Le colpe di Occhetto
e il Muro tra le sinistre

achille occhettoNegli ultimi giorni si fa un gran parlare di Renzi e dei suoi tentativi di riunire il Centrosinistra. Si discute di un Centrosinistra largo, e aperto a tutte le anime che abbiano la buona volontà di aderirvi. Di programmi poco o nulla. Lo sherpa dell’operazione è Piero Fassino, ultimo segretario dei Ds e criticamente renziano.

Come si concluderanno queste grandi manovre è ad oggi un mistero, ma molti aspetti lasciano presagire un esito negativo. La sicumera renziana rimane uno dei più grandi limiti del segretario del Pd. Il carattere di Renzi impone oggettivi limiti a qualsivoglia dialogo con Mdp e con tutta la galassia della sinistra-sinistra. Le modalità con cui si è consumata la scissione nel vecchio Pd, insomma, impediscono una riunificazione. Ma il problema sta a monte, non riguarda né Renzi né Bersani e viene da molto lontano.

La storia della sinistra, infatti, è una storia più divisiva che unitaria. Le scissioni che l’hanno coinvolta sono numerose e hanno avuto delle conseguenze politicamente drammatiche. La frattura di Livorno del 1921 è la più pesante, e dopo quasi cent’anni sembra gravare ancora sulle sorti della sinistra nostrana. La rottura tra socialisti e comunisti non è mai stata superata, e questo fantasma continua ad aleggiare sul Pd.

Quando la si sarebbe potuta ricomporre, mancò la volontà politica. Le colpe di Occhetto sono note, ma anche Craxi non ebbe la forza di riunire quel che la Rivoluzione russa aveva diviso. Era il 1989 ed era appena crollato il Muro di Berlino e anche il Muro di Livorno sembrava vacillare.

La sinistra italiana si sarebbe potuta riconciliare intorno ad un progetto socialdemocratico e riformista unitario. Il Pci avrebbe potuto riscattarsi dal proprio massimalismo inconcludente, superando tutti i limiti che lo avevano privato della legittimità governativa; il Psi avrebbe vinto la sua lunghissima battaglia culturale.

Ma il Muro tra le sinistre non cadde. Il Pci divenne Pds, senza costruire una vera identità. La Cosa rossa oscillò pericolosamente tra il pacifismo, l’internazionalismo, il femminismo e l’ecologismo senza risolvere la questione cruciale: il rapporto con la socialdemocrazia. Il Pci-Pds abbandonava dunque il marxismo-leninismo, senza sostituirvi alcuna filosofia politica. Il Psi craxiano, invece, rimase impantanato nelle sue contraddizioni – finanziamento illecito e insufficiente crescita elettorale – e in breve passò dal riformismo alla conservazione dell’esistente, opponendosi al referendum sulla preferenza unica alla Camera e a qualsiasi tentativo di riforma del sistema dei partiti. Craxi commise una serie di errori, che lo trasformarono nell’emblema della partitocrazia. Sarebbe divenuto il capro espiatorio della tragica stagione di Mani Pulite.

Proprio durante quest’inchiesta i destini dei due partiti si separarono definitivamente. Il Pds colmò il proprio vuoto identitario con un giustizialismo moralista di marca berlingueriana che si caratterizzò per i toni antisocialisti. Il Psi venne spazzato via dal circuito mediatico-giudiziario. La sanzione di questi errori fu la vittoria di Berlusconi sulla coalizione dei progressisti guidata dal Pds, nel 1994.

Con la nascita del Pd poche cose sono cambiate. La questione dell’identità della sinistra italiana si è ulteriormente complicata, dal momento che la cultura degli ex democristiani non si è mai fusa in modo coerente con il ‘patrimonio’ ideologico dei postcomunisti. Dall’Ulivo passando per l’Unione fino al Pd, le divisioni hanno avuto la meglio. Basti pensare al colpo di mano del sempiterno D’Alema ai danni di Prodi nel 1998, grazie a cui il segretario dei Ds spalleggiato da Cossiga, sfruttando una crisi di governo aperta da Rifondazione comunista, sostituì il Professore alla guida dell’esecutivo. Episodio non troppo dissimile rispetto agli eventi seguiti al celebre ‘Enrico stai sereno’..

Quale sarà dunque l’esito delle trattative interne alla sinistra? Probabilmente una nuova vittoria di Berlusconi.

Lavoratori dipendenti, bonus da 288 euro
in arrivo

Lavoratori dipendenti

BONUS DA 288 EURO IN ARRIVO

Il rinnovo dei contratti nel pubblico impiego prevede un effetto collaterale positivo anche per i dipendenti del mondo privato, quanto meno coloro che dichiarano un po’ più di 24mila euro senza però superare i 26.500 euro di reddito lordo all’anno. Potranno infatti beneficiare dell’ampliamento del raggio d’azione del bonus Renzi, gli 80 euro netti al mese che hanno aumentato i soldi a disposizione dei lavoratori con redditi medio-bassi.

La misura è contenuta nella legge di bilancio 2018, e va a incrementare il pacchetto lavoro che comprende anche gli incentivi all’assunzione dei giovani (che vengono resi strutturali), ammortizzatori sociali e misure per la ricollocazione dei lavoratori delle aree di crisi complessa.

La novità altro non è che un effetto del rinnovo dei contratti del pubblico impiego. Il motivo è semplice: i 1.105 euro lordi all’anno promessi dall’intesa del 30 novembre 2016, e nel caso della pubblica amministrazione centrale finanziati dalla legge di Bilancio ora in discussione al Senato, avrebbero fatto uscire il bonus dalle buste paga di chi oggi lavora in un ufficio pubblico e guadagna da 24.895 euro in su, e l’avrebbero alleggerito per molti altri con redditi inferiori. Di qui l’idea di intervenire sulle fasce, che era comparsa qualche settimana fa prima di essere accantonata e ripescata in extremis.

