Obama ha vinto. Tutto è bene quel che finisce bene. Anche perché la vittoria è stata più netta del previsto, e negli stati incerti il presidente ha fatto bottino pieno. La cosa che risalta agli occhi degli italiani è che i supporter di Obama, nel Belpaese, fossero e a maggior ragione siano oggi, dopo la vittoria, quasi la totalità. Nessuno di nessun partito, nemmeno l’inossidabile americanista conservatore Martino, ha spezzato una lancia a favore di Romney. E che dire di Bondi che ne ha spezzate due per Obama, così come Tremonti, che già si era augurato una vittoria del socialista Hollande in Francia, e con lui ampi settori del Pd?
Nè Casini, nè Alfano si sono sbilanciati, ieri sera, a sostenere il repubblicano com’era successo in passato al centro-destra italiano, e solo Giuliano Ferrrara si è esposto, ma neanche troppo, a favore di Romney. Come mai i partiti italiani, quando parlano della politica degli altri paesi, e in particolare di quella americana, diventano quasi tutti progressisti? Non credo sia solo o tanto per opportunismo. Nè penso che conti l’idea di cavalcare le ragioni del vincitore, perché in queste elezioni americane nessuno poteva prevedere una vittoria così netta di Obama. Penso davvero che la politica italiana sia stata e resti ancora davvero anomala e che pezzi di sinistra si siano rifugiati nel centro-destra, così come pezzi di destra siano oggi ancora considerati nella sinistra.
Ci sarebbe bisogno di una rivoluzione del nostro sistema. Dove sta scritto che il guru della rete, il monarchico e autoritario Grillo, sia a sinistra e così l’antiliberale Di Pietro, mentre continuino a militare nel centro-destra ex socialisti, repubblicani e liberali? Allora ben venga Obama. Gli Obamiani potrebbero unirsi anche in Italia. E aggregare la stragrande maggioranza del Paese. Forse in Italia ci manca un Obama. Non lo era Veltroni, non lo è oggi Renzi. E Bersani, che è il migliore tra loro, non ha queste caratteristiche. Pazienza. Resteremo un Paese anomalo. Che vede tramutare la propria tragedia in commedia e che, mentre piange vecchie povertà, pensa bene di affidarsi a un comico…




Un Barack Obama tonico quello che ha affrontato Romney nel secondo dei tre dibattiti televisivi per la sfida alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti. Un Obama che, messo da parte l’understatement che lo aveva caratterizzato durante il primo dibattito televisivo, ha subito voluto chiarire quello che aveva fatto negli ultimi quattro anni e quello che intende fare se eletto per il secondo mandato.
Ci si era affrettati a dichiarare Romney vincitore del primo duello televisivo di fronte ad un Obama “opaco”. Ma, forse, il Presidente uscente ha giocato di fino, aspettando con la calma di un franco tiratore che il suo rivale entrasse nel mirino per assestare il colpo mortale. Chissà che lo splendore di Romney, a Denver l’altra sera in Tv, non venga ricordato come il suo breve canto del cigno. Splende meno, oggi, Romney dopo aver visto i dati sulla disoccupazione. Proprio quello era stato il punto su cui aveva puntato tutto lo sfidante per affondare i suoi colpi, il fianco debole di Obama. Il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti è sceso al 7,8%, il livello più basso da gennaio 2009, lo dicono i dati. Sono stati creati 114.000 nuovi posti di lavoro. Gancio dritto di Obama che colpisce in pieno volto l’ex governatore del Massachusetts, forse così forte da metterlo Ko.
«Vede presidente, io sono stato nel business per vent’anni e non ho mai visto qualcosa del genere». È un Romney aggressivo quello che si è presentato di fronte al Presidente Obama per il primo faccia a faccia televisivo nella corsa alla Casa Bianca. E si sa, gli Stati Uniti sono un grande Paese ma, in fatto di politica sono figli del pensiero debole che, sui contenuti, fa spesso prevalere le forme. E allora sicuramente il Presidente uscente non era in forma smagliante e: se Romney doveva riuscire a dimostrare di essere all’altezza della situazione e di poter interloquire con l’avversario, il candidato repubblicano lo ha fatto.
Saranno tra i 50 e i 60 milioni i telespettatori che assisteranno al confronto tra i due candidati alla Casa Bianca Barack Obama e Mitt Romney. Ma il tempo passa e sembra lontana l’epoca in cui, in bianco e nero, si sfidavano Richard Nixon e il giovane John Fitzgerald Kennedy. La sfida corre sul filo dei social network: Twitter e Facebook, in particolare, saranno i barometri che, in diretta, daranno il polso del duello e potranno sancire in tempo reale il successo o il fallimento di una frase, di un’espressione o di una proposta. È da più di un anno che si registra un boom dei “cinguettii” che riguardano i due sfidanti: per dare un’idea della dimensione del fenomeno, Twitter ha calcolato che ogni tre ore in rete viene lanciato lo stesso numero di messaggi che si registrò durante l’intero giorno del primo dibattito Obama-McCain del 2008. 
Mitt Romney, già superfavorito alle primarie del Partito Repubblicano statunitense, è tornato a vincere: ieri, in Florida, ha ottenuto il 46,4% dei voti, sconfiggendo l’ex presidente della Camera Newt Gingrich (31,9%), che a sorpresa lo aveva battuto nelle precedenti votazioni in South Carolina. Staccati gli altri candidati: il cattolico Rick Santorum ha ottenuto il 13,4%, e il libertario Ron Paul il 7%.