Pensioni, la quota 41: come funziona e quali sono i costi

Pensioni

COS’E’ QUOTA 41

Il tema pensioni è caldo in questi giorni. Il governo sta cercando, infatti, una soluzione per attuare la riforma delle pensioni, indicata nel contratto, senza mettere a rischio i conti dell’Inps. Per questo motivo tra le ipotesi possibili c’è quella di un passo indietro in merito alla quota 41, ovvero lo strumento che consente di andare in pensione, indipendentemente dall’età anagrafica, una volta maturati 41 anni di contributi.

Secondo Boeri la quota 41 aggiunta alla quota 100 (con cui invece si può andare in pensione, una volta compiuti 64 anni, se la somma dell’età anagrafica e dei contributi maturati dà come risultato 100) costerà 11 miliardi di euro nell’immediato, 18 miliardi a regime; una spesa ingente per lo Stato ed è per questo che si sta anche valutando l’idea di portare la quota 41 a quota 42, innalzando di un anno il requisito contributivo previsto. Al momento però si tratta solamente di indiscrezioni, poiché la quota 41 per tutti non fa ancora parte del nostro ordinamento e, stando alle ultime notizie sulle pensioni, non lo farà prima del 2020.

In molti non sanno, però, che la quota 41 può essere già richiesta da alcune categorie di lavoratori. Si tratta dei lavoratori precoci, ossia di coloro che prima di compiere il 19esimo anno di età hanno maturato almeno 12 mesi di contributi. Per poter accedere a questo strumento non è necessario che i 12 mesi siano continuativi. La quota 41, però, subirà una modifica dal primo gennaio 2019, complice l’adeguamento con le aspettative di vita che riguarderà da vicino anche la pensione di vecchiaia e quella anticipata; nel dettaglio, i lavoratori precoci dovranno maturare 41 anni e 5 mesi di contributi se vorranno smettere di lavorare in anticipo rispetto agli altri lavoratori.

Lavoro

FESTIVITA’ SOPPRESSE IN BUSTA PAGA

Le giornate di ex festività per il 2018 sono quattro. Lunedì 19 marzo (San Giuseppe); Giovedì 10 maggio (ex Ascensione 39° giorno dopo Pasqua ); Mercoledì 31maggio (ex Corpus Domini 60° giorno dopo Pasqua); Venerdì 29 giugno (San Pietro e Paolo).

Da ricordare che vengono riconosciute tali se le festività soppresse (sopraelencate) sono cadenti in un giorno lavorativo dal Lunedì al Venerdì. Nel 2018 non viene pertanto riconosciuto il quattro novembre (Festa dell’unità nazionale e delle forze armate) in quanto cade di domenica. Mentre, sempre nel corso di quest’anno, nessuna delle festività (25 aprile, 1° maggio e 2 giugno) coincide con la domenica per cui non si ha diritto ad ulteriori giornate di recupero.

Al lavoratore spetta annualmente un numero di permessi giornalieri retribuiti corrispondente a quello delle giornate, già indicate come festive e poi non riconosciute come tali da provvedimenti di legge.

Attenzione, per fruire interamente delle festività soppresse, occorre nei giorni summenzionati avere diritto all’intero trattamento economico. Pertanto nei giorni anzidetti per mantenere il diritto non bisogna chiedere la fruizione di aspettative, permessi non retribuiti ed anche giornate di Solidarietà. Come poi previsto dalla maggior parte dei contratti collettivi di lavoro, tutto il personale di ogni ordine e grado, dovrà tassativamente fruire dei permessi sostitutivi delle festività soppresse entro l’anno. Il godimento di tali permessi dovrà essere in ogni caso programmato da ciascun dipendente prima delle ferie annuali di spettanza in modo da essere effettivamente goduti improrogabilmente entro il 14 dicembre dell’anno di riferimento. Resta fermo che in caso di mancata fruizione parziale o totale delle giornate queste non verranno ne compensate ne monetizzate.

Saper quindi leggere la propria busta paga, anche per quanto attiene i riposi in questione, è molto importante, così da rendersi conto per tempo di eventuali errori commessi al riguardo dal datore di lavoro. Tuttavia non tutti sanno come fare; ad esempio, se si chiedesse cosa sono le festività soppresse molti lavoratori magari non saprebbero nemmeno di cosa parliamo.

Molti di loro probabilmente non conoscerebbero neppure la risposta ed è per questo che su un tema come questo è sempre opportuno fare chiarezza.

Nel dettaglio alla voce “festività soppresse”, che in busta paga si trova vicino agli spazi dedicati a ferie e permessi, si segnalano quei giorni che una volta il nostro ordinamento riconosceva come festività nazionali ma che oggi non lo sono più.

