Pensioni, la quota 41: come funziona e quali sono i costi

Pensioni

COS’E’ QUOTA 41

Il tema pensioni è caldo in questi giorni. Il governo sta cercando, infatti, una soluzione per attuare la riforma delle pensioni, indicata nel contratto, senza mettere a rischio i conti dell’Inps. Per questo motivo tra le ipotesi possibili c’è quella di un passo indietro in merito alla quota 41, ovvero lo strumento che consente di andare in pensione, indipendentemente dall’età anagrafica, una volta maturati 41 anni di contributi.

Secondo Boeri la quota 41 aggiunta alla quota 100 (con cui invece si può andare in pensione, una volta compiuti 64 anni, se la somma dell’età anagrafica e dei contributi maturati dà come risultato 100) costerà 11 miliardi di euro nell’immediato, 18 miliardi a regime; una spesa ingente per lo Stato ed è per questo che si sta anche valutando l’idea di portare la quota 41 a quota 42, innalzando di un anno il requisito contributivo previsto. Al momento però si tratta solamente di indiscrezioni, poiché la quota 41 per tutti non fa ancora parte del nostro ordinamento e, stando alle ultime notizie sulle pensioni, non lo farà prima del 2020.

In molti non sanno, però, che la quota 41 può essere già richiesta da alcune categorie di lavoratori. Si tratta dei lavoratori precoci, ossia di coloro che prima di compiere il 19esimo anno di età hanno maturato almeno 12 mesi di contributi. Per poter accedere a questo strumento non è necessario che i 12 mesi siano continuativi. La quota 41, però, subirà una modifica dal primo gennaio 2019, complice l’adeguamento con le aspettative di vita che riguarderà da vicino anche la pensione di vecchiaia e quella anticipata; nel dettaglio, i lavoratori precoci dovranno maturare 41 anni e 5 mesi di contributi se vorranno smettere di lavorare in anticipo rispetto agli altri lavoratori.

Lavoro

FESTIVITA’ SOPPRESSE IN BUSTA PAGA

Le giornate di ex festività per il 2018 sono quattro. Lunedì 19 marzo (San Giuseppe); Giovedì 10 maggio (ex Ascensione 39° giorno dopo Pasqua ); Mercoledì 31maggio (ex Corpus Domini 60° giorno dopo Pasqua); Venerdì 29 giugno (San Pietro e Paolo).

Da ricordare che vengono riconosciute tali se le festività soppresse (sopraelencate) sono cadenti in un giorno lavorativo dal Lunedì al Venerdì. Nel 2018 non viene pertanto riconosciuto il quattro novembre (Festa dell’unità nazionale e delle forze armate) in quanto cade di domenica. Mentre, sempre nel corso di quest’anno, nessuna delle festività (25 aprile, 1° maggio e 2 giugno) coincide con la domenica per cui non si ha diritto ad ulteriori giornate di recupero.

Al lavoratore spetta annualmente un numero di permessi giornalieri retribuiti corrispondente a quello delle giornate, già indicate come festive e poi non riconosciute come tali da provvedimenti di legge.

Attenzione, per fruire interamente delle festività soppresse, occorre nei giorni summenzionati avere diritto all’intero trattamento economico. Pertanto nei giorni anzidetti per mantenere il diritto non bisogna chiedere la fruizione di aspettative, permessi non retribuiti ed anche giornate di Solidarietà. Come poi previsto dalla maggior parte dei contratti collettivi di lavoro, tutto il personale di ogni ordine e grado, dovrà tassativamente fruire dei permessi sostitutivi delle festività soppresse entro l’anno. Il godimento di tali permessi dovrà essere in ogni caso programmato da ciascun dipendente prima delle ferie annuali di spettanza in modo da essere effettivamente goduti improrogabilmente entro il 14 dicembre dell’anno di riferimento. Resta fermo che in caso di mancata fruizione parziale o totale delle giornate queste non verranno ne compensate ne monetizzate.

Saper quindi leggere la propria busta paga, anche per quanto attiene i riposi in questione, è molto importante, così da rendersi conto per tempo di eventuali errori commessi al riguardo dal datore di lavoro. Tuttavia non tutti sanno come fare; ad esempio, se si chiedesse cosa sono le festività soppresse molti lavoratori magari non saprebbero nemmeno di cosa parliamo.

