ANCORA AVANTI!

avanti apre

“L’Avanti! ha dato un contributo fondamentale alla storia di questo Paese. Ora lo stesso lavoro di digitalizzazione andrà fatto pure per MondOperaio che costituisce parte della storia della cultura dell’Italia”. Lo ha detto Ugo Intini in conclusione del convegno di presentazione della digitalizzazione dell’Avanti! dal primo numero, quello del 25 dicembre del 1896, anno della sua fondazione, fino al 1993. Intini, che del quotidiano socialista fu direttore, ha ricordato come la crisi della democrazia nasce anche dalla cancellazione della storia. E la digitalizzazione dell’Avanti! vuole contribuire proprio a questo. A evitare che una parte della storia del nostro Paese venga rimossa e che così possa essere consegnata a una nuova generazione”. La presentazione ufficiale, tenuta presso la Biblioteca del Senato, ha visto la collaborazione dell’Avanti! on line con l’istituto di studi storici Gaetano Salvemini e Critica sociale. Ricco l’elenco dei presenti e degli interventi. Dopo le introduzioni di Marco Brunazzi, dell’istituto di studi storici Gaetano Salvemini, di Stefano Carluccio, della Biblioteca storica di Critica Sociale e dell’Avanti! e di Mauro Del Bue, attuale direttore dell’Avantionline!, ha proseguito il prof. Zeffiro Ciuffoletti, ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Firenze. In sala anche il segretario del Psi Riccardo Nencini. Sono intervenuti inoltre Claudio Martelli, Rino Formica, Stefania Craxi. Presenti i presidenti di varie fondazioni e associazioni. Durante l’incontro si è svolta una breve presentazione della banca dati dell’Avanti!. Presenti Enrico Buemi, Gennaro Acquaviva, presidente dell’Associazione Socialismo, Luigi Covatta, direttore di Mondoperaio. In sala anche Bobo Craxi, Giorgio Benvenuto, Maria Vittoria Nenni, Sergio Zavoli, Ugo Sposetti e Lia Quartapelle.

Il direttore dell’Avanti Online Mauro Del Bue ha ricordato come di recente Renzi abbia scritto un libro dal titolo Avanti. “In risposta – ha detto con una battuta – ho deciso di scrivere un libro dal titolo l’Unità, raccontando le divisioni, le scissioni, le epurazion avvenute nella sinistra italiana dal 1892. Ma l’Avanti! non è un libro, è una storia lunga 120 anni. Voglio ricordare – ha aggiunto – tre prima pagine: il primo numero, con Bissolati direttore, nel Natale del 1896. Un giorno di festa, perché i lavoratori concepissero le feste non solo come riposo ma anche come occasione da dedicare alla cultura e allo studio. L’educazione come giorno fondamentale della crescia del partito”. Il secondo numero ricordato da Del Bue è quello del commento al 2 giugno 1946 con il titolo “Grazie Nenni”. “Il Psi – ha sottolineato Del Bue – è stato l’unico partito della sinistra a fare della discriminante Repubblicana un obiettivo fondamentale”. “In questi anni di celebrazione della Costituzione si dimentica il contributo dei socialisti nella redazione della carta costituzionale che celebra come incontro tra De Gasperi e Togliatti”. Come ultimo numero Mauro Del Bue ha ricordato quello in cui appariva l’articolo di Bettino Craxi sulla necessità della grande riforma. Era l’estate del 1979. “Craxi partiva dalla forma dello Stato e non dalla legge elettorale. Se oggi non comprendiamo che il destino del Paese è legato alla riforma dello Stato non si può capire la natura della crisi attuale. Queste tre prime pagine rappresentano la testimonianza della capacità di anticipazione che il nostro quotidiano ha proposto e diffuso”.

Il prof. Ciuffoletti, nel suo lungo e articolato intervento, ha ricordato come “l’Avanti! eredita la cultura democratica del Risorgimento”. E ha sottolineato il grande lavoro svolto da Gaetano Arfè che con la sua “Storia dell’Avanti!” del 1956 ha ridato slancio e forza all’azione socialista, dopo gli anni bui del frontismo. La politica – ha concluso facendo riferimento alle vicende di oggi – deve avere spessore morale. La democrazia non è un dono che viene dal cielo e noi siamo un paese in cui la democrazia è una conquista recente”.

Claudio Martelli ha affermato che “L’Avanti! digitale ci restituisce intatta, integra, plurale, conflittuale come fu l’opera di civilizzazione compiuta dai socialisti, un’opera immensa dedicata alla vita e alla coscienza di ogni donna e di ogni uomo. Ciascuno saprà approfittarne liberamente secondo i propri bisogni e i propri interessi”. “Nella drammatica crisi che si è aperta – ha concluso Martelli con riferimento al dibattito sul nuovo governo – bisogna unire innanzitutto i socialisti poi i riformisti, moderati e cattolici, per andare oltre e guardare all’Europa fermando l’ascesa dei sovranismi europei. Non c’è speranza senza lotta. Bisogna – ha concluso – difendere il nostro popolo da ciarlatani e avventurieri”.

Dopo l’ex ministro della giustizia è intervenuto Rino Formica che ha ricordato il ruolo dell’Avanti! nelle tre crisi di sistema che il nostro Paese ha attraversato. La prima nel primo dopoguerra quando il giornale socialista fu sempre per la lotta democratica. Poi nel secondo dopoguerra con il sostegno forte alla Costituente e alla Repubblica. Infine la crisi di sistema che si ripeté nel ‘89. “Il metro di Craxi – ha detto Formica – era quello di unire sullo stesso binario le crisi politiche e quelle di sistema. Oggi invece si ripetono gli errori del passato e si affrontano le crisi come fossero solo vicende politiche”. Per Formica una grande battaglia politica va fatta nella riforma della Costituzione non più adeguata ai tempi. Gli stati nazione per Formica devono “cedere sovranità” e quindi serve un “nuovo ordine costituente” per inserire chiaramente la “nostra collocazione internazionale e la natura e i compiti della democrazia rappresentativa. Occorre unire contro il governo dei populisti e dei sovranisti un’ampio fronte repubblicano. Infine un accenno al lavori per il governo: “Mattarella non doveva concedere le ulteriori 24 ore. La questione doveva essere posta rinviando in Parlamento il suo governo neutrale. I due dovevano attendere le decisioni del presidente e non far dipendere le sue scelte dalle piattaforme digitali o da qualche cantina del Veneto”.

Nencini, a margine di lavori, ha parlato della necessità di far diventare l’Avanti! il luogo dove si riuniscono tutti coloro che fanno parte della stessa cultura pur appartenendo a storie partitiche diverse. Poi – ha aggiunto – è vero che l’Avanti era un quotidiano di partito, però ha utilizzato il meccanismo dell’innovazione in maniera decisa. I grandi pittori futuristi si formano sulle copertine dell’Avanti!. Ho trovato pezzi di D’Annunzio che fu candidato nel collegio di Montevarchi. Quindi c’era una attenzione a un mondo di confine a cui veniva dato diritto di cittadinanza”. “Una volta – ha detto ancora – i dibattiti si facevano sui giornali. Ora non si fanno più né sui giornali né in televisione. C’è una frase bellissima e decisamente attuale di Gustave Le Bon, il teorico della psicologia delle masse, che dà questo suggerimento: ‘In campagna elettorale sparatele pure grosse, tanto la folla dimentica’”. Frase che si  presta assai ai nostri giorni.

