INDOVINA CHI VIENE A CENA

Spada - LaPresse 24 03 2015 Verona ( Italia ) Politica Il segretario della Lega Nord Matteo Salvini in visita ai padiglioni di Vinitaly 2015 nella foto : matteo salvini

La politica passa dalla piazza agli incontri esclusivi per pochi convitati. Sia a destra che a sinistra le carte si decidono a un tavolo, ben ristretto. Ma mentre il Centrodestra si organizza senza lasciarsi critiche alle spalle, il Centrosinistra sconta ancora una volta una crisi che non vuole cedere il passo e anzi, peggiora di giorno in giorno e di iniziativa in iniziativa.
Ieri due cene, nessuna delle quali prevedeva come invitato l’attuale segretario del Pd, Maurizio Martina: una convocata a casa sua dall’ex ministro Carlo Calenda, che si è pubblicamente rivolto a Renzi, Gentiloni e Minniti con due obiettivi dichiarati: farli smettere di litigare, e metterli d’accordo su una ricetta che faccia uscire il Pd dall’impasse. L’altra convocata subito dopo da Nicola Zingaretti, per rispondere per le rime all’iniziativa ostile di Calenda. Entrambe sono state annullate e hanno portato al ‘digiuno’ di Roberto Giachetti che ha annunciato lo sciopero della fame per chiedere che venga fissata la data del Congresso. “La situazione che ci troviamo di fronte non consente più di giocare, abbiamo giocato anche abbastanza. Devo dire francamente che sono incazzato nero, penso che non sia accettabile quello a cui abbiamo dovuto assistere a proposito di cene e incontri. Penso che non sia più possibile andare avanti così. Tutto questo lo avevo ampiamente previsto, tutti avevano deciso di non fare il congresso subito e che questo avrebbe comportato che il congresso si sarebbe svolto dappertutto tranne che nella sede opportuna”, afferma durante una diretta Facebook e sottolinea: “Il sondaggio ci dà sotto il 17 per cento: davvero al nostro popolo possiamo offrire uno spettacolo di questo tipo? Io penso che sia necessario che tutti inizino a ragionare sulla situazione che ci troviamo di fronte. Io le ho provate tutte, ho spiegato che non era possibile rimandare il Congresso, che la situazione necessitava una reazione immediata”. Infine, l’annuncio roboante: “A questo scenario indecoroso reagisco tornando alle mie origini: dalla mezzanotte di ieri sera ho iniziato lo sciopero della fame perché sia immediatamente convocata una assemblea straordinaria e fissata la data del congresso del Partito democratico”.
“Una cena a quattro con invito su Twitter è fatta apposta per farti litigare. E se invece di rimestare nel solito mortaio si mangiasse un panino, tutta la sinistra riformista, per decidere che fare? C’è poco tempo e il rischio è che il Pd ci porti tutti a fondo”, scrive su Facebook il segretario del Psi, Riccardo Nencini.
I toni non sono morbidi da parte del neo iscritto ai dem, Carlo Calenda, per il quale ai dirigenti del Pd “non importerà” di perdere le prossime elezioni europee e regionali: “Quello che importa a loro è il congresso. Sta diventando un posto in cui l’unico segretario che si dovrebbe candidare è il presidente dell’associazione di psichiatria”. Ma smentisce la frase che gli è stata attribuita sul fatto che ‘il Pd merita l’estinzione’. “Con Gentiloni e Minniti parlo continuamente – prosegue Calenda – nel Pd c’è un’entità, che si chiama Renzi, che non si capisce cosa voglia fare e che va avanti per conto suo. È una roba un pò singolare. È stato un presidente del Consiglio che all’inizio aveva veramente voglia di cambiare l’Italia e che ha fatto cose buone. È un grosso peccato”. Poi conclude: “L’unica cosa che vuole fare il Pd in questo momento è una resa dei conti fra renziani e antirenziani in vista di un congresso che doveva esserci, per me, settimane fa, e tutto sarà paralizzato in questa cosa di cui al paese non frega nulla. Nel frattempo, l’opposizione si fa in ordine sparso”. Calenda poi risponde sul mancato invito all’attuale segretario che non sente da ‘due mesi’. Maurizio Martina risponde: “Adesso basta, chiedo a tutti più generosità e meno arroganza. Il Pd è l’unico argine al pericolo di questa destra”. E fa un appello in vista della mobilitazione del 30 settembre a Roma: “È possibile chiedere a tutti i dirigenti nazionali del mio partito una mano perché la manifestazione del 30 sia grande, bella e partecipata?”.
Nel frattempo però a destra si decide senza intoppi. Domenica sera la riunione ad Arcore tra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, alla quale hanno preso parte anche Antonio Tajani e Giancarlo Giorgetti e che fonti di Forza Italia definiscono un “positivo” anche se ambienti del centrodestra precisano che nessuna decisione è stata presa. Che il leader della Lega avesse deciso che la ‘visita’ al Cavaliere dovesse rimanere in ambito privato è ormai noto, tanto che i dossier più caldi come la decisione sulla presidenza della Rai e le alleanze per le elezioni regionali sono stati rinviati ad un successivo incontro. Ma nel frattempo non si maschera l’irritazione degli alleati di Governo della Lega. Anche se ufficialmente il Movimento cinque stelle ha finto disinteresse, alla base continua lo sgomento per l’alleanza di Salvini con il Cavaliere che potrebbe mettere così le mani proprio sulla tv di Stato, la Rai. “È stata una cena positiva, non si è parlato di Rai ma del futuro del centrodestra e del rapporto Lega-Fi. Ci sarà un incontro nei prossimi giorni tra Cav, Salvini e Meloni”. Così a Rtl 102.5 il vicepresidente di Forza Italia Antonio Tajani.

