Il sodalizio culturale tra Bobbio e Primo Levi

 

bobbioAlcuni giorni dopo la morte di Primo Levi, suicidatosi l’11 aprile 1987, Norberto Bobbio rilasciò su «La Stampa» una testimonianza sull’amico scomparso con il titolo «La sentinella contro il buio» (14 aprile). Egli confermò quanto aveva scritto dieci anni prima nel suo aureo volumetto Trent’anni di storia della cultura italiana (1920-1950) (1977), ma tenne a precisare il loro sodalizio culturale, riconoscendo «di essere un lettore privilegiato e fortunato perché … suo amico». Una caratteristica che gli permetteva di confrontare l’uomo e lo scrittore per arricchire la conoscenza dell’uno e dell’altro.

primo leviNel corso del suo articolo Bobbio presentò l’amico appena scomparso come uno scrittore problematico «che si interroga e ci costringe ad interrogarci», senza racchiudere le sue riflessioni sulla deportazione nel campo di concentramento di Auschwitz. Il grande intellettuale di via Sacchi, situata proprio di fronte al dopolavoro ferroviario, rievocò le loro passeggiate nelle montagne intorno a Torino (il monte Freidour, La Rocca Patanúa, la Sbarúa) e il racconto di storie, motti e facezie.

La passione alpinistica è raccontata infatti da Levi in un capitolo del romanzo Sistema periodico, pubblicato nel 1975 con un intervista di Philip Roth: una passione che egli coltivò da giovane e che riscoprì all’inizio degli anni Ottanta. Ma il «mestiere di vivere», come avrebbe detto Cesare Pavese, gli fu difficile per la dolorosa esperienza vissuta ad Auschwitz. Di dieci anni più giovane del suo conterraneo Bobbio, Levi sopravvisse alla ferocia nazista, diventandone il più acuto narratore nel suo romanzo più famoso Se questo è un uomo (1947). Egli non era uno scrittore, ma un chimico prestato alla letteratura, pur avendo in precedenza scritto qualche racconto e poesia. Eppure quel romanzo inaugura un vasto elenco di opere, che contengono un originale valore letterario come testimone dei lager nazisti, romanziere di fantascienza e poeta. Un aspetto della sua personalità, quest’ultimo che lo stesso Bobbio incoraggiava di realizzare in un altro articolo del 3 giugno 1988: «Attendo con impazienza che raccolga le sue poesie in un volume, come ha fatto via via per i racconti» (cfr. Testimonianza per primo Levi, in «La Stampa», 3 giugno 1988).

L’auspicio di Bobbio fu accolto lo stesso anno dall’editore Einaudi, che pubblicò la raccolta delle sue poesie, alcune già note a partire da quella posta nel frontespizio Se questo è un uomo (1947): «Voi che vivete sicuri Nelle vostre tiepide case Voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: Considerate se questo è un uomo Che lavora nel fango Che non conosce pace Che lotta per mezzo pane Che muore per un sì o per un no». In un’altra poesia intitolata Partigia (luglio 1981) Levi sottolinea il senso profondo della Resistenza e dei suoi protagonisti. L’interesse per la lotta partigiana si unì ad una verve poetica vissuta come partecipazione a un rito comunicativo particolarmente ricco di spunti autobiografici.

Il valore della Resistenza come opposizione al regime fascista e momento inclusivo dei valori repubblicani unisce l’afflato poetico di Levi alle lucide analisi di Bobbio. Questi mise in rilievo più volte come «la fedeltà all’insegnamento era più forte della censura fascista», ricordando il caso dell’intellettuale tedesco Heins Riedt, partecipe e animatore della Resistenza come membro di una formazione partigiana. Al termine del Secondo conflitto mondiale Riedt rientrò a Berlino e divento il primo traduttore dell’edizione tedesca Se questo è un uomo (1947).

Nunzio Dell’Erba

La liberazione, l’attualità del 25 aprile 73 anni dopo

25 aprile milano

Come ogni anno, il 25 Aprile trascorrerà per molti come se fosse un giorno qualunque. Nonostante la pausa dal lavoro e la chiusura di uffici e scuole, molti infatti ignorano la ragione sociale e politica della festa e l’attualità delle tematiche connesse alla “Liberazione”..

Eppure, la Festa della democrazia, possibile – si sottolinea – solo quando c’è libertà in uno con la Liberazione dal nazifascismo, che l’Italia festeggia il 25 aprile, è sicuramente la pagina del nostro paese che meglio rappresenta questo processo. Un’Italia che continua a cambiare, a 73 anni di distanza, ma che nel 25 aprile ricrea in larga parte la memoria condivisa di una transizione decisiva: dall’occupazione tedesca alla riconquista del Nord del paese e di una città simbolo come Milano. Segno premonitore quindi della definitiva vittoria nel conflitto bellico più sanguinoso della storia e della fine della dittatura.

