Pd, si è rotto il patto di via Barberini

barberiniVia Barberini, scissione, atto uno. Il 15 febbraio Michele Emiliano, Enrico Rossi e Roberto Speranza, in un incontro riservato in via Barberini 36, gli uffici romani della regione Puglia,  innescano il processo della scissione del Pd. Il presidente della regione Puglia, il governatore della Toscana e l’ex capogruppo del Pd alla Camera pongono le basi dell’addio al Pd renziano. È il cosiddetto patto di via Barberini.

Le accuse a Matteo Renzi sono quelle ufficializzate tre giorni dopo, il 18 febbraio, nell’assemblea delle sinistre democratiche al Teatro Vittoria: la gestione leaderistica del partito; il congresso “cotto e mangiato” senza i tempi per discutere; lo spostamento delle scelte sociali ed economiche su posizioni neo centriste, dimenticando le radici di sinistra, la difesa dei lavoratori.

I “tre tenori”, come sono battezzati da un deputato della sinistra del partito, tutti e tre già in procinto di candidarsi al congresso per la segreteria in contrapposizione a Renzi, chiedono un radicale cambio di rotta al Teatro Vittoria (sul palco loro tre mentre in platea, in posizione più defilata, i veterani Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema). Il presidente della regione Puglia accusa il segretario del Pd  di “arroganza”, il governatore della regione Toscana gli rimprovera di essere espressione dell’“establishment”. L’ex capogruppo alla Camera, invece, attacca Renzi per il disegno di un congresso-plebiscito di rivincita «del capo arrabbiato che ha perso il plebiscito vero», quello del referendum costituzionale.

La replica delle accuse a Renzi c’è il 19 febbraio, il giorno dell’infuocata assemblea nazionale del Pd tenuta all’Hotel Parco dei Principi, davanti al parco di villa Borghese. I dissidenti della minoranza lasciano poco spazio ad una ricomposizione dello scontro: dal segretario arriva “un muro”: no alla trasformazione del Pd “nel PdR”, il Partito di Renzi; è possibile la nascita di “una nuova forza”.  Emiliano, però, oscilla. Alterna parole di rottura ad aperture di riconciliazione: «Non cerchiamo un capo» e «siamo a un passo dall’evitare la scissione».

Renzi si dimette da segretario e dà il via alla svolgimento del congresso su linea di contrattacco: la sinistra deve fare i conti con la realtà, no alla scissione, congresso in primavera, dialogo con le minoranza ma “niente ricatti”. Le mediazioni per evitare la spaccatura del partito tentate dai ministri Franceschini, Delrio e Orlando sembrano naufragare. Così anche gli sforzi unitari dell’ex segretario Ds Piero Fassino: «Resrate. Possiamo superare i contrasti. Le scissioni si fanno solo quando si hanno visioni diverse del mondo! ».

Via Barberini atto secondo. I tre alfieri della minoranza, insoddisfatti, si rivedono sempre il 19 febbraio negli uffici romani della regione Puglia per tirare il bilancio dell’assemblea nazionale del Pd. Emiliano, Rossi e Speranza formalizzano la levata di scudi in un bellicoso comunicato stampa comune.  Addossano il peso della rottura al segretario dimissionario: «È ormai chiaro che è Renzi ad andarsene, ad aver scelto la strada della scissione assumendo così una responsabilità gravissima». Tuttavia, dietro la durezza della nota stampa comune sembrano emergere delle divergenze. La scissione è sospesa.

Si susseguono colloqui e contatti tra renziani e minoranze e all’interno di quest’ultime. Si infittiscono le indiscrezioni sull’intenzione di Emiliano di non rompere, di restare nel Pd e di candidarsi alla segreteria in opposizione a Renzi. Lo “sceriffo”, come si è definito più volte il governatore pugliese, sembrerebbe contrario a una “cosa rossa”, una nuova formazione politica di sinistra radicale. L’incertezza è forte.

Via Barberini atto terzo. Si parla di una nuova riunione tra Emiliano, Rossi e Speranza negli uffici romani della regione Puglia. Sono frenetici gli incontri e i contatti informali. Alla fine arriva la notizia: l’ex pubblico ministero rimane del Pd e si candida alla segreteria. Parla alla direzione del Pd del 21 febbraio polemizzando duramente con Renzi: «Questa è la mia casa, nessuno mi può cacciare. Mi candido alla segreteria del Pd nonostante  l’intenzione evidente del segretario uscente di vincere  il congresso in ogni modo e con ogni mezzo…Renzi vuole il conflitto per il conflitto». Ricorda la battaglia comune con Rossi e Speranza: «Enrico e Roberto sono due persone perbene, di grande spessore umano che sono state offese e bastonate dal cocciuto rifiuto di ogni mediazione. Renzi è il più soddisfatto per ogni possibile scissione».

Speranza e Rossi, invece, non vanno alla riunione. È rotto il patto di via Barberini. Una parte della sinistra, disertando la direzione convocata nelle sede di Sant’Andrea delle Fratte, di fatto fa scattare la scissione.

Manca solo la formalizzazione dell’addio.Venerdì prossimo potrebbero nascere i gruppi parlamentari dei dissidenti al Senato e alla Camera. Ai primi di marzo potrebbe nascere il “nuovo soggetto politico” degli scissionisti. Ma c’è chi non si rassegna e spera ancora di evitare la scissione. In testa c’è Romano Prodi. L’inventore dell’Ulivo e del Partito democratico fa decine di telefonate per scongiurare la frattura: E’ “angosciato” perché «nella patologia umana c’è anche il suicidio».

Le conseguenze politiche del divorzio dei ribelli di sinistra da Renzi saranno a pioggia. Probabilmente la spaccatura del Pd farà traballare il governo Gentiloni, accentuerà la frammentazione del centrodestra allontanando Berlusconi da Salvini e incoronerà il M5S di Grillo primo partito italiano. Questi, però, sono i capitoli di un libro ancora tutto da scrivere. Gli imprevisti sono sempre in agguato.

Rodolfo Ruocco

Nel PD un dialogo tra sordi
ed i possibili rimedi

Dopo la direzione nazionale bisogna prendere atto che il PD potrà uscire fuori dal guado se indicherà la direzione di marcia e le condizioni essenziali perché sia perseguita in unità d’intenti. Viene legittimo il dubbio che con i suoi ultimatum a ripetizione la sinistra dem abbia l’intento di provocare la scissione a destra per scaricarne la responsabilità su Renzi ed accreditarsi come l’erede di quanto rimane del PD. E’ bene chiarire che è legittima aspirazione di ogni partito diventare forza maggioritaria per la sua proposta, altra cosa prefiggersi di raggiungere l’obbiettivo a colpi di sbarramenti, tipo l’8% di marca veltroniana che accelerò la caduta del governo Prodi a destra come a sinistra della composita coalizione prefigurando il taglio dei rami minori e, così facendo, decretando la fine del tronco.

