Barbagallo: “Sicurezza sul lavoro bene indisponibile”

BarbagalloAngeletti-UIL

Il 14 luglio scorso, dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, ha visto ufficialmente la luce il cosiddetto decreto dignità che già tante polemiche e veleni ha sparso, che adesso si trova all’esame del Parlamento che lo dovrà convertire in legge. Sui contenuti di questo decreto, e su altri temi di attualità legati al mondo del lavoro, abbiamo intervistato Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil.

Segretario Barbagallo, qual è il giudizio della Uil sul decreto dignità varato di recente dall’attuale Governo?
Le novità introdotte dal cosiddetto decreto dignità in materia di lavoro, rappresentano per la Uil un primo, seppur debole, passo verso un miglior bilanciamento di tutele e diritti per le lavoratrici e lavoratori. In particolare, la regolamentazione in materia di delocalizzazione è in sintonia con le proposte avanzate dalla Uil. Così come ci trovano concordi le misure per il contrasto alla ludopatia. Non condividiamo, invece, l’introduzione del criterio di “equipollenza” tra contratti a termine diretti e in somministrazione, considerata la differenza di natura e finalità che li caratterizza. Siamo, però, favorevoli alla reintroduzione delle causali, di cui sarebbe auspicabile un ritorno anche per il primo contratto a tempo determinato. Manca, invece, una normativa di “raccordo” tra la precedente disciplina e quella attuale. Ci riferiamo, in particolare, a un periodo transitorio che consenta, senza perdite occupazionali, proroghe e rinnovi per i contratti in essere.

Quali considerazioni trarre dalla verifica dei dati della rappresentanza sindacali, richiesta recentemente dal ministro Di Maio? Va nell’ottica dell’imbavagliare i sindacati? E c’è qualche sindacato “amico” o che ha comunque in gran simpatia l’attuale governo e il ministro del lavoro?
Non vedo questi “rischi”. La questione è un’altra e la nostra posizione al riguardo è semplice e chiara. Il vice premier Di Maio chiede una verifica dei dati relativi alla rappresentanza sindacale? Noi siamo prontissimi. Peraltro, per avere chiaro il quadro della rappresentatività dei sindacati, basta leggere i risultati delle consultazioni elettorali che, sistematicamente e a scrutinio segreto, si svolgono in tutti i luoghi di lavoro, coinvolgendo tutti i lavoratori.  Ad esempio, nelle recenti elezioni per il rinnovo delle Rsu nel pubblico impiego, dove esiste già una legge che regolamenta il tutto, ha votato circa il 90% dei lavoratori coinvolti. Il livello di partecipazione, dunque, è stato altissimo ed è stata così confermata la volontà di farsi rappresentare, in particolare, dal sindacato confederale per la tutela dei propri interessi e la difesa dei propri diritti. Ovviamente, si vota anche in tutti i luoghi di lavoro del settore privato e gli esiti emersi dalle singole imprese sono conosciuti e pubblicizzati. Anche in questo caso, peraltro, c’è già un’intesa tra sindacati e associazioni imprenditoriali per la verifica e la misurazione della rappresentanza: occorre, semplicemente, che venga applicata in toto per avere un quadro complessivo e generalizzato della rappresentatività. A tal proposito, il sistema delle imprese, da un lato, e il Ministero del lavoro, dall’altro, hanno da svolgere alcune incombenze. Insomma, quanto “pesano” i sindacati è cosa nota e se occorre qualche intervento per ufficializzare e pubblicizzare questo dato, la Uil è a disposizione.

Parliamo del caporalato: come combattere questo ritorno a uno sfruttamento che ricorda molto da vicino il mercato degli schiavi?
Nonostante tutti gli sforzi messi in campo e i provvedimenti varati anche su sollecitazione del sindacato, il caporalato continua a essere una piaga per il mondo del lavoro. Per debellare questo fenomeno, bisogna aumentare i controlli e tenere alta la vigilanza sul territorio. Su questo fronte, la Uil sta conducendo una battaglia in prima linea, anche con sacrifici personali e rischi per la propria incolumità di alcuni nostri attivisti. Bisogna proseguire su questo terreno ed estirpare la mala pianta. La cosa paradossale, però, è che accanto a un caporalato, per così dire, “tradizionale”, c’è anche un nuovo caporalato che si sta affermando, con il cosiddetto nuovo che avanza. Alcune imprese 4.0, soprattutto multinazionali, attraverso le piattaforme digitali e tramite app, offrono lavoretti senza garanzie e tutele contrattuali. Insomma, siamo di fronte a una sorta di caporalato 4.0 che pone problemi altrettanto seri e che sfrutta soprattutto le difficoltà e le necessità dei giovani. Tutto ciò fa capire perché ci sia sempre più bisogno di sindacato e perché la nostra battaglia debba proseguire con maggior vigore e determinazione, nonostante alcuni attacchino in modo pretestuoso e scomposto il movimento sindacale.

