Lotta per il petrolio. Haftar star a Palermo

haftarLa Conferenza di Palermo? Vado, non vado. Vado, non vado. Vado! Khalifa Haftar ha lasciato per settimane nell’incertezza Giuseppe Conte, poi alla fine è andato alla Conferenza internazionale sulla pace in Libia organizzata a Palermo dall’Italia e dall’Onu con 38 delegazioni (paesi arabi, europei, Usa e Russia).

Haftar, uomo forte della Cirenaica, è stato il protagonista della Conferenza di Palermo a Villa Igiea, la vera star. Il 12 novembre alla fine è arrivato, il 13 ha stretto la mano a Fayez al-Sarraj, suo avversario e premier del governo di accordo nazionale riconosciuto dall’Italia e dalle Nazioni Unite. Il presidente del Consiglio italiano, stretto tra i due, ha sorriso pieno di speranza: «Non dobbiamo illuderci, ma sono state poste premesse importanti» per arrivare ad un accordo per la pacificazione della Libia. Conte persegue “una strategia di inclusione” per un’intesa con tutte le forze libiche. Il prossimo appuntamento dovrebbe essere la Conferenza Nazionale di gennaio in Libia, passo fondamentale nell’agenda dell’Onu prima delle elezioni in primavera proposte da Giuseppe Conte.

La strada è lunga e difficile. Le premesse non sono positive. Haftar ha lasciato la Conferenza di Palermo prima della conclusione del vertice internazionale, disertando la riunione plenaria assieme al presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi. Il generale ha precisato a una televisione araba: «La mia presenza è limitata agli incontri con i ministri dell’Europa», non con gli esponenti delle altre delegazioni, con cui «non ho nulla a che fare».

Comunque c’è una tregua con al-Sarraj: «Non si cambia cavallo mentre si attraversa il fiume». Una metafora intesa dai diplomatici presenti come un «viatico» per al-Sarraj, il cui posto non verrebbe messo in discussione fino alle “elezioni in sicurezza” in Libia proposte da Conte.

Il comandante dell’Esercito nazionale libico ha un pessimo rapporto con al-Sarraj, che controlla a stento la Tripolitania e la stessa Tripoli. Gli imputa, in particolare, la collaborazione con delle forze della Fratellanza musulmana, da lui considerate terroristiche. Ad agosto e settembre sono scoppiati violenti scontri a Tripoli e al-Sarraj ha rischiato perfino di essere disarcionato. Anche in quell’occasione si è sentita la voce minacciosa di Haftar: le forze della Cirenaica «non resteranno con le mani legate rispetto agli scontri a Tripoli».

La Libia è nel caos dal 2011, è scoppiata una interminabile guerra civile da quando è stato rovesciato e ucciso Muammar Gheddafi. Petrolio, terrorismo islamico e migranti africani in rotta verso l’Italia e l’Europa sono una spaventosa miscela che ha destabilizzato il paese nel quale si combattono circa 150 diverse milizie. La Libia è di fatto divisa in due entità politiche: la Cirenaica e la Tripolitania. Il petrolio e il gas sono le grandi ricchezze del paese nord africano a una manciata di chilometri di distanza dalle coste italiane. L’estrazione del greggio adesso viaggia ad oltre 1 milione di barili al giorno con un incasso previsto in oltre 23 miliardi di dollari nel 2018 (la produzione era di 1,6 milioni di barili ai tempi del rais Gheddafi ma era crollata alcuni anni fa ad appena 200 mila barili per la guerra civile). Il 20% del petrolio dell’Eni e un terzo del gas provengono dalla Libia.

Il dialogo è difficile. Haftar, espressione del Parlamento di Tobruk, è sostenuto dall’Egitto, dalla Russia e dalla Francia. Al-Sarraj è appoggiato dall’Italia, dagli Stati Uniti e dalla Turchia. Il generale ha un rapporto stretto, in particolare, con la Francia. Lo scorso aprile scomparve misteriosamente da Bengasi (alcune voci lo dettero perfino per morto) e, tra smentite e conferme, alla fine la Francia annunciò il suo ricovero in un ospedale di Parigi per imprecisate cure mediche. Emmanuel Macron, in competizione con l’Italia, a maggio organizzò una Conferenza di pace sulla Libia nella capitale francese che, però, non ebbe successo (erano previste le elezioni il prossimo 10 dicembre).

Alla Conferenza di Palermo non sono andati né Trump, né Putin, né la Merkel, né Macron. Al loro posto sono arrivati solo ministri e diplomatici dei rispettivi Stati. La Turchia ha lasciato in anticipo il vertice per protesta, in polemica con Haftar (ma il generale non è stato citato). Giuseppe Conte ha lanciato agli «amici libici» un accorato appello: «Vi prego, non ci deludete». I precedenti non sono certo positivi. Il rischio di un flop è forte.

Leo Sansone
SfogliaRoma

Conte vola in Russia e invita zar Vladimir a Roma

Italia-Russia/Conte a Putin:"amicizia solida" Italia-Russia nonostante difficoltà

L’Italia come grimaldello per rompere l‘Europa? A pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, diceva Andreotti. Ma fatto sta che un’Europa debole sarebbe tutta a vantaggio di qualcuno. La Russia prima di tutti. La manovra Italiana infatti non fa male solo al nostro Paese e in particolare alle fasce più deboli dei cittadini che lo abitano, ma a tutta l’Europa. Non è un caso che anche i paesi europei ideologicamente più vicini alle posizioni del governo italiano, come ad esempio l’Austria, non si prestino al gioco tutto italiano del tiro al bersaglio della Commissione. Oggi Conte, presidente del Consiglio Italiano, quasi non curante della sonora bocciatura europea ricevuta dall’Italia, è in Russia. A rispondere ed ad alzare la voce con la commissione c’è Salvini in perenne campagna elettorale.