Milleproroghe. Il Governo mette la fiducia. Caos in Aula

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Scoppia la bagarre in Aula alla Camera alla notizia che il Governo ha posto la questione di fiducia al dl Milleproroghe. È la prima fiducia posta dal governo. Il Pd ha occupato i banchi del governo come protesta per una fiducia che ritengono illegittima. La fiducia, infatti, autorizzata dal Consiglio dei ministri del 24 luglio scorso è stata messa su un testo che l’organo di governo non aveva ancora approvato e che è stato varato il giorno dopo 25 agosto.

La ‘chiama’ inizierà domani a partire dalle 12,40. Alle 11,15 le dichiarazioni di voto sul decreto. Non è stata fissata, invece, una data per il voto finale in assenza di un’intesa tra maggioranza e opposizione.

Questa fiducia è un atto, ha detto Roberto Giachetti “illegittimo perché viziato da una irregolarità formale. “Le consiglio di consultare il presidente Fico – ha premesso il deputato Pd rivolgendosi alla presidente di turno Maria Edera Spadoni (M5S) – le ricordo che la fiducia deve essere motivata e deve essere relativa a un dato provvedimento e non sui titoli dei provvedimenti ma su un testo licenziato dalle commissioni di merito”.

“Non si può quindi mettere la fiducia – autorizzata, lo ricordo il 24 luglio – su un testo approvato lunedì scorso dalla Commissione, perché il testo, rispetto a quello varato dal governo, è cambiato per via dei voti in commissione e l’approvazione di diversi emendamenti. Sui vaccini, ad esempio, il testo ha subito ben tre variazioni. La fiducia del Cdm non può riferirsi al testo della Camera. Le suggerisco quindi – ha concluso Giachetti – di consultare il presidente Fico perché riteniamo che la proceduta adottata sia gravemente viziata”.

Altre forti proteste arrivano dall’Anci in quanto la fiducia è posta sul testo approvato dalle Commissioni, vale a dire con il taglio di 1,1 miliardi alle periferie, senza recepire quindi l’intesa raggiunta ieri con l’Anci per il ripristino nel triennio dei fondi. L’oppposione infatti aveva chiesto la sospensione dei lavori per permettere al governo di chiarire le proprie intenzioni sui fondi alle periferie dopo l’intesa raggiunta ieri sera dal premier Giuseppe Conte con l’Anci per il loro ripristino. Ma il tutto si è trasformato in un nulla di fatto. Ieri il presidente dell’Anci aveva espresso la propria soddisfazione per l’impegna strappato al premier. Soddisfazione durata poco.

Raggi. Secca bocciatura dal mini test elettorale

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L’effetto Raggi è arrivato. È una sconfitta pesante per la sindaca di Roma. Ha perso le elezioni nel III municipio (Nomentano) e nell’VIII (Garbatella), una popolazione complessiva di quasi 300 mila persone. I due candidati del M5S alla presidenza del municipio della Garbatella e del Nomentano sono andati addirittura fuori pista: non ci saranno nemmeno nel ballottaggio del 24 giugno.

Enrico Lupardini e Roberta Capaccioni domenica 10 giugno hanno raccolto appena il 13% e il 20% dei voti. Le opposizioni sono in rimonta. Alla Garbatella è diventato presidente al primo turno col 54% dei voti Amedeo Ciaccheri, centro-sinistra. Al Nomentano, invece, la sfida al secondo turno del 24 giugno sarà tra Giovanni Caudo, centro-sinistra, 41,52% dei voti, e Francesco Maria Bova, centro-destra, 34%.