I voucher, che tanto hanno fatto discutere anche la stessa maggioranza di governo, per non parlare dell’opposizione, possono contribuire a limitare il fenomeno o lo aggraverebbero?
In agricoltura, così come nel turismo, l’uso dei voucher non deve essere ampliato, altrimenti aumenta in automatico la precarietà. È dimostrato, infatti, che a una diminuzione dei voucher corrisponde un incremento dei contratti stagionali che, pur essendo improntati a criteri di spiccata flessibilità, preservano alcune importanti tutele per i lavoratori coinvolti. Al contrario, come si allargano le maglie per i voucher, i contratti stagionali diminuiscono. Insomma, in questi specifici settori e in particolari condizioni, esistono già tutti gli strumenti contrattuali per coniugare le esigenze delle imprese con le garanzie ai lavoratori: non è necessario altro.

A proposito di Salvini, sull’accoglienza avete idee ben diverse da quelle del ministro dell’interno? Come dovrebbero affrontare l’Italia e l’Europa il problema delle migrazioni, ormai diventato una sfida epocale?
In questa tragedia, l’Europa continua a essere colpevolmente assente, mentre dovrebbe gestire l’accoglienza, garantendo una ripartizione che tenga conto delle dimensioni dello Stato membro, del Pil e del lavoro disponibile. Intanto, il prezzo continuano a pagarlo i migranti: uomini, donne e bambini. Questo è inaccettabile. Così come è altrettanto inaccettabile che questi esseri umani siano abbandonati a loro stessi, prima vittime di malfattori e delinquenti che si approfittano della loro condizione di bisogno, e poi ostaggio dei contrasti della politica.  Secondo la normativa internazionale e la legge del mare, chi è in pericolo, va soccorso. L’Europa, poi, dovrebbe gestire il successivo smistamento dei flussi.

Per quanto riguarda l’Europea, le attuali spinte nazionaliste e le nuove e vecchie destre, con un forte asse antieuropeo che sta prendendo piede all’interno della stessa Unione, possono portare alla dissoluzione di un sogno lungo settant’anni?
Questa Europa della finanza, dei burocrati e della politica dell’austerità a noi non è mai piaciuta. Ma dall’Europa non si può più prescindere e uscire dall’euro ci costerebbe molto più dei sacrifici fatti per entrarvi. Dobbiamo, invece, contribuire a rifondarla sul sociale, sul lavoro, sullo sviluppo, sui popoli. Soprattutto, dobbiamo imporre regole di solidarietà che valgano sempre e per tutti. Insomma, serve più Europa, con più politiche comuni, a partire da quelle fiscali sino a quelle sulla difesa. Ma i cittadini europei devono potere influire di più sui nuovi assetti e sulle scelte che ne conseguono. Questa è l’Europa che vogliamo, in cui crediamo e che vorremmo trasferire ai nostri figli, quelli della cosiddetta generazione Erasmus. Spetterà forse a loro, forti di questa esperienza di scambi formativi, gettare basi culturali, più solide e più profonde, per la costruzione di un edificio comune più accogliente e meglio organizzato.

Padova, Carrara, Napoli, si allunga sempre di più l’elenco dei morti sul lavoro. Sembra proprio che il diritto alla vita dei lavoratori, degli operai in particolar modo, sia diventato un’optional. Come si può fermare questa strage continua?
Dobbiamo impostare la nostra azione sindacale sapendo che la salute e la sicurezza sono beni indisponibili, sono una precondizione del rapporto di lavoro e un dovere del datore di lavoro. Non basta, però, affermare principi, bisogna salvare vite umane. Pertanto, noi chiederemo che si investa di più in prevenzione e si accrescano i poteri di controllo e interdizione in capo ai rappresentanti per la sicurezza. Al tempo stesso, riteniamo che sia anche necessario costruire sia un sistema di inasprimento delle pene, che in alcuni casi determinati possa fungere da deterrente per comportamenti illegittimi, sia un sistema premiale sulla base di logiche assicurative già operanti.

