Catalogna: prove di dialogo con il Governo spagnolo

Pedro SanchezIl 9 luglio a Madrid, presso il Palazzo della Moncloa si è tenuto il primo incontro tra il premier socialista Pedro Sanchez e il governatore della Catalogna Quim Torra. Durante la riunione, durata oltre due ore, i leader hanno concordato di “ristabilire” le relazioni tra la regione autonoma e il governo centrale, totalmente interrotte con l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola.

Questa norma costituzionale si può attivare quando una Comunità Autonoma non adempia agli obblighi costituzionali e legali, tra cui la garanzia di unità del Paese.

Come si può ben immaginare, trattandosi di uno strumento legislativo delicato e anche asimmetrico, la sua attuazione dovrebbe presupporre un’estrema prudenza politica e un’attenta analisi operativa, poichè lo Stato assume su di sé il massimo livello della forza coercitiva a discapito della Comunità Autonoma.

Tuttavia, le vicende degli scorsi mesi hanno ampiamente superato il livello di allerta: l’indizione e lo svolgimento del referendum indipendentista in Catalogna, il primo ottobre 2017, hanno comportato un grave cortocircuito istituzionale e uno scontro tra i poteri dello Stato; la successiva violenta repressione delle forze dell’ordine nella giornata elettorale; la messa in stato d’accusa dei rappresentanti istituzionali catalani; il mandato di arresto europeo per l’allora presidente della Generalitat Puigdemont; le recenti elezioni in Catalogna e la nuova vittoria del fronte indipendentista.

Anche il governo centrale ha vissuto un rivolgimento, con l’approvazione della mozione di sfiducia al governo Rajoy, da parte del Congresso dei deputati e, come previsto dalla Carta costituzionale iberica, l’elezione di Pedro Sanchez, leader del PSOE (Partito Socialista Operaio Spagnolo) a nuovo Capo del Governo.

Pedro Sanchez, osteggiato dal gruppo dirigente storico (come la governatrice dell’Andalusia, Susana Diaz, sua sfidante alle ultime primarie del dicembre 2016), è tornato a guidare il Partito con il consenso della base socialista che gli ha riconosciuto coerenza nel contrastare il governo del Partido Popular e la scelta operata dal partito socialista di concedere “un’astensione benevola” al governo Rajoy, atto a cui rispose dimettendosi da segretario nazionale.

Tornando all’oggi, il nuovo esecutivo è un monocolore socialista, un governo di minoranza retto in Parlamento dall’appoggio esterno di Podemos e degli indipendentisti e nazionalisti catalani e baschi.

Pedro Sánchez è consapevole che la questione catalana sia la sfida più grande del suo mandato e un tema sensibile che può portare alla fine anticipata della legislatura. Per affrontare il problema, il Presidente del Governo è fiducioso che la nuova strategia del dialogo e della distensione possano portare al “disarmo” politico dei separatisti radicali che puntano ad una nuova escalation di tensione.

Il governo socialista confida nel fatto che non prevarrà nel movimento indipendentista la linea dura del secessionismo, rappresentata dal “fuggitivo” Carles Puigdemont e dal nuovo presidente della Generalitat, Quim Torra (“il circolo di Berlino”).

Tuttavia, durante l’incontro di ieri, Sánchez e Torra hanno condiviso la necessità di riattivare la Commissione bilaterale Stato-Generalitat, prevista dallo statuto della Catalogna ma non più convocata dal luglio del 2011.

Hanno concordato, inoltre, l’urgenza di ripristinare canali di dialogo tra i due soggetti istituzionali, fissando un nuovo incontro a Barcellona che probabilmente si terrà in autunno.

La mossa compiuta dall’esecutivo socialista può aprire una nuova stagione nei rapporti tra il governo centrale e le diverse autonomie di cui si compone lo Stato Spagnolo.

Sembrano superate le rigidità del governo conservatore di Rajoy che in nome dell’unità nazionale ha preferito utilizzare la ragione della forza rispetto al dialogo. In questa maniera ha ottenuto l’effetto contrario, rafforzando il consenso dei settori più radicali dell’indipendentismo catalano.

All’opposto, il tentativo di Sanchez si poggia sulla necessità di dialogare con le forze più moderate, in modo da raggiungere un accordo che dia maggiore autonomia alla Catalogna ma all’interno di un quadro di rinnovata unità nazionale.

In altre parole, la soluzione che Sanchez propone, con l’intento di scoraggiare la rivendicazione all’indipendenza della Catalogna è una riforma della Costituzione in senso plurinazionale.

La Spagna è una “nazione di nazioni” composta da Comunità autonome e governo centrale, in linea con lo spirito della Costituzione del 1979 con la quale si è inteso disegnare un ordinamento di tipo regionale, tendente al federalismo, in opposizione al centralismo che aveva caratterizzato il periodo della dittatura franchista.

Come Zapatero, anche il PSOE di Sánchez vede nella ridefinizione del consenso costituzionale in materia territoriale, l’opzione politica più efficace per costruire una nuova egemonia socialista insieme ad alcuni partiti della sinistra radicale, come Podemos, e con l’apporto dei nazionalisti.

Il nuovo stile del PSOE dà ossigeno alla direzione di CER o PDeCAT, indipendentisti catalani pragmatici, che vogliono riprendere il dialogo con il Governo per chiudere le ferite politiche e riparare le fratture sociali.

Da questi settori si fa notare come nonostante “i gesti e le minacce” di Torra, che come detto rappresenta l’ala più radicale, nessuno dei leader separatisti abbia infranto la legge. Anzi, il presidente del Parlamento catalano, Roger Torrent, ha messo in chiaro che non violeranno nuovamente la legge. Sperano, inoltre, che l’attivazione delle commissioni bilaterali tra lo Stato e il Governo consentano una normalizzazione delle relazioni. Tutto questo avviene mentre proseguono i processi alle massime cariche catalane responsabili dei passaggi che hanno comportato l’attivazione dell’art.155 Cost.