Le nuove soglie – Il tetto di reddito per avere diritto al bonus di 80 euro al mese, in pratica, si alza di 600 euro. Si tratta, lo ricordiamo della detrazione per i lavoratori dipendenti pari a 960 euro annui (80 euro al mese, appunto), introdotta nel 2014, regolamentata dall’articolo 13 del TUIR, il testo unico delle imposte sui redditi. Le novità sono le seguenti:

il limite di reddito di 24mila euro annui, che consente la detrazione di 960 euro, sale a 24mila 600 euro;

il limite di 26mila euro, sopra il quale non c’è più diritto alla detrazione, sale a 26mila 600 euro;

fra i 24mila 600 e i 26mila 600 euro: la detrazione scende progressivamente, fino ad azzerarsi.

Quindi, calcola il sito delle piccole-medie imprese pmi.it – il beneficio più alto è riconosciuto a coloro che guadagnano fra 24mila e 24mila 600 euro, che prima avevano diritto alla detrazione ma in forma ridotta (perché, appunto, sopra i 24mila euro il beneficio iniziava progressivamente a scendere), mentre ora potranno detrarre interamente i 640 euro, quindi avranno il bonus da 80 euro al mese. Ricordiamo che per coloro che guadagnano fra i 24mila 600 e i 26mila 600 euro, la detrazione si calcola nel seguente modo: il rapporto fra 26mila 600 euro, meno l’importo del reddito annuo, e 2mila euro.

Vediamo un esempio di calcolo su un reddito di 25mila euro annui: detrazione dal 2018: (26600-25000) : 2000 = 1500 : 2000 = 0,75. Il bonus sarà dunque pari a 0,75 X 640 = 480 euro;

detrazione fino al 31 dicembre 2017: (26000-25000) : 2000 = 1000 : 2000 = 0,50. Il bonus è il 50% di 640, quindi 320 euro.

Il meccanismo è stato messo a punto per evitare che l’aumento del contratto dei dipendenti pubblici non incamerasse per interno l’agevolazione.

L’ampliamento del bonus, in ogni caso, attenua ma non cancella l’effetto incrociato di aumenti contrattuali e ‘decalage’. Per chi oggi guadagna 25mila euro, per esempio, i nuovi contratti preparano un reddito post-accordo da 26.100, che dimezzerebbe il bonus da 480 a 240 all’anno. L’aumento netto intorno ai 60 euro (85 lordi) sarebbe quindi nei fatti ridotto di un terzo dalla perdita dei 20 euro di aiuto: il tema, quindi, è destinato a tornare sui tavoli contrattuali per completare l’opera.

Previdenza e Welfare

ULTIME NOVITA’

Non bastava l’aumento dell’età pensionabile, a colpire le aspettative dei più anziani che attendono il meritato riposo dopo anni di duro lavoro. Nel mirino del governo ci sono anche i neonati, anzi, i papà e le mamme che contavano sul bonus bebè per far fronte alle spese dei nascituri. Niente da fare, anche per loro: la famiglia non sembra tra le priorità della maggioranza di centrosinistra, una maggioranza di cui fanno parte anche gli alfaniani, i primi a dolersi delle scelte fatte finora in manovra economica. “Certo che una finanziaria così – hanno dichiarato in una nota congiunta Laura Bianconi e Maurizio Lupi, presidenti dei senatori e dei deputati di Alternativa popolare – è difficile da votare. A parole tutti difendono la famiglia e sono preoccupati per il calo della natalità. Nei fatti la famiglia la bistrattano e i pochi provvedimenti a suo favore li annullano”, hanno sottolineato. Il punto che sta a cuore ad Ap è proprio quello dei bonus bebè: “Nella legge di bilancio dell’anno scorso con il governo Renzi si era finalmente invertita la rotta e alla famiglia erano stati destinati 600 milioni di euro, dopo il bonus bebè era stato creato anche il bonus per le neo mamme. In quella in discussione in Aula il bonus bebè è sparito. Si regalano soldi a pioggia a destra e a manca, mance e mancette che si potrebbero più prosaicamente definire marchette”.

Consulenti del lavoro

PER APE VOLONTARIA ATTESA E’ SU ACCORDI QUADRO

Per completare definitivamente il quadro regolatorio dell’Ape volontaria si dovranno attendere gli Accordi quadro con le associazioni bancarie e assicurative che conterranno, fra le altre informazioni, i dati per calcolare i costi che i contribuenti dovranno sostenere per andare in pensione prima. E’ quanto scrive in una nota la Fondazione studi consulenti del lavoro, che, con la circolare n.10/2017, analizza il dpcm illustrando i requisiti di accesso e l’iter burocratico per l’ottenimento della misura, soffermandosi anche sugli accordi quadro, sull’opzione di finanziamento supplementare, sulla possibilità di estinguere anticipatamente il prestito e sul Fondo di garanzia presso l’Inps.

“È entrato in vigore solo il 18 ottobre 2017 -si legge nella nota dei consulenti- il decreto del presidente del Consiglio dei ministri 4 settembre 2017 n.150 relativo all’anticipo pensionistico volontario. La misura avrebbe dovuto essere operativa già entro i primi di marzo, secondo quanto disposto dalla norma di riferimento (legge 232/2016), ma la complessità di questa prestazione di natura creditizia -conclude- ha comportato maggiori difficoltà nella stesura della disciplina attuativa rispetto all’Ape sociale e alla pensione anticipata dei lavoratori precoci”.

Consulenti del lavoro

ECCO GUIDA CON ADEMPIMENTI IN CASO DI DECESSO DEL DIPENDENTE

Il decesso del lavoratore dipendente comporta la risoluzione del rapporto di lavoro per causa di forza maggiore. Il datore di lavoro, di conseguenza, deve provvedere ad alcuni adempimenti come quello di comunicare al centro per l’impiego l’avvenuta risoluzione del rapporto di lavoro e versare a favore dei soggetti indicati dalla legge il trattamento di fine rapporto, l’indennità sostitutiva di preavviso e tutte le altre competenze. E’ quanto spiega la Fondazione studi dei consulenti del lavoro. La Fondazione, infatti, ha riassunto in una guida – gratuita per gli iscritti – tutte le regole da rispettare in caso di decesso del lavoratore, soffermandosi anche sulla tassazione delle somme già corrisposte al lavoratore o spettanti agli eredi.