Nonostante la bocciatura la vocazione maggioritaria è rispuntata anche con Renzi che avrebbe dovuto prenfere atto di un’altra lezione esemplare come l’implosione della maggioranza bulgara di Berlusconi. Ho riepilogato la storia di una direzione di marcia sbagliata per dire che la strada maestra di veri maestri come De Gasperi è quella delle coalizioni più ampie ed omogenee possibili cementate da una strategia condivisa per un obiettivo comune, che oggi prioritario e discriminante per le alleanze è restare in Europa per cambiarla dal di dentro. Questo criterio della inclusività per orientare ed aggregare altre forze esterne deve essere perseguita in primo luogo all’interno della forza politica che aspira alla guida del processo aggregativo. La prima doverosa mossa di Renzi è quella di liberare il partito dalla sensazione-tentazione di voler egemonizzare la rappresentanza, ma questo non può avvenire a trattativa privata con chi sta con un piede dentro ed uno fuori dal partito minacciando scissioni come un lassativo. Sarebbe l’inizio della disgregazione mentre la strada maestra ispirata dall’esperienza dell’Ulivo è quella di un partito aperto all’apporto della base anche fuori dal perimetro del partito estendendo le primarie a tutte le candidature specie se comprendono figure come i capolista sottratti al voto popolare, promuovendo primarie generali dei candidati in ogni collegio con il primo eletto indicato a capolista, evitando un duplicato del capolista in seconda battuta, assicurando così la pluralità degli apporti assolutamente vitale per chi si prefigge di superare la soglia del 40%.

In poche parole si tiene unito un partito facendosi carico per ogni componente del principio del “Primum vivere deinde philosophari”. Giusta la preoccupazione di chi ritiene che si moltiplicherebbe con il premio alla coalizione la frantumazione ed il ricatto delle forze minori ma il premio al partito di maggior consistenza può anche essere perseguito, incentivando l’unità di forze omogenee, escludendo dal riparto del premio le forze che non abbiano raggiunto un minimo di consenso popolare. Così come, per le candidature multiple, si evita l’arbitrarietà della scelta da parte delle oligarchie di partito risultando il candidato eletto laddove ha conseguito la percentuale maggiore. Mi fermo a queste prime indicazioni rispettose, dentro e fuori del partito, della pluralità degli apporti dentro possibili maggioranze e fuori a tutela delle minoranze prevedendo sin da ora, per favorire gli accorpamenti, che per le liste singole e non coalizzate la soglia minima sia fissata al 5% secondo il modello tedesco.

Il mito renziano del 40% e il caos seguente

renzi 7Non un miraggio ma un traguardo a portata di mano. Matteo Renzi quasi tre anni fa lavorava ad incassare il 40% dei voti nelle elezioni politiche. Riteneva che ci fossero le premesse. Il Pd nelle elezioni europee del maggio 2014 aveva ottenuto un trionfale 40,82%. Aveva seminato il M5S al 21,16% e Forza Italia al 16,83%; e così tutti gli altri avversari impigliati in livelli ancora più bassi. In questo clima Renzi, allora presidente del Consiglio e segretario del Pd, impostò l’Italicum, la  nuova legge elettorale che, tra l’altro, assegnava un premio di maggioranza al partito che avesse incassato almeno il 40% dei voti.

Però poi tutto è cambiato rapidamente: sono arrivate le disfatte. Renzi prima ha perso colpi nelle elezioni regionali del 2015, quindi è stato sconfitto nelle comunali del 2016 e infine è arrivata la batosta nel referendum del 4 dicembre scorso sulla riforma costituzionale del governo: respinta con il 59,11% di “no” contro il 40,89% di “sì”. A gennaio la Corte costituzionale ha bocciato alcuni punti dell’Italicum, ma non il premio di maggioranza di seggi al partito più forte, con almeno il 40% dei consensi.

Così non svanisce, resta, anzi si rafforza il mito del 40%. Renzi, con l’obiettivo del voto anticipato in tempi rapidi, prima della fine naturale della legislatura all’inizio del 2018, ne ha parlato più volte dopo la sconfitta al referendum col 40% di sì: «Ripartiamo da qui». Ha indicato degli esempi storici: «Il Pd ha preso il 40,8% alle Europee, miglior risultato di un partito politico in Italia dalla Dc del 1959. Sono convinto che se il 4 dicembre si fosse votato per i partiti, saremmo risultati nettamente primi». È scoppiata una rissa. La tesi è stata contestata sia dalle minoranze del Pd sul piede di guerra contro Renzi sia dalle opposizioni dei cinquestelle, del centrodestra, di Sinistra italiana. Tuttavia l’ex presidente del Consiglio insiste, nonostante i venti di scissione che soffiano nelle sinistre del partito.

Il 40%, però, è una cifra che affascina un po’ tutti. Giuliano Pisapia, impegnato per dare vita al Campo Progressista, ritiene che sia un traguardo possibile per un centrosinistra rinnovato ed unito. L’ex sindaco di Milano ha lanciato un preciso messaggio a Renzi invitandolo a mettere da parte la linea dell’autosufficienza: «Penso che l’alleanza tra il Pd, noi, le liste civiche, gli ecologisti possa arrivare al 40%».

Il 40%  è un numero che ipnotizza.  Beppe Grillo ha chiesto di andare a votare subito, applicando il Legalicum, come ha battezzato il testo dell’Italicum rivisto dalla Consulta. Vede la vittoria e Palazzo Chigi a portata di mano: «La Corte costituzionale ha tolto il ballottaggio, ma ha lasciato il premio di maggioranza alla lista al 40%. Questo è il nostro obiettivo per poter governare». Tuttavia l’ascesa trionfale del M5S, dopo tante vittorie, è ostacolata dal caos nel quale naviga la giunta comunale di Roma, la metropoli guidata dalla sindaca grillina Virginia Raggi. È un caos pagato con la discesa dei cinquestelle nei sondaggi elettorali.

Anche Giorgia Meloni, alleata della Lega Nord di Matteo Salvini, ha chiesto immediate elezioni per portare un centrodestra unito al traguardo del 40%. La presidente di Fratelli d’Italia è fiduciosa sulla riunificazione del centrodestra:«Chiederemo agli italiani di darci il 40% per ottenere la maggioranza in Parlamento».

Silvio Berlusconi è attratto dal 40%, tuttavia esistono dei ma. Il presidente di Forza Italia un anno fa diceva: «Solo con questo vecchietto» il centrodestra unito «può raggiungere il 40%, vincere le elezioni  e governare il Paese». Non ha cambiato idea, però il centrodestra resta diviso perché “questo vecchietto” non vuol cedere a Salvini o a un leader populista la leadership. Niccolò Ghedini vede un futuro in rosa. L’avvocato di Berlusconi e senatore di Forza Italia con ‘Libero’ dà per scontata l’intesa con la Lega: «Solo Silvio può tenere insieme Salvini e Alfano. I sondaggi ci danno al 35%, con il Cav in campo arriveremo al 40%». La complicata partita del 40% è appena cominciata ed è tutta da giocare.