Di contro, dal governo spagnolo spiegano che il Presidente manterrà un atteggiamento di ascolto e dialogo, senza offrire al momento netti cambi di rotta sostanziali. Questo atteggiamento prudente si spiega con la necessità di verificare le reali intenzioni del governo catalano: non è chiaro se le sfide quotidiane lanciate da Torra siano una strategia di comunicazione per il proprio elettorato o nascondano la volontà di proseguire sulla strada dell’indipendenza.

Di fatto, Pedro Sánchez tiene aperti tutti gli scenari prima di una possibile evoluzione negativa del processo. Fonti del governo assicurano che se la Generalitat dovesse andare alla prova di forza, allora ci si richiamerà allo stato di diritto, come avvenuto nel 2017. È evidente come tale scenario sia il peggiore anche perché potrebbe determinare la caduta dell’esecutivo.

Per questo motivi continuerà il dialogo e si proporrà un rafforzamento delle Comunità Autonome. In questo senso, vanno lette le recenti nomine della catalana Meritxell Batet come ministro della Politica Territoriale e Funzione Pubblica e della basca, Isabel Celaá come portavoce del Consiglio dei ministri e Ministro dell’Istruzione.

Paolo D’Aleo

Aquarius. Spagna: “Non è buonismo, ma diritto”

dolores-delgadoDopo la soddisfazione del neo ministro degli Interni per aver evitato di accogliere i migranti della nave Aquarius, la Spagna a governo socialista non mostra certo di essere un Paese debole e dopo aver messo a disposizione il porto di Valencia rimprovera Roma. “Non è questione di buonismo o generosità, ma di diritto umanitario: ci possono essere responsabilità penali internazionali per la violazione dei trattati sui diritti umani”. A indicarlo, commentando la decisione italiana di non accogliere nei propri porti la nave Aquarius, con 629 migranti a bordo, è il ministro della Giustizia spagnolo, Dolores Delgado. “La situazione di queste 629 persone su un’imbarcazione al limite è critica” e la soluzione alla crisi migratoria “deve venire da tutti gli Stati, quelli che sono frontiera e quelli che non lo sono”, ha sottolineato la Delgado. “È questione di umanità ma anche di rispettare gli accordi e i trattati dei quali tutti gli Stati sono parte”, ha aggiunto. E l’Italia potrebbe aver violato le convenzioni adottate a livello internazionale. La decisione del governo spagnolo di accogliere nel porto di Valencia Aquarius “è un gesto che dimostra che bisogna rispettare gli accordi e a partire da qui pensare a una politica coordinata in materia di immigrazione”, ha detto intervistata dalla radio Cadena Ser.
Saranno navi italiane a portare i 629 migranti, salvati dalla Ong davanti alle coste della Libia, al porto di Valencia, in Spagna. Per farlo non compieranno nessuna tappa intermedia e non attraccheranno in nessun porto italiano.

Sul caso Aquarius, interviene anche Parigi che al contrario della Spagna si è sempre contraddistinta per le azioni riprovevoli nei confronti dei migranti a spese proprio dell’Italia. Ricordiamo Ventimiglia e Bardonecchia, solo per citare i casi più noti.
La posizione del governo italiano sui migranti “è da vomitare”, dice il portavoce del partito di maggioranza francese La République En Marche del presidente Emmanuel Macron, Gabriel Attal, intervistato questa mattina dalla tv Public Sénat. “Io – ha spiegato Attal – ho innanzitutto un pensiero per le 629 persone che sono su questa nave”. Poi l’affondo: “Considero che la linea del governo italiano sia vomitevole. È inammissibile fare della piccola politica su delle vite umane (…) Lo trovo immondo”.
A stretto giro parla anche il portavoce dell’Eliseo: il presidente francese Emmanuel Macron denuncia “una forma di cinismo e di irresponsabilità” da parte dell’Italia nel caso della nave Aquarius, ha detto Benjamin Griveaux. Emmanuel Macron ha reso omaggio al coraggio della Spagna e ha tenuto a “ricordare il diritto marittimo”, secondo cui in caso di problemi è “sempre la costa più vicina ad assumere la responsabilità dell’accoglienza”. “Se una nave avesse la Francia come costa più vicina – ha spiegato – potrebbe attraccare” in Francia perché “questo è il diritto internazionale”.

Sanchez, i progressisti europei nel Mediterraneo

Pedro Sanchez

“Un Governo socialista, paritario, europeista, garante della stabilità economica, che sia rispettoso dei propri doveri europei”. Questi in sintesi gli obiettivi di Pedro Sanchez che con una manovra parlamentare ha rovesciato l’incerta e fragile maggioranza di Mariano Rajoy e realizza 24 mesi quello che non gli riuscì all’inizio della legislatura.

Nel mezzo la Spagna ha vissuto una stagione turbolenta che ha consentito tuttavia ai popolari di Rajoy di portare il paese gradualmente fuori dal rischio di una grave crisi economica, di padroneggiare con veemenza la frattura territoriale catalana ma non ha saputo però tenere a freno né l’avanzata alla sua destra di una formazione nazionalista ed europeista come Ciudadanos né di affrontare gli scandali che hanno afflitto e colpito il cuore del Partito Popolare.

Pedro Sanchez dopo esser tornato in sella del PSOE dopo esserne stato disarcionato ha atteso il momento propizio per pugnalare Mariano Rajoy di tale gesto Egli stesso se ne è in fondo risentito avendo offerto l’onore delle armi all’avversario politico sconfitto con il quale ha dovuto condividere momenti di responsabilità comune, in occasione degli attentati a Barcellona ma soprattutto in occasione del Commissariamento della Catalogna tramite l’articolo 155 della Costituzione che i  Socialisti hanno sostenuto assieme a Rajoy.

