Milleproroghe. Il Governo mette la fiducia. Caos in Aula

camera

Scoppia la bagarre in Aula alla Camera alla notizia che il Governo ha posto la questione di fiducia al dl Milleproroghe. È la prima fiducia posta dal governo. Il Pd ha occupato i banchi del governo come protesta per una fiducia che ritengono illegittima. La fiducia, infatti, autorizzata dal Consiglio dei ministri del 24 luglio scorso è stata messa su un testo che l’organo di governo non aveva ancora approvato e che è stato varato il giorno dopo 25 agosto.

La ‘chiama’ inizierà domani a partire dalle 12,40. Alle 11,15 le dichiarazioni di voto sul decreto. Non è stata fissata, invece, una data per il voto finale in assenza di un’intesa tra maggioranza e opposizione.

Questa fiducia è un atto, ha detto Roberto Giachetti “illegittimo perché viziato da una irregolarità formale. “Le consiglio di consultare il presidente Fico – ha premesso il deputato Pd rivolgendosi alla presidente di turno Maria Edera Spadoni (M5S) – le ricordo che la fiducia deve essere motivata e deve essere relativa a un dato provvedimento e non sui titoli dei provvedimenti ma su un testo licenziato dalle commissioni di merito”.

“Non si può quindi mettere la fiducia – autorizzata, lo ricordo il 24 luglio – su un testo approvato lunedì scorso dalla Commissione, perché il testo, rispetto a quello varato dal governo, è cambiato per via dei voti in commissione e l’approvazione di diversi emendamenti. Sui vaccini, ad esempio, il testo ha subito ben tre variazioni. La fiducia del Cdm non può riferirsi al testo della Camera. Le suggerisco quindi – ha concluso Giachetti – di consultare il presidente Fico perché riteniamo che la proceduta adottata sia gravemente viziata”.

Altre forti proteste arrivano dall’Anci in quanto la fiducia è posta sul testo approvato dalle Commissioni, vale a dire con il taglio di 1,1 miliardi alle periferie, senza recepire quindi l’intesa raggiunta ieri con l’Anci per il ripristino nel triennio dei fondi. L’oppposione infatti aveva chiesto la sospensione dei lavori per permettere al governo di chiarire le proprie intenzioni sui fondi alle periferie dopo l’intesa raggiunta ieri sera dal premier Giuseppe Conte con l’Anci per il loro ripristino. Ma il tutto si è trasformato in un nulla di fatto. Ieri il presidente dell’Anci aveva espresso la propria soddisfazione per l’impegna strappato al premier. Soddisfazione durata poco.

Di Battista fa capolino per richiamare la base M5S

di battistaMentre la Lega continua a crescere nei sondaggi, nonostante la spada di Damocle di una sentenza sui fondi irregolari, i cinque stelle continuano ad essere oscurati dal protagonismo del Vicepremier. Ma ancora una volta a intervenire è uno dei principali leader del Movimento, l’ex parlamentare grillino, Alessandro Di Battista che parla dal Guatemala, dove è in viaggio con il figlio Andrea e la sua compagna Sahra: “Per l’establishment l’obiettivo è far credere che Salvini sia Churchill e noi gli sfigatelli che non riusciamo a fare politica ma non è così e si vedrà anche sul tema autostrade, che per me è la cosa principale”.
In un intervento alla Festa del Fatto Quotidiano il “Dibba” parla con Peter Gomez del governo pentaleghista, senza risparmiare critiche al Carroccio: “Se questo governo riuscirà a ridare al popolo italiano autostrade avrà fatto la cosa più grande che si possa fare ed è lì che si vedrà poi veramente la Lega. Io lo sostengo questo governo, anche perché non c’erano alternative”. Di Battista cerca in realtà di marcare le distanze con un alleato che sta fagocitando il Movimento e scontentando la base grillina. E non lo fa rimettendo in causa la questione ‘migranti’ come l’altro alter ego di Di Maio, Roberto Fico. E attacca il Vicepremier Salvini usando i suoi stessi toni da campagna elettorale. “Non leggo i sondaggi, ma vedremo se la Lega sarà davvero al 30%…”, dice il grillino. Il ministro dell’Interno è avvertito: chi parla non lo considera un buon alleato con cui “si lavora bene”, ma un avversario da battere alle elezioni. “Salvini si gioca la sua partita e la stampa lo attacca – polemizza Di Battista – Lo vedete come si atteggia, dice ‘Processatemi’, dice che rischia 20 anni di galera… Ma cosa rischia? Non rischia nulla”.
Il ritorno di Di Battista potrebbe essere sicuramente un altro modo di tenere unita la base, come già fatto in passato, ma molto più probabilmente potrebbe trattarsi forse di una sua candidatura alle Europee.

