Il reddito di cittadinanza fa litigare il governo

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Il reddito di cittadinanza fa litigare il governo impegnato nel disegnare la manovra. I due azionisti di maggioranza spingono per mettere in corsa i loro cavalli di battaglia. Magari anche solo come un titolo nell’elenco della manovra. Anche se vuoto. Ma comunque ci deve essere per dare un senso a quanto sbandierato in campagna elettorale. Ed è proprio il caso del reddito di cittadinanza che Di Maio tenta di imporre a Tria con una fretta un po’ sospetta. Un provvedimento ancora impalpabile, vuoto nei contenuti, ma che crea comunque tensione nell’esecutivo. Di Maio, dopo le proteste dell’altro (vice)premier Salvini ha cambiato il tiro affermando che il reddito di cittadinanza, sarà limitato ai soli cittadini italiani. “Noi – ha detto – abbiamo corretto la proposta di legge che avevamo presentato anni fa, nel 2014. È singolare che ritorni in auge: già nel 2016 l’abbiamo modificata. Stiamo lavorando sulla platea. È logico che la devi restringere ai cittadini italiani”, ha detto infatti il vicepremier recepento le proteste leghiste per la possibilità che il sussidio potesse finire in tasca a cittadini non italiani.

“Ormai ci siamo così convinti che la politica non fa quello che dice durante la campagna elettorale. Io non mi arrendo all’idea che quello che si è detto lo faremo”, prosegue il vicepremier su Radio1. “Inseriremo in legge di bilancio il reddito cittadinanza e la flat tax”, ha aggiunto di Maio. “Io non sono uno di quelli che promettono e dimenticano il giorno dopo” delle elezioni.

Una posizione che Tiziano Treu, presidente del Cnel e ex ministro del Lavoro, definisce inaccettabile. Non per impostazioni ideologiche ma per le regole comunitarie. Infatti secondo il diritto europeo, “è inaccettabile – afferma Treu – che una prestazione assistenziale come il reddito di cittadinanza possa essere data solo agli italiani. Lo dice il presidente del Cnel e ex ministro del Lavoro, Tiziano Treu spiegando che la Corte europea di giustizia si è pronunciata più volte su prestazioni simili ribadendo l’estensione anche agli stranieri con permesso di lungo soggiorno.

La finanziaria divide il governo

Conte CameraFervono i lavori in corso nel cantiere della Legge di Bilancio  che approderà nel Consiglio dei ministri a metà ottobre.  Il fulcro dovrebbe reggere la flat tax, il reddito di cittadinanza, e la legge Fornero. Inoltre, dovrebbe contenere la riedizione del piano Industria 4.0, la pace fiscale e il parziale riordino della giungla delle detrazioni/deduzioni fiscali. Gli interventi che potrebbero entrare nella manovra 2019 sono continuamente oggetto di diverse valutazioni che producono effetti ballerini in corso d’opera.

Nella prima manovra targata Lega e M5S dovrebbero comunque esserci almeno un avvio di flat tax, reddito di cittadinanza e riordino della Fornero, i tre cavalli di battaglia che hanno caratterizzato la campagna elettorale dei due partiti, poi inseriti nel contratto di governo. L’entità degli interventi  dipenderà tuttavia dagli spazi di bilancio che si creano nel negoziato con Bruxelles e dalle risorse della revisione della spesa.

Sul fronte della tassa piatta, per le partite Iva con ricavi fino a 65mila euro (circa 2 milioni) si dovrebbe introdurre un regime forfettario al 15% (comprende tutti i tributi, anche l’Iva) e il 20% sui ricavi tra i 65mila e i 100mila euro. Sul tavolo anche l’opzione di un taglio delle accise, la cedolare secca sulla locazione degli immobili commerciali, l’Ires al 15% per le società che reinvestono gli utili. Si ragiona anche su un taglio dell’Irpef, dal 23 all 22%, ma i commercialisti mettono in guardia contro i risultati esigui di un simile intervento: in base ai calcoli del Consiglio della categoria costerebbe intorno ai 4 miliardi con un vantaggio economico per il contribuente tra i 7 e i 12,5 euro al mese. E’ possibile comunque che la riduzione Irpef slitti al 2020.

Per finanziare il reddito di cittadinanza, servirebbero almeno 10 mld di euro, dei quali 2 mld solo per potenziare i centri per l’impiego. Ma la spesa potrebbe calare includendo in questa misura il Rei, il reddito di inclusione varato dai governi del Pd per gli indigenti e Garanzia Giovani. Per reperire altre risorse si ragionerebbe anche alla possibile abolizione della Naspi, l’assegno di protezione temporanea della disoccupazione, e resta sul tavolo l’ipotesi di cancellare il bonus da 80 euro. La posta in ballo è ghiotta visto che la misura voluta dall’ex premier Matteo Renzi libererebbe circa 9 mld di euro, ma si teme un forte contraccolpo di impopolarità, quindi è una strada che almeno in questo primo anno di bilancio si cercherà di non percorrere.

Sul fronte previdenziale si lavora a due fascicoli: la quota 100 cara alla Lega e le pensioni di cittadinanza volute dai Cinque stelle. Sul primo versante si stanno valutando i ritocchi alla Fornero riducendo l’età di ritiro dal lavoro con l’introduzione di quota 100: il vicepremier Salvini punta a 62 anni di età e 38 di contributi, mentre al Tesoro si lavora su 64 anni e 36 di contributi. La seconda misura consiste nell’allineamento graduale dell’assegno dei pensionati indigenti (in totale 4,5 milioni) a quota 780 euro mensili, valore appunto che l’Istat considera come soglia di povertà. Per avviare l’intervento si ragionerebbe sul taglio delle pensioni d’oro, quelle superiori ai 4mila euro non giustificati dai versamenti contributivi, che porterebbero però una cifra esigua, circa qualche centinaio di milioni di euro.

Nella manovra il governo dovrebbe anche disinnescare 12,5 mld di rialzi dell’Iva che scattano in automatico in caso di mancato adempimento degli impegni di bilancio.

Il governo sta studiando anche diverse declinazioni di pace fiscale: sul fronte leghista si punta ad un intervento di più ampio respiro sulla falsa riga del tombale di Tremonti del 2002, sul fronte M5S si opta per introdurre uno sconto molto vantaggioso per erodere l’enorme mole di cartelle di difficile riscossione.

Si andrebbe verso la riconferma delle decontribuzioni al 100% per le assunzioni stabili al Sud.

La nuova legge di Bilancio dovrebbe, inoltre, contenere una riedizione del piano Industria 4.0 estendono gli incentivi all’innovazione alle pmi.

Il governo giallo-verde starebbe accarezzando l’idea di sfoltire la selva delle 799 agevolazioni-detrazioni fiscali, pari nel 2016 a 313 mld di euro (l’8% del pil, percentuale che ha fatto schizzare l’Italia in cima alla classifica Ue per ‘sconti’ in relazione al prodotto interno lordo, e al secondo posto nel mondo). Capitolo altamente impopolare al quale mettere mano, nel taglio delle tax expenditures si sono già cimentati senza successo diversi governi del passato.