Antonio Salvatore Sassu

Il risveglio del contratto delle PA

Buone notizie dal fronte contrattuale del Pubblico Impiego. Dopo gli Statali e la Scuola e Università, ieri è stata la volta dei dipendenti degli Enti Locali per i quali si giunti finalmente al rinnovo del contratto nazionale. Anche loro hanno atteso nove lunghi anni, ma al termine della proverbiale tirata finale ce l’hanno fatta.

L’intesa raggiunta la scorsa notte rispecchia il Protocollo che CGIL, CISL e UIL sottoscrissero il 30 novembre del 2016, ma viene prudentemente considerata dalle Organizzazioni Sindacali come un “accordo-ponte” verso un assetto contrattuale ancora da completare,fermo restando che fornisce già ora prime, importanti risposte.

Per dire. Nella busta-paga del prossimo mese di aprile i lavoratori del settore troveranno un incremento medio di 85 euro mensili ai quali si aggiungerà una somma una-tantum di 450 euro a titolo di arretrati.

Non solo soldi, ma anche nuovo spazio per i diritti di cittadinanza. Permessi, congedi, aspettative, assenze per malattia, diritto allo studio, formazione: un corredo di strumenti contrattuali con i quali si può favorire una più stretta correlazione fra welfare, qualità del tempo vita e qualità del lavoro.

Di grande rilievo viene poi considerata la conquista di una indennità di funzione a favore degli agenti di polizia locale, ai quali viene finalmente riconosciuta la condizione di particolare disagio attraverso la creazione di una specifica sezione contrattuale.

Non tutto è stato risolto con la firma di ieri notte, per questo è stata predisposta una commissione paritetica che avrà tempo fino al prossimo mese di luglio per procedere alla semplificazione dell’assetto delle declaratorie e dei profili professionali con un particolare riferimento al personale educativo e scolastico.

Negli ambienti del sindacato c’è soddisfazione per l’esito positivo di un accordo che mette fine ad un lungo digiuno contrattuale, ma già si ragiona sulla nuova fase di confronto con l’ARAN che prenderà le mosse dopo il mese di luglio, quando verrà presentata la nuova piattaforma contrattuale per il triennio 2019/2021. Per i prossimi giorni è attesa la ripresa del negoziato che dovrebbe portare alla firma del contratto anche per i dipendenti ospedalieri.

Forse è presto per dire se siamo alla vigilia una nuova stagione in cui le organizzazioni sindacali tornano a prendersi il posto centrale nella vita sociale del Paese. Quel che è certo è che la macchina contrattuale funziona e da risultati che i lavoratori apprezzano sia quando ottiene miglioramenti contrattuali come quelli che stanno ottenendo i lavoratori del Pubblico Impiego, sia quando in condizioni negative, è costretta a negoziare situazioni di crisi aziendale particolarmente gravi come quelle che stanno affrontando i lavoratori della Embraco. Dell’importanza del ruolo del sindacato sembra darne conto l’andamento dell’opinione media dei cittadini rilevata dagli istituti di ricerca demoscopica.

Da qualche mese a questa parte i sondaggi dicono che il consenso dei cittadini verso il sindacato sta nuovamente crescendo, con buona pace di tutti quelli che ne hanno pronosticato la crisi irreversibile. È vero il sindacato ha molti problemi. Deve fare i conti con un sistema di forze politiche tendenzialmente ostili al suo ruolo di rappresentanza sociale; deve misurarsi con un mondo imprenditoriale sempre più lontano dalla pratica del dialogo sociale; deve sopportare le geremiadi di opinionisti mestieranti; ma la verità è che il suo stato di salute è buono.

In Effetti quello che conta davvero è che i lavoratori sanno che sul sindacato possono fare assegnamento perché è un soggetto forte, concreto, che guarda in faccia la realtà sia quando c’è la possibilità di operare conquiste e miglioramenti, sia quando sono costretti sulla difensiva dalle difficoltà economiche generali e dalle crisi produttive. Il resto più che altro è propaganda e demagogia.

