Roma, Psi a congresso. Più forza alla nostra presenza

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Il congresso della federazione romana ha una sua evidente particolarità. È il congresso della capitale d’Italia e della città metropolita di Roma, la più estesa d’Italia e forse quella in cui più si avvertono le tensioni tra una sua proiezione europea e internazionale e il continuo richiamo ad una realtà che la rende prossima alla stagnazione civica, al ripiegamento su se stessa, un disincantato e impotente abbandono alla retorica della grande bellezza.

E’ la realtà  dove il centro-sinistra al governo  ha dovuto fare i conti con un intreccio perverso tra politica e malaffare, un insieme di forze trasversali che ne ha intaccato profondamente la credibilità e la fiducia da parte dei cittadini, scontando anche una sovra rappresentazione mediatica che con la formula di “mafia capitale” è riuscita ad offuscare anche il buon lavoro di fondo prodotto negli anni dal c.d. modello Roma, tuttavia esaltandone  i limiti progettuali, strategici e di visione del futuro. La conquista del Campidoglio da parte del movimento 5 Stelle non ha ancora fatto maturare una riflessione adeguata, e molto c’è da fare per ridare alla sinistra nel suo insieme credibilità e capacità di rappresentanza sociale, prima ancora che  politica, come del resto dimostra anche il recente voto nel municipio di Ostia.

locandina_congresso_RomaTra crisi dei rifiuti, mobilità al collasso e crescenti tensioni sociali, generate anche dall’incapace gestione del fenomeno immigrazione, proveremo a dire la nostra e ad avanzare qualche proposta che riteniamo importante e degna di attenzione. Ma porremo al centro del dibattito anche il necessario rinvigorimento della presenza socialista nella città, partendo dall’esperienza di “Una rosa per Roma”, dai suoi limiti e dai suoi pregi, per guardare con la giusta dose di consapevolezza agli importanti appuntamenti che ci attendono nel prossimo futuro: le elezioni regionali e le elezioni politiche generali.

