L’Italia e lo smarrimento del suo interesse marittimo

navi mediterraneoI flussi migratori provenienti dall’Africa stanno sconvolgendo l’identità europea; l’Europa settentrionale, che aveva sempre ignorato il Mediterraneo e le sue problematiche, sta scoprendo che esso si sta trasformando nel pericolo di una sorta di tsunami demografico e sociale. Ma il Mediterraneo sta minacciando, per le stesse ragioni migratorie, ma anche per altre di natura più direttamente strategica ed economica, le repubbliche ex-sovietiche, gli Stati ex-satelliti di Mosca e la stessa Russia attuale; il Mediterraneo quindi sta “inondando” pure l’Est europeo.
L’Italia, malgrado la sua tradizionale posizione geografica e sebbene sia celebrata come terra di navigatori, “refrattaria all’acqua salata”, del Mediterraneo sta subendo gli effetti negativi dei fenomeni che in esso sono in corso di svolgimento, rinunciando a cogestire razionalmente i flussi migratori Sud-Nord e ad inserirsi positivamente e vantaggiosamente in quelli Est-Ovest, che stanno diventando sempre più rilevanti sul piano economico. Il disinteresse verso le problematiche mediterranee non è che uno degli aspetti del fatto che l’Italia abbia sinora delegato ad altri la cura del proprio interesse nazionale.
L’Italia, secondo Riccardo Regilio (“L’Italia, potenza marittima che ignora se stessa”, Limes 6/2017), ha sempre trascurato di elaborare una propria strategia marittima; fatto, questo, che è da considerarsi sorprendente per un Paese che “è quasi del tutto circondato dal mare, con migliaia di chilometri di coste e quindi con una chiara vocazione marittima come semplice conseguenza della sua geografia”. I pochi momenti in occasione dei quali l’Italia è stata portatrice di interessi marittimi, in specie localizzati nel Mediterraneo, si sono avuti quando l’antica Roma ha imposto il monopolio politico-economico sul Mare Nostrum, o quando, a partire dal Medioevo e sino all’inizio della modernità, la Repubblica di Venezia è riuscita a fare prevalere la sua superiorità commerciale, o quando, infine, a partire dall’Unità e sino alla sconfitta nella seconda guerra mondiale, l’Italia ha preteso di svolgere un ruolo dominante nelle acque del Mediterraneo.
Dopo il 1945, nel periodo della Guerra fredda, l’interesse dell’Italia per il Mediterraneo è risultato subalterno a quello degli Stati Uniti, la potenza egemone, sotto la cui ala protettiva essa è riuscita a ricostruirsi e a diventare uno dei Paesi economicamente più avanzati del mondo.
Dalla fine della Guerra fredda, l’interesse degli USA per il Mediterraneo si è lentamente attenuato, delegandone ai Paesi alleati la gestione geopolitica. Ciò, a parere di Regilio, ha causato il riemergere di vecchi conflitti, mai sopiti, tra tutti Paesi rivieraschi, con il coinvolgimento di altri Paesi, al momento privati dello sbocco al mare del quale disponevano in un lontano passato. In tal modo, il contesto del Mar Mediterraneo è oggi complessivamente cambiato rispetto alla situazione che si era consolidata dopo il 1945, trasformandolo in un’area di continui conflitti, piuttosto di cooperazione e di scambio, come sempre retoricamente si tende a idealizzare il ruolo e la funzione del Mediterraneo.
Col nuovo quadro che si è delineato è dunque necessario che l’Italia si inserisca nelle iniziative per la condivisione di un governo pacifico e collaborativi, che l’area mediterranea allo stato attuale richiede. Ciò deve avvenire attraverso una politica attiva, meno dipendente da decisioni esterne, finalizzata “allo scambio, alla crescita e alla cooperazione”, il cui corollario, a parere di Regilio, dovrebbe essere espresso dall’assunto che il Mediterraneo è di tutti, nel senso che esso è una “res communis”, un “Mare Nostrum”, con il possessivo riferito a tutti i Paesi che vi si affacciano.
L’opinione pubblica italiana e la stessa classe politica hanno una percezione del ruolo del Mediterraneo e del comparto marittimo, in generale, non proporzionata all’importanza che l’uno e l’altro rivestono per la politica e l’economia nazionale. “Quella che può sembrare una battuta – afferma Regilio – nasconde una realtà più seria di quanto sembri. Anche la politica, molto spesso, si ferma a pensare al potenziale economico del mare in semplici, seppure importanti, termini di turismo”. Il risultato della bassa percezione del ruolo del mare è la mancata costituzione in Italia di un “promotore politico” dell’economia marittima; esso dovrebbe essere istituzionalmente finalizzato, a livello nazionale, a promuovere un approccio politico e culturale nuovo verso i problemi marittimi connessi strettamente allo sviluppo sostenibile, al quale ricondurre la stessa gestione del problema attualmente più assillante, quello dei flussi migratori, che stanno mettendo a dura prova la tenuta del nostro sistema politico.
