Il cambiamento della mappa del potere

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Sta per cambiare l’organigramma amministrativo del potere italiano. Ci sono centinaia di poltrone tra dirigenti della Pa, segretari generali, capi dipartimento dei dicasteri, capi area, staff di premier e ministri, vertici delle Agenzie, tutti soggetti ad un eventuale ricambio sulla base della legge 165 del 2001, lo  ‘spoil system’ che dà al nuovo governo la facoltà di revocare o confermare gli incarichi  entro 90 giorni dal giuramento.

Una norma introdotta per fare in modo che i tempi degli incarichi dirigenziali non superino la durata dell’organo politico che li ha nominati e che dunque farebbe saltare le poltrone assegnate durante i governi di Renzi e Gentiloni. A partire da Palazzo Chigi, dove a parte il naturale ricambio nello staff del premier, ci sono in ballo la poltrona di segretario generale, quella del consigliere diplomatico oltre a ben 19 capi dipartimento, dalla Protezione civile al delicato Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (il Dis).

Tra i posti chiave in attesa di assegnazione al Tesoro, la scrivania del direttore generale, dopo le dimissioni di Vincenzo La Via, e quella del Capo commissione speciale per fabbisogni standard, occupata in precedenza da Luigi Marattin poi eletto a Montecitorio. Esposte allo spoil system ci sono anche le nomine del capo di gabinetto, del ragioniere generale dello Stato e del capo dipartimento delle Finanze.

Restano in attesa di riconferma o di sostituzione tutti i capi di gabinetto e gli staff dei ministri in tutti gli altri dicasteri, Mise e Giustizia, tra i fronti più caldi. Da riconfermare o sostituire anche i vertici dell’Agenzia delle entrate, Demanio e Dogane, soggetti anch’essi allo spoil system.

Tempi stretti per rinnovare i cda in scadenza di Cdp e Rai. Entro il 16 giugno il Tesoro deve presentare la lista per Cassa Depositi e Prestiti. L’attuale presidente Claudio Costamagna , ha già ufficializzato l’indisponibilità a un secondo mandato. Qualche giorno fa, il banchiere Costamagna ha dichiarato: “Come ho avuto sempre modo di dire, proveniendo da una carriera trentennale nel mondo privato, ho vissuto questo prestigioso incarico come una missione a tempo determinato”.

Alla presidenza di Cdp, su indicazione delle fondazioni che detengono il 16% dell’istituto, potrebbe andare Massimo Tononi, come Costamagna con un passato in Goldman Sachs e più recentemente alla presidenza di Mps. L’assemblea degli azionisti è prevista in prima convocazione il 20 giugno e il 28 di questo mese per l’eventuale seconda. Rimane comunque fermo il termine del 16 per la presentazione delle liste. Il cda nomina il presidente che dovrà ottenere il via libera da parte della commissione di vigilanza a maggioranza di due terzi. M5S e Lega da soli non bastano.

A fine giugno dovrà essere rinnovato il cda della Rai con le nuove disposizioni previste dalla riforma Renzi. Cda a sette membri di cui quattro nominati da camera e Senato, due dal Tesoro (che indicherà anche l’ad) e uno dai dipendenti. Oggi sono stati resi i nomi delle autocandidature per i componenti di nomina parlamentare. In totale 365 candidati ma 129 hanno inviato il curriculum sia alla Camera e sia al Senato. Tra questi figurano molti componenti dell’attuale cda come Carlo Freccero e Arturo Diaconale. Tra i nomi noti ci sono Michele Santoro e Giovanni Minoli, l’ex deputata Nunzia De Girolamo, l’ex direttore del Censis Giuseppe De Rita. Ha presentato il curriculum Emmanuel Gout, ex presidente di Tele+, ex volti noti della Rai come Fabrizio Del Noce. C’è anche l’ex iena Dino Giarrusso, candidato alle politiche con il M5S. C’è Alberto Contri già in passato nel cda Rai ai tempi di Zaccaria presidente. C’è anche Stefano Rolando, a lungo capo del dipartimento editoria di Palazzo Chigi, il fondatore del Codacons Carlo Rienzi e Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Consumatori. Nell’arco dei prossimi tre mesi, dunque, verrà ricostruita la nuova mappa del potere in Italia.

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Miopia l’opposizione senza alternativa!

Opposizione dura e pura, anche d’effetto come negli interventi di Renzi e Del Rioma senza costrutto se non disegna e si batte per l’alternativa. Non per quella di là da venire per poi giudicare i vivi e i morti perché la vivisezione avverrebbe sul corpo del nostro Paese ed anche l’opposizione ne pagherebbe le spese. Che l’alternativa sia possibile nel corso della legislatura è più che un’ipotesi di lavoro, l’occasione c’è stata già nella fase preliminare della formazione del governo e non è stata colta per dare la prima scrollata all’attuale maggioranza determinata ad assicurarsi il massimo nella spartizione del Governo e nel sottogoverno.

Simmetricamente ha agito la Lega per egemonizzare in via definita tutto il centrodestra .Il contratto per dichiarazione espressa dei suoi maggiori interlocutori non è un’alleanza politica ma occasionale dettata dalla dall’assenza di alternative agibili. Risolta la spartizione resta in piedi e come l’accumulazione delle posizioni e risorse occorrenti per la competizione, oggi interpretata da Di Maio e Salvini con Conte a far da ponte su due pilastri competitivi con l’incognita su chi si sfilerà per primo per governare da solo. La ragion pratica suggerisce di tener vive le differenze per legittimare l’uscita dal contratto con reciproche accuse di averlo tradito per accreditarsi come le forze alternative per eccellenza.