Ma affinché la crisi del PP non trascinasse definitivamente anche i Socialisti che sostenevano il Governo con un voto tecnico di astensione Sanchez ha giocato la carta parlamentare della mozione di sfiducia. Mentre all’epoca Podemos rifiutò di sostenerla assieme ai Socialisti, oggi con un indebolito Pablo Iglesias vittima anch’egli di un’ondata moralizzatrice il sostegno non poteva che apparire naturale.

Si sono aggregate tutte le forze autonomiste della Spagna, i Baschi in testa una volta che hanno ottenuto assicurazione che i vantaggiosi accordi economici pattuiti fossero mantenuti in vita e così i Catalani.

Il cambio di Governo a Madrid obbliga il blocco indipendentista catalano al realismo che per anni è mancato. I Socialisti intendiamoci non hanno nessuna intenzione di fratturare la Spagna ma al tempo stesso hanno interesse a recuperare la convivenza civile in Catalogna , a temperare l’ondata nazionalista reazionaria in tutto il paese e ad avviare la politicizzazione dello scontro territoriale sottraendone la gestione alla sola autorità giudiziaria.

Quest’ultima non ha mancato di farsi sentire proprio nella giornata della decapitazione di Rajoy : infatti i giudici tedeschi hanno dichiarato la disponibilità a concedere l’estradizione del Presidente Catalano Puigdemont che dovrebbe essere restituito alla Spagna e consegnato alle prigioni madrilene.

Naturalmente questo complicherebbe un quadro che è già sufficientemente ingarbugliato, ma la volontà di Pedro Sanchez è quella di poter recuperare il tempo perduto dall’immobilismo politico del PP per generare nell’imminenza delle Elezioni Generali la fiducia che i problemi territoriali possano essere superati.

Sul piano politico generale l’affacciarsi sullo scenario europeo nuovamente di una forza socialdemocratica, ancorché assai indebolita in termini elettorali, promuove l’idea che sia possibile contenere le spinte populiste ed anti-sistema comprendendole in un disegno di responsabilità. Il PSOE non intende formare un Governo di coalizione ma confida nella prospettiva di evoluzione e cambiamento della formazione dei Podemos in senso riformistico.

La simmetria con il caso Italiano è impressionante : mentre a Roma si formava il Governo più anti-sistema e più anti-europeo del Continente a Madrid , proprio sulla scorta del contagio tricolore , si issavano nuovamente le bandiere del progresso e della giustizia sociale, delle libertà civili e democratiche, del pluralismo territoriale dell’europeismo inteso come grande patto fra la produzione ed il lavoro.

Se reggerà questo tentativo lo diranno i fatti, quello che è certo è che siamo di fronte ad un cambio di fase politica che va in controtendenza e che apre una strada ai progressisti europei nel Mediterraneo: Lisbona, Atene ed ora Madrid; E’ l’Europa che ha subito di più il morso della crisi e che però ha scelto di non dare una inutile ed isolante risposta sovranista ma ha rilanciato lo spirito dell’Europa dei Popoli. Bisognerebbe prenderne esempio.

Bobo Craxi

Spagna. Socialisti al Governo. Psi: “Sfida difficilissima”

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Senza passare dalle urne, arriva la sorpresa migliore per i socialisti spagnoli. Da questa mattina tornano alla guida del governo del Regno di Spagna con l’aiuto degli indipendentisti catalani e baschi.
Si chiude così nel peggiore dei modi la carriera di Mariano Rajoy uno dei premier più longevi d’Europa. Uscito quasi intonso dallo scontro violento con la Catalogna, non è riuscito a superare il caso legato alle tangenti e alla corruzione istuzionale che da anni il PP gestiva a livello nazionale.
Con 180 voti a favore, 169 contrari e un astenuto oggi Pedro Sanchez diventa il settimo Presidente del Governo, terzo socialista dopo Felipe Gonzalez e José Luis Rodriguez Zapatero, il primo eletto dopo aver sfiduciato il premier in carica nell’aula del Congreso del los Diputados.
Tra poche ore sarà ricevuto dal Re Felipe per giurare e presentare la propria squadra di ministri e ministre.

“Voglio fare gli auguri di buon lavoro –  è il commento di Pia Locatelli, responsabile esteri del Psi – compagno e amico di tante battaglie. Lo aspettano sfide difficilissime, ma sono sicura che sarà all’altezza del compito a cui è chiamato nel delicato momento che attraversa la Spagna”. “Pedro sta affrontando  una sfida difficilissima con un governo di minoranza sostenuto da forze diverse che hanno, pur nel dissenso delle posizioni politiche, apprezzato la sua coerenza e la sua passione”, ha detto Locatelli.

“Come capo del governo monocolore che il leader socialista si appresta a guidare sono sicura che Pedro farà di tutto per restituire ai cittadini spagnoli la necessaria fiducia nelle istituzioni tradita dai popolari. E’ un leader a cui i socialisti italiani manifestano tutta la loro stima e il loro  sostegno”, ha concluso Locatelli.