Riguardo ai flussi migratori Sud-Nord, ad esempio, la “refrattarietà all’acqua salata” che caratterizza la politica italiana, ha portato il Paese a gestirli poco razionalmente, trascurando di coglierne la possibile utilità per la sua disastrata economia e privilegiando, invece, un malinteso interesse strategico ad essere – come afferma Alessandro Orsini sul numero 29/2017 de “L’Espresso” (“Se l’emergenza diventa strategia politica”) – “la meta preferita dai migranti”. Secondo Orsini, direttore dell’Osservatorio sulla sicurezza internazionale della LUISS, con tale atteggiamento nei confronti dei flussi migratori, l’Italia ha teso a perseguire l’obiettivo di riacquisire il ruolo di “potenza regionale”, già svolto durante il periodo della Guerra fredda. Il Paese ha così sviluppato “una strategia politicamente povera”, basata sul principio che occorre compiacere agli altri Stati, per poter da essi ricevere “qualche aiuto” a beneficio della sua finanza pubblica, che versa in condizioni tutt’altro che buone.
Oggi, però, il prezzo pagato per il ricupero di una presunta centralità politica nel Mediterraneo è molto più oneroso per l’Italia di quanto non sia stato nel recente passato. Durante la Guerra fredda – afferma Orsini – l’Italia ha goduto di molti vantaggi a un costo minimo, nel senso che le era sufficiente risultare allineata con le decisioni della potenza leader dell’Occidente. Il prezzo della presunta centralità risulta invece ora molto più alto e meno redditizio.
La pretesa di ricuperare tale centralità, facendo dei porti nazionali la meta preferita dei migranti, ha comportato per l’Italia molti problemi, i principali dei quali possono essere così riassunti: la mancata utilizzazione dei flussi migratori per la realizzazione di un migliore equilibrio tra le varie classi di età della popolazione; l’aumento della spesa pubblica per soccorrere i migranti, non compensata dai consistenti aiuti comunitari, che l’Italia comunque riceve; infine, l’impatto psicologicamente negativo prodotto dal fenomeno migratorio sugli italiani, i quali, per via dei disagi che sono costretti a subire, si sono convinti che tutto sia stato deciso dagli Stati economicamente più dotati, ai cui “desiderata”, data la situazione economica nazionale ancora precaria, l’Italia dà l’impressione d’essere prona.
In conseguenza di tutto ciò, non essendosi dotata di una razionale politica marittima, l’Italia non solo non riesce ad accrescere il proprio ruolo politico, dando ai flussi migratori uno sbocco positivo sul piano economico-demografico, ma risulta anche estraniata dalla gestione degli interessi economici che sono alla base delle relazioni Est-Ovest del Mediterraneo; interessi, questi ultimi, legati allo sfruttamento e alla commercializzazione delle materie energetiche estratte dai nuovi giacimenti offshore scoperti nel Mediterraneo orientale, ma anche alla proiezione mediterranea degli interessi economico-difensivi della Russia e di quelli prevalentemente commerciali della Cina.
Interessarsi delle risorse energetiche del Levante assicurerebbe all’Italia vantaggi economici, ma le offrirebbe anche la possibilità di realizzare un maggiore accreditamento internazionale. Come affermano Giampaolo Cantini e Michelamgelo Celozzi in “La partita del gas nel Mediterranei orientale” (Limes n. 6/2007), tale accreditamento potrebbe essere acquisito nei limiti in cui l’Italia riuscisse ad inserirsi positivamente nella soluzione di questioni e crisi aperte che coinvolgono molti Paesi rivieraschi del Mediterraneo orientale, proponendo, ad esempio, l’adozione di strutture istituzionali federative nel caso della questione di Cipro e la delimitazione di “zone economiche esclusive” nel caso di Cipro, Turchia, Libano e Israele.
Il maggiore impegno dell’Italia in questo senso, dovrebbe avvenire anche in considerazione del fatto che “lo scenario energetico mondiale – affermano i due autori – è cambiato profondamente negli ultimi cinque anni, mutando il ruolo dell’energia per la sicurezza e lo sviluppo”, per le scoperte di giacimenti di gas nel bacino del Levante e per l’evoluzione delle tecniche di estrazione degli idrocarburi in generale, “con effetti sull’economia, sulla geopolitica e sulla sicurezza di tutti i Paesi”, in particolare di quelli euro-mediterranei, tradizionalmente vulnerabili sul piano dei loro fabbisogni energetici.
