IDEA DI FUTURO

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“Non può esistere una sinistra senza popolo ed è in quel fiume che i panni vanno risciacquati affrontando di petto il nodo sicurezza/libertà individuale e prevedendo misure per ridurre la forbice di una disuguaglianza troppo larga”. È l’analisi del segretario del PSI, Riccardo Nencini, che ha firmato un articolo sull’Huffington Post in cui fa il punto sulla situazione politica attuale e lancia delle proposte per un nuovo inizio del centrosinistra. Nencini ha scritto che “serve un’idea del futuro attorno a cui ricostruire la sinistra riformista” che possa portare a “disciplinare il mercato, prevedere barriere alla finanziarizzazione dell’economia, rinnovare un patto con l’Unione Europea ma rivedendo a fondo Maastricht, porre al centro il tema delle disuguaglianze”.

Il leader socialista sottolinea che il progetto del Pd ha “esaurito la sua spinta” perché “sono venuti meno i riferimenti sociali cui intendeva rivolgersi alla nascita e la fusione tra ex comunisti e sinistra Dc appare del tutto inadeguata a rappresentare un’Italia così diversa”.

Per far questo è necessario che ogni soggetto politico che si identifica con la sinistra “ceda parte della sua sovranità a un progetto riformista aperto ai sindaci, alle liste civiche democratiche, a rappresentanti del ‘terzo settore’. Un progetto condiviso dalle tante culture repubblicane e europeiste che il prossimo anno, alle Europee, si propongano di giocare nella stessa metà del campo” continua Nencini. Di fronte a questo appuntamento “c’è bisogno di essere legittimati dal voto popolare per lanciare la sfida all’universo grigio-verde, e la prima occasione arriverà nel 2019. Nel frattempo”, conclude Nencini, “nessun Aventino. Spingere perché la legislatura sia costituente”.

Di questi ed altri temi il Partito Socialista Italiano ne discuterà in occasione delle due conferenze territoriali organizzative che si terranno a Bologna il 7 aprile e a Napoli il 14 dello stesso mese.

Nencini, riferendosi poi alle parole di Luigi Di Maio che aveva invitato a leggere l’intervento di insediamento di Sandro Pertini come presidente socialista della Camera dei Deputati, avvenuto nel 1968, scrivendo su Facebook ha aggiunto: “Ho chiesto a Marina Lombardi, sindaco di Stella, di ospitare Di Maio e chi scrive per discutere di Pertini. Per Di Maio Pertini è un modello. Siccome lo è anche per me, temo ci sia un modello di troppo”.

La prima giornata di consultazione, come consuetudine, è iniziata dai presidenti delle Camere Elisabetta Alberti Casellati presidente del Senato e subito dopo è stata la volta di Roberto Fico presidente della Camera. Un primo giro che che si chiuderà domani pomeriggio con i 5Stelle. Secondo le ultime indiscrezioni, i prossimi colloqui potrebbero cominciare a metà della prossima settimana: mercoledì o giovedì.

Nel pomeriggio saliranno i gruppi . Il primo a varcare il portone sarà la delegazione del gruppo “Per le Autonomie (SVP-PATT, UV)”; successivamente attesi gli esponenti del Gruppo Misto di Palazzo Madama e poi sarà la volta del Gruppo Misto della Camera. In serata salirà al Colle la delegazione di Fdi.

Alla vigila del primo giro di consultazioni, Luigi Di Maio, candidato premier dei Cinque Stelle, ha lanciato un invito al dialogo al un Pd che non sia guida Renzi e in alternativa alla Lega di Matteo Salvini ma senza il suo alleato Azzurro e con la condizione che Di Maio dovrà essere premier. Dal Pd il neocapogruppo e renziano doc Andrea Marcucci ha definito la proposta “irricevibile”. Mentre Maria Stella Gelmini, a nome di Fi, si indigna per il no al Cavaliere: “Siamo noi indisponibili”. E Salvini pone le sue condizioni: “Si parte dal centrodestra, dialogando anche con M5s ma senza veti”. Insomma siamo ancora in campagna elettorale.

LE CONSULTAZIONI

Quirinale

“Mi aspetto che Salvini e Di Maio salgano al Quirinale con una proposta che non sia ‘io faccio il Presidente del Consiglio o morte’. Devono dire agli italiani se la maggioranza grigio-verde che ha eletto i presidenti di Camera e Senato sia anche maggioranza di governo”. lo ha scritto Riccardo Nencini, segretario del Psi, sul suo profilo Facebook alla vigilia delle consultazioni. Un primo giro che non sarà risolutivo e dal quale con ogni probabilità non uscirà il nome del presidente del consiglio incaricato. Sergio Mattarella dovrà ascoltare tutti i gruppi parlamentari per capire quali sono le disponibilità e gli orientamenti di ognuno. L’obiettivo è quello di tirare le somme e capire come procedere. Da domani alle 10,30 al Quirinale, infatti, i vari capigruppo e leader politici entreranno nello Studio di Mattarella.

