Us Open 2018: finale femminile ‘difficile’, Nole sale al n. 3

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Questa edizione degli Us Open non passerà di certo inosservata, ma anzi – al contrario – passerà alla storia: in positivo e in negativo. Per le emozioni che ha regalato e per quanto successo in campo. Finale dolce-amaro per le finali. Ma procediamo con ordine. Innanzitutto segnaliamo le condizioni meteo molto pregiudicanti non trascurabili: la pioggia incessante molte volte ha fatto disputare i match col tetto coperto, cambiando le condizioni di gioco; altrimenti, in via alternativa, c’è stato un caldo allucinante e afoso con anche quasi quaranta gradi. E con il rischio disidratazione dietro alla porta e sensazioni terribili di calore asfissiante e senso di soffocamento per i giocatori, che faticavano a respirare; come accaduto a Stefano Travaglia prima (che si è ritirato appunto per disidratazione, tra la commozione generale) e a Roger Federer (ritiratosi per il caldo eccezionale che gli faceva mancare l’aria e non lo faceva respirare, tanto da essere sottoposto ad accertamenti). Dunque già vincere in tali condizioni era un successo. Poi il prestigio del torneo è indiscutibile. Intanto, su Eurosport, Flavia Pennetta faceva conoscere i retroscena e descriveva le emozioni di arrivare in finale, giocare e vincere. Indescrivibili, ma ha provato a farle comprendere anche se è qualcosa di incredibile quello che si prova. E, a proposito d’Italia, da segnalare il ritiro di Francesca Schiavone, con il suo sorriso sgargiante di gioia, perché è felice della sua scelta, decisione che ha preso con il cuore perché ora vuole allenare (meglio i maschi possibilmente); tornare a vincere ed essere competitiva ‘in panchina’. La sua passione per il tennis non si spegne, ma basta col tennis giocato in prima persona: vuole vedere crescere con lei altri tennisti, da seguire come coach. In bocca al lupo per la sua nuova avventura a Francesca, che ha regalato un’altra emozione, insieme a Flavia. Certo ha emozionato vedere condizioni di gioco così dure; basti pensare che un altro momento ‘toccante’ è arrivato da Rafael Nadal; lo spagnolo è stato costretto al ritiro contro Del Potro in semifinale per un infortunio (forse una contrattura muscolare) al ginocchio. Rafa ha richiesto il time out medico, ma a nulla è servito; giocare non al top per lui è stato straziante e alla fine ha deciso di ‘fermarsi’ piuttosto che continuare a giocare così (male a suo avviso). Prima ha battibeccato per una chiamata col giudice di linea annunciando che si sarebbe ritirato di lì a poco, poi ha alzato bandiera bianca e si è arreso (sul 7/6 6/2 a favore dell’argentino) definitivamente. Con Del Potro rammaricato, che lo ha stretto a rete in un sincero abbraccio amichevole. E proprio a lui sarebbe toccato piangere di dispiacere in finale contro Novak Djokovic. Il serbo ha vinto in tre set e, così, sale alla posizione n. 3 del ranking mondiale. È decisamente quello dei tempi migliori. Fa molto piacere vederlo ritrovato. Nole vince bene il primo set per 6/3, disegnando alla perfezione il campo (con esecuzioni da manuale in totale sicurezza e disinvoltura). Poi cala leggermente di livello, mentre Del Potro ha una reazione d’orgoglio e alza il ritmo, soprattutto col dritto. Inizia a guadagnare terreno e va in vantaggio; poi Nole riesce a recuperare e pareggiare i games; si arriva al giusto e meritato tie-break, che Djokovic riesce ad acciuffare per 7 punti a 4. Se nel secondo set l’argentino aveva messo in difficoltà il serbo, nel terzo Nole è carico, ha ritrovato fiducia e sembra anche più fresco fisicamente, rispetto a un Juan Martin affaticato e stanco; sofferente, per Del Potro sembra finita, anche perché Nole va in vantaggio di un break e rischia di fare il secondo, di andare 4-1 e servizio; invece così non è e ci si attesta sul 3-2; a quel punto Juan Martin pareggia i conti e si prevede un altro set molto lottato; ma Nole ha un sussulto e strappa la battuta e va a servire sul 5-3; chiude con un punto strepitoso in attacco in controtempo. Gioia infinita per Nole, amarezza profonda per Juan Martin, che aveva creduto nella rimonta e nell’allungo almeno al quarto set. Una partita molto equilibrata ed entusiasmante: un paio di turni di servizio di Nole sono durati decine di minuti, uno oltre 16 minuti. Nole abbraccia a rete l’amico di sempre in lacrime. Poi corre dal suo team e da sua moglie a festeggiare. Quando scende, cambio di maglietta per entrambi i giocatori e l’argentino ancora in lacrime in panchina; allora Nole va da lui e cerca di confortarlo. Molto commovente ed emozionante vederli così vogliosi di vincere e attaccati al torneo. Ora Nole sale al n. 3. Il segreto della forma ritrovata? Una scalata con la moglie in trekking sui monti della Francia (per cinque giorni, lontano da tutto e tutti), dopo la sconfitta contro Marco Cecchinato al Roland Garros in Francia, che gli ha fatto ritrovare l’entusiasmo per il tennis.

Ma le emozioni non sono finite. Procediamo con ordine. Per quanto riguarda il maschile, particolarmente entusiasmanti i quarti di finale. La partita più bella del torneo forse è stata proprio quella tra Nadal e Thiem (finita al quinto set con il punteggio di 0/6 6/4 7/5 6/7 7/6 a favore dello spagnolo): davvero si è deciso tutto su un punto in questa maratona che ha acceso il pubblico. Così come nella finale tra Djokovic e Del Potro sono stati tre dritti facili sbagliati dall’argentino a segnare il parziale e fare la differenza (discriminanti dunque). Ad assistere sugli spalti (forse a sostegno di Del Potro) anche l’attrice Meryl Streep. Protagonista al cinema (dal 6 settembre) in questi giorni con “Mamma mia-ci risiamo”, ad assistere ai match maschili anche un altro attore che ha recitato nel film-musical precedente: Pierce Brosnan. Ed a proposito di cuori che palpitano, è stato proprio Novak Djokovic a chiedere di essere controllato, facendosi misurare la pressione per un battito anomalo che ha sentito: un’aritmia probabilmente dovuta al caldo, allo stress e alla stanchezza, che però un po’ ha fatto preoccupare gli spettatori. Caldo torrenziale che ha costretto nei quarti a due stop di oltre dieci minuti, anche venti, per cambiarsi di vestiti e rigenerarsi e rinfrescarsi un po’. Il primo è avvenuto proprio nel match tra Del Potro e Isner, con una lunga pausa concessa prima del quarto set. L’americano ha ceduto fisicamente, in una partita ‘dura’ comunque, a suon di aces. Dopo aver vinto il primo set al tie-break, Isner inizia a cedere terreno e perde gli altri tre per 6/3 7/6 6/2 (con un crollo netto nell’ultimo, dove rischia un fragoroso 6/1). L’altra interruzione per cambio d’abiti la chiede Millman a Djokovic nella sfida dei quarti, dominata dal serbo in tre set netti per 6/3 6/4 6/4; così come, in semifinale, il serbo vincerà facile contro Nishikori con il punteggio di 6/3 6/4 6/2. In forma strepitosa Nole, nulla da fare (ha fatto anche serve&volley contro Del Potro, anche se non ha messo a segno molti aces, percentuale bassa di servizi vincenti anche se non alla battuta, il che ha stupito molto poiché di solito serve davvero bene). Invece il giapponese è stato al centro di un altro match straordinario nei quarti, contro Cilic. Il croato era favorito, invece si è trovato in difficoltà con il nipponico (più veloce e rapido), bravo a sorprenderlo al quinto set. Forse stanco per il caldo, Cilic ha dovuto mettere in moto una rimonta strepitosa e fare ricorso a tutta la sua alta percentuale di aces, per rimanere in partita e restare ancorato al match. Dopo aver vinto il primo set per 6/2, il croato esce un po’ dal match, mentre il nipponico inizia ad entrare in partita e vince gli altri due set per 6/4 7/6; finalmente nel quarto il croato si ritrova e acciuffa il set per 6/4, facendo il break decisivo; ma nel quinto il giapponese gli ricambia il 6/4.

E dalle lacrime di Del Potro (che ha ammesso: “contro Nole ho giocato sempre al limite”), si è andati a quelle delle protagoniste della finale femminile, che molto ha fatto discutere. Se Nole ha eguagliato il record di Pete Sampras (suo idolo da bambino) di vincere 14 Grand Slam (tra cui tre Us Open), Serena Williams rincorreva il suo 24esimo titolo. Invece la finale è stata molto controversa. Di fronte aveva la giapponese Naomi Osaka: 20 anni, il 2018 per lei è stato un anno fortunato. Qui a New York ha centrato il suo secondo titolo in carriera e il primo Grand Slam che mette in archivio; e che potrebbe diventare il primo di una lunga serie. La nipponica è molto talentuosa e ha dominato il primo set, facendo correre Serena e soprattutto passandola con il suo dritto stretto in cross incrociato: passanti fulminanti per l’americana, che ha potuto solamente applaudire. Si aggiudica nettamente per 6/2 il primo parziale Naomi, ma poteva essere anche un 6/1 se di fronte non avesse avuto una n. 1. Serena inizia a perdere le staffe e prende un penalty point per ‘abuso di racchetta’, che rompe. Questo faceva seguito a un altro ‘penalty point’ per coaching, poiché l’allenatore Patrick Mouratoglou aveva fatto un gesto spingendola ad avanzare e non rimanere ancorata a fondo campo. A quel punto la Williams ha perso la pazienza ed è incorsa nel terzo penalty point per ‘abuso di parola’, dando del ladro all’arbitro Carlos Ramos, convinta che non dovesse ricevere la penalità; a suo avviso, se fosse stata un uomo non le avrebbe dato l’ammonimento, poiché gli uomini spesso fanno cose ben peggiori e non vengono sanzionati. La Osaka è attonita, interdetta, non capisce cosa stia succedendo, è confusa. Serena disperata e in lacrime. Lei chiama i supervisor, il marito è triste sugli spalti; la tennista crede che ormai per lei sia impossibile giocare, poiché va a servire sul 5-3 per la nipponica, che chiuderà 6/4. In realtà così non è perché un break di differenza si poteva ancora recuperare, ma ormai è fuori controllo, infuriata. La giapponese non esulta per la vittoria e durante la premiazione cadrà in lacrime, quasi dispiaciuta. A quel punto Serena tira fuori la classe e prima abbraccia e cerca di confortare l’avversaria prima della premiazione, poi – durante il discorso finale – ricorda che bisogna rendere merito e onore alla maggiore prestazione e al talento della giovane tennista, nonostante tutto il pubblico fosse dalla parte della statunitense. Peccato perché nel secondo set Serena era anche in vantaggio e avanti nel punteggio. Tutti speravano in un terzo set. Il dato di fatto è che Serena dovrà risarcire la federazione tennis statunitense di 17mila dollari: 10mila per l’abuso verbale, 4mila per coaching e 3mila per aver rotto la racchetta. La multa è una certezza, così come che la Osaka abbia meritato la vittoria; così come fu contro la Kasatkina ad Indian Wells, quest’anno nel marzo scorso, quando si impose per 6/3 6/2, in maniera similare, giocando una finale favolosa e strepitosa. L’altra cosa sicura è che non era una finale facile per nessuno; ma una situazione difficile per tutti. Per Serena, per la pressione che aveva su di sé, per le aspettative e per la voglia di centrare il 24esimo titolo, per le difficoltà di giocare pur non essendo al 100% (anche se avendo ritrovato la forma comunque). Per la Osaka, per la soggezione di un’avversaria stimata, apprezzata da tutti, che tutti sostenevano e tifavano, che incuteva timore per il prestigio e il carisma da n. 1 che ancora riveste; tra l’altro è stata la sua icona del tennis da seguire sin da piccola. Anche la Wozniacki ha sottolineato – nel docufilm biografico sulla vita di Serena -, quanto sia rispettata e apprezzata nel circuito. Ma per la Williams non era facile tornare e giocare, dopo un anno difficile come il 2017. Come ben ha raccontato in “Being Serena” (il titolo del docufilm prima citato), è stato per lei estenuante recuperare la forma fisica dopo il parto, il rischio di morire per un’embolia polmonare dopo la nascita della figlia. Rivivere quelle emozioni, che evidentemente le sono tornate alla mente, non le ha facilitato il compito e non le ha permesso di avere quella tranquillità per competere. Lei è un tipo molto esigente con se stessa, non ama perdere; in più sente il peso di essere d’esempio per la figlia, per tutte le mamme come lei, per le altre colleghe e per tutte le donne. Quest’ultima, una ausa che ha abbracciato e che la rende ancor più ‘vulnerabile’. La forza nella fragilità di una combattente, di cui è evidente la sensibilità e suscettibilità. L’orgoglio di non voler cedere né mollare per dignità, ma è dura rassegnarsi alla superiorità di un’avversaria giovane e fresca, nel pieno vigore della forma. Tutto questo non giustifica il suo atteggiamento esasperato, ma neppure quello dell’arbitro. Anche se è facilmente comprensibile che non era facile neppure per lui arbitrare una partita così difficile. Ha deciso di farlo nel modo più conforme possibile, con rigore ligio e ferreo, nel massimo rispetto del regolamento, che ha applicato in piena regola. Ineccepibile, ma forse anche questo esagerato. Forse avrebbe dovuto adottare un po’ più di psicologia: tranquillizzare, calmare e rasserenare Serena, cercando di metterla più in condizione di giocare la sua partita. Un po’ come ha fatto Lahyani con Nick Kyrgios (contro Herbert), lì forse anche troppo disponibile: infatti l’australiano era sotto di un set e anche nel secondo e perdeva 6-4 3-0 dal francese, ma Lahyani è sceso dalla sedia, lo ha confortato e Nick ha rimontato e vinto il match al terzo; e non sono tardati ad arrivare i guai per l’arbitro. Di sicuro, però, l’aspetto psicologico è importante, anche da parte del giudice di sedia verso i tennisti. Una delle regole principali, al di là di tutto, è che l’arbitro deve sempre rivolgere uno sguardo a un tennista e poi all’altro; in particolare prima al tennista più a ‘rischio’, anche a seguito del risultato del gioco, che potrebbe ‘esplodere’ da un momento all’altro, proprio per scalzare tale evenienza. E questo Ramos non lo ha fatto, anche se ha applicato correttamente il regolamento. Anche le sanzioni per Serena sono state molto salate, ma del resto ciò accadde anche a Fabio Fognini quando gli fu aperto il codice di condotta per comportamento antisportivo. Ancora una volta, al di là di giudizi, delle critiche, delle vedute, delle opinioni più o meno condivisibili e opinabili, si può discutere quanto si vuole: ognuno ha le sue ragioni e la sua visione in merito, il suo punto di vista incontrovertibile; ma il dato di fatto è che Naomi Osaka tocca il suo best ranking salendo alla posizione n. 7 del mondo, mentre Serena Williams si ferma alla n. 16, inseguendo la top ten; comunque anch’esso un ottimo risultato, forse impensabile per lei fino a poco tempo fa, quando discuteva sul da farsi sul suo coach, incerta sul suo futuro. E tutto questo è una nota più che positiva.