Proprio dall’avvicendarsi anno dopo anno della ricorrenza della Liberazione, è possibile capire e comprendere l’evoluzione stessa del modo in cui gli italiani recepiscono e partecipano una giornata che non è mai stata immune da aspri conflitti politici e culturali. Come infatti è stato lucidamente osservato dallo storico Giovanni De Luna, non sono mai scarseggiate momenti in cui l’anniversario stesso ha subito i contraccolpi di altre vicende e processi, che hanno portato in alcuni casi a far sì che “gli “aspetti celebrativi tendevano a soppiantare quelli militanti”, fino a pervenire però al punto in cui si può riconoscere che “ricordare il 25 aprile 1945 vuol dire anzitutto dare la possibilità a chi non c’era di conoscere la Resistenza nella nuda e scarna verità in essa racchiusa: quel giorno l’Italia ha riacquistato la libertà; lo ha fatto grazie all’impegno attivo di una strenua minoranza”.

Non sono mancati neanche, negli anni, tentativi di mettere in discussione il 25 aprile, dentro una più vasta tendenza volta a riconfigurare in chiave critica alcuni aspetti della lotta partigiana: come più volte ben evidenziato dal presidente della Repubblica Mattarella in occasione dei precedenti, tradizionali festeggiamenti, “la Liberazione è un punto di connessione della storia del nostro popolo” e “non c’è equivalenza possibile tra la parte che allora sosteneva gli occupanti nazisti e la parte invece che ha lottato per la pace, l’indipendenza e la libertà. […] Pietà per i morti, rispetto dovuto a quanti hanno combattuto in coerenza con i propri convincimenti: sono sentimenti che, proprio perché nobili, non devono portare a confondere le cause, né a cristallizzare le divisioni di allora tra gli italiani”.

La “Liberazione” ed i valori di cui si è fatta portatrice sono, dunque, assolutamente attuali e rappresentano il filo conduttore da seguire per uno sviluppo in senso democratico del nostro Paese, che ancora oggi mostra purtroppo significative criticità in tal senso.

Farli vivere oggi significa inevitabilmente aggredire positivamente nervi scoperti della nostra società e del nostro mondo. Le violenze, le forme di oppressione che abbiamo combattuto sono tuttora presenti in molte parti, sia pure limitate, del mondo.

I valori della nostra Resistenza – giova ricordarlo – sono valori di tutti. Aldilà di ogni ostacolo e di ogni frontiera.

Carlo Pareto

Matteo Gaudioso, uno studioso innamorato del socialismo

Quando faceva lezioni, nelle vecchie aule dell’Ateneo catanese, Matteo Gaudioso sembrava un uomo freddo, tutto preso dalla storia del Diritto, in cui era maestro. Quando invece  entrava a più diretto contatto e dialogava con gli studenti appariva diverso, caldo, affettuoso, partecipativo, ed era lui che aiutava gli interlocutori ad aprirsi, ad esprimere dubbi e a chiedere chiarimenti.

Così era, affettuoso, partecipativo, dialogante dentro il partito, nella Federazione provinciale del Partito Socialista, nelle visite alle sezioni, nei rapporti coi dirigenti e con la base,  insieme prestigioso docente universitario  e uomo politico estremamente sensibile e aperto alla vita dei lavoratori, dei giovani, fortemente inserito nella vita del Partito socialista.

Nato a Francofonte, la cittadina dei vasti e profumati aranceti, il  18 febbraio 1892, compì gli studi primari e secondari  distinguendosi per la netta preferenza delle discipline letterarie e storiche. Passato all’Università, dovette interrompere la frequenza dei corsi perché richiamato alle armi quando iniziò la Grande Guerra e venne aggregato nel corpo dei bersaglieri. Nel 1916, trovandosi in servizio nella zona della Carnia, venne ferito. Degente in ospedale, ultimò e diede alle stampe la sua prima opera, “Francofonte – ricerche e considerazioni storiche”,  nella quale ripercorreva la plurisecolare vita della città natale. Nel ’17 si trovò coinvolto nella ritirata di Caporetto: fatto prigioniero, venne trasferito in Germania e nei campi di raccolta  dei prigionieri rimase fino alla fine della guerra. Tornato nelle aule dell’Università di Palermo, riprese gli studi universitari e nel 1920 conseguì la laurea in Giurisprudenza. Si iscrisse quindi all’Università di Catania, dove seguì i corsi  di Lettere, interrotti nel 1922 per conseguire a Palermo il diploma di Paleografia e Dottrina archivistica presso quell’Archivio di Stato, sotto la guida del grande paleografo G.A. Garufi. Tornò quindi ai banchi universitari e nel 1925 conseguì la seconda laurea. Di lì a poco ebbe inizio la sua attività di insegnante in un Liceo, ma le sue passioni erano sempre la storia e la ricerca archivistica, e perciò fu lieto quando ottenne un impiego presso l’Archivio di Stato di  Catania, di cui nel ’31 divenne direttore.

Nel ’32 ottenne a Palermo il diploma della Scuola di Paleografia e Storia medievale. Cinque anni dopo conseguì  la libera docenza in Storia del Diritto italiano presso l’Università di Catania. I tempi, però, erano impossibili per chi amava la libertà, ed egli da tempo era animato da spirito liberale democratico. Guardato con crescente sospetto dalla polizia, nel 1941 venne trasferito a Firenze, dove lavorò presso il locale Archivio di Stato. Riprese le ricerche storiche, diede alle stampe un libro sul territorio di Lentini e un altro sulla schiavitù domestica in Sicilia al tempo della dominazione  normanna, che vennero recensiti con favore da alcuni periodici specialistici.