Come si legge nella guida, “in caso di decesso del lavoratore dipendente sono previste diverse modalità di tassazione a seconda che si tratti delle somme già corrisposte al lavoratore o di somme spettanti agli eredi”. La guida, inoltre, mette in evidenza che “il decesso del lavoratore dipendente fa venir meno l’obbligo per il sostituto d’imposta di effettuare le operazioni di conguaglio”.

“Se il decesso avviene prima dell’effettuazione o della conclusione del conguaglio a debito, il sostituto – precisa – dovrà comunicare agli eredi l’ammontare delle somme o delle rate non ancora trattenute, che saranno versate dagli stessi eredi secondo i termini e le modalità previsti per la dichiarazione dei redditi”. “Nel caso di conguaglio a credito il sostituto comunicherà agli eredi i relativi importi indicandoli anche nell’ultima certificazione dei redditi Modello CU che sarà rilasciato. Gli eredi utilizzeranno tale credito nella successiva dichiarazione che gli stessi dovranno o comunque potranno presentare per conto del de cuius”, conclude.

Carlo Pareto

Banca d’Italia, un tempio profanato o sconsacrato?

Ho riassunto nel titolo i due filoni principali di commento alla vicenda di riconferma o meno del Governatore Visco. La prima del tempio profanato si fonda su di una presunta autonomia sacrale della Banca d’Italia non a caso sottratta al Parlamento, per cui ogni pronuncia dello stesso è giudicata un’invasione di campo fuori dai canoni costituzionali, un vulnus all’autonomia del Presidente del Consiglio nel fare la proposta acquisiti i pareri richiesti nonché del Presidente della Repubblica nel sancire la scelta definitiva. Renzi, a mio avviso ha difeso giustamente la necessità del suo intervento come risposta alla iniziativa dei pentastellati pur con modalità dubbie nel loro svolgimento, improvvidamente scaricandone la responsabilità sulla Presidenza della Camera che avrebbe dovuto far dichiarare l’inammissibilità. La Presidente ha indicato i precedenti respingendo l’accusa al mittente. Una mossa quella di Renzi rivolta ad accreditare la legittima difesa del PD e distensiva verso Gentiloni e Mattarella. Lasciamo da parte tutti i retroscena e torniamo al tema iniziale se si sia trattato di profanazione dell’autonomia della Banca d’Italia, uno dei pilastri per il bilanciamento dei poteri. Ebbene un rapido sguardo alla storia d’Italia ci rende avvertiti che già in altre occasioni ci furono accese polemiche anche parlamentari sull’idoneità di Banca d’Italia e del suo titolare nello svolgimento del suo compito, un esempio per tutti quello sull’operato di Fazio ma uno sguardo più internazione, mentre difende la nomina da invadenze parlamentari, non ne sottrae la responsabilità a chi ne è l’artefice finale con pronunce critiche anche parlamentari come accade in America con la Federal reserve. Detto questo, in favore del parere opposto che non si tratti di un attentato-profanazione verso la Banca d’Italia ma di una sconsacrazione di un tempio che non è più tale ci sono le considerazioni di chi sostiene che il vecchio modello è tramontato e finirà per essere completamente sepolto poiché quasi tutti i poteri si sono concentrati sulla Banca europea per poter competere con gli altri colossi mondiali. Sicché la Banca d’Italia non è ormai che un terminal di quella europea, poiché non muove più la leva di nuova moneta, non agisce sul tasso d’interesse, non decide sul controllo di inflazione e dei prezzi né sugli strumenti monetari per la crescita dell’economia. Il problema che ormai è indilazionabile è sapere chi sarà scelto dagli organi competenti. Una soluzione che parrebbe più logica è quella che non vedrebbe né vinti né vincitori e precisamente la riconferma a Visco a termine per 2 anni col doppio intento di non sconfessarlo nel momento in cui si accinge a difendere il suo operato dinnanzi al’apposita Commissione presieduta da Casini ed attenderne gli esiti anche per una riconferma di più lungo periodo. Altra soluzione è quella di un successore nell’ambito dello staff di Banca d’Italia, tra i più papabili Rossi, che ugualmente alla prima non smentirebbe l’affermazione di Gentiloni di operare a piena tutela dell’autonomia della Banca d’Italia.

