Per Di Maio l’informazione è ‘libera’ e senza contributi

Grillo-chiusura-giornaliLa linea perseguita dal Ministro del lavoro contro le privatizzazioni viene completamente ribaltata per quanto riguarda il mondo dell’Informazione e dell’editoria.
Ieri Di Maio ha fatto sapere che prima di qualsiasi progetto di privatizzazione, a proposito della Rai, c’è bisogno di renderla competitiva, farne ‘un prodotto appetibile’: vendere la Rai così com’è oggi sarebbe ‘una svendita’, dice il ministro dello Sviluppo economico, che poi fa anche sapere che si vuole ridurre il più possibile il finanziamento pubblico ai giornali.
“Il finanziamento pubblico ai giornali già è stato ridotto ma vogliamo ridurlo il più possibile e investire nei progetti giovani, però senza creare dipendenza. Cioè se dei giovani stanno facendo una start up sul giornalismo gli diamo i fondi per incoraggiare il progetto, per andare a regime, stabilizzarsi sul mercato e poi fargli prendere il largo”. Ha detto Luigi Di Maio, intervistato da Forbes. “Credo che il finanziamento pubblico come lo intendiamo noi possa servire a disintossicare le imprese editoriali dalla politica e garantire una fase di stabilizzazione sul mercato”, ha aggiunto.
“La questione dei giornali ha a che fare con la democrazia. Nel senso che negli anni il contributo pubblico che è stato dato soprattutto alle grandi testate, secondo noi, ha condizionato la libertà di queste testate. Il problema è: se un giornale è letto è perché quel giornale piace e quindi il lettore è l’azionista principale. Se in questo meccanismo entra il finanziamento pubblico diretto allora, a quel punto, chi è l’azionista? Il lettore o chi ha erogato il finanziamento?”, specifica il ministro che poi avverte: “Oggi il quotidiano cartaceo è la lettura preferita del mondo politico, non del cittadino. Leggono il giornale i dirigenti del ministero, ma soprattutto i livelli alti, perché i giornali si sono messi in testa di orientare più la linea politica del Paese che raccontare i fatti. Credo che il finanziamento pubblico come lo intendiamo noi possa servire a disintossicare le imprese editoriali dalla politica e garantire una fase di stabilizzazione sul mercato”.
Tuttavia il ministro dimentica che è l’informazione ‘sostenuta’ a creare e a sovvenzionare le grandi inchieste, quelle che scoperchiano il malaffare e soprattutto quelle che il piccolo blog può sostenere difficilmente, non solo per la questione prettamente economica, ma anche legale. Come riporta anche Linkiesta “Ogni anno in Italia ci sono 5.125 procedimenti penali per diffamazione a mezzo stampa che si concludono accertando querele infondate e pretestuose, ma che costano ai giornalisti non solo le spese legali, ma anche la detenzione”.

Salvini si ritaglia una Rai al veleno

salvini«Tanti nemici, tanto onore!». Matteo Salvini ha riesumato senza imbarazzo “Molti nemici, molto onore!”, uno dei motti più celebri di Benito Mussolini. Lo slogan non ha portato bene al duce del fascismo e a Gaio Giulio Cesare che lo utilizzò in precedenza, a Salvini potrebbe accadere lo stesso con una Rai al veleno.

Sulla spartizione dei vertici di viale Mazzini, Salvini ha patito la sua prima cocente sconfitta: la nomina da parte del governo grilloleghista di Marcello Foa a “presidente di garanzia” dell’azienda pubblica radiotelevisiva non è stata ratificata dalla commissione parlamentare di Vigilanza.

Foa non ha ottenuto i due terzi dei voti previsti dalla legge. Forza Italia, il Pd e Liberi e Uguali, all’opposizione, non hanno partecipato alla votazione e il candidato leghista è stato bocciato perché i voti leghisti e pentastellati non sono bastati a raggiungere la maggioranza qualificata dei due terzi. Salvini è perfino andato a trovare Silvio Berlusconi ricoverato nell’ospedale milanese San Raffaele per accertamenti, ma il presidente di Forza Italia non ha voluto sentire ragioni. Gli azzurri non hanno sopportato il metodo: il ministro dell’Interno non ha concordato la candidatura ma l’ha semplicemente comunicata a Forza Italia. Il partito dell’ex presidente del Consiglio ha argomentato su Twitter: «Il servizio pubblico non appartiene alla maggioranza o al governo. Appartiene a tutti». I sindacati dei giornalisti, mai teneri con Berlusconi, hanno lanciato critiche analoghe. Fnsi e Usigrai, hanno attaccato immediatamente la nomina come un atto di «totale sudditanza al governo» che però è stata stoppata dal voto negativo in Vigilanza.

