neutralizzati o dal regime delle immunità politiche o dall’indulgenza giudiziaria. La repubblica doveva essere riformata in radice, soprattutto da quando, con il crollo del comunismo e il varo del mercato unico europeo, il contesto internazionale da protettivo si era fatto ostile.

Ma i leader democratici o non capirono o non agirono e furono travolti dalla rivolta antipartitica scatenata da un establishment impaurito e dai media, dalle nuove e vecchie forze anti sistema. Mentre il paese precipitava nella crisi economica, la lira veniva svalutata e il governo nottetempo metteva le mani sui conti correnti degli italiani si aprì la caccia al capro espiatorio.

Arma letale fu l’uso violento della giustizia, gli arresti e il carcere preventivo per estorcere confessioni, delazioni, chiamate di correità a catena. «Mani pulite» è stata la più colossale operazione di polizia giudiziaria della nostra storia: trentamila indagati, tremila arrestati, tra cui cinquecento parlamentari, decine tra ministri e primi ministri, grandi e piccoli imprenditori, dirigenti, funzionari. Decapitati in piazza e in effigie i leader e i partiti di governo la repubblica si schiantò e cominciò una crisi che non ci ha più lasciato.

Socialdemocratico? Da eresia di destra a eresia di sinistra

Non c’è nulla di più paradossale che sentirsi dare del socialdemocratico oggi quasi fosse diventato sinonimo di estremismo. E magari da quegli stessi che fino a un paio di decenni fa ti colpivano con la stessa scomunica come fosse un’accusa di tradimento degli ideali dell’ortodossia di sinistra. E’ possibile che lo stesso termine sia stato usato in modi così opposti e contrastanti tra loro? E’ possibile che quel che ieri era ritenuto “troppo di destra” sia oggi divenuto “troppo di sinistra”? E perché questa trasformazione o deformazione? Da quali analisi nuove, legittime o opportunistiche, è determinata?

Eduard Bernstein

Eduard Bernstein

All’origine di una parola
Andiamo intanto all’origine della parola. Come nasce e come si diffonde in Europa? All’inizio la socialdemocrazia, cioè l’inseparabilità del socialismo e della democrazia, fu il risultato del primo revisionismo marxista, che già si può riscontrare nell’ultimo Engels, quello della prefazione alla “Lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850” di Karl Marx, dove il teorico tedesco, nel 1895, alla luce della conquista del suffragio universale in taluni paesi, apriva la porta anche alla costruzione della società socialista per via democratica. Ma in fondo è tutto il socialismo pre marxista, da Saint Simon a Proudhon, che è impregnato di umanesimo e di democrazia. Anche per questo costoro saranno definiti dal filosofo di Treviri “utopisti”.  Ma è soprattutto una vera teoria socialdemocratica viene elaborata solo grazie al filosofo tedesco Eduard Bernstein che nel suo libro “I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia” , un insieme di saggi pubblicati nel 1899, contesta l’ineluttabilità della violenza e lancia un progetto di cambiamento sociale ed economico progressivo.

Il solenne riconoscimento di Gorbaciov
La più bella dimostrazione dell’attualità di Bernstein è il solenne riconoscimento riservatogli da Gorbaciov, ultimo segretario del Pcus, che scrive: “Dovremmo pubblicamente riconoscere il grande errore fatto quando, come sostenitori dell’ideologia comunista, denunciammo la famosa massima di Eduard Bernstein “il movimento è tutto, il fine è nulla”. Lo chiamammo tradimento del socialismo; ma l’essenza dell’idea di Bernstein era che il socialismo non potrebbe essere compreso come sistema che nasce dall’inevitabile caduta del capitalismo, mentre – per converso – è proprio la graduale realizzazione del principio di eguaglianza e di autodeterminazione per il popolo che costituisce una società, un’economia e un paese”. Qui siamo già alla contrapposizione tra socialismo democratico e comunismo. Ma prima, appunto con Bernstein, il tema riguardava essenzialmente la correzione del marxismo.