L’accreditamento di questo scenario per l’oggi e per il domani presuppone un’accelerazione per la ricerca di una nuova legge elettorale appena passata la sbornia governativa e la credibilità si farà sentire come requisito necessario per arginare la diffidenza dei mercati che traguardano almeno al ventennio necessario a remunerare i soldi investiti. Non è con le montagne russe delle contrapposizioni e delle dichiarazioni, rivelatisi esiziali per i precedenti protagonisti della scena pubblica, che la conduzione governativa apparirà più affidabile e stabile per gli alleati e i mercati ed è in questo percorso accidentato che l’opposizione deve essere unita nel prospettare un’alternativa agibile accreditandosi come un secondo forno alternativo nei contenuti e non solo nella spartizione del potere. Sotto questo dirimente profilo i due interventi di maggior rilievo del PD, Renzi e del Rio, hanno dimostrato l’assenza di una proposta alternativa e di una severa autocritica degli errori compiuti e spesso condivisi.

L’occasione per un’inversione di rotta è certo l’esito dell’europee del prossimo anno in cui scadrà, come a novembre in America, il primo esame popolare sul percorso seguito da tutte le forze in campo e delle prospettive di agibili alternative che sappiano coniugare il conforto degli elettori e i conti della serva dei creditori registrati dal termometro dei mercati.

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PRONTI, VIA

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Il governo è pronto. I ministri schierati. Entro martedì sera il voto di fiducia sul nuovo governo sarà concluso. Da quel momento sarà operativo a tutti gli effetti. Non gli resta quindi che mettersi al lavoro per rendere fattivo il mirabolante piano di promesse elettorali. Tra i tanti punti dell’elenco i nuovo governo ha deciso di partire dalla flat tax. Ma a partire dal 2020 per i cittadini mentre per il momento si lavorerà solo per le imprese. “Mi sembra che ci sia un accordo sul fatto di far partire la flat tax sui redditi di impresa a partire dall’anno prossimo. Il primo anno per le imprese e poi a partire dal secondo anno si prevede di applicarla alle famiglie”. Queste sono le parole di Alberto Bagnai, parlamentare della Lega, intervenuto, secondo quanto riporta una nota del programma, ad Agorà su RaiTre. Bagnai è indicato da molti quotidiani come possibile sottosegretario al ministero dell’Economia. A stretto giro la risposta di un altro leghista, il senatore Armando Siri: “Non è vero che dal prossimo anno la flat Tax entrerà in vigore solo per le imprese, ma ci sarà anche per le famiglie. Poi tutto sarà a regime per il 2020. Si deve partire con degli step: il sistema è diverso perché la Flat Tax per le imprese c’è già e noi la estendiamo anche a società di persone, Partite Iva etc. È una riforma storica perché viene trasferito a 5 milioni di operatori quello che oggi è solo per 800mila imprese”.

Ma le precisazioni non si fanno attendere. “È inconcepibile – afferma in una nota Luigi Marattin, parlamentare del PD – un livello di ignoranza e approssimazione simile. La flat tax sui redditi di impresa esiste da qualche decennio. Prima si chiamava Irpeg, e ora si chiama Ires, e tassa proporzionalmente i redditi delle società di capitali. E a ridurla – dal 27,5% al 24% – è stato il governo Renzi. Nel caso il futuro sottosegretario Bagnai si riferisse, invece, agli utili di impresa delle società di persone, anche quella esiste già: si chiama Iri, e l’ha fatta sempre il governo Renzi”. “Sulla flat tax continua la presa in giro degli italiani da parte di Lega e M5s. Sulle imprese fanno finta di non sapere che abbiamo già fatto noi: Ires (dal 27,5 al 24%) e Iri (al 24% per le Pmi)”. Aggiunge il segretario reggente del Pd Maurizio Martina.

Intanto scoppia il caso Matteo Renzi che ha annunciato oggi di stare “fuori dal giro per qualche mese” per alcune conferenze all’estero. “Se Renzi vuol girare per il mondo liberissimo di farlo – ha affermato il legista Robarto Calderoli -, ma ci attendiamo che, con coerenza, presenti immediate dimissioni dal Senato, perché è inaccettabile che Renzi faccia il turista con lo stipendio pagato dai contribuenti italiani”

Numerosi parlamentari del Pd hanno difeso l’ex segretario: “Fatemi capire. Ma il Calderoli che dice queste assurdità è lo stesso Calderoli collega di partito del campione di assenze al Parlamento europeo, Matteo Salvini, che ha disertato persino il primo voto legislativo in Senato della settimana scorsa? Se è lui, aiutatelo”, ha detto Dario Parrini. Il portavoce di Renzi ha chiarito: “Renzi non ha mai detto che per due mesi non parteciperà ai lavori parlamentari dove è stato presente a 16 voti su 16”, ma che come senatore di Firenze vuole stare “lontano dai riflettori nazionali”.

Anche Salvini si è dato subito da fare. La sua giornata di propaganda antiimmgrati spesa in Sicilia ha però destato degli strascichi diplomatici. L’ambasciatore italiano è stato convocato – informa una nota del ministero degli esteri tunisino – e gli è stato espresso “il profondo stupore per le dichiarazioni del ministro dell’Interno italiano sul dossier immigrazione”. Nel linguaggio diplomatico le parole “profondo stupore” sono qualcosa di più di una semplice tirata di orecchie.