2 agosto 1980. Si nega ancora la ‘matrice fascista’

pertini strage bolognaSono passati 38 anni dalla strage di Bologna che sconvolse l’Italia, eppure c’è ancora chi nega alcune responsabilità e proprio dagli scranni del Parlamento. Per la deputata di Fratelli d’Italia Paola Frassinetti la verità non si “è ancora affermata. I veri colpevoli non sono stati ancora condannati”, ha detto Frassinetti. “Bisognerebbe avere il coraggio di dire che i giudici a Bologna sono sempre stati prigionieri di logiche idelogiche-giudiziarie con lo scopo non di ricercare la verità ma di riuscire, a tutti i costi, ad arrivare alla conclusione che la matrice fosse nera per ragione di Stato”. E aggiunge: “Bisognerebbe avere lo stesso coraggio del presidente Cossiga- prosegue- quando nel 1991 ebbe l’onestà di ammettere che si era sbagliato e che la strage non era addebitabile ad ambienti di estrema destra chiedendo anche scusa. Anche il nuovo processo iniziato a Bologna in Corte di Assise a marzo è un’altra occasione perduta. Invece di approfondire la pista che porta a verificare l’ipotesi dell’esistenza di una ritorsione del terrorismo palestinese…”.
Dichiarazioni che hanno acceso lo scontro in aula con il Centrosinistra compatto contro le affermazioni della deputata.
Pier Luigi Bersani, rivolgendosi a Frassinetti, le ha ricordato la piazza di Bologna “tesa rabbiosa” e la capacità di Zangheri e Pertini di usare parole ferme a “difesa della democrazia e delle istituzioni”. “Attorno a noi c’erano solo bombe”, ha concluso tra gli applausi, “ma quegli attentati non riuscirono a portarci dove volevano”. Intervento che ha accentuato il clima di bagarre, stavolta dai banchi di Fratelli d’Italia. Giovanni Donzelli (Fdi) ha preso la parola chiedendo un chiarimento all’ex segretario Pd. “Vorrei sapere se crede sul serio che una forza democraticamente eletta sia responsabile di quelle bombe. Vuol dire che noi potremmo dire che la sinistra è responsabile delle Br”. A quel punto, dai banchi della sinistra si è levato un coro di proteste, tenuto a bada, con difficoltà, dalla vicepresidente di turno, Maria Edera Spadoni. “Se ci sono delle incomprensioni tra voi e Bersani”, ha detto Spadoni a un certo punto, rivolta ai banchi di FdI, “parlatene tra di voi”. Parole che hanno fatto infuriare Emanuele Fiano (Pd): “Presidente, qui siamo nell’Aula di Montecitorio. E quando si parla di democrazia e antifascismo non si chiariscono questi punti privatamente, come lei ha invitato a fare”.
Il Parlamento parla ancora una volta di Fascismo e democrazia ed è proprio la parola ‘Fascista’ che è stata più volte pronunciata dal sindaco di Bologna Virginio Merola, durante la commemorazione “perché esiste la verità storica, sono esistite ed esistono forze nazifasciste, così come esiste l’antifascismo e la sua necessità presente e futura. Come sindaco mi sento un po’ umiliato nel doverlo dire”, attacca Merola: “Ditelo ai famigliari delle vittime del 2 Agosto e ai bolognesi, guardandoli in faccia, senza la scorciatoia dei social network, che non esiste più il problema del fascismo”.
“Oggi i fascismi possono essere di tanti tipi e vanno tutti combattuti”, gli replica, sceso dal palco, il presidente della Camera Fico, che davanti al microfono raccoglie molti applausi quando ha voluto mandare un saluto ai genitori di Giulio Regeni, sottolineando che “tutte le verità richiedono giustizia, solo quando sapremo tutto ciò che è stato potremo dirci un Paese unito”. E ancora: “Lo vorrei dire da qui ed è l’unica promessa che vi faccio”, ai famigliari e alla città: come terza carica dello Stato ci sono al 100% e non arretrerò mai di un passo”.
Tuttavia sono ancora in corso udienze per scoprire i mandanti di una bomba che portò alla morte di 85 persone e oltre 200 i feriti.
Ma il capo dello Stato Sergio Mattarella nel messaggio alla città ha voluto ricordare anche “L’impegno e la dedizione di magistrati e servitori dello Stato hanno consentito di ottenere risultati che non esauriscono ma incoraggiano l’incalzante domanda di verità e giustizia”.