Molti di loro probabilmente non conoscerebbero neppure la risposta ed è per questo che su un tema come questo è sempre opportuno fare chiarezza.

Nel dettaglio alla voce “festività soppresse”, che in busta paga si trova vicino agli spazi dedicati a ferie e permessi, si segnalano quei giorni che una volta il nostro ordinamento riconosceva come festività nazionali ma che oggi non lo sono più.

Più in particolare, ci sono delle festività che una volta erano riconosciute anche sul piano civile dalla legge 269/1949 e che di conseguenza permettevano al dipendente di assentarsi dal lavoro senza perdere il diritto alla retribuzione. Questi giorni, però, sono stati eliminati da successive disposizioni venendo così definiti come “festività soppresse”.

Anche se eliminate, però, le ex festività hanno comunque delle conseguenze retributive per il lavoratore e previdenziali in relazione ai suoi riflessi collegati alla contribuzione Inps. Nel caso in cui cadano in un giorno infrasettimanale e lavorativo, infatti, il dipendente può essere autorizzato ad assentarsi dal lavoro con un permesso di cui può beneficiare in qualsiasi momento. Quindi, per ogni festività soppressa al lavoratore viene riconosciuto un permesso extra compensativo della ricorrenza abolita. Tuttavia c’è la possibilità che alcune di queste tornino ad essere riconosciute a tutti gli effetti come festività nazionali e ad essere segnate in rosso sul calendario; al Senato, infatti, risulta presentato un disegno di legge che punta a reintrodurre le festività soppresse nel nostro ordinamento. L’intenzione sottesa nella proposta legislativa è quella di tornare al pre-1977, quando a studenti e lavoratori venivano garantiti più giorni di vacanza rispetto ad oggi. In questo modo, secondo i proponenti, si farebbe un omaggio non solo ai cristiani praticanti che potrebbero così “celebrare le festività riconosciute dalla loro religione”, ma anche ai lavoratori non credenti che beneficerebbero di un po’ di tempo libero da dedicare alle attività ricreative.

Consulenti del lavoro

SALE IL LAVORO STRANIERO IN ITALIA

Negli ultimi 10 anni, gli stranieri residenti in Italia sono aumentati di 1,825 milioni (+57,5%, arrivando a sfiorare la quota di 5 milioni), mentre gli italiani sono diminuiti di 325 mila unità (passando da 55.568 a 55.243 milioni, con un calo dello 0,6%). L’invecchiamento della popolazione italiana e la bassa natalità sono stati, quindi, compensati a livello numerico dagli immigrati stranieri di prima e di seconda generazione. I 5 milioni di residenti stranieri in Italia hanno un’età media di 34 anni, inferiore di 11 anni all’età media degli italiani. Pertanto, anche dal punto di vista del mercato del lavoro, quasi 4 stranieri su 5 (79,1%) sono in età lavorativa (15-64 anni), a fronte del 63% della popolazione italiana che è molto più anziana.

Rielaborando i dati della ‘Rilevazione continua sulle forze lavoro (Rcfl)’ dell’Istat, l’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro inquadra e descrive un target complesso e eterogeneo, quello degli stranieri comunitari ed extracomunitari presenti in Italia, rispetto alla loro condizione nel mercato del lavoro. Analizzandone le caratteristiche, sia individuali che lavorative, è possibile fornire una descrizione sintetica di questa platea, confrontarla con quella italiana ed esaminare il suo andamento negli ultimi 10 anni.

Dieci occupati su 100 sono di origine straniera, con un tasso di occupazione del 60,6%, superiore di 3 punti percentuali al tasso di occupazione dei soli italiani (57,7%). Sono le regioni del Nord Italia ad attirare maggiormente gli stranieri e, in particolare, circa 6 su 10 si collocano fra Nord-Est e Nord-Ovest, più di un quarto nel Centro del Paese e il restante 15% nel Mezzogiorno. La loro quota è massima nel Lazio (14,6%) e minima nel Molise (4,1%). Fra le regioni con una quota di occupati sopra la media nazionale troviamo l’Emilia Romagna (13,2%), la Lombardia (12,9%), l’Umbria (12,7%) e la Toscana (12,2%).

