Incubo patrimoniale e allarme da spread

patrimoniale

Resta l’incubo patrimoniale. Lo spread continua a tormentare l’esecutivo Conte-Salvini-Di Maio: il differenziale dei tassi d’interesse tra i titoli del debito pubblico italiano e quelli tedeschi supera ancora la pericolosa soglia 300. Non solo: la Borsa di Milano perde altri colpi.

Il governo grillo-leghista, però, ha più volte escluso l’introduzione dell’imposta sui patrimoni. «Non ci sarà nessuna patrimoniale». Giuseppe Conte ha solennemente smentito ogni ipotesi di imposta patrimoniale alla fine del Consiglio dei ministri di sabato 20 ottobre. Matteo Salvini e Luigi Di Maio, seduti accanto al presidente del Consiglio, hanno respinto con ugual forza l’idea di ricorrere alla tassa più temuta dai contribuenti italiani e di tutto il mondo.

Qualche giorno prima a Radio radicale era stato Salvini a formulare una secca smentita: «Non ci saranno né patrimoniali né prelievi dai conti correnti, non chiederemo fedi nuziali in pegno» (il riferimento è stato agli appelli di “oro alla patria” del fascismo per finanziare la guerra). Il segretario della Lega, vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Interno ha assicurato: «Fa tutto parte della fantasia». In precedenza il capo politico del M5S aveva garantito: «Smentisco che finirà con una patrimoniale. Per me la patrimoniale è una tassa illiberale».

L’allarme patrimoniale però continua a girare: terrorizza i risparmiatori ed è innescato dallo spread raddoppiato a 300 ed esploso a metà ottobre fino a 340 punti, il livello più alto dal 2013. Sono due le cause della vorticosa salita dello spread che ha fatto aumentare pesantemente i tassi d’interesse sui titoli del debito pubblico italiano: 1) le critiche della commissione europea al governo Lega-M5S sfociate martedì 23 ottobre nell’invito a rivedere, atto inedito, la bozza della manovra economica 2019 considerata «una deviazione senza precedenti» delle regole per l’euro, 2) lo scontro nel governo tra Di Maio e Salvini sul condono penale previsto dalla prima versione del decreto legge sulla “pace fiscale”.

Ma se i due vice presidenti del Consiglio alla fine hanno trovato l’accordo per modificare il decreto, invece i dissensi tra il governo Conte-Salvini-Di Maio e Bruxelles sulle linee della legge di Bilancio 2019 sono scoppiati. Il 23 ottobre, il giorno della bocciatura della Ue, lo spread è risalito fino a quota 318 per chiudere la seduta a 315. La Borsa di Milano, invece, ha concluso la seduta perdendo un altro 0,86%. La più dura reazione dall’interno dell’esecutivo giallo-verde è arrivata da Salvini: «Non attaccano un governo, ma un popolo».

Già nei giorni scorsi c’è stato il declassamento dei titoli del debito pubblico italiano da parte di Moody’s, una delle maggiori agenzie di valutazione internazionali: ora potrebbe essere il turno di altre società di rating. Così il Tesoro per vendere Bot e Btp (necessari per pagare stipendi, pensioni e appalti) è costretto ad aumentare fortemente i tassi d’interesse. Si è parlato anche del lancio di speciali titoli destinati ai risparmiatori italiani per sopperire alla fuga degli investitori esteri cominciata alcuni mesi fa.

Da una parte c’è l’esigenza di ridurre il deficit pubblico e dall’altra di realizzare le costose promesse elettorali di grillini e leghisti (pensione e reddito di cittadinanza, rimborso dei risparmiatori frodati dalle banche, modifica della legge Fornero sulle pensioni, “pace fiscale”, riduzione delle imposte iniziando con la flat tax per i lavoratori autonomi con partita Iva).

Un dialogo resta aperto tra il “governo del cambiamento” e la commissione europea, tuttavia ancora non si vede una possibile mediazione, auspicata anche dal presidente della Bce Mario Draghi, per evitare una rottura (ma il ministero dell’Economia steserre studiando su come ridurre il deficit). C’è il pericolo di un avvitamento dello spread fino 400-500 punti, un livello insostenibile, da crac per i conti pubblici del Belpaese.

Il fallimento della Grecia nel 2014-2015 è un drammatico incubo. Il premier ellenico Alexis Tsipras contestò la politica di austerità della Ue e riuscì ad ottenere il salvataggio del paese, restando nell’euro, a prezzo di grandissimi sacrifici. Allora la patria di Pericle e di Aristotele vide lo spread alle stelle e visse la tragedia sociale del taglio delle pensioni, degli stipendi pubblici, dei servizi negli ospedali e dei bancomat bloccati per mancanza di fondi. Gli investitori internazionali portarono i capitali all’estero e i greci (almeno quelli che poterono) trasferirono i loro conti correnti in euro in altre banche europee o dei “paradisi fiscali”. Un analogo meccanismo di fuga è già iniziato in Italia dopo la salita dello spread e le cadute della Borsa di Milano.