Secondo la diplomazia di Tunisi le frasi di Salvini “non riflettono la cooperazione tra i due paesi nel campo della gestione dell’immigrazione e indicano una conoscenza incompleta dei vari meccanismi di coordinamento esistenti tra i servizi tunisini e italiani”. Insomma, il segnale di una profonda irritazione. Le frasi di Salvini erano state d’altrone tutt’altro che felpate: “La Tunisia esporta spesso galeotti”, aveva detto.

Oggi il ministro dell’Interno Matteo Salvini è tornato sul tema migranti. Ha ripetuto che non parteciperà al vertice dei ministri dell’Interno europei sull’immigrazione a Lussemburgo, perché impegnato in Senato sul voto di fiducia. “Invieremo una nostra delegazione per dire no – spiega – il documento in discussione invece di aiutare penalizzerebbe ulteriormente l’Italia e i paesi del Mediterraneo facendo gli interessi dei paesi del Nord Europa”. E in un tweet rimarca la propria ostilità alle politiche europee sull’immigrazione. Insomma la fase protesta della campagna elettorale è ancora viva in Salvini. Le cose si cambiamo sedendosi con il peso che si ha ai tavoli che contano e non gridando in strada.

Le frasi di Salvini sono risonate particolarmente anche percho dette nel giorno in cui si sono verificati due naufragi, di cui uno proprio in Tunisia, con 47 morti e 68 persone salvate. Proprio questo naufragio ha spinto il premier tinusino a Youssef Chahed ad istituire una speciale unità di crisi. Ma Salvini, che è svelto nel capire e nell’aggiustare il tiro, ha cerato di porre rimedio. Quando l’ambasciatore italiano in Tunisia, Lorenzo Fanara, è stato convocato si è affrettato a ridimensionare il caso: ha spiegato, su mandato di Salvini, “alle autorità tunisine che le sue dichiarazioni sono state riportate fuori dal contesto” e che il ministro dell’Interno “è pronto a sostenere la cooperazione” con Tunisi

Pd ancora al bivio. Calenda: “È tutto incomprensibile”

calenda 3Ancora stallo nel Pd dopo l’assemblea nazionale di sabato che ha confermato Maurizio Martina segretario reggente del partito. Adesso i dem sono divisi tra chi vuole procedere subito all’elezione di un nuovo segretario, e chi invece punta direttamente al congresso. Nel frattempo è già partita l’opposizione interna, Andrea Orlando, per il quale l’errore è stato non eleggere un leader: “Sarebbe stato utile votare un segretario chiunque fosse stato a prevalere. Andremo ad un congresso in cui si scontreranno visioni diverse che sarà una battaglia sulle idee e contemporaneamente dovremo fare opposizione e scegliere accuratamente gli argomenti su cui farla. Un punto di riferimento che parlasse all’esterno sarebbe stato molto utile e peraltro è stato incomprensibile che i renziani non abbiano sostenuto Martina che è stato anche in ticket con Renzi”. Poi il ministro della Giustizia fa anche sapere che bisogna fermare chi nel Pd propone di fare un’alleanza con i forzisti, perché così si rischia di rimanere “nel limbo, o si ricostruisce una dialettica tra destra e sinistra, o si costruisce in qualche modo un blocco che si dice antipopulista ma che in realtà si colloca nel centro, costruisce un asse con Forza Italia e in qualche modo prefigura un partito che rappresenta le fasce incluse della società”.
A Orlando risponde Alessia Rotta, vicepresidente vicaria dei deputati del Partito Democratico:
“Nessuno sta discutendo della possibilità che Orlando presume sia nella mente di Renzi. Quella di un partito unico con Fi o dei moderati non è in nessuna maniera un’ipotesi sul campo”. E aggiunge: “Evocare scenari improbabili per alimentare la tensione nel Pd è un antico vizio che i nostri elettori non capiscono più e di cui bisognerà assumersi la responsabilità. Ridurre il dibattito a questo dimostra che la strada per rilanciare il Pd è molto lunga”.
In tutto questo interviene il Capo del Mise, Carlo Calenda che cerca di far trovare un terreno di incontro tra le diverse fazioni in continua lite nel Partito democratico.
“Le cose che si sono viste nell’assemblea di sabato non hanno nulla a che fare con un grande partito progressista che ha governato bene l’Italia per una legislatura. Cose indecorose per il Paese”, sostiene, a proposito del Pd, Carlo Calenda secondo il quale il partito “rischia di finire. Un partito che diventa la somma di “io sto con Renzi, io sto con Franceschini, io sto con Y”, non è più un partito ma una terza media all’ora di ricreazione”. Nessuna tentazione di “restituire la tessera”, “però è chiaro che il Pd così com’è non va da nessuna parte e non basta più. Siamo diventati un partito incomprensibile”, insiste, “non saprei neppure spiegare a un cittadino quello che è successo lì dentro. Avevo già detto che ci voleva una grande segreteria costituente in cui ci fossero tutte le persone che hanno rappresentato il Pd oggi e ieri, Veltroni, Franceschini, Letta, Orlando, Renzi, Gentiloni, Pinotti e Finocchiaro. Con delle donne capaci in segreteria magari il tasso di testosterone diminuisce. Oltretutto è incomprensibile questa guerra tra persone che sono state al governo insieme. Su cosa ci stiamo dividendo?”. Calenda auspica, quindi, che “ci sia la forza di sospendere ogni confronto insulso e di avere in Gentiloni il punto di riferimento”. Per quanto riguarda invece l’eventuale governo gialloverde, Calenda si dice “molto preoccupato. Sarà un governo elettorale che porterà instabilità e conflittualità. Inizieranno a dire che l’Europa non gli fa fare le cose e chiederanno nuove elezioni. Le prossime saranno come quelle del 1948: definiranno la nostra collocazione internazionale. Bisogna prepararsi ora”.