Su questo argomento si sta molto impegnando il ministro dell’Economia. Invece, con   riferimento alle pensioni per badanti, Giovanni Tria, nel corso di un convegno sul Mediterraneo promosso a Napoli dal CNR, ha detto: “Regolare i conti delle nostre pensioni future lucrando sulle badanti o cose di questo tipo non mi pare un approccio volto a risolvere i veri problemi. I maggiori ostacoli arrivano dall’egoismo dei paesi europei. Loro pagano contributi che non vengono riscossi dall’Inps”.

Sul condono fiscale ci sarebbe l’opposizione del M5S. In proposito, il vice premier Luigi Di Maio ha detto: “Il  Movimento 5 Stelle non è disponibile a votare nessun condono. Se stiamo parlando di pace fiscale, di saldo e stralcio siamo d’accordo, ma se parliamo di condoni non siamo d’accordo. Abbiamo già visto per anni i Governi Renzi fare scudi fiscali che hanno creato solamente deterrenti a comportarsi bene e hanno fatto sempre pensare che in questo Paese  una via d’uscita all’evasione  ci potesse essere”.

Poi, il vicepremier Di Maio ha aggiunto: “Per quanto riguarda la legge di bilancio, attualmente sotto la lente del governo, i prossimi giorni saranno decisivi e importanti, ma non di scontro, perché ognuno in questo Governo ha tanta voglia di fare bene”.

Sul reddito di cittadinanza, invece Di Maio chiarisce: “Qui  bisogna mantenere le promesse, altrimenti è inutile che stiamo al governo. Abbiamo priorità, e non solo il reddito di cittadinanza. Ci sono temi importanti che abbiamo portato avanti per una vita e che bisogna affrontare come ad esempio il taglio agli sprechi”.

Secondo il ministro: “Questa deve essere una legge di bilancio che vede il Governo con in mano un paio di forbici a tagliare tutto quello che non serve. L’ho promesso agli imprenditori e ai cittadini. Non ci dovranno essere più sprechi in questo Paese: non abbiamo interessi loschi in questa legge di bilancio. Sarà la prima legge di bilancio che metterà al centro i cittadini e che lascerà un po’ a casa quei personaggi che hanno mangiato sulla pelle degli italiani e sulle loro tasche”.

Mentre, sulle pensioni il ministro del lavoro ha precisato: “Dev’essere chiaro che  vogliamo mantenere ogni promessa, compresa quella sulla pensione di cittadinanza, precisa il ministro del Lavoro. E’ di Alberto Brambilla, esperto di previdenza vicino alla Lega, che ha bocciato in un’intervista le pensioni minime”. Su Brambilla, Di Maio ha detto : “Parla a titolo personale. Superare la Fornero significa svecchiare la pubblica amministrazione mettendo nuove energie nella macchina della Pa. Quindi la riforma delle Pensioni è al centro”.

Sull’altra questione in merito al commissario per la ricostruzione del  Ponte di Genova, invece, ha assicurato: “Stiamo lavorando, non stiamo litigando. Ci serve una persona preparata e onesta  perché questa persona agirà in deroga su tante cose quindi per quanto mi riguarda dovremo trovare una persona preparata”.

Per Alberto Brambilla, l’ipotesi di un sostegno delle aziende al vaglio del Governo in manovra, è in questi termini: “Quota cento per le pensioni, rilanciando l’opzione 62 + 38 e compensando l’aumento della platea facendo operare i fondi di solidarietà ed i fondi esubero”. Esperto di previdenza, vicino alla Lega, su questo tema si confronta con Matteo Salvini, non spesso, ma come dice, ‘almeno settimanalmente’.

Brambilla, presidente del centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali, interpellato a margine delle ‘giornate del lavoro’ della Cgil a Lecce, ha spiegato: “All’interno della maggioranza Matteo Salvini ha ipotizzato che quota cento 64 con 36 fosse riduttivo ed ha rilanciato 62 con 38. Ovviamente la platea aumenta e conseguentemente è probabile che quel completamento, che peraltro è nel programma della Lega ed era anche nel programma del Centrodestra cioè quello di far operare i fondi di solidarietà e fondi esubero, sul modello di quanto già accade con grande successo nel settore del credito e delle assicurazioni, possa essere un complemento alla riforma in modo tale da consentire quella flessibilità che si voleva reintrodurre. Questo è lo stato dell’arte: si sta lavorando sul fronte fondi di solidarietà e fondi esubero che potrebbero dare una mano a tutto il sistema”.

E’ così, ed entro questi limiti, che va inquadrata l’indiscrezione che sul tavolo del Governo ci sia la possibile soluzione di varare quota cento a 62 anni con un sostegno delle aziende? A questa domanda Brambilla ha risposto: “Si, non direttamente. Nel senso che abbiamo una ape social in questo momento, ha determinate caratteristiche, più o meno queste caratteristiche coincidono con quelle dei fondi esubero e di solidarietà di banche, assicurazioni, Poste che ormai ha finito di operare ma più o meno era quello, e quindi diventa una necessità barra una soddisfazione di obiettivi sia da parte delle aziende sia da parte delle parti sociali in generale. Quindi è una ipotesi che si sta cercando di percorrere”.

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, intervenendo alla sessantottesima sessione del Comitato Regionale per l’Europa dell’Oms, in svolgimento a Roma, ha detto: “Come da decreto è previsto che il commissario sia nominato con decreto del presidente del Consiglio entro 10 giorni dall’entrata in vigore del decreto per Genova. Alto, bello, biondo, occhi blu? Vediamo, aspettiamo ancora. Non abbiamo ancora l’identikit preciso ma sarà sicuramente colui che ci garantirà di realizzare il ponte quanto prima: ci interessa il risultato.  Vogliamo stare vicino ai nostri medici e professionisti che sono eccellenze mondiali e rimettere al centro il merito e la trasparenza: il nome di Li Bassi per l’Agenzia del farmaco è un segnale chiaro perché parliamo di uno di quei cervelli in fuga che vogliamo riportare a casa.   Lavoreremo per colmare le disuguaglianze nell’accesso al sistema sanitario e contrastare la povertà e le forme di emarginazione sociale. Misure come il reddito di cittadinanza che il governo si è impegnato a varare, potranno essere utili per reagire a questo. L’Italia è seconda in Europa per aspettativa di vita: qui si vive di più, siamo il paese della bella vita. E noi vogliamo rilanciare e preservare il sistema sanitario perché il diritto alla salute garantito a tutti resti un pilastro del nostro vivere comune. Sosteniamo l’obiettivo della copertura sanitaria universale come obiettivo dell’Oms. Il diritto a essere curati è da garantire a tutti. Questo ci impegna a lavorare intensamente e non a caso anche nel contratto di governo è puntualmente precisato che è prioritario tutelare l’attuale modello di gestione del servizio sanitario nazionale, salvaguardando lo stato di salute del Paese, con uniformità dei livelli essenziali di assistenza. Uno dei primi passi è l’adozione di un piano nazionale della cronicità e un piano nazionale della prevenzione, di portata quinquennale”.