Eppure c’erano partiti socialdemocratici e rivoluzionari. Il termine socialdemocratico,tuttavia, fino alla rivoluzione bolscevica venne usato, soprattutto in Germania, dal Partito dei socialisti, che cambiò il suo nome in Partito socialdemocratico (Spd) nel 1890, sotto l’influsso di August Bebel e Wilhelm Liebknecht, in stretto contatto col movimento sindacale, anche se già dagli anni sessanta esisteva un Partito socialdemocratico tedesco di stretta osservanza marxista. Nel Spd militava anche  Karl Kautsky (poi seguito dalla stessa Rosa Luxemburg) che capeggerà la corrente di sinistra contro le tesi revisioniste di Bernstein, ma anche contro il leninismo perché eretico rispetto alle impostazioni marxiste ortodosse. Anche lo stesso Lenin fu esponente di primo piano di una forza politica che si chiamava “Partito operaio socialdemocratico russo”, prima dell’offensiva rivoluzionaria e comunista, ed era stato protagonista delle due conferenze internazionali dei socialisti europei che si erano svolte nel 1915 e nel 1916 a Zimmerwald e a Khiental. Quando la parola non è consequentia rerum…

Il contrasto tra socialisti democratici e leninisti
Il più moderno significato della parola “socialdemocratico” deve essere riferito allo scontro con la nuova ideologia marxista-leninista del comunismo a seguito della affermazione della rivoluzione bolscevica del 1917 e della successiva formazione dei partiti comunisti nazionali e dell’Internazionale comunista, anche se il movimento socialista si divise in diversi tronconi, nei quali quello socialista democratico non era certo il solo a rimarcare differenze, in taluni casi solo di tattica, con il comunismo bolscevico. L’invasione del bolscevismo fu consistente ovunque, ma particolarmente in Germania, in Italia e in Francia. In Germania, il partito comunista della Luxemburg e di Karl Liebknecht non superò il 15 per cento dei voti nel primo dopoguerra, mentre l’Spd si aggiudicò la maggioranza e governò il paese, tuttavia l’influenza comunista si fece spazio tra i lavoratori e orientò i moti rivoluzionari armati in un paese messo in ginocchio dal trattato di Versailles. In Italia il Psi, con la sola eccezione della minoritaria corrente turatiana, aderì alla nuova internazionale di Mosca col congresso di Bologna del 1919 e non fu il leninismo la causa della scissione di due anni dopo, ma la mancata approvazione da parte dei massimalisti, allora “comunisti unitari”, di due clausole dei 21 punti di Mosca che si riferivano alla espulsione dei riformisti e al cambio del nome del partito, condizioni irrinunciabili per essere ammessi all’Internazionale comunista e che provocarono il distacco dei “comunisti puri”.

Lo sprezzante attacco di Gramsci a Prampolini

Camillo Prampolini

Camillo Prampolini

Tra loro, forse l’artefice principale assieme ad Amadeo Bordiga, fu Nicola Bombacci, che finirà fascista, impiccato assieme a Mussolini a piazzale Loreto mentre lo stesso Gramsci, dalle pagine del suo Ordine nuovo, si era esposto in una velenosa polemica coi riformisti e in particolare con Camillo Prampolini scrivendo: “Coi moralisti di Reggio Emilia (che avevano definito “moralmente ripugnante” il metodo leninista) é inutile continuare una discussione teorica; i moralisti di Reggio Emilia hanno sempre dimostrato di essere capaci di ragionamento quanto una vacca gravida, hanno dimostrato di partecipare della psicologia del mezzadro, del curato di campagna, del parassita di un arricchito di guerra; é inutile sperare che un barlume di intelligenza illumini la loro decorosa idiozia di Fra Galdino alla cerca delle noci per ingrassare la clientela elettorale…. Tra Lenin e Prampolini e Zibordi, che hanno dedicato la loro vita a procurare i favori dello stato borghese per le cooperative emiliane, favori che lo stato borghese concedeva strappando il pane di bocca agli ignoranti e sudici contadini di Sardegna, di Sicilia e dell’Italia meridionale, tra Lenin e gli scrittori della Giustizia che rimangono, per angusti fini personali, per mantenere una posizione politica conquistata salendo sulle spalle della classe operaia, in un partito che, nella grandissima maggioranza, ha dichiarato si far proprio il metodo bolscevico, tra Lenin e questi decorosi sinistri idioti chi é più ripugnante moralmente?”.