Loreto Del Cimmuto
Segretario federazione romana del PSI

“Ferrari: race to immortality”. La corsa al successo e alla gloria

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“Ferrari: race to immortality” (film nella selezione ufficiale alla Festa del cinema di Roma, per la regia di Daryl Goodrich), racconta come nasce un mito. Il successo è fatto di scelte dolorose, non sempre facili, ma che vanno condivise comunque. Anche e soprattutto in uno sport di squadra. Il senso del gruppo è fondamentale, ma a giocare un ruolo preponderante non sono solo gli attori principali (gli sportivi); c’é bisogno di veri professionisti, che investono risorse ed energie. Lo sport ormai è diventato un vero e proprio business, allora ecco la rilevanza di imprenditori del calibro di Ferrari per mostrare quanto, anche in una disciplina sportiva come l’automobilismo, non siano solo i corridori ad essere protagonisti, ma soprattutto un intero staff di addetti ai lavoratori e di imprenditori che gestiscono l’azienda per cui lavorano. Così si riesce a scrivere la storia come ha fatto Enzo Ferrari. Anche a costo di risultare ‘antipatici’ e andando contro-corrente, come fatto da allenatori quali Nick Bollettieri nel tennis.
E Ferrari é stato un po’ un allenatore per i ragazzi della sua scuderia, che considerò come figli. Soprattutto Peter Collins, dopo aver perso il figlio Dino. Raccontare questo sport in modo diverso, ripercorrendo le tappe più salienti che la “casa Ferrari” ha vissuto (da quelle gioiose a quelle traumatiche), con filmati d’epoca e intervista con voce fuori campo ad Enzo Ferrari, é un modo diverso e originale per parlare di questo sport. E di questa scalata al successo, di come si raggiunge la gloria e una fama immortali ed eterne. Immortalità che costa cara spesso.
All’epoca dei piloti gentleman, questi piloti erano come star, dei gladiatori, dei guerrieri. Dei veri combattenti, insomma, che però non persero la loro umanità. E forse questo li aiutava a farli sentire più forti in uno sport così pericoloso; con la consapevolezza che lo era e che tutto poteva finire da un momento all’altro. Ma soprattutto li univa e li faceva sentire più umani, accomunati da uno stesso destino: accettare il rischio di poter morire ogni giorno in pista per un semplice e banale errore e perdere tutto, lasciare famiglia e cari. Ma rimanevano amici. Tanto che Mike (Hawthorn) e Peter (Collins) si chiamavano ‘mon ami mate’. Erano delle vere star, dei lottatori che lottavano per l’immortalità, per essere eterni. Per sempre. Sarebbero rimasti nella memoria collettiva non solo con la morte (in pista e non solo) o dopo di essa, ma a prescindere. Del resto era lo stesso Ferrari ad affermare loro: “che tu vinca o perda sarai immortale”. Eppure non correvano solo per questo. Erano 5 piloti per 4 macchine  nella Ferrari, che lo faceva apposta per metterli in competizione perché dessero il massimo per lui: “abbiamo bisogno di vincitori, non di chi arriva secondo o terzo”, era del resto la sua regola. Ma non sembravano provare invidie. Anzi, conoscevano il rispetto reciproco e avevano cura di rispettare appunto una gerarchia interna ed implicita loro di chi era il pilota più forte. Il più alto esempio di sportività (da ricordare) e di complicità lo si ebbe nel 1956, quando (a un passo dal traguardo e dal diventare campione mondiale) a Monza Collins scese dalla macchina e fece guidare e condurre al traguardo e salire sul podio Juan Manuel Fangio. “Una star può essere molto speciale” – commentò Ferrari -.
La loro era più una voglia di superare i propri limiti, ma anche la malattia: pensiamo ad esempio ad Hawthorn, che scendeva in pista nonostante glu avessero diagnosticato una grave patologia renale che non gli avrebbe lasciato più di un anno e mezzo di vita. Dall’altro lato gli faceva eco Peter Collins, il cui motto era ‘life is short’: ‘La vita è (troppo) breve’ e che amava vivere all’eccesso.
Non era solo una questione di velocità (una gara a chi correva più forte) o di adrenalina del rischio. Del resto: “dove c’è pericolo c’è eccitazione” riteneva Ferrari. E poi “la paura – proseguiva – viene da ciò che non si conosce né può controllare. Un po’ come sporgersi dalla finestra per vedere quanto ci si può spingere oltre nel vuoto” – diceva -. Invece lui parve avere sempre il pieno e totale controllo di tutto. Scomparso a 90 anni, rimarrà famoso per la capacità che dimostrò di sapere sempre quello che doveva fare, di ripartire, di ricominciare, di re-inventarsi, di voltare pagina.
Perché lo fece? Perché “i piloti sanno apprezzare la vita meglio degli altri”, forse perché rischiano di perderla ogni volta. Talent scout, nel docu-film é egli stesso a raccontare questo sport, non solo come si diventa un businessman self made. Una disciplina emozionante. Tutto parte dal momento del via: che cosa si prova in quell’istante? “Una serie di sensazioni che poi scompaiono quando viene dato”, parola di Ferrari.
Per lui i piloti si dividono in due categorie: i dilettanti, ambiziosi, e i professionisti. Purtroppo, fece notare, l’Italia spesso non offre le strutture giuste per emergere e non dà i giusti mezzi come accade agli stranieri. Intransigente, per lui il successo dipendeva per il 60% dall’auto e per il restante 40% dal pilota. Ma la sua visione del successo era quanto mai dura: “dietro il successo c’è qualcosa di terribile. Gli italiani perdonano tutto e tutti, anche i ladri, ma il successo a nessuno”. Anche per questo c’è chi lo definì “un dittatore”: “se significa pretendere lo stesso impegno che profondo nel mio lavoro, allora sì lo sono”.
Molto severo, riteneva che “un uomo (tanto più un pilota) non ha bisogno di intrattenimento: lo distrae”; infatti “la decadenza di un fuoriclasse – aggiunse -, comincia quando antepone interessi privati a quelli sportivi e professionali”. Non credeva alla sfortuna: “é solo la capacità di ciò che non abbiamo saputo vedere”. Paura? No, non sembrava conoscerla o comunque sapeva controllarla e come superarla. Gestirla era facile per lui: “bisogna lavorare in continuazione; altrimenti poi si pensa alla morte”, era la sua regola. Il segreto, il coraggio, la forza di un uomo che ha scommesso tutta la sua vita per questo successo: la vittoria e la conquista dell’immortalità. Si circondò di uomini che hanno fatto sì che si portasse umanità in uno sport così crudele e spietato a volte, ‘assassino’. Pericoloso non solo per chi lo fa, ma anche per chi lo guarda. Durante gli incidenti in cui spesso perdono la vita i piloti, resta uccisa anche gente del pubblico, tra cui molti bambini innocenti e ci sono molti feriti anche gravi (un esempio su tutti: pensiamo a quello a Le Mans del 1955, quando morì Hawthorn e persero la vita altre 83 persone). Eppure come per un calciatore attaccato alla propria maglia (della sua squadra o della nazionale), questi piloti preferirono continuare a correre per e nella Ferrari più che cambiare auto. Inoltre da notare quanto Ferrari seppe unire i piloti italiani (come Eugenio Castellotti e Luigi Musso) a quelli stranieri , nonostante le divergenze ed i contrasti iniziali. Non rappresentavano più e solo la loro nazione, ma una squadra. Una sorta di soldati pronti a combattere e morire per un ideale: quello dello sport più che della gloria, che tuttavia comunque non disdegnarono mai. Quasi partigiani della libertà (probabilmente il maggiore senso di leggerezza che dava loro la corsa).
La parte più bella rimane sempre quella umana; della testimonianza – ad esempio – delle donne, compagne, mogli, fidanzate, future spose, che sono rimaste al fianco di questi uomini nonostante tutto e che spesso li hanno persi all’improvviso, quando meno se lo aspettavano o quando stavano per coronare i loro sogni. Desideri che ognuno di loro portava dentro sé, custodiva e difendeva fortemente. Restavano molto umani al di là della loro sfida alla sorte. Sogni infranti forse, ma non quello di essere migliori. Come hanno contribuito a rendere migliore la Ferrari e come ha fatto – del resto – lo stesso Enzo Ferrari. Ieri come oggi non dobbiamo mai dimenticare il loro esempio. Perché anche questo è l’automobilismo e lo sport in general.

Ba. Co.

