L’uomo solo al comando
e crisi della partecipazione

matteo renziÈ uscito negli ultimi giorni per l’editrice Aracne di Roma, specializzata in testi universitari, l’ultima fatica di Leonardo Raito, storico e docente universitario, oggi collaboratore dell’Università di Padova, intitolato “L’uomo solo al comando. Crisi della partecipazione e trasformazione dei partiti nella prospettiva storica della seconda repubblica”. Il volume sviluppa una riflessione sulla trasformazione dei partiti nella seconda repubblica italiana, evidenziando gli aspetti di crescita della leadership personalistica e la crisi di partecipazione che ha fatto gridare alla crisi della democrazia italiana.

Come nasce questo lavoro
Questo saggio nasce dall’esperienza della tesi del master in management politico che ho conseguito alla Luiss e che è stata seguita dal professor Roberto D’Alimonte. Il desiderio di approfondire in chiave storica la crisi della partecipazione mi ha portato ad analizzare le trasformazioni dei partiti nella seconda repubblica. Ed ecco scaturire questo lavoro che tiene conto anche dell’attualità, la contestualizza e ci dovrebbe aiutare a capirla meglio.

libro RaitoQuali sono a suo avviso i maggiori problemi della democrazia italiana?
La democrazia italiana è malata e ha perso, con la crisi dei partiti tradizionali, anche un modello di organizzazione della vita, degli spazi pubblici. Ci sono molte cause di disaffezione ma una delle prime credo sia l’incapacità di tradurre in azioni concrete i programmi elettorali, a causa dei vizi e delle ruggini del nostro sistema parlamentare. Ovviamente non vanno dimenticati gli scandali, la corruzione, gli sprechi, cose che si vedono e che fanno perdere fiducia nella nostra classe politica.
In questo contesto, crescono i populismi: i cittadini premiano non chi riesce a toccare con realismo i temi prioritari, ma chi stuzzica più in profondità la pancia della gente. Non è quindi solo una crisi politica, ma anche una crisi di popolo e di consapevolezza civica.

I partiti personalistici sono un male o una risposta alla crisi della partecipazione?Sono una tendenza generale e diffusa. Forse una risposta alla scarsa qualità dei dirigenti politici. Nella mediocrità generale emergere per certi versi è più facile. Ma vediamo anche l’altro lato della medaglia. Il leaderismo scardina anche il concetto di partito come comunità, dove si discute e dove si elabora. Nei partiti leaderistici spesso si decide a scapito della qualità delle decisioni.

Da fondatore e dirigente del Pd, cosa sta succedendo al principale partito italiano di questi ultimi dieci anni?
Una crisi prevedibile, di identità e di prospettiva. Il Pd è stato sostanzialmente un partito della tradizione fino all’arrivo di Renzi. Poi è cambiato qualcosa. Manca il senso di comunità dove la discussione porta a fare sintesi. Qui ogni discussione viene messa sul piano personale. E fa perdere credibilità e lucidità all’azione. Ciò tuttavia il Pd ha ancora la sostanza per essere un partito. E se ne sente il bisogno.

In una prospettiva storica, la nostra democrazia è in crisi irreversibile?
Non direi. Certo non sta bene, ma dimostra segnali di vitalità, nei dibattiti e nella mobilitazione verso alcuni temi. La grande partecipazione al referendum costituzionale ha denotato l’ennesima fiammella di speranza non ancora spenta, anche se il risultato, a mio avviso, non contribuisce a rendere più efficace il sistema, anzi. Credo comunque che la forza della nostra democrazia sarà proporzionata alla propria capacità di riformarsi.

Edoardo Gianelli

La crisi del Pd e le scissioni a sinistra

Il renzismo è in crisi e con esso il modello di partito costruito dall’ex premier, segnato da un flebile segno programmatico, incentrato sulle idee di mercato, giovanilismo e di innovazione, e da un’accentuata visione oligarchica della politica. Un modello sconfitto pesantemente nel referendum costituzionale del 4 dicembre scorso e politicamente in crisi, al netto delle inchieste giudiziarie sul “cerchio magico” di Renzi.
Da questa situazione si sono originate le condizioni per la nascita di una nuova formazione politica, che si colloca a sinistra del Pd, i Democratici Progressisti, mentre in precedenza si era costituita Sinistra Italiana.
Qualche commentatore ha evocato una sorta di “maledizione” per la sinistra nel nostro Paese, quella delle scissioni del “Sol dell’Avvenire”.
Il 15 agosto 1882, quando a Genova nacque il Partito socialista con la sigla di Partito dei lavoratori italiani, che aveva in Andrea Costa il leader, non aderirono gli anarchici, che rifiutavano la via parlamentare e democratica per il movimento operaio a livello politico, mentre prendevano le distanze dal nuovo partito, per la sua ideologia marxista, le società operaie mazziniane e repubblicane. Poi, il 21 gennaio del 1921, la scissione di Livorno di Bordiga, Gramsci, Togliatti e Tasca dal Psi, con la nascita del Partito comunista d’Italia, che voleva importare la rivoluzione bolscevica avvenuta nel 1917 in Russia e il 4 ottobre del 1922, alla vigilia della Marcia su Roma di Mussolini, la nascita del Partito socialista unitario, di schietta tradizione riformista, di Turati, Matteotti, Treves, Modigliani e Buozzi, a cui si aggiunse nel 1924 il socialista liberale Carlo Rosselli, in contestazione al massimalismo del Psi del tempo.
E nel dopoguerra, l’11 gennaio 1947 a Palazzo Barberini a Roma, la nascita del Partito socialista dei lavoratori italiani guidato da Giuseppe Saragat (poi, nel 1952, Partito socialdemocratico a seguito della fusione avvenuta l’anno prima con il Psu di Giuseppe Romita), che in polemica con la scelta del Fronte Popolare del Psi di Pietro Nenni e Rodolfo Morandi e dell’alleanza con i comunisti e della scelta filo-sovietica, indica la via democratica e riformista nel campo occidentale.
I due tronconi socialisti si riunificano nel 1966 (per poi dividersi tre anni dopo), ma nel 1964 era avvenuta una nuova scissione, questa volta “a sinistra” del Psi, con la costituzione del Psiup, i socialproletari di Vecchietti e Basso legati al comunismo sovietico. Anche nel campo comunista si deve ricordare una scissione, anzi, secondo il centralismo democratico sul modello del Pcus, l’espulsione del gruppo del Manifesto, “reo” di frazionismo ed “eresia” rispetto al dogma ideologico marxista-leninista, oltre alla nascita, soprattutto dopo il ’68, di una miriade di gruppi legati a varie correnti ideologiche, dal trotzkismo al maoismo all’autonomia operaia: Lotta Continua, Servire il Popolo, Potere Operaio, Pdup, Dp alcune delle sigle.
Si arriva al crollo del Muro di Berlino e il Pci, guidato da Occhetto, con il sostegno di D’Alema e Veltroni, opera la “svolta” della Bolognina il 12 novembre 1989. E così il 3 febbraio del 1991 nasce il Pds, da cui si stacca Rifondazione comunista nello stesso anno e da quest’ultima, nel 1998, il Partito dei comunisti italiani guidato da Cossutta, da sempre sostenitore della linea “sovietista” e storico antagonista del revisionismo di Berlinguer e del compromesso storico.
Tutte queste rotture (ma molte altre sono avvenute, per tacere della diaspora socialista dopo la fine della leadership di Craxi) nel campo della sinistra italiana hanno avuto sempre un aspetto: la contrapposizione ideologica e programmatica, si potrebbe dire la dialettica quasi irriducibile tra diverse concezioni della politica e della società nel divenire storico. Una tensione che, invero, ai nostri giorni appare molto affievolita.
Purtroppo, dal congresso “straordinario” del Psi, non è venuta alcuna risposta ai problemi della sinistra nel nostro Paese e sul tema del ruolo dei socialisti in Italia, con una sorta di miracolistica attesa delle “decisioni di Renzi” novello Godot, nonostante da più parti sia avvertita l’esigenza che anche da noi si costituisca, finalmente, una forza realmente omologa alle socialdemocrazie europee, senza quelle derive centriste e “blairiste” che in Europa hanno prodotto la sconfitta del Pasok in Grecia e dei laburisti in Olanda o l’emarginazione dei socialisti in Spagna.
Ma la “questione-socialista” (e non delle sorti personali dei singoli socialisti!) rimane fondamentale per l’avvenire della sinistra italiana.

