Il nuovo numero di “K metro 0”, informazione e dibattito sui temi europei

europa“Crediamo che all’Europa servano meno “lobbisti” e più “politici”: i cittadini hanno il diritto di sapere quello che fanno i loro rappresentanti a Bruxelles, per cui occorre una maggiore comunicazione diretta da e verso i cittadini europei, anche in vista delle prossime elezioni 2019”.
Con queste parole l’editore Nizar Ramadan apre il terzo numero di “Kmetro0”, periodico cartaceo diffuso in questi giorni in tutte le sedi istituzionali e produttive del network nazionale ed europeo: un magazine dedicato a creare dibattito e riflessione “su ciò che accade nel nostro continente, sia al suo interno che nell’espressione politica che l’Unione Europea riveste, nel contesto delle altre grandi aree economiche del mondo”.

Tra gli argomenti portanti di questo numero, alcuni contributi per mettere a fuoco il tema “Migrazione – problema del secolo”, di Alessandro Cardulli, al di fuori della cronaca e delle demagogie, tra la mancanza d’ una vera politica di accoglienza europea e la necessità di fornire strumenti di conoscenza utili. Oltre a un dovuto riscontro dall’ultimo vertice di Bruxelles, “Kmetro0” ospita un report sui dati dei flussi migratori, un articolo sull’incontro di Macron col Pontefice, un’ intervista al Portavoce di Amnesty International in Italia e il parere del Responsabile del Forum Immigrazione del Partito Democratico.
Un’ intervista a Beatrice Covassi, Capo della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, ci aiuta a monitorare lo stato di salute della costruzione europea a livello sociale, politico, economico, normativo e culturale. E per capire “da dentro” cosa sta succedendo in alcuni Paesi dell’area euro, diversi approfondimenti: dalla Francia, l’intervista all’ex ministro del Commercio, del consumo e turismo, Frederic Lefebvre; dalla Grecia, una prospettiva senza sconti sull’approccio locale alla cura dimagrante imposta in questi anni alla spesa pubblica; dall’Italia, un doveroso aggiornamento sul nuovo governo Conte e sulla linea del ministro del tesoro Tria; dalla Spagna, il nuovo equilibrio politico e la rotta europeista, guardando anche all’“eredità” di Rajoy; dalla Polonia, i segnali di crescita evidenziati dalle dichiarazioni del viceministro Marek Magierowski.

Meritano le due pagine dello Speciale di questo numero le analisi del think tank “Laboratorio Europa”, il gruppo di esperti promosso da Eurispes, il qualificato ente di ricerca presieduto da Gian Maria Fara, per fornire proposte “evolutive” alla costruzione comunitaria. “Kmetro0” ospita la sintesi di alcune di queste, relative alla costituzione del pilastro sociale comune, alla condivisione di un “nuovo contratto sui vantaggi”, a più efficaci politiche di investimenti in infrastrutture e cofinanziamenti, a un mercato bancario e finanziario unico.

Fabrizio Federici

Catalogna: prove di dialogo con il Governo spagnolo

Pedro SanchezIl 9 luglio a Madrid, presso il Palazzo della Moncloa si è tenuto il primo incontro tra il premier socialista Pedro Sanchez e il governatore della Catalogna Quim Torra. Durante la riunione, durata oltre due ore, i leader hanno concordato di “ristabilire” le relazioni tra la regione autonoma e il governo centrale, totalmente interrotte con l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola.

Questa norma costituzionale si può attivare quando una Comunità Autonoma non adempia agli obblighi costituzionali e legali, tra cui la garanzia di unità del Paese.

Come si può ben immaginare, trattandosi di uno strumento legislativo delicato e anche asimmetrico, la sua attuazione dovrebbe presupporre un’estrema prudenza politica e un’attenta analisi operativa, poichè lo Stato assume su di sé il massimo livello della forza coercitiva a discapito della Comunità Autonoma.

Tuttavia, le vicende degli scorsi mesi hanno ampiamente superato il livello di allerta: l’indizione e lo svolgimento del referendum indipendentista in Catalogna, il primo ottobre 2017, hanno comportato un grave cortocircuito istituzionale e uno scontro tra i poteri dello Stato; la successiva violenta repressione delle forze dell’ordine nella giornata elettorale; la messa in stato d’accusa dei rappresentanti istituzionali catalani; il mandato di arresto europeo per l’allora presidente della Generalitat Puigdemont; le recenti elezioni in Catalogna e la nuova vittoria del fronte indipendentista.

Anche il governo centrale ha vissuto un rivolgimento, con l’approvazione della mozione di sfiducia al governo Rajoy, da parte del Congresso dei deputati e, come previsto dalla Carta costituzionale iberica, l’elezione di Pedro Sanchez, leader del PSOE (Partito Socialista Operaio Spagnolo) a nuovo Capo del Governo.

Pedro Sanchez, osteggiato dal gruppo dirigente storico (come la governatrice dell’Andalusia, Susana Diaz, sua sfidante alle ultime primarie del dicembre 2016), è tornato a guidare il Partito con il consenso della base socialista che gli ha riconosciuto coerenza nel contrastare il governo del Partido Popular e la scelta operata dal partito socialista di concedere “un’astensione benevola” al governo Rajoy, atto a cui rispose dimettendosi da segretario nazionale.

Tornando all’oggi, il nuovo esecutivo è un monocolore socialista, un governo di minoranza retto in Parlamento dall’appoggio esterno di Podemos e degli indipendentisti e nazionalisti catalani e baschi.

Pedro Sánchez è consapevole che la questione catalana sia la sfida più grande del suo mandato e un tema sensibile che può portare alla fine anticipata della legislatura. Per affrontare il problema, il Presidente del Governo è fiducioso che la nuova strategia del dialogo e della distensione possano portare al “disarmo” politico dei separatisti radicali che puntano ad una nuova escalation di tensione.

Il governo socialista confida nel fatto che non prevarrà nel movimento indipendentista la linea dura del secessionismo, rappresentata dal “fuggitivo” Carles Puigdemont e dal nuovo presidente della Generalitat, Quim Torra (“il circolo di Berlino”).

Tuttavia, durante l’incontro di ieri, Sánchez e Torra hanno condiviso la necessità di riattivare la Commissione bilaterale Stato-Generalitat, prevista dallo statuto della Catalogna ma non più convocata dal luglio del 2011.

Hanno concordato, inoltre, l’urgenza di ripristinare canali di dialogo tra i due soggetti istituzionali, fissando un nuovo incontro a Barcellona che probabilmente si terrà in autunno.

La mossa compiuta dall’esecutivo socialista può aprire una nuova stagione nei rapporti tra il governo centrale e le diverse autonomie di cui si compone lo Stato Spagnolo.