Uno straniero su tre è occupato in professioni non qualificate, contro l’8% degli italiani. Inoltre, lo stipendio netto medio di un dipendente full time straniero è inferiore di oltre un quinto a quello di un italiano. Questo gap è dovuto essenzialmente alla concentrazione degli occupati stranieri in lavori meno qualificati e con un minore livello di retribuzione.

Se analizziamo le principali professioni, spiegano i consulenti del lavoro, vediamo che, per i maschi, il primo mestiere è legato all’edilizia (113 mila, pari ad un terzo degli occupati), mentre al secondo posto troviamo gli addetti allo spostamento delle merci, con 91 mila addetti stranieri. La metà dei venditori ambulanti (51 mila) sono di origine straniera. Osservando le professioni delle donne straniere, si nota invece una forte presenza nelle attività dei servizi domestici (246 mila occupate), seguite da 113 mila badanti, 83 mila cameriere e 42 addette ai servizi di pulizia presso imprese private. In queste 4 professioni si concentra il 66% dell’occupazione femminile straniera.

“L’analisi dell’osservatorio statistico dei consulenti del lavoro -spiega Rosario De Luca, presidente della Fondazione Studi consulenti del lavoro- certifica l’evoluzione e la trasformazione del mercato del lavoro negli ultimi anni e la graduale sostituzione dei lavoratori stranieri agli italiani in alcuni lavori. È un trend entrato a far parte della nostra economia che, inevitabilmente, si riflette a cascata su tutti gli altri indicatori economico-sociali: dal pagamento delle imposte -conclude- fino ai servizi sociali e assistenziali passando per il delicato nodo della partecipazione alla spesa previdenziale. Gli stranieri regolari in Italia sono, infatti, concentrati nell’età da lavoro 15-64 anni”.

Carlo Pareto

Riforma pensioni. Al via la “Fase 2” della trattativa

sindacati-poletti-535x300Governo e sindacati tornano a incontrarsi oggi per parlare di riforma delle pensioni. L’esecutivo ha di fatto risposto ai solleciti arrivati dalle organizzazioni sindacali all’inizio dell’anno, decidendo quindi di dare seguito al tavolo aperto alla fine del 2016 sulla previdenza.
Un tavolo che aveva indicato proprio la necessità di tornare a discutere di altri temi, raccolti sotto la cornice della cosiddetta “fase due”. Tuttavia pare che i sindacati vogliano parlare anche degli interventi approvati con la Legge di stabilità a fine 2016.
Infatti, nonostante il passare delle settimane, ancora non sono stati emanati i decreti attuativi relativi all’Ape, che, secondo anche quanto ha dichiarato recentemente Giuliano Poletti, dovrà partire il 1° maggio. Difficile che si possano apportare dei cambiamenti alle platee interessate, soprattutto all’Ape social, come vorrebbe in particolare la Cgil. Tuttavia si potrebbe avere una tempistica più precisa proprio in merito ai decreti necessari a far partire l’Anticipo pensionistico. Può darsi che in questo senso il Governo aggiorni i sindacati sulle trattativa aperte con banche e assicurazioni per stipulare le necessarie convenzioni per dar vita ai prestiti bancari che stanno dietro all’Ape.