Maurizio Ballistreri

Renzi, il Lingotto
e il debito pubblico

Sulla tre giorni del Lingotto, si è detto ovviamente molto. Le analisi sullo storytelling, che avrebbe dovuto rilanciare l’azione di Renzi, sono state le più disparate. E non di rado si sono differenziate per via dell’appartenenza politica.

Molti hanno visto l’ex presidente del consiglio non particolarmente esplosivo; ed uno dei motivi potrebbe essere la non trascurabile posizione di ripartenza di Renzi: ovvero, quella di uno sconfitto.

Egli ha cercato di ricreare (o creare ex novo?) i “recinti ideali” di un partito con un’identità, il quale abbia i caratteri di una sinistra capace di misurarsi con le sfide che il mondo attuale impone.

Ha provato a smarcarsi da un “io”, risultato ingombrante per eccessiva autosufficienza, al fine di far posto ad un “noi” più tranquillizzante e cooperante.

Uno dei punti qualificanti del suo discorso è stata l’importanza della costruzione dell’Unione Europea; lanciando, di conseguenza, la proposta dell’elezione diretta, da parte dei cittadini, del Presidente della Commissione. E non facendosi mancare qualche bordata ai sempre vituperati burocrati, quelli con la matita rossa e blu in mano e solerti sottolineatori dello “zero virgola”.

Si è buttato anima e cuore sulla parola “compagno”, nei confronti della quale mai aveva nutrito particolare trasporto. Ha riaperto le porte delle “Frattocchie”, riconoscendo esplicitamente il ruolo fondamentale della formazione politica per preparare i futuri amministratori. Ha ridato lustro alla territorialità del partito. A quei circoli che, forse, qualcuno pensava di poter rottamare grazie ai sedentari social network. Ma che, e probabilmente non è un caso, hanno garantito la vittoria del “si” al referendum costituzionale, proprio in quelle zone dove sono ancora diffusi: Toscana ed Emilia-Romagna.

Ha invitato ha rivolgersi al futuro senza paura. Ha elogiato, sostanzialmente, il modello Marchionne. Ha ricordato il problema del Sud. E tentato di rivendicare quella parte di azione di governo che ha provato a dare un cambio di passo al paese. Poi, immigrazione, demografia, garantismo e quant’altro.

Insomma, ha cercato di venir fuori da un momento per lui difficile, provando ad uscire dall’angolo, dove anche le inchieste giudiziarie rischiano di prendere sempre il “bersaglio grosso”. Se ci sia riuscito, non è dato ora saperlo. E non è qui che si vuole appurarlo.

Ma c’è stato un grande assente in tutto il discorso renziano, di cui ognuno ormai si è fatta l’idea che vuole. E non è un’assenza qualsiasi, perché, scusate il giro di parole, è una presenza “pesante”. La quale sarebbe buona ad affossare inevitabilmente qualsiasi ottima idea. O a vanificare ogni sforzo programmatico.

Stiamo parlando del debito pubblico, che grava come un macigno sulla nostra condizione presente, e ipoteca, negativamente, anche il futuro.

I dati ci dicono che, attualmente, esso veleggia intorno al 133% del PIL nazionale. Circa 2200 miliardi di euro!

Secondo uno studio dell’Adusbef, il peso del debito sui cittadini italiani è cresciuto in 20 anni di 14.362 euro arrivando alla fine del 2016 a toccare 36.670 euro pro-capite.

Forse, il Lingotto non era il posto giusto per parlare di debito pubblico? Forse, il dover galvanizzare un partito e un paese non rendeva “agibile” un discorso su questo spinoso argomento? Forse, non essendo neanche Renzi riuscito ad uscire indenne dall’aumento del debito, durante il suo governo, si è preferito soprassedere sull’argomento, che è sinonimo (non solo per Renzi) di sconfitta? Forse, la complessità del discorso sul debito pubblico avrebbe reso farraginosa qualsiasi narrazione?

Forse, appunto. Ma se ci si vuole “prendere cura” di questo paese, rispetto soprattutto alle sue generazioni future, bisogna mettere questo problema sul tavolo. Al fine, anche, di non farselo risolvere sempre dai burocrati europei, che chiedono tagli, e sempre tagli, senza alcuna visione politica, che non sia la “linearità” della necessità economica.

Se si parla di “strategia per i prossimi 10 anni”, bisogna fare i conti con questo mostro enorme. “Stabilizzato”, per ora, dalle riserve del cittadino “formica”, con i conti personali in banca. Ma che, ovviamente, è un equilibrio precario, e  che andrà sempre più erodendosi, per via sia della mancanza di lavoro per i giovani, che delle loro misere paghe da prossimi venturi (se non attuali) “working poor” .

Meno soldi nelle tasche, meno welfare per il futuro, importi da fame per le pensioni che verranno, bassa capacità di investimento personale e statale, servizi essenziali (trasporti, per esempio) sempre più cari. Sono questi alcuni dei problemi che si porta dietro la presenza, per il nostro paese, di un debito di tali dimensioni.

Se non si provvede, il “progetto paese” avrà fondamenta incerte ed insicure. E una discussione sull’argomento va iniziata subito, anche a sinistra e, soprattutto, “da sinistra”. Senza aspettare il prossimo governo tecnico, che con tagli “apolitici” lineari, prenderà le risorse anche là dove andrebbero lasciate. Adducendo come giustificazione: “Ce lo chiede l’Europa”.

Raffaele Tedesco

Nencini: No a partiti a vocazione maggioritaria

matteo renziI tre candidati alle primarie del Pd sono in campagna elettorale. Con Renzi, Orlando e Emiliano che cominciano a darsele. Hanno provato ad approfittare di un “momento di mia debolezza” per “distruggere il Pd” ha detto l’ex premier. Perché il Pd ha “la solidità e la forza della sua comunità”. E perché lui, il leader ammaccato dalla sonora sconfitta del 4 dicembre, è in campo per rilanciare: “La partita inizia adesso”.

Proprio quella comunità che per l’altro candidato Orlando è sempre più disorientata e smarrita per le politiche e l’eccesso di leaderismo della segreteria Renzi. Renzi ha puntato l’indice contro gli scissionisti e quanti avrebbero approfittato del suo momento di debolezza per “distruggere” il partito, ma gli sfidanti per la segreteria non ci stanno a vedersi confusi con i fuoriusciti e rinviano al mittente l’accusa di voler indebolire la comunità che si riconosce nel partito. “Mi ha fatto male vedere compagni che se ne sono andati, mi ha fatto più male vedere persone rimaste a casa e ancora di più mi ha fatto male vedere qualcuno che ha tirato un sospiro di sollievo quando queste persone se ne sono andate o sono rimaste a casa” ha replicato Andrea Orlando, accusando il segretario di continuare tracciare una strada solitaria all’interno del partito e di illudersi che per vincere sia sufficiente ammiccare ai populismi. “Inseguire la vecchia destra ci ha portato alla sconfitta, inseguire questa nuova destra ci porterebbe al dramma” ha chiarito Orlando.