Riguardo alla Russia, non deve essere dimenticato che gli interessi della Federazione, oltre che di natura militare, sono anche di natura economica e riguardano in particolare le sue esportazioni di materie prime energetiche. La sua prima preoccupazione resta certamente quella di natura difensiva dalle forze atlantiche schierate a ridosso dei propri confini; dopo l’annessione della Crimea e il consolidamento della sua presenza nel Mar Nero, Mosca si è anche proiettata a difendere il suo alleato di Damasco. Il suo interesse per il Mediterraneo, tuttavia, va ben oltre la difesa nazionale e della Siria, in quanto è attraverso il Mare Nostrum che la Russia può catapultare – secondo Cantini e Celozzi – le sue esportazioni “nelle acque che bagnano il Medio Oriente, il Nordafrica, e il Sud del Vecchio Continente”; inoltre, non va anche dimenticato che proprio l’area balcanica doveva essere attraversata dalla realizzazione di una struttura di “pipeline” per l’esportazione di risorse energetiche, che la crisi della Crimea è valsa però a sospendere o a rimandarne l’attuazione.
Ma il Mediterraneo è diventato un mare nel quale anche la Cina ha avuto ultimamente interesse a gettare l’ancora; è noto come la Repubblica Popolare Cinese sia interessata ai porti mediterranei, strumentali al compimento del progetto delle “vie della seta”, un progetto strategico-commercaiale lanciato da Xi Jinping nel 2013. Dopo aver acquisito il controllo del Pireo in Grecia, la Cina è interessata ai porti di Trieste e di Genova; il Pireo è stato assunto da Pechino come asse portante dei flussi commerciali futuri, che si muoveranno lungo entrambe le vie della seta, quella marittima e quella terrestre. Nei piani cinesi, secondo Giorgio Cuscito (“Le ancore della Cina nel Mare Nostrum”, Limes n. 6/2017), “il Pireo dovrebbe essere collegato al cuore dell’Europa grazie alla costruzione di una linea ferroviaria […] passante per i Balcani lungo l’asse Scopje-Belgrado-Budapest”; l’interesse della Cina per il Mediterraneo, quindi, non è solo dimostrato dal controllo di alcuni porti strategici mediterranei, ma anche dal fatto che essa sta realizzando complesse strutture logistiche, localizzate nei pressi del Corno d’Africa, però tutte orientate a raggiungere il Mediterraneo.
La presenza cinese a Gibuti, per esempio, si colloca in questa prospettiva; il controllo del piccolo e strategico Paese del Corno d’Africa è considerato uno snodo importante per lo sviluppo della rotta marittima delle vie della seta e utile “per gli interessi di Pechino nel Mar Mediterraneo”, verso il quale è orientata anche la costruzione della tratta terrestre delle vie della seta, che dovrebbe raggiungere l’Italia a Trieste. I treni in partenza da una ventina di centri cinesi, osserva Angelo Acquaro (“La via della seta scopre il treno. Entro l’anno sbarco a Milano”, in “la Repubblica del 15 luglio scorso), collegano ormai una dozzina di grandi città europee.
In conclusione, nel Mediterraneo si infittiscono le presenze di molti Paesi pur lontani dal Mare Nostrum, ma l’Italia sembra “brillare” per la sua assenza, con un inspiegabile disinteresse per le problematiche marittime, se non riconducibili al tema dei flussi migratori che, fonte di costi politici ed economici, manca d’essere affrontato dalla politica nazionale in modo adeguato, anche perché non fortemente coinvolta nel governo dei problemi extramigratori. L’Italia potrà farsi valere nella gestione complessiva dei problemi del Mediterraneo, solo se riuscirà a contribuire responsabilmente a risolvere le molte situazioni conflittuali che caratterizzano i rapporti tra la moltitudine di Paesi rivieraschi. Se a ciò rinuncerà, il rischio che essa corre è la sua emarginazione; al fine di fugare questo pericolo occorrerà che essa si decida a definire il proprio “interesse nazionale”, tenendo conto che, nell’incerta area politica ed istituzionale europea, l’imperativo per ciascun Paese è quello di definire nel Mare Mediterraneo il “proprio spazio d’influenza”.
A tal fine, si può condividere il suggerimento che, nel momento attuale, all’Italia convenga inquadrare il “fu Mare Nostrum”, in una prospettiva che le consenta di individuare gli interessi che in esso sono in gioco, per “catturarne” le potenzialità politiche ed economiche, fuori però da ogni logica di una presunta supremazia storica.