Più in particolare, ci sono delle festività che una volta erano riconosciute anche sul piano civile dalla legge 269/1949 e che di conseguenza permettevano al dipendente di assentarsi dal lavoro senza perdere il diritto alla retribuzione. Questi giorni, però, sono stati eliminati da successive disposizioni venendo così definiti come “festività soppresse”.

Anche se eliminate, però, le ex festività hanno comunque delle conseguenze retributive per il lavoratore e previdenziali in relazione ai suoi riflessi collegati alla contribuzione Inps. Nel caso in cui cadano in un giorno infrasettimanale e lavorativo, infatti, il dipendente può essere autorizzato ad assentarsi dal lavoro con un permesso di cui può beneficiare in qualsiasi momento. Quindi, per ogni festività soppressa al lavoratore viene riconosciuto un permesso extra compensativo della ricorrenza abolita. Tuttavia c’è la possibilità che alcune di queste tornino ad essere riconosciute a tutti gli effetti come festività nazionali e ad essere segnate in rosso sul calendario; al Senato, infatti, risulta presentato un disegno di legge che punta a reintrodurre le festività soppresse nel nostro ordinamento. L’intenzione sottesa nella proposta legislativa è quella di tornare al pre-1977, quando a studenti e lavoratori venivano garantiti più giorni di vacanza rispetto ad oggi. In questo modo, secondo i proponenti, si farebbe un omaggio non solo ai cristiani praticanti che potrebbero così “celebrare le festività riconosciute dalla loro religione”, ma anche ai lavoratori non credenti che beneficerebbero di un po’ di tempo libero da dedicare alle attività ricreative.

Consulenti del lavoro

SALE IL LAVORO STRANIERO IN ITALIA

Negli ultimi 10 anni, gli stranieri residenti in Italia sono aumentati di 1,825 milioni (+57,5%, arrivando a sfiorare la quota di 5 milioni), mentre gli italiani sono diminuiti di 325 mila unità (passando da 55.568 a 55.243 milioni, con un calo dello 0,6%). L’invecchiamento della popolazione italiana e la bassa natalità sono stati, quindi, compensati a livello numerico dagli immigrati stranieri di prima e di seconda generazione. I 5 milioni di residenti stranieri in Italia hanno un’età media di 34 anni, inferiore di 11 anni all’età media degli italiani. Pertanto, anche dal punto di vista del mercato del lavoro, quasi 4 stranieri su 5 (79,1%) sono in età lavorativa (15-64 anni), a fronte del 63% della popolazione italiana che è molto più anziana.

Rielaborando i dati della ‘Rilevazione continua sulle forze lavoro (Rcfl)’ dell’Istat, l’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro inquadra e descrive un target complesso e eterogeneo, quello degli stranieri comunitari ed extracomunitari presenti in Italia, rispetto alla loro condizione nel mercato del lavoro. Analizzandone le caratteristiche, sia individuali che lavorative, è possibile fornire una descrizione sintetica di questa platea, confrontarla con quella italiana ed esaminare il suo andamento negli ultimi 10 anni.

Dieci occupati su 100 sono di origine straniera, con un tasso di occupazione del 60,6%, superiore di 3 punti percentuali al tasso di occupazione dei soli italiani (57,7%). Sono le regioni del Nord Italia ad attirare maggiormente gli stranieri e, in particolare, circa 6 su 10 si collocano fra Nord-Est e Nord-Ovest, più di un quarto nel Centro del Paese e il restante 15% nel Mezzogiorno. La loro quota è massima nel Lazio (14,6%) e minima nel Molise (4,1%). Fra le regioni con una quota di occupati sopra la media nazionale troviamo l’Emilia Romagna (13,2%), la Lombardia (12,9%), l’Umbria (12,7%) e la Toscana (12,2%).

Uno straniero su tre è occupato in professioni non qualificate, contro l’8% degli italiani. Inoltre, lo stipendio netto medio di un dipendente full time straniero è inferiore di oltre un quinto a quello di un italiano. Questo gap è dovuto essenzialmente alla concentrazione degli occupati stranieri in lavori meno qualificati e con un minore livello di retribuzione.

Se analizziamo le principali professioni, spiegano i consulenti del lavoro, vediamo che, per i maschi, il primo mestiere è legato all’edilizia (113 mila, pari ad un terzo degli occupati), mentre al secondo posto troviamo gli addetti allo spostamento delle merci, con 91 mila addetti stranieri. La metà dei venditori ambulanti (51 mila) sono di origine straniera. Osservando le professioni delle donne straniere, si nota invece una forte presenza nelle attività dei servizi domestici (246 mila occupate), seguite da 113 mila badanti, 83 mila cameriere e 42 addette ai servizi di pulizia presso imprese private. In queste 4 professioni si concentra il 66% dell’occupazione femminile straniera.