Tennis: Djokovic, Bertens e Sabalenka show prima degli Us Open

sabalenkaOrmai sono entrati nel vivo gli Us Open, ma prima il tennis ha regalato l’exploit di Aryna Sabalenka e di Kiki Bertens, e confermato lo stato di grazia di Novak Djokovic. Intanto è stato introdotto lo shot clock e sono state ‘presentate’ nuove regole anche per la Coppa Davis.
Djokovic sale alla posizione n. 6 del ranking mondiale e segna il record di essere l’unico tennista ad aver vinto tutti i tornei del Master 1000 (almeno una volta). Non solo, ma al Master di Cincinnati è stato in grado di battere in finale Roger Federer con un doppio 6/4: evidente un crollo fisico dell’elvetico, ma convincente il tennis del serbo. Infatti, dopo la vittoria al Grand Slam di Wimbledon, parte bene anche al primo turno del Grand Slam degli Us Open. A Flushing Meadows si sbarazza abbastanza facilmente di Fucsovic, concedendogli solamente il secondo set, con un lieve calo di concentrazione; ma poi dilaga negli altri set con un gioco formidabile come quello dei ‘suoi’ tempi migliori: da vero numero uno, come nel 2011. 6-3 3-6 6-4 6-0 il punteggio finale; il ko nell’ultimo set dimostra quanto il serbo si fosse ritrovato (dopo essere riuscito a ottenere il break decisivo nel terzo e averlo chiuso per 6/4). Un risultato positivo anche per l’enorme caldo che ha provocato molti disagi: sofferente Nole, ma anche l’italiano Stefano Travaglia è stato costretto al ritiro per disidratazione (con il corpo affaticato e i muscoli ‘induriti’) contro il polacco Hurkacz e ha protestato contro gli organizzatori per le condizioni difficili in cui si svolgono i match (con anche oltre i 40°). Una ‘follia’ a suo avviso, che lo ha costretto a una flebo per riprendersi (una cosa simile era successa anche a Simona Halep). Se Stefano Travaglia si è ‘arreso’ sul parziale di 2/6 6/2 6/7 0/3, anche Marco Cecchinato è stato eliminato dal francese Benneteau (per 6/2 6/7 3/6 4/6), ma ha accusato problemi alla mano destra (probabilmente per una vescica, che non gli ha permesso di mantenere il livello espresso all’inizio nel primo set).
Viceversa agli Us Open ha dilagato Roger Federer contro il giapponese Nishioka: nettamente, per 6/2 6/2 6/4; due set speculari, nel terzo sembrava la stessa storia però poi -quando lo svizzero è andato a servire sul 5/2- si è fatto brekkare e dopo il nipponico ha tenuto la sua battuta (sorridente e divertito per il tennis messo in campo, pensando solo a fare più punti possibili al campione elvetico e i più belli e migliori che potessero farlo esultare di gioia contento così, anche solo di quella piccola soddisfazione che si era tolto di fare punti straordinari a un immenso campione); dopo il 5/3 è stato il 5/4, ma a quel punto Federer non ha sbagliato e ha chiuso 6/4. Tuttavia il giapponese lo ha fatto molto correre, ma alla fine ha prevalso il talento (soprattutto a rete) dello svizzero, con punti da manuale.
Nessun problema neppure per Alexander Zverev che ha vinto facilmente per 6/2 6/1 6/2 sul canadese Polansky. Per quanto riguarda l’Italia, poi, buone notizie sono venute da Fabio Fognini (testa di serie n. 14), che ha sconfitto l’americano Mmoh al quarto set (dopo aver perso il primo) per 4/6 6/2 6/4 7/6(4). Curiosità, la moglie Flavia Pennetta ha iniziato una collaborazione con Eurosport (come commentatrice, proprio a partire da Flushing Meadows che vinse prima del ritiro), che trasmette il torneo del Grand Slam. Male, invece, nel femminile dove perde Camila Giorgi: incassa un severo 6/4 7/5 da Venus Williams; diciamo severo perché è stato un match molto lottato ed equilibrato e l’azzurra avrebbe anche potuto vincere e comunque portare la partita al terzo set; sicuramente per lei una sconfitta molto amara che le fa male, per le molte occasioni sciupate: ha lottato Camila, ha fatto punti eccellenti da vera n. 1 con tutti i colpi, ma poi ha commesso troppi errori con cui ha sprecato e annullato tutto il vantaggio conquistato. Troppo fallosa, nonostante la tenacia di essere sempre comunque combattente e incisiva, mettendo in difficoltà la testa di serie n. 16. Tutto ok per Serena Williams, che ha imposto un doppio e netto 6/2 alla tedesca Witthoeft (dopo il 6/0 6/4 alla Linette); a Serena -tra l’altro- è stata assegnata la testa di serie n. 17 tra le polemiche.
La sorpresa invece arriva dall’eliminazione proprio della testa di serie n.1 Simona Halep. Evidentemente la campionessa non ha recuperato la stanchezza di aver giocato (e vinto) tanto nelle ultime settimane. In appena 76 minuti viene eliminata da Kaia Kanepi (n. 44 del mondo) con un drastico 6/2 6/4. Tuttavia per lei questo 2018 rimane comunque positivo: ha vinto al Roland Garros il suo primo Grand Slam, su Sloane Stephens (per 3/6 6/4 6/1). Proprio l’americana agli US Open ha faticato contro la valida ‘esordiente’ Kalinina: si è imposta solo al terzo set per 4/6 7/5 6/2. Inoltre la rumena aveva iniziato l’anno conquistando il torneo di Shenzhen, superando la Siniakova per 6/1 2/6 6/0; e poi ha trionfato in Canada al Wta di Montréal, dove ha vinto sempre sulla Stephens per 7/6 3/6 6/4. Dopo l’esperienza della Rogers Cup, l’avevamo vista impegnata nel Wta di Cincinnati. Se nel primo caso è riuscita a completare il quadro delle vittorie, nel secondo si è fermata in finale. In Canada aveva battuto la Pavljučenkova, Venus Williams, Caroline Garcia, Ashleigh Barty e la Stephens ovviamente. A Cincinnati, invece, Alja Tomljanovic, di nuovo Ashleigh Barty (testa di serie numero 16), Lesja Curenko e Aryna Sabalenka. In finale ha perso da Kiki Bertens, che si è imposta per 6-2 6-7 2-6. Il prolungarsi al terzo set della finale femminile ha fatto slittare anche quella maschile successiva tra Djokovic e Federer; ma ha disegnato un doppio scenario curioso: da un lato il tracollo fisico della rumena, dall’altra parte il trionfo e la commemorazione all’Olimpo delle top players della giovane tennista olandese (coetanea, tra l’altro della Halep, classe ’91). La Bertens diventa n. 13 al mondo e segna il record di battere ben 4 ‘top ten’ in un solo torneo. Infatti durante la straordinaria settimana a Cincinnati Kiki ha sconfitto, in fila: Coco Vandeweghe (per 6/2 6/0), Caroline Wozniacki (che si è ritirata quando l’olandese era avanti per 6/4), Anett Kontaveit (per 6-3 2-6 6-3), Elina Svitolina (n. 7 del mondo, per 6-4 6-3) e Petra Kvitová (n. 6 del mondo, per 3-6 6-4 6-2), prima di imporsi in una finale mozzafiato sulla rumena Halep. Quest’ultima resta comunque la n. 1 al mondo, a discapito della Wozniacki, che rimane n. 2. Quest’anno, ritornata dopo l’infortunio, la Kvitova aveva vinto il torneo di Madrid (sulla terra rossa) proprio sulla Bertens (per 7-6 4-6 6-3), e successivamente sull’erba il Wta di Birmingham (sulla Rybarikova per 4-6 6-1 6-2). Probabilmente ha ceduto anche lei per stanchezza, poiché in campo è apparsa stremata. Comunque, attuale n. 5 del mondo, è assolutamente ritornata, ritrovata e più competitiva che mai.
Del Wta di Cincinnati resterà di certo l’impresa di Kiki Bertens in finale (dopo essersi ‘vendicata’ della Kvitova), che rimonta quando la partita sembrava chiusa: perde malamente il primo set per 6/2; anche nel secondo sembrava in vantaggio e favorita la Halep, invece l’olandese è riuscita a restarle attaccata nel punteggio e a portarla al tie-break; qui la rumena gioca meno bene, sbaglia di più, concede qualcosina in più, è più fallosa e commette più errori gratuiti che allungano gli scambi e rimettono in partita la Bertens, che non si lascia scappare l’occasione e -concentrandosi- trova più aggressività e sicurezza, più adrenalina e convinzione che le permettono di acciuffare il tie-break e il secondo set. Così al terzo la situazione è completamente ribaltata: stavolta è Kiki a dominare gli scambi più aggressiva, a spostare e far correre la Halep, sempre più in affanno. L’olandese vince, incredula, con un’esultazione finale tra le lacrime di gioia e commozione.
Un’impresa simile ha compiuto Aryna Sabalenka. Classe 1998, vince il torneo di New Haven battendo la Stosur per 6/3 6/2, la Gavrilova per 6-3 6-7 7-5, la Bencic per 6-3 6-2 e la Görges per 6/3 7/6. Si porta così alla posizione n. 20 del ranking mondiale, dopo la vittoria in finale su Carla Suarez Navarro. La spagnola si era avvantaggiata di tre ritiri: di Johanna Konta nel secondo turno, di Petra Kvitová nei quarti di finale e di Mónica Puig in semifinale. Il match della finale è stato senza storia, completamente dominato dalla bielorussa: 6/1 6/4, con la Sabalenka già avanti 5-0 dopo soli 24 minuti di gioco. Superiore in tutti i colpi, la bielorussa si è assolutamente meritata la conquista del suo primo titolo e della top 20. Non solo ha ringraziato il suo coach, a cui ha attribuito tutto il merito: “in sei mesi mi hai cambiato la vita” -ha detto riconoscente-. Il suo più grande merito è stato aver vinto tutte partite diverse: nervosissima contro la Gavrilova, si sono sempre rincorse nel punteggio regalandosi molte chance a vicenda. Nel secondo set la partita sembrava finita, poiché la Sabalenka era avanti 4-0 con la palla del 5-0; poi ha sprecato quell’occasione e da lì è cominciata la rimonta della Gavrilova, brava nel tie-break, giocato malamente dalla Sabalenka. Nel terzo la bielorussa è riemersa in tutta la sua maturità; ma durante la partita ha rotto una racchetta per il nervosismo: era tesissima. Contro la Bencic ha controllato bene il match, anche se c’è stato equilibrio, ma è stato più facile forse per lei, perché la svizzera le ha concesso davvero tanto. Bel match contro la Görges, in cui ha rischiato tantissimo: sembrava addirittura favorita quest’ultima, poi ha scelto di adottare una tattica forse poco produttiva, ovvero quella di venire in avanti a rete in attacco, con il risultato che veniva passata dalla Sabalenka o sbagliava le volée perché leggermente in ritardo; ma hanno fatto vedere delle ottime cose. Un po’ come quando, contro la Gavrilova, la Sabalenka è voluta avanzare e veniva sistematicamente passata con precisione dall’avversaria. Tuttavia abbiamo visto Aryna servire bene e tentare anche gli attacchi a rete, quasi per provare un nuovo schema tattico di gioco, per essere una tennista più completa. La violenza e profondità dei suoi colpi, soprattutto del dritto anomalo, sono indubbi poi. Tuttavia prosegue il momento ‘no’ della Gavrilova, che agli Us Open ha perso da una ritrovata Azarenka (altra bielorussa di talento) per 6/1 6/2.