Gianfranco Sabattini

Arte e religione si confrontano ad Assisi

assisiMercoledì  2 agosto, al Palazzo del Comune di Assisi, artisti provenienti da varie regioni d’Italia (Umbria, Lazio, Emilia Romagna) e dalla Russia parteciperanno a una manifestazione di grande valore religioso e civile: dedicata al rapporto tra arte, spiritualità e fede cristiana. Nel giorno del Perdono, la storica indulgenza plenaria concessa nel luglio del 1216, da papa Onorio III, appunto per ogni 2 agosto, su esplicita richiesta di San Francesco d’Assisi (che l’aveva proposta al Pontefice per ogni uomo sinceramente pentito delle sue colpe), l’associazione di volontariato “San Pio da Pietrelcina Onlus”, l’associazione culturale “Tota Pulchra” e l’International Spiritual Center SOSYY, insieme al Comune di Assisi e col patrocinio della provincia di Perugia, hanno organizzato un singolare incontro tra artisti e Chiesa cattolica. Che, da un lato, rientra pienamente nella tradizione di Assisi come storico centro di dialogo interreligioso (da S. Francesco, appunto, ad Aldo Capitini, il filosofo nonviolento e liberalsocialista, amico di Carlo Rosselli e del Mahatma Gandhi, inventore, nel 1961, delle “Marce della pace” Perugia-Assisi; sino al grande incontro mondiale tra le religioni voluto da Papa Wotyla ad ottobre 1986). Dall’altro, prosegue un rapporto dialettico tra fede cattolica e arte d’ origini antichissime, ma ripreso specialmente dai Papi del ‘900.
Nella Sala della Conciliazione del Palazzo comunale, il 2 agosto alle 11,l’ing. Stefania Proietti, sindaco di Assisi, Monsignor Jean-Marie Gervais, Presidente dell’Associazione “Tota Pulchra”, Sergio Marinacci, Segretario Nazionale dell’ Associazione San Pio da Pietrelcina Onlus, e Cesare Fussone, Presidente dell’International Spiritual Center SOSJJ, spiegheranno al pubblico e alla stampa lo spirito e gli scopi di questa manifestazione.
“L’arte non deve scartare niente e nessuno.Come la Misericordia”: questo è il messaggio centrale lanciato da Papa Francesco col libro ” La mia idea di arte”, pubblicato nel 2015 da Mondadori ed Edizioni Musei Vaticani (e ultimamente “tradotto” anche in documentario): e già presente nella sua seconda enciclica, pubblicata a giugno 2015, “Laudato si”. Un messaggio di  rifiuto della “cultura dello scarto”, tra i frutti peggiori del materialismo consumistico giunto al parossismo nelle società contemporanee, sino a “scartare” addirittura gli esseri umani; e un terreno su cui si possono creare importanti convergenze tra cattolici e laici, movimento socialista in primo luogo.
Su questa visione cristiana ed estetica del Pontefice si soffermerà  l’ Arch. Antonio Lunghi, Sindaco emerito di Assisi e Consigliere nazionale dell’ Associazione San Pio da Pietrelcina. Mentre gli artisti presenti, coordinati da   Luciano Lepri, critico d’arte e Accademico d’ Onore dell’ Accademia di Belle Arti di Perugia, con le loro opere “dialogheranno a distanza” col Papa: Diana Iaconetti  interpreterà  brani tratti proprio  da questo  libro del Pontefice, e  il  “Pensiero a Francesco di Assisi” di Nuccia Martire, poetessa e scrittrice. Mario Tarroni, artista ferrarese e direttore artistico di “Tota Pulchra”, leggerà la risposta dell’ Associazione all’invito di Papa Francesco.
“L’ ‘arte – sottolinea Tarroni –  deve essere uno strumento di evangelizzazione, col quale possiamo condividere ogni cosa con gli ultimi. Su questo principio, pienamente in linea col pensiero del Pontefice,  prese avvio l’esperienza di “Tota Pulchra” l’ 8 maggio 2016: la nostra associazione vuole onorare la bellezza dell’arte, in quanto manifestazione della Luce Divina nelle potenzialità dell’uomo (nata dall’ incontro tra Monsignor Jean-Marie Gervais, del Capitolo Vaticano, e appunto Tarroni, “Tota Pulchra” ha lo scopo di promuovere l’arte, valorizzando gli artisti, organizzando e promuovendo eventi, di rilievo nazionale e internazionale,  anche insieme ad altri enti e associazioni, N.d.R.). Sensibilizzare i cuori ed esortarli a prender parte a un esperimento collettivo d’ emancipazione sociale, centrato appunto sulla valorizzazione dell’arte:  questo   il messaggio che “Tota Pulchra” vuole trasmettere”, conclude Tarroni, che a febbraio ha consegnato a Papa Francesco il suo progetto sull’arte e i più poveri dal titolo “Coloriamo San Pietro”, centrato sull’idea d’un secondo Rinascimento, che valorizzi  anche l’arte degli “scartati”.
A seguire, Veronica Piraccini, artista romana e docente di pittura  presso l’Accademia delle Belle Arti, presenterà la sua opera “Dall’ impronta di Gesù”, nata da contatto diretto con la Sindone, e realizzata mediante la tecnica della  pittura dalla particolare proprietà impercettibile di apparire e scomparire, denominata e inventata dall’artista stessa.