“L’analisi dell’osservatorio statistico dei consulenti del lavoro -spiega Rosario De Luca, presidente della Fondazione Studi consulenti del lavoro- certifica l’evoluzione e la trasformazione del mercato del lavoro negli ultimi anni e la graduale sostituzione dei lavoratori stranieri agli italiani in alcuni lavori. È un trend entrato a far parte della nostra economia che, inevitabilmente, si riflette a cascata su tutti gli altri indicatori economico-sociali: dal pagamento delle imposte -conclude- fino ai servizi sociali e assistenziali passando per il delicato nodo della partecipazione alla spesa previdenziale. Gli stranieri regolari in Italia sono, infatti, concentrati nell’età da lavoro 15-64 anni”.

Carlo Pareto

Resto al Sud. Oltre cinquemila domande di giovani che vogliono fare impresa nel Mezzogiorno

Inps

PREMIO ALLA NASCITA ANCHE A STRANIERI REGOLARMENTE PRESENTI

Con le circolari n. 39 del 27/02/2017, n. 61 del 16/03/2017 e n. 78 del 28/4/2017 L’Inps ha impartito alle proprie Sedi periferiche le prime indicazioni sul premio di 800 euro per la nascita o l’adozione di un minore di cui all’articolo 1, comma 353, della legge 11 dicembre 2016, n. 232.
Con Ordinanza del 12 dicembre 2017, emessa nella causa iscritta al n. di R.G. 6019/2017, il Tribunale di Milano ha accolto il ricorso  dell’Apn, Asgi e Fondazione Giulio Piccini c/Inps avverso le citate circolari Inps,  in materia di “Premio alla nascita”, nella parte in cui è stato limitato l’accesso al predetto beneficio economico ad alcune categorie di donne straniere e precisamente alle donne titolari del permesso di soggiorno Ue per soggiornante di lungo periodo di cui all’articolo 9 del decreto legislativo n. 286/1998, della carta di soggiorno o carta di soggiorno permanente di cui agli articoli 10 e 17 del decreto legislativo n. 30/2007.

Con il citato provvedimento è stato, inoltre, ordinato all’Inps di eliminare la condotta discriminatoria attraverso “l’estensione del beneficio assistenziale denominato “premio alla nascita” a tutte le future madri  regolarmente presenti in Italia che ne facciano domanda e che si trovino nelle condizioni  giuridico-fattuali  previste dall’art. 1 comma 353 della L. n. 232 del 2016”, procedendo alla pubblicizzazione dell’ampliamento del novero dei beneficiari “attraverso la pubblicazione  di una nota informativa sulla home page del proprio sito internet” (così l’Ordinanza).

Al fine di ottemperare all’Ordinanza in questione, l’Ente ha fornito alle sue strutture decentrate sul territorio le prime istruzioni per l’estensione del beneficio nei termini disposti dal Tribunale di Milano.
Anche la procedura di presentazione telematica della domanda è stata, in tal senso, implementata.
Le richieste di premio alla nascita inoltrate dalle donne straniere regolarmente presenti in Italia, in precedenza respinte in applicazione delle circolari n. 39/2017, n. 61/2017 e n. 78/2017, saranno quindi oggetto di riesame alla luce dell’Ordinanza n. 6019/2017.

Il riesame della domanda sarà effettuato su istanza della richiedente da presentarsi alla Struttura territoriale competente utilizzando un apposito modello opportunamente predisposto dall’Inps.
L’Agenzia territorialmente competente valuterà, in base alla citata Ordinanza, la sussistenza dei requisiti sia con riferimento alla regolare presenza in Italia sia con riferimento agli altri requisiti giuridico-fattuali richiesti dalla legge.

In ottemperanza al disposto dell’Ordinanza è stata, inoltre, pubblicata  una nuova scheda informativa ed una news sull’Home page del sito dell’Istituto, finalizzata a pubblicizzare l’ampliamento del novero dei beneficiari.

I premi verranno corrisposti con riserva di ripetizione se, all’esito del giudizio di impugnazione del citato provvedimento giudiziale da parte dell’Istituto, emergerà un diverso orientamento giurisprudenziale.