Daniele Unfer

Avanti!, la presentazione della collezione digitale

Avanti! Progetto On-line della Raccolta Integrale.1896-1993

Avanti! Progetto On-line della Raccolta Integrale.1896-1993

Si terrà il 10 maggio alle ore 15, presso la Biblioteca del Senato – Sala degli Atti Parlamentari, in Piazza della Minerva 38, a Roma – l’evento di lancio della collezione digitale del quotidiano Avanti!, storico organo del Partito Socialista Italiano fondato nel 1896. Il progetto ha visto la collaborazione di: Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini”, L’Avanti! on line, L’istituto di studi storici Gaetano Salvemini, Critica sociale.

Oltre all’intervento del Segretario del Psi, Riccardo Nencini, ricca l’agenda degli interventi di esponenti del mondo accademico, della politica e del giornalismo che parteciperanno alla presentazione del progetto online della raccolta integrale dei numeri del quotidiano socialista dal 1896 fino al 1993.

Dopo le introduzioni di Marco Brunazzi, dell’istituto di studi storici Gaetano Salvemini, di Stefano Carluccio, della Biblioteca storica di Critica Sociale e dell’Avanti! e di Mauro Del Bue, attuale direttore dell’Avantionline!, si proseguirà con una relazione del prof. Zeffiro Ciuffoletti, ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Firenze. Seguiranno gli interventi, tra gli altri, di Gennaro Acquaviva, presidente dell’Associazione Socialismo, Luigi Covatta, direttore di Mondoperaio, Ugo Intini, ex direttore dell’Avanti!, Claudio Martelli e Rino Formica e dei presidenti di varie fondazioni e associazioni.
Durante l’incontro si svolgerà una breve presentazione della banca dati dell’Avanti! a cura del personale della Biblioteca.

Per consultare il programma cliccare qui

Roma, 9 maggio convegno su Aldo Moro;
Roma, 10 maggio, presentazione della collezione digitale dell’Avanti!

Roma, mercoledì 9 maggio ore 10, Aldo Moro, un assassinio di sistema 

aldo moro

Roma giovedì 10 maggio ore 15 Piazza della Minerva, 38 presso la Sala degli Atti parlamentari. Avanti! Progetto On-line della Raccolta Integrale.1896-1993
Presentazione della collezione digitale.

Roma – Biblioteca del Senato – 
Giovedì 10 maggio ore 15

Introducono

Marco Brunazzi – Vice presidente Istituto di studi storici Gaetano Salvemini

Stefano Carluccio – Direttore Biblioteca storica Critica Sociale

Relazione “Avanti!… Eppur bisogna andare”

Prof. Zeffiro Ciuffoletti – Ordinario di Storia contemporanea (Università di Firenze)

Comunicazioni

Rino Formica, Claudio Martelli, Ugo Intini, Mauro Del Bue

Presiede Carlo Tognoli

Intervengono

Gennaro Acquaviva (Fondazione Socialismo), Giorgio Benvenuto (Fondazione Nenni), Franco Bartolomei, Felice Besostri, Piero Borghini, Enrico Buemi, Marina Campagna Magno (Fondo Matteotti-Magno), Roberto Campo (Istituto Viglianesi), Alessandro Colucci, Francesco Colucci, Luigi Covatta (Direttore MondOperaio), Vittorio Craxi, Ettore Fermi, Ugo Finetti (Direttore Critica Sociale), Walter Galbusera (Fondazione Kuliscioff), Giuseppe La Ganga, Riccardo Nencini, Giuseppe Sarno, Sergio Scalpelli (Centro Internazionale di Brera), Paolo Pillitteri, Caterina Simiand (Istituto Salvemini), Valdo Spini (Presidente AICI).

Gli studenti dei Licei “Tommaso Campanella” di Cosenza saranno presenti e accompagnati dalla Preside, prof.ssa Maria Grazia Cianciulli.

DURANTE L’INCONTRO SI SVOLGERÀ UNA BREVE PRESENTAZIONE DELLA BANCA DATI DELL’AVANTI! A CURA DEL PERSONALE DELLA BIBLIOTECA

Il progetto di digitalizzazione è stato curato dall’Istituto Salvemini ed è stato reso possibile dal contributo di Regione Piemonte – Direzione Regionale Cultura
e Compagnia di San Paolo

avanti! e pur bisogna andar

Giacomo Mancini,
il meridionalista

Il Parlamento italiano ha dato alle stampe un libro che raccoglie i discorsi di Giacomo Mancini, deputato, ministro, sindaco di Cosenza e segretario nazionale del Psi negli anni ’70. Ma anzitutto è stato un grande meridionalista. Deputato dal 1948, Giacomo Mancini è stato l’artefice dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria e dell’istituzione dell’Università di Calabria. Ma anzitutto, nel 1963, come ministro della Sanità rese obbligatoria la vaccinazione antipolio. Abbiamo colto l’occasione del riconoscimento postumo a Giacomo Mancini per parlare della cosiddetta questione meridionale. Sono lontani i tempi di Giustino Fortunato e di Gaetano Salvemini e di altri illustri meridionalisti. Il Sud è sempre più abbandonato a sé stesso. La marginalità del Sud, nel peso della nazione, è testimoniato non solo dall’uscita di scena di studiosi dei problemi del Mezzogiorno. Negli anni della prima Repubblica, l’Italia era diventata la quarta potenza mondiale in termini di Pil: la scena politica vedeva i parlamentari del Sud protagonisti della realtà italiana. Primi fra tutti Aldo Moro e Ugo La Malfa. E poi una lunga lista, da Emilio Colombo e Ciriaco De Mita, entrambi presidenti del Consiglio; da Francesco De Martino, Rino Formica, Claudio Signorile, ministri di primo piano. E poi Mannino e Lima in Sicilia, ed altri politici di alto livello sui quali non ci dilunghiamo. In questo momento, nel governo Renzi c’è solo Alfano, che non si può definire un meridionalista. Il ministro Alfano è da 15 anni al governo; avrebbe potuto portare almeno l’alta velocità in Calabria e Sicilia. Non è stato così; per andare in treno da Roma a Palermo si impiegano più di dieci ore. Dopo l’era dei milanesi caratterizzata dalla ventennale presenza di Silvio Berlusconi e Romano Prodi al governo, con Renzi siamo entrati nel ciclo dei fiorentini. Il Sud non esiste più in politica, così come non c’è una prospettiva in favore di quest’area importante della nazione. Non ci si rende conto che senza un piano di sviluppo per il Sud, anche il Nord è condannato alla non crescita, che contraddistingue l’andamento asfittico della nostra economia. La Germania è ritornata grande, finanziando la rinascita dell’ex Ddr (Repubblica democratica tedesca) rimasta fortemente arretrata, dopo 40anni di comunismo.