Franco Lotito
Blog Fondazione Nenni

Pubblico impiego. Approvata dal Cdm la riforma Madia

stataliIl pubblico impiego cambia volto. E’ stata definitivamente approvata dal Consiglio dei ministri la riforma Madia avviata nel governo Renzi. Per gli statali arrivano un nuovo codice disciplinare e i relativi licenziamenti: 10 i casi previsti per la sanzione massima, nonché il licenziamento per il dirigente che, con dolo o colpa grave, evita di attivare e concludere i procedimenti disciplinari. Cartellino rosso anche per i dipendenti che ricevono per tre anni di fila valutazione negativa per scarso rendimento. E ancora: arrivano le sanzioni agli assenteisti del weekend; il polo unico delle visite fiscali presso l’Inps, con gli stessi orari di reperibilità nel pubblico e nel privato (dal primo settembre); il reclutamento in base al fabbisogno; l’obbligo di prevedere la conoscenza dell’inglese nei concorsi; il tetto al 20% dei posti messi a bando per gli idonei. Ma anche l’assunzione dei precari ‘storici’ (che devono aver partecipato a un concorso): la stabilizzazione è prevista per coloro che abbiano lavorato almeno tre anni negli ultimi otto, anche in diverse amministrazioni pubbliche, e che abbiano maturato requisiti fino al 31 dicembre di quest’anno.

Grazie al via libera dei decreti legislativi da parte del Consiglio dei ministri, il ministero – ha dichiarato la ministra Marianna Madia – ha “le carte in regola dal punto di vista normativo per riaprire la stagione contrattuale. I premi – ha ribadito Madia – non saranno più dati a pioggia ma differenziando e seguendo una logica “non punitiva ma di potenziamento dei servizi ai cittadini”.

I decreti approvati dal Cdm, spiega la ministra, sono stati “valorizzati” rispetto alla versione iniziale, sulla base delle indicazioni arrivate “con i pareri parlamentari e l’intesa” raggiunta in Conferenza Stato-Regioni, come previsto dalla sentenza della Consulta sulla delega P.a. Sentenza, tiene a precisare, “che non ha bocciato la riforma”.

“Con l’approvazione del nuovo Testo unico – commenta il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso – può finalmente iniziare, dopo oltre otto anni di blocco, la nuova stagione della contrattazione, da cui potrà partire una nuova spinta al processo di riforma e qualificazione della Pubblica Amministrazione e dei settori della scuola, università e ricerca”. Per quanto riguarda i licenziamenti, prosegue Camusso, “è giusto e positivo il mantenimento dell’art. 18 ai lavoratori pubblici, ma occorre ribadire che la contrattazione deve essere sovrana nel disciplinare, attraverso la valutazione, lo scarso rendimento. Anche questa è una prova di coerenza con l’obiettivo del rafforzamento del ruolo della contrattazione”. Adesso per la leader della Cgil “la ministra Madia deve rapidamente approvare”. Al tempo stesso, sottolinea, “il Governo deve garantire le risorse per confermare gli impegni economici assunti nell’accordo del 30 novembre e per sostenere un piano straordinario per l’occupazione, finalizzato al superamento del precariato e al potenziamento dei servizi”.

Pubblico impiego.
Accordo raggiunto
tra Aran e sindacati

Lavoro

PUBBLICO IMPIEGO:  ACCORDO RAGGIUNTO

E’ stato recentemente firmato tra Aran e sindacati l’accordo che riduce i comparti del pubblico impiego a quattro. E’ quanto hanno fatto sapere le sigle presenti al tavolo, al termine di un incontro fiume che si è chiuso, con la sottoscrizione dell’intesa, nella notte. “Ora il governo non ha più alibi: si rinnovino i contratti pubblici e lo si faccia subito”, ha scritto la Cgil in una nota diramata appena successivamente alla firma. L’intesa sarebbe stata sottoscritta dalla gran parte delle sigle sindacali, il punto centrale è l’aggregazione dei comparti che da undici, considerando quelli effettivi, vengono portati a quattro: Funzioni centrali, Funzioni locali, Sanità e Istruzione e ricerca. Le operazioni di accorpamento hanno riguardato il primo (ministeri, agenzie fiscali, enti pubblici non economici) e l’ultimo settore (prima scuola, ricerca, università e Afam erano distinte). La presidenza del Consiglio è rimasta ancora distinta. La contrazione dei comparti determina anche l’assottigliamento delle aree dirigenziali, sempre a quattro, seguendo quanto prefigurato dalla legge Brunetta e rimasto finora solo su carta. Per salvaguardare specifiche professionalità all’interno dei comparti, ognuno avrà il suo contratto, a una parte “comune” potranno essere affiancate parti “speciali”. Quanto alla rappresentatività sindacale all’interno dei nuovi comparti è prevista una fase transitoria, che fa salve le ultime elezioni delle Rsu, ma resta ferma la soglia del 5% di deleghe e voti. Per alcune sigle sindacali più piccole, che magari erano rappresentative in un comparto ora diluito in uno più grande, ciò può determinare il rischio di scomparire. Per questo nel protocollo d’intesa è stata stabilita la possibilità di alleanza, fusioni, con altri sindacati, da portare a termine entro tempi precisi. La sottoscrizione dell’accordo era il tassello che mancava prima di poter riaprire il tavolo per il rinnovo dei contratti, come più volte rimarcato anche dal ministro della Pubblica Amministrazione, Marianna Madia. La legge di Stabilità per il 2016 destina al capitolo 300 milioni, una cifra considerata sin dall’inizio insufficiente per i sindacati, che ora concentrano le loro attenzioni sul nuovo Def e sulla prossima finanziaria. I contratti nel pubblico impiego sono bloccati dai sei anni, uno stop non più legittimo secondo la Corte Costituzionale che a riguardo si è pronunciata con una sentenza nel luglio del 2015.

