Trenord, il dossier Alitalia e il rischio di una nuova Gepi

trenordIl sistema ferroviario lombardo, costruito nel 2011 unificando Ferrovie Nord Milano e Ferrovie dello Stato E dando vita alla società paritetica Trenord, continuerà, almeno fino a tutto il 2019, ad essere fonte di disagi per i cittadini utenti (e di preoccupazione per il management). E dire che il progetto dell’allora governatore Roberto Formigoni aveva un orizzonte strategico valido ancor oggi e fondato sul miglioramento del servizio attraverso la realizzazione di un sistema integrato di trasporto pubblico nell’intero territorio con un sistema unico di tariffazione.

L’ottimismo dell’attuale governatore della Regione Attilio Fontana, che a sua discolpa può invocare di essere stato “convinto” dal’alleanza romana tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio ad abbassare i toni del confronto e a trovare in fretta un’intesa con la nuova dirigenza “grillina” delle Ferrovie dello Stato, non potrà facilmente dare risposte adeguate in tempi brevi.

Dopo gli annunci ripetuti, accompagnati da progetti diversi di modifica negli assetti societari di Trenord, tutto è rimasto al punto di partenza salvo un’intesa fra i soci che ha attribuito al nuovo amministratore delegato Marco Piuri poteri ritenuti adeguati a evitare paralisi decisionali nel governo aziendale. Tutto ciò nella convinzione che prima o poi bisognerà stabilire chi dei due soci comanda, fermo restando che allo stato delle cose la Regione Lombardia ritiene di dover essere in futuro il “socio di riferimento” e che d’altra parte le “nuove” FS non hanno ancora reso esplicito un orientamento al riguardo.

Gli obiettivi minimi che oggi Trenord deve garantire sono la sicurezza, una maggiore puntualità ed evitare la soppressione di corse. Sul primo punto il tragico deragliamento di Pioltello (provocato dall’usura di un giunto del binario e costato tre morti e 46 feriti) ha sollevato proteste e preoccupazioni che si sono aggravate quando è stato reso noto dalla Rete Ferroviaria Italiana (Rfi è la società di Fs responsabile della manutenzione dei binari) che presso la stazione di Arcore solo la prontezza di riflessi di un macchinista, rallentando la corsa del treno ha probabilmente evitato il ripetersi di un altro incidente. Rfi è corsa ai ripari ma il lavoro di manutenzione ordinaria e straordinaria che modernizzerà la rete, con l’installazione di innovativi dispositivi di controllo per evitare rotture improvvise dei giunti, si realizzerà in un arco temporale di cinque anni. Analoghe problematiche si registrano per la gestione dei passaggi a livello.

Su puntualità e fine delle soppressioni di corse la risposta potrebbe venire dall’acquisizione di nuovo materiale rotabile, anche considerato che carrozze e motrici delle FS hanno una anzianità media di 30 anni rispetto ai 10 anni di quelle delle Ferrovie Nord Milano. Per meglio affrontare i disagi del periodo invernale sarebbero disponibili cinque treni in più rispetto ai nove già previsti per ottobre (ma arrivati solo in parte) “dirottati” in Lombardia dalle Ferrovie dello Stato. A questi se ne aggiungerebbero altri 25, anch’essi usati ma in buone condizioni, nei primi sei mesi del 2019.

Infine e, se si riuscirà ad ottenerne la consegna anticipata, 15 ulteriori convogli nuovi da Hitachi entro la fine del 2019. Non è quello che la Regione si aspettava, considerata la richiesta iniziale di Fontana di 40 treni da utilizzare per il periodo invernale e l’incertezza sul rispetto dei tempi di consegna programmati. Con l’aumento dei treni crescerà il fabbisogno di personale che dovrebbe arrivare da FS, ma occorrerà anche costruire un rapporto positivo con tutte le organizzazioni sindacali e i dipendenti del gruppo per superare alcune situazioni di sofferenza. D’altra parte è l’intero sistema a necessitare di un riassetto e di un potenziamento che richiede risorse adeguate. Ma oggi l’obiettivo massimo, disponendo del nuovo materiale rotabile, è di far funzionare al meglio il servizio offerto dalla attuale struttura.

