Le olimpiadi invernali portano il disgelo tra le due Coree

coreeDopo le turbolenze tra Pyongyang e Washington che si sono riversate in parte anche sui rapporti tra le due coree, adesso è in atto la prima schiarita tra i due Stati, il merito non è solo delle olimpiadi, ma anche dell’intermediazione cinese.
Durante tavolo negoziale inaugurato oggi al villaggio di confine di Panmunjom tra le due Coree è stato ristabilito il loro collegamento telefonico militare, la cosiddetta ‘linea rossa’: Pyongyang ha comunicato di aver riattivato la linea oggi. La linea fu chiusa nel febbraio 2016 dalla Corea del Nord per protesta contro la chiusura per volere di Seul del complesso industriale di Kaesong, gestito congiuntamente dai due paesi e veniva usata per comunicare alle autorità nordcoreane spostamenti che coinvolgevano cittadini sudcoreani in entrata o uscita dal complesso di Kaesong, situato subito a nord della linea di demarcazione intercoreana.
Dopo i fruttuosi colloqui, positivi oltre ogni previsione, i funzionari di Pyongyang hanno offerto di inviare una delegazione ai Giochi in programma dal 9 al 25 febbraio, in un primo gesto di distensione con la Corea del Sud dopo mesi di escalation missilistica e nucleare. La delegazione sarà composta da funzionari di alto livello, atleti, un team di supporto e uno di artisti dello spettacolo, un gruppo di turisti, una squadra di dimostrazione di Taekwondo e un gruppo di giornalisti, secondo quanto dichiarato ai giornalisti presenti a Panmunjom dal vice ministro sudcoreano per l’Unificazione, Chun Hae-sung, che fa parte del gruppo di dirigenti di Seul presenti ai colloqui di oggi. Seul ha chiesto il dialogo militare con il Nord per allentare la tensione nella penisola coreana e ha proposto che gli atleti delle due Coree possano sfilare assieme in occasione delle cerimonie di apertura e di chiusura dei Giochi, come già avvenuto in occasione dei Giochi di Sydney 2000, Atene 2004 e delle Olimpiadi Invernali di Torino 2006.
Per quanto riguarda le sanzioni e l’eventualità di alleggerirle nei confronti della vicina Pyongyang, poi il portavoce del ministero degli Esteri sudcoreano non ha specificato quali misure restrittive specifiche potranno essere cancellate, ma allo stesso tempo ha osservato che Seul intende “consultarsi strettamente” su questo tema con il comitato per le sanzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, gli Stati Uniti e “gli altri Paesi interessati”. Ma in realtà si tratta di una ‘tregua olimpica’ durante le Olimpiadi invernali di PyeongChang, che si terranno tra il 9 e 25 febbraio, per consentire alla delegazione di Pyongyang di recarsi all’evento, così da poter invitare anche alti esponenti nordcoreani all’evento.
“Sono arrivato qui con la speranza che le due Coree si parlino con atteggiamento sincero e fiducioso”, aveva dichiarato all’inizio dei colloqui il capo ella delegazione nord-coreana, Ri Son-gwon, che è capo del Comitato nord-coreano per la
Riunificazione Pacifica dei due Paesi. La notizia è stata subito accolta con favore da Pechino che già a novembre aveva tentato di allentare la tensione tra Pyongyang e Washington. La Cina “ha accolto con favore e sostiene i positivi sforzi fatti da entrambe le parti nell’alleviare le tensioni nella penisola”, ha commentato il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Lu Kang, auspicando che i colloqui possano segnare “un buon inizio” per entrambe le parti verso il miglioramento delle relazioni bilaterali e l’allentamento delle tensioni. Soddisfazione è stata espressa anche dal Cremlino. Crediamo che solo tramite il dialogo sia possibile allentare le tensioni nella penisola coreana”, ha dichiarato il portavoce Dmitri Peskov, aggiungendo che è “esattamente di quel dialogo, della cui necessità ha sempre parlato la Federazione russa”.
Ma il beneplacito per Seul non poteva che partire dallo storico alleato americano: prima dei colloqui, infatti, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, mettendo da parte le polemiche con Kim Jong-un degli ultimi giorni, aveva affermato che gli sarebbe piaciuto che i colloqui andassero oltre la partecipazione della Corea del Nord alle Olimpiadi Invernali di Pyeongchang, aggiungendo che gli Usa si sarebbero uniti ai colloqui “al momento appropriato”.

Messico, Stati Uniti, Cina
e il ruolo dei Paesi “emergenti”

bricsOspitando di recente il vertice dei cosiddetti Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), la Cina ha esteso l’invito anche a Paesi da essa ritenuti “mercati emergenti”, ovvero Egitto, Messico, Guinea, Tailandia e Tajikistan. Xi Jinping, presidente di turno della riunione dei BRICS dal gennaio 2017, è convinto che il ruolo dei Paesi “emergenti” sia fondamentale per la ripresa dell’economia mondiale e, conseguentemente, delle esportazioni del grande Paese asiatico.

La Cina ha approfittato della riunione dei BRICS per cogliere tutti gli aspetti positivi della rilevanza economica che, in prospettiva, i Paesi invitati possono presentare dal punto di vista della sua strategia geopolitica globale, volta a favorire e a proteggere i propri interessi economici nel mondo; tra i “new comers”, nell’agenda geoeconomica e politica della Cina, il Messico assume una rilevanza particolare, non solo per il potenziale protagonismo che potrà svolgere in tutta l’America Centrale, ma anche, e soprattutto, per via della rilevanza strategica, sempre a fini economici, che esso riveste, per la sua vicinanza geografica agli Stati Uniti, competitori cinesi a livello globale.