Wimbledon 2018: tornano due ex numeri uno, Nole e Kerber

Wimbledon

Un numero uno lo è per sempre. Anche quando non vince un torneo ed esce ai quarti, come Roger Federer (lo svizzero è stato battuto da Anderson in 4 set: per 6/2 7/6 5// 4/6 11/13); o come Rafael Nadal (che ha perso in semifinale da Novak Djokovic: per 4/6 6/3 6/7 6/3 8/10); o come Juan Martin Del Potro (uscito ai quarti proprio per mano di Rafa, ma vero campione atletico: più volte a terra, è caduto, ma si è rialzato ed ha lottato ‘generosissimo’ fino all’ultimo. Chapeau. Del resto il punteggio ben evidenzia la dura lotta dei due: l’argentino si è arreso allo spagnolo solo al quinto set, 5/7 7/6 6/4 4/6 4/6; ce l’ha messa davvero tutta). Anche quando ritorna da un lungo e grave infortunio, come Novak Djokovic. Anche quando rientra da mesi dopo la maternità e un parto cesareo che ne ha ostacolato il recupero, come Serena Williams. Anche quando ti piovono addosso critiche e malelingue ti dicono che ‘la tua luce si è spenta’ o ‘sei finita’ oppure ‘non sei più quella di una volta’ (esagerando, ma non troppo, perché a volte la stampa sa essere molto dura e i fans stancarsi presto degli in-successi e non hanno la pazienza di capire il momento ‘no’ o di grave difficoltà di un’atleta): come Angelique Kerber (ma anche per Nole stesso c’è stato l’identico discorso). Invece eccoli tutti qua a disegnare l’edizione 2018 di Wimbledon, ognuno mettendo a suo modo il proprio sigillo. E poi ci sono i numeri uno dentro, il talento evidente anche se non si afferma con primati di vittorie: quelli dei campioni della passione, della sportività, dell’umiltà, della generosità, dello spirito di sacrificio, campioni di talento ed umanità che contribuiscono ugualmente a scrivere la storia del tennis; come il finalista Kevin Anderson e/o John Isner. E poi, a tale proposito, come non citare -ancora una volta- l’esempio di impegno di Del Potro e/o quello di umanità ed umiltà di Rafael Nadal: rispetta sempre ogni avversario e gli altri campioni, che gli danno modo e gli stimoli giusti per migliorarsi continuamente -afferma-; molto amichevole nel dare sempre una parola di conforto e di amichevole stima, anche con un abbraccio sincero molto sportivo a fine partita (proprio come accaduto contro Del Potro, dopo averlo sconfitto; o dopo aver perso in semifinale contro Nole).

E poi ci sono i numeri da record paralleli, che si cerca di rilevare ad ogni edizione, in particolare di uno Slam: e questo sicuramente spetta alla semifinale durata sei ore e 36 minuti tra Isner ed Anderson appunto. Dall’altro lato, ancora, ci sono inoltre anche i record non numerici, ma ‘di colore’: e questa di quest’anno a Wimbledon è stata un’edizione particolare per vari momenti ‘colorati’. Per dirla con una canzone, con Shakira e il ritornello del suo brano-tormentone “Waka waka”: “This time for Africa…’cause this is Africa”. In sintesi dice, tradotto dall’inglese: “questo tempo è per l’Africa perché questa è l’Africa”. Come noto la cantante colombiana lo interpretò con il gruppo sudafricano Freshlyground quale inno ufficiale dei mondiali di calcio FIFA 2010, svoltisi appunto quella volta in Sudafrica. Sebbene i mondiali di calcio 2018 abbiano visto trionfare in Russia la Francia, noi riadattiamo il testo per omaggiare il finalista sudafricano Kevin Anderson. Commovente il suo discorso: nel ringraziare la sua bellissima moglie, ha detto che avrebbe giocato altre 21 ore pur di rivivere le emozioni della semifinale e della finale di Wimbledon. Così come ha emozionato il ringraziamento di Nole nel riconoscere il valore umano, morale -oltre che atletico e professionale- dell’avversario; poi si è commosso nel vedersi applaudito ed evocato dal figlioletto Stefan (“è il mio miglior sparring partner” -ha scherzato il quattro volte campion qui a Wimbledon). L’ex n. 1 è davvero tornato. Lui stesso ha avuto dei dubbi seri, ha spiegato, e non è stato neppure facile recuperare dall’infortunio e dall’intervento al gomito. Ma eccolo di nuovo qui, più grintoso che mai. Senza il sostegno della moglie Jelena (che soffriva nel suo angolo, prima di scoppiare in un’esultazione di gioia finale) e di tutti quelli che hanno creduto in lui, lo hanno sostenuto e hanno lavorato con lui, probabilmente non ce l’avrebbe fatta. Ha dominato una finale non facile contro uno stanco Anderson: un doppio 6/2 iniziale nei primi due set senza dover far troppo, poi ha controllato bene un match che gli stava sfuggendo di mano (che stava diventando pericoloso perché il sudafricano si stava facendo sempre più insidioso), con Kevin che stava entrando in partita (anche con il servizio micidiale) e al tie-break ha giocato splendidamente i punti decisivi: da campione, da vero n. 1, con autocontrollo e grinta, serafico. E non si è deconcentrato neppure nella semifinale contro Nadal: giocata in notturna col campo coperto e l’illuminazione artificiale (perché posticipata a causa delle sei ore e mezza dell’altra semifinale maschile), ha iniziato subito aggressivo e alla grande, portandosi avanti due set a uno. Poi al rientro, il giorno dopo prima della finale femminile, è apparso meno in forma e i due tennisti sono andati al quinto set; ma, dopo aver concesso il quarto set, nell’ultimo e decisivo parziale si è di nuovo fatto più solido. Forse giocare con il campo chiuso non ha agevolato Nadal; forse il dover tornare di nuovo in campo il giorno dopo l’interruzione di una notte non ha facilitato Djokovic nel chiudere il match. Forse lo spagnolo non ha particolarmente brillato nel gioco a rete quando è avanzato (ma coraggioso ed apprezzabile nel suo avanzare al net) e Nole, invece, avrebbe dovuto attaccarlo maggiormente, mentre ritornava indietro dopo aver accelerato con i passanti, ancorato a fondo. Però sono stati comunque due campioni che hanno dovuto affrontare situazioni di disagio nel giocare e le hanno accettate con sportività. Al serbo, comunque, funziona di nuovo molto bene il servizio (e questa è una nota più che positiva).

Sicuramente da record la semifinale di John Isner contro Anderson: sei ore e 36 minuti, una delle più lunghe della storia del tennis, seconda solo alla partita che lo stesso Isner ha sostenuto contro Nicolas Mahut e durata ben 11 ore e 5 minuti. L’esito è stato da record e l’ultimo set (senza tie-break) è durato un’infinità: 7/6(8) 6/7(5) 6/7 6/4 26/24 per il sudafricano. Del resto l’equilibrio del match già si vedeva dall’indicazione delle teste di serie: 8 Anderson e 9 Isner. L’americano è uscito dal campo barcollando, stremato: non ce la faceva più, si è fatto mandare anche degli altri integratori, aveva vesciche alla mano che si è fatto più volte fasciare. Ha messo a segno il record di aces, delle vere e proprie ‘sassate’. Ma, soprattutto, con Anderson sono stati campioni di umanità, abbracciandosi sportivamente a fine match. Isner, del resto, ha già vinto: sugli spalti sua moglie in dolce attesa è il più bel regalo e premio che potesse ricevere dalla vita e già quello lo ripaga di ogni fatica e sofferenza. Così come ha già vinto Serena Williams: l’americana non ha recuperato la forma fisica e ha perso la finale anche malamente per certi versi (con un netto doppio 6/3 dalla tedesca Angelique Kerber); ma anche lei non avrebbe pensato mai di poter tornare a giocare ed arrivare sino in fondo al Grand Slam di Wimbledon. È tornata a giocare “per tutte le mamme” come lei e ha dedicato loro il traguardo di finalista raggiunto. Ovviamente ciò merita un plauso, così come era stato ben gradito questo messaggio al Roland Garros quando scelse di giocare con una tuta nera aderente -disegnata a posta per lei su sua esplicita richiesta- (a difesa e sostegno della ‘maternità’ per così dire).

E se la finale maschile è stata quella che più ha emozionato, per popolarità segue solo quella storica tra Borg e McEnroe (al centro dell’omonimo film uscito al cinema), Wimbledon ha avuto i suoi Borg e McEnroe: sia nei finalisti Nole e Anderson (il primo ha un bel caratterino come John, mentre l’altro sembra di una fredda lucidità come Borg; ma poi anche Nole ha disegnato il campo splendidamente come su un foglio di carta); sia tra gli spettatori. Infatti lo spettacolo è stato anche assicurato tra gli spalti, dalla presenza di molti fan che avevano la stessa fascia e pettinatura tipo Borg. Tra l’altro Borg è venuto ad assistere ai match, come la Navratilova, la Martinez e la Bartoli. E come i Reali. La semifinale maschile è stata seguita con attenzione da Kate e Megan (che amichevolmente hanno avuto degli scambi di opinione tra loro, durante le varie pause, con dei bei sorrisi); mentre alla finale maschile hanno partecipato William&Kate. Non certo facile giocare con la loro presenza.

Infine di questo Wimbledon rimarrà un po’ di colore azzurro. Camila Giorgi è arrivata sino ai quarti dove ha perso al terzo set proprio da Serena Williams: dopo aver vinto il primo set per 6/3, ha incassato dall’americana -e dalla sua risposta e reazione d’orgoglio- un altro 6/3, prima che l’ex campionessa affondasse definitivamente la marchigiana per 6/4; ma l’italiana diventa così n. 35 al mondo e questo è un success enorme per lei. Fabio Fognini ha vinto il derby italiano contro Simone Bolelli (in tre set netti per 6/3 6/4 6/1). Thomas Fabbiano ha eliminato (giocando una partita strepitosa) l’elvetico Stan Wawrinka (continua il momento di difficoltà dello svizzero), in tre set in un match straordinario e molto lottato – con tanto equilibrio e due tie-break -: 7/6(9) 6/3 7/6(8) il punteggio finale.

Infine è stato un Wimbledon dai due volti: positivo per la copertura del Campo Centrale, negativo per il persistere dell’impossibilità di giocare il tie-break al quinto set, il che strema gli atleti, laddove ci sarebbe l’opportunità almeno di un match tie-break decisivo in via ipotetica o comunque quando si potrebbero senz’altro trovare altre alternative; già arrivare e uscire al quinto set (giocando tre su cinque e non al meglio dei tre set) è già un bel test molto importante per i tennisti. Sarà ripetitivo, inutile e retorico sottolinearlo, ma ci sembra quanto mai significativo.