Il ministro della salute Giulia Grillo, ha detto: “Il mio impegno è produrre interventi concreti: finora la sanità in Italia ha subito molti tagli e la mappa della salute nel nostro paese è piena di luci e ombre e le diseguaglianze sono troppe; tuttavia il nostro sistema sanitario nazionale con un modello universalistico resta un punto di riferimento per tutto il mondo”.

All’apertura della 68/ma riunione del comitato regionale dell’Oms Europa, svoltosi per la prima volta a Roma, all’avvio dei lavori, nel suo intervento, il ministro Grillo ha detto: “Il diritto alla salute è per tutti i cittadini, indipendentemente dal reddito o alla carta d’identità di provenienza. L’impegno dell’Italia a essere un soggetto attivo nelle politiche sanitarie a fianco dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: l’Ue non è un’idea astratta ma un impegno quotidiano e pragmatico”.

Nel frattempo, Matteo Salvini ha incontrato Silvio Berlusconi ad Arcore. Antonio Tajani, vice presidente di Forza Italia, ha affermato: “Non si è parlato di Rai, non c’è nessuno accordo sui nomi. A noi interessa il metodo: se il centrodestra esiste, serve un metodo diverso. Ma ieri non si è presa nessuna decisione, ci sarà un incontro anche con Meloni per un quadro complessivo. A noi interessa l’alternativa al governo M5s, lavoriamo per un governo di centrodestra che è l’unico che può risolvere i problemi degli italiani, a cominciare dalla disoccupazione giovanile che non si risolve certo col reddito di cittadinanza”.

Poi, il Presidente del Parlamento Europeo ha detto: “Sono pronto a scommettere che questo governo non durerà 5 anni. È impossibile che Lega e M5s che hanno identità diverse possano andare avanti a lungo, solo per interessi di potere. Troppo diversi, si vedono già i contrasti tutti i giorni: Tav, Tap, litigano ogni giorno. È un accordo contro natura e durerà poco.  Per questo vogliamo che la Lega torni a casa, torni ad essere parte integrante del centrodestra a livello nazionale. Perché è impossibile governare il paese con una coppia contro natura. Riemergerà il centrodestra, lo vedremo alle prossime regionali, ma serve un accordo politico complessivo sul centrodestra”. Per Tajani: “E’ impossibile che Toninelli resti al governo dopo i pasticci che ha fatto sulla vicenda del ponte Morandi crollato a Genova”.

Nonostante le dichiarazioni di facciata fatta dalle due componenti governative, di fatto sono aperti i giochi di competitività elettorale per le prossime elezioni europee. Lega e M5S continuano a fare promesse di principio ma mai ben definite nei dettagli attuativi. Nel frattempo i fatti sono silenti oppure esprimono cose poco piacevoli. Comunque è chiara la natura dicotomica del Governo Conte con tendenziale mutazione tricotomica.

Salvatore Rondello

Reddito di cittadinanza, attenzione a non fare di tutta l’erba un fascio

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Le ultime elezioni hanno avuto tra gli argomenti oggetto di confronto pubblico la possibile introduzione in Italia del reddito di cittadinanza; Nel corso del confronto, contro questa forma di reddito, sono state formulate critiche riduttive, sempre orientate a considerarla, tra l’altro, come “misura” diretta unicamente a rimuovere la “piaga” delle povertà.

A questa tendenza non sfugge una delle ultime iniziative editoriali, il cui autore, Emanuele Ranci Ortega, presidente e direttore scientifico dell’Istituto per la ricerca scientifica, nonché fondatore e direttore dell’Osservatorio nazionale sulle politiche sociali (Welforun.it), ha pubblicato il libro titolato “Contro la povertà. Analisi economica e politiche a confronto”.

Il libro costituisce un esempio paradigmatico della tendenza in atto che, facendo come si suole dire, di “tutta l’erba un fascio”, manca di cogliere le specifiche differenze esistenti tra il reddito di cittadinanza correttamente inteso e la altre ”misure” di politica sociale, finalizzate al sostegno del livello del reddito dei cittadini (o delle famiglie) che, versando in condizioni di povertà assoluta, non dispongono delle primarie risorse esistenziali.

Le finalità del libro sono rese esplicite da Tito Boeri (presidente dell’INPS), il quale, nella Prefazione, afferma esplicitamente che i pregi dell’analisi di Ranci Ortega è quello di “porre all’attenzione dell’opinione pubblica la piaga della povertà in Italia, proponendo misure sostenibili, sia sul piano finanziario che su quello amministrativo, per ridurla”, ma anche quello di indicare che, a tal fine, sarebbe sufficiente introdurre e finanziare adeguate “misure di contrasto alla povertà che selezionino i beneficiari in base unicamente al loro reddito e patrimonio”.

Le critiche formulate contro il reddito di cittadinanza, tutte caratterizzate, come si è detto, dal limite dovuto alla sua riduttiva considerazione come “misura” di politica sociale utilizzabile unicamente per contrastare la povertà, sono condivise da Ranci Ortega; questi, infatti, sulla base di considerazioni che, se possono essere valide rispetto alle ipotesi avanzate dal “Movimento 5 stelle”, non possono esserlo, però, quando il reddito di cittadinanza sia inteso correttamente e inserito in una prospettiva di politica economica volta al superamento dei limiti del welfare State, che appare largamente inidoneo a contrastare, non tanto la povertà, quanto la causa principale che la genera, ovvero la disoccupazione strutturale e irreversibile dei sistemi economici avanzati.

Ciò che stupisce dei ragionamenti di Ranci Ortega è che, pur riconoscendo la necessità di riformare in Italia il sistema assistenziale, per meglio contrastare la povertà, egli giunga a formulare una proposta che, se attuata, comporterebbe la necessità dell’esercizio di tanti controlli che avrebbero l’effetto, a causa delle complicazioni burocratiche, di vanificare qualsiasi riforma dell’attuale welfare State. Di ciò, Ranci Ortega dovrebbe avere consapevolezza, considerato che, nella sua descrizione della storia dei tentativi effettuati in Italia per ridurre la povertà, egli individua proprio nelle complicanze burocratiche e politiche i principali ostacoli che hanno concorso a ridurre in un “nulla di fatto” la maggior parte delle “misure” di volta in volta adottate.

