I fantasmi dei populismi italiani nell’analisi
di Marco Revelli

Marco-RevelliIl populismo è il nuovo fantasma che si aggira per l’Europa; per Marco Revelli (“Populismo 2.0”), esso è “il ‘sintomo’ di un male più profondo, anche se troppo spesso taciuto, della democrazia: la manifestazione esterna di una malattia di quella forma contemporanea della democrazia […] che è la Democrazia rappresentativa”. Tale malattia aggredisce una parte del popolo, o tutto il popolo di un Paese, ogni qualvolta percepisce di “non essere più rappresentato nelle istituzioni politiche, dando origine ad una reazione cui si è dato il nome di populismo. Esso può essere inteso come una “malattia infantile della democrazia”, quando la ristrettezza del suffragio non consentiva una piena democratizzazione delle vita sociale, e come “malattia senile della democrazia”, quando l’affievolimento delle istituzioni democratiche e la formazione di posizioni di potere di natura oligarchica rimandano ai margini il popolo. Nel primo caso – afferma Revelli – il populismo altro non è che una “rivolta degli esclusi”; nel secondo, una “rivolta degli inclusi messi ai margini”. In entrambi i casi, tuttavia, il populismo è un prodotto di un deficit di rappresentanza.

populismorevelliL’indeterminatezza e la grande varietà di significati rendono la parola populismo poco utilizzabile per capire gli orientamenti politici dei cittadini; ciò comporta la necessità che si ponga ordine alla varietà di significati, parlando “più che di ‘populismo’ al singolare di populismi al plurale”, in considerazione delle diverse esperienze che sottendono il termine, per distinguere, a parere di Revelli, i populismi che potrebbero essere chiamati “classici o tradizionali” e i populismi di nuova generazione dotati di caratteri inediti. A parere del politologo, la crisi della democrazia, che è crisi di legittimazione, deriva da una “marcata torsione oligarchica”, cui va imputato il fatto che la stessa democrazia diventasse “sempre meno rappresentativa e sempre più ‘esecutoria’”. Ciò ha determinato il crollo del tradizionale ordine politico, con lo ”sfarinamento del cosiddetto ‘mondo del lavoro’ frammentato in un caleidoscopio di figure e di identità professionali incomunicanti tra loro”, come effetto dello sgretolamento dei vecchi blocchi sociali che avevano caratterizzato l’organizzazione degli interessi individuali delle società industriali.

Tuttavia, il nuovo protagonista delle scena politica, il populismo, non è privo di storia: “La moltitudine liquida che oggi spaventa con i suoi spostamenti repentini se ne stava, fino a ieri, relativamente ordinata […] dentro solidi contenitori, politici e soprattutto elettorali […]. Essa è stata a lungo un fattore di stabilità delle cosiddette ‘democrazie occidentali’: pur nella dialettica delle culture politiche e degli interessi legittimi, ha condiviso a lungo un sostanziale consenso sul modello sociale prevalente. E ha contribuito, quantomeno con la sua passività, alla sua legittimazione”. Cosicché diventa inevitabile chiedersi perché tutto ciò è venuto meno.

La risposta, a parere di Revelli, può essere ricavata sol che si rifletta sullo stato attuale delle cose, sia sul piano politico, sia su quello sociale. Infatti, con riferimento all’esperienza del nostro Paese, con l’avvento della seconda Repubblica, quei solidi antichi contenitori, quali erano i partiti di massa, si sono progressivamente dissolti; inoltre, con la diffusione e il consolidamento dell’ideologia neoliberista vi è stata una profonda “trasformazione antropologica” delle masse, che è valsa a fagli interiorizzare il valore dell’individualismo a scapito di quello della solidarietà; infine, le élite politiche hanno subito una “mutazione culturale”, che ha affievolito la loro autonomia decisionale. Sulla base di queste considerazioni, diventa possibile capire perché il populismo non è un soggetto politico nuovo in senso proprio, ovvero l’equivalente di un partito politico con una propria identità, una propria organizzazione ed una propria cultura politica; si tratta, bensì, di un’entità molto indefinita sul piano organizzativo e scarsamente identificabile sulla base di specifiche istanze politiche rispetto agli antichi partiti, in quanto –afferma Revelli – “forma informe che assumono il disagio e i conati di protesta nelle società sfarinate e lavorate dalla globalizzazione e dalla finanza totale […] nell’epoca dell’assenza di voce e di organizzazione. Nel vuoto, cioè, prodotto dalla dissoluzione di quella che un tempo fu ‘la sinistra’ e la sua capacità di articolare la protesta in proposta di mutamento e di alternativa allo stato di cose presente”.

Sul piano teorico, il populismo è una categoria problematica, perché non si riesce a stabilire se esso sia un’ideologia, o una ricorrente forma emotiva di comportamento politico dei cittadini; oppure se esso sia riconducibile alla categoria del nazionalismo, o a quella del socialismo, o ancora se possa essere dotato di una qualche autonomia significativa. I primi tentativi di definirlo scientificamente – afferma Revelli – contenevano un gran numero di caratteristiche, che via via sono state selezionate, per essere alla fine ridotte principalmente a tre.

Il primo elemento, comune a tutti i populismi, è la “centralità assorbente […] che in essi assume il riferimento al popolo , inteso nella sia dimensione ‘calda’ di comunità vivente, quasi una sorta di comunità pre-poplitica e pre-civile, da ‘stato di natura russoviano”. Un’entità organica, priva di divisioni, fondata su una particolare concezione del conflitto politico. Questo non è espresso dalla “tradizionale dialettica ‘orizzontale’ tra le diverse culture politiche in cui si articola la cittadinanza, di cui la copia destra-sinistra è il più pregnante esempio”; ma dalla contrapposizione “verticale” del popolo, nella sua unità organica, con qualsiasi altra “entità” che pretenda di porsi illegittimamente al di sopra di esso, oppure al di sotto, prefigurando un’estraneità non giustificata e un atteggiamento di ostilità.

In altri termini, sostiene Revelli, la contrapposizione del conflitto politico proprio del populismo è caratterizzata, non più dalla logica orizzontale, tipica delle “Rivoluzione francese in cui i protagonisti del confronto […] stavano tutti sullo stesso piano d’uguaglianza, diversi per idee ma non per rango”, ma dalla logica verticale alto-basso, in cui “i protagonisti del conflitto appartengono a livelli differenti e, per certi versi, a mondi vitali opposti”.