I fasti di due anni fa sono solo un ricordo. Il 19 giugno 2016 andò alle urne il 50% dei romani e Virginia Raggi, candidata del M5S, espugnò il Campidoglio in modo trionfale: ben 770.564 voti, il 67,15% dei consensi. Roberto Giachetti, Pd, alfiere del centro-sinistra, si fermò appena al 32,85%, 376.935 voti. Così la Raggi divenne sindaca di Roma, sottraendo ai democratici la capitale d’Italia.

Adesso arriva una brutta doccia fredda, la prima in assoluto. I romani dei due municipi hanno protestato contro Virginia Raggi in due modi: o disertando le urne (non si è recato ai seggi oltre il 70% degli elettori) o votando per le opposizioni di centro-sinistra e di centro-destra.

Il mini test elettorale è una secca bocciatura per la sindaca, è affondato il M5S in due vaste aree della metropoli. La prima cittadina della capitale, a due anni della sua elezione, ha deluso le attese di rinnovamento. Non solo non è stato varato nessun grande progetto per fermare il degrado e rilanciare la città eterna, ma perfino i servizi pubblici essenziali sono a pezzi: gli autobus passano con forti ritardi e alcune volte vanno addirittura a fuoco, i rifiuti traboccano dai cassonetti puzzolenti, ogni tanto cade un albero nelle strade causando danni e feriti, le vie sono impercorribili dalle auto per le pericolose buche e diventano piscine quando piove, per la scarsa manutenzione dei tombini delle fogne.

La sindaca di Roma ha riconosciuto la sconfitta e tenta di correre ai ripari. Su Twitter ha annunciato: «I cittadini vanno sempre ascoltati. Seguiremo le loro indicazioni: ci impegneremo di più su decoro, lavori pubblici e trasporti». Effetto Raggi: rischiano il posto diversi assessori chiave della giunta capitolina grillina.

Virginia Raggi bussa anche alla porta di Palazzo Chigi. Dopo aver battuto cassa con il governo Gentiloni, è tornata alla carica con il nuovo esecutivo M5S-Lega presieduto da Giuseppe Conte. Punta ad ottenere più poteri e due miliardi di euro: «Se io ho bisogno di soldi per l’Atac, voglio parlare direttamente con lo Stato, non voglio passare dalla regione che me li dà se e quanti ne vuole».

Certo domenica 10 giugno non è stata una brutta giornata solo per la Raggi. Nello stesso giorno hanno votato quasi 7 milioni di italiani per rinnovare i sindaci di 761 comuni, l’affluenza è calata al 61% dal 67% di cinque anni fa, e i cinquestelle di Luigi Di Maio sono andati male. Una analisi dell’Istituto Carlo Cattaneo ha indicato una flessione rilevante: nei comuni capoluogo sono scesi dal 32,7% delle politiche del 4 marzo al 12,1% delle amministrative del 10 giugno mentre il centro-destra a trazione leghista è salito al 38% dal 33,4% di tre mesi fa. Il Pd è, invece, in lieve recupero rispetto alla disfatta delle politiche. Il nuovo governo giallo-verde sembra portare buoni frutti solo alla Lega di Matteo Salvini, mentre gli elettori pentastellati in parte si sono astenuti o hanno votato per altri.

Di Maio, Grillo e Davide Casaleggio (il M5S ha perso sonoramente anche ad Ivrea, la città cara al figlio di Gianroberto) dovranno riflettere sull’intesa con Salvini e come procedere nel programma del “governo del cambiamento” per non deludere i propri elettori ed evitare altre brutte sorprese. L’egemonia di Salvini sull’esecutivo populista si sta affermando e le elezioni europee della prossima primavera sono dietro l’angolo.

Leo Sansone
(Sfogliaroma)

UNA POLTRONA PER DUE

montecitorio presidenzaLo slogan del disinteresse verso le poltrone è stato sparpagliato ai quattro venti per tutta la campagna elettorale. Ora è un punto diventato dirimente E sul quale potrebbe nascere il primo contatto per un governo griglio-verde, che fondi cioè le proprie fortune, sulla saldatura tra Lega e Cinque Stelle. Si tratti di voglia di potere o meno, la guida delle Camere diventa uno punto di snodo per sbrogliare la complicata matassa post elettorale. La demagogia però resta tutta: se sono i 5 Stelle o Lega a chiederne la guida, ovviamente con tutti i diritti, è lecito. Ma quando lo hanno fatto altri era sete di potere.