Festa del cinema 12…volte più ricca
di eventi

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Iniziata la 12^ edizione della Festa del cinema di Roma, è sempre più ricca.
Non solo film, anteprime e masterclass. In ogni luogo e in ogni dove. Il mondo dell’audiovisivo vive nella Capitale per dieci giorni. Ovviamente grande attesa per le star internazionali: da Christoph Waltz, a Xavier Dolan, a Jake Gyllenhaal, a Chuck Palahniuk, a Ian McKellen, a Michael Nyman, a Vanessa Redgrave, per finire con Phil Jackson e David Lynch; per continuare con gli ospiti italianissimi: Rosario Fiorello, Nanni Moretti e Gigi Proietti. Con tanto di omaggio a Totò, oltre alla classica ‘Retrospettiva’ tutta rigorosamente italiana.
Poi ovviamente suscita sempre attenzione ed interesse la sezione di “Alice nella città”, che offrirà anteprima di “Frozen 2” ed il proseguo de “Il ragazzo invisibile”. Tutto in esclusiva per le scuole; non a caso anche quest’anno “Alice nella città”  sarà al fianco di ‘Every child is my child’ (‘ogni bambino è il mio bambino’, il collettivo di artisti presieduto da Anna Foglietta); per attivare una raccolta fondi a favore di due iniziative della Onlus di Lorenzo Locati “Si può fare”, e per replicare la positiva esperienza degli scorsi anni quando si è arrivati a cumulare quasi due milioni di euro.
Ma la Festa del cinema é sempre più impegnata nel sociale. Non si può non citare la campagna di Amref (charity partner della kermesse, che quest’anno festeggia i 60 anni di attività): “Africa per me non sei zero”; per far capire come agisce Amref sono stati realizzati un cortometraggio (regia di Antonio Costa, con Remo Girone, Paolo Briguglia e Lorenzo Lavia), prodotto da 8Production, un documentario di Werner Herzog sui suoi fondatori dal titolo “I medici volontari dell’Africa orientale” e una mostra di ritratti di Francesco Cabras.
65 anni anche per Anac (l’Associazione nazionale autori cinematografici), che si è dedicata un film documentario in quattro parti che raccoglie testimonianze e interviste di soci e membri (tra i quali vanta – ad esempio – Ettore Scola). Per l’occasione della Festa del cinema ne è stata fatta una versione ridotta dai suoi realizzatori: Francesco Ranieri Martinotti, Pierpaolo Andriani, Tino Franco, Giuliana Gamba, Alessandro Rossetti, Giacomo Scarpelli, Alessandro Trigona.
Per quanto riguarda ancora ricorrenze e sfera solidale, molto rilevante in questa edizione l’impegno per la promozione di un’alimentazione equilibrata e nutriente contro i rischi dell’obesità, di cui soffre in Italia un bambino su tre. La dieta mediterranea, 50 anni fa, veniva proclamata “Patrimonio culturale immateriale dell’umanità” dall’Unesco. Il corto “Good food” (prodotto da Morol Srl e con Salvatore Esposito, Giorgio Colangeli, Justine Mattera) ricorda questo importante anniversario.
Quest’ultimo richiama il film “Food” dei registi Rusca, che sarà proiettato durante un convegno sulle eccedenze alimentari (organizzato dal Codacons e fissato per il 3 novembre prossimo allo ‘Spazio Tiziano’). In tale circostanza, inoltre, sarà assegnato il “Premio amico del consumatore”, rivolto a tutte le personalità che si sono contraddistinte in tale ambito. E istituito per sensibilizzare su un tema così rilevante ed attuale. Come – del resto – il concorso cinematografico “Doc Wine Travel Food” da parte di ‘Gambero rosso’ e giunto alla 3^ edizione. Lo scopo è veicolare il messaggio che il nostro benessere mentale e fisico passa anche e attraverso il cibo, quello che mangiamo; pertanto é bene conoscere ed essere consapevoli degli effetti benefici e curativi di una corretta alimentazione sana.
Questo progetto non poteva non essere che in collaborazione con il policlinico Gemelli. E non è il solo. Ve ne è anche un altro, che vede coinvolta la struttura ospedaliera e portato avanti da ‘MediCinema Italia Onlus’: ossia la programmazione di film all’interno del nosocomio dove è stata allestita (a partire dal 2016) una vera e propria sala cinematografica. Questo permetterà ai pazienti (durante la Festa del cinema) di poter vedere – in contemporanea – due film del programma ufficiale. Con tale selezione si arricchisce la programmazione bisettimanale che avviene al policlinico Gemelli (tutti i martedì e i giovedì, quando è rivolta solamente ai pazienti pediatrici).
Ed i film della Festa del cinema approderanno non solo in ospedale, ma anche in carcere, nel penitenziario di Rebibbia: dal 31 ottobre fino al 2 novembre ed i film saranno ad ingresso gratuito; e il 3 novembre (alle ore 11) – per la prima volta – anche nella sala cinema ‘Melograno’ della Casa Circondariale Femminile. Qui, oltre a un film della Festa del cinema, vi sarà la proiezione del cortometraggio ‘SalviAmo la faccia’ (con protagoniste delle detenute e Giulia Merenda quale regista).
Un’iniziativa, quest’ultima, che si inserisce in un progetto più ampio contro la violenza di genere – tema da sempre affrontato qui alla Festa del cinema  -, promosso dalla Fondazione Doppia Difesa (voluta da Michelle Hunziker e dall’avvocato Giulia Bongiorno). Per sensibilizzare l’opinione pubblica su un argomento così rilevante, verranno proiettati tre film che lo trattano con profondità. Il primo novembre sarà la volta di “Uccisa in attesa di giudizio” (regia di Andrea Costantini, con Ambra Angiolini ed Alessio Boni). Poi il 3, invece, verrà proiettato “Sara”, sull’omicidio di Sara Di Pietrantonio (che sarà mandato in onda su Real Time nella giornata contro la violenza sulle donne del 26 novembre), a cui seguirà un dibattito con la madre della giovane, con la giornalista Dacia Maraini, con la senatrice Francesca Puglisi e con uno degli autori del documentario: Daniele Autieri. Lo stesso giorno sarà, infine, il turno di “Ma l’amore c’entra?”, che raccoglie le storie di tre uomini che hanno cercato di cambiare (dando, così, anche la visione maschile del problema e offrendo anche quel punto di vista). Tutti eventi ospitati dal Maxxi, che avranno luogo lì dove molti altri avverranno.
Un esempio è stato quello sull’importanza del ‘Made in Italy’ (del 27 ottobre scorso), con la proiezione del cortometraggio “Cinque” e un convegno sulle eccellenze dell’artigianato nostrano. Oppure quello del giorno dopo (il 28) su “Creatività e crescita culturale in Europa: quale ruolo per il servizio pubblico?”, con Luca Bergamo; per interrogarsi su quanto il mondo dell’audiovisivo offrano un servizio pubblico, facendosi promotori di cultura e veicolando creatività attraverso radio e tv. E ancora l’altro (del 30 ottobre), che analizza quanto la critica cinematografica possa cambiare a seconda del mezzo su cui viene trasmessa; non solo carta stampata, ma anche il web, non esclusivamente su giornali e quotidiani, ma anche da riviste e altri mass media più o meno specializzati e specialistici. Mezzi di comunicazione di massa che comprendono anche i libri, non necessariamente settoriali e di nicchia e per appassionati o addetti ai lavori, ma che instaurano dibattiti universali su tale problematica. Infatti, durante il panel “Condizioni critiche” della Festa del cinema (replica ‘fortunata’ della precedente edizione), c’è stato il confronto tra Annette Insdorf (della Columbia University) – non a caso critico cinematografico del The New York Times – e Paolo Mereghetti del Corriere della Sera.
Del resto era il dicembre 2015 quando Roma è stata eletta City of Film – ovvero città creativa dell’Unesco. Ora, a distanza di due anni, si vuole fare di più costruendo un vero e proprio Museo Italiano dell’Audiovisivo e del Cinema (Miac). Non solo. Durante un altro dibattito (del 32 ottobre) si parla dell’ipotesi di una cooperazione tra città sede della creatività stessa.
Ed è in tale ambito che la Festa del cinema si è fatta momento di riflessione, stimolando a pensare a quale sia stata l’evoluzione e quale futuro per l’audiovisivo; prima con un convegno del 27 ottobre (voluto da Anica, Apt, Istituto Luce Cinecittà, Mise e Mibact) e, poi, von la proiezione di un film “La macchina umana” (con Valentina Corti, il 31, perla regia di Adelmo Togliani e Simone Siragusano).
A questo proposito, non si può non parlare del coinvolgimento de
Barbara Conti