CAPITOLO CHIUSO

governo-pd-m5s-510La paralisi è totale. Non si vedono spiragli nei veti posti dai partiti. Ognuno resta sulle proprie posizioni. Ad oggi raggiungere un accordo sembra ipotesi impossibile. Ne ha preso atto Sergio Mattarella, che ha convocato per lunedì prossimo nuove consultazioni. Le delegazioni avranno venti minuti per riferire le loro intenzioni al presidente della Repubblica. Sarà l’ultima possibilità per la politica. Poi ci penserà il Capo dello Stato a formare un governo che possa traghettare l’Italia sino alle elezioni anticipate. Che non ci saranno, però, prima della primavera 2019, dopo aver portato a casa la Legge di Bilancio.
“A distanza di due mesi le posizioni di partenza dei partiti sono rimaste invariate. Non è emersa alcuna prospettiva di maggioranza di governo”, la nota del Colle, che bacchetta i partiti sulla mancanza di soluzioni offerte sino ad oggi. Il Quirinale valuterà se le ipotesi circolate in questi giorni hanno un fondamento di verità, prima fra tutte quella di un’ala renziana del Pd pronta a staccarsi in favore di un accordo con il centrodestra. Oppure se esista la possibilità di un esecutivo di centrodestra che possa sopravvivere nel medio-lungo periodo. Insomma, prima di costituire un governo di scopo, Mattarella le proverà tutte.
Il Partito Democratico, intanto, chiude definitivamente con il Movimento 5 Stelle. Nel corso della Direzione Nazionale i dem – dopo aver definito impossibile l’ipotesi di un sostegno al centrodestra – ostentano unità sul Niet a Di Maio. Al Nazareno va in scena una tregua tra i fedelissimi di Renzi e la minoranza. “Basta odio tra noi”, l’appello del reggente Maurizio Martina, che poi chiede alla direzione “di rinnovarmi la fiducia a proseguire il mandato fino all’assemblea nazionale. Non chiedo sostegni di facciata, ma un passo consapevole. Non ci servono unanimità che si sciolgono al primo minuto dopo la direzione”. La folta pattuglia renziana subito acconsente: “Fiducia sino all’assemblea”.
L’accordo con i grillini non s’ha da fare, dunque. Anche gli alleati del Pd la pensano allo stesso modo. Ieri il Psi ha lanciato un sondaggio sul proprio sito per interpellare gli elettori di centrosinistra su eventuale accordo con i 5Stelle. Il risultato non lascia spazio a dubbi: il 68,6% di utenti ha espresso parere contrario. “Credo si tratti di un dato che non possiamo non tenere in considerazione”, ha commentato il leader socialista, Riccardo Nencini.

F.G.

IDEA DI FUTURO

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“Non può esistere una sinistra senza popolo ed è in quel fiume che i panni vanno risciacquati affrontando di petto il nodo sicurezza/libertà individuale e prevedendo misure per ridurre la forbice di una disuguaglianza troppo larga”. È l’analisi del segretario del PSI, Riccardo Nencini, che ha firmato un articolo sull’Huffington Post in cui fa il punto sulla situazione politica attuale e lancia delle proposte per un nuovo inizio del centrosinistra. Nencini ha scritto che “serve un’idea del futuro attorno a cui ricostruire la sinistra riformista” che possa portare a “disciplinare il mercato, prevedere barriere alla finanziarizzazione dell’economia, rinnovare un patto con l’Unione Europea ma rivedendo a fondo Maastricht, porre al centro il tema delle disuguaglianze”.

Il leader socialista sottolinea che il progetto del Pd ha “esaurito la sua spinta” perché “sono venuti meno i riferimenti sociali cui intendeva rivolgersi alla nascita e la fusione tra ex comunisti e sinistra Dc appare del tutto inadeguata a rappresentare un’Italia così diversa”.

Per far questo è necessario che ogni soggetto politico che si identifica con la sinistra “ceda parte della sua sovranità a un progetto riformista aperto ai sindaci, alle liste civiche democratiche, a rappresentanti del ‘terzo settore’. Un progetto condiviso dalle tante culture repubblicane e europeiste che il prossimo anno, alle Europee, si propongano di giocare nella stessa metà del campo” continua Nencini. Di fronte a questo appuntamento “c’è bisogno di essere legittimati dal voto popolare per lanciare la sfida all’universo grigio-verde, e la prima occasione arriverà nel 2019. Nel frattempo”, conclude Nencini, “nessun Aventino. Spingere perché la legislatura sia costituente”.

Di questi ed altri temi il Partito Socialista Italiano ne discuterà in occasione delle due conferenze territoriali organizzative che si terranno a Bologna il 7 aprile e a Napoli il 14 dello stesso mese.