Fa paura soprattutto l’imposta sui patrimoni. Quando uno Stato rischia la bancarotta ricorre alla patrimoniale, uno degli strumenti usati nei casi di emergenza finanziaria. E l’imposta patrimoniale è il principale spauracchio dei risparmiatori.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Festa dell’Avanti!, “un futuro possibile” per la sinistra

festa avanti logoUna tre giorni per discutere di politica, per riflettere e analizzare la realtà, per riunire la comunità socialista e per rilanciare una nuova proposta per il futuro in vista delle elezioni europee del prossimo anno. Tre giorni per “discutere dei tre cardini attorno a cui riorganizzare un’azione per il futuro possible della sinistra, in Italia come in Europa: libertà, inclusione e lavoro”. Lo ha detto il segretario del PSI Riccardo Nencini ospite di Radio Radicale, annunciando la festa nazionale dell’Avanti! che si terrà a Caserta, presso Parco Maria Carolina (viale Giulio Douhet 2014), dal titolo ‘Il Futuro Possibile’ nei giorni 14, 15 e 16 settembre.

“Saranno tre giorni di politica pura, e la scelta di Caserta non è casuale: si tratta di un omaggio al Mezzogiorno. Dopo aver letto la lista dei ministri, che include un ministro per il Mezzogiorno senza portafoglio, abbiamo deciso che bisognava dare un segnale forte, perché o l’Italia si salva tutta intera o non si salva”, ha sottolineato Nencini ai microfoni di Radio Radicale.

Il segretario socialista ha detto di aver “costruito un tavolo di appuntamenti che vedrà la partecipazione di Paolo Gentiloni, Marco Minniti e altri rappresentanti di PD, LEU, Radicali e dei democratici cattolici; tutti esponenti di un fronte europeista a cui si aggiungono i sindaci delle zone a rischio della Campania in cui si combatte in prima linea contro la criminalità”.

Tre giorni, insomma, di approfondimenti sul futuro possibile perché “la grande differenza con il passato è che i partiti sovranisti si presentano oggi con un’idea del futuro, rozza ma chiara, che è penetrata nel corpo elettorale a prescindere se poi riescano o meno a realizzarla”, analizza Nencini. “Quello che manca a sinistra è invece proprio un’idea di come si governano i grandi cambiamenti di questo secolo. E, senza una missione, non esiste una sinistra”, ha concluso Nencini.

Pannella. Pastorelli: “Portare avanti le sue convinzioni”

marco-pannellaUn anno senza Marco Pannella. Il vulcanico e geniale leader radicale è stato oggi omaggiato da ricordi, giornate di studio, iniziative che hanno riportato vivo il suo lascito alla società civile, un’eredità incancellabile. La Camera dei Deputati l’ha ricordato mettendo a confronto il rapporto che ha avuto con interlocutori e collaboratori di quattro diverse generazioni. Teramo, la sua città, nella giornata dedicata alla memoria del suo concittadino, ha dato vita ad un progetto per la “valorizzazione dell’eredità intellettuale e politica di Marco Pannella” con un Comitato tecnico scientifico che lavorerà per rinnovare l’iniziativa con cadenza annuale. A Roma l’Archivio di Radio Radicale con l’ Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano ha organizzato una giornata di studio, “Materiali per lo studio del movimento radicale”.

Tutti seguiti da dirette e una programmazione dedicata da Radio Radicale, che ha trasmesso anche il ricordo organizzato in Via di Torre Argentina dal Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito con nuovi e vecchi dirigenti e militanti del partito Radicale. E poi a Milano, nel Carcere di Opera, dove, tra gli altri, Rita Bernardini, Sergio D’elia, Elisabetta Zamparutti hanno organizzato la cerimonia di intitolazione del teatro del carcere dove si è svolto il Congresso di Nessuno tocchi Caino. “Coscienza critica del nostro Paese” ha detto di lui Sergio Mattarella che tuttavia, in un messaggio, ha voluto sottolineare anche il valore globale della sua testimonianza non violenta che ha “trasceso la dimensione politica nazionale”, combattendo battaglie e “cause che hanno coinvolto cittadini e leader di tutti i Paesi”.

Tra i presenti al ricordo il deputato socialista Oreste Pastorelli. “Questo pomeriggio – ha detto – ho partecipato al ricordo di Marco Pannella organizzato dai compagni del Partito Radicale. Nonostante sia già trascorso un anno dalla sua morte, il ricordo di Marco rimane indelebile per chi, come noi socialisti, ha condiviso con lui tante battaglie. Per questo continueremo a portare avanti le sue convinzioni con sempre maggiore forza: dalla giustizia, fino ai diritti civili. Perché, diceva Pietro Nenni, ‘le idee camminano sulle gambe degli uomini’”.