Lavoro

AL VIA OSSERVATORIO SULLA LEGALITA’

Promuovere il lavoro etico e contrastare quello irregolare e sommerso. E sensibilizzare imprese, lavoratori e operatori del mercato del lavoro sulle criticità derivanti da pratiche di dumping contrattuale e sociale, appalti irregolari, somministrazione e intermediazione illecite, fenomeni di caporalato e utilizzo distorto dell’istituto della cooperativa. Questi gli obiettivi del protocollo d’intesa siglato recentemente, a Roma, presso l’auditorium dei consulenti del lavoro, tra il Consiglio nazionale dell’ordine dei consulenti del lavoro e l’Ispettorato nazionale del lavoro, che punta a creare un ‘Osservatorio nazionale per la legalità’.

Durante l’incontro, il Consiglio nazionale e l’Ispettorato hanno colto l’occasione per siglare un accordo per contrastare l’abusivismo e tutelare la professione di consulente del lavoro, soprattutto nei confronti di quei soggetti che svolgono gli adempimenti in materia di lavoro senza i requisiti previsti.

“Queste intese -ha spiegato la presidente del Consiglio nazionale dell’ordine dei consulenti del lavoro, Marina Calderone- sono la sintesi di una collaborazione che va avanti da anni con l’Ispettorato nazionale del lavoro oggi e ancora prima con la direzione generale delle attività ispettive del ministero del Lavoro. E l’obiettivo è di promuovere il lavoro etico e soprattutto contrastare quei fenomeni distorsivi del mercato del lavoro che poi si traducono in un inasprimento dell’abusivismo professionale, da un lato, e delle condotte illecite dall’altro”.

“Negli ultimi mesi -ha continuato Calderone- abbiamo assistito a situazioni in cui delle cooperative e delle realtà che poi avevano come finalità quelle di proporre alle aziende il lavoro a basso costo hanno tentato, a mio avviso, di ‘desertificare’ il mercato del lavoro. Contrastare questi fenomeni, secondo me, non vuol dire solo ricondurre alla legalità tanti rapporti di lavoro, ma dare delle opportunità di lavoro concreto ai giovani e, soprattutto, consentire ai professionisti di accompagnare le aziende in un contesto di legalità dove il rispetto delle regole parla di etica e di costruzione di una società diversa in cui il lavoro diventa ancora una volta il vero pilastro”.

L’intesa punta a rendere l‘Osservatorio nazionale per la legalità fulcro nevralgico per la corretta regolamentazione del mondo del lavoro, l’analisi delle problematiche e lo sviluppo di iniziative volte alla tutela dei lavoratori. L’accordo si pone in continuità, spiegano i consulenti, con l’impegno profuso negli ultimi anni dalla categoria nel denunciare e osteggiare tutti quei fenomeni elusivi che destabilizzano il mercato del lavoro.

Il riferimento è, in particolare, alle segnalazioni effettuate dal Consiglio nazionale dell’Ordine al ministero del Lavoro sulle attività di appalto irregolari realizzate da cooperative spurie, che si concretizzano attraverso il rifornire di personale le piccole e medie imprese ricorrendo a tariffe estremamente basse rispetto al costo del lavoro. In alcuni casi, inoltre, le cooperative, continuano i consulenti, suggeriscono all’impresa il licenziamento della forza lavoro già dipendente, che poi viene reimpiegata presso la stessa a costo ribassato.

Condotte di questo tipo sono state poste sotto la lente dell’Ispettorato e denunciate all’Autorità giudiziaria e hanno portato all’irrogazione di verbali, ad una cooperativa in particolare (M&G Coop. Multiservizi), per un totale di 26 milioni di euro. “Nel corso del 2017 due aziende su tre sono risultate irregolari, per un totale di 48.073 lavoratori sommersi”, ha dichiarato Paolo Pennesi, capo dell’Ispettorato nazionale del lavoro.

“Per combattere più efficacemente fenomeni di questo tipo – ha continuato – abbiamo accolto con grande interesse la proposta del Consiglio nazionale dell’ordine dei consulenti del lavoro di dare vita a un Osservatorio sulla cooperazione e l’avvio di attività di vigilanza straordinaria, soprattutto per quelle realtà cooperativistiche che operano nel settore della logistica e fanno ampio ricorso ad appalti e somministrazione”.

Secondo Pennesi, “i fenomeni di patologia e di irregolarità che caratterizzano il mercato del lavoro sono sempre nuovi e sempre multiformi e quindi bisogna monitorarli molto bene”. “L’aiuto di professionisti che ‘vivono’ la vita delle imprese – ha aggiunto – e che possono registrare anche loro fenomeni di carattere patologico nel mercato del lavoro possono rappresentare degli ottimi punti di osservazione per segnalare questi tipi di patologie e questi fenomeni. Sono fonti qualificate di notizie per orientare meglio la nostra attività di vigilanza”.