Il secondo elemento comune ai populismi connota il conflitto, non in termini politici e sociali, ma soprattutto in termini etici, implicanti una contrapposizione tra “giusti” e “corrotti”; ciò significa che ad ogni forma di populismo corrisponde una “costruzione morale”, che comporta un’antitesi rispetto al “diverso”, rivelatrice dei valori costitutivi della comunità di riferimento, assunta dai singoli come conforto collettivo.

L’ultimo elemento caratterizzante i populismi evoca l’immagine della rimozione del corpo estraneo e la “restaurazione di una sovranità popolare finalmente riconosciuta, da esercitare non più attraverso la mediazione delle vecchie istituzioni rappresentative ma grazie all’azione di leader […] in grado di fare il ‘bene del popolo’”.

Sulla base dei tre elementi appena richiamati, era sembrato che, alla fine del Novecento, il populismo fosse espresso da una categoria ben definita e sistemata sul piano teorico; invece no, a giudizio di Revelli. L’inizio di questo secolo ha visto irrompere di nuovo la sfida populista, con nuove grandi fratture sul piano del contendere ed anche parole nuove. La critica populista post-novecentesca ha cessato di riguardare “singoli aspetti della vita politica e dell’assetto istituzionale”; ha riguardato invece la politica in quanto tale”, ovvero la sua “estraneità alla vita dei cittadini. La sua incapacità di leggere bisogni e sentimenti, e di rispondere alle loro domande esistenziali”. Le parole nuove con cui il populismo si è riproposto all’inizio del questo secolo sono state, da un lato, “antipolitica” e, dall’altro lato, “neopopulismo”.

Col primo termine (antipolitica), il populismo ha espresso le molteplici forme di protesta e di rivolta elettorale attraverso movimenti antagonistici, in contrapposizione con gli establishment politici consolidati; mentre col secondo (neopopulismo), i movimenti antagonisti “si sono generalmente dati identità politiche non mediabili e strutture completamente separate”, che per certi versi hanno riproposto la vecchia logica orizzontale di contrapposizione destra-sinistra. Secondo Revelli, infatti, la protesta è stata portata da versanti opposti del sistema politico, a “sinistra come a destra”. L’Italia, da questo punto di vista, non ha fatto eccezione, nel senso che la voce populismo ha subito “scostamenti lessicali” rispetto a quella ricorrente sino alla fine del Novecento.

Nell’esperienza italiana, il movimento neopopulista, “in stretta connessione con l’ondata neoliberista che ha caratterizzato il passaggio di secolo”, muovendo d’ambo i lati orizzontali dello schieramento politico tradizionale, ha teso ad organizzare la protesta contro le organizzazioni esistenti per destrutturarle e delegittimarle, al fine di scardinarle dalle loro posizioni consolidate e privilegiate. Questo intento del neopopulismo italiano – afferma Revelli – consente di collegare gli eventi italiani “connessi all’ascesa di Matteo Renzi al governo, alla sua retorica della ‘rottamazione’ e del Paese che ‘cambia verso’ oltre, naturalmente, allo stile con cui è stata lanciata e varata la riforma costituzionale”, per realizzare innovazioni pretese dai mercati, ma finendo per offrire un “neopopulismo dall’alto” che sembrerebbe aver trovato in Italia il “proprio luogo di elezione”.

Dal punto di vista delle diffusione e del consolidarsi dell’esperienza neopopulista, l’Italia costituisce però un’eccezione, in quanto presenta tre varianti, tre forme, che Revelli denomina sulla base dei “nomi dei loro ‘eroi eponimi’, berlusconismo, grillismo e renzismo”; tre fenomeni (chiamati dallo stesso politologo, rispettivamente, “telepopulismo berlusconiano”, “cyberpopulismo grillino”, “populismo dall’alto di Matteo Renzi”) che risultano tra loro “diversi per tempi di ‘emersione’ e di ‘egemonia’ oltre che per cultura politica […], ma accomunati da alcuni tratti non solo formali”. Le tre forme di populismo sono tutte caratterizzate dall’essere guidate da leader che hanno impresso ai loro movimenti una forte personalizzazione, uno stile di comunicazione basato su un rapporto diretto con il pubblico e tendenti a presentare se stessi “sotto il segno della rottura, della diversità e del nuovo inizio”

Sul piano sostanziale, il “telepopulismo berlusconiano” ha ridotto la tradizionale democrazia rappresentativa in “video-politica”; il suo leader ha gestito il rapporto col pubblico come “’un imbonitore’, che nel ‘celebrare la propria diversità’” si è rivolto al popolo, lusingandolo a suon di promesse, come le sue reti televisive gli hanno consentito, “non solo attraverso i segmenti del palinsesto dedicati alla cronaca o al dibattito politico”, ma anche attraverso i programmi d’intrattenimento somministrati al pubblico televisivo. Il “populismo berlusconino”, pur dando “corpo al vuoto” creatosi con la crisi della Prima Repubblica, a seguito della spinta dirompente della “questione giudiziaria”, non ha saputo evitare “la latente crisi di sistema che, sotto la spinta della globalizzazione” ha coinvolto, quasi vent’anni dopo, le democrazie economicamente avanzate dell’intero Occidente.

Il “ciberpopulismo grillino” è emerso dopo una nuova cesura subita dal sistema politico italiano con la caduta dell’ultimo governo di Berlusconi, seguita da una crisi extraparlamentare, per via della quale quasi tutti i partiti erano scomparsi perché sostituiti da un governo dei tecnici, che con le sue scelte si è reso responsabile di “politiche socialmente sanguinose”. Dopo una lunga notte della politica – afferma Revelli – è “ritornato alla luce il sistema politico italiano”, mutato strutturalmente, in quanto non più bipolare, ma tripolare, con la comparsa, dopo le elezioni politiche del 2013, di un terzo incomodo (il Movimento 5 Stelle di Grillo) tra i due poli ridimensionati di centro-sinistra e di centro-destra.