In questo quadro potrebbe rivelarsi utile un nuovo e diverso rapporto con gli utenti, rendendoli partecipi di un progetto in cui vengano condivisi obiettivi e tempi di un progressivo “ritorno alla normalità” del servizio e sia possibile un controllo sui risultati realizzati. Rispetto alle attuali condizioni di Trenord c’è l’impressione che praticare oggi l’obiettivo di una significativa crescita della domanda, prima di ripristinare una situazione di normale funzionamento aziendale, potrebbe mettere in crisi il sistema. Lo stesso biglietto unico integrato per il trasporto pubblico in Lombardia, uno degli obiettivi più importanti per il funzionamento del sistema regionale, registra alcune difficoltà a causa del ritardo nell’avvio del nuovo sistema di bigliettazione elettronico di Trenord che potrebbe essere pronto per fine 2019 o inizio 2020.

Nel quadro generale la sensazione è che, mutatis mutandis, il ruolo egemonico (ambizione per altro legittima e in passato anche dichiarata) che volevano giocare in passato le Ferrovie dello Stato a direzione “renziana” sia rimasto sostanzialmente inalterato con la differenza, non da poco, che mentre con il governo Gentiloni l’interlocutore era un avversario politico, con il governo Conte bisogna fare i conti con un alleato non sempre accomodante.

Nel frattempo le Ferrovie dello Stato, anche qui in continuità con precedenti vicende, rischiano di essere distolte dal “core business” per effetto di alcune sperimentazioni “in corpore vili” che stanno subendo. Ma la differenza è che mentre la fusione FS-Anas (che non si realizzerà più) avrebbe dato vita ad un enorme e discutibile centro di potere politico e finanziario, oggi si privilegia una funzione assistenziale come insegna la vicenda Alitalia, caso più unico che raro di commistione tra ferrovia e trasporto aereo.

Il rischio è di dar vita ad una “grande Gepi” di settore che sarebbe certo utile per il risanamento di aziende in crisi ma che, se affidata alle FS, non prometterebbe nulla di buono, se non di dar vita ad un “lazzaretto” dove parcheggiare imprese riconducibili in senso ampio al concetto di trasporto.

Comunque per il governatore Fontana si tratta di una perdita secca di potere contrattuale su una materia “sensibile” che qualche effetto elettorale potrà anche avere, considerato il peso politico di quasi 800 mila pendolari nelle zone di maggior radicamento della Lega. Del resto la stessa sorte sembra riservata alla “trattativa per l’autonomia” avviata con il passato Governo dalle Regioni del Nord, tra cui Lombardia e Veneto, che ora sembra segnare il passo.

Vi sono certo oggettive difficoltà di merito che rallentano il confronto, ma quello che comincia ad evidenziarsi è un affievolimento oggettivo (e per alcuni aspetti forse inevitabile) dell’impegno del governo sulla “questione settentrionale” complessivamente intesa. Ben altri sono gli argomenti su cui il “governo del cambiamento” si gioca la propria continuità Nella coabitazione improbabile ma inevitabile tra Lega e 5 Stelle i due inquilini devono pagare entrambi dei prezzi per non mettere fine ad un governo che, se dovesse cadere, difficilmente potrebbe tornare in vita. Quindi la parola d’ordine è tener duro, almeno fino alle elezioni europee, a meno che qualche rospo da ingoiare si riveli indigeribile (o avvelenato) per qualcuno degli attuali residenti di Palazzo Chigi.

Walter Galbusera
Fondazione Kuliscioff

Trenord, accordi tra Regione Lombardia e Fs

trenordS’avanza un nuovo progetto per Trenord, la società che gestisce il traffico locale in Lombardia ed è controllata oggi pariteticamente dalla finanziaria quotata Fnm, di proprietà di Regione Lombardia, e da Trenitalia di Ferrovie dello Stato.

Il progetto, varato dall’allora governatore Roberto Formigoni, mirava a razionalizzare il trasporto pubblico in regione con la prospettiva di integrare anche le reti di trasporto urbano ed extraurbano di Milano con una tariffazione unica. L’idea era (e rimane) buona. Il modello di governance ha però prodotto una gestione a dir poco inadeguata. Ritardi, soppressioni di corse, pulizie scadenti, disservizi vari, hanno reso difficile la vita ai quasi 800 mila pendolari che utilizzano ogni giorno Trenord.

A questo si è aggiunto la difficoltà di garantire tanto la sicurezza ai passeggeri quanto, in primo luogo, l’incolumità al personale addetto al controllo dei biglietti, più volte vittima di aggressioni e di lesioni gravissime. E’ vero fino ad un certo punto che le ragioni del pessimo funzionamento di Trenord siano attribuibili al fatto che la suddivisione paritaria della proprietà abbia reso difficili alcune decisioni o abbia prodotto compromessi e ritardi. Il nodo centrale della questione risiede nell’insufficienza di investimenti per il materiale ferroviario e per la manutenzione della rete.