Ha invece posto l’accento sulla sua “inesauribile ed appassionata tenacia nel voler contagiare la società civile con importanti e sempre nuove sfide di libertà e di democrazia” Laura Boldrini, presidente della Camera che ha ospitato il convegno promosso da Emma Bonino e Radicali Italiani insieme all’Associazione Luca Coscioni, Non c’è pace senza giustizia, Certi Diritti. E dove è intervenuto anche l’ex Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, autore di una personale “testimonianza di verità non edulcorata” dalla circostanza della commemorazione. Lì ha raccontato le sfaccettature di un rapporto politico caratterizzato da “scontri e incontri, contestazioni reciproche e reciproci riconoscimenti sul piano politico, morale ed affettivo”. E lì ha ammesso quelle “incomprensioni” nei rapporti tra radicali e altri partiti che hanno offuscato negli anni “il valore della presenza radicale, delle grida di Pannella, della sua sensibilità”. Limiti che Napolitano spiega: “Non mancarono da parte mia e del Pci chiusure riduttive e dalla sua parte – ricorda – critiche che riflettevano in particolare una sua tipica tendenza al vittimismo drammatico”.

Aborto e amnistia, nuovo affondo del Papa

Papa Francesco-abortoTutti i sacerdoti avranno facoltà di assolvere dal peccato dell’aborto e non più solo i Vescovi. È un altro passo innovativo di papa Francesco che ha anche speso parole a favore di un provvedimento di amnistia. “Un nuovo importante segnale di cambiamento nella Chiesa”, ha commentato Pia Locatelli. “Evviva Papa Francesco, sei stato coraggioso”, aggiunge Marco Pannella.

Francesco ha colpito ancora, e non solo mediaticamente. In una lettera a monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, delegato dal Pontefice per l’organizzazione del Giubileo straordinario, oggi dà un’indicazione importante sul comportamento da tenere nei confronti di chi ha commesso il peccato dell’aborto. Papa Francesco ha “deciso, nonostante qualsiasi cosa in contrario, di concedere a tutti i sacerdoti per l’Anno Giubilare la facoltà di assolvere dal peccato di aborto quanti lo hanno procurato e pentiti di cuore ne chiedono il perdono”. Finora la facoltà di perdonare, per un peccato commesso non solo dai genitori ma anche da medici e operatori sanitari che vi avevano partecipato – era riservata al vescovo diocesano, che in certe occasioni ne poteva dare delega anche ai sacerdoti, invece per il Giubileo straordinario che si apre il prossimo 8 dicembre, il Papa estende la facoltà di perdonare a tutti i sacerdoti.

UNA ‘DEPENALIZZAZIONE’?
Una questione che appare di forma, ma che nel linguaggio della Chiesa sembra lanciare invece un messaggio preciso, di grande sostanza, una sorta di ‘depenalizzazione’ di un peccato che resta sicuramente tale per un credente, ma che adesso viene finalmente visto nella sua interezza, quello di un dramma personale dalle molteplici cause e ragioni. Una decisione che farà storcere il naso agli ‘ortodossi’ e ai chierici che siedono in Parlamento. E invece è soprattutto un dramma che ha l’età della donna stessa, che è la prima a sopportarne il peso angosciante e che certo non ha mai meritato di subire anche una condanna morale.
”Uno dei gravi problemi del nostro tempo è certamente il modificato rapporto con la vita. Una mentalità molto diffusa – scrive il Papa – ha ormai fatto perdere la dovuta sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita”. “Il dramma dell’aborto è vissuto da alcuni con una consapevolezza superficiale, quasi non rendendosi conto del gravissimo male che un simile atto comporta. Molti altri, invece, pur vivendo questo momento come una sconfitta, ritengono di non avere altra strada da percorrere”. “Penso, in modo particolare a tutte le donne che hanno fatto ricorso all’aborto. Conosco bene i condizionamenti che le hanno portate a questa decisione. So che è un dramma esistenziale e morale. Ho incontrato tante donne che portavano nel loro cuore la cicatrice per questa scelta sofferta e dolorosa. Ciò che è avvenuto è profondamente ingiusto; eppure, solo il comprenderlo nella sua verità può consentire di non perdere la speranza”.

L’AMNISTIA
E non si è fermato al dramma dell’aborto. Il Giubileo ha sempre costituito occasione di amnistia per i carcerati, “che sperimentano la limitazione della loro libertà”. “L’opportunità di una grande amnistia, destinata a coinvolgere tante persone che, pur meritevoli di pena, hanno tuttavia preso coscienza dell’ingiustizia compiuta e desiderano sinceramente inserirsi di nuovo nella società portando il loro contributo onesto”. Il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, si è premurato di aggiungere che il Papa non ha chiesto un’amnistia alle autorità. Le parole del Papa sui carcerati non vanno intese come “un appello di carattere giuridico: si tratta di una lettera indirizzata a mons. Fischella, quindi interna alla Chiesa, non alle autorità italiane”. “Se volesse chiedere l’amnistia lo farebbe con altre modalità”. Una piccola ipocrisia, aggiungiamo noi, perché nel rendere pubblico il suo pensiero su temi divisivi come l’amnistia e come l’aborto, Francesco ha lanciato un messaggio molto chiaro agli amministratori della cosa pubblica e soprattutto ai tanti ‘sepolcri imbiancati’ che, ieri come oggi, hanno costruito grandi carriere politiche pretendendo di dare l’interpretazione corretta del pensiero della Chiesa.

