Bioparco di Roma: simpatica iniziativa
per bambini e non solo

bioparco1E’ stata recentemente inaugurata al Bioparco di Roma la mostra “La cacca: storia naturale dell’innominabile” ovvero: ciò che tutti fanno ma di cui pochi parlano! La rassegna, in doppia lingua, è costituita da dieci sezioni interattive in cui si trovano installazioni tridimensionali e modelli realistici, fra cui due dinosauri con escrementi fossili. E poi la “cacca machine”, una macchina didattica che illustra il processo digestivo a partire dal cibo ingerito.

Tutto ciò, oltre a coinvolgere i fruitori, favorisce l’apprendimento di una tematica ‘particolare’, che suscita ilarità nei visitatori, soprattutto nei bambini, con garbo e ironia. Pensata con un linguaggio e una grafica a misura di bambino, la mostra è di interesse anche per gli adulti, consentendo di apprendere che ben pochi altri materiali si prestano a una simile varietà di utilizzi. La cacca infatti è fonte di cibo, è mezzo di comunicazione, di identificazione, è combustibile, è materiale da costruzione, fertilizzante, nascondiglio.

bioparco“La mostra trae origine dall’omonimo libro della zoologa inglese Nicola Davies – spiega Federico Coccìa, Presidente della Fondazione Bioparco di Roma – ed ha l’obiettivo di far conoscere, in maniera divertente, la naturalità di questo materiale da molteplici punti di vista, a partire da quello fisiologico per arrivare a quello naturalistico ed ecologico, con un filo conduttore: la cacca è vita, ovvero, senza la cacca degli animali non ci sarebbe terra fertile e quindi non ci sarebbero gli alberi, l’ossigeno, il cibo…non ci sarebbe la vita.”

La mostra è introdotta da un percorso erboso minato da cacche che i visitatori devono attraversare facendo attenzione a non calpestare. Ecco il primo impatto con l’innominabile: un fastidio da evitare per scoprire però che non è soltanto questo. Numerose ed interessanti le sezioni della mostra: si parte da “Dimmi cosa mangi…ti dirò come la fai!”,  sezione che evidenzia la correlazione tra ciò che si mangia e ciò che… si fa, quali siano le differenze tra erbivori e carnivori, quale genere di regime alimentare permette di sfruttare meglio le fonti di cibo. I bambini si troveranno davanti a un tavolo apparecchiato con tre modelli di cacca e tre cibi nascosti da coprivivande e dovranno scoprire cosa hanno mangiato i proprietari della cacca.

Vi è poi la sezione “Perché si fa la cacca?”, ovvero il processo della digestione spiegato attraverso la divertente “cacca machine”: da un cesto i bambini possono prelevare modelli in plastica di cibi diversi, li inseriscono nella macchina ed azionano una manovella che produce cacca ed energia.

“La cacca per comunicare”, sezione che spiega il ruolo fondamentale degli escrementi nel linguaggio degli animali,  che la usano per delimitare il territorio, per comunicare la disponibilità sessuale o per segnalare la propria presenza. Attraverso pannelli esplicativi, sagome a grandezza naturale di animali come lontra, tasso, impala e ippopotamo e relative cacche, il visitatore può apprendere come in natura le feci costituiscano una forma di comunicazione. Si prosegue con “Chi l’ha fatta questa?”,  sezione dove sarà possibile imparare ad identificare gli animali dai loro escrementi. Ancora “La cacca da mangiare”, che mette in luce come in alcuni animali coprofagi sfruttino le sostanze nutritive della cacca da un punto di vista alimentare. “La cacca come risorsa per gli animali e per le società umane”, che fa capire come la cacca possa essere utile come materiale da costruzione, come combustibile, fertilizzante o mezzo di difesa. Ed ecco “Scienziati per un giorno”, sezione che mostra l’importanza della cacca per la scienza. Qui una postazione interattiva permette ai bambini di calarsi nei panni di scienziati al lavoro: paleontologi che studiano la cacca fossile, zoologi che analizzano il contenuto di una cacca di volpe, medici/veterinari per osservazione al microscopio di vetrini di feci con parassiti, etologi per rilevare e riconoscere varie tipologie di cacche lungo un percorso allestito. Ed infine “La cacca del passato”, con due enormi modelli tridimensionali di dinosauro: un Neovenator salerii, carnivoro, e un Styracosaurus albertensis, erbivoro. Accanto ai modelli ci sono modelli di coproliti, ovvero escrementi fossili. Al termine del percorso, un plastico stilizzato rappresenta in sequenza la trasformazione della cacca in sostanza concimanti, utili per la crescita delle piante.

La mostra sarà visibile fino al 30 giugno 2017 e le prossime due domeniche – il 19 e  26 marzo – saranno disponibili specifiche attività collegate per tutta la famiglia, quali laboratori e  visite guidate.

Redazione Avanti!

Nasce ‘Sfoglia Roma’,
una voce libera

sfogliaromaNasce ‘Sfoglia Roma’,  giornale online dedicato alla capitale, che è visibile in rete da giovedì 9 marzo all’indirizzo www.sfogliaroma.it.  Nel primo numero, l’incredibile vicenda di uno dei ponti sul Tevere, ponte Principe Amedeo Savoia Aosta, con problemi strutturali e vietato ai bus ma non alle auto da quasi un anno. Lo stadio della Roma che dilania il M5S con Grillo che salva la sindaca Raggi, ma non ha il coraggio di proclamare un referendum tra i cittadini dopo aver indicato la necessità di una consultazione (“Prima sentiremo la popolazione”). L’odissea di un viaggiatore nella vana ricerca di un taxi e le traversie di chi chiede  una nuova  carta d’identità per sostituire quella sbagliata (“Torni pure tra 23 giorni”).