“Vorrei subito iniziare con l’augurio – ha detto Conte a zar Vladimir – che lei possa subito venire in Italia, manca da troppo tempo. Non vorrei che il popolo italiano pensasse che non le presta abbastanza attenzione”. Una incredibile sviolinata dai toni sdolcinati. Forse Conte spera di trovare in Putin qualcuno disposto ad acquistare parte consistente del deteriorato debito italiano sempre più difficile da piazzare dopo i pensanti giudizi delle agenzie di rating.

Il premier ha poi proseguito: “L’Italia e la Russia godono di eccellenti rapporti tradizionali sia in campo economico, che culturale e commerciale. Malgrado il contesto internazionale delicato siamo sempre riusciti a mantenere alta la qualità dei nostri rapporti”. “Confermiamo – ha concluso – un’amicizia solida che va oltre le difficoltà del momento”. Clima amichevole e distensivo anche da parte del leader del Cremlino che rivolto al nostro premier ha sottolineato: “Siamo molto lieti di vederla. Tra la Russia e l’Italia ci sono stati rapporti di lavoro, buoni, che vengono sostenuti. Purtroppo l’Italia ha perso le sue posizioni economiche (per interscambio con la Russia, superata da altri Paesi) tuttavia il volume dei nostri scambi rimane molto alto”, ha aggiunto. Putin ha sottolineato che Roma occupa il “quinto posto per interscambio con la Russia” con “cinquecento compagnie italiane” impegnate sul territorio russo. Putin ha inoltre annunciato di voler “parlare di prospettive”.

I diritti civili, l’autoritarismo e il realismo politico

diritti civiliDa tempo si assiste ad un fenomeno preoccupante: i diritti civili vengono, molto spesso, calpestati sull’altare del realismo politico.

L’attenzione e la sensibilità dei paesi occidentali, sul grande tema della tutela dei diritti umani su scala planetaria, tema centrale nella seconda parte del Novecento in Europa, si sono fortemente affievolita, a causa del prevalere di ragioni economiche e di “potenza” dell’occidente liberale.

Alzando lo sguardo verso il mondo, ci si accorge di tante violazioni dei diritti umani, vasti luoghi, regioni e Stati che, sistematicamente, calpestano i diritti fondamentali.

A queste realtà i governi europei, il governo americano, la stessa Ue e l’opinione pubblica sembrano essere disattenti in nome della tutela di interessi consolidati.

Per questi motivi, ad esempio, in Egitto, per mantenere dei rapporti di collaborazione geopolitica con il governo, che si erge a paladino della lotta contro il fondamentalismo islamico, si tende a dimenticare il caso di Giulio Regeni, (dottorando dell’Università di Cambridge, ucciso due anni fa, si suppone potesse avere un legame con il movimento sindacale che si oppose al governo del generale Al Sisi, in seguito alle vicende di Piazza Tahrir al Cairo).

 Si pensi all’operato dei tribunali egiziani che, oltre ad aver “ucciso” un’intera generazione di giovani che chiedevano più libertà e democrazia, hanno commutato diverse esecuzioni capitali a esponenti dei Fratelli Musulmani, nel quadro di una spietata campagna di repressione che va avanti dal 2013.

 Emblematico, in questo senso la situazione che si registra in Birmania, con la persecuzione dei Rohingya, gruppo etnico di minoranza islamica, in un paese a maggioranza buddhista, massacrati dall’esercito nazionale con la complicità, preoccupante e dolorosa allo stesso tempo, del premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi.

Come testimonia la sua stessa vita, rappresenta un simbolo di resistenza alla tirannide della dittatura, tuttavia, adesso trovandosi al governo, seppur in “co-tutela” con l’esercito, non ha speso, incredibilmente, una parola o preso l’iniziativa per bloccare le violenze ai danni dei suoi stessi concittadini.

Ancora, la vicenda terribile della persecuzione degli omosessuali in Cecenia, con veri e propri campi di concentramento, venuta a galla nel 2017 grazie all’inchiesta del periodico indipendente russo Novaja Gazeta, per cui scriveva la giornalista Anna Politkovskaja, assassinata per motivi politici.

La repressione è stata pensata e organizzata dal governo locale ceceno, ma ha avuto l’appoggio silente e la complicità della Federazione Russa, da tempo immemore, poco attenta alla tutela dei diritti umani e di libertà.

Potremmo parlare di quel che avviene in Turchia, nel Kurdistan, in Yemen, Siria, Arabia Saudita, Cina, Corea del Nord o di quel che succede nel continente africano o in alcuni paesi dell’America Latina.  Come si vede, purtroppo sono innumerevoli i casi di violazione dei diritti umani nel mondo.

I diritti umani rappresentano dei diritti inalienabili che spettano ad ogni essere umano: tra i diritti fondamentali della persona, spiccano il diritto alla libertà individuale, il diritto ad esprimere le proprie idee, il diritto ad autodeterminarsi e, più in generale, i diritti civili e politici. Accanto ai diritti di libertà prendono corpo i diritti sociali, fra i quali il diritto al lavoro, alla salute, all’istruzione, all’abitazione, alla pensione e ad una vita dignitosa.

Nel dibattito politico occidentale, si regista una certa tendenza nel considerare i diritti civili come subordinati ai diritti sociali e, di conseguenza, si dà una scarsa attenzione al consolidamento dei necessari diritti di libertà.

Si pensi alle narrazioni delle destre sovraniste europee che vagheggiano una democrazia illiberale nel cuore dell’Europa, sul modello della Russia di Putin o dell’Ungheria di Orban. I nazionalisti parlano molto di sovranità e riconquista dei diritti sociali perduti, proponendo, nello stesso tempo, norme di stampo reazionario e liberticida sui diritti civili (in questo senso, si muove il ddl proposto dal senatore della Lega Pillon).