Radicali: da domenica
a congresso a Roma

radicali

“Futuro, una sfida radicale” è il titolo scelto quest’anno per un appuntamento che vedrà al centro le grandi sfide sul fronte italiano, europeo e internazionale su cui il contributo di Radicali Italiani può essere decisivo per la difesa delle libertà e dello Stato di diritto e per quanti si battono per una società aperta davanti all’avanzata di movimenti populisti e nazionalisti”. I lavori si apriranno alle ore 16.30 di domenica all’Ergife, a Roma, si legge in una nota. Con le Relazioni del Segretario, Riccardo Magi e del Tesoriere, Michele Capano. Con il XVI Congresso – prosegue la nota – si chiude un anno ricco di iniziative e di successi per il movimento: ultimo, in ordine di tempo, la campagna “Ero straniero – L’umanità che fa bene” con oltre 80 mila firme raccolte sulla legge di iniziativa popolare per superare la Bossi-Fini che Radicali Italiani ha promosso insieme a un ampio fronte di organizzazioni cattoliche e laiche. Mentre imperversa un dibattito pubblico dominato da demagogia e paura, mentre in tutta Europa l’immigrazione è il terreno di scontro elettorale preferito dai movimenti populisti, Radicali Italiani è la sola forza politica ad aver messo in campo una proposta per governare i flussi migratori in modo strutturale, con regole certe e nel rispetto dei diritti.Tra gli altri traguardi, il referendum radicale promosso a Roma per la messa a gara del trasporto pubblico: un’iniziativa intrapresa nel solco del tradizionale impegno sul fronte delle liberta’ economiche, a favore della concorrenza e contro i monopoli, e che a partire dalla Capitale potrebbe aprire la strada a riforme urgenti in tutto il Paese. Anche il rilancio della battaglia antiproibizionista ha visto Radicali Italiani tra protagonisti di un anno segnato, su questo fronte, dalla grande occasione sprecata dal Parlamento sulla legalizzazione della cannabis: questione su cui il dibattito si è riaperto anche grazie alla legge di iniziativa popolare “Legalizziamo” presentata da Radicali Italiani, con l’Associazione Luca Coscioni, con oltre 67 mila firme. Al centro del dibattito congressuale questi e altri temi su cui il movimento ha condotto o ha in cantiere iniziative politiche: dalla riforma del Trattamento sanitario obbligatorio – per assicurare garanzie e diritti a chi, vittima di disagio psichico, sia privato della libertà personale -, alla giustizia; dalla riforma degli strumenti della partecipazione popolare – il “Referendum Act” – e per l’ampliamento della sovranità del cittadino a tutti i livelli istituzionali, alla riforma del welfare.

Tra i principali temi del congresso il rilancio del federalismo europeo e gli Stati Uniti d’Europa: obiettivo storico di Marco Pannella. All’integrazione europea e alle riforme indispensabili a un’Italia che voglia riconquistare il proprio ruolo in Europa sarà dedicata la convention europeista “Stati Uniti d’Europa, una sfida radicale” promossa da Radicali Italiani ed Emma Bonino che il 28 e il 29 ottobre precederà e aprirà il congresso, con la partecipazione di personalità come Roberto Saviano, Guy Verhofstadt, Giuliano Pisapia, Enrico Letta, Romano Prodi, Carlo Calenda, Mario Giro, Pier Virgilio Dastoli, Marco Cappato, Benedetto Della Vedova e Olivier Dupuis. I lavori del XVI Congresso di Radicali Italiani si concluderanno nel pomeriggio di mercoledì 1 novembre con l’elezione degli organi dirigenti e la votazione dei documenti congressuali. Al congresso sarà presente Emma Bonino. Tra gli ospiti che hanno già confermato la propria presenza, il sindaco di Parma Federico Pizzarotti, il coordinatore esecutivo dei Verdi Angelo Bonelli, il segretario del PSI Riccardo Nencini, Marco Furfaro di Campo Progressista, il vicepresidente nazionale di Legambiente Edoardo Zanchini, Umberto Croppi.