Se valutato da lontano e in modo molto distaccato (come, ad esempio, potrebbe capitare ad un osservatore europeo), l’interesse della Cina per il Messico potrebbe sembrare solo meritevole di attenzione per l’approfondimento del come sta andando il mondo dell’economia globalizzata, la cui stabilità alla Cina sta a cuore, al fine di potenziare i mercati di sbocco internazionali alle sue esportazioni. Sennonché, la vicinanza geografica del Messico agli Stati Uniti e l’interesse, anche pacifico, nutrito per esso dalla Cina, sono tali da indurre il mondo a non dormire “sonni tranquilli”, soprattutto in considerazione delle promesse elettorali assunte da Trump; promesse che, se saranno “onorate”, avranno come destinatari, da un lato, i messicani, per ragioni identitarie rivendicate dal ceppo dominante germanico-anglosassone della popolazione statunitense, e, dall’altro lato, il Messico, in quanto membro del Trattato Nordamericano per il Libero Scambio (NAFTA), stipulato nel 1992 tra i Capi di Stato degli Stati Uniti, del Messico e del Canada; trattato, questo, che Trump vorrebbe rinegoziare, se non annullare del tutto.

La percezione della minaccia identitaria da parte della popolazione USA deriva dal fatto che essa è costituita per il 17% da soggetti censiti come “ispanici” e che i messicani con cittadinanza americana sono, sul piano nazionale, più dell’11%; ciò che più conta è che gli “ispanici”, per lo più costituiti da messicani, sono concentrati negli Stati contigui alla frontiera messicana, mentre i due terzi dei messicani americanizzati risiedono negli Stati del Texas e della California, dove superano il 30% della popolazione. Se la tendenza all’”ispanizzazione” del Sud-Ovest degli USA dovesse continuare, sarà inevitabile la formazione di una comunità potenzialmente secessionista, aspirante – afferma l’”Editoriale” di Limes n. 8/2017 – “all’indipendenza o al rango di polo settentrionale di un Grande Messico”; da ciò potrebbe derivare, pur senza minarne lo “statuto territoriale”, la “trasfigurazione” della nazione statunitense in “Stato binazionale”, e potenzialmente essere causa di una seconda guerra civile, che determinerebbe il crollo del ruolo imperiale dell’ora potente Stato nordamericano.

La crisi identitaria trasferita sul piano economico diventa fonte di ragionamenti più sottili. Gli Stati Uniti Messicani si estendono per quasi due milioni di chilometri quadrati, con circa 130 milioni di abitanti, associati al G20 (cioè al gruppo dei Paesi più industrializzati del mondo, che producono oltre l’80% del PIL mondiale), classificati all’undicesimo posto nella graduatoria mondiale della produzione del PIL espresso in termini di potere d’acquisto; essi, pur non essendo dotati di una grande forza militare, potrebbero trasformarsi in un’”insidia” ai danni del “potente vicino”. Ciò accadrebbe se il Messico si offrisse come “piattaforma di una superpotenza asiatica”, che intendesse portare la sfida agli USA oltre il campo strettamente economico. Questo scenario è per ora del tutto improbabile; ma il timore di Washington è che il Messico potrebbe trasformandosi in “vettore di una grande rivoluzione demografica capace di corrodere fatalmente la costituzione culturale e geopolitica degli Stati Uniti d’America”, attraverso l’aumento dell’incidenza sulla popolazione americana del ceppo “ispanico”.

La percezione del pericolo dello stravolgimento identitatrio, da parte del gruppo dominante delle popolazione americana (costituito dai cosiddetti “WAPS”, acronimo che sta per “bianchi-anglosassoni-protestanti”), è corroborata e resa ancora più preoccupante dalla storia del Messico, in quanto erede di una parte considerevole del territorio che, dal 1535 al 1821, ha rappresentato l’attore geopolitico della Nuova Spagna. Nella prima metà del XIX secolo, gran parte del territorio messicano è stato inglobata, “manu militari”, dagli Stati Uniti d’America, dando origine ad una dolorosa memoria che “è penetrata nella coscienza dei messicani”, sino a trasformarsi in un diffuso irredentismo che “serpeggia sia nella diaspora messicana che nella madrepatria”.

Questo irredentismo, stimolato anche dal pensiero di chi da tempo, seguendo le idee di Samuel Huntington, l’autore di “Lo scontro delle civiltà”, non cessa di denunciare la pericolosità dell’immigrazione messicana, in quanto causa dell’aumento della probabilità che le tensioni demografiche, concentratesi lungo il confine meridionale degli USA, tendano ad esplodere in conflitto aperto, i cui effetti negativi non tarderebbero ad assumere una dimensione globale sul piano economico, ma anche su quello politico.

Le difficoltà economiche in cui versa attualmente il Paese favoriscono l’aumento del clima di sfiducia che Città del Messico ha accumulato nei confronti del potente vicino, per via, non solo dell’impegno pre-elettorale assunto da Donald Trump di costruire una barriera anti-immigrazione da costa a costa sul Rio Grande (il fiume che segna il confine meridionale degli USA), ma anche di voler rinegoziare il Trattato di Libero Scambio, che lega l’economia messicana alle economie statunitense e canadese.

Gioverebbe realmente agli USA completare la costruzione del muro e rinegoziare il NAFTA? Per molti osservatori e studiosi delle relazioni internazionali, non è da escludere che Trump, considerata la posizione geopolitica del Messico, sia indotto ad affievolire gli impegni assunti durante la campagna elettorale; secondo l’”Editoriale” di Limes, non fosse che per un motivo di natura geopolitica, gli Stati Uniti non possono permettersi di confinare con un vicino in crisi economica.

Al riguardo si osserva che, negando il necessario sostegno all’economia messicana per il superamento della crisi che lo affligge, gli USA dovrebbero accettare l’esistenza di un “buco nero” alla propria frontiera del Sud, che potrebbe rendere conveniente per il Messico aprirsi verso un rivale strategico come la Cina. Le difficoltà dell’economia messicana e la debolezza delle istituzioni di Città del Messico non possono che costringere Washington a supportare l’economia in crisi e ad aiutare le istituzioni per affievolirne l’interesse ad approfondire le relazioni con rivali strategici. Conseguentemente, all’amministrazione Trump resterebbe il gravoso compito di valutare se agli Stati Uniti d’America convenga completare la costruzione del muro di sbarramento sul Rio Grande; secondo Germano Dottori (“Il muro della discordia”, in Limes n. 8/2017), sondaggi demoscopici recenti attestano “come il consenso al completamento del muro non sia più maggioritario negli Stati Uniti”, in quanto favorevole alla realizzazione del tratto mancante della barriera sarebbe ora il 37% degli elettori, contro il 56% che invece vi si oppone.