Questo nuovo movimento, sostituendo al medium televisivo (non interattivo) del “populismo berlusconiano”, il più interattivo “web” (rete informatica), scelto come “forma di espressione e di organizzazione” del sorgente “popolo della rete”, ha potuto affermarsi ulla base di un programma completamente diverso rispetto a quello degli altri poli politici; i suoi obiettivi, sottolinea Revelli, affermavano l’urgenza di ricuperare la democrazia partecipativa dei cittadini, di difendere uno stato sociale di tipo universalistico, di tutelare e valorizzare i beni comuni e/o pubblici, di introdurre il reddito di cittadinanza, di sostenere la priorità degli investimenti per la scuola e la sanità pubblica”, nonché di ridurre le differenze di reddito tra i cittadini. Da un altro lato, il “cyberpopulismo grillino” si è affermato per via del fatto che, a differenza degli altri mondi politici, ha sempre nutrito una profonda sfiducia nelle istituzioni, nazionali ed europee, in quanto considerate occupate da un establishment che, secondo il “cyber popolo” del movimento pentastellato, ha perso ogni capacità di garantire un futuro economico-sociale dotato di una qualche certezza.

E’ questa “la chiave del successo” del movimento “grillino”, difficile da scalfire nonostante errori e mancanza di esperienza del suo personale politico, e nonostante “una prova di sfondamento” che – a parere di Revelli – è stato tentato sul suo stesso terreno dal “populismo dall’alto di Matteo Renzi”. Perché dall’alto? Perché tentato attraverso un populismo ibrido, un “po’ di lotta e un po’ di governo”, dice Revelli, con una “base popolare, ed elettorale, costruita attraverso l’impiego di retoriche tipicamente populiste e comportamenti (tipicamente) trasgressivi in funzione delle legittimazione (‘in basso’) di politiche sostanzialmente conformi alle linee guida volute e dettate ‘in alto’”; ma anche con l’uso di apparati comunicativi utilizzati da Berlusconi e da Grillo per comunicare all’elettorato il proprio populismo anticasta, “messo in campo con la retorica delle ‘Rottamazione’ […], sfoderato contro i propri avversari di partito”. In altre parole , si è trattato di un populismo, la cui politica di governo ha soprattutto riguardato l’accoglimento e la soddisfazione delle richieste dell’establishment europeo, piuttosto che l’attuazione di un programma aperto alle più sentite urgenze popolari; una politica che ha sempre avuto, e che continua ad avere, il sostegno dei poteri forti nazionale e quello di gran parte della cosiddetta stampa d’opinione, sedicente progressista.

La “solenne bocciatura” uscita dalle urne il 4 dicembre scorso, con la quale gli italiani hanno respinto il tentativo di Renzi modificare la Costituzione repubblicana, è stata sancita da “una volontà popolare mossasi, in basso, in direzione ostinata e contraria” al populismo renziano. Il rifiuto della modifica costituzionale avrebbe dovuto far capire all’ex capo del governo che la sua proposta politica scontava un netto rigetto popolare e che, nell’attesa di condizioni migliori, gli italiani hanno scelto la conservazione dell’integrità della Carta come “una valida protezione sotto cui ripararsi.

Sennonché, alla luce del suo continuo agitarsi, l’ex capo del governo, contrariamente alle promesse fatte in caso di bocciatura della sua proposta di modifica costituzionale, sembra volersi riproporre con gli stessi intenti aggressivi che lo hanno contraddistinto negli anni di governo; eppure, per rendere il suo populismo più soft nei confronti delle esigenze popolari, basterebbe che Renzi promettesse di voler attuare una politica tendenzialmente più ridistribuiva, con la quale rimediare alle conseguenze “sanguinose” prodotte da tanti anni di austerità e di contenimento della spesa pubblica; in altre parole, egli dovrebbe, quantomeno, promettere l’attuazione di una politica blandamente riformista, ma che allo stato attuale è percepita “rivoluzionaria” dai poteri forti presenti nel Paese e dalla maggior parte della stampa benpensante. Perseverando, invece, nel modo di far politica così come ha fatto sino alle sue dimissioni, il Paese è condannato a conservarsi nell’incertezza chissà per quanti anni ancora.

Gianfranco Sabattini

Luca Fantò
Scuola, tornare sulle barricate

Ammesso e non concesso che le prove invalsi siano un parametro di riferimento valido della qualità del lavoro degli Istituti scolastici, colpisce come tali prove dimostrino, nell’ultimo triennio, un significativo e costante calo dei risultati negli Istituti di tutto il Paese.
Viene allora da pensare, dando per vera l’attendibilità di tali prove, che le politiche degli ultimi tre anni siano state tutt’altro che proficue.

D’altronde, se così fosse, non ci sarebbe da stupirsi poiché le politiche scolastiche sono state caratterizzate spesso, anche se non sempre, da un susseguirsi di riforme della scuola che hanno evidentemente destabilizzato la struttura. Tutto ciò è avvenuto senza mai realmente ascoltare chi nella scuola lavora e di certo otto anni di blocchi stipendiali ed oltre vent’anni di precarietà nel sistema di reclutamento non devono aver aiutato. La politica del ventennio berlusconiano e del breve ma produttivo periodo renziano, affascinata da improbabili rivoluzioni liberali ed impraticabili “terze vie”, infatuata di un mondo anglosassone sempre più lontano dall’Europa e dalle nostre realtà, ha cercato di importare modelli che culturalmente mai ci sono appartenuti.

Era quindi impossibile immaginare che tale distanza culturale avrebbe prodotto disastri?
Riesce difficile crederlo. Allora perché?
Un popolo ignorante è un popolo facile da condurre e da condurre dove è utile a chi realmente determina le sorti dello Stato e del suo mondo produttivo.
Se vogliamo quindi una società vivace, attiva, costruttiva ed una popolazione motivata, dobbiamo accettare l’idea di una società di individui che si pongano in maniera critica nei confronti di chi governa.
Una società che solo una scuola pubblica vivace e motivata può contribuire in maniera decisiva.
Una scuola di donne e uomini che si sentano realmente participi della costruzione della società di domani. Donne e uomini che percepiscano quel rispetto che meritano e che da tempo gli viene negato.
Forse la responsabilità è anche di noi socialisti che da una decina d’anni abbiamo abbandonato la barricata che ci vedeva difendere la scuola pubblica italiana. Su quella barricata dobbiamo tornare.

Dopo le riforme Moratti, Gelmini e Renzi è impossibile tornare indietro e ricominciare. E’ necessario partire dunque da ciò che c’è.
I decreti attuativi finora approvati sembrano essere meno intrusivi di quanto si potesse temere e l’approvazione del Decreto Madia riconosce, sebbene molto meno di quanto il personale statale e quindi scolastico meriterebbe, la necessità di finanziare un seppur parzialissimo recupero del potere d’acquisto degli stipendi.