Ma le responsabilità più evidenti sono delle Ferrovie dello Stato che tutt’oggi utilizza sulle linee lombarde carrozze con un’anzianità di 30 anni mentre quelle della Regione non superano i 10 anni. E’ lecito ipotizzare che l’amministratore Fs, Renato Mazzoncini (legato al governo precedente e recentemente sostituito da Gianfranco Battisti), investisse con una certa parsimonia perseguendo l’obiettivo di un programma di rilancio solo a fronte dell’acquisizione della maggioranza di Trenord.

Questo approccio “imperialista”, (nello stesso tempo le Fs sono entrate anche nella nuova metropolitana “viola” di Milano) è apparso evidente quando Fs si è offerta di acquisire dalla Regione l’1% di Trenord in cambio di importanti investimenti. La parola d’ordine delle Ferrovie, attraverso Trenitalia, era: “Investiamo dove controlliamo”. Ora lo scenario è cambiato.

Se prima si ipotizzava una sorta di divorzio contrattato con il ritorno allo “statu quo ante 2011” delle due società., dopo le forti perplessità sollevate dai 5Stelle (che non fanno parte della maggioranza in Regione Lombardia ma che hanno gestito il cambio della guardia alle Fs che risponde al governo), ora sembra prender corpo un nuovo assetto di separazione consensuale fondato su ruoli complementari.

Alla Regione verrebbe affidato tutto il servizio regionale con l’acquisizione delle tratte ex Trenitalia mentre a Trenitalia toccherebbe il compito della manutenzione dell’intera rete. Certamente questo modello di riorganizzazione è più razionale ed incontra l’interesse delle organizzazioni sindacali che vedono attenuarsi il rischio (eventuale) di un ritorno a contratti differenziati tra Regione e Ferrovie dopo che era stato raggiunto l’ambito traguardo di un unico contratto.

Ma la questione centrale riguarda il finanziamento per il rinnovo della flotta, in particolare dei treni ex Fs che sono impiegati nelle tratte di più lunga percorrenza e, questione più delicata, le gare i tempi di consegna. I nuovi treni ordinati dalla Regione dovrebbero arrivare nel 2019, quelli delle ferrovie entro il 2023. Anche partendo dal presupposto che l’ultima ipotesi di intesa tra Regione e Fs (che dovrebbe assumersi impegni finanziari non marginali) vada in porto, i tempi di attuazione della riqualificazione del servizio da tempo promessa, soprattutto ai pendolari, potrà ragionevolmente concretizzarsi solo nel giro di qualche anno.

Il governatore Attilio Fontana e la maggioranza non possono permettersi il lusso di fallire, il trasporto pubblico regionale sarà un terreno importante su cui saranno giudicati. Per questo è fondamentale che la Regione, una volta raggiunto l’accordo definitivo con le Fs (e con il governo), avvii una efficace campagna di informazione e di “persuasione” degli utenti in cui siano indicati tutti gli atti e i tempi di realizzazione della riqualificazione del servizio. Potrebbe costituire un elemento di novità e di trasparenza individuare momenti di coinvolgimento diretto di viaggiatori e di dipendenti per raccogliere proposte e pareri, o attribuire loro un ruolo di partecipazione al governo dell’Azienda.

Per coloro che passano una parte importante della loro vita sul treno e pagano il biglietto, è fondamentale, salvo eventi eccezionali e irripetibili, la certezza del servizio e della sua puntualità e qualità. Dopo tanti rinvii e delusioni il compito non facile del nuovo management sarà quello di riconquistare la credibilità su un programma in cui la gradualità inevitabile del ricupero dell’efficienza si dimostri con la concretezza dei risultati.