Catalogna. Psoe rompe protocollo per socialisti catalani

GRA082 BARCELONA 17 10 2016 - El primer secretario del PSC Miquel Iceta i es felicitado por su rival en las primarias Nuria Parlon d al inicio de la reunion de la comision ejecutiva tras su reeleccion como lider de los socialistas catalanes EFE Toni Albir

Ancora nubi nere e tensione in Catalogna. La presidente del Parlamento catalano Carme Forcadell è stata arrestata e costretta a trascorrere una notte in carcere, nemmeno il tempo di diffondere la notizia che è arrivata la somma per la cauzione, fissata in 150 mila euro. L’assemblea nazionale catalana, una potente associazione indipendentista, ha pagato la cauzione dopo aver invitato i simpatizzanti a contribuire. “La cauzione per Forcadell è stata depositata, manca l’ordine di scarcerazione del giudice”, ha detto ai giornalisti un portavoce della Corte suprema spagnola. Per lei i reati contestati sono ‘ribellione’ e ‘sedizione’ e ora fino a 30 anni di carcere per avere posto ai voti le risoluzioni sull’indipendenza.
Nel frattempo i socialisti spagnoli si preparano al voto del 21 dicembre. Il segretario del PSC(patito socialista catalano), Miquel Iceta, parlerà in apertura del comitato federale del Psoe che si terrà questo Sabato, per spiegare la situazione in Catalogna, il posizionamento del PSC e come il partito affronterà la campagna elettorale del 21-D. La decisione è stata presa da Pedro Sánchez e rappresenta qualcosa di inaudito per questi incontri, in cui di solito c’è solo la dichiarazione pubblica del segretario generale sulla situazione politica e, successivamente, un dibattito a porte chiuse in cui sono coinvolti tutti i segretari regionali. Così, in questa occasione, ci saranno due discorsi iniziali, quello di Sánchez e quello di Iceta, e poi si darà via agli interventi, che si prevede siano numerosi.

ELS SEGADORS

parlament catalanoCome nell’inno catalano ‘Els Segadors’ i deputati del Parlament danno un ‘colpo di falce’ per difendere la loro terra. Barcellona infatti comunica il divorzio ‘non consensuale’ da Madrid: dopo lunghi tentennamenti oggi la Catalogna dichiara l’indipendenza. Il Parlamento della Catalogna ha approvato la risoluzione sull’indipendenza dalla Spagna, con 70 voti a favore, 10 contrari e due schede bianche. I deputati del Partito popolare, del Partito socialista catalano e di Ciutatans, la sezione catalana di Ciudadanos, hanno abbandonato l’aula del Parlament prima che venisse votata la mozione dei partiti indipendentisti. Subito dopo il sì, il Parlament catalano è esploso in un boato: i deputati in piedi hanno cantato l’inno nazionale dopo che la presidente Carme Forcadell ha annunciato l’adozione della dichiarazione d’indipendenza, seguito da grida di «Visca Repubblica» (Viva la Repubblica).
Decisa dunque l’entrata in vigore della “legge di transizione giuridica e di fondazione” della Repubblica: il Parlament ha aperto il “processo costituente” della Repubblica dopo che questa mattina i due partiti autonomi catalani, Junts pel Sì e CUP, avevano depositato una proposta di risoluzione che contiene, nella parte espositiva l’impegno ad “assumere il mandato del popolo espresso nel referendum” e “dichiarare la Catalogna come Stato indipendente in forma di Repubblica”.
Il documento del blocco indipendentista raccoglie sostanzialmente la dichiarazione di indipendenza che JxSì e la Cup avevano firmato il 10 ottobre, una dichiarazione mai entrata in vigore perché Puigdemont l’aveva sospesa. Nella proposta, i punti chiave parlano senza mezzi termini di promulgare “i decreti necessari per spedire alla cittadinanza catalana la documentazione di accredito della nazionalità catalana”; stabilire “il processo per l’acquisizione della nazionalità catalana”; stabilire “un trattato di doppia nazionalità con il governo della Spagna”, dettare le disposizioni necessarie per l’adattamento, la modifica e l’applicazione del diritto locale, autonomico e statale; promuovere davanti a tutti gli Stati e le istituzioni il riconoscimento della Repubblica catalana; definire i nuovi trattati internazionali.
Da Madrid non trapela preoccupazione, il commento a caldo del premier spagnolo, Mariano Rajoy infatti è stato: “Chiedo tranquillità a tutti gli spagnoli. Lo Stato di diritto ripristinerà la legalità in Catalogna”.
Nessuna sorpresa dal Governo spagnolo, già stamattina Rajoy aveva annunciato la destituzione del presidente catalano Carles Puigdemont, il vicepresidente Oriol Junqueras e tutti i membri del Governo con i poteri straordinari che gli saranno concessi oggi dalla camera alta. Nel frattempo subito dopo l’annuncio dell’indipendenza il Senato spagnolo ha approvato l’articolo 155 come annunciato da Rajoy. Il governo spagnolo, con questa votazione, viene autorizzato a togliere l’autonomia alla Catalogna, commissariando di fatto la regione. Si riunirà in sessione ordinaria alle 17, e straordinaria alle 18, per adottare le misure previste dall’attivazione del 155. Intervenendo in Senato Rajoy ha spiegato che il suo obiettivo è quello di convocare elezioni entro sei mesi e ha poi enumerato tutto ciò che la ‘sfida indipendentista’ ha messo a rischio e illustrato l’obiettivo del governo con l’attuazione del 155. “Potevamo aver messo in moto questa iniziativa quando molti ce lo chiedevano”, ha proseguito Rajoy. “Quando è stata approvata la legge del referendum, quando è stato firmato il decreto di convocazione, ma allora non lo abbiamo fatto perché pensavamo di essere ancora in tempo. Ma non era così”.
Il premier ha detto che è stato necessario questo provvedimento “non contro la Catalogna, ma perché non si abusi della Catalogna”. Infatti non sono state poche le proteste da parte della minoranza unionista prima del voto di questo pomeriggio: il portavoce in Parlament di Ciudadanos Carlos Carrizosa ha chiesto la parola per protestare contro gli slogan pro-indipendenza, urlati dagli oltre 200 sindaci indipendentisti che si trovano nell’auditorium. Carrizosa ha chiesto anche che i gruppi indipendentisti “si attengano alle norme di convivenza minima” e non trasformino il Parlament nella “sede” dei partiti indipendentisti. Il portavoce del Ppc, Alejandro Fernandez, ha denunciato il “settarismo” della maggioranza indipendentista e allo stesso modo protestato per le urla dei sindaci.
Pedro Sanchez ha ribadito oggi che la “Spagna non tollererà la secessione della Catalogna”. Il Psoe ha provato fino all’ultimo a impedire sia che la Catalogna dichiarasse l’indipendenza portando come controparte nuove elezioni, sia che il Governo approvasse il famigerato articolo 155.
Anche oggi poco prima del voto il partito socialista ha chiesto garanzie al PP per la salvaguardia dei media locali catalani in caso di applicazione dell’art. 155. La richiesta però è stata rifiutata, sempre oggi il Psoe infine si è ‘schierato’ e ha ritirato nel Senato spagnolo un emendamento con il quale proponeva di fermare l’applicazione dell’art. 155 se il presidente catalano Carles Puigdmeont avesse convocato elezioni anticipate. L’emendamento era già stato respinto in commissione dal Pp del premier Mariano Rajoy, che ha la maggioranza assoluta nel senato.
Nel frattempo arrivano le dichiarazioni ‘contrarie’ da Usa e Unione europea: “Per l’Unione europea non cambia nulla. La Spagna resta il nostro unico interlocutore”. Scrive su Twitter il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, in merito alla dichiarazione di indipendenza della Catalogna. Tusk ha anche detto di sperare “che il governo spagnolo favorisca la forza dell’argomentazione all’argomento della forza”. Mentre in una nota del Dipartimento di stato americano si esprime l’appoggio di Washington “alle misure costituzionali del governo spagnolo per mantenere la Spagna forte e unita”.