Roberto Fronzuti

Il 1992 socialista diario di Mauro Del Bue

Inizia Tangentopoli, le elezioni, nuove stragi di mafia, Scalfaro presidente
Terza puntata

Mario Chiesa e Bettino Craxi

Mario Chiesa e Bettino Craxi

L’arresto di un ‘mariuolo’

E’ ormai tempo di pensare alle elezioni di primavera. Ma in che contesto, con la Lega che a Brescia a novembre sbaraglia il campo e diventa il primo partito, mentre il Psi perde alcuni punti scivolando al 10%? Emerge una forte preoccupazione. Sempre a novembre, come responsabile nazionale dell’ambiente del Psi, organizzo un importante convegno nazionale sulla questione dei rifiuti (1) a Carpi, con la presenza del ministro Giorgio Ruffolo e del commissario europeo Carlo Ripa di Meana. C’è anche Chicco Testa, responsabile ambiente del Pds e anche il presidente della regione Enrico Boselli, oltre ai migliori tecnici del settore, tra i quali Corrado Clini, Walter Ganapini, Giovanni Ferro.
Ruberti approva la concessione di due corsi di laurea (Tecnologie dell’alimentazione da Parma e Ingegneria gestionale da Bologna) e a dicembre promuoviamo il convegno sull’università a Reggio Emilia (2). Nella mia relazione metto in evidenza il ruolo dei socialisti, nell’aver ottenuto quel forte riconoscimento. Se finalmente si poteva parlare di Università a Reggio era per quel trasferimento adottato dal piano del ministro Ruberti. E il presidente del Consorzio per l’Università (Cospure) Giuseppe Gherpelli me lo riconobbe con una lettera molto affettuosa. C’è anche il ministro, al convegno che si svolge alla sala della Camera di commercio, col rettore di Parma Nicola Occhiocupo e il presidente della Provincia Ascanio Bertani in prima fila. Tra gli ospiti illustri anche l’on. Beniamino Andreatta, accompagnato dall’on. Pierluigi Castagnetti.
Muore Walter Chiari a 67 anni, Michael Gorbaciov si dimette e trasferisce il potere a Eltsin e i primi di gennaio parto per gli Usa assieme a Chicco Testa e alle nostre rispettive metà, invitati a visionare alcuni impianti di rifiuti all’avanguardia. Le elezioni vengono anticipate di qualche mese e si voterà ai primi giorni di aprile. Cambia il mondo e cambia anche l’Europa. A febbraio è firmato il trattato di Maastricht, dopo che le reti Mediaset avevano iniziato a trasmettere i telegiornali. Il Parlamento approva. E adesso in tanti si mangiano le mani. Abbiamo sei nuove province: Biella, Crotone, Lodi, Lecco, Prato e Rimini. Se ne sentiva davvero l’esigenza… Muore il premier israeliano Begin e a Milano, il 17 febbraio, viene arrestato Mario Chiesa. Sembra uno dei tanti arresti di un politico locale per corruzione. E invece… E invece non si capisce subito che il vento è cambiato. Non si intuisce che la Lega è il primo effetto del cambiamento dell’atteggiamento popolare rispetto alla politica dopo la caduta del muro e la fine del comunismo e della contrapposizione ideologica tra Ovest ed Est. Oltretutto anche l’Urss non c’è più. L’arresto di Chiesa è quello di un presidente socialista di una casa di riposo (il Pio Albergo Trivulzio) milanese che aveva chiesto e ottenuto una tangente ed era stato preso con le mani nel sacco. A Milano (si parlava di rito ambrosiano) tutti sapevano che le tangenti giravano copiose e in tutte le direzioni, che gli imprenditori spesso erano chiamati a versare parte del contante appena si apriva la pratica e il resto alla fine. I partiti avevano accordi tra loro per la spartizione del bottino. D’altronde questo rito lo avevo ben presente a Pavia dove mi era stato descritto nei minimi particolari. Ed ero rimasto impressionato da questa normativa da tutti (ripeto da tutti) sottoscritta per la spartizione, con vere e proprie percentuali differenziate tra partiti di maggioranza e di minoranza. Un vero e proprio prontuario del quale credo fossero bene a conoscenza anche i magistrati, oltre che la stampa. E del quale nessuno parlava. Che i partiti si finanziassero anche in modo irregolare lo sapeva Nenni quando esplose il caso Mancini. Lo scrisse nei suoi diari affermando testualmente, a proposito del caso Mancini che esplose nel 1971: “Estrema (è) la difficoltà del caso (che) rientra nell’annoso problema del finanziamento dei partiti. C’è in questo una responsabilità collettiva che riguarda l’entità di ciò che si spende, il triplo, per quanto riguarda il nostro partito “ (3). Nenni da inquisire secondo le regole del 1992…
Anche durante la segreteria Craxi lo sapevano tutti, a tal punto che quando il Psi apri una sede per l’amministrazione del partito in via Tomacelli tutti sapevano benissimo chi la frequentasse e di cosa trattasse chi vi entrava e cosa portasse, spesso in borse tutt’altro che segretate. Compresi i molti cooperatori reggiani che conoscevano benissimo Vincenzo Balzamo, che spesso mi invitava a salutarli facendo nomi e cognomi. Il presidente della Coopsette era, ad esempio, uno dei frequentatori più assidui. L’ipocrita silenzio può generare un’altrettanto ipocrita condanna. In nome di una morale che non si è mai praticata. Come esisteva nella liturgia comunista la doppia verità, così nel sistema politico italiano tutto esisteva la doppia morale.
Quando Mario Chiesa venne arrestato sembrava un arresto qualsiasi e Antonio Di Pietro non lo conosceva nessuno. Anzi lo conoscevano bene i socialisti di Milano come un amico del sindaco Paolo Pillitteri anche se di prevalente orientamento democristiano.
Intanto anche a Reggio Emilia, come da altre parti d’Italia, ma in misura assai più significativa, un gruppo di ex comunisti si staccava dal partito e formava un raggruppamento, il Mur (Movimento per l’unità riformista), che si collocava a fianco del Psi. A Reggio aderirono l’ex capogruppo del Pci-Pds in Consiglio provinciale Franco Cefalota, il consigliere provinciale Anna Catellani e Giuseppe Corradini, già segretario della Lega ambiente di Reggio. Fino all’ultimo era pronto anche il passaggio di Enrico Manicardi, già vice presidente della Provincia, che all’ultimo momento si tirò indietro. Con il segretario del Psi reggiano Germano Artioli ci recammo a Milano a incontrare Craxi assieme a Cefalota, la Catellani e Corradini. Fu un incontro molto cordiale, Craxi apprezzò e si mise a parlare come faceva spesso in modo dialogante, amabile, incuriosito, altalenando ragionamenti politici e battute spiritose. La segretaria di Craxi, la Enza, gli fece squillare il telefono per avvisarlo che era arrivata una persona. E Craxi disse secco: “Fallo attendere”. Dopo qualche decina di minuti uscimmo e intravvedemmo nel salotto la persona che stava sostando in attesa d’essere ricevuto. Era Silvio Berlusconi. Credo che Cefalota, la Catellani e Corradini abbiano avuto netta la sensazione di essere diventate persone molto importanti. Tutto calcolato…