In Italia – afferma Ranci Ortega – negli anni della crisi il reddito dei poveri si è ridotto e la disuguaglianza distributiva è cresciuta; secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), l’Italia ha registrato in quegli anni “uno dei maggiori aumenti delle disparità tra i Paesi industrializzati”. Ciò è dimostrato dal fatto che il “coefficiente di Gini” (misura, compresa tra 0 e 1, della disuguaglianza della distribuzione del reddito e della ricchezza) è aumentato, in Italia, da 0,313 nel 2007 a 0,325 nel 2014, con un incremento dell’1,20%, uno dei maggiori registrati nei Paesi aderenti all’Ocse.

In Italia, il coefficiente nel 2015 è ancora aumentato sino a raggiungere il valore di 0,331, arrivando ad un livello superiore a quello medio europeo. Sul piano territoriale, il coefficiente di disuguaglianza è risultato superiore nel Mezzogiorno (0,349), rispetto al centro (0,322), al Nord-Ovest (0,310) e al Nord-Est (0,282). Tra i Paesi europei, l’Italia è giunta ad occupare la ventunesima posizione, risultando, tra gli Stati con i più alti livelli di disuguaglianza, superata solo da Portogallo, Grecia, Spagna e alcuni Paesi dell’Est europeo. La forte disuguaglianza distributiva e la diffusa povertà sono state seguite da una diminuita crescita economica in termini di prodotto interno lordo.

Negli anni, anche in Italia, si era protratto a lungo il confronto tra chi sosteneva che una forte disuguaglianza distributiva avrebbe favorito la crescita e chi, invece, riteneva che essa l’avrebbe compromessa; molti studi e ricerche, però, hanno dimostrato che le disuguaglianze hanno un significativo effetto negativo sulla crescita a medio-lungo termine, cui si accompagna, se non vengono contrastati, un ulteriore loro aumento e una maggiore diffusione della povertà. Rispetto a tutti questi fenomeni negativi, il sistema welfarista esistente si è rivelato ampiamente inadeguato nell’affrontare le cause, sia delle disuguaglianze, che della povertà; fatti, questi, che hanno contribuito a rendere pressoché inefficaci le politiche pubbliche volte a contenere la decrescita economica.

In particolare, negli anni della crisi, l’Italia si è trovata nella condizione di non poter disporre di un sistema di sostegno del reddito delle famiglie non basato su un’unica misura di integrazione, ma su una molteplicità di parametri, via via introdotti negli anni, senza che si procedesse ad una loro ricomposizione unitaria; si è giunti così agli anni della crisi, con l’esistenza di un insieme di provvedimenti che si differenziavano per l’entità dei finanziamenti e per i requisiti richiesti per avere accesso al sostegno. Secondo Ranci Ortega, è stato solo a partire dal 2012 che si sono avuti i “primi promettenti segnali” per il riordino del sostegno a favore di chi versava in stato di povertà, aumentando la consistenza delle erogazioni e il loro collegamento a “progetti di inserimento sociale e lavorativo di chi ne beneficiava”.

L’impostazione del lavoro di riordino dei provvedimenti ereditati è stato condotto nella prospettiva dell’introduzione, su basi sperimentali, di un reddito minimo di inserimento a favore di platee di beneficiari molto contenute; il suo carattere innovativo, rispetto alle “misure” tradizionali, a parere di Ranci Ortega, ha incontrato però “molte difficoltà attuative e conseguenti slittamenti nel tempo”. Il carattere sperimentale delle iniziative intraprese è valso in ogni caso ad inaugurare un “percorso istituzionale promettente”, concretizzatosi con la costituzione di una commissione di esperti, allo scopo di definire una proposta per l’istituzione di un reddito minimo denominato “sostegno all’inclusione attiva – SIA” (all’insegna della moltiplicazione delle sigle e della confusione che contribuirà a rendere sempre più opaco il dibattito su come affrontare il problema della riforma del welfare esistente).

Con la legge di stabilità del 2016, sotto l’incalzare delle difficoltà a superare gli effetti negativi della crisi del 2007/2008 sulle condizioni di vita dei cittadini più indigenti, è stata compiuta un’ulteriore innovazione, finanziando una legge delega al governo per la “riforma delle politiche di contrasto alla povertà”, riforma che metterà capo all’approvazione definitiva del SIA. Non è bastato; nel 2017, sempre nella prospettiva dell’attuazione della legge delega di contrasto alla povertà, il SIA è stato sostituito dal REI o reddito di inclusione, adottato come “misura” unica a livello nazionale: a partire dal 2018, tutti coloro che versavano in stato di povertà hanno acquisito il diritto a ricevere un’”integrazione economica fino a una soglia prestabilita”, sotto condizione d’essere assoggettati a un “progetto di inserimento sociale e lavorativo per loro appropriato”.

Con l’apertura, all’inizio del 2018, della campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento, il problema del contrasto alla povertà ha ricevuto ulteriore attenzione da parte dei partiti, sia “per la perdurante consistenza del fenomeno e l’estendersi del rischio […], sia – afferma Ranci Ortega – per l’attenzione sollecitata dal Movimento 5 stelle con la proposta di un reddito di cittadinanza”, alla quale si sono aggiunte proposte alternative avanzate da altre formazioni politiche.

La varietà delle proposte ha indotto Ranci Ortega a dichiararsi preoccupato dal fatto che, a seconda delle maggioranze di governo che si formeranno, essa (la varietà) possa causare la messa in discussione di quanto fatto precedentemente. In particolare, ciò che sembra essere in cima alle preoccupazioni di Ranci Ortega è la proposta del “M5S” di introdurre il tanto discusso reddito di cittadinanza. Com’è noto, questa forma di reddito, correttamente intesa, prevede l’erogazione di una prestazione monetaria fissa a favore di tutti i cittadini (al limite, di tutti i residenti), indipendentemente dalla loro situazione reddituale e dalla loro volontà o possibilità di lavorare.

Prescindendo dal fatto che la proposta del “M5S” ha più i caratteri del reddito di inclusione già vigente, che quelli del reddito di cittadinanza correttamente inteso, Ranci Ortega riconosce che quest’ultima forma di reddito “garantirebbe la libertà di scelta delle persone su cosa fare nella loro vita”, eliminando ogni negativa connotazione dei destinatari per la possibilità di false dichiarazioni riguardanti il proprio reddito e semplificando “molto l’attività burocratica con conseguenti risparmi”; egli tuttavia denuncia gli eccessivi costi che l’istituzionalizzazione del reddito di cittadinanza “vero” finirebbe per comportare per le casse dello Stato. A sostegno delle sue perplessità, Ranci Ortega sa solo indicare le usuali critiche, consistenti nel ritenere il reddito di cittadinanza moralmente e politicamente non condivisibile, perché scoraggerebbe la propensione a lavorare, perché il suo finanziamento comporterebbe un eccessivo aumento della pressione tributaria e perché darebbe origine, se fosse esteso a tutti i residenti, al cosiddetto “effetto magnete”, incentivando i flussi migratori in entrata, in quanto offrirebbe “ai nuovi residenti” la possibilità di godere delle garanzia di un reddito incondizionato.