Alla prima seduta delle nuove Camere mancano tre giorni. Solo in quel momento si avrà il l’avvio ufficiale alla XVIII legislatura. Secondo i due regolamenti, a presiedere la prima riunione dell’Aula di Montecitorio sarà Roberto Giachetti del Pd, mentre l’Assemblea di palazzo Madama sarà diretta dal senatore a vita e presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano. Venerdì 23 marzo, quindi, inizierà la legislatura con il primo passaggio fondamentale per la nascita del nuovo governo: l’elezione dei successori di Pietro Grasso e Laura Boldrini. Solo dopo, infatti, il presidente della Repubblica potrà avviare le consultazioni. E mentre proseguono le trattative tra i partiti per tentare una possibile convergenza, continuano a rincorrersi i nomi dei ‘papabili’ candidati: per la Camera restano in pole Riccardo Fraccaro, Roberto Fico e Emilio Carelli, tutti M5s. È stato proprio il leader pentastellato, Luigi Di Maio, a rivendicare il ruolo per il Movimento. Tra i nomi in circolazione anche quello dello stesso Di Maio, che nella scorsa legislatura è stato vice presidente di Montecitorio, ma fonti pentastellate escludono al momento tale possibilità. Anche la Lega punta allo scranno più alto della Camera, e il nome è quello di Giancarlo Giorgetti, uno dei fedelissimi di Matteo Salvini e che, stando alle indiscrezioni, potrebbe contare anche sui voti del Pd o quantomeno a una non ‘belligeranza’ da parte dei dem.

Per il Senato, invece, circolano i nomi del capogruppo di FI Paolo Romani, sul quale tuttavia ‘pesa’ il veto dei 5 stelle (“no condannati o imputati”, ha ribadito anche oggi Di Maio). La Lega punterebbe su Roberto Calderoli o Giulia Bongiorno, nome che però farebbe storcere il naso agli azzurri. Per i 5 stelle si fanno i nomi di Danilo Toninelli e l’ex Questore di palazzo Madama Laura Bottici. In assenza di un precedente accordo tra le forze politiche, visti i numeri e soprattutto l’assenza di una maggioranza certa, anzi impossibile, che basti una sola votazione per eleggere i nuovi presidenti. L’ipotesi, alla luce anche dei diversi regolamenti, è che il successore di Grasso potrà vedere la luce già nella giornata di sabato, mentre non è possibile fare previsioni sui tempi necessari per l’elezione del successore di Boldrini e potrebbero anche volerci votazioni ad oltranza prima di avere un risultato.

Comunque le trattative vanno avanti con Di Maio che cerca di tenere distinte le questioni governo-camere: “L’elezione dei presidenti delle Camere non è una partita per il governo ma è una partita per l’abolizione dei vitalizi” ha affermato ritirando fuori uno dei temi di campagna elettorale il cui nesso è poco chiaro. “In questa settimana probabilmente – ha aggiunto – eleggeremo uno dei presidenti delle Camere e saremo decisivi per l’elezione di entrambi. Abbiamo chiesto la presidenza della Camera perché qui ci sono più vitalizi da tagliare, più regolamenti da modificare”.

Per il momento non c’è stato ancora alcun confronto sui nomi dei candidati per le presidenze delle Camere. E probabilmente, i nomi che proporrà M5s saranno messi sul tavolo solo domani sera o più probabilmente giovedì. Così ribadiscono i vertici M5s alla vigilia del nuovo giro di contatti dei capigruppo in pectore 5 stelle, Giulia Grillo e Danilo Toninelli, con gli altri partiti sulle presidenze delle Camere. Il M5s smentisce i rumors di queste ore che danno già per acquisito il nome per la presidenza in particolare di Montecitorio sulla quale continuano a puntare i pentastellati.

Intanto Matteo Salvini e Silvio Berlusconi si sono incontrati stamane ad Arcore per cercare una soluzione comune sui nomi da presentare per la presidenza delle Camere e per presentarsi così con una strategia definita al vertice in programma domani a Roma, cui prenderà parte anche la presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. Tra le possibilità per uscire dall’impasse con il Movimento 5 stelle, che rivendica lo scranno più altro di Montecitorio, vi sarebbe l’idea di avanzare una proposta comune del centrodestra per la guida di palazzo Madama. I due leader di Forza Italia e Lega avrebbero affrontato anche il nodo del candidato del centrodestra alla presidenza della Regione Friuli.

In mattinata si sono incontrate anche le delegazione di Forza Italia con i 5 Stelle e in precedenza i capigruppo pentastellati Giulia Grillo e Danilo Toninelli hanno incontrato il segretario reggente del Pd, Maurizio Martina, e il coordinatore Lorenzo Guerini che si sono detti in attesa di conoscere le proposte che siano di “garanzia”.