L’erba londinese del Queen’s incorona un Cilic smagliante, ma Nole c’è

cilicE, se si tratta di parlare dei tornei su erba preparatori a Wimbledon 2018, non si può non citare il centrale Atp del Queen’s. Che dire? Non se ne può non discutere, soprattutto perché quest’anno in particolare ha riservato grosse e piacevoli sorprese. Dopo Stoccarda (dove c’è stato il ritorno di Roger Federer con la vittoria su Raonic e la conquista di nuovo della prima posizione mondiale) i riflettori erano tutti puntati sull’Atp di Halle e su quello del Queen’s londinese. In Germania lo svizzero cercava il bis tedesco: invece in finale si è dovuto arrendere al giovane croato Borna Coric che ha vinto a sorpresa il primo set al tie-break per 8 punti a 6: un tie-break particolarmente lottato seguito a un set in cui i due tennisti si sono sempre rincorsi, facendosi reciprocamente punti straordinari per rispondere a punti altrettanto eccezionali ed errori sorprendenti per cumulare regali all’avversario su altri doni equivalenti di gratuiti inaspettati; di solito l’elvetico sa sempre giocare meglio i punti decisivi invece qui ha sbagliato, anche con dritti clamorosamente mandati fuori, quelli più importanti; e sono state palle uscite non sempre di poco, dunque per lui sia sfortuna che cali di concentrazione o di stanchezza. È stato un Federer non solo un po’ deconcentrato, ma anche tanto nervoso, forse innervosito dalle polemiche con lo sponsor Nike e sul suo nuovo futuro contratto con Uniqlo. E questo è stato uno dei connotati curiosi e divertenti che hanno caratterizzato il suo esordio al primo turno a Wimbledon, contro Lajovic: non solo ha vinto facile in tre set netti per 6/1 6/3 6/4, ma a fine match, quando è andato a firmare autografi, una ragazza lo ha avvicinato chiedendogli in un cartellone giallo la sua fascia; lui l’ha cercata nel suo borsone e gliel’ha donata divertito e sorridente, felice della vittoria agevole. Invece all’Atp di Halle non era riuscito ad esprimere questo tennis e man mano si era lasciato sorprendere da un coraggioso Coric, sempre più aggressivo, che ha spinto di più nei momenti clou del match venendo anche avanti a rete (a costo di sbagliare qualche volée clamorosa). Il merito dell’impegno è stato premiato, per il giovane tennista che è rimasto sempre concentrato e non ha mai mollato. Dopo il duro primo set e tie-break, Coric ha avuto un calo nel secondo set che ha perso per 6/3, ma poi è ritornato subito alla grande nel terzo dove ha dominato con un netto 6/2: evidente la delusione e l’amarezza dello svizzero, che si è complimentato tuttavia con il giovane e talentuoso avversario, dispiacendosi di non aver espresso il suo miglior tennis al massimo come sempre. Sicuramente il croato si era avvalso del ritiro in semifinale di Bautista Agut per infortunio sul 3-2 e gli ha giovato aver giocato così poco ed essere arrivato fresco all’appuntamento decisivo con lo svizzero. Invece il n.1 in semifinale se l’era dovuta vedere con un altro giovane talento emerso: quello di Kudla, che ha sconfitto solo per 7/6 7/5; tra l’altro lo svizzero nei quarti con lo stesso punteggio aveva eliminato Ebden, mentre Kudla a sua volta aveva battuto Sugita (per 6/2 7/5), in grado di rifilare un netto 6/2 7/5 a Thiem, e Coric aveva sconfitto il nostro Andreas Seppi (per 7/5 6/3); forse invece Bautista Agut ha pagato il duro scontro di quarti contro Chacanov (3/6 7/6 6/3 il parziale a favore dello spagnolo), che aveva rifilato un doppio 6/2 a Nishikori. Dunque fuori Thiem, Nishikori c’era più spazio per Coric, dopo che aveva eliminato al primo turno la testa di serie n. 2 Alexander Zverev per 6/1 6/4 (ma visibile il suo problema fisico alla coscia, con una doppia fasciatura e la fatica a correre evidente). Se Coric porta un po’ d’Italia in Germania (poiché si allena con Riccardo Piatti), ad Halle subito in apertura derby italiano tra Seppi e Matteo Berrettini: quest’ultimo perde dall’altoatesino per 6/3 7/5; sfortunato il romano anche nel sorteggio di Wimbledon dove, al primo turno, troverà Jack Sock (l’americano è testa di serie n. 18).
Se la vittoria ad Halle è un ottimo risultato e nessuno toglie valore e merito al croato, dall’altro lato è vero che subito in apertura a Wimbledon non è riuscito a replicare l’esito positivo di tale vittoria: infatti il croato partiva da testa di serie n. 16, ma ha perso immediatamente contro il Next Gen Medvedev per 7/6(8) 6/2 6/2, tre set netti di cui un tie-break seguito da un doppio 6/2 finale molto drastico sono un invito a Borna a migliorarsi perché i margini che ha sono tanti.
E proprio in vista di Wimbledon, oltre a Federer, sono da tenere a mente e d’occhio proprio i due finalisti dell’Atp del Queen’s: Marin Cilic e Novak Djokovic. Il serbo è assolutamente ritrovato e il croato è assolutamente in fiducia. Nole ha mostrato un’ottima forma fisica e mentale, i colpi da manuale di sempre e sembra sentirsi decisamente ritornato e pronto a lottare per riconquistare i primati del passato e la vetta della classifica mondiale a pieno regime. Questa è la buona notizia, che lo ha caratterizzato in maniera costante per tutto il torneo del Queen’s. Dall’altro lato deve continuare ancora a giocare tanto e il più possibile per ritrovare la resistenza dei tempi migliori. Nella finale contro Cilic, infatti, era partito molto bene, ma è sembrato accusare un calo fisico che gli ha provocato una fase di lieve appannamento che non gli ha permesso di vincere, ma gli ha fatto perdere una finale lottata e abbordabile assolutamente per lui. Cilic del resto era in forma smagliante e testa di serie n. 1; eppure Djokovic riesce a strappargli il primo set subito in apertura per 7/5, poi però nel secondo set lottano in equilibrio entrambi molto e si va al tie-break, ma Nole se lo fa ‘soffiare sotto il naso’ per 7 punti a 4; questo è il momento decisivo che farà rigirare la partita: il serbo si innervosisce, il croato ritrova fiducia e coraggio e prende sempre più campo; nel frattempo un po’ di sfortuna clamorosa per Nole e un po’ di stanchezza per il serbo, lo fanno sbagliare qualcosina in più che pregiudicherà l’esito del terzo set, che perderà per 6/3 (quasi come avesse ceduto rassegnato ad un certo punto, crollando stavolta anche fisicamente). Comunque l’ex n. 1 è assolutamente in corsa per Wimbledon con i più forti, dove può arrivare tranquillamente sino in fondo al torneo e fino agli ultimi turni (laddove non a conquistare il titolo come più volte in passato). Da notare al torneo del Queen’s l’arrivo in semifinale di Nick Kyrgios: l’australiano ha battuto al primo turno proprio Andy Murray in tre set (per 2/6 7/6 7/5); peccato che poi si sia preso una multa per imprecazioni in campo e apertura del codice di comportamento antisportivo per non aver giocato in campo, ma per aver buttato via i punti. Il giovane ‘aussie’ ha perso in semifinale contro Cilic con un doppio 7/6: il primo per 7 punti a 3, il secondo per 7 punti a 4; l’australiano cercava qui al Queen’s il riscatto dalla semifinale persa contro Federer a Stoccarda. Djokovic, invece, in semifinale a Londra ha battuto il francese Chardy per 7/6(5) 6/4, che aveva vinto il derby transalpino con Richard Gasquet nei Paesi Bassi all’Atp 250 di ’s-Hertogenbosch.

Torneo di Stoccarda a Federer. Bene Gasquet e Krunic nei Paesi Bassi

roger federer stoccardaL’assenza dai campi non ha influito negativamente sul ritorno di Roger Federer. Lo svizzero, dopo lo stop per la stagione sulla terra rossa, torna a giocare sull’erba a Stoccarda. Perfettamente a suo agio sulla superficie, in una forma fisica ottima (fisico asciutto, freschezza agonistica, sembra ringiovanito), disegna il campo che è una bellezza. Sicuro al servizio, quando lascia partire il dritto si apre il campo (ma anche col rovescio, in accelerata con quale dei due fondamentali gli capiti prima) e va a chiudere col passante di rovescio o in avanti a rete con la volée o lo smash. Solitamente è questo il suo schema vincente, ma non disprezza il serve&volley. Specialmente sull’erba diventa in-giocabile e neppure il potente dritto di Milos Raonic (fino a 137 km/h) riesce a fermarlo e ad impedirgli di alzare la coppa in Germania. Per 6/4 7/6 si aggiudica il suo 98esimo titolo in carriera. Più lottato il secondo set perché lo svizzero si è complicato un po’ la vita insistendo di più appunto proprio sul dritto micidiale del canadese; tuttavia ha saputo giocare meglio i punti decisivi e fondamentali: il talento dell’elvetico è indiscusso, ma sicuramente la sua arma vincente per essere un campione così “longevo” è proprio la forza mentale più che la tecnica ineccepibile e straordinaria, un’esperienza che non si può insegnare. Ed in questo insegna molto la semifinale contro l’australiano Nick Kyrgios: una dura battaglia terminata solamente al terzo set (6-7 6-2 7-6) e dopo due tie-break in cui non sono mancate le occasioni al giovane ‘Aussie”; non facile rimontare, sotto di un set, per il n. 1 del mondo contro il re degli aces, perfettamente a suo agio sull’erba. Anche al successivo torneo di Halle, sempre in Germania, parte bene e continua la sua corsa ad accumulare vittorie su vittorie: vince facile il primo turno contro Aljaz Bedene per 6/3 6/4. A Stoccarda è bastata un’ora e venti minuti circa al 36enne svizzero per completare quella che era la sua 148^ finale (record di e per pochi altri tennisti) e portarsi a casa la ‘Mercedes Cup’ (con la macchina in palio con cui è tornato a casa prima di ripartire appunto per Halle).
Se Federer è il re di Stoccarda, nei Paesi Bassi (all’Atp 250 di ’s-Hertogenbosch, Atp 250 proprio come quello appena citato di Stoccarda con un montepremi di 656mila euro e poco più, circa), invece, vi sono due trionfatori: Richard Gasquet (che si aggiudica il derby francese contro Chardy) e Aleksandra Krunic (che si era imposta al Foro Italico sulla nostra Roberta Vinci). Ma vediamo meglio nel dettaglio cosa è successo.
La finale maschile nei Paesi Bassi a Gasquet. Gasquet va subito avanti nel punteggio e si porta in vantaggio per 4-2 nel primo set; ma a questo punto Chardy fa contro-break, però poi perde di nuovo il servizio e manda il connazionale a servire per il primo set. Grazie a due passanti strepitosi di Gasquet (prima di dritto incrociato e poi di rovescio) si aggiudica il primo set definitivamente; da segnalare anche un recupero straordinario su una volée, con il rovescio in corsa che mette all’incrocio delle righe prima di riportarsi di nuovo in vantaggio. Non bastano i dritti potenti (anche a 147 km/h) di Chardy, che spreca le occasioni di break che ha. Nel secondo set, infatti, Chardy va addirittura avanti 5-3, ma si fa rimontare prima 5-4 poi 5-5 ed è tie-break; ma Gasquet nel tie-break va subito avanti e lo conquista abbastanza tranquillamente.
Il momento clou che però ha fatto svoltare e ‘rigirare’ il match e il secondo set (ovvero annullando la possibilità di allungarlo al terzo set per Chardy e di ritornare in partita e rimontare, per poi andare a vincere) è stato proprio quando è andato a servire sul 5-3. Chardy conduceva per 40-15 sul 5-3, ma -prima un passante incredibile di Gasquet- poi soprattutto una palla chiamata out sulla sua seconda di servizio lo ha fatto particolarmente innervosire (dopo un errore di rovescio, che ha mandato lungo), facendogli perdere il controllo, i nervi e la concentrazione. Ha dato così la palla break a Gasquet, che poi se ne è procurata un’altra con uno straordinario passante di rovescio incrociato in cross ad uscire a cui è seguito il doppio fallo di Chardy che, al cambio campo, ancora discuteva di quella palla (la seconda di servizio) con l’arbitro. Gasquet ha completato, successivamente, a 15 il recupero sul 5-5 (con un ace).
Il tie-break che ne è derivato si è svolto così: 1-0 Gasquet, 1-1, 2-1 Gasquet (su un errore in risposta di Chardy), 2-2 (Gasquet manda lungo un recupero di rovescio), 3-2 Gasquet con uno stupendo passante di dritto rasoio alla rete, errore di dritto di Gasquet ed è 3-3, 4-4 con una bella volée di Gasquet, errore dritto di Chardy e Gasquet va 5-4 (due match points con il servizio a disposizione), ace di Gasquet ed è 6-4 per lui, poi 6-5 con Chardy che si aggiudica il punto con un dritto in attacco in avanzamento, 7-5 Gasquet con un recupero su una palla bassa di dritto che trasforma in demi-volée in attacco in controtempo che non riesce a prendere Chardy, su cui non arriva decretando, così, la vittoria definita del connazionale francese.
Tra l’altro, qui ad ‘s-Hertogenbosch, Gasquet (testa di serie n. 2) aveva battuto il giovane greco Stefanos Tsitsipas (testa di serie n. 5) per 7/6(2) 7/6 (4) ai quarti e Bernard Tomic in semifinale per 6/4 6/7(8) 6/2 (semifinale dura e molto combattuta che, ciononostante, non gli ha impedito di vincere la finale).
La finale femminile di ‘s-Hertogenbosch. Ad imporsi è la serba Aleksandra Krunic (testa di serie n. 7), in grado di battere in semifinale niente di meno che la testa di serie n. 1 Coco Vandeweghe in tre set per 2/6 7/6(4) 7/6(1): la statunitense è sempre una giocatrice temibile, soprattutto ha dimostrato di esserlo particolarmente sull’erba, superficie che predilige e che ben si confà al suo schema tattico aggressivo, al suo tennis d’attacco e al suo gioco basato sempre sul ricercare il colpo vincente con pochi scambi (dunque un risultato che vale doppio per la Krunic). Poi altri tre set sono serviti alla serba per aggiudicarsi la finale del torneo e imporsi sulla belga Kirsten Flipkens, che va avanti di un set nel primo parziale subito per 7/6; poi la Krunic rimonta, prendendo sempre più terreno riuscendo a fare il break decisivo che la porterà sul 7/5 (dopo un parziale in equilibrio ancora, ma in cui la Flipkens concede qualcosina in più, facendo qualche errore in più). Poi dilaga per 6/1 nel terzo e decisivo set, andando subito 4-1 e poi 5-1. Impegno premiato per la giovane atleta, che non ha mai mollato, ma è stata più incisiva quando è servito, approfittando del momento di cedimento dell’avversaria e di ogni suo ‘regalo’ (ogni gratuito concesso), entrando sempre più in partita fino a dominare nel terzo e decisivo set. La serba, a soli 25 anni, sale così alla posizione n. 44 del mondo e si impone nel torneo, nonostante una vistosa fasciatura al braccio. Inutile non associare e far tornare alla mente il ricordo che la lega all’Italia. Infatti la Krunic agli Internazionali Bnl d’Italia di quest’anno, lo scorso maggio, ha affrontato proprio la nostra Roberta Vinci nella sua ultima partita che ha disputato prima del ritiro definitivo ufficiale dal tennis giocato. In quel turno la serba ha trionfato con il punteggio di 2-6 6-0 6-3, parziale che ha entusiasmato ancor di più tutti i fans azzurri che hanno sperato nella vittoria dell’atleta di casa.