Il rimedio alle sue preoccupazione, Ranci Ortega lo rinviene nella necessità di evitare di azzerare quanto fatto sinora in Italia, per “andare oltre”; a tale fine, per sostituire o integrare l’attuale reddito di inclusione, egli formula una proposta, che stupisce per i molti “condizionamenti” cui tutte le famiglie in stato di povertà dovrebbero essere sottoposte: la forma di reddito di sostegno dovrebbe essere, secondo Ranci Ortega, un reddito minimo da corrispondere sino alla soglia della povertà assoluta, accompagnato da progetti personalizzati di promozione e di inclusione sociale; reddito minimo, eventualmente integrato, previa prova dei mezzi, da un assegno di sostegno e da servizi alle famiglie con figli minori o studenti a carico fino al 25° anno di età, o con persone non autosufficienti o invalide e così via.

Ranci Ortega è consapevole che l’istituzionalizzazione di un reddito di sostegno, quale quello da lui prospettato richieda un certo numero di anni e varie tappe per essere attuato; ma ammette che un valido contrasto alla povertà non sia possibile realizzarlo attraverso “semplici aggiunte a un sistema assistenziale […] non efficace e non efficiente”, qual è quello in vigore. Nel contempo, egli riconosce anche la possibilità di una riforma del welfare attuale, grazie a risorse reperite attraverso i risparmi realizzabili con la riduzione della complicata e complessa burocrazia oggi operante per il funzionamento del sistema di sicurezza sociale esistente.

Ma se questo è lo stato delle cose, dove stanno le ragioni dell’esistenza delle preoccupazioni causate dall’eventuale istituzionalizzazione del reddito di cittadinanza? Esse, soprattutto quelle connesse alla reperibilità delle risorse necessarie, non hanno giustificazione alcuna, considerato che queste ultime sarebbero “ricavate” dalla riforma complessiva del welfare attuale; riforma ormai ineludibile, se si considera che la piaga sociale maggiore delle società moderne avanzate non può essere rimossa orientando le politiche sociali solo ad una mitigazione della povertà assoluta.

L’azione deve essere, invece, orientata contro la causa della povertà, ovvero contro la disoccupazione, non più congiunturale, ma strutturale e irreversibile; un orientamento, questo, che può essere reso possibile solo mediante l’erogazione di un reddito di cittadinanza correttamente inteso. Questa forma di reddito, infatti, è l’unica che può consentire di rimuovere radicalmente, in termini universali e senza intermediazioni burocratiche, tutti gli aspetti negativi delle disuguaglianze personali, dotando, tra l’altro, il sistema sociale di meccanismi distributivi del prodotto nazionale conformi alle modalità di funzionamento dei moderni sistemi economici avanzati.

Gianfranco Sabattini

 

Gaffe a 5 Stelle sul reddito di cittadinanza

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Nel bel mezzo della discussione sul decreto dignità, è arriva un bello scherzetto che mette in imbarazzo i Cinque Stelle e la maggioranza di governo. Lo hanno messo a punto due deputati di Forza Italia, Nino Germanà e Stefania Prestigiacomo che hanno presentato un emendamento che in modo provocatorio introduceva il reddito di cittadinanza, ovvero lo storico cavallo di battaglia del M5S.

Si tratta di un emendamento che il Movimento aveva presentato nella scorsa legislatura e con il quale voleva appunto per introdurre il reddito di cittadinanza. Una provocazione, la definiscono i due parlamentari e un modo per mettere Di Maio e compagni di fronte alla responsabilità delle promesse sparse per anni ai quattro venti: come avrebbero fatto i deputati grillini a votare contro la loro stessa proposta? Ci ha pensato il presidente della Camera, il pentastellato Fico, che ha dichiarato l’emendamento non ammissibile in quanto “completamente estraneo per materia” alla discussione in corso. Che in verità tanto estraneo non era. Il presidente della Camera lo ha rifiutato, adducendo e ribadendo che le politiche che danno dignità sono quelle attive e indirizzate a favorire il lavoro, facendo comunqua una valutazione di merito, cosa non di competenza del Presidente. Inoltre, sembra che l’emendamento sia stato dichiarato incompatibile anche riguardo alle coperture economiche, che non sembrano essere sufficienti. Il bello però, è che le coperture indicate sono le stesse di quelle proposte tempo prima dai Cinque Stelle, e tanto è bastato per scatenare le opposizioni.

“Dopo aver illuso milioni di italiani – commenta sui social la dem Alessia Morani  – hanno ammesso la verità: non hanno i soldi per il reddito di cittadinanza” e “il ministro della disoccupazione Di Maio lo respinge”.  “Capiamo l’imbarazzo del governo davanti a questo emendamento che Fi ha presentato evidentemente a scopo provocatorio – dice Stefania Prestigiacomo – ma è inconcepibile che il ministro Di Maio disconosca un provvedimento sbandierato per 5 anni. Hanno implicitamente ammesso che il loro reddito di cittadinanza appartiene al libro dei sogni”. E Giorgiò Mulè aggiunge: “La misura simbolo della propaganda pentastellata è stata affossata proprio da chi avrebbe dovuto attuarla: il M5s è un ossimoro vivente”.

La Corte dei Conti smonta le promesse del Governo

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La Corte dei Conti ha presentato oggi il ‘Rapporto 2018 sul coordinamento della finanza pubblica’. Nel Rapporto, la magistratura contabile ritiene “auspicabile una riforma strutturale del sistema fiscale” puntando il dito contro “l’onere improprio che viene caricato sui redditi medi e medio-bassi, in particolare i contribuenti tra i 28 e i 55mila euro, che vedono al contempo il massimo balzo di aliquota legale (+11 punti) e la massima riduzione sul totale delle detrazioni (-28 punti)”.

Per la Corte dei Conti, la strada da seguire è quella di accelerare sul fronte della riduzione del debito pubblico. Nel Rapporto si legge: “E’ necessario affrettarsi a ridurre, ed in prospettiva a rimuovere, l’inevitabile pressione che un elevato debito pubblico pone sui tassi d’interesse e sulla complessiva stabilità finanziaria del Paese. Si tratta di un passo reso oggi più urgente anche proprio per le nuove proiezioni circa gli effetti di lungo periodo delle tendenze demografiche”.

Per la magistratura contabile, il triennio 2018-2020 si presenta come “un’eccezionale finestra per la riduzione del debito: il congiunto operare della ripresa dell’inflazione e del permanere del costo medio del debito su livelli particolarmente bassi, dovrebbe garantire, diversamente dal passato, un differenziale favorevole tra crescita economica e costo del debito. Di tale situazione, dunque, si dovrebbe approfittare per rendere più spedito il processo di riduzione del rapporto debito/Pil”.