     Anche Natalia Tsarkova, la pittrice ufficiale dei Pontefici, renderà pubblica la sua opera “Il Pastore Misericordioso”, immagine emblema dell’Anno Giubilare dedicata a Papa Francesco. Inoltre, la Tsarkova presenterà il suo libro-fiaba “Il mistero di un piccolo stagno”. Per questa “Festa del Perdono” del 2 agosto, l’artista ha voluto fare un gesto significativo  dedicando il ricavato delle vendite del libro all’ assistenza   ai bambini ciechi.

Francesca Capitini,  importante artista umbra, illustrerà la sua opera dedicata a “San Francesco”. Cesare Poderosi presenterà invece il progetto per il restauro della Madonna votiva di Case Sparse, area di Norcia  fortemente danneggiata dal terremoto del 2016. Antonello Scarano, attore romano, si esibirà col brano “Tra spiritualità e romanticismo”. In ultimo, Maheya Collins, artista di fama internazionale, canterà le note di “Madre Teresa”; e sarà  presentato al pubblico il volume “Benedetto XVI. L’arte è una porta verso l’Infinito. Teologia Estetica per un Nuovo Rinascimento”, curato da monsignor  Gervais e Alessandro Notarnicola (Fabrizio Fabbri editore e Ars Illuminandi, 2017).
Fabrizio Federici

