Half Marathon, una corsa
per la pace e il dialogo

mezza pace

Domenica 17 settembre si è svolta a Roma la ” Rome Half Marathon Via Pacis”, la manifestazione sportiva popolare, con partenza da Piazza San Pietro, decisa l’inverno scorso grazie a un accordo tra Pontificio Consiglio della Cultura e Giunta comunale, in collaborazione con la Fidal. Le parole chiave son state “Pace, Solidarietà, Inclusione, Partecipazione”: è stata una manifestazione aperta a tutti, comprendente la mezza maratona, ma anche la 5 chilometri, che ha voluto abbracciare, anche attraverso il percorso della “Via Pacis”, tutte le culture religiose”. S’ è trattato – come hanno ricordato sia Mons. Melchor Sanchez, direttore del dipartimento Cultura e Sport al Pontificio Consiglio della Cultura, che Rav Riccardo Di Segni, Rabbino capo di Roma – d’una maratona vòlta a favorire esplicitamente il dialogo interreligioso e interculturale: alla pari di altre celebri manifestazioni sportive romane (come anzitutto la “Corsa di Miguel”, in programma ogni anno a gennaio in memoria d’ un atleta e poeta argentino tra i piu’ fermi oppositori , a suo tempo, della dittatura militare di Videla).

Quest’aspetto essenziale della corsa era evidenziato anzitutto dal percorso; che, partendo da Via della Conciliazione, ha toccato luoghi di culto emblematici della Capitale, appartenenti a diverse confessioni e comunità religiose, come la Basilica di San Pietro, la Grande Moschea, la Sinagoga, altre chiese cristiane e luoghi religiosi. Hanno partecipato anche atleti appartenenti alla Comunità ebraica romana e alle varie Comunità musulmane della capitale (in rappresentanza anche delle moschee della Magliana e di Centocelle).
In campo maschile, la vittoria è andata al 25nne Eyob Faniel (1h.03:26), nato in Eritra ma dal 2004 in Italia (alle sue spalle, i kenyani Tiongik e Kurgat). In campo femminile,a Sara Berogiato (1h 15′: 37), seguì ta dalla kenyana Jeruto e dalla trentina Dal Ri). Presente anche la sindaca Virginia Raggi (che ha abilmente dribblato le domande sulle importanti occasioni perse da Roma con le prossime Olimpiadi).

“Abbiamo aderito con gioia, convinzione, speranza e spirito unitario a questa Mezza Maratona per la Pace”, dice il fondatore delle Co-mai, Comunità del Mondo Arabo in Italia, e dell’Associazione Medici d’ origine Straniera in Italia (AMSI), Foad Aodi: esprimendo la sua soddisfazione e speranza per un’ iniziativa come questa, “dove un’altra volta lo sport si dimostra uno strumento importante per unire, per costruire ponti tra le religioni e le culture” .”Inoltre”, continua Aodi, che è “Focal Point” per l’integrazione, in Italia, per l’ Alleanza tra le Civiltà (UNAOC, organismo ONU), “dobbiamo proseguire nel nostro impegno con le 4 parole d’ordine che han caratterizzato le nostre 1000 #FestedelDialogo in Italia e in Terra Santa, dal 01 sino all’ 11 settembre: “Dialogo, Conoscenza, Informazione, Pace. Coinvolgendo musulmani, ebrei, cristiani e laici come appunto per questa “Half Marathon”: facciamo partire la #MaratonadelDialogo, unendo le città dei Paesi euromediterranei e la Terra Santa”.

Hanno aderito alla maratona, oltre Amsi e Co-mai, anche il movimento internazionale Uniti per Unire ,la CILI, confederazione Internazionale Laica Interreligiosa, e l’ UMEM-Unione Medica Euromediterranea.

Fabrizio Federici

Gomme e mense Atac, gli atti vanno in procura

atacTra le voci debitorie di Atac si contano 5 milioni di euro con l’azienda fornitrice di gomme, rateizzati in base a un piano di rientro concordato, ma a quel debito, secondo una delibera Anac pubblicata oggi, ha contribuito anche l’omesso controllo sulle forniture da parte dell’azienda. Una vicenda contrattuale su cui pendono anche due procedimenti penali a Teramo, che per l’Anac – a cui non compete la verifica di eventuali responsabilità personali (amministrative e contabili) – presenta criticità anche in relazione al rinnovo per un altro triennio dell’affidamento del servizio allo stesso fornitore, e gli affidamenti diretti e procedure negoziate.

Si parla di “omesso controllo da parte di Atac” e “mancata adeguata definizione nel contratto di appalto delle prestazioni al di fuori del corrispettivo pattuito”. La delibera dell’Anac riguarda il contratto di fornitura e manutenzione dei pneumatici tra il 2013 e il 2016 per le vetture dell’azienda del trasporto pubblico di Roma. Due circostanze che, scrive l’Autorita’ Nazionale Anticorruzione, avrebbero “contribuito a determinare la rilevante esposizione debitoria dell’azienda nei riguardi dell’operatore”. Un debito cresciuto fino ad oltre 5 milioni di euro, ora frazionato in sei rate con un piano di rientro varato nel 2015. Il provvedimento, il numero 895, pubblicato sul sito dell’Autorità, analizza il contratto per la gestione full service dei pneumatici tra Atac e la Gommeur srl per il periodo dal 1 giugno 2013 al 31 maggio 2016. Gli accertamenti sono partiti dopo che lo scorso anno l’Autorità guidata da Raffaele Cantone ha ricevuto un plico di documenti contenenti informazioni relative alla vicenda. Per l’Anac “fatte salve eventuali responsabilità penali, profili di responsabilità per danno erariale potrebbero ravvisarsi con riferimento al rinnovo per un altro triennio dell’affidamento del servizio a Gommeur, nonostante le risultanze della relazione tecnica sulla gestione del servizio pneumatici di Atac nel 2012 e della relazione sulla legittimità della procedura di aggiudicazione nel 2013”.