Roma. Buche, in scena Calenda

270242 : (Cecilia Fabiano / EIDON), 2009-02-06 Roma - - Strade di Roma. Manto stradale dissestato dopo il maltempo - Colosseo

Buche, buchette, voragini. Le buche di Roma ormai sono tristemente famose. Le strade devastate della città sono uno dei tanti incubi di Virginia Raggi, non il principale ma certamente il più fastidioso perché resta irrisolto pur essendo di facile soluzione. Tante le promesse fatte durante la campagna elettorale dall’allora candidata grillina al Campidoglio per cancellare le pericolose vie ridotte stile gruviera.
Il 16 giugno 2016 la Raggi, pochi giorni prima della trionfale elezione a sindaca della capitale, assicurava a SkyTg24: «I soldi per le buche si possono trovare dal tesoretto di 1,2 miliardi di euro degli sprechi, ma ci vuole la volontà politica per aggredire sacche di privilegi, cosa mai fatta. Dobbiamo rispettare le norme sugli appalti».
Eletta sindaca le buche di Roma restano, anzi si moltiplicano mentre i mesi passano. Lo scorso febbraio la Raggi si fa coraggio e si cosparge la testa di cenere: «Mi scuso con i romani per le buche, ci stiamo lavorando». A maggio, dopo un nulla di fatto, torna ad assicurare: «I lavori stanno partendo». Effettivamente qualche centinaio di buche è riparato con delle “toppe” di asfalto e il manto di alcune strade è rifatto, ma sono gocce in un mare sconfinato.
Le buche della città salgono a diecimila e sono sempre più pericolose: causano oltre dieci incidenti al giorno, soprattutto tra centauri su moto e ciclisti. In alcuni casi le cadute sono rovinose e danno altro lavoro agli ortopedici degli ospedali. Non riuscendo a riparare le buche, il Campidoglio trova una astuta soluzione: abbassa i limiti di velocità al “passo di lumaca” per ridurre i pericoli di incidenti. A via Nizza i cartelli stradali impongono una velocità (si fa per dire!) di 10 chilometri l’ora. Sulla Cristoforo Colombo, sull’Aurelia e la Salaria i limiti vengono abbassati fino a 30 chilometri l’ora. Poi dei lavori di emergenza risolvono provvisoriamente qualcosa.
Ma il problema resta: Roma ha delle strade devastate somiglianti al frastagliato paesaggio lunare. Così alla fine arriva il soccorso del governo e della regione Lazio al Campidoglio. In particolare interviene Carlo Calenda. Dall’accordo per il rilancio di Roma tra la Raggi, il ministro dello Sviluppo economico Calenda, il governatore del Lazio Nicola Zingaretti, Cgil-Cisl-Uil e le aziende, sembra saltare fuori la soluzione. Il “Tavolo per Roma“, l’intesa pilotata dal ministro (fino ad oltre 3 miliardi di euro di fondi pubblici) siglata lo scorso 17 ottobre al dicastero dello Sviluppo, attiverà anche circa 200 milioni di euro per l’operazione “zero buche”.
Il comune di Roma metterà sul piatto 17,5 milioni di euro, la Regione Lazio 44 milioni, il governo Gentiloni 140. Gran parte del lavoro cadrà sulle spalle di Invitalia, l’azienda del ministero dell’Economia incaricata degli appalti pubblici (ha avuto questo compito nelle zone terremotate, a Pompei, nella bonifica di Bagnoli). Prima è prevista la mappatura degli 8.700 chilometri delle strade romane, poi verranno indette le gare di appalto per i lavori.
L’intenzione è di procedere con celerità. A metà gennaio l’operazione “zero buche” dovrebbe cominciare dalla galleria Giovanni XXIII per poi svilupparsi per tutta la metropoli. Le buche di Roma questa volta hanno i mesi contati, forse.

Leo Sansone
SfogliaRoma

Il Borghese Gentiluomo, Molière di scena
al Sala Umberto

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Il Borghese Gentiluomo, forse la più esilarante commedia di Molière, capolavoro assoluto rappresentato per la prima volta nel 1670 ed arrivato fino ai giorni nostri nella sua freschezza e nella sua comicità, va in scena in questi giorni al Sala Umberto di Roma.

Monsieur Jourdain, il borghese gentiluomo, è un personaggio insieme ridicolo e commovente, divertente e contraddittorio. Jourdain incarna contemporaneamente l’irresistibile tensione al miglioramento di se stesso ed il più becero degli arricchiti, negando continuamente nei fatti ciò che a parole chiama “fame di cultura”, lordandola di orgogliosa ignoranza e arrogante tracotanza.

Attorno a lui gravitano i maestri che dovrebbero formarlo per raggiungere questo status superiore: maestri di musica, di ballo, di filosofia, di scherma, figuri loschissimi che desiderano soltanto derubarlo e truffarlo, coppie di nobili annoiati e scrocconi e una moglie che lo detesta, e che vorrebbe restare nell’immobilità della propria mediocrità, nell’agio ozioso del raggiunto benessere.

A completare il quadretto due coppie di giovani senza speranze e senza ambizioni, tranne quella di sposarsi per sopravvivere alla noia, fra questi Lucile la figlia di Jourdain, per la quale il padre desidera una sorte più “nobile” che il matrimonio con Cleonte.

I quattro giovani, capitanati dall’astuto e perfido Coviello, servo e compare di Cleonte, decideranno di organizzare una messa in scena per gabbare il vecchio, dove si fingeranno dei turchi appunto e, con la scusa di riconoscere a Jourdain un’altissima carica turca – il titolo di Mamamouchi – gli riserveranno un’amara sorpresa.

Nello spettacolo in scena al Sala Umberto di Roma, prodotto dalla Fondazione Teatro Due Parma insieme al Teatro Stabile di Genova, troviamo un’accogliente scenografia che ci riporta nel salotto di casa Jourdain, le luci sono soffuse e le musiche di sottofondo accompagnano il susseguirsi dei dialoghi. L’attore e regista Filippo Dini dirige Valeria Angelozzi, Sara Bertelà, Ilaria Falini, Davide Lorino, Orietta Notari, Roberto Serpi, Marco Zanutto, Ivan Zerbinati. Le scene e i costumi – questi ultimi un mescolamento ben riuscito di tradizione e modernità – sono di Laura Benzi. Particolarmente bravi ed efficaci nella recitazione sia Filippo Dini che Sara Bertelà.

La commedia “Il Borghese Gentiluomo” nasce come sberleffo razzista, commissionato a Molière dal fratello di Re Luigi XIV, in risposta a una indelicatezza commessa da un ambasciatore turco.