È scoppiata la guerra tra i vecchi componenti del centro-destra. Salvini, dopo la bocciatura, ha rinnovato “la fiducia” a Marcello Foa con il rischio di delegittimare l’amministratore delegato e il consiglio di amministrazione della Rai. Il segretario del Carroccio, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno ha attaccato a testa bassa: «La Lega prende atto che Forza Italia ha scelto il Pd per provare a fermare il cambiamento per la Rai, per il taglio dei vitalizi e per altro ancora». Adesso è sospesa a un filo la stessa sorte della coalizione di centro-destra, la storica alleanza elettorale con Berlusconi tessuta prima da Bossi, poi da Maroni e quindi dallo stesso Salvini.

Ma Salvini deve fare i conti anche con Di Maio. Il capo dei cinquestelle, vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico con toni pacati ma decisi ha dato l’altolà all’alleato dell’esecutivo gialloverde: «Il governo non può ignorare il voto della Vigilanza». Perciò Foa si può riproporre solo se c’è «un’intesa» altrimenti sono «le forze politiche che siedono in Vigilanza che devono trovare una alternativa». Tra i possibili nomi per un eventuale accordo gira quello di Giovanni Minoli, uno dei volti storici della Rai, ma c’è aria di guerra ad oltranza.

Una Rai al veleno produce posizioni diametralmente diverse tra i due alleati di governo: nessun richiamo “al cambiamento bloccato” gridato dal segretario della Lega ma al rispetto della legge invocato dal capo del M5S. Tra Di Maio e Salvini sono lontani i tempi della grande sintonia, quando un artista di strada li ritrasse su un muro di Roma come due innamorati: stretti in un forte abbraccio coronato da un appassionato bacio sulla bocca. Lo scivolone sulla Rai potrebbe essere fatale al segretario della Lega. Salvini si ritaglia una Rai al veleno.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Rai in stallo. Nencini: “Non conoscono la democrazia”

Riforma-Rai

“Sono ancora in attesa di indicazioni dell’azionista e nel frattempo continuerò, nel pieno rispetto di leggi e regolamenti, a coordinare i lavori del cda come consigliere anziano”. Così Marcello Foa, dopo lo stop subito ieri. Dopo la nomina a presidente della Rai, ieri in Commissione di Vigilanza Rai sono mancati i 2/3 dei voti richiesti in Commissione. Hanno votato in 23: 22 i sì (il quorum era 27) 13 del M5s, 7 della Lega e due di Fdi. Non hanno partecipato al voto Pd, Leu e Forza Italia. Una scheda bianca.

La proposta di Foa è comunque respinta al mittente. Marcucci, capogruppo del Pd a Palazzo Madama si dice pronto ad andare dal Capo dello Stato . “Se l’occupazione abusiva di Marcello Foa in Rai continuerà, siamo pronti a chiedere al Capo dello Stato di riceverci. Le prerogative del Parlamento nella effettività della carica di presidente sono chiare, e il governo M5S e Lega le sta stravolgendo. Si deve procedere subito ad una nuova candidatura che passi dal Cda e venga votata dalla Vigilanza”.

Oggi il Cda di è riunto nuovamente, ma non è ancora emerso un nome alternativo per la presidenza. La situazione, dunque, è in completo stallo: il cda non ha al momento indicato un nome alternativo a Foa e di conseguenza la Commissione di Vigilanza, che ha già bocciato il primo candidato, non può procedere a una nuova nomina. Il vertice dell’azienda radiotelevisiva resta di conseguenza “zoppo”.

Quello che balza all’occhio è comunque la sistematica occupazione di poltrone da parte di Lega e 5 Stelle. “Stanno facendo in fretta – commenta il segretario del Psi Riccardo Nencini – in meno di due mesi stanno rinnovando presidenze e amministratori delegati. Sulla Rai però questa cosa si è fermata. Ma la Commissione vigilanza Rai è il Parlamento. El Parlamento che dice no. È inutile insistere su un nome. È il Parlamento, attraverso la Commissione, che ha detto che quel nome non va bene. Ergo deve trovare un nome in grado di raccogliere il consenso dei terzi indicato della legge. Tutto il resto è distonico rispetto alle procedure di democrazie parlamentare”.