Turchia isolata. Addio a Ue e tensioni con Usa e Russia

Kurds-baseErdogan torna sul trono sull’Akp, il partito che ha contribuito a fondare e promette pugno di ferro contro ogni dissidenza, ma prima torna a minacciare ancora una volta l’Europa. Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, in un discorso pronunciato ad Ankara, presso la sede dell’Akp, in occasione del suo rientro nel partito ha infatti affermato che se Bruxelles non aprirà nuovi capitoli dei negoziati di adesione, la Turchia non cercherà più di far parte dell’Ue.
“Non c’è altra opzione che aprire i capitoli che finora non avete aperto. Se lo farete, bene. Altrimenti addio”, ha dichiarato Erdogan, citato dai media locali. “La Turchia – ha aggiunto – non è l’usciere (dell’Unione europea, ndr)”.
Ma l’allontanamento dall’Europa rischia di mettere in discussione i progressi fatti nel Paese. Il dialogo con l’Unione Europea ha permesso, infatti, nel primo decennio di questo secolo, significativi miglioramenti, come l’abolizione della pena di morte e alcuni tentativi di dialogo tra il governo turco e le rappresentanze politiche del movimento nazionale curdo.
Proprio la questione curda rischia ora di far scivolare una situazione sul filo del rasoio anche in Siria. Nei giorni scorsi l’aviazione e l’artiglieria di Ankara hanno bombardato le postazioni dello Ypg, accusato di essere un’organizzazione terroristica, gemella del Pkk in Turchia. Ma gli Usa e la Russia si sono ritrovati dalla stessa parte, al fianco dei curdi. Gli Usa hanno subito inviato pattuglie miste curdo-americane al confine fra la provincia di Hassakah e la Turchia, mentre Mosca ha risposto con il supporto di truppe, assieme ai militari siriani fedeli al presidente Bashar al-Assad, al confine fra il cantone di Afrin e il territorio turco.
Nel frattempo la coalizione curdo-araba appoggiata dagli Stati Uniti sta conducendo un’offensiva per strappare agli islamisti Raqqa in Siria.

Gentiloni da Trump per un sostegno sulla Libia

Il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Paolo Gentiloni durante la trasmissione di Rai Tre 'In Mezz'ora', Roma 09 Novembre 2014. ANSA/ FABIO FRUSTACI

ANSA/ FABIO FRUSTACI

Il Mediterraneo prima di tutto, ma nello scacchiere geopolitico, visti anche gli sviluppi recenti di Mosca nel territorio libico, occorre la garanzia del gigante Usa. Lo sa bene l’ex ministro degli Esteri e attuale Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, che si appresta a incontrare il presidente americano, Donald Trump.
Gentiloni parla al think tank Center for strategic & international studies (Csis) di Washington, un intervento dal titolo “La sicurezza nel Mediterraneo come caposaldo della stabilità globale”. Il Presidente del Consiglio italiano ha sottolineato più volte che “la Libia rimane al top delle nostre priorità e il nostro Paese è impegnato nelle sfide delle crisi recenti, che dalla nostra visione corrispondono a una serie di priorità. Gestire in maniera efficace i flussi migratori, stabilizzare le aree di Medio Oriente e Africa, sradicare Daesh” ma “per affrontare questi temi, è fondamentale riaffermare il legame transatlantico”, ha insistito il premier italiano. Al centro dei rapporti transatlantici Gentiloni pone il Mediterraneo, proprio lì dove si scaricano le tensioni dei teatri di crisi, dall’Iraq all’Afghanistan, dalla Siria alla Libia.
A un mese dal G7 di Taormina, in un momento di grande tensione internazionale, Paolo Gentiloni varca per la prima volta la soglia della Casa Bianca nell’era Trump. Il presidente del Consiglio è a Washington e domani sarà a Ottawa, dal primo ministro canadese Justin Trudeau. Al Presidente Trump Gentiloni ricorderà il nostro impegno militare nelle aree di crisi ma anche la capacità di dialogo, dalla Russia ai Paesi arabi e del Nord Africa.
Per stabilizzare il Mediterraneo è “assolutamente cruciale” che si rafforzi l’asse tra Italia e Usa anche oltre la crisi siriana. “È il momento di collaborare per sostenere il governo di Tripoli”, ad esempio, “anche per gestire i flussi migratori”, ha aggiunto il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni alla vigilia del suo incontro Usa col presidente Trump. “La Libia resta tra le nostre massime priorità”, e io “non credo che sia un’idea praticabile quella della divisione della Libia: porterebbe a maggiore instabilità”, mentre “mantenere una leadership congiunta di Italia e Usa” nel Mediterraneo “è non solo una occasione ma anche un obbligo politico, un dovere”. Sulla Libia infatti “esiste la preoccupazione che altre potenze la usino per dividerla, per motivi di confronto e supremazia, ma il Paese deve restare unito”. Il riferimento è all’Egitto o alla Russia, che per Gentiloni farebbero bene a lavorare per l’unità del Paese e per il successo degli sforzi italiani di stabilizzazione del governo di Serraj.
Per tentare di avere un supporto americano Gentiloni afferma anche che il raid missilistico deciso il 7 aprile scorso dal presidente americano Trump contro una base aerea siriana in risposta all’attacco chimico attribuito al presidente siriano Bashar Al-Assad, è stata la “cosa giusta da fare”. Tuttavia Gentiloni precisa che in quel territorio non serve una soluzione militare, ma una strategia politica.