Le elezioni del 1992 e quell’erosione del Psi al Nord

La nostra lista (oltre alla mia ricandidatura come capolista del collegio ed era la prima volta, visto che Giulio Ferrarini, capolista nel 1987, vi compariva come numero due e Paolo Cristoni era stato inserito in ordine alfabetico) vedeva la presenza di Francesco Benaglia, medico di Guastalla, della giovane imprenditrice di Bibbiano Luana Brini, del sindaco di Castelnovo Monti Ferruccio Silvetti, e anche di Beppe Corradini del Movimento per l’unità riformista. Al Senato candidammo a Reggio-Guastalla William Reverberi (si era fatto avanti anche Carlo Baldi, ma la sinistra socialista aveva preteso il collegio per sé) mentre il collegio Sassuolo-montagna andò a un socialista modenese. Per me la sfida era di mantenere la prima posizione anche all’arrivo. Non vedevo soverchi problemi di riconferma, ma partire ed arrivare primo, considerato che non era mai avvenuto che un socialista di Reggio superasse un socialista di Parma, questo mi sembrava davvero impresa improba e tuttavia affascinante.
Durante la campagna elettorale, a marzo, viene ucciso in Sicilia Salvo Lima, mentre Gabriele Salvatores vince l’Oscar con “Mediterraneo” e a Campagnola si svolgono i funerali delle vittime del Cavòn, una drammatica vicenda del dopoguerra ritornata d’attualità dopo il Chi sa parli di Otello Montanari, e si tiene una messa. Bettino Craxi punta tutto sul suo programma di rilancio dell’Italia e in particolare sulla nuove infrastrutture che avrebbero dovuto essere realizzate. Gioca se stesso come argomento elettorale come se fosse ancora il 1987. Allora il Psi ottenne un successo dopo quattro anni di governo. Nel 1992, e dopo cinque anni di presidenze democristiane, e dopo quel che era successo nel mondo e anche in Italia, Craxi ritenne di ottenere un altro successo proponendo di girare le lancette dell’orologio indietro di nove anni. Mi pareva assai complicato e quando vidi affissi sui muri di Milano quei manifesti assai datati che paragonavano gli ultimi cinque anni ai precedenti quattro mi venne spontaneo qualche dubbio di troppo. Il tempo non s’era fermato. Anzi aveva scandito una delle più sconvolgenti novità del secolo. E il Psi apparve in quella campagna elettorale, per la prima volta, un partito fermo, che non fiutava l’aria nuova o non sapeva (o non poteva) intercettarla.
Così quando Claudio Martelli venne a Reggio per un affollatissimo comizio elettorale al teatro Ariosto mi venne spontaneo pronunciare quella frase che poi mi venne rimproverata: “Se nel Psi non ci fosse Claudio Martelli bisognerebbe inventarlo” (4). Martelli sapeva attingere dalla nuova situazione nuovi stimoli per il popolo socialista, mentre Craxi, che poi mi recai ad ascoltare a Parma (gli era morto il papà da poco tempo), mi pareva troppo rivolto al passato. Insomma non eravamo noi il partito della grande riforma delle istituzioni, non eravamo noi il partito dei ceti emergenti del nord Italia, non eravamo noi il partito del presidenzialismo, ma anche del federalismo? E adesso dovevamo trasformarci in una sorta di partito della conservazione dell’esistente? Possibile non comprendere che la storia s’era improvvisamente sbloccata, che il mondo e non solo l’Italia non erano più come prima e che non bastava una promessa di ritornare alla presidenza del Consiglio perché essa venisse mantenuta intatta dopo cinque anni di cambiamenti sconvolgenti?
Fu una campagna elettorale con una notevole partecipazione ai nostri incontri e comizi (pochissimi) e cene (moltissime). Consideriamo il fatto che la campagna elettorale si svolse a marzo in un clima tutt’altro che mite e dunque furono organizzate quasi tutte al chiuso le iniziativa promosse in giro per il collegio. Mi erano rimaste le vecchie alleanze del 1987, con la maggioranza dei socialisti di Piacenza, con la minoranza di Parma e di Modena, mentre a Reggio avevo tenuto unito il partito che speravo, come avvenne, mi votasse compatto. Quando conclusi, accompagnato da Nicola Fangareggi, la kermesse elettorale con un duplice discorso a Rolo e a Luzzara, i socialisti della bassa mi chiesero un pronostico ed io (pensavo d’essere prudente) dissi che avremmo impattato il risultato del 1987. Non fu così e, anche se di poco (lo 0,7%), si registrò una lieve erosione, che fu il risultato di un’incursione, questa neppure tanto lieve, della Lega nel Nord Italia. La Lega diventava un partito di massa in tutto il Nord e in particolare in Lombardia, Piemonte e Veneto. Complessivamente incassava un 8,2%. Considerando che si era presentata solo nel Nord in queste zone era ormai diventata una forza superiore al 20% dei voti. Il Psi teneva bene al Centro ed avanzava al Sud, ma al Nord la perdita si aggirava sul 3-4%. In Lombardia il Psi perse il 5% e quattro deputati. In Emilia il Psi arretrò del 2% con punte massime a Piacenza e a Parma dove la Lega si affermò in modo più vistoso. Anche a Reggio Emilia il Psi subì un regresso passando dall’11,8% del 1987 al 10,05% del 1992. E la Lega, una forza senza iscritti e senza sedi, con due consiglieri comunali nel comune capoluogo che non riuscivano nemmeno a parlare (uno dei quali era d’origine francese) e un altro sconosciuto in Provincia, ci superava di quaranta voti col 10,06%. C’era di che essere soddisfatti, però, se si guardava in casa d’altri. La Dc a livello nazionale scendeva infatti al 29,6% (aveva il 34,4%), il Pds raggranellava solo il 16% (il Pci aveva il 26,6% e Rifondazione si portava a casa il 5,6%), mentre gli unici partiti che avanzavano lievemente erano il Pri col 4,4% e il Pli col 2,9% (rispettivamente dello 0,7% e dello 0,8%). In regresso di mezzo punto il Msi col 5,4%, fermi i Verdi e il Psdi (2,8 e 2.7%), entrava in Parlamento per la prima volta “La Rete” di Orlando, mentre la Lista Pannella, con l’1,2%, eleggeva sette deputati.
A Reggio la Lega volava dunque oltre il 10%, mentre il Pds raschiava il barile del vecchio Pci raggranellando il 37,7% (il Pci aveva il 49,7%), Rifondazione conseguì un ottimo 7,7% (alla somma dei due partiti mancava più del 4% per raggiungere il dato del Pci del 1987), la Dc conseguiva il 21% (contro il 26,1%), il Psdi solo l’1,4%, il Pri il 3,2% (con un aumento di più di un punto sul 1987), poco o quasi nulla gli altri partiti, compreso un Msi sceso sotto il 2%.
La mia soddisfazione fu ricavata dall’andamento del conteggio delle preferenze. Un mare. Solo nella provincia di Reggio quasi diecimila (e si votava con la preferenza unica e scrivendo per la prima volta il cognome). Bene anche a Piacenza e a Modena, a Parma un po’ meno del 1987. Complessivamente ottenni 15.500 preferenze, duemila in più del 1987 quando le preferenze erano quattro. E sopravanzai Ferrarini, arrivando primo degli eletti. Il nostro calo nel collegio ci vide privati del terzo deputato e Paolo Cristoni non rientrò così a Montecitorio.
Oltre a me vennero eletti alla Camera Elena Montecchi e Nilde Iotti, (Pds), Pierluigi Castgnetti (Dc), Franco Dosi (Lega), parmigiano, ma nato a Poviglio. Al Senato Franco Bonferroni (Dc), Fausto Giovanelli (Pds), sostituito alla segreteria da Lino Zanichelli che cedette la vice presidenza della Provincia a Maino Marchi. Anche Renzo Lusetti venne rieletto nel collegio demitiano di Salerno. L’elezione di Giovanelli aveva destato qualche commento sapido, perchè dicono vi abbia contribuito uno scontro (non solo verbale) che il segretario del Pds ebbe con Lorenzo Capitani dopo una riunione. Qualcuno lo definì: un calcio al… Senato.