I consulenti del lavoro, del resto, sono impegnati a promuovere la legalità, non solo tra le imprese e i lavoratori, ma anche all’interno della categoria. E a questo punta il protocollo contro l’abusivismo della professione. Il Consiglio nazionale, infatti, metterà a disposizione degli ispettori una banca dati degli iscritti all’albo professionale col fine di far verificare l’effettività dell’iscrizione.

“Siamo a fianco delle imprese per favorirne la crescita nel rispetto delle regole del mercato del lavoro – ha puntualizzato Calderone – e siamo impegnati a promuovere la cultura della legalità tramite la certificazione dei contratti e l’AsseCo, l’asseverazione della regolarità contributiva e retributiva delle imprese. Con la nascita dell’Osservatorio per la legalità miriamo a valorizzare il lavoro etico facendo leva sul nostro ruolo sussidiario ovvero trasmettendo al personale ispettivo tutte le segnalazioni che perverranno dagli iscritti e dai Consigli provinciali. Organizzeremo incontri, seminari e iniziative culturali che possano sensibilizzare gli operatori del mercato del lavoro e l’intera collettività”, ha concluso Calderone.

Nel passato probabilmente, ha spiegato Pennesi, quello “dell’esercizio abusivo della professione non è stato un tema al centro dell’attenzione”. “Oggi, però, avere professionisti altamente qualificati – ha avvertito – capaci di dare un contributo adeguato e di livello nella consulenza nei confronti delle imprese è per noi fondamentale. E anche bonificare il settore da tutti quei soggetti che non hanno i requisiti prefigurati dalla normativa vigente per svolgere questa attività di consulenza nei confronti delle imprese è un altro risultato che ci proponiamo proprio con la firma del protocollo anti-abusivismo che dà ai Consigli provinciali il compito di segnalarci quei casi in cui le aziende non ricorrono a professionisti ufficialmente abilitati”.

Altro tema centrale, per i consulenti, nella costruzione della legalità nel mondo del lavoro, è quello della verifica dell’effettiva rappresentatività sindacale ai fini della contrattazione, come ha sottolineato Rosario De Luca, presidente della Fondazione studi dei consulenti del lavoro.

“Arriva la richiesta -ha affermato- di dare certezze alle aziende e agli operatori professionisti come noi. E la certezza si può avere solo dotando tutti e quindi rendendoli pubblici i dati sulle iscrizioni ai sindacati. Perché da questo, dalla scelta del contratto collettivo sottoscritto dalle organizzazioni che hanno i requisiti richiesti dalla legge dipende poi il poter usufruire delle agevolazioni, della decontribuzione e di tutte quelle forme per cui è richiesto questo requisito”.

“Per questo, occorre che si metta a disposizione i dati, anche rilevandoli dall’Inps: questo è importantissimo -ha concluso- perché se si continua a restare in una nebulosa, in una zona non chiara, questo va a discapito della certezza creando situazioni che possono portare a contenzioso”.

Resto al Sud

GIA’ OLTRE 5MILA DOMANDA DA UNDER 36

A poche settimane dall’apertura dello ‘sportello’ web, sono 5.143 le domande – già presentate o in compilazione – per ‘Resto al Sud’, l’incentivo del governo rivolto ai giovani under 36 che vogliono fare nuove imprese nel Mezzogiorno. I progetti finora ricevuti da Invitalia sono 875 ed è già in corso la valutazione in base all’ordine cronologico di arrivo. Il 15 febbraio scorso, con un forte anticipo rispetto ai tempi previsti, sono state anche approvate le prime iniziative.

Le oltre 800 proposte di nuove imprese già presentate prevedono investimenti per 56,3 milioni di euro, con richieste di agevolazioni per 26,5 milioni e la creazione di 3.201 nuovi posti di lavoro. Il finanziamento medio richiesto è di circa 66.000 euro per progetto. Le agevolazioni coprono fino al 100% delle spese: il 35% a fondo perduto, il 65% con un finanziamento bancario garantito dal Fondo di garanzia delle Pmi. I relativi interessi saranno a carico dello Stato.

Tra le otto regioni interessate dall’incentivo, al primo posto c’è la Campania con il 49,3% delle domande, seguita da Sicilia (15,8%), Calabria (13,2%), Sardegna (8%), Abruzzo (6,8%), Puglia (3,6%), Molise (1,7%), Basilicata (1,6%). Il settore turistico-culturale è il più rappresentato con quasi il 43% dei progetti, al secondo posto le attività manifatturiere (27%), quindi i servizi alla persona (13%). Il 37% dei proponenti si colloca nella fascia d’età 30-35 anni e il 38% di essi ha un elevato livello di istruzione (laurea, master, dottorato di ricerca). Significativa la quota di under 25, che arrivano al 32% del totale.

