La gara disperata nel moribondo Pd

congresso pd

Ha perso tutto, tutto quello che poteva perdere l’ha perso. Pd la gara disperata. Negli ultimi tre anni il Pd ha perso il referendum costituzionale e le elezioni comunali, regionali e politiche. Nel voto politico del 4 marzo, in particolare, è precipitato ad appena il 18% dei consensi (dal 33% del 2008, il 25% del 2013 e il 40,8% del 2014). Da forza egemone del centro-sinistra e del governo è stato messo all’opposizione dalla Lega e dal M5S, gli avversari populisti.

Adesso il partito, a nove mesi dal disastro delle elezioni politiche, appena ha provato a rialzare la testa convocando il congresso nazionale è rimpiombato nel caos: Marco Minniti, uno dei sette candidati a segretario, molto quotato a vincere la sfida, si è fatto da parte. L’ex ministro dell’Interno si è improvvisamente ritirato dalla corsa lasciando campo libero a Nicola Zingaretti, ora super favorito.

Minniti ha gettato la spugna perché, a sorpresa, si è trovato in una contraddizione insanabile: era il candidato renziano in gara mentre Matteo Renzi era entrato nel possibile tunnel della scissione del Pd. Così ha lasciato il campo  per “salvare” il partito dalla distruzione.

 Pd la gara disperata. Il partito fondato nel 2007 da Walter Veltroni con l’impostazione della “vocazione maggioritaria” è diventato una piccola forza senza alleati che non riesce neppure a realizzare un’opposizione minima nel Parlamento e nel paese al “governo del cambiamento”.

Il Pd guidato, via via, da Veltroni, Franceschini, Bersani, Epifani, Orfini, Renzi e Martina ha accusato una crisi sempre più drammatica: il suo elettorato di sinistra e di centro-sinistra si è sentito tradito. È considerato succube delle èlite, dei grandi imprenditori e banchieri (da Carlo De Benetti a Giovanni Bazoli) che hanno fatto il tifo per la sua nascita. Per questo gli elettori gli hanno voltato le spalle in massa astenendosi dalle urne o votando per i populisti, in particolare per i grillini. Matteo Salvini e Luigi Di Maio, in competizione politica ed elettorale tra loro in vista delle europee di maggio, non gli fanno toccare palla: svolgono sia i ruoli del governo sia quelli dell’opposizione. Sia per il capo politico del M5S sia per il segretario della Lega “l’opposizione non esiste”.

Pd la gara disperata. Il Pd, il maggiore partito della sinistra, già nel marasma, ora è catatonico, è in coma profondo. Prima si è dimesso da segretario Matteo Renzi, poi il successore Maurizio Martina, adesso ha lasciato Minniti mentre era appena cominciata la corsa verso le elezioni primarie del 3 marzo.

C’è chi, come Carlo Calenda, considera talmente compromessa la situazione che vuole perfino chiudere bottega e cambiare nome al Pd. Tra i 6 candidati alla segreteria adesso spiccano due nomi: Nicola Zingaretti e Maurizio Martina, che si è ricandidato. Tutti e due vengono dalla storia del Pci-Pds-Ds e sono riformisti. Puntano il dito contro l’errore di aver trascurato il problema delle crescenti “disuguaglianze sociali”. Il primo è più attento al principio di “uguaglianza”, il secondo fa più attenzione al valore della “sicurezza” (sociale ed economica). Sia il presidente della regione Lazio sia l’ex ministro dell’Agricoltura, però, partono dal presupposto di dare una risposta alla “paura”, di soddisfare le richieste di “protezione” degli italiani per recuperare il rapporto perduto con l’elettorato e la base di sinistra e di centro-sinistra. Entrambi sono contrari ad un accordo con il M5S, ma il no di Zingaretti è meno netto. Sfumature.

Tutti e due vogliono una totale rottura con il passato e un rinnovamento profondo del Pd. Anche Martina, che in passato è stato più vicino di Zingaretti a Renzi, sta facendo una campagna congressuale molto distante dall’ex segretario ed ex presidente del Consiglio un tempo potentissimo. I due antagonisti cercano perfino di evitare di nominare Renzi, passato in breve tempo da riverito protagonista ad appestato della politica italiana. L’ex segretario ed ex presidente del Consiglio si fa sentire il meno possibile ma conta ancora molto. Ha polemizzato con Minniti: «Chiedetemi tutto ma non di fare il piccolo burattinaio al congresso». Entro gennaio, secondo il tam-tam di Montecitorio, potrebbe fondare un suo partito liberaldemocratico sul modello francese di Emmanuel Macron ma lui ha smentito: una scissione «non è all’ordine del giorno, e non ci sto lavorando». Le voci impazzano. Secondo qualcuno Renzi potrebbe addirittura ricandidarsi alla segreteria.

Pd la gara disperata. Zingaretti, Martina e gli altri quattro candidati alla guida del patito si sono lanciati in un lavoro difficilissimo. Ci potrebbe essere anche un nuovo giocatore. I renziani, in maggioranza assoluta nei gruppi parlamentari, sono rimasti senza un candidato alla segreteria: potrebbero decidere di far scendere un loro nome in pista, l’ultima data utile è il 12 dicembre. Per adesso non c’è una alternativa credibile al populismo e nemmeno si intravede all’orizzonte. Per ora non ci sono parole e programmi che possano risvegliare l’interesse e l’entusiasmo dell’elettorato frammentato e deluso di sinistra. Chiunque vincerà per prima cosa avrà davanti il problema di ricostruire un Pd sommerso dalle macerie.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Nencini: “Una chiamata alle armi. Partire con chi ci sta”

cavallo

“Il Pd nasce dieci anni fa su uno schema bipolare che ora non esiste più. Nasce come contrapposizione al Popolo della Libertà costruito da Berlusconi con la mossa del predellino a Milano. C’era una Italia che ancora non aveva conosciuto la crisi economica più grave dal dopoguerra ad oggi. Ora non c’è più Berlusconi, non c’è più il Popolo della Libertà e la crisi che si è trascinata per anni è stata tamponata dai governi di centrosinistra”. Lo afferma in una intervista all’Avanti! il segretario del Psi Riccardo Nencini. “A fronte di un quadro sociopolitico di questa natura – continua Nencini – la domanda da farsi è se il Pd sia ancora lo strumento per affrontare una nuova Italia. Al passo indietro di Minniti e alla nascita probalissima di un movimento che avrà a capo il vecchio segretario del Pd Renzi, bisognerebbe rispondere con la mossa del cavallo”.

