Wimbledon 2018: tornano due ex numeri uno, Nole e Kerber

Wimbledon

Un numero uno lo è per sempre. Anche quando non vince un torneo ed esce ai quarti, come Roger Federer (lo svizzero è stato battuto da Anderson in 4 set: per 6/2 7/6 5// 4/6 11/13); o come Rafael Nadal (che ha perso in semifinale da Novak Djokovic: per 4/6 6/3 6/7 6/3 8/10); o come Juan Martin Del Potro (uscito ai quarti proprio per mano di Rafa, ma vero campione atletico: più volte a terra, è caduto, ma si è rialzato ed ha lottato ‘generosissimo’ fino all’ultimo. Chapeau. Del resto il punteggio ben evidenzia la dura lotta dei due: l’argentino si è arreso allo spagnolo solo al quinto set, 5/7 7/6 6/4 4/6 4/6; ce l’ha messa davvero tutta). Anche quando ritorna da un lungo e grave infortunio, come Novak Djokovic. Anche quando rientra da mesi dopo la maternità e un parto cesareo che ne ha ostacolato il recupero, come Serena Williams. Anche quando ti piovono addosso critiche e malelingue ti dicono che ‘la tua luce si è spenta’ o ‘sei finita’ oppure ‘non sei più quella di una volta’ (esagerando, ma non troppo, perché a volte la stampa sa essere molto dura e i fans stancarsi presto degli in-successi e non hanno la pazienza di capire il momento ‘no’ o di grave difficoltà di un’atleta): come Angelique Kerber (ma anche per Nole stesso c’è stato l’identico discorso). Invece eccoli tutti qua a disegnare l’edizione 2018 di Wimbledon, ognuno mettendo a suo modo il proprio sigillo. E poi ci sono i numeri uno dentro, il talento evidente anche se non si afferma con primati di vittorie: quelli dei campioni della passione, della sportività, dell’umiltà, della generosità, dello spirito di sacrificio, campioni di talento ed umanità che contribuiscono ugualmente a scrivere la storia del tennis; come il finalista Kevin Anderson e/o John Isner. E poi, a tale proposito, come non citare -ancora una volta- l’esempio di impegno di Del Potro e/o quello di umanità ed umiltà di Rafael Nadal: rispetta sempre ogni avversario e gli altri campioni, che gli danno modo e gli stimoli giusti per migliorarsi continuamente -afferma-; molto amichevole nel dare sempre una parola di conforto e di amichevole stima, anche con un abbraccio sincero molto sportivo a fine partita (proprio come accaduto contro Del Potro, dopo averlo sconfitto; o dopo aver perso in semifinale contro Nole).

E poi ci sono i numeri da record paralleli, che si cerca di rilevare ad ogni edizione, in particolare di uno Slam: e questo sicuramente spetta alla semifinale durata sei ore e 36 minuti tra Isner ed Anderson appunto. Dall’altro lato, ancora, ci sono inoltre anche i record non numerici, ma ‘di colore’: e questa di quest’anno a Wimbledon è stata un’edizione particolare per vari momenti ‘colorati’. Per dirla con una canzone, con Shakira e il ritornello del suo brano-tormentone “Waka waka”: “This time for Africa…’cause this is Africa”. In sintesi dice, tradotto dall’inglese: “questo tempo è per l’Africa perché questa è l’Africa”. Come noto la cantante colombiana lo interpretò con il gruppo sudafricano Freshlyground quale inno ufficiale dei mondiali di calcio FIFA 2010, svoltisi appunto quella volta in Sudafrica. Sebbene i mondiali di calcio 2018 abbiano visto trionfare in Russia la Francia, noi riadattiamo il testo per omaggiare il finalista sudafricano Kevin Anderson. Commovente il suo discorso: nel ringraziare la sua bellissima moglie, ha detto che avrebbe giocato altre 21 ore pur di rivivere le emozioni della semifinale e della finale di Wimbledon. Così come ha emozionato il ringraziamento di Nole nel riconoscere il valore umano, morale -oltre che atletico e professionale- dell’avversario; poi si è commosso nel vedersi applaudito ed evocato dal figlioletto Stefan (“è il mio miglior sparring partner” -ha scherzato il quattro volte campion qui a Wimbledon). L’ex n. 1 è davvero tornato. Lui stesso ha avuto dei dubbi seri, ha spiegato, e non è stato neppure facile recuperare dall’infortunio e dall’intervento al gomito. Ma eccolo di nuovo qui, più grintoso che mai. Senza il sostegno della moglie Jelena (che soffriva nel suo angolo, prima di scoppiare in un’esultazione di gioia finale) e di tutti quelli che hanno creduto in lui, lo hanno sostenuto e hanno lavorato con lui, probabilmente non ce l’avrebbe fatta. Ha dominato una finale non facile contro uno stanco Anderson: un doppio 6/2 iniziale nei primi due set senza dover far troppo, poi ha controllato bene un match che gli stava sfuggendo di mano (che stava diventando pericoloso perché il sudafricano si stava facendo sempre più insidioso), con Kevin che stava entrando in partita (anche con il servizio micidiale) e al tie-break ha giocato splendidamente i punti decisivi: da campione, da vero n. 1, con autocontrollo e grinta, serafico. E non si è deconcentrato neppure nella semifinale contro Nadal: giocata in notturna col campo coperto e l’illuminazione artificiale (perché posticipata a causa delle sei ore e mezza dell’altra semifinale maschile), ha iniziato subito aggressivo e alla grande, portandosi avanti due set a uno. Poi al rientro, il giorno dopo prima della finale femminile, è apparso meno in forma e i due tennisti sono andati al quinto set; ma, dopo aver concesso il quarto set, nell’ultimo e decisivo parziale si è di nuovo fatto più solido. Forse giocare con il campo chiuso non ha agevolato Nadal; forse il dover tornare di nuovo in campo il giorno dopo l’interruzione di una notte non ha facilitato Djokovic nel chiudere il match. Forse lo spagnolo non ha particolarmente brillato nel gioco a rete quando è avanzato (ma coraggioso ed apprezzabile nel suo avanzare al net) e Nole, invece, avrebbe dovuto attaccarlo maggiormente, mentre ritornava indietro dopo aver accelerato con i passanti, ancorato a fondo. Però sono stati comunque due campioni che hanno dovuto affrontare situazioni di disagio nel giocare e le hanno accettate con sportività. Al serbo, comunque, funziona di nuovo molto bene il servizio (e questa è una nota più che positiva).

Sicuramente da record la semifinale di John Isner contro Anderson: sei ore e 36 minuti, una delle più lunghe della storia del tennis, seconda solo alla partita che lo stesso Isner ha sostenuto contro Nicolas Mahut e durata ben 11 ore e 5 minuti. L’esito è stato da record e l’ultimo set (senza tie-break) è durato un’infinità: 7/6(8) 6/7(5) 6/7 6/4 26/24 per il sudafricano. Del resto l’equilibrio del match già si vedeva dall’indicazione delle teste di serie: 8 Anderson e 9 Isner. L’americano è uscito dal campo barcollando, stremato: non ce la faceva più, si è fatto mandare anche degli altri integratori, aveva vesciche alla mano che si è fatto più volte fasciare. Ha messo a segno il record di aces, delle vere e proprie ‘sassate’. Ma, soprattutto, con Anderson sono stati campioni di umanità, abbracciandosi sportivamente a fine match. Isner, del resto, ha già vinto: sugli spalti sua moglie in dolce attesa è il più bel regalo e premio che potesse ricevere dalla vita e già quello lo ripaga di ogni fatica e sofferenza. Così come ha già vinto Serena Williams: l’americana non ha recuperato la forma fisica e ha perso la finale anche malamente per certi versi (con un netto doppio 6/3 dalla tedesca Angelique Kerber); ma anche lei non avrebbe pensato mai di poter tornare a giocare ed arrivare sino in fondo al Grand Slam di Wimbledon. È tornata a giocare “per tutte le mamme” come lei e ha dedicato loro il traguardo di finalista raggiunto. Ovviamente ciò merita un plauso, così come era stato ben gradito questo messaggio al Roland Garros quando scelse di giocare con una tuta nera aderente -disegnata a posta per lei su sua esplicita richiesta- (a difesa e sostegno della ‘maternità’ per così dire).

E se la finale maschile è stata quella che più ha emozionato, per popolarità segue solo quella storica tra Borg e McEnroe (al centro dell’omonimo film uscito al cinema), Wimbledon ha avuto i suoi Borg e McEnroe: sia nei finalisti Nole e Anderson (il primo ha un bel caratterino come John, mentre l’altro sembra di una fredda lucidità come Borg; ma poi anche Nole ha disegnato il campo splendidamente come su un foglio di carta); sia tra gli spettatori. Infatti lo spettacolo è stato anche assicurato tra gli spalti, dalla presenza di molti fan che avevano la stessa fascia e pettinatura tipo Borg. Tra l’altro Borg è venuto ad assistere ai match, come la Navratilova, la Martinez e la Bartoli. E come i Reali. La semifinale maschile è stata seguita con attenzione da Kate e Megan (che amichevolmente hanno avuto degli scambi di opinione tra loro, durante le varie pause, con dei bei sorrisi); mentre alla finale maschile hanno partecipato William&Kate. Non certo facile giocare con la loro presenza.

Infine di questo Wimbledon rimarrà un po’ di colore azzurro. Camila Giorgi è arrivata sino ai quarti dove ha perso al terzo set proprio da Serena Williams: dopo aver vinto il primo set per 6/3, ha incassato dall’americana -e dalla sua risposta e reazione d’orgoglio- un altro 6/3, prima che l’ex campionessa affondasse definitivamente la marchigiana per 6/4; ma l’italiana diventa così n. 35 al mondo e questo è un success enorme per lei. Fabio Fognini ha vinto il derby italiano contro Simone Bolelli (in tre set netti per 6/3 6/4 6/1). Thomas Fabbiano ha eliminato (giocando una partita strepitosa) l’elvetico Stan Wawrinka (continua il momento di difficoltà dello svizzero), in tre set in un match straordinario e molto lottato – con tanto equilibrio e due tie-break -: 7/6(9) 6/3 7/6(8) il punteggio finale.