Nencini, riferendosi poi alle parole di Luigi Di Maio che aveva invitato a leggere l’intervento di insediamento di Sandro Pertini come presidente socialista della Camera dei Deputati, avvenuto nel 1968, scrivendo su Facebook ha aggiunto: “Ho chiesto a Marina Lombardi, sindaco di Stella, di ospitare Di Maio e chi scrive per discutere di Pertini. Per Di Maio Pertini è un modello. Siccome lo è anche per me, temo ci sia un modello di troppo”.

La prima giornata di consultazione, come consuetudine, è iniziata dai presidenti delle Camere Elisabetta Alberti Casellati presidente del Senato e subito dopo è stata la volta di Roberto Fico presidente della Camera. Un primo giro che che si chiuderà domani pomeriggio con i 5Stelle. Secondo le ultime indiscrezioni, i prossimi colloqui potrebbero cominciare a metà della prossima settimana: mercoledì o giovedì.

Nel pomeriggio saliranno i gruppi . Il primo a varcare il portone sarà la delegazione del gruppo “Per le Autonomie (SVP-PATT, UV)”; successivamente attesi gli esponenti del Gruppo Misto di Palazzo Madama e poi sarà la volta del Gruppo Misto della Camera. In serata salirà al Colle la delegazione di Fdi.

Alla vigila del primo giro di consultazioni, Luigi Di Maio, candidato premier dei Cinque Stelle, ha lanciato un invito al dialogo al un Pd che non sia guida Renzi e in alternativa alla Lega di Matteo Salvini ma senza il suo alleato Azzurro e con la condizione che Di Maio dovrà essere premier. Dal Pd il neocapogruppo e renziano doc Andrea Marcucci ha definito la proposta “irricevibile”. Mentre Maria Stella Gelmini, a nome di Fi, si indigna per il no al Cavaliere: “Siamo noi indisponibili”. E Salvini pone le sue condizioni: “Si parte dal centrodestra, dialogando anche con M5s ma senza veti”. Insomma siamo ancora in campagna elettorale.

LE CONSULTAZIONI

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“Mi aspetto che Salvini e Di Maio salgano al Quirinale con una proposta che non sia ‘io faccio il Presidente del Consiglio o morte’. Devono dire agli italiani se la maggioranza grigio-verde che ha eletto i presidenti di Camera e Senato sia anche maggioranza di governo”. lo ha scritto Riccardo Nencini, segretario del Psi, sul suo profilo Facebook alla vigilia delle consultazioni. Un primo giro che non sarà risolutivo e dal quale con ogni probabilità non uscirà il nome del presidente del consiglio incaricato. Sergio Mattarella dovrà ascoltare tutti i gruppi parlamentari per capire quali sono le disponibilità e gli orientamenti di ognuno. L’obiettivo è quello di tirare le somme e capire come procedere. Da domani alle 10,30 al Quirinale, infatti, i vari capigruppo e leader politici entreranno nello Studio di Mattarella.

Poche saranno le novità rispetto alle scelte compiute finora e dunque le distanze per giungere a una maggioranza per sostenere il nuovo governo del Paese saranno ancora ampie. Tanto ampie che potrebbe servire più di un giro di colloqui per giungere a una soluzione. Certo, la novità principale è già scritta e sarà la presenza di Matteo Salvini alle consultazioni: sarà la sua prima volta in assoluto da quando è segretario della Lega, visto che nei due round precedenti (2014 e 2016) scelse di non salire al Colle. Altra novità potrebbe essere rappresentata dalla composizione della delegazione di Forza Italia, ma ancora non ci sono certezze su questo aspetto. Mentre è certo che a guidare la delegazione sarà Silvio Berlusconi. Il Capo dello Stato è alla sua seconda esperienza di consultazioni e nella scorsa occasione, quando nacque il governo Gentiloni, l’iter fu rapidissimo, in una settimana si svolse il passaggio dal governo Renzi al nuovo esecutivo. Questa volta quasi certamente il tempo sarà invece un ingrediente fondamentale per far maturare processi politici non scontati: la fine del bipolarismo e una legge elettorale per buona parte proporzionale hanno prodotto una situazione simile a quella che nei decenni passati aveva portato, con grande impegno e discussioni, alla nascita di governi prima di centrosinistra e poi pentapartito. Ora il tripolarismo delle urne si deve forzare ad un accordo, qualunque esso sia, che metta insieme forze che fino al 4 marzo erano avversarie. Per questo Mattarella ha deciso di lasciare il tempo necessario al dibattito tra partiti e nei partiti, sia nel centrodestra tra Lega e Fi, che all’interno del M5s che nel Pd: l’obiettivo è infatti avere un governo con una maggioranza certa e stabile.  Non intende dunque forzare la mano e anzi si appresta a lasciare che dopo il primo giro, in caso non si individuasse una soluzione, i partiti abbiano ancora qualche giorno di tempo per confrontarsi.  In questo quadro è presto per capire quali potrebbero essere i ‘format’ delle prossime consultazioni, anche se la cosa più probabile è che sia lui stesso a compiere almeno un secondo eventuale giro. Per il resto il presidente della Repubblica ha in mano una serie di carte che gli vengono dallo studio dei precedenti e che vanno dal mandato esplorativo a una figura terza (presidente della Camera o del Senato ma non solo), al preincarico a uno dei leader con più chance di raggiungere la maggioranza. Difficilmente indicherà una personalità di spicco (come successe per Mario Monti) almeno nelle prime settimane e assolutamente non per sua scelta, non amando la concezione di ‘governo del Presidente’, ma solo se glielo chiederanno tutti i partiti di fronte al fallimento di tutte le altre possibilità. Anche su questo terreno, infatti il Capo dello Stato non vuole forzare la mano e chiede che siano i partiti ad assumersi la responsabilità politica delle scelte, fossero anche quelle di un governo di tutti. E comunque non sono ancora maturi i tempi per un passaggio di questo tipo e tantomeno per un appello alla responsabilità dei partiti, neppure dopo il primo round di colloqui. Ascolto e calma: soprattutto per il primo giro, che ci si attende di posizionamento, saranno queste le doti da mettere in campo.