Dunque, s’insidia nel cuore dell’Europa, un pensiero autoritario che guarda con favore a diverse realtà non democratiche del mondo, accomunate dalle limitazioni alle libertà d’informazione e di espressione.

Una torsione pericolosa che andrebbe riconosciuta nelle sue caratteristiche, cui contrapporre il valore universale dei diritti umani, sparito dall’agenda effettiva dei governi occidentali.

Come saggiamente previsto dai padri costituenti italiani, dopo l’esperienza della seconda Guerra Mondiale, i diritti sociali e i diritti civili rappresentano, nella prima parte della Costituzione, i due principi fondamentali: inviolabilità e dignità personale (art. 2 Cost.), eguaglianza (art. 3 Cost.).

Sandro Pertini diceva che: “Libertà e giustizia sociale, che sono le mete del socialismo, costituiscono un binomio inscindibile: non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà”.

Di fronte alla necessità storica di mantenere le libertà faticosamente conquistate e di costruire società eque e democratiche, occorrerebbe un risveglio della cittadinanza, da tempo sopita, un contraltare al pensiero conservatore e reazionario di una nuova intellettualità progressista, un maggiore sforzo di analisi in capo ai partiti democratici in un’ottica europea e internazionale e un convinto coinvolgimento delle Istituzioni internazionali, come l’ONU, oggi, al contrario, avvitati in una pericolosa impotenza.

Paolo D’Aleo

Usa-Ue, arriva la tregua nella guerra sui dazi

trump juncker

Finalmente una tregua tra Donald Trump e l’Europa dopo che ad Helsinki, nell’incontro con Putin, il presidente Usa aveva detto che ‘il nemico è l’Europa’. Jean Claude Juncker è andato alla Casa Bianca nella speranza di disinnescare le tensioni commerciali con gli Usa che rischiano di incrinare in maniera irreversibile le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico. Il presidente della Commissione Ue è riuscito a strappare un accordo.

Dopo l’incontro, Donald Trump ha detto:    “Oggi è un grande giorno, abbiamo lanciato una nuova fase nei rapporti tra Usa ed Europa.    L’obiettivo è quello di zero tariffe, zero barriere commerciali non tariffarie e zero sussidi sui beni industriali che non siano auto”.

Visibilmente soddisfatto anche Juncker, che è riuscito lì dove non erano riusciti Angela Merkel ed Emmanuel Macron. Juncker ha affermato: “Ero venuto qui per trovare un’intesa e l’abbiamo trovata”.

Dalla Germania sono arrivati commenti positivi all’accordo di tregua, stipulato ieri dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker con il presidente Usa Donald Trump, sulle dispute commerciali. Un’intesa costruttiva, secondo Berlino che ribadisce il suo pieno appoggio all’esecutivo Ue.

La portavoce di Angela Merkel, Ulrike Demmer, ha affermato: “Il governo saluta l’accordo per una azione costruttiva sul commercio. La Commissione può continuare a contare sul nostro sostegno”.

L’intesa prevede che l’Ue si impegna a aumentare le importazioni di soia e gas liquefatto statunitensi, assieme a una tregua sui dazi mentre Bruxelles e Washington negozieranno un percorso per azzerare le tariffe nei servizi, nella chimica, nella farmaceutica, nei beni industriali, salvo le auto (nodo sensibile agli occhi della Germania).

Dalla Francia, inverosimilmente, sono arrivati commenti freddi all’accordo di tregua raggiunto ieri da Jean-Claude Juncker e Donald Trump sul nodo del commercio. Il ministro delle Finanze Bruno Le Maire ha affermato: “Parigi vuole chiarimenti sull’intesa raggiunta. La Francia ha sempre detto che bisognava evitare una guerra commerciale, che avrebbe fatto solo perdenti. Quindi è un bene tornare al dialogo con gli americani”. Tuttavia l’esponente transalpino Le Maire ha detto: “L’agricoltura deve restare fuori dalle discussioni e che l’Europa non transigerà sulle sue regole. Abbiamo delle norme sanitarie, alimentari e ambientali a cui teniamo perché garantiscono la salute dei consumatori”.

I riferimenti polemici appaiono diretti all’impegno, annunciato da Juncker ieri dopo l’incontro alla Casa Bianca, ad aumentare le importazioni di soia Usa, senza precisare se questo includa anche soia Ogm.

La presa di posizione francese si accomuna al pensiero dei movimenti populisti europei che anche in Italia avversano fortemente le coltivazioni Ogm.

Invece, una autorevole francese, Christine Lagarde, direttore del Fmi, ha così commentato: “Sono lieta di sapere che gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno raggiunto un accordo  per lavorare insieme e ridurre le barriere commerciali e, insieme con altri partner, rafforzare la WTO. L’economia globale può avere solo benefici quando i paesi si impegnano a risolvere in modo costruttivo i disaccordi commerciali senza ricorrere a misure eccezionali”.

Da diverso tempo, il Fmi manifesta preoccupazioni per il diffondersi del protezionismo nel mondo.

Saro

Trump, Putin e le nuove relazioni multilaterali

trump putinLe alleanze internazionali, che hanno garantito pace e stabilità per un cinquantennio, sembrano spazzate via dalle misure isolazioniste prese dall’Amministrazione americana, guidata dal Presidente Donald Trump. Ormai nessun commentatore si stupisce, più di tanto, delle affermazioni del tycoon. Alla Cbs News, a proposito del ruolo degli Usa nello scacchiere globale, Trump ha affermato: “penso che abbiamo molti nemici, credo che l’Unione europea sia un nemico per quello che fa a livello commerciale. La Russia è un nemico per certi aspetti, la Cina è un nemico economicamente. Certamente sono nemici, ma questo non significa che siano cattivi. Non significa niente, significa che sono competitivi”.