Infine è stato un Wimbledon dai due volti: positivo per la copertura del Campo Centrale, negativo per il persistere dell’impossibilità di giocare il tie-break al quinto set, il che strema gli atleti, laddove ci sarebbe l’opportunità almeno di un match tie-break decisivo in via ipotetica o comunque quando si potrebbero senz’altro trovare altre alternative; già arrivare e uscire al quinto set (giocando tre su cinque e non al meglio dei tre set) è già un bel test molto importante per i tennisti. Sarà ripetitivo, inutile e retorico sottolinearlo, ma ci sembra quanto mai significativo.

IBI 2018 o 2019? Trasformazioni in corso, cantiere quasi aperto

angelo binaghiMentre si guarda già al Roland Garros 2018, sono state prima tratte le somme dell’edizione di quest’anno degli Internazionali Bnl d’Italia di tennis; guardando al futuro e pensando già al prossimo anno, perché tra un mese neppure già si sarà al lavoro per ideare l’edizione del 2019: nel segno dell’innovazione e della sperimentazione. È stato il presidente della FIT, Angelo Binaghi, a farne il sunto evidenziando i punti focali e facendo intravedere quali potrebbero essere le prospettive prossime.
Innanzitutto il risultato positivo raggiunto non poteva che portare ad esprimere soddisfazione; ed i numeri confermano la fondatezza di un ottimismo ponderato. In primis oltre 62 milioni di visualizzazioni durante il torneo, con un incremento del 9% rispetto allo scorso anno; poi il gradimento del pubblico è stato espresso soprattutto in particolare -ovviamente- sui canali social, con un tasso pari a circa 495mila fan e followers; a cui si aggiunge l’aumento del 58% delle visualizzazioni di video su Facebook, paragonate a quelle del 2017; così come sono state più di 1,4 milioni le interazioni avvenute sui social appunto, cresciute di un +32% rispetto ad un anno fa; durante lo svolgimento del torneo, inoltre, sono stati caricati e pubblicati più di 2.400 contenuti sui social sempre (via preferenziale utilizzata dagli appassionati di tennis giunti agli IBI); dal sito web ufficiale sono state, poi, visualizzate più di sette milioni di pagine, per non parlare degli utenti iscritti alla newsletter; successo anche per le app create e per la connessione WI-FI (sebbene non abbia sempre funzionato bene): 38.600 installate tra le prime (con oltre 28mila utenti registrati) e 33.900 per la seconda, con accessi alla rete gratuita molto ricercati e richiesti (con uso di password e username e con l’aiuto del personale del desk). Poi vi è un ultimo dato importante: l’ascolto del canale ufficiale della kermesse, Supertennis, è cresciuto notevolmente (di un +10% circa); rispetto al 2016, quando era il sesto delle emittenti sportive con un ascolto medio pari a circa 11.038 utenti, nel 2017 è salito al quarto posto, con una media aumentata sino a 14.041 utenti: ha saputo offrire un prodotto di qualità sempre maggiore e più evoluto, grazie all’uso delle nuove tecnologie. Una posizione che lo vede superato solo da colossi quali Rai sport 1 (al primo posto), Sky sport 1 (al secondo) e Sky sport 24 (al terzo). Questi ultimi, però, non sono ‘cresciuti’ nella loro media utenti, a differenza di Supertennis, sebbene mantengano le loro postazioni di prestigio grazie ormai all’affidabilità dimostrata (nella lunga esperienza di anni ed anni di attività sul campo) e alla fidelizzazione raggiunta di una clientela affezionata anche alle figure di esperti che si sono fatti apprezzare per la loro competenza.
In questa edizione, inoltre, sono stati molti i momenti centrali e toccanti che hanno animato la manifestazione diventata sempre più complessa: non è solo sportiva, commerciale, agonistica o mondana, ma anche culturale nel vero senso della parola; non di settore, ma aperta a tutti e in grado di coinvolgere chiunque. A ricordare tali attimi è stato il presidente della FIT Binaghi, che non ha parlato solo della seconda edizione a Milano delle Next Gen Atp Finals o non è stato solo protagonista della consegna della racchetta d’oro (prima dell’inizio della finale maschile tra Rafael Nadal e Alexander Zverev) a Jan Kodes: ex tennista cecoslovacco che vinse tre prove del Grande Slam nei primi anni Settanta, tra cui Wimbledon nel 1973; quell’anno arrivò al quinto posto della classifica mondiale. In carriera ha vinto otto tornei di prima fascia in singolare e diciassette in doppio. Nel 1990 è entrato anche nella International Tennis Hall of Fame. Agli Internazionali Bnl d’Italia è arrivato tre volte in finale, ma le ha perse tutte e tre: la prima nel 1970 da Nastase, la seconda nel 1971 da Laver, la terza nel 1972 dallo spagnolo Manuel Orantes. Mancava da Roma da circa 24 anni.
Dopo tali momenti topici, Binaghi si è detto innanzitutto “orgoglioso di questa edizione degli IBI”. “Abbiamo avuto, nel maschile, lampi da Lorenzo Sonego, Matteo Berrettini, che ha impegnato persino Alexander Zverev, Filippo Baldi, Marco Cecchinato, ma anche Stefano Napolitano, Andrea Pellegrino e Salvatore Caruso; un settore che ha un’ottima prospettiva, che ha offerto una fase di spettacolo durata ancora di più grazie a Fabio Fognini (giunto sino ai quarti e arresosi solo a Rafa Nadal): tutto impensabile sino a poco tempo fa”, ha commentato in proposito il presidente FIT. Si apre un futuro con una prospettiva rosea, perché sono “una reale speranza” per il tennis italiano. “Nel femminile, invece – ha aggiunto Binaghi – c’è una fase di lavori in corso: c’è necessità di ritrovare giocatrici che possano darci prospettive, che una grande Federazione come quella italiana deve avere”. A tale proposito, non ha potuto fare a meno di rilevare Binaghi, “Roberta Vinci ci ha regalato forti emozioni e ci ha gratificato nello scegliere il Foro per terminare la sua carriera”. Sì, la salentina si è ritirata e a Roma ha giocato la sua ultima partita, ma non è stato un addio al tennis. A spiegarlo è stato il presidente stesso annunciando quale sarà il futuro della Vinci: “resterà nella Fit ad accelerare il processo di crescita del settore femminile, dove intanto – ha comunicato ufficialmente Binaghi – abbiamo recuperato Camila Giorgi, che con Sara Errani costruiranno un gruppo solido, una squadra che possa essere competitiva in Fed Cup”. A proposito della tennista salentina, il presidente Binaghi ha avuto parole moto affettuose e gentili: “Non riesco a ricordarmi un episodio che non sia stato perfetto in tutta la sua carriera; Roberta è una grande atleta e una grande persona. Con Sara (Errani), Flavia (Pennetta), Francesca (Schiavone, wild card speciale quest’anno) hanno regalato emozioni irripetibili: chapeau a una carriera del genere. Il giorno dopo il suo ultimo incontro giocato qui al Foro ho parlato con lei, che ha meritato adesso un periodo di vacanza giustificata molto lunga. Avevamo pensato per lei, per il suo futuro, diversi scenari possibili, tra cui uno di essi credevamo potesse essere quello di commentatrice sui nostri canali Tv: ha una buona comunicativa e una simpatia immediata, empatica e carismatica che arriva subito. Invece lei ha scelto la strada più scomoda: vuole continuare a vivere di tennis giocato con le nostre ragazze di Fed Cup (tra cui abbiamo visto durante le qualificazioni Martina Trevisan, Martina Caregaro, Deborah Chiesa, Jessica Pieri su tutte). Ha deciso di lavorare nel settore tecnico della Fit, ma deve prima capire quale potrà essere il suo contributo e soprattutto quanto sia difficile operare e adoperarsi in tale contesto”.
Risultati superiori alle aspettative, anche grazie ai ritorni di Maria Sharapova e Novak Djokovic (arrivati entrambi alle semifinali), che neppure il lieve calo di incasso (un -3%) dalla vendita di biglietti ha potuto incrinare. Qualche giorno di maltempo (la finale maschile stessa è stata interrotta per pioggia per un’ora) non ha inficiato gli introiti e il successo della manifestazione, di cui un valore aggiunto – ha precisato Binaghi – è la location. Ed a proposito di innovazione, i maggiori cambiamenti potrebbero riguardare proprio quest’ambito. “È stato un prodotto finale fantastico. L’intero impianto della location ha contribuito in maniera preponderante alla riuscita stessa dell’evento e ne ha rappresentato un valore aggiunto. Cercheremo di fare tutto il possibile per migliorarlo e rinnovarlo, tentando di cambiarne la connotazione. Il prossimo anno faremo una struttura nuova dell’attuale Next Gen Arena, che chiameremo in modo diverso. Ci sarà, inoltre, una maggiore razionalizzazione dello spazio, sia dell’area commerciale che di quella riservata alla stampa. Stiamo trattando, poi, anche per la copertura del Centrale, un’operazione necessaria quanto complessa per i vincoli presenti nella zona, ma pensavamo a una struttura che fosse adattabile e fruibile anche dalla pallavolo e dalla pallacanestro”. Infine, c’è sempre la parentesi di portare il tennis a piazza del popolo: “i rapporti con l’amministrazione capitolina ci sono e sono buoni, riapriremo la questione e posso garantire che il tennis a piazza del popolo ci andrà perché sono testardo come tutti i sardi e tengo molto a che sia raggiunto tale traguardo”. Maggiore attenzione dovrà essere riposta in futuro, poi, anche al pubblico di utenti stranieri, che hanno fatto sì che ci potesse esserci il sold out nelle tre giornate conclusive.

Tennis: pre-qualificazioni agli IBI 2018 e i campioni si prenotano

ibi tennis

Mentre si giocano al Foro Italico le pre-qualificazioni degli Internazionali Bnl d’Italia 2018, i big si prenotano un posto d’onore tra i favoriti per la vittoria finale agli IBI.