La Corte dei Conti, senza citare direttamente il contenuto del ‘contratto di governo’, ha avvisato: “Per il reddito di cittadinanza servono risorse straordinarie. Appare evidente che l’obiettivo di aiutare una congrua quota di poveri assoluti (il tasso effettivo di coinvolgimento è in tutte le realtà internazionali sempre significativamente inferiore al 100%) richiederà un importante sforzo finanziario supplementare, rispetto a risorse che pure sono cresciute in misura incoraggiante”.

L’altolà della Corte dei Conti è arrivato anche sulle ulteriori revisioni della legge Fornero affermando: “Sono stretti, se non del tutto esauriti, gli spazi per ulteriori attenuazioni degli effetti correttivi della legge 214/2011, a meno di un ripensamento complessivo del sistema”. Così la magistratura contabile ha messo in guardia il legislatore: “E’ cruciale non creare debito pensionistico aggiuntivo”.

La Corte dei Conti ha fatto il seguente ragionamento: “Nei prossimi anni il bilancio pubblico sarà fortemente condizionato dall’invecchiamento della popolazione e dalle modifiche della struttura demografica. Il fenomeno potrebbe avere effetti sulla spesa per la protezione sociale (previdenza, assistenza, sanità) più acuti di quanto finora atteso. Solo nel 2017 la spesa per prestazioni sociali in denaro è cresciuta dell’1,7%. Sono cresciute dell’1,2% le prestazioni pensionistiche, del 3,4% le altre prestazioni sociali. Nelle ultime proiezioni contenute nel Def 2018, il rapporto spesa per pensioni/Pil aumenta tra i 2 e i 2,5 punti percentuali al 2040. L’effetto sul rapporto debito pubblico/Pil risulterebbe marcato; un aumento di circa 30 punti nel 2070. E’, dunque, essenziale preservare i miglioramenti di fondo che il sistema previdenziale ha realizzato in questi decenni. Dunque, ogni elemento di possibile flessibilizzazione dell’attuale sistema dovrebbe contemplare compensazioni in grado di salvaguardare la sostenibilità finanziaria di lungo periodo”.

Visto che nel Rapporto 2018 c’è ben poco di fattibile sui contenuti programmatici del governo Conte, è doveroso porsi una domanda: terrà conto il governo giallo-verde delle indicazioni della Corte dei Conti o si aprirà un altro conflitto istituzionale?

Salvatore Rondello

Approvato il Def. Nencini: “Tria più realistico di Salvini”

Giovanni Tria

Il Ministro dell’Economia Giovanni Tria

“Il ministro Tria non è Salvini: più obiettivo, più realistico nel dibattito sul Documento di Economia e Finanza. Eppure nella risoluzione giallo/verde mancano due cose: le promesse elettorali e la convinzione che lontani dall’Europa, da soli, i problemi non si risolvono, si complicano”. Questo il commento del segretario del Psi, Riccardo Nencini al Def approvato oggi dall’Aula della Camera. Il Documento di economia e finanza 2018. I voti a favore sono stati 330 quelli contrari 242. Quattro gli astenuti. Un documento in cui la maggioranza stende e ufficializza i sui desideri. Il Def non prevede numeri. Ma solo orientamenti, è più facile quindi stirlare una sorta di lista della spesa. Nella risoluzione sul Def portata in Aula dal relatore M5s, Federico d’Incà, si impegna infatti il governo “ad assumere tutte le iniziative per favorire il disinnesco delle clausole di salvaguardia inerenti l’aumento dell’aliquota Iva e delle accise su benzina e gasolio” e “a individuare misure da adottare nel 2018 nel rispetto dei saldi di bilancio”.

La risoluzione di maggioranza inoltre impegna il governo ”a riconsiderare in termini brevi il quadro di finanza pubblica, nel rispetto degli impegni europei, per quanto riguarda i saldi di bilancio del triennio 2019-2021”. L’esecutivo dovrà ”realizzare nel tempo un cambio radicale del paradigma economico” e ”sarà d’obbligo impostare in Europa un dialogo nuovo, per ottenere regole di bilancio più flessibili e spazi maggiori per le spese produttive” è scritto in un passaggio, letto da D’Incà, della risoluzione che sarà votata dell’assemblea. ”Prioritario – secondo il relatore – è il superamento della logica del fiscal compact, la cui integrazione all’interno dei trattati europei è da scongiurarsi assolutamente”.

I temi che dovranno essere affrontati con la prossima legge di bilancio sono: la lotta alla povertà, lo stimolo alle politiche attive, il superamento della legge Fornero, misure per la scuola. Tra le misure da adottare il relatore ha indicato ”un mix virtuoso di maggiori investimenti pubblici, riduzione della pressione fiscale e il sostegno ai redditi più bassi”. Va semplificato, in particolare, il rapporto tra l’Agenzia delle entrate e il contribuente e vanno abolite “misure penalizzanti per i contribuenti onesti”.

Futuri provvedimenti per estendere il reddito di cittadinanza ”restano senz’altro necessari” e occorre ”ampliare la portata” dei Bes. Infine ”occorre assumere tutte le misure per favorire il disinnesco delle clausole di salvaguardia, inerenti l’aumento dell’aliquota Iva e accise”.

In aula il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha spiegato che ”la ripresa continua ma a ritmi più contenuti rispetto al 2017”. ”L’obiettivo prioritario deve essere aumentare il tasso di crescita potenziale e chiudere il divario” con il resto dell’Europa, ha evidenziato. ”Dobbiamo accrescere la competitività e la dinamica produttiva” e la strategia per raggiungere l’obiettivo richiede di ”attuare le riforme strutturali, previste nel programma di governo, attivare lo stimolo endogeno di crescita, per non limitarci a subire passivamente gli choc, positivi e negativi, che vengono dalla congiuntura internazionale”. Quanto ai tassi di crescita per il 2019 e gli anni seguenti, previsti nel Def a legislazione vigente, ”sono ancora alla nostra portata ma richiedono un’adeguata strategia di politica economica; non corrispondono più al quadro tendenziale”. Tria ha poi spiegato che ”lo scenario tendenziale dell’indebitamento netto sarà oggetto di una seria riflessione in sede di predisposizione del quadro programmatico”.

Il Def fu varato dal vecchio governo Gentiloni-Padoan nell’aprile scorso: in mancanza di un nuovo governo l’esecutivo allora in carica per l’ordinaria amministrazione decise di varare un documento contenente solo i valori “tendenziali”, cioè in assenza di decisioni politiche. Dunque la risoluzione quest’anno acquista maggiore importanza del solito proprio perché sarà il primo test del governo in attesa della nota di aggiornamento al Def che dovrà essere presentata in settembre. Per la sola disattivazione delle clausole, si apre una partita da oltre 12 miliardi quest’anno e 19 per il 2019.