Walter Galbusera
Fondazione Anna Kuliscioff

Tar condanna Lombardia
a risarcire Beppino Englaro

EluanaEnglaroLa regione Lombardia è stata condannata dal Tar a versare 142mila euro di risarcimento a Beppino Englaro, padre di Eluana, per l’ostruzionismo perpetrato nei confronti della volontà della giovane in stato vegetativo per 18 anni, fino alla morte, avvenuta nel febbraio 2009. Eluana Englaro, secondo la sentenza, aveva diritto a morire in Lombardia, dove poteva esserle praticato il distacco del sondino naso-gastrico che la alimentava e idratava artificialmente, ma il padre è invece riuscito a far rispettare le sue volontà in una clinica a Udine.
Tutto parte dal 2008 quando la regione Lombardia, con Roberto Formigoni presidente, aveva vietato con un provvedimento ad hoc a tutto il personale sanitario locale di interrompere l’alimentazione e l’idratazione artificiali alla donna. L’anno successivo, il Tar si era espresso a favore degli Englaro che volevano si applicasse la sospensione decisa in Corte di Appello nell’estate 2008: il ricorso contro questa decisione era stato respinto in Cassazione. Dunque Beppino si era visto riconosciuto dalla Suprema Corte la possibilità di interrompere la nutrizione artificiale con la quale Eluana veniva tenuta in vita. Eluana si spense quindi a Udine, dopo il trasferimento nella clinica La Quiete mentre infuriava la battaglia politica e il clamore mediatico.
“Oggi questa sentenza – afferma Beppino Englaro – aggiunge qualcosa in più rispetto ad eventuali percorsi di altri cittadini, ma alla nostra famiglia non aggiunge niente”. Poi prosegue: “All’apice della nostra storia fu sollevato persino un conflitto di attribuzione con la Corte suprema di Cassazione. La risposta di Vincenzo Carbone – primo presidente – fu esemplare perché sottolineava come il massimo organo non aveva alcun modo travalicato il proprio specifico compito di rispondere alla domanda di giustizia del cittadino”.
“Eluana aveva il diritto di morire. A dirlo è una sentenza del Tar che ha condannato la Regione Lombardia a un risarcimento, nei confronti di Beppino, papà di Eluana. Mi chiedo per quanto tempo ancora dovrà essere una sentenza a sopperire alle mancanze di una politica ottusa e bigotta prostrata sempre più ai dettami religiosi?”, afferma la Portavoce del Psi, Maria Cristina Pisani. “Sono mesi – prosegue – che nei consigli regionali abbiamo portato avanti la una proposta di legge per istituire il registro delle dichiarazioni anticipate di trattamento, uno strumento irrinunciabile di libertà e autodeterminazione”. “È una battaglia umana e politica, quella di Beppino Englaro, che, ancor più dopo questa sentenza, non può cadere nel vuoto”, conclude Pisani.
Sulla sentenza invece l’attuale presidente della Regione, Roberto Maroni, ha affermato: “Entro oggi saprò qual è la proposta dei nostri uffici legali, ma l’orientamento è quello di non ricorrere” al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar. “Io rispetto le sentenze. Ho solo chiesto ai miei uffici, per scrupolo – afferma Maroni – siccome c’è teoricamente la possibilità di ricorrere al Consiglio di Stato, se ci siano le condizioni per farlo, valutando tutta la vicenda anche dal punto di vista umano. Entro oggi saprò qual è la proposta dei nostri uffici, ma credo che sia quella di non ricorrere. E lunedì decideremo in Giunta”.

Redazione Avanti!

SEDE VACANTE (ATTO III)

Presidente-elezione

Come da previsione anche la terza votazione è passata senza dare risultato. Il quorum da raggiungere era  sempre lo stesso: 673 (due terzi dei componenti l’Assemblea). Da domani il si abbasserà a 505, (la maggioranza assoluta) con la possibilità concreta di eleggere il nuovo Presidente della Repubblica già dalla quarta votazione. Sulla carta Mattarella sono intorno ai 560 dati dalla somma di Pd (446), Autonomie/Psi/Pli (32), Scelta Civica (32), Sel 34 e una parte dei fuoriusciti dal Movimento 5 Stelle.

I risultati della terza votazioni sono stati: presenti e votanti, 969, quorum, 673, schede bianche, 513. Nulle 27, 70 i voti dispersi. Hanno ottenuto voti: Imposimato, 126; Castellina, 33; Feltri, 56; Bonino, 23; Rodotà, 22; Barani, 21; Pagano, 11; Sabelli Fioretti, 8; Gualdani, 7; Guerra, 5; Guccini, 4; Manconi, 4; Mattarella, 4; Abate Russo 2; Casini, 2; Frattini, 2; Greggio, 2; Olita, 2; Razzi, 2; Soglio, 2.

Anche alla terza votazione, i socialisti hanno votato per Emma Bonino. Sulla scelta di votare per Bonino, è intervenuto anche il nostro Direttore in un’intervista a Radio Radicale, ricordando il significato politico di questa scelta e le  tante battaglie comuni tra Psi e Partito Radicale.

Dal premier è arrivato un appello a tutti i partiti affinché votino per Sergio Mattarella: “Auspico si determini la più ampia convergenza possibile per il bene comune dell’Italia. E’ una scelta che interpella tutti e non solo un partito”. Un appello colto dall’Ncd con prontezza democristiana.