Elezioni. A sinistra tutti vogliono Grasso

Grasso-crocetta-intercettazioniDopo l’addio al Partito democratico e il tonfo della sinistra in Sicilia ora Piero Grasso, la seconda carica dello stato, è ancora il più ‘corteggiato’ a sinistra.
Dopo giorni di corteggiamenti e di avances non corrisposti a Grasso da parte di Mdp, Pier Luigi Bersani ci riprova. Oggi l’ex segretario del Pd Bersani, a margine della direzione del suo nuovo partito Mdp, ha lanciato la candidatura del presidente del Senato per un’ipotetica lista di centrosinistra: “Ha il profilo giusto per la premiership”, ha affermato, in linea con la proposta già avanzata dal leader di Campo progressista Giuliano Pisapia, che ha incontrato il presidente del Senato ieri pomeriggio.
Tuttavia resta netta, al momento, da parte dell’ex sindaco di Milano la chiusura di Mdp. Pisapia e i suoi lavorano infatti a unire attorno ad un’unica lista anche Radicali e Verdi, con l’obiettivo di ricompattare la sinistra.
Nel frattempo però da Mdp si continua a ‘tirare la giacchetta’ al Presidente del Senato. “Se effettivamente Pietro Grasso volesse partecipare a questo sforzo civico e progressista, la sua presenza sarebbe fondamentale”. Così Massimo D’Alema, arrivando alla direzione Mdp, risponde a chi gli chiede un giudizio sulla ipotetica leadership del presidente del Senato nella nuova formazione di sinistra.
A volere Grasso leader a sinistra anche Civati che ha affermato: “Bersani ha detto che Pietro Grasso leader della sinistra ci sta da Dio? Io più laicamente penso che possa andare bene, è una buona idea. Quando sento citare Dio io un po’ mi blocco…” A dirlo è Pippo Civati, leader di Possibile, che oggi è stato ospite del programma di Rai Radio1 Un Giorno da Pecora, condotto da Giorgio Lauro e Geppi Cucciari. La sinistra ha preso una bella batosta in Sicilia…”No, io non ho preso nessuna batosta. Di solito ci danno al 3% e stavolta abbiamo preso il 5%, in una regione difficile. Certo, si poteva fare meglio: Fava è stato molto bravo ma è stata una campagna elettorale più di posizionamento che di proposta”.
Anche dal Pd la porta resta aperta, dopo le accuse di Faraone e la risposta piccata di Grasso, arriva la riflessione del renzista Giachetti. “Le frasi di Faraone forse sono state esagerate sotto un certo punto di vista ma il fatto reale, e non è una critica, e che a Grasso era stato proposto di candidarsi alle regionali e Grasso ha detto di no e questo indubbiamente ha portato a una scelta di un candidato che non è stato pienamente riconosciuto dell’elettorato del Pd. Grasso è liberissimo di candidarsi o meno, ma se si fosse candidato probabilmente le cose sarebbero andate decisamente meglio”. Roberto Giachetti, Pd, Vicepresidente della Camera, riflette ai microfoni di ‘6 su Radio 1’ sul futuro del centrosinistra analizzando i possibili errori che hanno portato al risultato delle regionali in Sicilia.

Si dimette Mazzillo. Roma perde altri pezzi

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Ancora alta tensione in Campidoglio. La sindaca di Roma Virginia Raggi sarebbe alla ricerca di un nuovo assessore alla Casa e al Patrimonio, da nominare presumibilmente dopo Ferragosto. Entrambe le deleghe fino a pochi giorni fa erano in capo all’assessore al Bilancio, Andrea Mazzillo. Il titolare dei conti, in polemica, ha rimesso la prima delega la scorsa settimana mente oggi ha comunicato con una lettera di aver lasciato anche la seconda. Nel testo scritto da Mazzillo si legge: “Preso atto, attraverso una chat, dell’intenzione della sindaca di nominare altri due assessori, uno con delega ai lavori pubblici e l’altro con delega al Patrimonio e politiche abitative, senza avermi neanche informato, ho ritenuto di rimettere a disposizione della sindaca le deleghe attinenti al Patrimonio già da stamattina”. Una mossa per cercare di blindarsi, ma non è escluso, a quanto filtra, che nei prossimi giorni possa comunque terminare la sua permanenza in giunta.

Resta comunque il quadro desolante di una giunta mai del tutto nel pieno dei propri poteri e incapace di gestire la città senza che un giorno sì e l’altro pure scoppi un caso al proprio interno. La lista dei nomi che sino alternati sulle diverse poltrone del Campidoglio si allunga ancora. “Siamo ben oltre i ‘dieci piccoli indiani’ di Agatha Christie, e neanche uno specialista come Donald Trump riesce a tenere il ritmo” afferma ironico Ernesto Carbone, responsabile Sviluppo economico del PD, che porta l’affondo: “Tra dimissioni e deleghe date e tolte, è innegabile che la sindaca Raggi si è dimostrata un fenomeno. Nell’ultima settimana sono caduti prima Rota, poi Fantasia (ieri); e oggi tocca a Mazzillo, esautorato da assessore al Patrimonio”.