Madia,con intesa comparti sistema contratti più semplice  – “Sistema contrattuale più semplice e innovativo per lavoratori pubblici e Paese”. Così si è espressa il ministro della Pubblica Amministrazione, Marianna Madia, in un tweet lanciato dopo l’intesa tra Aran e sindacati con cui, ha scritto il ministro, “si è chiuso l’accordo sulla riduzione a quattro comparti”.

Cgil, adesso governo rinnovi contratti e metta risorse  – Ora che è stata raggiunta l’intesa sui comparti “il governo non ha più alibi: si rinnovino i contratti pubblici e lo si faccia subito, mettendo le risorse necessarie. Il sindacato ha fatto la sua parte, adesso tocca al governo fare la sua”. Così Cgil, Fp Cgil e Flc Cgil hanno commentato l’accordo da poco siglato all’Aran, dopo 17 ore complessive di trattativa, sulla riduzione da dodici (in concreto undici) a quattro dei comparti pubblici. “La diminuzione del numero dei comparti – hanno spiegato – risponde ad una idea di aggregazione di settori, coerente con la politica di riduzione dei contratti. L’augurio, e il nostro impegno adesso, è che i contratti di settore, che per ora costituiscono filiere pubbliche, possano essere integrati anche con i settori privati”. Secondo la Cgil e le categorie Fp e Flc un “importante risultato è l’istituzione del comparto ‘Istruzione e Ricerca’ all’interno del quale per la Cgil si riconoscono e salvaguardano i principi di libertà di insegnamento, autonomia della ricerca e valorizzazione delle diverse specificità contrattuali di scuola, università, ricerca ed Afam”. Per il sindacato di Corso d’Italia non mancano tuttavia “elementi critici”. Il primo, è stato evidenziato nel comunicato, è rappresentato “dall’autonomia della Presidenza del consiglio. Per questa via, infatti, il governo applica la legge Brunetta per difendere un bacino ristretto di lavoratori”. Il secondo punto, riguarda invece “i dirigenti tecnici professionali amministrativi della sanità. Non siamo, infatti, d’accordo che si riunifichi questa parte della dirigenza della sanità con quella delle autonomie locali”. In generale comunque, la Cgil ha definito l’accordo “innovativo”, adesso “la sfida” è “il rinnovo dei contratti nazionali, noi siamo pronti, da subito. L’Aran convochi i sindacati e apra le trattative. I lavoratori hanno diritto al rinnovo, i cittadini hanno diritto a migliori servizi”.

Uil, da sindacati responsabilità, alibi governo finiti  – “Questa mattina alle prime ore dell’alba, dopo una lunga no stop, è stato raggiunto finalmente l’accordo tra Aran e sindacati sui comparti, ridotti a 4 secondo le previsioni della vigilia. Ora gli alibi sono finiti. L’intesa sui comparti adesso è stata raggiunta. Il Governo dimostri che ha la volontà di rinnovare i contratti”. Così ha dichiarato anche il segretario confederale della Uil, Antonio Foccillo, commentando l’intesa appena raggiunta tra sindacati e l’Agenzia che rappresenta il governo nelle trattative sul pubblico impiego. “Troppe ancora le incognite sia sul piano economico che su quello normativo”, ha sottolineato il sindacalista riferendosi ai rinnovi contrattuali. E ha rivendicato: “Noi, con molta responsabilità, come abbiamo dimostrato anche nella lunga e faticosa trattativa siamo disponibili a confrontarci e trovare le soluzioni per risolvere finalmente questa annosa questione”. Dunque ora, ha proseguito Foccillo, “vogliamo un contratto pieno e soddisfacente per i lavoratori che aspettano da troppi anni di rinnovarlo”.