Manifesto-dcPartito Democratico
Matteo Renzi ha riunito alla Camera la delegazione Pd incaricata di seguire la partita del Quirinale. Una riunione per fare il punto sull’andamento delle votazioni in vista del quarto scrutinio di domani, quando il Pd voterà Sergio Mattarella. “Stiamo lavorando, siamo molto determinati a raggiungere l’obiettivo. Non abbiamo nessuna preoccupazione particolare” ha detto il capogruppo Pd, Roberto Speranza, al termine dell’incontro con il premier. Quanto alle decisioni di Ncd, sostiene Speranza, “rispettiamo il dibattito in corso e torniamo a sostenere che Mattarella lo possono votare tutti”. Stesso auspicio per il capogruppo del Pd al Senato Luigi Zanda: “Mi aspetto – e me lo auguro per il Paese – che domani Sergio Mattarella sarà eletto Presidente della Repubblica con una maggioranza larghissima. La candidatura di Mattarella è una candidatura importante per tutta l’Italia, non per il Pd. E’ una grande personalità che saprà aiutare il nostro Paese per i prossimi sette anni”. Stesso auspicio anche dalla minoranza del Pd con Chiti che si augura “che Area popolare (Ncd-Udc) rifletta seriamente e possa decidere di votare domani per Sergio Mattarella. Non si capiscono – aggiunge – le motivazioni che sostengono il rifiuto ad eleggerlo Presidente della Repubblica: persona degna, in grado di svolgere bene le funzioni di Capo dello Stato, – affermano – ma sarebbero di impedimento questioni di metodo. Sinceramente risulta incomprensibile a quanti ogni giorno si dedicano alla politica: figuriamoci ai cittadini.
E’ apprezzabile intanto che Ncd e Udc – partiti di governo – dichiarino che non seguiranno Forza Italia nell’astensione dal voto: sarebbe stata una scelta politica molto grave. Voglio anche confidare che Alfano si renda conto che il ministro dell’Interno non può non votare il Presidente della Repubblica: le sue responsabilità e i suoi doveri istituzionali vengono prima di ogni logica di partito. Non ho dubbi che ne sia consapevole”. Per Civati “il Patto del Nazareno non è finito, diciamo che è sospeso”. Pippo Civati si dice soddisfatto per la scelta di Mattarella, che mette in crisi l’accordo del premier con Berlusconi. Il deputato Pd però osserva che “è come le telenovele, ci sono sempre le puntate in cui litigano, un po’ per finta, un po’ per davvero. C’è da capire Alfano, perché è in una posizione incredibile, è alleato di governo però sta minacciando sfracelli che secondo me non farà. Quindi se la situazione rimane questa, Renzi ha scelto una strada molto stretta”. Il ministro Boschi invece parla dei rapporti con Forza Italia. “Mi auguro ci sia la possibilità di ricucire i rapporti, forse già sabato in aula”, ma comunque “avremo modo di ricucire, c’è tanto lavoro da fare”. Anche Pier Luigi Bersani si augura che Ncd e Fi votino per Sergio Mattarella, un uomo “che ha letto la Costituzione”e sarà un “presidente di garanzia”. Per Fassina “va dato atto a Renzi di aver compreso che eravamo ad un passaggio molto difficile”.

Forza Italia
La situazione in Forza Italia è la più complicata. Berlusconi, in collegamento telefonico con i vertici azzurri, ha detto di non aver nulla contro Mattarella, ma non è un nome condiviso, Renzi ha sbagliato il metodo per cui politicamente non si può appoggiare questa candidatura. L’ex Cavaliere avrebbe espresso ancora una volta l’indicazione di votare scheda bianca ma l’invito rivolto dallo stato maggiore azzurro è quello di considerare altre soluzioni, una fra tutte quelle di non prendere parte alla votazione.
Presidente, è stato il ragionamento fatto dai vertici Fi, con la scheda bianca diamo la possibilità ai fittiani e a tutti quelli che vogliono metterti in difficoltà di votare Mattarella per dimostrare che non hai più il controllo del partito. Una considerazione questa che avrebbe quindi portato il Cavaliere a delegare i vertici su quale sia ‘tecnicamente’ la strada migliore da percorrere. La decisione sarà presa in una nuova riunione in programma questa sera dopo il terzo scrutinio. Per ora dunque l’ex capo del governo prendere tempo. Dentro Fi le voci gli scenari si moltiplicano e c’è chi pensa che alla fine l’ex premier possa cambiare totalmente le carte in tavola e magari dare il via libera ad appoggiare la candidatura proposta da Renzi. A fine giornata però i capigruppo di Paolo Romani e Renato Brunetta ribadiscono la posizione: “Come deciso ieri con Silvio Berlusconi e approvato all’assemblea dei grandi elettori confermiamo che dalla quarta votazione Forza Italia voterà scheda bianca”.