Atp di Rotterdam e Wta di Doha: Federer sempre n. 1 e Kvitova regina

Federer-trofeo-rotterdam-2018-696x464L’Atp di Rotterdam e il Wta di Doha hanno regalato una gioia immensa rispettivamente a Roger Federer e Petra Kvitova: il primo per essere tornato n. 1, la seconda semplicemente per essere ritornata ai vertici, entrando in top ten proprio alla posizione n. 10. Già dopo la vittoria su Robin Haase nei quarti (rimontando al terzo set, sotto di uno, con il punteggio di 4/6 6/1 6/1), era riuscito a piazzarsi nuovamente sulla vetta della classifica mondiale. Per questo il direttore del torneo Richard Krajicek gli aveva donato un simbolico n°1 con la scritta: “il più anziano di sempre”. Ma la corsa per lui non era finita lì. Da vero campione non si è accontentato dell’obiettivo raggiunto che ha bissato; lo era già diventato nel 2004 per la prima volta, dopo aver sconfitto Marat Safin in semifinale agli Australian Open, li ha riconquistati anche quest’anno e da allora la sua ascesa non si è arrestata: fortuita coincidenza? Sicuramente il Grand Slam di Melborune gli ha portato bene; ma qui all’Atp 500 di Rotterdam non ha mai perso di vista il suo scopo di conquistare anche il titolo del torneo olandese. Soprattutto è sembrato inarrestabile e sempre in crescita, mai stanco o scarico (sia fisicamente che mentalmente), tanto da strapazzare un buon e più che valido Grigor Dimitrov in finale, annientandolo con un doppio 6/2 forse troppo severo (nel finale il n. 5 al mondo, è sembrato davvero arrendersi alla maggiore prestazione del campione svizzero). Tra l’altro il bulgaro arrivava forse anche più riposato, poiché nella semifinale contro David Goffin (che veniva dal ritiro di Berdych che non aveva neppure giocato la partita), il belga si era ritirato nel secondo set per un infortunio ad un occhio (a causa del colpo di una pallina che gli ha provocato un ematoma che gli ha impedito di proseguire il match): il bulgaro, comunque, era avanti per 6/3 e 0-1. Dimitrov, poi, tra l’altro aveva convinto anche contro Rublev, apparso molto nervoso e infastidito nel finale, che ha ‘piegato’ con il punteggio di 6/3 6/4.

Il torneo dell’ABN AMRO ha legato il destino dell’elvetico all’Italia. Non solo era stato in grado di dominare e controllare bene un insidioso giocatore come il tedesco Philipp Kohlschreiber per 7/6(8) 7/5, ma in semifinale è riuscito a tenere a bada il nostro Andreas Seppi, artefice di uno dei suoi migliori tornei e che ha mostrato un tennis molto dinamico e vario, con ottimi colpi (anche in attacco a rete, molto offensivi e aggressivi, cercando di sorprendere l’avversario e di prendere l’iniziativa). Con un 6/3 7/6(3) Federer è venuto a capo di Seppi; ma per l’azzurro la gioia e la soddisfazione di aver giocato e lottato alla pari con il numero uno, di averlo impensierito a tratti e di aver battuto altri campioni come l’altro talento tedesco Alexander Zverev (per 6/4 6/3) e poi l’altro giovane emergente Daniil Medvedev, dopo una dura battaglia terminata al terzo set (il punteggio a favore dell’italiano è stato: 76(4) 46 63). Proveniente dalle qualificazioni, prima dei successi contro Zverev e Medvedev poteva annoverare la vittoria su Joao Sousa per 6/4 1/6 6/2.

A proposito di Italia, poi, il pensiero rimanda alla Federation Cup delle ragazze a Chieti. Una super Sara Errani ha trascinato la squadra di Fed Cup capitanata da Tatiana Garbin, affiancata da Chiesa e Paolini. Oltre alla buona notizia di battere la Spagna di Carla Suarez-Navarro per 3 a 2 in casa, l’altra piacevole sorpresa è che si sono rivelate delle campionesse nostrane molto valide e giovani. Oltre alla migliore delle Sara Errani mai viste prima d’ora, con un gioco profondo, potente, aggressivo con slanci a rete e soprattutto con tanta convinzione e tenacia di poter vincere e tanta voglia di trionfare e di riscattarsi (vincendo entrambi i suoi due singolari e regalando, nella seconda giornata, il punto decisivo che ci serviva); occorre citare, infatti, anche l’impegno enorme delle due giovanissime Chiesa e Paolini. La prima, di Trento e classe 1996, ha iniziato a giocare a tennis sin dall’età di sei anni, debuttava da singolarista in Fed Cup l’11 febbraio scorso, ma è riuscita a battere Lara Arruabarrena per 6/4 2/6 7/6(5); merito anche di Tatiana Garbin che, dopo la pausa a fine secondo set, durante il rientro in campo dagli spogliatoi per il break le ha detto: “vuoi essere ricordata come una leonessa o no?” e lei ha risposto affermativamente, dimostrando di esserne convinta. Partita bene, ha avuto un calo nel secondo set: l’avversaria ha stravolto il match attuando il suo stesso gioco, applicando il medesimo schema, ovvero l’attacco in controtempo, facendole fare molti errori gratuiti, infastidendola soprattutto col back che non permetteva a Deborah di spingere sui colpi e tirarli in top spin. Forte soprattutto di dritto, si è dimostrata coraggiosa nel venire a rete, anche se lì deve migliorare ancora un po’. Così come l’altra nostra atleta: Jasmine Paolini, classe 1993, nata a Bagni di Lucca da padre italiano e madre ghanese e polacca; in carriera ha vinto 5 tornei di singolare e 1 di doppio del circuito ITF. Quest’anno si era fatta notare al torneo di Shenzhen (dove sarà battuta dalla Wang per 6/0 6/4), eliminando nelle qualificazioni anche Schmiedlová e Lu. Anche lei ha spinto molto sui colpi, con coraggio, cercando sempre di fare il punto più che di ricercare solamente l’errore dell’avversaria, con il massimo del rischio, prendendo l’iniziativa anche a costo di rimetterci nel punteggio. Buon servizio per entrambe e non è cosa da poco (anche il servizio dell’Errani è migliorato e per le due giovani anche qualche aces). Entrambe rovescio bimane e buona mobilità in campo, anche se spesso si sono fatte trovare o un po’ lontane dalla palla o con la palla addosso, perdendo un po’ di timing. Ma hanno convinto soprattutto per il carattere: hanno lottato sino all’ultimo (anche la Paolini che ha perso il suo singolare), senza scoraggiarsi e mantenendo sempre costante l’impegno. Ultima nota per quanto riguarda Sara Errani: il fatto di aver battuto Lesia Tsurenko per 6/4 6/3 al primo turno dell’Atp di Dubai, per poi perdere dalla Kerber per 6/4 6/2 in poco più di un’ora di gioco; contro la tedesca ha tenuto abbastanza nel primo set, poi nel secondo la ex n. 1 ha dilagato sino al 4-1 con la possibilità (con il servizio a disposizione) di arrivare sino al 5-1, ma è riuscita a strappare il servizio a 0 ad Angelique e ad accorciare lo svantaggio; poi, però, la tedesca ha subito recuperato il break ed è andata a chiudere agevolmente per 6/2 il secondo parziale. Una buona e generosa Sara Errani non è bastata a fermare una dilagante Kerber, anche se complice un po’l’azzurra, che ha insistito troppo a giocare sul dritto mancino della tedesca, che le ha piazzato dei lungo-linea e dei dritti potenti ad uscire a chiudere paurosi, imprendibili (uno lungolinea e due incrociati in particolare sono stati da rimarcare). Forse avrebbe dovuto giocare più sul rovescio della Kerber e, soprattutto, in attacco a rete, dive Sara ha fatto dei punti interessanti dimostrando di avere tutte le capacità di una giocatrice d’attacco e da vera doppista. Si ferma, così, a Dubai la corsa della Errani a un passo dai quarti di finale. La Kerber nei quarti affronterà, invece, la Pliskova.

Ed a proposito di tennis femminile, non si può non sottolineare il successo di Petra Kvitova al Wta di Doha. Si è imposta in maniera strepitosa in semifinale su Caroline Wozniacki in tre set: 3/6 7/6(3) 7/5. Si va al terzo set anche in finale, contro la Muguruza: 3/6 6/3 6/4 il risultato finale. Ma è una Kvitova da record. Vince rimontando al terzo set, sotto di uno, per ben tre volte nel torneo: oltre che contro la Wozniacki e la Muguruza, anche contro la Radwanska (che batte per 6/7 6/3 6/4). Quindi sorprende tutti per la sua tenuta fisica, per la sua resistenza da vera maratoneta del tennis, per la sua caparbietà e capacità di restare nel match, concentrata e di reagire, recuperando terreno. La sua forza di volontà è stata la sua arma vincente: certo complici qualche chiamata strategica di time-out medico per problemi fisici dell’avversaria (come la Muguruza per il ginocchio), che hanno fatto recuperare anche lei, che ha risposto chiedendo il coaching, e qualche polemica poco utile (come quella della Wozniacki che ha chiesto che fosse ripetuto il punto su una chiamata errata che ha assegnato il 15 alla Kvitova). Ma ci si aggrapperebbe a sterili stratagemmi. È stata una Kvitova impeccabile, quasi perfetta, da primati: dopo la rimonta in tre set per ben tre volte, il fatto di vincere la sua 22esima finale su 29, di portare a casa 12 vittorie consecutive nelle ultime 3 settimane e di battere quattro top ten in sei partite: Muguruza, Wozniacki, Svitolina (per 6/4 7/5), Goerges al Wta di Doha; oltre ad aver sconfitto al Wta di San Pietroburgo (conquistando il titolo con una wild card) la Mladenovic, la Ostapenko e la stessa Goerges nuovamente.