Ugualmente problematica sarebbe per Trump la decisione di rinegoziare il NAFTA; gli “interessi confliggenti – afferma Fabrizio Maronita (“Rinegoziare il NAFTA? Buona fortuna, Mr Trump”, Limes n. 8/2017) – degli attori economici statunitensi, prima ancora che dei governi [degli Stati coinvolti] rendono difficile alla Casa Bianca enucleare obiettivi negoziali chiari e universalmente accettati”. Inoltre, un possibile ritiro unilaterale dal NAFTA sarebbe molto oneroso per l’economia americana; un recente studio ha calcolato “in 5 milioni di posti di lavoro statunitensi che dipendono in un modo o nell’altro dal commercio con il Messico, un buon numero dei quali sarebbe messo a repentaglio dal ripristino delle barriere doganali e dalle eventuali ritorsioni che un partner commerciale ‘tradito’ potrebbe infliggere”. Quanto tutto ciò sia poco probabile possa accadere, basta considerare che il 60% delle merci canadesi e messicane importate dagli Stati Uniti sono beni intermedi che alimentano la manifattura statunitense.

Inoltre, con la rinegozziazione del NAFTA, o col ritiro unilaterale da esso degli USA, verrebbero colpite aree economiche elettoralmente strategiche per Trump, quali quelle dell’Idaho, dello Iowa e del Nebraska; ma l’area più colpita sarebbe quella del Texas, la cui economia dipende in larga parte dagli idrocarburi, con un export verso il Mexico pari al 6% del PIL, ben maggiore della media nazionale dell’1,3%.

Nell’ipotesi in cui Trump tenesse fede agli impegni assunti in sede pre-elettorale, l’America sarebbe esposta al rischio di un iter negoziale lungo e difficile, destinato a durare “mesi, se non anni”. Alla fine però spetterebbe agli organi legislativi l’approvazione dei risultati dei negoziati; questi organi sarebbero chiamati ad operare sotto la spada di Damocle rappresentata dall’influenza che la rinegoziazione (o denuncia unilaterale) del NAFTA avrebbe sull’elettorato in collegi che coincidono con le circoscrizioni elettorali favorevoli a Trump; è quindi probabile che questi, al fine di non logorarsi il favore delle circoscrizioni che hanno concorso alla sua elezione a presidente, sia indotto ad essere più cauto in materia di revisione (o di denuncia unilaterale) del NAFTA.

Resta, tuttavia, il problema del possibile approfondimento dei rapporti tra il Massico e la Cina; per tutte le ragioni esposte riguardo all’importanza geopolitica che il Messico riveste per gli USA, le possibili relazioni future tra Pechino e Città del Messico, secondo Niccolò Locatelli (”Messico-Cina, ovvero quando l’alleato strategico è un rivale”, in Limes, n. 8/2017), rientrano “in un triangolo che comprende Washington”; ciò perché il Messico è ora in una situazione di debolezza nei confronti, sia della Cina che degli USA. Di conseguenza, se il Messico volesse “trarre qualche beneficio dal ‘partner strategico’ asiatico, spendibile nei confronti degli USA, deve consolidare il proprio sistema Paese”. La possibilità del consolidamento del proprio sistema sul piano economico costituisce il “tallone di Achille” di Città del Messico; i responsabili del governo messicano si troveranno a dover fare i conti col fatto che gran parte dei vantaggi attesi dall’entrata in vigore del NAFTA nel 1994, sono stati ridimensionati con l’ammissione della Cina nel 2001 all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO).

La riduzione o la eliminazione delle barriere tariffarie sui prodotti cinesi, conseguenti all’ammissione del “gigante asiatico” al WTO, ha comportato che la Cina, in capo a pochi anni, superasse il Messico nelle esportazioni verso gli Stati Uniti, trasformandosi così da possibile “alleato strategico” di Città del Messico, in pericoloso “competitore economico”, proprio rispetto al mercato statunitense verso il quale attualmente sono dirette oltre l’80% delle esportazioni messicane. Pertanto, l’impatto dell’ammissione della Cina al WTO si è trasformato in un evento devastante, rispetto al proposito perseguito dal Messico di potenziare il proprio sistema Paese, al fine di attenuare la propria dipendenza dal “potente vicino”.

Così stando le cose, quali prospettive si offrono al Messico per supportare la propria crescita e il proprio sviluppo in condizioni di sufficiente autonomia dai pesanti vincoli esterni? Certamente, l’invito da parte della Cina, suo più diretto “rivale economico”, a partecipare alla riunione dei BRICS non servirà allo scopo; perciò, sembra che al Messico non resti che “sfruttare”, come viene detto nell’”Editoriale” di Limes, la sua “prossimità agli Stati Uniti”. La vicinanza alla superpotenza americana, pur letta spesso in negativo, per via dello scambio ineguale esistente tra i due sistemi in ogni ambito, consente al Paese di capitalizzare il “vettore di potenza” espresso dalla diaspora negli Stati Uniti delle comunità di emigrati messicani; utili questi, non solo per le rimesse, ma anche e soprattutto, per indurre gli “States” a convincersi che è nel loro interesse avere a cuore le sorti e le aspirazioni del vicino più debole, riservandogli un trattamento di riguardo in tutti sensi. Ciò, nel convincimento che oltre il Rio Grande non c’è solo un partner del Trattato di Libero Scambio, ma anche un “potenziale rivale”. Certo, non in grado di piegarli, ma di poter “contribuire a minarne identità e vocazione imperiale”.