La Fase 2 della riforma pensioni 2017 dovrà portare, entro il prossimo anno, a nuove regole relative a calcolo e requisiti per la pensione. Per i sindacati la seconda fase della riforma, oltre alle novità sulla pensione anticipata, dovrà concentrarsi sulla defiscalizzazione e il rafforzamento della previdenza integrativa, nuove regole di riforma del sistema contributivo e l’adeguatezza delle pensioni dei giovani lavoratori con redditi bassi e discontinui.
L’APE, consentirà dal 1° maggio 2017 ai lavoratori dipendenti e ai lavoratori autonomi (tranne i liberi professionisti iscritti nelle rispettive casse professionali) di chiedere un prestito pensionistico erogato dall’Inps, fino al raggiungimento della pensione di vecchiaia. L’APE partirà in via sperimentale e durerà 2 anni, fino al 31 dicembre 2018.
Tra i rischi dell’Ape quello di essere legate a un prestito bancario, e che con il passare dei mesi l’Anticipo pensionistico potrebbe diventare più oneroso, dato che i tassi di interesse, complice l’inflazione in aumento, potrebbero crescere. Quindi la decurtazione che si subirebbe sull’assegno pensionistico diventerebbe più importante. Anche se sono al via accordi quadro con Abi e Ania, e dalla convenzione Inps–Mef sul Fondo di garanzia da 70 milioni sugli eventuali mancati rimborsi degli “apisti” diventati pensionati. Mentre per quanto riguarda quota 41 e precoci, la legge di Stabilità, ha stabilito che i precoci possono uscire con 41 anni di contribuzione versata, se 12 mesi di questi contributi sono stati versati prime del compimento del diciannovesimo anno di età e solo se rientrano nella categoria di lavori considerati usuranti e gravosi. Tra i tanti punti da chiarire ci sono però anche il nuovo cumulo dei periodi assicurativi e le mansioni usuranti.

Eppure tra gli interessi su questa discussione l’attesa maggiore è per la nuova pensione contributiva di garanzia pensata per i giovani con carriere discontinue che, con il metodo di calcolo contributivo, verrebbero notevolmente penalizzati. Una serie di ipotesi di intervento per la previdenza dei giovani, i quali entrando tardi nel mondo del lavoro e avendo carriere discontinue, rischiano in futuro di trovarsi con assegni molto bassi. Inoltre, si potrebbe già parlare anche di un nuovo sistema di rivalutazione delle pensioni, che potrebbe già scattare l’anno prossimo.

Anche il presidente Inps, Tito Boeri, è tornato ad affrontare il tema delicato delle pensioni dei giovani lavoratori. Alla vigilia del confronto governo-sindacati sulle pensioni in un’intervista concessa a Presadiretta, Boeri spiega che gli incentivi non devono essere generalizzati ma “è importante concentrare gli sgravi contributivi soprattutto al di sotto dei 35 anni di età o comunque sulle fasce che devono entrare in quel momento nel mercato del lavoro”. E sulla disoccupazione giovanile ha aggiunto che “bisogna aiutare i giovani a entrare maggiormente nel mercato del lavoro”. Ma questo non è l’unico problema del sistema paese: “Abbiamo un problema di debito che graverà sulle generazioni future e quando si pensa davvero ai giovani bisogna pensare a questo problema”, ha spiegato il numero uno dell’Inps. I giovani hanno questo fardello che pesa sulle loro spalle e che “si è creato perché in passato sono stati concessi trattamenti pensionistici troppo vantaggiosi ad alcune persone per finalità prettamente elettorali – ha sottolineato Boeri -. Mi riferisco non soltanto all’annosa questione dei vitalizi dei politici che andrebbe affrontata una volta per tutte, ma anche a tanti altri privilegi che sono stati concessi”.
Il Movimento cinque stelle però proprio sui vitalizi è tornato ad attaccare il Governo. Secondo i pentastellati, infatti, occorre andare a votare al più presto, che non avverrà comunque prima di settembre, quando scatterà la soglia necessaria ai parlamentari di prima nomina per aver diritto al vitalizio.