Steven Forti: in Catalogna gioco pericoloso

Catalogna

Steven Forti risiede da diversi anni a Barcellona, è ricercatore presso l’Instituto de Història Contemporânea dell’Universidade Nova a Lisbona, ed insegna Storia contemporanea all’Universitat Autònoma di Barcellona. Si è occupato del massimalismo socialista e di Nicola Bombacci, e, tra gli altri, ha firmato insieme a Giacomo Russo Spena, un volume su Ada Colau. Scrive per diverse testate e conduce un programma in una storica radio libera barceloneta. Lo abbiamo incontrato per valutare alcuni aspetti del profondo dissidio Madrid-Barcellona.

Steven Forti, il gioco delle parti tra governo centrale spagnolo e quello catalano di Carles Puigdemont sta evolvendo nelle ultime settimane verso sviluppi imprevedibili. Una china molto seria, con l’avvio della procedura di applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola, che sarà votata venerdì in Senato, e che potrebbe portare alla sospensione più o meno integrale dell’autonomia di Barcellona. Quali le prospettive nell’immediato?
Era ovvio che il Premier Rajoy pensasse ad un’unica strada obbligata, ed arrivare ad applicare l’articolo 155. E quindi, risolversi a portare la questione in Consiglio dei Ministri era qualcosa di risaputo e non sorprendente. Lo si era capito nelle ultime settimane. Inoltre, vi è stato anche uno scambio di lettere tra governo regionale e quello centrale sulla questione che è apparso un po’ ottocentesco, dove però si lasciava intendere verso quale direzione il Presidente del Governo potesse andare.
Dal momento che il capo dell’esecutivo, Puigdemont, in due occasioni ha risposto in modo non chiaro su quello che era realmente accaduto il 10 ottobre nel Parlamento catalano, si rendeva evidente che, a quel punto, il Partido Popular al potere non poteva fare altrimenti. E questo, a causa delle posizioni su cui i due governi sono ambedue arroccati da tempo, del tutto schiavi delle loro – chiamiamole così – strategie.

Una vicenda di specchi, giochi e contromosse dove ancora non si ha chiarezza sullo sbocco finale, in cui si inseriscono due discorsi di Felipe VI, forse inevitabilmente, ma nettamente sbilanciati sulla posizione del “centro”, di Madrid.
I discorsi del Re sono molto rilevanti. E credo sia interessante tenere presenti insieme due cose: innanzitutto il recentissimo discorso del 19 ottobre in occasione della consegna dei premi Principe de Asturias, in cui il sovrano ha ribadito che la Catalogna è e sarà sempre parte della Spagna. Ciò si ricollega a quanto Felipe VI aveva affermato nell’altro discorso del 3 ottobre. Questo naturalmente rafforza il governo dei Popolari, legandoli strettamente l’uno all’altro.
Peraltro, pur essendo un esecutivo di minoranza, Rajoy ha la maggioranza assoluta al Senato. In più ha l’appoggio al cento per cento di Ciudadanos ed anche il sicuro sostegno dei Socialisti di Pedro Sánchez, per quanto vi siano alcune divergenze al loro interno su come applicare l’articolo 155. Infatti, la federazione catalana e quella delle Baleari sono molto critiche della linea della dirigenza del Psoe e vorrebbero che non ci fosse il “sì” all’articolo 155. Comunque sia, Sánchez e i socialisti su questo hanno posizioni coincidenti con i Popolari, non intendendo mettere in discussione l’unità della Spagna. Altra cosa importante: l’articolo 155 non è applicabile fino al momento del voto dell’aula del Senato di venerdì. Ma il discorso del Re, soprattutto quello del 3 ottobre, è stato importante anche per un’altra cosa: ha chiuso la strada a qualunque possibilità di intervento o mediazione internazionale. Ed ha avuto successo in questo.