L’Atac ha comunicato di aver sospeso il rapporto con Gommeur dal 1 giugno 2016 mentre sulle criticità emerse già durante lo svolgimento del contratto l’azienda ha riferito sono in corso due procedimenti penali presso la Procura di Teramo. Dai documenti interni ad Atac analizzati dall’Anac emerge una lunga filiera di possibili anomalie nel contratto. In una relazione già nel 2013 la municipalizzata del Campidoglio scriveva che “le penali previste dal contratto risultavano, in gran parte dei casi, formulate in maniera generica e sono in dubbia o addirittura impossibile applicazione”. Il documento parla anche di una “sostanziale assenza di controlli sull’operato del fornitore” che ha comportato allo stesso non venissero “contestate le carenze evidenziate né applicata alcuna penale”. Mentre un audit del 2016 di Atac sottolinea che “il numero dei pneumatici sostituiti nel triennio dal 2013 al 2016 (11.400 per usura e 15.300 per rottura) è risultato assolutamente incongruo in relazione al numero complessivo dell’intero parco autobus (che ammonta a circa 12 mila gomme) e alla percorrenza media dei bus (circa 45 mila km per singolo mezzo a fronte di una percorrenza media garantita da Gommeur nella propria offerta di gara a 130 mila km)”. E che “le rendicontazioni di Gommeur relative ai pneumatici contenevano numerosi errori che hanno determinato la liquidazione di fatture per importi non dovuti”. Dopo l’analisi del plico e di altra documentazione richiesta ad Atac, l’Anac conclude la sua delibera disponendone l’invio alle Procure della Repubblica di Roma e di Teramo, alla Procura della Corte dei Conti di Roma, alla sindaca Virginia Raggi e all’amministratore unico di Atac.

L’Autorità, inoltre, da mandato agli uffici di “verificare l’effettivo superamento, per le forniture dei pneumatici del sistema delle procedure negoziate e l’entrata a regime della nuova modalità di gestione”.

Oltre la questione gomme vi è anche quella delle mense. Secondo l’Anac l’affidamento da parte di Atac del suo servizio mensa al Dopolavoro aziendale è “avvenuto in violazione delle disposizioni in materia di contratti pubblici”. Una procedura “con possibile danno all’erario da quantificare sulla base del risparmio di spesa che la stessa azienda assume di poter conseguire mediante la procedura di evidenza pubblica in corso di espletamento”.

Un accordo aziendale, che risale al lontano 1974, prevede che a decidere l’affidatario del servizio mensa fossero le sigle sindacali maggiormente rappresentative dei lavoratori Atac. Nel 1998 questa intesa è stata rafforzata con l’aggiunta di un contributo economico finalizzato alla manutenzione dei locali adibiti a mensa. Una formula che, di fatto, concedeva alle sigle sindacali un monopolio della scelta del gestore della mensa. Il procedimento dell’Anac è partito dopo che a maggio 2016 ha acquisito un plico con dei report interni sui rapporti Atac-Dopolavoro. Quanto agli eventuali profili di danno erariale legati alla gestione del servizio mensa al Dopolavoro in assenza di una procedura di evidenza pubblica, si legge nella delibera, in una relazione “la stessa azienda riconosce che per effetto dell’affidamento mediante gara potrà conseguire un risparmio pari circa al 25% rispetto all’impegno di spesa sostenuto nel 2015”.

Nella delibera l’Autorità Nazionale Anticorruzione da mandato di “verificare aggiudicazione della procedura per l’affidamento al nuovo operatore del servizio mensa” e dispone l’invio del testo, che analizza anche l’appalto per la fornitura dei pneumatici, “alla Procura della Repubblica di presso il Tribunale di Teramo, alla Procura di Roma e alla Procura della Corte dei conti di Roma”. La delibera, inoltre, verrà inviata anche “all’amministratore unico di Atac e alla sindaca di Roma Virginia Raggi”.

Buemi: “Serve un nuovo assetto per Roma”

romaIl senatore socialista Enrico Buemi ha presentato un disegno di legge costituzionale riguardate i poteri e l’organizzazione di Roma capitale che, spiega Buemi “ancora non assicurano il migliore esercizio delle funzioni di Roma, quale capitale della Repubblica”. Quindi per il parlamentare del Psi è “giunto il momento di procedere senza tentennamenti, anche alla luce della peculiarità della città di Roma, ad una nuova regolamentazione della capitale che ne definisca l’assetto organizzativo ed istituzionale sull’esempio delle altri grandi capitali europee”.

Ne consegue che “la capitale d’Italia avrà caratteristiche peculiari rispetto agli enti territoriali; per evitare difficoltà di coesistenza – e per un più generico principio di semplificazione evitando la duplicazione di livelli di governo inutili – appare obbligata la soppressione dell’ente provincia di Roma e l’inserimento dei comuni ad essa facenti capo nell’assemblea metropolitana del Lazio: essa si esprimerà, con un ruolo consultivo, nei confronti del nuovo soggetto di governo, per Roma capitale: il Governatore, che è parte del Governo nazionale”.

Buemi spiega: “La scelta di un organo espresso dall’Esecutivo nazionale soffre, ovviamente, anche delle conseguenze del verminaio che viene scoperchiato, da un anno, intorno all’amministrazione comunale: ma è proposta sulla quale ha convenuto la Conferenza programmatica del PSI a Roma il 30 e 31 ottobre 2015, anche perché appare coerente con un più generale impianto ordinamentale, cui gli Stati centrali europei si sono rivolti, per gettare le fondamenta della rinascita urbanistica della loro capitale. A Londra, nel 1666 la vasta ricostruzione dopo il grande incendio avvenne sulla base di piani approntati da Christopher Wren, Controllore dei lavori del Re (1669). A Berlino, Philipp Gerlach, architetto e pianificatore del re nel 1707 fu incaricato da Federico Guglielmo I di estendere lo sviluppo della città verso ovest con la pianificazione della Pariser Platz. A Parigi il barone Haussman era prefetto della città (1853-1870) quando sovrintese alla sua radicale trasformazione e alla sua straordinaria crescita (da 1,2 a 2 milioni di abitanti); fino a pochi anni fa, la funzione di gestione della metropoli francese competeva ad un dipendente del Governo centrale”.