Poche saranno le novità rispetto alle scelte compiute finora e dunque le distanze per giungere a una maggioranza per sostenere il nuovo governo del Paese saranno ancora ampie. Tanto ampie che potrebbe servire più di un giro di colloqui per giungere a una soluzione. Certo, la novità principale è già scritta e sarà la presenza di Matteo Salvini alle consultazioni: sarà la sua prima volta in assoluto da quando è segretario della Lega, visto che nei due round precedenti (2014 e 2016) scelse di non salire al Colle. Altra novità potrebbe essere rappresentata dalla composizione della delegazione di Forza Italia, ma ancora non ci sono certezze su questo aspetto. Mentre è certo che a guidare la delegazione sarà Silvio Berlusconi. Il Capo dello Stato è alla sua seconda esperienza di consultazioni e nella scorsa occasione, quando nacque il governo Gentiloni, l’iter fu rapidissimo, in una settimana si svolse il passaggio dal governo Renzi al nuovo esecutivo. Questa volta quasi certamente il tempo sarà invece un ingrediente fondamentale per far maturare processi politici non scontati: la fine del bipolarismo e una legge elettorale per buona parte proporzionale hanno prodotto una situazione simile a quella che nei decenni passati aveva portato, con grande impegno e discussioni, alla nascita di governi prima di centrosinistra e poi pentapartito. Ora il tripolarismo delle urne si deve forzare ad un accordo, qualunque esso sia, che metta insieme forze che fino al 4 marzo erano avversarie. Per questo Mattarella ha deciso di lasciare il tempo necessario al dibattito tra partiti e nei partiti, sia nel centrodestra tra Lega e Fi, che all’interno del M5s che nel Pd: l’obiettivo è infatti avere un governo con una maggioranza certa e stabile.  Non intende dunque forzare la mano e anzi si appresta a lasciare che dopo il primo giro, in caso non si individuasse una soluzione, i partiti abbiano ancora qualche giorno di tempo per confrontarsi.  In questo quadro è presto per capire quali potrebbero essere i ‘format’ delle prossime consultazioni, anche se la cosa più probabile è che sia lui stesso a compiere almeno un secondo eventuale giro. Per il resto il presidente della Repubblica ha in mano una serie di carte che gli vengono dallo studio dei precedenti e che vanno dal mandato esplorativo a una figura terza (presidente della Camera o del Senato ma non solo), al preincarico a uno dei leader con più chance di raggiungere la maggioranza. Difficilmente indicherà una personalità di spicco (come successe per Mario Monti) almeno nelle prime settimane e assolutamente non per sua scelta, non amando la concezione di ‘governo del Presidente’, ma solo se glielo chiederanno tutti i partiti di fronte al fallimento di tutte le altre possibilità. Anche su questo terreno, infatti il Capo dello Stato non vuole forzare la mano e chiede che siano i partiti ad assumersi la responsabilità politica delle scelte, fossero anche quelle di un governo di tutti. E comunque non sono ancora maturi i tempi per un passaggio di questo tipo e tantomeno per un appello alla responsabilità dei partiti, neppure dopo il primo round di colloqui. Ascolto e calma: soprattutto per il primo giro, che ci si attende di posizionamento, saranno queste le doti da mettere in campo.

A parlare oggi è stato il segretario reggente del Pd, Maurizio Martina: “La parola spetta ai vincitori del 4 marzo, che devono esplicitare qual è la prospettiva che si intende dare al Paese. Abbiamo un impegno sancito unitariamente con la nostra direzione. Sentiremo il Presidente e se ci saranno indicazioni non saremo insensibili”. Il dem nega l’ipotesi di accordi con il M5S: “Mi pare un percorso molto difficile. Ci sono scelte di merito che ci differenziano”. “Non auspico un governo formato dal Movimento 5 stelle e dalla Lega: per i contenuti e per il merito delle scelte, mi preoccupa. Non faccio i salti di gioia”, ha detto ancora. “L’esito elettorale ci consegna una funzione che dobbiamo esercitare bene. Non penso che dobbiamo isolarci o metterci nel freezer, dobbiamo lavorare per ricostruire il nostro rapporto con il Paese e certamente dare battaglia in Parlamento. Se ci sarà la possibilità di costruire su alcuni punti fondamentali di proposta nostra intese o avanzamenti certo non dobbiamo sottrarci”.

TEMPO DI RICOSTRUIRE

folla

Chiuse le operazioni di voto e di conteggio è il tempo di capire cosa è successo. Il centro sinistra ancora tramortito dalla valanga elettorale deve fare i conti con se stesso. La cosa più sbagliata sarebbe far finta di nulla. Il dimissioni a effetto posticipato di Renzi non hanno contribuito a stemperare le tensioni. Anzi. Sono viste come un modo di restare per guidare la transizione. E la temperatura  interna sale con il leader del Pd che è andato all’attacco chiudendo a ‘intese con gli estremisti’, facendo riferimento sia alla Lega che al Movimento Cinque stelle. E oggi ha ribadito la linea: “Le elezioni sono finite, il Pd ha perso, occorre voltare pagina. Per questo lascio la guida del partito. Non capisco le polemiche interne di queste ore. Ancora litigare? Ancora attaccare me? Nei prossimi anni il Pd dovrà stare all’opposizione degli estremisti” e del M5s. “Per me il Pd deve stare dove l’hanno messo i cittadini: all’opposizione. Se qualcuno del nostro partito la pensa diversamente, lo dica in direzione lunedì prossimo o nei gruppi parlamentari”. Direzione alla quale sembra che il segretario del Pd non prenda parte.

Intanto il segretario del Psi Riccardo Nencini, non nasconde la propria delusione per i risultati ottenuti dalla Lista Insieme: “Abbiamo provato a fermare la slavina con le sole mani. Non ce l’abbiamo fatta. La lista Insieme è stata al di sotto di ogni aspettativa dentro il risultato più negativo di sempre per la sinistra italiana. Ci sono due cose da fare nell’immediato: ricostruire un fronte riformista capace di sostenere la sfida di questi tempi e schierarsi all’opposizione di governi composti da forze politiche con programmi alternativi a quelli del centro-sinistra. Il PSI avvierà nelle prossime ore una riflessione al suo interno per valutare le decisioni da prendere”.

Ma la novità è la probabile discesa in campo di Carlo Calenda, ministro uscente dello Sviluppo economico all’indomani dall’apertura delle ostilità tra i favorevoli a un accordo con M5s e i contrari, capitanati dallo stesso segretario. La decisione di Calenda è stata comunicata via twitter, alle otto e mezza di stamani, quando ha scritto che “non bisogna fare un altro partito ma lavorare per risollevare quello che c’à”. “Domani – ha aggiunto – mi vado ad iscrivere al Pd”. Un annuncio che è stato immediatamente salutato con favore da molti big del partito, alcuni dei quali ieri sera hanno espresso, apertamente o meno, le proprie perplessità per la scelta di non dimettersi immediatamente comunicata da Renzi.