Il Premier ha assunto una posizione nettamente di chiusura, una linea “spagnolista” a tutto tondo, dopo una opaca gestione della vicenda fino alle rudezze ai seggi da parte della Guardia Civil, il giorno del voto referendario. Un punto di non ritorno da parte del governo centrale che avocherà a sé tutte le competenze o Rajoy poi graduerà le opzioni – nonostante la bozza presentata sia estremamente rigida, cosa che ha spiazzato i socialisti – con una linea più soft?
Il discorso di Rajoy dell’altro giorno è stato molto duro e le conseguenze saranno serie: sebbene non si sospenderà formalmente l’autonomia catalana, salteranno le competenze locali sulla polizia, sulla tv pubblica catalana, poi si sospenderebbe il Presidente e gli assessori catalani, con l’intervento, di fatto, di una serie di commissari governativi, fino alla convocazione di nuove elezioni nella regione nel giro di sei mesi.  Il testo appena uscito è molto più pesante di quanto ci si attendesse.
Adesso c’è un margine di tempo di alcuni giorni per discutere, sebbene la bozza di mozione si collochi su una linea severa.  In Senato non ci saranno problemi: il Partido Popular ha la maggioranza assoluta e la mozione passerà senza problemi, con il sostegno aperto di Ciudadanos e socialisti, pur con i loro settori dubbiosi.

Un gioco estremamente pericoloso, dove ognuno fa le sue mosse.
Sì, tutto appare come una partita di poker, quasi una roulette russa. Il conflitto tra Barcellona e il centro madrileno si è andato intensificando moltissimo negli ultimi cinque anni e ancor di più nelle ultime settimane. Avviare la procedura dell’articolo 155 la vedo come una strategia del governo di Rajoy per obbligare il governo Puigdemont a fare comunque una mossa.
Ossia, a Madrid si vorrebbe che l’esecutivo catalano convocasse immediatamente nuove elezioni, il che vorrebbe dire convocare e svolgere legali elezioni regionali in Catalogna. Questo sarebbe come ritornare implicitamente dentro la legalità spagnola, dal momento che per convocarle ci si deve basare sulla legge nazionale spagnola, e non sulla legge approvata il mese scorso dal Parlamento catalano sul Referendum e la cosiddetta Transitorietà giuridica.
Questa ipotesi sarebbe e potrebbe essere perlomeno la soluzione per uscire da una incredibile impasse, che veramente potrebbe condurre verso il peggio. Purtroppo che accada ciò appare molto difficile: ci sono tensioni molto forti nella eterogenea compagine indipendentista, che comprende il governo di minoranza della coalizione Junts pel Sí, formato dai Democratici catalani (aderenti ai Liberali europei dell’Alde, dopo la rottura della alleanza con i democristiani e il crack di Convergencia i Unió, NdR) e da Esquerra Republicana de Catalunya, e che è appoggiato dalla Cup (il cartello anticapitalista di sinistra radicale).

Quale valutazione, invece, sulla condotta del Presidente regionale di Barcellona? Il leader ed i catalanisti pro indipendenza sono ormai prigionieri della retorica?
Bisognerà capire cosa accadrà nei prossimi giorni. Il governo catalano pare non abbia alcuna volontà di orientarsi verso nuove elezioni. Qui giocano a questa tattica suicida di azione/reazione: ossia provocare una reazione dello Stato spagnolo per poi cercare di avere un appoggio maggiore e più esteso da parte della società catalana al loro progetto.
Così come abbiamo visto il 1° ottobre, quando è sceso in strada non solo lo zoccolo duro indipendentista, o anche nella manifestazione dell’altro giorno per la libertà dei due dirigenti indipendentisti incarcerati lunedì scorso, Jordi Cuixart e Jordi Sànchez. Infatti, appoggiano queste manifestazioni persone che sono del tutto contrarie al governo del PP e, comunque gente che vuole difendere l’autonomia catalana, ma che non è direttamente pro-indipedenza.
Dunque, ripeto, il governo catalano di fatto ha una strategia suicida, dove dietro non c’è un vero progetto. Si vede che non ha chiaro né cosa fare, né come farlo. Sono degli irresponsabili.
D’alta parte il governo conservatore di Madrid sta facendo degli errori di calcolo molto gravi. La mozione è pesante, e la cosa contribuirà a far peggiorare le cose.
Tornando alla strategia del governo catalano, ci potrebbe essere la volontà – e vedremo in che termini e se poi accadrà davvero nelle prossime ore e giorni – di dichiarare unilateralmente l’indipendenza. Adesso c’è un dibattito interno, anche se non traspare chiaramente nella compagine indipendentista sul se e come farlo: con una dichiarazione in Parlamento regionale prima dell’applicazione dell’articolo 155? Con una dichiarazione istituzionale? Con un voto parlamentare? Questo scenario provocherebbe evidentemente un’altra reazione da parte del governo di Madrid, che poi alimenterebbe questo circolo improduttivo, dove le cose peggiorano sempre più.

Ormai non c’è più spazio per un recupero meditato di alcuni elementi delle miniriforme del tempo precedente all’agitazione indipendentista, per un diverso assetto statale, insieme a semplici modifiche dello Statuto regionale, non è così? La crescente spinta separatista e il nazionalismo madrileno hanno vanificato le tappe precedenti?
Sulla possibilità di avvio di una riforma istituzionale e dello Statuto, non credo vi sarà spazio in questi pochi giorni per una ipotesi che richiede dinamiche e tempi più rallentati.
Posso sbagliarmi, perché tutto cambia molto rapidamente, ma ritengo che, adesso, centrale è capire se in tutto questo ‘gioco’ il governo catalano intende muovere lui il primo passo, e dichiarare l’indipendenza e, se sì come; oppure orientarsi a convocare elezioni regionali e di che tipo, magari definendole “costituenti” o “plebiscitarie”.
Oppure dichiarando esplicitamente: “No, noi ora convochiamo elezioni costituenti perché non vogliamo essere più dentro la Costituzione e lo Stato spagnolo, ma seguiamo le leggi che abbiamo varato a settembre, le leggi di Transitorietà giuridica e di indizione del Referendum di autodeterminazione”. E peraltro sempre accettando come dati per buoni i risultati di questa consultazione. A questo punto, si vedrà che cosa farà il governo centrale e quale sarà la gradualità che deciderà di adottare nell’applicazione pratica dell’articolo 155.

