Brennan e Mueller: grossi grattacapi per Trump

trump-delirio“Considererei un onore se lei revocasse anche il mio nullaosta per la sicurezza”. Così scriveva William H. McRaven nelle pagine del Washington Post esprimendo un notevole disappunto per la revoca del nullaosta di sicurezza a John Brennan. McRaven era stato ammiraglio della marina americana e comandante delle forze speciali che eliminarono Osama bin Laden nel 2011. Donald Trump ha voluto punire Brennan per essere stato uno degli individui chiave che ha scatenato l’inchiesta del Russiagate ma anche per i suoi critici commenti sull’operato del 45esimo presidente.

Si ricorda che Brennan, dopo l’incontro fra Trump e Vladimir Putin a Helsinki del 16 luglio, aveva accusato il presidente americano di tradimento per avere preso la parte del leader russo invece di sostenere i gruppi di intelligence americana che hanno determinato l’interferenza russa nell’elezione americana del 2016. Il giorno dopo Trump si è reso conto di avere sbagliato e ha spiegato che si era trattato di una svista linguistica.

Poco credibile ovviamente perché il 45esimo presidente non ha mai digerito la tesi dell’interferenza russa vedendo questa possibilità come macchia alla sua vittoria del 2016 ma anche alla possibile trasparenza sui suoi rapporti finanziari con oligarchi russi. Punire Brennan togliendogli il nullaosta di sicurezza non avrà un grande impatto sulla vita personale o pubblica dell’ex direttore della Cia ma riconferma la rottura fra Trump e il mondo dell’intelligence.

I nullaosta sulla sicurezza vengono mantenuti da ex membri dell’intelligence per varie ragioni. Non è raro che questi individui vengano richiamati o consultati dai membri di un nuovo governo per assistenza e chiarezza su temi di vitale importanza. In queste consultazioni gli ex funzionari spesso vengono aggiornati su informazioni confidenziali che richiedono il nullaosta. Senza questa capacità di fare uso della saggezza, accumulata in anni di servizio, ne soffre il Paese.

In tempi passati queste transizioni avvenivano di routine e gli ex funzionari del mondo dell’intelligence rimanevano in grande misura nell’anonimato. Il caso di Brennan è diverso per il fatto che Trump non ha accettato con fatti e parole le conclusioni del mondo dell’intelligence sull’interferenza russa nell’elezione.

Le parole sono evidenti nei suoi innumerevoli tweet in cui attacca a destra e manca non solo l’inchiesta di Robert Mueller, il procuratore speciale sul Russiagate, ma difatti tutte le agenzie di intelligence. Questa campagna contro l’intelligence è iniziata con il licenziamento di James Comey, direttore della Fbi dopo il rifiuto di questi di mettere da parte le inchieste su Michael Flynn, il consigliere della sicurezza nazionale, licenziato da Trump dopo poche settimane di lavoro. Dopo avere messo Comey da parte, il 45esimo presidente ha licenziato 25 individui della Fbi e del dipartimento di giustizia, incluso Andrew McCabe, numero 2 alla Fbi, e Sally Yates, vice procuratore generale.

Trump ha anche dimostrato il suo disappunto su Jeff Sessions, procuratore generale, e Rod Rosenstein, vice procuratore generale, nominati proprio dal presidente stesso. Nel caso del primo lo ha deriso e offeso pubblicamente e in uno dei tanti tweet ha anche suggerito che Sessions dovrebbe mettere fine all’inchiesta di Russiagate. Il vero responsabile dell’inizio dell’inchiesta sull’interferenza russa sull’elezione americana è però Rosenstein poiché Sessions si era ricusato considerando il suo conflitto per avere partecipato alla campagna elettorale di Trump.

La revoca del nullaosta di Brennan non è dunque una distrazione come molti analisti hanno suggerito. Si tratta di un altro attacco all’intelligence per cercare in tutti i modi di minare direttamente e indirettamente l’inchiesta di Mueller ma allo stesso tempo cercare di sminuire le conseguenze, con poco successo, come ci dimostrano alcuni recentissimi eventi.

Don McGahn, l’avvocato della Casa Bianca sta collaborando con Mueller sul Russiagate da nove mesi e ha parlato con gli investigatori almeno tre volte per un totale di 30 ore. Paul Manafort, il manager della campagna politica di Trump per quattro mesi, è appena stato condannato su otto capi di accusa per frode fiscale. Michael Cohen, ex legale di Trump, si è dichiarato colpevole su 8 capi di accusa, incluso uno sulla violazione della legge elettorale per un candidato politico (non specificato ma facile da identificare). Il pericolo di ulteriori informazioni che questi tre individui potrebbero fornire a Mueller non è da sottovalutare anche se l’inchiesta include molte altre testimonianze che potrebbero incastrare il presidente.

La revoca del nullaosta a Brennan si riallaccia dunque al Russiagate che preoccupa l’attuale inquilino della Casa Bianca. Ciononostante l’azione contro Brennan va oltre la sua persona minacciando altri individui ma creando allo stesso tempo incertezza per tutti i 4 milioni di funzionari che lo posseggono e che potrebbero perderlo se il presidente lo decide. Per molti di questi individui si tratta di estrema necessità poiché senza il nullaosta perderebbero il loro posto di lavoro. Inoltre c’è da considerare anche l’effetto negativo per futuri individui che vogliano lavorare nel mondo dell’intelligence.

Questo clima di incertezza dovuto all’attacco a Brennan ha colpito tutto il mondo dell’intelligence. Ecco perché più di trecento ex membri dell’intelligence che hanno servito con presidenti repubblicani e democratici hanno firmato una lettera di supporto a Brennan. La lista è formata da ex membri di sicurezza e intelligence e include i 15 ex capi della Cia di tutte le presidenze da Ronald Reagan a Barack Obama. La ha firmato persino William H. Webster, 95enne, ex direttore della Fbi e Cia in amministrazioni democratiche e repubblicane. I firmatari non sono necessariamente d’accordo con le idee politiche espresse da Brennan ma rivendicano il diritto alla libertà di espressione per tutti.

Un diritto messo in pratica da McRaven nel suo pezzo sul Washington Post. L’ex ammiraglio sperava che dopo l’elezione Trump diventasse il presidente di cui il paese ha bisogno. McRaven definisce questo presidente come uno che mette il bene degli altri prima di se stesso servendo da modello per tutti. Trump, secondo McRaven, ci ha “imbarazzati” davanti agli occhi dei bambini, e umiliati nel mondo. Ma la cosa peggiore è che ha “diviso la nazione”.

Domenico Maceri
PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

La strategia di Trump: da America First a Russia First

trump putin

“Detto semplicemente, Trump è un traditore”. Questa la conclusione di Charles Blow, liberal editorialista del New York Times, il giorno prima della conferenza stampa di Donald Trump e Vladimir Putin a Helsinki. Thomas Friedman, editorialista centrista dello stesso quotidiano, ha anche lui accusato Trump di tradimento  subito dopo la conferenza stampa. Friedman è stato colpito specialmente dalla scelta di Trump di prendere la parte di Putin invece di credere all’intelligence americana.