“Renzi ci ha provato al Lingotto a dare l’impressione di un cambiamento, ma quanto una storia finisce non la rimetti insieme con l’Attak” ha attaccato l’altro candidato, Michele Emiliano, che si è appellato al popolo delle primarie: “Consegnare ancora nelle mani” di Renzi “la guida del Pd, significa condannare il partito ad una sicura sconfitta elettorale e a perdere il governo del Paese”.

Punto fondamentale sono le alleanze che hanno in menti i candidati alla segreteria del Pd. Dall’idea dell’autosufficienza di veltroniana memoria che ha aperto una crisi profondissima nel centro sinistra. Per Orlando è  necessario proporre un’alleanza “larga” ma sui programmi perché “questo non è il momento di mettere paletti ma di costruire ponti”.

E proprio su questo il segretario del Psi Riccardo Nencini ha affermato che “in nessun paese europeo esistono partiti a vocazione maggioritaria. Nemmeno in Italia. Certo che va stretto un patto con gli italiani. La domanda è: chi lo contrae? Noi presenteremo la nostra proposta sabato, al congresso nazionale. Prima o poi anche il PD dovrà dirci come la pensa. Meglio prima”.

Ovviamente la legge elettorale farà la sua parte. Tolto di mezzo l’Italicum che costringeva tutti a sottomettersi al volere del partito maggiore, resta un grande vuoto da colmare. Il problema è come riempirlo. Le proposte non mancano.

Consulenti del lavoro, rottamazione cartelle Equitalia rischia di fallire

Pensioni anticipate

APE, DECRETI IN RITARDO MA VIA A MAGGIO

Una franchigia fino a 12 mesi per garantire – ai lavoratori impegnati in attività gravose e con 36 anni di contributi – di accertare che hanno svolto un lavoro particolarmente gravoso anche negli ultimi sei anni, requisito indispensabile per accedere all’Ape. Insieme a un via libera all’utilizzo del cumulo gratuito dei contributi corrisposti in gestioni diverse anche per il calcolo dei requisiti di accesso all’Ape social o volontaria, nonché per il ritiro anticipato dei precoci, con esclusione però per gli iscritti alle casse privatizzate. E ancora: una interpretazione estensiva dei 12 mesi di versamenti effettuati prima del 19esimo anno di età per essere riconosciuto, appunto, lavoratore precoce, riconoscimento che non si perderebbe in casi di lunghe malattie, maternità o intervalli di cassa integrazione. È ruotato perlopiù attorno a questi aspetti interpretativi il tavolo tecnico sulla previdenza che si è svolto di recente al ministero del Lavoro e al quale hanno partecipato diversi economisti della policy unit di palazzo Chigi guidata da Marco Leonardi. Parte delle richieste avanzate dai sindacalisti dovrebbero trovare posto nei decreti attuativi in lavorazione dopo l’ultimo vaglio del Mef. Da poco sono scaduti i 60 giorni prefigurati per il varo dei Dpcm, ma i tecnici impegnati in questo cantiere attuativo non si sono mostrati preoccupati: l’obiettivo del debutto dell’Ape il 1° maggio resta confermato. La certificazione della mansione di lavoro pesante sarà a carico dell’azienda e sarà poi verificata sulle banche dati di Inps, Inail e ministero del Lavoro con una procedura che dovrebbe essere la più semplificata possibile, così come sarà disegnato con la massima semplicità possibile il modulo digitale di compilazione della domanda di Ape volontaria. Su quest’ultimo strumento, tuttavia, non si sono fatti approfondimenti, in attesa della chiusura degli accordi con Abi e Ania sul costo dell’anticipo (nelle vecchie slides del governo Renzi sull’Ape volontaria e aziendale s’ipotizzava un Tan al 2,5% e un premio assicurativo sul 29% del capitale anticipato da restituire con il rateo ventennale). Il prossimo incontro sui decreti previdenziali è in programma il 13 marzo, mentre il 9 si parlerà di mercato del lavoro e voucher. In questi giorni proseguiranno anche i confronti tecnici al ministero dell’Economia cui parteciperanno anche esponenti dell’Inps, istituto fulcro dell’intera operazione Ape. Il governo intanto ha anche preso in esame il documento unitario dei sindacati che sollecitano una definizione precisa della platea di lavoratori precoci e dei beneficiari dell’Ape social, insieme alla considerazione delle specificità di alcuni settori caratterizzati da alti livelli di discontinuità del lavoro, come l’edilizia, che rendono difficilissimo il possesso dei requisiti previsti per l’anticipo pensionistico. «Su alcune richieste abbiamo avuto risposte positive – ha spiegato Roberto Ghiselli (Cgil) – come sulla franchigia di 12 mesi per l’Ape o sulla richiesta che nell’individuazione della platea dei lavoratori beneficiari dell’uscita anticipata il riferimento sia alla mansione del lavoratore e non al comparto dell’azienda. Restano comunque aperte alcune questioni, in particolare per edili e marittimi, su cui continueremo il pressing. Nella “fase 2” si affronterà invece il tema delle aspettative di vita dove potrebbero essere ricompresi tanti lavori oggi esclusi dall’uscita anticipata. Il metodo del confronto è comunque positivo». Maurizio Petriccioli (Cisl) ha infatti parlato di «passaggio interlocutorio», rimarcando le «risposte positive per rendere esigibili alcune opportunità previste dall’intesa, come per il cumulo gratuito o per l’accesso all’Ape volontaria o agevolata», ma «rimangono alcuni ostacoli che rischiano di limitare la platea degli aventi diritto ai benefici previdenziali». Anche per Domenico Proietti (Uil) l’incontro è stato «proficuo», è «importante che i decreti diano a tutte le platee individuate la possibilità di accedere all’Ape sociale, al pensionamento precoce ed alla positiva ricongiunzione dei contributi corrisposti, senza vincoli interpretativi e restrittivi. Continueremo a lavorare per rendere esigibili queste opportunità per tutti gli interessati”.

Consulenti del lavoro

ROTTAMAZIONE CARTELLE EQUITALIA RISCHIA DI FALLIRE

La rottamazione delle cartelle rischia di fallire. E’ l’allarme che arriva dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro, che ha inviato una lettera a Inps ed Equitalia. “Per un mancato raccordo fra la normativa fiscale e quella previdenziale, infatti, le aziende che hanno debiti previdenziali anche di modesta entità -si legge in una nota dei professionisti- potrebbero decidere di non aderire alla sanatoria. Questo perché l’adesione alla rottamazione ad oggi blocca il rilascio alle imprese del Documento unico di regolarità contributiva (Durc) da parte dell’Inps e dell’Inail e di conseguenza rende impossibile partecipare agli appalti pubblici per la fornitura di beni e servizi”. “Il Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro, tramite il suo vicepresidente Vincenzo Silvestri, ha inviato -si legge ancora nella nota- una lettera all’amministratore delegato di Equitalia, Ernesto Maria Ruffini, e al direttore generale dell’Inps, Gabriella Di Michele, chiedendo di anticipare l’effetto della sanatoria. Infatti, le imprese che non hanno in essere una rateizzazione con Equitalia e richiedono la rottamazione, in attesa di ricevere il via libera per il nuovo piano di rateazione, si vedranno decadere il rinnovo del Durc”. “Questo intreccio -sottolinea il vicepresidente Silvestri nella lettera- provocherà la paradossale situazione, per coloro che accederanno alla rottamazione dei ruoli, di risultare non in linea con i pagamenti presso il concessionario”. Così, continua la nota dei professionisti, “chi avrà urgenza di chiudere contratti con la pubblica amministrazione troverà la rateazione più conveniente in termini di tempo, nonostante questa soluzione si presenti come la più onerosa”. “L’Inps e l’Inail, in realtà, potrebbero aggiornare le loro procedure informatiche – spiega – per far equivalere l’accettazione dell’istanza di rottamazione da parte di Equitalia come un primo pagamento. In questo modo, si risparmierebbero almeno due mesi, poiché la risposta di Equitalia all’istanza deve arrivare entro maggio”. “Un’altra interessante questione ancora aperta -continua Silvestri- è la definizione degli ‘interessi’ che devono essere corrisposti, in caso di debito contributivo con Inps e Inail, assieme al capitale al fine di legittimare la rottamazione. Le sanzioni previdenziali, si ricorda, hanno natura di risarcimento civilistico, con distinzione a seconda se si tratti di omissione o evasione. Da qui l’auspicio di definire la questione in tempi rapidi per consentire all’agente della riscossione di avere tutti gli elementi utili per calcolare il quantum realmente dovuto”.