E per chi non gioca a scacchi cosa significa?
Con una mossa eretica ma indispensabile. Non tenere un Congresso di Partito, ma convocare, d’accordo con partiti e movimenti civici, gli stati generali dei riformisti italiani e pensare a una realtà politica nuova e diversa. Questo è quello che la politica suggerirebbe di fare. In modo tale che la sinistra italiana possa uscire dal deserto in cui è precipitata. La mia opinione è che non si andrà in quella direzione. Ergo, questa è una ragione in più perché i socialisti non si guardino l’ombelico. Per cui va benissimo l’orientamento assunto dal Consiglio Nazionale. Penso sia positivo per le direzioni che traccia. Da una parte l’appello a tutti i socialisti a rientrare in casa. Per due motivi: il primo è che non vi sono più ragioni, cessata Forza Italia e morta e sepolta la storia del comunismo italiano, per stare altrove. La seconda ragione è che l’Italia sta passando da uno Stato fondato su una società aperta, voluta dai padri costituenti dopo la seconda guerra mondiale e nella quale noi socialisti abbiamo innestato elementi fondamentali di libertà civile e di diritti sociali, a una società fondata sul nazionalismo etnico e sulla omnipresenza del ministero degli interni. Ultimo esempio è il decreto trasparenza, che riprende il filo conduttore del decreto sicurezza. In entrambi i casi i dati vengono sempre trasferiti al cervellone del ministero degli interni. Ci muoviamo verso una sorta di stato prefettizio, dove i prefetti, come al tempo di Giolitti, assumono una dimensione molto al di là dei poteri che sono stati loro conferiti. E questa è un’altra ragione per la quale bisognerebbe rientrare in casa, perché c’è da difendere diritti e valori per i quali i nostri nonni e le nostre madri hanno combattuto. Il secondo punto di quel Consiglio e che viene affidato ai deliberati del Congresso, riguarda la costruzione di una rete europeista per combattere l’internazionalismo nero e i populisti.

I tempi sono stretti. Le elezioni europee non sono lontane. Bisogna iniziare immediatamente…
Va iniziato immediatamente. La mia preoccupazione più grossa non sono lle Europee, ma le elezioni amministrative e regionali. Perché votiamo, da febbraio a ottobre, in sei regioni. Il 26 maggio votiamo alle Europee ma anche in 4000 comuni. La metà dei comuni italiani vanno al voto. Il rischio che il centro-destra a traino leghista sommi al governo del paese molte amministrazioni locali, in questo caso per eccessiva debolezza del contendente, è una preoccupazione alla quale bisogna far fronte. È una sorta di chiamata alle armi che dobbiamo mettere in campo. Intanto dobbiamo cominciare da chi ci sta. Vedo i Radicali, ma vedo anche una parte che aveva aderito a Forza Italia e che oggi fa attenzione a questa prospettiva, sindaci, civici.

Quindi bisogna muoversi in fretta senza aspettare il congresso Pd.
Esattamente. Anche perché non vedo ad oggi da parte del gruppo dirigente del Partito democratico, nessuna idea su quanto dicevamo prima.

La manovra appare ancora una scatola vuota. Da quando è nata ad ora è cambiata più volte ma è ancora un oggetto misterioso. Che ne pensi?
Quello che vedo è una discrasia tra le cose che si dicono e le cose che si scriveranno. Perché da una parte si sostiene che nulla cambia, ma dall’altra se prima si scrive 2.4 e poi 2.1 qualcosa deve cambiare. Ma in questa confusione rimangono due dati fissi. Il primo è che le politiche di promozione e valorizzazione dell’impresa Italia ancora non ci sono. Secondo, rimane uno straordinario caos negli investimenti infrastrutturali.

A cominciare dalla Tav…
Ma anche dalla Pedemontana, dalla Gronda di Genova, dal Passante di Bologna, dalla Fiano-Grosseto e dalla Tirrenica. Dalla Stazione di Grottaminarda in Campania. Per ora si registra non un programma alternativo rispetto ai governi Renzi-Gentiloni, che avevano finanziato opere per 149 miliardi. Ma si registrano soltanto una serie di no.

Delrio sul Corriere cita il socialista Prampolini quando diceva “uniti siamo tutto, divisi siamo niente” fa un certo effetto…
Il principio generale dello stare uniti lo condivido. Ma non basta più stare uniti. Non è che il Pd risolve il suo problema confidando in una spinta all’unità. Serve un canone diverso. Non serve solo al Pd, serve alla sinistra europea. Avrò dei colloqui con diversi leader socialisti europei. Vedrò anche Corbyn. Andrò a dire queste cose: che serve una Bad Goedesberg del socialismo europeo. Vanno disegnati diversamente i principi di giustizia sociale e di libertà. Va messa una relazione stretta tra libertà, sicurezza e identità. Serve anche una forma di socialismo umanitario più radicale, ma è una battaglia europea e non nazionale quando si affronta la prepotenza e il potere enorme che hanno le multinazionali,  che hanno i poli finanziari. Condizionano dalla fine degli anni ‘90 la politica. Terzo, bisogna tornare al primato della politica. Alla fine, tutto questo sputare in faccia alla politica, determina da una parte l’antipolitica, con tutti i populismi e sovranismi del caso, dall’altra apre un vialone straordinario all’economia finanziaria che non ha più nessuna forma di barriera politica ad ostacolarla. Però queste sono decisioni che vanno prese non stato per stato ma dentro un vertice europeo.