E ancora: il varo del Museo del Calcio Internazionale in via Merulana con 5 mila cimeli dei grandi fuoriclasse del pallone; lo scontro tra  i leader degli intellettuali pro  e contro Ottaviano Augusto, Mecenate e Messalla, raccontato attraverso il resti della villa sull’Appia del secondo. Indipendente da partiti, lobby, centri di potere e associazioni di qualsiasi natura, ‘Sfoglia Roma’ nasce su iniziativa di Rodolfo Ruocco e Felice Saulino, due giornalisti professionisti con alle spalle una lunga esperienza di lavoro come cronisti di economia e politica.

In un universo mediatico in cui oggi si confonde la propaganda con l’informazione, il comunicato o il twitt con la notizia,  l’obiettivo di ‘Sfoglia Roma’è quello di pubblicare notizie chiare, certe e verificate. Preferibilmente scomode per chi comanda. La formula è quella di “osservare, analizzare e raccontare” le vicende della capitale fornendo una chiave di lettura senza la quale spesso risultano incomprensibili.

Top & Flop. Mertens e Reina super, la Roma resta Immobile

Settimana da dimenticare per i giallorossi: dopo il ko in Coppa Italia contro la Lazio, i ragazzi di Spalletti perdono 1-2 all’Olimpico contro un ottimo Napoli, trascinato dalla doppietta dell’attaccante belga e dalle parate del portiere spagnolo. Ne approfitta solo in parte la Juventus, che torna a pareggiare (1-1 a Udine) in Serie A dopo oltre un anno e ora è a +8 sulla Roma. Bene Inter e Milan, Atalanta bloccata in casa dalla Fiorentina. Vediamo i top & flop di questa giornata.

immobile (1)TOP – 3. ANDREA BELOTTI – Il centravanti del Torino si trova di fronte la sua ex squadra, il Palermo, ma non si lascia emozionare. Anzi. I granata vincono 3-1 in rimonta e il “Gallo” (così chiamato per la sua esultanza) segna una tripletta spettacolare andando così in fuga nella classifica dei cannonieri (22 reti contro i 19 di Higuain e Dzeko). Recentemente il presidente Cairo gli ha rinnovato il contratto fissando la clausola di rescissione a 100 milioni, ma se l’attaccante della Nazionale continua così c’è il rischio che qualche club estero sia disposto a spendere quella cifra. E quasi quasi farebbe un affare.

  1. PEPE REINA – Da dividere con Dries Mertens. Sono loro infatti i protagonisti della vittoria del Napoli per 2-1 all’Olimpico contro la Roma. I due gol degli azzurri portano la firma del folletto belga, tornato protagonista dopo un paio di prestazione opache, arrivato a 18 reti in campionato. Dopo la prima rete Mertens si rende protagonista di un’esultanza bizzarra (cagnolino che fa la pipì vicino alla bandierina del corner) che non è piaciuta ai tifosi avversari, oltre che ai moralisti. E pensare che, fino a questa giornata, i giallorossi avevano vinto tutte le partite casalinghe: se la striscia si è interrotta ha grandi meriti anche Reina. Il portiere spagnolo è una saracinesca, da applausi l’incredibile parata nei minuti di recupero con un riflesso con cui manda un tiro deviato di Perotti sulla traversa. Un pizzico di fortuna, ovvio, ma una prodezza strepitosa. E ora, con il Napoli a -2 dalla Roma, è grande lotta per il secondo posto
    1. CIRO IMMOBILE – Settimana da incorniciare per l’attaccante della Lazio. Nella semifinale di andata di Coppa Italia firma il 2-0 contro la Roma nel sentitissimo derby capitolino. Un successo che permette ai biancocelesti di vedere la finale, anche se i giochi sono ancora aperti. Non contento, Immobile trascina i suoi anche in campionato nella vittoria esterna, sempre per 2-0, sul campo di un Bologna sempre più in crisi (quarto ko casalingo di fila, non succedeva dal ’91). L’ex attaccante del Torino sigla una doppietta, ben servito prima da Lulic e poi da Milinkovic-Savic, arrivando a 16 gol in campionato. In estate è arrivato per appena 9 milioni: un vero affare.

    Dries Mertens

    Dries Mertens

 

FLOP – 3. GONZALO HIGUAIN – Irriconoscibile nel pareggio 1-1 della Juventus a Udine. Non tocca un pallone, sicuramente i compagni di squadra non lo aiutano, ma è stranamente assente in tutte le azioni di attacco. Per fortuna ci pensa Bonucci per i bianconeri a rispondere al bel gol di Zapata. La Vecchia Signora torna così a pareggiare in Serie A dopo 38 partite e dopo oltre un anno (l’ultimo nel febbraio 2016 con lo 0-0 sul campo del Bologna) allungando a +8 sulla Roma e +10 sul Napoli.