“Con ‘Resto al Sud’ – ha affermato l’amministratore delegato di Invitalia, Domenico Arcuri – mettiamo in condizione i giovani di inventarsi un lavoro e non semplicemente di aspettarlo o di essere costretti a cercarlo lontano dalla propria terra d’origine. I numeri ci confermano che nel Mezzogiorno c’è una forte vocazione imprenditoriale da incoraggiare e sostenere, anche con l’obiettivo di consolidare i segnali di crescita provenienti dal tessuto economico meridionale. Per il secondo anno consecutivo, infatti, il Sud è cresciuto più del Nord. Siamo convinti – ha proseguito Arcuri – che gli under 36 stiano cogliendo l’opportunità di avviare un’impresa con un incentivo che per la prima volta può coprire il 100% degli investimenti e che consente di abbattere il muro, spesso invalicabile soprattutto nel Mezzogiorno, dell’accesso al credito”.

Per favorire la presentazione delle domande, è prevista una rete di enti accreditati che, in ogni regione, forniscono assistenza gratuita ai giovani neoimprenditori. Sono più di quaranta i soggetti già accreditati. Nell’elenco, consultabile e aggiornato quotidianamente sul sito di Invitalia, figurano, tra gli altri, il Comune di Napoli, Unioncamere Calabria, le Camere di commercio di Potenza e di Foggia e numerose associazioni territoriali.

Anche sul fronte bancario è stato attivato un meccanismo per facilitare le procedure di concessione dei finanziamenti ai neo imprenditori. Invitalia e Abi hanno, difatti, firmato una convenzione che stabilisce le modalità di erogazione del contributo da parte delle banche e alla quale gli istituti di credito possono aderire. La lista degli istituti che hanno raccolto l’invito è già numerosa e comprende, tra gli altri, Mediocredito Centrale-Banca del Mezzogiorno, Unicredit e molte banche di credito cooperativo.

Carlo Pareto

Novità per il congedo papà. Meno Cig e sempre più italiani a lavoro di domenica

Congedo papà
STOP AI DUE GIORNI FACOLTATIVI NEL 2017

Stop almeno per quest’anno al congedo facoltativo per i padri. La misura, che prevedeva la possibilità per i papà di usufruire di ulteriori due giorni in aggiunta ai due obbligatori, non è stata prorogata per il 2017. Il congedo facoltativo potrà dunque essere fruito, come si legge sul sito dell’Inps, esclusivamente per nascite, adozioni o affidamenti avvenuti fino al 31 dicembre 2016.
I due giorni di congedo facoltativo, da prendere entro i cinque mesi dalla nascita del figlio, erano subordinati alla scelta della madre lavoratrice di rinunciare ad altrettanti giorni determinando così l’anticipo del termine del congedo di maternità. Una possibilità tramontata per l’anno in corso, ma nel 2018 il numero dei giorni a disposizione dei padri potrebbe cambiare di nuovo.

Inps
A MARZO 39,1 MLN ORE DI CIG (-25,6%)

A marzo 2017 il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate è stato pari a 39,1 milioni, in diminuzione del 25,6% rispetto allo stesso mese del 2016 (52,6 milioni). Lo comunica l’Inps. In dettaglio le ore di cig ordinaria autorizzate sono state 10,6 milioni contro i 17,4 milioni del 2016, con un calo quindi del 39,2%. In particolare, segnala l’Inps, la variazione tendenziale è stata pari a -46,5% nel settore Industria e -4,2% nel settore Edilizia. Quanto alla cassa straordinaria (cigs) le ore autorizzate a marzo 2017 sono state pari a 22,1 milioni, registrando una diminuzione pari al 28,0% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, che registrava 30,8 milioni di ore autorizzate. Rispetto a febbraio invece si registra una variazione congiunturale pari al +2,7%. Infine per gli interventi in deroga sono stati pari a 6,3 milioni di ore autorizzate con un incremento del 44,8% se raffrontati con marzo 2016, mese nel quale erano state autorizzate 4,4 milioni di ore. Si tratta quindi di un incremento del 72,7%.