“Roma – continua Buemi – non ha mai avuto questo impegno diretto dello Stato nella sua gestione, ma in compenso ha «sifonato» ingentissime risorse finanziarie dall’Erario nazionale per scelte assunte da amministratori locali senza responsabilità: ecco perché ora vanno attribuite alla responsabilità diretta del Governo nazionale, per mezzo di un suo Governatore, funzioni in materia di pianificazione territoriale strategica, la realizzazione e la gestione di grandi infrastrutture, dei servizi di trasporto a livello metropolitano, dei servizi pubblici a rete (acqua, energia, smaltimento rifiuti), lo sviluppo di politiche attive del lavoro, la pianificazione commerciale della grande distribuzione e delle grandi strutture di vendita, la tutela e la valorizzazione dei beni culturali e dell’ambiente. Possono essere poi delegate con legge statale o regionale o dai comuni facenti parte dell’area metropolitana, ulteriori funzioni oltre a quelle indicate”. Per tutti questi motivi il senatore del Psi aggiunge che “non può mancare un nuovo modello di valutazione dell’ipertrofica macchina amministrativa, attualmente presente nel comune di Roma: se avrà successo, lo si potrà generalizzare per altre realtà critiche sotto il profilo del controllo di legalità e di efficacia ed efficienza di gestione delle risorse pubbliche”.

Insomma si può e di deve “invertire l’assioma «capitale corrotta, nazione infetta»: ripulendo la vetrina della capitale, anche l’Italia guadagnerà nuovo lustro.

Emergenza abitativa. Raggi chiede aiuto a Minniti

sfrattiDopo le polemiche sullo sgombero del palazzo occupato a via Curtantone, Virginia Raggi chiede aiuto al Viminale, proponendo a Minniti di riqualificare le caserme in disuso per farvi alloggiare famiglie in difficoltà. Già in passato il Sindaco Raggi aveva denunciato: “A Roma ci sono circa 200mila case vuote: il Governo studi misure urgenti per disincentivare il fenomeno degli immobili sfitti o invenduti”.
L’incontro di oggi si è svolto “in un clima pienamente costruttivo”. Minniti e Raggi, informano in una nota congiunta, “hanno convenuto sull’importanza di una collaborazione interistituzionale, come quella già in corso con la Regione, per affrontare il tema dell’emergenza abitativa, delle politiche migratorie e dell’accoglienza, stabilendo delle priorità nel rispetto dei principi di legalità e di umanità”. Il ministro Minniti, spiega poi la nota “ha illustrato le linee guida in via di definizione da parte del ministero, fondate su due pilastri, uno nazionale e uno territoriale a partire dalle Città Metropolitane per affrontare il problema degli sgomberi e il tema delle fragilità sociali”.
La sindaca Raggi ha presentato “tra le altre due proposte: la messa a disposizione delle caserme, quelle che hanno peraltro gli alloggi di servizio e che quindi potrebbero essere riadattate per abbassare le liste di attesa. Ricordiamo che a Roma ci sono oltre 10mila persone che attendono una casa da oltre 10 anni. Un’altra proposta a mio avviso interessante è quella di riattivare il mercato immobiliare”.
Il Sindaco di Roma potrebbe così ufficializzare, sul fronte dell’emergenza abitativa, la richiesta di assegnare alle amministrazioni locali caserme e forti con “relative risorse per riqualificarli, renderli disponibili” e “darli alle famiglie” in difficoltà.
Nel frattempo in piazza dell’Esquilino è in corso un sit-in dei movimenti per il diritto alla casa, già ieri Cristiano Armati, del Movimento per il diritto all’abitare ha affermato: “La protesta continua anche perché queste famiglie non hanno un posto dove andare”. Dal tavolo del 30 agosto in Prefettura, infatti, non è emersa alcuna soluzione alternativa. “Gli sgomberati non sono soli: rappresentano uno spaccato costituito da milioni di persone che vivono in povertà assoluta. Eppure non esiste una risposta politica concreta a questo dramma sociale”. Le famiglie sgomberate da Cinecittà vivono per strada dal 10 agosto. Quelle di piazza Indipendenza, prevalentemente composte da rifugiati provenienti dal Corno d’Africa, dal 19.