Dossier del tesoro, le incognite su Iva e flat tax

tesoro

L’agenda del neoministro dell’Economia è piena di incognite. Il professor Giovanni Tria, a via XX Settembre, dovrà confrontarsi con diversi dossier, come il Def, la flat tax, l’aumento delle aliquote Iva, il reddito di cittadinanza per chi ha perso il lavoro e le coperture per il superamento della legge Fornero.

Il primo scoglio è il Def , il documento di economia e finanza che dovrà essere votato alla Camera la prossima settimana dall’11 al 15 giugno. Per il Senato, la data sarà concordata con la presidente, Elisabetta Casellati.

Un altro dei temi caldi sul tavolo del Mef è la flat tax, (letteralmente ‘tassa piatta’), ossia un sistema fiscale non progressivo, basato su un’unica aliquota fissa. Il programma gialloverde prevede due aliquote fisse al 15 e al 20% per persone fisiche, partite IVA, imprese e famiglie che andrebbero a sostituire le cinque aliquote attuali, che vanno dal 23 al 43%. La riforma fiscale sarebbe inoltre caratterizzata da ‘un sistema di deduzioni per garantire la progressività dell’imposta, in armonia con i principi costituzionali’. Una misura che, stando a quanto affermato dal neoministro Tria su ‘Formiche.net’, potrebbe essere finanziata anche attraverso l’aumento dell’Iva.

Sul 2019 pende la spada delle clausole di salvaguardia, la cui sterilizzazione non è ancora stata scongiurata. Se dovessero scattare, oltre al conseguente aggravio per i bilanci delle famiglie e un calo dei consumi si verificherebbe un effetto depressivo sulla produzione e un peggioramento dei livelli occupazionali. Per evitare l’aumento dell’Iva  Tria dovrà trovare 12,5 miliardi di euro per il 2019 e 19,1 miliardi di euro per il 2020. Se dovessero scattare le clausole di salvaguardia, a partire dal primo gennaio 2019 l’aliquota ordinaria passerebbe dal 22 al 24,2%, mentre quella ridotta salirebbe dal 10 all’11,5%. Negli anni successivi la situazione potrebbe peggiorare, fino a portare l’Iva ordinaria al 25% nel 2021 e quella agevolata al 13% nel 2020.

Un altro dei cavalli di battaglia del programma del governo dei giallo-verdi è il superamento della legge Fornero, tramite l’introduzione della cosiddetta ‘quota 100’, ossia la possibilità per i lavoratori di andare in pensione quando la somma dell’età anagrafica e degli anni di contributi versati è pari almeno a 100. Per attuare la riforma pensionistica, 5Stelle e Lega prevedono 5 miliardi, ma secondo una stima effettuata dal presidente dell’Inps, Tito Boeri la misura avrebbe un costo, di 15 miliardi per il primo anno e di un massimo di 20 miliardi all’anno per i successivi. Secondo il ministro Tria: “Allo stato attuale, una stima del costo mi sembra ancora velleitaria se non si chiarisce il meccanismo, anche perché l’abitudine di denunciarne l’impatto cumulandone il costo per un lungo periodo di tempo non contribuisce alla chiarezza in termini di impatto che è importante quanto il lungo periodo”.

Un altro dossier con il quale dovrà confrontarsi il neoministro Tria è quello del reddito di cittadinanza, che prevede 780 euro mensili per chi ha perso il lavoro. Un parametro basato sulla scala Ocse per nuclei familiari più numerosi. Nel contratto di governo si precisa che l’erogazione del reddito di cittadinanza presuppone un impegno attivo del beneficiario che dovrà aderire alle offerte di lavoro provenienti dai centri dell’impiego (massimo tre proposte nell’arco temporale di due anni), con decadenza dal beneficio in caso di rifiuto allo svolgimento dell’attività lavorativa richiesta. Per attivare la misura, secondo il M5S, sono necessari circa 17 miliardi di euro.

Dove troverà il neoministro Tria le risorse necessarie per la realizzazione del programma accattivante del nuovo Governo? La risposta agli italiani ancora non è stata data. L’ambiziosa sfida politica dei giallo-verdi è ardua, ma non impossibile. Il programma esposto al Senato dal Presidente Conte sembra un programma votato alla giustizia sociale similarmente al socialismo liberale.

Salvatore Rondello

Governo. Lega e Cinque Stelle ci provano ancora

salvini di maio

Lega e 5 Stelle continuano a provarci. L’obiettivo è chiudere entro giovedì prossimo. Poi si passerà alle consultazioni con i cittadini: gazebo in piazza da una parte, piattaforma Rousseau dall’altra. Restano alcuni (pesanti) nodi da sciogliere per far partire il nuovo Governo. Arrivati a questo punto i due partiti vogliono sentire il parere della gente, gli umori dei cittadini, prima di formare un esecutivo. Il Capo dello Stato aspetta novità per l’inizio della prossima settimana.

Certo è che l’ottimismo iniziale sta svanendo giorno dopo giorno. Le distanze tra le parti sembrano consistenti, sia sul nome del presidente del Consiglio che sui programmi. Nessuno dei due movimenti vuole un premier tecnico, ma qualora si scegliesse un politico, i grillini chiedono a gran voce che sia Di Maio. Impossibile per la Lega che, dopo aver abbandonato Berlusconi, sarebbe politicamente schiacciata dall’iniziativa dei 5 Stelle e oggetto di critiche da parte del centrodestra.

Fratelli d’Italia è già sul piede di guerra, con Meloni infuriata per i ripetuti tentativi di Salvini di voler cercare per forza l’intesa con Di Maio a scapito degli alleati. Berlusconi, dopo la riabilitazione ricevuta dal tribunale di Milano, vuole a tutti i costi tornare in Parlamento. Il Cavaliere è convinto che con lui in campo il centrodestra possa raggiungere il 40% e quindi governare da solo. Lo ha ribadito a Salvini anche nella giornata di ieri.

Il leader del Carroccio è perplesso. Dopo le bordate contro l’Europa, oggi ha dovuto incassare la replica del commissario europeo alle Politiche Migratorie, Dimitris Avramopoulos, che non intende accettare cambiamenti di strategia sull’immigrazione. “Dall’Europa ennesima inaccettabile interferenza di non eletti. Noi abbiamo accolto e mantenuto anche troppo, ora è il momento della legalità, della sicurezza e dei respingimenti”, la controrisposta di Salvini, che alla sua maniera manda a Mattarella l’ennesimo messaggio: il Governo è ancora lontano.

In realtà Salvini conosce bene la posizione di Bruxelles. Si aspettava la replica della Commissione, così come la presa di posizione del Financial Times, che ha definito Lega e 5 Stelle “i nuovi barbari”. Piuttosto sembra che il segretario federale sia alla ricerca di un pretesto per uscire dal tunnel nel quale si è infilato per andare a votare il prima possibile. Appare improbabile, infatti, che gli sherpa giallo-verdi riescano a mettersi d’accordo su temi dirimenti per i rispettivi elettorati. Difficile che i leghisti accettino il carcere per gli evasori fiscali e il conflitto di interessi, mantenendo allo stesso tempo l’alleanza con Forza Italia. Stesso discorso vale per i pentastellati sulla legittima difesa in salsa leghista. Impossibile, poi, che l’Italia adotti nello stesso momento flat-tax e reddito di cittadinanza. Qualcuno, dunque, dovrà rivedere le proprie posizioni entro breve. Altrimenti si andrà dritti al voto.

