Ponte Morandi, abbassare la voce e alzare lo sguardo

Il crollo del ponte Morandi ha inferto alla città di Genova una ferita difficile da rimarginare e sta portando a nudo non solo la debolezza del sistema infrastrutturale della regione ma anche l’insipienza di un governo incapace di affrontare in tempi rapidi e con strumenti adeguati un’emergenza che non è solo di Genova ma dell’intero sistema Paese.

Andiamo per gradi. Che il Ponte Morandi non godesse di buona salute lo si sapeva da molti anni; capitò a me in un’intervista rilasciata al “Il Giornale” il 12 dicembre del 2006 avvertire del rischio caduta del ponte e dell’urgente necessità di pensare seriamente ad un’alternativa in grado di spostare buona parte del traffico gravitante sul Morandi.

Lo scopo fu quello di incitare la politica a decidere sul progetto di una bretella autostradale (poi chiamata Gronda) alla luce di un incremento del traffico che rassegnava cifre impressionanti: oltre 70.000 veicoli al giorno di cui 4.000 camion che transitava quotidianamente su una struttura i cui interventi manutentori, a causa dell’evidente ammaloramento, erano all’ordine del giorno.

Il mio non fu un appello isolato; altri autorevoli soggetti misero in guardia dal rischio incombente sulla stabilità del ponte e dei timori delle gravi conseguenze sull’economia locale qualora l’utilizzo del ponte fosse stato, per ragioni diverse, inibito.

Dopo infinite discussioni, tentennamenti pericolosi (quali quelli del Sindaco Doria e parte dei suoi alleati per i quali sarebbe stata sufficiente il completamento delle nuove opere previste in ambito urbano ad alleggerire il traffico di attraversamento con ciò rendendo inutile una nuova bretella) le Istituzioni locali si sono ritrovate-insieme ai Governo precedenti all’attuale – unite nel sostenere il definitivo progetto della Gronda così come era emerso dopo il debat public. Decisione indispensabile ma tardiva, almeno per evitare l’enorme tragedia che ha colpito la città alle 11,36 del 14 agosto 2018.

43 morti, ma potevano essere molti di più. Se il fatto fosse accaduto in una giornata normale e in un’ora di punta le vittime potevano essere oltre 4/500. Infatti su quel maledetto ponte, su cui ultimamente transitavano circa 80.000 veicoli al giorno di cui 5000 camion, era quotidiana la coda di veicoli fermi.

Nella disgrazia un po’ di fortuna. Tuttavia la città ha vissuto quel dramma con profonda angoscia perché su quel ponte ci passavamo tutti; è accaduto a quelle povere persone ma poteva accadere ad ognuno di noi. Anche per questo l’impatto emotivo è stato enorme per dimensione e per carico individuale.

Le conseguenze purtroppo non si sono fermate al già tragico bilancio di vite umane ma si sono trascinate dietro oltre 500 sfollati, danni economici alla miriade di aziende collocate nell’area investita dal crollo (oltre 1000), un danno enorme all’economia portuale che è il settore trainante dell’economia regionale cittadina, un disagio infinito per le caotiche condizioni del traffico che continuano a registrarsi nel ponente della città.

Ebbene di fronte a questa situazione così pesante, malgrado la compattezza delle Istituzioni locali e il ruolo energico che esse, e su tutte il Sindaco Bucci e il Presidente della Regione Toti, hanno profuso e stanno profondendo per assistere la città in tutte le sue componenti, emerge la superficialità, l’incompetenza, l’arroganza di ministri inadeguati che, a oltre 45 giorni dal crollo e con una città in fortissima difficoltà, hanno provveduto, con increscioso ritardo, a decretare per la ricostruzione, individuare il Commissario Straordinario, in un quadro confuso di norme, deroghe e risorse che temiamo forniscano alibi fortissimi ai tanti ricorrenti che già rischiano di manifestarsi.

Le stesse risorse individuate sono ritenute dall’intera comunità ligure largamente insufficienti sia per contrastare il declino sia per far fronte all’emergenza.

Un disastro nel disastro di cui ne faremmo volentieri a meno e che sta generando sconcerto in tutti gli ambienti della città. Una città che, comunque, paga anche il prezzo di non aver avuto la capacità di decidere quando era il momento di farlo; diffidenza e “mugugno, particolarismi ideologici hanno prevalso sul pragmatismo indispensabile a rompere l’isolamento della città. Questa logica non ha risparmiato nemmeno il nodo autostradale e dunque il Ponte Morandi.