Rodolfo Ruocco

Ernesto Rossi, la lezione
e l’attualità di un intellettuale libero

Ernesto RossiQuesto 9 febbraio 2017, saranno passati 50 anni dalla morte di Ernesto Rossi. Persona di cui, rispetto al suo contributo per la lotta al fascismo e per la costruzione della nostra Italia libera, si sa piuttosto poco, ormai.
In questi ultimi mesi, qualche volta il suo nome ha fatto capolino nelle cronache. Soprattutto, quando l’ex premier Renzi ha deciso di tenere a Ventotene un vertice con Germania e Francia post Brexit, per tentare di far ripartire quel progetto di Europa Unita di cui Rossi, insieme a Spinelli, è uno dei principali propugnatori. Infatti, fu proprio nell’isola pontina, che vide la luce il famoso “Manifesto di Ventotene”, scritto da Ernesto Rossi e Altiero Spinelli durante il loro confino in quanto oppositori integerrimi del regime fascista di Mussolini.
Come scritto nella prefazione al testo da Eugenio Colorni, altro oppositore di Mussolini, “Si fece strada (tra noi n.d.r) […] l’idea centrale che la contraddizione essenziale, responsabile della crisi, delle guerre, delle miserie [..] è l’esistenza di stati sovrani, geograficamente, economicamente, militarmente individuali, consideranti gli altri stati come concorrenti e potenziali nemici, viventi gli uni rispetto agli altri in una situazione di perpetuo bellum omnium contra omnes”.
Ogni volta, però, che si tira fuori “dall’oblio” il nome e la figura di Ernesto Rossi, viene da chiedersi, perché utile, se il suo pensiero, le sue idee o anche il suo “metodo” siano ancora attuali e validi.
Appartenendo alla cultura liberal-socialista di questo paese, Rossi è (purtroppo per l’Italia) il componente di una sparuta minoranza. La quale se pur ha inciso molto nel progresso sociale del nostro paese, opponendosi fieramente contro la dittatura fascista non meno di altri, ha di certo scontato l’essere, numericamente, poca cosa rispetto all’egemonia culturale comunista. La quale poteva contare sull’intellettuale “organico”, di fede, al fine di realizzare il “paradiso in terra”. Il “sol dell’avvenire” doveva spuntare per forza, insomma. Al di la di ogni ragionevole dubbio.
Rossi, invece, di dubbi ne aveva molti, perché “pessimista della ragione”. Anzi, amava dire: “Siamo democratici, perché siamo pessimisti nei riguardi dei governanti”. Da anticlericale quale era, faceva corrispondere la linea che separa gli amanti della libertà dai suoi avversari, alla distinzione tra laici e chierici. Ed i chierici non stanno di certo sempre e solo in chiesa, come la storia ci ha insegnato.

Il suo essere intellettuale libero da ogni condizione partitica, in quanto il partito è un mezzo e non un fine, era distante, e in antitesi, con la figura dell’intellettuale gramsciano. Ma corrispondeva di più a quello descritto da Bobbio in un articolo sull’Avanti!, intitolato “Invito al colloquio”. In cui l’ex compagno azionista, ribadendo la superiorità della cultura politica liberal-democratica rispetto a quella delle democrazie popolari, affermava che l’intellettuale avrebbe dovuto essere “dentro” i contrasti della società, per capirne le ragioni. Perché la politica della cultura doveva essere una forza completamente autonoma nell’ambito sociale. Era la libertà che doveva caratterizzarla, non l’appartenenza. In questo modo apparivano una contraddizione negativa il partito “degli intellettuali” e la figura dell’intellettuale di partito, rispetto ad un intellettuale “mediatore”, attrezzato con l’arma del dubbio e, così, capace di libera critica.
Rossi fu soprattutto questo, un intellettuale libero. Il quale non si fermò alla “cattedra”, ma partecipò in prima persona agli eventi più devastanti della nostra storia. Come la Prima Guerra Mondiale, a cui prese parte nello spirito dell’interventismo democratico, appoggiato anche dal suo maestro Gaetano Salvemini; al quale riconosceva il fatto di averlo salvato, appena finita la guerra, quando ha un momento di incertezza. Incertezza con cui, per stessa ammissione di Rossi, “sarei facilmente sdrucciolato nei Fasci di combattimento”.
Si oppose strenuamente alla dittatura fascista, pagandone in prima persona con anni di prigionia e confino.

Aderì e militò in partiti, come il Partito D’Azione e quello Partito Radicale.
Lavorò, giovanissimo, subito dopo la Grande Guerra, presso l’ANIMI, Associazione Nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia, dove conobbe la situazione di tremenda arretratezza del Sud del paese. E si impegnò sia per aiutare i migranti italiani a partire verso terre che potevano dargli un futuro, sia per il miglioramento del sistema scolastico.
Fu manager pubblico come responsabile dell’ARAR (Azienda Rilievo Alienazione Residuati) fino al 1958. Sottosegretario alla ricostruzione del primo governo Parri. E opinionista, sempre scomodo e anticonformista. Analizzando ogni aspetto politico, sociale ed economico che sia, con metodo analitico, e con linguaggio antiretorico.
Come messo in evidenza da Walter Vecellio durante un convegno di qualche anno fa, “dell’Ernesto Rossi giovane, quello dell’antifascismo, per intenderci, bene o male qualcosa si sa, si può sapere. Ma dell’Ernesto Rossi del dopoguerra; delle splendide campagne condotte attraverso le colonne del settimanale ‘Il Mondo’; delle lotte antiregime e antimnopoli; per questo Ernesto Rossi il discorso è diverso”. In fondo, “era il grande accusatore degli abusi e dei privilegi di regime, nonché della politica parolaia delle opposizioni”.
Eppure, al di là del nostro giudizio sull’opera e il pensiero complessivo di Rossi, qualche domanda sulla sua attualità, come sulla bontà di alcune sue battaglie, andrebbe posta. Soprattutto, anche alla luce della situazione econimico-sociale che viviamo. La quale, se da più parti viene descritta come il portato di anni di mala gestione, risulterebbe ancora più importante indagare su chi certe pratiche le ha sempre stigmatizzate. O, anche, riflettere sul modo in cui Rossi è stato effettivamente l’incarnazione del “Quarto Potere”; il cane da guardia e il pungolo del potere, rincorso e rintuzzato attraverso un’opera instancabile di ricerca e studio.
E pur se oggi il suo strenuo anticlericalismo potrebbe risultare troppo legato ad un mondo ormai radicalmente cambiato e secolarizzato, di certo il concetto di “laicità dello stato”, nel nostro paese, non è sempre un fatto acquisito. Perché, usando le parole di Rossi: “Non penso sia mio compito insegnare ai preti a fare il loro mestiere. I preti, purtroppo, sanno fare benissimo il loro mestiere: siamo noi liberali che non sappiamo fare il nostro”.

Con un sistema dell’8 per mille piuttosto “sbilanciato”, e reso opaco da una cattiva informazione. Il problema delle tasse sui presunti luoghi di culto, ma che svolgono, in effetti un’attività commerciale come le altre, e le pressioni esercitate (con successo) nel caso, per esempio, del referendum sulla legge 30, senza contare la difficoltà di approvare leggi su fine vita e testamento biologico, stanno lì a testimoniare che non tutto è al posto giusto nei rapporti tra Vaticano e Stato italiano.
Come trova ancora effettivo riscontro nelle, purtroppo, non esaltanti cronache provenienti dallo stato di salute dell’Unione Europea, il richiamo di Rossi al pericolo insito in ogni nazionalismo. In un contesto dove, oggi, si rinfocola un sovranismo, che ha echi davvero oscuri e populisti. Alla vigilia, tra l’altro, di un anno elettorale che appare essere decisivo per le sorti dell’UE, già menomata, e non poco, dalla Brexit.