Globalizzazione come disordine mondiale

movimenti-globalizzazione

Caos e disordine mondiali, contrariamente all’opinione di chi pensa alle opportunità che essi possono offrire, generano in realtà l’anarchia nelle relazioni internazionali e fanno temere la crescita del pericolo di motivi di guerra, sinora contenuti entro ristretti confini regionali. A parere di Aldo Giannuli, ricercatore presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università statale di Milano, si tratta ora di un pericolo che espone il mondo a un possibile conflitto a scala planetaria.

Giannuli, in “Elogio del disordine mondiale” (Limes, n. 2/2017), osserva che è “in corso un allargamento delle aree di scontro con archi di crisi di migliaia di chilometri, dalla Libia all’Afghanistan, dalla Siria all’Ucraina forse all’Estonia, dalla Corea alle isole Senkaku-Diaoyu, che potrebbe allungarsi sino alle Paracelo – per non dire dell’iperterrorismo”; situazione, questa, che può solo prefigurare la preoccupazione per un’”escalation” che porti ad un conflitto generalizzato.

Tradizionalmente – afferma Giannuli – l’ordine mondiale e sempre stato pensato come equilibrio nelle relazioni tra gli Stati; con la “globalizzazione neoliberista”, però, sono venuti meno i capisaldi del passato, gli Stati nazionali, che di quell’ordine erano, oltre che gli artefici, entro certi limiti, anche gli addetti alla sua salvaguardia. L’avvento della globalizzazione, infatti, ha causato un profondo “riallineamento” dei rapporti di forza economica dei diversi Paesi; questo mutamento, coniugato con l’affievolimento del ruolo dei singoli Stati, ha indotto gran parte dei fruitori dei vantaggi offerti dall’integrazione dei mercati nazionali nel mercato mondiale a ritenere che “di Stato ne bastasse sol uno – gli USA – di cui tutti gli altri sarebbero stati solo pallide agenzie locali”.

L’esperienza storica è valsa a smentire tale convincimento; ciò perché, a fronte del consolidamento delle posizione egemonica degli USA, non sono mancate le contromisure messe in atto dai protagonisti più deboli del mercato mondiale; questi, coalizzati contro la potenza egemone, hanno reso precario il vecchio ordine internazionale, in quanto alla potenza centrale hanno contrapposto un “certo numero di potenze regionali”, con la prima dotata di una capacità d’intervento planetario, e le seconde in grado solo di difendere il “proprio spazio strategico”. La precarietà del nuovo ordine internazionale ha reso sempre più imperfetto e incerto il predominio della potenza egemone sulla scena globale, sino ad originare una situazione di generalizzata anarchia nelle relazioni internazionali.

Con la nascita del mondo moderno, la diffusione della forma organizzativa della vita sociale dello Stato nazionale e l’assenza di un’autorità soprannazionale hanno spinto a risolvere il problema dell’anarchia internazionale attraverso trattati che, oltre a sancire l’indipendenza dei singoli contraenti, hanno teso a limitare gli scontri armati generalizzati. Il risultato è stato che le relazioni internazionali sono state “governate” con accordi fondati su una logica relazionale tra gli Stati che ha preso il nome di “equilibrio di potenza”; lo scopo era quello di impedire che uno degli Stati o coalizione di Stati, aderenti all’accordo, divenisse tanto forte da prevalere sugli altri. La logica dell’equilibrio di potenza, tuttavia, pur simulando la sovranità e l’uguaglianza di ciascun soggetto partecipante all’accordo, non ha impedito che l’ordine mondiale assumesse una forma gerarchica; non senza fondamento, una corrente di pensiero “realista”, avente come suo esclusivo campo di studio le relazioni internazionali, ha identificato l’ordine mondiale, affermatosi dopo gli anni Settanta del secolo scorso come un ordine basato “sulle condizioni di pace dettate dai vincitori”.