Il deputato Pd Michele Anzaldi rincara la dose: “Il cda Rai non sarà legittimamente costituito e in carica finché non sarà nominato un presidente che entri formalmente nelle proprie funzioni attraverso il voto favorevole dei 2/3 della Vigilanza Rai. Quanto alla circostanza che Foa possa comunque presiedere il cda, secondo il diritto e la prassi che in assenza di un presidente e di un vicepresidente un cda sia presieduto dal consigliere anziano, in questo caso non si applica, poiché la commissione di Vigilanza non ha dato il proprio assenso proprio al fatto che il consigliere Foa sia presidente e quindi possa presiedere il consiglio”.

SI SCIOLGONO I NODI

berlusconi-salviniLo strappo Fi-Lega c’è stato da tempo, da quando il leader della Lega ha iniziato a correre troppo in ‘avanti’ rispetto agli alleati azzurri, e a volte senza di loro, ma adesso Salvini è costretto a tornare indietro dalla coalizione finita nel dimenticatoio. Matteo Salvini si è recato in mattinata all’ospedale San Raffaele di Milano per una visita a Silvio Berlusconi. “Era una visita dovuta alla stima e all’affetto e non a ragionamenti politici che di certo non si fanno in ospedale”, assicura il leader della Lega. L’incontro ha però riconfermato l’unità della coalizione: “Noi ci consideriamo alleati del centrodestra”, ha assicurato il ministro.
E sempre in mattinata è stata ‘bocciato’ il candidato della Lega Marcello Foa per la presidenza Rai.
In Vigilanza non hanno partecipato al voto su Foa presidente, pur essendo presenti nell’aula della commissione, i parlamentari di Forza Italia (fatta eccezione per il presidente Alberto Barachini, che ha votato), del Partito democratico e di Liberi e Uguali. A questo punto la nomina di Foa, dopo l’ok a maggioranza di ieri nel cda Rai, non è efficace: la legge prevede infatti il parere vincolante della Vigilanza, a maggioranza di due terzi (quindi 27 voti su 40), per la ratifica definitiva.
“Siamo dispiaciuti dell’asse Pd-Fi che cerca di fermare il cambiamento, sia del Paese che della Rai. Dal Pd non ci aspettiamo nulla, con Fi invece siamo pronti a confrontarci perché sicuri che anche la Rai abbia bisogno di aria nuova, cambiamento, qualità e meritocrazia. Siamo convinti che i fraintendimenti di questi giorni sul metodo, più che sul merito, possano essere superati perché le qualità di Marcello Foa, come uomo e giornalista libero e corretto sono universalmente riconosciute e apprezzate”. Lo dichiarano in una nota congiunta il capogruppo Lega alla Camera Riccardo Molinari e il capogruppo Lega al Senato Massimiliano Romeo.
Gli azzurri insistono sulla questione del metodo, del nome ‘condiviso’ e non imposto con ‘arroganza’. Perché “se siamo alleati, si ragiona e si decide insieme”, spiega il leader azzurro in un’intervista a Qn. Berlusconi sottolinea il ruolo di garanzia previsto dalla legge per il vertice Rai e la maggioranza dei due terzi in Vigilanza, per rispetto dell’opposizione. “Quando noi governavamo – ricorda il Cavaliere – abbiamo dato la presidenza della Rai a figure di valore come Petruccioli e Annunziata, certo non schierate con noi”.
Invece resta fedele alle ‘direttive’ leghiste FdI. “Non condivido il metodo adottato finora, un metodo che con il cambiamento ha poco a che fare ma sentir parlare dal Partito Democratico di lottizzazione della Rai dopo quello fatto da Renzi è veramente ridicolo… Alla fine la sinistra ci ha convinto a votare Marcello Foa presidente della Rai”, così, ieri, a margine di un incontro con imprenditori veneti organizzato a Verona, la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni annuncia la decisione del partito.
Ma dopo la bocciatura, ancora una volta Salvini insiste sul nome di Foa: “Nessuno ha paura di una persona libera, tranne il Pd. Conto che Foa abbia il sostegno di tutto il centrodestra. Il parere che darò sarà di riconfermare la fiducia a Foa per poi finalmente tornare a lavorare e offrire un’informazione a tutti e per tutti, cosa che non sempre la Rai ha fornito in questi anni. Ci sta che su un nome al di sopra di ogni sospetto come quello di Marcello Foa, sbraitino e urlino come aquile quelli della sinistra che ormai, poveretti, hanno perso ogni credibilità, ma conto che trattandosi di una persona libera che ha lavorato nell’ambito dell’informazione del centrodestra in Italia, abbia il sostegno di tutto il centrodestra”.
La partita sulla Rai mette alla prova il legame tra Forza Italia e Carroccio, con Berlusconi che per l’ennesima volta invita Salvini a rompere con i Cinquestelle e a tornare al Centrodestra del prima delle elezioni del 4 marzo.
“Non siamo al mercato – dice il vicepresidente di Fi, Antonio Tajani -, non si tratta di vendere posti in cambio di voti”. Poi, però, aggiunge che gli azzurri vogliono “conservare questa coalizione”. Il sospetto per Andrea Ruggieri (in Vigilanza per Fi), è che “la Lega si prepari ad allearsi con il M5s alle regionali d’autunno”.
“Finalmente Berlusconi ha preso atto che il disegno politico di Salvini è anche contro di lui. Non si spiega altrimenti il voto contro Foa. E Salvini conferma: non cambia cavallo. I Dioscuri sono destinati a stare assieme un bel po’. Tocca a noi rovesciare le carte”. È quanto ha affermato il segretario del Psi, Riccardo Nencini, dopo la bocciatura di Foa alla Presidenza Rai della commissione di vigilanza. Sull’ipotesi che possa comunque ricoprire l’incarico di Presidente, Nencini aggiunge: “Si tratterebbe di un vergognoso colpo di mano. La Rai è una azienda pubblica che deve tutelare tutti gli italiani. Pronti a incatenarci di fronte alla Rai se questa procedura insolita dovesse avere corso”. E poi ha aggiunto:
“In 8^ commissione senato, ho chiesto al vice presidente Di Maio cosa intenda fare il governo sulla vicenda Rai apertasi questa mattina. La commissione di vigilanza Rai rappresenta il parlamento, è il parlamento. Una volta espresso il suo voto, quel giudizio è vincolante per l’esecutivo. Ne va preso atto e basta. Ogni gesto, ogni misura che non tenesse conto di quel voto, contravverrebbe la volontà delle Camere, una lesione gravissima della volontà popolare che si esprime in quella sede con voto libero e segreto”.