Al termine del Wta di Doha la Wozniacki resta comunque n. 1. Per la ceca un montepremi incassato di 391.750 dollari. Ma il torneo è stato messo in luce anche per altri due episodi rilevanti: il forfait in semifinale della Goerges (proprio contro Petra), sul punteggio di 6/4 2/1 (per un problema all’anca); poi il fatto che a dare partita vinta senza giocare sia stata proprio la rumena Simona Halep, in semifinale contro la Muguruza, che accedeva così alla finale senza fatica.

Riemerge anche Dominic Thiem, che si impone facilmente senza difficoltà in finale all’Atp di Buenos Aires (su terra rossa); su Bedene, che non è sembrato mai impensierirlo troppo (nonostante qualche ‘regalo’ che gli ha concesso il giovane tennista austriaco). Dopo essersi imposto con un netto 6/2 6/1 su Monfils in semifinale, Thiem ha conquistato la finale e il titolo in Argentina per 6/2 6/4: faticando un po’ di più nel secondo set, rischiando di rimettere in partita l’avversario, ma bravo a riprendersi nel momento giusto e cruciale e a sfruttare le occasioni decisive a disposizione per non allungare il match al terzo, dopo qualche chance sprecata da parte sua. Thiem ha stupito tutti con il suo rovescio ad una mano in top spin in accelerata (che finalmente sembra aver ritrovato decisamente), ben mascherato dal movimento del braccio, di cui era quasi impossibile leggere ed intuire la traiettoria.

Australian Open 2018: il sesto Slam di Federer, il primo della Wozniacki

2018 Australian Open - Day 14Australian Open 2018 molto avvincenti, ma caratterizzati dall’enorme caldo: trenta gradi in notturna, verso le ore 20-21. Inutile dire che le alte temperature hanno minato la tenuta fisica dei giocatori. È stato lo stesso Roger Federer a spiegarlo, scherzandoci su –durante una delle sue tante interviste esilaranti e curiose rilasciate a fine match a Jim Courier-: “quando sono arrivato in albergo mi hanno detto che i tennisti avevano richiesto di accendere l’aria condizionata per il caldo immenso, mi sono messo a ridere e non potevo crederci; ora devo dire che avevano ragione (lo abbiano visto, infatti, sudare e non solo per la tensione, lui che -di solito- non ha di questi problemi)”.

E proprio l’elvetico è stato uno dei due finalisti a Melbourne, affrontando Marin Cilic. Una finale strepitosa che si è conclusa con il sesto titolo vinto dallo svizzero qui agli Australian Open, che -così- dovrà aggiornare il numero dei titoli vinti in questo Grand Slam appunto, da 5 a 6, ben visibili sulle sue scarpe. Aveva giocato in maniera strepitosa fino a quel momento, senza regalare un set e avvalendosi del ritiro per vesciche del coreano Chung; “mi dispiace molto che Chung non abbia potuto giocare la partita sino all’ultimo come ha fatto sinora mostrando un ottimo livello di tennis; ma è capitato anche a me e quando hai le vesciche è meglio fermarsi prima che sia troppo tardi invece di proseguire”, aveva commentato Federer. Inutile evidenziare il tifo strepitoso che aveva per lui sugli spalti. Del resto, poi, Chung non era un avversario semplice né facile, anche se Roger stava dominando per 6/1 5/2. Al quarto turno, infatti, Chung aveva eliminato Novak Djokovic per 7/6(4) 7/5 7/6(3), giocando splendidamente, senza che Nole potesse fare nulla: è riuscito tutto al suo avversario, che ha messo in campo colpi profondi, violenti, precisi, anche nelle discese a rete, gli ha tolto completamente il ritmo anticipandolo con accelerate improvvise (soprattutto di dritto in lungolinea). Tanto di cappello. Altrettanto splendidamente Federer aveva giocato ai quarti contro Berdych (che aveva eliminato il nostro Fabio Fognini per 6/1 6/4 6/4 al quarto turno): un match vinto per 7/6(1) 6/3 6/4, prendendo sempre più campo e con il ceco che nel primo set conduceva avanti 3-1. Ha rigirato completamente la partita, rimontando per poi andare a dominare con colpi di livello eccezionale. Arrivava dunque abbastanza riposato alla finale, che è stata anch’essa molto altalenante. L’ha definita una vittoria memorabile, conclusa tra le lacrime di gioia per quella che è stata “la conclusione di una favola, un sogno che si realizza”, grato e riconoscente al pubblico per il supporto, che è ciò che lo sprona e lo fa proseguire (a 36 anni e mezzo) a mettersi ancora in gioco sui campi da tennis, aspirando alla conquista di primati che sono spettati a pochi. Rod Laver sugli spalti, il primo ad essere entusiasta (nel femminile invece presente Mary J. King). E lo possiamo capire bene, poiché è stata una partita molto lottata. Tra l’altro Cilic veniva da buoni risultati. A partire dai quarti, dove è stato protagonista dello scontro con Nadal (match interrotto sul 6/3 3/6 7/6 2/6 0-2 per il croato), con lo spagnolo costretto al ritiro per una lesione all’anca (come ha rivelato poi una risonanza). Cilic veniva da un match durissimo contro Carreno Busta (terminato con il punteggio di 6/7 6/3 7/6 7/6). Poi in semifinale ha completamente dominato l’inglese Edmund, che si è reso protagonista di un penalty point per regolamento antisportivo sanzionato con provvedimento di un quindici concesso a vantaggio dell’avversario. Edmund molto nervoso, perché non riusciva a trovare il bandolo della matassa della partita evidentemente (conclusasi in tre set netti per 6/2 7/6 6/2), che -tra l’altro- aveva eliminato in precedenza Dimitrov per 6/4 3/6 6/3 6/4 e prima ancora l’azzurro Seppi in quattro set, con il punteggio di 6/7(4) 7/5 6/2 6/3.

La finale maschile. Ma veniamo alla finale maschile tra questi due giocatori che hanno assolutamente convinto. Il risultato finale di una dura battaglia durata tre ore circa è stato: 6-2, 6-7 (5), 6-3, 3-6, 6-1 a favore della testa di serie n. 2, che conquista il suo ventesimo Grand Slam, a scapito della n. 6 del tabellone. Solo una tempra ferrea come la sua poteva riuscire nell’impresa. Non facile gestire tutte le pressioni e i momenti di discordante tensione, tra l’euforia di essere a un passo dalla gloria e un istante dopo il rischio di dover ricominciare tutto daccapo e recuperare il punteggio con il vantaggio annullato dall’avversario. Si va al quinto set. Federer vince il primo per 6/2 dopo essere andato subito avanti per 4-0. Nel secondo, sciupata l’occasione di salire nuovamente avanti di un break sul 2-0, non riesce a dominare così bene Cilic, che entra sempre più in partita (con coraggio, prendendo più rischi e spingendo più sui colpi, mettendo più in difficoltà Roger): si giunge così al tie-break, che vince meritatamente Cilic, premiato negli sforzi (anche attaccando continuamente l’avversario) che conquista i punti decisivi; ma poi Federer riprende possesso delle redini del gioco. Strappando il break decisivo al sesto gioco del terzo set, chiude questo parziale per 6/3 (portandosi avanti di due set a uno). Sembra partita chiusa con lo svizzero che, nel quarto, rischia di andare avanti 2-0 e poi 3-1, ma nulla, non realizza i vantaggi e così Cilic restituisce il 6/3 (stavolta a suo favore). Cilic sembra rientrato definitivamente in partita, con un Federer un po’ in calo e che inizia ad accusare la stanchezza. Invece, clamorosamente, conquista due break (il primo subito sul 3-0) e chiude in volata finale per 6/1 (forse un punteggio un po’ troppo duro e non meritato da un croato generoso).

La finale femminile. Non meno emozionante e significativa la finale femminile tra Caroline Wozniacki e Simona Halep. La danese conquista il suo primo Grand Slam e diventa la nuova numero uno. Anche la rumena inseguiva questo traguardo, ma fallisce. Amareggiata, ma non può rimproverarsi nulla. La Wozniacki ha giocato davvero bene, anche se ha tremato un attimo; ma l’emozione è tanta quando sfiori il sapore di una vittoria importante, che per lei ritorna dopo sei anni. La ex numero uno, infatti, aveva disputato due finali qui a Melbourne, entrambe perse (la prima contro la Clijsters nel 2009 e l’altra contro Serena Williams nel 2014). Quasi coetanee (27 anni Caroline, 26 Simona) danno tutto in campo. Matts Wilander aveva anticipato che forse avrebbe vinto la danese che vedeva favorita; ma di certo tutti erano consapevoli che avrebbe trionfato chi fosse riuscita a dominare meglio le emozioni. E, a fine match, è stata Mary J. King a sottolineare lo splendido exploit nella performance di Caroline (che ha giocato a livelli strabilianti) e la generosità di Simona (che non ha mai mollato). Prima è stata la rumena a chiedere il medical timeout (forse per problemi di pressione), poi è stata la volta della danese. Come nella finale maschile, si è giocato circa tre ore, si è andati all’ultimo e decisivo set (il terzo nel femminile) e si è conclusa la premiazione con la vincitrice in lacrime di gioia e commozione. Una soddisfazione immane per lei poter sollevare finalmente quella coppa, che ha voluto condividere con il pubblico, con gli organizzatori e dedicare al padre Piotr (che ha sempre creduto in lei) e al fidanzato sugli spalti David Lee (ex stella Nba), che con la sua presenza le ha dato la serenità e la tranquillità che le hanno permesso di recuperare la lucidità tattica e di gioco. Tuttavia, soprattutto la vincitrice ha voluto mostrare solidarietà alla finalista, complimentandosi per l’ottimo lavoro che ha fatto con il suo staff: lei ci è già passata (ben due volte) e sa cosa vuol dire perdere una finale dello Slam qui in Australia. Inoltre non è stato un torneo facile per la rumena, che al primo turno ha avuto un infortunio alla caviglia, poi ha dovuto annullare un match point al secondo e ha vinto in tre set su Angelique Kerber. Sicuramente del tabellone femminile resterà anche il ritorno della tedesca, che ha giocato in modo convincente e sembra davvero in forma.

7-6 (2) 3-6 6-4, il punteggio conclusivo della finale, che ha visto la danese giocare meglio nel primo set (sebbene in equilibrio e lottato sino al tie-break: la danese è avanti 3-0 e potrebbe allungare sul 4-0, ma si ritroverà sul 3-3). Lei è più vincente con il rovescio, mentre è il dritto lungolinea della Halep a metterla più in difficoltà. Nel secondo la situazione è diametralmente opposta ed è lei a subire un punteggio sul 3-1 per la rumena, che entra sempre più in gioco, messa in palla da scambi più lunghi da fondo (poiché Caroline ha perso un po’ in potenza, forse per stanchezza o forse per paura di vincere); poi, quando sul 5-3 Simona fa il break decisivo e conquista il secondo set, allungando il match al terzo, lei ritroverà il coraggio e la tenacia necessari per un terzo set molto lottato e combattuto, con una continua alternanza di break e contro-break, fino a quando non riesce a conquistare il break fondamentale per il 6/4 conclusivo, con un errore di rovescio a rete della Halep, molto amareggiata e affranta, ma anche molto sportiva (come del resto l’altra): le due non sono amiche, ma hanno dimostrato di rispettarsi molto, consapevoli di essere loro adesso le nuove protagoniste della scena del tennis femminile mondiale. Con Angelique Kerber che insegue, anche avvantaggiata dal calo della Pliskova. La tedesca si è fermata in semifinale, sconfitta in tre set dalla rumena (per 6/3 4/6 9/7); anche la ceca è stata eliminata dalla stessa avversaria: la Halep giustiziera di entrambe dunque, si impone su Karolina Pliskova con un parziale netto di due set (con il punteggio di 6/3 6/2).