  1. FEDERICO FAZIO – Prestazione opaca nel derby di Coppa Italia contro la Lazio, inguardabile in quella di campionato contro il Napoli. C’è infatti la sua firma negativa in entrambi i gol di Mertens, tant’è che Spalletti lo sostituisce nel secondo tempo. La sua resta comunque una stagione straordinaria, però questi errori pesano in partite così importanti.
    1. JOSIP POSAVEC – Il portiere del Palermo trascorre un pomeriggio da incubo a Torino. Con la sua squadra in vantaggio 1-0, commette due uscite disastrose su gioco da fermo: un invito a nozze per Belotti che lo trafigge di testa senza pietà. Come detto, i granata vincono 3-1 grazie soprattutto al loro centravanti scatenato, ma che difficilmente avrebbe siglato una tripletta se avesse trovato di fronte un portiere più preparato. Non è infatti la prima volta che il 20enne estremo difensore croato compie papere simili (alternate spesso a ottime parate): la sempre più probabile retrocessione dei siciliani ha tra i principali responsabili il povero Posavec.

 

Francesco Carci

Roma, la Raggi ricoverata dopo lieve malore

virginia-raggi

Lieve malore per il sindaco di Roma Virginia Raggi che è ricoverata in ospedale. Raggi si trova al pronto soccorso del San Filippo Neri per alcuni accertamenti diagnostici. Le condizioni cliniche del sindaco di Roma “appaiono in netto miglioramento”, si legge nel bollettino medico letto dal primario dell’ospedale. “Sono stati eseguiti gli accertamenti clinici e diagnostici necessari e non sono state riscontrate alterazioni significative – fa sapere l’azienda sanitaria. Il sindaco verrà mantenuto regolarmente in osservazione per valutare la sua dimissibilità nelle prossime ore”.

Bipartisan gli auguri di pronta guarigione. Ma i nodi restano. Per oggi era previsto un incontro decisivo sulla controversa questione dello stadio. Incontro che dovrebbe tenersi lo stesso, ma qualche ora più tardi per la volontà della sindaca di Roma Virginia Raggi di parteciparvi.

Roberto Giachetti, suo avversario alle elezioni, invia i suoi migliori auguri di pronta guarigione”, ma non lesina le critiche per come è stata gestita la situazIone. “Roma bloccata, dopo consultazioni di una settimana con il capo Grillo cosa deciderà di fare la  sindaca Raggi con lo stadio della Roma? Sarà lei, eletta dai cittadini, a decidere o le tante aree del MoVimento? Il progetto dello stadio della Roma non riguarderà solo i tifosi o gli  amanti del calcio, ma coinvolgerà tutti i cittadini romani, soprattutto quelli che risiedono o lavorano nella zona di Tor di Valle. Questo progetto prevede infatti la bonifica dell’area, la creazione di un parco naturale grande quanto villa Borghese e completamente video-sorvegliato e più di 400 milioni di investimenti per l’urbanizzazione della zona. Tutto a carico dei privati”.

E sul rischio idrogeologico Giachetti afferma: “Un fosso al lato dell’area che è già previsto venga messo in sicurezza nel progetto presentato. Roma deve tornare ad attirare investimenti privati, non deve respingerli come si è fatto per troppi anni. L’ho detto per mesi in campagna elettorale: ogni investimento, sia esso pubblico o  privato, dovrà avvenire secondo criteri di legalità e sicurezza, ma bloccare tutto perché non ci si mette d’accordo in maggioranza è inaccettabile”.

Roma, lo stadio
e l’armata Brancaleone

Come ha autorevolmente affermato Paolo Portoghesi in un paese civile dovrebbe essere il Comune a scegliere la collocazione dello stadio offrendo gratuitamente il terreno e dando vita ad un concorso internazionale di progettazione. L’Urbanistica è materia complessa e tuttavia è quella che più si avvicina alla sfera degli interessi politici. In senso nobile, perché è evidente che l’oggetto dell’una coincide con  quello dell’altra: la polis. Che non è solo ordinamento e comunità ma anche territorio. In senso meno nobile perché sono noti gli appetiti e gli interessi speculativi che scatena e che la buona politica dovrebbe contenere e mettere ai margini. Tuttavia essa è retta da un insieme di norme e regole complicate e, soprattutto, vecchie.

Sorprende che nessuna forza riformista di governo abbia messo al centro dei propri programmi la riforma della legge quadro sull’urbanistica, che risale ormai al 1942, quando la realtà era lontanissima da quella attuale. Da allora si sono susseguite una serie di leggi e normative che hanno integrato e parzialmente modificato il testo del 1942 senza mai giungere ad un testo unico compiuto ed organico. Occorrono anni per approvare un piano regolatore, tra autorizzazioni, deduzioni e controdeduzioni. Quando poi viene approvato si scopre che la realtà che dovrebbe governare si è nel frattempo modificata ed è andata da tutt’altra parte. Tra rigida pianificazione e urbanistica contrattata occorrerebbe trovare una strumentazione più adeguata e al passo coi tempi, che da un lato fissi le grandi invarianti e dall’altra consenta l’attuazione del piano di governo al quale le amministrazioni democraticamente elette vorrebbero  applicarsi.