Non basta, ma può essere un inizio.
E’ vitale che la politica aiuti il personale scolastico a ritrovare il gusto dell’esercitare quella che, con le dovute risorse, è uno dei mestieri più belli ed importanti del mondo.
Dobbiamo tornare a far percepire l’importanza dell’insegnamento, la consapevolezza che intorno agli insegnanti ci sono impiegati, dirigenti e personale scolastico senza cui nulla sarebbe possibile.
Noi socialisti potremmo quindi, ed in parte con la proposta dello stanziamento dello 0,5% del PIL per la scuola pubblica fatta dal Congresso, insistere sul ripristino del potere d’acquisto degli stipendi. Non come proposta sindacale che non ci spetta, ma proprio come proposta politica per far tornare la scuola pubblica. al centro dell’azione dello Stato.
Noi socialisti potremmo accentuare la spinta a valorizzare il merito. Merito che non può essere stimolato da banali bonus premiali ma che deve essere letto come carico di responsabilità per i più capaci.
Noi socialisti, come già stiamo facendo, dobbiamo sostenere la campagna di assunzione del personale docente, unica arma contro il precariato generato di alcuni governi del passato, e sostenere l’impegno statale nel sostegno alla scuola dell’infanzia.
Recuperare il livello di conoscenze e competenze dei nostri giovani, iniziando con l’opporci alla riduzione a quattro anni della scuola di II grado e ripristinando nei licei le ore di lezione scorporate per l’alternanza scuola-lavoro.

Molto altro ci sarebbe poi di fare, iniziando con una significativa campagna d’ascolto di tutto il personale scolastico. Una campagna reale, che porti poi ad interventi concreti che rispettino, al contrario di quanto fatto in passato, quanto emerso.
Il mondo della scuola è per noi socialisti, che puntiamo alla giustizia sociale attraverso la creazioni di pari condizioni ed opportunità per tutti i cittadini, un banco di prova che non può essere abbandonato.
Al quel tavolo dobbiamo tornare a sederci.

Luca Fantò
Referente PSI scuola

Libero. Un giornale a ‘doppio senso’

Il sessismo di “Libero” si abbatte sulla Boschi

“Renzi e Boschi non scopano” mentre “gli altri Dem invece lo fanno”, il giornale di Vittorio Feltri riassume non senza doppi sensi la giornata di ieri che ha visto il Partito Democratico impegnato a Roma a ripulire la città. Nel catenaccio del quotidiano Libero si legge “Il segretario e la potente vicepresidente però non si sporcano le mani”.

Ieri attivisti ed esponenti del PD, indossando una maglietta gialla, si sono armati di sacchetti e scope per pulire le strade di Roma. In prima fila Roberto Giachetti, Marianna Madia e Matteo Orfini. L’ex premier Renzi si è invece presentato in camicia bianca, l’ex ministro Boschi non si è presentata. Di qui l’interpretazione a doppio senso di Libero, che sta scatenando un grande polverone.
Il quotidiano era balzato tristemente alle cronache per il titolo dedicato a Virginia Raggi “patata bollente”. Noi siamo per la libertà di stampa, fondamento essenziale di ogni democrazia. Oggi, come allora, sosteniamo che la democrazia ponga dei limiti. A tutti. Ai potenti che non devono intimidire; e ai giornali che devono criticare nel merito senza usare il dileggio, l’insulto (sessista o razziale), l’offesa, la volgarità. Questa deriva porta solo allo sfaldamento di una comunità, al degrado morale prima ancora che politico.

Il doppio senso su parole di significato ambiguo nella lingua italiana è roba da scuole medie, ma sulla prima pagina di un giornale fa sobbalzare dalla sedia. Eleganza e buon gusto, quelle sconosciute…

Valentina Bombardieri

Blog Fondazione Nenni

Chi salverà la soldatessa Boschi se non se stessa?

Che il bersaglio sia la Boschi ed il suo centro Renzi è di una lapalissiana evidenza, Altrettanto evidente è che se c’era una sola possibilità che Banca Etruria potesse essere salvata la sola esposizione della Boschi come autorevole componente del Governo, avesse o meno messo in atto una qualche pressione, diventava un caso politico ed un bersaglio grosso da dover essere, ancorché valutata tecnicamente,necessariamente esclusa. Ma la radice dell’accanimento è a monte di questi incidenti di percorso ed è nella mancata tutela della dignità politica e personale della Boschi da parte di Renzi. Dopo aver trasformato improvvidamente il referendum del 4 dicembre in un voto sulla sua persona ed averne tratto le conseguenze con le dimissioni da Presidente del consiglio, pari tutela andava riservata alla dignità e coerenza della Boschi protagonista appassionata del processo di riforma senza costringerla a rientrare nel Governo, per giunta con la sgradita impressione di fare da cane da guardia sulla lealtà del Governo Gentiloni fino a suggerirle l’improvvida circolare di una preventiva visione dei provvedimenti da proporre al Consiglio dei Ministri, che piuttosto che a un necessario coordinamento secondo prassi è suonata come censura preventiva e giustamente respinta al mittente. Chi avesse voluto salvare la soldatessa Boschi come aveva fatto per se stesso, avrebbe ora potuto averla al suo fianco come vice-segretaria del partito con le carte un regola di un lavoro esemplarmente svolto con passione e con dei risultati da difendere e rilanciare. Sì perché io ritengo un’imperdonabile omissione non aver rilanciato la necessità di sgombrare il campo almeno dal bicameralismo paritario attraverso un’Assemblea costituente, limitata negli obbiettivi e nei tempi, con i suoi componenti incompatibili con incarichi parlamentari da eleggere in contemporanea con le politiche senza più dirette interferenze con gli equilibri di Governo, causa prima del fallimento di tutti i tentativi messi in atto. Ora che i possibili vincitori sono tre, non dovrebbe essere un dovere di tutti rendere alla luce del sole e col concorso di tutti, senza patti del Nazzareno, governabili e governanti le istituzioni?