E in questa visione che cosa può partire dal Congresso del Pse a Lisbona?
Bisogna lanciare lì l’idea di Stati Uniti d’Europa. Perché l’Europa così com’è è destinata a contare sempre meno nello scenario internazionale che si è costituito dopo il 1989-90. Vanno rivisitati tutti i parametri di Maastricht perché ci sia più attenzione ai temi degli investimenti e dell’inclusione e bisogna che sia una responsabilità europea un tema delicato come quello delle grandi migrazioni. Non siamo davanti al fenomeno di un migrante che parte con la famiglia. Siamo difronte a migrazioni di popoli. Molti citano gli esempi degli italiani che a fine ottocento e inizio novecento partivano per Argentina, Brasile e Stati Uniti. È cosa diversa. Sono popoli che si spostano, all’interno di un continente o dal quel continente ad altri ritenuti più ricchi. È un fenomeno che ha una durevolezza temporale. Non è una cosa che nasce e muore nell’arco di un quinquennio.

Daniele Unfer

Primarie Pd, tra le smentite spunta anche la Bellanova

bellanova renziSmentite, conferme, dietrofront, polemiche tra correnti. Il Partito Democratico è ormai una polveriera pronta a esplodere da un momento all’altro. Dopo l’ufficialità delle candidature per la segreteria, al Nazareno è tutti contro tutti. La candidatura di Marco Minniti sembra vacillare. L’ex ministro dell’Interno pare intenzionato a fare un passo indietro. La decisione ufficiale arriverà comunque nelle prossime ore.

Da quanto trapela, Minniti sarebbe infastidito dall’appoggio troppo timido di Matteo Renzi. Il senatore di Scandicci, impegnato nella creazione del nuovo soggetto politico (nonostante le smentite) non ha nessuna intenzione di appoggiare pubblicamente la candidatura di Minniti. I renziani ortodossi Lotti, Rosato e Guerini stanno tuttavia lavorando per portare acqua al mulino del deputato calabrese. L’endorsement di Renzi, però, difficilmente arriverà.

In programma per le prossime ore un vertice decisivo per dirimere gli ultimi dubbi. Minniti non sarà della partita se non avrà la certezza dell’appoggio dei renziani. Qualora gli uomini di fiducia dell’ex premier non dovessero riuscire a convincerlo, la lotta per la poltrona di segretario diventerebbe una corsa a due. Gli ultimi sondaggi danno infatti per favorito Zingaretti al 62%. Il presidente della regione Lazio se la giocherebbe con Martina e lo stesso Minniti, entrambi al 57%. In caso di forfait del parlamentare reggino, Zingaretti avrebbe però la strada spianata.

Intanto nella giornata di oggi Martina ha presentato la sua mozione congressuale. Accompagnato da Richetti, Nannicini e Serracchiani, l’ex reggente ha parlato alla platea della sezione romana di San Giovanni. “Siamo una squadra, lavoriamo per unire il Pd. Serve un partito nuovo, una scommessa di cambiamento” è il leit motiv. Comunque vada, per il 12 dicembre i giochi dovranno essere fatti. Mercoledì prossimo, ultima data utile per la presentazione delle candidature, si sapranno ufficialmente i nominativi degli attori in campo. Teresa Bellanova, malgrado le voci, resta un nome valido in caso di ritiro di Minniti.

F.G.

TRECENTO

spread

Si riaprono i mercati e torna a correre lo spread che ha superato quota 310 punti base rispetto al Bund contribuendo a un ulteriore peggioramento di Piazza Affari, dove il Ftse Mib cede il 2,48%, travolto dal crollo dei bancari, con Carige che cede il 6,8%, Banco Bpm il 6,5% e Mps il 5,4%. Debole anche l’euro che scambia a 1,147 sul dollaro.  Venerdì lo spread aveva chiuso a 279. Quello raggiunto è il nuovo massimo da aprile 2013. Il rendimento si è spinto fino al 3,626%, come non accadeva da febbraio 2014. Un bel balzo indietro. La performance di Milano è decisamente la peggiore tra i listini europei: Francoforte segna -0,84%, Londra -0,34% e Parigi -0,74%. Tra i titoli milanesi a maggiore capitalizzazione, pesanti le banche con lo spread BTp-Bund che torna in area 300 punti base: Banco Bpm perde il 6,16%, Ubi Banca il 4,56%, Mediobanca il 4,5%, Bper il 3,79%, Intesa Sanpaolo il 3,84% e UniCredit il 3,66%. Resiste sulla parità solo Luxottica (+0,04%), che attende l’ops che chiuderà la maxi aggregazione con Essilor. Pesanti invece Azimut (-4,31%) e Leonardo (-3,75%). Nel resto del listino continua a correre Astaldi (+9,84%), giù Tisali (-9,59%). Sul mercato dei cambi, l’euro è sceso sotto quota 1,15 punti base ed è indicato a 1,1480 (1,1524 venerdì in chiusura). La moneta unica vale anche 130,16 yen (131,00), mentre il dollaro/yen è a 113,38 (113,72). In calo, infine, il prezzo del petrolio: il future novembre sul Wti cede l’1,24% a 73,42 dollari al barile, mentre la consegna dicembre sul Brent si attesta a 82,84 dollari (-1,57%).

Anche le Borse europee hanno aperto in calo dopo l’esito del voto in Brasile. Sullo sfondo anche le incertezze legate allo scontro commerciale tra Cina e Usa, i timori di nuovi rialzi dei tassi da parte della Fed e le vicende italiane legate alla manovra.