Leggendo queste dichiarazioni, si comprende il recente attivismo delle Istituzioni europee, i cui massimi rappresentanti, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker e il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, hanno incontrato la delegazione cinese e, in seguito, hanno partecipato alla firma dell’Economic Partnership Agreement tra Ue e Giappone.

Entrambi gli avvenimenti rappresentano una forte risposta dell’Europa al protezionismo americano e al “ritrovato feeling” tra Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin. Emerge la necessità, da parte dell’Ue, di ritagliarsi uno spazio autonomo dallo storico alleato, che mai come adesso risulta ondivago e contraddittorio nello scacchiere internazionale. Anche per questo, in patria, il presidente Trump viene fortemente criticato dal mondo dell’informazione e, in modo bipartisan, da esponenti democratici e repubblicani.

Le nuove relazioni multilaterali dell’Unione Europea guardano ad Oriente, ai mercati asiatici e alle enormi opportunità offerte dalla Cina e dal Giappone. Dell’Accordo di partenariato economico con il Giappone, firmato il 17 luglio, a Tokyo, si è scritto, anche sul nostro quotidiano, sottolineando come questo sia il più rilevante trattato mai negoziato tra le due aree economiche.

In esso si prevede la graduale eliminazione dei principali dazi sulle importazioni: il Giappone li toglierà sul 94% dei prodotti esportati dall’Unione europea, mentre quest’ultima cancellerà le imposte sul 99% delle merci giapponesi.

Tuttavia, quest’accordo ha suscitato diverse criticità, ad esempio da parte dell’intergruppo “No Ceta”, costituitosi nelle assemblee parlamentari italiane della passata legislatura e formato da esponenti di tutti gli schieramenti, cosi come è stata espressa contrarietà da Greenpeace e da altre organizzazioni sociali.

Secondo i critici, l’accordo tutelerebbe un modesto numero di denominazioni di origine, non proteggendo, sufficientemente, il Made in Italy. Inoltre, si critica il controllo inadeguato che l’Unione Europea sarebbe legittimata a fare sulle importazioni di prodotti alimentari giapponesi, con il rischio della presenza di Ogm.

Infine, si accusa l’accordo di abbassare le tutele sul lavoro, poiché il Giappone non ha ancora ratificato due delle otto convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro, un’agenzia specializzata dell’ONU che si occupa di promuovere i diritti umani e la giustizia sociale con una particolare attenzione al tema del lavoro, in tutti i suoi aspetti.

Queste obiezioni dovranno essere affrontate per evitare che gli accordi si rivelino infruttuosi o, peggio ancora, controproducenti per le produzioni locali e i mercati europei.

Per quel che riguarda il ventesimo summit Ue-Cina, si è concordato di sviluppare ulteriormente la partnership strategica, tramite una serie di misure connesse ai “cambiamenti climatici e all’energia pulita”. In conclusione del summit è stata firmata, dai leader Ue e dal premier cinese Li Keqiang, una “dichiarazione congiunta” sui temi che costituiscono la partnership.

Cina e Unione Europea hanno ribadito il sostegno per la risoluzione pacifica della questione nucleare nordcoreana attraverso mezzi diplomatici e per una completa denuclearizzazione della penisola coreana; così come l’impegno a favore della piena attuazione dell’accordo nucleare in Iran.

Di contro, persistono rilevanti differenze sul tema dei diritti umani, ciò nonostante si è deciso di “intensificare gli scambi in seguito al recente dialogo sui diritti umani”.

Sui temi del summit euro-cinese, il Presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk ha dichiarato: “nello stesso giorno in cui l’Europa incontra la Cina a Pechino, il presidente americano Trump e il presidente russo Putin si parleranno a Helsinki, siamo tutti consapevoli del fatto che l’architettura del mondo sta cambiando sotto i nostri occhi. Ed è nostra responsabilità comune fare che sia un cambiamento per il meglio”.

Tusk ha ricordato, “che il mondo che per decenni abbiamo costruito, a volte con contrasti, ha portato la pace per l’Europa, lo sviluppo della Cina e la fine della Guerra fredda. E’ un dovere comune non distruggere quest’ordine, ma migliorarlo”.

Infine, il Presidente del Consiglio Europeo ha esortato i presidenti di Usa, Russia e Cina ad “avviare congiuntamente il processo di riforma dell’Organizzazione mondiale del commercio, al fine di prevenire conflitti e caos”, scongiurando guerre tariffarie a favore di comuni soluzioni basate su regole eque.

Soluzioni comuni che passano dal superamento di rigidità e chiusure nazionalistiche, dall’abbandono dei sovranismi e dalla riscoperta di relazioni internazionali guidate da spirito di leale collaborazione e cooperazione.

In questo senso è preoccupante che il rapporto tra Usa e Ue si stia deteriorando, a causa della mediocrità dell’amministrazione statunitense nell’affrontare le grandi sfide geopolitiche ed emerge la necessità di un rapido cambio di passo in direzione della difesa di un rinnovato multilateralismo.

Paolo D’Aleo

LA CONTROFFENSIVA

LIBERO SCAMBIO GIAPPONEDopo l’abbraccio tra Putin e Trump le reazioni americani e non solo, sono arrivate come era doveroso aspettarsi. Un accordo che in Usa viene definito come una “vergogna”, “poco meno di un tradimento”, “scandaloso”. L’immagine di un presidente che si schiera con un capo di Stato straniero, e per giunta sospettato da un’indagine ufficiale in corso di attività antiamericana, rifiutandosi di appoggiare le proprie stesse agenzie di intelligence impegnate nell’inchiesta sul Russiagate, ha sconvolto i commentatori delle reti televisive nazionali, politici repubblicani e democratici e naturalmente gli stessi funzionari dell’amministrazione coinvolti. L’immagine di un presidente che appoggia e sostiene le tesi antiamericane di Putin in netto contrasto con quelle della amministrazione Usa non poteva lasciare indifferenti. Un gioco di sponda tra i due. Putin per uscire dall’isolamento internazionale, Trump per uscire indenne dal Russiagate con una battaglia isolazionista iniziata con i dazi che si arricchisce quotidianamente di nuove tariffe e minacce.

