SENZA PRECEDENTI

commissione europa

Arrivata la lettera dall’Europa e chiaramente non ci sono sorprese al riguardo, nessuno da Bruxelles poteva accettare condizioni simili. La lettera con la richiesta di chiarimenti sul documento programmatico di bilancio italiano verrà pubblicata oggi, nel giorno in cui il commissario agli Affari Economici Pierre Moscovici è in missione a Roma per incontrare il ministro del Tesoro Giovanni Tria, il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi e in serata il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. 
“Le dimensioni della deviazione sono senza precedenti nella storia del Patto di Stabilità”. Lo scrivono Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis nella lettera che il commissario francese ha consegnato oggi al ministro Giovanni Tria durante la sua visita a Roma e resa nota a mercati chiusi. Il documento di due pagine quantifica “un gap pari all’1,5% del Pil” che al cambio fanno circa 25 miliardi di euro. E dunque questa “evidente e significativa deviazione dalle raccomandazioni adottate dal Consiglio è fonte di gravi preoccupazioni”. Sottolinea inoltre “un non rispetto particolarmente serio con gli obblighi del Patto” e chiede al Governo di dare una risposta ai rilievi entro lunedì 22 ottobre. 
L’Italia appare sempre più isolata, arriva per Roma anche un duro attacco del cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, presidente di turno dell’Unione Europea: “Non abbiamo comprensione per la proposta di bilancio che l’Italia ha inviato a Bruxelles, non pagheremo certamente le promesse elettorali e populiste degli altri. Ci aspettiamo quindi – ha aggiunto Kurz in un tweet – che il governo italiano rispetti le norme vigenti, i criteri di Maastricht valgono per tutti”.


Il premier Giuseppe Conte, arrivando al Palazzo Justus Lipsius di Bruxelles per il vertice europeo, ha così risposto alle domande sulla manovra nell’ipotesi di bocciatura: “Confido in un dialogo costruttivo, sicuramente avremo delle osservazioni e ci confronteremo con esse. Porterò il messaggio di una manovra che abbiamo studiato molto bene, è una manovra per invertire la tendenza, noi vogliamo crescere”.

Prima dell’incontro bilaterale con la Cancelliera Angela Merkel, alla domanda dei giornalisti se c’è un margine per cambiare la manovra, ha detto: “Noi l’abbiamo studiata molto bene, quindi direi che non c’è”.

Per quanto riguarda la Brexit, il tema in agenda per l’incontro di oggi, Conte ha affermato: “Sicuramente disponibili a mantenere una finestra aperta per la chiusura del negoziato che ci auguriamo di poterlo chiudere, ma mi sembra un po’ complicato”.

Sulla manovra del governo, senza alcun dubbio, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha affermato: “Siamo convinti di quello che abbiamo fatto. Più passa il tempo, più mi convinco che la manovra è molto bella”.

A proposito dell’accoglienza critica che ha avuto il documento programmatico di bilancio in seno all’esecutivo Ue, Conte ha detto: “Mi rendo perfettamente conto che non è questa la manovra che si aspettavano alla Commissione Europea: è comprensibile che ci siano queste prime reazioni. Mi aspetto delle osservazioni critiche: valuteremo e inizieremo a sederci ai tavoli. Da oggi il commissario Pierre Moscovici dovrebbe essere a Roma a parlare con il ministro Giovanni Tria. Noi ovviamente risponderemo alle osservazioni critiche”.

Il decreto legge in materia fiscale, ha prodotto profonde divisioni nello stesso governo presieduto da Giuseppe Conte. Secondo quanto affermato dal vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio, il testo sarebbe stato ‘manipolato’ da qualche ‘manina’. Anche su questo il premier Conte rassicura: “Venerdì sarò a Roma: lo controllerò come si fa sempre, articolo per articolo. Verrà mandato al Quirinale un testo conforme alla volontà deliberata nel corso del Consiglio dei ministri. Tra Lega e M5S non c’è nessuna frattura. Controlleremo il testo dell’articolo e sarà inviato”.

Massimo Garavaglia, viceministro dell’Economia, parlando con i cronisti in Transatlantico, ha detto: “Il contenuto del decreto fiscale lo conoscevano tutti”. Smentendo di essere lui la ‘manina’ denunciata dal vicepremier Di Maio, ha risposto: “Non so nulla, che è successo? Ho visto ai Tg che c’è stata un po’ di confusione: raccontatemi. Siamo a corto di notizie”,

Il presidente della Camera, Roberto Fico, in proposito alle presunte manomissioni nel decreto fiscale, ha detto: “Al di là di cosa sia successo, su cui il Consiglio dei ministri vedrà nella sua interlocuzione, io sono fermamente contrario a che ci sia questo articolo”. Così si è dichiarato contrario allo scudo fiscale senza rispondere sulla ‘pace fiscale’.

Intanto, lo spread tra Btp e Bund si è ampliato ancora arrivando a toccare i 315 punti base per poi assestarsi in area 313. Il rendimento del 10 anni italiano è salito fino al 3,61% per riportarsi al 3,59% secondo i dati riportati da Bloomberg. Oggi lo spread ha superato quota 320.