Povero Messico: per sopravvivere e gestire il proprio futuro in condizioni di autonomia, sarebbe costretto a intessere rapporti con il suo confinante settentrionale, attraverso un sottile e difficile gioco di prestigio politico; nell’interesse della pace globale non c’è che da augurargli di avere fortuna e che riesca ad evitare i possibili sbagli nella delicata azione politica che sembra rappresentare l’unica opzione disponibile per evitare il peggioramento delle sue attuali condizioni.

Gianfranco Sabattini

Elezioni in Russia. Vietato opporsi a Putin

putin

Alle elezioni fissate in Russia per il mese di marzo 2018, è stato escluso il principale oppositore di Vladimir Putin.

La commissione elettorale centrale russa  ha deciso  che Alexei Navalny, il più noto e popolare oppositore del presidente Vladimir Putin, non potrà partecipare alle prossime elezioni presidenziali in Russia. Secondo la commissione, Navalny non potrebbe essere eletto a causa di una condanna per appropriazione indebita. La condanna sembrerebbe strumentale alle logiche di interesse politico del presidente Putin. In risposta alla decisione di oggi, Navalny ha invitato i suoi sostenitori a boicottare le elezioni di marzo, con le quali Putin cercherà di ottenere il suo quarto mandato, che lo renderà il leader russo al potere per più tempo dai tempi del dittatore Joseph Stalin.

Navalny, 41 anni, aveva annunciato la sua candidatura lo scorso anno. Negli ultimi mesi era riuscito a rafforzare la sua rete di sostenitori. Secondo il Moscow Times, Alexei Navalny era riuscito a mettere in piedi 83 sedi regionali del suo partito in tutto il paese e a mobilitare circa 200mila volontari. In passato Navalny era stato fermato e arrestato più volte dalla polizia a causa della sua attività politica anti-regime. In Russia viene considerato uno dei pochi veri oppositori del presidente Putin.

Vladimir Putin,   candidato per il quarto mandato, nei sondaggi risulta già come vincitore.

Tutti i 12 componenti della Commissione hanno votato contro la candidatura di Navalny, con il verdetto ‘ineleggibile per problemi con la giustizia’. Navalny ha sempre sostenuto che si è trattato di una sentenza politica.

Dopo la bocciatura della sua candidatura, Navalny, nell’esortare tutti i suoi sostenitori a non partecipare al voto ha detto: ”Stiamo dichiarando uno sciopero degli elettori. Chiediamo a tutti di boicottare queste elezioni. Non riconosceremo il risultato di queste elezioni”.

Il principale oppositore di  Vladimir Putin era stato anche condannato nei mesi scorsi alla  detenzione per aver organizzato manifestazioni non autorizzate.

Navalny, 41 anni,  era già stato arrestato dalla polizia sulla porta di casa a Mosca lo scorso 12 giugno, neanche un’ora prima che iniziasse la protesta anti-corruzione organizzata dall’opposizione nel giorno delle celebrazioni per la Festa nazionale, la ‘Giornata della Russia’. In quell’occasione il blogger era stato condannato a 30 giorni di detenzione per ‘aver ripetutamente violato la legge sull’organizzazione di pubblici raduni’.

Il 7 ottobre, nel giorno del 65esimo compleanno di Putin,  i sostenitori di Navalny, allora ancora detenuto, avevano manifestato a San Pietroburgo e in altri luoghi contro il capo del Cremlino: alle proteste erano seguiti duecento arresti.

Nel 2012, Vladimir Putin conquistò il 63,6% dei voti vincendo le elezioni al primo turno. L’ottimo risultato gli consentì di eleggere alla DUMA 140 deputati su un totale di 225. Con la maggioranza ottenuta, ha governato da solo senza la necessità di ricorrere ad altre alleanze.

Dopo aver vinto le elezioni nel 2000 e nel 2004, nel 2008, Putin preferì fare un momentaneo passo indietro cedendo la presidenza al suo delfino Dmitri Medvedev.

Il 18 marzo, l’attuale presidente della Russia sarà in competizione elettorale contro Pavel Groudinine (Partito Comunista), Vladimir Jirinovski (il rappresentante dell’estrema destra) e la trentaseienne giornalista televisiva Ksenia Sobchak (candidata del Partito per l’iniziativa civile russa). L’assenza dalla competizione elettorale di Alexei Navalny, sarebbe un’opportunità in più per la ‘zarina’ dei salotti, Ksenia Sobchak, che ora guiderebbe l’opposizione ed è pronta a sfidare il Presidente Putin alle prossime elezioni. Se Putin, venisse rieletto, come appare scontato, resterebbe in carica fino al 2024.

Salvatore Rondello

Le bugie di Flynn, ex consigliere alla sicurezza Trump

Michael FlynnMichael Flynn, ex consigliere alla sicurezza nazionale di Donald Trump, si dichiarerà colpevole di aver mentito agli agenti Fbi sui suoi contatti sulla Russia e si è detto pronto a testimoniare contro Donald Trump. Lo riferiscono i media americani. In particolare – secondo quanto anticipano i media americani – Flynn dichiarerà di aver mentito agli investigatori dell’Fbi sull’incontro dello scorso dicembre, durante il cosiddetto periodo di transizione, con l’ambasciatore russo a Washington Sergei Kislyak. Michael Flynn che rischia fino a un massimo di 5 anni di carcere e una sanzione da 250.000 dollari, ha amesso di aver computo azioni sbagliate. “La mia dichiarazione di colpevolezza e la volontà dicooperare con il procuratore speciale – ha detto – riflettono la decisione che ho preso nel miglior interesse della mia famiglia e del mio paese. Accetto la piena responsabilità delle mie azioni”. Secco il primo commento della Casa Bianca: “Nei capi di accusa e nella dichiarazione di colpevolezza di Flynn non c’è nulla che coinvolga altre persone. Il caso riguarda solo lui”.