Dopo la bufera provocata dalla sua performance a Helsinki il 45esimo presidente ha
annunciato che “ha completa fiducia nell’intelligence americana” e che crede “all’interferenza russa” nell’elezione del 2016. Trump ha continuato però sostenendo che non “c’è stata nessuna collusione” fra la sua campagna elettorale e i russi.

Trump non è solito fare marcia indietro. Lo ha fatto con la separazione dei bambini migranti al confine col Messico quando un’altra bufera mediatica lo ha costretto ad ammettere che lui aveva infatti il potere di porre fine alle separazioni. Il danno però in ambedue i casi è già visibile.

L’accusa di tradimento però è meno chiara. I due editorialisti del New York Times nei loro articoli presentano buone ragioni per spiegare la condotta del presidente che poco si addice a un difensore del proprio paese quando confrontato da un avversario come la Russia. La definizione di tradimento ci è spiegata dalla Sezione 3 dell’Articolo III della costituzione. “Il tradimento” consiste di impugnare “armi contro” gli Stati Uniti o di “avere fornito” aiuto e soccorso ai nemici. Ci chiarisce anche che solo il Congresso ha il potere di emettere una condanna di tradimento.

La definizione di tradimento scritta dai padri fondatori non poteva immaginare i cyber attacchi subiti dagli Stati Uniti dalla Russia che l’intelligence americana ha determinato veritieri. Trump, però, dopo l’elezione e durante il suo mandato fino ad ora, non ha voluto riconoscerli. Alla conferenza stampa ha detto che si tratta di una caccia alle streghe e che crede alle asserzioni di Putin considerando la vigorosa difesa di innocenza del leader russo.

Non è la prima volta che Trump vede le cose a modo suo senza fondamenta di verità. I fatti parlano chiaro. L’inchiesta di Robert Mueller, il procuratore speciale nominato da Rod Rosenstein, vice procuratore generale, ha già incriminato 32 individui, fra collaboratori di Trump e cittadini russi.  Cinque di questi individui hanno già dichiarato la loro colpevolezza. L’ex manager della sua campagna elettorale Paul Manafort, accusato di cospirazione contro gli Stati Uniti, riciclaggio di denaro e falsa testimonianza, è in carcere in attesa dell’inizio del suo processo. L’interferenza russa sull’elezione c’è stata anche se fino ad oggi non vi è stata nessuna dimostrazione di collusione della campagna di Trump con i russi.

Trump, però, come rilevano anche i due editorialisti del New York Times, ha fatto di tutto per bloccare l’inchiesta di Russiagate, attaccando l’intero dipartimento di giustizia i cui vertici sono stati nominati proprio dal 45esimo presidente. Trump non dimostra fiducia nei propri collaboratori e subordinati. Il fatto che non riesce a capire l’importanza del pericolo dell’interferenza russa sull’elezione del 2016 non può che creare preoccupazione perché il compito del presidente è di difendere il paese. Se i russi si rendono conto di averla fatta franca nel 2016, continueranno a ripetere le loro malefatte nell’elezione di midterm e in future elezioni.

La strategia di Putin ha funzionato a meraviglia nell’ultima elezione presidenziale poiché ha causato confusione e messo in dubbio il sistema democratico. Il fatto che Trump non prenda in serio il pericolo delle minacce di cyber attacchi rappresenta un problema non solo per l’unica superpotenza ma anche per altre democrazie nel resto del mondo. Se il presidente della nazione più potente al mondo non riesce a bloccare Putin, che speranza possono avere le democrazie europee e quelle di altre parti al mondo? I comportamenti di Trump non coincideranno con la classificazione di tradimento ma ci dicono che quando il presidente parla di America first le sue parole suonano completamente false.

Trump ha attaccato quasi tutti i suoi avversari e a ha anche classificato paesi membri della Nato come nemici dell’America. Putin, però, è sempre stato destinatario di parole dolci di Trump. Non si sa perché. L’inchiesta di Mueller ci potrebbe fornire la risposta. Il Congresso americano farebbe bene ad approvare una legge per proteggere il procuratore speciale affinché completi il suo lavoro.

Ma anche se Mueller troverà la proverbiale pistola fumante, punire Trump richiederà azione della legislatura per procedere all’impeachment. Fino al momento però l’establishment repubblicano ha solo alzato la voce per condannare i comportamenti e le azioni poco presidenziali di Trump. Lo hanno fatto anche per la sua performance  a Helsinki continuando però a non agire per arginare i comportamenti inaccettabili del presidente anche quando rasentano possibili illegalità. La difesa repubblicana di Trump potrebbe sfumare dopo le elezioni di novembre. I democratici sono avanti di 10 punti (47 vs. 37 percento), secondo un sondaggio del Washington Post-Schar e potrebbero conquistare ambedue le Camere. Solo allora Trump dovrà preoccuparsi seriamente.

Domenico Maceri

Trump da imprevedibile diventa inaffidabile

FINLAND-US-RUSSIA-POLITICS-DIPLOMACY-SUMMITDietrofront. Donald Trump ha mandato al macero velocemente le strette di mano, i sorrisi, gli ammiccamenti d’intesa con Vladimir Putin. Il pieno accordo proclamato al vertice di Helsinki dal presidente americano con il collega russo è svanito in appena 24 ore. Nell’incontro di lunedì 16 luglio nella capitale finlandese aveva dato ragione a Putin e torto ai magistrati e ai servizi segreti statunitensi: nessuna interferenza del Cremlino nella campagna elettorale americana del 2016, per sostenere lui contro la democratica Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca.

La marcia indietro del presidente americano, appena tornato a Washington, è stata improvvisa e netta: «Intendevo dire il contrario». Dalla Casa Bianca ha annunciato di «voler fare una precisazione» perché era stato frainteso al summit di Helsinki. Ha aggiunto: «Ho piena fiducia e sostegno nell’intelligence degli Stati Uniti» e «accetto» le conclusioni dei servizi segreti sulle ingerenze russe nelle elezioni presidenziali. Comunque ha ribadito: «Non c’è stata nessuna collusione» con la sua campagna elettorale.

Trump ha capovolto le posizioni espresse ad Helsinki con un acrobatico triplo salto mortale politico. Nella conferenza stampa seguita al vertice con Putin aveva attaccato e scaricato il procuratore speciale Robert Mueller: l’inchiesta «è un disastro per il nostro Paese». Quindi aveva criticato pesantemente l’Fbi e la «corrotta Hillary Clinton», la sua ex avversaria. Aveva martellato: «Io neanche conoscevo Putin. Nessuna collusione». Complimenti a scena aperta, invece, per l’uomo forte del Cremlino: «È bello essere qui con te». E si era augurato una «relazione straordinaria» con l’uomo che governa da venti anni la Russia con un pugno di ferro senza tanti riguardi per le opposizioni e i giornalisti. Aveva appoggiato Vladimir Putin che aveva smentito tutte le accuse di ingerenza e si era solo limitato ad ammettere di aver parteggiato per l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca «perché aveva parlato di normalizzare le nostre relazioni» a differenza di Hillary Clinton.