Pensioni. Scontro tra Damiano e Boeri… e Padoan

damiano-e-boeri-sulla-riforma-pensioniIl dibattito pensionistico è, come ormai ben chiaro, decisamente ancora aperto anche dopo le recenti novità per le pensioni di mini pensione, quota 41, aumenti delle pensioni inferiori che maggioranza e forze sociali sarebbero intenzionate ad approvare entro la fine dell’anno.
La prima questione aperta resta quella del testo della Riforma Pensioni in Legge di Stabilità 2017 atteso alla Camera questa settimana (in ritardo rispetto alla data prevista del 20 ottobre) che consegue l’attesa da Bruxelles della lettera con le critiche e le raccomandazioni sulla legge di Bilancio e il rispetto dei vincoli europei già anticipate in questi giorni dalla stampa.
Nonostante la Riforma quindi sia tutta da ‘vedere’, ci sono già i primi scontri ben visibili tra i professori, Cesare Damiano, Tito Boeri e Pier Carlo Padoan in merito al pacchetto previdenziale studiato dal governo per il prossimo anno, al cui interno rientra anche l’Ape, l’anticipo pensionistico che consente al lavoratore di uscire con 3 anni di anticipo rispetto all’attuale soglia di 66 anni e 7 mesi fissata dalla riforma Fornero, dietro un prestito da restituire in vent’anni, con una decurtazione dell’assegno intorno al 4,5 per cento per ogni anno di anticipo.
Nulla da fare per i quota 96, che resteranno in servizio ancora per qualche anno. Il verdetto arriva direttamente dall’Inps: gli esodati “creati” dalla Legge Fornero, non rientreranno nella prossima Legge di Stabilità, dopo mesi di audizioni e appelli. Il problema fondamentale è dato dal numero di questi esodati, che non si conosce realmente, per cui non è possibile stimare in nessun modo il costo di un provvedimento di deroga che riesca a garantire la pensione a questa fetta di personale scolastico, che dovrebbe contare dalle 4mila alle 9mila unità.
La prima sferzata arriva proprio dal numero uno dell’Inps che critica, seppur indirettamente, l’Esecutivo mettendo in primo piano il problema dei ‘giovani’ e del ‘futuro’: “Bisognerebbe investire di più sul lavoro. Un Paese che non investe sul lavoro e continua a investire da tempo di lavorare è un Paese che non ha futuro. Se c’è la scelta politica di aiutare i bassi redditi e le persone che sono già in pensione, dare la quattordicesima non è lo strumento più adatto, si guarda solo alla pensione individuale e va anche alle persone che appartengono a nuclei familiari con redditi elevati”.
“Non sono d’accordo con Tito Boeri – risponde in una nota il deputato del Pd, Cesare Damiano – la legge di Bilancio non tiene conto soltanto di chi è in pensione o sta per andarci e non dei giovani: se ci soffermiamo soltanto al capitolo previdenza, l’anticipo pensionistico ha anche l’obiettivo di facilitare il turnover e quindi l’assunzione dei giovani”.
Tuttavia la prima risposta a Tito Boeri era stata data già dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che aveva puntualizzato: “Vorrei ricordare al presidente dell’Inps che alcune delle proposte di riforma della previdenza che proprio lui ha presentato nei mesi scorsi avrebbero creato dei problemi importanti di appesantimento della spesa e messo a rischio i conti pubblici”, replica il responsabile dell’economia italiana. Mentre raccoglie la soddisfazione da più parti sociali per una manovra che in Italia convince e in Europa no, il punto di Padoan anche sull’operato dell’Inps è chiaro e non lesina
critiche sempre a Boeri. “Su questo non commento. L’Inps è vigilato dal ministero del lavoro. Piuttosto ricordo che di flessibilità pensionistica si parlava già un anno fa, noi ci siamo impegnati a introdurla per il 2017 e abbiamo mantenuto l’impegno”.
Nonostante i buoni propositi del ministro del Tesoro, resta il grande dubbio sul funzionamento. Definite le ultime novità per le pensioni da inserire nel nuovo testo unico, il cui iter di discussione è partito, le ultime notizie su meccanismi di funzionamento e tempi sono ancora piuttosto confuse. Partendo dai tempi, le ultime e ultimissime notizie hanno riferito che la mini pensione dovrebbe partire, come riferito dal ministro dell’Economia Padoan alla presentazione del testo unico, dal primo maggio, ma ancora non si sa se dal primo maggio si potrà già lasciare anzitempo la propria occupazione con la mini pensione o se sarà il tempo in cui si potranno iniziare ad inviare le domande per la richiesta della stessa mini pensione.
Anche gli schieramenti, nella confusione di procedure e dati, restano confusi. Le forze sociali, ad esempio, in un primo momento avevano parlato di un buon accordo per le pesnioni, ma da qualche giorno sembrano aver fatto un leggero passo indietro, soprattutto nell’attesa che siano fatti ulteriori chiarimenti su dettagli e funzionamento delle stesse novità per le pensioni messe a punto. Le recenti novità per le pensioni sono così finite al centro dell’attenzione di tecnici, studiosi ed esperti, anch’essi alle prese con posizioni il cui testo definitivo ancora si attende…