A parlare oggi è stato il segretario reggente del Pd, Maurizio Martina: “La parola spetta ai vincitori del 4 marzo, che devono esplicitare qual è la prospettiva che si intende dare al Paese. Abbiamo un impegno sancito unitariamente con la nostra direzione. Sentiremo il Presidente e se ci saranno indicazioni non saremo insensibili”. Il dem nega l’ipotesi di accordi con il M5S: “Mi pare un percorso molto difficile. Ci sono scelte di merito che ci differenziano”. “Non auspico un governo formato dal Movimento 5 stelle e dalla Lega: per i contenuti e per il merito delle scelte, mi preoccupa. Non faccio i salti di gioia”, ha detto ancora. “L’esito elettorale ci consegna una funzione che dobbiamo esercitare bene. Non penso che dobbiamo isolarci o metterci nel freezer, dobbiamo lavorare per ricostruire il nostro rapporto con il Paese e certamente dare battaglia in Parlamento. Se ci sarà la possibilità di costruire su alcuni punti fondamentali di proposta nostra intese o avanzamenti certo non dobbiamo sottrarci”.

TEMPO DI RICOSTRUIRE

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Chiuse le operazioni di voto e di conteggio è il tempo di capire cosa è successo. Il centro sinistra ancora tramortito dalla valanga elettorale deve fare i conti con se stesso. La cosa più sbagliata sarebbe far finta di nulla. Il dimissioni a effetto posticipato di Renzi non hanno contribuito a stemperare le tensioni. Anzi. Sono viste come un modo di restare per guidare la transizione. E la temperatura  interna sale con il leader del Pd che è andato all’attacco chiudendo a ‘intese con gli estremisti’, facendo riferimento sia alla Lega che al Movimento Cinque stelle. E oggi ha ribadito la linea: “Le elezioni sono finite, il Pd ha perso, occorre voltare pagina. Per questo lascio la guida del partito. Non capisco le polemiche interne di queste ore. Ancora litigare? Ancora attaccare me? Nei prossimi anni il Pd dovrà stare all’opposizione degli estremisti” e del M5s. “Per me il Pd deve stare dove l’hanno messo i cittadini: all’opposizione. Se qualcuno del nostro partito la pensa diversamente, lo dica in direzione lunedì prossimo o nei gruppi parlamentari”. Direzione alla quale sembra che il segretario del Pd non prenda parte.

Intanto il segretario del Psi Riccardo Nencini, non nasconde la propria delusione per i risultati ottenuti dalla Lista Insieme: “Abbiamo provato a fermare la slavina con le sole mani. Non ce l’abbiamo fatta. La lista Insieme è stata al di sotto di ogni aspettativa dentro il risultato più negativo di sempre per la sinistra italiana. Ci sono due cose da fare nell’immediato: ricostruire un fronte riformista capace di sostenere la sfida di questi tempi e schierarsi all’opposizione di governi composti da forze politiche con programmi alternativi a quelli del centro-sinistra. Il PSI avvierà nelle prossime ore una riflessione al suo interno per valutare le decisioni da prendere”.

Ma la novità è la probabile discesa in campo di Carlo Calenda, ministro uscente dello Sviluppo economico all’indomani dall’apertura delle ostilità tra i favorevoli a un accordo con M5s e i contrari, capitanati dallo stesso segretario. La decisione di Calenda è stata comunicata via twitter, alle otto e mezza di stamani, quando ha scritto che “non bisogna fare un altro partito ma lavorare per risollevare quello che c’à”. “Domani – ha aggiunto – mi vado ad iscrivere al Pd”. Un annuncio che è stato immediatamente salutato con favore da molti big del partito, alcuni dei quali ieri sera hanno espresso, apertamente o meno, le proprie perplessità per la scelta di non dimettersi immediatamente comunicata da Renzi.

Tra i retweet dell’annuncio di Renzi, spiccano quelli del portavoce Matteo Richetti, del vicesegretario Maurizio Martina, di Anna Finocchiaro, di Luigi Zanda (autore di una nota molto critica ieri nei confronti di Renzi) ma soprattutto del premier Paolo Gentiloni, che tra ieri e oggi ha avuto un giro di conversazioni e scambi di valutazioni con i principali leader politici e di governo europei, a partire da Angela Merkel e Emmanuel Macron.

“La sconfitta alle elezioni politiche di domenica – ha detto Martina – è inequivocabile e impone un’analisi profonda. Gli elettori ci hanno dato un segnale inequivocabile e dopo cinque anni di governo, oggi, tocca ad altri l’onore e l’onore di guidare l’Italia. Bisogna che la nostra discussione sia all’altezza del problema e non degeneri in sterili polemiche inconcludenti”.