Il giornale ‘Der Spiegel’ ha corretto l’articolo su cui ieri si sono immediatamente innescate nuove polemiche tra il governo italiano e la Commissione europea, e la fonte ufficiale da cui aveva ricavato le informazioni riportate: l’eurocommissario al bilancio Guenter Oettinger ha ringraziato. Ieri il settimanale tedesco aveva riferito che oggi o domani l’esecutivo comunitario avrebbe recapitato all’Italia una lettera del commissario europeo agli Affari economici, Pierre Moscovici (che oggi e domani è a Roma per una serie di incontri) con cui avrebbe rigettato il piano di Bilancio notificato nei giorni scorsi dal ‘Bel Paese’.

Il tutto era stato attribuito alle rivelazioni di Oettinger. Poco dopo, tuttavia, questa lettura dei fatti era stata smentita dallo stesso eurocommissario, che aveva precisato che le sue erano valutazioni personali e che la commissione non aveva ancora deciso nulla.

Ora lo Spiegel riporta che l’Ue dovrebbe inviare una lettera all’Italia entro due settimane e che sulla base delle cifre attuali, secondo Oettinger la manovra verrebbe bocciata. Ma appunto, intanto, si negozierà e proprio per questo mentre Moscocivi è a Roma il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte sta incontrando diversi leader a Bruxelles, al vertice europeo.

Lo Spiegel ha scritto: “Una precedente versione di questo articolo aveva erroneamente riportato che la Commissione europea aveva già bocciato il piano di bilancio dell’Italia. La Commissione ha affermato di non aver ancora preso una decisione definitiva se respingere o meno il piano. Non verrà inviata domani una lettera di bocciatura, come inizialmente riferito, ed è attesa unicamente dopo che si saranno concluse le discussioni tra Moscovici e il governo italiano”.

“Grazie! Ho molto apprezzato”, ha affermato Oettinbger rispondendo al giornale tedesco. Si tratta dello stesso eurocommissario che nelle passate settimane aveva creato un caso con dichiarazioni, anche allora poi corrette, in cui inizialmente era stato riportato che aveva detto che i mercati avrebbero insegnato agli italiani come votare.

Il commissario europeo agli Affari economici, Pierre Moscovici, consegnerà, oggi a Roma, direttamente al ministro dell’Economia Giovanni Tria una lettera con richieste di chiarimenti dell’esecutivo comunitario, sul piano di Bilancio notificato dall’Italia. A seguito del faccia a faccia al ministero di Via XX Settembre, è prevista una conferenza stampa congiunta Tria-Moscovici alle 18 e 30.

Ma a criticare la manovra del governo c’è anche la Confindustria. Il presidente di Assolombarda, Carlo Bonomi, nel corso del suo intervento all’assemblea generale dell’associazione, ha dichiarato: “Il governo del cambiamento non ha prodotto una manovra di vero cambiamento: tutti comprendiamo che il dividendo che si ricerca è quello elettorale, non quello della crescita. No, quindi, alle promesse elettorali scassa bilancio e di scarso impatto su crescita e lavoro. Abbiamo già pagato un prezzo elevato alle modalità con cui il governo è giunto ad aggiornare il Def, per poi modificarlo, senza per questo convincere mercati ed Europa. Il punto di fondo non era e non è l’innalzamento del deficit 2019 al 2,4% del Pil. Se il maggior deficit fosse dovuto a un drastico innalzamento degli investimenti e degli stimoli alla crescita assumerebbe tutt’altro significato agli occhi di Europa, mercati e agenzie di rating e soprattutto al mondo delle imprese. Se invece il maggior deficit si persegue per continuare sulla vecchia strada di miliardi aggiuntivi alla spesa corrente, come a tutti gli effetti avviene destinandoli a reddito di cittadinanza e prepensionamenti, ecco che allora le stime di maggior crescita del Pil del governo non risultano credibili e il debito pubblico continuerà a salire. Non saranno 5 miliardi soli di investimenti pubblici in più a far salire il Pil dallo 0,9% potenziale a cui anche il governo lo stima, al +1,5% programmatico indicato dal governo stesso”.

All’orizzonte si profila una nuova crisi. Ci sono già dei segnali significativi: il crollo della produzione automobilistica a settembre, il calo dell’export e le misure protezionistiche.

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un messaggio inviato all’Assemblea di Assolombarda a Milano, ha scritto: “Per affrontare le sfide che ha di fronte l’Italia occorre uno sforzo condiviso e una capacità di dialogo costruttivo da parte della politica, delle imprese, delle associazioni di categoria e della società civile. Il rallentamento del ciclo del commercio internazionale e i segnali di ulteriori tensioni e misure protezionistiche rischiano di pesare sulla fiducia. E’ indispensabile uno sforzo condiviso per dimostrare la capacità del nostro Paese di affrontare le sfide. Servono un dialogo costruttivo e un alto senso di responsabilità da parte della politica, delle istituzioni, delle imprese, delle associazioni e della società civile, per scelte consapevoli, con una visione di lungo termine, nell’interesse collettivo. Confido nell’apporto che gli imprenditori sapranno dare con determinazione e impegno al progresso della nostra comunità”.

Il Presidente della Repubblica, ricordando al Teatro Era di Pontedera la figura del predecessore Giovanni Gronchi, difendendo la validità dell’Unione europea, ha detto: “Non va dimenticato che la sua presidenza ha accompagnato la scelta della nascita e dell’avvio dell’integrazione europea. Di quella che oggi si chiama Unione Europea e che, pur con lacune e contraddizioni, ha assicurato un patrimonio inestimabile di pace e di benessere. Insomma, una ‘coscienza internazionale nuova’. Sono i prodromi anche di quel ‘nuovo atlantismo’, attribuito al presidente Gronchi, che sostanzialmente prendeva atto del gigantesco passo in avanti rappresentato dall’abbandono di alleanze puramente militari di reciproco sostegno in caso di aggressione da parte di paesi terzi, per giungere ad alleanze politico-difensive come lo stesso Trattato dell’Atlantico del Nord, in una logica di integrazione”.