Ma il ministro Salvini non si preoccupa. Mentre il costo del rialzo del differenziale si scarica sugli italiani il vicepremier incontra la Le Pen in cerca di sponde sovraniste  in preparazione delle elezione europee. La colpa dei rialzi per Salvini è tutta di ipotetici grandi manovratori. Ovviamente per il leader leghista il Def del governo che prevede una manovra in debito che fa acqua da tutte parti, non c’entra nulla. “A fine maggio – ha detto ancora – avremo la rivoluzione del buon senso” aggiungendo che con Le Pen “condividiamo la stessa idea dell’Europa”. “Siamo contro i nemici dell’Europa che sono Juncker e Moscovici, chiusi nel bunker di Bruxelles”.

Ribatte il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker:  “Opero un distinguo tra gli euroscettici, che hanno delle domande, ed i populisti limitati con i nazionalisti stupidi. Non sono la stessa cosa. Dobbiamo ostacolare questa marcia verso la non Europa ispirata dai populisti stupidi e dai nazionalisti limitati”.  “Bisogna rispettare coloro che sono scettici, che nutrono un certo scetticismo nei confronti dell’Europa, e questo deve alimentare un dibattito”.

“Sale lo spread, oltre quota 300 (noi lo avevamo portato sotto quota 100). Salvini dice che è colpa di Soros e che lui va avanti. Il danno economico di questa Manovra del Popolo lo pagheranno le famiglie, il ceto medio, i bisognosi ma lui ripete orgoglioso ‘Me ne frego'”. così su twitter Matteo Renzi attacca il governo.

Prodi: “Alle europee alleanza socialisti, liberali e verdi”

romano-prodi

“L’Italia rischia di diventare una democrazia illiberale”, lo ha affermato l’ex premier ed ex presidente della Commissione Ue Romano Prodi in una intervista al Corriere della Sera. “Ci troviamo infatti – ha spiegato Romano Prodi – nel caso in cui chi ha avuto il mandato popolare pensa di avere diritto a fare o a dire qualunque cosa. Come se l’elezione portasse in dote la proprietà del Paese. È una deviazione non solo italiana. Penso alla Polonia e all’Ungheria, così vicina al cuore di Salvini. Penso alla scena dei ministri grillini affacciati al balcone di Palazzo Chigi. Commentando e diffondendo quelle immagini Di Maio ha scritto: ‘Da quel balcone si sono affacciati per anni gli aguzzini degli italiani’. Veramente noi non ci siamo mai affacciati al balcone. Dove c’è l’istituzione non ci si affaccia al balcone”. “Una deriva – ha aggiunto Prodi – iniziata con il Vaffa di Grillo”.

Prodi ha poi parlato delle prossime scadenze elettorali. Le europee per il professore possono segnare un punto di svolta: “Lo spostamento a destra incorso nel Ppe ci chiede e allo stesso tempo facilita la costruzione di un raggruppamento che veda insieme, non nello stesso partito, ma alleati: socialisti, liberali, Verdi e macronisti. Uno schieramento politico accomunato dalla stessa idea di Europa. Se designassero il presidente della commissione e facessero un programma comune allora un’alternativa sarebbe possibile”.

Queste forze politiche secondo Prodi dovrebbero avere un programma comune in cui vi sia “una politica economica da affiancare all’euro; la lotta alle disparità; la difesa comune e una linea condivisa su immigrazione, sicurezza, giovani e lavoro”. “Se vogliamo avere delle forze riformiste serve una coalizione ampia. Quello a cui penso è lo scenario europeo. Non confondiamo il riformismo con un partito. Le etichette del passato sono un punto di riferimento, ma non bastano. Se ci rivolgiamo solo ai nostri avremo forse l’unità, ma faremo poca strada”, ha detto ancora Prodi nell’intervista a Il Corriere della Sera.

“Spero che il Pd capisca che la differenziazione ancora esistente e così netta tra potere formale e potere reale nel partito non fa altro che disorientare l’elettore- aggiunge – È incredibile che mentre il segretario chiude la festa a Ravenna, il potere reale faccia il discorso a Firenze. Non ho mai visto nella mia vita nessuna organizzazione andare avanti così. Nessuna”. Renzi deve fare passo indietro? “O un passo in avanti, veda lui. L’importante è sciogliere questa ambiguità”.

Il due volte presidente del consiglio ha parlato anche di Africa e di immigrazione. Lo ha fatto nella veste di presidente della Fondazione per la collaborazione tra i popoli “Europa e Mediterraneo” aprendo questa mattina il congresso dell’Aimmf (l’associacione dei magistrati dei minori): “Serve da parte dell’Europa – ha detto Prodi – un grande piano di aiuti e investimenti per l’Africa. Chiamatelo piano Marshall, chiamatelo piano Mandela, o come preferite, ma se l’Europa non contribuisce in maniera consistente allo sviluppo e quindi alla pacificazione in Africa l’esodo che da quel continente muove verso di noi non è governabile”. Romano Prodi ha poi spiegato che senza mettere in moto determinati meccanismi, “magari collaborando con la Cina, già impegnata in Africa”, si rischia “di perdere un’occasione importante per tutti”. Anche perché, ha aggiunto, “siamo chiamati ad affrontare questo problema dalla storia e dalla necessità: e lo dobbiamo affrontare con una visione politica avanzata e non solo con le recriminazioni e le restrizioni. Le regole le dobbiamo avere, ma se accanto alle regole non abbiamo le prospettive, vi assicuro che le regole valgono poco”.