ESTATE ROMANA

tiburtino iiiRoma è di nuovo protagonista (in negativo) sulla questione migranti. Dopo gli scontri e gli sgomberi di fine agosto a Piazza Indipendenza, la tensione si sposta in periferia. Ieri sera intorno alle 22 si è scatenata una lite furibonda al centro di accoglienza migranti di via del Frantoio a Roma, quartiere Tiburtino Terzo.
Tutto sarebbe nato da un diverbio tra un migrante e alcuni ragazzini del quartiere, un successivo lancio di sassi da parte di un migrante, un gruppo di residenti che aggredisce gli ospiti del centro e ne ferisce uno e due versioni successive. Da un lato chi sostiene che ci sia stato un vero e proprio assalto da parte dei residenti al centro accoglienza, dall’altro la versione che i migranti sarebbero usciti armati di coltelli e bastoni. In ogni caso un eritreo è stato ferito alla schiena, ma non si conosce ancora l’esatta dinamica dell’aggressione: le indagini sono ancora in corso.
Il migrante eritreo ferito nella notte durante le tensioni registratesi al centro di accoglienza di via dei Frentani non è ospite di quella struttura dal luglio scorso. È quanto fa sapere la Croce Rossa di Roma che gestisce il Presidio Umanitario spiegando che l’eritreo “è attualmente inserito nel programma di relocation” ospite del Centro di accoglienza straordinaria (Cas) di via Staderini, nel quartiere di Tor Tre Teste. “Quanto è accaduto questa notte al Tiburtino è sintomo di una situazione di tensione. Siamo preoccupati per la pacifica convivenza di tutti”, sottolinea la Croce Rossa precisando anche che “non ci sono state persone ‘sequestrate’ e che la tensione per fortuna non ha prodotto gravi conseguenze”. “Noi siamo disponibili – prosegue la Cri di Roma – a prendere tutti i provvedimenti necessari qualora si accertassero fatti diversi, ma al momento possiamo confermare che dal Presidio non è partita alcuna forma di aggressione. Siamo disponibili come sempre nei confronti della popolazione residente e auspichiamo che lo siano anche le Istituzioni del territorio. Da subito ieri sera ci siamo messi in contatto con le Forze dell’Ordine e attendiamo la conclusione delle indagini”.
La procura di Roma ha aperto un fascicolo. Il pm Alberto Galanti procede per tentato omicidio ed è in attesa di un’informativa della polizia sui fatti sfociati nell’accoltellamento dell’eritreo. Nel frattempo ha nominato un interprete che possa consentire al ferito di riferire su quanto accaduto nel centro di accoglienza.
La tensione si è riacutizzata nella mattinata: all’uscita di tre migranti dal centro, uno dei quali con la mano fasciata, un paio di residenti gli sono andati incontro urlando: “Ti ho riconosciuto, eri quello che stanotte aveva in mano un bastone”. Ad intervenire polizia e carabinieri che hanno separato i due gruppi. Attualmente è presidiato dalle forze dell’ordine il centro di accoglienza di via del Frantoio. Un blindato della polizia da stamattina è posizionato davanti al cancello d’ingresso che apre sul vialetto interno. Pochi i migranti che entrano e escono dalla struttura mentre continua il via vai di residenti lungo la strada.
A buttare benzina sul fuoco ci ha pensato subito Casapound che ha addirittura fatto circolare la notizia ‘falsa’ di una donna sequestrata dai migranti del Centro. “Pare che una donna sia stata rapita dagli immigrati clandestini, ospiti del centro gestito dalla Croce Rossa, in seguito ad un diverbio”, ha commentato su Roma Today Mauro Antonini, alimentando la crescente tensione.
Un appello a “evitare altre tensioni” viene dalla Croce rossa italiana (Cri) di Roma, fonti della quale affermano come le violenze di stanotte al Tiburtino III, a Roma, con un migrante eritreo ferito, siano avvenute all’esterno del centro della Cri. L’organizzazione umanitaria sta ancora cercando di ricostruire l’accaduto dalle testimonianze dei propri operatori, che vengono sentiti dai carabinieri: secondo quanto emerso finora, alcune persone – tra cui l’eritreo ferito – si sarebbero avvicinate all’ingresso del presidio umanitario in via del Frantoio.
“Sugli incidenti al centro di accoglienza di via del Frantoio andrebbero evitate le solite speculazioni politiche. Dovrebbero evitarle in particolare le destre, dentro e fuori le istituzioni, impegnate h24 a criminalizzare i migranti e ad alimentare i conflitti, invece che provare a risolvere i problemi”, afferma Stefano Fassina, deputato Sinistra italiana e consigliere Sinistra per Roma. “È evidente – prosegue Fassina – che sulle periferie si sono scaricati problemi enormi. È evidente che da tanti anni Roma non ha politiche per l’accoglienza e l’integrazione. È carenza specifica di un problema generale: l’assenza di politiche adeguate per la dilagante sofferenza economica e sociale della città”.
“Di fronte a questi nuovi fatti – avvertono i consiglieri del Pd di Roma – ci chiediamo cosa stia facendo il Campidoglio per gestire l’accoglienza, se e come stia collaborando con le altre Istituzioni. Forse sarebbe stato meglio approvare già ieri la proposta del Pd di istituire una cabina di regia per coordinare le istituzioni e rafforzare il sistema di accoglienza diffuso per rifugiati e richiedenti asilo. Il tutto invece è stato rimandato per l’assenza dell’assessora Baldassarre”.