Nelle prossime settimane, probabilmente dopo Ferragosto, è atteso un nuovo assessore nella giunta di Virginia Raggi. A quanto filtra sono già aperti il concorso e i colloqui per la selezione per il nuovo titolare delle deleghe alla Casa e al Patrimonio. La sindaca di Roma Virginia Raggi starebbe vagliando diversi curriculum per questa posizione. Una attività che sta diventando ormai l’unica della sua giunta. Tanto che Roberto Giachetti vicepresidente della Camera e avversario delle raggi nella corsa al Campidoglio, ironizza ipotizzando di istituire un assessore alle dimissioni “per gestire tutto sto traffico di gente che va e gente che viene”.

PAGARE IL CONTO

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“La situazione delle banche venete mette in luce soprattutto la debolezza della classe dirigente che per decenni le ha condotte. Una classe dirigente superficiale, spesso sfacciata, che ha guidato gli istituti di credito sotto esame in maniera scellerata e senza alcuna prudenza. Questi soggetti devono pagare il conto dei danni che hanno causato ai cittadini e all’intero territorio del Veneto”. È quanto ha affermato il deputato del Psi Oreste Pastorelli nel corso delle dichiarazioni di voto sul Decreto Banche Venete.

“Adesso, però, è il momento dell’emergenza – ha detto ancora il parlamentare socialista – ed è necessario che i conti delle famiglie vengano messi in sicurezza. Accogliamo con favore, dunque, la decisione del Governo di intervenire con un decreto legge. Siamo consapevoli dei dubbi espressi dai cittadini riguardo alla grossa spesa che lo Stato dovrà sostenere. Allo stesso tempo, però, c’è da sottolineare come l’unico modo per salvare i dipendenti, i correntisti ed i piccoli azionisti sia attraverso un’azione decisa delle Istituzioni. La componente Psi vota dunque la fiducia al Governo”.

La Camera ha dato il via libera alla fiducia posta dal governo sul decreto. I voti a favore sono stati 318, quelli contrari 178. Dopo il voto si è passati agli ordini del giorno, procedura rallentata dall’ostruzionismo dei 5 Stelle che ne hanno presentati più di ottanta e verranno tutti illustrati. Il che significa che il voto finale potrebbe slittare. Forse anche a giovedì. Tra gli ordini giorno approvati anche quello dei socialisti, presentato sempre da Oreste Pastorelli, per sollecitare iniziative volte a fare chiarezza sulle condotte dei manager delle banche in difficoltà. L’ordine del giorno impegna il Governo “a valutare l’opportunità di prevedere, anche con l’introduzione di specifici provvedimenti legislativi, norme atte ad introdurre nel nostro ordinamento fattispecie che possano individuare e circoscrivere le responsabilità di coloro che si trovano ai vertici delle banche al fine di tutelare i risparmiatori”.

Diviso il voto degli ex Pd. Lo evidenzia in un tweet Roberto Giachetti (Pd), vicepresidente della Camera. “Se state insieme ci sarà un perché” ha detto Giachetti sottolineando i numeri dei voti degli esponenti della sinistra sulla fiducia posta dal governo. E ironizza: “Sempre compatti; contrari 13(SI), favorevoli 17(MDP), non voto 22(MDP)”.

Decreto senza modifiche
Il decreto che costruisce la cornice per l’intervento di Banca Intesa e del governo per il salvataggio di Veneto Banca e Popolare Vicenza è sostanzialmente invariato rispetto a quello varato dal Consiglio dei ministri il 25 giugno.

Evitato il bail-in
Il provvedimento consente la liquidazione coatta amministrativa della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, garantendo la continuità del sostegno del credito alle famiglie e alle imprese del territorio. Le principali misure consistono nella vendita di parte delle attività delle due banche a Intesa Sanpaolo, con il trasferimento del relativo personale. Per garantire la continuità dell’accesso al credito da parte delle famiglie e delle imprese e per la gestione dei processi di ristrutturazione delle banche in liquidazione, il decreto legge dispone una iniezione di liquidità pubblica pari a circa 4,8 miliardi di euro. A questa somma cui si aggiungono circa 400 milioni, quale eventuale costo da sostenere per le garanzie prestate dallo Stato sugli impegni delle banche in liquidazione, per un ammontare massimo di circa 12 miliardi di euro. In questo caso le norme europee hanno consentito, con il via libera della Commissione europea, il ricorso agli aiuti pubblici per facilitare la liquidazione dei due istituti, evitando così le procedure di risoluzione (bail-in).