Istat

RECUPERO MODERATO DEL PIL NEL PRIMO TRIMESTRE

Anche nel primo trimestre dell’anno proseguirà la fase di recupero dell’attività economica. Lo rileva l’Istat nella nota mensile sull’andamento dell’economia italiana. L’Istituto sottolinea che la crescita moderata continuerà malgrado a gennaio ci sia stata una “decisa decelerazione” dell’indicatore composito anticipatore dell’economia. Dopo il lieve aumento della disoccupazione e la diminuzione del numero di occupati a febbraio, “segnali moderatamente positivi per l’evolversi nei prossimi mesi provengono dalle attese formulate dagli imprenditori a marzo (per il successivo trimestre), in miglioramento nel settore manifatturiero e nel commercio, stabili nelle costruzioni e nei servizi”.Nei primi mesi dell’anno, sottolinea l’Istat, gli indicatori congiunturali qualitativi confermano i segnali di debolezza dal lato dell’offerta. Dal lato della domanda, alle incertezze legate all’evoluzione del commercio mondiale si accompagnano la stabilità della crescita dei consumi e i primi segnali di ripresa degli investimenti. Proprio sugli investimenti l’Istat evidenzia “un miglioramento ciclico”. Sebbene nel quarto trimestre il tasso di investimento delle società non finanziarie sia rimasto sui minimi storici (18,3%), la variazione congiunturale degli investimenti ha registrato un aumento dell’1%. Nella media del 2015 il valore aggiunto delle società non finanziarie è cresciuto del 2,7% rispetto all’anno precedente e gli investimenti dell’1,5%. Anche il risultato lordo di gestione è tornato positivo (+2,5%) dopo 3 anni di contrazione. Una ulteriore indicazione a favore di una ripresa degli investimenti arriva dai giudizi sugli ostacoli alla produzione: nel quarto trimestre 2015 gli imprenditori manifatturieri hanno segnalato una riduzione del rischio di insufficienza della domanda. Inoltre, i recenti provvedimenti contenuti nella legge di stabilità (superammortamento), il miglioramento delle condizioni creditizie per le imprese e il sostegno ai progetti di investimento in infrastrutture e innovazione del piano Juncker rappresentano ulteriori elementi a sostengono delle aspettative di ripresa del processo di accumulazione del capitale.Le aspettative degli operatori economici sull’evoluzione dei prezzi mostrano in marzo un deterioramento, segnalando il possibile proseguimento dell’attuale fase deflativa. La correzione al ribasso, continua l’istituto di statistica, appare molto pronunciata per i consumatori, con quasi i due terzi che prevedono prezzi stabili o in riduzione.

Fisco

IN GIUDIZIO SOLO 2% CARTELLE

Solo il 2% delle cartelle esattoriali sono oggetto di contenzioso e finiscono davanti a un giudice. Lo si evince dai dati pubblicati sulla rivista telematica dell’Agenzia delle Entrate Fiscooggi. Il dato segna un miglioramento del rapporto tra fisco e contribuenti: l’indice di conflittualità è infatti giudicato più importante dell’indice di vittoria in quanto misura con più efficacia proprio l’evoluzione del rapporto tra amministrazione fiscale e cittadino.

Carlo Pareto
c.pareto@alice.it

Pubblico impiego: firmato accordo tra Aran e sindacati

Manifestazione

Firmato tra Aran e sindacati l’accordo che riduce i comparti del pubblico impiego a quattro. Lo fanno le sigle sindacali presenti al tavolo concluso con la sottoscrizione dell’intesa. “Ora il governo non ha più alibi: si rinnovino i contratti pubblici e lo si faccia subito”, scrive la Cgil in una nota appena successiva alla firma.