Chi saranno i più quotati? Già abbiamo detto di Rafael Nadal. Ora si aggiunge anche il campione Next Gen (ma ormai superato perché entrato a pieno regime nella top ten dei più forti, non a caso attuale n. 3 al mondo), Alexander Zverev che conquista in casa il titolo all’Atp di Monaco, in finale in un derby tedesco che ha sempre dominato e controllato (con maturità e sicurezza sorprendenti) sul connazionale più anziano Philipp Kohlschreiber con un doppio 6/3. Il giovane era testa di serie n. 1 ed ha rispettato i pronostici che lo davano superfavorito; l’altro ha fatto un buon torneo, ma non è bastato al n. 6 del seeding per portare a casa il trofeo. Il vincitore della passata edizione degli Internazionali, infatti, ha saputo sfruttare ogni occasione e fare il break decisivo che lo ha portato a servire prima per il set e poi per il match, in sicurezza, sbagliando molto poco, con una padronanza dei propri mezzi e del campo sorprendente: non ha tremato neppure un solo attimo. Più solido, concentrato, preciso, freddo e lucido, concreto in una parola, che nella semifinale contro Hyeon (testa di serie n. 4), che comunque ha battuto per 7/5 6/2, dopo essersi sbarazzato facilmente ai quarti di un fallosissimo Jan-Lennard Struff per 6/3 6/2.

Così come ha convinto il giapponese Taro Daniel all’Atp 250 di Istanbul, che la nostra nazionale di Coppa Davis ben ha imparato a conoscere e temere, sapendo quanto possa essere insidioso. Qui in Turchia prima ha battuto il nostro Matteo Berrettini per 7/5 6/3: l’azzurro ben si è difeso, ma la superiorità del talento nipponico si è vista; difficile che conceda un gratuito, rimette e respinge sempre ogni palla; poi ha eliminato la testa di serie n. 4 Bedene con un doppio 6/2; dopo ha avuto due match duri terminati al terzo set nei quarti e in semifinale: prima contro il brasiliano Dutra Da Silva (conclusosi con il punteggio di 1/6  6/1 6/4), in seguito – al turno successivo – del francese Chardy per 6/3 4/6 6/4. In finale contro Jaziri ha fatto la differenza con la regolarità, la precisione e il maggiore autocontrollo rispetto a un nervosissimo Jaziri. Daniel ha saputo mantenere più la calma e la concentrazione, ha avuto più pazienza, ha saputo aspettare e, al momento giusto, ha realizzato i punti del vantaggio che gli servivano giocando egregiamente il tiebreak del primo set (vinto per sette punti a quattro) e 6/4. Jaziri era anche in vantaggio e il giapponese ha dovuto rimontare il punteggio, ma non ha mai mollato, mentre l’altro si è distratto in contestazioni di chiamate di palle con l’arbitro che gli sono state poco utili.

Mentre nel femminile tornano a vincere di nuovo Elise Mertens e Petra Kvitova, rispettivamente al Wta di Rabat e al Wta di Praga. La prima finale è stata senza storia, dominata completamente dalla belga che ha prevalso nettamente sulla Tomljanović. Netto il 6/2 che le ha imposto nel primo set, l’avversaria ha avuto un sussulto solamente nel finale del secondo set. La belga è andata di nuovo a servire sul 5/2 per il match e tutto sembrava destinato a chiudersi con un doppio 6/2; invece la Tomljanović è riuscita con coraggio e orgoglio a strappare il servizio alla belga, poi a tenere il suo e portarsi sul 5/4, a crederci e pareggiare i conti sul 5-5; c’è stato di nuovo il break della Mertens, che però non è riuscita a completare il parziale e si è andati a un giusto, onesto e meritato tiebreak, però giocato meglio dalla più esperta belga, che lo ha portato a casa per sette punti a quattro, contro un’amareggiata ma generosa Tomljanović.

La ceca, invece, conquista il titolo al Wta di Praga (in casa) su un’avversaria ostica da tenere a bada, molto insidiosa e difficile, che emerge e sorprende tutti: la rumena Mihaela Buzarnescu. Si va al terzo set e solo la maggiore esperienza della Kvitova le ha permesso di vincere. 4/6 6/2 6/3 il punteggio con cui la rumena ha messo davvero in difficoltà diverse avversarie, tra cui la nostra Camila Giorgi in semifinale (in una maratona finita dopo due ore e mezza al terzo set, con molte occasioni non sfruttate dall’azzurra, che poteva anche chiudere). Tenace, grintosa, ha buoni fondamentali molto incisivi, profondi e potenti, in più passa bene e viene anche all’occorrenza avanti a rete, serve bene e potrebbe essere un misto della Mertens e della Giorgi perché tira ogni colpo, lotta su ogni palla, corre tanto e sbaglia poco, aggredisce molto. Abbastanza regolare, ha saputo sempre mantenere la lucidità e la freddezza necessarie al controllo del match, ma forse in finale ha accusato un po’ di stanchezza per la lunga battaglia sostenuta contro la marchigiana e di tensione e di emozione per giocarsi un titolo per lei importantissimo; tanto che ha iniziato a mostrare cenni di cedimento fisico e mentale e di nervosismo. Visibile la sua delusione nel finale, con gli occhi lucidi di dispiacere, tra l’esultanza euforica di Petra Kvitova, che si conferma ritornata e ritrovata. Ancor più evidenti i segnali di calo fisico e nervosismo della Buzarnescu, li si sono notati maggiormente contro la russa Maria Sharapova al primo turno del successivo torneo del Wta di Madrid. Qui contro la siberiana ha iniziato a commettere più errori, ad arrivare un po’ in ritardo sulla palla e a sbattere la racchetta con gesti di stizza a terra. Più lucida, precisa e fresca la Sharapova; con facilità e supremazia Masha si è imposta per 6/4 (con un solo break decisivo di vantaggio) per poi dilagare con un severo e netto 6/1 nel secondo set, in poco tempo, con una stremata rumena. La siberiana ha fatto tutto bene e giusto, sbagliando poco, mentre per l’avversaria c’è stato qualche errore di troppo con il dritto e al servizio (con il regalo di qualche doppio fallo di troppo); la Sharapova, invece, è stata incisiva soprattutto con il rovescio lungolinea. La Buzarnescu è diventata la nuova n. 32 al mondo, mentre la Sharapova ha confermato il buono stato fisico e di condizione anche al secondo turno battendo Irina-Camelia Begu per 7/5 6/1, in maniera speculare a quella con l’latra rumena.

Tra l’altro, nel recente Wta di Madrid, la Kvitova ha continuato a vincere facile per 6/1 6/2 sulla Tsurenko; ma bene anche la Halep (6/0 6/1 alla Makarova) e la Muguruza (6/4 6/2 alla Peng). In terra spagnola continuano a trionfare Kristina Pliskova (doppio 6/4 alla Vikhlyantseva) ed Elise Mertens (con un doppio 6/4 alla connazionale belga Van Uytvanck); positivo il doppio 6/3 della Azarenka sulla Krunic; ci sono anche la Wozniacki, che si impone sulla Gavrilova per 6/3 6/1, e la Konta (6/3 7/5 su Rybarikova); male la Errani, che perde 6/1 6/4 dalla Barty (che si scontrerà proprio con la danese); perde la Osaka dalla cinese Zhang per 6/1 7/5.

Tennis: uomini a Shanghai e Stoccolma, donne
ad Hong Kong e Tianjin

roger federer

Nel tennis i nomi di queste ultime due settimane sono: Roger Federer, Rafael Nadal, Juan Martin Del Potro, Grigor Dimitrov, Fabio Fognini, Jerzy Janowicz, Maria Sharapova, Aryna Sabalenka, Sara Errani, Anastasija Pavljučenkova, Daria Gravilova. Andiamo con ordine.

Roger Federer conquista l’Atp di Shanghai con una finale perfetta su Rafael Nadal battendo lo spagnolo per 6/3 6/4 (che durante la premiazione si complimenta con l’altro per la straordinaria partita interpretata): toglie il tempo e il ritmo all’avversario, mandando in confusione un falloso (e nervoso) Rafa. Lo svizzero è in forma davvero smagliante e si prepara con fiducia ed ottimismo ad affrontare il torneo di casa a Basilea. Sembra davvero a un passo (attuale n. 2 del mondo) dal replicare il momento di gloria del 2004, quando dominò incontrastato la vetta della classifica mondiale. Molto positiva la vittoria in semifinale su Juan Martin Del Potro, in rimonta per 3-6 6-3 6-3; una battaglia di nervi vinta dall’elvetico, che fa la differenza sul 3-3: un game lunghissimo, più di venti colpi giocati, in cui l’argentino non riesce a portarsi avanti nel punteggio e si innervosisce, infastidito anche dal movimento del pubblico sugli spalti, che costringe gli organizzatori e l’arbitro a chiedere in cinese di fare silenzio e di prendere posto rapidamente.

Molta preoccupazione aveva destato il suo polso, dopo una brutta caduta con il peso del corpo proprio sul polso a cui aveva subito tre interventi. Invece Juan Martin Del Potro, uscito in semifinale a Shanghai per mano di Nadal (perdendo per 6-4 0-6 3-6 2-6), si dimostra un combattente doc e arriva a giocare la sua 20esima finale in carriera all’Atp di Stoccolma, contro Grigor Dimitrov. Tutti davano il bulgaro per favorito, dato l’ottimo momento agonistico che sta vivendo (e le vittorie a Brisbane, Sofia e Cincinnati di quest’anno). Invece Grigor si deve arrendere all’argentino: per lui i 55mila euro di montepremi e punti preziosi che comunque lo fanno salire in classifica. Il bulgaro ad ogni modo c’è, ma – clamorosamente – nella finale contro l’argentino appare come sfiduciato, meno aggressivo e determinato del solito; attacca, ma viene infilato dai passanti fulminanti di Juan Martin, gioca troppo sul dritto potentissimo dell’avversario e invece usa poco le palle corte, ma è generoso nel lottare. Più bravo e più paziente l’argentino, che tiene bene lo scambio ed è impeccabile. E si aggiudica così, – per la seconda volta consecutiva – il titolo, confermandosi vincitore assoluto. Dimitrov si afferma campione di sportività con i suoi abbracci sinceri di congratulazioni che ha rivolto sia a Fognini che a Del Potro. Quest’ultimo ha fatto la differenza con il servizio (con percentuali di prime e di seconde nettamente più alte, superiori di almeno un buon 10-15% rispetto a quelle di Dimitrov), con cui ha recuperato molte volte lo svantaggio nel punteggio alla battuta appunto; per non parlare poi degli aces messi a segno (saranno ben nove alla fine del match per l’argentino).