Presidente-elezioneSel
Sel dalla quarta votazione voterà per Mattarella. “Mattarella – afferma il capogruppo alla Camera Arturo Scotto – ha una cultura costituzionale e democratica e rompe il Patto del Nazareno. Il Movimento Cinque Stelle rifletta e non sprechi questa occasione”. E il Senatore Dario Stefano aggiunge: “Dobbiamo liberarci di strani patti che rischiano di trasformarsi presto in una prigione cupa per lo stesso Partito Democratico e, ancor peggio, per l’intero Paese. Alcune scelte in tema di riforme e alcuni indirizzi politici hanno dato l’idea che fosse in atto una mutazione genetica preoccupante di alcuni partiti del centrosinistra oggi al governo de Paese. In questo scenario – prosegue – l’elezione di Sergio Mattarella può rappresentare il perno per invertire questa rotta, l’occasione per ripartire da un rapporto naturale e spontaneo tra le forze di centrosinistra. Domani – conclude – noi votiamo Mattarella”.

Ncd
Il pressing è fortissimo e Area Poplare (Ncd e Udc) sta valutando il da farsi. Ma solo con un fatto politico nuovo, che rompe lo schema finora adottato da Renzi potrebbe essere presa in considerazione l’ipotesi di rivedere le posizioni. Matteo Renzi ha incontrato alla Camera Angelino Alfano. Il premier ha chiesto a Ncd di ripensare la decisione di votare scheda bianca alla quarta votazione, sostenendo l’incoerenza di non votare Sergio Mattarella. Ipotesi che si sta facendo largo tra le file Ncd. Resiste l’ala più oltranzista degli alfaniani, che senza un cambio di linea deciso da parte di Renzi non ci stanno a venir meno alla posizione finora assunta. In sostanza i vertici di Ap attendono che Renzi dia segnale chiaro e forte: deve dire pubblicamente che Sergio Mattarella è il candidato delle riforme e, quindi, deve diventare il candidato della maggioranza ampia che sostiene le riforme. Ricomprendendo, quindi, Area Popolare e Forza Italia. Se fa questo, dicono dall’Ncd, allora le cose cambiano e il voto a favore diventa possibile. Quanto a Forza Italia, spiegano ancora, faremo di tutto per portarla sulle nuove posizioni, qualora Renzi compiesse questo atto formale. Dopo l’appello di Renzi è arrivata immediata la risposta del Senatore Roberto Formigoni: Quello di Renzi dice, “è un appello che va nella direzione che avevamo auspicato e ripara all’errore di metodo iniziale, togliendo a Mattarella quell’aura di uomo solo del Pd”.

Movimento 5 Stelle
Si terrà alle 21 alla Camera l’assemblea congiunta dei 5 stelle per discutere della partita sul Quirinale. I deputati e senatori faranno il punto della situazione alla vigilia della quarta votazione. L’orientamento comunque è di proseguire con Ferdinando Imposimato anche alla quarta votazione ma stasera, così viene riferito, si discuterà se e quando sottoporre alla Rete una votazione lampo.

Psi
I socialisti hanno votato per Emma Bonino per i primi tre turni. E dal quarto voteranno Mattarella come deciso in accordo con i gruppi parlamentari all’aunanimità e gran parte della segreteria del partito. Bobo craxi invece sostiene che “i socialisti avrebbero dovuto insistere su Emma Bonino dopo il ‘veto’ su Giuliano Amato, evidentemente ‘scartato’ a causa della sua provenienza politica. I compagni parlamentari e il Segretario nazionale – aggiunge – hanno già preannunciato il loro orientamento ‘accucciato’ su un candidato notoriamente assai ostile verso la nostra tradizione. Lo considero –Tricolore strappato conclude – un errore non secondario”.

Per chiudere
Il forte vento di oggi sulla Capitale ha strappato il Tricolore sul Quirinale. Per i superstiziosi un cattivo presagio.

Redazione Avanti!