Le false dichiarazioni si riferiscono alla deposizione rilasciata da Flynn nelle mani dei federali il 24 gennaio scorso, quattro giorni dopo l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Questi ultimi sviluppi confermano come l’ex consigliere per la sicurezza nazionale abbia deciso di cooperare con gli uomini del procuratore speciale Robert Mueller che indagano sul Russiagate. Secondo i media americani, Michael Flynn sarebbe pronto a testimoniare contro Donald Trump. Lo ha detto lo stesso Flynn apparendo in tribunale.

Flynn è il primo funzionario dell’amministrazione ed il quarto legato alla campagna ad essere accusato formalmente nel quadro dell’inchiesta condotta da Mueller su possibili collusioni tra governo russo e membri del team di Trump oltre che su eventuali azioni di intralcio alla giustizia e reati finanziari. L’ex presidente della campagna di Trump, Paul Manafort, ed il suo vice, Rick Gates, sono stati accusati formalmente lo scorso mese: si sono dichiarati non colpevoli. E il consigliere per la politica estera della campagna di Trump George Papadopoulos si è riconosciuto colpevole di aver reso una falsa dichiarazione al Fbi riguardo ai suoi contatti con funzionari legati al governo russo.

L’accusa a carico di Flynn è la prima dell’inchiesta Mueller che tocca qualcuno alla Casa Bianca ed è uno dei segnali che testimonia che l’indagine si sta intensificando. Il documento della FBI, riferisce ancora la Cnn, cita due occasioni in cui Michael Flynn avrebbe reso false dichiarazioni: la prima riguardava le sue conversazioni con l’ambasciatore russo riguardo le sanzioni dell’amministrazione Obama contro Mosca e l’esortazione di Flynn alla Russia a non intraprendere la via dell’escalation, la seconda le conversazioni con l’ambasciatore russo in vista del voto del Consiglio di Sicurezza sulla fine degli insediamenti israeliani.

Nord Corea. Russia contro Usa: “Azioni provocatorie”

lavrov 2Nella crisi perenne tra Nord Corea e Stati Uniti d’America, ma stavolta a mettere un freno ci pensa la Russia. Per il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, le azioni degli Stati Uniti contro la Corea del Nord sono “intenzionalmente provocatorie”, sottolineando che la via delle sanzioni “è ormai esaurita”.
Donald Trump ha infatti annunciato “altre massicce sanzioni a carico della Corea del Nord” e, in un comizio nel Missouri, allunga la serie di insulti personali rivolti a Kim Jong-un, definendolo “un cagnolino malato”.
Una dichiarazione che arriva subito dopo l’ultimo lancio di missili da parte del Leader di Pyongyang nella notte tra il 27 e il 28 novembre. “Questa azione avvicina il mondo alla guerra, non lo allontana. Anche se è un conflitto che gli Usa non cercano”, afferma l’ambasciatrice Usa Nikki Haley durante la riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu, che ha poi specificato: “Se ci sarà una guerra, il regime nordcoreano sarà completamente distrutto”. Haley ha anche chiesto alla comunità internazionale di “tagliare tutti i rapporti con Pyongyang”: da quelli diplomatici, alla cooperazione militare, scientifica e commerciale, passando per lo stop a tutte le importazioni ed esportazioni. In particolare si è rivolta alla Cina perché intervenga per tagliare la fornitura di petrolio.
Proprio per questo arriva il freno di Mosca. “I passi recenti di Washington – ha detto Lavrov – sembrano deliberatamente diretti a provocare Pyongyang e spingerla ad azioni dure”. “Adesso gli americani hanno dichiarato che in dicembre si terranno esercitazioni militari massicce, straordinarie; l’impressione è che tutto sia stato fatto apposta per far perdere la calma a Kim e spingerlo a una nuova azione spericolata”, ha aggiunto. “Gli americani devono spiegare a tutti che cosa vogliono ottenere. Se vogliono trovare un pretesto per distruggere la Corea del Nord, allora che ce lo dicano schiettamente e che lo confermino le autorità supreme Usa: allora prenderemo la decisione su come potremo reagire”. Pechino dal canto suo ha cercato di abbassare i toni: il ministero della Difesa cinese ha espresso “profonda preoccupazione” per la situazione, ma ha ribadito che “l’opzione militare non è un’opzione”. La soluzione, hanno fatto sapere, non può che maturare “attraverso il dialogo e le consultazioni. La Cina vuole la pace e la stabilità nella penisola coreana”.

Anche la Russia ammette l’aumento di radioattività

Chelyabinsk-Zinc-5Quello che accade oggi a Chelyabinsk sembra un’immagine già vissuta nel passato. Una città della Russia situata sulle pendici orientali degli Urali affronta problemi climatici molto gravi. La chiamano la seconda Chernobyl e si tratta di una nube radioattiva che si espande anche sull’Europa, con un picco di radioattività in Russia, sopra alle montagne degli Urali. A lanciare l’allarme in Europa è stato l’istituto per la sicurezza nucleare francese (Irsn). Di seguito, nel settembre scorso l’agenzia federale per la protezione dalle radiazioni (Bundesamt für Strahlenschutz, BfS) aveva registrato un aumento di radioattività. In particolare è stato trovato l’isotopo rutenio-106 in campioni d’aria provenienti dalla Germania e dall’Austria. Nonostante in Europa la concentrazione in questi livelli non dovrebbe rappresentare rischi e pericoli per la salute e la vita della popolazione, non si può dire lo stesso per i cittadini di Chelyabinsk, che vivono di persona il disastro. Il rutenio-106, individuato sopra agli Urali, è un prodotto di decadimento delle reazioni nucleari: l’uranio o il plutonio di partenza si suddividono in nuclei più piccoli, che decadono in una serie di elementi radioattivi diversi.