Sembrava davvero il momento di Dimitrov che, invece, ha un attimo di stand by, un po’ come Nadal. Forse pagano un po’ la stanchezza per i tanti incontri giocati, tanto che Rafael Nadal non sa se scenderà in campo a Basilea. Lo spagnolo è sempre n. 1, ma sicuramente la sconfitta contro Roger Federer gli pesa. Ai quarti di finale di Shanghai contro Grigor Dimitrov (che sconfigge per 6-4 6-7 6-3), inchiodato dalle risposte vincenti e dai servizi potenti del bulgaro, lo spagnolo si innervosisce e cerca di intimorire l’avversario. Si dimostra anche lui aggressivo in risposta e riesce a centrare la finale. Si gioca con il tetto coperto, per il maltempo che imperversa da giorni, dove sono rappresentati i petali di una magnolia. Perde Rafa contro Federer, ma non sembra intenzionato ad arrendersi. Viceversa Dimitrov si rende protagonista di due altri interessanti match di grande livello nell’Atp di Stoccolma. Al secondo turno contro il giovane polacco Jerzy Janowicz (classe 1990), degno dei migliori NextGen, che batte per 7/5 7/6. E contro Fabio Fognini, che disputa davvero un bel torneo qui in Svezia, ma deve arrendersi al bulgaro in semifinale per 6/3 7/6(2); il punteggio non rende giustizia al ligure, perché ci vuole davvero il miglior Dimitrov per batterlo e Fognini lotta e corre su ogni palla e adotta ogni tipo di colpo per cercare di mettere in difficoltà l’altro. Ma in finale arriverà Grigor.

Per quanto riguarda il tennis italiano – poi – da segnalare il ritorno (dopo due settimane di squalifica per positività – da presunta contaminazione indiretta e non da assunzione volontaria – al letrozolo) di Sara Errani. La tennista romagnola prima arriva in semifinale al Wta di Tianjin in singolare, dove invece vince in doppio con la Begu. Poi si aggiudica l’ITF di Suzhou, in Cina (con un montepremi di circa 60mila dollari), battendo agevolmente (in meno di un’ora, appena 50 minuti di gioco) la cinese 19enne Hanyu Guo con un punteggio drastico di 6/1 6/0. Concede solo un game questa tennista grintosa e vogliosa di tornare a vincere.

Ma il Wta di Tianjin segna il ritorno anche di un’altra tennista: l’ex numero uno Maria Sharapova (che qui aveva ottenuto una wild card). La siberiana rivive l’euforia del 2005 (quando era al vertice del ranking mondiale) e regala una finale “entusiasmante” – per sua stessa ammissione – contro la rivelazione del torneo: la 19enne bielorussa Aryna Sabalenka. Vero talento indiscusso, si dimostra molto ostica, giocatrice completa e solida, in grado di mettere molto in difficoltà qualsiasi avversaria con colpi precisi, potenti e di gran classe. Capace di fare qualsiasi cosa, coraggiosa, lotta e – aggressiva – non si lascia intimorire; mette a segno numerosi aces e viene a rete con buoni risultati. Con un titolo ITF all’attivo, tutti si rendono conto che è destinata a ben migliori e più alti traguardi. Dopo aver eliminato Sara Errani, approda in finale e sta quasi per avere la meglio sulla Sharapova (che vincerà con il punteggio di 7/5 7/6 – per 8 punti a 6 -). Ci vuole tutta la determinazione, la grinta, la rabbia e l’orgoglio della tigre siberiana per non cedere, non mollare e recuperare. Sempre in rimonta, la Sabalenka avrebbe potuto chiudere il match: due volte avanti di un break, si fa strappare il servizio e pareggiare; giusto il tiebreak del secondo set, lottato e giocato magnificamente dalla Sharapova. In lacrime la Sabalenka per l’occasione sfumata, gioia ed esultazione per Maria (che subito immortala il successo con un selfie con i fan). Però, nel successivo Wta di Mosca in casa, la siberiana non riesce a rendere altrettanto ed esce al primo turno eliminata dalla Rybarikova per 7/6 6/4. Un torneo cui teneva particolarmente e in cui non riesce a disegnare un altro traguardo. Forse ha accusato un po’ di stanchezza per tutte le partite giocate.

Al di là dei giochi di parole, la vittoria di una finale è sembrata un po’ una maledizione anche per la russa Anastasija Pavljucenkova. Vincitrice su Daria Gravilova del torneo di Hong Kong; qui si era imposta in tre set sulla tennista russa naturalizzata australiana con il punteggio di 5-7 6-3 7-6(3). Eppure – subito dopo – al successivo torneo di Mosca è uscita al primo turno per mano della Kasatkina (che arriverà in finale dove sarà battuta dalla Goerges per 6/2 6/1) in due set netti con un parziale di 7/6 6/1 (crollando nel secondo set, senza storia).

Sicuramente una finale avvincente e lunghissima quella con la Gavrilova ad Hong Kong; che ha qualcosa a che fare con quella maschile di Shanghai. Numerose le interruzioni per pioggia, così come nel maschile si era dovuto giocare in più giorni con il tetto coperto. Poi una curiosa alternanza di chiamate per il medical time out: prima della Pavljucenkova per problemi all’addome (vicino all’anca e all’inguine); poi della Gavrilova per un infortunio alla coscia destra (torna in campo con una vistosa fasciatura forse per un risentimento muscolare); infine di nuovo di Anastasija per un dolore alla spalla. Le due si rincorrono anche nel punteggio e sono molte le palle break, i set point ed i match point sfumati prima del punteggio definitivo. Forse la russa è stata avvantaggiata dalla maggiore potenza e profondità di colpi, che all’inizio l’hanno vista favorita rispetto a quelli di una Gavrilova – dotati, però, di maggiore rapidità e velocità – sicuramente più mobile in campo. Quando, infine, la Pavljucenkova ha ritrovato il potente servizio (con molti aces messi a segno) è riuscita a sferzare il colpo decisivo per mettere la firma su questa finale e su questo torneo.

US Open 2017: big Nadal e derby tra americane in finale alla Stephens

rafael-nadal-us-open-first-roundChe cosa è successo quest’anno agli US Open? Di tutto e di più. Difficile descrivere quale sia stato il momento topico e più caratterizzante di un’edizione 2017 ricca di emozioni contrastanti. Innanzitutto subito ha fatto notizia la wild card concessa a Maria Sharapova; poi l’attesa è salita quando si è saputo che al primo turno la russa si sarebbe scontrata con la numero 2 al mondo (che inseguiva la prima posizione nel ranking mondiale), ovvero Simona Halep; entusiasmo successivamente montato alle stelle quando la siberiana ha vinto sulla rumena in tre set (per 6-4, 4-6, 6-3) e tutti già vedevano Masha lanciata in semifinale, per via di un tabellone accessibile (invece al secondo turno ha battuto la Babos faticando al terzo set, poi la Kenin in due set, per poi perdere dalla Sevastova, sempre al terzo set). Dall’altra parte, il tabellone maschile incuriosiva per i forfait di Murray (molti hanno avuto da ridire perché si è tirato indietro a tabelloni già formati nel primo giorno di qualificazioni), Djokovic e Raonic: il primo per problemi all’anca, il secondo per l’infortunio al gomito e il terzo per l’operazione al polso. Ma il serbo è stato, comunque, al centro delle attenzioni con la notizia della nascita della sua secondogenita (chiamata Tara), avuta dalla moglie Jelena (dopo il piccolo Stefan); così come anche Serena Williams, nonostante l’assenza, ha fatto parlare di sé diventando anche lei mamma per la prima volta di una bambina. Viceversa, notizie meno buone sono venute dalle condizioni meteo: la pioggia ad inizio torneo ha fatto giocare solamente con il campo centrale coperto e provocato diverse interruzioni e sospensioni dei match; nel finale l’arrivo e il passaggio dell’uragano Irma sulla Florida ha destato preoccupazione: molti giocatori hanno dedicato un pensiero alle vittime, in primis Venus Williams che lì ha la famiglia, ma anche il vincitore del tabellone maschile.  Ed è stato proprio lo spagnolo Rafael Nadal a replicare l’impresa compiuta al Roland Garros: se lì era salito a quota dieci edizioni vinte, con la conquista quest’anno del titolo allo Slam americano si porta a sedici vinti in tutto. Il campione di Maiorca ha dominato in finale l’americano Kevin Anderson per 6/3 6/3 6/4, togliendogli il tempo, con un’aggressività e un’incisività notevoli: non solo è venuto molto spesso a rete, ma è stato velocissimo negli spostamenti, nel raggiungere il net e le palle dell’avversario e, soprattutto, a non dargli ritmo, rispondendo con passanti micidiali ai suoi attacchi; superiore in tutto, le sue percentuali parlano chiaro: quelle di servizio sono molto più alte e positive di quelle dell’americano, i vincenti pure, le palle break sfruttate e realizzate lo stesso; viceversa non ha funzionato il servizio di Anderson, che ha realizzato molti meno aces del previsto e non è stato brillante nelle volées come al solito. Nadal, infatti, ha avuto molte chances di chiudere prima e più facilmente la partita. Lui ha detto di essere sempre stato convinto di poter vincere, ha voluto ricordare tutti i cittadini americani in difficoltà a causa di Irma, si è detto entusiasta per questa vittoria in uno Slam straordinario che gli dà una carica incredibile. Se prima del match aveva detto che -a suo avviso- avrebbe vinto chi avrebbe giocato meglio, la risposta non ha tardato ad arrivare: lui ha completamente dominato una finale che sarebbe potuta essere anche più equilibrata. Curiosità: correva l’anno 1998 quando i due si scontrarono, giovanissimi, allo Stuttgart Junior Mastres. Quella femminile non ha regalato meno emozioni. Se nel 2015 c’era stata quella tra due italiane, quest’anno -per la gioia di tutti gli statunitensi- è stata la volta di due americane. Non accadeva dal 2002, quando si affrontarono le sorelle Williams. Ed in semifinale erano state addirittura quattro (Coco Vandeweghe, Venus Williams, Madison Keys e Sloane Stephens). Sono state le ultime due ad arrivare in finale: la “pargola” della Davenport aveva eliminato la prima delle quattro citate per 6/1 6/2, l’altra la maggiore delle sorelle Williams (con il punteggio, lottatissimo, di 6/1 0/6 7/5). Sloane, poi, ha giocato la migliore delle sue partite proprio in finale, aggiudicandosi un assegno di circa tre milioni di dollari. Viceversa l’emozione ha bloccato Madison, che è stata molto fallosa e non è riuscita minimamente ad impensierire l’avversaria, che è stata perfetta mettendo a segno passanti e accelerate (soprattutto di dritto e incrociate, anche in cross stretto) impressionanti. Giocatrice inaspettata, ha impressionato tutti a sorpresa, giungendo prima in finale e poi conquistando il titolo (è il suo primo ed unico Slam). Netto e severo il parziale inflitto a una Keys in confusione, visibilmente emozionata e commossa (in lacrime, quasi amareggiata, dispiaciuta e delusa di non riuscire ad imprimere il suo miglior gioco), di 6/3 6/0. La Keys era testa di serie n. 16 del tabellone, mentre non era testa di serie Sloane; ma non è nuova a buoni exploit negli Slam: ricordiamo che arrivò in finale in doppio nel 2008 con la Burdette proprio qui agli Us Open e che, l’anno successivo, al Roland Garros del 2009, nel singolare donne perse in semifinale da Kristina Mladenovic. Giocatrice simpatica, tornava da un lungo infortunio e, soprattutto, ben conosceva la Keys e la Davenport. È stata anche commentatrice per TennisChannel e ciò l’ha aiutata a studiare e conoscere meglio le avversarie, oltre a divertirsi molto. A provocare la standing ovation del pubblico, però, in finale contro la Keys è stata la splendida e sincera amicizia (confermata apertamente dalle due) delle tenniste, che si sono prima abbracciate a fine partita e poi si sono messe a chiacchierare tranquillamente sulla panchina in attesa della premiazione, scambiandosi bei sorrisi reciproci. Lungo l’applauso del pubblico per loro.