La Rai e il governo del cambiamento

RAI-Riforma

“Merito” e “capacità”. Tante promesse contro la lottizzazione Rai e delle aziende pubbliche. Lega e M5S da metà giugno si sono scontrati, prima sotto traccia e poi apertamente, declamando contro la lottizzazione ma trattando sulla divisione delle poltrone. Ma alla fine è andata in porto la spartizione. La prima palla ad andare in buca è stata la guida della Cassa depositi e prestiti: Fabrizio Palermo, gradito a Luigi Di Maio, è stato insediato dal governo M5S-Lega come amministratore delegato della “cassaforte” nella quale sono custodite le azioni delle più importanti aziende pubbliche (Eni, Enel, Poste, Telecom, Fincantieri, Terna, Saipem e Italgas).

Poi è arrivato l’accordo sulla lottizzazione Rai: Fabrizio Salini, apprezzato dai cinquestelle, amministratore delegato (la figura è prevista al posto del direttore generale dalla legge di riforma fatta approvare dal governo Renzi nel 2015), Marcello Foa, sostenuto dai leghisti, presidente. Contatti, riunioni informali, vertici di maggioranza e Consigli dei ministri; la strada della divisione delle nomine è stata faticosa è tortuosa. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha illustrato al ‘Fatto Quotidiano’ il suo metodo per uscirne indenne: «Il ministro competente fa le proposte, io ne parlo con i due vicepremier, poi le decidiamo insieme. Se non c’è accordo sulla persona più competente, rinviamo per trovarne una migliore».

E così è andata, ma certamente non è stata cancellata la tanto demonizzata lottizzazione Rai in nome della “candidatura migliore”. Di Maio, dopo il Consiglio dei ministri del 27 luglio ha difeso le scelte assunte dal “governo del cambiamento” sulle nomine: «Abbiamo appena nominato i vertici della Rai. Oggi inizia una nuova rivoluzione culturale con i due nomi, Marcello Foa presidente e Fabrizio Salini Ad». Il capo del M5S, vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, ha usato parole forti e offensive: queste nomine «il presidente del consiglio e il Cdm hanno ritenuto all’altezza di questa grande sfida per liberarci dei raccomandati e dei parassiti».

Niente male. Matteo Salvini è stato più pacato. Il segretario della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, ha messo da parte le critiche del passato: «Sono molto soddisfatto, ci sarà spazio per tutte le voci, finalmente. Siamo solo all’inizio».

Strano. Roberto Fico, presidente cinquestelle della Camera, aveva detto basta alle lottizzazioni e aveva messo i partiti fuori della porta: «Deve finire l’era delle appartenenze politiche, dell’influenza del governo sui giornalisti Rai e viceversa. Deve cambiare tutto».

Invece di “cambiare tutto” sono cambiati solo gli autori della spartizione: adesso è stata varata la lottizzazione gialloverde, quella del “governo del cambiamento”. Ma non è detto che la spartizione della Rai decisa dal governo Conte-Di Maio-Salvini vada in porto. Il problema è “il presidente di garanzia”. La legge stabilisce che il presidente dell’azienda radiotelevisiva pubblica sia eletto dalla commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai con una maggioranza qualificata dei due terzi dei voti: M5S e Lega non raggiungono questa soglia e sperano nel soccorso essenziale di Forza Italia per evitare un flop, ma non è per niente scontato il sì dei forzisti. Silvio Berlusconi ha ritenuto le nomine avanzate «un pessimo segnale» perché assunte in maniera unilaterale da parte della maggioranza grilloleghista.

Il centro-sinistra ha sollecitato il presidente di Forza Italia ad evitare un “soccorso azzurro” ed ha annunciato una durissima opposizione. Maurizio Martina ha attaccato: «Va in onda la spartizione tra la Lega e Cinque Stelle». Il segretario del Pd ha ricordato la necessità dei due terzi dei voti per eleggere “il presidente di garanzia” voluto invece solo dai cinquestelle e dai leghisti che «per le poltrone calpestano anche le regole». Insorgono anche i sindacati dei giornalisti. Vittorio Di Trapani (Usigrai), Raffaele Lorusso e Beppe Giulietti (Fnsi) con una lettera aperta ai 7 consiglieri di amministrazione Rai hanno contestato l’indicazione da parte del governo del presidente di viale Mazzini perché «si configura come una palese violazione di legge».

La battaglia si deciderà mercoledì primo agosto. Quando si riunirà la commissione di Vigilanza si vedrà se e come passerà la spallata Salvini-Di Maio sul “presidente di garanzia”.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Tutto il potere ai cutu

Tutto il potere ai cutu

Nel 1832, Don Giuseppe Benedetto Cottolengo, con Don Giovanni Bosco e altri definito un dei “santi sociali torinesi”, fondò nel capoluogo subalpino La Casa della Divina Provvidenza” una meritoria istituzione destinata a dare riparo, ricovero e assistenza a pazienti rifiutati dagli ospedali, perché affetti da gravi patologie croniche fisiche e mentali.