Anche se la radiazione è parsa particolarmente alta nell’area di Chelyabinsk, al confine con il Kazakistan, la zona più plausibile di rilascio è situata tra il fiume Volga e gli Urali. Il massimo livello di rutenio-106 è stato registrato dalla stazione meteorologica di Argayash, che si trova a una trentina di chilometri dal sito nucleare di Mayak, negli Urali meridionali, dove oggi viene riprocessato il materiale nucleare esaurito. Non è la prima volta che l’impianto di Mayak fa notizia. Il 29 settembre 1957, questa centrale fu al centro del terzo più grave incidente nucleare di sempre, dopo quelli di Fukushima e Chernobyl: l’evento diffuse una nube radioattiva su una superficie di 52 mila chilometri quadrati. Secondo ordine delle autorità sovietiche l’incidente rimase segreto fino al 1976. L’attuale impianto di Mayak è stato un bersaglio per gli attivisti, i quali affermano che i dirigenti non hanno imparato la lezione del disastro del 1957. Sostengono che l’aumento degli obbiettivi di produzione avviene trascurando la sicurezza necessaria.

Martedì scorso il management di Mayak ha negato ogni tipo di coinvolgimento con l’aumento dei livelli di radiazioni. La dichiarazione pubblicata sul loro sito ci informa, che la società non ha fatto alcun lavoro che negli ultimi anni potesse portare all’emissione di rutenio-106 nell’atmosfera.

In seguito il ministero della Pubblica Sicurezza della regione di Chelyabinsk ha smentito perdite nell’atmosfera di rutenio-106 e ha affermato che il livello di radiazioni nella regione rientra nella norma. La notizia è stata confermata anche da Rosatom, l’agenzia responsabile del nucleare in Russia. Ma Mosca ora ammette che la nube di rutenio-106, che ha sorvolato l’Europa tra la fine di settembre e la prima settimana di ottobre, è stata osservata anche in Russia. Sono stati rilevati nell’aria livelli dell’elemento radioattivo quasi mille volte oltre la norma.

Come dicono gli esperti, tale superamento non è considerato estremamente pericoloso. Però, nell’Irsn hanno dichiarato che se la perdita fosse avvenuta in Francia, la popolazione, nel raggio di qualche chilometro dall’origine della nube, sarebbe stata evacuata. A Chelyabinsk la gente non è stata evacuata.

Finora, la comunità internazionale non ne sa abbastanza per arrivare a conclusioni circa i pericoli che la perdita potrebbe causare. I livelli osservati in Europa non sono sufficienti per danneggiare la salute umana. Ciò non può essere detto con certezza per la Russia.

Magda Lekiashvili
Blog Fondazione Nenni

1917, l’anno della rivoluzione in un libro

Lenin addressing vsevobuch troops on red square in moscow on may 25, 1919.

Le ricorrenze dei centenari di importanti eventi storici si prestano spesso per operazioni editoriali che di culturale hanno poco. Saggi triti e ritriti, libri che non aggiungono niente di nuovo a ricostruzioni correnti e universalmente accettate. Si produce carta, tanta carta, e dispiace che anche editori accreditati prestino il fianco alla “ragion di stato”, a opere che contengono tante parole e poca scienza. Il centenario del 1917 non ha avuto una genesi diversa, salvo, fortunatamente, per alcuni lavori che offrono quadri interpretativi più ampi e accattivanti.

Tra questi registriamo il bel libro di Angelo D’Orsi, 1917 l’anno della rivoluzione, edito da Laterza, un volume che non limita il suo sguardo alla rivoluzione russa, ma che, nell’incedere dei mesi, traccia un profilo dei mille eventi che hanno caratterizzato la guerra mondiale, di certo acceleratrice dei momenti rivoluzionari, spartiacque epocale della storia del novecento. Il 1917, anno della rivoluzione, è anche l’anno della grande stanchezza per le vicende di una guerra che si stava trascinando più a lungo delle previsioni; è l’anno dei cedimenti ma anche degli sforzi che si riteneva risolutivi, nel contesto di una speranza che stava al passo con la stanchezza e che alimentava, come una favella che non intendeva spegnersi, il controverso rapporto tra governi e gerarchie militari.

Si registrano allora il caso del generale francese Nivelle, ammaliatore del governo repubblicano e che prometteva il colpo risolutivo allo Chemin des dames, tradottosi poi in una tragica ecatombe; o la disfatta italiana a Caporetto, culmine di due anni e mezzo di scriteriate offensive che avevano massacrato il morale dei fanti contadini sfracellatisi sulle difese austriache al fronte Isonzo. Ma ancora, vanno registrati, e D’Orsi lo fa molto bene, i tentativi di giungere alla pace, frutto di qualche ardita operazione diplomatica, poi fallita di fronte al desiderio totalizzante di vittorie definitive; le parole del papa, che inascoltato aveva lanciato un appello per interrompere l’inutile strage. Eserciti di massa, sistemi coercitivi, ideologie e propagande: tutto avrebbe fatto da humus per quei fenomeni che avrebbero generato processi come quelli di nazionalizzazione delle masse e di massificazione della politica che parvero con tutta la loro chiarezza nel dopoguerra.

Con questi quadro di fondo, ecco l’evento che, insieme alla discesa in campo degli Stati Uniti, segna l’ascesa verso una dinamica più internazionale della nostra storia: la rivoluzione d’ottobre. La rivoluzione che ha visto grande protagonista il Lenin leader dei bolscevichi. Il Lenin intellettuale, teorico, il Lenin trascinatore, capace di cogliere il momento, di interpretare gli eventi, di guidare i bolscevichi verso il trionfo della lotta come momento di rottura epocale. Donald Fleming ha detto che ogni rivoluzione, per dirsi tale, deve avere tre componenti principali: un atteggiamento specifico verso il mondo, un programma per trasformarlo in modo essenziale e una fiducia incrollabile che questo programma si possa realizzare: una visione del mondo, un programma e una fede. D’Orsi ha aggiunto anche che una rivoluzione avviene per una precisa combinazione di un momento, e della contemporanea presenza di individui che sanno interpretarlo e guidarlo. Lenin è l’uomo che ha saputo farsi interprete dell’impresa, il protagonista autentico dell’azione che ha cambiato la storia, una storia che da allora, così come ci ha raccontato bene un maestro come Hobsbawn, ha aperto i propri orizzonti, la propria strada, ad un approccio più globale e globalizzato alla sua narrazione.