La caduta del fascismo e la Resistenza lo trovarono ancora in Toscana, dove, animato sempre da forti ideali di libertà,  si unì ai partigiani. Quando, con la sconfitta del nazifascismo, il paese venne restituito alla democrazia e alla libertà, rientrò nella sua isola e riprese il suo posto di libero docente nell’Università di Catania, estendendo l’insegnamento anche all’Ateneo messinese. Durante il periodo dello “scelbismo” venne guardato con scarsa simpatia per i suoi trascorsi di partigiano, e alla fine degli anni 40 subì un nuovo trasferimento con destinazione Venezia. Questa volta non volle  subire  il diktat:  rinunziò ad ogni incarico negli Archivi di Stato e si restituì alle ricerche e agli studi. Nel 1952 pubblicò un lavoro denso di  documentazione e di pensiero sulla “Natura giuridica delle autonomie cittadine nel Regnum Siciliae”. Si apriva intanto un nuovo campo di impegno: quello politico e di partito. Già da parecchi anni su posizioni socialiste, egli entrò attivamente nella militanza di partito, dando  logico  sbocco alle sue idee, scaturite oltre che dalla  osservazione della realtà meridionale anche dagli studi sulla storia del popolo siciliano e della sua aspirazione alla giustizia e alla libertà. Motivando il suo concreto impegno tra i lavoratori disse allora che intendeva esprimere una  “reazione ai secoli di oppressione e di sfruttamento delle classi popolare documentati negli archivi”.

La Federazione socialista di Catania viveva in quel periodo momenti difficili per contrasti tra le correnti interne al partito. Egli si diede allora interamente e con passione alla vita di partito, divenendo l’elemento di punta di un gruppo di giovani socialisti – Luigi Nicosia, Salvatore Miccichè, Nando Giambra, Maria Alessi (poi parlamentare), Lello Pappalardo, Cristoforo Montebello, Sebastiano Russo, che intendevano rinnovare e modernizzare le strutture del partito, facendolo partecipare più attivamente alle lotte per la riforma agraria e per una politica amministrativa equilibrata e di progresso sul piano fiscale, e più tardi divenuti  linfa vitale e rinnovatrice in diverse federazioni  isolane e nella CGIL.  Nel ’52  venne eletto consigliere comunale, nel 1953 deputato alla Camera dei deputati  nel collegio della Sicilia orientale (Catania, Messina, Enna, Siracusa, Ragusa) assieme all’on. Biagio Andò di Giarre, e venne riconfermato nel 1957. Conoscitore profondo delle vicende isolane, e interprete del bisogno di liberazione dal potere malavitoso avvertito dai conterranei, sostenne caldamente e insistentemente la necessità di costituire la Commissione parlamentare antimafia, cosa che alla fine trovò concreta realizzazione. Caldeggiò anche interventi nel settore della pubblica istruzione  e dei beni culturali.  Nella tarda età, pur non allontanandosi interamente dalla vita politica e di partito, riprese i suoi studi diletti e le sue ricerche, che confluirono in opere specifiche, tra cui  “La questione demaniale e la formazione urbanistica e sacra di Francofonte”, “La comunità ebraica di Catania tra il XIV e il XV secolo”. Come scrisse lo storico socialista Giarrizzo, con le precedenti opere esse costituiscono “un patrimonio imponente, la cui ricognizione può dare non  piccolo contributo alla affannosa, inquieta ricerca di identità di questa nostra terra, arrogante insieme e disperata”. Si spense a Catania il  27 dicembre del 1985.