Convinto della superiorità del libero mercato, sistema che definiva “individualistico”, non si è mai chiuso in posizioni ideologiche. Tanto da polemizzare con una delle persone che stimava di più: Luigi Einaudi. Nei confronti del quale dice che:” Continuamente Einaudi ragiona come se la libera concorrenza portasse al massimo la produttività di tutti i fattori della produzione e distribuisse automaticamente il prodotto nel modo più corrispondente agl’interessi di tutti i componenti della collettività. Einaudi sa bene che a questa conclusione si arriva solo assumendo come dato di fatto una certa distribuzione della ricchezza e che, quando si passa dalla teoria astratta alla realtà concreta, tutto il castello cade non appena si osserva la differenza fra opportunità che si prospettano alla scelta dei vari individui. Einaudi sa benissimo tutto ciò […] ma non lo tiene mai in evidenza”.
Pur non essendo un keynesiano, anche perché Keynes, in qualche caso, aveva anche elogiato le spese improduttive, purché diminuissero la disoccupazione (costruire, alla bisogna piramidi era meglio di nulla, ha scritto l’economista britannico, pur dopo pentendosene), Rossi fu favorevole alla nazionalizzazione dell’industria elettrica (il suo “chiodo fisso”). Ritenendo necessario lo smantellamento di alcuni centri di potere pericolosi nei confronti delle istituzioni democratiche.
Non riteneva, che il capitalismo, di per se, “fosse una pecora da tosare”, così come sostenuto in seguito da Olalf Palme. Però, riconosceva l’esigenza del fatto che anche il “liberismo richiede la pianificazione”. Perché “nessuna persona di buon senso può pensare seriamente che dal caos degli impulsi individuali nasca spontaneamente un cosmo di ordine sociale. L’economia di mercato dà risultati ottimi o pessimi a seconda dell’ordinamento giuridico. […]. Non basta che il legislatore stabilisca l’oggetto e i limiti del diritto di proprietà […]. Occorre nazionalizzare i servizi pubblici che risultano troppo pericolosi in mano ai privati […]. Occorre redistribuire […] i costi della dinamica economica”.

In questi ragionamenti è insito un problema ancora (e forse ancor più rispetto agli anni ‘50) presente ai nostri giorni: ovvero, il ruolo della politica rispetto all’economia.
Rossi, attraverso la possibilità di intervento dello stato nell’economia, riconosce che il potere politico comunque mantiene una predominanza su quello economico. Perché, come detto, gli animal spirits, lasciati troppo allo stato brado, possono produrre danni, soprattutto ai più deboli; o, se si preferisce, ai più.
Ed infondo, la crisi che stiamo vivendo ci dice proprio che il modello neoliberista produce scompensi profondi, proprio per la mancanza di meccanismi regolativi. Ed ha consentito, come direbbe Rossi, “pratiche predatorie […] che consentono profitti ai privati con danno alla collettività”.

Si pone, quindi, il problema del rapporto tra politica ed economia. Perché siamo passati da una economia ancillare alla politica, durante i “Trenta Gloriosi” del dopo guerra; ad una politica “succube” del potere della finanza globalizzato. La quale, in queste condizioni, prende le sembianze di un “monopolio globale”, rispetto al quale non c’è il contraltare di un potere politico altrettanto globalizzato, o sufficientemente ampio e connesso, da regolarlo secondo logiche meno rapaci.
Era chiaro già allora all’ex giellino che “le crisi economiche hanno conseguenze particolarmente penose nel regime capitalistico, per il fatto che colpiscono in modo sperequatissimo i diversi membri della società, e per il fatto che la gravità del danno non corrisponde alla diversa responsabilità degli interessati”. E che le istituzioni democratiche sono messe in serio pericolo dalla miseria e dalla insicurezza. Tanto da sembrare un veggente rispetto al nostro tempo, affermando che:” [..] il suffragio universale si trasforma in un’arma micidiale per la stessa democrazia nei paesi in cui la miseria impedisce a gran parte della popolazione di acquisire coscienza dei propri doveri verso la collettività, e la rende facile preda dei demagoghi”. Ribadendo la necessità dello stato sociale come “premio di assicurazione verso le crisi rivoluzionarie e le dittature totalitarie”.
L’epoca in cui è vissuto Rossi è totalmente diversa dalla nostra. Le accelerate sono state imperiose, tanto da lasciar sconcertati e impreparati. Quando si parla di “miseria”, si deve tenere ben a mente che non è la stessa, a distanza di anni. Però, i problemi sembrano avere punti di contatto notevoli, nonostante il lasso di tempo che separa i contesti storici.
Ma, la risposta a tutto ciò sta ancora in quel sogno di federalismo europeo (e non solo), che ha animato i confinanti di Ventotene. E non in risposte nazionali, se non nazionalistiche, le quali appaiono oltre che velleitarie, anche miopi e pericolose.
Qualsiasi cosa si possa pensare nel merito delle idee, politiche quanto economiche, di Ernesto Rossi, su un aspetto, però, è difficile dissentire. Ovvero, che ha esercitato sempre il suo ruolo di vera “elite”, nel senso più alto del termine; assumendosene sempre la responsabilità politica e intellettuale.

Nel periodo in cui viviamo, è proprio la sensazione dell’assenza in tutti i settori di una classe dirigente, e per classe dirigente intendo, oltre ai politici, anche chi, come i giornalisti e gli uomini di cultura, sia capace di veicolare, mediare, spiegare la complessità. Senza facili inclinazioni al populismo, buono per un consenso da folla, ma non come guida e per il progresso sociale e civile di un paese.
Volendo usare le parole di Pasquale Villari, ci troviamo in un contesto in cui “la mediocrità (appare ndr) una potenza livellatrice (e) vorrebbe indurre tutti gli uomini alla sua misura, odia il genio che non comprende, detesta l’ingegno che distrugge l’armonia della sua uguaglianza”. Un motivo sufficiente per ricordare sempre la lezione di Ernesto Rossi. Che non erano “Aria Fritta”.