Per concludere, ritengo che il lavoro di D’Orsi sia da consigliare anche per la sua chiarezza e la sua capacità espositiva, merce rara anche nel mondo degli storici, ormai. In un mercato editoriale sempre più contaminato da libretti e marchette, un libro di questo profilo è quasi una mosca bianca.

Leonardo Raito

Riad, Teheran e Damasco stritolano il Libano

haririPer metà il mistero è risolto, per l’altra metà resta il giallo. Saad Hariri, dopo una breve sosta effettuata ieri al Cairo per un colloquio con il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, torna oggi in Libano per festeggiare l’anniversario dell’indipendenza dalla Francia. Il primo ministro dimissionario libanese non è più “ospite” dell’Arabia Saudita da quattro giorni, sabato ha lasciato Riad ed è andato a Parigi, assieme alla moglie Lara, invitato dal presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron.
Il soggiorno nel regno saudita, non si sa quanto forzato, è durato quasi due settimane: dal 3 al 18 novembre. A Beirut oggi potrebbe anche ritirare le dimissioni o rilanciare cercando di formare un nuovo governo. Prima di lasciare l’Arabia Saudita, si era incontrato con il principe ereditario Mohammad ben Salman in grande ascesa. Aveva assicurato: «Dire che sono trattenuto in Arabia Saudita e che mi è vietato lasciare il Paese è una menzogna».
Uno strano viaggio e soggiorno quello nel regno saudita. Saad Hariri il 4 novembre, da Riad, si era addirittura dimesso da capo del governo senza tornare in patria. Hariri continuava a ripetere: «Sto bene, molto bene. Se Dio vuole torno nel Libano come vi ho promesso. Vedrete!».
Il presidente della Repubblica libanese, in un primo tempo era cauto nei giudizi. Michel Aoun aveva congelato le dimissioni del premier, aspettando il suo rientro in patria. Poi aveva rotto le prudenze diplomatiche: «Il Libano considera Hariri detenuto in Arabia Saudita» e «nulla giustifica il suo mancato ritorno a Beirut».
Hariri, filo saudita, e Aoun, filo iraniano, costituiscono due importanti pilastri del difficile equilibrio politico sul quale si regge il paese dei Cedri. Il Libano è insidiato da tre bombe ad orologeria. 1) Rischia lo spappolamento per lo scontro tra le due potenze regionali del Medio Oriente: l’Arabia Saudita e l’Iran, tra la potenza musulmana sunnita e quella sciita. 2) Rischia di disintegrarsi per le infiltrazioni dei terroristi islamici dell’Isis battuti e in fuga dall’Iraq e dalla Siria. 3) Rischia di frantumarsi per un eventuale intervento armato israeliano contro un possibile insediamento dell’Isis ai suoi confini settentrionali.
Riad ce l’ha soprattutto con Hezbollah, la formazione sciita libanese, al governo con Hariri, accusata di essere agli ordini di Teheran. Alla monarchia sunnita non piace soprattutto la presenza di miliziani sciiti Hezbollah in Siria e in Yemen. La situazione è incandescente. Hasan Nasrallah, leader di Hezbollah, aveva accusato Riad di aver “trattenuto” Saad Hariri contro la sua volontà.
L’esplosivo contenzioso apertosi tra Beirut e Riad è seguito con attenzione e prudenza dai paesi occidentali. Stati Uniti e Francia hanno espresso il loro «sostegno alla sovranità, all’unità e alla stabilità» del Libano. Anche l’Italia è sulla stessa linea. Il ministro degli Esteri Angelino Alfano ha lanciato un appello «a tutte le parti» perché vengano scongiurati conflitti e tensioni. La Russia, alleata di Teheran e di Damasco, presente militarmente in Siria, tace.
Hariri a Riad, in un clima di confusione e d’incertezza, aveva incontrato il re saudita Salman bin Abdulaziz e il potente principe ereditario Mohammad ben Salman. Aveva sempre ripetuto di essere libero e di stare bene e di avere come nemici la Siria, l’Isis e Al Qaeda. Aveva fatto capire di temere per la propria vita. Saad Hariri, figlio di Rafiq, il premier libanese assassinato nel 2005 a Beirut assieme ad altre 22 persone in uno spaventoso attentato da molti attribuito ai servizi segreti siriani, ha sempre avuto una vita difficilissima, sul filo del rasoio. Nello scorso dicembre ha assunto la presidenza di un governo di unità nazionale che avuto una vita travagliatissima.
Il piccolo Libano, un delicato equilibrio di etnie e religioni diverse (cristiani, musulmani e drusi), ha dovuto e deve affrontare non solo l’ingombrante presenza di potenti vicini in conflitto tra loro, ma ha dovuto anche fronteggiare il terrorismo islamico e gli effetti della guerra civile in corso dal 2011 in Siria: ben 1 milione e mezzo di profughi siriani (tra regolari e irregolari) si sono rifugiati in Libano su una popolazione di 4 milioni di persone. Una pressione sociale, economica, politica difficilmente sopportabile da una nazione già semidistrutta da invasioni e da 15 anni di guerra civile che ha causato oltre 150 mila morti.

Leo Sansone
SfogliaRoma

Parla Andrei Kurkov: l’Ucraina 23 anni dopo

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Intervista allo scrittore ucraino Andrei Kurkov in occasione della Fiera Internazionale del libro di Cracovia. Kurkov è conosciuto in Italia non solo per le sue novelle ma soprattutto per i diari scritti durante le proteste di Maidan a Kiev (Diari ucraini, ed. Keller ISBN:978-88-89767-67-2).