Giuseppe Miccichè 

Il nuovo libro di Pansa: Aldo Gastaldi, il partigiano cattolico

aldo gastaldiComunemente la Resistenza è studiata come lotta armata nella sua dimensione politica (sconfiggere il fascismo e il nazismo) e nazionale (liberare il territorio occupato). Da qualche anno essa è rivisitata in termini romanzati e non sempre aderenti alla realtà, com’è nel libro Uccidete il comandante bianco. Un mistero della Resistenza (Rizzoli, Milano 2018, pp. 295) di Giampaolo Pansa. Il “comandante bianco” è Aldo Gastaldi (Genova, 17 settembre 1921 – Desenzano del Garda, 21 maggio 1945), il cui nome di battaglia “Bisagno” è accomunato alla sua fede cattolica intransigente e alle sue profonde convinzioni religiose.
La figura di Gastaldi, segnalata in tutte le storie della Resistenza, era nota da tempo e lo stesso Pansa gli aveva dedicato alcune pagine nel suo libro La grande bugia. Le sinistre italiane e il sangue dei vinti (Sperling & Kupfer, Milano 2006, pp. 201-218): che senso ha ritornare sul medesimo Personaggio se il risultato storiografico non è mutato? In un’intervista a Massimo Rebotti, Marcello Flores ha definito il nuovo libro “disonesto” dal punto di vista storico per l’assenza delle fonti documentali e di elementi probatori nella spiegazione della morte del comandante partigiano (“Corriere della Sera”, 23 febbraio 2018).
Aldo Gastaldi era noto grazie al film documentario del regista Marco Gandolfo e al contributo biografico di Elena Bono, l’uno proiettato a Milano il 29 aprile con numerose testimonianze e l’altro pubblicato nel 1995 e rieditato nel 2003 con documenti, lettere e fotografie del partigiano ligure. Il regista ricorda la sua intransigente fede religiosa e l’aspirazione alla libertà come ferma opposizione al fascismo e al nazismo. La testimonianza della scrittrice e poetessa, anch’essa partigiana e staffetta nella Sesta Zona, assume un ruolo significativo nel documentario, là dove ripete un brano di una sua poesia: “La Verità vi farà liberi: quella era la libertà che cercava Bisagno, quella fondata sulla verità non sulla menzogna, non sui miti”.
Dotato di una forte vigoria fisica, Gastaldi pratica diversi sport come l’alpinismo e il canottaggio, compie nel 1941 il servizio militare nel Reggimento del Genio di Casale Monferrato: “sembrava – scrive Pansa – il personaggio di un film sui cavalieri di re Artù. Alto, atletico, una barba corta tra il biondo e il rosso, un coraggio spericolato, altruista, cattolico dalla testa ai piedi, di un’austerità da frate, tutto dedito alla sua idea fissa: tirare su una formazione di ribelli capaci di mandare al tappeto la Germania di Hitler e la repubblichetta di Mussolini. […] Sino all’ultimo ha ripetuto il suo credo: non si doveva odiare il nemico, ma soltanto combatterlo, non si doveva torturare, fare rappresaglie, fregarsene dei danni ai civili, e ai comandanti spettava l’onore di sacrificarsi per tutti” (G. Pansa, I nostri giorni proibiti, Sperling & Kupfer, Milano 1997, p. 33 e p. 36).
Amico di Elvezio Massai (Santo), Gastaldi acquista notorietà il 25 luglio 1943, quando distrugge i simboli della Casa del Fascio di Chiavari e, dopo l’armistizio dell’8 settembre, nasconde le armi ai Tedeschi in una località vicina nella casa di un calzolaio. Così viene contattato dal comunista Giovanni Serbandini (Bini) per costituire un gruppo di azione partigiana, che viene formato verso la fine di novembre a Lavagna una riunione, a cui partecipano Gastaldi, Serbandini, Franco Antolini (Furlini) e Umberto Lazagna (Canevari). La base è posta sulle alture di Cichero nel casone della Stecca, dove sono suddivisi i compiti: Bisagno assume il comando militare e Bini quello di commissario politico, mentre Giovanni Battista Canepa (Marzo) contribuisce a rafforzare la formazione con altri dieci elementi, tra i quali Raimondo Severino, un soldato siciliano poi barbaramente ucciso dai nazisti ed esposto nella piazza di Borzonasca (21 maggio 1944).
Nasce così la Divisione garibaldina Cichero che, seppure in una convivenza difficile, diventa il nucleo più attivo nella zona. I contrasti derivano dalla diversa estrazione sociale e dall’appartenenza politica: nel comando Bisagno è l’unico a non avere la tessera del Pci e a professare un partigianato apolitico. Egli indica come unico obiettivo la sconfitta dei tedeschi e dei fascisti, come si ricava da una circolare inviata a tutti i comandi della Cichero: “È assolutamente proibito che i commissari politici facciano propaganda di partito” (cit. da Pansa, p. 202). A questa indicazione aggiunge l’altra sul comportamento dei partigiani che non devono ricorrere a facili esecuzioni e considerare impraticabile una via di mezzo fra l’uccidere i prigionieri, se considerati colpevoli di delitti, e lasciarli liberi.
Per questi motivi il cattolico Bisagno è controllato dai comunisti Bini e Marzo, il cui affetto verso il sorvegliato è sopraffatto dall’interesse del partito, che impone regole ferree di comportamento e costringe i suoi militanti ad esercitare una rigorosa vigilanza su eventuali incontri con gli “estranei”. Una situazione resa ancora più drastica dal famoso “Codice di Cichero” che impone ai partigiani di rispettare i contadini e di non estorcere mai generi alimentari. Nel giugno 1944 Gastaldi comanda un gruppo che assalta la caserma della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR) a Rovegno, preleva armi ed esplosivi “senza colpo ferire”. A Ottone libera alcuni partigiani catturati dai fascisti, dopo essere penetrato nel campo in cui essi erano tenuti prigionieri. La sua proposta di abolire i commissari politici e di sostituire la “polizia partigiana con quella militare USA” rende difficili i rapporti con i comunisti, che tentano in ogni modo di farle cambiare opinione. Così cercano di togliergli il comando della sua divisione e gli ordinano di lasciare il suo territorio, dove – secondo Pansa – aveva salvato 1200 uomini dai terribili rastrellamenti dell’«inverno dei mongoli», i caucasici al servizio dei nazisti, e di andare in esilio in un’altra valle. Lui però si presenta all’incontro accompagnato da trenta facce da patibolo, armate di mitragliatori, e i comunisti non se la sentirono di insistere”.
Nei primi mesi del 1945 Bisagno è sottoposto a un rigido controllo da parte dei comunisti, che intercettano i suoi messaggi ai comandanti di brigata: una tesi già sostenuta nel libro del 2006 da Pansa, che virgoletta e non indica mai la fonte. Nel febbraio dello steso anno “il Comando di zona decide di togliere a Bisagno il comando della Cichero e di inviarlo, da solo, in un’altra area della Liguria, a levante. Il motivo, mai dichiarato, è semplice: Bisagno è l’unico, concreto ostacolo all’egemonia del Pci nella Sesta Zona” (p. 202). “Aldo Gastaldi – aggiunge Pansa – rappresentava l’unico concreto ostacolo all’egemonia del Pci in Val Trebbia e, di conseguenza, alle strategie da attuare dopo la fine della guerra”. Dopo la liberazione il numero dei morti sono “oltre 800”, una cifra che sembra eccessiva ad uno storico di professione come Marcello Flores, che parla invece di 2-300, concordemente alle cifre fornite da fonti fasciste.
La stessa morte di Gastaldi sembra strana a Pansa, che esprime la convinzione che “dietro il finto incidente stradale in cui morì si nasconda un delitto” e un assassinio originato da “un complotto politico”, ma si tratta di ipotesi e di dicerie, senza alcun riscontro corredato da documenti storici. Il 21 maggio 1945 Gastaldi è sbalzato dal tettuccio di un autocarro e finisce “schiacciato” sotto le ruote di un camion, ma su questa tragica morte Pansa formula l’ipotesi che prima sia stato avvelenato per il comportamento strano assunto nelle strade di Riva del Garda. Per questo motivo le illazioni dello storico monferrino appartengono più ad un genere romanzato che a una storia reale e veramente accaduta, su cui egli esprime una posizione assurda e inverosimile, secondo cui “la storia della Resistenza […] è quasi del tutto falsa”.