Rai. Nencini: “Finita la stagione del patto dell’arancino”

Rai

Marcello Foa rimane sulla graticola. Il nodo per la sua elezione alla presidenza della Rai è ancora ben stretto e lontano dall’essere sciolto, rimane quindi l’empasse sui nomi voluti dalla maggioranza e non ben visti da Forza Italia. “Salvini – afferma il segretario del Psi Riccardo Nencini – giudica residuale l’alleanza con Berlusconi. Ovunque, dalle regioni ai comuni, arruola eletti di Forza Italia e sfida ogni giorno la pazienza del vecchio capo. Per questo non tratterà sul nome di Foa alla guida della Rai. Proprio per la stessa ragione Berlusconi dovrebbe opporvisi prendendo atto che la stagione del ‘patto dell’arancino’ è finita” conclude Nencini.

L’elezione del presidente Rai infatti, necessita dell’appoggio di una maggioranza qualificata e di conseguenza di un accordo politico. Lega e 5 Stelle invece ha scelto il proprio uomo senza allargare il dibattito e senza preoccuparsi della posizione altrui. Da qui il no, non solo del Pd, ma anche di Forza Italia i cui voti invece sono determinanti. “Votare no alla Rai non ha nulla a che vedere con l’alleanza di centrodestra. Abbiamo contestato il metodo – ha detto Tajani – visto che al governo c’è una parte importante del centrodestra e nessuno ci ha consultato. Sarebbe stato normale che i nostri alleati avessero concordato con noi una scelta visto che il canone Rai lo pagano tutti. Tutti devono sentirsi rappresentati”. Il vicepresidente di Forza Italia ha quindi chiarito la posizione del partito: “È il metodo che non ci piace: non possono esserci imposizioni, le scelte devono essere condivise. Siamo costretti a votare no, non a cuor leggero”.

Ma la Lega tiene il punto su Foa. E su Matteo Salvini si scarica l’ira di Silvio Berlusconi per la gestione della vicenda presidenza Rai. Berlusconi ha spiegato che il suo partito non è disponibile ad accettare un metodo “unilaterale”. Dice “no” quindi ma non per chiudere la partita ma per provare a riaprirla ed avere garanzie di pluralismo, ovvero di rappresentanza nelle reti e nelle testate. Infatti l’ex premier ha fatto capire già da ieri che i sette voti di Forza Italia “per adesso non sono nella disponibilità di Marcello Foa”, ovvero voti decisivi per la presidenza.