UNA LEGGE PER IL LAVORO

Decreto-Lavoro

Senza sorprese, con 263 voti a favore, 161 contrari e un astenuto, il Decreto Lavoro su cui il governo aveva posto la fiducia, è stato licenziato dalla Camera e la palla, ma potrebbe rivelarsi anche una patata bollente, passa ora al Senato.

La previsione è infatti quella di una battaglia di emendamenti per modificarne il testo visto quanto avvenuto nei giorni scorsi quando quello iniziale messo a punto dal ministro del Lavoro Poletti aveva subito delle sostanziali modifiche. A chiederle era stata una parte dello stesso PD, quella più sensibile alle posizioni del sindacato e del mondo del lavoro e meno vicina al segretario del partito, nonché Presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Specularmente le richieste avevano però acceso le proteste dei due alleati della maggioranza NCD e Scelta Civica e il ministro aveva tentato, senza riuscirvi, una mediazione. Da qui la forzatura della richiesta di fiducia – la quarta in due mesi di governo – che, anche in questo caso, ha confermato la regola che la vuole indicativa di una debolezza grave della maggioranza che sorregge il governo.

I punti di frizione sono essenzialmente le proroghe dei contratti a termine (scesi a 4), la scelta da parte dell’imprenditore di utilizzare per l’apprendistato la formazione pubblica o privata, il tetto del 20 per cento dei contratti a termine.

Complice anche e soprattutto l’avvicinarsi del voto per le europee, sul DL Lavoro si è sviluppata anche una campagna propagandistica con accuse di accondiscendenza verso il sindacato, la CGIL soprattutto, o al contrario di favorire un’ulteriore liberalizzazione del mercato del lavoro.

“Nessun ostacolo ideologico – ha commentato la senatrice Monica Cirinnà del Pd – può essere messo di traverso sulla strada del DL Lavoro. Abbiamo in mano un testo efficace, che sì può essere oggetto di miglioramenti, ma di certo non di guerriglie pretestuose”. Nello stesso tempo, il ministro alle Infrastrutture Maurizio Lupi, dopo le critiche, costretto alla fiducia, ha difeso il voto favorevole al DL “perché è un buon testo che può essere migliorato

al Senato” ed è “sbagliato, ingiusto e strumentale dire che è il Decreto Camusso”.

A favore hanno votato anche i parlamentari socialisti spiegando che  “in passato si era pensato di approcciare il tema della flessibilità del lavoro rendendo più facili i licenziamenti, mentre con il decreto che approviamo oggi saranno più facili le assunzioni. È il verso giusto. Resta ancora da scrivere una normativa complessiva che introduca tutele allesercito dei precari per evitare, come avviene oggi, che al contratto a termine sia associata una minore retribuzione e lassenza delle garanzie previste per i lavoratori a tempo indeterminato. Al danno dunque – ha detto il capogruppo Marco Di Lello nella sua dichiarazione di voto – non si aggiunga anche la beffa. In questa direzione non mancherà limpegno dei socialisti”.

Netta invece l’opposizione dei 5 Stelle che prima del voto hanno alzato le braccia incatenate mostrando la scritta schiavi moderni e che si sono dichiarati pronti a depositare una denuncia alla Commissione Ue per violazione della direttiva europea che obbliga alla causale per i contratti di lavoro a tempo. Secondo i parlamentari del M5S, il decreto viola la direttiva 1999/70/Ce. “I governi italiani che si inginocchiano di fronte ai trattati europei dell’austerity, dall’altra parte non sono in grado di ottemperare alle regole comunitarie in tema di precari”.

Al Senato la discussione sulle modifiche al DL Lavoro potrebbero gettare benzina sul fuoco delle polemiche sulla riforma di Palazzo Madama che non ha mai smesso di covare sotto la cenere nonostante le rassicurazioni sulla tenuta dell’asse Renzi-Berlusconi. Lo scontro più duro è sull’eleggibilità dei futuri componenti del Senato e sui compiti che gli verrebbero tolti o assegnati modificando il dettato Costituzionale.

Ne è certo, ad esempio, l’ex presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni. “Diventa sempre più chiaro – ha dichiarato che la riforma del Senato si farà, ma non secondo lo schema di Renzi. Sarà il popolo a scegliere i senatori…”. Gli ha fatto eco Maurizio Sacconi del NCD affermando che “per primi, attraverso il nostro disegno di legge, abbiamo ipotizzato che molte tra le competenze disegnate sollecitano la funzione esclusiva del senatore ed un suo

collegamento con il popolo. E a questo scopo sarebbe sufficiente che alcuni degli eletti in occasione delle elezioni regionali siano destinati alla funzione esclusiva di componenti del Senato senza alcun onere aggiuntivo di finanza pubblica né per lo Stato né per la Regione”. “Più rilevanti sono le competenze più diretta deve essere la relazione tra i membri del Senato ed il

popolo elettore. E viceversa”. C’è insomma un’opposizione che è sui contenuti ed è trasversale alle forze di maggioranza e di opposizione.