L’Unità… di crisi

L’Unità è in crisi. L’ennesima. E questa volta non ci sono i film in cassetta o figurine Panini, di indimenticata epoca veltroniana, ad aumentarne le vendite, almeno nel week-end. Nè, tantomeno, i soldi delle donazioni volontarie da parte delle generose sezioni del “tempo che fu” a far tirare un qualche piccolo respiro di sollievo; un refolo di vento ristoratore rispetto alla tempesta di debiti che affonda il giornale che fu di Antonio Gramsci.
Il Renzi silenzioso, intanto, si dice che sia in giro per l’Italia a cercare nuove promesse della politica, da presentare all’elettorato italiano a tempo debito. Persone che rilancino il partito dopo le non esaltanti prove referendarie. Scelte, soprattutto, tra gli amministratori locali; quelli che dovrebbero assicurare una certa visibilità acquisita col ruolo, ed essere capaci, al contempo, a tenere l’orecchio a terra per misurare i sommovimenti popolari. Rumori, a volte, sconosciuti lì, sulla cima della piramide.
Rilanciare il partito è un comandamento da assolvere con dovizia. Ma, in questo progetto, pare, non venga annoverato l’organo del PD: l’Unità, appunto.
E ad affermarlo è proprio il suo direttore attuale, Sergio Staino, chiamato da Renzi per sostituire il renziano di ferro Erasmo De Angelis. Reo, quest’ultimo, di aver diretto un’Unità, si dice, un pochino troppo appiattita sul capo, e in tremenda crisi di vendite.
Staino si lamenta dell’assenza del segretario. Di un abbandono costante del giornale da parte della dirigenza del partito. Abbandono che, delle volte, si sarebbe trasformato in chiaro ostracismo. Palpato con mano con il mancato invito alla manifestazione di Piazza San Paolo a Roma per il “si” al referendum. E rivissuto, negli stessi termini, ai tempi dell’ultima Leopolda.
Eppure le parole di Renzi erano state chiare, ed il piano politico netto. Rilancio del giornale. Ridenominazione delle poco fascinose feste “Democratiche” con il loro vecchio nome di battaglia, “Feste dell’Unità”; molto più consono a motivare le vecchie truppe volontarie. Le quali, qualche anno fa, hanno dovuto veder distribuite alle loro feste le copie del quotidiano “Europa”, al posto del loro foglio di appartenenza storico. Che, nel frattempo, era chiuso.
Il maggior azionista, Pessina, è probabile che non metterà un euro se non ci sarà una chiara linea editoriale. La quale, e non può essere altrimenti, deve avere i crismi politici; che si addicano ad un organo di partito con l’ambizione di essere un mezzo al servizio dei militanti, sia per “informazioni di servizio”, che per approfondimenti e dibattiti.
Ma tutto ciò non c’è. O, almeno, non spunta da un orizzonte da dove, di certo, si vede già minaccioso arrivare 1 di febbraio. Quando si terrà l’assemblea dei soci. La quale, se non ricapitalizza, sarà chiusura. E la decisione unilaterale di Pessina di procedere a licenziamenti (anche senza ammortizzatori sociali, pare), dà segnali sconfortanti ai dipendenti.
Oltre a Pessina, l’altro socio del giornale è la fondazione del Partito Democratico, EYU: acronimo di “Fondazione Europa, Yuodem e l’Unità”. La parte politica di questa storia, appunto. E che D’Alema ha ribattezzato, controllando forse gli organigrammi, “Fondazione Matteo Renzi”; osteggiandone fino alla fine l’entrata nella Foundation for European Progressive Studies (FEPS). Di cui il leader maximo è presidente dal 2009.
Il FEPS è una fondazione europea che, come ben descritto da Annalisa Chirico sul Foglio, mette in rete caminetti, pensatoi e organizzazioni legate al socialismo europeo. Farne parte significa accedere a rimborsi spese (finanziamenti) da utilizzare per iniziative sul territorio nazionale, elargiti dal Parlamento Europeo.
Ma D’Alema o non D’Alema, oggi la fondazione EYU fa parte di FEPS. Accedendo, così, a soldi pubblici, che in Italia non sarebbero più “abbordabili” per sovvenzionare la politica.
La situazione appare drammatica, in linea con la sofferenza generalizzata della carta stampata in Italia.
I tempi delle vacche grasse sono finiti. E per l’Unità, il cui bacino di utenza è stato irrimediabilmente eroso dalla crisi dei partiti, dalla fine delle sovvenzioni pubbliche e, in tempi non sospetti, dall’avvento del quotidiano Repubblica, appare, ormai, un ricordo in bianco e nero la capillare diffusione dell’organo di informazione che fu del PCI.
E, a quanto pare, il suo peso specifico nella campagna devastante campagna referendaria, conclusasi come sappiamo il 4 dicembre, è stato irrisorio, o difficilmente quantificabile. Fatto, forse, non passato inosservato.
Il deputato Andrea Romano, condirettore dell’Unità, afferma che il partito sta facendo tutto il possibile, richiamando i Pessina alle loro responsabilità. Perché, dice Romano, “l’Unità non è un autobus su cui si sale quando si vuole e si scende quando le cose non vanno bene […]. I giornali hanno bisogno di una compagine aziendale solida”.
Vero. Ci vogliono i soldi (che non si sa se ci sono). Ci vogliono i lettori (che, a quanto pare, invece, latitano). Ci vuole anche la parola del segretario. Anche solo per dire la parola “fine”. O: “contrordine, compagni!”.

Raffaele Tedesco

Inps, in crescita il numero dei cittadini extra Ue conosciuti in Italia

Inps
IN SALITA I PENSIONATI EXTRA UE

In crescita il numero dei cittadini extra Ue conosciuti all’Inps: il totale è pari a 2.143.337 nel 2015, dei quali 1.948.260 lavoratori, il 90,9%, in rialzo rispetto ai 1.918.594 del 2014; 81.619 pensionati, 3,8%, in salita dai 74.429 nell’anno precedente e 113.458 percettori di prestazioni a sostegno del reddito, il 5,3%, stabile rispetto ai 113.368 del 2014. E’ quanto emerge dai nuovi dati dell’Osservatorio sui cittadini extracomunitari pubblicati di recente dall’Inps. Nel 2014 il totale era 2.106.391, Tra questi il numero di coloro i quali svolgono un lavoro dipendente è pari a 1.611.059, con una retribuzione media annua di 12.068,60 euro; mentre i pensionati sono pari a 81.619 con un importo medio annuo delle prestazioni pari a 6.995,79 euro. Per lo più uomini, under 40, prediligono il Nord Italia, gli stranieri registrati all’Inps provengono in particolare da Albania (273.201), da Marocco (251.729), Cina (204.560), Ucraina (167.012), Filippine (113.565) e Moldavia (103.920). Nel complesso queste sei nazioni, totalizzano più della metà del totale degli extracomunitari conosciuti all’Inps nel 2015. Analizzando la serie storica dal 2007 al 2015, si rileva, nel complesso, una crescita degli extracomunitari fino al 2009 (+8,1% nel 2008 e +16,5% nel 2009), un arresto nel 2010 (+0,3%), una crescita più attenuata fino al 2012 (+2,5% nel 2011 e +4,6% nel 2012), una lieve flessione fino al 2014 (-1,7% nel 2013 e -0,8% nel 2014) e una lieve crescita nel 2015 (+1,8%). Se si analizzano le singole tipologie, i lavoratori presentano un andamento altalenante con variazioni negative in particolare negli anni 2013 (-3,1%) e 2014 (-1,5%), mentre i pensionati e i percettori di prestazioni a sostegno del reddito crescono in maniera sostanziale per tutto il periodo. Nell’anno 2015, si riscontra una lieve ripresa dei lavoratori (+1,5%), un incremento dei pensionati (+9,7%) e una stabilizzazione dei percettori di prestazioni a sostegno del reddito. Analizzando nel dettaglio la distribuzione degli extracomunitari per Paese di cittadinanza e tipologia di prestazione, si vede che la popolazione in cui predominano i lavoratori è la Cina, per la quale su 204.560 soggetti, il 98,9% di essi è lavoratore lo 0,7% è pensionato e lo 0,4% percepisce una prestazione a sostegno del reddito; seguono il Bangladesh (95,3% lavoratori, 0,9% pensionati, 3,7% percettori di prestazioni a sostegno del reddito) e l’India (94,8% lavoratori, 1,8% pensionati, 3,4% percettori di prestazioni a sostegno del reddito). La percentuale più alta di percettori di prestazioni a sostegno del reddito è invece totalizzata dall’Ucraina per la quale, su 167.012 soggetti, 17.475 sono percettori di prestazioni a sostegno del reddito (10,5% ), l’86,6% sono lavoratori e il 2,9% sono pensionati. Il Paese in cui sono presenti il maggior numero di pensionati, sia in termini assoluti che relativi è l’Albania, che totalizza 18.482 pensionati su un totale di 273.201 soggetti (6,8%). Analizzando il tasso di mascolinità si deduce che gli extracomunitari sono a prevalenza maschile (59,3), con differenze notevoli all’interno dei singoli Paesi di origine. Il tasso più alto è detenuto da Pakistan ed Egitto (rispettivamente 95,2 e 95,1), seguiti da Bangladesh (94,7), Senegal (88,5) e Tunisia (86,1). Al contrario Ucraina, Moldavia, Perù, Ecuador e Filippine sono Paesi in cui prevale il sesso femminile con un tasso di mascolinità rispettivamente pari a 16, a 29,4, a 38,1 , a 39,6 e a 40,1. La maggior parte degli extracomunitari si concentra tra i 30 e i 39 anni di età (31,0%), il 28,5% di essi ha un’età compresa tra i 40 e i 49 anni e il 17,9% ha meno di 30 anni. Solo il 6,3% dei soggetti ha dai 60 anni in su. Se si analizza la distribuzione territoriale, risulta che il 63,4% degli extracomunitari risiede o ha una sede di lavoro in Italia settentrionale, mentre il 23,5% si trova in Italia centrale e solo il 13,1% è nell’Italia meridionale e isole.