Immigrati, Roma e la politica del manganello

immigrati RomaBasta una scintilla e può scoppiare la “bomba sociale” degli immigrati. Roma ha tremato per tre giorni; giovedì 24 agosto si è sfiorato il peggio. Tre giorni fa la capitale ha vissuto angoscianti episodi di guerriglia urbana, quasi un terribile ricordo degli Anni di Piombo, quando trenta- quarant’anni fa, i cortei violenti attraversavano la città e le Brigate Rosse praticavano la linea degli omicidi politici. Il corteo anti sgombri, organizzato sabato 26 agosto dai Movimenti per il diritto alla casa, si sono invece svolti senza incidenti anche se il clima era tesissimo. Le forze dell’ordine hanno blindato nel pomeriggio il percorso del corteo, al quale hanno partecipato anche dei migranti sfrattati due giorni prima dal palazzo di via Curtatone nel quale alloggiavano 400 persone.
Fortunatamente giovedì scorso ci sono stati solo dei feriti lievi, dei contusi, dei fermi ma nessuno ha perso la vita negli scontri. La polizia ha sgombrato un edificio in via Curtatone occupato abusivamente dal 2013. Gli occupanti non volevano lasciare la loro precaria residenza. Nel palazzo di sette piani di via Curtatone la popolazione era fluttuante: variava da 250 fino a 1.000 persone. E la mano della criminalità sembrava allungarsi anche qui. Ora indagherà la procura della Repubblica della capitale. Sembra che gli immigrati, ad alcuni connazionali, pare che pagassero 10 euro al giorno per una specie di sub affitto..
Gli scontri tra i profughi, in prevalenza eritrei, e gli agenti sono stati violenti. Alcuni immigrati, appoggiati da un gruppo di italiani, hanno trasformato il centro di Roma in un campo di battaglia. È piovuto di tutto contro i poliziotti in assetto anti sommossa: bombole del gas, pietre, ogni tipo di oggetto contundente. Gli scontri si sono sviluppati per tutta la giornata soprattutto nella vicina piazza Indipendenza, in pieno centro storico, a due passi dalla Stazione Termini. Ricorrendo agli idranti alla fine le forze di pubblica sicurezza sono riuscite a far sgombrare l’immobile e a riportare la calma.
Così un grave problema sociale, quello della casa, si è trasformato in una terribile questione di ordine pubblico. Ma un problema sociale come un tetto dignitoso, anche per gli immigrati, si risolve con una risposta della politica, attraverso delle decisioni di politica abitativa e urbanistica. Non si risolve niente a “colpi di manganello” o di “idrante”. Puntare solo sulla repressione sarebbe disastroso. La stessa prefetta di Roma Paola Basilone ha sollevato il problema: «Qui manca la politica». Il Viminale se l’è presa con il comune di Roma: sapeva e non ha agito. Il ministro dell’Interno Marco Minniti sembra che, in futuro, non autorizzerà altri sgomberi a Roma «senza che vi siano già pronte soluzioni abitative alternative».
È una bruttissima grana per la giunta cinquestelle della metropoli. L’assessora alle Politiche sociali Laura Baldassarre ha respinto ogni accusa: «Abbiamo fatto la nostra parte a 360 gradi». Virginia Raggi, mentre il M5S romano si divide, ha difeso il Campidoglio. La sindaca grillina ha contrattaccato capovolgendo le accuse: «Governo e Regione sono assenti sull’emergenza abitativa, noi abbiamo fatto il possibile». Polemiche a non finire. La Regione Lazio guidata da Nicola Zingaretti, Pd, ha ricordato i 40 milioni di euro pronti da maggio per la casa «ma il Campidoglio non ha mai risposto».
Il problema della marea di immigrati africani e asiatici da anni è enorme per Roma e per tutta l’Italia. L’accoglienza, finché i numeri lo permettono, è doverosa e utile. Se poi i profughi sono troppi è bene che non entrino o non restino in Italia, ma per quelli che rimangono va fatto osservare un punto essenziale: l’integrazione deve avvenire nel rispetto della legalità.
La repressione delle forze di polizia non deve e non può sostituirsi alla soluzione politica dei problemi, pena il fallimento generale. Senza un progetto politico non può esserci né accoglienza né integrazione di centinaia di migliaia, di milioni di migranti. È necessario, poi, evitare pericolose guerre tra poveri. Anche molti italiani, soprattutto dopo la Grande crisi economica del 2008, hanno il problema di una dignitosa casa in cui abitare.
I problemi degli italiani e degli stranieri vanno affrontati insieme dal governo e dai comuni, anche per evitare pericolosissime strumentalizzazioni. Occorre fare attenzione a due rischi: 1) il terrorismo islamico (che per ora non ha colpito con attentati l’Italia) può cercare di infiltrarsi nelle proteste degli immigrati; 2) i movimenti populisti e razzisti di estrema destra da tempo cercano di far scoppiare la polveriera dell’immigrazione facendo leva sulla rabbia degli italiani poveri.
La violenza è in agguato, gli scontri di Roma sono un monito. Il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin ha messo in guardia contro i tanti pericoli proclamando: «La violenza non è accettabile da nessuna parte».
Ora tremano gli altri inquilini abusivi, italiani e stranieri, che occupano vari stabili nella capitale. Basta un nulla e una situazione incandescente può degenerare in tragedia anche da uno spunto banale. Ai primi di maggio a Roma un venditore ambulante abusivo si accasciò e crollò morto all’incrocio tra via Arenula e Lungotevere. Sembra che l’immigrato corresse per sfuggire a un controllo dei vigili urbani contro i venditori ambulanti abusivi.

Rodolfo Ruocco
Sfoglia Roma

Rubinetti a secco. Manca l’acqua ma Roma la butta

nasoneIncubo rubinetti a secco. I romani guardano con apprensione ai rubinetti di casa: tra una settimana l’acqua potabile potrebbe arrivare ad intermittenza o addirittura mancare. Tanto fuoco e niente acqua. Sono tempi bui per la capitale. Per la grave siccità e l’azione criminale di piromani, Roma già da settimane deve fare i conti con spaventosi incendi che hanno addirittura causato la chiusura dell’Autostrada del Sole e la distruzione di buona parte della pineta di Castel Fusano. Ora alle fiamme si aggiunge anche il pericolo di restare all’asciutto per la sparizione dell’acqua.

Il presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti, Pd, ieri ha annunciato allarmato: «Purtroppo è una tragedia. Sta finendo l’acqua a Roma». Il lago di Bracciano, una delle riserve idriche della metropoli, è ridotto ai minimi termini. Così una direttiva della regione Lazio ha vietato l’altro ieri all’Acea (l’azienda comunale per l’acqua, la luce e il gas) di prelevare l’acqua dal lago di Bracciano a partire dal 28 luglio. Zingaretti vuole evitare il rischio di “catastrofe ambientale” perché il livello del bacino è calato paurosamente negli ultimi mesi.

Il governatore del Lazio ha fornito dati da brividi: il lago già un mese e mezzo fa «era sotto la soglia minima di un metro e mezzo. Nel frattempo con la pioggia che non arriva, il livello è continuato a scendere di un centimetro al giorno». Il problema è grave, ma è possibile trovare una soluzione che assicuri l’acqua alle case e riduca i disagi anche perché, è il ragionamento, l’apporto di Bracciano rappresenta «solo l’8%» del flusso complessivo.

Lo scontro esplode con l’Acea e con il Campidoglio. L’azienda comunale multi utility paventa il peggio. Lo stop ai prelievi avrà gravi conseguenze: «Ci costringerà a mettere in atto una rigida turnazione della fornitura che riguarderà circa 1.500.000 romani». Paolo Saccani ha attaccato «l’atto abnorme e illegittimo». Secondo il presidente dell’Acea si tratta di «un atto irresponsabile» che comporterà il razionamento dell’acqua «alle attività produttive, turistiche, ai palazzi delle istituzioni, al Vaticano». Praticamente a tutti o quasi: acqua col contagocce o per niente.