Sembrano superate le rigidità del governo conservatore di Rajoy che in nome dell’unità nazionale ha preferito utilizzare la ragione della forza rispetto al dialogo. In questa maniera ha ottenuto l’effetto contrario, rafforzando il consenso dei settori più radicali dell’indipendentismo catalano.

All’opposto, il tentativo di Sanchez si poggia sulla necessità di dialogare con le forze più moderate, in modo da raggiungere un accordo che dia maggiore autonomia alla Catalogna ma all’interno di un quadro di rinnovata unità nazionale.

In altre parole, la soluzione che Sanchez propone, con l’intento di scoraggiare la rivendicazione all’indipendenza della Catalogna è una riforma della Costituzione in senso plurinazionale.

La Spagna è una “nazione di nazioni” composta da Comunità autonome e governo centrale, in linea con lo spirito della Costituzione del 1979 con la quale si è inteso disegnare un ordinamento di tipo regionale, tendente al federalismo, in opposizione al centralismo che aveva caratterizzato il periodo della dittatura franchista.

Come Zapatero, anche il PSOE di Sánchez vede nella ridefinizione del consenso costituzionale in materia territoriale, l’opzione politica più efficace per costruire una nuova egemonia socialista insieme ad alcuni partiti della sinistra radicale, come Podemos, e con l’apporto dei nazionalisti.

Il nuovo stile del PSOE dà ossigeno alla direzione di CER o PDeCAT, indipendentisti catalani pragmatici, che vogliono riprendere il dialogo con il Governo per chiudere le ferite politiche e riparare le fratture sociali.

Da questi settori si fa notare come nonostante “i gesti e le minacce” di Torra, che come detto rappresenta l’ala più radicale, nessuno dei leader separatisti abbia infranto la legge. Anzi, il presidente del Parlamento catalano, Roger Torrent, ha messo in chiaro che non violeranno nuovamente la legge. Sperano, inoltre, che l’attivazione delle commissioni bilaterali tra lo Stato e il Governo consentano una normalizzazione delle relazioni. Tutto questo avviene mentre proseguono i processi alle massime cariche catalane responsabili dei passaggi che hanno comportato l’attivazione dell’art.155 Cost.

Di contro, dal governo spagnolo spiegano che il Presidente manterrà un atteggiamento di ascolto e dialogo, senza offrire al momento netti cambi di rotta sostanziali. Questo atteggiamento prudente si spiega con la necessità di verificare le reali intenzioni del governo catalano: non è chiaro se le sfide quotidiane lanciate da Torra siano una strategia di comunicazione per il proprio elettorato o nascondano la volontà di proseguire sulla strada dell’indipendenza.

Di fatto, Pedro Sánchez tiene aperti tutti gli scenari prima di una possibile evoluzione negativa del processo. Fonti del governo assicurano che se la Generalitat dovesse andare alla prova di forza, allora ci si richiamerà allo stato di diritto, come avvenuto nel 2017. È evidente come tale scenario sia il peggiore anche perché potrebbe determinare la caduta dell’esecutivo.

Per questo motivi continuerà il dialogo e si proporrà un rafforzamento delle Comunità Autonome. In questo senso, vanno lette le recenti nomine della catalana Meritxell Batet come ministro della Politica Territoriale e Funzione Pubblica e della basca, Isabel Celaá come portavoce del Consiglio dei ministri e Ministro dell’Istruzione.

Paolo D’Aleo

Il treno della Catalogna è tornato al punto di partenza

catalogna-barcellona

Ma, per farlo arrivare alla giusta destinazione occorrono nuovi macchinisti. E, tra questi, non ci potrà essere Rajoy e il Pp. L’attuale capo del governo suscita simpatia per la sua aria dimessa e il suo aspetto mite. E piace anche, e come, all’Europa per la sua determinazione nell’applicare le direttive di Bruxelles. E però il Pp ha il non trascurabile difetto di non avere mai ripudiato l’eredità franchista (su cui esprime un giudizio favorevole il 30% degli spagnoli); ad un punto tale che il suo portavoce in Parlamento ha recentemente dichiarato che “la responsabilità per la morte di centinaia di migliaia di persone durante la guerra civile ricade sui repubblicani”.

Ora, di questa eredità fa parte il centralismo; e con questa il ripudio totale dell’idea che l’unità della Spagna debba fondarsi sull’accordo tra le varie nazionalità. Idea che, invece, prima con Gonzales e poi con Zapatero, aveva portato ad un accordo di ferro tra Madrid e Barcellona; o, più specificamente, tra i socialisti, sapagnoli e catalani e gli autonomisti moderati catalani. Diciamo, l’applicazione del modello sudtirolese: “A voi i soldi e il potere di gestirli; a noi il vostro consenso indefettibile nelle Cortes”.

A rompere questa intesa Aznar e poi, in modo assai più sistematico, Rajoy. Da una parte limitando in sede costituzionale qualsiasi possibilità d’evoluzione del regime di autonomia verso forme più avanzate di tipo federale; dall’altra, beninteso in nome dei vincoli di Bruxelles, privando il governo di Barcellona dei fondi necessari per lo sviluppo delle infrastrutture e per i sevizi sociali.

Questo è uno dei fattori determinanti della crisi dell’autonomismo moderato. Crisi accelerata anche da fattori interni; primi tra tutti l’emergere di una estesa corruzione. E così, provocati dall’ostilità di Madrid e colpiti a sinistra dalla protesta sociale e indipendentista incarnata da una Esquerra republicana, erede diretta dei vinti del 1936 i vecchi “moderati” sono stati costretti ad inseguirla sul suo stesso terreno, sino a quel vero e proprio bluff della dichiarazione di indipendenza di ottobre.

E però la reazione violenta e “spropositata”di Madrid non è valsa a mutare il corso delle cose; anzi, a guardare al di là delle apparenze, si è risolta in una sconfitta per Madrid. Tutti gli organi di stampa hanno giustamente commentato la non vittoria degli indipendentisti, rimasti sulle posizioni del 2015 e, questa volta, profondamente divisi sul “che fare”. Pochi hanno invece fatto presente un dato assai più rilevante: il fatto che i “non indipendentisti” non solo sono minoranza in Parlamento ma rappresentano, tra di loro, posizioni del tutto diverse.

Una di queste appare sin d’ora fuori gioco. Perché Rajoy a suo tempo salutato dalla stampa come grande vincitore della sfida all’ok corrral, esce distrutto dalle urne. Non aveva niente da dire ai catalani e i catalani – leggi gli abitanti della Catalogna – non avevano perciò nessun motivo per votarlo. Quattro seggi su 135; quanto basta a squalificarlo politicamente ma anche, in futuro elettoralmente, come campione dell’unità del paese.