Istat
22.388 IMPRESE ITALIANE ALL’ESTERO

“Prosegue l’espansione all’estero delle multinazionali italiane”, secondo l’Istat, che censisce 22.388 imprese estere a controllo italiano nel 2014, 384 in più rispetto al 2013. Nel biennio 2015-2016, inoltre, il 62,4% delle principali multinazionali industriali italiane realizza o programma nuovi investimenti di controllo estero. In termini di addetti, i paesi dove è in maggiore crescita la presenza di multinazionali italiane sono Brasile (+17 mila unità in un anno), Stati Uniti (+14 mila) e Cina (+9 mila), nonostante l’aumento del costo del lavoro nel colosso asiatico di 600 euro fino a 8.500 euro l’anno. La principale motivazione per i nuovi investimenti indicata dall’82% dei gruppi italiani è la possibilità di accedere a nuovi mercati. Inoltre, vengono considerati “determinanti” altri due fattori: l’aumento della qualità o lo sviluppo di nuovi prodotti e l’accesso a nuove conoscenze o competenze tecniche specializzate.

Statali
CONTRATTO: ACCORDO QUADRO PER IL PUBBLICO IMPIEGO

E’ stato recentemente raggiunto l’accordo quadro per sbloccare la contrattazione nel pubblico impiego. Cgil, Cisl e Uil, hanno infatti firmato l’intesa con il governo. Il rinnovo contrattuale dei lavoratori statali era bloccato da sette anni. L’intesa che sblocca la contrattazione nel pubblico impiego prevede un incremento contrattuale “non inferiore a 85 euro mensili medi. Secondo quanto si legge nella bozza dell’accordo quadro appena firmato da sindacati e Governo. E’ restata quindi confermata la formula che già compariva nelle bozze precedenti. Anche il ministro Madia ha insistito su questo aspetto: “L’aumento è di 85 euro medi, abbiamo insistito sul fatto che siano medi” anche per dare “una maggiore attenzione e un maggiore sostegno ai redditi bassi, a chi ha sofferto di più la crisi e il blocco contrattuale”. Madia ha definito l’accordo “innovativo” sottolineando come si sia “ridato spazio alla contrattazione”. L’impegno finanziario per rinnovare i contratti in tutta la Pubblica Amministrazione sarà pari a 5 miliardi nel triennio 2016-18, hanno aggiunto i sindacati al termine dell’incontro. Per l’anno prossimo la cifra prevista è di 850 milioni. Del resto lo stesso premier dimissionario, Matteo Renzi, aveva annunciato che il governo era pronto a chiudere. “Chiedendo 85 euro i sindacati – ha spiegato l’ex presidente del Consiglio – hanno voluto dire che il loro aumento è più alto di quello dato dal governo Renzi e io ho detto ‘bravi'”. Poi, dopo la firma, ha postato su twitter la propria soddisfazione: “Dopo sette anni #lavoltabuona per i dipendenti pubblici. Riconoscere il merito, scommettere sulla qualità dei servizi #passodopopasso”.

Camusso: ‘Buon lavoro, aperta strada ai rinnovi’ – “Abbiamo fatto un buon lavoro, che rende possibile riaprire la stagione per i rinnovi contrattuali nel pubblico impiego”. E’ quanto ha affermato il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, commentando l’accordo appena conseguito con il governo. “l’esecutivo si è impegnato a modificare la legge Brunetta e la buona scuola” ridando spazio alla contrattazione. Inoltre, ha proseguito Camusso, “il governo si è impegnato a prorogare i contratti in scadenzi per i precari della PA”.

Barbagallo: ‘Solo un anno fa l’intesa era impensabile’ – “Un accordo così un anno fa ce lo potevamo sognare”, ha rimarcato il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo, esprimendo soddisfazione per l’intesa raggiunta con l’esecutivo sul pubblico impiego. “Per il bonus 80 euro si è trovato un salvagente – ha sottolineato – nella contrattazione sarà la scala parametrale, che sarà rivista, ad assicurarlo”.

Furlan: ‘Soddisfazione per l’intesa, aumento dignitoso’ – “Siamo soddisfatti e contenti” per l’accordo sancito sullo sblocco della contrattazione sul pubblico impiego. Lo ha dichiarato la segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan. L’aumento di 85 euro rappresenta una cifra “dignitosa” e “abbiamo stabilito che il contratto prevale sulla legge, la legge Brunetta è stata così superata”. Quindi, ha sintetizzato Furlan, “buste paga più pesanti e più qualità per il lavoro e i servizi pubblici.

Intesa statali
IL PATTO IN QUATTRO PUNTI E UNA PREMESSA

La premessa: i lavoratori sono il motore della P:A., serve un’intesa con le Regioni – I dipendenti sono “il motore del buon funzionamento” della P.A, questo l’incipit dell’intesa. E ancora, “il settore pubblico ha bisogno di una profonda innovazione”. Per cui è necessario un percorso che segni “una discontinuità con il passato”. Il governo si impegna anche “a raggiungere l’intesa con le regioni” per le modifiche normative da inserire nel Testo Unico del lavoro pubblico, uno dei decreti Madia, il cui arrivo, prima della crisi del governo, era previsto per febbraio, colpiti dalla recente sentenza della Consulta. 