La vicenda dello stadio della Roma è paradigmatico di una realtà opaca dove il ritorno all’urbanistica contrattata, con un soggetto pubblico (il Comune) debole, apre la strada agli interessi privati e alle loro aspirazioni speculative, in deroga alle norme e alle prescrizioni dell’attuale piano regolatore che quindi si conferma come piano vacuo e privo di effettività. Ed è difficile avere un’idea compiuta del diverso equilibrio degli interessi in gioco. E’ interesse pubblico lo stadio? O lo sono le infrastrutture e i servizi, gli oneri di urbanizzazione ad esso connessi, tutti finanziati, sulla carta, dai privati? La città ha bisogno di infrastrutture e investimenti per la mobilità, ma ha bisogno di un ennesimo mega centro commerciale e direzionale costruito attorno allo stadio? Oppure è interesse pubblico preservare un’area di interesse ambientale dove dovrebbe sorgere un parco fluviale? Come ha autorevolmente affermato Paolo Portoghesi, in un paese civile dovrebbe essere il Comune a scegliere la collocazione dello stadio offrendo gratuitamente il terreno e dando vita ad un concorso internazionale di progettazione.

Ora sembra che il Sindaco Grillo (perché è lui il Sindaco di Roma, anche se i romani ancora non lo sanno, la Raggi è solo una inadeguata collaboratrice) abbia deciso, salomonicamente, che lo stadio si può fare, ma da un ‘altra parte. Tutto ricorda l’armata Brancaleone, quando il noto condottiero, rivolto ad una comitiva di straccioni pellegrini dice:  “Ite dove ve pare….ma da un’altra parte”. Quindi, mentre nella città tutto è degrado,il vecchio ippodromo di Tor di Valle è abbandonato al vandalismo, il Flaminio, in pieno centro idem, lo stadio del nuoto,idem. Quindi, mentre SKY va via da Roma, seguita pare da Mediaset,  Almaviva ha già chiuso, l’ ennesima crisi di Alitalia è alle porte, la città si divide sulla costruzione di uno stadio e l’amministrazione capitolina semplicemente non decide. Butta la palla in tribuna, aggrappandosi al vincolo della sovraintendenza del Comune di Roma. Noi ostinatamente riteniamo invece che Roma avrebbe bisogno di una leadership efficace e trasparente, che individui gli interessi pubblici prevalenti e sia capace di farli valere nel rapporto con gli interessi economici che hanno fatto il bello e il cattivo tempo per decenni. Non è questione di uno stadio. E’questione di capacità di governo, progetto, trasparenza.

Loreto Del Cimmuto
(segretario Psi fed. romana)

Roma, Berdini appeso a un filo

berdiniPaolo Berdini appeso a un filo. I giudici pentastellari chiusi in conclave stanno decidendo suo futuro. Berdini potrebbe concludere la giornata senza più avere l’incarico di assessore all’Urbanistica della giunta di Virginia Raggi. In queste ore sarebbe in corso una riflessione da parte della maggioranza M5S e da parte dello stesso titolare dell’Urbanistica sull’opportunità di interrompere la comune esperienza amministrativa visti i contraccolpi della pubblicazione da parte de La Stampa di una conversazione con Berdini che esprime giudizi poco lusinghieri sulla sindaca e la giunta. Un primo indizio della possibile uscita a breve di Berdini dalla giunta è però l’annullamento della commissione congiunta Sport e Urbanistica, in programma per venerdì, con all’ordine del giorno proprio l’audizione dell’assessore. Resta però l’incognita sul suo possibile sostituto, che al momento non sarebbe ancora stato individuato. La Raggi dal canto suo sembra intenzionata a risolvere la crisi solo quando avrà un’alternativa pronta, senza assumere a se le pesanti deleghe ad Urbanistica e Lavori Pubblici.

A commentare la particolare situazione è un altro ex della Giunta, l’assessore all’Ambiente del Comune di Roma, Paola Muraro, in un’intervista al Messaggero, giornale di certo non tenero nei confronti delle giunta. “Onestamente non mi stupisco, sono cose che Berdini ha sempre detto, anche in giunta davanti a tutti”. Muraro, dimessasi due mesi fa dopo essere stata raggiunta da un avviso di garanzia, si dice “amareggiata e delusa”. Tanto delusa da ammettere che, pur avendo votato per la Raggi, oggi non lo rifarebbe più: “Diciamo che me ne resterei a casa”. E questo perché in Campidoglio è in atto una “sotterranea guerra tra bande” in cui si è perso di vista il bene comune. Le decisioni, specie quelle più delicate, non vengono più prese dalla sindaca e dalla giunta ma “dai vertici del Movimento”. “Ormai – dice Muraro – non si capisce più niente. Non si capisce qual è il bene comune. Mi sembra che abbiano perso di vista questo”.

Intanto da un gruppo di intellettuali arriva un accorato messaggio indirizzato alla Raggi affinché Berdini resti. “Ha ruolo chiave. Non fermate – dicono – il processo di riforma dell’urbanistica romana” Tra i firmatari Alberto Asor Rosa, Fulco Pratesi e altri. E Grillo? Nulla di nuovo, se la prende con i giornalisti, Gentiloni, il governo e tutto il Parlamento.