Roca

Sinistra, Pisapia molla D’Alema perché divide

MASSIMO D'ALEMA POLITICO  PIERLUIGI BERSANI POLITICO GIULIANO PISAPIA POLITICO

MASSIMO D’ALEMA, PIERLUIGI BERSANI 
e GIULIANO PISAPIA

I malumori tra Giuliano Pisapia e Massimo D’Alema prima erano sommersi, ora esplodono in aperto scontro politico. E sono scintille tra le due sinistre che pure cercano di costruire un unico partito. Risultato: sono ai ferri corti Campo Progressista e Artitolo 1 Movimento democratico e progressista, più semplicemente Mdp.
Lo scontro è sui rapporti con Matteo Renzi, con il governo guidato da Paolo Gentiloni e sul rinnovamento generazionale. Tutte e due le sinistre sono per “una netta discontinuità” con la politica del segretario del Pd e con quella del governo per combattere le aumentate disuguaglianze sociali, ma sul come realizzarla si aprono forti divaricazioni. Pisapia, leader di Campo Progressista, vuole “sfidare” Renzi ma non lo considera “alternativo”. La stessa impostazione vale per l’esecutivo presieduto da Gentiloni ora alle prese con due importanti scadenze: la legge di Bilancio e quella per rivedere il sistema elettorale. Ma D’Alema boccia ogni tipo d’intesa e di alleanza elettorale con il segretario del Pd.
Altro che unità, i rapporti tra Pisapia e D’Alema sono arrivati addirittura al punto di rottura. L’ex sindaco di Milano ha sollecitato l’ex segretario del Pds-Ds a farsi da parte: «D’Alema? Deve fare un passo di lato» perché «anche lui, come Renzi, è divisivo». Ha sottolineato: «D’Alema sa perfettamente che io sono a disposizione di un progetto unitario e invece lui continua a fare dichiarazioni che dividono». L’occasione dello scontro è stata la decisione se e a quali condizioni votare in Parlamento la manovra economica del governo.
Il problema, per ora, è stato superato perché alla fine sia i senatori di Campo Progressista sia quelli di Mdp hanno votato a favore ai primi passi delle legge di Bilancio, ma la spaccatura politica resta. La ferita tra le due sinistre sanguina. Pisapia, che aveva già sollecitato un ricambio generazionale nelle candidature alle prossime elezioni politiche, adesso ha mollato ufficialmente D’Alema. Ha attaccato: «Lui era favorevole» a votare contro lo scostamento di bilancio, ma un no avrebbe portato all’aumento dell’Iva.
D’Alema per ora non ha replicato, la tensione è altissima. L’ex presidente del Consiglio in una intervista al ‘Corriere della Sera’ di qualche giorno fa non aveva risparmiato delle frecciatine a Pisapia: «Dovrebbe essere più coraggioso». La sollecitazione era a candidarsi per un seggio in Parlamento ripensando al suo no, ma a prescindere dal tema l’invito ad “essere più coraggioso” non è un bel viatico per chi dovrebbe guidare il futuro partito unitario della sinistra italiana (la costituente è prevista a novembre). E poi D’Alema non ha molta intenzione di seguire l’invito di Pisapia a farsi da parte. Non a caso aveva precisato: si ricandiderebbe alla Camera se la richiesta “venisse dai cittadini”.
Ma ora sembra essere stata messa in discussione la stessa leadership di Pisapia, già al centro di contestazioni. Lo scorso primo luglio nella manifestazione a piazza Santi Apostoli a Roma era stato investito, presente Pier Luigi Bersani, del mandato di riunificare le sinistre e di ricostruire “un nuovo centrosinistra”. Bersani lo ha più volte incoraggiato: «Giuliano Pisapia è perfettamente in grado di fare il federatore» della sinistra. Lo slogan della manifestazione romana era: “Insieme”. Tuttavia adesso quello slogan suona fortemente stonato.

Rodolfo Ruocco

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Sicilia. Angelino Alfano galleggia nella tempesta

Alfano-Pdl-Berlusconi-scissione

Sì, no, forse. Alla fine Angelino Alfano ha rotto gli indugi ed ha annunciato l’intesa con il Pd sulla candidatura del rettore Fabrizio Micari a presidente della regione Sicilia. Il leader di Alternativa popolare, in una conferenza stampa a Palermo, ha annunciato il 9 settembre: «Il sostegno a Micari è la carta migliore contro i 5 Stelle, la competenza contro il dilettantismo». Il centrista Giovanni La Via affiancherà il rettore dell’Università di Palermo come candidato vice presidente. Adesso il problema sarà la formazione delle liste elettorali.Il tira e molla è durato due mesi. Prima Alfano, tra luglio ed agosto, ha cercato di recuperare l’antico rapporto con Silvio Berlusconi proprio sulla Sicilia e poi la sua strada ha incrociato nuovamente quella di Matteo Renzi. Quasi in zona Cesarini il ministro degli Esteri e leader di Alternativa popolare ha dato il disco verde a Micari per correre come governatore regionale nel voto del 5 novembre in tandem con La Via. Ora il candidato del Pd avrà non pochi problemi con le sinistre all’interno e all’esterno del partito, ma Alfano ha di nuovo scongiurato la sua morte politica. Angelino Alfano, siciliano di Agrigento, non può permettersi l’isolamento proprio nell’Isola, la sua terra, la regione nella quale è più forte Alternativa popolare, la sua ultima e gracile creatura politica.
La sua è una storia di record travagliati. Prima nel centro-destra, stretto collaboratore di Berlusconi; poi alleato del centro-sinistra e di Renzi. Prima ministro della Giustizia nell’ultimo governo Berlusconi e poi ministro dell’Interno e degli Esteri con gli esecutivi di Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, tre uomini del Pd. Prima segretario del Pdl, il partito di centro-destra fondato dal Cavaliere e poi leader del Nuovo centrodestra e di Alternativa popolare, due formazioni moderate al governo con il centro-sinistra. Un po’ qui e un po’ lì.
Alfano, avvocato, quasi 47 anni, ex democristiano, ex Forza Italia, già Pdl, sembrava un centrista destinato a un grande successo politico. Berlusconi lo aveva scelto come suo successore, era lanciatissimo anche se il leader del centro-destra aveva avuto qualche perplessità sulla sua candidatura a Palazzo Chigi. In una celebre conversazione informale riportata da alcuni giornali disse nel marzo 2012: «Gli vogliono tutti bene, però gli manca un quid…». Il commento poco lusinghiero suscitò un putiferio e fu poi smentito con una nota stampa dall’ex presidente del Consiglio, tuttavia in molti rimasero scettici sulla rettifica.
Le strade tra Berlusconi e Alfano si separarono nel novembre 2013, quando Berlusconi uscì dal secondo governo Letta mentre Alfano restò. Volarono parole grosse: sembra che il presidente di Forza Italia parlò di “tradimento” e di “parricidio”. Il ministro dell’Interno accusò di estremismo gli anti governativi: «Io sarò diversamente berlusconiano». Forza Italia subì una grave scissione, Alfano fondò il Nuovo centrodestra con l’ambizione di subentrare alla leadership del Cavaliere.
La stella di Berlusconi invece tornò a brillare mentre quella di Alfano calò nella coalizione di governo con il Pd. Calò al punto che Alfano sciolse il Nuovo centrodestra e fondò Alleanza popolare, con l’obiettivo di intercettare solo gli elettori più moderati, quelli centristi ma non più quelli di destra. Tuttavia anche Ap ha deluso: nelle elezioni comunali di giugno ha raccolto appena il 3-4% dei voti. Di qui un’emorragia sempre più forte di parlamentari, richiamati nuovamente dalla sirena di Berlusconi. In tanti hanno detto addio all’attuale ministro degli Esteri: Schifani, Quagliariello, Giovanardi, Nunzia Di Girolamo, Enrico Costa.
Un po’ qui e un po’ lì. Per Alfano non è stato possibile il ritorno alle origini. Berlusconi prima aveva socchiuso la porta al suo ex delfino su “intese locali” come in Sicilia mentre «alleanze nazionali sono impossibili, con chi fino ad oggi ha sostenuto la sinistra». Poi alla fine sembra sia saltato l’accordo pure per la Sicilia anche per il no degli alleati di centro-destra; in testa il leghista Matteo Salvini continuava a tuonare: «Via i traditori come Alfano».
La coabitazione con Renzi resta ma subisce continui scossoni. A maggio volarono parole grosse. Il segretario del Pd attaccò “i veti dei piccoli partiti” sulla nuova legge elettorale e sfidò il leader di Ap a far cadere il governo Gentiloni: «Quelli del partito di Alfano la parola dimissioni, lasciare la poltrona, non la conoscono benissimo».
Alfano, sballottato come un vaso di coccio tra quelli di ferro, ha rischiato grosso; ma ha evitato il peggio: si è salvato, galleggia come un tappo di sughero in un mare in tempesta. Ha definito Berlusconi “irriconoscibile” perché pieno di “rabbia” e di “rancore”. Ha attaccato Renzi: «La nostra fedeltà è stata mal ripagata». Ha anche annunciato a luglio: «La collaborazione con il Pd si è ormai conclusa». Ma poi ha detto sì, salvo sorprese, al candidato governatore siciliano del Pd Fabrizio Micari. Superato lo scoglio della Sicilia si vedrà. Dovrà decidere se affrontare da solo le elezioni politiche o se cercare delle alleanze all’inizio del 2018.