Ma le finali sono legate un po’ anche all’Italia. È stato, infatti, Kevin Anderson (nel maschile) a sconfiggere il migliore degli azzurri a questo Grand Slam: Paolo Lorenzi, al quarto turno, per 6/4 6/3 6/7 6/4. Lorenzi ha fatto il massimo contro un americano ispirato; precedentemente era stato protagonista di uno dei due derby italiani con Fabbiano (che aveva battuto per 6/2 6/4 6/4); l’altro era stato quello tra Stefano Travaglia e Fabio Fognini. Il ligure è uscito di scena per mano dell’altro con il punteggio di 6-4, 7-6, 3-6, 6-0, ma la peggiore delle conseguenze è stato l’insieme di sanzioni per gli insulti che ha rivolto alla giudice di linea (per cui si è scusato pubblicamente): ha perso i punti e i soldi di questo Grand Slam, non ha potuto giocare neppure il doppio con Simone Bolelli di terzo turno, ha dovuto pagare una multa di 24mila dollari (pari a circa 20mila euro), rischia la radiazione da tutti i Grand Slam. Il tennista ha riconosciuto di aver sbagliato, ma non sarà facile riprendersi. Come noto, è legato da tempo a Flavia Pennetta (da cui ha avuto il piccolo Federico) che qui vinse nel 2015 contro Roberta Vinci (uscita al primo turno, ma che è come avesse trionfato tornando in possesso di una copia del piatto conquistato in quanto finalista e che le era stato rubato, che gli organizzatori le hanno donato quest’anno). Quindi al caso Sharapova si è affiancato quello Fognini. Alle brutte notizie dell’uragano Irma e della sanzione per il ligure, le buone notizie non solo delle nuove nascite per alcuni dei campioni più amati, ma anche di storie a lieto fine (sia nel maschile che nel femminile). Il nostro Stefano Travaglia, infatti, ha avuto in passato un episodio simile a quello di cui è stata vittima Petra Kvitova, ovvero l’incidente a una mano che sembrava destinarli a tenerli per sempre lontano dai campi da tennis e che invece li vedono ancora qui sempre più in forma. La ceca è stata una delle tenniste più al top in questi Us Open: è stata sconfitta da Venus per 6/3 3/6 6/7, dopo aver eliminato per 7/6 6/3 la Muguruza, che non ha vinto, ma è diventata numero uno; spodestando, così, la Pliskova. Karolina ha annunciato le sue prossime nozze e, soprattutto, di voler devolvere circa 200 euro per ogni ace segnato durante il torneo al Centro di Ematologia e Oncologia per bambini del Motol University Hospital di Praga; sono stati in tutto 28, per un totale pari a circa 5.600 dollari. Come la Kvitova, nel maschile si è segnato il grande ritorno di Juan Martin Del Potro (arrestatosi solamente davanti a Nadal in semifinale al quarto set, dopo aver vinto il primo per 6/4). Inevitabile per Kvitova e Del Potro un riconoscimento: il premio per la correttezza e la sportività in campo assegnato qui a Flushing Meadows, ovvero due Sportsmanship Awards. Se la lettone Sevastova, l’estone Kanepi e la giovane Kenin (eliminata per 7/5 6/2 dalla Sharapova), sono state quasi delle rivelazioni del torneo femminile, l’edizione 2017 degli Us Open è stata in assoluto quella dei giovani.

Che sarebbe stato un Grand Slam diverso e “speciale” lo si era intuito sin a subito; ma forse nessuno avrebbe pensato sarebbe stato così particolare. Ề stato il Grand Slam dei giovani, per questo ancor più “fresco”. Nuovo innanzitutto perché, sin dagli esordi nelle qualificazioni ad esempio, si testavano nuove regole di gioco (che verranno riprese alle NextGen Atp Finals); si tratta del cosiddetto shot-clock, che prevede 2 minuti per il sorteggio, 5 per il palleggio di riscaldamento, 1 fra il riscaldamento e il primo punto del match, 5 per cambiarsi i vestiti (effettivi in quanto partono da quando il giocatore è arrivato negli spogliatoi), 3 per il medical time-out, 25 secondi (con un’aggiunta di 5 secondi rispetto ai 20 precedenti e che parte da quando è stato annunciato il punteggio dal giudice di sedia) tra un punto e l’altro per servire la prima, infine è permesso il coaching, cioè la possibilità per i giocatori di parlare con i propri allenatori quando sono dalla parte di campo dove questi ultimi siedono, ma saranno permessi anche segnali purché silenziosi. Molti i nomi dei giovani talenti emersi qui a Flushing Meadows: oltre ad Alexander Zverev, Borna Coric (i due si sono scontrati e sono stati protagonisti di un match molto entusiasmante che ha rischiato di andare al quinto set: il croato ha avuto la meglio per 3/6 7/5 7/6 7/6; poi ha perso da Anderson) e Dominic Thiem, Andrey Rublev e Diego Schwartzman (per loro i quarti: il primo ha eliminato tra l’altro Dimitrov, Dzumhur, Goffin, fermato poi da Rafa suo mito, tanto da giocare a 11 anni con lo stesso completo dello spagnolo), Pablo Carreno Busta (giunto sino alla semifinale, ha sorpreso la sua solidità e continuità con la regolarità dei colpi), Denis Shapovalov (che ha convinto tutti al quarto turno contro Carreno Busta, uscito dopo tre duri tie break); oppure Radu Albot (che ha eliminato il padrone di casa Sam Querrey) o John Millman (che si è liberato in tre set del tedesco Kohlschreiber). Ma gli Us Open 2017 segnano il ritorno alla vittoria di una ex numero uno: Martina Hingis, che ha conquistato sia il doppio misto con Jamie Murray, che quello femminile con la Chan (che aveva affrontato contro nel misto precedentemente citato). Soddisfacenti i quarti per Federer che si è arreso a Del Potro.