Nunzio Dell’Erba

Riforme. Mattarella: “Serve consenso popolare”

EVIDENZA-CostituzioneAnche se molto di rado, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, qualche parere lo esprime. Questa volta ha parlato sulle riforme. Poche parole come suo solito. Come la Resistenza, ha detto, “sarebbe stata impossibile senza un grande consenso di popolo”, così “i cambiamenti sono effimeri se non hanno dietro un grande consenso popolare, una grande partecipazione, una convinzione popolare, che identifichi in valori comuni il vincolo che spinge a svolte importanti, profonde e durature”, che “è stato il risultato della Resistenza”. “Dalla Resistenza alla cittadinanza attiva”. “La Repubblica siamo noi – ha detto ancora Mattarella – e questo ci chiama ogni giorno ad una comune responsabilità. La democrazia richiede consapevolezza, partecipazione, non soltanto al momento del voto. La democrazia ha bisogno di una partecipazione attiva dei cittadini, non soltanto spettatori delle decisioni e delle scelte” e “la scuola deve contribuire alla formazione di cittadini consapevoli”.

Parole che arrivano il giorno dopo l’ennesimo scontro all’interno del Pd sulle riforme. Scontro che è ormai uscito dalle aule parlamentari e si è spostato sul referendum di ottobre. Ad innescare le nuove frizioni è stata la mancata firma della richiesta di referendum da parte dei big della minoranza. Scelta che ha fatto andare su tutte le furie il premier e segretario Pd Matteo Renzi. “Ormai non è più una novità: nel Pd c’è ormai una parte che fa opposizione su tutto”, ha detto da Città del Messico certificando di fatto che sulla battaglia referendaria d’autunno gli equilibri interni al Nazareno sono tutt’altro che assestati e continuando quel poco elegante costume tutto italiano di parlare di politica interna anche oltre i confini nazionali. A proporre la richiesta di consultazione popolare sul ddl Boschi, per la maggioranza, è stato il deputato del Pd Matteo Mauri mentre, alla consegna delle firme in Cassazione, si sono presentati il capogruppo Ettore Rosato, Maurizio Lupi e Lorenzo Dellai.

Alla Cassazione sono arrivate le 237 firme raccolte in una manciata d’ore dalla maggioranza. Ma tra queste non figuravano quelle della minoranza del Pd. Non ci sono infatti né quella di Pierluigi Bersani, né quella Roberto Speranza né quella di Gianni Cuperlo. Questa richiesta “è una sgrammaticatura”, è stato  il commento di Bersani mentre Cuperlo ha osservato come sia “più logico, naturale e giusto che ad avanzare la richiesta di referendum sia chi la riforma non l’ha condivisa”. Insomma, una scelta “di galateo istituzionale” per evitare che “chi si fa la legge voglia anche un plebiscito”, è la motivazione fornita dalla minoranza Pd e spiegata anche da Miguel Gotor, uno altro senatori che non hanno firmato la richiesta. Richiesta alla quale invece hanno aderito almeno una decina di esponenti della sinistra Pd (da Maria Cecilia Guerra a Federico Fornaro) incrinando, di fatto, la compattezza della minoranza sul punto.