Rodolfo Ruocco

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A caccia di voti con i sussidi di povertà

Poveri-crisiSussidi contro la povertà, caccia ai voti. La legislatura è a fine corsa, manca una manciata di mesi alle elezioni politiche della prossima primavera e i toni da campagna elettorale già si fanno sentire. I problemi più sentiti dall’Italia entrano di prepotenza in un clima di sfida elettorale: tasse, disoccupazione, crescita economica debole, cambio dei parametri per l’euro, immigrazione, riforma elettorale e povertà. Soprattutto la lotta alla povertà è diventato un tema “caldo”, un campo per mietere voti.

Con la crisi economica internazionale e la globalizzazione il problema è diventato grave. Nel 2016, secondo un rapporto dell’Istat (Istituto centrale di statistica), erano 1 milione e 619 mila le famiglie in condizioni di povertà assoluta (6,3% del totale), coinvolgendo 4 milioni e 742 mila persone (7,9%). In condizioni di povertà relativa, invece, erano 2 milioni e 734 mila famiglie (10,6% del totale), toccando 8 milioni e 465 mila individui (14%). Sono colpite soprattutto le famiglie numerose e i giovani.
È stato coniato un nuovo termine, “disagio sociale”, per illustrare la situazione nella quale vive oltre il 10% della popolazione italiana. Ai 3 milioni di disoccupati si sommano più di 5 milioni di cittadini in una situazione lavorativa incerta-difficile (contratti a termine, part-time, accordi atipici, contratti a tempo indeterminato con compensi minimi).
Così è iniziata la gara tra i partiti per dare una risposta al pesante problema e una decisa caccia ai voti. Secondo il governo la via maestra è un lavoro dignitoso per tutti, ma Paolo Gentiloni vuole combattere la povertà anche realizzando una indennità nazionale ed universale. Il presidente del Consiglio ne ha fatto una battaglia importante: «Il reddito di inclusione per due milioni di persone è un impegno per la dignità e la libertà dal bisogno». È soddisfatto anche il segretario del Pd, Matteo Renzi, predecessore di Gentiloni a Palazzo Chigi: «È la prima misura organica della storia repubblicana contro la povertà».poverty-81827_960_720
La macchina si è messa in moto. Entro settembre un decreto attuativo del governo renderà operativa la legge delega contro la povertà, approvata a marzo dal Parlamento. Il reddito di inclusione andrebbe da un minimo di 190 a un massimo di 480 euro al mese, riguarderebbe circa 700 mila famiglie, circa 2 milioni di persone. È previsto un costo di quasi 3 miliardi di euro l’anno. I percettori del sussidio, tra l’altro, dovrebbero impegnasi a mandare i figli a scuola, a cercare un lavoro se disoccupati e a frequentare corsi di formazione.
Ma secondo il M5S è poco, troppo poco. Beppe Grillo per primo, da anni, ha proposto il reddito di cittadinanza. Su questa battaglia batte e ribatte: lo scorso maggio ha organizzato la marcia Perugia-Assisi dei cinquestelle. Per il capo dei pentastellati il reddito di cittadinanza è una proposta «per ridare dignità alle persone», il M5S è una forza politica che «sa ascoltare». I gruppi parlamentari dei cinquestelle sono entrati nei particolari del piano in un documento pubblicato sul blog di Grillo: 780 euro al mese per chi è sotto la soglia di povertà, verrebbe revocato l’assegno dopo il rifiuto di tre proposte di lavoro, il costo sarebbe di 14,9 miliardi di euro (ma secondo molti si andrebbe almeno oltre i 20 miliardi).
A giugno anche Silvio Berlusconi è intervenuto sul tema. Il presidente di Forza Italia, uscito vincitore dalle elezioni comunali di un mese fa, ha annunciato: «Risponderemo all’emergenza povertà con il reddito di dignità». Ha dato qualche dettaglio corposo del suo progetto impegnativo: «Dobbiamo introdurre un reddito di dignità» per 15 milioni di persone. Non solo: «Dobbiamo innalzare le pensioni minime a mille euro. E sono credibile quando lo dico perché lo abbiamo già fatto».
In questo caso il costo per le casse dello Stato sarebbe più alto, molto più alto delle altre proposte. Non è per niente semplice la soluzione del problema. La commissione europea già rimprovera all’Italia un deficit e un debito pubblico troppo alti, al di fuori dei parametri per restare dentro l’euro.