Scommesse on line

ITALIA PRIMA IN EUROPA

Oggi l’Italia occupa il primo posto nel mercato europeo dei giochi on line, avendo raccolto nel 2012 circa 15 miliardi e mezzo, seguita dalla Francia che non raggiunge neppure i 9 miliardi e mezzo. Il nostro paese occupa il 22% del mercato mondiale. E il mercato legale on line nel 2012 era al primo posto nell’e-commerce. E’ quanto emerge da un articolo di Annunziata de Felice e Isabella Martucci pubblicato sulla Rivista Economica del Mezzogiorno, Trimestrale Svimez diretto da Riccardo Padovani. Nel periodo più acuto della recessione, l’incidenza della raccolta del gioco d’azzardo sul pil ha toccato i picchi di oltre il 5% nel 2012 e del 4,4% nel 2013. Nel Mezzogiorno l’incidenza nel 2013 è stata del 5,4%, di oltre un punto maggiore rispetto a quella del Centro-Nord (4,1%). “Si tratta di un mercato del tutto anomalo, che non ha risentito affatto delle difficoltà congiunturali che hanno interessato l’Italia: infatti, mentre durante la crisi si assisteva a una contrazione della domanda interna di beni e servizi e i consumi delle famiglie calavano del 3%, i giocatori hanno sestuplicato l’ammontare della spese per il gioco d’azzardo”, si legge nell’articolo. Ciò vale, ovviamente, rileva, “solo per il gioco legale, perché è impossibile stimare quello illegale”. Nel 2012 il giro d’affari del gioco d’azzardo ha toccato gli 84 miliardi, comprendendo tutti i diversi giochi gestiti dai Monopoli e dai 4 Casinò esistenti nel nostro paese (Campione d’Italia, Saint Vincent, Sanremo e Venezia): lotto, superenalotto, lotterie nazionali e Gratta e Vinci, scommesse sportive a base ippica, Bingo, apparecchi elettronici come i videopoker. In tempi più recenti, rileva la rivista Svimez, è aumentata esponenzialmente la passione per il gioco on line, che nel 2012 ha raggiunto il 16% dell’intera raccolta, e, ancor più, gli apparecchi di intrattenimento, che sfiorano il 56% della raccolta. “Un tipo di gioco che attrae di più giovani e donne: si tratta di un settore che sfugge a ogni controllo e dove più facilmente si annida la criminalità organizzata, la quale ottiene profitti ben più elevati di quelli scaturenti dal gioco legale”, si sottolinea. La spesa destinata al gioco è maggiore in Lombardia ma seguono Lazio e Campania. In Lombardia, dove il pil pro capite si attesta attorno ai 33 mila euro o li supera, nel 2013 sono stati raccolti 13 miliardi e 905 milioni, pari al 19,9% del totale nazionale destinato ai giochi. Seguono il Lazio (pil pro capite circa 28 mila euro) e Campania (dove il pil pro capite è di circa 16 mila euro), rispettivamente con l’11,1% (7 mld e 785 mln) e l’8,9% (6 mld e 226 mln). Tra le regioni che spendono in giochi d’azzardo una quota elevata del pil, oltre le prime tre, figurano l’Emilia Romagna col 4,6%, il Veneto col 4,5%, il Piemonte col 4,3%, la Sicilia col 5,9%, la Toscana col 3,9%, la Puglia col 5,9%. Se la preferenza per le tipologie di gioco varia da regione a regione, in tutte la raccolta più elevata proviene da slot machine, videolotteries, new slot, video lottery terminals. Il Lotto è preferito in Lombardia, seguita da Campania, Sicilia e Lazio, il Bingo piace molto soprattutto a campani e siciliani, mentre nei giochi a base sportiva di gran lunga la prima è la Campania.

Carlo Pareto 

Pd, si è rotto il patto di via Barberini

barberiniVia Barberini, scissione, atto uno. Il 15 febbraio Michele Emiliano, Enrico Rossi e Roberto Speranza, in un incontro riservato in via Barberini 36, gli uffici romani della regione Puglia,  innescano il processo della scissione del Pd. Il presidente della regione Puglia, il governatore della Toscana e l’ex capogruppo del Pd alla Camera pongono le basi dell’addio al Pd renziano. È il cosiddetto patto di via Barberini.

Le accuse a Matteo Renzi sono quelle ufficializzate tre giorni dopo, il 18 febbraio, nell’assemblea delle sinistre democratiche al Teatro Vittoria: la gestione leaderistica del partito; il congresso “cotto e mangiato” senza i tempi per discutere; lo spostamento delle scelte sociali ed economiche su posizioni neo centriste, dimenticando le radici di sinistra, la difesa dei lavoratori.

I “tre tenori”, come sono battezzati da un deputato della sinistra del partito, tutti e tre già in procinto di candidarsi al congresso per la segreteria in contrapposizione a Renzi, chiedono un radicale cambio di rotta al Teatro Vittoria (sul palco loro tre mentre in platea, in posizione più defilata, i veterani Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema). Il presidente della regione Puglia accusa il segretario del Pd  di “arroganza”, il governatore della regione Toscana gli rimprovera di essere espressione dell’“establishment”. L’ex capogruppo alla Camera, invece, attacca Renzi per il disegno di un congresso-plebiscito di rivincita «del capo arrabbiato che ha perso il plebiscito vero», quello del referendum costituzionale.

La replica delle accuse a Renzi c’è il 19 febbraio, il giorno dell’infuocata assemblea nazionale del Pd tenuta all’Hotel Parco dei Principi, davanti al parco di villa Borghese. I dissidenti della minoranza lasciano poco spazio ad una ricomposizione dello scontro: dal segretario arriva “un muro”: no alla trasformazione del Pd “nel PdR”, il Partito di Renzi; è possibile la nascita di “una nuova forza”.  Emiliano, però, oscilla. Alterna parole di rottura ad aperture di riconciliazione: «Non cerchiamo un capo» e «siamo a un passo dall’evitare la scissione».

Renzi si dimette da segretario e dà il via alla svolgimento del congresso su linea di contrattacco: la sinistra deve fare i conti con la realtà, no alla scissione, congresso in primavera, dialogo con le minoranza ma “niente ricatti”. Le mediazioni per evitare la spaccatura del partito tentate dai ministri Franceschini, Delrio e Orlando sembrano naufragare. Così anche gli sforzi unitari dell’ex segretario Ds Piero Fassino: «Resrate. Possiamo superare i contrasti. Le scissioni si fanno solo quando si hanno visioni diverse del mondo! ».