Risarciti i creditori
Per i creditori subordinati delle banche che siano investitori al dettaglio è previsto un meccanismo di risarcimento analogo a quello stabilito per le quattro banche in risoluzione. Il rimborso forfettario (l’80% dal Fondo interbancario di tutela dei depositanti, il 20% da un contributo di banca Intesa) vale per i titoli sottoscritti o acquistati entro il 12 giugno 2014, nell’ambito di un rapporto negoziale diretto con le banche emittenti. Le richieste di indennizzo devono essere presentate entro il 30 settembre.

Libero. Un giornale a ‘doppio senso’

Il sessismo di “Libero” si abbatte sulla Boschi

“Renzi e Boschi non scopano” mentre “gli altri Dem invece lo fanno”, il giornale di Vittorio Feltri riassume non senza doppi sensi la giornata di ieri che ha visto il Partito Democratico impegnato a Roma a ripulire la città. Nel catenaccio del quotidiano Libero si legge “Il segretario e la potente vicepresidente però non si sporcano le mani”.

Ieri attivisti ed esponenti del PD, indossando una maglietta gialla, si sono armati di sacchetti e scope per pulire le strade di Roma. In prima fila Roberto Giachetti, Marianna Madia e Matteo Orfini. L’ex premier Renzi si è invece presentato in camicia bianca, l’ex ministro Boschi non si è presentata. Di qui l’interpretazione a doppio senso di Libero, che sta scatenando un grande polverone.
Il quotidiano era balzato tristemente alle cronache per il titolo dedicato a Virginia Raggi “patata bollente”. Noi siamo per la libertà di stampa, fondamento essenziale di ogni democrazia. Oggi, come allora, sosteniamo che la democrazia ponga dei limiti. A tutti. Ai potenti che non devono intimidire; e ai giornali che devono criticare nel merito senza usare il dileggio, l’insulto (sessista o razziale), l’offesa, la volgarità. Questa deriva porta solo allo sfaldamento di una comunità, al degrado morale prima ancora che politico.

Il doppio senso su parole di significato ambiguo nella lingua italiana è roba da scuole medie, ma sulla prima pagina di un giornale fa sobbalzare dalla sedia. Eleganza e buon gusto, quelle sconosciute…

Valentina Bombardieri

Blog Fondazione Nenni

NODO MAGISTRATI

Magistrati-BuemiVia libera della Camera al ddl in materia di candidabilità, eleggibilità e ricollocamento dei magistrati in occasione di elezioni politiche e amministrative nonché di assunzione di incarichi di governo nazionale e negli enti territoriali. Il testo, che deve tornare in terza lettura al Senato, è stato approvato con 211 sì, 2 no e 29 astenuti. L’assemblea della Camera, dopo un lungo dibattito, ha superato lo scoglio dell’articolo 6 del disegno di legge sulla candidabilità e l’elezione dei magistrati in politica inserendo un divieto della durata di i tre anni a ricoprire incarichi direttivi o semidirettivi per i magistrati che al termine del mandato parlamentare decidano di essere ricollocati all’Avvocatura dello Stato.

Si tratta del cosiddetto emendamento Giachetti, primo firmatario. “Con l’approvazione all’unanimità dell’emendamento che prevede l’istituzione di una banca dati sul sito della Presidenza del Consiglio in cui è raccolto – ed è dunque pubblicamente consultabile – l’elenco dei magistrati ordinari, amministrativi, contabili e militari e degli avvocati e procuratori dello Stato in posizione di fuori ruolo, il Parlamento ha colmato una lacuna che ci portavamo dietro da anni, corrispondendo a un’esigenza di trasparenza”. Lo afferma

in una nota lo stesso Roberto Giachetti, vicepresidente della Camera e deputato Pd. “Nel 2012, infatti, – continua – presentai un ordine del giorno, col medesimo testo, al decreto anticorruzione (poi convertito in legge 6 novembre 2012 n. 190) che fu accolto dal Governo di allora. Ma a distanza di 5 anni, in realtà, l’unica banca dati pubblicamente consultabile è quella presente sul sito

del Csm nella quale sono elencati esclusivamente i magistrati ordinari in posizione di fuori ruolo, il che determina al contempo una disparità nell’applicazione della norma e un’evidente incompletezza nella pubblicita’ delle informazioni. Con l’emendamento passato oggi si sana questa anomalia e lo si fa attraverso una determinazione circoscritta, operativa e definitiva”, conclude Giachetti.