Ciudadanos, non a caso nato in Catalogna come reazione al “catalanismo, propone un agenda per i non catalani. Rilancio dell’economia, degli investimenti e della spesa pubblica per tutti in cambio della rinuncia dei catalani non solo all’indipendenza ma anche ai suoi presupposti: bandiera, imposizione della lingua, spese per la valorizzazione della catalanità. Tutto ciò che piace agli allogeni (che l’hanno non a caso premiato nelle urne come primo partito); nulla che possa essere accettato dagli altri.

Podemos, dal canto suo, propone “cose belle ma impossibili”: un accordo nazionale, qui ed ora, che, in cambio della rinuncia definitiva all’indipendenza, offra ai catalani, autoctoni e allogeni, tutto il resto.

In quanto ai socialisti, che hanno tenuto a distinguersi, nel corso della campagna elettorale, sia dagli indipendentisti che dalla coppia Pp/Ciudadanos, questi sono gli unici in grado di formulare proposte di mediazione in grado di essere ascoltate, senza preclusioni, dalle due parti. E, già che ci siamo, di promuovere un esecutivo di minoranza, basato sul coinvolgimento delle due parti (anche in virtù di passati rapporti); nella attuale condizione l’unico possibile e auspicabile.

Staremo a vedere. Con tutto l’ottimismo della volontà; anche perché di pessimismo dell’intelligenza c’è n’è in giro fin troppo…

Alberto Benzoni

Elezioni in Catalogna, tramonta l’indipendenza

catalogna 2La decisione del governo centrale di Madrid di indire le elezioni in Catalogna e la disponibilità del fronte indipendentista a parteciparvi accettandone implicitamente il verdetto comportavano, per ambedue le parti, la rinuncia ad uno scontro frontale- in questo caso chiaramente a somma zero. Il che lasciava, oggettivamente, sul tappeto solo la prospettiva negoziale.

E però quello che si è verificato dopo- leggi la frantumazione dello stesso fronte indipendentista con la conseguente nuova articolazione dell’offerta politica di Barcellona e il relativo andamento dei sondaggi- rendono il negoziato più complesso e difficile anche per l’atteggiamento rigido dello schieramento “centralista”.

Abbiamo assistito alla rottura tra il partito di Puigdemont e quello di Junqueras: che significa separazione tra l’indipendentismo moderato del primo e quello radicale del secondo ma anche tra due forze che erano arrivate ad un accordo partendo da tradizioni del tutto diverse. In concreto Puigdemont è l’erede dell’autonomismo contrattato d Pujol e di Mas: da decenni sostenitori del governo centrale del momento in cambio della concessione di maggiori poteri a livello locale ( diciamo modello Volkspartei). Un do-ut-des che si è progressivamente rivelato impraticabile soprattutto in conseguenze del “revanscismo centralista”, con accenti autoritari praticato da Rajoy e dal suo partito negli ultimi anni. Per altro verso Junqueras e la sua “Esquerra republicana” sono gli eredi dell’indipendentismo di sinistra nella scia, almeno secondo la memoria storica coltivata dai suoi militanti, di quello che visse i suoi momenti più gloriosi e più tragici nella guerra civile del 1936/39 e nella feroce repressione dei decenni successivi ( diciamo il modello Scozia progressista contro Londra conservatrice; ma ad un livello di scontro molto più alto).

Per la cronaca, i sondaggi danno Esquerra oltre il 30% e il gruppo Puigdemont intorno al 10%. Un dato che ci chiarisce due cose: la prima è che l’era della dichiarazione di indipendenza come strumento negoziale è definitivamente tramontata anche per la mancanza del requisito de numeri. La seconda è che fermo restando il consolidamento dei due schieramenti, la posta decisiva si gioca sul terreno economico-sociale; e, come tale, coinvolge gli incerti e, in particolare quanti, provenienti da altre parti della Spagna o dall’estero, risiedono in Catalogna senza essere catalani, soprattutto per quanto riguarda l’uso della lingua.

Gente che vive soprattutto a Barcellona e nelle aree urbanizzate, turisticizzate e industrializzate lungo la costa. E che perciò ha risentito in modo particolare sia delle tensioni sociali ed economiche degli ultimissimi anni sia e soprattutto delle possibili minacce al proprio status e al proprio tenore di vita derivanti dalla separazione tra Barcellona e il resto della Spagna. Su questo gioca in particolare Ciudadanos partner di governo del Pp e ancora più intransigente di questo nel negare qualsiasi possibilità d’intesa con gli indipendentisti. Si tratta di un movimento populista di destra (e come tale acerrimo oppositore di Podemos); di un movimento che è dato a poco meno del 30% nei sondaggi; e il cui messaggio è direttamente rivolto ai non catalani della regione “in Catalogna siete destinati ad essere le prime vittime della crisi economica, anche perchè sarete considerati cittadini di serie B, sempre passibili di emarginazione se non di espulsione. Ma se chiamate in soccorso il potere spagnolo il vostro futuro sarà garantito”. È su questa linea che il partito di Rivera sarà di gran lunga la principale formazione centralista, con i popolari dati a meno del 10%

La narrazione di Esquerra repubblicana è un po’ più sofisticata; e, magari per questo, meno penetrante. Ci si presenta ai non catalani considerandoli vittime, assieme agli autoctoni, delle politiche accentratrici e antipopolari di Madrid. scommettendo, peraltro, sulla possibilità, del tutto ipotetica, che una Catalogna indipendente possa essere protagonista di una politica di sviluppo economico nell’interesse delle due comunità.

Rimangono, a questo punto, le due formazioni che potrebbero e non solo per il loro peso elettorale, (complessivamente, sempre negli ultimi sodaggi, intorno al 25%) essere protagoniste di una possibile mediazione.

Parliamo dell’alleanza tra Podemos e vari movimenti civici che ha portato all’elezione della militante di base, Anna Colau, a sindaco di Barcellona. E che oggi si colloca decisamente fuori dalla scontro Rajoy-Puidgemont o meglio centralismo-indipendentismo; proponendo una sorta di patto nazionale che assicuri alla Catalogna le risorse, sinora negare, per una grande politica di sviluppo e di sostegno ai ceti svantaggiati. E parliamo del partito socialista che, non dimentichiamolo ha condizionato il suo sostegno alle misure del Pp all’impegno di quest’ultimo per il rilancio della politica delle autonomie.

A tutt’oggi la prima stenta a far udire la sua voce in uno scontro, almeno nei toni, frontale. Il secondo, invece, stenta ancora a pronunciarsi forse perché paralizzato da permanenti divisioni interne.