 

Il punto centrale dell’intesa è costituito dall’aggregazione dei comparti che da undici, considerando quelli effettivi, vengono portati a quattro: “Funzioni centrali, Funzioni locali, Sanità e Istruzione e ricerca”. Le operazioni di accorpamento hanno riguardato il primo (ministeri, agenzie fiscali, enti pubblici non economici) e l’ultimo settore (prima scuola, ricerca, università e Afam erano distinte). La presidenza del Consiglio rimane distinta. La riduzione dei comparti determina anche la riduzione delle aree dirigenziali, sempre a quattro, seguendo quanto previsto dalla legge Brunetta e rimasto finora solo su carta. Per salvaguardare specifiche professionalità all’interno dei comparti, ognuno avrà il suo contratto, a una parte “comune” potranno essere affiancate parti “speciali”. Quanto alla rappresentatività sindacale all’interno dei nuovi comparti è prevista una fase transitoria, che fa salve le ultime elezioni delle Rsu, ma resta ferma la soglia del 5% di deleghe e voti. Per alcune sigle sindacali più piccole, che magari erano rappresentative in un comparto ora diluito in uno più grande, ciò può determinare il rischio di scomparire. Per questo nell’accordo è stata stabilita la possibilità di alleanza, fusioni, con altri sindacati, da portare a termine entro tempi precisi. La sottoscrizione dell’intesa era il tassello che mancava prima di poter riaprire il tavolo per il rinnovo dei contratti, come più volte rimarcato anche dal ministro della Pubblica Amministrazione, Marianna Madia. La legge di Stabilità per il 2016 destina al capitolo 300 milioni, una cifra considerata sin dall’inizio insufficiente per i sindacati, che ora concentrano le loro attenzioni sul nuovo Def e sulla prossima finanziaria. I contratti nel pubblico impiego sono bloccati dai sei anni, uno stop non più legittimo secondo la Corte Costituzionale che a riguardo si è pronunciata con una sentenza nel luglio del 2015.

Soddisfazione da parte della Fp Cgil e Flc Cgil. “La diminuzione del numero dei comparti – spiegano – risponde ad una idea di aggregazione di settori, coerente con la politica di riduzione dei contratti. L’augurio, e il nostro impegno adesso, è che i contratti di settore, che per adesso costituiscono filiere pubbliche, possano essere integrati anche con i settori privati”. Secondo la Cgil e le categorie Fp e Flc un “importante risultato è l’istituzione del comparto ‘Istruzione e Ricerca’ all’interno del quale per la Cgil si riconoscono e salvaguardano i principi di libertà di insegnamento, autonomia della ricerca e valorizzazione delle diverse specificità contrattuali di scuola, università, ricerca ed Afam”. Per il sindacato di Corso d’Italia non mancano tuttavia “elementi critici”. Il primo, si legge nel comunicato, è “l’autonomia della Presidenza del consiglio. Per questa via, infatti, il governo applica la legge Brunetta per difendere una un bacino ristretto di lavoratori”. Il secondo punto, riguarda invece “i dirigenti tecnici professionali amministrativi della sanità. Non siamo, infatti, d’accordo che si riunifichi questa parte della dirigenza della sanità con quella delle autonomie locali”. In generale comunque, la Cgil definisce l’accordo “innovativo”, adesso “la sfida” è “il rinnovo dei contratti nazionali, noi siamo pronti, da subito.

La Uil ha sottolineato l’atteggiamento di responsabilità dei sindacati: “Ora gli alibi sono finiti. L’intesa sui comparti adesso è stata raggiunta. Il Governo dimostri che ha la volontà di rinnovare i contratti”. Così il segretario confederale della Uil, Antonio Foccillo, commenta l’intesa. Ma sui contratti aggiunge: “Troppe ancora le incognite sia sul piano economico che su quello normativo”. E rivendica: “Noi, con molta responsabilità, come abbiamo dimostrato anche nella lunga e faticosa trattativa siamo disponibili a confrontarci e trovare le soluzioni per risolvere finalmente questa annosa questione”. Dunque adesso, aggiunge Foccillo, “vogliamo un contratto pieno e soddisfacente per i lavoratori che aspettano da troppi anni di rinnovarlo”.

Per il ministro della Funzione pubblica e semplificazione Marianna Madia ora vi è un “sistema contrattuale più semplice e innovativo per lavoratori pubblici e Paese”.

Edoardo Gianelli

BLOCCO ILLEGITTIMO

Statali-blocco stipendi

È illegittimo il blocco dei contratti. Ma solo per il passato. In questo modo la Consulta salva capre e cavoli, ma soprattutto i conti dello Stato. Ma il punto è che per i giudici il blocco dei contratti dei lavoratori pubblici – che dura da ben 6 anni – non è costituzionale.