Per Occhetto è “desolante” l’apertura di Craxi

Dalle elezioni s’era affacciata una speranza. Il Psi, il Pds e il Psdi insieme, i partiti potenzialmente socialisti, avevano conseguito circa il 32% e sarebbero stati il primo partito d’Italia, più forte della stessa Dc, scivolata sotto il 30%. Perché non giocare questa carta all’inizio di questa legislatura? Credevo che questa fosse la via giusta, storicamente, politicamente. Che fosse l’unico modo per dare un valore alle elezioni e per renderle produttive. Che non si dovesse più indugiare.
Nella Direzione del Psi, che si svolge il 15 aprile, Martelli convince Craxi a lanciare qualche segnale al Pds. E Craxi parla di un programma comune e di una comune politica. Si tratta di segnali espliciti, formulati forse anche un po’ controvoglia. Ma la risposta immediata di Occhetto, che definisce la relazione di Craxi “desolante” (5), irrigidisce tutti. Quel “desolante” era come un getto d’acqua fredda, gelida, sulle nostre speranze di ricongiunzione. E ricordo che Formica, e devo dire anch’io, che ci eravamo esposti con Martelli, Raffaelli e altri, in una politica di apertura al Pds, reagimmo chiedendo la sospensione dei contatti. Craxi freddamente aggiunse che il documento avrebbe dovuto avanzare l’idea di un incontro ai partiti della tradizionale maggioranza per costituire il nuovo governo. Sogghignò come per dire. “Vi avevo avvertito”. E così andò.
Subito dopo aver commentato il dato elettorale si verificano due avvenimenti, almeno uno dei quali imprevisto. Cossiga si dimette anticipatamente, un mese prima, senza fornire motivazioni convincenti (e Craxi, che aveva puntato tutto su di lui per ricevere l’incarico di formare il governo, resta spiazzato) e a fine maggio, dopo la guerra tra Croazia e Serbia, e dopo che la Slovenia aveva conquistato senza versare sangue la sua indipendenza, è strage in Bosnia. A Reggio scrivo un appello affinché i pacifisti non si sentano frastornati perché nel campo di guerra manca l’America. E chiedo che si mobilitino contro le carneficine (6).
Tangentopoli riprende intanto con forza dopo la pausa elettorale e sembra, il suo, un percorso pianificato nei modi e anche nei tempi. Pietro Longo, già segretario del Psdi e ministro, è arrestato per una condanna definitiva di due anni e sei mesi per tangente e i primi di giugno partono avvisi di garanzia agli ex sindaci socialisti di Milano Carlo Tognoli e Paolo Pillitteri, poi vengono arrestati per corruzione Mario Lodigiani, il segretario della Dc lombarda Gianstefano Frigerio e l’ex senatore Dc Augusto Rezzonico. Poi è la volta del segretario amministrativo della Dc Franco Citaristi. I magistrati di Milano si costituiscono in pool e nasce “Mani pulite” col mito del piemme Di Pietro, l’implacabile capitano coraggioso che con la sciabola purificatrice degli arresti a catena (utilizzando impropriamente l’arma del carcere preventivo ai fini di confessione dei reati) combatte la santa battaglia contro la corruzione. Ricordo di avere pranzato a Roma un paio di volte in quei giorni con Carlo Tognoli e di averlo trovato più che preoccupato, alquanto seccato e deluso. Era da tutti sempre stato considerato un bravo sindaco, una brava persona, e si sentiva in dovere di reagire, ma non sapeva come. “Non sono una verginella, “mi confessò, “ma non sono certo un corrotto” (7). Era come se d’improvviso fosse crollato il muro d’Italia, quello che aveva consentito ai partiti e agli uomini politici di coprirsi con una sorta di immunità, peraltro da tutti accettata e salvaguardata. Adesso, con la svolta giudiziaria che veniva a dispiegarsi subito dopo il voto, un’altra onda emergeva fortissima, non l’onda socialista che s’era già infranta nel mare del Nord, ma un’onda altissima, quasi uno tsunami che iniziava a travolgere tutto e tutti, in un crescendo di insoddisfazione, eccitazione, irritazione popolare, amplificato, ma anche assecondato e perfino alimentato, da poteri forti del mondo dell’informazione. In prima fila in questa battaglia contro il sistema politico si schierano “L’Indipendente” di Vittorio Feltri, che sposa le tesi leghiste e naturalmente la stessa Lega con Bossi, Miglio e le decine di nuovi parlamentari che s’arruolano nel nuovo partito antisistema. Anzi la Lega ne rivendica, e giustamente, la primogenitura. Poi ci sono i telegiornali Mediaset di Berlusconi, con Brosio perennemente installato di fianco alla Procura di Milano ad attendere Di Pietro come un eroe televisivo, un divo del cinema o dello sport, mentre anche il Msi si mobilita e decine di militanti di estrema destra circondano la sede della Direzione del Psi di via del Corso. Sull’altro lato parte a testa bassa il partito di Leoluca Orlando “La Rete”, con Nando Dalla Chiesa che parla addirittura di nuova resistenza. “La Repubblica” scalfariana asseconda questa linea, la interpreta, la condisce e impreziosisce con un’idea di radicalismo chic anticraxiano e Occhetto e D’Alema trovano nella crisi del sistema la dimostrazione che il nuovo inizio non era solo per loro.