“La decisione del referendum era stata presa tutti insieme, se qualcuno ha cambiato idea mi spiace ma non conta, perché tutti insieme andremo a chiedere il consenso ai cittadini”, ha avvertito dal Messico Renzi mentre da Montecitorio Rosato, caustico, ha aggiunto: “Non posso pensare che ci sia un chiamarsi fuori da quella che è una battaglia storica del centrosinistra”. “I cittadini – ha detto ancora Renzi – capiranno che la riforma costituzionale è fatta nel loro interesse, capiranno che una parte dei politici non la vuole perché si riducono le poltrone: perciò il referendum otterrà il loro consenso”. E liquida il dissenso espresso da Bersani, Cuperlo e Speranza con un: “Mi spiace ma ce ne faremo una ragione”. Il cammino, avverte il leader del Pd, ormai è tracciato: “Noi comunque andiamo avanti”.

Ginevra Matiz

La bambina che
parlava alla luna

La bambina che parlava alla luna

La bambina che parlava alla luna

Sabato 19 settembre. Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli. La sezione Anpi Ragazze della Resistenza, con il presidente Andrea Barbetti, ospita Nunzia Volpe. Nunzia è una giovane scrittrice lombarda di origini napoletane e da pochi anni è entrata nel mondo della scrittura. Luca Granato e Elisabetta Fonti, volontari dell’Anpi, hanno presentato il suo primo romanzo: “La bambina che parlava alla luna”. Gabriella Foletto ha letto parti del testo, accompagnata dal ritmo incalzante e trasportatore della musica. La bambina protagonista del romanzo è Maria, trasferitasi ad Orcignano, paese d’invenzione, a casa dei nonni paterni, negli anni ’40. La pace idilliaca del paesino è spezzata dall’arrivo delle truppe naziste, dal rumore delle pallottole, dalle grida di amici e parenti. Dopo poche ore, di Orcignano non rimane quasi nulla. Tra i pochi superstiti la piccola Maria, salvatasi perché rimasta tutta la notte su un ulivo, simbolo di protezione e speranza.

Un tema riconducibile all’infanzia dell’autrice: “Sono cresciuta con mia nonna, che nell’estate del ’44 era poco più che una ragazzina. Viveva in provincia di Napoli, in un paesino sperduto, proprio come Orcignano. In seguito ai bombardamenti degli alleati su Napoli, molti fuggirono. Mia nonna e la sua famiglia ospitarono così molti disperati, prevalentemente donne e bambini. Questo romanzo è quindi legato alla memoria storica, al racconto orale”.

E a chi è indirizzato?
“Ai ragazzi, alle scuole. Quest’estate in cinque licei della Lombardia è stato assegnato agli studenti come lettura. E’ giusto che i ragazzi, e non solo, conoscano cosa è accaduto perché nessuno, oggi e domani, possa negare. Mi sono documentata per scriverlo, è stata dura, emotivamente molto impegnativo, anche perché ho deciso che non avesse senso privare il romanzo di una descrizione che fosse il più possibile realistica e dettagliata, descrizioni purtroppo che non hanno assolutamente niente di inventato”.

Non possiamo negare, purtroppo, che la storia si ripete. Come guardi a quello che succede oggi,  a questo arrivo in massa di migranti che fuggono da guerra e povertà e all’aperto razzismo di molti?
“Il mio obiettivo sono i giovani perché viviamo in un paese dove non c’è memoria storica. Più passa il tempo e più aumenta il rischio che questi fantasmi ritornino. Oggi in Italia stiamo correndo dei grossi rischi, non capisco come molti cancellino fette di storia. Bisogna, quindi, ricordare il passato per applicare gli insegnamenti al presente”.

Come è nata l’idea?
“E’ nata per caso, o forse no. Mentre mandavo curriculum – sono pur sempre una precaria – ho iniziato a scrivere di nascosto. In due anni e mezzo è nata “La bambina che parlava alla luna””.

È stato subito un successo: il romanzo è il secondo ebook vincitore della quinta edizione di “Io Scrittore”, torneo letterario promosso dal Gruppo Editoriale Mauri Spagnol. E’ stato inoltre segnalato dalla XXVIII edizione del Premio Letterario Italo Calvino.
Mentre in sala scorrevano immagini di testimoni sopravvissuti alle stragi naziste, l’applauso del pubblico ha abbracciato un’emozionata Nunzia.

Francesca Fermanelli

25 aprile. La libertà è una palestra, vacci ogni giorno

25 aprileSettant’anni. E li dimostra tutti se ci limitiamo alle commemorazioni consuetudinarie e al recinto di un’agiografia consumata dalla storia.

La Resistenza ha un inizio – le settimane successive all’8 settembre ‘43 – e una fine che non coincide interamente con la fine della guerra. I primi mesi furono i più duri. Poche unità partigiane, la grande maggioranza degli italiani che aspetta a schierarsi, sbandamento dell’esercito, fuga dalle responsabilità dei vertici dello Stato, occupazione tedesca. È nel corso del ‘44 che il movimento cresce e si intensificano le azioni militari. Con l’inizio del 1945 e gli alleati ormai oltre la Linea Gotica, il fenomeno si allarga. Un anno e mezzo terribile in cui si sovrapposero guerra civile (tra fascisti e antifascisti) e guerra di liberazione (dai tedeschi ) e si tentò, almeno da parte di una certa resistenza, di gettare con le armi le basi per un’Italia legata a doppio filo all’Unione Sovietica.