Le ingiurie di Togliatti a Turati

Filippo Turati

Filippo Turati

Anche in Francia i socialisti si divisero in due, mentre in Italia si divisero addirittura in tre, dopo l’espulsione dei riformisti a pochi giorni di distanza dalla marcia su Roma dell’ottobre del 1922. Serrati, che aveva rifiutato la loro cacciata nel 1921, la decretò l’anno dopo e quando Nenni si oppose alla unificazione col Pcdi, nel 1924, lascerà il partito per approdare lui solo con pochi amici nel partito comunista. In Francia la posizione comunista prevalse nella vecchia Sfio e venne fondato, nel 1920, il Partito comunista francese che, fino alla svolta di Epinay del nuovo Psf, sarà partito maggioritario nella sinistra d’Oltralpe. Negli anni venti si scagliò contro i socialisti l’infame arma del socialfascismo e quando morì il socialdemocratico Turati Togliatti lo accusò dei peggiori misfatti, scrivendo su Stato operaio nell’aprile del 1932 un articolo di fuoco che non può essere dimenticato: “Nella persona e nell’attività di Filippo Turati si sommano tutti gli elementi negativi, tutte le tare, tutti i difetti che sin dalle origini viziarono e corruppero il movimento socialista italiano, che lo condannarono al disastro, al fallimento, alla rovina. Per questo la sua vita può bene essere presa come simbolo e, come un simbolo, anche la sua fine. L’insegna sotto cui questa vita e questa fine possono essere poste è l’insegna del tradimento e del fallimento. Nella teoria Turati fu uno zero. Quel poco di marxismo contraffatto che si trova nei primi anni della Critica sociale non fu dovuto a lui. Dei vecchi capi riformisti egli fu il più lontano dal marxismo. Più ancora di Camillo Prampolini fu un retore sentimentale, tinto di scetticismo, e per questo, nelle apparenze, un ribelle. Le famose frasi lapidarie di Turati sono dei motti, delle banalità, delle cose senza senso alcuno. Organicamente egli era un controrivoluzionario, un nemico aperto della rivoluzione. Turati fu tra i più disonesti dei capi riformisti, perché fu tra i più corrotti dal parlamentarismo e dall’opportunismo. Serrati era unitario per uno sciocco sentimentalismo. Turati lo era per astuzia, per calcolo opportunista, allo scopo di potere continuare a penalizzare ogni azione dei rivoluzionari. La sua andata al Quirinale avviene con vent’anni di ritardo. La borghesia, per conto della quale egli aveva fatto il poliziotto, il crumiro e predicato viltà, non aveva più altro da dargli che il calcio dell’asino. Noi fummo e rimaniamo suoi acerrimi nemici, nemici di tutto ciò che il turatismo è stato, ha fatto, ha rappresentato”. Vergognoso.

Quando Prampolini propose che il partito si chiamasse socialista democratico
Questo dissidio durò fino all’avvento di Hitler al potere in Germania, quando, nel 1933, i comunisti ripiegarono sulla tattica dei fronti popolari. Ma in Italia era già nato, nel 1922, un Partito d’impronta più prettamente socialdemocratica. Era il Psu (Partito socialista unitario) di Turati, Treves, Prampolini e Giacomo Matteotti che ne divenne segretario. I riformisti furono i soli socialisti che compresero il pericolo fascista e Turati, già nel 1920 col suo mirabile discorso “Rifare l’Italia”, gettò le basi programmatiche per un governo coi popolari che la maggioranza del Psi respinse in preda com’era all’infatuazione leninista. Fu Prampolini il primo a riprendere il termine “socialdemocratico” quando nel 1923, in polemica sul tema della democrazia coi comunisti, propose proprio che il Psu cambiasse nome in Psdi (Partito socialista democratico italiano). Anche nel Psi, riunificato col Psu nel 1930 grazie alla nuova volontà unitaria del suo leader Pietro Nenni, si manifestarono tendenze più prettamente socialdemocratiche. Furono in particolare i due esponenti espulsi dal partito comunista, Angelo Tasca e Ignazio Silone, ad interpretarle. In entrambi era forte lo spirito anti stalinista, mentre più sfumato si rivelò in Pietro Nenni, che venne anche messo in minoranza e rischiò l’espulsione dal partito dopo il patto Ribbentrop-Molotov del 1939 a causa della sua testarda cocciutaggine a mantenere in vita il patto d’unità d’azione coi comunisti, nonostante l’alleanza coi nazisti, giustificata da tutto il vertice comunista italiano, con la sola eccezione di Umberto Terracini.