La strage di Capaci e l’elezione di Scalfaro

Intanto Bossi, per sfidare il potere corrotto di Roma, proclama a Pontida la Repubblica del Nord e le Camere sono convocate permanentemente per eleggere il nuovo presidente della Repubblica. Restiamo a Roma per giorni e si parte con candidati bandiera, poi si pensa a Forlani, la Dc lo espone (è il suo candidato ufficiale) e Craxi lo sostiene, ma il “coniglio mannaro” non ce la fa per pochi voti (qualche franco tiratore democristiano e socialista). Io stesso intravvedo il sottosegretario alla presidenza di Andreotti, il fidatissimo Nino Cristofori, che non vota Forlani perché, dopo aver fatto verificare a tutti la scheda col suo nome, al momento della chiama la mette in tasca estraendo dal pacco dei giornali un’altra scheda che deposita nell’urna. Ma dov’è il Caf se Forlani e Andreotti si bloccano a vicenda sulla presidenza della Repubblica? Ma dov’era il Caf se i tre, compreso Craxi, sapevano che dovevano dividersi solo due poltrone?
Un catafalco, un nero catafalco scalfariano viene deposto sull’urna per fare in modo che i parlamentari possano votare senza essere riconosciuti, ma l’affronto andreottiano a Forlani era già avvenuto. D’ora in avanti anche chi non vuole votare o vuole cambiare la scheda lo può fare senza essere riconosciuto. Dai vari cilindri escono nuovi conigli. Si pensa a Vassalli, a Valiani, al vecchio De Martino, ma per finta. In silenzio s’avanza sornione Andreotti. Il giornalista del “Corriere” Paolo Franchi, che incontro in Transatlantico, mi rivela che i conti di Andreotti lo vedono vincente anche col voto di parte dei neo comunisti e dei leghisti. Ne dubito. Poi sabato 23 maggio ritorniamo a casa per un giorno di sosta e la sera la tv annuncia la strage di Capaci. Il dramma s’abbatte sull’elezione del presidente, già così contrastata e problematica. Sono uccisi Giovanni Falcone, la moglie e tre agenti di scorta. Una strage per punire Andreotti, dopo l’omicidio di Lima, per sbarrargli la strada nella corsa presidenziale? Paura, sgomento, senso di responsabilità in azione. Giovanni Falcone era stato chiamato a Roma al ministero della Giustizia da Claudio Martelli e i due erano diventati collaboratori e amici. Falcone s’era preso bordate di critiche e attacchi pubblici da parte di alcuni esponenti di Magistratura democratica e Leoluca Orlando aveva definito un auto-attentato quello verificatosi all’Addauria nella casa affittata dal magistrato per le vacanze. Adesso tutti celebrano Falcone come il paladino della lotta alla mafia. La morte spesso santifica e purifica non solo i morti, ma anche i vivi. Ritorniamo a Roma la domenica mattina e sappiamo che dobbiamo far presto e che non si può più tergiversare. Sembrano solo due in candidati papabili: i presidenti della Camera (Oscar Luigi Scalfaro) e del Senato (Giovanni Spadolini). Craxi fa finta di lasciarci liberi. Al gruppo socialista della Camera, quando viene avanzata il nome Scalfaro, tutti pensano che solo lui sia il vero candidato (il primo a sostenerlo era stato Pannella). Solo Rino Formica si oppone perché, dice, “Scalfaro ci porterà alla fase precedente la breccia di Porta pia” (8). Scalfaro è democristiano e lascia aperta la porta alla presidenza socialista del governo, Spadolini invece avrebbe probabilmente chiuso ogni possibilità. E Scalfaro era anche stato ministro degli Interni del governo Craxi e ci si poteva fidare, dicevano. Al lunedì Scalfaro è presidente della Repubblica, coi voti della stragrande maggioranza dei grandi elettori. Dicevano che avesse preso l’impegno di affidare immediatamente l’incarico di formare il governo a Craxi. Non sarà così. E il clamoroso dietrofront sarà determinato dalle notizie provenienti dalla Procura milanese, su quel che si era ormai definita la caccia al cinghialone (la definizione era di Vittorio Feltri).
Scalfaro promise e non mantenne e chiamò Craxi per spiegarne i motivi e Craxi ebbe netta la sensazione di essere finito tra le maglie della giustizia milanese. Aveva definito “mariuolo” Mario Chiesa, ma costui aveva parlato e confessato e indicato nomi e cognomi ai magistrati. Ricordo che Craxi annunciò che c’era un anno di tempo. Per fare cosa? Per nominare un’altro socialista presidente del Consiglio, per sistemare le questioni relative all’inchiesta Mani pulite, per riordinare e rinnovare il Psi? In realtà l’anno che ci aspettava sarà crudele e orribile.

Note

1) Il problema dei rifiuti o il rifiuto del problema? Le proposte socialiste per lo sviluppo economico e la difesa dell’ambiente, Carpi, 9 novembre 1991.

2) Vedi L’Università a Reggio Emilia, relazione dell’on. Mauro Del Bue, Direzione nazionale del Psi, sala Convegni della Camera di comemr4cio, 14 dicembre 1991, Reggio Emilia 1992, anche in M. Del Bue, Scrivere politica, Reggio Emilia 1992, pp. 195-205.

3) P. Nenni “I conti con la storia”, diari, anno 1971, p. 354.
4) Ricordo dell’autore.

5) M. Pini, Craxi, una vita, un’era politica, Cles (Trento) 2006, p. 453.

6) Sangue in Bosnia e sonno a Reggio, in Gazzetta di Reggio, 31 maggio 1992.

7) Ricordo dell’autore.

8) Ibidem.

Mauro Del Bue

Introduzione
Prima puntata
Seconda puntata

Riforma costituzionale
il dibattito entra nel vivo

Il dibattito sulla riforma costituzionale inizia a scaldarsi ed i sostenitori del SI e quelli del NO si mobilitano e si contrappongono sempre più vivacemente in vista del referendum che dovrebbe tenersi il prossimo autunno. A maggior ragione perché gli ultimi sondaggi indicano un certo equilibrio tra i due fronti, anche se la percentuale degli indecisi è ancora prevalente. Quindi i giochi sono tuttora molto aperti, vieppiù considerando che questo tipo di referendum non necessita di un quorum, cioè di un numero minimo di votanti.

Enrico De Nicola firma la CostituzioneIn questo contesto, i sostenitori del NO si ritroveranno il prossimo 25 luglio alle 17 presso la Biblioteca della Camera dei Deputati . L’occasione è la presentazione del libro “NO allo sfregio della Costituzione” della  Licosia Edizioni.

Il volume raccoglie le riflessioni a sostegno del fronte del “NO” al referendum costituzionale di Nunziante Mastrolia, Arnaldo Miglino, Felice Besostri, Alfiero Grandi, Paolo Cirino Pomicino, Rino Formica, Danino Toninelli, Luigi Compagna, Giuseppe Gargani, Domenico Gallo, Domenico Argondizzo, Giampiero Buonomo, Ennio Di Nolfo e Franco Mari.

Si tratta di una raccolta di scritti che ha l’obiettivo di confutare le ragioni che il governo Renzi adduce a sostegno della corposissima riforma costituzionale. Nello specifico si mostra come la questione della riduzione dei costi della politica è pericolosissima se applicata a quegli istituti che caratterizzano una moderna democrazia. Se riduzione dei costi deve esserci – si chiedono gli autori – perché andare a menomare proprio gli istituti attraverso i quali si esprime la volontà popolare come il Parlamento, ed il Senato nello specifico. La riduzione dei costi è un tema molto delicato, che se portato alle estreme conseguenze potrebbe avere effetti distruttivi: una sola Camera costa molto meno di due, ed un Parlamento chiuso costa ancora di meno.

Ancora più inconsistente è il tema di una riforma costituzionale da attuarsi per poter avere un maggiore sviluppo economico. L’Italia ha conosciuto una fase di straordinario sviluppo economico con la costituzione del ’48 vigente. Il che significa che quel testo costituzionale e quegli istituti non sono di impedimento alla crescita economica.

Quanto poi all’altro cavallo di battaglia dei novelli padri costituenti, vale a dire quello dell’accelerazione dell’iter legislativo, basti dire che il buon Parlamento non è quello che fa tante leggi, ma quello che fa buone leggi che durano nel tempo. Ed ancora questo Paese soffre per una eccessiva proliferazione legislativa, tanto è vero che da anni è in vita un Ministero per la Semplificazione legislativa, ora guidato dall’on. Marianna Madia. Delle due l’una: o è necessario sfoltire la selva delle leggi o plasmare le istituzioni in modo che possano produrre sempre più leggi.

Tutto ciò, rende tali riforme un pericoloso guazzabuglio al quale è necessario opporsi. E ad opporsi scendono in campo anche importanti menti politiche della Prima Repubblica, come a rimproverare una nuova classe politica, eccessivamente boriosa e poco consapevole di quanto le liberal-democrazie siano un meccanismo complesso, delicato e fragile.