– Relazioni sindacali, più potere al contratto per tutti – Il Governo si impegna a rivedere il rapporto tra legge e contrattazione, “privilegiando la fonte contrattuale” in “tutti i settori”. Non solo, l’esecutivo farà in modo che il ricorso all’atto unilaterale da parte della P.a sia limitato ai casi in cui ci sia stallo con conseguente “pregiudizio”.

– Parte normativa, spinta a produttività e welfare, premi sulle presenze – “Macro obiettivi” per migliorare i servizi. Il Governo promette di rimettere mano ai fondi per la contrattazione di secondo livello, il salario accessorio, e di promuovere anche nel pubblico “una fiscalità di vantaggio” per la produttività. Si apre anche al welfare integrativo, dai fondi pensione alla sanità. Soprattutto si parla di “misure contrattuali che incentivino più elevati tassi medi di presenza”. 

– Parte economica, 85 euro medi mensili, ridurre la forbice dei redditi – Le parti, nella contrattazione, valorizzeranno i “livelli retributivi che maggiormente hanno sofferto la crisi economica e il blocco della contrattazione”. La logica è quella della piramide rovesciata, per cui si favorisce chi ha di meno. Non a caso si parla di aumenti “non inferiori a 85 euro mensili medi” e di “riduzione della forbice” retributiva, senza “penalizzazioni indirette” per i beneficiari del bonus Irpef.

– Monitoraggio sulla riforma della P.A., osservatorio e garanzie per i precari –  Gli effetti delle novità saranno sottoposti alla vigilanza delle parti. Particolare attenzione sarà dedicata al reclutamento del personale, si punta ad eliminare il precariato. Intanto il governo “si impegna ad assicurare il rinnovo dei contratti” in scadenza.

Carlo Pareto

IL GOVERNO GENTILONI

 “Ho fatto del mio meglio per formare il nuovo Governo per aderire all’invito del presidente della Repubblica. Il Governo proseguirà nell’azione di innovazione svolta dal presidente Renzi, come si vede dalla sua struttura”. Ha detto il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, dopo aver accettato di formare il nuovo Governo. Il governo chiederà “la fiducia per rappresentare a pieno titolo l’Italia già nel consiglio Ue”. “L’Italia come fondatore e protagonista – aggiunge – si batterà in Ue per politiche migratoria comuni e politiche orientato alla crescita”. “Domani e dopodomani” il governo chiederà la fiducia alle Camere. Ha annunciato il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni.

“Il governo si metterà al lavoro immediatamente con tutte le sue forze concentrato sui problemi da risolvere nel Paese con l’ottimismo che deriva dal popolo italiano”. “Il governo – ha detto ancora – come si vede dalla sua struttura proseguirà in azione di innovazione svolta da governo Renzi e nel contempo si adopererà per facilitare il lavoro  delle diverse forze parlamentari volto a individuare nuove regole per la legge elettorale”.

La grana Verdini
La prima grana è quella di Verdini. Il leader di Ala in una nota sottoscritta anche da Enrico Zanetti afferma che non voterà la fiducia “senza rappresentanza” nella compagine governativa. “Non voteremo la fiducia a un governo – si legge – che ci pare al momento intenzionato a mantenere uno status quo, che più dignitosamente sarebbe stato comprensibile con un governo Renzi-bis”. Così Denis Verdini e Enrico Zanetti in una nota affermando che il governo “deve assicurare il giusto equilibrio tra rappresentanza e governabilità, senza rinunciare, in nome di pasticciate maggioranze, a quest’ultimo principio”. “In questi giorni abbiamo rappresentato al Presidente della Repubblica e successivamente al Presidente del Consiglio incaricato la nostra disponibilità e il nostro senso di responsabilità: siamo convinti che il Paese abbia bisogno di un governo nella pienezza delle sue funzioni, sufficientemente forte per far fronte alle immediate emergenze economiche ed internazionali legate al ruolo del nostro Paese, e alla imprescindibile necessità di una legge elettorale che, a nostro avviso, non può che essere il frutto del lavoro del Parlamento della Repubblica e che doveva e deve assicurare il giusto equilibrio tra rappresentanza e governabilità, senza rinunciare, in nome di pasticciate maggioranze, a quest’ultimo principio, affermano Verdini e Zanetti.

La lista
Al termine dell’incontro ha comunicato la lista dei ministri del suo Governo. Sono 17 i dicasteri. Rispetto al Governo Renzi si aggiungono il ministero dello Sport, affidato a Luca Lotti, e quello per il Sud, che sarà guidato da Claudio De Vincenti. Tra le novità il ruolo di Maria Elena Boschi che diventerà sottosegretario alla presidenza del Consiglio e il passaggio di Angelino Alfano al ministero degli Esteri.

Maria Elena Boschi sottosegretario alla Presidenza del Consiglio; Anna Finocchiaro ai Rapporti con il Parlamento; Angelino Alfano agli Esteri, Luca Lotti allo Sport con deleghe editoria e Cipe, Valeria Fedeli all’Istruzione; Enrico Costa va agli Affari Regionali, Claudio De Vincenti alla Coesione Territoriale e Mezzogiorno, Marco Minniti agli Interni, Andrea Orlando alla Giustizia; Roberta Pinotti alla Difesa, Pier Carlo Padoan all’Economia, Carlo Calenda allo Sviluppo Economico, Maurizio Martina all’ Agricoltura, Gianluca Galletti all’Ambiente, Graziano Delrio alle Infrastrutture, Beatrice Lorenzin alla Salute, Dario Franceschini alla Cultura e Giuliano Poletti al Lavoro.