Una guerra dichiarata alla quale l’Europa, Cina e  il Giappone hanno dato una controffensiva imboccando la strada opposta. Il vertice Ue-Cina di ieri e quello Ue-Giappone di oggi lanciano un messaggio forte in direzione della difesa del multilateralismo da un lato, e della volontà di incrementare le relazioni economiche reciproche dall’altro. L’accordo di libero scambio firmato oggi è maggiore mai siglato tra Europa e Giappone. A firmare, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il premier giapponese Shinzo Abe. Una sigla che arriva all’indomani della visita della delegazione del Vecchio continente in Cina, dove altri impegni – molto meno stringenti, ma politicamente rilevanti – sono stati presi.

Si tratta di “un messaggio potente contro il protezionismo”, dichiarano Abe e Juncker. “Quella di oggi è una data storica allorché celebriamo la firma di un accordo commerciale estremamente ambizioso tra due delle più grandi economie del mondo”, commentano ancora i due leader. “Con il più grande accordo commerciale bilaterale mai siglato – ha scritto su Twitter Donald Tusk – oggi cementiamo l’amicizia nippo-europea. Geograficamente, siamo lontani. Ma politicamente ed economicamente potremmo difficilmente essere più vicini. Condividiamo i valori della democrazia liberali, dei diritti umani e dello stato di diritto”. Anche a livello interno, a differenza del Ceta col Canada o del Ttip con gli Usa, questo accordo ha ricevuto l’appoggio del M5s. Soltanto pochi fa, sul blog delle stelle Tiziana Beghin annotava: “L’accordo di partenariato economico con il Giappone non è perfetto: se fosse stato negoziato sotto gli occhi vigili del governo MoVimento 5 Stelle sarebbe senz’altro migliore, ma le opportunità che offre alle nostre imprese e ai nostri cittadini sono immense e superano gli aspetti negativi”.

Nella comunicazione ufficiale di Bruxelles si ricorda che l’accordo, che riguarda 600 milioni di persone, ha effetto su un export europeo che già vale 58 miliardi in termini di beni e altri 28 miliardi per i servizi. Il cosiddetto accordo Jefta (Japan-Ue free trade agreeement) chiude le trattative avviate nel 2013 e copre un’area di libero scambio che riguarda quasi un terzo del Pil mondiale. “Una volta attuato completamente l’accordo, il Giappone avrà soppresso i dazi doganali sul 97% dei beni importati dall’Ue (in termini di linee tariffarie)”, per una stima di 1 miliardo l’anno di risparmi, diceva già ad aprile Bruxelles nel corso degli ultimi incontri per arrivare alla firma.

Trump rompighiaccio del governo populista

governo-conteSembrava tutto perduto, invece è partito il governo M5S-Lega guardato con timore dall’Europa e dai mercati. Due segnali, uno piccolo e uno importante. Poi, improvvisamente, si è risolto il quasi insolubile rebus. Prima dal muro di cinta della sede del Carroccio di via Bellerio a Milano è stata cancellata la colossale scritta “Basta euro”. Poi giovedì 31 maggio è arrivato il messaggio della Casa Bianca affidato a ‘La Stampa’: «Noi non vediamo le potenziali nuove elezioni come una richiesta di mettere in discussione la presenza dell’Italia nell’Unione Europea». Donald Trump ha fatto da apripista, ha dato il disco verde al governo populista e sovranista italiano, molto simile al suo, rassicurando i mercati finanziari internazionali.

Populismo sì, populismo no. Beppe Grillo e Matteo Salvini in passato hanno rivendicato con orgoglio di essere dei populisti. Giuseppe Conte, chiedendo il 5 giugno il voto di fiducia al Senato, senza urla e con voce compassata da professore, non ha negato lo spirito populista del suo governo: «Se populismo è attitudine ad ascoltare i bisogni della gente, allora lo rivendichiamo».

Il presidente del Consiglio ha declinato un pragmatismo a “un cambiamento radicale”. Ha annunciato la volontà di applicare “il contratto di governo” frutto del travagliato negoziato tra il M5S e la Lega: 1) la fedeltà alla scelta europea e alla alleanza con gli Usa, ma anche l’intenzione di cambiare le regole della Ue e intende cancellare le sanzioni alla Russia di Putin; 2) la lotta all’immigrazione clandestina «ma non siamo e non saremo mai razzisti»; 3) lo stop ai vitalizi dei parlamentari e il taglio delle “pensioni d’oro” cioè «sugli assegni superiori ai 5 mila euro netti mensili nella parte non coperta dai contributi versati». Il punto centrale del programma di governo, però, è la lotta contro le disuguaglianze sociali e per il lavoro: reddito di cittadinanza, flat tax e superamento della legge Fornero sono i cavalli di battaglia ma hanno un alto costo (almeno cento miliardi di euro). Il presidente del Consiglio non ha dato particolari su come intervenire (in particolare non ha citato l’ipotesi quota 100 per andare in pensione anticipata). Il Senato ha concesso la fiducia all’esecutivo grillo-leghista con 171 sì, 117 no e 25 astenuti.