Barone Rosso


Copertina libro No allo sfregio della CostituzioneAutori Vari
No allo sfregio della Costituzione
Pp 246 – Euro 18,00
LICOSIA EDIZIONI

Craxi e il debito pubblico
I fatti contro le bugie

Il direttore dell’Avanti ha già risposto al livore rabbioso di Corrado Augias che ha attribuito a Craxi il debito pubblico italiano nelle sue attuali proporzioni.Quando Craxi diventa Presidente del Consiglio il debito è al 70% del Pil (agosto 1983). Quando lascia, quattro anni dopo, il debito è arrivato all’84%. L’inflazione dal 16% si è ridotta al 4%.

Rapporto debito pilCome si vede dal grafico, il debito comincia a salire dall’inizio degli anni settanta e questo accade soprattutto perché,nel nuovo contesto dell’inconvertibilità del dollaro proclamata da Nixon nel ferragosto del 1971, le monete cominciano a fluttuare e la lira comincia a svalutarsi mentre alla fine del 1973 esplode la crisi petrolifera,con effetti conseguenti di stagnazione e inflazione che si presentano insieme.
Nel 1976, quando comincia l’epoca dell’Unità nazionale con il sostegno dei comunisti al governo Andreotti, l’inflazione è al 16%, il debito al 56,8% del PIL,con una crescita di 17 punti rispetto a sei anni prima. Nel 1979 il debito raggiunge il 60%. Quando nel 1983 Craxi diventa Presidente del Consiglio il debito è al 70% e l’inflazione al 16%. In quel periodo si registra una fortissima impennata verso l’alto dei tassi di interesse. Cosa sta succedendo?

Sul piano internazionale è iniziata l’epoca di Paul Volcker con un famoso discorso del 6 ottobre 1979 dell’economista che Carter aveva collocato due mesi prima alla Presidenza della Federal Reserve: era necessario aumentare drasticamente i tassi di interesse, che raggiunsero in poco tempo il 20%. Reagan appoggiò quelle scelte, che puntavano ad un dollaro forte, alla riduzione dell’inflazione e quindi al rafforzamento dei creditori, anche scontando un elevato livello di disoccupazione.Per l’Italia questo significava pagare più interessi sul debito e la circostanza fu aggravata da una scelta interna.

Nel 1981 il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta liberò la Banca d’Italia dall’obbligo di sottoscrivere i titoli di Stato e i tassi di interesse sul debito schizzarono verso l’alto. L’obiettivo di Andreatta, fortemente contrastato da Rino Formica, era quello di abbattere i salari. Nel 1984 lItalia spendeva – al netto degli interessi sul debito – il 42,1% del Pil, che nel 1994 era aumentato appena al 42,9%. Nello stesso periodo la media Ue (esclusa lItalia) passò dal 45,5% al 46,6% e quella dell’eurozona passò dal 46,7% al 47,7%. Da dove derivava allora la maggiore crescita del debito italiano? Dalla spesa per interessi sul debito pubblico, che fu sempre molto più alta di quella degli altri Paesi. La spesa per interessi crebbe in Italia dall8% del Pil nel 1984 all11,4%, livello di gran lunga maggiore del resto dEuropa. Sempre nello stesso periodo la media Ue passò dal 4,1% al 4,4% e quella delleurozona dal 3,5% al 4,4%. Così,la misura di Andreatta, che doveva salvaguardare i vincoli di spesa e abbassare i salari, diventò una valanga che ingigantiva le rendite finanziarie.

E qui mi sia consentito un ricordo personale,anche per interrompere questa noiosa sequela di cifre.
Accadeva che i titoli di stato erano esenti da imposte, il che attirava il popolo dei BOT che comunque riceveva interessi inferiori all’inflazione e subiva un’imposta patrimoniale occulta. Le imprese invece, e particolarmente quelle finanziarie, potevano contrarre prestiti i cui interessi erano deducibili dall’imponibile per costituire… redditi esenti! In questo modo le Banche e le imprese annullavano gli utili e l
imposta sul reddito delle persone giuridiche era la Cenerentola del sistema tributario. L11 ottobre 1984 in Commissione finanze mettemmo in minoranza la DC, chiedendo la fine di questo assurdo meccanismo. Il segretario della DC andò a protestare dal Presidente del Consiglio, che lasciò filtrare una critica al nostro comportamento, poi ripresa il giorno successivo in un articolo sull’Avanti del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giuliano Amato. Sempre sull’Avanti del 16 ottobre uscì la replica, firmata da Formica, Ruffolo e da me, nella quale si scriveva:
“Il carico tributario grava in Italia sul lavoro dipendente, ma la struttura delle imposte non facilita né i profitti di impresa né il capitale di rischio. I vantaggi vanno tutti al capitale inerte. C’è di più: c’è il fatto che uno dei trucchi più usati è appunto quello di utilizzare i titoli del debito pubblico per precostituire erosioni dagli imponibili. Ci sono due mercati del debito pubblico: quello di chi può ridurre gli imponibili e quello del risparmiatore che non può. Anche per questo vi è un intervento urgente da compiere sul primo mercato che si giova del debito e lo alimenta, con un sistema peraltro regressivo perché chi ha più possibilità viene più premiato:esattamente il contrario dell’art.53 della Costituzione”. A Montecitorio incontrai Bruno Visentini che si complimentò per l’articolo e mi chiese di mantenere un segreto: aveva parlato con Craxi e pensava di poterlo convincere. Potevo mantenere il segreto con tutti tranne che con Bettino. E lo chiamai. “Quali altri guai mi combini?” Con questo esordio era difficile proseguire con le mie ragioni. E subito aggiunse: “Vieni qui, con il casino che hai fatto sulle barriere architettoniche adesso puoi arrivare senza fare un gradino”. Lo trovai,come sempre, con la scrivania stracolma, dalla quale spuntava l’Avanti di quel giorno. Ascoltò il mio sfogo e aggiunse: “Il Presidente del Consiglio deve tenere unita la maggioranza. Ma il segretario del Partito ti invita ad andare avanti”. E quindi? “Adesso il governo deve decidere e deciderà”. Un mese e mezzo dopo il decreto era fatto. Due anni dopo anche le rendite finanziarie erano tassate: con la discesa dell’inflazione non si pagava più un’imposta patrimoniale occulta,come quella in vigore con l’alta inflazione che dava rendimenti reali negativi. Non si colpiva l’albero, ma i frutti. Tutti gli studi concordano quindi sul fatto che l’esplosione del debito derivava dalla necessità improvvisa di ricorso al mercato determinata dal divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, dagli elevati tassi di interesse, che erano anche conseguenza delle politiche della Thatcher e di Reagan, ma anche dal mancato adeguamento delle entrate.

Salari realiLa riduzione dell’inflazione comportò la crescita dei salari reali: se osservate il grafico seguente vedrete che all’insediamento del governo Craxi i salari reali erano al di sotto dello zero e successivamente crebbero fino al1992,quando raggiunsero circa il 4% in più.La convinzione diffusa che con Craxi i salari crescevano e i ceti popolari stavano meglio ha una base scientifica.