INDOVINA CHI VIENE A CENA

Spada - LaPresse 24 03 2015 Verona ( Italia ) Politica Il segretario della Lega Nord Matteo Salvini in visita ai padiglioni di Vinitaly 2015 nella foto : matteo salvini

La politica passa dalla piazza agli incontri esclusivi per pochi convitati. Sia a destra che a sinistra le carte si decidono a un tavolo, ben ristretto. Ma mentre il Centrodestra si organizza senza lasciarsi critiche alle spalle, il Centrosinistra sconta ancora una volta una crisi che non vuole cedere il passo e anzi, peggiora di giorno in giorno e di iniziativa in iniziativa.
Ieri due cene, nessuna delle quali prevedeva come invitato l’attuale segretario del Pd, Maurizio Martina: una convocata a casa sua dall’ex ministro Carlo Calenda, che si è pubblicamente rivolto a Renzi, Gentiloni e Minniti con due obiettivi dichiarati: farli smettere di litigare, e metterli d’accordo su una ricetta che faccia uscire il Pd dall’impasse. L’altra convocata subito dopo da Nicola Zingaretti, per rispondere per le rime all’iniziativa ostile di Calenda. Entrambe sono state annullate e hanno portato al ‘digiuno’ di Roberto Giachetti che ha annunciato lo sciopero della fame per chiedere che venga fissata la data del Congresso. “La situazione che ci troviamo di fronte non consente più di giocare, abbiamo giocato anche abbastanza. Devo dire francamente che sono incazzato nero, penso che non sia accettabile quello a cui abbiamo dovuto assistere a proposito di cene e incontri. Penso che non sia più possibile andare avanti così. Tutto questo lo avevo ampiamente previsto, tutti avevano deciso di non fare il congresso subito e che questo avrebbe comportato che il congresso si sarebbe svolto dappertutto tranne che nella sede opportuna”, afferma durante una diretta Facebook e sottolinea: “Il sondaggio ci dà sotto il 17 per cento: davvero al nostro popolo possiamo offrire uno spettacolo di questo tipo? Io penso che sia necessario che tutti inizino a ragionare sulla situazione che ci troviamo di fronte. Io le ho provate tutte, ho spiegato che non era possibile rimandare il Congresso, che la situazione necessitava una reazione immediata”. Infine, l’annuncio roboante: “A questo scenario indecoroso reagisco tornando alle mie origini: dalla mezzanotte di ieri sera ho iniziato lo sciopero della fame perché sia immediatamente convocata una assemblea straordinaria e fissata la data del congresso del Partito democratico”.
“Una cena a quattro con invito su Twitter è fatta apposta per farti litigare. E se invece di rimestare nel solito mortaio si mangiasse un panino, tutta la sinistra riformista, per decidere che fare? C’è poco tempo e il rischio è che il Pd ci porti tutti a fondo”, scrive su Facebook il segretario del Psi, Riccardo Nencini.
I toni non sono morbidi da parte del neo iscritto ai dem, Carlo Calenda, per il quale ai dirigenti del Pd “non importerà” di perdere le prossime elezioni europee e regionali: “Quello che importa a loro è il congresso. Sta diventando un posto in cui l’unico segretario che si dovrebbe candidare è il presidente dell’associazione di psichiatria”. Ma smentisce la frase che gli è stata attribuita sul fatto che ‘il Pd merita l’estinzione’. “Con Gentiloni e Minniti parlo continuamente – prosegue Calenda – nel Pd c’è un’entità, che si chiama Renzi, che non si capisce cosa voglia fare e che va avanti per conto suo. È una roba un pò singolare. È stato un presidente del Consiglio che all’inizio aveva veramente voglia di cambiare l’Italia e che ha fatto cose buone. È un grosso peccato”. Poi conclude: “L’unica cosa che vuole fare il Pd in questo momento è una resa dei conti fra renziani e antirenziani in vista di un congresso che doveva esserci, per me, settimane fa, e tutto sarà paralizzato in questa cosa di cui al paese non frega nulla. Nel frattempo, l’opposizione si fa in ordine sparso”. Calenda poi risponde sul mancato invito all’attuale segretario che non sente da ‘due mesi’. Maurizio Martina risponde: “Adesso basta, chiedo a tutti più generosità e meno arroganza. Il Pd è l’unico argine al pericolo di questa destra”. E fa un appello in vista della mobilitazione del 30 settembre a Roma: “È possibile chiedere a tutti i dirigenti nazionali del mio partito una mano perché la manifestazione del 30 sia grande, bella e partecipata?”.
Nel frattempo però a destra si decide senza intoppi. Domenica sera la riunione ad Arcore tra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, alla quale hanno preso parte anche Antonio Tajani e Giancarlo Giorgetti e che fonti di Forza Italia definiscono un “positivo” anche se ambienti del centrodestra precisano che nessuna decisione è stata presa. Che il leader della Lega avesse deciso che la ‘visita’ al Cavaliere dovesse rimanere in ambito privato è ormai noto, tanto che i dossier più caldi come la decisione sulla presidenza della Rai e le alleanze per le elezioni regionali sono stati rinviati ad un successivo incontro. Ma nel frattempo non si maschera l’irritazione degli alleati di Governo della Lega. Anche se ufficialmente il Movimento cinque stelle ha finto disinteresse, alla base continua lo sgomento per l’alleanza di Salvini con il Cavaliere che potrebbe mettere così le mani proprio sulla tv di Stato, la Rai. “È stata una cena positiva, non si è parlato di Rai ma del futuro del centrodestra e del rapporto Lega-Fi. Ci sarà un incontro nei prossimi giorni tra Cav, Salvini e Meloni”. Così a Rtl 102.5 il vicepresidente di Forza Italia Antonio Tajani.

Pd a rischio estinzione senza un progetto per il Paese

pd scissioneA sei mesi dal terremoto elettorale del 4 marzo, il Pd è ancora sotto le macerie. Senza voce, senza un vero segretario, senza una data per il congresso del dopo-Renzi e – soprattutto – senza un progetto per il futuro.
Lacerato dalle lotte interne, prigioniero dell’ex segretario e dei suoi fedelissimi, il centrosinistra non è ancora riuscito ad analizzare le ragioni della sua sconfitta e del trionfo di Cinquestelle e Lega.

Intanto, mentre i sondaggi elettorali continuano a premiare la retorica del governo gialloverde (con Salvini oltre il 30 per cento e Di Maio poco al di sotto) il Partito democratico continua inesorabilmente a calare. Dal 18,7 per cento del 4 marzo è sceso al 17,7. Ma poteva andare anche peggio, vista l’inconsistenza dei parlamentari dem che dai banchi dell’opposizione non riescono a far sentire la loro voce nemmeno di fronte alle gaffe, agli errori e alle tante giravolte d’un governo che fino ad oggi ha fatto poco o nulla.