La sindaca di Barcellona, Ada Colau, che proviene dai movimenti popolari dal basso, ha una posizione equilibrata e ragionevole. Quali i punti rilevanti di Barcelona en Comú e quelli di Pablo Iglesias con Podemos, peraltro sempre stabili ad un terzo posto nei sondaggi nazionali?
La Colau spinge per un vero dialogo. La sua posizione è: no al 155, no alla dichiarazione unilaterale di indipendenza; sì al dialogo reale ed ad una riforma vera e profonda del sistema spagnolo; ancora, un sì ad un referendum legale e vincolante concordato con lo Stato centrale.
La sindaca è favorevole, poi, a nuove elezioni in Catalogna ma a certe condizioni. Ha chiesto a tutti la massima calma, di cercare di ragionare politicamente. Aggiungendo che, in ogni caso, non dovranno essere elezioni convocate dallo Stato dopo l’applicazione dell’articolo 155, né portate avanti in un clima di così grande tensione. Anche Podemos è, sostanzialmente, sulla stessa linea d’onda.

Inés Arrimadas, la leader di Ciudadanos, i giovani liberal-centristi di C’s, ha ancora oggi sostenuto una alleanza trasversale antindipendentista.
Sì, la Arrimadas, in realtà, da tempo ripete la necessità di una sorta di fronte unionista, che più propriamente definirei il gruppo dei partiti non indipendentisti: PP, Psoe e Ciudadanos. Per lei, è poi molto conveniente farlo, perché il suo partito è il più forte in Catalogna, avendo più voti, e, anche se dovranno discutere, è la candidata naturale a guidarlo. Peraltro, i sondaggi di oggi la confortano: in Catalogna, con la sua linea molto dura verso i separatisti, C’s perderebbe solo qualche seggio a favore dei socialisti, mentre a livello nazionale ne guadagnerebbe molti a spese dei Popolari.

Intanto, si va precisando il calendario e si corre in direzione di un terreno inesplorato. E tutto accadrà questa settimana…
Sì, sono oramai giorni chiave per la Catalogna e la Spagna: martedì si forma la Commissione senatoriale per l’esame della proposta governativa, giovedì questa sarà votata, tra mercoledì e giovedì si vocifera della possibile apparizione del leader Puigdemont in Commissione. Il quale medita addirittura di presentarsi a in aula a Madrid venerdì, durante il voto in Senato. Giovedì peraltro, ci sarà soprattutto la incognita totale: la sessione del Parlamento di Barcellona, in cui forse si proclamerà la dichiarazione unilaterale di indipendenza.
Le ultime notizie, infine, sono che il PP nelle scorse ore, pur riconfermando di voler sottoporre alla Commissione un testo molto duro per l’applicazione dell’articolo 155, ha però lasciato una porta aperta: i Popolari potrebbero addivenire ad un 155 “light” qualora non vi fosse la dichiarazione di indipendenza e, forse, nemmeno la sua applicazione pratica. Ma solo, però, se Puigdemont decidesse di indire le nuove elezioni catalane in un quadro legale.

Roberto Pagano

Catalogna. Psoe, con art. 155 il Parlament resta intatto

carmen-calvo-ministra-culturaIl portavoce del partito catalano Junts pel Sí (JxSí) ha annunciato che il Parlamento della Catalogna si riunirà in plenaria giovedì mattina, per discutere della risposta da dare a Madrid dopo che l’esecutivo centrale ha annunciato di volere imporre il proprio governo diretto sulla regione. Nonostante gli annunci da ‘Diktat’ per l’applicazione del famigerato articolo 155 dal Psoe arriva l’invito alla cautela. Carmen Calvo, Psoe, ha insistito oggi nel ribadire che l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione in Catalogna è “molto limitato”, perché il Parlament resta “intatto, nelle sue libertà e nella sua amministrazione pubblica”, ha aggiunto. Ovvero il Parlament resterà “esattamente come i catalani lo hanno votato”. dal Governo spagnolo si agisce solo sul governo “che ha portato al disastro la Catalogna e la Spagna,” a salvare Barcellona ci saranno le elezioni regionali che avverranno al massimo tra sei mesi.
La Calvo ha inoltre affermato che Puigdemont “ha ancora la possibilità di convocare il Parlament ed elezioni regolari” e può “venire al Senato a dire su quanto non è d’accordo” con quello che propone il governo centrale, ma “ciò che non è possibile se fatto “nella sfida e nella minaccia”.
Se il Parlament e lo stesso Puigdemont sono ancora indecisi su come agire giovedì, la Cup, l’ala sinistra della coalizione indipendentista catalana, ha rivolto un appello alla “disobbedienza civile di massa” in Catalogna per l’applicazione da parte del governo centrale dell’articolo 155 della Costituzione, descritta come “la maggiore aggressione contro i diritti civili, individuali e collettivi del popolo catalano dopo la dittatura franchista”.