Il Russiagate, cioè le indagini sull’ipotesi di collusione tra il Cremlino e il comitato elettorale del miliardario americano, è un brutto problema sia per Trump sia per Putin: il primo rischia di restare politicamente azzoppato, il secondo di rimanere sfigurato come un autocrate che regna con le spie. Il procuratore speciale Mueller, ex capo dell’Fbi, ha incriminato 12 agenti del servizio segreto militare russo per aver organizzato e gestito l’hackeraggio dei computer del Comitato nazionale democratico durante la campagna presidenziale del 2016. Nell’operazione è coinvolta, questa è l’ultima novità, anche un’altra funzionaria russa “infiltrata” nel voto di due anni fa, Maria Butina.

Trump, appena rientrato in patria, ha dovuto fare i conti con una gigantesca ondata di critiche corali: dai repubblicani (il suo stesso partito) ai democratici, dagli uffici federali ai giornali. Paul Ryan, speaker repubblicano della Camera, era impietoso: «Non ci sono dubbi che la Russia abbia interferito nella campagna elettorale». Il leader dei democratici al Senato Chuck Schumer attaccava: «Ha creduto al Kgb e non alla Cia». John Brennan, capo della Cia all’epoca del presidente Obama, accusava: è «poco meno di un tradimento…È totalmente succube di Putin».

Trump ha cercato di rompere l’assedio nel quale si era cacciato. Adesso c’è tutta una politica da rivedere. È singolare che Trump attacchi i tradizionali alleati occidentali del G7, della Nato e dell’Unione europea difendendo i governi e i movimenti populisti e vada a braccetto con Mosca, la super potenza antagonista da sempre degli Stati Uniti d’America. È singolare che capovolga le fondamentali scelte della politica estera americana degli ultimi 70 anni basate sull’alleanza e la cooperazione con la Ue, il Regno Unito, il Giappone, la Corea del Sud e il Canada.

L’intesa privilegiata tra Trump e Putin, i due leader populisti e sovranisti affezionati ai toni e alle azioni forti, è durata poco. Il miliardario americano segue un motto: «Voglio essere imprevedibile». Ma questa volta il presidente americano, l’anti Barack Obama, rischia di passare da imprevedibile a inaffidabile sia agli occhi dei vecchi alleati, sia a quelli dei nuovi amici e dei nemici. Il quadro non è confortante.

Adesso sarà arduo affrontare il 25 luglio il vertice a Washington con il presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker sui dazi americani imposti alla Ue. Juncker arriverà vittorioso sulle ali dell’accordo del 17 luglio con il Giappone, che azzera o riduce progressivamente i dazi tra Bruxelles e Tokio. Juncker viaggia in rotta di collisione con Trump: «Non c’è protezione nel protezionismo».

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

EDUCAZIONE ALL’IMMAGINE

trump putin helsinkiUn faccia a faccia che aspettavano tutti da tempo, ma si è trattato di un incontro che punta più a ridare luce all’immagine di Trump e Putin che a risolvere questioni rimaste ormai sotto al tappeto da tempo. Di fronte a cronisti e fotografi, a Helsinki, entrambi i presidenti di due Paesi in continua competizione si sono fatti immortalare mentre si stringevano amabilmente la mano.
Avere il presidente americano in casa russa, anche se Trump è arrivato con un’ora di ritardo, è molto più di un evento, tanto che il Cremlino ha definito il summit, l'”evento principale dell’estate, per quanto riguarda la diplomazia internazionale”. Putin e Trump si sono incontrati solo due volte e “a margine” di vertici internazionali, ma non era ancora stato organizzato un vero e proprio bilaterale.
Un ottimo inizio per tutti: con queste parole il presidente statunitense, Donald Trump, ha commentato l’incontro bilaterale con l’omologo russo Vladimir Putin che è terminato dopo oltre due ore. Ora, sempre presso la sede del palazzo presidenziale di Helsinki, in Finlandia, è in corso la riunione in formato esteso cui partecipano le delegazioni dei due paesi. “Penso che sia un buon inizio, un ottimo inizio per tutti”, ha detto Trump commentando l’andamento della riunione.
A far eco Putin: “Col presidente Trump abbiamo sempre mantenuto contatti regolari anche per telefono. Ora però è arrivato il momento di una discussione franca su vari problemi internazionale e temi sensibili. E ce n’è più d’uno che merita la dovuta attenzione”.
Sul tavolo delle discussioni l’Ucraina, la Siria e il New Start Treaty, il trattato sulla riduzione delle armi nucleari firmato nel 2010 e che scade nel 2021.
Nessuna dichiarazione congiunta, eccetto il “no comment” da parte dei due leader, almeno in via ufficiale, sulla questione delle presunte interferenze russe nelle elezioni americane del 2016. Ai numerosi cronisti riuniti nella sala che hanno provato a strappare a Trump una parola sulla questione, il presidente Usa non ha risposto. Lo stesso Putin ha nicchiato con un sorriso alle domande sul caso Russiagate. Ma l’inchiesta di Robert Mueller sulle ingerenze russe nelle elezioni del 2016 porta con se anche recenti strascichi, questo altri dodici funzionari dell’intelligence militare russa sono stati ufficialmente incriminati dal Dipartimento alla giustizia USA per avere, in modi diversi, cercato di influenzare il processo elettorale delle presidenziali.
The Donald anche se non ha commentato il Russiagate, lo ha usato per criticare gli avversari: “Il nostro rapporto con la Russia non è MAI stato peggio di così grazie a molti anni di follia e stupidità USA e adesso, la CACCIA ALLE STREGHE MANIPOLATA” aveva scritto questa mattina. “Siamo d’accordo” è la reazione dell’account Twitter del ministero degli Esteri russo al tweet di Donald Trump. Il riferimento del presidente Usa è a Barack Obama e al Russiagate. L’ex presidente “non ha fatto nulla” rispetto alla sospetta ingerenza della Russia nelle elezioni Usa: “Ha detto che non poteva succedere, che non era un gran problema” ha scritto Donald Trump in un tweet.
Ma la ritrovata ‘vicinanza’ tra il presidente Usa e il presidente russo innesca timore nel Vecchio Continente, Donald Trump ha infatti detto che gli Usa hanno “molti nemici”, compresa l’Ue, in particolare rispetto a “cosa fanno a noi in tema di commercio”. “Non lo si crederebbe dell’Ue, ma sono un nemico”, ha detto. Rintuzzato subito dal presidente del Consiglio Ue Donald Tusk: “L’America e l’Ue sono i migliori amici. Chiunque dica siano nemici, diffonde fake news”. Trump ha spiegato inoltre che, grazie al suo intervento a Bruxelles, la Nato si presenta a questo appuntamento “più forte che mai”.
Ma il legame con il Cremlino non piace nemmeno agli stessi americani, contro la prospettiva di Trump a qualsiasi apertura nei confronti della Russia, non sono solo i democratici, ma anche il Partito Repubblicano. Il senatore repubblicano John Kennedy ha spiegato che “non ci si può fidare di Putin” e che avere a che fare con le autorità russe è come “fare accordi con la mafia”. Mette ampi paletti il suo collega Thom Tillis, che ha spiegato che qualsiasi intesa tra Putin e Trump non avrà comunque valore, perché “prima deve passare dal Congresso”.