Con l’approvazione di questo emendamento, che ieri era stato accantonato dopo un lungo dibattito all’interno, la maggioranza trova la quadra. Il ministero della Giustizia, e candidato Pd alle primarie, Andrea Orlando, non era d’accordo con il contenuto dell’emendamento e il Mef aveva evidenziato problemi di copertura. Durante il comitato dei diciotto, quindi, la proposta è stata riformulata con l’aggiunta di una copertura finanziaria di 20mila euro.

Nella dichiarazione di voto, il deputato socialista Oreste Pastorelli non nega che si tratta di un primo passo per sanare una anomalia tutta italiana. Ma restano comunque delle perplessità. “E’ evidente – ha affermato Pastorelli – che quando un magistrato entra a far parte del sistema politico la sua terzietà ne risulta indiscutibilmente compromessa, quella passata come quella futura. Non si vuole negare a un magistrato la libertà di candidarsi, ma occorre fare una scelta chiara e definitiva per la sua credibilità, anche in difesa del cittadino, che ha il sacrosanto diritto di sentirsi giudicato senza avere neppure lontanamente il timore di un pregiudizio”. “Certo – prosegue il parlamentare socialista – che se a fianco di tale legge, ce ne fosse un’altra (che noi da tempo chiediamo) che stabilisse la separazione effettiva delle carriere dei magistrati, il problema di un ritorno dalla politica alla magistratura sarebbe più facilmente regolabile. Con questo provvedimento, però, almeno si rallenteranno e si selezioneranno i passaggi tra magistratura e politica”.

Critiche le opposizioni. Da Forza Italia, che parla con Brunetta di porte girevoli e definisce il provvedimento “annacquato”, una sorta di “mediazione al ribasso per il Pd amico delle toghe”, al Movimento 5 Stelle per il quale è “una legge che non rispetta il lavoro di quei magistrati che ogni giorno sono nelle procure e nei tribunali a lavorare”.

Biotestamento. Non sia una tela di Penelope senza fine

aula vuota 2In un’aula semivuota, il biotestamento è approdato in Parlamento. Ovvero la proposta di legge sul consenso informato e le dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari. Si tratta di un provvedimento che ha subito diversi stop and go in commissione, non solo per l’ostruzionismo messo in atto da alcune forze politiche, prima fra tutte la Lega che ha già preannunciato battaglia in Aula, ma anche a causa delle divisioni interne alla stessa maggioranza di governo.

Sono passati quasi otto anni dalla morte di Eluana Englaro e una settimana da quella di Dj Fabo. E’ tempo di arrivare a una conclusione. Ma in Italia sono temi questi di cui non è facile discutere. In un’Aula vergognosamente deserta, dopo 4 ore di discussione generale, il presidente di turno, Roberto Giachetti, ha dichiarato che sono state depositate 2 questioni pregiudiziali, presentate dal Ap e dalla Lega Nord, e 4 richieste di sospensiva: 2 depositate dalla Lega, una da Fdi e una da democrazia solidale-centro democratico.

“Attenzione a non trasformare il testo della legge sulle disposizioni anticipate di trattamento, così come uscito dalla Commissione, in una sorta di tela di Penelope che non vede mai la fine”. Ha affermato Pia Locatelli, capogruppo del Psi alla Camera. “Tutto è perfettibile – ha proseguito Locatelli coordinatrice dell’intergruppo per il ‘fine vita’ – anche il testo del disegno di legge sul testamento biologico che oggi approda in Aula, ma bisogna anche essere consapevoli del rischio che voto dopo voto, nel rimpallo tra Camera e Senato, la legge con la fine della legislatura resti appesa nel nulla e questa non è sicuramente la volontà degli italiani”.

Le resistente dei centristi sui temi che riguardano i diritti civili sono sempre più forti. Soprattutto quando gli equilibri politici non sono troppo solidi e quindi la capacità contrattuale diventa più forte. “È vergognoso – ha affermato la portavoce del Psi Maria Cristina Pisani – vedere la Camera completamente vuota per la discussione sul ddl biotestamento: solo 20 deputati presenti per il dibattito sul decreto. Ed è ancora più imbarazzante leggere in queste ore dichiarazioni o prese di posizioni sulle agenzie stampa. Sono solo chiacchiere da bar. Chi ha l’onore di rappresentare i cittadini in Parlamento ha l’obbligo morale prima che politico di riportare quelle posizioni in Aula. Soprattutto quando in discussione sono i diritti dei singoli cittadini.”

Per il capogruppo Pd alla camera Ettore Rosato quello sul testamento biologico “è un dibattito che non si è mai riusciti a portare in Parlamento, stavolta ci siamo riusciti, e sono convinto che alla Camera ce la faremo”. Ma poi c’è il Senato dove tutto è ancora più complicato.

Edoardo Gianelli