Nel corso degli anni La Casa divenne una delle istituzioni sanitarie più importanti della città e altre sedi furono aperte in altri siti.

Divenne il luogo di ricovero per disabili fisici e psichici, al punto che i torinesi principiarono a definire il nosocomio semplicemente Il Cottolengo, identificandolo come il luogo destinato ad ospitare i malati di mente.

Addirittura, ancora oggi, nel (brutto) vernacolo torinese con il termine “cutu”, una contrazione dialettale di Cottolengo, vengono apostrofate, non sempre bonariamente, le persone considerate poco intelligenti o dotate di scarsa vivacità intellettuale, in altre parole gli idioti e i cretini.

Questa la premessa. Ora veniamo al tema.

Negli ultimi giorni, attenuatosi, almeno apparentemente, il protagonismo di Salvini sul tema migranti, che ha occupato la scena mediatica per settimane, sono usciti allo scoperto altri membri del Governo, tutti (salvo uno) esponenti del M5S che hanno fatto a gara nell’esibizione di stravaganti proponimenti che rischiano di gettare l’Italia davvero in un mare di guai.

Perché se Salvini sta cavalcando, certo con robusto cinismo e preoccupante brutalità, un tema che tuttavia costituisce da anni un problema reale per Italia ed Europa, Di Maio e C. si stanno impegnando in una dissennata quanto scientifica opera di demolizione di tutto ciò che è legato all’innovazione ed alla crescita economica e sociale dell’Italia.

I nomi? Eccoli: Giggino Di Maio in primis che da settimane si sta maldestramente occupando, facendo danni, di tutti i temi che riguardano il mega ministero che ha preteso, dal cosiddetto decreto dignità alla questione ILVA (si potrebbe continuare, magari citando lo scontro con Boeri),e poi la terza carica dello stato Roberto Fico che come primo atto del suo mandato se l’ è presa con persone anziane colpevoli solo di essere stati parlamentari, e poi la Ministra Grillo che intende abolire l’obbligatorietà dei vaccini, mettendo a rischio la salute dei bambini e poi il Ministro Toninelli che, oltre a chiudere i porti ai migranti, dimostra evidentemente di essere un nemico giurato di qualsiasi crescita infrastrutturale, e poi il Guardasigilli Bonafede che ripristina le intercettazioni a strascico facendosi beffe dello stato di diritto, e poi il Ministro della famiglia Fontana (Leghista) impegnato nella sua crociata oscurantista contro mondo LGBT e poi la Ministra Lezzi che pretende di fermare il TAP infischiandosene dei trattati già stipulati e delle pesanti penali che graverebbero sulle spalle dei cittadini e infine il Carneade Conte, si, proprio lui il Similpremier, che rompe l’abituale assordante silenzio, per annunciare, dietro la pressione del suo dante causa Giggino, che il TAV non si fa più (!!!) salvo essere smentito (molto sommessamente) da Salvini, il cui q.i. gli consente almeno di comprendere quali sarebbero le ricadute economiche e sociali che produrrebbe una simile scelleratezza. Si potrebbe continuare citando i parlamentari grillini che non perdono occasione di occupare talk show e Tg per sostenere ed esaltare il lavoro dei colleghi impegnati al Governo.

La domanda è: cos’altro devono seguitare a proporre e fare simili personaggi perché l’opinione pubblica comprenda che l’Italia dal 4 marzo scorso è entrata in una spirale autodistruttiva ed è seduta sull’orlo di un vulcano?

Che si dia seguito all’idea di Davide Casaleggio, il padrone del M5s, che ritiene il Parlamento inutile?

Intanto, con le prossime nomine che il Governo dovrà fare e con le ricadute, basti pensare alla Rai, che avranno sul sistema dell’informazione pubblica, sarebbe auspicabile che anche gli italiani che li hanno votati inizino a riflettere sul fatto che tutto il potere è finito in mano ai cutu.

Emanuele Pecheux

Immigrazione, Salvini e Fico su sponde opposte

guardia costiera diciotti

Nella continua sfida tra Salvini e Di Maio su che tiene in mano la guida della maggioranza, si inserisce a intervalli regolari il premier Conte, tanto per non far dimenticare ai più distratti che esiste il presidente del Consiglio e si incarna nella sua persona. Lo fa in una lettera inviata Juncker e Tusk in cui chiede all’Europa un maggiore impegno sui temi migratoti. Punto sui cui il Ministro Salvini batte ormai senza sosta, facendo passare l’idea che l’Italia e il mediterraneo si trovino in una situazione di emergenza da controbbattere con tutti i mezzi. Nulla di più falso. Le emergenze sono altre, più profonde e più gravi. Ma nel dibattito politico non ve ne è traccia. Un modo per nascondere la polvere sotto il tappeto.