La situazione se non fosse drammatica sarebbe ridicola. La crisi era cominciata a metà giugno alla chetichella con la soluzione di togliere l’acqua temporaneamente e progressivamente alle 2.800 Nasone, le storiche fontanelle pubbliche in ghisa della città. Adesso siamo arrivati all’ipotesi del razionamento di massa, un paradosso. Manca l’acqua, ma Roma la butta. I circa 5.400 chilometri di tubature per la distribuzione dell’acqua nella capitale (in gran parte risalenti a dopo la Seconda guerra mondiale) sono un colabrodo: addirittura il 45% del prezioso liquido va perso per i guasti, le perdite e le cento cause di dispersione. Quasi la metà dei 18 mila litri al secondo, che scorrono nelle condutture dell’Acea, va perso. Se la rete idrica funzionasse bene, non ci sarebbero problemi di carenza di acqua anche in un periodo, come questo, di forte siccità.

Il problema delle tubature colabrodo c’è, lo riconoscono sia l’Acea sia Virginia Raggi. Saccani, però, giustifica la società: «L’azienda su mandato dei sindaci ha investito negli anni scorsi in fognature e depurazione, perché era lì l’emergenza, non è una responsabilità dell’Acea».

La sindaca grillina di Roma è allarmatissima. Ha ricordato di aver denunciato per prima la situazione drammatica del lago di Bracciano e ha rinviato la palla ai due contendenti: «Spero che soluzioni siano trovate quanto prima da Regione e Acea». La Raggi, però, riconosce l’esistenza del problema annoso delle condutture fatiscenti e dà man forte all’Acea: la società «sta monitorando e riparando la rete idrica per mettere fine alle dispersioni. Insomma un bel cambiamento rispetto al passato».

Il passato, il riferimento è ancora una volta alle responsabilità delle precedenti giunte di centro-sinistra e di centro-destra. Certo le condutture colabrodo sono un male antico, come il disastroso funzionamento dei trasporti pubblici e della raccolta dei rifiuti. Adesso Roma però, per la prima volta nella sua lunga storia, soffre anche per la penuria d’acqua. Un fatto mai successo. Il Campidoglio per salvaguardare questo bene pubblico primario forse si sarebbe dovuto muovere immediatamente. Non ci si può muovere solo all’ultimo momento. Se i lavori di riparazione, ammodernamento e potenziamento della rete idrica fossero partiti un anno fa, forse non saremmo a questo livello di emergenza.

Il governo è pronto a formalizzare lo stato di calamità naturale nazionale per la siccità. Il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina ha annunciato: «Siamo pronti a collaborare con le Regioni nel censimento dei danni e nella verifica delle condizioni per dichiarare lo stato di eccezionale avversità atmosferica».

È una corsa all’ultimo minuto per l’acqua. Ma adesso solo l’arrivo di forti piogge ci può salvare. Il tifo per i temporali estivi è corale ed appassionato: per avere l’acqua e per combattere la soffocante afa con temperature sahariane attorno ai 40 gradi. Al posto di Caronte (come i meteorologi chiamano, scomodando la mitologia greca, lo stato di sole accecante e di alta pressione atmosferica) ci vorrebbe Zeus pluvio. Scrutiamo il cielo, come facevano i popoli antichi, nella speranza di provvidenziali nubi nere cariche di pioggia.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