Consulenti del lavoro
SOMMINISTRAZIONE ILLECITA E CAPORALATO DA CONDANNARE

Necessario ricondurre la somministrazione illecita nell’alveo del diritto penale, coinvolgendo nell’illecito anche le aziende che ricevono i lavoratori in somministrazione, e includere l’ipotesi del reato di caporalato nelle situazioni più gravi. È questo il monito lanciato dal Consiglio nazionale dell’ordine dei consulenti del lavoro, che su questo tema organizza, in collaborazione con la Fondazione studi consulenti del lavoro, ha recentemente organizzato, presso la sala dei Gruppi parlamentari della Camera dei deputati, un convegno intitolato: ‘Caporalato, appalti e somministrazione’. Per i consulenti del lavoro, questi interventi normativi sono indispensabili per contrastare i fenomeni illeciti e per restituire alla gestione dei rapporti di lavoro quella dignità fin troppo palesemente violata. “Gli appalti illeciti, gestiti da realtà – hanno spiegato i professionisti – che propongono forti sconti sul costo del lavoro, sono diventati un fenomeno dilagante secondo la categoria, che sempre più spesso si ritrova a dover mettere in guardia i datori di lavoro dal cadere nella trappola della responsabilità solidale assieme a chi viola la normativa vigente in materia retributiva e contributiva, oltre al rischio di dover pagare pesanti sanzioni”. “Sottrarre i fenomeni di illecita somministrazione alla disciplina penale – ha dichiarato la presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine, Marina Calderone – ha determinato la nascita di spregiudicate strutture, appositamente strutturate per somministrare lavoratori pagati con retribuzioni bassissime. Un vero e proprio sfruttamento di manodopera che è necessario condannare”. Il Consiglio nazionale ha, infatti, già segnalato al ministero del Lavoro tutte quelle realtà che propongono agli imprenditori di risparmiare sul costo del lavoro attraverso il ricorso alla fornitura di manodopera mediante appalto. In diversi casi, infatti, viene suggerito alle imprese di procedere alla risoluzione dei rapporti di lavoro con i dipendenti in forza, che sono assunti dalla cooperativa per poi essere utilizzati dal medesimo ex datore di lavoro. “Situazioni come queste si configurano come reati sociali – ha commentato il presidente di Fondazione Studi, Rosario De Luca – perché coinvolgono i lavoratori, che non ricevono una retribuzione adeguata alla prestazione svolta, gli imprenditori, che possono essere coinvolti negli illeciti in virtù del principio della responsabilità solidale, e lo stesso Stato tramite il mancato pagamento dei contributi dei lavoratori”. I consulenti del lavoro hanno affrontato la questione con il direttore dell’Ispettorato nazionale del lavoro, Paolo Pennesi, il direttore generale delle attività ispettive del ministero del Lavoro, Danilo Papa; il direttore generale dell’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro, Salvatore Pirrone, e con il segretario nazionale Uila-Uil, Giorgio Carra. Sono pervenuti anche gli interventi dei presidenti delle commissioni Lavoro di Camera e Senato, Cesare Damiano e Maurizio Sacconi e del presidente della cooperativa M&G Holding Srl, Luca Gallo.

Lavoro
WELFARE AZIENDALE IN CRESCITA

Politiche di welfare aziendale in lieve salita, ma ancora limitate al 3,5% delle imprese: solo l’1,7% delle aziende al Sud adotta schemi di welfare e, sul territorio nazionale, solo lo 0,7% prevede misure destinate ad asili nido all’interno delle strutture. A evidenziarlo è l’Inapp, l’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche, in occasione del primo appuntamento di InAgenda, ciclo di incontri che ha aperto con l’imprenditore Brunello Cucinelli, in dialogo con il presidente Inapp, Stefano Sacchi, sui temi legati al mondo dell’impresa. Analizzando la propensione delle imprese a erogare o finanziare servizi di welfare (formazione, spese sanitarie, sostegno alle famiglie, piani pensionistici, asili nido e maternità) ai propri dipendenti nel contesto del sistema produttivo italiano, su un campione di 30mila aziende (l’89% delle quali a conduzione familiare), la rilevazione evidenzia che l’adozione di schemi di welfare sale al 24% quando si parla delle realtà produttive di grandi dimensioni, con più di 250 dipendenti. Nel dettaglio, le linee del welfare aziendale si concentrano per il 26,5% su misure a sostegno delle famiglie, per il 19% su asili nido, per il 10,4% riguardano piani pensionistici, per il 7,5% spese sanitarie e il 36,7% altri servizi. Dallo studio, inoltre, emerge che nelle imprese più attente ad interventi di welfare aziendale i lavoratori sono più istruiti, ricevono più formazione e l’occupazione è più stabile; investendo di più nei propri dipendenti aumenta la competitività e il fatturato sui mercati esteri. Anche sul fronte della contrattazione integrativa, gli interventi di welfare sono relativamente marginali e riguardano circa il 6% delle imprese, soprattutto di grandi dimensioni (il 58,4% si riferisce a imprese con più di 250 dipendenti). Per quanto riguarda le aziende che fanno contrattazione di secondo livello, il salario accessorio fa la parte del leone per il 75%; il 5,8% va ad interventi per gli asili nido e altri interventi di welfare. Anche in questo tipo di contrattazione il Nord è avanti rispetto al Sud. “Questi dati dimostrano – ha affermato Stefano Sacchi, presidente dell’Inapp – che in Italia si investe ancora troppo poco in quelle politiche per il welfare che generano crescita, sostenendo le famiglie e in particolare le donne, favorendone l’occupazione. Sebbene ci siano elementi di innovazione, sia dal punto di vista della contrattazione integrativa che nel welfare aziendale, l’Italia si mostra in ritardo sul fronte degli investimenti sociali, indispensabili per un futuro in cui sia possibile conciliare le esigenze familiari con quelle del lavoro”.