Le parole del Presidente Sergio Mattarella, sono di grande importanza, in questo particolare momento storico in cui gli atteggiamenti e le espressioni dell’attuale governo rischiano di portare l’Italia verso un isolamento.

Domani, dopo il Consiglio Ue, ci sarà l’Eurosummit.

Salvatore Rondello

Milleproroghe. Il Governo mette la fiducia. Caos in Aula

camera

Scoppia la bagarre in Aula alla Camera alla notizia che il Governo ha posto la questione di fiducia al dl Milleproroghe. È la prima fiducia posta dal governo. Il Pd ha occupato i banchi del governo come protesta per una fiducia che ritengono illegittima. La fiducia, infatti, autorizzata dal Consiglio dei ministri del 24 luglio scorso è stata messa su un testo che l’organo di governo non aveva ancora approvato e che è stato varato il giorno dopo 25 agosto.

La ‘chiama’ inizierà domani a partire dalle 12,40. Alle 11,15 le dichiarazioni di voto sul decreto. Non è stata fissata, invece, una data per il voto finale in assenza di un’intesa tra maggioranza e opposizione.

Questa fiducia è un atto, ha detto Roberto Giachetti “illegittimo perché viziato da una irregolarità formale. “Le consiglio di consultare il presidente Fico – ha premesso il deputato Pd rivolgendosi alla presidente di turno Maria Edera Spadoni (M5S) – le ricordo che la fiducia deve essere motivata e deve essere relativa a un dato provvedimento e non sui titoli dei provvedimenti ma su un testo licenziato dalle commissioni di merito”.

“Non si può quindi mettere la fiducia – autorizzata, lo ricordo il 24 luglio – su un testo approvato lunedì scorso dalla Commissione, perché il testo, rispetto a quello varato dal governo, è cambiato per via dei voti in commissione e l’approvazione di diversi emendamenti. Sui vaccini, ad esempio, il testo ha subito ben tre variazioni. La fiducia del Cdm non può riferirsi al testo della Camera. Le suggerisco quindi – ha concluso Giachetti – di consultare il presidente Fico perché riteniamo che la proceduta adottata sia gravemente viziata”.

Altre forti proteste arrivano dall’Anci in quanto la fiducia è posta sul testo approvato dalle Commissioni, vale a dire con il taglio di 1,1 miliardi alle periferie, senza recepire quindi l’intesa raggiunta ieri con l’Anci per il ripristino nel triennio dei fondi. L’oppposione infatti aveva chiesto la sospensione dei lavori per permettere al governo di chiarire le proprie intenzioni sui fondi alle periferie dopo l’intesa raggiunta ieri sera dal premier Giuseppe Conte con l’Anci per il loro ripristino. Ma il tutto si è trasformato in un nulla di fatto. Ieri il presidente dell’Anci aveva espresso la propria soddisfazione per l’impegna strappato al premier. Soddisfazione durata poco.

Di Battista fa capolino per richiamare la base M5S

di battistaMentre la Lega continua a crescere nei sondaggi, nonostante la spada di Damocle di una sentenza sui fondi irregolari, i cinque stelle continuano ad essere oscurati dal protagonismo del Vicepremier. Ma ancora una volta a intervenire è uno dei principali leader del Movimento, l’ex parlamentare grillino, Alessandro Di Battista che parla dal Guatemala, dove è in viaggio con il figlio Andrea e la sua compagna Sahra: “Per l’establishment l’obiettivo è far credere che Salvini sia Churchill e noi gli sfigatelli che non riusciamo a fare politica ma non è così e si vedrà anche sul tema autostrade, che per me è la cosa principale”.
In un intervento alla Festa del Fatto Quotidiano il “Dibba” parla con Peter Gomez del governo pentaleghista, senza risparmiare critiche al Carroccio: “Se questo governo riuscirà a ridare al popolo italiano autostrade avrà fatto la cosa più grande che si possa fare ed è lì che si vedrà poi veramente la Lega. Io lo sostengo questo governo, anche perché non c’erano alternative”. Di Battista cerca in realtà di marcare le distanze con un alleato che sta fagocitando il Movimento e scontentando la base grillina. E non lo fa rimettendo in causa la questione ‘migranti’ come l’altro alter ego di Di Maio, Roberto Fico. E attacca il Vicepremier Salvini usando i suoi stessi toni da campagna elettorale. “Non leggo i sondaggi, ma vedremo se la Lega sarà davvero al 30%…”, dice il grillino. Il ministro dell’Interno è avvertito: chi parla non lo considera un buon alleato con cui “si lavora bene”, ma un avversario da battere alle elezioni. “Salvini si gioca la sua partita e la stampa lo attacca – polemizza Di Battista – Lo vedete come si atteggia, dice ‘Processatemi’, dice che rischia 20 anni di galera… Ma cosa rischia? Non rischia nulla”.
Il ritorno di Di Battista potrebbe essere sicuramente un altro modo di tenere unita la base, come già fatto in passato, ma molto più probabilmente potrebbe trattarsi forse di una sua candidatura alle Europee.