ll mestiere della vita. Tiziano Ferro dopo il tour live all’Olimpico di Roma

tizianoferro“In un mondo abituato al volume alto e che non ha più tempo per ascoltare nessuno ho risposto cosi, a voce bassa con una canzone che parla di quelli che a un certo punto hanno bisogno di tirare le somme”. Così Tiziano Ferro sul suo sito ufficiale parlava e descriveva la sua ultima fatica del nuovo album “Il mestiere della vita”, annunciato dal brano “Potremmo ritornare”. La frase, infatti, descrive tutto l’obiettivo dell’intero disco, non solo del primo brano (che dà il titolo al cd) o del secondo citati, che sono emblematici del lavoro che ha creato. Guardarsi intorno, descrivere la società che lo circonda in cui vive, ‘il mondo in cui tutto corre veloce, si è sempre di fretta e non si ha più tempo per l’altro’ parafrasando le sue parole. E non solo l’amore. Cercare di dare risposte a chi cerca punti di riferimento e certezza, tentando di orientarsi nel caos e di fare ordine nella confusione, di fare il quadro della situazione, di ritrovarsi e capirci qualcosa nel disorientamento frastornante di una società che dà fin troppi stimoli e pressioni. Bisogno di chiarezza (“di tirare le somme” -come dice lui -) da fare con umiltà (“a voce bassa”), stile che lo contraddistingue. Tutto questo ha cercato di fare. E il carattere principale della sua esibizione live, durante la tappa del tour allo stadio Olimpico di Roma, é stata la semplicità. Quest’ultima connotazione riconducibile all’intimità peculiare del tono del suo concerto. Il cantante di Latina (ha ringraziato tutti gli affezionati venuti da lì) vuole che ogni data sia ‘sua’ e dei suoi fan. Non invita artisti per duetti (cosa insolita apparentemente, ma Ferro non lascia nulla al caso) forse anche per questo, ma non si risparmia. Quest’anno soprattutto in particolare. Il 30 giugno il live é partito con una sorta di pensiero riflessione dedicato al suo pubblico, un regalo con cui ha voluto parlare di cosa sia l’amore: quel sentimento che non ferisce mai né toglie la dignità. Anzi il contrario. E ‘il mestiere della vita’ è un po’ anche quello di ‘salvaguardarlo’ non dimenticandoci mai questo. Poi ha cominciato a cantare in carrellata tantissimi brani da tutti i suoi album. Il primo ovvio proprio “Il mestiere della vita” estratto dall’omonimo cd. Il colore preponderante del concerto é stato un po’ il fucsia, ma anche molte luci colorate di viola, giallo, azzurro molto accese. Mentre tutte le canzoni estratte dal disco uscito in questo 2017 hanno visto dominare il verde e filmati in cui lui è come venisse proiettato in un’altra dimensione tridimensionale e più ‘digitale’, meno ‘analogica’. Dal punto di vista melodico assolutamente ritmo accelerato e intenso, velocissimo per dirla con la sua “Lento/veloce”, per una quantità davvero innumerevole di testi, ma soprattutto sonorità più elettroniche e acustiche a rivisitare un po’ le versioni originali. Molti cambi d’abito, ma innanzitutto si è voluto fermare un attimo per riflettere su una battaglia vinta: quella ai terroristi che vorrebbero impedire e ostacolare questi mega eventi di ‘massa’. E se duetti non ce ne sono stati, un ospite d’eccezione sì, una sorpresa che Ferro ha voluto fare a tutti gli spettatori partecipanti, una sorta di duetto sui generis che ha fatto della tappa del 30 giugno un evento assolutamente particolare e unico nel suo genere. Tiziano ama stupire evidentemente e c’è perfettamente riuscito. Inaspettatamente, dopo aver rivolto (nella data del 28) un ringraziamento speciale a un ‘eroe buono’ quale Francesco Totti (e detta da un laziale non è affatto poco), che ha dato un esempio non solo per il mondo del calcio con la sua umanità e generosità, per il bene che é riuscito a costruire, ricordando un dovere che hanno tutti quelli come lui, lo ha invitato direttamente al concerto. Il cantante di Latina non si è limitato al ringraziamento speciale, ma lo ha fatto intervenire e salire con lui sul palco per dare un messaggio di speranza. Un impegno di solidarietà con alle spalle lo stand Avis: ovvero in anagramma ‘visa’ come una carta di credito con cui vestirsi e tesserarsi di ‘vicinanza solidale’ in segno di amicizia e fratellanza, “valore assoluto” per citare l’omonima canzone di Ferro di un ‘principio assoluto’ fondamentale di uguaglianza. Non c’è differenza tra laziale e romanista, esiste solo Roma, capitale e caput mundi di ‘quello che tutti al mondo chiamiamo universalmente amore’ nella sua forma più alta e nel senso più cast del termine. Totti non aveva parole, ma ha rubato apparentemente la scena per un po’ a Tiziano seppur visibilmente e fortemente emozionato. Poi Ferro ha stemperato l’atmosfera. Tensione sfogata da Totti con un semplice “grazie”. Quasi fosse venuto lì per rivedere ancora una volta la città che tanto gli ha voluto bene, per dare quel 10 ( e lode dovremmo dire citando il 10e lotto della pubblicità di cui è protagonista), per rammentare -come dice nello spot- che “per vincere occorre partire con il piede giusto” quello usato da lui per fare goal, ma anche da Ferro nella copertina del suo “The best of” (del 2014), in cui scalcia con la testa china mentre sorride quasi a ironizzare e ridere e sorridere dei guai e vivere tutto con più leggerezza. Due campioni insieme. Davvero. Spettacolo migliore non poteva esserci. Un solo commento possibile: tanto di cappello. Ed, infatti, non a caso, dopo l’apparizione di Totti, Tiziano ha concluso la sua esibizione con un inchino con la testa a fine canzone, quasi a significare di ringraziare inchinandosi davanti a tanta bontà d’animo di una bella persona come Francesco: “allora lo dico io che tuo papà é davvero un grande”, ha detto parlando rivolgendosi ai figli Cristian e Chanel sul palco con loro. Ma anche rimasto affascinato davanti allo splendore dello scenario che gli si apriva di fronte con luci di cellulari accese a fare atmosfera. Ed anche dal pubblico alcuni fan, non rimasti indifferenti alla magia del momento, hanno replicato il gesto spontaneamente, d’istinto, a specchio in automatico. Una festa che neppure un po’ di pioggia e di maltempo hanno potuto e sono riusciti (fortunatamente) a guastare e rovinare. A proposito di momenti topici (o epici dovremmo dire citando la canzone ‘Epic’ di Tiziano) sicuramente uno é stato quando si è esibito nella cover di “Mi sono innamorato di te”, brano che ‘sente’ molto. Sarebbe stato bello se avesse cantato la rivisitazione di “Arrivederci Roma”, magari reinterpretandola con Totti. Se una cosa é mancata é stato un ultimo calcio di pallone (possibilmente autografato anche dai due perché no?) al pubblico da parte di colui che resterà per sempre il Capitano simbolo della Roma, perché la fede calcistica é come la passione per la musica: una sorta di fede di tipo religioso quasi che non svanisce mai neppure finita “un’esperienza”. E tanta musica continuerà ancora a regalare Tiziano Ferro in giro per tutta Italia e all’estero durante la sua tournée.

Ba. Co.

La sinistra di Roma
contro la sinistra di Milano

Si predica l’unità e si pratica lo scontro. La sinistra di Roma contro la sinistra di Milano. La fotografia delle due sinistre è emersa con forza sabato primo luglio. La sinistra di Renzi contro quella di Pisapia-Bersani. A Milano si è riunita la sinistra renziana, a Roma quella antirenziana.

Ad aprire il match è stato in mattinata Matteo Renzi, seduto tra Maurizio Martina e Matteo Orfini, due ex Ds suoi decisi sostenitori nel Pd. All’assemblea nazionale dei circoli democratici nel capoluogo lombardo ha fatto un discorso tutto all’attacco: «Sono pronto a ragionare con tutti, ad ascoltare chiunque, ma sui temi del futuro dell’Italia non ci fermiamo davanti a nessuno». I suoi strali sono rivolti soprattutto a chi ha lasciato il Pd: Bersani, D’Alema, Speranza, Fassina, Civati (gli ex esponenti della sinistra del partito che avevano votato “no” al referendum sulla riforma costituzionale del suo governo). Ma non risparmia nemmeno Giuliano Pisapia, con il quale era in sintonia, che pure aveva incoraggiato a creare Campo progressista, una nuova aggregazione di forze di centrosinistra.