La concessione della grazia: potere monarchico Trump

trump 8“Ho il potere assoluto di concedermi LA GRAZIA (sic), ma perché dovrei farlo se non ho commesso nessun reato?” Così Donald Trump in uno dei suoi recenti tweet dichiarandosi in effetti in possesso di poteri assoluti incluso quello di autoassolversi. Si trattava di annunciare a tutti e specialmente a Robert Mueller, il procuratore speciale del Russiagate, che lui, da presidente è intoccabile.

Difficile sapere se il 45esimo presidente ci crede davvero. L’uso del termine “grazia” però è ricco di messaggi soprattutto per gli individui indagati dal procuratore speciale suggerendo che meglio non cooperare con Mueller perché il presidente degli Stati Uniti potrebbe fornire la scappatoia e far loro evitare il carcere.

Non ha funzionato però con Paul Manafort, ex direttore della campagna elettorale di Trump, il quale è indagato da Mueller e si trova adesso in carcere. Manafort, come si ricorda, è stato accusato di 12 reati incluso “cospirazione contro gli Stati Uniti”. Dall’ottobre del 2017 si trovava agli arresti domiciliari ma nelle ultime settimane aveva evidentemente cercato di influenzare alcuni testimoni coinvolti nel Russiagate. Mueller ha riportato e il giudice Amy Bernan Jackson ha deciso di revocare i domiciliari mettendo Manafort in carcere mentre egli attende non uno ma bensì due processi, uno a Alexandria, Virginia e l’altro a Washington D.C.

Manafort non ha cooperato con Mueller ma Trump non ha voluto intervenire e concedergli la grazia per reati che il suo ex direttore della campagna elettorale avrà commesso. Si crede, erroneamente che, la grazia viene concessa dopo la condanna, ma in realtà può avvenire prima. È successo in parecchi casi. Il più facile di ricordare è la grazia concessa dal presidente Gerald Ford al suo predecessore Richard Nixon nel 1974 per reati che questi avrebbe commesso da presidente. Trump non ha concesso la grazia a Manafort e sembra poco propenso a farlo come ci farebbe credere la sua dichiarazione che il suo ex collaboratore aveva lavorato per lui “solo brevemente” e non aveva avuto un ruolo determinante nella sua elezione.

Trump però nelle ultime settimane ha dimostrato che non esiterebbe a usare i suoi poteri di concedere la grazia. Lo ha fatto per il pugilista Jack Johnson e l’opinionista Dinesh D’Souza. Ha anche graziato Alice Marie Johnson dietro richiesta di Kim Kardashian West. Il Washington Post cita un funzionario della Casa Bianca informandoci che Trump adesso è “ossessionato” con il suo potere di concedere la grazia divenuta “una delle sue cose favorite”.

L’idea di mantenere viva la possibilità della grazia come scappatoia è stata reiterata da Rudolph Giuliani, uno degli avvocati di Trump per il Russiagate. L’ex sindaco di New York sembra avere assunto il compito di portavoce e opinionista del presidente sulla questione delle indagini di Mueller poiché è spesso attivo in vari programmi televisivi, radio e giornali. In un’intervista al Daily News, Giuliani, parlando del Russiagate, ha dichiarato che alla fine tutte queste “cose saranno spazzate via con alcune grazie presidenziali” ripetendo il messaggio a ex collaboratori di Trump attualmente indagati da Mueller di non cooperare. Ciononostante parecchi di loro hanno già confessato di avere commesso reati ed alcuni di loro stanno cooperando con gli investigatori per potersi ridurre o eliminare la possibilità del carcere. Il messaggio di non cooperare con la possibile grazia è valido anche per l’ex avvocato di Trump, Michael Cohen, il cui ufficio è stato perquisito dalla Fbi, sequestrando numerosi documenti potenzialmente compromettenti anche per Trump. Cohen, secondo la Cnn, sarebbe disposto a cooperare con Mueller sentendosi isolato dal presidente che lui aveva servito con assoluta fedeltà ma adesso apparentemente senza speranze di una grazia presidenziale.

Trump si aspetta fedeltà dai suoi collaboratori senza però dimostrare reciprocità come ci fanno capire i licenziamenti a raffica durante la sua amministrazione. Ma anche con i collaboratori attuali Trump ha rapporti che a volte ricevono complimenti effusivi ma anche rimproveri pubblici come nel caso di Jeff Sessions, il procuratore generale, e Kirstjen Nielsen, direttrice del Dipartimento di Homeland Security.

Il suggerimento di Trump dell’autoassoluzione ha avuto anche l’effetto di ricordare agli individui indagati da Mueller i supremi poteri presidenziali suggerendo addirittura una certa vicinanza monarchica del 45esimo presidente. In realtà, la questione del presidente di concedersi la grazia non è mai stata suggerita da nessun predecessore di Trump. La sua legalità è anche in dubbio. Laurence Tribe, Richard Painter e Norman Eisen, tre autorevoli avvocati costituzionalisti, hanno scritto nel Washington Post che la legge proibisce al presidente di autoassolversi di qualsiasi reato e per prevenire il suo impeachment e incriminazione. Jonathan Turley e Richard Posner, altri autorevoli costituzionalisti, sostengono che Trump potrebbe autoassolversi per reati eccetto nel caso dell’impeachment.

Sarebbe improbabile immaginare che Trump si autoassolvi ma in tal caso la questione andrebbe a finire alla Corte Suprema. Che cosa deciderebbero i 9 giudici diventa impossibile prevedere. Di certo i padri fondatori non volevano fare del presidente un sovrano con poteri assoluti monarchici. Ciò non sarebbe dispiaciuto a Trump il quale ha espresso ammirazione per leader autoritari il cui potere si avvicina all’assolutismo. La costituzione americana ha però i suoi contrappesi per non cadere nel sistema assolutista dal quale i padri fondatori vollero allontanarsi. Una vittoria democratica alle elezioni di midterm questo novembre potrebbe mettere alla prova i poteri del presidente ma soprattutto dimostrarci che nonostante la sua fragilità il sistema democratico può reggere.

Domenico Maceri
PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications

Donald Trump e James Comey: incontri e scontri

trump comey

“La avevo nominata Direttore della Fbi per la sua integrità e competenza. Nulla è successo, nulla, nel corso dell’anno scorso che ha cambiato la mia opinione”. Ecco come il presidente degli Stati Uniti si è rivolto a James Comey. No, non è Donald Trump, ovviamente. Si tratta di Barack Obama in un incontro con Comey subito dopo l’elezione del 2016. Il 44esimo presidente non ha giudicato nel bene o nel male la condotta di Comey nel caso delle e-mail di Hillary Clinton che ebbe un effetto positivo ad aiutare Trump a vincere l’elezione.