Le parole di Conte hanno innervosito i mercati ma non troppo: la Borsa ieri ha perso oltre l’1% e lo spread è risalito chiudendo a quasi 240 punti rispetto ai circa 210 della mattina. Il miracolo che ha prodotto il governo cinquestelle-leghisti è avvenuto il 31 maggio. Matteo Salvini ha accettato alla fine lo spostamento del suo pupillo Paolo Savona proposto da Luigi Di Maio, dal cruciale ministero dell’Economia a quello per le Politiche Europee. La mediazione ha sbloccato la paralisi. Sergio Mattarella ha dato il suo placet, negato invece domenica 27 maggio perché il segretario leghista aveva fatto le barricate, e il capo politico cinquestelle lo aveva appoggiato, nel volere l’economista euroscettico al dicastero dell’Economia. Il capo dello Stato, al secondo tentativo in 4 giorni, ha affidato al professor Giuseppe Conte l’incarico di guidare l’esecutivo giallo-verde.

Niente elezioni politiche anticipate date ormai per scontate, invece è sorto il primo governo populista della Repubblica italiana e il primo dell’Europa occidentale. La “Terza repubblica” secondo di Maio.

I mercati, dopo la bufera, hanno accettato con riserva l’arrivo del tandem populista al governo. Prudenti segnali di apertura, dopo il presidente americano, sono giunti anche dai governi europei, da Bruxelles e dagli imprenditori italiani e stranieri. La cancelliera tedesca Angela Merkel è pronta a collaborare «con il nuovo governo italiano». Sergio Marchionne ha aperto la porta senza entusiasmo al nuovo esecutivo: «È già un passo avanti». L’amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles, però, è stato caustico: «Noi siamo sempre stati filogovernativi, voi scegliete e noi ci adattiamo».

Nei giorni precedenti, invece, era scoppiato il panico. La crisi politica, aggravata dall’annuncio di Di Maio di voler chiedere la messa in stato di accusa di Mattarella (idea non condivisa da Salvini e poi rientrata con le relative scuse), aveva provocato il caos. In appena tre settimane a maggio il differenziale tra i buoni decennali del Tesoro italiani e quelli tedeschi era volato da 130 punti fino a 324, il livello più alto dal 2012, causando un salasso per pagare gli interessi più alti sui titoli del debito pubblico. Anche la Borsa era andata in picchiata.

Ora la paura è passata. Il governo populista dal taglio pragmatico è alla prova: la difficile scommessa delle forze anti establishment è di mantenere le seducenti ma difficili promesse fatte ai propri elettori nel voto del 4 marzo e di non impaurire di nuovo i mercati. È una prova cruciale per Di Maio e Salvini, i veri dominus del governo Conte: entrambi sono vice presidenti del Consiglio, il primo è ministro dello Sviluppo e del Lavoro e il secondo è titolare del dicastero dell’Interno. Ministro dell’Economia è il professor Giovanni Tria, un economista critico sulle regole per l’euro ma contrario a dare l’addio alla moneta comune. Ministro delle Politiche Europee è Savona, l’uomo sul quale punta Salvini, teorico di un Piano B per abbandonare l’euro. È un equilibrio fragile.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Frontiere d’Europa. Come la Polonia non rispetta i trattati

Orban e Morawiecki

Orban e Morawiecki

Nei giorni in cui il primo ministro ungherese Orban e quello polacco Morawiecki ribadiscono di voler cambiare l’Europa e di voler ripulirla dagli immigrati che, secondo loro, minerebbero l’integrità culturale europea; in questi stessi giorni dicevo mi sono recato laddove il diritto europeo non viene applicato nei confronti dei migranti. No, non si tratta di Lampedusa. E nemmeno delle frontiere spinate tra Ungheria e Serbia. Ma di una frontiera di cui nessuno in Europa parla: quella di Terespol tra la Polonia e la Bielorussia. Qui stazionano centinaia di rifugiati ceceni o armeni ai quali la polizia polacca nega i diritti sanciti da trattati internazionali che la stessa Polonia, formalmente, riconosce.

Arrivo nella città di Brest. Una bella cittadina, con una fortezza. Il nome ricorda quello di trattati di guerre studiate a scuola in gioventù. Mi sposto nei pressi della stazione dove provo ad avvicinarmi a una decina di persone che sembrano bivaccare in attesa del loro destino.

Sono ceceni. Mi raccontano di essere in Bielorussia da un mese e di aver provato già 8 volte di entrare in Polonia e di richiedere asilo politico. “Non sai mai cosa rispondere alle domande del poliziotto. Una volta mi ha detto: Non vuoi lavorare vero? Vuoi venire qui a farti mantenere? Sei un parassita! Vieni qui a farti mantenere. La seconda volta allora ho risposto che si, vorrei trovare un lavoro. Allora il secondo poliziotto mi ha detto: Allora sei un migrante economico! Quindi torna indietro!” Qualsiasi risposta porta ad un bivio il cui destino è quello del ritorno in Bielorussia.

Scopro che l’unico modo per avvicinarsi alla frontiera della Polonia (e dell’Europa quindi) è il treno delle 7.22. Il controllore a quelli “Senza Visto” vende il biglietto del famigerato vagone numero 3.

Il mattino successivo mi alzo quindi all’alba per tornare in stazione. Nei pressi del vagone 3 vedo una quarantina di persone: Ceceni, Armeni, Tagiki ed Azeri.

Avvicino una ragazza. È cecena. Non vuole parlare. Mi dice che in stazione ci sono delle spie di Kadirov (il dittatore ceceno che governa per conto di Putin con la mano di ferro), che cercano “i traditori” per portarli a casa. E sparire nel nulla.

Ho più fortuna con una ragazza Armena. Elen. Ha ventotto anni. Oggi proverà per la decima volta ad attraversare la frontiera. Da un mese dorme in luoghi di fortuna. È all’ottavo mese di gravidanza. Le chiedo da che cosa scappa, perché sia qui sola ad affrontare questa traversata. Mi racconta una storia struggente, come molte qui d’altronde. Scappa dalla sua famiglia che la vuole uccidere per aver commesso una colpa gravissima: essersi innamorata di un Azero e non aver voluto abortire.