Tra i retweet dell’annuncio di Renzi, spiccano quelli del portavoce Matteo Richetti, del vicesegretario Maurizio Martina, di Anna Finocchiaro, di Luigi Zanda (autore di una nota molto critica ieri nei confronti di Renzi) ma soprattutto del premier Paolo Gentiloni, che tra ieri e oggi ha avuto un giro di conversazioni e scambi di valutazioni con i principali leader politici e di governo europei, a partire da Angela Merkel e Emmanuel Macron.

“La sconfitta alle elezioni politiche di domenica – ha detto Martina – è inequivocabile e impone un’analisi profonda. Gli elettori ci hanno dato un segnale inequivocabile e dopo cinque anni di governo, oggi, tocca ad altri l’onore e l’onore di guidare l’Italia. Bisogna che la nostra discussione sia all’altezza del problema e non degeneri in sterili polemiche inconcludenti”.

A Calenda sono giunte anche le congratulazione telefoniche dello stesso Renzi, che però su Facebook ha ribadito con maggiore forza quanto detto ieri al Nazareno: “Nei prossimi anni – ha scritto – il PD dovrà stare all’opposizione degli estremisti. Cinque Stelle e Destre ci hanno insultato per anni e rappresentano l’opposto dei nostri valori. Sono anti europeisti, anti politici, hanno usato un linguaggio di odio. Ci hanno detto che siamo corrotti, mafiosi, collusi e che abbiamo le mani sporche di sangue per l’immigrazione: non credo che abbiano cambiato idea all’improvviso. Facciano loro il Governo se ci riescono, noi stiamo fuori. Per me – ha aggiunto – il Pd deve stare dove l’hanno messo i cittadini: all’opposizione. Se qualcuno del nostro partito la pensa diversamente, lo dica in direzione lunedì prossimo o nei gruppi parlamentari”.

Sulla impossibilità di fare un governo con i 5 Stelle sgombra il tavolo allontanando ogni anche il ministro Dario Franceschini: “Non ho mai pensato sia possibile fare un governo con M5s e tantomeno con la destra. Sufficientemente chiaro? Non trovo nemmeno traccia nel Pd di qualcuno che abbia in mente di farlo, quindi sono inutili polemiche o velenosi depistaggi mediatici”. “Abbiamo perso le elezioni e quindi l’unica strada giusta e possibile è andare all’opposizione. Nel Pd siamo e saremo tutti d’accordo su questo”. MA poi aggiunge: “Ma dovremo ragionare di errori compiuti e delle strade per rifondare Pd e nostro campo”. Più netto il presidente della Regione Piemonte, Sergio Chiamparino che si dice “disposto a dare una mano”. Poi su Renzi aggiunge: “Sono d’accordo sulle dimissioni di Renzi da segretario avendo io chiesto l’azzeramento dei vertici perché quando si prende una batosta del genere, la più pesante del partito dal dopoguerra, un pezzo di responsabilità ce l’hanno tutti i vertici a cominciare dal sottoscritto”.

Sul fronte delle prospettive per la formazione del governo, l’attenzione è puntata sulle future mosse del Capo dello Stato e sulla reale possibilità di un dialogo tra M5s e il Pd, per ora apertamente osteggiato da Renzi. Beppe Grillo, interpellato sulla questione, ha detto che tutto è in mano al “capo politico” Luigi Di Maio, che stasera festeggerà la vittoria pentastellata nella sua Pomigliano d’Arco, mentre da via Bellerio Matteo Salvini ribadisce la propria indisponibilità a un governo coi grillini. Sul fronte dei delusi, è scettica Emma Bonino sulla possibilità di un governo assieme a M5s, e la presidente Laura Boldrini esprime su Facebook tutta l’amarezza per il risultato di LeU, sul quale sollecita una “discussione approfondita”. Tanto che Pier Luigi Bersani commentando su twitter l’esito del voto si sbilancia: “Facciamo un discorso onesto. In pochi mesi, nemmeno noi di Liberi e Uguali abbiamo trovato la soluzione. Ma almeno abbiamo visto per tempo il problema! Se nel mondo progressista si smette finalmente di negare il problema, una sinistra plurale potrà riprendere il suo cammino”.

Dopo le elezioni caos per il nuovo Governo

Il Movimento 5 stelle canta vittoria e la Lega si proclama guida della coalizione del centrodestra, mentre il Partito democratico fa i conti con una sconfitta che a notte fonda, a poche ore dall’inizio dello spoglio, il vice segretario Maurizio Martina ha dipinto come “molto evidente e molto netta” parlando di “un dato al di sotto delle aspettative”. Spetterà al segretario Matteo Renzi, che ancora non ha parlato, “fare le valutazioni più compiute sull’esito del voto”.

Lo scenario al momento non vede nessuna maggioranzelezionia con un paese bloccato nella impossibilità di fare un governo. Questo il quadro che si palesa dopo le elezioni politiche e a cui il presidente Mattarella dovrà mettere mano nelle prossime settimane. Il centrosinistra è ancora sotto choc. I sondaggi non erano favorevoli ma una disfatta di queste proporzioni non la immaginava nessuno. Le forze cosiddette anti-sistema sono maggioranza nel Paese. Una maggioranza che però non sembra in grado di produrre un governo. Il segretario del Pd Matteo Renzi è il grande sconfitto. L’onda che ha messo fine al suo governo all’indomani del referendum del 4 dicembre non ha finito la sua corsa e ora la minoranza interna del Pd chiede un suo passo indietro.

A trionfare sono Cinque Stelle e la Lega. Il timore è quello di un sodalizio che saldi i due in una saldatura anti-sistema che darebbe una maggioranza parlamentare ai populismi. Ma Salvini la ha escluso. Anche per un calcolo di convenienza ora che è diventano il primo azionista del centro destra. Nel pomeriggio di lunedì i leader della Lega e Forza Italia si sono incontrati e hanno rivendicato per la coalizione di centro destra il mandato per governare.