In quest’opera, il borghese gentiluomo era la parodia della corte del Re; il ridicolo della società che lui stesso aveva creato. Ma con le vicende della coppia borghese comicamente imitata dalla coppia di sguatteri al loro servizio, Molière suggerisce anche come, di fronte ai sentimenti, sia i ricchi che i poveri si comportino in modo uguale. Ed il regista Dini, conferendo al carattere farsesco di Jourdain lo spessore di un personaggio a tutto tondo, conferma che certi vizi sono connaturati alla natura umana. Molti dei valori che l’autore voleva trasmettere con il Borghese Gentiluomo sono arrivati fino ai nostri tempi: ridere di Monsieur Jourdain equivale a ridere di noi spettatori, del nostro tempo, della nostra epoca folle e misera, consegnandoci un teatro apparentemente “basso”, ridicolo ed esilarante, ma al tempo stesso violento e crudele, “un teatro” come diceva Cesare Garboli “che deride e deforma la realtà senza mai detestarla”.

Altri messaggi che pure la commedia vuole indirizzarci – quali il ruolo crescente delle donne nella società e la contrapposizione ai matrimoni combinati – sono solo apparentemente superati nella società moderna e quindi tuttora attuali.

Lo spettacolo è interessante, un grande classico in chiave moderna, e sarà replicato al Sala Umberto di Roma fino al 29 ottobre, per poi proseguire la tournée a Carpi, Genova, Parma e Pavia.

Al. Sia.

Half Marathon, una corsa
per la pace e il dialogo

mezza pace

Domenica 17 settembre si è svolta a Roma la ” Rome Half Marathon Via Pacis”, la manifestazione sportiva popolare, con partenza da Piazza San Pietro, decisa l’inverno scorso grazie a un accordo tra Pontificio Consiglio della Cultura e Giunta comunale, in collaborazione con la Fidal. Le parole chiave son state “Pace, Solidarietà, Inclusione, Partecipazione”: è stata una manifestazione aperta a tutti, comprendente la mezza maratona, ma anche la 5 chilometri, che ha voluto abbracciare, anche attraverso il percorso della “Via Pacis”, tutte le culture religiose”. S’ è trattato – come hanno ricordato sia Mons. Melchor Sanchez, direttore del dipartimento Cultura e Sport al Pontificio Consiglio della Cultura, che Rav Riccardo Di Segni, Rabbino capo di Roma – d’una maratona vòlta a favorire esplicitamente il dialogo interreligioso e interculturale: alla pari di altre celebri manifestazioni sportive romane (come anzitutto la “Corsa di Miguel”, in programma ogni anno a gennaio in memoria d’ un atleta e poeta argentino tra i piu’ fermi oppositori , a suo tempo, della dittatura militare di Videla).

Quest’aspetto essenziale della corsa era evidenziato anzitutto dal percorso; che, partendo da Via della Conciliazione, ha toccato luoghi di culto emblematici della Capitale, appartenenti a diverse confessioni e comunità religiose, come la Basilica di San Pietro, la Grande Moschea, la Sinagoga, altre chiese cristiane e luoghi religiosi. Hanno partecipato anche atleti appartenenti alla Comunità ebraica romana e alle varie Comunità musulmane della capitale (in rappresentanza anche delle moschee della Magliana e di Centocelle).
In campo maschile, la vittoria è andata al 25nne Eyob Faniel (1h.03:26), nato in Eritra ma dal 2004 in Italia (alle sue spalle, i kenyani Tiongik e Kurgat). In campo femminile,a Sara Berogiato (1h 15′: 37), seguì ta dalla kenyana Jeruto e dalla trentina Dal Ri). Presente anche la sindaca Virginia Raggi (che ha abilmente dribblato le domande sulle importanti occasioni perse da Roma con le prossime Olimpiadi).

“Abbiamo aderito con gioia, convinzione, speranza e spirito unitario a questa Mezza Maratona per la Pace”, dice il fondatore delle Co-mai, Comunità del Mondo Arabo in Italia, e dell’Associazione Medici d’ origine Straniera in Italia (AMSI), Foad Aodi: esprimendo la sua soddisfazione e speranza per un’ iniziativa come questa, “dove un’altra volta lo sport si dimostra uno strumento importante per unire, per costruire ponti tra le religioni e le culture” .”Inoltre”, continua Aodi, che è “Focal Point” per l’integrazione, in Italia, per l’ Alleanza tra le Civiltà (UNAOC, organismo ONU), “dobbiamo proseguire nel nostro impegno con le 4 parole d’ordine che han caratterizzato le nostre 1000 #FestedelDialogo in Italia e in Terra Santa, dal 01 sino all’ 11 settembre: “Dialogo, Conoscenza, Informazione, Pace. Coinvolgendo musulmani, ebrei, cristiani e laici come appunto per questa “Half Marathon”: facciamo partire la #MaratonadelDialogo, unendo le città dei Paesi euromediterranei e la Terra Santa”.

Hanno aderito alla maratona, oltre Amsi e Co-mai, anche il movimento internazionale Uniti per Unire ,la CILI, confederazione Internazionale Laica Interreligiosa, e l’ UMEM-Unione Medica Euromediterranea.

Fabrizio Federici

Gomme e mense Atac, gli atti vanno in procura

atacTra le voci debitorie di Atac si contano 5 milioni di euro con l’azienda fornitrice di gomme, rateizzati in base a un piano di rientro concordato, ma a quel debito, secondo una delibera Anac pubblicata oggi, ha contribuito anche l’omesso controllo sulle forniture da parte dell’azienda. Una vicenda contrattuale su cui pendono anche due procedimenti penali a Teramo, che per l’Anac – a cui non compete la verifica di eventuali responsabilità personali (amministrative e contabili) – presenta criticità anche in relazione al rinnovo per un altro triennio dell’affidamento del servizio allo stesso fornitore, e gli affidamenti diretti e procedure negoziate.