“Attendiamo di conoscere in dettaglio la sentenza – ha detto in una nota Marco Carlomagno, segretario generale della Flp, uno dei sindacati che hanno preso parte al giudizio davanti alla Corte – ma possiamo dire da subito che giustizia è fatta ed è stata restituita ai lavoratori pubblici la dignità del proprio lavoro. Ora il Governo non ha più scuse. Apra subito il negoziato e rinnovi i contratti”.

Un successo che però riguarda solo il futuro: se la Corte avesse accolto anche la richiesta per gli anni passati, il governo avrebbe dovuto trovare altri 35 miliardi. Una cifra che avrebbe rappresentato una pesante mazzata per qualunque governo, e che avrebbe potuto avere forti ripercussioni sulla politica economica dell’esecutivo.

Insomma, la Corte Costituzionale ha dichiarato, con decorrenza dalla pubblicazione della sentenza, l’illegittimità costituzionale sopravvenuta del regime del blocco della contrattazione collettiva per il lavoro pubblico, quale risultante dalle norme impugnate e da quelle che lo hanno prorogato. La Consulta ha poi aggiunto che sono state respinte le restanti censure proposte. Secondo l’Avvocatura dello Stato l’onere della contrattazione di livello nazionale, per il periodo 2010-2015 non sarebbe stato inferiore a 35 miliardi di euro, con effetto strutturale di circa 13 miliardi annui dal 2016.

La norma del blocco del rinnovo dei contratti per i lavoratori del pubblico impiego è stato inserito da vari governi in decreti per il risanamento dei conti pubblici a partire dal 2009. Un norma che quindi aveva trovato il favore degli ultimi esecutivi che, nessuno escluso, negli ultimi anni hanno cercato di far quadrare i conti ancora una volta gravando ancora più pesantemente sulle spalle dei soliti noti.

Tutto ha inizio nel 2010 quando il super-ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, decide di bloccare gli stipendi con lo scopo di “realizzare, con immediatezza, un contenimento della spesa pubblica”. In parole povere da quel momento si congelano tutti i contratti e negli stipendi dei tre milioni e passa di dipendenti pubblici non può entrare nemmeno un euro in più. Come Tremonti anche il successore nel governo di Enrico Letta proroga il blocco e con Renzi è lo stesso: il congelamento viene prorogato per tutto il 2015, fino alla fine dell’anno.

La situazione resta comunque delicata perché i contratti dei dipendenti pubblici sono bloccati dal 2010 e l’adeguamento sarebbe dovuto ripartire nel 2017, ma sul costo dell’operazione c’è parecchia incertezza. In termini di retribuzioni, il congelamento scattato cinque anni è costato mediamente già oltre 600 euro, ma l’ultima rilevazione dell’Istat in materia si ferma alla fine del 2013.

Secondo il Movimento 5 Stelle, alla luce della decisione della Consulta, “è fondamentale far ripartire i contratti dei lavoratori della Pubblica amministrazione, per dare un respiro a loro ma anche per dare un contributo all’economia reale del paese, facendo ripartire in modo significativo i consumi”. Ora il governo dovrà adeguarsi e da oggi gli stipendi dei lavoratori pubblici dovranno essere adeguati: subito, perché davanti agli errori di una classe politica autoreferenziale non possono pagare sempre i più deboli”. A chiedere un rinnovo dei contratti sono anche i sindacati. “Il Governo – dice in una nota il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo – ci convochi immediatamente per rinnovare i contratti di tutti i lavoratori del settore: non c’è da aspettare un minuto in più degli anni che abbiamo già perso”. “Certamente il nostro presidente del Consiglio e la ministra Madia saranno pronti a rispettare la sentenza e a procedere conseguentemente: se così non fosse, saremmo di fronte a un atto gravissimo contro il quale non resteremmo a braccia conserte. Abbiamo sempre detto che il 2015 deve essere l’anno dei contratti: ora ci sono tutte le condizioni perché questa nostra rivendicazione e questo nostro impegno vengano rispettati”. Sulla stessa linea il Segretario Generale della Cisl, Annamaria Furlan: la sentenza “cancella una palese ingiustizia che dura da ben sei anni nei confronti di milioni di lavoratrici e lavoratori del pubblico impiego”. “Speriamo che il Governo sani questo ‘vulnus’ inaccettabile, aprendo subito la trattativa per il rinnovo dei contratti pubblici, come si fa in in tutti i paesi civili del mondo dove lo stato datore di lavoro rinnova i contratti con i propri dipendenti attraverso il dialogo con i sindacati, ricercando il massimo consenso sociale sui provvedimenti di riforma”.

Redazione Avanti!