Intanto continuano al Nazareno le riunioni e i confronti tra i big del partito e Matteo Renzi sul da farsi dopo la sconfitta alle elezioni politiche. “Le decisioni da prendere sono delicate e non c’è unanimità di visione”, riferiscono fonti del Nazareno. Sul tavolo ci sono le dimissioni del segretario, un gesto considerato ormai doveroso dalla minoranza interna, e la personalità da indicare per traghettare il partito verso un nuovo congresso. Nonostante questo, stando a quanto si apprende da fonti vicine al ministro Orlando, nessun contatto ci sarebbe stato, al momento, tra il Guardasigilli e il segretario dem. All’ultimo piano della sede nazionale del Pd sono presenti, oltre a Renzi, Ettore Rosato, Lorenzo Guerini, Matteo Orfini, Maurizio Martina.

Proprio Martina, vicesegretario del partito, si è presentato in nottata in sala stampa assieme al presidente del partito, Matteo Orfini, ed ha definito il risultato delle elezioni “una sconfitta netta”. Altri indicano nello stesso Orfini il possibile reggente. Di questa sconfitta Renzi ha preso atto e chiarirà in conferenza stampa – prevista inizialmente per le 17 e ora a rischio slittamento – quale siano le sue intenzioni. L’ipotesi più accreditata e’ che il segretario possa mettere a disposizione il suo incarico, affidando alla direzione il compito di decidere se accettare le dimissioni e, quindi, rimandare all’assemblea del partito il compito di eleggere un eventuale traghettatore. I nomi che circolano vanno dal vice di Renzi, il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina, al ministro Graziano Delrio. ma c’è anche chi, nella minoranza, chiede un cambio di rotta più netto che coinvolga l’intero gruppo dirigente.

La tornata elettorale vedeva anche il voto per le regionali in Lombardia e Lazio. In Lombardia è in vantaggio Attilio Fontana del centrodestra. Mentre nel Lazio Nicola Zingaretti (31,8%), secondo i dati definitivi di Swg per La7, strappa per un soffio la presidenza del Lazio a Stefano Parisi del centro destra (30,9%).

REBUS GOVERNO

elezioni-politiche-2018

Il Movimento 5 stelle canta vittoria e la Lega si proclama guida della coalizione del centrodestra, mentre il Partito democratico fa i conti con una sconfitta che a notte fonda, a poche ore dall’inizio dello spoglio, il vice segretario Maurizio Martina ha dipinto come “molto evidente e molto netta” parlando di “un dato al di sotto delle aspettative”. Spetterà al segretario Matteo Renzi, che ancora non ha parlato, “fare le valutazioni più compiute sull’esito del voto”.

Lo scenario al momento non vede nessuna maggiorana con un paese bloccato nella impossibilità di fare un governo. Questo il quadro che si palesa dopo le elezioni politiche e a cui il presidente Mattarella dovrà mettere mano nelle prossime settimane. Il centrosinistra è ancora sotto choc. I sondaggi non erano favorevoli ma una disfatta di queste proporzioni non la immaginava nessuno. Le forze cosiddette anti-sistema sono maggioranza nel Paese. Una maggioranza che però non sembra in grado di produrre un governo. Il segretario del Pd Matteo Renzi è il grande sconfitto. L’onda che ha messo fine al suo governo all’indomani del referendum del 4 dicembre non ha finito la sua corsa e ora la minoranza interna del Pd chiede un suo passo indietro.

A trionfare sono Cinque Stelle e la Lega. Il timore è quello di un sodalizio che saldi i due in una saldatura anti-sistema che darebbe una maggioranza parlamentare ai populismi. Ma Salvini la ha escluso. Anche per un calcolo di convenienza ora che è diventano il primo azionista del centro destra. Nel pomeriggio di lunedì i leader della Lega e Forza Italia si sono incontrati e hanno rivendicato per la coalizione di centro destra il mandato per governare.

Intanto continuano al Nazareno le riunioni e i confronti tra i big del partito e Matteo Renzi sul da farsi dopo la sconfitta alle elezioni politiche. “Le decisioni da prendere sono delicate e non c’è unanimità di visione”, riferiscono fonti del Nazareno. Sul tavolo ci sono le dimissioni del segretario, un gesto considerato ormai doveroso dalla minoranza interna, e la personalità da indicare per traghettare il partito verso un nuovo congresso. Nonostante questo, stando a quanto si apprende da fonti vicine al ministro Orlando, nessun contatto ci sarebbe stato, al momento, tra il Guardasigilli e il segretario dem. All’ultimo piano della sede nazionale del Pd sono presenti, oltre a Renzi, Ettore Rosato, Lorenzo Guerini, Matteo Orfini, Maurizio Martina.

Proprio Martina, vicesegretario del partito, si è presentato in nottata in sala stampa assieme al presidente del partito, Matteo Orfini, ed ha definito il risultato delle elezioni “una sconfitta netta”. Altri indicano nello stesso Orfini il possibile reggente. Di questa sconfitta Renzi ha preso atto e chiarirà in conferenza stampa – prevista inizialmente per le 17 e ora a rischio slittamento – quale siano le sue intenzioni. L’ipotesi più accreditata e’ che il segretario possa mettere a disposizione il suo incarico, affidando alla direzione il compito di decidere se accettare le dimissioni e, quindi, rimandare all’assemblea del partito il compito di eleggere un eventuale traghettatore. I nomi che circolano vanno dal vice di Renzi, il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina, al ministro Graziano Delrio. ma c’è anche chi, nella minoranza, chiede un cambio di rotta più netto che coinvolga l’intero gruppo dirigente.

La tornata elettorale vedeva anche il voto per le regionali in Lombardia e Lazio. In Lombardia è in vantaggio Attilio Fontana del centrodestra. Mentre nel Lazio Nicola Zingaretti (31,8%), secondo i dati definitivi di Swg per La7, strappa per un soffio la presidenza del Lazio a Stefano Parisi del centro destra (30,9%.