I rapporti fra Comey e Trump, invece, non sono stati caratterizzati da questo tipo di cordialità. Con la pubblicazione del libro di Comey “A Higher Loyalty”, altre informazioni sono emerse che ci chiariscono gli incontri e gli scontri con Trump. L’iniziale faccia a faccia tra i due è avvenuto alla Trump Tower prima dell’insediamento di Trump come presidente. I vertici delle agenzie di intelligence avevano incaricato Comey di informare il neoeletto presidente della possibile situazione scandalosa con prostitute russe che era stata identificata anche se non confermata. Comey ha chiarito che se i russi avevano prove di questa situazione potrebbero essere compromettenti e usate per ricattare il presidente degli Stati Uniti. Trump non ha dato l’impressione di preoccuparsi, ma, secondo Comey, era interessato a confermare che non vi era stata collusione con la Russia.

Pochi giorni dopo BuzzFeed pubblicò i contenuti del dossier preparato dal 007 inglese Christopher Steele che includeva la scena potenzialmente scandalosa di Trump con prostitute russe. I contenuti scabrosi del dossier non erano stati verificati completamente dalla Fbi e tutt’ora non lo sono ma altre parti sono state accertate.

In un susseguente incontro a cena, tenutosi alla Casa Bianca, Trump iniziò la conversazione con la bellezza della sua dimora temporanea ma subito dopo chiese a Comey cosa volesse fare con il suo incarico di direttore della Fbi. Trump chiarì che molte persone volevano il posto. Il soggetto sorprese Comey perché in precedenza Trump aveva lodato il suo lavoro. Adesso sembrava che il presidente volesse la conferma che Comey intendesse restare. In effetti, Trump voleva ripetergli che lui era il capo e il direttore della Fbi lavorava per lui. Ne seguì che Trump gli chiese “loyalty”, tradotto erroneamente come “lealtà” da molti cronisti in lingua italiana, ma che invece di tratta di “fedeltà”. Comey rispose che lui gli avrebbe dato “onestà leale”. Trump non capiva o non voleva capire che, nonostante i poteri presidenziali, il direttore della Fbi e il Dipartimento di Giustizia devono svolgere compiti che obbediscono le leggi del Paese che a volte non coincidono con i desideri o gli interessi del presidente.

Comey, conoscendo la reputazione di Trump di dire cose contraddittorie, decise che doveva prendere appunti dei suoi incontri con il presidente in cui non c’erano testimoni. Fece proprio quello. Mise una copia dei suoi appunti nella cassaforte personale e un’altra negli uffici della Fbi.

In una riunione alla Casa Bianca, Trump chiese a parecchi collaboratori di uscire dalla sala perché voleva parlare da solo con Comey. In questo faccia a faccia il 45esimo presidente chiese a Comey di lasciare andare l’indagine su Mike Flynn perché il suo ex consigliere di sicurezza nazionale era “una brava persona”. Comey acconsentì che Flynn era una brava persona e interpretò la richiesta come un ordine che lui non potè eseguire perché si trattava di un’indagine criminale. Anche se il presidente degli Stati Uniti fa una simile richiesta la Fbi non può seguire il suggerimento o ordine che sia.

I contatti fra i due continuarono mediante chiamate telefoniche nel mese di marzo del 2017. Adesso Trump sembrava agitato. Nel frattempo Comey aveva deposto al Congresso confermando per la prima volta che il Dipartimento di Giustizia aveva aperto un’indagine per verificare se collaboratori della campagna elettorale di Trump avevano avuto contatti con funzionari russi. Trump vedeva queste informazioni sulla Russia come distrazioni del suo governo. Voleva che l’ombra di questo tema fosse eliminato per potere governare in modo efficace per il bene del Paese. Voleva anche che fosse annunciato che lui, in persona, non era sotto indagine.

In un’intervista alla Abc, Comey ha spiegato che non poteva fare tale dichiarazione perché avrebbe dovuto fare la stessa cosa con il vice presidente ed altri. Il compito della Fbi non è di annunciare al mondo chi non è sotto indagine. Le indagini vengono fatte in segreto e poi non si sa nulla a meno che qualcuno venga incriminato.

Nell’ultima telefonata di Trump il presidente voleva sapere da Comey che cosa avesse fatto per comunicare che lui non era sotto indagine. Comey spiegò che ne aveva parlato con i suoi superiori al Dipartimento di Giustizia e che spettava a loro fare una dichiarazione del genere.

Il 9 maggio del 2017, mentre si trovava a Los Angeles, Comey viene a sapere da un annuncio televisivo che Trump lo aveva licenziato. I contatti fra i due finirono ma i tweet velenosi di Trump contro Comey, attaccandolo personalmente, vennero fuori a raffica dopo il licenziamento nel maggio del 2017 e anche dopo la pubblicazione del libro dell’aprile 2018. Trump credeva che licenziando Comey avrebbe bloccato l’indagine del Russiagate. Si è sbagliato poiché Rod Rosenstein, vice procuratore generale, ha dato l’incarico di procuratore speciale a Robert Mueller di investigare la possibile influenza della Russia nell’elezione del 2016. In ogni modo si teme che Trump possa licenziare anche Mueller. Per questa ragione la Commissione Giudiziaria al Senato, dominata dai repubblicani, ha approvato (12 sì, 7 no) un disegno di legge che impedirebbe a Trump di licenziare Mueller. Anche se il disegno di legge sarà approvato dal Senato e poi alla Camera richiederebbe la firma di Trump che probabilmente non concederebbe. Ciononostante una legge del genere manderebbe un messaggio eloquente a Trump di non toccare Mueller.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Russiagate. Sessions prende le distanze da Trump

donald-trump“Finché sarò procuratore generale svolgerò i miei compiti con integrità e onore”. Ecco come Jeff Sessions, attuale capo del dipartimento di giustizia, ha reagito all’ennesimo tweet di Donald Trump che ha etichettato la sua condotta “vergognosa” per la mancata celerità di investigare alcuni comportamenti potenzialmente inappropriati connessi con lo scandalo di Russiagate. Sessions aveva dato il compito all’Ispettore Generale del dipartimento di giustizia, un gruppo con una certa indipendenza che prende tempo nelle sue investigazioni. Trump però ha fretta e continua a cercare metodi di silurare le indagini di Robert Mueller, procuratore speciale sulle interferenze russe nell’elezione americana del 2016.

I rapporti fra Sessions e Trump sono iniziati a essere tesi con la decisione del procuratore generale di ricusarsi delle indagini del Russiagate nel mese di marzo del 2017. Il 45esimo presidente aveva voluto che Sessions prendesse la direzione nelle indagini aspettandosi da lui un fedele soldato che sarebbe andato alla leggera sulla questione che è divenuta ingombrante per Trump. Sessions era stato uno dei primissimi sostenitori di Trump quando il tycoon annunciò la sua candidatura presidenziale nel 2015. I rapporti fra i due erano molto buoni e una volta eletto il 45esimo presidente nominò Sessions procuratore generale oltrepassando Rudy Giuliani e Chris Christie.