Rugby oltre lo sport.
Con il Sei Nazioni, arrivano
150 anni di storia

Italia-6-Nazioni-2016-rugby-foto-federugby-twitterDici Sei Nazioni, dici “grande rugby”. Nomini il Sei Nazioni e parli di centocinquant’anni di storia portati con giovanile eleganza che vanno oltre lo sport e riproponendo la tradizione in avveneristiche iconiche arene, sposta masse che gremiscono i centri di Londra, Parigi, Dublino, Edimburgo, Cardiff e, chiaramente, Roma. Nei pub come nei bistrot, nei drinking hole o nelle pizzerie, una stregoneria, che va ben oltre qualsiasi saggio sociologico o antropologico, amalgama inossidabilmente una popolazione eterogenea per lingua, classe sociale e credo religioso, insomma, che nulla accomuna ma legata, fraternamente, dal “cromosoma” ovale. Niente, anche di “quasi simile”, accade in qualsiasi altro sport. Il Sei Nazioni è un grande evento del terzo millenio che non può esimenrsi dall’essere un grande business ed ecco ruotare intorno un dedalo commerciale ad oliare gli ingrannaggi del meccanismo. Dai salatissimi diritti televisi ai ricercatissimi gadget, dalla vendita dei biglietti agli sponsor oltere ai pacchetti turistici “all inclusive”, portano nelle casse dell’organizzazione “Six Nations” svariati milioni di euro e pounds. Cinque milioni si sposterebbero verso la squadra che si aggiudica il “Gran Slam” che tradotto sarebbe rimanere imbattuti nei cinque match. Si vince per la gloria, si vince per l’oro. Insomma il pane e le rose!

La kermesse che prende il via oggi pomeriggio, tutta teletrasmessa in diretta Dmax, non deluderà e sarà foriera di spettacolo.  II Torneo nr 18 parte con il botto. Ad Edimburgo si gioca la partita iniziale con il derby celtico fra Scozia ed Irlanda e subito dopo il big match, al Twickenham Stadium, si scontrano Inghilterra e Francia, un appuntamento mai scontato fra nemici da sempre dove si buttano le basi per la possibile vittoria finale.

Per vedere gli Azzurri si dovrà, invece, attendere il posticipo domenicale.

L’era O’Shea avrà ufficialmente inizio alle 15 all’Olimpico contro il Galles.

Sarà l’ennesimo anno zero per il rugby italiano, quello della profonda, intima, quanto indispensabile trasformazione, del giusto viatico verso un progetto professionistico a trecentosessanta gradi che ottenga l’evoluzione dell’intero movimento. La “rivoluzione” O’Shea ha, quindi, un suo preciso disegno vuole un Italia protagonista. Pre questo chiede “solo” che sia la migliore Italia di sempre con prestazioni superiori che possano tenere in partita gli Azzurri sino alla fine con qualsiasi avversario. Il coach irlandese ha in agenda sia obiettivi a medio lungo termine, vedi i prossimi mondiali che si disputeranno fra due anni, sia a brevissimo come questo Sei Nazioni. Sicuramente il primo match contro un Galles capace di mettere in seria difficoltà chiunque, ricco d’importanti individualità e un immenso gioco di squadra, sarà un test vero e potrà fornire i primi reali responsi sullo stato dell’arte. Ventiquattro gli scontri diretti fra le due compagini con ventuno successi gallesi, due azzurre e un entusiasmante pareggio a cardiff nel 2006. La scelta del XV è stata attenta proponendo, in pratica, un mix tecnico-tattico dove per i primi quaranta minuti ci saranno gli uomini che più hanno giocato fra loro negli ultimi test novembrini tenendo in serbo per la seconda partedell’incontro l’esperienza e le qualità di unomini importanti come Ghiraldini, Minto, Campagnaro. Ma arginare le offensive di Halfpenny, Webb e compagni sarà cosa ardua. Infatti, rispetto alle prestazioni dello scorso novembre, servirà qualcosa di più concreto. Dovrà essere una squadra sempre concentrata e compatta, dalla difesa massiccia e predisposta a repentini capovolgomenti di fronte.

Le aspettattive, per l’ennesima volta, sono tante e dopo tante delusioni servirà un XV competitivo, dalla mentalità vincente e pronto all’abnegazione fintanto l’ovale saltella sul manto erboso.

Insomma quello di cui si ha necessità è di una vera squadra di rugby … fusse che fusse la vorta bona?

ITALIA 15 Padovani; 14 Bisegni, 13 Benvenuti, 12 McLean, 11 Venditti; 10 Canna, 9 Gori; 8 Parisse (c),

7 Mbandà, 6 Steyn; 5 Biagi, 4 Fuser; 3 Cittadini, 2 Gega, 1 Lovotti. CT Conor O’Shea

A disposizione: 16 Ghiraldini, 17 Panico, 18 Ceccarelli, 19 Furno, 20 Minto, 21 Bronzini, 22 Allan, 23 Campagnaro

GALLES 15 Leigh Halfpenny; 14 George North, 13 Jonathan Davies, 12 Scott Williams, 11 Liam Williams; 10 Dan Biggar, 9 Rhys Webb; 8 Ross Moriarty, 7 Justin Tipuric, 6 Sam Warburton; 5 Alun-Wyn Jones (capitano), 4 Jake Ball; 3 Samson Lee, 2 Ken Owens, 1 Nicky Smith. CT Rob Howley

A disposizione: 16 Scott Baldwin, 17 Rob Evans, 18 Tomas Francis, 19 Cory Hill, 20 James King, 21 Gareth Davies, 22 Sam Davies, 23 Jamie Roberts.