Sullo sfondo, un appuntamento elettorale oramai alle porte. Anche se la nostra stampa sembra non essersene accorta…

ELS SEGADORS

parlament catalanoCome nell’inno catalano ‘Els Segadors’ i deputati del Parlament danno un ‘colpo di falce’ per difendere la loro terra. Barcellona infatti comunica il divorzio ‘non consensuale’ da Madrid: dopo lunghi tentennamenti oggi la Catalogna dichiara l’indipendenza. Il Parlamento della Catalogna ha approvato la risoluzione sull’indipendenza dalla Spagna, con 70 voti a favore, 10 contrari e due schede bianche. I deputati del Partito popolare, del Partito socialista catalano e di Ciutatans, la sezione catalana di Ciudadanos, hanno abbandonato l’aula del Parlament prima che venisse votata la mozione dei partiti indipendentisti. Subito dopo il sì, il Parlament catalano è esploso in un boato: i deputati in piedi hanno cantato l’inno nazionale dopo che la presidente Carme Forcadell ha annunciato l’adozione della dichiarazione d’indipendenza, seguito da grida di «Visca Repubblica» (Viva la Repubblica).
Decisa dunque l’entrata in vigore della “legge di transizione giuridica e di fondazione” della Repubblica: il Parlament ha aperto il “processo costituente” della Repubblica dopo che questa mattina i due partiti autonomi catalani, Junts pel Sì e CUP, avevano depositato una proposta di risoluzione che contiene, nella parte espositiva l’impegno ad “assumere il mandato del popolo espresso nel referendum” e “dichiarare la Catalogna come Stato indipendente in forma di Repubblica”.
Il documento del blocco indipendentista raccoglie sostanzialmente la dichiarazione di indipendenza che JxSì e la Cup avevano firmato il 10 ottobre, una dichiarazione mai entrata in vigore perché Puigdemont l’aveva sospesa. Nella proposta, i punti chiave parlano senza mezzi termini di promulgare “i decreti necessari per spedire alla cittadinanza catalana la documentazione di accredito della nazionalità catalana”; stabilire “il processo per l’acquisizione della nazionalità catalana”; stabilire “un trattato di doppia nazionalità con il governo della Spagna”, dettare le disposizioni necessarie per l’adattamento, la modifica e l’applicazione del diritto locale, autonomico e statale; promuovere davanti a tutti gli Stati e le istituzioni il riconoscimento della Repubblica catalana; definire i nuovi trattati internazionali.
Da Madrid non trapela preoccupazione, il commento a caldo del premier spagnolo, Mariano Rajoy infatti è stato: “Chiedo tranquillità a tutti gli spagnoli. Lo Stato di diritto ripristinerà la legalità in Catalogna”.
Nessuna sorpresa dal Governo spagnolo, già stamattina Rajoy aveva annunciato la destituzione del presidente catalano Carles Puigdemont, il vicepresidente Oriol Junqueras e tutti i membri del Governo con i poteri straordinari che gli saranno concessi oggi dalla camera alta. Nel frattempo subito dopo l’annuncio dell’indipendenza il Senato spagnolo ha approvato l’articolo 155 come annunciato da Rajoy. Il governo spagnolo, con questa votazione, viene autorizzato a togliere l’autonomia alla Catalogna, commissariando di fatto la regione. Si riunirà in sessione ordinaria alle 17, e straordinaria alle 18, per adottare le misure previste dall’attivazione del 155. Intervenendo in Senato Rajoy ha spiegato che il suo obiettivo è quello di convocare elezioni entro sei mesi e ha poi enumerato tutto ciò che la ‘sfida indipendentista’ ha messo a rischio e illustrato l’obiettivo del governo con l’attuazione del 155. “Potevamo aver messo in moto questa iniziativa quando molti ce lo chiedevano”, ha proseguito Rajoy. “Quando è stata approvata la legge del referendum, quando è stato firmato il decreto di convocazione, ma allora non lo abbiamo fatto perché pensavamo di essere ancora in tempo. Ma non era così”.
Il premier ha detto che è stato necessario questo provvedimento “non contro la Catalogna, ma perché non si abusi della Catalogna”. Infatti non sono state poche le proteste da parte della minoranza unionista prima del voto di questo pomeriggio: il portavoce in Parlament di Ciudadanos Carlos Carrizosa ha chiesto la parola per protestare contro gli slogan pro-indipendenza, urlati dagli oltre 200 sindaci indipendentisti che si trovano nell’auditorium. Carrizosa ha chiesto anche che i gruppi indipendentisti “si attengano alle norme di convivenza minima” e non trasformino il Parlament nella “sede” dei partiti indipendentisti. Il portavoce del Ppc, Alejandro Fernandez, ha denunciato il “settarismo” della maggioranza indipendentista e allo stesso modo protestato per le urla dei sindaci.
Pedro Sanchez ha ribadito oggi che la “Spagna non tollererà la secessione della Catalogna”. Il Psoe ha provato fino all’ultimo a impedire sia che la Catalogna dichiarasse l’indipendenza portando come controparte nuove elezioni, sia che il Governo approvasse il famigerato articolo 155.
Anche oggi poco prima del voto il partito socialista ha chiesto garanzie al PP per la salvaguardia dei media locali catalani in caso di applicazione dell’art. 155. La richiesta però è stata rifiutata, sempre oggi il Psoe infine si è ‘schierato’ e ha ritirato nel Senato spagnolo un emendamento con il quale proponeva di fermare l’applicazione dell’art. 155 se il presidente catalano Carles Puigdmeont avesse convocato elezioni anticipate. L’emendamento era già stato respinto in commissione dal Pp del premier Mariano Rajoy, che ha la maggioranza assoluta nel senato.
Nel frattempo arrivano le dichiarazioni ‘contrarie’ da Usa e Unione europea: “Per l’Unione europea non cambia nulla. La Spagna resta il nostro unico interlocutore”. Scrive su Twitter il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, in merito alla dichiarazione di indipendenza della Catalogna. Tusk ha anche detto di sperare “che il governo spagnolo favorisca la forza dell’argomentazione all’argomento della forza”. Mentre in una nota del Dipartimento di stato americano si esprime l’appoggio di Washington “alle misure costituzionali del governo spagnolo per mantenere la Spagna forte e unita”.

Steven Forti: in Catalogna gioco pericoloso

Catalogna

Steven Forti risiede da diversi anni a Barcellona, è ricercatore presso l’Instituto de Història Contemporânea dell’Universidade Nova a Lisbona, ed insegna Storia contemporanea all’Universitat Autònoma di Barcellona. Si è occupato del massimalismo socialista e di Nicola Bombacci, e, tra gli altri, ha firmato insieme a Giacomo Russo Spena, un volume su Ada Colau. Scrive per diverse testate e conduce un programma in una storica radio libera barceloneta. Lo abbiamo incontrato per valutare alcuni aspetti del profondo dissidio Madrid-Barcellona.