Nell’aprile del 2014 finivi il tuo best-seller cosi: “La guerra ibrida nel Donbass prima o poi finirà, e qualunque conclusione abbia sappiamo già che non sarà più la cara e vecchia Ucraina in cui abbiamo vissuto per 23 anni dal giorno della sua indipendenza”. Oggi a distanza di 3 anni che Ucraina vede?
Non molto è cambiato. E quel poco che è cambiato non è andato forse nel verso in cui ci si aspettava. Ma si sa, noi ucraini amiamo raccontarci le favole. E ancora oggi ci raccontiamo la favola di un principe (Europa? Stati Uniti?) che arriverà con il cavallo bianco a salvarci. In realtà dovremmo salvarci da soli, e ancora stentiamo a capirlo.

Sento un forte senso di delusione
Ci sono anche aspetti positivi. Soprattutto i giovani che sembrano non voler più accettare la corrotta nazione dei 23 anni di indipendenza. Ma questi giovani stentano a voler assumersi la responsabilità. Dopo Maidan mi sarei aspettato una nuova classe dirigente, giovane e non collusa con il passato. Ma tanto Jarosz come Parasiuk hanno deluso e ci vorrà forse una nuova generazione perché si cambi davvero pagina. E la pazienza non è la principale qualità di noi ucraini. In secondo luogo quanto accaduto ha contribuito affinché si creasse una consapevolezza nazionale che prima non esisteva. Anche se temo che questa verrà meno quando sparirà la minaccia del nemico comune.

Credi che il governo ucraino abbia un piano B senza il Donbass?
Non lo ammetteranno mai, neanche sotto tortura. Ma è ovvio che esista. Il Donbass diventerà una specie di Transnitria. Già oggi è una terra distrutta e depressa senza la quale l’Ucraina vivrebbe lo stesso. Dal mio punto di vista il governo dovrebbe fare un patto con gli ucraini del Donbass offrendo loro ospitalità e sviluppo entro i nuovi confini.

In Ucraina però vi è una certa idiosincrasia con gli sfollati da Est.
Vero. L’ho notato anche io nella zona Carpatica non più di qualche settimana fa. Ma non vedo alternative. La Russia ha voltato loro le spalle dimostrando quanto poco fosse interessata ai loro destini. Se il resto degli ucraini avessero la capacità di tendere loro la mano, si inizierebbe un cammino insieme verso la stabilità sociale e lo sviluppo economico. Ci vorrà però molto più tempo di quello che, durante la rivolta, ci si aspettasse. Sto lavorando ad un libro che spero di finire entro gennaio sulla linea grigia di quella frontiera che non esiste. Sarà una storia inventata, ma su un fondo di verità.

Da qualche mese potete entrare in Europa senza visti.
L’Europa è il nostro futuro, abbiamo bisogno dell’Europa. I giovani vanno a studiare e lavorare all’estero. E tornano con voglia di Europa e stabilità. Ma torniamo alla necessità del tempo. La fretta ci ha ingannato a Maidan, e dovremmo smettere di credere alle favole. Siamo noi da soli a dover costruire una nuova Ucraina.

Intanto non più di una settimana fa un deputato ucraino è stato quasi ucciso da una bomba a Kiev.
Si ma non credo avesse nulla a che fare con il Donbass. Sono dinamiche interne alla politica di Kiev.

Però dimostra quanta strada ci sia ancora da fare
Si. Maidan è stato solo il primo passo. Il cammino è ancora lungo. Anche perché il mondo occidentale prima o poi dovrà accettare lo status quo. E per interesse economico e geopolitico scendere a compromessi con Putin. Questo scenario non sembra poi così lontano. In quel momento noi ucraini dovremmo dimostrare di essere diventati maturi e saper camminare con le proprie gambe. Aiutati e supportati. Ma senza aspettare il principe azzurro che ci salvi la vita. Il tempo delle favole è finito.

Diego Audero

Onu: Assad ha usato armi chimiche a Khan-Sheikhun

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Un rapporto delle Nazioni Unite ha rivelato come il regime del presidente siriano Bashar Assad sia da ritenere responsabile per l’utilizzo di armi chimiche a Khan-Sheikhun. Lo ha sottolineato l’ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite Nikki Haley. “I risultati resi noti dall’Organizzazione per il divieto di armi chimiche (OPCW) e dal Meccanismo di investigazione comune (JIM) dell’Onu portano a concludere che il regime di Assad ha usato armi chimiche su oltre 100 civili innocenti utilizzando il sarin a Khan Sheikhoun il 4 aprile scorso” ha sottolineato Haley che ha fatto riferimento anche all’impiego da parte dell’Isis di materiali vietati (la senape di zolfo) nell’attacco dello scorso 16 settembre a Um-Housh.

Alla luce di quanto denunciato dal rapporto, Human Rights Watch ha esortato la comunità internazionale a infliggere sanzioni alla Siria. “Il Consiglio di Sicurezza dovrebbe muoversi velocemente per assicurare la presa di responsabilità imponendo sanzioni su individui ed entità responsabili per gli attacchi chimici in Siria”, ha dichiarato l’organizzazione umanitaria in una nota. Per Ole Solvang, vice direttore emergenze di Hrw, il rapporto “dovrebbe mettere fine all’inganno e alle false teorie che sono state diffuse dal governo siriano”. Puntando il dito contro “l’uso ripetuto da parte della Siria di armi chimiche” Solvang ha sottolineato che “tutti i Paesi hanno un interesse nell’inviare un forte segnale che queste atrocità non saranno tollerate”.

Corre in difesa di Assad la Russia che ha definito incongruente il rapporto dell’Onu. Secondo il vice ministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov nel rapporto vi sono “molte incongruenze, discrepanze logiche, testimonianze dubbie e prove non verificate”. Per Ryabkov altri Paesi stanno cercando di usare il documento presentato al Consiglio di Sicurezza per “risolvere le loro personali questioni geopolitiche in Siria”. Mosca, ha aggiunto, analizzerà il rapporto e presenterà presto una risposta.