Trump credeva che Sessions gli avrebbe dimostrato fedeltà subordinando la giustizia alle esigenze politiche. Ecco perché il 45esimo presidente voleva assolutamente che Sessions non si ricusasse dalle indagini sulle interferenze russe nell’elezione americana. Trump cercò di convincerlo incaricando persino Don McGahn, il legale della Casa Bianca, di mettere pressione su Sessions affinché ritenesse le redini dell’investigazione del Russiagate. L’ex senatore dell’Alabama però si rese conto che data la sua partecipazione nella campagna elettorale in cui fu il direttore della commissione del consiglio di sicurezza di Trump non poteva incaricarsi di investigare la questione per gli evidenti conflitti di interesse. Dopo essersi ricusato, il compito delle inchieste è caduto a Rod Rosenstein, numero 2 al dipartimento di giustizia, il quale ha nominato Mueller a procuratore speciale.

Sono seguiti numerosissimi tweet mediante i quali Trump ha cercato di sminuire la posizione di Sessions come procuratore generale. Nel mese di luglio del 2017 l’attuale inquilino alla Casa Bianca aveva ordinato l’allora chief of staff Reince Priebus di ottenere una lettera di dimissioni da Sessions. Priebus esitò a farlo e la pressione di legislatori che sostengono Sessions convinse Trump a cedere. I rapporti fra i due però toccarono il fondo e Sessions aveva alla fine deciso di offrire le dimissioni, incapace di sopportare i continui tweet velenosi di Trump nei suoi confronti. Trump inizialmente voleva accettarle onde potere nominare un nuovo procuratore generale più fedele a lui che avrebbe messo fine alle indagini di Mueller. Poi però, convinto da alcuni collaboratori, non accettò le dimissioni.

Sessions continuò i suoi compiti al dipartimento di giustizia facendo le cose che lui considerava importanti che in grande misura coincidono con l’ideologia e le aspettative di Trump. Queste includono la politica sulle armi da fuoco, i crimini violenti, l’immigrazione illegale e la droga. Trump però ha continuato a dimostrare il suo disappunto con Sessions e negli ultimi tempi gli ha persino affibbiato il nomignolo di “Mr. Magoo”, un personaggio di fumetti, vecchio, miope e incompetente.

C’è sempre la possibilità che Trump decida di licenziare Sessions ma al momento l’attuale procuratore generale sembra avere trovato una certa tranquillità. In parte ciò si deve al fatto che l’attuale inquilino della Casa Bianca ha licenziato un folto numero di collaboratori e molti altri hanno offerto le loro dimissioni incapaci di lavorare nel clima di caos creato dall’impulsività di Trump. Il più recentissimo è Gary Cohn, uno dei suoi più importanti consiglieri economici, il quale ha dato le dimissioni non condividendo i dazi annunciati da Trump sull’acciaio e alluminio. Inoltre, la sicurezza di Sessions viene rafforzata dal fatto che l’ex senatore dell’Alabama è popolare con buona parte dei senatori repubblicani i quali non sarebbero molto contenti del trattamento iniquo di uno dei loro. Questi senatori collaborano con Trump e sono indispensabili per l’agenda della Casa Bianca. C’è anche la possibilità che un licenziamento di Sessions potrebbe fare scattare l’interesse di Mueller come possibile esempio di ostruzione alla giustizia allo stesso modo com’è accaduto con il licenziamento di James Comey, ex direttore della Fbi.

Nonostante tutto, il danno fatto da Trump al dipartimento di giustizia non andrà via subito. Nessun presidente americano ha mai dimostrato un tale disprezzo verso il dipartimento di giustizia come ha fatto Trump. Sessions ha contribuito a questo danno con il suo silenzio alle accuse del presidente dimostrando debolezza e causando un morale bassissimo nel dipartimento da lui guidato. Con la sua reazione all’ultimo tweet di Trump, Sessions si è però ripreso difendendo se stesso ma anche tutto il  dipartimento di giustizia. Non a caso una recente cena  riportata dalla stampa che includeva Sessions, Rosenstein e Noel Francisco, (numero 1, 2, e 3 al  dipartimento di giustizia) in un ristorante vicino al Trump International Hotel a Washington, D. C. mirava a mandare un messaggio chiarissimo al presidente. Il dipartimento di giustizia è unito e farà il suo dovere senza essere influenzato da pressioni politiche.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Con Trump e i repubblicani “dreamers” nel dimenticatoio

dreamers

“Un Paese santuario che ignora  le leggi” verrebbe creato se il disegno di legge del Senato sulla riforma migratoria fosse approvato. Lo ha dichiarato il procuratore generale degli Stati Uniti Jeff Sessions contribuendo a politicizzare il dipartimento da lui diretto come aveva detto parecchie volte il suo capo Donald Trump.

Sessions commentava la proposta bipartisan del Senato che avrebbe risolto la tragica situazione dei “dreamers”, giovani portati in America da bambini dai loro genitori senza autorizzazione legale. Si tratta di individui cresciuti negli Stati Uniti, americani a tutti gli effetti eccetto per i documenti, i quali hanno ricevuto un permesso temporaneo legale di rimanere negli Stati Unti da Barack Obama mediante il suo ordine esecutivo “Daca”. Trovare una soluzione permanente per la loro situazione non è facile dato che i politici li vogliono usare per portare l’acqua al loro mulino.

Il piano bipartisan della cosiddetta Common Sense Coalition, citato da Sessions, era arrivato vicino ad essere approvato ma non ha ricevuto i 60 voti necessari (54 sì, 45 no). Quarantasei senatori democratici e otto repubblicani hanno votato a favore. Si trattava di un compromesso che avrebbe offerto permanenza ai beneficiari del Daca e dopo una decina di anni anche la cittadinanza americana. Avrebbe allo stesso tempo incluso 25 miliardi in dieci anni per la costruzione del muro al confine col Messico tanto desiderato da Trump.

Il 45esimo presidente in una riunione con un gruppo di legislatori bipartisan aveva detto che avrebbe firmato qualunque disegno di legge i presenti gli avrebbero presentato. Poi, come è solito fare, ha cambiato idea. Nel disegno di legge fallito Trump ci ha messo del suo per silurarlo. Il senatore Lindsey Graham, repubblicano della South Carolina, ha addossato la colpa a Stephen Miller, consigliere di Trump, per le sue vedute ultra conservatrici che hanno influenzato la Casa Bianca.

Un altro piano sponsorizzato dal senatore Charles Grassley, repubblicano dell’Iowa, molto vicino alle idee di Trump, è stato anche bocciato dalla Camera alta  in maniera più schiacciante (60 no, 39 sì). Dopo questi esiti negativi un gruppetto di senatori ha suggerito una soluzione temporanea che estenderebbe di tre anni la protezione ai “dreamers” e stanzierebbe allo stesso tempo tre anni di fondi per la protezione del confine. Si tratterebbe di una soluzione per comprare tempo e cercare di rimandare la data di scadenza del 5 marzo imposta da Trump con la sua revoca dell’ordine esecutivo di Obama. Fino ad adesso poco entusiasmo è stato dimostrato per questa strada anche per il fatto che la scadenza del 5 marzo sembra essere divenuta meno solida considerando l’ingiunzione di due giudici che hanno ordinato l’amministrazione di Trump di tenere attivo il Daca almeno temporaneamente. Si crede che la vera scadenza sarebbe rimandata a giugno.