Il segretario del Pd ed ex presidente del Consiglio vinse trionfalmente le elezioni europee del 2014 con il 40,08% dei voti, ma poi ha perso le altre competizioni elettorali (comunali del 2016 e di giugno 2017, referendum costituzionale del 4 dicembre). E sono cominciati i guai. È scattata una serie di scissioni a catena.

Adesso pesano le accuse della sinistra di Roma di essere il responsabile delle sconfitte del centrosinistra e i ‘no’ a una ricandidatura alla presidenza del Consiglio in nome di una “forte discontinuità” politica. Il segretario dei democratici sprona i suoi a Milano: «Non è un attacco contro di me, ma è un attacco contro il Pd. Ma così attaccano l’unica diga che c’è in Italia contro i populisti». Basta con lo sguardo rivolto al “passato” e con la “nostalgia” di ciò che è stato. Conclusione svolta davanti alla sinistra di Milano: fuori del Pd «non c’è la rivoluzione socialista, marxista, leninista» ma «la sconfitta della sinistra» e la vittoria del M5S e della Lega Nord.

Il discorso meno teso della sinistra di Roma verso Renzi lo fa Pisapia. L’ex sindaco di Milano lancia “Insieme”, parlando a Roma in piazza Santi Apostoli, un tempo la piazza dei comizi di Romano Prodi e dell’Ulivo. È un inno all’unità: «Uscire dai problemi da soli è avarizia, assieme è politica. Da soli non si va da nessuna parte». Lo slogan della manifestazione è: «Nessuno è escluso».

Sono presenti Bersani, D’Alema, Speranza (Mdp). Civati (Possibile), Fratoianni e Fassina (Sinistra Italiana), Bonelli (Verdi), Tabacci (Centro democratico), i redattori dell’”Unità” che ha chiuso i battenti. Delinea il traguardo: «Oggi nasce la nuova casa comune del centrosinistra. Senza dimenticare il passato, ma radicalmente innovativo». Insiste sulla necessità di superare i laceranti contrasti: «Non c’è altra strada insieme. L’altra strada della divisione, di non essere ancorati a principi rischia di dare il nostro Paese alla destra, al populismo, alla demagogia». Ma insieme con Renzi è un’impresa difficile: c’è una “mancanza di autocritica”, anche dopo “la sonora sconfitta” nelle elezioni comunali di giugno.

Chi attacca frontalmente Renzi a piazza Santi Apostoli, applaudito dai militanti, è Bersani. L’ex segretario democratico chiede una «radicale discontinuità» e «non per rancore, nostalgia, antipatia ma perché abbiamo un pensiero radicalmente diverso». Boccia la gestione leaderista del partito e le scelte politiche del governo soprattutto sul lavoro. Usa parole pesanti come pietre: «Basta camarille, gigli magici, arroganza. Non se ne può più».

La sinistra di Roma e la sinistra di Milano parlano lingue diverse, le distanze aumentano, viaggiano ormai in rotta di collisione. È difficile immaginare, per ora, una collaborazione. Sarà arduo, forse impossibile costruire una intesa elettorale per le politiche.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Viminale alla Raggi: “I soldi sui migranti li avete presi”

minniti_raggiIl Viminale risponde a suon di numeri alla Sindaca Raggi. Virginia Raggi aveva infatti protestato e chiesto di porre un freno ai profughi, ma dal Ministero degli Interni arriva una lunga lettera in cui si fa presente che non solo Roma deve fare la sua parte, ma che il Campidoglio ha già beneficiato del Bonus Gratitudine di 500 euro a migrante: nelle casse della Capitale infatti sono stati versati, tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017, 2 milioni e 340 mila euro. Inoltre, sempre lo scorso anno, nell’autunno del 2016, il governo ha anche elargito all’amministrazione comunale capitolina un contributo straordinario di mezzo milione di euro per l’accoglienza dei profughi.
La Sindaca di Roma sembra essersene dimenticata e ieri dopo aver presentato il piano per superare i campi rom in città, Virginia Raggi aveva chiesto al Ministero dell’Interno di mettere un freno agli arrivi dei migranti e ai nuovi centri accoglienza nella Capitale. Vista la “forte presenza migratoria e il continuo flusso di cittadini stranieri”, per la sindaca serve “una moratoria sui nuovi arrivi” in città. La sua posizione è messa nero su bianco in una lettera inviata al prefetto Paola Basilone: “Trovo impossibile, oltre che rischioso, ipotizzare ulteriori strutture di accoglienza, peraltro di rilevante impatto e consistenza numerica sul territorio comunale”. L’argomento rimbalza presto a livello nazionale, con il blog di Beppe Grillo che rilancia e sottolinea gli impegni dell’amministrazione anche su altri fronti: “Chiusura dei campi rom, censimento di tutte le aree abusive e le tendopoli. Chi si dichiara senza reddito e gira con auto di lusso è fuori. Chi chiede soldi in metropolitana, magari con minorenni al seguito, è fuori”.
Tuttavia Roma non regge nemmeno il confronto con Milano, nella Capitale ci sono 4694 migranti dei 7250 previsti dal Viminale, mentre nel Capoluogo lombardo ben 5500 dei 4104 previsti. Ma la posizione di Roma non solo non trova riscontro nei fatti, ma nemmeno nei patti. In base all’accordo del 10 luglio 2014, ogni regione deve accogliere una percentuale di migranti pari alla propria quota di accesso al Fondo nazionale per le politiche sociali (per esempio alla Lombardia spetta il 14,15% del totale e al Lazio l’8,6%). E così nel “piano dei 200mila” a tutti toccherà fare di più di oggi. Due esempi: nel 2017 la Lombardia dovrà passare dagli attuali 25mila posti a oltre 28mila, la Campania da 16mila a oltre 19mila. E all’interno di ogni regione, l’accordo Viminale-Anci di dicembre prevede che i comuni fino a duemila abitanti dovranno ospitare 6 migranti, i comuni con più di 2mila abitanti 3,5 migranti ogni mille residenti, mente le città metropolitane (già sotto stress, in quanto hub di transito di molti rifugiati) avranno uno “sconto”: 2/3 posti ogni mille abitanti.