Roma, la giunta Raggi sempre più impantanata

raggi-xTarda, eccome se tarda, ogni barlume di iniziativa e proposta progettuale in grado di restituire respiro e speranza alla città. L’ultimo grido di allarme è arrivato dall’Associazione degli industriali del Lazio, che denuncia un’assenza di progettualità e di un vuoto operativo su tutti i settori: dai rifiuti alla mobilità all’immagine della città. Direi anche e forse soprattutto della città metropolitana. Ma se domani si dovesse votare, per il centro-sinistra non si porrebbe solo il problema di trovare un candidato sindaco, ma anche quello di una proposta e una formula politica nuova e credibile. Considerando che nel 2018 si voterà di certo per la Regione.

La giunta Raggi è infatti sempre più impantanata nel groviglio delle indagini giudiziarie e delle guerre tra fazioni. Le immaginiamo, le notti insonni della Sindaca. Tra interrogatori notturni e l’incubo del commissariamento da parte del partito-azienda, non deve essere un bel vivere rischiare di passare alla storia come il più macabro scherzo che la politica ha riservato a Roma e ai romani. Quindi, anche se il nostro iper-garantismo è messo a dura prova, noi continuiamo a metterla sul piano politico, lasciando alla coscienza della Sindaca e dei suoi tutori  la libertà di decidere quando trarre alcune conclusioni. Sempre che non intervenga la magistratura.

E sul pian politico non possiamo non denunciare innanzitutto la scarsa cultura istituzionale dei grillini, che si traduce inevitabilmente anche in scarsa cultura democratica. Pensare, come fa qualcuno da quelle parti, che si possa cambiare tranquillamente cavallo isolando la Raggi per puntare su un vice-sindaco, significa spernacchiare il voto dei romani, le leggi e l’ordinamento degli enti locali. Anche lo stadio della Roma subisce un duro colpo d’arresto. Forse persino a ragione, se i rilievi su cubature, rischio idrogeologico e mobilità hanno qualche fondamento. Ma è un fatto che di strategie e programmi di rilancio della città nemmeno l’ombra. Non ci sono idee sullo sviluppo e l’identità della città, sul risanamento delle aziende, su come far funzionare un welfare messo a dura prova  dall’estendersi dell’area del bisogno e dell’emarginazione sociale, sulla paralisi dei municipi, dove si riproducono in scala ridotta gli scontri e le divisioni del Campidoglio. Fino a quando? Sarà la magistratura o sarà l’orgoglio dei romani a mettere uno stop definitivo? Con cosa si sta misurando nel frattempo il centro-sinistra?

Qui la risposta è altrettanto desolante. Vedremo cosa succederà nel PD romano, che si accinge ad uscire dalla lunga fase del commissariamento, ma credo che, esattamente come sul piano nazionale, il tema sia quello di come ricostruire un campo di sinistra largo, articolato,plurale e, soprattutto, aperto alle forze sane della città. Direi persino oltre i partiti storici. Altre strade non si vedono. Qui non c’è un tema di legge elettorale. Quella c’è  e premia un sindaco e una coalizione. Una coalizione però tutta da ri-costruire, anche in vista delle regionali. Anche  noi socialisti andremo a congresso e non sarà un congresso rituale. Siamo piccoli, ma anche noi abbiamo l’obbligo e  l’onore di avanzare proposte e contenuti programmatici, ed è quello che faremo continuando pervicacemente nella convinzione di riuscire a dare corpo organizzativo e politico a quell’area laico socialista che al centro-sinistra manca come il pane.

Le Case della Salute, obiettivo mancato nel Lazio

casa della saluteContinua la polemica sulle Case di Salute. Dopo il caso sollevato in Emilia Romagna dal sindacato, ora le critiche sulla mancanza di Case di Salute arriva nel Lazio.
I sindacati infatti lamentavano il fatto che le Case della Salute siano importanti e che quindi devono essere sviluppate in tutta la Regione Emilia Romagna: “Quelle realizzate fino ad ora coprono circa il 45 % della popolazione di riferimento – si leggeva nel comunicato – e quindi CGIL -CISL -UIL credono che si debba procedere celermente per la piena realizzazione di quelle programmate e per far si che tutti i cittadini della nostra regione possano avere punti intermedi territoriali a cui accedere invece di andare verso le strutture ospedaliere e i pronti soccorso quando non è necessario”.

La stessa mancanza di realizzazione delle strutture territoriali adeguate è stata evidenziata anche nella Regione Lazio: nel 2016 ad esempio solo 9 delle 48 “Case della Salute” annunciate nel 2013 dalla Regione hanno aperto i battenti, nel 2017 qualcosa si muove, ma la quota è ancora bassa: appena 12 su 48. I “Programmi Operativi 2013–2015” avevano fissato «l’obiettivo di attivare una Casa della Salute presso ciascun distretto» e di «attivare nell’area romana 5 case della salute entro il 31.12.2014».
“Se dovessimo giudicare l’azione della giunta Zingaretti sulla sanità, o meglio, sulla medicina territoriale – cavallo di battaglia del governatore – non avremmo esitazioni a decretarne una sonora bocciatura. Le Case della salute che dovevano essere uno dei ‘pilastri’ del settore, dimostrano a pieno titolo quanto inconsistenti siano gli annunci di parte regionale”. Lo dichiara il presidente di AssoTutela Michel Emi Maritato che insiste: “Nel 2013 ne furono promesse 48, a tutt’oggi ne abbiamo 12 in tutto il Lazio e una soltanto a Roma. Per giunta, quelle esistenti mancano delle linee guida che individuano le modalità di accesso ai servizi. Per non parlare dei fondi investiti: soltanto per la cartellonistica ci sono costate 48 mila euro al momento dell’inaugurazione delle prime quattro. Si tratta di 12mila euro per ogni presidio o si intendeva lo stanziamento per tutte? E ancora, ci chiediamo se, oltre ai 4 milioni di finanziamento totale destinati all’uopo nel 2014 dalla giunta regionale ci siano stati altri impegni economici. Ad esempio, la retribuzione dei medici di medicina generale è costituita da fondi aggiuntivi o le loro prestazioni nelle Case sono dovute contrattualmente, come avviene in altre regioni? Attendiamo risposte immediate da Zingaretti perché si tratta di risorse e, ancora più importante, della tutela della salute di tutti i cittadini”, chiosa Maritato.