Via Barberini atto secondo. I tre alfieri della minoranza, insoddisfatti, si rivedono sempre il 19 febbraio negli uffici romani della regione Puglia per tirare il bilancio dell’assemblea nazionale del Pd. Emiliano, Rossi e Speranza formalizzano la levata di scudi in un bellicoso comunicato stampa comune.  Addossano il peso della rottura al segretario dimissionario: «È ormai chiaro che è Renzi ad andarsene, ad aver scelto la strada della scissione assumendo così una responsabilità gravissima». Tuttavia, dietro la durezza della nota stampa comune sembrano emergere delle divergenze. La scissione è sospesa.

Si susseguono colloqui e contatti tra renziani e minoranze e all’interno di quest’ultime. Si infittiscono le indiscrezioni sull’intenzione di Emiliano di non rompere, di restare nel Pd e di candidarsi alla segreteria in opposizione a Renzi. Lo “sceriffo”, come si è definito più volte il governatore pugliese, sembrerebbe contrario a una “cosa rossa”, una nuova formazione politica di sinistra radicale. L’incertezza è forte.

Via Barberini atto terzo. Si parla di una nuova riunione tra Emiliano, Rossi e Speranza negli uffici romani della regione Puglia. Sono frenetici gli incontri e i contatti informali. Alla fine arriva la notizia: l’ex pubblico ministero rimane del Pd e si candida alla segreteria. Parla alla direzione del Pd del 21 febbraio polemizzando duramente con Renzi: «Questa è la mia casa, nessuno mi può cacciare. Mi candido alla segreteria del Pd nonostante  l’intenzione evidente del segretario uscente di vincere  il congresso in ogni modo e con ogni mezzo…Renzi vuole il conflitto per il conflitto». Ricorda la battaglia comune con Rossi e Speranza: «Enrico e Roberto sono due persone perbene, di grande spessore umano che sono state offese e bastonate dal cocciuto rifiuto di ogni mediazione. Renzi è il più soddisfatto per ogni possibile scissione».

Speranza e Rossi, invece, non vanno alla riunione. È rotto il patto di via Barberini. Una parte della sinistra, disertando la direzione convocata nelle sede di Sant’Andrea delle Fratte, di fatto fa scattare la scissione.

Manca solo la formalizzazione dell’addio.Venerdì prossimo potrebbero nascere i gruppi parlamentari dei dissidenti al Senato e alla Camera. Ai primi di marzo potrebbe nascere il “nuovo soggetto politico” degli scissionisti. Ma c’è chi non si rassegna e spera ancora di evitare la scissione. In testa c’è Romano Prodi. L’inventore dell’Ulivo e del Partito democratico fa decine di telefonate per scongiurare la frattura: E’ “angosciato” perché «nella patologia umana c’è anche il suicidio».

Le conseguenze politiche del divorzio dei ribelli di sinistra da Renzi saranno a pioggia. Probabilmente la spaccatura del Pd farà traballare il governo Gentiloni, accentuerà la frammentazione del centrodestra allontanando Berlusconi da Salvini e incoronerà il M5S di Grillo primo partito italiano. Questi, però, sono i capitoli di un libro ancora tutto da scrivere. Gli imprevisti sono sempre in agguato.

Rodolfo Ruocco

Nel PD un dialogo tra sordi
ed i possibili rimedi

Dopo la direzione nazionale bisogna prendere atto che il PD potrà uscire fuori dal guado se indicherà la direzione di marcia e le condizioni essenziali perché sia perseguita in unità d’intenti. Viene legittimo il dubbio che con i suoi ultimatum a ripetizione la sinistra dem abbia l’intento di provocare la scissione a destra per scaricarne la responsabilità su Renzi ed accreditarsi come l’erede di quanto rimane del PD. E’ bene chiarire che è legittima aspirazione di ogni partito diventare forza maggioritaria per la sua proposta, altra cosa prefiggersi di raggiungere l’obbiettivo a colpi di sbarramenti, tipo l’8% di marca veltroniana che accelerò la caduta del governo Prodi a destra come a sinistra della composita coalizione prefigurando il taglio dei rami minori e, così facendo, decretando la fine del tronco.

Nonostante la bocciatura la vocazione maggioritaria è rispuntata anche con Renzi che avrebbe dovuto prenfere atto di un’altra lezione esemplare come l’implosione della maggioranza bulgara di Berlusconi. Ho riepilogato la storia di una direzione di marcia sbagliata per dire che la strada maestra di veri maestri come De Gasperi è quella delle coalizioni più ampie ed omogenee possibili cementate da una strategia condivisa per un obiettivo comune, che oggi prioritario e discriminante per le alleanze è restare in Europa per cambiarla dal di dentro. Questo criterio della inclusività per orientare ed aggregare altre forze esterne deve essere perseguita in primo luogo all’interno della forza politica che aspira alla guida del processo aggregativo. La prima doverosa mossa di Renzi è quella di liberare il partito dalla sensazione-tentazione di voler egemonizzare la rappresentanza, ma questo non può avvenire a trattativa privata con chi sta con un piede dentro ed uno fuori dal partito minacciando scissioni come un lassativo. Sarebbe l’inizio della disgregazione mentre la strada maestra ispirata dall’esperienza dell’Ulivo è quella di un partito aperto all’apporto della base anche fuori dal perimetro del partito estendendo le primarie a tutte le candidature specie se comprendono figure come i capolista sottratti al voto popolare, promuovendo primarie generali dei candidati in ogni collegio con il primo eletto indicato a capolista, evitando un duplicato del capolista in seconda battuta, assicurando così la pluralità degli apporti assolutamente vitale per chi si prefigge di superare la soglia del 40%.

In poche parole si tiene unito un partito facendosi carico per ogni componente del principio del “Primum vivere deinde philosophari”. Giusta la preoccupazione di chi ritiene che si moltiplicherebbe con il premio alla coalizione la frantumazione ed il ricatto delle forze minori ma il premio al partito di maggior consistenza può anche essere perseguito, incentivando l’unità di forze omogenee, escludendo dal riparto del premio le forze che non abbiano raggiunto un minimo di consenso popolare. Così come, per le candidature multiple, si evita l’arbitrarietà della scelta da parte delle oligarchie di partito risultando il candidato eletto laddove ha conseguito la percentuale maggiore. Mi fermo a queste prime indicazioni rispettose, dentro e fuori del partito, della pluralità degli apporti dentro possibili maggioranze e fuori a tutela delle minoranze prevedendo sin da ora, per favorire gli accorpamenti, che per le liste singole e non coalizzate la soglia minima sia fissata al 5% secondo il modello tedesco.

Il mito renziano del 40% e il caos seguente

renzi 7Non un miraggio ma un traguardo a portata di mano. Matteo Renzi quasi tre anni fa lavorava ad incassare il 40% dei voti nelle elezioni politiche. Riteneva che ci fossero le premesse. Il Pd nelle elezioni europee del maggio 2014 aveva ottenuto un trionfale 40,82%. Aveva seminato il M5S al 21,16% e Forza Italia al 16,83%; e così tutti gli altri avversari impigliati in livelli ancora più bassi. In questo clima Renzi, allora presidente del Consiglio e segretario del Pd, impostò l’Italicum, la  nuova legge elettorale che, tra l’altro, assegnava un premio di maggioranza al partito che avesse incassato almeno il 40% dei voti.