Roca

Legge elettorale, Pd e M5S cercano l’accordo

camera_dei_deputati_evidenzaIl giorno dopo le vittoria di Macron in Francia si fanno in primi parallelismi con la situazione italiana. “Macron insegna che non ci sono movimenti invincibili”, sottolinea il vice segretario del Pd e ministro della Poltiche agricole, Maurizio Martina. Le elezioni in Francia vengono interpretate in casa italiana. FI lancia un messaggio alla Lega: “Il voto transalpino è la dimostrazione che i candidati estremisti non pagano”, sottolineano fonti azzurre. “Oltre un terzo elettori ha scelto di disfarsi dell’Unione europea”, taglia corto Grillo. “Renzi farà la campagna elettorale su di noi”, prevede il pentastellato Di Battista. Giovedì dovrebbe arrivare il testo base in Commissione. A qual punto si comincerà a discutere sul serio e si capirà chi vorrà veramente arrivare a una nuova legge elettorale. La novità è che i Cinque stelle ha avanzato ufficialmente una sua proposta, il Legalicum e, come già affermato, si dice “disposto ad aprire ad un dialogo nel luogo deputato, la commissione Affari costituzionali. Al Pd, dunque – affermano in una nota i deputati M5S, Danilo Toninelli e Andrera Cecconi – confermiamo la nostra totale disponibilità e a tal fine prendiamo atto dell’ultima proposta ufficiale del Pd depositata in Parlamento, in data 13 marzo 2017, a prima firma Fragomeli e sulla base di questo testo, e del Legalicum proposto dal M5S, cerchiamo di trovare una sintesi in commissione”. Ma i 5 Stelle non vogliono sentir parlare di premio alla coalizione. Una disponibilità apprezzata da Richetti che il quale è possibile costruire in tempi rapidi un terreno di intesa. “L’importante – sottolinea – è che l’impostazione, anche per le liste, conservi un impianto maggioritario e che garantisca governabilità come chiesto dal segretario Renzi”.

Insomma quello che sembra profilarsi è un accordo tra i partiti maggiori per tagliere fuori quelli di minore peso elettorale che però rappresentano ampie fasce del Paese e farli scomparire significherebbe ridurre drasticamente la rappresentanza democratica in Parlamento. Da Forza Italia parla direttamente Silvio Berlsconi per il quale tutto quello che succederà dopo il voto “dipende dalla legge elettorale: noi siamo disponibili a ragionare su questa legge, che deve avere un principio assoluto, deve portare una maggioranza che rappresenti effettivamente la maggioranza degli elettori”.

I socialisti insieme ai radicali, mercoledì 10 maggio, alle ore 16.00, presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati, terranno una conferenza stampa sul tema della legge elettorale. Parteciperanno Riccardo Nencini, segretario del Psi e Riccardo Magi, segretario dei Radicali Italiani.

Sale sulle ferite degli aspiranti pensionati

Pensioni-Inps

Andare in pensione prima di 67 anni e 7 mesi rischia di rimanere un miraggio. Anche l’incontro tra governo e sindacati del 4 maggio è andato a vuoto. Più o meno si è ripetuta la stessa scena della precedente riunione, quella del 6 aprile, il precedente buco nell’acqua. E c’è scetticismo anche sull’esito del prossimo confronto, fissato per il 10 maggio.

I sindacati sono preoccupati: non vedono novità né sulla “fase uno” della riforma delle pensioni né sulla “fase due”. Non è emersa alcuna novità sull’anticipo della pensione (Ape sociale e volontaria), né sulla cosiddetta “quota 41” per i lavoratori precoci, né per il rinnovo di “opzione donna”. Nell’incontro al ministero del Lavoro tra l’esecutivo e Cgil, Cisl, Uil non c’è stato alcun passo in avanti. Gli ostacoli sono doppi, normativi-burocratici e di risorse, da parte dell’esausta finanza pubblica. Eppure l’Ape sociale, quella destinata a disoccupati e lavoratori inabili e con il costo a carico dello Stato, sembrava cosa fatta. In “rampa di lancio” sembrava che fosse anche il pensionamento anticipato per i cosiddetti lavoratori precoci, quelli che hanno cominciato ad andare in fabbrica o in un ufficio da ragazzi. Invece niente: i decreti attuativi per rendere operativa la normativa stabilita nella legge di Bilancio 2017, non si sono ancora visti.

Né, tantomeno, ci sono stati passi in avanti sugli altri importanti temi come l’Ape volontaria (il costo finanziato dalle banche e successivamente rimborsato a rate da chi ha lasciato il lavoro prima del tempo) e le pensioni per i giovani.

C’è da rivedere la riforma Fornero. L’alto e improvviso innalzamento dell’età pensionabile, realizzato nel 2012 da Elsa Fornero, la ministra del Lavoro del governo Monti, ha contribuito fortemente a tagliare la spesa pubblica, quando l’Italia era sotto attacco della speculazione finanziaria internazionale, ma ha provocato “gravi danni collaterali”. Ha colpito pesantemente sia gli anziani sia i giovani: i primi sono stati costretti a rimanere a lavorare anche quando la prestanza fisica e intellettuale non lo permette più, i secondi sono rimasti al di fuori del sistema produttivo perché i genitori non potevano andare in pensione.

Non solo. Le imprese alla ricerca di manodopera giovane, alle volte hanno continuato ad andare avanti alla meno peggio mentre altre volte sono ricorse alla cassa integrazione e ai licenziamenti per realizzare un rinnovamento generazionale. È scoppiato il caos previdenziale. Tutti i governi successivi a quello del tecnico Mario Monti sono stati sommersi dalla marea degli “esodati”.  Ben 100 mila lavoratori rimasti senza salario e senza pensione sono stati “tutelati” con interventi di emergenza e tampone mediante ben 8 “salvaguardie”, con costi altissimi per le finanze pubbliche.

Ma una revisione strutturale della legge Fornero, che introduca maggiore flessibilità nell’uscita dal lavoro, non c’è stata. Matteo Renzi ci ha provato quando era presidente del Consiglio, siglando un accordo con i sindacati lo scorso settembre poi riversato nella legge di Bilancio 2017, ma finora è rimasto lettera morta. Lo stesso discorso vale per Paolo Gentiloni. Il presidente del Consiglio non solo si è fatto carico della “fase uno” della riforma delle pensioni stabilita dal governo Renzi, ma ha anche annunciato la “fase due” rimasta finora lettera morta.

Certo ha inciso la scarsità di risorse pubbliche. In queste settimane poi, Gentiloni ha dovuto affrontare altre due grane impreviste: la manovrina economica (circa 3 miliardi di euro) chiesta dalla commissione europea per ridurre il deficit pubblico e il nuovo tracollo dell’Alitalia (per ora 600 milioni di euro di prestito ponte per impedire il fallimento della compagnia aerea). Per le pensioni anticipate sono rimasti ben pochi fondi. Ma sarà difficile per il presidente del Consiglio non trovare una soluzione almeno per l’Ape sociale, il fronte più caldo del disagio sociale. C’è un’inerzia pericolosa. Gentiloni rischia di gettare sale sulle ferite degli aspiranti pensionati.