A Calenda sono giunte anche le congratulazione telefoniche dello stesso Renzi, che però su Facebook ha ribadito con maggiore forza quanto detto ieri al Nazareno: “Nei prossimi anni – ha scritto – il PD dovrà stare all’opposizione degli estremisti. Cinque Stelle e Destre ci hanno insultato per anni e rappresentano l’opposto dei nostri valori. Sono anti europeisti, anti politici, hanno usato un linguaggio di odio. Ci hanno detto che siamo corrotti, mafiosi, collusi e che abbiamo le mani sporche di sangue per l’immigrazione: non credo che abbiano cambiato idea all’improvviso. Facciano loro il Governo se ci riescono, noi stiamo fuori. Per me – ha aggiunto – il Pd deve stare dove l’hanno messo i cittadini: all’opposizione. Se qualcuno del nostro partito la pensa diversamente, lo dica in direzione lunedì prossimo o nei gruppi parlamentari”.

Sulla impossibilità di fare un governo con i 5 Stelle sgombra il tavolo allontanando ogni anche il ministro Dario Franceschini: “Non ho mai pensato sia possibile fare un governo con M5s e tantomeno con la destra. Sufficientemente chiaro? Non trovo nemmeno traccia nel Pd di qualcuno che abbia in mente di farlo, quindi sono inutili polemiche o velenosi depistaggi mediatici”. “Abbiamo perso le elezioni e quindi l’unica strada giusta e possibile è andare all’opposizione. Nel Pd siamo e saremo tutti d’accordo su questo”. MA poi aggiunge: “Ma dovremo ragionare di errori compiuti e delle strade per rifondare Pd e nostro campo”. Più netto il presidente della Regione Piemonte, Sergio Chiamparino che si dice “disposto a dare una mano”. Poi su Renzi aggiunge: “Sono d’accordo sulle dimissioni di Renzi da segretario avendo io chiesto l’azzeramento dei vertici perché quando si prende una batosta del genere, la più pesante del partito dal dopoguerra, un pezzo di responsabilità ce l’hanno tutti i vertici a cominciare dal sottoscritto”.

Sul fronte delle prospettive per la formazione del governo, l’attenzione è puntata sulle future mosse del Capo dello Stato e sulla reale possibilità di un dialogo tra M5s e il Pd, per ora apertamente osteggiato da Renzi. Beppe Grillo, interpellato sulla questione, ha detto che tutto è in mano al “capo politico” Luigi Di Maio, che stasera festeggerà la vittoria pentastellata nella sua Pomigliano d’Arco, mentre da via Bellerio Matteo Salvini ribadisce la propria indisponibilità a un governo coi grillini. Sul fronte dei delusi, è scettica Emma Bonino sulla possibilità di un governo assieme a M5s, e la presidente Laura Boldrini esprime su Facebook tutta l’amarezza per il risultato di LeU, sul quale sollecita una “discussione approfondita”. Tanto che Pier Luigi Bersani commentando su twitter l’esito del voto si sbilancia: “Facciamo un discorso onesto. In pochi mesi, nemmeno noi di Liberi e Uguali abbiamo trovato la soluzione. Ma almeno abbiamo visto per tempo il problema! Se nel mondo progressista si smette finalmente di negare il problema, una sinistra plurale potrà riprendere il suo cammino”.

Dopo le elezioni caos per il nuovo Governo

Il Movimento 5 stelle canta vittoria e la Lega si proclama guida della coalizione del centrodestra, mentre il Partito democratico fa i conti con una sconfitta che a notte fonda, a poche ore dall’inizio dello spoglio, il vice segretario Maurizio Martina ha dipinto come “molto evidente e molto netta” parlando di “un dato al di sotto delle aspettative”. Spetterà al segretario Matteo Renzi, che ancora non ha parlato, “fare le valutazioni più compiute sull’esito del voto”.

Lo scenario al momento non vede nessuna maggioranzelezionia con un paese bloccato nella impossibilità di fare un governo. Questo il quadro che si palesa dopo le elezioni politiche e a cui il presidente Mattarella dovrà mettere mano nelle prossime settimane. Il centrosinistra è ancora sotto choc. I sondaggi non erano favorevoli ma una disfatta di queste proporzioni non la immaginava nessuno. Le forze cosiddette anti-sistema sono maggioranza nel Paese. Una maggioranza che però non sembra in grado di produrre un governo. Il segretario del Pd Matteo Renzi è il grande sconfitto. L’onda che ha messo fine al suo governo all’indomani del referendum del 4 dicembre non ha finito la sua corsa e ora la minoranza interna del Pd chiede un suo passo indietro.

A trionfare sono Cinque Stelle e la Lega. Il timore è quello di un sodalizio che saldi i due in una saldatura anti-sistema che darebbe una maggioranza parlamentare ai populismi. Ma Salvini la ha escluso. Anche per un calcolo di convenienza ora che è diventano il primo azionista del centro destra. Nel pomeriggio di lunedì i leader della Lega e Forza Italia si sono incontrati e hanno rivendicato per la coalizione di centro destra il mandato per governare.

Intanto continuano al Nazareno le riunioni e i confronti tra i big del partito e Matteo Renzi sul da farsi dopo la sconfitta alle elezioni politiche. “Le decisioni da prendere sono delicate e non c’è unanimità di visione”, riferiscono fonti del Nazareno. Sul tavolo ci sono le dimissioni del segretario, un gesto considerato ormai doveroso dalla minoranza interna, e la personalità da indicare per traghettare il partito verso un nuovo congresso. Nonostante questo, stando a quanto si apprende da fonti vicine al ministro Orlando, nessun contatto ci sarebbe stato, al momento, tra il Guardasigilli e il segretario dem. All’ultimo piano della sede nazionale del Pd sono presenti, oltre a Renzi, Ettore Rosato, Lorenzo Guerini, Matteo Orfini, Maurizio Martina.