Come ha scritto recentemente sul Corriere della sera il professor Sabino Cassese, questo sarebbe «il momento migliore perché l’opposizione faccia il suo mestiere». Perché abbiamo un esecutivo «con due timonieri che tirano in direzioni opposte», alla vigilia di «scelte difficili da fare con poche risorse a disposizione».

La verità, ha osservato Rodolfo Ruocco (Sfogliaroma, 5 settembre 2018) è che «la sinistra ha perso il suo elettorato tradizionale, quello operaio, proletario e popolare e non ha conquistato quello moderato».
Ossessionato dalla comunicazione, Matteo Renzi è annegato in un mare di annunci. Anteponendo, esattamente come stanno facendo adesso Di Maio e Salvini, la propaganda ai fatti. La fiction alla realtà. Alla fine, gli elettori delusi hanno cambiato strada. Giovani e anziani, precari e pensionati, insegnanti e operai hanno abbandonato la sinistra riformista. La maggior parte ha preferito scommettere su Cinquestelle, gli altri hanno scelto la Lega di Salvini.

Certo, c’è da aggiungere che i progressisti sono in crisi in tutto l’Occidente. Ovunque stiamo assistendo al crollo dei socialisti: in Olanda sono finiti al 6 per cento, in Francia al 7, in Grecia hanno subito un tracollo di 30 punti, mentre in Germania, alle elezioni di un anno fa, la Spd ha toccato il suo minimo storico.

I movimenti populisti vengono ingrossati dai voti dei “dimenticati”, degli emarginati e degli elettori che si sentono traditi dai partiti politici tradizionali. Soprattutto da quelli di sinistra, che non hanno saputo mettere un argine allo strapotere dell’economia dominata dalla finanza.

Se la situazione è questa, la sinistra riformista italiana ha un solo modo per uscire dalla crisi. Ritrovare un radicamento sociale e riconquistare la fiducia del suo “popolo” con programmi coraggiosi e progetti concreti in grado di arrestare la caduta del ceto medio, di dare prospettive ai giovani, un futuro ai precari, un reale sostegno ai poveri assoluti che sono più di cinque milioni. Insomma, ripartire da dove hanno fallito gli ultimi leader del Pd.
Da Renzi, che voleva alleviare l’impoverimento con i famosi 80 euro al mese, a Veltroni che esorcizzava la paura per l’ondata migratoria sostenendo che gli immigrati non sono un pericolo ma “una risorsa”. Cosa improbabile, senza un controllo del territorio e senza progetti per selezionare, formare e integrare i nuovi arrivati. È finita con il 60 per cento di consensi a Salvini e Di Maio.

Adesso è dunque arrivato il momento di abbandonare gli slogan e la vecchia retorica tanto cara a certa sinistra per tornare alla politica, ai fatti, ai programmi, a proposte concrete per far ripartire un Paese da anni in declino.

Come fu con il primo centrosinistra trainato dai socialisti e dalla sinistra Dc. Quando in pochi anni i progressisti diedero all’Italia: la scuola media obbligatoria, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la sanità universale, lo Statuto dei lavoratori, l’equo canone, la cassa integrazione guadagni, un sistema pensionistico fin troppo generoso, e la scala mobile, che ogni anno adeguava le retribuzioni all’inflazione per evitare l’impoverimento dei lavoratori.

E se è vero che da allora il mondo è cambiato e adesso bisogna fare i conti con la globalizzazione, è altrettanto vero che senza proposte serie e realistiche su scuola, lavoro, pensioni e infrastrutture, la sinistra riformista e quella antagonista, che durante tutta la Prima Repubblica superavano il 40 per cento dei voti (con alti e bassi tra Pci, Psi e, nell’ultima fase Dp), sono destinate all’estinzione.

Felice Saulino
SfogliaRoma

Verso la manovra, l’Europa vuole i fatti

pierremoscovici-465x390Non è da escludere una possibile proroga delle decontribuzioni al Sud ed una riedizione del piano Industria 4.0. A quanto si apprende, l’attuale governo nella legge di Bilancio potrebbe confermare il taglio del costo del lavoro nel Mezzogiorno e si appresterebbe a rafforzare gli incentivi all’innovazione introdotti dai precedenti esecutivi Renzi e Gentiloni.

La decontribuzione dovrebbe entrare nel menù della Finanziaria senza troppi problemi, non presentando problemi di coperture. Il taglio dei contributi ai neo assunti nel Meridione ha infatti un costo contenuto, circa 500 mln, ma soprattutto è finanziata con i fondi europei, dunque non aggrava il disavanzo. Prende forma, invece, il nuovo piano industria 4.0 che verrebbe esteso anche alle piccole e medie imprese che investono in innovazione. Tra gli obiettivi anche il trasferimento di tecnologie tra comparti.

Quanto ai cavalli di battaglia del governo giallo-verde, la manovra dovrebbe contenere l’avvio della revisione della Fornero, della flat tax e l’avvio del reddito cittadinanza. Quest’ultimo partirebbe nel 2019 a quota 500 euro. Quanto alle coperture, se il governo decidesse di portare il deficit poco sopra il 2% dal target dell’1% si potrebbero liberare circa 15 mld, dei quali 12,5 andranno a sterilizzare le clausole Iva. Dalla pace fiscale, prevedendo uno ‘sconto’ estremamente vantaggioso, dovrebbero arrivare circa 5 mld.

Altre coperture arriverebbero dalla revisione della spesa per circa 3 mld e, se ci saranno le condizioni politiche, anche da un primo sfoltimento delle tax expenditures.