È impossibile ridurre le tasse sul lavoro, sulle aziende, sui redditi personali di lavoratori e pensionati e, contemporaneamente, aumentare la spesa pubblica varando un consistente sussidio contro la povertà. La coperta è troppo corta. Occorre decidere cosa e chi privilegiare nella legge di Stabilità del 2018 da definire in autunno. Intanto sul sussidio contro la povertà è scattata la caccia ai voti in vista delle elezioni politiche e così sono partiti allettanti progetti per chi non riesce ad arrivare a fine mese. Poi, ad urne chiuse, si vedrà cosa si potrà realizzare e con quale governo.

Rodolfo Ruocco
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UN ANNO DI PROVE

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Il nostro Psi, nell’annata politica che va da un agosto all’altro, vanta un notevole lavoro politico che ha sanato ferite, raggiunto risultati importanti, provato, non sempre con successo, ad allacciare intese politiche, contribuito a raggiungere obiettivi legislativi di rilievo.

E’ stato l’anno di Amatrice e del terremoto che ha sconvolto una parte del centro Italia. I socialisti hanno lanciato subito due progetti: uno sulla messa in sicurezza del territorio e uno per la salvaguardia degli edifici. E’ passato solo un anno e sembra un secolo. Ma è stato anche l’anno di Trump e del terrorismo islamico che non demorde e che continua a colpire, da Nizza a Londra, dalla Germania al Belgio. Con Nencini lanciamo l’idea di salvaguardare la nostra cultura liberale e proponiamo iniziative contro l’infibulazione e la sharia. Restiamo, in fondo, figli dei principi dell’illuminismo, loro di quelli dell’oscurantismo. Grazie all’impegno del nostro vice ministro si vara la legge sull’omicidio stradale. E’ stato l’anno di Macron che ha sconfitto la destra e la sinistra francesi, l’anno della Brexit. E’ stato il primo anno senza Marco Pannella, mentre ci hanno salutato per sempre i nostri indimenticabili Lelio Lagorio, Franco Piro, Giuseppe Tamburrano e Giovanni Pieraccini. Dal Portogallo rimbalza la notizia della scomparsa di Mario Soares e più recentemente ci lascia Enzo Bettiza, campione di liberalsocialismo. E’ l’anno segnato da un referendum perso dal governo Renzi (i socialisti si sono schierati per il sì, ma hanno contestato l’Italicum), cui sono seguite le dimissioni di quest’ultimo da presidente del Consiglio, ma non dalla politica, tanto che il giovin Matteo ha poi stravinto le primarie del Pd restando così alla sua guida. Il suo successore al governo Paolo Gentiloni lo surclasserà nettamente nei sondaggi sul gradimento degli italiani (risale a sorpresa anche Berlusconi).

Se n’è andato davvero, pareva impossibile, Fidel Castro, ci lascia anche il premio Nobel Dario Fo e alle elezioni amministrative parziali trionfa, a sorpresa, il centro-destra anche nelle regioni rosse. I socialisti si confermano in buona salute nei comuni, dove restano l’unico partito del centro-sinistra presente, oltre il Pd. Esplode lo scandalo immigrati e Ong. Un magistrato di Catania esprime preoccupazioni non infondate. Inizia lo scaricabarile dell’Europa ma la Bonino sostiene che i trattati che abbiamo firmato (in cambio di flessibilità sui conti) scaricano gli oneri su di noi. Il Psi si ritrova a congresso a Roma anche per risolvere un questione di legittimità degli organi dopo un ricorso. Ne esce la preferenza per un nuovo rapporto con radicali e laici. Emma, presente, rimpiange la Rosa nel pugno. Intanto l’Avanti, dopo la rubrica di denuncia sulle banche (al Senato i socialisti presentano due proposte di legge sull’argomento) può contare sulle preziose collaborazioni del giornalista Aldo Forbice e dell’economista Nicola Scalzini, già consulente di Craxi alla presidenza del Consiglio e sottosegretario del governo Dini. Grazie a Pia Locatelli la legge sul fine vita è approvata dalla Camera, dopo quella sulle unioni civili, cui i socialisti danno un contributo essenziale.

Con Giovanni Negri dò vita all’associazione Marianna che unisce radicali, laici e socialisti, mentre i radicali transnazionali si trovano a congresso a Rebibbia. E’ l’anno di una legge elettorale che non si fa (i socialisti avanzano una proposta di legge sullo schema del Mattarellum), di Pisapia che, come l’araba fenice, che ci sia ciascun lo dice ma dove sia nessun lo sa, ma é certo l’anno della scissione del Pd abbandonato da D’Alema, Bersani, Speranza e Rossi, che fondano Mdp. L’aggettivo socialista viene bandito. Il Pd é in crisi, anche Orlando fonda un suo movimento (un’altra scissione?). Dobbiamo intervenire per difendere Ignazio Silone dalle accuse di uno storico e anche per dire la verità sul nuovo film Sky 1993. Celebriamo il settantesimo anniversario della scissione di Palazzo Barberini (Saragat aveva ragione) e portiamo a casa dalla Camera lo ius soli, vecchio principio socialista. I grillini fanno ridere e piangere tutta Europa per come amministrano Roma. La Raggi dice no alle Olimpiadi e non si contano ormai gli assessori dimissionari, mentre il suo uomo di fiducia finisce in carcere. Finalmente la coalizione internazionale espugna Mosul. L’Isis si ritira.