Non ha più soldi. Da dieci giorni ormai si ciba solo di pane e the. Le offro un panino che ho portato con me dal comodo hotel in cui ho passato la notte.

Mi racconta che spera di entrare questa volta e che una sua conoscente cecena, anche lei incinta, la settimana scorsa è riuscita a farsi portare in ospedale a Biala Podlaska. Come ha fatto? Semplicemente le si sono rotte le acque nella sala d’attesa della gendarmeria polacca e quindi sono stati costretti a chiamare un’ambulanza e a portarla in ospedale con i suoi due figli e con il terzo che aveva scelto il momento opportuno per decidere di nascere. Prima di quasi partorire in gendarmeria aveva provato ad entrare 15 volte in un mese e mezzo.

Il Marito di Alia, invece, è stato ucciso in Cecenia dagli scagnozzi di Kadirov. Quando il figlio ha compiuto 15 anni le forze speciali cecene sono arrivate per arrestarlo. Alia non ci ha pensato due volte: ha corrotto le guardie carcerarie con quei pochi soldi che aveva ed è fuggita verso la libertà: l’Europa. O almeno ci ha provato visto che a pochi metri da quella agognata libertà le guardie di frontiera polacche le hanno negato la richiesta di asilo politico. “Ho spiegato la mia situazione, ho detto che posso vivere anche in una tendopoli, posso pulire i gabinetti, ma devo salvare mio figlio. La poliziotta mi ha detto che se voglio lavorare posso andare in Siberia, che la c’è lavoro per tutti”. Alia ha sulle spalle 32 tentativi di ingresso in Polonia. Ha ancora qualche risparmio per una o due settimane e spera di riuscirci perché non ha un piano B. in Cecenia aspettano loro prigione e morte.

Roman, anche lui ceceno racconta: “Tra la Russia e la Bielorussia non ci sono frontiere. Quelli di Kadirov ci inseguono sino a qua. La Bielorussia è una dittatura, lo sappiamo. Ma la Polonia era sempre stata un paese democratico. Ma ora? Le guardie di frontiera non rispettano le leggi e si comportano come quelle della Bielorussia.”

A Brest, sul lato bielorusso della frontiera, solo Marina, una russa che vive in Polonia, ogni tanto viene a prestare soccorso alle famiglie. Organizza una “scuola” improvvisata per i bambini e, sul lato polacco, aiuta quei pochi fortunati che hanno potuto richiedere l’asilo e a Biała Podlaska attendono l’iter burocratico della pratica.

Nessun ufficiale sul lato polacco vuole rispondere alle mie domande. Nessuno parla ufficialmente. Un ufficiale bielorusso, che vuole rimanere anonimo, mi racconta invece come sino al 2016 non ci fossero problemi per gli immigrati a Terespol, come tutti venissero ricevuti e i trattati venissero rispettati. Dopo la vittoria del governo ultranazionalista di Giustizia e Diritto, i gendarmi polacchi hanno ricevuto indicazioni dal ministero di fare di tutto pur di non consegnare i formulari per la richiesta d’asilo; la qual cosa, sulla base del trattato di Dublino, obbligherebbe la Polonia a gestire gli immigrati sino alla decisione definita sulla loro richiesta.

L’attuale ministro della difesa Mariusz Błaszczak, che sino a pochi mesi occupava il ministero degli Interni, la scorsa settimana ha sostenuto che “La frontiera della Polonia è molto stretta. Non vogliamo sottometterci alle pressioni di coloro che vogliono provocare una crisi migratoria. La nostra politica è totalmente diversa. Fino a quando sarò ministro, fino a quando al governo ci sarà il partito PiS, non esporremo a Polonia al rischio di terrorismo”

Nel frattempo la “terrorista” Elen, con il mio panino e il suo pancione all’ottavo mese di gravidanza, prova per l’ennesima volta a salire sul vagone 3 aiutata da un simpatico ceceno omossessuale che fugge dalle persecuzioni di Kadirov. Anche questa volta torneranno indietro a mani vuote. Senza aver potuto richiedere quell’asilo politico che i diritti internazionali, e quelli piú semplicemente umanitari, dovrebbero garantirgli.

È questa l’Europa che volevamo?

Tocca anche a me comprare il biglietto per Varsavia. Ho chiesto il vagone 3. Ma non mi hanno accontentato. Viaggerò invece nel vagone 1, quello di coloro che hanno avuto, nella roulette russa del destino, il privilegio di nascere nello spicchio migliore dell’emisfero.