A intorbidire le acque per la sicurezza dei “dreamers” bisogna aggiungere tutte le altre situazioni di crisi che Trump e la legislatura devono affrontare. L’ennesima sparatoria in un liceo in Florida che ha causato la morte di 17 persone sembra avere fatto traboccare il vaso mediante le dimostrazioni studentesche per limitare il facile accesso delle armi da fuoco. Qualcosa sembra finalmente muoversi questa volta.

Ma l’altra preoccupazione per Trump è l’incriminazione di 13 cittadini russi e  tre organizzazioni russe nel corso delle indagini del Russiagate sulle interferenze nell’elezione americana del 2016. Il 45esimo presidente ha sempre sostenuto che le indagini di Robert Mueller, procuratore speciale, non sono altro che una caccia alle streghe perché Vladimir Putin gli aveva assicurato che i russi non avevano interferito nella democrazia americana. Ora si ha la prova che Trump non si vuole informare o che ha mentito. Comunque sia, l’ombra del Russiagate occuperà la sua mente e i “dreamers” andranno a finire nel dimenticatoio.

I democratici erano riusciti a mettere la situazione dei “dreamers” in primo piano quando nel mese di gennaio usarono la questione per causare lo shutdown di tre giorni ottenendo una promessa che la questione  sarebbe stata presa  in serie considerazioni. Poi i democratici hanno accettato di aumentare il tetto delle spese federali di due anni perdendo la loro arma per mettere pressione sui repubblicani.

L’assegnazione della colpa per il mancato accordo è già cominciata. Trump e i repubblicani additano i democratici come intransigenti ma alla fine il Gop dovrà assumersi le responsabilità poiché controllano la Casa Bianca e le due Camere. Considerando l’aspra retorica contro gli immigranti di Trump durante la  campagna elettorale e le sue recenti asserzioni sui Paesi “di m…da”  c’è poco da sperare. Ovviamente se i “dreamers” avessero lobby potenti diverrebbero la priorità per il governo.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Donald Trump sotto assedio lancia la sua sfida alla Fbi

fbi“Quando uno attacca gli agenti della Fbi perché è sotto indagine criminale, sta perdendo”. Così Sarah Huckabee Sanders nel mese di novembre del 2016 pochi giorni prima dell’elezione presidenziale.  Sanders, l’attuale portavoce della Casa Bianca, era allora consigliera di Trump per le comunicazioni e con le sue parole mirava a colpire Hillary Clinton la quale aveva tutte le ragioni per dissentire dalla Fbi. Si ricorda che due settimane prima dell’elezione la Fbi aveva riaperto l’inchiesta sulle e-mail e subito dopo aveva annunciato che nulla di nuovo era stato riscontrato per rinviare a giudizio la candidata democratica. Il danno politico però era stato fatto dato che riaprì la ferita politica della Clinton ricordando agli elettori i dubbi sulla condotta della candidata democratica.

Attaccare la Fbi adesso per Trump è però completamente lecito. La nuova scusa è stata offerta all’attuale inquilino della Casa Bianca dal memo diffuso da Devin Nunes, presidente della  Commissione intelligence alla Camera. Le quattro pagine del memo suggeriscono che la Fbi ha agito in modo parziale per favorire i democratici aprendo l’inchiesta sul Russiagate. Trump aveva la scelta di declassificare il memo o mantenerlo segreto ma ha deciso di permettere la diffusione.

Il 45esimo presidente ha reagito dichiarando che il memo lo scagiona completamente dall’inchiesta perché, secondo lui, basata sul dossier di Christopher Steele, che era stato pagato in parte dai democratici per le ricerche su Trump. L’inquilino della Casa Bianca ha usato il memo per dimostrare, nella sua mente, che la “leadership della Fbi e gli investigatori del Dipartimento di Giustizia hanno politicizzato le procedure” per favorire i democratici a scapito dei repubblicani.

La diffusione del memo è stata opposta dai membri del Partito Democratico nella Commissione presieduta da Nunes ma anche dal direttore della Fbi, Christopher Wray come pure da Rod Rosenstein, vice procuratore generale. I democratici  volevano bloccare il memo perché non rifletteva obiettivamente le informazioni ricevute ma si concentrava su parti favorevoli ai repubblicani. L’opposizione di Wray e Rosenstein si doveva a possibili ripercussioni perché rivelava metodi di investigazione usati dalla Fbi e Cia. Trump però ha deciso per la diffusione.

I contenuti del memo però non si sono rivelati veridici sullo scagionamento di Trump perché l’inchiesta del Russiagate era già cominciata dalla Fbi con individui legati alla campagna di Trump prima della pubblicazione del dossier di Steele. Ciononostante la diffusione del memo ha dato un pugno nell’occhio alla Fbi. La Fbi Agents Association ha reagito con un annuncio difendendo gli agenti che  “non saranno mai distratti da considerazioni politiche” nello svolgimento del loro lavoro. Ad aumentare la polemica del memo va aggiunto il fatto che la replica della minoranza democratica non è stata  inizialmente approvata dalla Commissione intelligence per diffusione. Non si sa se Trump darà l’OK finale per la diffusione.

In effetti, con la diffusione del memo, i repubblicani hanno cercato di infangare la reputazione della Fbi e del Dipartimento di giustizia. È paradossale che i vertici di queste agenzie sono individui nominati da Trump. Il 45esimo presidente però non è avverso ad attaccare anche i suoi subordinati pubblicamente. Lo ha fatto con Jeff Sessions che lui stesso ha nominato a procuratore generale rimproverandolo pubblicamente per essersi ricusato dal Russiagate. Lo ha fatto anche con il vice procuratore generale, Rod Rosenstein, anche lui nominato dal 45esimo presidente. Rosenstein ha nominato Robert Mueller a procuratore speciale per investigare l’interferenza russa sull’elezione americana del 2016 deludendo ovviamente l’attuale presidente.

Trump ha spesso diretto i suoi tweet velenosi non solo contro individui ai vertici del dipartimento di giustizia ma anche a tutta la Fbi dichiarandola “a pezzi” nel mese di dicembre del 2017. In effetti, Trump è rimasto insoddisfatto delle sue nomine perché non lo obbediscono credendo di possedere il Dipartimento di giustizia. In un’intervista ha persino dichiarato che da presidente ha “l’assoluto diritto” di fare quello che vuole con il “suo” Dipartimento di giustizia.

Gli attacchi di Trump alla Fbi hanno suscitato l’idea che lui abbia intenzione di licenziare i vertici dell’agenzia che stanno cooperando e sostenendo le indagini di Robert Mueller sul Russiagate. Il New York Times, infatti, ha persino annunciato che il 45esimo presidente aveva considerato seriamente di licenziare Mueller nel mese di giugno del 2017  ma non lo ha fatto per le proteste di Donald McGahn, legale della Casa Bianca, il quale avrebbe persino minacciato di dimettersi.