COMMENTI POSITIVI: LOCATELLI E PANNELLA
“Il messaggio di Bergoglio che invita i sacerdoti ad assolvere le donne che sono ricorse all’interruzione volontaria di gravidanza – dice Pia Locatelli, presidente onoraria dell’Internazionale socialista donne e deputata del Psi – è un nuovo importante segnale di cambiamento nella Chiesa. L’aborto per una donna è sempre un’esperienza drammatica. Per le donne credenti a questo trauma veniva aggiunta anche una condanna morale e la scomunica, una sorta di marchio indelebile per il quale non era previsto neanche quel perdono cattolico che viene concesso agli assassini. Le parole del Papa mettono fine a questa odiosa discriminazione e prendono finalmente atto dei cambiamenti della società”. “L’apertura della Chiesa dovrebbe far riflettere quanti cercano di far valere le convinzioni personali, che vanno sempre rispettate, su una legge di uno Stato laico, tentando a ogni occasione di scardinare la 194, che va difesa e applicata in ogni sua parte”.

Da ‘Radio Radicale’ Marco Pannella sul tema dell’amnistia aggiunge: “Non so se le vie di quale Signore sono davvero infinite, dobbiamo prenderne atto che potendolo, rispetto a tutti quelli che lo potevano, solo Papa Francesco ha fatto vivere e ha tradotto in una realtà che investe l’Italia e gli italiani, questa ottemperanza a quanto il Capo di Stato Italiano (il messaggio alle Camere di Giorgio Napolitano ottobre 2013, n.d.r.) ha formalmente chiesto a istituzioni che sono le istituzioni non a mio avviso tanto dello Stato Italiano quanto del regime che lo soffoca, regime che rischia di distruggere non solo lo Stato italiano ma direi la civiltà contemporanea”. “Evviva Papa Francesco, stavo per chiederti sii coraggioso, ma avevo un po’ di pudore, speravo che arrivasse, è arrivata, e quindi chiederò nelle dovute formule di essere ricevuto dal Segretario di Stato Vaticano per rendere grazie formalmente allo stato di Città del Vaticano e a Papa Francesco perché interpreta sicurissimamente non solo i sentimenti comuni a coloro che conoscono e sanno, ma in realtà i sentimenti che le giurisdizioni massime hanno, appoggiando le nostre richieste fatte proprie”.

“Evviva Papa Francesco, sei stato coraggioso, è un valore il coraggio che sta molto più a cuore a te di quanto non lo sia personalmente a me e a noi, ma soprattutto coraggio, quando il coraggio si esprime per dare forza alla legalità, alla legge che invece viene umiliata, negata da coloro che hanno la funzione di farla vivere, è davvero un gran bel momento. Papa Francesco così per me corrisponde alla ‘spes contra spem’, a quelli che per ragioni delle loro funzioni avrebbero dovuto anticipare, muoversi nella direzione nella quale si è espresso oggi Papa Francesco abbiamo chiesto di essere speranza e non l’hanno fatta. E allora grazie Papa Francesco perché i vicini a te sanno che avevo auspicato con te che venisse l’anno santo con l’obbiettivo ‘spes contra spem’. Tu sei speranza perché questa amnistia vale per quello che crea e produce, quello che rafforza e quello che indebolisce, grazie Papa Francesco , in condizioni di desolante assenza, sei in questo momento spes, speranza, dai corpo all’essere spes, all’essere speranza. Papa Francesco, grazie di averci ascoltato, sono sicuro di questo, ma sono anche sicuro di non poter dire che questo è stato il motivo determinante ma certo ha concorso con tanti altri motivi a che tu dessi voce alla speranza, alla necessità di far vivere quello che si spera e si scegliere di sperare”, ha concluso Pannella.

Alvaro Steamer

I debiti de l’Unità? Li paghiamo noi contribuenti

Report-unita-debitiLa trasmissione diretta da Milena Gabanelli sui Rai Tre, Report, nella puntata andata in onda domenica scorsa, 10 maggio, ha affrontato un tema di cui già in passato si era occupata, quello del finanziamento alla stampa di partito. La ragione del servizio andato in onda, (“La causa persa” di Emanuele Bellano) questa volta era legata ad un fatto specifico, denunciato nel corso di una conferenza stampa a Montecitorio, dall’ex direttore de l’Unità Concita De Gregorio e da altri giornalisti del quotidiano, già organo ufficiale del Partito comunista italiano, poi passato a esserlo del PDS, dei DS e infine del PD.