La figura di Giuseppe Saragat e la revisione di Nenni

Giuseppe Saragat e Pietro Nenni

Giuseppe Saragat e Pietro Nenni

Un altro esponente che diede linfa al pensiero e all’azione socialdemocratica fu il giovane Giuseppe Saragat, molto influenzato dall’austro marxismo di Renner e Bauer, che conciliavano il marxismo e l’umanesimo democratico. E qui entriamo nel merito dell’accezione della socialdemocrazia in salsa italiana. Saragat fu infatti l’esponente di spicco del Partito socialista democratico italiano, che sorse, col nome di Psli (Partito socialista dei lavoratori italiani) nel gennaio del 1947 dopo la scissione del Psiup, che poi tornerà a chiamarsi Psi. Il patto d’unità d’azione coi comunisti, che lo stesso Saragat aveva sottoscritto, gli andava ormai stretto. Ma soprattutto il leader socialdemocratico vedeva nell’Unione sovietica di Stalin un nuovo totalitarismo, che metteva in contrasto col suo umanesimo socialista. Diranno più o meno tutti, di lui, che aveva ragione. In pochi, tuttavia, gliela daranno allora e negli anni successivi. La socialdemocrazia italiana, infatti, non riuscì a conquistare il peso delle altre socialdemocrazia europee: il particolare comunismo italiano, la resistenza di un Psi che nel 1956 si staccherà dai comunisti dopo l’invasione dell’Ungheria, la partecipazione del Psdi ai governi centristi, poi il fallimento della unificazione socialista del 1966, impediranno la costruzione di un’alternativa socialista e democratica, consolidando l’egemonia democristiana sul governo e quella comunista sull’opposizione ancora per decenni. Furono questi i limiti che forniranno ai comunisti italiani il pretesto per quell’accusa di “socialdemocratico” che venne lanciata a più riprese verso chi contestava il paradiso sovietico e l’ortodossia comunista?

La terza via di Berlinguer, né comunista, né socialdemocratica
Dopo la revisione berlingueriana e lo strappo dall’Urss anche il modello socialdemocratico europeo, al quale nella versione nordica e soprattutto svedese, ma anche tedesca ai tempi di Willy Brandt, i comunisti italiani guardavano con rispetto, non venne tuttavia mai preso ad esempio. Anzi, nella elaborazione della cosiddetta terza via, la socialdemocrazia fu equiparata al comunismo. Solo con il congresso di Firenze del 1986, con la segreteria Natta, il Pci si professò, superando l’eurocomunismo berligueriano, un partito della sinistra europea. E poi con la svolta di Occhetto del 1989 (il Pci fu l’ultimo partito europeo a cambiare nome) il partito chiese l’adesione all’Internazionale socialista. Per poi uscirne, però, nel 2007 alla fondazione del Partito democratico, e poi rientravi grazie alla segreteria Renzi.