Rai. Buemi, tempi duri per un’informazione autonoma

RAI-RiformaIn nome della battaglia contro la lottizzazione si lottizza. Questa la morale della vicenda Rai ai cui vertici il governo, tramite il ministero dell’economia, ha posto persone di propria fiducia. Ne di più ne di meno di come è sempre successo. Insomma il governo ha raggiunto l’accordo sulle nomine “in ottemperanza alle disposizioni di legge e di statuto e a completamento delle designazioni già effettuate dal Parlamento e dall’azienda, per il rinnovo del Consiglio di Amministrazione della Rai il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, ha proposto al Consiglio dei Ministri i seguenti nominativi: Fabrizio Salini, indicandolo per la carica di amministratore delegato, e Marcello Foa per la carica di consigliere di amministrazione”. Si legge così in una nota del Ministero dell’Economia. Foa sarà votato dalla commissione di Vigilanza per la carica di presidente dell’azienda radiotelevisiva.

“Oggi diamo il via a una rivoluzione culturale. Ora ci liberiamo dei raccomandati e dei parassiti”, nella Rai”. Ha detto il vicepremier Luigi Di Maio. Il perché poi i nominati in precedenza siano dei raccomandati e quelli di oggi non lo siano, è tutto da capire. Va ricordato comunque che le norme in vigore sono figlie della riforma voluta dal governo Renzi. “I risultati di una riforma sbagliata e pensata a favorire la propria continuità di governo – afferma l’esponente socialista Enrico Buemi senatore nella scorsa legislatura – ha portato oggi a consentire a Lega e 5 Stelle di occupare la Rai con leadership oscurantiste al servizio di interessi diretti di forze politiche e di governo che le hanno scelte. Saranno tempi duri, più del passato, per una informazione autonoma e libera da condizionamenti di varia natura, ma purtroppo sempre al servizio del potente di turno”. Dall’opposizione quindi l’accusa è quella di militarizzare la Rai: “Nessuna nomina di garanzia: Salvini e Di Maio vanno contro la legge e militarizzano la Rai con una spartizione senza precedenti. Tria e Conte non pervenuti”. Sono le parole di Michele Anzaldi, segretario della commissione di Vigilanza Rai. “Foa – continua Anzaldi – è un fedelissimo di Salvini mentre Salini è stato l’ad de La7 nel momento in cui la tv di Cairo si è trasformata in un lungo talk show filo M5s contro Renzi e il Pd. Vogliono asservire il servizio pubblico alla loro lottizzazione selvaggia”.

Commissioni. Un ex Mediaset presidente Vigilanza Rai

RaiLa Rai in mano a un ex di Madiaset con il silenzio assenso dei Cinque Stelle che non battono ciglio, loro che volevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. Sono stati così eletti dalle Camere i quattro consiglieri di amministrazione della Rai di nomina parlamentare. L’Aula del Senato ha eletto Rita Borioni (101 voti), componente uscente e riconfermata in quota Pd, e Beatrice Coletti (133), manager televisivo, candidata scelta dal M5s. Alla Camera sono stati eletti Igor De Biasio e Gianpaolo Rossi. De Biasio, in quota Lega e sostenuto dalla maggioranza, ha ottenuto 312 voti, mentre Rossi, intellettuale vicino a FdI, ne ha incassati 166. In commissione di vigilanza era stato eletto presidente Alberto Barachini, parlamentare di Forza Italia, con 22 voti, un voto in più del quorum  che era di 21. L’elezione di Barachini è arrivata al terzo scrutinio dopo le prime due votazioni andate a vuoto.

Sul profilo di Barachini, giornalista neoeletto senatore, mantiene qualche riserva M5s, come ha spiegato il senatore Gianluigi Paragone, che a caldo si è augurato che questi non faccia “gli interessi di Mediaset, ma quelli degli italiani”. Da parte sua, Barachini ha chiesto ai colleghi, in particolare di M5s (che comunque avevano votato scheda bianca), di essere “valutato sul merito” e ha aggiunto di volere “una Rai imparziale e radicata sul territorio”.

Per quanto riguarda l’altra commissione rimasta ancora senza vertice, il Copasir, è stato eletto presidente Lorenzo Guerini. L’esponente del Pd ha ottenuto 8 voti e una scheda bianca. Un assente (Elio Vito). Il Copasir inizierà il suo lavoro in concreto la prossima settimana, martedì riuniremo l’Ufficio di presidenza e tutti insieme decideremo quali saranno i temi all’attenzione del Comitato”, ha spiegato Guerini ai cronisti alla Camera che gli chiedevano se il Copasir metterà subito all’Odg la questione migranti.