La vicenda, di cui abbiamo già dato notizia, può riassumersi in poche parole: la società editrice è fallita e i giornalisti sono stati chiamati a far fronte alle richieste di danni per centinaia di migliaia di euro, con abitazioni personali pignorate, nelle cause per diffamazione intentate, e vinte, negli anni passati.

Bellano di Report in questa storia ha voluto vederci chiaro e ha scoperto un verminaio di notevoli proporzioni che chiama in causa non solo il partito che sotto varie sigle ha sempre detenuto la proprietà reale del quotidiano fondato da Antonio Gramsci, ma anche un Governo (il primo Prodi) e quasi tutte le forze politiche. L’uso disinvolto dei soldi pubblici è una regola che ha continuato ad essere in uso ben oltre la fine della Prima Repubblica e che pare sia arrivata intatta fino ai giorni nostri. Chi doveva rottamare non ha rottamato e chi doveva protestare non ha protestato. Solo disattenzione o ignoranza?

L’unica cosa certa è che venti anni prima, analoga tolleranza non ci fu per un giornale che aveva sicuramente anche qualche merito e qualche anno in più di quello del PCI, l’Avanti!. Dei socialisti non doveva restare neppure la memoria, figuriamoci un intero quotidiano. Della vicenda ne ha scritto anche Ugo Intini nel suo splendido libro ‘Avanti! Un giornale, un’epoca’, pubblicato da Ponte Sisto. La società editrice fallì nel ’94 perché i fondi dell’editoria che gli spettavano non vennero erogati per ragioni quantomeno discutibili, ma sicuramente utili a coronare la vittoria del Pool di Mani Pulite e dei suoi sponsor politici.

Oggi torna a occuparsene anche il nostro senatore Enrico Buemi con una istruttiva interrogazione che riportiamo integralmente qui di seguito:

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA
Enrico BUEMI Al Ministro per le riforme costituzionali e rapporti con il Parlamento. 

Premesso che:
– il governo Prodi I proponeva, nella XIII legislatura, il disegno di legge Atto Senato n. 3053 (Remunerazione dei costi relativi alla trasmissione radiofonica dei lavori parlamentari effettuata dal Centro di produzione S.p.A.), esclusivamente per sanare la condizione di Radio radicale nell’erogare un servizio pubblico;

– licenziato dal Senato in testo pressoché conforme alla proposta del governo, il disegno di legge approdava alla Camera dei deputati, dove registrava un peculiarissimo iter: il 20 maggio 1998 la VII Commissione referente registrava il deposito del testo di alcuni emendamenti, tra cui quello (numerato 1. 04 a firma dei deputati De Murtas, Giulietti, Riva, Dalla Chiesa, Bianchi Clerici, Bicocchi, Bracco, Malgieri) rubricato “Mutui agevolati per l’estinzione delle passività per il settore editoriale”. Ancor più stranamente, tale emendamento non veniva posto ai voti, ma il testo, senza modifiche, veniva inviato in Assemblea, dove si svolgeva una discussione generale sul testo del Senato il 25 maggio del 1998. Successivamente, su richiesta del relatore, l’Assemblea deliberò di rinviare il testo in Commissione, la quale, il 17 giugno 1998, ottenne il trasferimento alla sede legislativa. Solo in questa sede riaffioravano gli emendamenti di cui sopra; su di essi emergeva soltanto una dichiarazione del sottosegretario per le comunicazioni Vincenzo Vita (“il Governo apprezza il lavoro svolto dalla Commissione e si rimette a quella che sembra essere la soluzione conclusiva, nel rispetto dell’autonomia della Commissione e del Parlamento. Come infatti abbiamo sostenuto fin dall’inizio, si tratta di un tema squisitamente parlamentare ed il Governo si affida al ruolo decisivo del Parlamento per la scelta della pubblicità da dare ai propri lavori. Per parte nostra intendiamo cooperare anche in questa seduta affinché il lavoro che l’onorevole Risari ha condotto così bene possa concludersi positivamente. Non mi sento di dire, onorevole Vignali – né acconsentirei per quanto mi riguarda a questa interpretazione -, che si è assunta un’iniziativa nel chiuso di qualche stanza. Si tratta di un compromesso, un compromesso positivo che credo si possa così rappresentare, in modo trasparente, sia in questa sede, sia al di fuori di qui“), un’obiezione del deputato Giuseppe Rossetto (“esprimo perplessità circa l’ammissibilità degli emendamenti presentati che recano agevolazioni alla stampa di partito, in quanto concernenti materia estranea a quella del provvedimento in esame”) e l’approvazione dell’emendamento 1.04. In sede di voto finale, il giorno dopo, le opposizioni si unirono al voto con la maggioranza (presenti e votanti 35; maggioranza 18; hanno votato sì 34 deputati – ha votato no 1 deputato ) ed il testo tornò, così stravolto, al Senato, dove fu approvato (anche lì in sede deliberante) senza ulteriori modifiche, andando in Gazzetta Ufficiale del 13 luglio 1998 n. 161 come legge 11 luglio 1998 n. 224;