Steven Forti, il gioco delle parti tra governo centrale spagnolo e quello catalano di Carles Puigdemont sta evolvendo nelle ultime settimane verso sviluppi imprevedibili. Una china molto seria, con l’avvio della procedura di applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola, che sarà votata venerdì in Senato, e che potrebbe portare alla sospensione più o meno integrale dell’autonomia di Barcellona. Quali le prospettive nell’immediato?
Era ovvio che il Premier Rajoy pensasse ad un’unica strada obbligata, ed arrivare ad applicare l’articolo 155. E quindi, risolversi a portare la questione in Consiglio dei Ministri era qualcosa di risaputo e non sorprendente. Lo si era capito nelle ultime settimane. Inoltre, vi è stato anche uno scambio di lettere tra governo regionale e quello centrale sulla questione che è apparso un po’ ottocentesco, dove però si lasciava intendere verso quale direzione il Presidente del Governo potesse andare.
Dal momento che il capo dell’esecutivo, Puigdemont, in due occasioni ha risposto in modo non chiaro su quello che era realmente accaduto il 10 ottobre nel Parlamento catalano, si rendeva evidente che, a quel punto, il Partido Popular al potere non poteva fare altrimenti. E questo, a causa delle posizioni su cui i due governi sono ambedue arroccati da tempo, del tutto schiavi delle loro – chiamiamole così – strategie.

Una vicenda di specchi, giochi e contromosse dove ancora non si ha chiarezza sullo sbocco finale, in cui si inseriscono due discorsi di Felipe VI, forse inevitabilmente, ma nettamente sbilanciati sulla posizione del “centro”, di Madrid.
I discorsi del Re sono molto rilevanti. E credo sia interessante tenere presenti insieme due cose: innanzitutto il recentissimo discorso del 19 ottobre in occasione della consegna dei premi Principe de Asturias, in cui il sovrano ha ribadito che la Catalogna è e sarà sempre parte della Spagna. Ciò si ricollega a quanto Felipe VI aveva affermato nell’altro discorso del 3 ottobre. Questo naturalmente rafforza il governo dei Popolari, legandoli strettamente l’uno all’altro.
Peraltro, pur essendo un esecutivo di minoranza, Rajoy ha la maggioranza assoluta al Senato. In più ha l’appoggio al cento per cento di Ciudadanos ed anche il sicuro sostegno dei Socialisti di Pedro Sánchez, per quanto vi siano alcune divergenze al loro interno su come applicare l’articolo 155. Infatti, la federazione catalana e quella delle Baleari sono molto critiche della linea della dirigenza del Psoe e vorrebbero che non ci fosse il “sì” all’articolo 155. Comunque sia, Sánchez e i socialisti su questo hanno posizioni coincidenti con i Popolari, non intendendo mettere in discussione l’unità della Spagna. Altra cosa importante: l’articolo 155 non è applicabile fino al momento del voto dell’aula del Senato di venerdì. Ma il discorso del Re, soprattutto quello del 3 ottobre, è stato importante anche per un’altra cosa: ha chiuso la strada a qualunque possibilità di intervento o mediazione internazionale. Ed ha avuto successo in questo.

Il Premier ha assunto una posizione nettamente di chiusura, una linea “spagnolista” a tutto tondo, dopo una opaca gestione della vicenda fino alle rudezze ai seggi da parte della Guardia Civil, il giorno del voto referendario. Un punto di non ritorno da parte del governo centrale che avocherà a sé tutte le competenze o Rajoy poi graduerà le opzioni – nonostante la bozza presentata sia estremamente rigida, cosa che ha spiazzato i socialisti – con una linea più soft?
Il discorso di Rajoy dell’altro giorno è stato molto duro e le conseguenze saranno serie: sebbene non si sospenderà formalmente l’autonomia catalana, salteranno le competenze locali sulla polizia, sulla tv pubblica catalana, poi si sospenderebbe il Presidente e gli assessori catalani, con l’intervento, di fatto, di una serie di commissari governativi, fino alla convocazione di nuove elezioni nella regione nel giro di sei mesi.  Il testo appena uscito è molto più pesante di quanto ci si attendesse.
Adesso c’è un margine di tempo di alcuni giorni per discutere, sebbene la bozza di mozione si collochi su una linea severa.  In Senato non ci saranno problemi: il Partido Popular ha la maggioranza assoluta e la mozione passerà senza problemi, con il sostegno aperto di Ciudadanos e socialisti, pur con i loro settori dubbiosi.

Un gioco estremamente pericoloso, dove ognuno fa le sue mosse.
Sì, tutto appare come una partita di poker, quasi una roulette russa. Il conflitto tra Barcellona e il centro madrileno si è andato intensificando moltissimo negli ultimi cinque anni e ancor di più nelle ultime settimane. Avviare la procedura dell’articolo 155 la vedo come una strategia del governo di Rajoy per obbligare il governo Puigdemont a fare comunque una mossa.
Ossia, a Madrid si vorrebbe che l’esecutivo catalano convocasse immediatamente nuove elezioni, il che vorrebbe dire convocare e svolgere legali elezioni regionali in Catalogna. Questo sarebbe come ritornare implicitamente dentro la legalità spagnola, dal momento che per convocarle ci si deve basare sulla legge nazionale spagnola, e non sulla legge approvata il mese scorso dal Parlamento catalano sul Referendum e la cosiddetta Transitorietà giuridica.
Questa ipotesi sarebbe e potrebbe essere perlomeno la soluzione per uscire da una incredibile impasse, che veramente potrebbe condurre verso il peggio. Purtroppo che accada ciò appare molto difficile: ci sono tensioni molto forti nella eterogenea compagine indipendentista, che comprende il governo di minoranza della coalizione Junts pel Sí, formato dai Democratici catalani (aderenti ai Liberali europei dell’Alde, dopo la rottura della alleanza con i democristiani e il crack di Convergencia i Unió, NdR) e da Esquerra Republicana de Catalunya, e che è appoggiato dalla Cup (il cartello anticapitalista di sinistra radicale).

Quale valutazione, invece, sulla condotta del Presidente regionale di Barcellona? Il leader ed i catalanisti pro indipendenza sono ormai prigionieri della retorica?
Bisognerà capire cosa accadrà nei prossimi giorni. Il governo catalano pare non abbia alcuna volontà di orientarsi verso nuove elezioni. Qui giocano a questa tattica suicida di azione/reazione: ossia provocare una reazione dello Stato spagnolo per poi cercare di avere un appoggio maggiore e più esteso da parte della società catalana al loro progetto.
Così come abbiamo visto il 1° ottobre, quando è sceso in strada non solo lo zoccolo duro indipendentista, o anche nella manifestazione dell’altro giorno per la libertà dei due dirigenti indipendentisti incarcerati lunedì scorso, Jordi Cuixart e Jordi Sànchez. Infatti, appoggiano queste manifestazioni persone che sono del tutto contrarie al governo del PP e, comunque gente che vuole difendere l’autonomia catalana, ma che non è direttamente pro-indipedenza.
Dunque, ripeto, il governo catalano di fatto ha una strategia suicida, dove dietro non c’è un vero progetto. Si vede che non ha chiaro né cosa fare, né come farlo. Sono degli irresponsabili.
D’alta parte il governo conservatore di Madrid sta facendo degli errori di calcolo molto gravi. La mozione è pesante, e la cosa contribuirà a far peggiorare le cose.
Tornando alla strategia del governo catalano, ci potrebbe essere la volontà – e vedremo in che termini e se poi accadrà davvero nelle prossime ore e giorni – di dichiarare unilateralmente l’indipendenza. Adesso c’è un dibattito interno, anche se non traspare chiaramente nella compagine indipendentista sul se e come farlo: con una dichiarazione in Parlamento regionale prima dell’applicazione dell’articolo 155? Con una dichiarazione istituzionale? Con un voto parlamentare? Questo scenario provocherebbe evidentemente un’altra reazione da parte del governo di Madrid, che poi alimenterebbe questo circolo improduttivo, dove le cose peggiorano sempre più.