LA FARNESINA AL QUIRINALE

gentiloniSergio Mattarella ha dato a Paolo Gentiloni l’incarico di formare il nuovo governo dopo le dimissioni di Renzi. Gentiloni, accettando con riserva, ha dichiarato: “Dalle consultazioni, è emersa l’indisponibilità delle maggiori forze delle opposizioni a condividere responsabilità in un nuovo governo. Dunque non per scelta ma per senso di responsabilità ci muoveremo nel quadro del governo e della maggioranza uscente”. Il ministro degli Esteri uscente pronuncia poche parole.
Il presidente del Consiglio incaricato intende “accompagnare e se possibile facilitare il percorso delle forze parlamentari” per definire le nuove regole elettorali. Gentiloni si dice “consapevole dell’urgenza di dare all’Italia un governo nella pienezza dei poteri, per rassicurare i cittadini e affrontare con massimo impegno e determinazione le priorità internazionali, economiche, sociali, a iniziare dalla ricostruzione delle zone colpite dal terremoto”. Nelle consultazioni, prosegue il premier incaricato, è stata registrata “l’indisponibilità delle maggiori forze di opposizioni a condividere un governo di responsabilità. Quindi non per scelta, ma per senso di responsabilità ci muoveremo nel quadro del governo e della maggioranza uscente”. Infine non dimentica l’omaggio al segretario-ex premier Renzi che si è dimesso come aveva promesso, mostrando “una coerenza che merita il rispetto di tutti”. Poi se ne va, atteso dal presidente del Senato, Pietro Grasso. Non risponde a chi gli chiede cosa significhi “il più presto possibile”, se già stasera o domani.
Rispetto ad altre situazioni i tempi per la formazione del nuovo esecutivo dovranno essere strettissimi. Come Mattarella ha sottolineato al termine delle consultazioni, il Paese “ha bisogno di un governo in tempi brevi” perché ci sono “scadenze e impegni da rispettare, sul piano interno, europeo e internazionale”. E proprio il piano europeo è quello più impellente: giovedì 15 c’è infatti il Consiglio Europeo e Mattarella vuole un governo insediato e con pieni poteri.
Nel colloquio tra il Presidente incaricato Paolo Gentiloni e il segretario del PSI Riccardo Nencini, Nencini ha confermato quanto già consegnato nelle mani del Presidente della Repubblica: un governo di scopo che consenta al Parlamento la riforma dell’Italicum e l’armonizzazione delle leggi elettorali di Camera e Senato, che adotti i decreti attuativi della legge di bilancio, che rappresenti l’Italia nei vertici internazionali.
Nencini ha sottolineato che la nuova legge elettorale dovrà essere valutata coralmente dalle Camere. Meglio scrivere le regole del gioco con una maggioranza ampia.
I decreti relativi alle fasce sociali più deboli devono avere la precedenza su ogni altro atto – ha proposto Nencini.
Un governo nel pieno delle sue funzioni è utile fin dai prossimi giorni quando nel Consiglio Europeo si discuterà il Trattato di Dublino relativo alle norme sui migranti.
“La revisione del Trattato – ha detto Nencini – è una delle priorità dell’esecutivo. È’ indispensabile che l’Unione Europea condivida le responsabilità nell’accoglienza”.

Adesso impazza il toto-nomi per il governo che ancora non c’è e che dovrà prima ottenere la fiducia del Parlamento.
Silvio Berlusconi ha bocciato le larghe intese, ma è pronto a sostenere il governo che nascerà, fino alla nuova legge elettorale, mentre il M5s continua la sua battaglia. “Non vogliamo legittimare questo governo neanche con un nostro No alla fiducia”, ha dichiarato a Skytg24 la capogruppo M5S alla Camera, Giulia Grillo.

Sì del Senato. La manovra è legge

Senato-come-governareIl Senato ha approvato a tempo di record la legge di Bilancio con 166 voti favorevoli, 70 contrari un astenuto. La manovra è dunque legge essendo già stata votata alla Camera. Il governo aveva posto la fiducia sulla manovra. L’epilogo lampo è stato chiesto dal Quirinale prima delle dimissioni del governo. Ma i tempi della crisi potrebbero non essere rapidissimi. Il ddl di bilancio porta con sé per l’anno prossimo un nuovo taglio delle tasse, dal canone Rai al disinnesco delle clausole di salvaguardia, un ricco capitolo welfare e pensioni, con l’avvio dell’Ape, e una lunga serie di bonus.

“Grazie a tutti. Evviva l’Italia”, ha annunciato il premier Renzi su Twitter. “Credo sia un’ottima legge e vi invito a vedere le slide che abbiamo preparato un mese fa all’atto dell’approvazione in Consiglio dei Ministri”, aggiunge il premier su Facebook. “Sono stati mille giorni straordinari”.

Oggi Renzi, ha definito “bella” la Legge di Bilancio 2017 e ha rivendicato i provvedimenti del Governo fatti in questi mille giorni a cominciare dagli 80 euro. Poi l’abbassamento delle tasse a cominciare dall’Imu, alle tasse agricole, dall’Irap, all’Ires; i diritti civili; il sociale, il dopo di noi, l’autismo, la cooperazione internazionale, lo spreco alimentare, la sicurezza stradale. La lista è lunga.

Il voto elettronico sul provvedimento ha concluso l’esame lampo del Senato dove il testo è stato dunque ‘congelato’ nella versione di Montecitorio dopo l’apertura della crisi politica conseguente all’esito del referendum, che ha bocciato le riforme costituzionali. Complessivamente l’esame da parte di Palazzo Madama è durato poco più di 24 ore, con i lavori della commissione Bilancio che sono iniziati ieri alle 11 e terminati alle 23 senza il mandato al relatore e un’unica seduta dell’Aula iniziata stamattina alle 9.30.

Referendum, Renzi: “Non perdere l’occasione”

schede_referendumUltimi giorni di campagna elettorale. Mai un referendum è stato così sentito e al centro dell’attenzione politica del paese. Il premier ha partecipato oggi a un forum al Messaggero: “Per come il costituente ha scritto la costituzione la riforma è di tutti nel momento in cui passa con il 50 per cento più uno, è più che sufficiente. Poi, secondo me, voterà un sacco di gente”. “Gli indecisi stanno decidendo adesso”. “Un cittadino che – dice il premier – non mi vuole bene o che ha un elemento di antipatia personale, quando va in cabina è un cittadino dotato di intelligenza e valutazioni personali e quindi deciderà sulla base di valutazioni personali. Io chiedo solo di entrare in cabina pensando che questa occasione poi non ripassa. I governi passano, le riforme non ripassano”.

Per Renzi “bisogna guardare al merito del quesito e sono convinto che tanti elettori di Lega e M5s lo faranno. Ed è il motivo per cui sono profondamente ottimista”. “Gli italiani votino – ha aggiunto il premier –  la questione dello spread e dei mercati è secondaria. Invito tutti i cittadini a concentrarsi sul quesito non su questioni esterne, non immaginando spread e dintorni. Talvolta anche chi vota sì fa campagna sugli effetti psicologici del voto negativo ma gli italiani sono persone sagge sanno votare con il cervello e con il cuore”.

E sul dopo referendum ha aggiunto: “Quello che accadrà dopo lo vedremo dopo”. “Non è che il governo tecnico funzioni meglio di un governo politico. Facciamo scegliere gli italiani in libertà”.  E sulle dimissioni in casa della vittoria del No ha detto: “Tutte le volte mi fanno questa domanda e poi mi dicono che sto  personalizzando i referendum: quindi o parliamo di me o parliamo del referendum”.

Sul tema è intervenuto anche il ministro Franceschini. “Se è vero che il referendum non è sul governo, ma sulla costituzione – ha detto –  credo che il governo dovrebbe continuare il suo cammino fino a scadenza naturale”. “Tutto questo, naturalmente, incassando una sconfitta politica, perché di questo si tratterebbe: il presidente del consiglio ha messo tutto sulle riforme e Napolitano prese a schiaffi le Camere” su questo tema. “Il governo Letta, prima, e quello Renzi, poi, sono nati per fare le riforme”, ha aggiunto Franceschini.

A sostegno del Sì al referendum, anche il Ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble che ha augurato “successo” al premier italiano. “Renzi fa una riforma costituzionale, o tenta di farla, e devo dire che ho un grande rispetto” per questo, ha detto Schaeuble.