L’economia italiana é in timida ripresa. Siamo al più 1,3. Ma la disoccupazione é ancora alta. E’ anche l’anno dei papà. Quello della Boschi, incastrato dalle banche, quello di Renzi accusato di incontri con l’imprenditore Romeo. Ci pensa Richetti a risanare l’Italia. La sua proposta di legge tesa ad applicare il contributivo ai vitalizi degli ex parlamentari viene approvata dalla Camera. Ma i grillini non si accontentano. Vogliono il riconoscimento della primogenitura e al Senato scoppia il finimondo perché la procedura d’urgenza viene rifiutata. Dopo aver citato la battaglia di Auschwitz di Napoleone, Di Battista attribuisce il Nobel a Hollande, mentre Di Maio aveva accenato al Venezuela di Pinochet. Il futuro dell’Italia in mano agli ignoranti? Arriva agosto, mentre Emma Bonino e Carlo Calenda partecipano alla formazione del nuovo movimento Forza Europa. Una novità interessante e dagli sviluppi potenzialmente rilevanti. Fa molto caldo. Salvini ne prende troppo e chiede di processare Napolitano per l’intervento in Libia. Siamo oltre misura, oltre il record, oltre dove una volta voleva finire il vecchio Occhetto. Esaurita l’ondata dei trentenni si passa direttamente agli ottuagenari? De Rita osserva che siamo nella fase del rancore e del rimpianto. Aspettiamo settembre per verificare se dopo la morte della rottamazione e di Lucifero ci sarà spazio anche per noi, non più trentenni, non ancora rottamati ma non ancora ottantenni. Restiamo a metà del guado…

Mauro Del Bue

Psi Livorno a Congresso.
L’impegno per la città

Stamani si è tenuto il 4^ congresso provinciale del PSI di Livorno.
Dopo la relazione del segretario uscente Aldo Repeti, che ha spaziato dai temi di carattere nazionale fino alle questioni della città e della provincia, sono intervenuti il vicesegretario regionale Francesco Giorgi ed il componente della direzione nazionale Marco Andreini. Il dibattito che ha visto numerosi interventi, si è centrato sul punto proposto dal segretario uscente Repeti circa l’esigenza di stimolare il PD e realtà civiche verso la costruzione di una seria alternativa riformista di governo, politica e programmatica, alla deriva populista che rischia di travolgere la provincia di Livorno dopo la vittoria dei 5 stelle in città.

Avversione netta e totale a coalizioni o alleanze che abbiano come collante l’avversione al PD ed al suo segretario Renzi. Ampia disponibilità di confronto sul terreno di una ampia condivisione di una prospettiva di sviluppo per il Paese e per la provincia livornese.
livorno
Il PSI sarà impegnato sin dalle prossime settimane nella definizione e nel confronto su alcuni temi caldi come la questione dell’ospedale di Livorno, di quello di Piombino e Cecina, sulla tematica della Darsena Europa nell’ottica dello sviluppo portuale a fronte dell’autorità unica Piombino Livorno ed infine sulla tematica dello smaltimento dei rifiuti sfuggendo alle facili e demagogiche posizioni di chi propone soluzioni ideologiche sganciate dalla realtà e finalizzate al tirare la volata al movimento 5 stelle.

Sul piano regionale è stata avanzata una netta critica nei confronti del Presidente Rossi a fronte dell’incoerente ed ambiguo doppio ruolo di presidente di una giunta monocolore PD e di leader di una formazione che fa dell’avversione al PD il proprio tratto identitario.
Il congresso si è chiuso con l’approvazione della relazione politica e conseguente rielezione all’unanimità di Aldo Repeti come segretario provinciale.
Su sua proposta e sempre all’unanimità è stato eletto anche il direttivo provinciale così composto: Alberto Rossi, Marco Bertini, Fausto Bonsignori, Sonia Baronti, Piero Conti, Paolo Bientinesi, Jonnhy Calderini, Stefano Ferrini, Marco Bonicoli, Claudio Potenti, Nedo Di Batte, Anna Maria Bellini, Giuliana Grifoni, Carla Lucarelli, Gilfredo Batistini, Angelo Pedani, Lorenzo Ristori, Mauro Terreni, Giampaolo Barabaschi, Stefano Fiori, Bruno Pistolesi, Graziano Luppichini, Vito Tota, Luciano Guidotti, Flavio Lombardi, tutti gli amministratori in quota PSI della provincia di Livorno.

La commissione di garanzia è composta da Leonardo Casorio, Wladimiro Lorenzini e Gianfranco Balestri.

Come disinnescare lo sfascio
del centrosinistra

Prendo lo spunto dall’editoriale del direttore dell’Avanti on line, l’amico Mauro Del Bue, ruotando intorno all’esemplare sintesi del titolo: “Perché tra Pisapia e PD dobbiamo stare noi”. Lo schieramento annunciato, che potrebbe essere uno dei tanti e purtroppo mutevoli secondo le circostanze e le convenienze, si sottrae a questa aleatorietà di collocazioni spesso strumentali o di pura sopravvivenza poiché introduce nella voce “dobbiamo” il concetto di un obbligo morale e non solo politico. In primo luogo a me preme sottolineare la dimensione di questo obbligo che è quella europea nell’ambito della famiglia socialista, ancora uno dei due pilastri su cui si è costruita l’Europa democratica che ha superato vittoriosamente i pericoli della guerra fredda ridando slancio al cammino dell’Europa senza indugiare su terze vie perseguite per non perdere legittimazione verso una base ancora fedele ai vecchi dogmi. Solidarietà che importa delle scelte continue non indolori nel nostro Paese come quella che finora ha precluso ai socialisti tedeschi di inseguire gli scissionisti della Link, scelta che in maniera aggravata si ripropone come necessaria in Italia se dovesse fallire il tentativo di Pisapia con inevitabili conseguenze sulla legge elettorale e sui successivi risultati, dall’ingovernabilità alla vittoria di uno dei due altri possibili vincitori il centrodestra o i grillini. Da quel “dobbiamo” scaturisce il dovere di fare da ponte, contro velleità annessionistiche tra Pisapia ed il PD, avendo cura della necessità di farsi carico del loro reciproco rafforzamento (che fine farebbe il ponte?) mirato a salvaguardare il Paese da salti nel buio. Rafforzamento di Pisapia contro una doppia tentazione che viene dalla sinistra scissionista di prefigurare un riabbraccio tra il figliol prodigo ed il padre in cui la condizione più o meno manifesta( D’Alema) è che il ruolo del vitello grasso da sacrificare sia lo stesso padre. L’altra di ipotizzare l’attrazione fatale, necessitata dalla soglia del 5%% se non di più al Senato, per una sinistra alternativa al PD la cui motivazione profonda è la stessa già enunciata della fine politica di Renzi. Dall’altra parte il ruolo determinante del Psi verso il PD è nella direzione di far maturare nel PD un corrispondente dovere verso il Paese per assicurarne la governabilità per il futuro facendo tutto il possibile per battere gli altri due competitori grazie al potere di coalizione sia verso la sinistra di governo che verso il centro riformatore su cui si è retta l’intera legislatura. Non ci possono essere subordinate verso il ritorno prioritario al premio alla coalizione e non più alla lista, condizione per richiedere su di un programma condiviso con vista Europa rinnovata il voto utile agli elettori contro salti nel buio. Chi indugia su un appello diretto ai cittadini senza tener conto delle regole del gioco vaneggia impossibili rivincite nell’attuale situazione socio-economica del Paese, peraltro con un ordinamento istituzionale ed elettorale che non consente i salti con l’asta alla Macron.