Liberato Ricciardi

Inps-Anac. Protocollo di vigilanza collaborativa 

Il Presidente dell’Inps, Tito Boeri, e il Presidente dell’Anac (Autorità Nazionale Anticorruzione), Raffaele Cantone, hanno firmato, mercoledì scorso 17 giugno, un Protocollo d’azione per lo svolgimento di un’attività di vigilanza collaborativa preventiva finalizzata a verificare la conformità alla normativa di settore degli atti di gara, all’individuazione di clausole e condizioni idonee a prevenire tentativi di infiltrazione criminale e al monitoraggio dello svolgimento della procedura di gara e dell’esecuzione dell’appalto.

Tale attività riguarda il settore dei contratti pubblici di servizi e avrà come oggetto i seguenti procedimenti, che saranno attivati nel corso del 2015:

¶ servizi di sviluppo, reingegnerizzazione e manutenzione del software applicativo dell’Inps;

¶ servizi inerenti le componenti infrastrutturali di hardware e software – sistemi e reti – in ordine all’acquisizione e alla manutenzione;

¶ servizi di Contact center multicanale;

¶ servizi di gestione degli archivi.

L’Inps, inoltre, in presenza di ricorrenti indici di elevato rischio corruttivo, può promuovere – anche al di fuori delle casistiche individuate nel Protocollo – una verifica preventiva di documentazione e atti di gara o eventuali fasi della procedura di gara o dell’esecuzione dell’appalto, richiedendo l’intervento diretto, anche ispettivo, dell’Anac.

Il Protocollo avrà una durata di tre anni e potrà essere rinnovato per altri tre nel caso in cui le parti lo ritengano necessario.

Inps e Anac verificheranno ogni sei mesi l’efficacia delle attività poste in essere, anche al fine di provvedere all’aggiornamento o all’adeguamento dei procedimenti oggetto della collaborazione. Le attività svolte dall’Anac nell’ambito dell’attività disciplinata dal Protocollo non costituiscono né determinano ingerenza nella fase decisoria, che rimane prerogativa esclusiva dell’Inps, né in alcun modo ne possono limitare la responsabilità in merito. Restano, pertanto, fermi i poteri di vigilanza, segnalazione e sanzionatori istituzionalmente attribuiti all’Anac.

Previdenza. Riforma pensioni: le ultime novità 

Il premier Matteo Renzi e il suo governo sono impegnati a trovare delle misure equilibrate e sostenibili per modificare in maniera strutturale la riforma delle pensioni varata nel 2011 dal governo Monti e il suo ministro del lavoro Elsa Fornero. Anche se ancora oggi permane il problema della scarsità di risorse, la situazione attuale sembra non richiedere così tanti sacrifici e risparmi di spesa come nel novembre del 2011. Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha indicato alcune ipotesi di tagli ad alcune iniquità del sistema previdenziale che possono consentire di recuperare risorse per finanziare alcune importanti misure di riforma. Le questioni principali sul tappeto sono quelle dei lavoratori precoci per cui non c’è altra soluzione che quella di adottare la cosiddetta ‘Quota 41’, cioè permettere a questi lavoratori di andare in pensione avendo maturato 41 anni di contribuzione indipendentemente dalla loro età anagrafica e quella di una flessibilità in uscita verso il pensionamento che prevede una penalizzazione sull’assegno pensionistico in cambio di un’uscita anticipata con un’età minima di 62 anni e una contribuzione di almeno 35. Per quanto concerne la cosiddetta opzione donna – che attiene l’accesso al pensionamento delle lavoratrici pubbliche e private – la questione è diversa perché questa misura non necessita di un provvedimento legislativo, ma semplicemente che l’Inps ritiri la circolare che limita l’esercizio di questa opportunità fino al 31 dicembre 2015. I sindacati, inoltre, continuano a reclamare che venga cambiato il recente decreto sui rimborsi seguito alla decisione della Consulta sull’illegittimità della perequazione, chiedendo che si possa recuperare l’intera somma oggetto delle trattenute.