Infine, l’Italia cresceva, come mostra il grafico seguente. Fossimo quinti o sesti nel mondo, si era inaugurato il periodo del made in Italy e una nuova considerazione veniva riservata ad un Paese che aveva sconfitto il terrorismo, l’inflazione e la crisi. Era cresciuto il debito, ma il deficit annuale era sotto controllo, tant’è che si registravano avanzi primari. Era un problema che si poteva affrontare perché la stragrande maggioranza del debito era detenuta dagli italiani e dunque era possibile redistribuire il reddito. Anche considerando che all’epoca dell’insediamento del governo Craxi la disoccupazione cresceva, ma alla fine di quell’esperienza si vide che anche la disoccupazione poteva essere vinta. Perché, nel frattempo il PIL cresceva, fino a superare il 4% annuo nel 1989.

Variazione PilPrima o poi le verità torneranno tutte a galla. Meglio prima che poi. E siccome Keynes ironizzava sul fatto che nel lungo periodo saremo tutti morti, sarà meglio che, seguendo la replica di Mauro Del Bue ad Augias, ci diamo da fare per ristabilire la verità dei fatti ed almeno una verità tanto poco dichiarata quando molto diffusa:nella storia d’Italia, quando il Partito Socialista era forte gli italiani stavano meglio. E questo non vale solo per l’età giolittiana, per le elezioni del 1919 e quelle del 1946, ma anche per gli anni sessanta e per gli anni del governo Craxi.

Franco Piro

Il terrorismo finanziario
contro i popoli

Negli ultimi tempi si sono susseguite voci di allarme nei confronti di una sorta di “terrorismo finanziario” a livello planetario.

Prima Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea, sulla cospirazione contro la crescita dell’Europa; poi Rino Formica, uno dei più autorevoli politici italiani dei trascorsi anni ’80 e dirigente di primo piano del Partito socialista, secondo il quale, rispetto a quanto accadde nel 2011, l’attacco non riguarda solo l’Italia: “Abbiamo sottovalutato un elemento. La globalizzazione, col crollo degli imperi, ha creato un’instabilità che non è solo il terrorismo armato, ma anche quello finanziario. Dopo la Seconda guerra mondiale la preoccupazione era stata quella di regolare i mercati mondiali. Da 20-25 anni questa necessità è stata dimenticata”. Secondo Formica “il terrorismo armato provoca morti, quello finanziario impoverisce popoli e nazioni. Una morte bianca che colpisce la ricchezza diffusa”.

D’altronde, Bettino Craxi, statista e leader socialista, dal suo esilio ad Hammamet, ammoniva che “dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare”. E Romano Prodi, ex premier ed ex presidente della Commissione europea: “I drammi non sono i ribassi della borsa ma l’inquietudine generale di tutto il sistema economico. Siamo in emergenza: rallenta la crescita, siamo di fronte alla crisi drammatica di alcuni grandi Paesi”. Affermazioni realistiche ma che difettano della necessaria autocritica, da parte di uno degli acritici sostenitori del monetarismo europeo e delle privatizzazioni italiane, in nome delle “magnifiche sorti e progressive” del capitalismo globale.

Non vi è dubbio che la globalizzazione dei mercati finanziari, con la debolezza della sovranità degli Stati rispetto a potenti soggetti come banche d’affari, fondi di investimento, agenzie di raiting e organismi tecnocratici internazionali quali il Fondo Monetario, sta producendo una drammatica concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi grandi speculatori, a danno della gran parte dei cittadini del pianeta, che si è manifestata pubblicamente con l’attacco alla sterlina e alla lira da parte di alcuni raiders, a partire dall’autunno 1992.

C’è chi propone per fronteggiare questo trend ormai strutturale, soluzioni giudiziarie: è il caso del Poasy, uno dei sindacati di polizia della Grecia, i cui leader hanno affermato che la “troika starebbe tentando con le sue richieste di ribaltare l’ordine democratico, di scalfire la sovranità nazionale e di depredare il popolo greco di importanti beni”. Il sindacato ha fatto sapere che, per tali ragioni, procederà all’arresto immediato dei membri della Troika sul territorio nazionale.

Ma tali affermazioni appaiono più di carattere emblematico che fondate su realismo politico e legale.

Più fondato appare il periodico richiamo al ritorno a Bretton Woods, località del New Hampshire in America dove, nel 1944, si definirono gli accordi relativi al sistema internazionale dei cambi e delle transazioni commerciali, il gold exchange standard, basato su rapporti di cambio fissi tra le valute, in  rapporto al dollaro, il quale a sua volta era agganciato all’oro, con influenze keynesiane, che è durato dalla fine della II guerra mondiale sino al 1971, anno in cui gli Stati Uniti ne sancirono la fine. E nel 1979, il G7 di Tokio decretò la fine al modello di capitalismo espansivo e redistributivo, imponendo a livello internazionale la graduale impossibilità per gli Stati di utilizzare la svalutazione o rivalutazione delle monete nazionali per fare fronte alle esigenze dei debiti sovrani, con il conseguente ricorso all’uso dei tassi di interesse per riequilibrare le partite correnti e attirare i capitali. Si aprì così, la strada alle politiche liberistiche thatcheriane e reaganiane degli anni Ottanta.

Per fronteggiare il “terrorismo finanziario” servirebbe una condivisione globale di politiche economiche espansive basate sulla sovranità statuale, con banche centrali funzionali ai governi, eliminazione dei derivati, separazione tra le banche di credito e quelle d’investimento, pene severe per i banchieri infedeli.

Maurizio Ballistreri

L’ITALIA SI FERMA

Sciopero-Ferrovieri-precettati

Nel braccio di ferro sulla precettazione tra i sindacati e il ministro Lupi vince la Camusso. Con un alleato inaspettato: Matteo Renzi. Infatti lo sciopero generale di venerdì, indetto dal Cgil e Uil, era accompagnato dall’indignazione dei sindacati per la decisione del ministro Lupi di precettare i ferrovieri.

Decisione revocata all’ultimo momento con Lupi che ha ritirato l’ordinanza emanata ieri sera nei confronti dei dipendenti delle ferrovie. “Di fronte alla segnalazione dell’Autorità garante degli scioperi che richiamava ‘il fondato pericolo di un pregiudizio grave e imminente ai diritti della persona costituzionalmente tutelati – dice Lupi – ho voluto difendere il diritto alla mobilita’ dei cittadini. Nello stesso tempo, ritenendo che vada garantito il diritto allo sciopero, anche di fronte a uno sciopero che non condivido, sin da subito ho ritenuto di dover dialogare con i sindacati coinvolti per contemperare entrambi i diritti”.

Quella a cui si è arrivati è “la soluzione che avevamo consigliato e per la quale abbiamo lavorato. Nessuna precettazione dei ferrovieri ma conferma della garanzia del servizio per i pendolari” afferma il segretario del Psi e vice ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Riccardo Nencini, che prosegue: “Chi usa il treno per andare a lavoro o per recarsi a scuola e all’università deve avere la certezza del servizio. Non ledere il diritto allo sciopero e non pregiudicare il diritto dei cittadini a muoversi in orari chiave. Fu esattamente la strada scelta al Congresso del PSI di Milano nel 1912. I tranvieri decisero di scioperare ma senza ledere i cittadini che – conclude Nencini – andavano a lavorare nelle fabbriche”.

Precedentemente Cgil e UIl in una nota congiunta dei segretari generali di Susanna Camusso e Carmelo Barbagallo avevano affermato che “la precettazione dei ferrovieri decisa dal Ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture è un fatto gravissimo nella sostanza e per le modalità con cui è maturato”.

Continua a leggere