Ora è il tempo della ricostruzione. Non basterà un anno. Fossero tre sarei contento. Nel frattempo la città non può sprofondare, il suo porto, anzi i suoi porti, devono macinare traffici e mantenere il primato nel Mediterraneo. Per questo c’è bisogno di sostegno dello Stato, non di elemosine ma di incentivi veri allo sviluppo di modalità alternative al traffico stradale ( ferrobonus e autostrade del mare, cabotaggio tra porti del mediterraneo onde evitare trasporto su strada), contributi all’autotrasporto nei limiti dei sovracosti che deve sopportare, sostegno all’aumento della produttività portuale sula base di apertura dei porti h24 e un fortissimo investimento sulla ferrovia. Ad iniziare dal prosieguo del Terzo Valico, radice a sud del Corridoio Reno Alpi ma anche tutte quelle opere minori che collegano le banchine ai retroporti.

Ma anche sostegno alle categorie economiche imprigionate e bloccate dal crollo e soprattutto supporto economico al Comune di Genova su cui grava il maggior peso dei problemi. Il Comune ha il dovere di adottare provvedimenti severi, per esempio, sul tema della mobilità, ma per mettere in campo convincenti alternative ha bisogno di risorse, e tante, che oggi non ha.

Anche sotto questo profilo il decreto è molto deludente: pochi soldi e mal distribuiti. Una disattenzione grave che nessuno comprende. Eppure è da qui che occorre ripartire per ridare alla città, alla regione una forma di sviluppo sostenibile, smart e all’avanguardia dove qualità della vita, paesaggio, efficienza e sostenibilità sono la cifra di un nuovo rinascimento.

Il nuovo ponte deve essere il simbolo della rinascita, il ritratto autentico di Genova. È il momento, per dirla con Renzo Piano di “abbassare la voce alzare lo sguardo”

Arcangelo Merella
Già Assessore Mobilità e Trasporti Comune di Genova

In arrivo in cdm il ‘decretone’ per Genova

genova ponte

Venerdì prossimo arriverà nel Consiglio dei ministri il ‘decretone’ per Genova. Il ministro delle infrastrutture e trasporti Danilo Toninelli, in audizione alla commissione Ambiente della Camera, ha annunciato che venerdì prossimo arriverà al Consiglio dei Ministri il ‘decretone’ per Genova precisando che si tratta di un decreto ‘molto importante’ che conterrà ‘un aiuto alle famiglie in tema di mutui e un aiuto alle imprese con agevolazioni fiscali’. Un aiuto alle famiglie offerto dalla società Autostrade, pari a mezzo miliardo di euro, è stato rifiutato dal Governo ed il vicepremier Di Maio disse che ‘non si potevano accettare elemosine’ (l’elemosina corrispondeva a circa 800 mila euro pro capite per i genovesi sfrattati).

Il ministro Toninelli ha spiegato: “Nel decreto non ci sarà solo la parte su Genova, ma anche interventi sulla manutenzione e una parte relativa ai sensori.

Nel decreto per Genova, la ricostruzione del Ponte sarà il primo obiettivo. Partendo dalle regole attuali del Codice degli Appalti, sulla base dell’eccezionalità, potremo affidare direttamente a una società pubblica, pensiamo a Fincantieri, l’appalto per la ricostruzione del Ponte. Sulle concessioni autostradali, intendo dare un segnale di svolta ben preciso:  d’ora in avanti tutti i concessionari saranno vincolati a reinvestire buona parte degli utili nell’ammodernamento delle infrastrutture  che hanno ricevuto in concessione, dovranno rispettare in modo più stringente gli obblighi di manutenzione a loro carico e, più in generale, dovranno comprendere che l’infrastruttura non è una rendita finanziaria, ma un bene pubblico che il Paese. Sul Mose oggi si assiste ad una sorta di paralisi da parte del soggetto tecnico operativo incaricato di realizzare l’opera per conto dello Stato (concessionario Consorzio Venezia Nuova). Inadempienza ingiustificata e pericolosa rispetto ad un’opera marittima, che rischia di aggravare le condizioni di manutenzione”.