Si parla di “omesso controllo da parte di Atac” e “mancata adeguata definizione nel contratto di appalto delle prestazioni al di fuori del corrispettivo pattuito”. La delibera dell’Anac riguarda il contratto di fornitura e manutenzione dei pneumatici tra il 2013 e il 2016 per le vetture dell’azienda del trasporto pubblico di Roma. Due circostanze che, scrive l’Autorita’ Nazionale Anticorruzione, avrebbero “contribuito a determinare la rilevante esposizione debitoria dell’azienda nei riguardi dell’operatore”. Un debito cresciuto fino ad oltre 5 milioni di euro, ora frazionato in sei rate con un piano di rientro varato nel 2015. Il provvedimento, il numero 895, pubblicato sul sito dell’Autorità, analizza il contratto per la gestione full service dei pneumatici tra Atac e la Gommeur srl per il periodo dal 1 giugno 2013 al 31 maggio 2016. Gli accertamenti sono partiti dopo che lo scorso anno l’Autorità guidata da Raffaele Cantone ha ricevuto un plico di documenti contenenti informazioni relative alla vicenda. Per l’Anac “fatte salve eventuali responsabilità penali, profili di responsabilità per danno erariale potrebbero ravvisarsi con riferimento al rinnovo per un altro triennio dell’affidamento del servizio a Gommeur, nonostante le risultanze della relazione tecnica sulla gestione del servizio pneumatici di Atac nel 2012 e della relazione sulla legittimità della procedura di aggiudicazione nel 2013”.

L’Atac ha comunicato di aver sospeso il rapporto con Gommeur dal 1 giugno 2016 mentre sulle criticità emerse già durante lo svolgimento del contratto l’azienda ha riferito sono in corso due procedimenti penali presso la Procura di Teramo. Dai documenti interni ad Atac analizzati dall’Anac emerge una lunga filiera di possibili anomalie nel contratto. In una relazione già nel 2013 la municipalizzata del Campidoglio scriveva che “le penali previste dal contratto risultavano, in gran parte dei casi, formulate in maniera generica e sono in dubbia o addirittura impossibile applicazione”. Il documento parla anche di una “sostanziale assenza di controlli sull’operato del fornitore” che ha comportato allo stesso non venissero “contestate le carenze evidenziate né applicata alcuna penale”. Mentre un audit del 2016 di Atac sottolinea che “il numero dei pneumatici sostituiti nel triennio dal 2013 al 2016 (11.400 per usura e 15.300 per rottura) è risultato assolutamente incongruo in relazione al numero complessivo dell’intero parco autobus (che ammonta a circa 12 mila gomme) e alla percorrenza media dei bus (circa 45 mila km per singolo mezzo a fronte di una percorrenza media garantita da Gommeur nella propria offerta di gara a 130 mila km)”. E che “le rendicontazioni di Gommeur relative ai pneumatici contenevano numerosi errori che hanno determinato la liquidazione di fatture per importi non dovuti”. Dopo l’analisi del plico e di altra documentazione richiesta ad Atac, l’Anac conclude la sua delibera disponendone l’invio alle Procure della Repubblica di Roma e di Teramo, alla Procura della Corte dei Conti di Roma, alla sindaca Virginia Raggi e all’amministratore unico di Atac.

L’Autorità, inoltre, da mandato agli uffici di “verificare l’effettivo superamento, per le forniture dei pneumatici del sistema delle procedure negoziate e l’entrata a regime della nuova modalità di gestione”.

Oltre la questione gomme vi è anche quella delle mense. Secondo l’Anac l’affidamento da parte di Atac del suo servizio mensa al Dopolavoro aziendale è “avvenuto in violazione delle disposizioni in materia di contratti pubblici”. Una procedura “con possibile danno all’erario da quantificare sulla base del risparmio di spesa che la stessa azienda assume di poter conseguire mediante la procedura di evidenza pubblica in corso di espletamento”.

Un accordo aziendale, che risale al lontano 1974, prevede che a decidere l’affidatario del servizio mensa fossero le sigle sindacali maggiormente rappresentative dei lavoratori Atac. Nel 1998 questa intesa è stata rafforzata con l’aggiunta di un contributo economico finalizzato alla manutenzione dei locali adibiti a mensa. Una formula che, di fatto, concedeva alle sigle sindacali un monopolio della scelta del gestore della mensa. Il procedimento dell’Anac è partito dopo che a maggio 2016 ha acquisito un plico con dei report interni sui rapporti Atac-Dopolavoro. Quanto agli eventuali profili di danno erariale legati alla gestione del servizio mensa al Dopolavoro in assenza di una procedura di evidenza pubblica, si legge nella delibera, in una relazione “la stessa azienda riconosce che per effetto dell’affidamento mediante gara potrà conseguire un risparmio pari circa al 25% rispetto all’impegno di spesa sostenuto nel 2015”.

Nella delibera l’Autorità Nazionale Anticorruzione da mandato di “verificare aggiudicazione della procedura per l’affidamento al nuovo operatore del servizio mensa” e dispone l’invio del testo, che analizza anche l’appalto per la fornitura dei pneumatici, “alla Procura della Repubblica di presso il Tribunale di Teramo, alla Procura di Roma e alla Procura della Corte dei conti di Roma”. La delibera, inoltre, verrà inviata anche “all’amministratore unico di Atac e alla sindaca di Roma Virginia Raggi”.

Buemi: “Serve un nuovo assetto per Roma”

romaIl senatore socialista Enrico Buemi ha presentato un disegno di legge costituzionale riguardate i poteri e l’organizzazione di Roma capitale che, spiega Buemi “ancora non assicurano il migliore esercizio delle funzioni di Roma, quale capitale della Repubblica”. Quindi per il parlamentare del Psi è “giunto il momento di procedere senza tentennamenti, anche alla luce della peculiarità della città di Roma, ad una nuova regolamentazione della capitale che ne definisca l’assetto organizzativo ed istituzionale sull’esempio delle altri grandi capitali europee”.