Ormai non c’è più spazio per un recupero meditato di alcuni elementi delle miniriforme del tempo precedente all’agitazione indipendentista, per un diverso assetto statale, insieme a semplici modifiche dello Statuto regionale, non è così? La crescente spinta separatista e il nazionalismo madrileno hanno vanificato le tappe precedenti?
Sulla possibilità di avvio di una riforma istituzionale e dello Statuto, non credo vi sarà spazio in questi pochi giorni per una ipotesi che richiede dinamiche e tempi più rallentati.
Posso sbagliarmi, perché tutto cambia molto rapidamente, ma ritengo che, adesso, centrale è capire se in tutto questo ‘gioco’ il governo catalano intende muovere lui il primo passo, e dichiarare l’indipendenza e, se sì come; oppure orientarsi a convocare elezioni regionali e di che tipo, magari definendole “costituenti” o “plebiscitarie”.
Oppure dichiarando esplicitamente: “No, noi ora convochiamo elezioni costituenti perché non vogliamo essere più dentro la Costituzione e lo Stato spagnolo, ma seguiamo le leggi che abbiamo varato a settembre, le leggi di Transitorietà giuridica e di indizione del Referendum di autodeterminazione”. E peraltro sempre accettando come dati per buoni i risultati di questa consultazione. A questo punto, si vedrà che cosa farà il governo centrale e quale sarà la gradualità che deciderà di adottare nell’applicazione pratica dell’articolo 155.

La sindaca di Barcellona, Ada Colau, che proviene dai movimenti popolari dal basso, ha una posizione equilibrata e ragionevole. Quali i punti rilevanti di Barcelona en Comú e quelli di Pablo Iglesias con Podemos, peraltro sempre stabili ad un terzo posto nei sondaggi nazionali?
La Colau spinge per un vero dialogo. La sua posizione è: no al 155, no alla dichiarazione unilaterale di indipendenza; sì al dialogo reale ed ad una riforma vera e profonda del sistema spagnolo; ancora, un sì ad un referendum legale e vincolante concordato con lo Stato centrale.
La sindaca è favorevole, poi, a nuove elezioni in Catalogna ma a certe condizioni. Ha chiesto a tutti la massima calma, di cercare di ragionare politicamente. Aggiungendo che, in ogni caso, non dovranno essere elezioni convocate dallo Stato dopo l’applicazione dell’articolo 155, né portate avanti in un clima di così grande tensione. Anche Podemos è, sostanzialmente, sulla stessa linea d’onda.

Inés Arrimadas, la leader di Ciudadanos, i giovani liberal-centristi di C’s, ha ancora oggi sostenuto una alleanza trasversale antindipendentista.
Sì, la Arrimadas, in realtà, da tempo ripete la necessità di una sorta di fronte unionista, che più propriamente definirei il gruppo dei partiti non indipendentisti: PP, Psoe e Ciudadanos. Per lei, è poi molto conveniente farlo, perché il suo partito è il più forte in Catalogna, avendo più voti, e, anche se dovranno discutere, è la candidata naturale a guidarlo. Peraltro, i sondaggi di oggi la confortano: in Catalogna, con la sua linea molto dura verso i separatisti, C’s perderebbe solo qualche seggio a favore dei socialisti, mentre a livello nazionale ne guadagnerebbe molti a spese dei Popolari.

Intanto, si va precisando il calendario e si corre in direzione di un terreno inesplorato. E tutto accadrà questa settimana…
Sì, sono oramai giorni chiave per la Catalogna e la Spagna: martedì si forma la Commissione senatoriale per l’esame della proposta governativa, giovedì questa sarà votata, tra mercoledì e giovedì si vocifera della possibile apparizione del leader Puigdemont in Commissione. Il quale medita addirittura di presentarsi a in aula a Madrid venerdì, durante il voto in Senato. Giovedì peraltro, ci sarà soprattutto la incognita totale: la sessione del Parlamento di Barcellona, in cui forse si proclamerà la dichiarazione unilaterale di indipendenza.
Le ultime notizie, infine, sono che il PP nelle scorse ore, pur riconfermando di voler sottoporre alla Commissione un testo molto duro per l’applicazione dell’articolo 155, ha però lasciato una porta aperta: i Popolari potrebbero addivenire ad un 155 “light” qualora non vi fosse la dichiarazione di indipendenza e, forse, nemmeno la sua applicazione pratica. Ma solo, però, se Puigdemont decidesse di indire le nuove elezioni catalane in un quadro legale.