Ho sempre pensato che del titolo di ‘partigiano’ non dovessero fregiarsi soltanto i combattenti. Furono centinaia le donne senza nome che rischiarono la vita per dare rifugio a un partigiano ferito o soltanto un tozzo di pane. Molte di loro furono fucilate, spesso con i figli e con i vecchi che avevano in casa. Sono le lapidi infisse sulle mura delle chiese e sui palazzi municipali a gridare questa verità.

Cefalonia fu per i soldati italiani un fulgido esempio di resistenza. Sull’isola e in mare ne morirono oltre diecimila. Non si piegarono ai tedeschi. Furono migliaia i militari che imboccarono la stessa strada. Ignoti ai più – e alla storia – sono rimasti parroci, carabinieri, cittadini che non giurarono fedeltà a Salò e si invaghirono di un’idea di libertà senza la quale, le parole sono di De Gasperi, l’Italia non avrebbe avuto nulla da dire alle Trattative di pace di Parigi. Se la resistenza in armi fu circoscritta, e dobbiamo rendere ancora più merito al coraggio di pochi, la resistenza ‘civica’ non ebbe uguali dimensioni in nessun altro Paese occupato dai nazisti.

È maturo il tempo per una riflessione più giusta. Sul ruolo decisivo degli alleati nella liberazione, intanto, spesso taciuto. E sul fatto che la generazione che rischiò la vita – ragazze e ragazzi giovanissimi, ‘Bube’ di diciotto anni e la sua donna di sedici, ribelli accesi di entusiasmo e di fede – ci ha consegnato la Repubblica, una Costituzione con principi di un’attualità disarmante, la ricostruzione, un’Italia libera e civile, la dignità. Nulla era scontato. Furono i nonni e le madri ad arraffare sassi e mattoni senza mai essere stati architetti. La cupola di ser Brunelleschi potrebbe morirne di invidia.

Riccardo Nencini

 

 

Guerriglie colombiane,
anche l’Eln si apre al dialogo

colombia farcUn errore assai comune quando si parla del conflitto armato colombiano è quello di pensare che le Farc siano l’unica controparte del governo nella guerra civile in corso. Per quanto las Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia siano il gruppo guerrigliero più antico e influente del paese, sono numerosi i movimenti armati succedutesi in questo lunghissimo conflitto, alcuni ormai scomparsi mentre altri ancora attivi.

Sono diverse le teorie degli storici e dei politoligi circa le origini della guerra, tuttavia l’opinione comune suole identificare come l’inizio del conflitto un periodo storico ricordato eloquentemente come “La Violencia”. Questa fase della storia del paese viene comunemente racchiusa nel decennio tra il 1948 ed il 1958. Ma di cosa si trattò? Come nella maggior parte dei paesi latino americani, il potere in quegli anni era conteso tra due movimenti politici o gruppi di interesse, per meglio dire, e cioè il partito conservatore ed il partito liberale, difficilmente identificabili con le categorie di destra e sinistra, di fatto i due partiti erano ideologicamente molti simili, ciò che li contraddistingueva era piuttosto la rappresentanza di diversi settori della società colombiana; mentre i conservatori, infatti, si identificavano con la vecchia aristocrazia ed i grandi proprietari terrieri, i liberali rappresentavano la la classe media emergente.

Nel 1946, approfittando delle divisioni interne al partito liberale teso tra la vecchia ala elitista e quella nuova più vicina alla classe dei lavoratori capeggiata da Jorge Eliécer Gaitán (Gaitanismo), il partito conservatore riuscì a vincere le elezioni e a far nominare Mariano Ospina Pérez capo dello Stato. Nonostante le sue iniziali dichiarazioni rispecchiassero la volontá di formare un governo di unitá nazionale, i principali ministerio furono assegnati ai conservatori. A parte qualche tiepido successo gli anni successivi all’elezione di Pérez furono caratterizzati da corruzione e clientelismo e ben presto iniziarono a moltiplicarsi i motivi di discordia e di risentimento soprattutto tra le fila dei commercianti liberali.

Di questo malcontento si fece portavoce Jorge Gaitán, che si pose a capo delle proteste e finì in poco tempo con conquistare grande fama in tutto il paese e per guadagnarsi la leadership indiscussa del partito liberale. La tragedia avvenne il 9 aprile 1948, a Bogotá si celebrava la IX Conferenza Panamericana che avrebbe poi dato vita all’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), Gaitán all’uscita dal suo ufficio venne avvicinato da un uomo che estrasse la pistola e gli esplose un colpo alla testa. La commozione generale si trasformó presto in rabbia, la folla inferocita linció l’assassino e la capitale venne messa a ferro e fuoco. L’omicidio di Gaitán e le rivolte di Bogotá funzionarono come una miccia che innescó una serie di reazioni a catena. I liberali vinti si ritirarono nelle zone rurali dove organizzarono la resistenza con l’appoggio del neonato partito comunista.