2 agosto 1980. Si nega ancora la ‘matrice fascista’

pertini strage bolognaSono passati 38 anni dalla strage di Bologna che sconvolse l’Italia, eppure c’è ancora chi nega alcune responsabilità e proprio dagli scranni del Parlamento. Per la deputata di Fratelli d’Italia Paola Frassinetti la verità non si “è ancora affermata. I veri colpevoli non sono stati ancora condannati”, ha detto Frassinetti. “Bisognerebbe avere il coraggio di dire che i giudici a Bologna sono sempre stati prigionieri di logiche idelogiche-giudiziarie con lo scopo non di ricercare la verità ma di riuscire, a tutti i costi, ad arrivare alla conclusione che la matrice fosse nera per ragione di Stato”. E aggiunge: “Bisognerebbe avere lo stesso coraggio del presidente Cossiga- prosegue- quando nel 1991 ebbe l’onestà di ammettere che si era sbagliato e che la strage non era addebitabile ad ambienti di estrema destra chiedendo anche scusa. Anche il nuovo processo iniziato a Bologna in Corte di Assise a marzo è un’altra occasione perduta. Invece di approfondire la pista che porta a verificare l’ipotesi dell’esistenza di una ritorsione del terrorismo palestinese…”.
Dichiarazioni che hanno acceso lo scontro in aula con il Centrosinistra compatto contro le affermazioni della deputata.
Pier Luigi Bersani, rivolgendosi a Frassinetti, le ha ricordato la piazza di Bologna “tesa rabbiosa” e la capacità di Zangheri e Pertini di usare parole ferme a “difesa della democrazia e delle istituzioni”. “Attorno a noi c’erano solo bombe”, ha concluso tra gli applausi, “ma quegli attentati non riuscirono a portarci dove volevano”. Intervento che ha accentuato il clima di bagarre, stavolta dai banchi di Fratelli d’Italia. Giovanni Donzelli (Fdi) ha preso la parola chiedendo un chiarimento all’ex segretario Pd. “Vorrei sapere se crede sul serio che una forza democraticamente eletta sia responsabile di quelle bombe. Vuol dire che noi potremmo dire che la sinistra è responsabile delle Br”. A quel punto, dai banchi della sinistra si è levato un coro di proteste, tenuto a bada, con difficoltà, dalla vicepresidente di turno, Maria Edera Spadoni. “Se ci sono delle incomprensioni tra voi e Bersani”, ha detto Spadoni a un certo punto, rivolta ai banchi di FdI, “parlatene tra di voi”. Parole che hanno fatto infuriare Emanuele Fiano (Pd): “Presidente, qui siamo nell’Aula di Montecitorio. E quando si parla di democrazia e antifascismo non si chiariscono questi punti privatamente, come lei ha invitato a fare”.
Il Parlamento parla ancora una volta di Fascismo e democrazia ed è proprio la parola ‘Fascista’ che è stata più volte pronunciata dal sindaco di Bologna Virginio Merola, durante la commemorazione “perché esiste la verità storica, sono esistite ed esistono forze nazifasciste, così come esiste l’antifascismo e la sua necessità presente e futura. Come sindaco mi sento un po’ umiliato nel doverlo dire”, attacca Merola: “Ditelo ai famigliari delle vittime del 2 Agosto e ai bolognesi, guardandoli in faccia, senza la scorciatoia dei social network, che non esiste più il problema del fascismo”.
“Oggi i fascismi possono essere di tanti tipi e vanno tutti combattuti”, gli replica, sceso dal palco, il presidente della Camera Fico, che davanti al microfono raccoglie molti applausi quando ha voluto mandare un saluto ai genitori di Giulio Regeni, sottolineando che “tutte le verità richiedono giustizia, solo quando sapremo tutto ciò che è stato potremo dirci un Paese unito”. E ancora: “Lo vorrei dire da qui ed è l’unica promessa che vi faccio”, ai famigliari e alla città: come terza carica dello Stato ci sono al 100% e non arretrerò mai di un passo”.
Tuttavia sono ancora in corso udienze per scoprire i mandanti di una bomba che portò alla morte di 85 persone e oltre 200 i feriti.
Ma il capo dello Stato Sergio Mattarella nel messaggio alla città ha voluto ricordare anche “L’impegno e la dedizione di magistrati e servitori dello Stato hanno consentito di ottenere risultati che non esauriscono ma incoraggiano l’incalzante domanda di verità e giustizia”.

La Rai e il governo del cambiamento

RAI-Riforma

“Merito” e “capacità”. Tante promesse contro la lottizzazione Rai e delle aziende pubbliche. Lega e M5S da metà giugno si sono scontrati, prima sotto traccia e poi apertamente, declamando contro la lottizzazione ma trattando sulla divisione delle poltrone. Ma alla fine è andata in porto la spartizione. La prima palla ad andare in buca è stata la guida della Cassa depositi e prestiti: Fabrizio Palermo, gradito a Luigi Di Maio, è stato insediato dal governo M5S-Lega come amministratore delegato della “cassaforte” nella quale sono custodite le azioni delle più importanti aziende pubbliche (Eni, Enel, Poste, Telecom, Fincantieri, Terna, Saipem e Italgas).