F.G.

DISEGNO RIFORMISTA

quirinale bandiereUn nuovo vertice tra tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini segna la strada verso il nuovo governo dopo il via libera dato da Silvio Berlusconi che vede come fumo negli occhi la possibilità di un ritorno alle urne. Per ora nessuna novità: “Quando abbiamo qualcosa da dire lo diremo”, ha detto il leder della Lega dopo l’incontro rispondendo alla domanda se sia stata individuata la figura da proporre per il premier. L’accordo infatti necessità di un presidente del Consiglio che non sia né Salvini né Di Maio per i quali saranno previsti altri incarichi. Con Di Maio, ha aggiunto Salvini, ci sarà “un nuovo incontro sul programma”. Un incontro per trovare delle convergenze, dei punti comuni su cui costruire una alleanza, un patto che non sconfessi le promesse elettorale di entrambi che dovranno trovare il modo di far convivere promesse opposte e incompatibili, come il reddito di cittadinanza, flat tax e abolizione della legge Fornero.

“L’avevo pronosticato mesi fa” ha commentato il segretario del Psi Riccardo Nencini. “Un governo grigio-verde alla guida dell’Italia. Populista, sovranista, antieuropeo, di taglio bonapartista. Nessuno ci credeva. Il pensiero prevalente avanzava due obiezioni. Forza Italia avrà maggiori consensi della Lega; tra Salvini e Di Maio troppe differenze programmatiche. Si dimenticava la prova decisiva, ma unificante: un profondo sentimento antipolitico manipolato da due capi – capi, non statisti – convinti che un cambiamento radicale sia possibile, rapido, addirittura necessario, a condizione che l’Italia giochi in proprio. Benché la Lega abbia governato più volte e tuttora amministri i tre quarti del nord, Salvini si presenta agli italiani come leader antisistema, al pari di Di Maio”.

“Entrambi – ha affermato ancora Nencini – hanno fatto loro l’insegnamento di Gustave Le Bon: in campagna elettorale sparala grossa tanto il popolo dimentica. Entrambi dovranno affidarsi a ‘provvedimenti manifesto’ immediati per dimostrare che la rivoluzione è in corso. Mi chiedo dove possano reperire i fondi per rovesciare la legge Fornero, applicare la Flat tax, dare vita al reddito di cittadinanza e come intendano procedere con i 600.000 rimpatri di migranti. Erano promesse o impegni? Bilancio alla mano, attaccheranno le Camere perché rallentano la marcia trionfale e infine alzeranno il tiro sulle plutocrazie di mezzo mondo”.

Insomma per il segretario socialista “il governo grigio-verde (o giallo- verde, poco importa) avrà conseguenze di non poco conto. Intanto è il primo in Europa che somma due forme di populismo ad alto tasso antiparlamentare. Si, c’è l’Ungheria e c’è l’Austria ma il peso è un po’ diverso. Secondo. Il centro destra è a pezzi. Continuerà a governare comuni e regioni ma il mastice è destinato ad allentarsi. Già in campagna elettorale le differenze erano emerse nettamente, ora rischiano di implodere. Terzo. Prevedere mutamenti in politica estera, proprio ora che il mondo è alla ricerca di nuovi equilibri e il bilateralismo assume la forma del triangolo (Cina, Russia, Stati Uniti) con l’Europa in posizione marginale. Quarto. Non sperare, immobili, che il consolato muoia in culla. Sarebbe un errore l’Aventino e un errore ancor più grave affrontare la sfida ripetendo lo stesso schema elettorale. Il duo va incalzato dentro e fuori il Parlamento. Con una ‘Concentrazione repubblicana’ che riunisca, nella loro diversità, culture e storie che hanno reso l’Italia più libera e civile. Con una visione nuova e pionieristica dell’Europa (revisione dei trattati, federalismo, taglio sociale e umanitario). Con un disegno riformista che finalmente prenda atto che l’Italia è cambiata, che la classe operaia non è l’ultimo gradino della società, che il bisogno va combattuto e il merito valorizzato. Lo confesso – ha concluso – rileggersi Turati può essere d’aiuto”.

Il Rei meglio del reddito di cittadinanza

povertà

Per la Confindustria  il reddito di cittadinanza proposto dal M5S coprirebbe una platea più ampia rispetto al reddito di inclusione (Rei), partito a gennaio, e garantirebbe un beneficio “molto più elevato”, fino a 780 euro mensili per un single contro i 188 euro del Rei. Tuttavia, per il Centro di studi della Confindustria comporterebbe uno ‘spreco ingente’ di risorse pubbliche e rischierebbe di disincentivare la ricerca di lavoro. Secondo il CSC: “affrettarsi a sostituire uno strumento appena partito significherebbe creare incertezza e allungare i tempi di implementazione”.

Per i tecnici dell’associazione di viale dell’Astronomia: “sarebbe più opportuno darsi il tempo per condurre una seria valutazione, specie delle modalità di attivazione al lavoro, e nel frattempo indirizzare le risorse per aumentare platea e beneficio del Rei”. Il Csc ricorda che la povertà è cresciuta molto con la crisi: ci sono 1,6 milioni di famiglie in povertà assoluta per un totale di quasi 5 milioni di individui.

L’indigenza è legata a doppio filo alla bassa partecipazione al mercato del lavoro. Con l’avvio del Rei, da gennaio l’Italia si è dotata di uno strumento universale di contrasto alla povertà su scala nazionale. Tuttavia, è partito con scarsi finanziamenti (2,1 miliardi di euro nel 2018) e si stima che potrà coprire solo la metà della platea. Il reddito di cittadinanza, così come descritto nel Ddl 1148 del 2013, coprirebbe una platea ben più ampia (2,8 milioni di famiglie) e garantirebbe un beneficio fino a 780 euro mensili.

Il Centro Studi di Confindustria ha osservato: “Potrebbe però costare molto (30 miliardi di euro o più secondo varie stime, rispetto ai già elevati 17 miliardi prospettati dal M5S) e comportare uno spreco ingente di risorse pubbliche poiché verrebbe concesso anche a individui che poveri non sono. Per incentivare la partecipazione prevede solo l’obbligo di iscrizione ai centri per l’impiego, strutture che necessitano di una profonda e costosa riforma per poter garantire risultati apprezzabili nel facilitare l’avviamento al lavoro”.

Dunque, sembra che neanche la Confindustria gradisca la politica del M5S.

Salvatore Rondello