“Voglio ringraziare tutti i parlamentari, in particolare il Pd per aver indicato il mio nome per la presidenza – ha poi detto il neo presidente del Copasir -. L’avvio dei lavori delle commissioni di garanzia e delle Giunte è un passaggio fondamentale per i lavori del Parlamento”.

Ciò che sta succedendo su Commissioni di garanzia e Copasir è “incredibile”. È il commento di Luigi Bersani di Leu. “Le famose opposizioni – parlo di Pd e Forza Italia – attribuiscono la presidenza della Vigilanza Rai a un uomo Mediaset. Siamo al dadaismo puro, e non voglio neanche parlare di altro. In altri tempi una cosa così avrebbe suscitato il finimondo. Tanto valeva aspettare qualche mese, se si risolvono i problemi di Berlusconi, metterci direttamente lui e tanti saluti. Questa sarebbe l’opposizione”. Rimane invece ancora in stallo il rinnovo dei vertici della Cassa Depositi e Prestiti.

Grillo commissaria il giovane Di Maio

grillo-di-maio

«Luigi Di Maio è un grandissimo politico». Sembrano lontanissimi i tempi in cui Beppe Grillo (quasi 70 anni) lodava il suo giovane pupillo Di Maio (quasi 32 anni), eppure era solo quattro mesi fa, subito dopo la trionfale vittoria del M5S nelle elezioni politiche del 4 marzo con il 32% dei voti.

Per molto tempo Grillo ha taciuto, è tornato al mestiere di comico. Si è allontanato dalla politica per tornare a calcare i palcoscenici dei teatri italiani. Poi, da qualche giorno, il garante dei cinquestelle è tornato ad intervenire, suggerendo e dettando in modo surreale le scelte da adottare al governo Conte-Di Maio-Salvini. Dal suo blog su internet, non più del M5S, ha indicato “il sorteggio” per realizzare la riforma elettorale: «Il primo passo sarebbe una seconda camera nel nostro parlamento, piena di persone scelte a caso, un senato dei cittadini, se volete».

Con una mossa ha assestato due colpi: 1) in un attimo ha buttato a mare la regola delle elezioni primarie online su internet tra gli iscritti pentastellati; 2) ha tirato un calcio al «più grande inganno della Politica: farci credere che servano i politici». Uno strano dietrofront. Ha mandato al macero le elezioni primarie online tra gli iscritti pentastellati decantate per anni come un grande strumento di «democrazia diretta della Rete» e per rinnovare con forze nuove e giovani la politica italiana. Proprio con le elezioni online tra gli iscritti al M5S Di Maio è stato eletto capo politico del movimento al posto di Grillo e sempre con questo strumento sono stati scelti i candidati cinquestelle da eleggere in Parlamento.

Dopo la revisione della legge elettorale basata sul sorteggio, è arrivata l’altra sorpresa: la riforma della Rai. Dalla finestra della sua stanza all’Hotel Forum di Roma, senza farsi vedere, ha annunciato ai giornalisti la privatizzazione di gran parte delle reti televisive pubbliche: «Rai Tre, Rai Due e Rai Uno: due saranno messe sul mercato e una senza pubblicità». Sempre con un linguaggio tra il paradossale e il surreale non ha voluto aggiungere altro: «Questo dice l’Elevato e accontentatevi di questo». Forse non è estraneo l’appuntamento per rinnovare il direttore generale, il presidente e il consiglio di amministrazione della Rai.

Ora, c’è il piccolo particolare, che Grillo non fa parte del governo presieduto da Giuseppe Conte. C’è anche un altro piccolo particolare: nel “contratto di governo” elaborato da M5S e Lega non c’è la minima traccia della proposta di eleggere per sorteggio il Senato e di privatizzare gran parte della Rai. Già nelle scorse settimane era emerso un caso analogo. Grillo aveva ipotizzato la chiusura dell’Ilva di Taranto, la più grande acciaieria d’Europa sotto botta per problemi d’inquinamento industriale. Di Maio era intervenuto per stopparlo. Il vice presidente del Consiglio, ministro dello Sviluppo e del Lavoro, capo del M5S si era messo di traverso: sono «opinioni personali».

Grillo non deve averla presa bene. Ora è tornato alla carica con due nuove proposte provocatorie e dirompenti: hanno il carattere di un commissariamento di Di Maio. Grillo non è nel governo, però conta. È il fondatore e garante del M5S e le sue sortite pesano sull’esecutivo e condizionano Di Maio, già in affanno per la concorrenza spietata praticata da Matteo Salvini.