Per Conte “è essenziale dotarsi da subito di un meccanismo europeo di gestione rapida e condivisa dei vari aspetti relativi alle operazioni di Search and Rescue” attraverso “una sorta di cellula di crisi” che abbia il compito di “coordinare le azioni” degli Stati “riguardo all’individuazione del porto di sbarco e dei Paesi disposti ad accogliere le persone soccorse. Il mio suggerimento è che tale meccanismo venga coordinato dalla Commissione europea”. In una intervista al Fatto Quotidiano, il premier ha detto di aver inviato martedì scorso la missiva: “Martedì ho scritto la seconda lettera a Juncker e Tusk per chiedere che quel che è avvenuto domenica”, cioè la suddivisione dei migranti, “diventi una prassi, affidata non più alle nostre telefonate ai partner, ma a un gabinetto o comitato di crisi sotto l’egida della Commissione Ue, che poi si faccia mediatrice con i vari governi”. Il premier annuncia inoltre che c’è in cantiere “una riforma organica, direi rivoluzionaria, del fisco, basata su due aliquote e una no tax area, consentiremo a chi ha col fisco pendenze senza colpa di azzerarle”. “Giuro che non ci saranno condoni”, assicura inoltre il premier. “La Costituzione impone giustamente la progressività fiscale e noi la rispetteremo”, ha aggiunto.

Nel dibattito si inserisce il presidente della Camera Roberto Fico che durante la cerimonia del ventaglio mette al primo posto “il salvataggio di vite in mare”. E insiste con l’Europa, ribadendo che l’Italia è un Paese dell’Europa, “altrimenti l’Europa così non ha senso”. “Come terza carica dello Stato non posso non stare dove c’è sofferenza e ci sarò sempre. Il concetto di collaborazione, di comprensione e di dialogo per la pace io li ribadirò sempre. Ciò non toglie che io sarò un presidente istituzionale di garanzia verso le minoranze”, ha sottolineato Fico con parole che appaiono in netta antitesi rispetto a quelle del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, secondo il quale “nessuna minaccia potrà fermare la difesa dei confini e i rimpatri dei clandestini, la musica è cambiata”.

Sulla questione immigrazione è intervenuta anche la Conferenza episcopale italiana: “Rispetto a quanto accade – afferma la Cei in una nota ufficiale – non intendiamo né volgere lo sguardo altrove né far nostre parole sprezzanti e atteggiamenti aggressivi. Non possiamo lasciare che inquietudini e paure condizionino le nostre scelte, determinino le nostre risposte, alimentino un clima di diffidenza e disprezzo, di rabbia e rifiuto”.

Vitalizi-pensioni d’oro, rivoluzione populista

rivoluzione francese ghigliottinaTutte le rivoluzioni vivono di simboli. La rivoluzione francese decapitò il re Luigi XVI e la moglie Maria Antonietta mentre la rivoluzione russa uccise lo zar Nicola II e tutta la famiglia imperiale: i simboli dell’autocrazia monarchica. La rivoluzione populista grillina taglia i vitalizi dei deputati in pensione e progetta di fare lo stesso per le pensioni d’oro.
Luigi Di Maio è euforico e usa termini da svolta epocale: «È una giornata storica, che gli italiani aspettavano da 60 anni». Giovedì 12 luglio l’ufficio di presidenza della Camera ha approvato la delibera che riduce i vitalizi di poco più di 1.300 ex deputati: dal primo gennaio 2019 molti assegni previdenziali caleranno anche vistosamente perché le pensioni saranno ricalcolate con il sistema contributivo, svantaggioso rispetto al più favorevole meccanismo retributivo usato fino al 2012 (da quell’anno per onorevoli e senatori scattò il nuovo sistema previdenziale adesso reso retroattivo).

È una rivoluzione, pacifica e senza spargimenti di sangue, attuata contro “i privilegi” dei politici della Prima e della Seconda Repubblica a poco più di un mese dal varo del “governo del cambiamento”. Il capo politico del M5S, vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico è soddisfatto per aver mantenuto uno degli impegni della campagna elettorale nelle politiche del 4 marzo: «Siamo arrivati noi e in 100 giorni li abbiamo tagliati» (è previsto un risparmio di 40 milioni di euro l’anno).