– a seguito delle vicende sopra illustrate, l’articolo 4 della legge prevedeva che “la corresponsione delle rate di ammortamento per i mutui agevolati concessi ai sensi dell’articolo 12 della legge 25 febbraio 1987, n. 67, e dell’articolo 1, comma 1, della legge 14 agosto 1991, n. 278, può essere effettuata anche da soggetti diversi dalle imprese editrici concessionarie, eventualmente attraverso la modifica dei piani di ammortamento già presentati dalle banche concessionarie, purché l’estinzione dei debiti oggetto della domanda risulti già avvenuta alla data della stessa e comunque prima dell’intervento del soggetto diverso. In tale evenienza, ferma restando la trasferibilità della garanzia primaria dello Stato già concessa ai sensi dell’articolo 2 della legge 8 maggio 1989, n. 177, e dell’articolo 1, comma 3, della legge 14 agosto 1991, n. 278, viene parimenti modificata in conformità la corresponsione delle rate di contributo in conto interessi a carico dello Stato. La garanzia concessa a carico dello Stato applicata per capitale, interessi anche di mora ed indennizzi contrattuali, è escutibile a seguito di accertata e ripetuta inadempienza da parte del concessionario ovvero a seguito di inizio di procedure concorsuali. Gli interessi di mora, se dovuti, sono calcolati in misura non superiore al tasso di riferimento cui e’ commisurato il tasso di interesse del finanziamento fino alla data della richiesta di perfezionamento della documentazione necessaria alla liquidazione e al tasso di interesse legale per il periodo successivo“;

– ancora sotto il governo Prodi, ma questa volta nel suo secondo mandato, l’articolo 4 venne abrogato dal decreto-legge 1° ottobre 2007, n. 159, convertito, con modificazioni, dalla l. 29 novembre 2007, n. 222. Eppure, si apprende dalla puntata di Report della RAI del 10 maggio 2015 (“La causa persa” di Emanuele Bellano) che la disposizione abrogata continua a dispiegare i suoi effetti: secondo la giornalista Gabanelli essa “sostanzialmente, sancisce che se un partito, non è in grado di pagare i debiti dell’editore, e non ci sono altri beni aggredibili, le banche creditrici possono battere cassa alla presidenza del consiglio. Cosa che hanno fatto, e il tribunale infatti ha sentenziato che ci sono 120 giorni di tempo per pagare. Naturalmente, la presidenza del consiglio ha fatto opposizione, ma intanto bisogna scucire 95 milioni di euro”. Secondo la giornalista, “stiamo parlando dell’Unità, ritorniamo un po’ indietro per capire meglio poi i fatti di oggi. Siamo nel 1994 l’Unità spa va in liquidazione, e fino al 2001 se ne vanno e vengono nuovi soci. Però c’è un tot di debiti lasciati appunto dall’Unità. 82 milioni e 5 verso BNL, 32 milioni e 6 con banca IMI, che oggi è Intesa San Paolo, 10 milioni e cento con Efibanca, che è Banco Popolare. Il totale sono 125 milioni e rotti. Chi li dovrebbe pagare? La proprietà, vale a dire il PDS, si chiamava così allora, magari vendendo un po’ dei suoi numerosi immobili. (…) Arriviamo al 2000, il PDS si chiama DS, vanno in banca e dicono “ci accolliamo tutto il debito, lo ristrutturiamo e paghiamo a rate”. Arriviamo al 2007 e i DS blindano gli immobili dentro ad una fondazione, nel 2008 i DS diventano PD, e smettono di pagare, e oggi scopriamo che restano da pagare 110 milioni di euro che dovremmo pagare noi. (…) Banca Intesa, Bnl e le altre banche coinvolte ricorrono in Tribunale. La decisione arriva ad aprile scorso. Il Tribunale di Roma emette tre decreti ingiuntivi: il vecchio debito dell’Unità lo deve pagare la Presidenza del Consiglio dei Ministri”;

– secondo la predetta trasmissione, dal dipartimento per l’editoria della Presidenza del consiglio avrebbero precisato che “il totale dei decreti ingiuntivi fanno poco meno di 95 milioni … Contro tutti e tre i decreti ingiuntivi noi abbiamo proposto opposizione”;

Considerato che:
– quando si era trattato, nel 1993, di utilizzare fondi per l’editoria, a disposizione della presidenza del Consiglio, per fronteggiare le forti difficoltà di una serie di quotidiani, con motivazioni infondate, e anche provocatorie, questi contributi vennero negati.