Il ministo Toninelli ha anche aggiunto: “Siamo al lavoro, abbiamo lavorato anche stanotte al decreto, che ho definito ‘decretone’, molto importante per far ripartire immediatamente Genova  oltre all’attività per la messa in sicurezza delle opere infrastrutturali. I lavori di ricostruzione del ponte non possono essere affidati ed eseguiti da chi giuridicamente aveva la responsabilità a non farlo crollare. Consentire ad Autostrade per l’Italia di ricostruire il ponte  sarebbe una follia  e sarebbe irrispettoso nei confronti dei familiari delle vittime del crollo del Morandi”. Poi il ministro ha evidenziato: “Su questo il governo è compatto. Inoltre, sulla ricostruzione del ponte deve esserci il progetto, il sigillo dello Stato. E la ricostruzione va affidata a un soggetto a prevalente o totale partecipazione pubblica dotato di adeguate capacità tecniche”. Toninelli ha anche annunciato: “ Nei prossimi giorni convocherò tutti i concessionari delle infrastrutture chiedendo un programma dettagliato degli interventi di ordinaria e straordinaria manutenzione, con specifica quantificazione delle risorse destinate a realizzare un programma di riammodernamento delle infrastrutture. E’ indifferibile l’esigenza di intervenire su un sistema malato che non ha giustificazione né corrispondenza negli altri Paesi europei. In un’ottica di revisione degli schemi di convenzione risulta altrettanto necessario ristabilire un rapporto fisiologico tra concedente e concessionario anche attraverso l’adozione di misure punitive nei confronti delle società nel caso di ricorsi manifestamente strumentali”.

In realtà, il giorno precedente, il governatore della Liguria, ospite del forum Ambrosetti a Cernobbio, ha lanciato un messaggio imperativo: “Chiediamo al governo di varare subito il decreto per ricostruire il ponte per consentirci di metterci subito al lavoro non appena arriva il dissequestro della Procura”. Un provvedimento che per il governatore deve limitarsi a prevedere la deroga al Codice degli appalti per consentire immediatamente a Fincantieri e all’architetto Renzo Piano di approntare la fase operativa nella quale, ovviamente, saranno coinvolte altre eccellenze italiane. Ma la strategia del Governo non sembrava che andasse nella stessa direzione. Pur confermando a breve l’iniziativa del governo, il vicepremier e leader del M5S, Luigi Di Maio ha confermato la volontà di escludere Autostrade dalla partita.

Di Maio, parlando con i giornalisti alla Fiera del Levante, ha detto: “Io non faccio ricostruire il ponte a chi lo ha fatto crollare. Autostrade avrà nei prossimi giorni un’altra brutta sorpresa. Per quanto ci riguarda, il ponte Morandi lo deve ricostruire un’azienda di Stato come Fincantieri, perché dobbiamo monitorare cosa si farà”.

La differenza dunque è nel ruolo di Autostrade e nella revoca della concessione che prevede che spetti al concessionario il ripristino dell’opera.

Ma per Toti passare per la revoca della concessione rischia di allungare pericolosamente i tempi per la ricostruzione. Così il governatore della Liguria ha lanciato un messaggio anche a Salvini: “Non è il momento delle parole ma dei fatti. Teniamo separate le responsabilità dalla ricostruzione: Autostrade, come impone la concessione, ci mette i soldi ma non si oppone che la ricostruzione del ponte sia affidata a Fincantieri sul progetto di Piano”.

Con riferimento alla Commissione del Mit e al ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli che lo attacca per non aver ancora soddisfatto le richieste delle famiglie costrette a lasciare le proprie abitazioni ha replicato: “Duecento famiglie sono già state sistemate in alloggi e il completamento avverrà nei prossimi giorni. Il ministro credo abbia ben altro di cui occuparsi….”. La conclusione brusca di Toti allude  alle dimissioni dell’ingegner Bruno Santoro, annunciate dal ministero delle Infrastrutture, dalla Commissione ispettiva del Mit che opera per individuare le cause del crollo del Ponte Morandi. Santoro, indagato nell’ambito dell’inchiesta sui fatti del “Morandi”, è stato il terzo componente che lascia la commissione ispettiva aggiungendosi alle dimissioni di fine agosto di altri due indagati: il professore Antonio Brencich e il presidente Roberto Ferrazza, provveditore alle opere pubbliche per il Piemonte, Liguria e Val d’Aosta, tutte persone nominate dall’attuale governo Conte.