MAGGIORANZA TRASVERSALE

ius soli“Al Senato c’è una maggioranza trasversale tra i presidenti dei gruppi parlamentari per calendarizzare ora per settembre la discussione dello ius soli”. Lo ha affermato il segretario del Psi, Riccardo Nencini aggiungendo che “i socialisti suggeriscono di collegarla a tre misure da assumere contestualmente con apposite risoluzioni: chiunque risiede in Italia giuri sulla Costituzione; i profughi svolgano lavori socialmente utili per la comunità che li ospita; si dia un segnale certo della volontà di separare i profughi dai migranti economici”. Una proposta, quella socialista, che arriva nel mezzo di un dibattito aspro sull’immigrazione e dopo che il governo, per paura di qualche incidente parlamentare, ha deciso di allentare la tensione sull’argomento. Tema che rimane però all’ordine del giorno per la sua importanza. A parlarne oggi Laura Boldrini, presidente della Camera durante la cerimonia del Ventaglio. Appuntamento fisso a Montecitorio con i giornalisti della stampa parlamentare. “La cittadinanza – afferma Boldrini – è lo strumento principe dell’integrazione. Se non c’è, non c’è integrazione. L’integrazione è uno strumento di sicurezza, senza alimentiamo rabbia, risentimento, senso di frustrazione. Mi auguro che il provvedimento” sullo Ius soli “sia approvato entro la fine della legislatura. Perché è giusto, e rimandarlo sarebbe un torto”.

Per la presidente della Camera rimangono “imprescindibili” le politiche di integrazione, senza le quali si “arriva al conflitto sociale”. Lo Stato, ha sottolineato, “deve indicare un percorso a tappe. Noi chiediamo ai migranti che imparino l’italiano, che imparino i principi della Costituzione, giusto, ma stiamo proponendoglielo questo percorso di diritti e di doveri? Esiste questo percorso? Non può essere un atto spontaneo, non c’è bacchetta magica per l’integrazione”.

Pessimista Arturo Scotto, parlamentare di Mdp, per il quale “Paolo Gentiloni ha deciso di costruire insieme al Pd una scelta sbagliata, perché sacrificare i diritti rispetto all’opportunità politica è sempre un errore”. “Se Renzi, Salvini e Grillo – aggiunge Scotto – hanno deciso di affossare una scelta di civiltà lo devono dire agli italiani, perché a ottobre questa legge non tornerà perché ci saranno altre incombenze e quindi lo Ius soli finirà in un binario morto”. Poi Scotto apre a una discussione immediata: “Noi siamo convinti che lo Ius doli – dice – si possa votare in qualsiasi momento. Se c’è un ingorgo al senato tra il Dl Mezzogiorno, il Dl vaccini e altre questioni che sono occorse nelle ultime settimane, il senato può lavorare anche a Ferragosto, per votare una legge del genere”.

Sulla stessa posizione il segretario Nazionale di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni che ai microfoni del Tg3 afferma: “Il rinvio a settembre dello Ius Soli è inaccettabile. Si affossa una legge giusta attesa da migliaia di bambini che sono nati in Italia, che vivono nel nostro Paese accanto ai nostri figli, che studiano nelle nostre scuole”. Ma poi apre: “È per questo che dico a Gentiloni e al suo governo che noi in questi anni siamo stati sempre opposizione, non abbiamo mai appoggiato questo governo votando la fiducia. Siamo pronti al Senato una fiducia ‘di scopo’, per uno scopo giusto e nobile: riuscire ad approvare una legge di civiltà”. Una proposta che secondo la senatrice Pd Monica Cirinnà, va valutata. “È un’ottima offerta che dobbiamo prontamente valutare e, a mio umile parere, accogliere. Fui io stessa, nelle ore più drammatiche prima del voto di fiducia sulle unioni civili, a chiedere a quella parte politica un voto di scopo ed è positivo che oggi ci sia un cambio di rotta. Sui diritti umani e civili il superamento di tutte le barriere è una scelta giusta e che va anche ricercata”.

Dal partito democratico anche il capogruppo alla Camera Ettore Rosato afferma che “quando si parla di diritti non si può fare tutto con i sondaggi davanti, per calcolo elettorale non avremmo dovuto fare nemmeno le unioni civili”. E continua con una stoccata al ministro degli esteri e leader di Ap: “Oggi Alfano sente profumo di elezioni: mamma destra richiama e anche le battaglie sui diritti che dovrebbero sposare con la comunità cattolica cui dicono di essere vicini le hanno dimenticate per seguire le sirene di Salvini, che sono più appaganti nell’immediato”.