Però poi tutto è cambiato rapidamente: sono arrivate le disfatte. Renzi prima ha perso colpi nelle elezioni regionali del 2015, quindi è stato sconfitto nelle comunali del 2016 e infine è arrivata la batosta nel referendum del 4 dicembre scorso sulla riforma costituzionale del governo: respinta con il 59,11% di “no” contro il 40,89% di “sì”. A gennaio la Corte costituzionale ha bocciato alcuni punti dell’Italicum, ma non il premio di maggioranza di seggi al partito più forte, con almeno il 40% dei consensi.

Così non svanisce, resta, anzi si rafforza il mito del 40%. Renzi, con l’obiettivo del voto anticipato in tempi rapidi, prima della fine naturale della legislatura all’inizio del 2018, ne ha parlato più volte dopo la sconfitta al referendum col 40% di sì: «Ripartiamo da qui». Ha indicato degli esempi storici: «Il Pd ha preso il 40,8% alle Europee, miglior risultato di un partito politico in Italia dalla Dc del 1959. Sono convinto che se il 4 dicembre si fosse votato per i partiti, saremmo risultati nettamente primi». È scoppiata una rissa. La tesi è stata contestata sia dalle minoranze del Pd sul piede di guerra contro Renzi sia dalle opposizioni dei cinquestelle, del centrodestra, di Sinistra italiana. Tuttavia l’ex presidente del Consiglio insiste, nonostante i venti di scissione che soffiano nelle sinistre del partito.

Il 40%, però, è una cifra che affascina un po’ tutti. Giuliano Pisapia, impegnato per dare vita al Campo Progressista, ritiene che sia un traguardo possibile per un centrosinistra rinnovato ed unito. L’ex sindaco di Milano ha lanciato un preciso messaggio a Renzi invitandolo a mettere da parte la linea dell’autosufficienza: «Penso che l’alleanza tra il Pd, noi, le liste civiche, gli ecologisti possa arrivare al 40%».

Il 40%  è un numero che ipnotizza.  Beppe Grillo ha chiesto di andare a votare subito, applicando il Legalicum, come ha battezzato il testo dell’Italicum rivisto dalla Consulta. Vede la vittoria e Palazzo Chigi a portata di mano: «La Corte costituzionale ha tolto il ballottaggio, ma ha lasciato il premio di maggioranza alla lista al 40%. Questo è il nostro obiettivo per poter governare». Tuttavia l’ascesa trionfale del M5S, dopo tante vittorie, è ostacolata dal caos nel quale naviga la giunta comunale di Roma, la metropoli guidata dalla sindaca grillina Virginia Raggi. È un caos pagato con la discesa dei cinquestelle nei sondaggi elettorali.

Anche Giorgia Meloni, alleata della Lega Nord di Matteo Salvini, ha chiesto immediate elezioni per portare un centrodestra unito al traguardo del 40%. La presidente di Fratelli d’Italia è fiduciosa sulla riunificazione del centrodestra:«Chiederemo agli italiani di darci il 40% per ottenere la maggioranza in Parlamento».

Silvio Berlusconi è attratto dal 40%, tuttavia esistono dei ma. Il presidente di Forza Italia un anno fa diceva: «Solo con questo vecchietto» il centrodestra unito «può raggiungere il 40%, vincere le elezioni  e governare il Paese». Non ha cambiato idea, però il centrodestra resta diviso perché “questo vecchietto” non vuol cedere a Salvini o a un leader populista la leadership. Niccolò Ghedini vede un futuro in rosa. L’avvocato di Berlusconi e senatore di Forza Italia con ‘Libero’ dà per scontata l’intesa con la Lega: «Solo Silvio può tenere insieme Salvini e Alfano. I sondaggi ci danno al 35%, con il Cav in campo arriveremo al 40%». La complicata partita del 40% è appena cominciata ed è tutta da giocare.

Rodolfo Ruocco

Ernesto Rossi, la lezione
e l’attualità di un intellettuale libero

Ernesto RossiQuesto 9 febbraio 2017, saranno passati 50 anni dalla morte di Ernesto Rossi. Persona di cui, rispetto al suo contributo per la lotta al fascismo e per la costruzione della nostra Italia libera, si sa piuttosto poco, ormai.
In questi ultimi mesi, qualche volta il suo nome ha fatto capolino nelle cronache. Soprattutto, quando l’ex premier Renzi ha deciso di tenere a Ventotene un vertice con Germania e Francia post Brexit, per tentare di far ripartire quel progetto di Europa Unita di cui Rossi, insieme a Spinelli, è uno dei principali propugnatori. Infatti, fu proprio nell’isola pontina, che vide la luce il famoso “Manifesto di Ventotene”, scritto da Ernesto Rossi e Altiero Spinelli durante il loro confino in quanto oppositori integerrimi del regime fascista di Mussolini.
Come scritto nella prefazione al testo da Eugenio Colorni, altro oppositore di Mussolini, “Si fece strada (tra noi n.d.r) […] l’idea centrale che la contraddizione essenziale, responsabile della crisi, delle guerre, delle miserie [..] è l’esistenza di stati sovrani, geograficamente, economicamente, militarmente individuali, consideranti gli altri stati come concorrenti e potenziali nemici, viventi gli uni rispetto agli altri in una situazione di perpetuo bellum omnium contra omnes”.
Ogni volta, però, che si tira fuori “dall’oblio” il nome e la figura di Ernesto Rossi, viene da chiedersi, perché utile, se il suo pensiero, le sue idee o anche il suo “metodo” siano ancora attuali e validi.
Appartenendo alla cultura liberal-socialista di questo paese, Rossi è (purtroppo per l’Italia) il componente di una sparuta minoranza. La quale se pur ha inciso molto nel progresso sociale del nostro paese, opponendosi fieramente contro la dittatura fascista non meno di altri, ha di certo scontato l’essere, numericamente, poca cosa rispetto all’egemonia culturale comunista. La quale poteva contare sull’intellettuale “organico”, di fede, al fine di realizzare il “paradiso in terra”. Il “sol dell’avvenire” doveva spuntare per forza, insomma. Al di la di ogni ragionevole dubbio.
Rossi, invece, di dubbi ne aveva molti, perché “pessimista della ragione”. Anzi, amava dire: “Siamo democratici, perché siamo pessimisti nei riguardi dei governanti”. Da anticlericale quale era, faceva corrispondere la linea che separa gli amanti della libertà dai suoi avversari, alla distinzione tra laici e chierici. Ed i chierici non stanno di certo sempre e solo in chiesa, come la storia ci ha insegnato.

Il suo essere intellettuale libero da ogni condizione partitica, in quanto il partito è un mezzo e non un fine, era distante, e in antitesi, con la figura dell’intellettuale gramsciano. Ma corrispondeva di più a quello descritto da Bobbio in un articolo sull’Avanti!, intitolato “Invito al colloquio”. In cui l’ex compagno azionista, ribadendo la superiorità della cultura politica liberal-democratica rispetto a quella delle democrazie popolari, affermava che l’intellettuale avrebbe dovuto essere “dentro” i contrasti della società, per capirne le ragioni. Perché la politica della cultura doveva essere una forza completamente autonoma nell’ambito sociale. Era la libertà che doveva caratterizzarla, non l’appartenenza. In questo modo apparivano una contraddizione negativa il partito “degli intellettuali” e la figura dell’intellettuale di partito, rispetto ad un intellettuale “mediatore”, attrezzato con l’arma del dubbio e, così, capace di libera critica.
Rossi fu soprattutto questo, un intellettuale libero. Il quale non si fermò alla “cattedra”, ma partecipò in prima persona agli eventi più devastanti della nostra storia. Come la Prima Guerra Mondiale, a cui prese parte nello spirito dell’interventismo democratico, appoggiato anche dal suo maestro Gaetano Salvemini; al quale riconosceva il fatto di averlo salvato, appena finita la guerra, quando ha un momento di incertezza. Incertezza con cui, per stessa ammissione di Rossi, “sarei facilmente sdrucciolato nei Fasci di combattimento”.
Si oppose strenuamente alla dittatura fascista, pagandone in prima persona con anni di prigionia e confino.