Ma gli attacchi alla Fbi e al Dipartimento di giustizia continuano a creare dubbi per gli americani a non credere alle istituzioni. Un sondaggio dell’agenzia Axios ci dice che solo il 38 percento dell’elettorato repubblicano ha una visione favorevole della Fbi mentre quella dei democratici raggiunge il 64 percento. Gli attacchi di Trump inoltre cercano di ricalcare che l’inchiesta del Russiagate ha poco a che fare con le leggi ma con la politica. Va ricordato che da presidente Trump può essere giudicato dalla legislatura mediante l’impeachment che  potrebbe avvenire con l’inchiesta di Mueller. Ciononostante la maggioranza repubblicana nelle due Camere non rappresenterebbe un pericolo per il 45esimo presidente. Il problema per Trump però è che attaccare la Fbi storicamente non è una buon’idea. Richard Nixon ne ha subito le conseguenze. L’inchiesta del Watergate venne a galla principalmente a causa delle informazioni fornite a Bob Woodward e Carl Bernstein,  giornalisti del Washington Post, dalla gola profonda. Si seppe nel 2005 che la gola profonda era Mark Felt, vice direttore della Fbi fra il  1972 e il 1973.

Domenico Maceri,
PhD, University of California

Usa. I democratici cedono sullo shutdown

WASHINGTON, DC - JANUARY 22 : Senate Minority Leader Chuck Schumer (D-NY) leaves a meeting with Senate Democrats on Capitol Hill, January 22, 2018 in Washington, DC. Lawmakers are continuing to seek a deal to end the government shutdown, now in day three.   Drew Angerer/Getty Images/AFP == FOR NEWSPAPERS, INTERNET, TELCOS & TELEVISION USE ONLY ==

Drew Angerer/Getty Images/AFP

Quando si parlerà dello shutdown, si parlerà di chi era il presidente dell’epoca”. Così Donald Trump in un’intervista del 2013 alla Fox News per commentare lo shutdown durante la presidenza di Barack Obama. Sul recente shutdown però il 45esimo presidente ha detto che la colpa è tutta “dei democratici”. La volubilità di Trump è notissima e quindi non sorprende che lui rifiuti le sue responsabilità.

Lo shutdown di Trump è durato solo tre giorni perché un gruppo bipartisan di senatori moderati è riuscito a stabilire un consenso che alla fine è stato accettato dalla leadership repubblicana e democratica. I voti tempestivi nelle due Camere e la firma di Trump hanno riaperto le porte del governo delle funzioni non essenziali ma un altro shutdown potrebbe ripetersi fra breve.

L’accordo siglato ed accettato dai democratici non era molto diverso dalla proposta rifiutata pochi giorni fa eccetto per il fatto che si dovrà ripetere tutto fra tre settimane invece di quattro. L’altro punto importante per i democratici è stata la promessa di Mitch McConnell, presidente del Senato, di aprire la strada a una discussione e un susseguente voto per risolvere la questione del Daca, che protegge i giovani portati in America clandestinamente dai loro genitori, cresciuti qui ed in effetti cittadini senza documenti.

Il presidente Barack Obama li aveva protetti con il suo ordine esecutivo ma Donald Trump lo aveva revocato nel settembre scorso chiedendo alla legislatura di risolvere il dilemma in modo permanente. Le priorità dei legislatori repubblicani durante il primo anno di presidenza di Trump, come si ricorda, sono state però il tentativo fallito di revocare Obamacare e la riforma fiscale firmata dal presidente. La questione dei “Dreamers” era stata messa da parte.

I repubblicani avevano agito in ambedue i casi senza l’aiuto dei repubblicani. Per aumentare il tetto delle spese ed evitare lo shutdown hanno però inciampato sul filibuster al Senato che richiede 60 dei cento voti presenti. I democratici hanno inizialmente votato contro ma poi hanno cambiato idea. Una buona strategia per Chuck Schumer, leader della minoranza democratica al Senato, per parecchie ragioni. Fra tre settimane avranno un’altra chance per mettere pressione sui repubblicani. Schumer ha inoltre considerato la situazione precaria di parecchi candidati democratici che dovranno correre per la rielezione quest’anno in aree del Paese vinte da Trump. Quindi spingere troppo sullo shutdown avrebbe potuto fornire munizioni ai candidati repubblicani.

Il 45esimo presidente ha cercato di sintetizzare le ragioni dello shutdown come responsabilità dell’opposizione contrastando gli immigrati illegali e i cittadini americani. Questi immigrati sono ovviamente i “dreamers” i quali sono nel Paese illegalmente ma non per colpa loro. Gli americani hanno capito la loro situazione e quasi l’80 percento crede che il loro status dovrebbe essere regolarizzato. Non sorprende dunque che i primi sondaggi sullo shutdown abbiano assegnato la colpa a Trump e al suo partito considerando la maggioranza repubblicana delle due Camere e il controllo della Casa Bianca.

Schumer però ha capito che votando per porre fine allo shutdown gli darà tre settimane per mettere pressione sui repubblicani a negoziare e raggiugnere un accordo per la sanatoria dei “dreamers”. In teoria dovrebbe essere facile considerando le parole “dolci” di Trump su questi giovani che sono già integrati nella società americana e conoscono poco o niente del Paese di origine dei loro genitori. L’ordine esecutivo di Obama gli ha permesso di lavorare e studiare liberamente. Alcuni di loro sono divenuti insegnanti, infermieri, poliziotti e altri si sono persino arruolati nelle forze armate americane. Alcuni sono divenuti genitori di figli nati in America e dunque cittadini statunitensi a tutti gli effetti. Hanno tutte le carte in regola eccetto per la mancanza di documenti permanenti.

Manterrà McConnell la sua promessa per aprire la strada alla regolarizzazione dello status dei “dreamers”? L’ala sinistra del Partito Democratico crede di no ed ecco perché parecchi senatori hanno votato contro la riapertura del governo. C’è poi da ricordare che anche se il Senato raggiunge un accordo il disegno di legge dovrà poi passare alla Camera dove lo attenderebbe un futuro incerto. Paul Ryan, speaker della Camera, non ha fatto la stessa promessa di McConnell. Bisogna ricordare inoltre che nel 2013 il Senato aveva approvato una legge per regolarizzare lo status dei “dreamers” e fornire un percorso di integrazione agli 11 milioni di immigrati non autorizzati. La Camera però non si pronunciò al riguardo e il disegno di legge fu abbandonato. Si ripeterebbe questa situazione nel 2018? È possibile, ma Schumer ha scommesso per un esito diverso.

Ovviamente gli rimane la possibilità di causare un altro shutdown in tre settimane in caso di mancanza di successo. Il voto bipartisan però di riaprire le porte del governo potrebbe essere di buon auspicio per la cooperazione fra i due partiti di lavorare insieme per il bene del Paese. Potrebbe anche fornire a Trump un’opportunità per cominciare a governare in modo bipartisan. I suoi guai però vanno al di là dei rapporti con i democratici. Robert Mueller, il procuratore speciale sul Russiagate, ha già indicato che vuole interrogare il 45esimo presidente per chiarire il licenziamento di Michael Flynn e James Comey. L’ombra della possibile collusione russa sull’elezione del 2016 continua a ingombrare la Casa Bianca.

Domenico Maceri,
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.