Corsa agli Australian Open: Ok Kerber e Del Potro e Bautista-Agut

Tennis - Sydney International - Sydney Olympic Park, Sydney, Australia, January 13, 2018. Germany's Angelique Kerber kisses the trophy after winning the Women's final against Australia's Ashleigh Barty. REUTERS/Steve Christo

Tennis – Sydney International – Sydney Olympic Park, Sydney, Australia, January 13, 2018. Germany’s Angelique Kerber kisses the trophy after winning the Women’s final against Australia’s Ashleigh Barty. REUTERS/Steve Christo

Ormai tutto è puntato sugli Australian Open, al via da lunedì 15 gennaio, tanto che già sono arrivati i primi risultati delle qualificazioni. Tra gli azzurri passano Lorenzo Sonego, che ha sconfitto l’egiziano Safwat per 6/3 7/5 e Salvatore Caruso, che ha battuto Gombos per 3/6 6/3 6/3; hanno perso, invece, Alessandro Giannessi da Escobedo in due set (per 6/3 6/2) e Stefano Napolitano, eliminato al terzo set dal canadese Pospisil. Per quanto riguarda gli scontri di tabellone, invece, al primo turno Paolo Lorenzi avrà Dzumuhr, Fabio Fognini Zeballos, Andreas Seppi una wild card (il francese Corentin Moutet), Francesca Schiavone la lettone Jelena Ostapenko e la Giorgi, dopo un primo turno agevole contro una giocatrice uscente dalle qualificazioni, avrà un match meno facile o contro l’australiana Ashlegh Barty o Aryna Sabalenka. Il main draw del tabellone maschile si rivela particolarmente interessante perché vede Roger Federer, Novak Djokovic e Alexander Zverev dalla stessa parte. Più aperto il tabellone femminile, con il forfait di Serena Williams – che salterà gli Australian Open -.
Ma prima i tornei di Sydney (Wta ed Atp) e l’Atp di Auckland hanno regalato episodi significativi. Uno simpatico da segnalare a parte è stata la divertente danza di Andrea Petkovic, contro la svizzera Belinda Bencic, al torneo Koyoong Classic, durante una lunga interruzione per pioggia; mentre hanno mandato in diffusione della musica durante la sospensione, la giocatrice tedesca ha animato la pausa ballando con euforia alcuni passi sulle note mandate in diffusione appunto durante uno stop che dunque si è rivelato esilarante, originale e fuori del comune, di certo insolito e inusuale.
Ma veniamo agli altri tornei. Il Wta di Sydney ci ha regalato il ritorno di Angelique Kerber: l’ex numero uno tedesca torna a vincere il suo primo torneo dell’anno, dopo un 2017 un po’ altalenante (di poche luci e molte ombre); si impone proprio sulla Barty (che partiva da qualificata), facilmente, in due set in cui domina, nonostante la caparbietà della giocatrice australiana. Con un doppio 6/4, in poco più di un’ora, viene a capo di un match che non l’ha mai impensierita troppo: i suoi colpi si sono rivelati più potenti e profondi, si è mossa bene in campo e ha corso in maniera composta, è venuta a rete dimostrandosi a suo agio. La cosa che le ha funzionato di più -però-, e che forse le ha regalato la chance in più, è stato il servizio: ben l’81% di prime vincenti servite, con ben quattro break point conquistati, non è una percentuale da poco. Tra l’altro la Barty potrebbe essere l’avversaria della Giorgi al secondo turno degli Australian Open, una giocatrice regolare comunque insidiosa – tanto da battere Daria Gavrilova in semifinale al terzo set (per 3/6 6/4 6/2) a Sydney-; il nome della tennista marchigiana, però, si lega anche a quello di Angelique Kerber. Il Wta di Sydney, infatti, ha regalato non poche emozioni a Camila Giorgi, artefice di un ottimo torneo; una corsa che procedeva tranquilla e spedita (in discesa per lei e in salita per le avversarie) sino a quando non ha incontrato in semifinale proprio la tedesca, che si è sbarazzata dell’azzurra con un netto 6/2 6/3. L’italiana ha giocato bene, ma è sembrata un po’ più fallosa del solito. Ha rischiato tanto, troppo; comunque è riuscita a tenere la partita abbastanza in equilibrio, anche se nel giro di poco si è trovata sotto di un set. Dopo aver perso il primo set, però, la tennista nostrana ha avuto una grossa opportunità che non ha sfruttato; non ha saputo cogliere il leggero momento di calo, deconcentrazione e di black out della tedesca per portare il match al terzo set. Aveva l’occasione di conquistare il secondo parziale. Era avanti 3-0 con anche la palla del 4-0 a disposizione: una vera chance irripetibile. Invece -non solo ha mancato quella-, ma si è fatta anche rimontare sino al 3-3 e poi superare sino alla chiusura del set per 6/3 (dunque senza più conquistare neppure un altro game). Comunque un torneo che le ha regalato soddisfazioni. Nei precedenti turni, infatti, la Giorgi aveva conquistato due importanti vittorie: prima sulla ceca Petra Kvitova per 7/6(7) 6/2 (giocandosela alla pari contro i colpi potenti della Kvitova), poi sulla Radwanska, impartendo una dura lezione alla polacca infliggendole un amaro 6/1 6/2 (con Aga completamente oscurata da una Giorgi decisamente in giornata e in forma, in uno splendido stato di grazia: forse il suo miglior match di sempre). Contro la Radwanska le è riuscito praticamente tutto e il risultato così netto le dà ancor più prestigio; ma il match contro Petra Kvitova sicuramente è da incoronate per l’equilibrio lottato tra le due.
Per quanto riguarda il maschile, la sezione maschile dell’Atp di Sydney regala una duplice sorpresa, proveniente da due giovani. Innanzitutto è il giovane Medvevdev (contro cui ha perso Fabio Fognini) a conquistare il titolo, vincendo il suo primo torneo al terzo set. Dunque una finale equilibrata e lottata, terminata a suo favore per 1-6 6-4 7-5. Ma ancor più stupefacente è conoscere chi era il suo avversario: la giovane rivelazione tutta australiana Alex De Minaur. Medvedev, proprio come contro Fabio Fognini, rimonta dopo ver perso il primo set. Classe 1996 lui, natìo di Mosca, classe 1999 l’altro (originario proprio di Sydney), sono simili come tattica di gioco e fisicamente: entrambi alti (Medvedev sfiora per poco i due metri, raggiungendo il metro e 98 di statura) e longilinei, esili ma non deboli, i loro colpi fanno molto male per la loro regolarità e incisività.
L’altro Atp in Nuova Zelanda ad Auckland ha mostrato due giocatori eccezionali. Un ritrovato Del Potro, che arriva in finale convincendo. Sconfigge prima Shapovalov per 6/2 6/4, poi Khachanov per 7/6(4) 6/3; ma non è solo un giustiziere dei Next Gen, ma si dimostra competitivo con i più forti, stracciando con un doppio 6/4 lo spagnolo David Ferrer. Con il potente dritto e il servizio ritrovato ha fatto faville, sicuro e abbastanza costante nel rendimento. Dall’altra parte lo spagnolo Roberto Bautista-Agut, che ha entusiasmato il pubblico soprattutto nella semifinale avvincente contro Robin Haase: finita al terzo set, tutti e tre terminati al tie-break (rimontando sotto di un set), per 6/7(7) 7/6(3) 7/6(5); nel primo set Haase gioca bene ed è anche più preciso di Bautista-Agut, continuando a giocare bene anche nel secondo sembrava favorito e destinato alla vittoria; poi lo spagnolo riesce a strappare il secondo set al tie-break, forse per un leggero calo di stanchezza dell’avversario e qualche errore gratuito in più di troppo; ma, a quel punto, trova sempre più fiducia e si impone in modo sempre più incisivo nel set, guadagnando sempre più campo e facendo correre sempre di più Haase (mentre nel primo era stato il contrario). Quest’ultimo riesce comunque a tenere in equilibrio il match e portarlo al tie-break, ma l’altro sembra più lucido e giocare meglio i punti decisivi, che gli regalano la finale contro Del Potro.
Quest’ultima è speculare alla semifinale appena descritta. 6/1 4/6 7/5 il punteggio finale a favore, a sorpresa forse, proprio dello spagnolo Bautista-Agut. All’inizio è lui che muove l’argentino in campo e ha migliori percentuali al servizio (con 5 aces a 2 messi a segno); l’arma vincente si dimostrerà il suo dritto (anche a sventaglio) ad uscire in cross sul rovescio di Del Potro. Non c’è storia: troppi punti vincenti in più per lo spagnolo e troppi errori gratuiti per l’argentino; il parziale di 6/1 non lascia spazio ad equivoci. Ma, si sa, l’argentino è un grosso lottatore e non molla mai. Anche il secondo set continua con un livello migliore da parte di Bautista-Agut, che però si va sempre più affievolendo. Del Potro ritrova il servizio, mentre lo spagnolo commette qualche doppio fallo di troppo (ben 4) anche sui punti decisivi. E così l’argentino chiude il secondo set per 6/4. Nel terzo c’è sempre più equilibrio: Del Potro che cerca di puntare sulla sua arma vincente dell’accelerata potente di dritto, mentre Bautista-Agut che cerca di spostare la traiettoria dei colpi sul suo rovescio. Ma quest’ultima tattica sembra riuscire sempre meno allo spagnolo e il favorito pare essere diventato proprio l’argentino. Se tutti possono pensare a Bautista-Agut come l’erede e sostituto di Nadal, tutti di certo ora vedono l’argentino destinato a conquistare i prossimi Australian Open. Invece c’è il flop di Del Potro, che in vantaggio sul 5/4 potrebbe chiudere 6/4 anche il terzo e decisivo set e invece si fa rimontare sul 5-5. A quel punto tutti pensano al tie-break, anche finale giusto di un match lottato ed equilibrato; ma è Roberto Bautista Agut a fare il break decisivo e chiudere (con un’accelerata di dritto eccezionale, veloce, potente e profonda, sul rovescio di Del Potro) per 7/5 la finale e conquistare il titolo all’Atp di Auckland: riassunto, la testa di serie n. 5 batte la n. 2 in un match emozionante e altalenante. Di certo la summa di tutto è che entrambi i giocatori sono destinati ad essere protagonisti agli Australian Open 2018 e ad arrivare sino in fondo al Grand Slam.