Roberto Fico, ala sinistra grillina, suona una musica analoga contro i privilegi: «È stata riparata un’ingiustizia sociale». Il presidente della Camera si è fortemente impegnato per ridurre i vitalizi: ora tocca al Senato che «arriverà ad una conclusione simile».

E non è finita. Secondo Di Maio «c’è ancora molto da fare nella lotta ai privilegi». Il ministro punta a tosare «prima della pausa estiva» anche le cosiddette pensioni d’oro e non saranno colpite solo quelle oltre i 5 mila euro al mese come era stato annunciato all’inizio: saranno tagliate «anche sopra i 4 mila euro, per coloro che non hanno versato i contributi a sufficienza». Sono nel mirino le élite borghesi, circa 100 mila pensionati. Dirigenti d’azienda, magistrati, alti burocrati, brillanti chirurghi, professori universitari, giornalisti blasonati cominciano ad avere gli incubi. Anche in questo caso è previsto un ricalcolo degli assegni previdenziali con il sistema contributivo (il risparmio previsto è di 450-600 milioni di euro l’anno). Di Maio ha spiegato: «L’obiettivo è quello di tagliare le pensioni d’oro per aumentare le pensioni minime».

La battaglia è popolarissima ma non sarà così facile. Maria Elisabetta Casellati, Forza Italia, non è sulla linea rivoluzionaria dei cinquestelle e del collega Fico. La presidente del Senato ha dei dubbi sulla costituzionalità di tagliare le pensioni a persone che le percepiscono da 10, 20 o 30 anni. Le norme non possono essere retroattive smantellando i diritti acquisiti di chi è andato in pensione con il sistema retributivo. Molti ex parlamentari si preparano a fare ricorso per incostituzionalità alla Consulta anche perché c’è una disparità: senatori e consiglieri regionali non subiranno danni. È critica Forza Italia e anche molti nel Pd, in Liberi ed Uguali e in Fratelli d’Italia, che però faticano a dirlo apertamente perché il discorso è impopolare nell’elettorato esasperato per la crisi, le troppe tasse e i tanti disoccupati.

La strada dei tagli ai “privilegi” è tanto popolare quanto pericolosa per diversi milioni di anziani pensionati. Secondo il segretario dell’associazione consumatori Aduc Primo Mastrantoni ben l’82% dei pensionati italiani gode del sistema retributivo, il 16% viaggia con il meccanismo misto e appena il 4% ha il contributivo. Il taglio retroattivo alle pensioni d’oro e ai deputati potrebbe spalancare le porte al “machete” anche per il 96% dei titolari di assegni Inps, certo non di entità principesche.

I deputati, i senatori e i ministri cinquestelle il 12 luglio hanno festeggiato in piazza Montecitorio il taglio dei vitalizi con un lancio di palloncini e brindisi con lo spumante. Campeggiava la scritta «By, by vitalizi». Una militante cinquestelle cinquantenne ha commentato entusiasta con una strana similitudine da Anni di Piombo: «Una prima pallottola finalmente è partita. Ora verranno le altre…».

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Scontro sui vitalizi. Buemi: “Pifferai e pifferati”

Vitalizio-parlamentari

“Sono curioso di sapere: su che base di legittimità giuridica Fico e soci potranno mettere un limite al vitalizio rispetto al maturato e in base all’effettivamente versato?”. Così in una nota Enrico Buemi, responsabile Giustizia Psi e Senatore nella XVII Legislatura. “Il vitalizio non è un privilegio ma è l’equivalente oggi di quanto versato dal parlamentare. Credo sia più un privilegio quello di chi è andato in pensione dopo 14 anni, sei mesi e un giorno da dipendente statale e, oltretutto, senza raggiungere l’età pensionabile ordinaria”, ha spiegato Buemi. “Sapete quanti sono? Sapete quanti lavoratori dipendenti in pensione che hanno pensioni derivanti dall’ultimo stipendio medio dell’ultimo anno di servizio e non in base alla cifra effettivamente versata? Chiedetelo a quel furbacchione di Boeri che non dice quanto costa questa situazione”, ha sottolineato Buemi. E non dimentichiamoci, poi, di quelli che hanno lavorato una vita ma i cui datori di lavoro gli hanno versato solo in parte i contributi e anche le intere categorie che hanno versato pochissimi contributi e prendono pensioni non proporzionate al versato. È facile cercare il difetto a casa d’altri – ha concluso Buemi – certo è che in tutte le fasi storiche ci sono state pifferai e pifferati”

le parole del responsabile giustizia del Psi arrivano nel giorno in cui torna con prepotenza nelle cronache il tema dei vitalizi con la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati presa di mira dai Cinque Stelle che a detta loro ha voltuto imprimere un colpo di freno al taglio dei vitalizi. “Una giravolta incredibile” affermano. Parte così l’offensiva pentastellata “colpevole” di lasciare “solo” il presidente della Camera Roberto Fico che ha presentato, nell’ultima riunione dell’ufficio di presidenza di Montecitorio, il testo della delibera sul ricalcolo degli assegni mensili agli ex deputati. Casellati, in missione a Washington, ha infatti spiegato di avere “qualche perplessità sul fatto di poter incidere sui diritti acquisiti”.