Intanto, si intensificano i vertici economici a Palazzo Chigi sulla manovra, in vista della presentazione il 27 settembre (o qualche giorno prima) della Nota di aggiornamento al documento di Economia e Finanze (già predisposto dal governo Gentiloni nello scorso mese di aprile), le cui previsioni rappresentano l’ossatura della Legge di Bilancio. E per il governo si prepara un autunno tutt’altro che facile. Dopo il varo della Legge di Bilancio atteso per il 15 ottobre arriveranno i giudizi delle agenzie di rating sull’Italia: il 26 ottobre è atteso quello di S&P ed il 31 quello di Moody’s.

Recentemente, Gerry Rice, portavoce del FMI, rispondendo se l’Istituto di Washington fosse preoccupato per la situazione italiana dopo la decisione di Fitch di rivedere l’outlook proiettato in negativo, ha affermato: “Lo staff del Fmi è stato in Italia in luglio e una seconda visita, per concludere l’Article IV, è prevista più avanti nel corso dell’anno. I mercati finanziari si sono preoccupati per una inversione delle riforme ma ci sono state parole rassicuranti dal premier Giuseppe Conte e dal ministro dell’economia Tria”.

Pierre Moscovici, il commissario dell’Ue agli affari economici, giungendo all’Eurogruppo informale a Vienna, ha detto: “Voglio credere che realismo e pragmatismo si affermeranno nel bilancio italiano, l’Italia deve avere un bilancio che consenta di ridurre il suo debito pubblico perché se vuoi investire in Italia ci vuole meno debito e più capacità d’investimento e per questo continuo a chiedere finanze pubbliche serie. Sono contro l’austerità ma austerità è una cosa, mancanza di serietà un’altra. Il Bilancio dell’Italia deve puntare a ridurre il deficit strutturale e il debito pubblico, anche perché questa è la strada da seguire se si vogliono aumentare gli investimenti. Non farò cifre, le cifre le scambio con il mio omologo, parleremo di cifre con Tria quando il bilancio sarà stato approntato. Ad ogni modo le cifre le conoscete. Le cifre sono che l’Italia deve ridurre il suo deficit strutturale, che deve farlo come gli altri Paesi della zona euro. Che ha beneficiato di tutte le flessibilità, che continueremo ad avere con l’Italia un dialogo positivo, ma che le regole, che non sono stupide, perché consentono di ridurre il debito pubblico, sono fatte per tutti. Credo che sia nell’interesse dell’Italia di restare quello che è: un grande Paese al centro della zona euro, e quindi di avere un bilancio che consenta di ridurre il suo debito pubblico”.

Mario Centeno, il presidente di Eurogruppo, nella conferenza stampa al termine della riunione informale a Vienna, ha affermato: “Siamo fiduciosi che l’Italia farà esattamente quanto si è impegnata pubblicamente a fare sul Bilancio. Le attese sono che l’Italia rispetterà le regole nel prossimo processo di Bilancio”.

Un portavoce dell’Ue ha poi precisato: “Negli incontri di oggi non si è discusso di Italia”.

Tra non molto, si vedranno i fatti del governo giallo-verde. Finora, di positivo c’è la continuazione della linea seguita dal precedente governo Gentiloni.

Salvatore Rondello

I Comuni italiani contro il ‘decreto Milleproroghe’

Municipio

Protestano i Comuni italiani contro il ‘decreto Milleproroghe’. Lo ha denunciato Antonio Decaro, presidente dell’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani), nel corso di un’audizione alla Camera: “Nel dl Milleproroghe è stato fatto un furto con destrezza ai danni delle periferie. Con un emendamento notturno al Senato, sono stati tolti soldi alle periferie, un vero e proprio furto con destrezza. Per la prima volta c’era un investimento importante per le periferie, per dare risposte immediate all’emergenza abitativa. Sembrava l’occasione giusta a porre rimedio a un disagio economico e sociale, che esiste, lo dicono tutti. È successo che con un emendamento sono saltati fondi per 1,6 miliardi che sarebbero andati a quasi 20 milioni di abitanti, un terzo della popolazione italiana. Per questo, ha concluso, è necessario porre rimedio. Se non accadrà ci opporremo in tutte le sedi: faremo ricorso al Tar e alla Corte Costituzionale e tutti i sindaci sono pronti a venire a protestare davanti a Montecitorio. Il Milleproroghe era stato approvato il 7 agosto al Senato, ma andrà in seconda lettura alla Camera l’11 settembre. In quest’occasione l’emendamento che blocca il bando per le periferie potrebbe essere ancora modificato. Chiediamo di porre rimedio a un errore gravissimo dal punto di vista sociale, economico e anche dei rapporti reciproci tra le istituzioni. Se non accadrà, useremo dal punto di vista giuridico tutti gli strumenti a disposizione: il ricorso al tribunale amministrativo e alla Corte Costituzionale e, se sarà necessario, tutti i sindaci sono disponibili a venire qui a sfilare con i cittadini davanti a Montecitorio con le fasce tricolore”.

L’appello è arrivato, oltre che dall’Anci, anche da Ance, Legambiente, Fondazione Riuso e Audis.

La polemica era scoppiata proprio ad agosto, quando il governo aveva bloccato la seconda tranche del Piano periferie dei governi Renzi e Gentiloni, che prevedeva 2,1 miliardi di finanziamenti dallo Stato e con effetti calcolati in 3,9 miliardi di cofinanziamenti. Le prime convenzioni (24) erano state firmate nella primavera del 2017, le altre 96 a fine 2017: e proprio queste sono state bloccate, fino al 2020. Secondo la sottosegretaria Laura Castelli lo stop era stato necessario per rispettare una sentenza della Corte costituzionale, la 74 del 2018, che stabilisce che serve un’intesa con gli enti territoriali (quindi le Regioni) nell’assegnazione dei fondi e che non si può intervenire solo su richiesta del Comune. Il governo prevede quindi di dirottare i fondi già stanziati (140 milioni nel 2018, 320 nel 2019, 350 nel 2020 e 220 nel 2021) in un fondo che serva per favorire gli investimenti delle città metropolitane, delle Province e dei Comuni, non solo per quelli che hanno partecipato al bando. Una scelta che i Comuni non appoggiano, tutt’altro: anche perché molti Comuni dei 96 coinvolti intanto hanno già investito nella progettazione, come Milano, dove il sindaco Sala ribadisce il furto con destrezza. O Bologna, che denuncia il rischio di perdere progetti per 18 milioni di euro messi in cantiere. O del Veneto, che perde 150 milioni: i sindaci se la sono presa con la Lega, mandante politico dell’operazione. Sul piede di guerra il Pd, che però ha votato l’emendamento.