Roberto Pagano

Tempo scaduto: Catalogna ‘fuori legge’. Psoe con Rajoy

pui catalognaÈ scaduto il secondo ultimatum per Barcellona e dopo il lungo tergiversare del Presidente Puigdemont stavolta a prendere in mano la situazione è il Governo di Rajoy. Il consiglio dei ministri straordinario che si riunirà sabato ha deciso che approverà l’attivazione del 155 che sarà sottoposta al Senato, prima non si può perché Rajoy partecipa al vertice dell’Unione europea. A renderlo noto il portavoce Inigo Mendez de Vigo: il governo autonomo della Catalogna si è posto fuori dalla legge e dalla Costituzione e il governo centrale ripristinerà la legalità “con tutti i mezzi a sua disposizione”. Un Consiglio dei ministri straordinario sabato approverà l’attivazione del 155, che sarà sottoposta al voto del Senato, per «ristabilire l’ordine costituzionale in Catalogna».
Una decisione presa dopo l’ultima lettera di Barcellona in cui si precisa: “Se il governo dello Stato persiste nell’impedire il dialogo e continua la repressione, il Parlament della Catalogna potrà procedere, se lo ritiene opportuno, a votare la dichiarazione formale di indipendenza che non votò il 10 ottobre”. In particolare il presidente della Generalitat ha rimproverato a Madrid di non avergli accordato un incontro con Rajoy e di aver messo agli arresti due leader indipendentisti, Jordi Sanchez e Jordi Cuixart: “Nonostante tutti i nostri sforzi, e la nostra volontà di dialogo, il fatto che l’unica risposta di Madrid sia la sospensione dell’autonomia indica che non se è coscienti del problema e che non si vuole parlare”, ha scritto Puigdemont, che si era consultato fino a tarda notte con il suo partito, per averne l’avallo. Nessun cenno nella lettera alla ciambella di salvataggio offerta dal Psoe sull’indire elezioni anticipate.
Eppure il Governo ha provato in tutti i modi a fra tornare sui propri passi il il presidente catalano Puigdemont: nelle ultime ore sia Rajoy che Pedro Sánchez avevano offerto al presidente catalano una via d’uscita diversa. Se avesse accettato di convocare nuove elezioni in Catalogna, la macchina del 155 si sarebbe fermata. Proposta respinta e nuovo scenario ancora più drammatico. Ora Mariano Rajoy e il leader dei socialisti, Pedro Sánchez, si preparano, molto lentamente, a inviare al Senato la richiesta di attivare l’articolo 155 della Costituzione spagnola che non sarà rapidissima, ma che rappresenta comunque una rottura senza precedenti per l’indipendentismo catalano. Dopo il consiglio dei ministri, i vertici del Senato si riuniranno lunedì o martedì per convocare la commissione generale delle Comunità Autonome. Questo organo creerà a sua volta una commissione congiunta assieme alla commissione Costituzionale. Quest’ultimo passo avverrà su richiesta del Psoe che vuole così evitare un dibattito in sede plenaria al quale dovrebbero essere invitati a partecipare i presidenti delle comunità autonome. Il Psoe appoggia l’attivazione dell’articolo 155 in Catalogna, ma chiede che la sua applicazione sia “molto, molto limitata” e duri “il tempo più breve possibile”. Lo ha spiegato il segretario del Psoe, José Luis Abalos. “La democrazia e lo stato di diritto non possono cedere davanti a questa inammissibile minaccia”, ha aggiunto, riferendosi alla lettera mandata oggi al governo dal presidente delle Generalitat catalana, Carles Puigdemont. Il dirigente socialista ha tuttavia sottolineato che da qui al voto in Senato sull’articolo 155 tutte le porte rimangono aperte per Puigdemont. C’è ancora tempo fino alla fine del mese, prima che l’articolo 155 sia votato dal Senato di Madrid, così il presidente della Generalitat catalana ha ancora una dozzina di giorni di tempo per fare marcia indietro sull’indipendenza o convocare elezioni anticipate.

Psoe chiede elezioni anticipate in Catalogna

sanchezMancano ormai poche ore alla scadenza dell’Ultimatum di Madrid a Barcellona, ma la partita sembra ancora aperta. Il segretario del PSOE Pedro Sánchez ha dichiarato oggi a Bruxelles che se la Generalitat dovesse convocare elezioni anticipate in Catalogna si potrebbe impedire l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola. Sanchez ha poi precisato che Puigdemont ha “violato i diritti di una minoranza parlamentare” ha sospeso l’attività parlamentare e che la dichiarazione unilaterale di indipendenza non è la soluzione, “l’unica strada possibile” per Puigdemont è quella di “ristabilire la legge con le elezioni anticipate”.
“Quello che stiamo facendo in Spagna è difendere i valori democratici che definiscono il progetto europeo, che sono il rispetto della legge e anche il dialogo, ma sempre all’interno della legge”, ha detto Sanchez a una conferenza stampa al Parlamento europeo due ore prima di incontrarsi con il presidente Antonio Tajani.
Entro domani alle dieci, il presidente Puigdemont dovrà chiarire se ha proclamato o meno l’indipendenza e ripristinare la legalità. Il leader catalano ha già lasciato passare la prima scadenza di lunedì, limitandosi ad un appello al dialogo che non ha chiarito se l’indipendenza è stata proclamata o meno, ma da Madrid Rajoy è già pronto a convocare il consiglio dei ministri appena arriverà domani la risposta di Barcellona, anche se per applicare l’articolo 155 serve un voto del Senato.
Infatti il governo spagnolo si consulterà con il Psoe e con Ciudadanos prima di applicare l’articolo 155 della Costituzione, qualora la Catalogna dichiarasse davvero l’indipendenza; e vuole contare “non solo sulla maggioranza assoluta del Senato” ma su “un’ampia maggioranza del Congresso” per poter tra tutti “trovare la migliore soluzione” per la Catalogna. Sono questi i piani dell’esecutivo spagnolo, spiegati dalla vicepresidente, Soraya Sanchez de Santamaria, rispondendo al leader di Ciudadanos, Albert Rivera, nella sessione di ‘question time’ al Congresso, quando mancano ventiquattr’ore per la seconda scadenza posta al presidente della Generalitat, Carles Puigdemont. Quello che non ha fatto la vicepremier è rilevare le proposte e i termini per l’applicazione dell’art. 155, come aveva chiesto Rivera che, in ogni caso, appoggerà il governo “qualunque cosa faccia” in difesa della Costituzione, Durante il suo intervento, Rivera ha esortato l’esecutivo a recuperare l’autonomia della Catalogna che, a suo giudizio, è stata “sospesa”, perché oltre ad aver forzato la legalità con la celebrazione di un referendum bocciato dalla Corte Costituzionale, “i golpisti” hanno esautorato il Parlamento.

Catalogna: Puigdemont chiede tempo, Madrid lo gela

catalogna

La partita catalana è rinviata di 72 ore. Almeno per ora. La risposta del presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, che chiede un margine di “due mesi” per dialogare e negoziare un’uscita politica dal braccio di ferro, non soddisfa il governo spagnolo che dà alle autorità catalane altri tre giorni per chiarire definitivamente se sia stata dichiarata o meno l’indipendenza della Catalogna. Puigdemont, in una lettera inviata al primo ministro, Mariano Rajoy, ha proposto di concertare “il prima possibile” un incontro per “esplorare le prime intese”, senza pero’ di fatto rispondere alla richiesta di chiarimento sollecitata del governo di Madrid.

Puigdemont ha evitato di rispondere in forma chiara e, prima che scadesse l’ultimatum di Madrid alle 10 di questa mattina, ‘ tornato a offrire il dialogo attraverso una mediazione, cercando anche un colloquio diretto con il presidente Rajoy. Il leader catalano ha chiesto un incontro urgente con il premier e “le istituzioni e le personalità internazionali, spagnole e catalane”, che hanno invitato a sospendere il risultato referendario del primo ottobre, abbiano la possibilità di esplorare la via del negoziato e dimostrare quindi “l’impegno di ciascuna delle parti a una soluzione concordata”.