Roland Garros 2017, la festa di Rafael Nadal e la guerra della Ostapenko

3Jelena-Ostapenko-Roland-Garros-2017Il Roland Garros del 2017 è stato la festa di Rafael Nadal. È stato il punteggio di 6/2 6/3 6/1 a regalare la decima vittoria qui al torneo del Grand Slam parigino allo spagnolo. Rafa si è imposto su uno stanco Stan Wawrinka; testa di serie n. 3, lo svizzero era reduce da una dura semifinale contro Andy Murray, sconfitto per 6/7(8) 6/3 5/7 7/6(3) 6/1, mentre per il n. 4 del seeding c’è stato un tabellone facile: non solo ha vinto sempre agevolmente tutti gli incontri, compresa la semifinale (portata a casa per 6/3 6/4 6/0) su Thiem (vendicandosi sull’austriaco della dura vittoria che gli aveva rifilato a Roma), ma si è avvantaggiato anche del ritiro nei quarti (sullo score di 6/2 2/0 tutto a suo favore) di Carreno-Busta; prima si era, poi, sbarazzato di Bautista Agut con un netto 6/1 6/2 6/2 e ancora di Basilashvili (con un match senza storia finito per 6/0 6/1 6/0), ma in precedenza aveva eliminato anche Paire al primo turno (6/1 6/4 6/1) e dopo Haase (6/1 6/4 6/3). In forma, fresco, concentrato, determinato, non ha sbagliato nulla per tutto il torneo, e soprattutto nella finale, dove già il pronostico sembrava segnato. Sulle sue scarpe aveva disegnato un toro stilizzato e il numero 9 (quante le volte che aveva vinto sinora il Roland Garros). Ora dovrà aggiornare i conti. Infatti già dal pubblico sapevano come sarebbe andata a finire e sventolavano cartelloni con scritto “Rafa10”, oppure nella finale si sono visti agitare due manifesti durante la premiazione: uno con la cifra “10” e un altro con la scritta “Bravo Rafa”. E lui non ha deluso le aspettative che tutti avevano su di sé, anzi è sembrato gestire anche meglio emotivamente la circostanza rispetto a un Wawrinka apparso più “scosso” a tratti. Un Nadal da 10 fa 10 al Roland Garros dunque. Sugli spalti anche re Juan Carlos ad applaudire questo campione. Dovremmo iniziare allora a parlare di Rola(nd) Nadal? Difficile trovare le parole per descrivere tale traguardo se non riportare, per cercare di ricordare, le lacrime sul suo volto, visibilmente commosso, mentre sollevava la coppa. “È il torneo più importante della mia carriera; è incredibile e indescrivibile l’adrenalina e l’emozione che si prova: sono talmente forti che non riesco a trovare un modo per esplicitarle. È un torneo speciale, che preparo in modo speciale. Ḕ il torneo che amo di più in assoluto” –ha detto emozionato-: che altro aggiungere? Se non tenere a mente quello che questo tennista talentuoso e grintoso ha fatto qui. Un filmato con le sue vittorie ha ripercorso tutte le tappe di queste dieci volte che ha trionfato e si è imposto qui, da vero “re della terra rossa”. Entrambi i tennisti hanno dato appuntamento al prossimo anno, garantendo la loro presenza. Ma belle anche le parole di Stan (“The man”, come scrive sulle sue scarpe a ricordare anche la sua di tenacia) Wawrinka: “sono state due settimane molto entusiasmanti; è un peccato che oggi non sia riuscito a dare il massimo e il meglio. Un grazie va alla mia famiglia. Mi è piaciuto soprattutto l’ambiente in cui si è giocato e l’atmosfera che si è respirata (di amicizia e molto rilassata e serena): ed è ciò che mi fa sorridere oggi”.
Nel femminile è sempre più guerra tra le teen(agers) e Simona Halep. Sembrava sarebbe stata la replica di Roma, invece c’è stata la new entry di Jelena Ostapenko, ma nemmeno troppo, a modificare il corso degli eventi. La lettone ha giocato forse la miglior partita della sua carriera, nella finale contro la rumena. Con grande maturità ha gestito i momenti del match con lucidità. Ha eseguito colpi perfetti da manuale, variando la tattica, alternando aggressività e difensiva; il che non solo ha messo in difficoltà la Halep, ma l’ha quasi mandata fuori giri: Simona non sapeva più cosa fare e inventarsi per fare punto a un’avversaria sempre più padrona in campo. Nonostante la giovane età, a soli vent’anni, ha dimostrato di essere pronta ad entrare nella top ten. Attuale n. 12 del ranking mondiale, non è una meteora. Vince un torneo quale il Roland Garros senza neppure essere testa di serie e convalida una buona annata e una crescita atletica, tennistica e professionistica che quest’anno già l’aveva vista finalista al Wta di Charleston, dove lo scorso 9 aprile perse da Daria Kasatkina per 6/3 6/1. Qui al Grand Slam parigino è andata addirittura in rimonta: dopo aver perso il primo set per 6/4, ha restituito un altro 6/4 ed è andata a concludere per 6/3, ma ormai era lei a dominare la partita, concedendosi di tutto ed ogni tipo di colpo e finezza. Mentre la rumena correva quasi disperata da ogni parte del campo: ha dato assolutamente il massimo, generosissima, ma non è bastato a frenare il momento e la giornata di esaltazione della lettone. Spregiudicata e incosciente come un’adolescente che vede il suo sogno realizzarsi ad occhi aperti e non può che gioirne. Un nuovo nome compare nell’albo del torneo. Ma, alla vigilia della finale, nessuno avrebbe creduto possibile un’impresa del genere. Soprattutto perché Simona Halep veniva da un successo appena raggiunto. Dopo la finale persa a Roma dalla Svitolina, nei quarti qui in Francia è riuscita a prendersi la sua rivincita, con una convincente partita conquistata per 3/6 7/6(8) 6/0. Tutti avrebbero dato la trionfatrice degli Internazionali Bnl d’Italia per vincente di nuovo sulla rumena, invece con ostinazione Simona ha trovato tutta la concentrazione, la convinzione e la grinta giuste per rigirare un match che sembrava chiuso: il 6/0 dell’ultimo set dimostra quanto sia riuscita a mandare in confusione la più giovane avversaria e testa di serie n. 5. La testa di serie n. 3, poi, in semifinale, si è imposta su una tennista sempre ostica (anche se non ha brillato qui al Roland Garros) quale la Pliskova per 6/4 3/6 6/3. Non facile con il servizio potente della ceca dominare in tal modo. Tre set anche per la Ostapenko in semifinale sulla svizzera Bacsinszky (n. 30 del seeding). Una partita finita per 7/6(3) 3/6 6/3, ma l’elvetica non è sembrata mai essere davvero insidiosa, al punto da poter vincere: troppo fallosa; però ha giocato un buon match con un tennis di buon livello. Ma la Ostapenko ha battuto teste di serie come la Wozniacki (n. 11), con un doppio 6/2 dopo aver perso il primo set per 6/4; o della Stosur (n. 23), con il punteggio di 6/2 6/4, dopo che l’austriaca aveva conquistato il primo per 6/2; più facile il match contro la Tsurenko (su cui si è imposta con un facile 6/1 6/4) o quello contro la Makarova, a cui ha rifilato un doppio 6/2. Ma la vera sorpresa la lettone l’ha regalata al primo turno, al match d’esordio contro la tedesca Angelique Kerber: la ventenne si è sbarazzata della n. 1 con un doppio 6/2, con una vittoria che nessuno si sarebbe aspettato così agevole. Sicuramente, però, è significativo anche il fatto di impiegare tre set lottati e faticati per vincere le partite contro Pliskova, Bacsinszky, Wozniacki e Stosur, questi ultimi tre dopo aver perso il primo; ciò dimostra maturità, concentrazione e capacità di gestire il match anche emotivamente, non facile né scontato per la sua giovane età. Senza mai andare fuori giri e in pieno controllo dei colpi e dell’incontro.

Barbara Conti

Tennis: Kerber e Nadal,
la vittoria di due “big”

kerberDue tornei “speciali” quelli del Wta di Stoccarda e quello dell’Atp di Barcellona. Nel primo il titolo va ad Angelique Kerber, che fa il bis con lo scorso anno. Nel secondo c’è il ritorno in grande stile, e in grane forma, di un Rafael Nadal ritrovato, veramente al meglio e al top della condizione fisica.

Wta di Stoccarda. Nel primo il pubblico di casa non poteva chiedere di meglio con una finale tutta al femminile tra due tedesche: la campionessa uscente Angelique Kerber, già detentrice del titolo che è riuscita a confermare il titolo, conquistando la Porsche per il secondo anno consecutivo. E la giovane esordiente, partita dalle qualificazioni, Laura Siegemund. Entrambe hanno compiuto un’impresa. Non è stata solo dunque una finale storica perché l’unica tutta tedesca nel repertorio del torneo, ma anche una vittoria personale eccezionale che ha del miracoloso per le protagoniste. La Kerber è diventata così l’unica tedesca ad aver vinto il torneo due volte di seguito e la sola tennista tedesca, insieme alla connazionale Hanke Huber, ad averlo vinto più volte. Si è confermata, dunque, quale la più grande atleta del momento nel circuito, riuscendo a conquistare, in un’ora e 20 minuti circa, il suo nono titolo Wta. Ha centrato l’obiettivo alla prima opportunità: il primo match point é stato quello buono per la Kerber. Certo, se si è trattata di una finale per metà a senso unico, non si può non dare onore al merito alla Siegemund di aver lottato tanto. A lei va la soddisfazione di entrare tra le prime 50 del mondo (sarà n. 42 al mondo). Laura è partita molto bene, molto aggressiva e decisa, determinata a fare la sua partita della vita quasi potremmo definirla. La Siegemund è andata subito avanti di un break, portandosi sul 2-0, poi 3-0 e 3-1 e 0-40; da quel momento, però, tuttavia è scattata la reazione della Kerber, che si è fatta più aggressiva. Dal 4-2, nonostante fosse concentratissima, la Siegemund non è riuscita a mantenere il vantaggio e si è fatta rimontare sino al 4-4, per poi vedere la Kerber portarsi sul 5-4 e chiudere il primo set per 6/4. Man mano sono aumentati gli errori della Siegemund e la Kerber è riuscita così a recuperare il parziale, trasformandolo a suo favore. Si è trattato di errori gratuiti di stanchezza, a volte la più giovane delle tedesche arrivava un po’ distante sulla palla colpendo con meno incisività. Dopo 38 minuti, così, sono giunti già due set point per la Kerber. La Siegemund ha potuto annullare il primo; il secondo, invece, è stato quello buono. La Siegemund ha giocato troppe palle corte o troppi colpi in back, mentre una maggiore aggressività con il top spin sul dritto della Kerber, dove è più fallosa, le avrebbe giovato; ma contro una mancina non è mai facile. Sicuramente la differenza l’ha fatta il doppio degli errori gratuiti (14 a 7) commessi dalla Siegemund. Per quest’ultima la chiave del match, forse, sarebbe dovuta essere l’attacco in contro tempo. Oppure servizio e volée. Ma la Kerber è parsa inarrestabile e ha fatto break anche in apertura di secondo set, mettendo a segno il quinto game di fila.
Nonostante i rischi presi dalla Siegemund, che ha richiesto persino il trattamento medico per problemi fisici forse alla schiena. Tuttavia, da allora, la partita è stata tutta in salita per lei e in discesa per la campionessa uscente, che si è imposta facilmente per 6/0. Onore al merito, comunque, nonostante questo KO tecnico, alla Siegemund id aver battuto tre top ten di seguito, tra cui Simona Halep e Agnieszka Radwanska in semifinale. Oltre alla nostra Roberta Vinci nei quarti per 6/2 6/4, rimontando un 4/2 dal secondo set. La tennista 28enne (che esordiva da n. 71 al mondo) ha dimostrato molta solidità, varietà di gioco, versatilità nei colpi che ha espresso in maniera precisa, con buona lucidità tattica e coraggio nel tirare ogni colpo tentando anche salite a rete e con un’aggressività di uno schema più offensivo che difensivo, in cui non è sembrata affatto intimorita da nessuna delle avversarie, nonostante la giovane età. Giocando alla pari, almeno all’inizio, con la vincitrice degli Australian Open.