E, pur aggiungendo che il tema va ripreso anche al Senato “perché sarebbe stravagante che la Camera operasse in un modo e che la stessa situazione non si verificasse nell’altro ramo del Parlamento”, ha auspicato “soluzioni condivise”. Per ora, però, le Camere marciano divise con il risultato che 1.338 ex deputati rischiano di ritrovarsi con un vitalizio “a dieta” mentre gli ex senatori sono in salvo.

E si scatena la pioggia, anzi il diluvio di accuse dei 5 Stelle verso la senatrice di Forza Italia. Un coro pentastellato contro un tema che è stato uno dei cavalli di battaglia non solo della campagna elettorale, ma anche un tema portante della presenza grillina in Parlamento nella passata legislatura. Un tema bislacco ma di facile presa elettorale che fa il paio con il reddito di cittadinanza. Si toglie a quelli che chiamano privilegiati per dare a tutti gli altri. Peccato che i risparmi sarebbero risibili e il monte da redistribuire ben poca cosa. Inoltre sono rilevanti dubbi di costituzionalità sul taglio dei vitalizi. Si tratta di diritti acquisiti e comunque sono diversi i costituzionalisti, tra cui Onida, che ritengono che il problema possa essere affrontato e, nei limiti della nostra Costituzione, risolto solo con una legge e non con un provvedimento amministrativo di un ufficio di presidenza.

Caso Regeni, per Salvini è una questione di ‘famiglia’

madre-giulio-regeni“Il problema Regeni” così lo ha definito Salvini, sottolineando che “comprende bene la richiesta di giustizia della famiglia di Giulio Regeni. Ma per noi, l’Italia, è fondamentale avere buone relazioni con un Paese importante come l’Egitto”. È quanto ha dichiarato il neo ministro degli interni Salvini nell’intervista al Corriere della Sera. In precedenza, durante il programma tv Otto e Mezzo, il ministro dell’Interno ha dichiarato più o meno la stessa cosa.
Il ministro degli Interni ha liquidato così il sequestro, la tortura, l’assassinio di un cittadino italiano all’estero, “il più tremendo” per usare le parole della mamma di Giulio, Paola, “dal nazismo a oggi”.
La posizione del ministro degli Interni è tra l’altro in controtendenza con quanto detto e fatto nelle scorse settimane dal presidente della Camera, Roberto Fico, che ha incontrato i genitori di Giulio e l’ambasciatore italiano al Cairo, Gianpaolo Cantini, chiedendogli il massimo sforzo in un momento cruciale per l’indagine: i magistrati romani hanno messo sul tavolo dei colleghi egiziani elementi cruciali per poter circoscrivere le responsabilità di nove agenti della National security.
Eppure il 13 aprile 2016, il leader leghista la pensava diversamente, in un’altra intervista (sempre sul Corriere), Salvini sosteneva che l’Egitto stava prendendo in giro l’Italia e che il governo italiano non aveva mostrato sufficiente determinazione nell’approfondire la vicenda.
“È una farsa, il problema però non è l’Egitto che ci sta letteralmente prendendo in giro, ma un paese come l’Italia che evidentemente conta come il 2 di picche e viene irriso non solo dall’India, dopo quattro anni con i marò, ma anche dall’Egitto”, diceva allora il leader del Carroccio.
Il collettivo Giulio Siamo Noi invece attacca su Facebook: “C’era un tempo in cui Matteo Salvini riteneva che nessuno nel governo Renzi avesse abbastanza ‘attributi’ per esigere verità dall’Egitto ‘dal quale ci lasciamo prendere per i fondelli’. Ora è lui al governo. E indovinate? Le prese in giro dell’Egitto vanno benissimo anche a Salvini”.