Una campagna elettorale deludente

politiche 2018A meno di una settimana dal voto è possibile fare un breve bilancio di questa campagna elettorale, ricordando che la manciata di giorni che ci separa dal 4 marzo sarà fondamentale per la scelta dei tanti indecisi.
È stata una campagna elettorale deludente. Sia per i suoi contenuti che per i suoi dibattiti. Sono state trattate grossolanamente tante tematiche decisive per il futuro del paese. La riduzione delle tasse, la questione del debito pubblico, la sicurezza e l’occupazione giovanile sono state largamente eluse dalla stragrande maggioranza dei partiti. O sono state sviluppate troppo semplicisticamente. Questo vuoto ideale e programmatico ha comportato la continua strumentalizzazione degli scandali (basti pensare alla perenne querelle tra Pd e Movimento 5 stelle) e la riattivazione della anacronistica lotta tra fascismo e antifascismo, che è sfociata anche in scontri violenti.
Sono mancati anche i dibattiti televisivi tra i leader delle varie coalizioni. Questo ha impedito agli elettori un confronto diretto tra le diverse proposte in campo, quasi che l’Italia non sia una democrazia matura in grado di organizzare un dibattito a più voci.

Le tre forze politiche principali non hanno condotto una campagna elettorale degna di nota.
Il Centrodestra, avvantaggiato nei sondaggi, non è riuscito ad imporre la sua agenda, rimanendo impantanato nell’eterogeneità delle sue componenti. I temi della flat tax e dell’immigrazione hanno avuto una certa centralità in questi mesi, ma lo scontro per la leadership ne ha oscurato la portata. La lotta tra Berlusconi e Salvini, in altre parole, ha assunto un’importanza decisiva e ha minato gravemente la credibilità dell’unica coalizione in grado di ottenere una maggioranza parlamentare per via di quell’ircocervo che è il Rosatellum.
La primazia di Berlusconi non sembra più così certa, vista la rapida e costante ascesa di Salvini. Il leader della Lega è riuscito a sfruttare al meglio tutte le potenzialità dei social, garantendosi un enorme seguito online, che sembra attivarsi anche negli eventi offline.
Il Cavaliere, al contrario, è rimasto ancorato ai metodi televisivi, non riuscendo a comunicare efficacemente online. Insomma, in questa contesa, l’età sta giocando un ruolo decisivo. In caso di vittoria del Centrodestra le sorti del Paese dipenderanno quasi esclusivamente da questo duello.

Il Pd non gode di buona salute. La credibilità di Renzi sembra essere in caduta libera. La sua campagna elettorale non riesce ad essere incisiva, quasi che lo shock del referendum del 4 dicembre abbia paralizzato tutta la sua strategia. Al contrario Gentiloni, costruito da Renzi come un premier di transizione, sembra aver assunto una centralità non discutibile, che ha relegato Renzi in secondo piano. Il Pd renziano è così largamente fuori dai giochi. Non a caso il Centrodestra polemizza apertamente con il M5S, e Di Maio ha individuato come competitor proprio Berlusconi. In effetti il movimento guidato da Di Maio sembra l’unica forza in grado di insidiare il primato del Centrodestra. Gli scandali emersi da “rimborsopoli” e la qualità dei candidati ne hanno però rallentato l’ascesa. Resta da capire quanto il malcontento sia radicato nel Paese, soprattutto nel Sud Italia in cui la sfida tra M5S e Centrodestra sarà decisiva per la costruzione di una maggioranza parlamentare.

La partita decisiva, dunque, sarà quella tra il Movimento 5 Stelle e il Centrodestra, anche perché l’asse post voto Fi-Pd sembra numericamente impraticabile. La stabilità risulta quindi lontana per la configurazione del sistema partitico attuale e per una legge elettorale pasticciata.
Il Presidente della Repubblica avrà un ruolo decisivo nello sbrogliare una matassa a dir poco intricata.

Martino Loiacono

SINTESI POSITIVA

prodi gentiloni

“La prima considerazione da fare è che la frammentazione della sinistra italiana rappresenta un problema. Non solo di oggi, ma storico. Una sinistra che fa minoritaria del Paese e nel Parlamento. Invece serve una sinistra responsabile che vuole governare e che non si vuole relegare a una opposizione duratura nel tempo e improduttiva”.

Lo afferma il sentore socialista Enrico Buemi, responsabile giustizia del PSI e candidato della Lista Insieme, nel collegio Piemonte 02 – Moncalieri (To). “Sappiamo – continua Buemi – che le opposizioni, come regola, non producono cambiamento, casomai lo frenano. Perché le opposizioni vogliono impedire che le maggioranze realizzino il loro programma. Ma nei programmi della maggioranza di segno opposto vi possono essere contenuti evolutivi delle condizioni generali. Il che deve essere il fine ultimo di ogni attività politica”.

E la Lista Insieme?
La Lista Insieme cerca di affrontare questo problema di una sinistra divisa. Tentando di sintetizzare esperienze positive che hanno cercato di interpretare il cambiamento ma mantenendo anche la sensibilità verso i grandi problemi. A partire da quello della giustizia sociali, della tutela dell’ambiente e delle politiche economiche che devono creare le condizioni per ridistribuire le risorse.

E proprio su questo punto l’appoggio dato da Prodi è fondamentale.
Prodi interpreta quello spirito che mette in campo esperienze e culture diverse che sono una caratteristica positiva dell’Italia. Noi non siamo un monoblocco. Nel nostro Paese storicamente vi è stata vivacità. A volte ha creato situazioni negative, ma nella maggior parte dei casi ha prodotto una forte evoluzione. Il fatto che gli italiani e lo Stato italiano nel mondo, sono percepiti come peculiarità positiva, deriva anche da questo. Le nostre forze armate sono percepite nel mondo come più attente e capaci di altre a interagire nei territori, i nostri prodotti sono tra i più apprezzati. Tutte queste caratteristiche producono anche diversità politiche. E la diversità è che l’Italia è un paese con tre-quattro storie di cultura politica di grande spessore che hanno rappresentato anche dei punti di riferimento per altre storie. Prodi rappresenta questo. Lo ha detto lui stesso. Prodi rappresenta una politica plurale che però è capace di trovare le sintesi.