Rodolfo Ruocco

(sfogliaroma.it)

Bonelli: “Lavorare per costruire un nuovo Ulivo”

Angelo Bonelli

Angelo Bonelli

“Le elezioni europee rappresentano indubbiamente un momento importante per il futuro dell’Europa”. Così Angelo Bonelli coordinatore dei verdi italiani commenta il primo turno delle elezioni francesi. “Gli antieuro di tutta Europa vedono in Marine Le Pen un loro punto di forza e per questa ragione è importante sostenere Macron. Ma l’Europa non può pensare di rimanere così com’è senza vere la capacità da parte dei suoi stati membri di cambiare portando più democrazia e archiviando le politiche di austerità”.

Parliamo di alleanze. Lei è stato al Congresso dei socialisti. Si potrebbe ipotizzare una intesa federativa tra i verdi e i socialisti di Nencini?
Con i socialisti abbiamo ottimi rapporti e una visione comune sulle battaglie per i diritti civili. Il vero problema politico oggi è molto più ampio di un’intesa federativa ma costruire per il paese un’alleanza di governo che sappia affrontare le emergenze del lavoro, dell’ambiente, dei diritti e che si ponga l’obiettivo di rendere più forte e vicina ai cittadini l’Europa. Dobbiamo lavorare per costruire un nuovo Ulivo e la proposta di Pisapia va in questa direzione ma per essere credibili e recuperare il consenso di milioni di italiani bisogna dare una discontinuità programmatica con alcune scelte fatte dal governo Renzi
sulla scuola, sul lavoro e sull’ambiente e contestualmente anche una discontinuità nella premiership.

Secondo lei il governo Gentiloni ha chance per arrivare alla fine della legislatura o deve temere il fuoco amico soprattutto dopo le primarie del Pd?
La durata del governo Gentiloni dipende dall’azionista di maggioranza ovvero dal Pd. Dopo le primarie vedremo cosa farà Renzi considerato che con molta probabilità sarà aletto segretario.Ma come accaduto per il partito socialista in Francia vincere le primarie, con un’alta partecipazione, non ha portato alla vittoria delle elezioni anzi ha portato ad una sconfitta storia del Psf.

La legge elettorale langue. I partiti sembrano prendere tempo. Si riuscirà a trovare un accordo per rendere omogenei i sistemi di Camera e Senato?
C’è la tentazione dei partiti maggiori che siedono in Parlamento come il PD, il M5S e FI di lasciare la legge elettorale così come è. Questo  sarebbe l’anticamera delle larghe intese ovvero non fare decidere gli italiani chi dovrà governare e con quali programmi. Ecco perché come Verdi proponiamo una legge elettorale che preveda la coalizione con relativo un premio di maggioranza abolendo i capilista e introducendo i collegi uninominali.

Quali sono le priorità dei Verdi per salvaguardare l’ambiente?
L’Italia ha bisogno di un piano energetico che si ponga l’obiettivo di arrivare a 100% rinnovabili entro il 2050, un piano sul trasporto pubblico locale per aumentare l’offerta di trasporto nelle città e dare così una risposta strutturale all’emergenza sanitaria e ambientale rappresentata dallo smog su cui l’Europa ha aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia. La conversione ecologica di zone altamente inquinate attraverso la loro bonifica come quelle del triangolo della morte di Priolo-Melilli -Siracusa, Taranto , Trieste o la Terra dei Fuochi. Altra priorità è la tutela della biodiversità e dei parchi italiani e lo stop al consumo del suolo. Il rilancio dell’economia e del lavoro passa attraverso l’innovazione tecnologica per aprire nuove frontiere nella produzione a partire dai settori manifatturieri.

La sinistra ora prenda una posizione sull’Europa

La situazione politica italiana si viene, al tempo stesso, semplificando e complicando. La semplificazione deriva dalla riproporzionalizzazione del sistema elettorale e dal nuovo assetto politico che si viene delineando nel centro-sinistra e a sinistra.

Può sembrare strano parlare di semplificazione con riferimento a questi dati, quindi proverò a spiegare questa affermazione.

L’effetto congiunto del referendum del 4 dicembre e della sentenza della Corte costituzionale sul c.d. Italicum è quello dell’abbandono del modello maggioritario come fondamento del sistema elettorale.

Ciò non perché esso sia stato respinto dal voto dei cittadini o dichiarato illegittimo dalla Consulta. Un sistema maggioritario di tipo europeo, cioè basato sui collegi, a turno unico (come era, per la maggioranza dei seggi, la legge Mattarella), o a doppio turno, come in Francia, non era oggetto né del referendum né della decisione della Corte costituzionale (come ha segnalato nei giorni scorsi Giuliano Amato). Ma in realtà la scelta per l’impianto proporzionale è politica. Nessuno vuole più il maggioritario (al di là delle dichiarazioni di facciata), perché non risponde alla convenienza di nessuna forza politica. Contro il turno unico sono (per ragioni poi non molto diverse) sia Forza Italia che 5 stelle, e lo stesso Pd sa che si tratterebbe di una vera e propria lotteria. Il doppio turno di collegio avvantaggerebbe 5 stelle (che peraltro non lo chiede), come dimostra l’esito dei ballottaggi nelle elezioni comunali.

Non è dato sapere se i sistemi elettorali attualmente vigenti per la Camera e Senato (entrambi conseguenti a sentenze della Corte costituzionale) saranno “armonizzati”, come si chiede dal Quirinale, e in che modo, oppure no.

E, naturalmente, le diverse opzioni (preferenze o no, coalizioni o liste, soglia di sbarramento, soglia del 40% per il premio) non sono affatto irrilevanti sia sul comportamento degli elettori (il tema del “voto utile”) sia sulle caratteristiche del prossimo Parlamento. Ma la sostanza del sistema sarà proporzionalista, con una duplice conseguenza: verrà meno il “dovere” della coalizione, e ciascun soggetto politico potrà correre in proprio. Da qui la “semplificazione” di cui parlavo.

Del resto, analoga “semplificazione” si ripropone nel quadro politico della sinistra. Non si sono ancora svolte le primarie del partito democratico, ma mentre scrivo la vittoria ampia di Renzi appare sicura. È un risultato che colloca stabilmente il Pd nel campo del centro moderato, come il nuovo partito di Macron in Francia.