Il Pd post socialdemocratico
Tuttavia il nuovo Pd, che assomma reduci comunisti e democristiani, non ha ma avvertito l’esigenza di definirsi socialista o socialdemocratico. Anzi, da un trascorso prevalentemente comunista, e più limitativamente democristiano, si è passati subito a un presente post socialdemocratico. Non nego la crisi della socialdemocrazia dovuta essenzialmente alle difficoltà nel processo redistributivo, funzionale a garantire il pieno funzionamento dello stato sociale, a fronte dei grandi temi del presente: la globalizzazione, la finanziarizzazzione, l’immigrazione. Resta il fatto che è l’insieme delle forze socialdemocratiche a porsi questi legittimi, opportuni interrogativi. Si ha invece l’impressione che il Pd prenda le distanze da questo mondo e voglia ragionare da solo, quasi a suggerirsi agli altri come modello. Questo per due ordini di motivi. Il primo riguarda la sua identità che deve rimanere anomala. Come anomala era la sinistra italiana del fattore K, così è tuttora la sinistra italiana del fattore D. Si può passare da comunisti a democratici senza diventare socialisti o socialdemocratici perché é più semplice giustificare la storia, perché é assai meglio dimostrare che nel conflitto a sinistra nessuno ha vinto. Men che meno gli avversari di sempre, appunto i socialisti democratici. Ma c’é un secondo motivo. Oggi il Pd rischia di perdere la bussola del socialismo democratico e liberale e di avventurarsi in un deserto dove la democrazia degli elettori può diventare un optional e la giustizia sociale un benefit per pochi. Per questo il gioco allo scavalco di un partito ancora diviso tra rottamatori senza identità e post comunisti è lo sport preferito. Per questi due motivi l’accusa di socialdemocratico che prima era un atto di condanna per eresia di destra, adesso è divenuta una pena da comminare per eresia di sinistra. I democratici preferiscono guardare veltronianamente all’America, anche se adesso c’é Trump. Il modello socialdemocratico é fallito, pensano. Dunque meglio puntare su Marchionne e Farinetti.

Attualità o superamento della socialdemocrazia
Il modello socialdemocratico deve essere rivisto, attraverso un’idea più di società solidale che di stato sociale. Eppure viviamo in un mondo in cui si allargano le forbici tra povertà e ricchezza, in cui il potere della finanza è incontrollato, in cui la democrazia é spesso solo formalmente riconosciuta e in cui la rivoluzione tecnologica impone una forte tensione all’educazione e alla conoscenza. Un mondo nuovo, non c’è dubbio, dove le etichette del passato vanno sempre più strette anche se forse mai come oggi una moderna e aggiornata identità socialista e democratica appare attuale, pregnante, urgente. Non si capisce perché l’accusa di socialdemocratico sia infatti l’unica che tiene. Sarà mica perché, almeno in Italia, qualcuno ne ha paura?

Mauro Del Bue

Biotestamento. Finalmente un passo avanti

biotestamentoIl ddl sul Biotestamento è stato approvato dalla commissione Affari sociali della Camera. Un passo avanti importante sul fronte dei diritti. Si tratta di “un importante risultato, anche se avrei preferito che fossero state definite modalità più accessibili”. È il commento di Pia Locatelli capogruppo del Psi alla Camera e componete della Commissione Affari Sociali. In particolare Pia Locatelli si riferisce alla “redazione delle disposizioni da parte del soggetto, rispetto alla redazione davanti ad un notaio o un medico del Servizio sanitario nazionale come previsto”. E spiega la motivazione: “Quanti andranno o potranno infatti andare davanti ad un notaio? Credo sia stato sbagliato eliminare la possibilità prevista nella versione iniziale del ddl di redigere le proprie disposizioni anche semplicemente davanti a due testimoni”. Ad ogni modo, prosegue, “si tratta di una mediazione e credo sia di fondamentale importanza il fatto che sia stato comunque affermato il principio che quando si è capaci di intendere e volere si possa esprimere la propria volontà per quando non si dovesse più essere capaci di intendere. Questo è il cuore della legge”. Complessivamente, dunque, “il ddl è un grande passo avanti”. Quanto al punto dibattuto circa la possibilità di interrompere la nutrizione e idratazione artificiali, conclude Locatelli, “il mondo scientifico è concorde nell’affermare che tali atti costituiscono dei trattamenti terapeutici”, e come tali “sono rinunciabili”.

Plaudono all’approvazione del ddl in commissione anche Marco Cappato e Filomena Gallo, a nome dell’Associazione Luca Coscioni per la ricerca scientifica affermando però allo stesso tempo che sono “necessarie modifiche in Aula”. Come Associazione Coscioni, proseguono, “chiediamo ora che la scadenza del 27 febbraio per il voto in Aula sia rispettata senza cedere a un terzo rinvio”.

Dall’alto campo i deputati cattolici, contrari al biotestamento, cercando di allungare i tempi. “Sulla legge che riguarda il testamento biologico rivedremo in aula lo stesso atteggiamento aggressivo che abbiamo dovuto subire per le unioni civili o ci sarà spazio per un dibattito approfondito?