Diego Audero

Nord Stream 2, il progetto che divide ancora di più l’UE

map_sp2e2017-09-08L’Europa si spacca ancora e ancora una volta c’è di mezzo la Russia, o meglio gli interessi sulla Russia. Si parla ancora di Nord Stream 2, l’opera della compagnia russa Gazprom, co-finanziato dalle aziende europee Shell, Wintershall, Uniper, Omv e Engie.
I ministri degli Esteri di Estonia, Lettonia e Lituania, che venerdì hanno incontrato il loro collega tedesco a Palanga, non sono d’accordo sulla realizzazione del gasdotto sottomarino Nord Stream 2, la cui costruzione è prevista nel Mar Baltico a opera di Gazprom. Ma in prima fila contro la costruzione del gasdotto anche la Polonia, il viceministro degli Esteri polacco Konrad Szymanski ha dichiarato in un articolo su politico.eu che il gasdotto Nord Stream II non dovrebbe essere costruito perché danneggerà l’Unione europea e l’Ucraina. Per Szymanski nel 2019, quando il gasdotto sarà attivo, il colosso del gas russo Gazprom “avrà la capacità tecnica di servire i suoi clienti dell’Europa occidentale senza il sistema di trasmissione ucraino”. In realtà anche se Varsavia si richiama alla sovranità di Kiev messa in discussione da Mosca, il gasdotto ostacolerebbe la concorrenza nel mercato del gas polacco e aumenterebbe notevolmente la posizione negoziale di Gazprom nei confronti dei clienti polacchi.
Per la Germania invece si tratta di un buon affare a livello energetico e non sembra intenzionata a ostacolare il progetto. Il ministro tedesco degli Affari Esteri Heiko Maas aveva infatti fatto sapere che Berlino considera Nord Stream 2 un progetto esclusivamente orientato al business, ribadendo la stessa posizione anche durante il vertice di Palanga. “È chiaro che si tratta di un tema specifico su cui il punto di vista dei Paesi Baltici differisce dall’approccio del governo tedesco, che considera Nord Stream 2 prima di tutto un progetto commerciale di aziende private, pur ammettendo che dal punto di vista di altri Paesi lungo il Mar Baltico, il progetto ha una discreta quantità di aspetti politici e geopolitici”.
Anche l’Austria non sembra intenzionata a tirarsi indietro, la società austriaca Omv ha già investito 405 milioni nel nuovo gasdotto del Mar Baltico. L’ad Rainer Seele è presidente della Camera di commercio e dell’industria tedesco-russa e ha solidi contatti con il Cremlino La Repubblica alpina poi è il maggiore azionista unico del gruppo petrolifero e estrattore di gas.
All’inizio di aprile, il governo finlandese ha dato il via libera alla costruzione del gasdotto sottomarino attraverso il suo territorio. Se completato, il gasdotto Nord Stream 2 fornirà circa 55 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno dalla Russia alla Germania passando sotto il Mar Baltico, aggirando i paesi di Visegrad (Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Ungheria–V4), gli Stati baltici e l’Ucraina, che dunque contestano il progetto.
Mosca stavolta ci prova con ogni mezzo a ‘ripartire’ economicamente, nonostante le sanzioni per la Crimea. Ieri due eventi hanno messo in chiaro quanto il presidente Putin punti sul territorio annesso. Per “incoraggiare” il business straniero a lavorare in Crimea, o ovunque si rischi di incappare nelle restrizioni americane o europee, la Duma ha messo a punto un disegno di legge che considererà un reato rifiutarsi di entrare in affari con cittadini russi sotto il pretesto delle sanzioni occidentali. La pena prevista può arrivare a quattro anni di reclusione. In prima lettura, la legge è passata ieri alla Duma all’unanimità. Mentre sempre ieri Vladimir Putin ha inaugurato il ponte sullo stretto di Kerch, ovvero il ponte lungo 19 chilometri che collega la Russia e la Crimea a bordo di un camion Kamaz. Circa 35 veicoli, tra cui autocarri, betoniere e gru, facevano parte del convoglio che ha inaugurato il ponte con il veicolo di Putin.

La Piazza Rossa ospita la festa per “la vittoria”

putin festa della vittoriaMentre il mondo occidentale festeggia il giorno dell’Europa, in Russia si prepara la parata dedicata al 73simo anniversario della vittoria nella seconda guerra mondiale. La piazza rossa a Mosca ha ospitato circa 13 mila persone, 159 equipaggiamenti militari e 75 aerei. Come quasi ogni anno la sfilata è stata aperta dal carro armato T-34. Migliaia di soldati hanno marciato in formazione attraverso la Piazza Rossa per celebrare il Giorno della vittoria, un evento annuale per ricordare il trionfo dell’Unione Sovietica sulla Germania nazista in una serie di battaglie che si sono concluse il 9 maggio 1945.

Per la Russia non esiste giorno più importante di questo, che la memoria dell’ultima guerra accomuna e unisce tutti i cittadini, nel sentimento di amore per la patria.

Il presidente russo Vladimir Putin ricorda a tutti i partecipanti la storia e le tragedie di due guerre mondiali. Sottolineando che proprio il passato non ci deve lasciare indifferenti e ciechi davanti alle nuove minacce. L’egoismo e l’intolleranza, il nazionalismo aggressivo e le pretese di esclusività alzano il pericolo di controversie. Putin ha ragione, questi elementi non devono riferirsi solo alle altre nazioni, ma soprattutto alla sua madre patria. Specialmente per lui stesso, che non vuole cedere a nessuno il potere e con la forza cerca di mantenere il suo dominio sulla regione.

“Il mondo è fragile. La sua sensibilità rafforza il nostro desiderio comune di ascoltare, fidarsi e rispettarsi a vicenda”, – afferma il presidente russo e parla con i veterani della guerra – “Seguiremo sempre i vostri precetti, continueremo le vostre tradizioni, continueremo a lavorare sodo, raggiungere il successo nell’interesse ella prosperità e della grandezza della Russia. Le nostre truppe hanno vinto grandi battaglie per Mosca e Stalingrado, hanno rotto il blocco di Leningrado e hanno liberato le capitali europee. La tempesta decisiva è stata a Berlino”. Queste affermazioni per sottolineare che in quel momento “non importavano le appartenenze nazionali e religiose, tutti avevano una sola patria”.

Russia non è l’unico paese che festeggia la vittoria sul nazismo. Alcuni stati ex sovietici dedicano questa giornata a ricordare i veterani della guerra. Sia in Ucraina che in Georgia la gente porta i fiori davanti ad un monumento per le vittime di guerra.

Ma poniamoci una domanda, soprattutto per i paesi oggi indipendenti, ma all’epoca appartenenti al blocco sovietico: è giusto festeggiare il 9 maggio, giorno della vittoria dello Stalinismo, che negli anni successivi ha portato porta via le vite delle persone (il numero di vittime è stato tre volte superiore alle vittime nel nazismo e fascismo)? La “vittoria”… dopo la quale lo stato sovietico inizia grandi repressioni e termina fisicamente gli scienziati, i sacerdoti e l’élite dei suoi paesi satelliti.

Magda Lekiashvili
Blog Fondazione Nenni