Atp di Barcellona. Anche Rafael Nadal, tuttavia, ha compiuto un’impresa nella “sua” Spagna, nell’Atp di Barcellona. Ingiocabile contro un valido Kei Nishikori, che ha letteralmente oscurato. Contro un Nadal scatenato, ispirato, in ottima condizione fisica, nulla ha potuto la pur vivacità di gioco del giapponese, che forse ha avuto il limite di voler palleggiare troppo a lungo con lo spagnolo, puntando sul colpo di potenza più che tentando soluzioni vincenti più immediate e a sorpresa, che potessero togliere ritmo a Nadal, in grado di recuperi straordinari, anche sulle palle corte. Una partita comunque lottata, conclusasi per 6/4 7/5, in oltre due ore di gioco molto combattuto, per un match assolutamente equilibrato. Rafa ha messo a segno un’impresa che pochi sono stati in grado di compiere in questo torneo di Barcellona, che vede direttore Albert Costa, che lo vinse nel 1997. Lo ha fatto suo per la nona volta, non consecutiva, togliendo il titolo a Nishikori, che lo deteneva da due anni (lo conquistò sia nel 2014 che nel 2015); dopo esserne stato il detentore assoluto dal 2005 al 2013, con l’eccezione del 2010 quando venne sconfitto fa Fernando Verdasco. Per lo spagnolo si tratta del 49esimo trofeo in carriera. Un’ottima iniezione di fiducia dopo la doppietta con il torneo di Montecarlo, che ha conquistato sempre per altre nove volte. Non stupisce per chi è stato in grado di mettere a segno questo medesimo traguardo anche al Roland Garros.

Tuttavia, impresa non da poco perché di fronte aveva un Nishikori che non perdeva qui a Barcellona da 14 partite. Se Nadal vince con un nastro fortunato il primo set per 6/4, subito dopo vola sino al 3-1 nel secondo e da quel momento sembra non esserci più storia, con un giapponese più falloso e meno preciso, che cala leggermente di tono e di rendimento sbagliando qualcosa in più per rischiare di più. Ma un po’ di distrazione colpisce Nadal, che concede qualcosina in più e rimette in gioco Nishikori. E così si instaura tutto un avvicendarsi di break e contro break, che ha condotto al tie break finale decisivo. Dunque un secondo set più concitato ed entusiasmante, ricco di colpi d scena e sovvertimento di risultato. Sicuramente lo spagnolo avrebbe potuto chiudere prima, ma si avvicina, così, alla quarta posizione mondiale del ranking. Durante la premiazione Rafa ha voluto rivolgere i suoi auguri di buon compleanno alla mamma sugli spalti, assieme alla fidanzata. Onore al merito, dunque, a Fabio Fognini, che ha perso contro di lui nei quarti di finale: il 28enne ligure, numero 31 del mondo e 12esima testa di serie, ha dovuto incassare un 6-2, 7-6(1), in un’ora e 49 minuti di gioco, dal numero 5 del ranking mondiale. Buon risultato per essere reduce da un infortunio ai muscoli addominali che lo aveva tenuto a lungo lontano dai campi da tennis.

Barbara Conti

Pennetta e Radwanska conquistano Singapore

Flavia Pennetta

Flavia Pennetta

Un Roger Federer in forma trionfa in casa a Basilea su un ritrovato Rafael Nadal in tre set: 6/3 5/7 6/3. Piacevole esito, ma tale risultato del torneo svizzero non è una grande novità.
Più sorpresa, invece, viene dalle Wta Finals di Singapore. Innanzitutto per il ritiro ufficiale di Flavia Pennetta dal tennis dopo la sconfitta da Maria Sharapova, sebbene darà l’addio ufficiale a Roma al Foro Italico, agli Internazionali di tennis Bnl d’Italia.

Una vita segnata da questo sport che ha intrapreso da quando aveva 4 anni. Poi la tradizione di famiglia, in cui quasi tutti giocavano a tennis. Le tante collaborazioni in doppio, ma soprattutto la crescita in coppia e parallela con l’amica d’infanzia Roberta Vinci. Le soddisfazioni dopo il duro lavoro e la fatica, ma anche i molti bassi superati solo con tanto sacrificio. La delusione della fine della relazione con Moya e l’intervento al polso dopo l’infortunio. Infine il coronamento di tutti i suoi sforzi, di cui ha raccolto i frutti con la vittoria agli Us Open quest’anno e la sua felice storia d’amore con Fabio Fognini. Ma non ha brillato tanto per i risultati quanto per la sua personalità carismatica: solare, tenace, determinata, ostinata, sicura di sé eppure così fragile e sensibile, in grado di commuoversi profondamente di fronte al traguardo della realizzazione di un sogno, che per molte altre tenniste rimarrà tale.

La stessa Maria Sharapova ha affermato che la sua vittoria agli Us Open ha riempito di gioia e soddisfazione molti poiché è una delle tenniste di maggiore carattere e più apprezzate e stimate nel circuito per la sua personalità spiccata. La sua forza non è solo nella reattività e nella maturità tecnica, tattica, agonistica raggiunta nel tennis con vittorie ‘mentali’ e match conquistati di testa. Flavia ci mette il cuore quando gioca e si vede. Tuttavia la differenza è che sa scegliere bene i tempi e sa quello che vuole; lo stabilisce con lucidità, sicurezza, fermezza e ostinazione e nessuno può farle cambiare idea.

E dalle Finals arriva il nome della tennista rivelazione dell’anno:

Agnieszka Radwanska

Agnieszka Radwanska

Agnieszka Radwanska. Ha vinto in finale in tre set su Petra Kvitova. Nonostante le vistose fasciature alla coscia e alla spalla, la polacca sembra soffrire meno fisicamente rispetto all’avversaria, le cui condizioni possono forse averla penalizzata. Forse complice anche il duro incontro vinto contro Maria Sharapova in semifinale, può aver portato a un rendimento inferiore la ceca in finale dove ha sbagliato troppo. Concluso con 53 errori gratuiti per lei, son davvero troppi e sufficienti alla polacca a trionfare. Vince grazie ai colpi non forzati della Kvitova, ma indotti dal suo gioco che manda fuori palla l’avversaria col suo estro della lottatrice e un miglioramento tecnico e tattico notevoli. Varia lo schema, recupera ogni palla, si difende in maniera solida e attacca in modo efficace con colpi eccellenti qualitativamente. In grado di fare qualsiasi cosa, ha conquistato il Master con il suo maggiore controllo del campo. Visibilmente commossa, la Radwanska corona così un anno tennistico che meglio non poteva chiudere. Molto più leggera e mobile in campo, sorprende la sua plasticità nei colpi, in grado di inginocchiarsi come poche altre. La delusione della ceca é forte: scansa via la racchetta con disappunto rammaricata dai troppi errori, con l’ultimo dei quali perde il match. Tuttavia é brava a rimanere sempre nel match, a continuare a lottare e portare al terzo un incontro finito, molto donativa in questo. La Kvitova era sotto 6/2 3/1 nel punteggio e, con tre games di fila, pareggia il conto e si rimette in carreggiata. 6/2 4/6 6/3 il punteggio finale.
La ceca non é riuscita a imporre la maggiore potenza dei suoi colpi, con cui si è imposta su Maria Sharapova in semifinale per 6/3 7/6, sulla polacca che l’ha sorpresa con la precisione assoluta dei suoi fondamentali e con una vivacità di gioco straordinaria; ed una freschezza atletica sorprendente. Onore al merito alla Radwanska dunque. Intanto la siberiana Sharapova potrà cercare di ‘vendicarsi’ della sconfitta nello scontro di Federation Cup tra Russia e Repubblica Ceca, del 14 e 15 novembre prossimi, in cui guiderà la sua nazionale russa contro quella di Safarova e Kvitova appunto.

Il tennis continua. Intanto c’è qualcosa che accomuna la vittoria della polacca all’addio al tennis della Pennetta; ed è il motto della Radwanska ‘Non importa come cominci, conta come finisci’, perché nonostante le difficoltà non si sono mai arrese ed hanno spesso saputo rigirare partite che sembravano volgere al termine. E poi c’è il soprannome che Garbine Muguruza ha attribuito ad Aga, la quale lo aveva già sentito pronunciare dal coach del’azzurra molti anni fa, rivolto proprio a Flavia ed è “La Profesora”: professoressa perché entrambe hanno insegnato cosa significhi veramente giocare a tennis dando il massimo.

Barbara Conti

Tennis: vincono Safarova,
Federer, Nadal e Ferrer 

Roger FedererBen quattro tornei hanno alimentato il tennis la scorsa settimana. Innanzitutto il femminile a Doha, e poi, nell’ATP, si è scesi in campo a Dubai, a Buenos Aires e ad Acapulco. Particolarmente interessante  il WTA di Doha, dove trionfa con un netto 6-4 6-3 Lucie Safarova. Quest’ultima già si era fatta notare lo scorso anno con buoni exploit. Con questa vittoria conferma la qualità del suo tennis, caratterizzato soprattutto dalla tenacia di lottare sempre su ogni punto, sino alla fine, affrontando tutto il match con lucidità e freddezza tattica in particolare. Si impone su un’altra tennista più che valida, la bielorussa Victoria Azarenka.

Non si tratta certo delle solite regine al vertice della classifica top ten, ma entrambe sono due avversarie molto ostiche anche per le più forti giocatrici al mondo. Proprio loro potrebbero dare molto filo da torcere alle più che consolidate Serena Williams, Maria Sharapova, Simona Halep o Caroline Wozniacki. Un match lottato quello tra la Safarova e la Azarenka, peccato che un infortunio serio abbia impedito alla bielorussa di dare il massimo ed esprimere il suo tennis migliore; senza il problema fisico per la finalista, forse, l’esito sarebbe stato diverso, ma Azarenka si dimostra assolutamente professionale nel resistere in campo e nel cercare di lottare e di “dare fastidio” ad una Safarova, al contrario, decisamente in giornata.

Nei primi punti e games dell’incontro, infatti, era sembrata addirittura favorita la Azarenka, che è andata subito sul 3-1; poi l’altra è riuscita a recuperare il punteggio, sino ad imporsi in campo. Nel resto della partita la bielorussa è sempre stata in difficoltà, dovendo recuperare i punti, ma soprattutto dovendo lottare col dolore. Eppure non si è mai ritirata fino alla conclusione della finale. Sicuramente un’iniezione di fiducia e un segnale di buon auspicio meritati per la Safarova, con la convinzione che la Azarenka saprà farsi valere e riscattarsi.