Forza Italia e NCD sono determinanti per la maggioranza al Senato e se si uniscono questi segnali a quelli che provengono dall’interno della stessa maggioranza – vedi proposta di Vannino Chiti del PD – e le ‘aperture’ del Movimento 5 Stelle, per la riforma voluta da Renzi e Berlusconi, si delinea un percorso che sarebbe riduttivo definire accidentato.
Armando Marchio

Manette da Milano a Reggio Calabria. La ‘ndrangheta unisce l’Italia

Ci voleva la longa manus della ‘ndrangheta per unire il Nord e il Sud. La criminalità organizzata d’origine calabrese è il filo rosso che lega due vicende di malaffare: a Milano, stamane, è stato arrestato Domenico Zambetti, l’assessore Pdl con delega alla Casa della Regione Lombardia, governata da Roberto Formigoni; a Reggio Calabria, dopo lo scioglimento del Comune deciso ieri dal Consiglio dei Ministri per contiguità mafiose, sempre stamane sono scattate le manette per diversi componenti della cosca Fontana e per il direttore operativo di un’azienda municipalizzata per la raccolta dei rifiuti dello stesso Comune. Continua a leggere

Formigonigate, la Procura convoca per sabato il Governatore

È un’estate davvero calda e movimentata  quella di Roberto Formigoni, da ieri mattina iscritto nel registro degli indagati con l’ipotesi di reato di corruzione nell’ambito dell’inchiesta sulla fondazione Maugeri. La convocazione presso la Procura a Milano è stata fissata per il prossimo sabato, ma probabilmente Formigoni non potrà presentarsi nonostante abbia «il piacere» di spiegarsi «senza il filtro dei giornali» ha dichiarato durante la conferenza stampa di ieri a Palazzo Lombardia, aggiungendo che: «Dopo aver letto le carte, nulla di nuovo è emerso, sono i soliti episodi falsi, non a me riferibili, gravemente deformati». Continua a leggere

Formigoni perde il pelo ma non il vizio: la stampa non molla e lui querela a tutto spiano

Rieccoci. Come oramai si conviene al modus operandi di governatori in vista, a capo di Regioni dalle casse ricche quanto bucate, sono bastate poche ore dalla pubblicazione di indiscrezioni compromettenti per far sì che scattasse la querela contro le testate in questione. Stessa logica e anche stessi protagonisti: il presidente della Regione Lombardia, dopo gli articoli pubblicati oggi dai quotidiani La Repubblica e Il Fatto quotidiano ha tuonato che quanto pubblicato “è completamente falso e destituito da ogni fondamento. Continua a leggere

Formigoni difende lo zio d’America Daccò: «E’ un innocente incensurato». Ma la Gdf non molla

“Il dottor Dacco’ e’ un innocente incensurato”: il presidente della Lombardia Roberto Formigoni e’ partito da questo per rispondere a quanti ieri gli hanno chiesto se sia in imbarazzo per i rapporti che ha avuto con il faccendiere che si trova in carcere per le inchieste sulla Fondazione Maugeri e sul San Raffaele. “Si sta parlando di persone totalmente innocenti e incensurate – ha proseguito -. Nessuno deve precorrere i tempi di un eventuale giudizio che spetta soltanto alla magistratura secondo le norme del diritto. La presunzione d’innocenza non e’ un privilegio ma una certezza”. Continua a leggere

Addio all'”America” per Formigoni. Il “mi amor” del governatore è nelle mani della GdF

Sarà un’estate rovente quella di Roberto Formigoni: oltre all’inchiesta penale in corso sulle presunte firme false e la richiesta di condanna ad un anno di reclusione per diffamazione contro i Radicali, il governatore della Lombardia probabilmente quest’anno dovrà cambiare imbarcazione. Il lussoso fuoribordo Ferretti Navetta 33, ormeggiato nel porto di Ancona e messo a disposizione da Dacco’, è stato infatti posto sotto sequestro assieme ad altri beni immobili e quote di società italiane ed estere. «Non ne so nulla, l’ho appreso dalle agenzie» ha dichiarato Formigoni. Continua a leggere