Legge di impianto proporzionale e conferma della leadership renziana nel PD consentono alle forze alla sua sinistra, almeno in teoria, di dispiegare la propria proposta senza più vincoli: senza il vincolo di partito, per la minoranza che ne è uscita costituendo il nuovo movimento “art 1”; senza il difficile dilemma della coalizione elettorale, per gli altri soggetti della sinistra (ed è su questo che si dovrà misurare il Campo progressista di Pisapia, di fronte alla conferma, da parte di Renzi, della linea solitaria di Veltroni).

E qui nascono le complicazioni. A sinistra del PD le soggettività politiche sono molteplici: art 1, comprensivo della componente di Sel che vi ha aderito; Campo progressista; Sinistra italiana; Possibile di Civati; Rifondazione comunista rilanciata dal recente Congresso. E mi limito ai soggetti esplicitamente politici, perché esistono fortunatamente in molte città significative realtà “civiche”, spesso legate ai comitati costituitisi sui territori in occasione del referendum costituzionale.

È possibile che queste diverse realtà costruiscano un progetto politico comune, e quindi si presentino in una stessa lista alle elezioni?

Personalmente è la soluzione che auspicherei, ma mi rendo conto delle difficoltà, soggettive ma anche oggettive: si tratterebbe di costruire un programma e una leadership condivisa.

E, soprattutto, ed è questa la maggiore complicazione, c’è il problema del “dopo”. È a tutti chiaro che dalle prossime elezioni emergerà un Parlamento senza una maggioranza chiara, e che il sistema politico-parlamentare avrà subito avanti a sé il problema dei problemi: il rapporto con le regole dell’Unione europea, con l’austerità, con il fiscal compact.

Su questo difficilmente ci si potrà evitare una posizione nella prossima campagna elettorale. Ma quale posizione?

Intellettuali importanti della Sinistra europea hanno espresso posizioni contrapposte.

Luigi Ferraioli sostiene la necessità di una “rifondazione costituzionale” dell’Unione: un’assemblea costituente, convocata dai paesi che ne condividano l’esigenza, ridisegnando con chiarezza i lineamenti federali e sociali dell’Europa. Sul versante opposto, Perry Anderson, a lungo direttore della New Left Review, sostiene la forma più drastica di Brexit. Per lui, la democrazia è possibile solo là dove si esercita la sovranità popolare, cioè nello Stato nazionale.

Le forze politiche italiane stanno delineando le rispettive posizioni. Il PD di Renzi ripropone il già noto e poco positivo metodo della polemica con Bruxelles, senza indicare però chiare soluzioni per il caso di conflitto. Per i 5 stelle la proposta è un referendum sull’euro; il centrodestra, com’è noto, è diviso su questo tema, ma potrebbe trovare una composizione intorno alla proposta di Tremonti, della quale si sta discutendo, di una riforma costituzionale che garantisca (come in Germania) il primato del diritto italiano su quello europeo.

Quale posizione sull’Europa avrà la sinistra? A me questo sembra un elemento decisivo per costruire una credibile proposta politico-programmatica.

Le imminenti elezioni presidenziali (e poi parlamentari) in Francia, e poi quelle autunnali in Germania, forniranno elementi di valutazione importanti. Ma le campagne elettorali in questi paesi indicano già la centralità del tema europeo, che può riassumersi in un arduo dilemma: nessuna politica sociale “di sinistra” è possibile nell’attuale quadro normativo della UE, che di fatto non consente spese per investimenti pubblici e tutele sociali.

Al tempo stesso, è molto difficile indicare una credibile ed efficace alternativa.

D’altra parte, il tema si riproporrà nel nuovo Parlamento, rispetto al quale appare allo stato improbabile prefigurare chiare maggioranze politiche.

Insomma, si preparano tempi difficili; è da sperare che la sinistra sappia essere all’altezza.

Cesare Salvi

Blog Fondazione Nenni

Continua la perversione del Porcellum

E’ incredibile di come il Porcellum continui ad avvelenare il confronto democratico. Non si passa, senza pagare un prezzo anche alto, dai nominati agli eletti con tutto quello che comporta per i singoli, per i partiti e per l’elettorato. Il Porcellum è stato devastante su più versanti: 1) l’aver divaricato il sistema elettorale tra Camera e Senato per rendere ingovernabile il Paese nel momento in cui si dava per scontata la vittoria dell’Ulivo; 2) l’aver creato le condizioni ideali per il successo dei grillini, una denominazione che sta per andare in pensione, meglio dire pentastellati.

Ancora non c’è consapevolezza della priorità di affrontare gli effetti devastanti provocati dal Porcellum: 1) l’aver reciso il rapporto costante e sinergico tra eletti ed elettori attraverso i nominati, la sottrazione dei parlamentari al rapporto diretto e simbiotico con gli elettori, sicchè a goderne sono stati i movimenti più integralisti che hanno avuto il bersaglio grosso ed indistinto di battersi contro la casta dei nominati a qualunque gruppo appartengano, ragione non ultima dei cambi di casacca in favore di chi pare assicurare la sopravvivenza. Così si spiega come un movimento di protesta raccolga adesioni in tutta la gamma dello schieramento politico e del perché gli ammiccamenti di un Bersani siano stati di nuovo respinti al mittente: perché rappresentano una minaccia al monolite (fino a quando?) del tenere insieme tutto e il contrario di tutto. Abbattere la rendita di posizione della casta interpartitica dei nominati è il nodo non sciolto per ridimensionare i grillini. Un ultimo episodio è lo scontro polemico tra Orlando che chiede la cancellazione dei capilista anch’essi nominati e Renzi che oppone l’indisponibilità di una maggioranza parlamentare per conseguire il risultato. Ammesso e non concesso che l’affermazione di Renzi sia attendibile e che non ci siano contropartite da offrire per trovare una maggioranza per vincere la rendita di posizione delle oligarchie dominanti in ogni partito, è lecito chiedersi se non ci siano altre modalità per aggirare almeno in parte l’ostacolo.