– non fu solo per una diversità di stile, ma per probabili protezioni politiche (delle quali la vicenda legislativa citata in premessa è solo una spia) che la vicenda del salvataggio dell’ “L’Unità” si sviluppò in modo ben diverso: nel 1994, registrava un passivo molto superiore ad esempio a quello dell’”Avanti!”, e il suo debito ammontava a 125 milioni di euro, pari a 250 miliardi di vecchie lire (quello del Pci-Pds era arrivato a 447 milioni degli attuali euro). “L’Unità” con quel passivo non fallì, l’Avanti, con un passivo inferiore, sì. Adesso sappiamo anche perché. I giornali di partito (ad eccezione dell’Avanti ed de “Il Popolo” della vecchia Dc) con la legge sull’editoria godevano di un sostanzioso finanziamento. E poterono tirare avanti con una certa disinvoltura. Il giornale comunista, nel 1994 di proprietà dell’allora Pds, aveva in mente però anche un altro percorso, perché continuava a fare debiti, tra i cinque e sei milioni di euro l’anno;

– il Pds si accollò i debiti che aveva con le banche e riuscì a rateizzarli. Poi dissociò la proprietà dal partito quando nacque il Pd, che ne divenne azionista per solo lo 0,1%. Nel contempo, si blindò il patrimonio immobiliare enorme del vecchio Pci-Pds-Ds in una fondazione. In base al citato articolo 4, le fidejussioni date alle banche dai giornali di partito, qualora questi ultimi non fossero stati in grado di pagare, sarebbero passati allo Stato o meglio alla Presidenza del Consiglio che erogava fondi per l’editoria. E così, da un lato, riversarono i debiti sui giornalisti in mancanza di un editore dopo il fallimento e la chiusura del giornale e dall’altro orientarono la maggior parte del debito, circa 110 milioni di euro, sullo Stato, separando partito e proprietà del giornale e poi partito e fondazione. Da registrare che la fondazione oggi detiene un patrimonio di centinaia di milioni di euro che sono assolutamente distinti dalle proprietà del Pd;

Si chiede di sapere:
– se l’annunciato intendimento del Governo, di propiziare l’attuazione all’articolo 49 della Costituzione, non debba ispirarsi all’abbandono della “concezione strettamente privatistica del partito politico, inteso quale associazione non riconosciuta di diritto privato e in quanto tale dotata della massima libertà”: tale concezione ha ispirato, nel passato anche recente, “il criterio che stava a fondamento delle scelte legislative sulla contribuzione economica statale era quello di finanziare i partiti politici senza riconoscerli, anziché riconoscerli per finanziarli”;

– se non si ritenga che “occorre tornare ad affrontare il problema di una regolamentazione giuridica degli stessi in modo da restituire ad essi la funzione che è loro propria e che appare fondamentale in una democrazia pluralista: il raccordo fra i cittadini e le istituzioni. Si tratta di subordinare i partiti politici a regole certe e trasparenti, rendendo pubblici i loro statuti oltre che i loro bilanci e dando più potere ai loro iscritti ed elettori”;

– se, per conseguire l’obiettivo di cui sopra, non si ritenga di avanzare al Senato la richiesta di celere calendarizzazione del disegno di legge n. 891 (dalla cui relazione sono tratte le citazioni precedenti), nonché dell’Atto Senato n. 1319 (d’iniziativa dei senatori Buemi, Nencini, Longo, Esposito e Mastrangeli, recante “Disposizioni per la prevenzione del conflitto di interessi dei titolari di cariche pubbliche“). In assenza di una precisa regolamentazione del conflitto di interessi, infatti, non si può escludere che vicende opache come quella descritta in premessa – di commistione di interessi privatistici e partitici con la funzione legislativa – non si possano ripetere anche al giorno d’oggi.

Redazione Avanti!

Eternit. La vergogna vera sarebbe
allungare la prescrizione

La vicenda Eternit, culminata con la sentenza con la quale la Corte di Cassazione ha dichiarato estinto per prescrizione, già prima della sentenza di primo grado, il reato di disastro ambientale doloso, annullando per conseguenza sia la condanna dell’imputato a 18 anni di reclusione, sia le statuizioni risarcitorie in favore delle parti civili, è l’ennesima, perfetta metafora della giustizia italiana.

Non entriamo, ovviamente, nel merito dei fatti e delle responsabilità: quel che è certo è che gli stabilimenti Eternit chiusero definitivamente nel lontano 1986. Un dato di fatto semplice ed inequivocabile, dal quale discende una conseguenza altrettanto inesorabile: la data di consumazione del reato di disastro ambientale non può che coincidere –o meglio, non può certamente essersi protratta oltre- quella data di chiusura degli stabilimenti. Il reato di disastro ambientale si prescrive in 15 anni dalla commissione del fatto. I difensori degli indagati hanno eccepito la intervenuta prescrizione sin dai primi atti di indagine, ma inutilmente. Si noti che la Procura di Torino operò una precisa scelta, e cioè di procedere per il disastro ambientale, prima ed a prescindere dagli omicidi –se così dovranno essere classificati- delle vittime accertate dell’amianto. Evidente la ragione: la prova del reato di disastro ambientale era largamente più agevole di quella degli omicidi, qualificati –si badi bene- come volontari in ragione del ritenuto dolo eventuale. Perciò, l’Accusa operò questa scelta e, contro la evidenza della prescrizione – imminente, se non addirittura già maturata- sostenne la ardita tesi che la consumazione del reato di disastro doloso andasse ancorata non alla cessazione delle attività degli impianti industriali che ne erano la ritenuta causa, ma nientedimeno all’evento delle morti per amianto, pur non ancora contestate quali frutto di condotte omicidiarie. Incrollabilmente, la stravagante ipotesi accusatoria fu asseverata sia dal tribunale che dalla Corte di Appello di Torino.