Il segretario della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno marcia fortissimo con le sue campagne contro l’immigrazione illegale: secondo alcuni sondaggi il Carroccio sarebbe addirittura salito dal 17% al 31% dei voti mentre il M5S sarebbe sceso al 29%. Sarà un caso ma il carismatico Grillo recentemente ha lodato proprio Salvini perché è «uno che sta facendo le cose, per davvero».

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Rom e Rai, incrinata l’intesa Salvini-Di Maio

salvini di maio-2Il “governo del cambiamento” è nato appena un mese fa, ma già non gode di buona salute. Sul censimento rom è incrinato il rapporto tra Lega e M5S, le due colonne dell’esecutivo presieduto da Giuseppe Conte. Il protagonismo di Matteo Salvini, in particolare, su immigrati e rom, ha innescato forti contrasti con Luigi Di Maio.
A far traboccare il vaso è stata la carta del censimento rom, una iniziativa dalla terribile impronta etnica e razzista. Il segretario leghista, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno ha sollecitato il «censimento dei Rom e controllo dei soldi pubblici spesi» con l’obiettivo di realizzare delle espulsioni di massa. Poi, di fronte alla levata di scudi delle opposizioni e dei cinquestelle, Salvini ha fatto marcia indietro parlando di «ricognizione» e comunque «non è una priorità».
Si è sfiorata la rottura. Di Maio si è lanciato in un duro braccio di ferro, il primo con il collega di governo: «I censimenti su base razziale non si possono fare, lo dice la Costituzione». Il capo politico del M5S, vice presidente del Consiglio, ministro dello Sviluppo e del Lavoro ha replicato a muso duro: «Ci sono altri censimenti da fare». E ha lanciato l’idea di un altro censimento: «Per esempio c’è il censimento di tutti i raccomandati che ci sono nella pubblica amministrazione. Dobbiamo cominciare a controllare, anche in Rai, e ristabilire il principio della meritocrazia».
Solo all’apparenza si tratta soltanto di una lotta tra due diversi censimenti populisti, due iniziative propagandistiche, pericolose e inattuabili. Solo all’apparenza Di Maio ha scagliato contro la proposta di un censimento rom, discriminatorio e razzista, l’idea di un censimento sui raccomandati, dal sapore di gogna mediatica. In realtà il capo pentastellato sembra che abbia voluto bloccare l’assalto del Carroccio al vertice della Rai (direttore generale, presidente, consiglio di amministrazione), alle tante testate giornalistiche (Tg1, Tg2, Tg3, Rainews24, Gr) e alle direzioni televisive e radiofoniche. Per ora ha vinto il braccio di ferro. Salvini è stato costretto a derubricare il “censimento” a “ricognizione” sui rom.
Salvini e Di Maio sono due alleati in forte competizione. Il ministro dell’Interno agita il problema degli immigrati e dei nomadi, il collega dello Sviluppo solleva la questione dei privilegi del posto fisso. Sia il tema della sicurezza, sia quello del lavoro tutelato per tutti sono problemi reali, molto sentiti. Sia Salvini sia Di Maio, alla vigilia dei ballottaggi del 24 giugno per i sindaci, sono a caccia di consensi e spingono sul pedale dell’acceleratore. Il primo cerca di far lievitare il 17% dei voti ottenuti nelle elezioni politiche del 4 marzo, il secondo cerca di difendere il suo 32% dall’erosione dell’alleato-competitore leghista (alcuni sondaggi danno addirittura il sorpasso del Carroccio sul M5S).
Tutti e due cercano di cavalcare “la pancia” del ceto medio in crisi ed impoverito: il segretario della Lega sui migranti e sui rom tenta di intercettare le paure e le insicurezze; il capo pentastellato alzando la bandiera dei raccomandati punta a coagulare il rancore sociale.
Così i giornali, le televisioni ed internet sono dominati dalle notizie sullo scontro su migranti, rom e raccomandati. Non si parla quasi più, invece, di reddito di cittadinanza, abolizione della legge Fornero sulle pensioni e flat tax, i tre cavalli di battaglia sui quali Di Maio e Salvini hanno vinto le elezioni politiche. Non si sa quando e come saranno realizzati questi popolarissimi obiettivi dal costo salato per il bilancio pubblico italiano (almeno cento miliardi di euro).
Ma a giugno si voterà per le europee, sia Salvini e sia Di Maio vogliono presentarsi con dei risultati ai rispettivi elettori. Il primo spinge per la flat tax, il secondo per il reddito di cittadinanza mentre la modifica della Fornero è una battaglia comune. Sarà difficile accontentare tutti senza mettere in pericolo i conti pubblici e la permanenza dell’Italia nell’euro. Sono possibili tante, imprevedibili sorprese anche per il governo Conte.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Il cambiamento della mappa del potere