Poi è arrivato l’accordo sulla lottizzazione Rai: Fabrizio Salini, apprezzato dai cinquestelle, amministratore delegato (la figura è prevista al posto del direttore generale dalla legge di riforma fatta approvare dal governo Renzi nel 2015), Marcello Foa, sostenuto dai leghisti, presidente. Contatti, riunioni informali, vertici di maggioranza e Consigli dei ministri; la strada della divisione delle nomine è stata faticosa è tortuosa. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha illustrato al ‘Fatto Quotidiano’ il suo metodo per uscirne indenne: «Il ministro competente fa le proposte, io ne parlo con i due vicepremier, poi le decidiamo insieme. Se non c’è accordo sulla persona più competente, rinviamo per trovarne una migliore».

E così è andata, ma certamente non è stata cancellata la tanto demonizzata lottizzazione Rai in nome della “candidatura migliore”. Di Maio, dopo il Consiglio dei ministri del 27 luglio ha difeso le scelte assunte dal “governo del cambiamento” sulle nomine: «Abbiamo appena nominato i vertici della Rai. Oggi inizia una nuova rivoluzione culturale con i due nomi, Marcello Foa presidente e Fabrizio Salini Ad». Il capo del M5S, vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, ha usato parole forti e offensive: queste nomine «il presidente del consiglio e il Cdm hanno ritenuto all’altezza di questa grande sfida per liberarci dei raccomandati e dei parassiti».

Niente male. Matteo Salvini è stato più pacato. Il segretario della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, ha messo da parte le critiche del passato: «Sono molto soddisfatto, ci sarà spazio per tutte le voci, finalmente. Siamo solo all’inizio».

Strano. Roberto Fico, presidente cinquestelle della Camera, aveva detto basta alle lottizzazioni e aveva messo i partiti fuori della porta: «Deve finire l’era delle appartenenze politiche, dell’influenza del governo sui giornalisti Rai e viceversa. Deve cambiare tutto».

Invece di “cambiare tutto” sono cambiati solo gli autori della spartizione: adesso è stata varata la lottizzazione gialloverde, quella del “governo del cambiamento”. Ma non è detto che la spartizione della Rai decisa dal governo Conte-Di Maio-Salvini vada in porto. Il problema è “il presidente di garanzia”. La legge stabilisce che il presidente dell’azienda radiotelevisiva pubblica sia eletto dalla commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai con una maggioranza qualificata dei due terzi dei voti: M5S e Lega non raggiungono questa soglia e sperano nel soccorso essenziale di Forza Italia per evitare un flop, ma non è per niente scontato il sì dei forzisti. Silvio Berlusconi ha ritenuto le nomine avanzate «un pessimo segnale» perché assunte in maniera unilaterale da parte della maggioranza grilloleghista.

Il centro-sinistra ha sollecitato il presidente di Forza Italia ad evitare un “soccorso azzurro” ed ha annunciato una durissima opposizione. Maurizio Martina ha attaccato: «Va in onda la spartizione tra la Lega e Cinque Stelle». Il segretario del Pd ha ricordato la necessità dei due terzi dei voti per eleggere “il presidente di garanzia” voluto invece solo dai cinquestelle e dai leghisti che «per le poltrone calpestano anche le regole». Insorgono anche i sindacati dei giornalisti. Vittorio Di Trapani (Usigrai), Raffaele Lorusso e Beppe Giulietti (Fnsi) con una lettera aperta ai 7 consiglieri di amministrazione Rai hanno contestato l’indicazione da parte del governo del presidente di viale Mazzini perché «si configura come una palese violazione di legge».

La battaglia si deciderà mercoledì primo agosto. Quando si riunirà la commissione di Vigilanza si vedrà se e come passerà la spallata Salvini-Di Maio sul “presidente di garanzia”.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Tutto il potere ai cutu

Tutto il potere ai cutu

Nel 1832, Don Giuseppe Benedetto Cottolengo, con Don Giovanni Bosco e altri definito un dei “santi sociali torinesi”, fondò nel capoluogo subalpino La Casa della Divina Provvidenza” una meritoria istituzione destinata a dare riparo, ricovero e assistenza a pazienti rifiutati dagli ospedali, perché affetti da gravi patologie croniche fisiche e mentali.

Nel corso degli anni La Casa divenne una delle istituzioni sanitarie più importanti della città e altre sedi furono aperte in altri siti.

Divenne il luogo di ricovero per disabili fisici e psichici, al punto che i torinesi principiarono a definire il nosocomio semplicemente Il Cottolengo, identificandolo come il luogo destinato ad ospitare i malati di mente.

Addirittura, ancora oggi, nel (brutto) vernacolo torinese con il termine “cutu”, una contrazione dialettale di Cottolengo, vengono apostrofate, non sempre bonariamente, le persone considerate poco intelligenti o dotate di scarsa vivacità intellettuale, in altre parole gli idioti e i cretini.

Questa la premessa. Ora veniamo al tema.

Negli ultimi giorni, attenuatosi, almeno apparentemente, il protagonismo di Salvini sul tema migranti, che ha occupato la scena mediatica per settimane, sono usciti allo scoperto altri membri del Governo, tutti (salvo uno) esponenti del M5S che hanno fatto a gara nell’esibizione di stravaganti proponimenti che rischiano di gettare l’Italia davvero in un mare di guai.

Perché se Salvini sta cavalcando, certo con robusto cinismo e preoccupante brutalità, un tema che tuttavia costituisce da anni un problema reale per Italia ed Europa, Di Maio e C. si stanno impegnando in una dissennata quanto scientifica opera di demolizione di tutto ciò che è legato all’innovazione ed alla crescita economica e sociale dell’Italia.