Ne consegue che “la capitale d’Italia avrà caratteristiche peculiari rispetto agli enti territoriali; per evitare difficoltà di coesistenza – e per un più generico principio di semplificazione evitando la duplicazione di livelli di governo inutili – appare obbligata la soppressione dell’ente provincia di Roma e l’inserimento dei comuni ad essa facenti capo nell’assemblea metropolitana del Lazio: essa si esprimerà, con un ruolo consultivo, nei confronti del nuovo soggetto di governo, per Roma capitale: il Governatore, che è parte del Governo nazionale”.

Buemi spiega: “La scelta di un organo espresso dall’Esecutivo nazionale soffre, ovviamente, anche delle conseguenze del verminaio che viene scoperchiato, da un anno, intorno all’amministrazione comunale: ma è proposta sulla quale ha convenuto la Conferenza programmatica del PSI a Roma il 30 e 31 ottobre 2015, anche perché appare coerente con un più generale impianto ordinamentale, cui gli Stati centrali europei si sono rivolti, per gettare le fondamenta della rinascita urbanistica della loro capitale. A Londra, nel 1666 la vasta ricostruzione dopo il grande incendio avvenne sulla base di piani approntati da Christopher Wren, Controllore dei lavori del Re (1669). A Berlino, Philipp Gerlach, architetto e pianificatore del re nel 1707 fu incaricato da Federico Guglielmo I di estendere lo sviluppo della città verso ovest con la pianificazione della Pariser Platz. A Parigi il barone Haussman era prefetto della città (1853-1870) quando sovrintese alla sua radicale trasformazione e alla sua straordinaria crescita (da 1,2 a 2 milioni di abitanti); fino a pochi anni fa, la funzione di gestione della metropoli francese competeva ad un dipendente del Governo centrale”.

“Roma – continua Buemi – non ha mai avuto questo impegno diretto dello Stato nella sua gestione, ma in compenso ha «sifonato» ingentissime risorse finanziarie dall’Erario nazionale per scelte assunte da amministratori locali senza responsabilità: ecco perché ora vanno attribuite alla responsabilità diretta del Governo nazionale, per mezzo di un suo Governatore, funzioni in materia di pianificazione territoriale strategica, la realizzazione e la gestione di grandi infrastrutture, dei servizi di trasporto a livello metropolitano, dei servizi pubblici a rete (acqua, energia, smaltimento rifiuti), lo sviluppo di politiche attive del lavoro, la pianificazione commerciale della grande distribuzione e delle grandi strutture di vendita, la tutela e la valorizzazione dei beni culturali e dell’ambiente. Possono essere poi delegate con legge statale o regionale o dai comuni facenti parte dell’area metropolitana, ulteriori funzioni oltre a quelle indicate”. Per tutti questi motivi il senatore del Psi aggiunge che “non può mancare un nuovo modello di valutazione dell’ipertrofica macchina amministrativa, attualmente presente nel comune di Roma: se avrà successo, lo si potrà generalizzare per altre realtà critiche sotto il profilo del controllo di legalità e di efficacia ed efficienza di gestione delle risorse pubbliche”.

Insomma si può e di deve “invertire l’assioma «capitale corrotta, nazione infetta»: ripulendo la vetrina della capitale, anche l’Italia guadagnerà nuovo lustro.

Emergenza abitativa. Raggi chiede aiuto a Minniti

sfrattiDopo le polemiche sullo sgombero del palazzo occupato a via Curtantone, Virginia Raggi chiede aiuto al Viminale, proponendo a Minniti di riqualificare le caserme in disuso per farvi alloggiare famiglie in difficoltà. Già in passato il Sindaco Raggi aveva denunciato: “A Roma ci sono circa 200mila case vuote: il Governo studi misure urgenti per disincentivare il fenomeno degli immobili sfitti o invenduti”.
L’incontro di oggi si è svolto “in un clima pienamente costruttivo”. Minniti e Raggi, informano in una nota congiunta, “hanno convenuto sull’importanza di una collaborazione interistituzionale, come quella già in corso con la Regione, per affrontare il tema dell’emergenza abitativa, delle politiche migratorie e dell’accoglienza, stabilendo delle priorità nel rispetto dei principi di legalità e di umanità”. Il ministro Minniti, spiega poi la nota “ha illustrato le linee guida in via di definizione da parte del ministero, fondate su due pilastri, uno nazionale e uno territoriale a partire dalle Città Metropolitane per affrontare il problema degli sgomberi e il tema delle fragilità sociali”.
La sindaca Raggi ha presentato “tra le altre due proposte: la messa a disposizione delle caserme, quelle che hanno peraltro gli alloggi di servizio e che quindi potrebbero essere riadattate per abbassare le liste di attesa. Ricordiamo che a Roma ci sono oltre 10mila persone che attendono una casa da oltre 10 anni. Un’altra proposta a mio avviso interessante è quella di riattivare il mercato immobiliare”.
Il Sindaco di Roma potrebbe così ufficializzare, sul fronte dell’emergenza abitativa, la richiesta di assegnare alle amministrazioni locali caserme e forti con “relative risorse per riqualificarli, renderli disponibili” e “darli alle famiglie” in difficoltà.
Nel frattempo in piazza dell’Esquilino è in corso un sit-in dei movimenti per il diritto alla casa, già ieri Cristiano Armati, del Movimento per il diritto all’abitare ha affermato: “La protesta continua anche perché queste famiglie non hanno un posto dove andare”. Dal tavolo del 30 agosto in Prefettura, infatti, non è emersa alcuna soluzione alternativa. “Gli sgomberati non sono soli: rappresentano uno spaccato costituito da milioni di persone che vivono in povertà assoluta. Eppure non esiste una risposta politica concreta a questo dramma sociale”. Le famiglie sgomberate da Cinecittà vivono per strada dal 10 agosto. Quelle di piazza Indipendenza, prevalentemente composte da rifugiati provenienti dal Corno d’Africa, dal 19.