Tempo di Finals, a Basilea vittoria a metà per Federer e Del Potro

tennis del porto federer

Le Next Gen Atp Finals stanno per avere luogo, nella loro prima edizione (dal 7 all’11 novembre prossimi). Intanto le donne hanno giocato le loro Finals a Singapore e si attendono anche le Finals maschili di Londra. Tempo di Finals, dunque, ma chi sono i vincitori? La sorpresa é che ci sono dei vincitori a metà.
Stiamo parlando di Roger Federer e Juan Martin Del Potro. I due campioni si sono scontrati, per la quinta volta quest’anno, all’Atp di Basilea. Una finale strepitosa vinta (in casa e per la terza volta su 5) dallo svizzero. Entrambi, oltre a vero talento, hanno messo in campo tanto nervosismo; prova evidente di quanto tenessero a questo trofeo. Non solo per il titolo di prestigio di un torneo importante, quanto per le altre conseguenze positive che avrebbe potuto contribuire a portare loro. Federer sarebbe potuto diventare il nuovo numero uno, a poco più di mille punti (1460) di distacco da Nadal. Del Potro inseguiva la qualificazione sicura alle Atp Finals di Londra. Invece entrambe le occasioni sono sfumate per tutti e due. Per il tennista elvetico e per l’argentino il torneo di Basilea si è concluso in un nulla di fatto per gli obiettivi mancati. Roger, dopo aver incassato l’ottava vittoria qui in casa, ha annunciato infatti che non giocherà il Master 1000 di Parigi Bercy e – pertanto – é matematicamente impossibile che supererà Rafa e diventerà il numero leader della classifica mondiale. Se Federer sciupa così l’occasione della posizione numero uno, per l’argentino vengono messe in discussione le Finals: avrà bisogno di raggiungere almeno la semifinale a Parigi per avere accesso diretto a Londra.
Ma il risultato conclusivo al termine della finale di Basilea é stato spettacolo assoluto. Si sono scontrati i due tennisti più forti, che hanno dato il massimo. Fuori Nadal per l’infortunio al ginocchio che lo ha costretto al ritiro, dopo il suo forfait la corsa era solo la loro. E il pubblico non poteva chiedere di meglio da una partita finita in rimonta al terzo set. Vinta per giunta dall’idolo di casa. Si parte in equilibrio, ma Juan Martin sembra più fresco e in forma, spinge di più e mette in difficoltà Roger, che ne esce solo con colpi da manuale a rete. Il servizio di Del Potro, però, funziona e strappargli la battuta é difficilissimo. Lo svizzero – viceversa – non riesce a servire come vorrebbe forse e si finisce al tie-break, giocato benissimo dall’argentino, che spinge sull’acceleratore e toglie il tempo allo svizzero e lo sorprende anticipando sempre le sue mosse.
Federer non fa in tempo a reagire e già é sotto di un set. Del Potro prosegue in vantaggio, facendo break a Roger che, però, lo recupererà portandosi sul 2-2. Da quel momento sarà lui a dominare con più aggressività. Fino al 4-4 a suo favore, quando trova il break decisivo per salire 5-4 e, a quel punto, non manca l’occasione di chiudere il set 6/4. Ancora più facile il terzo, che conquista per 6/3 strappando il servizio all’avversario sul 5-3. Federer deve tirare fuori dal cilindro i suoi colpi migliori da maestro (soprattutto a rete, a cui si inchina e che stupiscono anche Del Potro) per uscirne vincitore. Tanto che, man mano, anche le percentuali al servizio di Juan Martin (inizialmente molto ispirato) vanno scemando. 6/7 (chiuso agevolmente per 7 punti a 3, con un Federer sotto tono e sotto i suoi standard tradizionali) 6/4 6/3 il punteggio finale. É stata comunque una sorta di finale da record: oltre due ore e mezza di gioco, il 24esimo confronto tra i due, per Federer la 15esima finale giocata qui e di cui ne ha vinte 8; due le ha perse proprio da Del Potro, nel 2012 e 2013, un avversario che si dimostrava tanto più temibile in quanto reduce dalla convincente vittoria a Stoccolma (in Svezia), per 6/3 6/4 sul bulgaro Grigor Dimitrov. Per lui è il settimo titolo stagionale di quest’anno positivo, che concluderà giocando alle Atp Finals di Londra. Con 95 trofei all’attivo supera anche persino Ivan Lendl: solo Jimmy Connors ne ha vinti di piccole (fermandosi a quota 109).
Ma anche nel femminile è tempo di Finals con il Master di Singapore. A scontrarsi sono Caroline Wozniacki e Venus Williams. Se nel circuito Wta si sono alternate ben cinque numero 1, ora è stata trovata una nuova numero 3: é la danese. Alla Wozniacki bastano un’ora e mezza di gioco e un doppio 6/4 per venire a capo di un match che si stava complicando. Gioca molto bene il primo set, in pressione con ottimi colpi sull’americana. Continua benissimo il secondo in cui dilaga fino al 5-0; poi Venus ha una reazione, un sussulto e un moto d’orgoglio e, pian piano, rimonta sino al 5-4. Ma, a questo punto, Caroline non sbaglia più e chiude 6/4: ritrova la concentrazione e lo schema tattico vincente e porta a casa il match con un rovescio strepitoso sul secondo match point, che è quello giusto (il primo Venus lo annulla con un’ottima prima di servizio). La 27enne di Odense centra il 28esimo titolo in carriera e si porta al n. 3 del mondo (a pochi punti da Muguruza e Halep). Il master di fine hanno di Singapore ha visto, poi, l’addio al tennis di Martina Hingis (che ha perso in semifinale con la Chang, in coppia con la quale ha vinto quest’anno nove titoli): ex n. 1, é stata una delle più forti doppiste di sempre.
Una menzione merita anche la vittoria nell’Atp di Vienna di Lucas Pouille, in una finale facile quanto quella della Wozniacki, nel derby francese contro Tsonga. Il n. 25 Atp batte per 6/1 6/4 il n. 15.

Ba.Co.

Tennis: uomini a Shanghai e Stoccolma, donne
ad Hong Kong e Tianjin

roger federer

Nel tennis i nomi di queste ultime due settimane sono: Roger Federer, Rafael Nadal, Juan Martin Del Potro, Grigor Dimitrov, Fabio Fognini, Jerzy Janowicz, Maria Sharapova, Aryna Sabalenka, Sara Errani, Anastasija Pavljučenkova, Daria Gravilova. Andiamo con ordine.

Roger Federer conquista l’Atp di Shanghai con una finale perfetta su Rafael Nadal battendo lo spagnolo per 6/3 6/4 (che durante la premiazione si complimenta con l’altro per la straordinaria partita interpretata): toglie il tempo e il ritmo all’avversario, mandando in confusione un falloso (e nervoso) Rafa. Lo svizzero è in forma davvero smagliante e si prepara con fiducia ed ottimismo ad affrontare il torneo di casa a Basilea. Sembra davvero a un passo (attuale n. 2 del mondo) dal replicare il momento di gloria del 2004, quando dominò incontrastato la vetta della classifica mondiale. Molto positiva la vittoria in semifinale su Juan Martin Del Potro, in rimonta per 3-6 6-3 6-3; una battaglia di nervi vinta dall’elvetico, che fa la differenza sul 3-3: un game lunghissimo, più di venti colpi giocati, in cui l’argentino non riesce a portarsi avanti nel punteggio e si innervosisce, infastidito anche dal movimento del pubblico sugli spalti, che costringe gli organizzatori e l’arbitro a chiedere in cinese di fare silenzio e di prendere posto rapidamente.

Molta preoccupazione aveva destato il suo polso, dopo una brutta caduta con il peso del corpo proprio sul polso a cui aveva subito tre interventi. Invece Juan Martin Del Potro, uscito in semifinale a Shanghai per mano di Nadal (perdendo per 6-4 0-6 3-6 2-6), si dimostra un combattente doc e arriva a giocare la sua 20esima finale in carriera all’Atp di Stoccolma, contro Grigor Dimitrov. Tutti davano il bulgaro per favorito, dato l’ottimo momento agonistico che sta vivendo (e le vittorie a Brisbane, Sofia e Cincinnati di quest’anno). Invece Grigor si deve arrendere all’argentino: per lui i 55mila euro di montepremi e punti preziosi che comunque lo fanno salire in classifica. Il bulgaro ad ogni modo c’è, ma – clamorosamente – nella finale contro l’argentino appare come sfiduciato, meno aggressivo e determinato del solito; attacca, ma viene infilato dai passanti fulminanti di Juan Martin, gioca troppo sul dritto potentissimo dell’avversario e invece usa poco le palle corte, ma è generoso nel lottare. Più bravo e più paziente l’argentino, che tiene bene lo scambio ed è impeccabile. E si aggiudica così, – per la seconda volta consecutiva – il titolo, confermandosi vincitore assoluto. Dimitrov si afferma campione di sportività con i suoi abbracci sinceri di congratulazioni che ha rivolto sia a Fognini che a Del Potro. Quest’ultimo ha fatto la differenza con il servizio (con percentuali di prime e di seconde nettamente più alte, superiori di almeno un buon 10-15% rispetto a quelle di Dimitrov), con cui ha recuperato molte volte lo svantaggio nel punteggio alla battuta appunto; per non parlare poi degli aces messi a segno (saranno ben nove alla fine del match per l’argentino).

Sembrava davvero il momento di Dimitrov che, invece, ha un attimo di stand by, un po’ come Nadal. Forse pagano un po’ la stanchezza per i tanti incontri giocati, tanto che Rafael Nadal non sa se scenderà in campo a Basilea. Lo spagnolo è sempre n. 1, ma sicuramente la sconfitta contro Roger Federer gli pesa. Ai quarti di finale di Shanghai contro Grigor Dimitrov (che sconfigge per 6-4 6-7 6-3), inchiodato dalle risposte vincenti e dai servizi potenti del bulgaro, lo spagnolo si innervosisce e cerca di intimorire l’avversario. Si dimostra anche lui aggressivo in risposta e riesce a centrare la finale. Si gioca con il tetto coperto, per il maltempo che imperversa da giorni, dove sono rappresentati i petali di una magnolia. Perde Rafa contro Federer, ma non sembra intenzionato ad arrendersi. Viceversa Dimitrov si rende protagonista di due altri interessanti match di grande livello nell’Atp di Stoccolma. Al secondo turno contro il giovane polacco Jerzy Janowicz (classe 1990), degno dei migliori NextGen, che batte per 7/5 7/6. E contro Fabio Fognini, che disputa davvero un bel torneo qui in Svezia, ma deve arrendersi al bulgaro in semifinale per 6/3 7/6(2); il punteggio non rende giustizia al ligure, perché ci vuole davvero il miglior Dimitrov per batterlo e Fognini lotta e corre su ogni palla e adotta ogni tipo di colpo per cercare di mettere in difficoltà l’altro. Ma in finale arriverà Grigor.

Per quanto riguarda il tennis italiano – poi – da segnalare il ritorno (dopo due settimane di squalifica per positività – da presunta contaminazione indiretta e non da assunzione volontaria – al letrozolo) di Sara Errani. La tennista romagnola prima arriva in semifinale al Wta di Tianjin in singolare, dove invece vince in doppio con la Begu. Poi si aggiudica l’ITF di Suzhou, in Cina (con un montepremi di circa 60mila dollari), battendo agevolmente (in meno di un’ora, appena 50 minuti di gioco) la cinese 19enne Hanyu Guo con un punteggio drastico di 6/1 6/0. Concede solo un game questa tennista grintosa e vogliosa di tornare a vincere.

Ma il Wta di Tianjin segna il ritorno anche di un’altra tennista: l’ex numero uno Maria Sharapova (che qui aveva ottenuto una wild card). La siberiana rivive l’euforia del 2005 (quando era al vertice del ranking mondiale) e regala una finale “entusiasmante” – per sua stessa ammissione – contro la rivelazione del torneo: la 19enne bielorussa Aryna Sabalenka. Vero talento indiscusso, si dimostra molto ostica, giocatrice completa e solida, in grado di mettere molto in difficoltà qualsiasi avversaria con colpi precisi, potenti e di gran classe. Capace di fare qualsiasi cosa, coraggiosa, lotta e – aggressiva – non si lascia intimorire; mette a segno numerosi aces e viene a rete con buoni risultati. Con un titolo ITF all’attivo, tutti si rendono conto che è destinata a ben migliori e più alti traguardi. Dopo aver eliminato Sara Errani, approda in finale e sta quasi per avere la meglio sulla Sharapova (che vincerà con il punteggio di 7/5 7/6 – per 8 punti a 6 -). Ci vuole tutta la determinazione, la grinta, la rabbia e l’orgoglio della tigre siberiana per non cedere, non mollare e recuperare. Sempre in rimonta, la Sabalenka avrebbe potuto chiudere il match: due volte avanti di un break, si fa strappare il servizio e pareggiare; giusto il tiebreak del secondo set, lottato e giocato magnificamente dalla Sharapova. In lacrime la Sabalenka per l’occasione sfumata, gioia ed esultazione per Maria (che subito immortala il successo con un selfie con i fan). Però, nel successivo Wta di Mosca in casa, la siberiana non riesce a rendere altrettanto ed esce al primo turno eliminata dalla Rybarikova per 7/6 6/4. Un torneo cui teneva particolarmente e in cui non riesce a disegnare un altro traguardo. Forse ha accusato un po’ di stanchezza per tutte le partite giocate.

Al di là dei giochi di parole, la vittoria di una finale è sembrata un po’ una maledizione anche per la russa Anastasija Pavljucenkova. Vincitrice su Daria Gravilova del torneo di Hong Kong; qui si era imposta in tre set sulla tennista russa naturalizzata australiana con il punteggio di 5-7 6-3 7-6(3). Eppure – subito dopo – al successivo torneo di Mosca è uscita al primo turno per mano della Kasatkina (che arriverà in finale dove sarà battuta dalla Goerges per 6/2 6/1) in due set netti con un parziale di 7/6 6/1 (crollando nel secondo set, senza storia).

Sicuramente una finale avvincente e lunghissima quella con la Gavrilova ad Hong Kong; che ha qualcosa a che fare con quella maschile di Shanghai. Numerose le interruzioni per pioggia, così come nel maschile si era dovuto giocare in più giorni con il tetto coperto. Poi una curiosa alternanza di chiamate per il medical time out: prima della Pavljucenkova per problemi all’addome (vicino all’anca e all’inguine); poi della Gavrilova per un infortunio alla coscia destra (torna in campo con una vistosa fasciatura forse per un risentimento muscolare); infine di nuovo di Anastasija per un dolore alla spalla. Le due si rincorrono anche nel punteggio e sono molte le palle break, i set point ed i match point sfumati prima del punteggio definitivo. Forse la russa è stata avvantaggiata dalla maggiore potenza e profondità di colpi, che all’inizio l’hanno vista favorita rispetto a quelli di una Gavrilova – dotati, però, di maggiore rapidità e velocità – sicuramente più mobile in campo. Quando, infine, la Pavljucenkova ha ritrovato il potente servizio (con molti aces messi a segno) è riuscita a sferzare il colpo decisivo per mettere la firma su questa finale e su questo torneo.