L’opposto della vocazione maggioritaria.
La vocazione maggioritaria la aveva anche la Democrazia Cristiana per una certa fase ma la ha subito superata. Nel ‘48 vinse le elezioni ma capì dopo il ‘53 che anche i pariti minori socialdemocratici, repubblicani liberali e socialisti negli sessanta, erano necessari per governare il paese. Ma era in qualche modo d’accordo anche con il partito comunista. Il dibattito è stato riempito di dialettica positiva dando contenuto alle esperienze. Vi è stata la dimostrazione che vi era la capacità di interagire in maniera plurale.

E l’operazione portata avanti da LeU? Che ne pensi?
Mi interrogo come sia possibile che Bersani, D’Alema ed altri si trovino ad essere solidali con i radicali di una sinistra inconcludente invece di essere interlocutori di una sinistra riformista anche se con tutte le sue differenze e i suoi errori. Renzi ne ha commessi sicuramente tanti, ma non può essere perso di vista quello che è l’elemento essenziale di mantenere un’unità strategica. Vi è una sinistra, quella responsabile, quella riformista, quella gradualista, quella che ha i piedi piantati per terra nei bisogni della gente, delle imprese e nell’economia nel suo insieme. È questo il nostro terreno. Altrimenti è evidente che poi vince la destra.

Ma il loro obiettivo potrebbe essere proprio quello del tanto peggio tanto meglio
E io questo lo ho anche scritto. Era una logica della sinistra radicale, addirittura della sinistra extraparlamentare e brigatista. Quella di una strategia pseudo-rivoluzionaria dove però le rivoluzioni portano ai fascismi e non ai cambiamenti positivi.

A proposito di fascismi le cronache delle ultime settimane non sono tranquillizzanti…
Vero. Ma in parte. Questo è anche frutto di errori e sottovalutazioni di una emarginazione sociale che sta diventando di grandi dimensioni. Dovuta anche ai fenomeni economici legati alla globalizzazione. Si è creato uno sviluppo economico non ordinato, ovvero dove la politica ha rinunciato a dare parametri e regole fondamentali per creare le condizioni affinché esso avvenisse dentro determinare coordinate, sia di Stati che si aree geografiche. È evidente che in questo modo si sono create sacche di emarginazione. Quando la povertà dilaga e le sinistre diventano inconcludenti per varie ragioni, perché da un lato hanno proposte utopistiche o dall’altra abbandonano i loro riferimenti fondamentali e scimmiottano i sistemi liberistici, allora si crea questo disagio. E questo disagio produce destra, non produce più sinistra.

Un disagio dove pescano anche i 5 Stelle e Lega…
È questo il punto. Una sinistra che vuole tutelare effettivamente è una sinistra che deve essere gradualista.

Diamo un giudizio su questi cinque anni.
Questa legislatura è stata problematica ma di grande capacità di produzione di atti e di politiche. In tanti settori. Come in quello dei nuovi diritti. Dall’altra parte però le politiche economiche hanno più difficoltà ad affermarsi. Per l’affermazione dei diritti bastano atti parlamentari. Per le politiche economiche invece serve anche il tempo. Per realizzare sviluppo, ricchezza e poi distribuirla serve tempo e contingenze internazionali favorevoli. Quindi il processo è più lento, il cammino è iniziato, ma dobbiamo mettere a punto ulteriormente meccanismi e strumenti.

Gentiloni ha detto che lui non sbatte i pugni sul tavolo perché l’Italia, per il ruolo centrale che ha nell’Unione, non ne ha bisogno. Che ne pensi?
Condivido l’atteggiamento di Gentiloni. Fa parte della consapevolezza dei rapporti di forza. L’Europa dei governi, perché non esiste ancora l’Europa dei popoli, è un contesto molto concreto. E qui contano i rapporti di forza. Inutile andare a un tavolo a gridare quando i rapporti di forza non sono stati costruiti in maniera adeguata. Allora Gentiloni fa bene a muoversi in questo modo. Sono le politiche che tendono a modificare quei rapporti e non l’atteggiamento. Il resto va bene per i media. Abbiamo una subalternità rispetto alla Germania. Essa ha una sua economia più forte della nostra, i suoi conti più in ordine dei nostri la sua capacità di visione è più lunga della nostra. Noi per varie ragioni invece siamo più portati a guadare al domani piuttosto che al futuro.

In chiusura i 5 Stelle. Parlano della loro diversità. Ma le cronache non sono molto tenere con loro…
La notizia di un’indagine a carico del Presidente del Potenza calcio per riciclaggio fa smarrire completamente al cosiddetto candidato premier Luigi Di Maio qualsiasi nozione di diritto costituzionale. Capisco che di fronte alla vera notizia del candidato indagato per riciclaggio se ne debba creare una finta, in cui il candidato premier si reca con qualche settimana di anticipo dal presidente Mattarella, il quale giustamente non ha trovato il tempo di riceverlo perché occupato in altri impegni più seri e l’ha fatto ricevere dal suo segretario generale. La notizia vera, invece, è ancora un’altra, cioè che il movimento di cui Di Maio è il capo dice: “Se confermate le accuse non faremo sconti”, quindi linea garantista. Il problema, però, è sapere quando la ghigliottina, che loro hanno ripetutamente rivendicato dovesse essere applicata agli altri, scatterà: con rinvio a giudizio, condanna in primo grado o sentenza passata in giudicato? Noi siamo sempre stati garantisti e rimaniamo tali, però ci fa un po’ specie che il rigore annunciato in tutte le vicende degli anni scorsi riguardanti esponenti politici indagati e le gazzarre organizzate all’interno di Senato e Camera, con Di Maio protagonista, oggi si siano trasformate in un atteggiamento, da noi ritenuto giustamente garantista, in attesa di verifica sulle responsabilità del Presidente del Potenza calcio. Ancora una volta ci troviamo di fronte a un metro e due misure a seconda se la misura riguardi gli avversari oppure gli amici.