I nomi? Eccoli: Giggino Di Maio in primis che da settimane si sta maldestramente occupando, facendo danni, di tutti i temi che riguardano il mega ministero che ha preteso, dal cosiddetto decreto dignità alla questione ILVA (si potrebbe continuare, magari citando lo scontro con Boeri),e poi la terza carica dello stato Roberto Fico che come primo atto del suo mandato se l’ è presa con persone anziane colpevoli solo di essere stati parlamentari, e poi la Ministra Grillo che intende abolire l’obbligatorietà dei vaccini, mettendo a rischio la salute dei bambini e poi il Ministro Toninelli che, oltre a chiudere i porti ai migranti, dimostra evidentemente di essere un nemico giurato di qualsiasi crescita infrastrutturale, e poi il Guardasigilli Bonafede che ripristina le intercettazioni a strascico facendosi beffe dello stato di diritto, e poi il Ministro della famiglia Fontana (Leghista) impegnato nella sua crociata oscurantista contro mondo LGBT e poi la Ministra Lezzi che pretende di fermare il TAP infischiandosene dei trattati già stipulati e delle pesanti penali che graverebbero sulle spalle dei cittadini e infine il Carneade Conte, si, proprio lui il Similpremier, che rompe l’abituale assordante silenzio, per annunciare, dietro la pressione del suo dante causa Giggino, che il TAV non si fa più (!!!) salvo essere smentito (molto sommessamente) da Salvini, il cui q.i. gli consente almeno di comprendere quali sarebbero le ricadute economiche e sociali che produrrebbe una simile scelleratezza. Si potrebbe continuare citando i parlamentari grillini che non perdono occasione di occupare talk show e Tg per sostenere ed esaltare il lavoro dei colleghi impegnati al Governo.

La domanda è: cos’altro devono seguitare a proporre e fare simili personaggi perché l’opinione pubblica comprenda che l’Italia dal 4 marzo scorso è entrata in una spirale autodistruttiva ed è seduta sull’orlo di un vulcano?

Che si dia seguito all’idea di Davide Casaleggio, il padrone del M5s, che ritiene il Parlamento inutile?

Intanto, con le prossime nomine che il Governo dovrà fare e con le ricadute, basti pensare alla Rai, che avranno sul sistema dell’informazione pubblica, sarebbe auspicabile che anche gli italiani che li hanno votati inizino a riflettere sul fatto che tutto il potere è finito in mano ai cutu.

Emanuele Pecheux

Immigrazione, Salvini e Fico su sponde opposte

guardia costiera diciotti

Nella continua sfida tra Salvini e Di Maio su che tiene in mano la guida della maggioranza, si inserisce a intervalli regolari il premier Conte, tanto per non far dimenticare ai più distratti che esiste il presidente del Consiglio e si incarna nella sua persona. Lo fa in una lettera inviata Juncker e Tusk in cui chiede all’Europa un maggiore impegno sui temi migratoti. Punto sui cui il Ministro Salvini batte ormai senza sosta, facendo passare l’idea che l’Italia e il mediterraneo si trovino in una situazione di emergenza da controbbattere con tutti i mezzi. Nulla di più falso. Le emergenze sono altre, più profonde e più gravi. Ma nel dibattito politico non ve ne è traccia. Un modo per nascondere la polvere sotto il tappeto.

Per Conte “è essenziale dotarsi da subito di un meccanismo europeo di gestione rapida e condivisa dei vari aspetti relativi alle operazioni di Search and Rescue” attraverso “una sorta di cellula di crisi” che abbia il compito di “coordinare le azioni” degli Stati “riguardo all’individuazione del porto di sbarco e dei Paesi disposti ad accogliere le persone soccorse. Il mio suggerimento è che tale meccanismo venga coordinato dalla Commissione europea”. In una intervista al Fatto Quotidiano, il premier ha detto di aver inviato martedì scorso la missiva: “Martedì ho scritto la seconda lettera a Juncker e Tusk per chiedere che quel che è avvenuto domenica”, cioè la suddivisione dei migranti, “diventi una prassi, affidata non più alle nostre telefonate ai partner, ma a un gabinetto o comitato di crisi sotto l’egida della Commissione Ue, che poi si faccia mediatrice con i vari governi”. Il premier annuncia inoltre che c’è in cantiere “una riforma organica, direi rivoluzionaria, del fisco, basata su due aliquote e una no tax area, consentiremo a chi ha col fisco pendenze senza colpa di azzerarle”. “Giuro che non ci saranno condoni”, assicura inoltre il premier. “La Costituzione impone giustamente la progressività fiscale e noi la rispetteremo”, ha aggiunto.

Nel dibattito si inserisce il presidente della Camera Roberto Fico che durante la cerimonia del ventaglio mette al primo posto “il salvataggio di vite in mare”. E insiste con l’Europa, ribadendo che l’Italia è un Paese dell’Europa, “altrimenti l’Europa così non ha senso”. “Come terza carica dello Stato non posso non stare dove c’è sofferenza e ci sarò sempre. Il concetto di collaborazione, di comprensione e di dialogo per la pace io li ribadirò sempre. Ciò non toglie che io sarò un presidente istituzionale di garanzia verso le minoranze”, ha sottolineato Fico con parole che appaiono in netta antitesi rispetto a quelle del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, secondo il quale “nessuna minaccia potrà fermare la difesa dei confini e i rimpatri dei clandestini, la musica è cambiata”.