LA PALUDE

governoPer il Movimento cinque stelle è ufficialmente avviato il dialogo per il Pd, lo ha dichiarato il Presidente della Camera, Roberto Fico che ha detto che il suo mandato esplorativo ha avuto “un esito positivo”. Tuttavia l’altra parte del dialogo, il Partito democratico, si ritrova in una vera e propria palude, dove ogni passo rischia di far affogare il già travagliato partito alle prese con una sconfitta cocente e con divisioni che rischiano di lacerare ancora di più la sinistra. Il segretario reggente Maurizio Martina si ritrova davanti un partito diviso tra quanti vorrebbero almeno provare ad avviare il confronto sul programma di una possibile maggioranza e l’ala che fa capo all’ex segretario Matteo Renzi, contrario ad ogni ipotesi d’intesa. I renziani ritengono di essere in maggioranza in direzione. Nel frattempo è tutto fermo, si attende il 3 maggio quando finalmente la direzione dem si riunirà. Ma la sinistra non è solo il Pd, Maurizio Martina deve fare i conti anche con gli alleati, oggi il segretario dei socialisti è intervenuto al riguardo. “Tra noi e il Movimento 5 Stelle ci sono delle differenze sostanziali; di visione e di rapporto con un sistema democratico per arrivare alle decisioni. E poi non capisco quale sia il programma con il quale vorrebbero governare”. Questa la posizione espressa dal segretario del PSI, Riccardo Nencini, intervistato dal quotidiano Il Messaggero in merito alle consultazioni tra PD e M5S. Nencini ha ribadito nell’intervista di essere insospettito “dall’ipertatticismo” dei 5 Stelle soprattutto perché i grillini offrono indifferentemente contratti di governo a forze tra loro antagoniste: che adesso Di Maio tiri fuori il conflitto di interesse “conferma il camaleontismo dei 5S”, atteggiamento che si afferma, secondo Nencini, perché “sono spariti i pilastri fondativi” del Movimento e l’unico obiettivo è quello di “raggiungere la Presidenza del Consiglio”. Riguardo alla possibilità, tutta da verificare, di un incarico formale per la nascita di un governo, Nencini ribadisce di aver ricevuto “assicurazioni” da parte di Martina in merito al coinvolgimento delle forze di coalizione.
Anche il vicepresidente Pd della Camera, Ettore Rosato, ribadisce un no sicuro all’eventualità di un’alleanza con i pentastellati. Il percorso con i Cinque Stelle per l’esponente dem “non è avviato” al momento ed “è pieno di insidie”, quindi “difficilmente può concludersi in qualcosa”. Anche perché, spiega, il Pd è “differente su tutto” dal partito guidato da Luigi Di Maio e il M5s “non ha fatto un passo concreto in avanti”.
Ma dell’alleanza non sembrano sicuri nemmeno i cinquestelle con ‘resistenze’ di non poco conto tra la base grillina. Tuttavia il Capo politico M5S, Luigi Di Maio, punta a superare le divergenze con i dem per “un buon contratto di governo al rialzo, non al ribasso” col Pd.
L’altro ‘forno’ dei pentastellati, la Lega, intanto resta a guardare, ma non senza sfruttare lo stallo Pd-M5S per le prossime regionali che si terranno nel Friuli Venezia Giulia questa domenica, il 29 aprile.
“Vi immaginate cosa potrebbe combinare un governo Pd-Cinque Stelle sull’immigrazione? Io non oso farlo”. Matteo Salvini, parlando in una diretta Facebook davanti al Cie di Gradisca d’Isonzo, smonta così le trattative tra democratici e grillini per provare a creare un governo che definisce ‘stucchevole telenovela’. E poi tuona: “O si governa con le idee premiate dagli italiani o meglio tornare a votare e chiudere la fiducia per governare da soli”. Ma per il suo alleato Berlusconi “Sarebbe un male tornare al voto”. L’ex Cavaliere fa sapere che Matteo Salvini “resta sicuramente nella coalizione dopo le Regionali” e che sulle voci che “riguardano la rottura della Lega sono storie inventate da chi ha interesse a inventarle”.
Si rincorrono infatti voci secondo le quali dopo le elezioni di domenica prossima in Friuli, dove è candidato a governatore il leghista Fedriga, il leader del Carroccio potrebbe rompere l’alleanza con Berlusconi e puntare a riaprire i contatti con i 5Stelle per andare al Governo.
Dopo il voto nella Regione presenziata dalla Serracchiani l’indicazione principale che ci si attende è se la Lega supererà Forza Italia anche in questa regione. Il Centro destra resta il favorito anche in queste consultazioni elettorali.
A livello nazionale intanto in caso di mancato accordo viene scartata l’ipotesi delle elezioni a giugno, anche se Mattarella dovrebbe sciogliere le Camere entro il 9 maggio. L’ipotesi più probabile è quella di tornare al voto in autunno con una nuova legge elettorale che tolga l’impasse corrente e di conseguenza potrebbe esserci un Governo del Presidente.