Daniele Unfer

Psi Forlì
Il genocidio culturale per cancellare la storia del PSI

bandiera-psi

Scriviamo questa nota senza alcuna vena polemica ma solo per amore della verità storica. C’è un genocidio culturale in atto che mira a cancellare la storia del PSI e la parola Socialismo.

Anche il socialista europeo Renzi si richiama più volte a Moro, Berlinguer e De Gasperi e non ai migliori esponenti della cultura e tradizione del socialismo riformista e liberale del nostro Paese.

Ripassiamo in sintesi le conquiste e le scelte dei Socialisti democratici e riformisti con un occhio alle scelte dell’allora PCI e giudichiamo chi era dalla parte giusta.

Siamo figli di Filippo Turati che fondò il partito assieme ad Anna Kuliscioff, combattendo l’intellettualismo del rinvio di Antonio Labriola, poi l’anarchismo e l’operaismo, infine il sindacalismo rivoluzionario, quel socialismo che osteggiò la guerra, proponendo un neutralismo attivo, ma poi, dopo Caporetto, invitò a combattere per difendere il suolo patrio. Il riformismo che accettò di collaborare coi governi liberali per strappare conquiste di libertà e di giustizia. Che si insediò nel sindacato, che formò case del popolo, cooperative, scuole, università popolari. Il socialismo che diviene, citiamo Turati, “che non è lo scatto di un’ora o di un giorno, ma l’evoluzione pacifica e continua delle teste e delle cose”.

Quel socialismo nel 1921 volle la collaborazione coi popolari per salvare l’Italia in preda alla guerra civile e all’esaltazione fascista, contro i rivoluzionari e i comunisti che consideravano capitalismo e fascismo la stessa cosa. Quel socialismo che con il martirio di Giacomo Matteotti denunciò le violenze e i brogli delle elezioni truffa del 1924. Quel socialismo lottò contro la dittatura, senza credere al mito della rivoluzione sovietica e al sopruso della dittatura del proletariato. Siamo quelli che con Nenni si opposero alla liquidazione del Psi voluta da Lenin e accettata da Serrati e che, riunificandosi in Francia nel 1930, generarono un unico partito socialista, comprendente Nenni, Saragat e Turati.

Siamo anche quelli che nel 1938 condannarono i processi stalinisti di Mosca, i processi delle streghe, come li definì Pietro Nenni, e che nel 1939 presero le distanze dal patto
sovietico-nazista che i comunisti italiani accettarono ed esaltarono. Siamo quelli che combatterono il fascismo con le brigate Matteotti e con tutte le forze disponibili. Ma che non trucidarono mai nessuno durante la Resistenza e soprattutto dopo. Siamo ancora quelli, con Nenni, all’avanguardia della battaglia per la Repubblica, mentre i comunisti con Togliatti avevano accettato la monarchia. E siamo ancora quelli che non votarono l’articolo sette della Costituzione che includeva i patti lateranensi al contrario del Pci che lo votò.

Nel 1948 siamo con Placido Rizzotto, socialista e sindacalista, ucciso dalla mafia per il suo impegno a favore del movimento contadino per l’occupazione delle terre.

Siamo con Nenni che nel 1956 si schierò cogli insorti di Budapest e non coi carri armati, come invece fecero il Pci e L’Unità.

Nel 1962 siamo con il primo centro-sinistra che regalarono all’Italia una grande stagione di riforme tra cui la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la scuola media unica, il piano casa e la riforma agraria.

Nel 1970 siamo con il ministro socialista Giacomo Brodolini che volle lo Statuto dei Lavoratori, ma con l’astensione del PCI.

Siamo con Fortuna che ci regaló le conquiste dei diritti civili dei primi anni settanta, che s’imbatterono in un Pci recalcitrante e tutto proteso al compromesso storico.

Siamo ancora con Craxi che volle il Psi ben piantato nell’eurosocialismo dopo anni di incertezze e di contraddizioni, nel riformismo, nella più completa autonomia politica, che si battè inascoltato per la salvezza dell’uomo Moro, che anticipò nel 1979 il tema della grande riforma, che assunse la bussola del socialismo liberale.

Siamo con Martelli e i suoi referendum e i suoi “meriti e bisogni”, con quel governo a presidenza socialista che ci regalò la lotta vinta all’inflazione anche grazie al decreto di San Valentino osteggiato da Berlinguer e combattuto con un referendum perso, che sfidò i sovietici coi missili a Comiso e gli americani con Sigonella.

Siamo ancora nel 1987 con Martelli che schierò il Partito contro il nucleare nel primo referendum vinto, con il PCI molto titubante.

La storia della Sinistra è stata meglio rappresentata dal PSI e ciò dovrebbe far riflettere tutti, compreso i MEDIA, che spero diano spazio a questo intervento.