Sulla questione immigrazione è intervenuta anche la Conferenza episcopale italiana: “Rispetto a quanto accade – afferma la Cei in una nota ufficiale – non intendiamo né volgere lo sguardo altrove né far nostre parole sprezzanti e atteggiamenti aggressivi. Non possiamo lasciare che inquietudini e paure condizionino le nostre scelte, determinino le nostre risposte, alimentino un clima di diffidenza e disprezzo, di rabbia e rifiuto”.

Vitalizi-pensioni d’oro, rivoluzione populista

rivoluzione francese ghigliottinaTutte le rivoluzioni vivono di simboli. La rivoluzione francese decapitò il re Luigi XVI e la moglie Maria Antonietta mentre la rivoluzione russa uccise lo zar Nicola II e tutta la famiglia imperiale: i simboli dell’autocrazia monarchica. La rivoluzione populista grillina taglia i vitalizi dei deputati in pensione e progetta di fare lo stesso per le pensioni d’oro.
Luigi Di Maio è euforico e usa termini da svolta epocale: «È una giornata storica, che gli italiani aspettavano da 60 anni». Giovedì 12 luglio l’ufficio di presidenza della Camera ha approvato la delibera che riduce i vitalizi di poco più di 1.300 ex deputati: dal primo gennaio 2019 molti assegni previdenziali caleranno anche vistosamente perché le pensioni saranno ricalcolate con il sistema contributivo, svantaggioso rispetto al più favorevole meccanismo retributivo usato fino al 2012 (da quell’anno per onorevoli e senatori scattò il nuovo sistema previdenziale adesso reso retroattivo).

È una rivoluzione, pacifica e senza spargimenti di sangue, attuata contro “i privilegi” dei politici della Prima e della Seconda Repubblica a poco più di un mese dal varo del “governo del cambiamento”. Il capo politico del M5S, vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico è soddisfatto per aver mantenuto uno degli impegni della campagna elettorale nelle politiche del 4 marzo: «Siamo arrivati noi e in 100 giorni li abbiamo tagliati» (è previsto un risparmio di 40 milioni di euro l’anno).

Roberto Fico, ala sinistra grillina, suona una musica analoga contro i privilegi: «È stata riparata un’ingiustizia sociale». Il presidente della Camera si è fortemente impegnato per ridurre i vitalizi: ora tocca al Senato che «arriverà ad una conclusione simile».

E non è finita. Secondo Di Maio «c’è ancora molto da fare nella lotta ai privilegi». Il ministro punta a tosare «prima della pausa estiva» anche le cosiddette pensioni d’oro e non saranno colpite solo quelle oltre i 5 mila euro al mese come era stato annunciato all’inizio: saranno tagliate «anche sopra i 4 mila euro, per coloro che non hanno versato i contributi a sufficienza». Sono nel mirino le élite borghesi, circa 100 mila pensionati. Dirigenti d’azienda, magistrati, alti burocrati, brillanti chirurghi, professori universitari, giornalisti blasonati cominciano ad avere gli incubi. Anche in questo caso è previsto un ricalcolo degli assegni previdenziali con il sistema contributivo (il risparmio previsto è di 450-600 milioni di euro l’anno). Di Maio ha spiegato: «L’obiettivo è quello di tagliare le pensioni d’oro per aumentare le pensioni minime».

La battaglia è popolarissima ma non sarà così facile. Maria Elisabetta Casellati, Forza Italia, non è sulla linea rivoluzionaria dei cinquestelle e del collega Fico. La presidente del Senato ha dei dubbi sulla costituzionalità di tagliare le pensioni a persone che le percepiscono da 10, 20 o 30 anni. Le norme non possono essere retroattive smantellando i diritti acquisiti di chi è andato in pensione con il sistema retributivo. Molti ex parlamentari si preparano a fare ricorso per incostituzionalità alla Consulta anche perché c’è una disparità: senatori e consiglieri regionali non subiranno danni. È critica Forza Italia e anche molti nel Pd, in Liberi ed Uguali e in Fratelli d’Italia, che però faticano a dirlo apertamente perché il discorso è impopolare nell’elettorato esasperato per la crisi, le troppe tasse e i tanti disoccupati.

La strada dei tagli ai “privilegi” è tanto popolare quanto pericolosa per diversi milioni di anziani pensionati. Secondo il segretario dell’associazione consumatori Aduc Primo Mastrantoni ben l’82% dei pensionati italiani gode del sistema retributivo, il 16% viaggia con il meccanismo misto e appena il 4% ha il contributivo. Il taglio retroattivo alle pensioni d’oro e ai deputati potrebbe spalancare le porte al “machete” anche per il 96% dei titolari di assegni Inps, certo non di entità principesche.

I deputati, i senatori e i ministri cinquestelle il 12 luglio hanno festeggiato in piazza Montecitorio il taglio dei vitalizi con un lancio di palloncini e brindisi con lo spumante. Campeggiava la scritta «By, by vitalizi». Una militante cinquestelle cinquantenne ha commentato entusiasta con una strana similitudine da Anni di Piombo: «Una prima pallottola finalmente è partita. Ora verranno le altre…».