ministero_economia

Sta per cambiare l’organigramma amministrativo del potere italiano. Ci sono centinaia di poltrone tra dirigenti della Pa, segretari generali, capi dipartimento dei dicasteri, capi area, staff di premier e ministri, vertici delle Agenzie, tutti soggetti ad un eventuale ricambio sulla base della legge 165 del 2001, lo  ‘spoil system’ che dà al nuovo governo la facoltà di revocare o confermare gli incarichi  entro 90 giorni dal giuramento.

Una norma introdotta per fare in modo che i tempi degli incarichi dirigenziali non superino la durata dell’organo politico che li ha nominati e che dunque farebbe saltare le poltrone assegnate durante i governi di Renzi e Gentiloni. A partire da Palazzo Chigi, dove a parte il naturale ricambio nello staff del premier, ci sono in ballo la poltrona di segretario generale, quella del consigliere diplomatico oltre a ben 19 capi dipartimento, dalla Protezione civile al delicato Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (il Dis).

Tra i posti chiave in attesa di assegnazione al Tesoro, la scrivania del direttore generale, dopo le dimissioni di Vincenzo La Via, e quella del Capo commissione speciale per fabbisogni standard, occupata in precedenza da Luigi Marattin poi eletto a Montecitorio. Esposte allo spoil system ci sono anche le nomine del capo di gabinetto, del ragioniere generale dello Stato e del capo dipartimento delle Finanze.

Restano in attesa di riconferma o di sostituzione tutti i capi di gabinetto e gli staff dei ministri in tutti gli altri dicasteri, Mise e Giustizia, tra i fronti più caldi. Da riconfermare o sostituire anche i vertici dell’Agenzia delle entrate, Demanio e Dogane, soggetti anch’essi allo spoil system.

Tempi stretti per rinnovare i cda in scadenza di Cdp e Rai. Entro il 16 giugno il Tesoro deve presentare la lista per Cassa Depositi e Prestiti. L’attuale presidente Claudio Costamagna , ha già ufficializzato l’indisponibilità a un secondo mandato. Qualche giorno fa, il banchiere Costamagna ha dichiarato: “Come ho avuto sempre modo di dire, proveniendo da una carriera trentennale nel mondo privato, ho vissuto questo prestigioso incarico come una missione a tempo determinato”.

Alla presidenza di Cdp, su indicazione delle fondazioni che detengono il 16% dell’istituto, potrebbe andare Massimo Tononi, come Costamagna con un passato in Goldman Sachs e più recentemente alla presidenza di Mps. L’assemblea degli azionisti è prevista in prima convocazione il 20 giugno e il 28 di questo mese per l’eventuale seconda. Rimane comunque fermo il termine del 16 per la presentazione delle liste. Il cda nomina il presidente che dovrà ottenere il via libera da parte della commissione di vigilanza a maggioranza di due terzi. M5S e Lega da soli non bastano.

A fine giugno dovrà essere rinnovato il cda della Rai con le nuove disposizioni previste dalla riforma Renzi. Cda a sette membri di cui quattro nominati da camera e Senato, due dal Tesoro (che indicherà anche l’ad) e uno dai dipendenti. Oggi sono stati resi i nomi delle autocandidature per i componenti di nomina parlamentare. In totale 365 candidati ma 129 hanno inviato il curriculum sia alla Camera e sia al Senato. Tra questi figurano molti componenti dell’attuale cda come Carlo Freccero e Arturo Diaconale. Tra i nomi noti ci sono Michele Santoro e Giovanni Minoli, l’ex deputata Nunzia De Girolamo, l’ex direttore del Censis Giuseppe De Rita. Ha presentato il curriculum Emmanuel Gout, ex presidente di Tele+, ex volti noti della Rai come Fabrizio Del Noce. C’è anche l’ex iena Dino Giarrusso, candidato alle politiche con il M5S. C’è Alberto Contri già in passato nel cda Rai ai tempi di Zaccaria presidente. C’è anche Stefano Rolando, a lungo capo del dipartimento editoria di Palazzo Chigi, il fondatore del Codacons Carlo Rienzi e Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Consumatori. Nell’arco dei prossimi tre mesi, dunque, verrà ricostruita la nuova mappa del potere in Italia.

S R