Salvatore Rondello

Biotestamento, l’appello dei senatori a vita

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Sulle pagine di Repubblica appare oggi un appello a favore del testamento biologico. Un appello scritto e firmato dai senatori a vita Elena Cattaneo, Mario Monti, Renzo Piano e Carlo Rubbia per sbloccare un testo da troppo tempo fermo al Senato dopo l’approvazione da parte della Camera.

“Da più di cinque mesi – scrivono – il disegno di legge sul testamento biologico è impantanato nella commissione Sanità del Senato. Nonostante tutti i sondaggi fatti sul tema dimostrino, da almeno un decennio, il consenso di un’amplissima maggioranza di italiani, 3mila emendamenti (in massima parte ostruzionistici) e discussioni infinite ostacolano la definitiva approvazione di una legge che non è di destra, di centro o di sinistra”.

È una legge di buon senso. “Una questione di libertà, di rispetto della volontà, di dignità del vivere e del morire – scrivono i senatori – che dev’essere lasciata quanto più possibile alla scelta di ciascuno. Come senatori a vita, chiamati ad esercitare un ruolo il più possibile libero da ogni condizionamento, appartenenza o calcolo, crediamo che questo Parlamento onorerebbe il Paese se, adottando in Senato senza modifiche il testo già approvato dalla Camera, trattasse i suoi cittadini da adulti, lasciando loro a fine legislatura, come un prezioso legato, il riconoscimento di questo spazio incomprimibile di libertà e responsabilità”.

Un appello condiviso pienamente dalla portavoce del Psi, Maria Cristina Pisani. “Il disegno di legge è impantanato da cinque mesi al Senato. È vergognoso – afferma ancora Pisani – che la Lega abbia deciso di non ritirare molti degli gli oltre tremila emendamenti presentati, uno schiaffo in faccia a chi chiede semplicemente di affrontare con maggior serenità il drammatico e doloroso passaggio fra la vita e la morte”. “C’è una terribile ipocrisia – continua – di chi parla di ‘vita prima di tutto’ anche se imposta fra atroci sofferenze. Una responsabilità a cui la politica non può più rinunciare delegando, per incapacità, la magistratura. La voce egoistica di alcune forze politiche non può soffocare – conclude – quella di decine di milioni di italiani”.

l documento a firma dei senatori a vita riceve il plauso anche della Associazione Luca Coscioni che accoglie l’iniziativa con “riconoscenza e rinnovata fiducia”. “La lettera dei Senatori – si legge in un comunicato dell’Associazione Luca Coscioni – segna un enorme evento istituzionale in relazione al tortuoso percorso affrontato finora dalla legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento. Siamo testimoni, con questa ennesima presa di posizione già assunta in precedenza da una moltitudine di altre importanti personalità nazionali, di un momento politico importante. Ci uniamo ai senatori firmatari e alla ferma condanna dell’ostruzionismo più sleale, quello in corso nei confronti di chi soffre e viene persino privato del diritto umano della libertà di scelta”.

 

Ciampi e Piano
aderiscono al Gruppo
Autonomie-Psi al Senato

Palazzo MadamaIl Gruppo Autonomie-Psi al Senato si arricchisce di altri due autorevoli nomi, raggiungendo quota 19 componenti: oggi hanno infatti aderito il presidente emerito, Carlo Azeglio Ciampi e il senatore a vita, Renzo Piano. Il senatore Psi, Enrico Buemi, vicepresidente del gruppo ha dato voce all’apprezzamento dei socialisti, ricordando le importanti adesioni degli ultimi mesi al gruppo “Per le Autonomie-Psi”, quali il presidente Giorgio Napolitano e i senatori a vita Elena Cattaneo e Carlo Rubbia  “sinonimo non solo di condivisione tecnica, ma anche di contenuti politici quali laicità e visione riformistica del Paese”.

Buemi esprimendo apprezzamento per le adesioni del presidente emerito, Carlo Azeglio Ciampi e del senatore a vita, professore e architetto Renzo Piano ha sottolineato che questi sono “espressione e protagonisti tutti, nei loro campi, della migliore Italia. Il Gruppo – conclude il senatore socialista – con queste due adesioni raggiunge quota 19”.

Redazione Avanti!