Catalogna, Psoe: “Art.155 per indire nuove elezioni”

Carmen-Calvo-PSOEAlla vigilia della riunione straordinaria del Cdm in cui sarà applicato l’articolo 155 della Costituzione, arriva un’altra novità dalla Spagna. Il governo spagnolo e il Psoe hanno concordato che nuove elezioni regionali in Catalogna si svolgeranno a gennaio 2018: lo ha confermato Carmen Calvo, ex ministro della Cultura socialista.
“Sì, Sanchez ritiene che il 155 servirà a portare la Catalogna alle elezioni” ha detto Calvo, che negozia per il Psoe con il governo sul 155, che il governo attiverà domani. Calvo ha annunciato che “l’obiettivo di ripristinare tranquillità e democrazia in Catalogna si traduce nelle urne” e che “l’attivazione dell’articolo 155 non ha alcuna funzione punitiva, ma rappresenta l’unica via d’uscita che la Costituzione ci permette”.
Grazie all’attivazione dell’articolo 155, il governo spagnolo dovrebbe prendere il controllo, fra l’altro, dei Mossos d’Esquadra e della tv pubblica catalana Tv3. Lo ha detto la socialista Carmen Calvo che negozia per il Psoe il “commissariamento” della Catalogna. Secondo Calvo, citata dai media catalani, Madrid controllerà anche le finanze catalane e parte delle competenze del presidente Carles Puigdemont.
“La situazione che si è creata – ha detto il Premier Rajoy – è il frutto di decisioni irresponsabili da parte di dirigenti politici che sono stati incapaci di essere all’altezza delle circostanze”.
Le misure che verranno discusse sabato per frenare il processo indipendentista della Catalogna, saranno approvate il 27 ottobre nella plenaria del Senato di Madrid. Il pacchetto di misure richiede l’approvazione a maggioranza assoluta del Senato, come prevede l’articolo 155 della Costituzione. I vertici del Senato si riuniranno sabato per stabilire che una commissione congiunta di 27 senatori provenienti dalle commissioni generali delle comunità autonome e costituzionali sia incaricata dell’iter necessario per l’approvazione al Senato.

Tempo scaduto: Catalogna ‘fuori legge’. Psoe con Rajoy

pui catalognaÈ scaduto il secondo ultimatum per Barcellona e dopo il lungo tergiversare del Presidente Puigdemont stavolta a prendere in mano la situazione è il Governo di Rajoy. Il consiglio dei ministri straordinario che si riunirà sabato ha deciso che approverà l’attivazione del 155 che sarà sottoposta al Senato, prima non si può perché Rajoy partecipa al vertice dell’Unione europea. A renderlo noto il portavoce Inigo Mendez de Vigo: il governo autonomo della Catalogna si è posto fuori dalla legge e dalla Costituzione e il governo centrale ripristinerà la legalità “con tutti i mezzi a sua disposizione”. Un Consiglio dei ministri straordinario sabato approverà l’attivazione del 155, che sarà sottoposta al voto del Senato, per «ristabilire l’ordine costituzionale in Catalogna».
Una decisione presa dopo l’ultima lettera di Barcellona in cui si precisa: “Se il governo dello Stato persiste nell’impedire il dialogo e continua la repressione, il Parlament della Catalogna potrà procedere, se lo ritiene opportuno, a votare la dichiarazione formale di indipendenza che non votò il 10 ottobre”. In particolare il presidente della Generalitat ha rimproverato a Madrid di non avergli accordato un incontro con Rajoy e di aver messo agli arresti due leader indipendentisti, Jordi Sanchez e Jordi Cuixart: “Nonostante tutti i nostri sforzi, e la nostra volontà di dialogo, il fatto che l’unica risposta di Madrid sia la sospensione dell’autonomia indica che non se è coscienti del problema e che non si vuole parlare”, ha scritto Puigdemont, che si era consultato fino a tarda notte con il suo partito, per averne l’avallo. Nessun cenno nella lettera alla ciambella di salvataggio offerta dal Psoe sull’indire elezioni anticipate.
Eppure il Governo ha provato in tutti i modi a fra tornare sui propri passi il il presidente catalano Puigdemont: nelle ultime ore sia Rajoy che Pedro Sánchez avevano offerto al presidente catalano una via d’uscita diversa. Se avesse accettato di convocare nuove elezioni in Catalogna, la macchina del 155 si sarebbe fermata. Proposta respinta e nuovo scenario ancora più drammatico. Ora Mariano Rajoy e il leader dei socialisti, Pedro Sánchez, si preparano, molto lentamente, a inviare al Senato la richiesta di attivare l’articolo 155 della Costituzione spagnola che non sarà rapidissima, ma che rappresenta comunque una rottura senza precedenti per l’indipendentismo catalano. Dopo il consiglio dei ministri, i vertici del Senato si riuniranno lunedì o martedì per convocare la commissione generale delle Comunità Autonome. Questo organo creerà a sua volta una commissione congiunta assieme alla commissione Costituzionale. Quest’ultimo passo avverrà su richiesta del Psoe che vuole così evitare un dibattito in sede plenaria al quale dovrebbero essere invitati a partecipare i presidenti delle comunità autonome. Il Psoe appoggia l’attivazione dell’articolo 155 in Catalogna, ma chiede che la sua applicazione sia “molto, molto limitata” e duri “il tempo più breve possibile”. Lo ha spiegato il segretario del Psoe, José Luis Abalos. “La democrazia e lo stato di diritto non possono cedere davanti a questa inammissibile minaccia”, ha aggiunto, riferendosi alla lettera mandata oggi al governo dal presidente delle Generalitat catalana, Carles Puigdemont. Il dirigente socialista ha tuttavia sottolineato che da qui al voto in Senato sull’articolo 155 tutte le porte rimangono aperte per Puigdemont. C’è ancora tempo fino alla fine del mese, prima che l’articolo 155 sia votato dal Senato di Madrid, così il presidente della Generalitat catalana ha ancora una dozzina di giorni di tempo per fare marcia indietro sull’indipendenza o convocare elezioni anticipate.