Federazione P.S.I. Forlì

La guerra nella sinistra la rende irrilevante

sinsitraLa storia si ripete: è guerra nella sinistra e nel centro-sinistra. Anzi, più si avvicina il 4 marzo, la data delle elezioni politiche, più è “guerra totale”. Il Pd accusa Liberi e Uguali di far vincere “la destra” di Forza Italia e della Lega. Liberi e Uguali imputa al Pd di volere l’inciucio e di essere succube della “destra”. Secondo Potere al popolo, l’ultimo nato nel fronte progressista (raccoglie consensi tra gli elettori di Rifondazione Comunista, ex Ds e socialisti), le altre due sinistre praticamente sono un’altra faccia della “destra”.
La guerra fratricida tra le sinistre offusca perfino i diversi programmi e le differenti visioni della società. Piero Fassino è tra i pochi a non farsi prendere la mano: «Per me gli avversari politici sono i Cinque Stelle e i partiti del centrodestra. Noi non abbiamo avversari a sinistra». Ma l’ex segretario dei Ds, rimasto nel Pd di Matteo Renzi mentre molti altri hanno preferito la scissione, è tra i pochi a mantenere la calma e a non farsi trascinare dai toni settari.
Le accuse di “tradimento” dei valori della sinistra, in testa l’uguaglianza, prevalgono. Si è innescato un meccanismo di “cupio dissolvi” in nome di una non meglio precisata “purezza” politica. La battaglia è con il vicino di sinistra per conquistare voti, ma gli effetti sono opposti, deleteri. Non fa bene a nessuno alimentare le divisioni e gli scontri permanenti. Più la guerra a sinistra diventa senza quartiere più i sondaggi elettorali si tingono di nero per tutti: il Pd è crollato poco sopra il 20% dei voti, Liberi e Uguali oscilla sul 5-6%, Potere al popolo è posizionato tra l’1% e il 2%.
Il centro-destra di Silvio Berlusconi, unito pur tra non pochi dissensi interni, invece sale: secondo le rilevazioni starebbe poco sotto il 40% mentre il M5S si affermerebbe come il primo partito italiano con il 28%. Non solo. Gruppi neofascisti come Forza Nuova, cavalcando i temi anti immigrati e della sicurezza dopo il terrificante raid razzista di Macerata, avanzano e potrebbero riservare brutte sorprese. Ci sono le premesse di un disastro.
Certo gli indecisi sono ancora tanti e le urne potrebbero dare risultati diversi. Tuttavia l’andamento negativo potrebbe portare la sinistra al peggior risultato della sua storia. Nella Prima Repubblica Pci, Psi e la nuova sinistra (che si fosse chiamata Pdup o Democrazia proletaria) in totale andavano oltre il 40% dei voti. Nella parte iniziale della Seconda Repubblica il Pds-Ds e Rifondazione comunista sommati veleggiavano a ridosso del 35%. Il Pd renziano nelle elezioni europee del 2014 arrivò al trionfale 40,8%, una forza paragonabile solo alla Dc dei tempi d’oro.
In Italia la guerra nella sinistra c’è da sempre, salvo brevi periodi di sereno. La lotta fratricida è sempre stata tra le due diverse anime politiche: la sinistra riformista e quella radicale. C’è chi voleva mettere le briglie al capitalismo, per assicurare libertà ed uguaglianza alle masse popolari, e chi voleva l’abbattimento del sistema, la rivoluzione. Dopo il crollo del comunismo nel 1991 e la scomparsa dell’Unione Sovietica, tutto si è fatto più confuso. La socialdemocrazia non ha ingranato in Europa la marcia trionfale che molti si aspettavano, ma è andata incontro a divisioni e sconfitte; soprattutto in Italia la crisi è stata pesantissima.
L’unità è rimasto un miraggio, ha prevalso la frammentazione. Anche il tentativo di formare un centro-sinistra riformista, dando vita prima all’Ulivo di Romano Prodi e poi al Pd guidato da Walter Veltroni, è fallito. Renzi è sotto il fuoco incrociato degli avversari esterni e interni. Non è detto che sopravviverà al voto del 4 marzo. Se il Pd subirà una disfatta con la discesa al 20% dei voti, il segretario sarà disarcionato e si parla perfino di un possibile ritorno di Veltroni al posto dell’ex “rottamatore”. Se invece il Pd renziano riuscirà a reggere sul 25% incassando anche il 3-4% degli alleati minori di centro-sinistra (Psi, Verdi, prodiani, radicali della Bonino, centristi della Lorenzin), sarà comunque difficile formare un esecutivo.
La guerra nella sinistra rende ardua una intesa di governo con Liberi e Uguali di Grasso. Sarebbe molto complicato per Renzi riallacciare i rapporti con Bersani, D’Alema, Speranza, Civati, Fassina, usciti dal Pd con uno scambio di accuse laceranti. La guerra civile restringe e non allarga il perimetro della sinistra. Il pericolo è una terribile disfatta generale, le divisioni causano l’irrilevanza.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Caso De Benedetti. Pignatone, violato segreto d’Ufficio

de benedettiRiesplode il caso De Benedetti in piena campagna elettorale dopo che la registrazione della telefonata tra l’imprenditore e l’ex presidente del Consiglio, allegata al fascicolo che la Procura di Roma ha trasmesso alla Commissione parlamentare banche — rimasta finora segreta — è balzata agli onori della cronaca.
Adesso però proprio perché le elezioni sono sempre più vicine ci si chiede come sia venuta fuori la registrazione di quella telefonata.
La Procura di Roma ha aperto un fascicolo in relazione alla fuga di notizie su alcuni documenti depositati nella commissione banche e in particolare il verbale della telefonata intercettata tra l’imprenditore Carlo De Benedetti e un broker. I pm procedono per rivelazione di segreto d’ufficio.
Un mese fa, su richiesta del senatore Andrea Augello (Idea) la commissione banche chiede ai magistrati romani l’invio del fascicolo. Il plico arriva il 29 dicembre. E contiene quel colloquio finora inedito, destinato a rimanere segreto proprio perché il procuratore Giuseppe Pignatone e il sostituto Stefano Pesci hanno chiesto l’archiviazione dell’indagine.
Il presidente della Commissione d’inchiesta sulle Banche Pier Ferdinando Casini, secondo quanto si apprende, ha fornito, in risposta alla richiesta avanzata dal procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, l’elenco dei nominativi delle persone che hanno preso visione degli atti, coperti da segreto. Pignatone ha aperto un fascicolo contro ignoti sulla fuga di notizie riportate dalla stampa ipotizzando il reato di rivelazione di segreto d’ufficio. Gli atti, da cui sono state estrapolate le conversazioni telefoniche riportate sulla stampa fra Carlo De Benedetti e il broker per l’acquisto dei titoli delle banche popolari, sono consultabili sotto la supervisione della Guardia di Finanza ed esclusivamente nei locali della Commissione a Palazzo San Macuto.