Proprio Martina, vicesegretario del partito, si è presentato in nottata in sala stampa assieme al presidente del partito, Matteo Orfini, ed ha definito il risultato delle elezioni “una sconfitta netta”. Altri indicano nello stesso Orfini il possibile reggente. Di questa sconfitta Renzi ha preso atto e chiarirà in conferenza stampa – prevista inizialmente per le 17 e ora a rischio slittamento – quale siano le sue intenzioni. L’ipotesi più accreditata e’ che il segretario possa mettere a disposizione il suo incarico, affidando alla direzione il compito di decidere se accettare le dimissioni e, quindi, rimandare all’assemblea del partito il compito di eleggere un eventuale traghettatore. I nomi che circolano vanno dal vice di Renzi, il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina, al ministro Graziano Delrio. ma c’è anche chi, nella minoranza, chiede un cambio di rotta più netto che coinvolga l’intero gruppo dirigente.

La tornata elettorale vedeva anche il voto per le regionali in Lombardia e Lazio. In Lombardia è in vantaggio Attilio Fontana del centrodestra. Mentre nel Lazio Nicola Zingaretti (31,8%), secondo i dati definitivi di Swg per La7, strappa per un soffio la presidenza del Lazio a Stefano Parisi del centro destra (30,9%).

REBUS GOVERNO

elezioni-politiche-2018

Il Movimento 5 stelle canta vittoria e la Lega si proclama guida della coalizione del centrodestra, mentre il Partito democratico fa i conti con una sconfitta che a notte fonda, a poche ore dall’inizio dello spoglio, il vice segretario Maurizio Martina ha dipinto come “molto evidente e molto netta” parlando di “un dato al di sotto delle aspettative”. Spetterà al segretario Matteo Renzi, che ancora non ha parlato, “fare le valutazioni più compiute sull’esito del voto”.

Lo scenario al momento non vede nessuna maggiorana con un paese bloccato nella impossibilità di fare un governo. Questo il quadro che si palesa dopo le elezioni politiche e a cui il presidente Mattarella dovrà mettere mano nelle prossime settimane. Il centrosinistra è ancora sotto choc. I sondaggi non erano favorevoli ma una disfatta di queste proporzioni non la immaginava nessuno. Le forze cosiddette anti-sistema sono maggioranza nel Paese. Una maggioranza che però non sembra in grado di produrre un governo. Il segretario del Pd Matteo Renzi è il grande sconfitto. L’onda che ha messo fine al suo governo all’indomani del referendum del 4 dicembre non ha finito la sua corsa e ora la minoranza interna del Pd chiede un suo passo indietro.

A trionfare sono Cinque Stelle e la Lega. Il timore è quello di un sodalizio che saldi i due in una saldatura anti-sistema che darebbe una maggioranza parlamentare ai populismi. Ma Salvini la ha escluso. Anche per un calcolo di convenienza ora che è diventano il primo azionista del centro destra. Nel pomeriggio di lunedì i leader della Lega e Forza Italia si sono incontrati e hanno rivendicato per la coalizione di centro destra il mandato per governare.

Intanto continuano al Nazareno le riunioni e i confronti tra i big del partito e Matteo Renzi sul da farsi dopo la sconfitta alle elezioni politiche. “Le decisioni da prendere sono delicate e non c’è unanimità di visione”, riferiscono fonti del Nazareno. Sul tavolo ci sono le dimissioni del segretario, un gesto considerato ormai doveroso dalla minoranza interna, e la personalità da indicare per traghettare il partito verso un nuovo congresso. Nonostante questo, stando a quanto si apprende da fonti vicine al ministro Orlando, nessun contatto ci sarebbe stato, al momento, tra il Guardasigilli e il segretario dem. All’ultimo piano della sede nazionale del Pd sono presenti, oltre a Renzi, Ettore Rosato, Lorenzo Guerini, Matteo Orfini, Maurizio Martina.

Proprio Martina, vicesegretario del partito, si è presentato in nottata in sala stampa assieme al presidente del partito, Matteo Orfini, ed ha definito il risultato delle elezioni “una sconfitta netta”. Altri indicano nello stesso Orfini il possibile reggente. Di questa sconfitta Renzi ha preso atto e chiarirà in conferenza stampa – prevista inizialmente per le 17 e ora a rischio slittamento – quale siano le sue intenzioni. L’ipotesi più accreditata e’ che il segretario possa mettere a disposizione il suo incarico, affidando alla direzione il compito di decidere se accettare le dimissioni e, quindi, rimandare all’assemblea del partito il compito di eleggere un eventuale traghettatore. I nomi che circolano vanno dal vice di Renzi, il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina, al ministro Graziano Delrio. ma c’è anche chi, nella minoranza, chiede un cambio di rotta più netto che coinvolga l’intero gruppo dirigente.

La tornata elettorale vedeva anche il voto per le regionali in Lombardia e Lazio. In Lombardia è in vantaggio Attilio Fontana del centrodestra. Mentre nel Lazio Nicola Zingaretti (31,8%), secondo i dati definitivi di Swg per La7, strappa per un soffio la presidenza del Lazio a Stefano Parisi del centro destra (30,9%.