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Scontro sui vitalizi. Buemi: “Pifferai e pifferati”

Vitalizio-parlamentari

“Sono curioso di sapere: su che base di legittimità giuridica Fico e soci potranno mettere un limite al vitalizio rispetto al maturato e in base all’effettivamente versato?”. Così in una nota Enrico Buemi, responsabile Giustizia Psi e Senatore nella XVII Legislatura. “Il vitalizio non è un privilegio ma è l’equivalente oggi di quanto versato dal parlamentare. Credo sia più un privilegio quello di chi è andato in pensione dopo 14 anni, sei mesi e un giorno da dipendente statale e, oltretutto, senza raggiungere l’età pensionabile ordinaria”, ha spiegato Buemi. “Sapete quanti sono? Sapete quanti lavoratori dipendenti in pensione che hanno pensioni derivanti dall’ultimo stipendio medio dell’ultimo anno di servizio e non in base alla cifra effettivamente versata? Chiedetelo a quel furbacchione di Boeri che non dice quanto costa questa situazione”, ha sottolineato Buemi. E non dimentichiamoci, poi, di quelli che hanno lavorato una vita ma i cui datori di lavoro gli hanno versato solo in parte i contributi e anche le intere categorie che hanno versato pochissimi contributi e prendono pensioni non proporzionate al versato. È facile cercare il difetto a casa d’altri – ha concluso Buemi – certo è che in tutte le fasi storiche ci sono state pifferai e pifferati”

le parole del responsabile giustizia del Psi arrivano nel giorno in cui torna con prepotenza nelle cronache il tema dei vitalizi con la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati presa di mira dai Cinque Stelle che a detta loro ha voltuto imprimere un colpo di freno al taglio dei vitalizi. “Una giravolta incredibile” affermano. Parte così l’offensiva pentastellata “colpevole” di lasciare “solo” il presidente della Camera Roberto Fico che ha presentato, nell’ultima riunione dell’ufficio di presidenza di Montecitorio, il testo della delibera sul ricalcolo degli assegni mensili agli ex deputati. Casellati, in missione a Washington, ha infatti spiegato di avere “qualche perplessità sul fatto di poter incidere sui diritti acquisiti”.

E, pur aggiungendo che il tema va ripreso anche al Senato “perché sarebbe stravagante che la Camera operasse in un modo e che la stessa situazione non si verificasse nell’altro ramo del Parlamento”, ha auspicato “soluzioni condivise”. Per ora, però, le Camere marciano divise con il risultato che 1.338 ex deputati rischiano di ritrovarsi con un vitalizio “a dieta” mentre gli ex senatori sono in salvo.

E si scatena la pioggia, anzi il diluvio di accuse dei 5 Stelle verso la senatrice di Forza Italia. Un coro pentastellato contro un tema che è stato uno dei cavalli di battaglia non solo della campagna elettorale, ma anche un tema portante della presenza grillina in Parlamento nella passata legislatura. Un tema bislacco ma di facile presa elettorale che fa il paio con il reddito di cittadinanza. Si toglie a quelli che chiamano privilegiati per dare a tutti gli altri. Peccato che i risparmi sarebbero risibili e il monte da redistribuire ben poca cosa. Inoltre sono rilevanti dubbi di costituzionalità sul taglio dei vitalizi. Si tratta di diritti acquisiti e comunque sono diversi i costituzionalisti, tra cui Onida, che ritengono che il problema possa essere affrontato e, nei limiti della nostra Costituzione, risolto solo con una legge e non con un provvedimento amministrativo di un ufficio di presidenza.

Caso Regeni, per Salvini è una questione di ‘famiglia’

madre-giulio-regeni“Il problema Regeni” così lo ha definito Salvini, sottolineando che “comprende bene la richiesta di giustizia della famiglia di Giulio Regeni. Ma per noi, l’Italia, è fondamentale avere buone relazioni con un Paese importante come l’Egitto”. È quanto ha dichiarato il neo ministro degli interni Salvini nell’intervista al Corriere della Sera. In precedenza, durante il programma tv Otto e Mezzo, il ministro dell’Interno ha dichiarato più o meno la stessa cosa.
Il ministro degli Interni ha liquidato così il sequestro, la tortura, l’assassinio di un cittadino italiano all’estero, “il più tremendo” per usare le parole della mamma di Giulio, Paola, “dal nazismo a oggi”.
La posizione del ministro degli Interni è tra l’altro in controtendenza con quanto detto e fatto nelle scorse settimane dal presidente della Camera, Roberto Fico, che ha incontrato i genitori di Giulio e l’ambasciatore italiano al Cairo, Gianpaolo Cantini, chiedendogli il massimo sforzo in un momento cruciale per l’indagine: i magistrati romani hanno messo sul tavolo dei colleghi egiziani elementi cruciali per poter circoscrivere le responsabilità di nove agenti della National security.
Eppure il 13 aprile 2016, il leader leghista la pensava diversamente, in un’altra intervista (sempre sul Corriere), Salvini sosteneva che l’Egitto stava prendendo in giro l’Italia e che il governo italiano non aveva mostrato sufficiente determinazione nell’approfondire la vicenda.
“È una farsa, il problema però non è l’Egitto che ci sta letteralmente prendendo in giro, ma un paese come l’Italia che evidentemente conta come il 2 di picche e viene irriso non solo dall’India, dopo quattro anni con i marò, ma anche dall’Egitto”, diceva allora il leader del Carroccio.
Il collettivo Giulio Siamo Noi invece attacca su Facebook: “C’era un tempo in cui Matteo Salvini riteneva che nessuno nel governo Renzi avesse abbastanza ‘attributi’ per esigere verità dall’Egitto ‘dal quale ci lasciamo prendere per i fondelli’. Ora è lui al governo. E indovinate? Le prese in giro dell’Egitto vanno benissimo anche a Salvini”.