Lavoro
SONO 5 MILIONI GLI ITALIANI CHE LAVORANO LA DOMENICA

Sono 4,7 milioni gli italiani che lavorano la domenica. Una buona parte di questi è stata in negozio, in fabbrica o in ufficio anche il giorno di Pasqua. Tra questi quasi 5 milioni, 3,4 sono lavoratori dipendenti e gli altri 1,3 sono autonomi (artigiani, commercianti, esercenti, ambulanti, agricoltori, etc.). Se un lavoratore dipendente su cinque è impiegato la domenica, i lavoratori autonomi, invece, registrano una frequenza maggiore: quasi 1 su 4. È quanto emerge da una recente analisi realizzata dall’Ufficio studi della Cgia, che si basa sull’andamento dello scorso anno. Il settore dove la presenza al lavoro di domenica è più elevata è quello degli alberghi e dei ristoranti: i 688.300 lavoratori dipendenti coinvolti incidono sul totale degli occupati dipendenti del settore per il 68,3%. Seguono il commercio (579.000 occupati pari al 29,6%), la Pubblica amministrazione (329.100 dipendenti pari al 25,9%), la sanità (686.300 pari al 23%) e i trasporti (215.600 pari al 22,7%). Le realtà territoriali dove il lavoro domenicale è più diffuso sono quelle dove la vocazione turistica/commerciale è prevalente: Valle d’Aosta (29,5% di occupati alla domenica sul totale dipendenti presenti in regione), Sardegna (24,5%), Puglia (24%), Sicilia (23,7%) e Molise (23,6%) guidano questa particolare graduatoria. In coda alla classifica, invece, si posizionano l’Emilia Romagna (17,9%), le Marche (17,4%) e la Lombardia (16,9%). La media nazionale si attesta al 19,8%. Rispetto agli altri Paesi europei, comunque, l’Italia si posiziona negli ultimi posti della classifica tra chi lavora di domenica. Se nel 2015, in riferimento ai lavoratori dipendenti, la media dei 28 Paesi Ue era del 23,2%, con punte del 33,9% in Danimarca, del 33,4% in Slovacchia e del 33,2% nei Paesi Bassi, da noi la percentuale era del 19,5%. Solo Austria (19,4%), Francia (19,3%), Belgio (19,2%) e Lituania (18%) presentavano una quota inferiore alla nostra. “Negli ultimi anni il trend degli occupati di domenica è aumentato costantemente sia tra i dipendenti che tra gli autonomi. Nel settore commerciale, grazie alla liberalizzazione degli orari introdotta dal governo Monti, una risposta alla crisi è stata quella di aumentare i giorni di apertura dei negozi”, ha commentato il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo. “Con la grande distribuzione e gli outlet che durante tutto l’anno faticano a chiudere solo il giorno di Natale e quello di Pasqua, anche le piccolissime attività, nella stragrande maggioranza dei casi a conduzione familiare, sono state costrette a tenere aperto anche nei giorni festivi per non perdere una parte di clientela”, ha continuato Zabeo. Secondo il segretario dell’associazione Renato Mason, “la maggiore disponibilità di alcuni territori a lavorare nei weekend va in gran parte ricondotta al fatto che buona parte del Paese ha un’elevata vocazione turistica che coinvolge le località montane e quelle balneari, le grandi città, ma anche i piccoli borghi. E quando le attività turistico-ricettive sono aperte anche la domenica, i settori economici collegati, come l’agroalimentare, la ristorazione, i trasporti pubblici e privati, i servizi alla persona, le attività manutentive, sono incentivate a fare altrettanto”, ha concluso Mason.

Carlo Pareto