Processo Raggi, né Pd e né M5s sono democratici

Il sindaco di Roma Virginia Raggi durante una conferenza stampa al comune di Roma, 15 dicembre 2016. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

ANSA/MASSIMO PERCOSSI

La sezione I del Tribunale di Roma si è espressa un paio di giorni fa sul contratto che la sindaca di Roma Virginia Raggi ha stipulato con Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio (di questo si tratta anche se lei dice che è un contratto con gli elettori: in realtà la multa che ha sottoscritto riguarda i due “garanti” del M5s, gli elettori, retorica e giustificazioni di circostanza a parte, non c’entrano proprio nulla). I giudici hanno dato risposte legali e non politiche. Motivo per il quale se è evidente la sconfitta che il Pd è andato a cercarsi con il lanternino, risulta molto più incomprensibile l’esultanza della sindaca e del Movimento Cinque Stelle: la questione era e resta politica (a essere più impegnativi si potrebbe addirittura parlare di filosofia politica, per i classici del pensiero occidentale comunque una sotto-categoria della filosofia tout court, quella che si cimenta con tematiche immortali e ha snobbato quelle mortali, almeno sino a Karl Marx) e l’errore commesso da Monica Cirinnà, quello di consegnare la soluzione del problema alla supplenza dei giudici, non cancella la questione alla luce di almeno un paio di articoli della Costituzione (per inciso: quella che i pentastellati dicono di difendere ma che poi dimostrano di non conoscere).

Facciamo un passo indietro. L’avvocato Venerando Monello, iscritto al Pd, ha presentato ricorso riguardo al contratto firmato da Virginia Raggi e dai consiglieri pentastellati con la Casaleggio Associati. L’avvocato contestava la violazione del divieto di vincolo di mandato, appellandosi all’articolo 1343 del Codice civile che prevede la nullità di ogni contratto «contrario a norme imperative, all’ordine pubblico e al buon costume» e chiedeva anche che la sindaca fosse dichiarata ineleggibile, in quanto per gli eletti non ci può essere vincolo di mandato come prevede l’articolo 67 della Costituzione.

Come se non bastasse, il contratto in oggetto impegna gli eletti a consultare sempre il garante del movimento, alias Beppe Grillo, per ogni decisione cruciale dell’amministrazione. I firmatari sono obbligati poi a seguire le linee etiche del Movimento e “in caso di violazioni la quantificazione del danno all’immagine che subirà il M5S” sarà di 150 mila euro. Soldi che saranno dati in beneficienza a “un Ente che opera a fini benefici” scelto dalla Casaleggio Associati. Un contratto con una società privata. Un fac-simile del contratto firmato dagli europarlamentari, la “carta straccia” firmata da Marco Affronte che dovrebbe pagare 250.000 euro di penale alla Casaleggio per aver cambiato gruppo parlamentare.

Secondo Venerando Monello “la finalità del contratto non è solo quella di coordinare e gestire l’attività politica degli amministratori eletti nelle liste del M5S, ma quella di coartare la volontà decisionale degli atti politici e amministrativi degli stessi eletti, attraverso l’imposizione di specifiche direttive in deroga al principio costituzionale di divieto di mandato imperativo, ottenute anche attraverso la concreta possibilità di azionare contro gli amministratori il pagamento di una sanzione pecuniaria, in caso di dissenso”.

Il tribunale di Roma era chiamato ad esprimersi su due punti: l’ineleggibilità della sindaca e la validità del contratto. Riguardo al primo punto il tribunale ha dichiarato la sindaca eleggibile in quanto i casi di ineleggibilità sono elencati dalla legge e quelli invocati contro la Raggi non vi rientrano. Il discorso del giudice è semplice e inappuntabile. L’elettorato passivo (cioè la possibilità di candidarsi e farsi eleggere) rappresenta per le norme ordinarie e costituzionali, la normalità; la confisca di questo diritto, pertanto, essendo l’eccezione, è possibile solo sulla base di motivazioni ben “tipizzate”, cioè indicate precisamente dalle leggi. In sostanza, il giudice rispetto a questa “eccezione” non ha un potere interpretativo discrezionale, deve semplicemente rifarsi la lettera della norma. Norma che, nella fattispecie in oggetto (cioè l’elezione a sindaco della Raggi) è l’articolo 60 comma 1 del d.lgs n. 267 del 2000 che indica espressamente e chiaramente dodici situazioni di ineleggibilità. Quella della firma del contratto non è prevista, pertanto la Raggi è eleggibile. La scelta dei giudici riguarda la forma giuridica, non la sostanza politica né la coerenza costituzionale di quel rapporto.