Esodati chiusa indagine su esclusi – Si è chiuso il monitoraggio sugli esodati rimasti fuori dai provvedimenti di salvaguardia, 6 in tutto, messi a punto dopo la riforma Fornero. All’indagine, condotta da una sottocommissione del Senato in collaborazione con l’Istat, hanno aderito almeno “2.350” persone, ha spiegato Annamaria Parente, la senatrice Pd che ha guidato le operazioni. Le cifre dovranno essere aggiornate, probabilmente al rialzo, visto che si fermano al 15 giugno. “L’obiettivo – ha precisato – è non lasciare nessuno indietro”.

A MAGGIO AUMENTANO LE ORE DI CASSA INTEGRAZIONE

A maggio, il mese più cassaintegrato nei primi 5 mesi del 2015, sono state autorizzate 65,4 milioni ore di cassa integrazione, salvaguardando mediamente oltre 380 mila posti di lavoro. L’aumento del 7,4% rispetto al mese precedente indica un fabbisogno crescente di questo strumento da parte delle imprese. A rilevarlo è la Uil che ha diffuso i dati del 4° Rapporto Uil sulla cassa integrazione di maggio 2015. “E la crescita sarebbe stata inconfutabilmente maggiore – ha sostenuto Guglielmo Loy, Segretario Confederale Uil – se non si assistesse alla continua diminuzione della cassa in deroga (-5,6% tra aprile e maggio) dovuta all’ormai strutturale ‘fermo’ amministrativo degli stanziamenti”. “Lo sblocco e l’implementazione delle risorse della deroga per il 2015 – ha continuato Loy – resta la principale richiesta che facciamo al Governo”. “Un allarme viene anche dal rialzo delle domande di disoccupazione (aspi) di aprile che lievitano in un mese di quasi 10.000 unità con il possibile travaso- ha affermato Loy – verso l’inoccupazione di lavoratori di imprese che non possono più utilizzare la cassa in deroga”. “Non meno preoccupante – ha commentato Loy – l’ascesa, tra aprile e maggio, di nuove richieste di cassa integrazione ordinaria (+15,2%) e straordinaria (+4,8%) sintomatiche, rispettivamente, dell’affacciarsi di ulteriori aziende ad uno stato di sofferenza e della ormai lunga permanenza in stato di crisi di altre”.

“Nel nostro Paese, i paradossi regnano sovrani: con la scusa di estendere i diritti, si tolgono a chi ce li ha. Non solo; mentre si fanno inspiegabili intervenuti normativi di abbassamento delle tutele dei lavoratori a favore delle imprese, come quelli sul demansionamento e sui controlli, non si mettono in atto provvedimenti che favoriscano davvero la ripresa occupazionale” ha puntualizzato Carmelo Barbagallo, segretario generale Uil. “L’incremento del ricorso alla cassa integrazione – ha commentato Barbagallo – è il termometro di questo disagio, ma questo strumento continua anche a essere l’unico baluardo per la tenuta di precari equilibri sociali. Da questo punto di vista, il ‘fermo amministrativo’ della cassa in deroga è davvero preoccupante”. “Lo stato di crisi continua e la ripresa resta di là da venire. Se invece di deregolamentare il lavoro che c’è, – ha aggiunto Barbagallo – il Governo si preoccupasse di creare nuovo lavoro, facendo investimenti e accrescendo il potere d’acquisto di lavoratori e pensionati, si farebbe davvero cambiare verso all’economia”. Riguardo i territori regionali, prosegue la rilevazione della Uil, sono 13 le Regioni, oltre alle due Province Autonome di Trento e Bolzano a far registrare un avanzamento di ore, ed è proprio quest’ultima che mette a segno l’innalzamento maggiore (+208,4%). In Sardegna, viceversa, si riscontra la diminuzione più consistente (-54,8%). Sono, invece, prosegue la Uil, 60 le Province in cui la richiesta di questo ammortizzatore sociale fa passi in avanti. Tra i territori con i più alti rialzi in valore percentuale, ai primi 5 posti troviamo: Enna (che passa dalle “zero ore” di aprile alle oltre 31 mila di maggio) e, a seguire, Sondrio (+3.065,2%), Isernia (+1.449,2%), Imperia (+740,3%) e Potenza (+523,3%). In valori assoluti, la provincia più cassaintegrata è Torino (5,8 milioni di ore), mentre quella che ha usato di meno questo strumento di sostegno al reddito è Oristano (circa 7 mila ore). Dall’inizio dell’anno, nel corso quindi dei primi 5 mesi del 2015, le aziende hanno fatto richiesta di ore di cassa integrazione per complessive 300 milioni di ore di cui il 60% di straordinaria (180 milioni di ore). L’industria ne ha assorbite circa 224 milioni, l’edilizia oltre 41 milioni, il commercio oltre 28 milioni e l’artigianato oltre 4 milioni. “Evidentemente – ha concluso Loy – il precario aumento del Pil non si riflette ancora positivamente sul sistema produttivo anche per la ormai cronica mancanza di politiche per la crescita e lo sviluppo”.