Aderì e militò in partiti, come il Partito D’Azione e quello Partito Radicale.
Lavorò, giovanissimo, subito dopo la Grande Guerra, presso l’ANIMI, Associazione Nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia, dove conobbe la situazione di tremenda arretratezza del Sud del paese. E si impegnò sia per aiutare i migranti italiani a partire verso terre che potevano dargli un futuro, sia per il miglioramento del sistema scolastico.
Fu manager pubblico come responsabile dell’ARAR (Azienda Rilievo Alienazione Residuati) fino al 1958. Sottosegretario alla ricostruzione del primo governo Parri. E opinionista, sempre scomodo e anticonformista. Analizzando ogni aspetto politico, sociale ed economico che sia, con metodo analitico, e con linguaggio antiretorico.
Come messo in evidenza da Walter Vecellio durante un convegno di qualche anno fa, “dell’Ernesto Rossi giovane, quello dell’antifascismo, per intenderci, bene o male qualcosa si sa, si può sapere. Ma dell’Ernesto Rossi del dopoguerra; delle splendide campagne condotte attraverso le colonne del settimanale ‘Il Mondo’; delle lotte antiregime e antimnopoli; per questo Ernesto Rossi il discorso è diverso”. In fondo, “era il grande accusatore degli abusi e dei privilegi di regime, nonché della politica parolaia delle opposizioni”.
Eppure, al di là del nostro giudizio sull’opera e il pensiero complessivo di Rossi, qualche domanda sulla sua attualità, come sulla bontà di alcune sue battaglie, andrebbe posta. Soprattutto, anche alla luce della situazione econimico-sociale che viviamo. La quale, se da più parti viene descritta come il portato di anni di mala gestione, risulterebbe ancora più importante indagare su chi certe pratiche le ha sempre stigmatizzate. O, anche, riflettere sul modo in cui Rossi è stato effettivamente l’incarnazione del “Quarto Potere”; il cane da guardia e il pungolo del potere, rincorso e rintuzzato attraverso un’opera instancabile di ricerca e studio.
E pur se oggi il suo strenuo anticlericalismo potrebbe risultare troppo legato ad un mondo ormai radicalmente cambiato e secolarizzato, di certo il concetto di “laicità dello stato”, nel nostro paese, non è sempre un fatto acquisito. Perché, usando le parole di Rossi: “Non penso sia mio compito insegnare ai preti a fare il loro mestiere. I preti, purtroppo, sanno fare benissimo il loro mestiere: siamo noi liberali che non sappiamo fare il nostro”.

Con un sistema dell’8 per mille piuttosto “sbilanciato”, e reso opaco da una cattiva informazione. Il problema delle tasse sui presunti luoghi di culto, ma che svolgono, in effetti un’attività commerciale come le altre, e le pressioni esercitate (con successo) nel caso, per esempio, del referendum sulla legge 30, senza contare la difficoltà di approvare leggi su fine vita e testamento biologico, stanno lì a testimoniare che non tutto è al posto giusto nei rapporti tra Vaticano e Stato italiano.
Come trova ancora effettivo riscontro nelle, purtroppo, non esaltanti cronache provenienti dallo stato di salute dell’Unione Europea, il richiamo di Rossi al pericolo insito in ogni nazionalismo. In un contesto dove, oggi, si rinfocola un sovranismo, che ha echi davvero oscuri e populisti. Alla vigilia, tra l’altro, di un anno elettorale che appare essere decisivo per le sorti dell’UE, già menomata, e non poco, dalla Brexit.

Convinto della superiorità del libero mercato, sistema che definiva “individualistico”, non si è mai chiuso in posizioni ideologiche. Tanto da polemizzare con una delle persone che stimava di più: Luigi Einaudi. Nei confronti del quale dice che:” Continuamente Einaudi ragiona come se la libera concorrenza portasse al massimo la produttività di tutti i fattori della produzione e distribuisse automaticamente il prodotto nel modo più corrispondente agl’interessi di tutti i componenti della collettività. Einaudi sa bene che a questa conclusione si arriva solo assumendo come dato di fatto una certa distribuzione della ricchezza e che, quando si passa dalla teoria astratta alla realtà concreta, tutto il castello cade non appena si osserva la differenza fra opportunità che si prospettano alla scelta dei vari individui. Einaudi sa benissimo tutto ciò […] ma non lo tiene mai in evidenza”.
Pur non essendo un keynesiano, anche perché Keynes, in qualche caso, aveva anche elogiato le spese improduttive, purché diminuissero la disoccupazione (costruire, alla bisogna piramidi era meglio di nulla, ha scritto l’economista britannico, pur dopo pentendosene), Rossi fu favorevole alla nazionalizzazione dell’industria elettrica (il suo “chiodo fisso”). Ritenendo necessario lo smantellamento di alcuni centri di potere pericolosi nei confronti delle istituzioni democratiche.
Non riteneva, che il capitalismo, di per se, “fosse una pecora da tosare”, così come sostenuto in seguito da Olalf Palme. Però, riconosceva l’esigenza del fatto che anche il “liberismo richiede la pianificazione”. Perché “nessuna persona di buon senso può pensare seriamente che dal caos degli impulsi individuali nasca spontaneamente un cosmo di ordine sociale. L’economia di mercato dà risultati ottimi o pessimi a seconda dell’ordinamento giuridico. […]. Non basta che il legislatore stabilisca l’oggetto e i limiti del diritto di proprietà […]. Occorre nazionalizzare i servizi pubblici che risultano troppo pericolosi in mano ai privati […]. Occorre redistribuire […] i costi della dinamica economica”.

In questi ragionamenti è insito un problema ancora (e forse ancor più rispetto agli anni ‘50) presente ai nostri giorni: ovvero, il ruolo della politica rispetto all’economia.
Rossi, attraverso la possibilità di intervento dello stato nell’economia, riconosce che il potere politico comunque mantiene una predominanza su quello economico. Perché, come detto, gli animal spirits, lasciati troppo allo stato brado, possono produrre danni, soprattutto ai più deboli; o, se si preferisce, ai più.
Ed infondo, la crisi che stiamo vivendo ci dice proprio che il modello neoliberista produce scompensi profondi, proprio per la mancanza di meccanismi regolativi. Ed ha consentito, come direbbe Rossi, “pratiche predatorie […] che consentono profitti ai privati con danno alla collettività”.