Anche sul secondo punto si è strumentalmente fatta passare l’idea del riconoscimento della “legittimità” del contratto. In realtà, anche in questo caso i giudici si sono mantenuti nel proprio recinto e hanno semplicemente sostenuto che la nullità del contratto non poteva essere disposta in quanto il ricorrente non avendolo firmato non poteva proporre azioni giudiziarie non avendo da quella “carta” subito alcun danno. È evidente che la situazione cambierebbe nel caso a fare ricorso dovesse essere in futuro uno dei soggetti firmatari. È evidente che se ciò accadesse, il giudice dovrebbe valutare le condizioni oggettive e soggettive che hanno portato alla firma del contratto per valutare di conseguenza l’eventuale danno subito dal ricorrente. Insomma, quello che si fa in qualsiasi controversia legale incentrata su un contatto, di lavoro o condominiale che sia.

La questione, in teoria, poteva anche essere posta in sede penale partendo dall’art. 294 del codice: “Attentati contro i diritti politici del cittadino”. In questo caso, il tema sarebbe stato diverso e il giudice avrebbe dovuto stabilire se qualcuno avesse “con violenza, minaccia o inganno” impedito “in tutto o in parte l’esercizio di un diritto politico” o avesse “convinto” l’eletto a esercitare il suo mandato “in senso difforme dalla sua volontà” (un reato punito con la reclusione da uno a cinque anni).

Ma al di là degli aspetti giudiziari, le questioni politiche dovrebbero essere dibattute nelle sedi proprie della politica, non nelle aule di giustizia o negli studi notarili (come è avvenuto per il siluramento di Ignazio Marino, una tra le pagine più vergognose della vicenda romana). In quelle sedi potrebbe essere opportunamente sollevato il problema della fedeltà ai principi democratici di un partito che viene gestito con criteri autocratici, con contratti che creano una sorta di rapporto “datoriale” tra i “garanti” del movimento (Grillo e Casaleggio datori di lavoro) e gli eletti (a tutti gli effetti dipendenti visto che le regole non sono molto diverse da quelle a cui deve sottostare il lavoratore di un azienda).

Ma soprattutto in quelle sedi potrebbe essere sollevata la questione di un partito che vuole partecipare alla vita politica del paese tanto è vero che si candida a governare ma nel frattempo, nella sua azione concreta, viola le norme fondamentali su cui si regge il sistema, quelle santificate nella Costituzione. È possibile pure che siano sbagliate, ma sino a quando sono in vigore, chi vuole partecipare deve rispettarle. Poi se avrà la maggioranza, la forza politica e il consenso generale potrà anche cambiarle. Ad esempio. In che misura Grillo e i suoi rispettano l’articolo 49 della Costituzione che recita testualmente: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Di Maio sostiene che il “cerchio magico” pentastellato è la “piattaforma Rousseau”. A parte il fatto che forse il filosofo ginevrino da quando ha saputo di essere stato associato a una piattaforma tutt’altro che trasparente, si rigira senza tregua nella tomba, sarebbe bello capire come si scelgono i vertici di quel partito, come si definiscono le proposte, come si argomentano e si arricchiscono. Con un semplice clic? Con queste oscure e sinceramente un po’ ridicole consultazioni online come quella che aveva dato via libera con il 78 per cento dei consensi al matrimonio europeo con l’Alde (prematuramente naufragato con ritorno rapido all’alleanza con Farage anche in quel caso imposta dall’alto e accettata dal basso)?

E ancora. Quel famoso contratto che obbliga alla fedeltà con i “garanti” (Grillo e Casaleggio) e non come dice la Raggi con gli elettori (ai quali in realtà interesserebbe molto di più avere una città funzionante, possibilità ancora lontana a sette mesi dal trionfo), non è in contraddizione con l’articolo 67 della Costituzione che recita, ancora testualmente: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

Non sappiamo se nel suo tour estivo costituzionale, Alessandro Di Battista abbia spiegato la ratio di questa norma e la sua origine. In sostanza si vuole evitare che l’eletto sia il “fiduciario” di una lobby (forse è questo che vogliono Grillo e Casaleggio?). Per carità, c’è chi ha detto che la democrazia sia il migliore dei sistemi imperfetti ed è evidente, allora, che una regola che nasce con intenti positivi poi possa produrre anche atteggiamenti negativi. Ma proprio per questo nel momento in cui si pensa di aggiornarla bisogna usare prudenza perché è sempre possibile che il rimedio si riveli peggiore del male. Il principio, peraltro è antico e ha un padre nobile cioè Charles-Louis de Secondat meglio noto come Montesquieu. In pratica, quello che è ancora oggi considerato il più grande filosofo della politica e, con tutto il rispetto per Grillo, Di Maio e Di Battista, non sembra essere stato ancora insidiato in questo primato dagli “ideologi” del Movimento 5 stelle.

Concludendo: teniamoci lontani dalle aule giudiziarie, evitiamo di invocare la supplenza politica dei giudici (da alcuni dei quali, peraltro, già praticata senza alcuna invocazione) e riportiamo la questione laddove il pensiero giuridico si forma producendo della conseguenze anche sul terreno legislativo. Il resto, come avrebbe detto un filosofo post-moderno, Franco Califano detto il Califfo, è noia: gli improbabili ricorsi piddini e le (giuridicamente e politicamente) infondate grida trionfalistiche pentastellate.

Valentina Bombardieri

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