DUBAI – Dal maschile, invece, continuano ad arrivare conferme. Particolarmente di spicco è stata la finale a Dubai, dove si sono affrontati niente di meno che i primi due al mondo: Roger Federer e Novak Djokovic. Inutile ribadire l’elevata qualità del tennis espresso, fatto di tutti colpi vincenti, lunghi scambi con esecuzioni da manuale in tutti i fondamentali, a partire dall’ottimo servizio di entrambi. A vincere, però, è stato il rovescio ad una mano (soprattutto lungo linea sul dritto di Nole) dello svizzero, che ha giocato forse uno dei suoi migliori match, al minino degli errori forzati ed al massimo dei vincenti (compreso appunto il rovescio, i cui tiri ha trasformati quasi tutti in punti: in uno scambio ha provato persino ad infilarne tre di seguito al serbo, ma l’ultimo è andato in rete regalando il 15 al numero uno al mondo). 6-3 7-5 il punteggio; ma c’è da dire che Djokovic veniva da una semifinale lottata al terzo set contro un’altra rivelazione della racchetta maschile: Berdych.

Dopo un inizio tutto facile per lui (in cui si era aggiudicato il primo set facilmente per 6/0), si era fatto rimontare dal ceco, conquistando la semifinale solamente al terzo set. Sicuramente un traguardo importante per Tomas Berdych, che dimostra quanto il tennis ceco sia in rimonta a livello mondiale, sostenuto da due giocatori quali questo tennista nel maschile e dalla Safarova stessa nel femminile. Sicuramente un po’ di delusione per Nole, che è parso un po’ stanco nel corso della finale. Il serbo, di certo, cercherà presto di ripareggiare i conti con lo svizzero, che è sembrato più fresco atleticamente invece.

BUENOS AIRES – L’altra prevedibile vittoria è quella, molto più facile, di Rafael Nadal sull’argentino Juan Monaco a Buenos Aires. Rafa si impone con assoluta facilità per 6-4 6-1.  Punteggio netto, che non lascia spazio ad equivoci. Nulla può Monaco contro la maggiore precisione ed incisività dello spagnolo. Prova a lottare un po’ di più nel primo set, ma Rafa è abile a tenerlo a bada; e così l’argentino crolla definitivamente nel secondo parziale di un incontro che corre via veloce, senza possibilità di rimonta o di ribaltamento della situazione, sempre a senso unico a favore di Nadal. Troppi errori gratuiti, soprattutto di rovescio, per il finalista, a confronto del superiore numero dei vincenti del trionfatore, che mette dentro anche più seconde di servizio.

Infine, nell’ultimo torneo che si giocava la scorsa settimana, è un altro spagnolo a farsi notare. Si tratta di David Ferrer, che va così a lottarsi il quarto posto nel ranking Atp con Andy Murray. Con il punteggio di 6-3 7-5 batte, nella finale di Acapulco, un giovane emergente, ma che già da un po’ era a ridosso dei top ten: il giapponese Kei Nishikori. Questo score dimostra le intenzioni di affermarsi di Ferrer, avversario sempre temibile. Lo scorso anno, infatti, era stato protagonista del torneo proprio di Buenos Aires, in una finale disputata contro Fabio Fognini. Aveva battuto l’azzurro per 6-4 6-3, tornando ad essere numero 4 del mondo e vincendo il suo primo torneo della stagione; tra l’altro in semifinale aveva eliminato il connazionale Nicolàs Almragro. All’italiano, invece, era riuscita l’impresa di sconfiggere al penultimo turno Tommy Robredo, in tre durissimi e lottatissimi set, conclusisi per 3-6 7-5 6-4. Ed a proposito di azzurri, il prossimo appuntamento è proprio con la Coppa Davis (in cui sarà impegnato anche Fognini per l’Italia), il 6-7-8- marzo. Per il momento, intanto, neppure tutti i campioni dell’ATP e della WTA hanno mancato l’impegno col podio nei principali tornei per continuare a contendersi il vertice della classifica.

Barbara Conti 

Tennis, all’Open di Rio
trionfa Sara Errani

rio tennis

Sara Errani, 27enne romagnola vincitrice dell’Open di Rio de Janeiro

Forse per la prima volta nella storia del torneo, all’Open di Rio de Janeiro, in Brasile, arrivano in finale due italiani. Si tratta di Sara Errani e di Fabio Fognini, che vi accede grazie all’impresa straordinaria di essere riuscito a battere in semifinale Rafael Nadal. Ma c’e anche da segnalare il ritorno di Simone Bolelli.

IL TRIONFO DI SARA ERRANI – E se Fognini manca l’occasione contro David Ferrer, la 27enne romagnola invece non si lascia scappare l’allettante e facile opportunità di portare a casa il trofeo. Si aggiudica, infatti, l’Open di Rio, conquistando così l’ottavo titolo in carriera: è il settimo sulla terra battuta. Torna alla vittoria dopo due anni, con molte difficoltà, con problemi fisici che le hanno impedito di poter disputare e competere nella finale agli Internazionali BNL d’Italia, potendo lottare contro Serena Williams piuttosto che doversi ritirare. Sara Errani è davvero tornata in auge, di nuovo in forma, sempre più tenace, sempre più padrona del campo, capace di controllare bene match anche insidiosi. Non era facile, infatti, per lei risollevarsi e dominare sulla 20enne slovacca Anna Schmiedlova. Invece per lei è sembrato tutto semplice: ottiene nel primo set un paio di volte il break sull’avversaria, che poi li recupera entrambi. Tutte e due hanno un set point. In un primo parziale molto lottato era giusto andare al tie-break. E così, sul 6-6, ecco la Errani tirare fuori tutta la sua maggiore esperienza e non lasciare il minimo segnale di cedimento o di chance all’altra tennista che, troppo giovane, cede soprattutto mentalmente e dal punto di vista nervoso. Crolla nel secondo set, che è una passeggiata per l’azzurra.

L’italiana riesce a chiuderlo facilmente per 6-1, senza che vi sia più troppa partita. Ormai è lei la padrona indiscussa del campo e del gioco, che domina. Sposta l’avversaria come vuole, le riesce tutto, mentre l’altra sembra spaesata, non sa più che fare e si lascia vincere dalla rassegnazione: se nel primo set avevamo visto la Schmiedlova lottare, giocarsela quasi alla pari con la Errani, metterla a tratti in difficoltà, ora commette solamente una serie enorme di errori gratuiti, di colpi non forzati che non fanno che accorciare la durata del match. L’incontro, infatti, si conclude in un’ora e 53’, con un netto 7/6 6/1 a favore della Errani. L’entusiasmo della romagnola è palese e su FB scrive così: “è stata una settimana dura e sofferta…giorno dopo giorno ho lottato con tutto quello che avevo dentro”. Per chi la conosce sa che non è facile per lei auto-controllarsi, non lasciarsi prendere dall’emotività: è sensibile e ci tiene a vincere e a far bene, è anche molto esigente con se stessa e non si sarebbe di certo perdonata di mancare una tale occasione. Un successo meritato, che arriva dopo un duro lavoro (premiato!), soprattutto su se stessa, sul suo carattere e sul suo tennis, sui suoi colpi che ha sempre più migliorato.

L’AMAREZZA A METÀ DI FABIO FOGNINI  Non è andata bene, invece, per Fabio Fognini, che cede ad un passo dal trionfo. Perde in finale contro un eccellente David Ferrer: avversario sempre ostico, è stato di un’incisività e di una precisione estrema, che hanno tolto ritmo all’azzurro, che non è riuscito a mettere pressione allo spagnolo.

Fabio Fognini sconfitto nella finale contro  David Ferrer

L’azzurro Fabio Fognini sconfitto nella finale contro David Ferrer

Una profondità di colpi eccezionale da parte dell’iberico ha costretto a volte molto alla difensiva l’italiano, che si è lasciato sorprendere dalle accelerate improvvise di Ferrer e dai suoi attacchi in controtempo e in contropiede, salendo anche persino a rete, lui che di solito è un fondista inossidabile. Invece Fognini, al contrario, non è riuscito a venire in avanti a cercare il punto, accorciando lo scambio, che gli ha tolto energie ed autonomia, stancandolo con spostamenti da una parte all’altra del campo. L’italiano è sembrato, poi, non credere più in una possibile rimonta ed ha lasciato quasi mano libera a Ferrer.

Sicuramente, però, per il giocatore di Coppa Davis, rimane la soddisfazione di aver battuto, in semifinale, lo spagnolo Rafael Nadal. Ed è probabile che in finale abbia pagato anche la fatica di quell’incontro duro. Contro Rafa (numero tre del mondo) ci son voluti tre lunghi set per venire a capo di un match molto lottato: 1-6 6-2 7-5 il punteggio. Evidente che la stanchezza possa essersi fatta sentire contro Ferrer, soprattutto con le temperature elevate del Brasile. Fognini si ferma in finale a Rio de Janeiro, sconfitto col netto punteggio di 6-2 6-3. Per lui, poi, non è stato facile disputare il match davanti a un pubblico numeroso sugli spalti (a differenza della finale femminile): un po’ di soggezione la mette sempre.

Per il tennis italiano, poi, c’è un’altra nota positiva: il ritorno di Simone Bolelli, che sta avanzando anche nel torneo di Dubai e che, all’inizio dell’anno, ha raggiunto gli ottavi e i quarti di finale, rispettivamente agli Open di Doha e Sidney. Come non poi citare l’altra impresa miracolosa che ha compiuto in doppio con Fabio Fognini agli Australian Open? I due hanno conquistato il titolo di doppio, la prima coppia italiana ad aggiudicarsi un Grande Slam in doppio, sconfiggendo i francesi Mahut-Herbert con un duplice 6-4. Furono solamente Nicola Pietrangeli e Orlando Sirola, nel 1959, a vincere il Roland Garros. Grazie a questo titolo hanno così migliorato il loro best ranking di doppio raggiungendo la 27° posizione, portandosi anche temporaneamente in testa alla race annuale. Sicuramente saranno loro la coppia titolare di Coppa Davis, dove ci sono più dubbi sui singolaristi. Ma anche a tale riguardo, Fabio Fognini ha messo a tacere ogni polemica. Il tennis azzurro c’è.

Ba.Co.