Il presidente dell’Anci ha concluso: “Parliamo di strade, risanamenti edilizi, sicurezza idrogeologica e sismica, giardini, parchi giochi, scuole, infrastrutture indispensabili a ridare decoro ai luoghi più poveri e abbandonati in città grandi, medie e piccole. Al nord, al centro, al sud indipendentemente dal colore politico di chi li governa”.

Dunque, anche il decreto ‘milleproroghe’, tra i primi provvedimenti del governo Conte, non va incontro alle necessità dei cittadini come viene demagogicamente propagandato da Lega e M5S, ma complicherebbe i problemi anziché semplificarli.

Roma, 05 settembre 2018

Salvatore Rondello

La Rai e il governo del cambiamento

RAI-Riforma

“Merito” e “capacità”. Tante promesse contro la lottizzazione Rai e delle aziende pubbliche. Lega e M5S da metà giugno si sono scontrati, prima sotto traccia e poi apertamente, declamando contro la lottizzazione ma trattando sulla divisione delle poltrone. Ma alla fine è andata in porto la spartizione. La prima palla ad andare in buca è stata la guida della Cassa depositi e prestiti: Fabrizio Palermo, gradito a Luigi Di Maio, è stato insediato dal governo M5S-Lega come amministratore delegato della “cassaforte” nella quale sono custodite le azioni delle più importanti aziende pubbliche (Eni, Enel, Poste, Telecom, Fincantieri, Terna, Saipem e Italgas).

Poi è arrivato l’accordo sulla lottizzazione Rai: Fabrizio Salini, apprezzato dai cinquestelle, amministratore delegato (la figura è prevista al posto del direttore generale dalla legge di riforma fatta approvare dal governo Renzi nel 2015), Marcello Foa, sostenuto dai leghisti, presidente. Contatti, riunioni informali, vertici di maggioranza e Consigli dei ministri; la strada della divisione delle nomine è stata faticosa è tortuosa. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha illustrato al ‘Fatto Quotidiano’ il suo metodo per uscirne indenne: «Il ministro competente fa le proposte, io ne parlo con i due vicepremier, poi le decidiamo insieme. Se non c’è accordo sulla persona più competente, rinviamo per trovarne una migliore».

E così è andata, ma certamente non è stata cancellata la tanto demonizzata lottizzazione Rai in nome della “candidatura migliore”. Di Maio, dopo il Consiglio dei ministri del 27 luglio ha difeso le scelte assunte dal “governo del cambiamento” sulle nomine: «Abbiamo appena nominato i vertici della Rai. Oggi inizia una nuova rivoluzione culturale con i due nomi, Marcello Foa presidente e Fabrizio Salini Ad». Il capo del M5S, vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, ha usato parole forti e offensive: queste nomine «il presidente del consiglio e il Cdm hanno ritenuto all’altezza di questa grande sfida per liberarci dei raccomandati e dei parassiti».

Niente male. Matteo Salvini è stato più pacato. Il segretario della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, ha messo da parte le critiche del passato: «Sono molto soddisfatto, ci sarà spazio per tutte le voci, finalmente. Siamo solo all’inizio».

Strano. Roberto Fico, presidente cinquestelle della Camera, aveva detto basta alle lottizzazioni e aveva messo i partiti fuori della porta: «Deve finire l’era delle appartenenze politiche, dell’influenza del governo sui giornalisti Rai e viceversa. Deve cambiare tutto».

Invece di “cambiare tutto” sono cambiati solo gli autori della spartizione: adesso è stata varata la lottizzazione gialloverde, quella del “governo del cambiamento”. Ma non è detto che la spartizione della Rai decisa dal governo Conte-Di Maio-Salvini vada in porto. Il problema è “il presidente di garanzia”. La legge stabilisce che il presidente dell’azienda radiotelevisiva pubblica sia eletto dalla commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai con una maggioranza qualificata dei due terzi dei voti: M5S e Lega non raggiungono questa soglia e sperano nel soccorso essenziale di Forza Italia per evitare un flop, ma non è per niente scontato il sì dei forzisti. Silvio Berlusconi ha ritenuto le nomine avanzate «un pessimo segnale» perché assunte in maniera unilaterale da parte della maggioranza grilloleghista.

Il centro-sinistra ha sollecitato il presidente di Forza Italia ad evitare un “soccorso azzurro” ed ha annunciato una durissima opposizione. Maurizio Martina ha attaccato: «Va in onda la spartizione tra la Lega e Cinque Stelle». Il segretario del Pd ha ricordato la necessità dei due terzi dei voti per eleggere “il presidente di garanzia” voluto invece solo dai cinquestelle e dai leghisti che «per le poltrone calpestano anche le regole». Insorgono anche i sindacati dei giornalisti. Vittorio Di Trapani (Usigrai), Raffaele Lorusso e Beppe Giulietti (Fnsi) con una lettera aperta ai 7 consiglieri di amministrazione Rai hanno contestato l’indicazione da parte del governo del presidente di viale Mazzini perché «si configura come una palese violazione di legge».

La battaglia si deciderà mercoledì primo agosto. Quando si riunirà la commissione di Vigilanza si vedrà se e come passerà la spallata Salvini-Di Maio sul “presidente di garanzia”.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)