L’errore più volte da me denunziato è quello di aver fatto temere, attraverso i capilista, di poter cedere da parte di Renzi alla tentazione di un partito omologato a sua immagine e somiglianza. La garanzia per tutti è un ritorno allo spirito ed alla prassi aggiornata dell’Ulivo per un partito effettivamente plurale, che non concede alibi ai rigurgiti identitari. Basterebbe che nello statuto fosse stabilito che ogni indicazione di candidatura singola, specie se sottratta al voto popolare, come accadrebbe con i capilista o nei collegi uninominali, va rimessa alle primarie, insieme all’intera lista, risultando capolista il più votato. Il precedente della regione Toscana dovrebbe costituire una lezione preziosa. Nessun cedimento ma condizione essenziale per un riassorbimento graduale della base dei dissidenti e del possibile raggiungimento del 40% per ottenere il premio di maggioranza è dare voce e rappresentanza a quella base sempre più avvertita in quale vicolo cieco hanno cacciato il PD e l’intero Paese gli scissionisti. La ciliegina sulla torta sarebbe l’introduzione delle primarie per legge, ma facoltative ed in contemporanea, e ciò per limitare lo spostamento di truppe cammellate. L’effetto più rilevante sarebbe liberare i pentastellati dal burka della rete. Esigui i costi delle primarie limitati alle spese vive potendo contare sul volontariato. Ristabilite le condizioni per coalizioni anche alternative (il doppio forno di andreottiana memoria) che facciano perno sul PD, il confronto serrato sarebbe sulla scelta agibile e sul leader più idoneo a rappresentarla mettendo fine ad un uomo per tutte le stagioni.

Roca

Cicchitto: lavoro a intesa
fra area di centro e Psi

fabrizio cicchitto

Intervista a Fabrizio Cicchitto,  Presidente della III Commissione (Affari Esteri e Comunitari) della Camera dei deputati e capogruppo di ALTERNATIVA POPOLARE-CENTRISTI PER L’EUROPA-NCD. 

Onorevole Cicchitto, il suo intervento è stato molto applaudito al congresso del PSI. Non pensa di poter ritornare con loro ora che il centro sembra tramontato?

La mia cultura politica è laica, riformista, liberal-socialista. Poi dopo la distruzione del PSI per via mediatico-giudiziaria ho ritenuto che l’impegno politico più efficace per bloccare il giustizialismo del PDS fosse Forza Italia. La mia attuale collocazione politica in Alternativa Popolare discende da quella scelta. Adesso sto lavorando perché si possa stabilire un’intesa federativa fra l’area di centro e il PSI guidato da Nencini.

Lei pensa che il governo Gentiloni avrà una navigazione tranquilla? Oppure deve temere anche i risultati delle primarie del pd?

Mi auguro che nessuno sia così irresponsabile da mettere in crisi il governo Gentiloni. A fronte della pericolosa iniziativa di stampo populista e protestatario del M5S, alla deriva lepenista del centro-destra, alle contraddizioni esplose nel PD, l’Italia può basarsi su due punti di riferimento: il presidente della Repubblica Mattarella e il governo Gentiloni. Ci auguriamo che nessuno del PD pensi di giocare carte destabilizzanti per arrivare a elezioni anticipate come una sorta di rivincita nei confronti dei risultati del referendum, anche perché sarebbe probabile una riperdita. I riflessi di questa azione sull’economia e sull’equilibrio finanziario del paese potrebbero essere devastanti. Inoltre al M5S e al lepenismo della Lega si può rispondere solo con l’azione del governo per la crescita.

L’ex premier Letta ha dichiarato che voterà alle primarie del Pd e voterà Orlando. Secondo lei tornerà alla politica attiva? E Orlando potrebbe essere l’uomo della pacificazione a sinistra?

Rispetto al congresso del PD ho una posizione di attesa. Il punto fondamentale è capire qual è la linea reale di Renzi sul piano politico (quali alleanze e quale rapporto col governo) e sul piano programmatico (impegno per la crescita, taglio per la spesa pubblica per favorire la riduzione della pressione fiscale, le privatizzazioni in funzione degli investimenti e del debito, resistere o meno alla linea conservatrice della CGIL).

Secondo lei l’Italia come ha usato la flessibilità concessa dall’Europa? Ci sono delle responsabilità perché le cose non sono andate nella direzione auspicata?

Il governo Renzi ha fatto una serie di cose giuste, dal Jobs Act, ad una parziale riduzione della pressione fiscale sulle imprese, ad una serie di altri provvedimenti. Il limite è stato costituito dalla scarsa incisività nella spending review e nel fatto che alcune risorse sono state disperse in bonus di stampo elettorale. Ma si è trattato a mio avviso di peccati veniali. Adesso però il governo Gentiloni è di fronte a compiti assai impegnativi e non si può negargli la mano dicendo no a tutto, no alle tasse, no ad ogni privatizzazione.

Proporzionale o no, sulla legge elettorale sembra che i partiti prendano solo tempo. Crede che davvero si riuscirà a trovare un’intesa su un sistema che renda omogenei sistemi di Camera e Senato?

Mi auguro che si trovi una larga intesa. Si può lavorare con un proporzionale accompagnato da un “premietto di maggioranza”, ma ciò si intreccia con le scelte di linea politica del PD: è un po’ poco fare il congresso solo su Renzi si, Renzi no, come di fatto sta avvenendo.

Testamento biologico, lei ha dichiarato che voterà in dissenso dal suo gruppo. Quanto pesano i temi etici sulle scelte dei politici?

Per me molto, ma in senso personale e individuale. Sui temi della bioetica non c’è disciplina di partito che tenga, né in un senso, né in un altro. Ma anche i laici in quanto tali o gli stessi cattolici possono dividersi a seconda delle sensibilità personali. Io, per esempio, condivido in materia di eutanasia e di suicidio assistito quello che ha scritto Umberto Veronesi. Nel contempo, però, ho il massimo rispetto per chi fa una scelta di segno opposto. Penso a quello che ha scritto Socci su sé stesso e sua figlia o ad altre esperienze. La legge non può imporre scelte né in un senso né nell’altro. Bisogna offrire una strada sia a chi voglia resistere in condizioni di estrema menomazione sia a chi arrivato ad un certo punto ritenga che la vita non valga più la pena di esser vissuta. Affrontiamo di petto il problema: è più umano e civile dare la possibilità di scegliere la via della sedazione a chi reputa di non poter più andare avanti o girare ipocritamente la testa dall’altra parte quando una persona si toglie la vita in modo traumatico buttandosi da una finestra o sparandosi un colpo di pistola? A mio avviso bisogna offrire una strada sia a chi vuole resistere ad ogni costo, sia a chi vuole abbandonare una vita ritenuta improponibile. Al fondo di queste valutazioni c’è anche una scelta culturale di stampo liberale-illuminista. Alla Camera ho ricordato l’art. 4 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo della Rivoluzione francese del 1789: “La libertà consiste nel potere fare tutto ciò che non nuoce ad altri”.

Ida Peritore