Anni di rabbia repressa vennero alla luce: padri contro figli, fratelli contro fratelli, nemmeno le amicizie più durature resistettero all’effervescenza di quei momenti: non si trattava più di ideologie o partiti, era il fanatismo. A porre fine a questa fase fu un colpo di stato nel 1953 da parte del Generale Gustavo Rojas Pinilla. L’ordine recuperato fu però pagato a caro prezzo, seguirono infatti 5 anni di feroce repressione dittatoriale, solo nel 1958 la società civile riottenne il potere a seguito di un accordo tra i due partiti belligeranti che accettarono di alternasi nell’esercizio del potere appoggiando un unico candidato ciascuno e dividendosi gli incarichi pubblici (l’alternanza si protrasse fino al 2002, anno in cui il Partido de la U, di Alvaro Uribe Jorge Gaitán, vinse le elezioni presidenziali). A seguito dell’accordo la maggior parte delle guerriglie liberali, formatesi durante i dieci anni di conflitto, abbandonarono le armi approfittando dell’amnistia dichiarata dal governo, ma furono numerose le eccezioni, alcuni ex combattenti infatti rifiutarono l’armistizio, tra questi molti si diedero al banditismo e si convertirono in famosi criminali fino a quando non furono abbattuti dall’esercito. Manuel Marulanda Velez alias “Tirofijo” superò questa fase e sotto l’ideologia comunista fondò le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc).

Un altro impulso decisivo nella formazione dei gruppi armati di sinistra, non solo in Colombia, ma in tutto il continente americano, fu dato sicuramente dalla rivoluzione cubana e dalla vittoria dei fratelli Castro e del Che contro la dittatura del generale Batista fratelli Castro nel 1959.

Ecco un elenco di alcuni tra i più importanti gruppi armati che hanno operato in Colombia ad eccezione delle famose Farc:

Movimiento Obrero Estudiantil Campesino (MOEC): apparso in Colombia nel 1959, fu fondato da studenti delle università pubbliche. Questo movimento era sostanzialmente diviso in due linee, la prima con un carettere político-urbano, la seconda di carattere militare. Dopo diversi duri colpi ricevuti dell’esercito colombiano collassó nel corso degli anni 60.

Ejercito Revolucionario de Colombia (ERC): Fondato dall’ex guerrigliero liberale Roberto Gonzales, alias “Pedro brincos”, l’apparizione di questo gruppo rivoluzionario avvenne nel dipartimento settentrionale di Antioquia nel 1969. Ha avuto una vita breve, dopo gli scontri con l’esercito il suo fallimento fu inevitabile.

Fuerzas Armadas de Liberación (FAL): entrarono in scena a partire dal 1964, seguaci della teoría foquista del Che finirono per essere annichilite dall’esercito colombiano.

Ejercito Popular de Liberación (EPL): Fondato nel 1965 entró in azione influenzato dalle idee maoiste e proclamando la guerra popolare prolungata. Gli scontri militari tra il 1967 e il 1969 lo portarono quasi all’estinzione. Si sciolse definitivamente alla fine degli anni 80, le cellule rimaste confluirono per lo piú all’interno delle Farc.

Movimiento 19 de abril (M-19): nato nel 1972, l’M-19 è stato la risposta ad una presunta frode elettorale avvenuta il 19 aprile 1970, data da cui ha preso il suo nome. Parte dei suoi fondatori erano ex membri delle Farc o del partito comunista. L’M-19 si caratterizzó per una ideologia nazionalista che provó a reinterpretare le idee di Simón Bolívar. Fu un movimiento esclusivamente urbano, dopo la sua dissoluzione nel 1990, si integró all’attivitá politica.

Gustavo Petro, attuale sindaco di Bogotá ed ex membro dell’M-19

Gustavo Petro, attuale sindaco di Bogotá ed ex membro dell’M-19

Ejercito de Liberación Nacional (ELN): fu creato nel 1963 all’Avana. La sua attività inizió con 16 uomini e con la presa del municipio di Simatoca (localitá nel nord del paese). Al principio si dispiegó quasi exclusivamente nella regione di Santander (nord ovest del paese), zona caratterizzata da una forte instabilitá sociale. La sua azione fu particolarmente effettiva tra il 1966 e il 1972. Nonostante sia attualmente in crisi l’Eln rimane attivo in alcune zone del paese e, dopo le Farc, costituisce il secondo gruppo guerrigliero piú longevo del sud america. Ma anche per questa guerriglia le cose sembrano sul punto di evolversi

É di ieri, mercoledí 7 gennaio, in occasione del cinquantesimo anniversario della presa di Simatoca, un comunicato in cui si afferma che il governo di Juan Manuel Santos ha manifestato all’Eln la sua volontà di porre fine al conflitto armato e che in queste ore membri della guerriglia stanno partecipando ad un dialogo “per esaminare l’effettiva volontà dello Stato colombiano”. “Se durante questi colloqui concludessimo che le armi non sono necessare saremo disposti a considerare il loro abbandono” anuncia Nicolás Rodríguez Bautista, alias ‘Gabino’, massimo comandante di questa guerriglia. Il comunicato si conclude con parole che suonano ad augurio: “Il governo Santos ha la possibilità di proseguire la sua politica di guerra e di pacificazione o di osare e intraprendere un vero cammino di pace voluto da tutti i colombiani”.

Giulio Levorato

 

 

 

Giulio Levorato

Bogotá, 8.01.2015

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