Senonché la Corte di Cassazione, sollecitata dallo stesso titolare dell’accusa, il sostituto procuratore generale, ad adempiere alla propria doverosa ed altissima funzione di giudice della legittimità, chiamato ad applicare le regole del diritto, anche quando esse sembrano sottrarsi ad un diffuso senso di giustizia, non ha potuto che ricondurre la vicenda giudiziaria all’interno delle sue regole. Una idea stravagante non può diventare regola di ordine generale, come sempre accade quando si pronuncia la Corte di Cassazione; la quale appunto non era chiamata a pronunciarsi sul merito della vicenda Eternit, ma preliminarmente su di un principio generale destinato a valere per tutti e per sempre, e cioè se il reato di disastro ambientale dovesse ritenersi consumato o meno quando l’attività che lo ha prodotto si sia definitivamente interrotta. Ovviamente, la Corte non ha potuto che affermare che certamente, è quello il momento consumativo di quel reato, e non potrebbe essere diversamente, con buona pace della giurisprudenza, diciamo così, creativa dei giudici torinesi e del Procuratore Guariniello.

La prescrizione, che necessariamente ne è conseguita, mai come in questa vicenda –sembrerà un paradosso, ma è semplicemente la verità- appare del tutto incolpevole. Intendo dire che, essendo il reato consumato la bellezza di 28 anni fa, non si capisce cosa c’entri tutta questa cagnara da analfabeti sulla prescrizione troppo breve che strangolerebbe la giustizia; a meno che non si voglia avere la impudenza di sostenere, senza arrossire dalla vergogna, che la prescrizione non debba poter maturare nemmeno a 28 anni (ripeto: 28 anni) di distanza dal fatto.

Qui il problema è palesemente un altro, e sono lieto nell’aver letto che ne sono convinti anche diversi avvocati delle parti civili: perché la Procura di Torino ha voluto, contro ogni sensatezza giuridica, puntare su un reato già morto, creando aspettative ed illusioni nei parenti delle vittime dell’amianto, trascinando in questa scommessa francamente assai azzardata anche i giudici di primo e secondo grado, e non invece puntare da subito sulla ipotesi omicidiaria, che ora viene avanzata come la panacea di tutti i mali? Salvo ritenere che i giudici della Suprema Corte di Cassazione siano impazziti, incorrendo in un clamoroso errore di diritto per il gusto di attirare addosso a se le solite grida di vergogna! Vergogna!, non sarà che il dolore e la disillusione di tanti sventurati avrebbe ragione di concentrarsi proprio su chi ha compiuto quella scelta giuridicamente errata, e su chi l’ha avallata in ben due sentenze di merito?

Ma niente da fare: il dott. Guariniello deposita, salutato come un eroe, gli atti sul processo Eternit bis proprio all’indomani della inevitabile sentenza della Corte di Cassazione, mentre la furia demagogica e conformista della politica ha individuato la vittima sacrificale, la prescrizione, che ora deve essere pressoché abolita. Con il bel risultato che i nostri processi penali, già disastrosamente interminabili, liberati dallo stimolo della possibile prescrizione del reato, dureranno tre volte tanto.

Questa è la civiltà giuridica che la nostra politica ha in mente: poter processare e condannare liberamente per fatti commessi anche trent’anni prima. Beh, vergogna, se permettete, lo dico io.

Gian Domenico Caiazza
Intervento su Radio Radicale del 22 novembre 2014

 

Te la do io la Rai ‘partitocratica’: oggi Grillo batte tutti

Movimento-5-Stelle-Tv “Mai dire mai in politica”, sosteneva Giuseppe Saragat. E “mai dire mai” nella vita, avvertiva James Bond, l’agente segreto 007 al servizio di sua Maestà britannica per la penna di Ian Fleming. La Seconda Repubblica conferma ancora una volta che le sorprese in politica non finiscono  mai. I parlamentari del M5S sono i più presenti su Tg1, Tg2 e Tg3 col 22,3%, nel periodo 22 febbraio-22 marzo. Battono tutti, compresi Pd, governo e Forza Italia. I dati sono stati rilevati dal Centro di ascolto radiotelevisivo diffusi da Radio radicale e pubblicati dal ‘Giornale’. Continua a leggere