Si pone, quindi, il problema del rapporto tra politica ed economia. Perché siamo passati da una economia ancillare alla politica, durante i “Trenta Gloriosi” del dopo guerra; ad una politica “succube” del potere della finanza globalizzato. La quale, in queste condizioni, prende le sembianze di un “monopolio globale”, rispetto al quale non c’è il contraltare di un potere politico altrettanto globalizzato, o sufficientemente ampio e connesso, da regolarlo secondo logiche meno rapaci.
Era chiaro già allora all’ex giellino che “le crisi economiche hanno conseguenze particolarmente penose nel regime capitalistico, per il fatto che colpiscono in modo sperequatissimo i diversi membri della società, e per il fatto che la gravità del danno non corrisponde alla diversa responsabilità degli interessati”. E che le istituzioni democratiche sono messe in serio pericolo dalla miseria e dalla insicurezza. Tanto da sembrare un veggente rispetto al nostro tempo, affermando che:” [..] il suffragio universale si trasforma in un’arma micidiale per la stessa democrazia nei paesi in cui la miseria impedisce a gran parte della popolazione di acquisire coscienza dei propri doveri verso la collettività, e la rende facile preda dei demagoghi”. Ribadendo la necessità dello stato sociale come “premio di assicurazione verso le crisi rivoluzionarie e le dittature totalitarie”.
L’epoca in cui è vissuto Rossi è totalmente diversa dalla nostra. Le accelerate sono state imperiose, tanto da lasciar sconcertati e impreparati. Quando si parla di “miseria”, si deve tenere ben a mente che non è la stessa, a distanza di anni. Però, i problemi sembrano avere punti di contatto notevoli, nonostante il lasso di tempo che separa i contesti storici.
Ma, la risposta a tutto ciò sta ancora in quel sogno di federalismo europeo (e non solo), che ha animato i confinanti di Ventotene. E non in risposte nazionali, se non nazionalistiche, le quali appaiono oltre che velleitarie, anche miopi e pericolose.
Qualsiasi cosa si possa pensare nel merito delle idee, politiche quanto economiche, di Ernesto Rossi, su un aspetto, però, è difficile dissentire. Ovvero, che ha esercitato sempre il suo ruolo di vera “elite”, nel senso più alto del termine; assumendosene sempre la responsabilità politica e intellettuale.

Nel periodo in cui viviamo, è proprio la sensazione dell’assenza in tutti i settori di una classe dirigente, e per classe dirigente intendo, oltre ai politici, anche chi, come i giornalisti e gli uomini di cultura, sia capace di veicolare, mediare, spiegare la complessità. Senza facili inclinazioni al populismo, buono per un consenso da folla, ma non come guida e per il progresso sociale e civile di un paese.
Volendo usare le parole di Pasquale Villari, ci troviamo in un contesto in cui “la mediocrità (appare ndr) una potenza livellatrice (e) vorrebbe indurre tutti gli uomini alla sua misura, odia il genio che non comprende, detesta l’ingegno che distrugge l’armonia della sua uguaglianza”. Un motivo sufficiente per ricordare sempre la lezione di Ernesto Rossi. Che non erano “Aria Fritta”.

L’Unità… di crisi

L’Unità è in crisi. L’ennesima. E questa volta non ci sono i film in cassetta o figurine Panini, di indimenticata epoca veltroniana, ad aumentarne le vendite, almeno nel week-end. Nè, tantomeno, i soldi delle donazioni volontarie da parte delle generose sezioni del “tempo che fu” a far tirare un qualche piccolo respiro di sollievo; un refolo di vento ristoratore rispetto alla tempesta di debiti che affonda il giornale che fu di Antonio Gramsci.
Il Renzi silenzioso, intanto, si dice che sia in giro per l’Italia a cercare nuove promesse della politica, da presentare all’elettorato italiano a tempo debito. Persone che rilancino il partito dopo le non esaltanti prove referendarie. Scelte, soprattutto, tra gli amministratori locali; quelli che dovrebbero assicurare una certa visibilità acquisita col ruolo, ed essere capaci, al contempo, a tenere l’orecchio a terra per misurare i sommovimenti popolari. Rumori, a volte, sconosciuti lì, sulla cima della piramide.
Rilanciare il partito è un comandamento da assolvere con dovizia. Ma, in questo progetto, pare, non venga annoverato l’organo del PD: l’Unità, appunto.
E ad affermarlo è proprio il suo direttore attuale, Sergio Staino, chiamato da Renzi per sostituire il renziano di ferro Erasmo De Angelis. Reo, quest’ultimo, di aver diretto un’Unità, si dice, un pochino troppo appiattita sul capo, e in tremenda crisi di vendite.
Staino si lamenta dell’assenza del segretario. Di un abbandono costante del giornale da parte della dirigenza del partito. Abbandono che, delle volte, si sarebbe trasformato in chiaro ostracismo. Palpato con mano con il mancato invito alla manifestazione di Piazza San Paolo a Roma per il “si” al referendum. E rivissuto, negli stessi termini, ai tempi dell’ultima Leopolda.
Eppure le parole di Renzi erano state chiare, ed il piano politico netto. Rilancio del giornale. Ridenominazione delle poco fascinose feste “Democratiche” con il loro vecchio nome di battaglia, “Feste dell’Unità”; molto più consono a motivare le vecchie truppe volontarie. Le quali, qualche anno fa, hanno dovuto veder distribuite alle loro feste le copie del quotidiano “Europa”, al posto del loro foglio di appartenenza storico. Che, nel frattempo, era chiuso.
Il maggior azionista, Pessina, è probabile che non metterà un euro se non ci sarà una chiara linea editoriale. La quale, e non può essere altrimenti, deve avere i crismi politici; che si addicano ad un organo di partito con l’ambizione di essere un mezzo al servizio dei militanti, sia per “informazioni di servizio”, che per approfondimenti e dibattiti.
Ma tutto ciò non c’è. O, almeno, non spunta da un orizzonte da dove, di certo, si vede già minaccioso arrivare 1 di febbraio. Quando si terrà l’assemblea dei soci. La quale, se non ricapitalizza, sarà chiusura. E la decisione unilaterale di Pessina di procedere a licenziamenti (anche senza ammortizzatori sociali, pare), dà segnali sconfortanti ai dipendenti.
Oltre a Pessina, l’altro socio del giornale è la fondazione del Partito Democratico, EYU: acronimo di “Fondazione Europa, Yuodem e l’Unità”. La parte politica di questa storia, appunto. E che D’Alema ha ribattezzato, controllando forse gli organigrammi, “Fondazione Matteo Renzi”; osteggiandone fino alla fine l’entrata nella Foundation for European Progressive Studies (FEPS). Di cui il leader maximo è presidente dal 2009.
Il FEPS è una fondazione europea che, come ben descritto da Annalisa Chirico sul Foglio, mette in rete caminetti, pensatoi e organizzazioni legate al socialismo europeo. Farne parte significa accedere a rimborsi spese (finanziamenti) da utilizzare per iniziative sul territorio nazionale, elargiti dal Parlamento Europeo.
Ma D’Alema o non D’Alema, oggi la fondazione EYU fa parte di FEPS. Accedendo, così, a soldi pubblici, che in Italia non sarebbero più “abbordabili” per sovvenzionare la politica.
La situazione appare drammatica, in linea con la sofferenza generalizzata della carta stampata in Italia.
I tempi delle vacche grasse sono finiti. E per l’Unità, il cui bacino di utenza è stato irrimediabilmente eroso dalla crisi dei partiti, dalla fine delle sovvenzioni pubbliche e, in tempi non sospetti, dall’avvento del quotidiano Repubblica, appare, ormai, un ricordo in bianco e nero la capillare diffusione dell’organo di informazione che fu del PCI.
E, a quanto pare, il suo peso specifico nella campagna devastante campagna referendaria, conclusasi come sappiamo il 4 dicembre, è stato irrisorio, o difficilmente quantificabile. Fatto, forse, non passato inosservato.
Il deputato Andrea Romano, condirettore dell’Unità, afferma che il partito sta facendo tutto il possibile, richiamando i Pessina alle loro responsabilità. Perché, dice Romano, “l’Unità non è un autobus su cui si sale quando si vuole e si scende quando le cose non vanno bene […]. I giornali hanno bisogno di una compagine aziendale solida”.
Vero. Ci vogliono i soldi (che non si sa se ci sono). Ci vogliono i lettori (che, a quanto pare, invece, latitano). Ci vuole anche la parola del segretario. Anche solo per dire la parola “fine”. O: “contrordine, compagni!”.

Raffaele Tedesco