CIG. MAGGIO 2015 -29% RISPETTO A MAGGIO 2014

Nel mese di maggio 2015 sono state autorizzate complessivamente 65,4 milioni di ore di cassa integrazione guadagni (Cig), con una diminuzione del 29,0% rispetto a maggio 2014, mese nel quale le ore autorizzate sono state 92,2 milioni. Nel raffronto con il mese di aprile 2015, i dati destagionalizzati evidenziano una variazione congiunturale pari a -1,3% per il totale degli interventi di cassa integrazione. Dall’analisi nel dettaglio dei dati di maggio 2015 emerge che le ore autorizzate di cassa integrazione ordinaria (Cigo) sono state 22,4 milioni. Nel mese di maggio 2014 erano state 24,7 milioni: si è quindi registrata un abbassamento tendenziale del 9,1%. In particolare, la flessione è stata pari al 5,9% nel comparto Industria e al 17,1% nel settore Edilizia.

Il numero di ore di cassa integrazione straordinaria (Cigs) autorizzate a maggio 2015 è stato di 39,0 milioni, con una riduzione del 30,2% in confronto al mese di maggio 2014, nel corso del quale erano state autorizzate 55,8 milioni di ore. Infine, per quanto concerne gli interventi in deroga (Cigd) – che come noto risentono dei fermi amministrativi per carenza di stanziamenti – le ore autorizzate a maggio 2015 sono state pari a 4,0 milioni, con una contrazione del 65,7% rispetto agli 11,6 milioni di ore autorizzate nel mese di maggio 2014. Passando all’analisi dei dati relativi alla disoccupazione, si ricorda che dal 1° gennaio 2013 sono in vigore le prestazioni ASpI e mini ASpI. Pertanto, le domande che si riferiscono a licenziamenti avvenuti entro il 31 dicembre 2012 continuano ad essere classificate come disoccupazione ordinaria mentre, per quelli avvenuti dal 1° gennaio 2013, le istanze pervenute sono classificate come ASpI e mini ASpI. Nel mese di aprile 2015 sono state presentate 95.662 richieste di ASpI, 29.117 domande di mini ASpI, 456 istanze tra disoccupazione ordinaria e speciale edile e 4.436 richieste di mobilità, per un totale di 129.671 domande, con un decremento dell’11,7% in confronto alle 146.821 del mese di aprile 2014. Alla sintesi dei dati fornita dall’Istituto di previdenza, è stato opportunamente allegato un file più completo, che offre un focus sulla diversa tipologia di interventi, un’analisi per ramo di attività economica e un’analisi per regione ed area geografica. Lo stesso Ente assicuratore fa infine presente che in data 02/06/2015 è stata effettuata una rilettura degli archivi: di conseguenza, i dati pubblicati in precedenza potrebbero aver subito variazioni.

UIL. MAGGIO MESE PIU’ CASSINTEGRATO

A maggio, il mese più ‘cassaintegrato’ nei primi 5 mesi del 2015, sono state autorizzate 65,4milioni ore di cassa integrazione, salvaguardando oltre 380 mila posti di lavoro. L’aumento del 7,4% sul mese precedente indica un fabbisogno crescente di questo strumento da parte delle imprese. E la crescita sarebbe stata maggiore – sostiene Guglielmo Loy, segretario Confederale Uil – se non si assistesse alla continua diminuzione della cassa in deroga (-5,6% tra aprile e maggio) per il “fermo” degli stanziamenti.

Carlo Pareto