La lettera è composta di quattro pagine, anche se il testo è solo di due, e chiede anche di mettere fine alla “repressione” che, a giudizio di Puigdemont, è cominciata nei tribunali contro alcuni dirigenti del ‘Govern’ catalano, dopo gli ultime accadimenti del processo indipendentista. Ma il governo spagnolo rispedisce la proposta di Puigdemont al mittente e non considera valida, per mancanza di chiarezza, la risposta contenuta nella lettera.

Secondo il ministro degli Esteri spagnolo, Alfonso Dastis, la lettera del presidente catalano “non costituisce una risposta” alla richiesta di Rajoy. “La lettera che abbiamo visto non credo che costituisca una risposta alla richiesta”, ha detto Dastis, arrivando a Lussemburgo alla riunione del ministri degli Esteri dell’Ue. “Nessuno nega il dialogo, ma il dialogo deve farsi nella legge.

Non era difficile dire sì o no, riteniamo che Puigdemont abbia l’opportunità ancora di rettificare”, ha aggiunto la vicepresidente del governo spagnolo, Soraya Saenz de Santamaria, dalla Moncloa. “È nelle sue mani (quelle di Puigdemont) evitare che si facciano ulteriori passi”, ha ribadito la vicepremier. “La nuova scadenza è ora giovedì alle dieci di mattina”.

Il governo spagnolo aveva già indicato per la Generalitat come ultima scadenza giovedì prossimo e lo ha ripetuto oggi, tornando a chiedere a Puigdemont di chiarire se abbia dichiarato l’indipendenza. Secondo il governo e gran parte degli osservatori, dopo la scadenza dell’ultimatum di giovedì, sarà “inevitabile” l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione. In una lettera di riposta al presidente della Generalitat, Rajoy scrive che sarà proprio Puigdemont “l’unico responsabile dell’applicazione della Costituzione”.

Il portavoce della Commissione esecutiva federale del Psoe, Oscar Puente, ha definito “inammissibile” la risposta che il governatore catalano Carles Puigdemont ha dato a Madrid sull’aver dichiarato o meno l’indipendenza della Catalogna. Ha anche aggiunto che, se il governo centrale applicherà l’articolo 155 della Costituzione, Puigdemont sarà l’unico responsabile. Puente, in conferenza stampa, ha esortato Puigdemont a dialogare nella legalità e rispettando le istituzioni, segnalando che la lettera da lui inviata al premier Mariano Rajoy non è in realtà una risposta alla domanda postagli.

I pezzi sulla scacchiera dunque, sono ancora fermi alla situazione di ieri. La stampa madrilena ironizza pesantemente sulla ennesima non risposta di Puigdemont: “Un altro giorno decisivo che non era decisivo”, sferza ‘El Pais’, che accusa il presidente catalano di giocare al gatto con il topo.

Il ricorso all’articolo 155 a questo punto è “inevitabile” aggiunge il quotidiano, perché lo Stato non “può permettersi un tale squilibrio mentre Puigdemont cerca di ottenere vantaggi rivolgendosi al vittimismo della pubblica opinione e non alla Moncloa, né ai governi internazionali”.

Tra rinvii e ‘penultimatum’ la situazione resta quindi quella della vigilia, ma questa volta, secondo molti osservatori della politica spagnola, l’attivazione dell’articolo 155 da parte del governo non può più essere rimandata. In base a questa norma – mai utilizzata finora nella storia democratica della Spagna – il governo di Madrid, giovedì mattina, chiederà formalmente al presidente catalano di restaurare la legalità attraverso un documento scritto e motivato giuridicamente, che contenga una relazione su quelli che vengono considerati i comportamenti non conformi alla legge e le misure specifiche per risolvere la situazione. Il documento dovrebbe contenere anche un ulteriore margine di tempo che consenta al presidente della Generalitat di rispondere. E c’è da aspettarsi che Puigdemont si prenderà tutto il tempo necessario.

Se da parte della Comunità autonoma continua a persistere una violazione costituzionale, il governo chiederà al Senato di mettere in marcia il procedimento e la Camera alta dovrà approvare la proposta con la maggioranza assoluta. Per i giuristi spagnoli l’articolo 155 consente allo Stato centrale di assumere le funzioni di alcuni organi della Comunità autonoma, ma non permette la destituzione o lo scioglimento delle istituzioni catalane. Spetta a Madrid indicare le misure che vuole mettere in campo: potrebbe assumere ad esempio le competenze sull’ordine pubblico e la sicurezza o sul fisco, oppure sospendere i trasferimenti statali. “L’articolo 155 non implica la sospensione dell’autonomia catalana ma la restaurazione della legalità nell’autonomia”, hanno sottolineato oggi Rajoy e la sua vice. Di certo però si tratterebbe di un atto istituzionale e politico di grande rilevanza. La soluzione della crisi insomma, potrebbe essere ancora alle fasi iniziali.

Il Psoe e la legalizzazione dell’eutanasia

Pedro SanchezI socialisti spagnoli hanno in mente una proposta di legge per legalizzare l’eutanasia nel paese iberico. Secondo quanto riportato dal quotidiano El País, Pedro Sánchez e compagni starebbero per portare in Parlamento – per la prima volta nella storia – un progetto a riguardo. Per sostenerla sembra esserci già un accordo con altri partiti di sinistra, in particolare con Izquierda Unida.

Il leader del Psoe ha infatti cercato una strada che possa garantire l’approvazione della legge. Tutto passa anche attraverso la ricucita di vecchie ferite tramite il dialogo con Alberto Garzón, coordinatore generale di IU e co-portavoce della gruppo parlamentare della coalizione Unidos Podemos. Il patto raggiunto con lui dovrebbe estendersi a tutti i partiti che fanno parte della coalizione, compreso anche lo spinoso Podemos di Pablo Iglesias.

Si potrebbe in tal modo tentare di arrivare ad una maggioranza alternativa, dato che il Psoe starebbe cercando di far rientrare nell’accordo anche alcuni tra i partiti delle comunità non castigliane, che garantirebbero i numeri qualora il Partito Popolare e Ciudadanos dovessero opporsi alla proposta.

Per quanto riguarda questi ultimi c’è tuttavia ancora qualche spiraglio di dialogo. Il gruppo di Albert Rivera ha infatti già presentato una proposta di legge legata al trattamento di fine vita, volta a garantire la dignità e la volontà del paziente terminale ma escludendo l’eutanasia.

Non è tuttavia detto che il dialogo con Sánchez non possa evolversi, coinvolgendo anche Ciudadanos tra i promotori della legge.

Appare difficile al momento, ma il dibattito sull’eutanasia potrebbe porre più d’un bastone tra le ruote del governo di Rajoy. A partire dalla prima proposta di legge sul tema in un paese fortemente cattolico come la Spagna fino alle prove tecniche di coalizione da parte del resto dell’emiciclo parlamentare, la partita potrebbe avere dei risvolti piuttosto interessanti.

Giuseppe Guarino