A questo tipo di ordine mondiale – a parere di Giannuli – è riconducibile, infatti, quello realizzato sulla base dei trattati ispirati dal “Washington consensus”, con la costruzione di una cornice all’interno della quale è stato allargato e approfondito il processo di integrazione mondiale delle economie nazionali; un ordine “basato sul compromesso fra la spada e la moneta a fondamento dell’egemonia americana”, che però sarebbe entrato in crisi con l’inizio della Grande Recessione del 2007/2008.

Data la situazione esistente, Giannuli si chiede se “sia realistico e auspicabile” pensare a un possibile ricupero dell’ordine mondiale preesistente la crisi, col ripristino della netta egemonia di un solo soggetto, gli USA; oppure se sia preferibile un diverso ordine, sempre fondato sulla centralità dell’America, ma basato su un compromesso stipulato dai maggiori protagonisti della scena mondiale, ovvero dai soggetti espressi dai “sette imperi”, come Giannulli chiama USA, UE, Giappone, Brasile, Russia, India e Cina. Entrambe le alternative, secondo il ricercatore dell’Università Statale di Milano, sono poco probabili; la prima, quella fondata sulla sola egemonia americana, in considerazione delle dichiarate intenzioni della nuova amministrazione statunitense, appare allo stato attuale assai poso credibile; la seconda alternativa, per quanto meno irrealistica della precedente, non è priva di ostacoli: in primo luogo, perché l’Unione Europea è afflitta da una crisi che dura da tempo e che, per le intenzioni del neopresidente, non vede i rapporti euro-americani destinati a volgere “al bello”; in secondo luogo, perché gli altri principali “imperi”, Cina e Russia, sembrano anch’essi attraversare nei loro rapporti con gli USA una fase non migliore di quella dell’Unione.

Le due alternative possibili per il ripristino dell’ordine mondiale pre-crisi non sono, perciò, a parere di Giannuli, auspicabili, sia perché, una riproposizione dell’egemonia americana non è desiderabile, soprattutto in relazione al modo con cui gli USA hanno governato il processo di internazionalizzazione delle economie nazionali; sia perché anche il compromesso tra i “sette imperi”, “al di là delle ragioni che ne farebbero prevedere la scarsa stabilità e durata”, calare sul mercato globale la “cappa di piombo di un ristretto club di nazioni […] potrebbe essere del tutto controproducente, tanto sul piano del libero sviluppo delle dinamiche storiche in corso quanto in vista di preservare la pace”.

Infine, conclude Giannuli, a parte l’impossibilità di dimostrare che il compromesso tra i “sette imperi” possa durare nel tempo e che in qualcuno di essi possano nascere propensioni egemoniche, il patto sul quale dovrebbe reggersi il compromesso “avrebbe l’effetto di congelare qualsiasi ipotesi di riforma della governance mondiale in direzione di meccanismi più democratici e di migliori garanzie per il diritto internazionale”. Tutto ciò varrebbe a dimostrare che, contrariamente a quanto la teoria delle relazioni internazionali sostiene, non sempre i peggiori pericoli mutuano la loro origine dall’anarchia; a volte, come nel caso attuale, è l’ordine possibile che potrebbe “generare il massimo disordine”.

In sostanza, la causa prima dell’incerta possibilità di rimediare al caos e al disordine mondiale è il mancato governo della globalizzazione. Come afferma Alessandro Pansa, docente di Finanza presso l’Università Luiss Guido Carli di Roma e autore dell’articolo “La finanza occidentale domina il mondo” (Limes, n. 2/2017), è la globalizzazione “la vera causa efficiente della perdita di baricentro del mondo, del suo mutato equilibrio o maggiore disequilibrio. In una sorta di nemesi della storia o di eterogenesi dei fini, la liberalizzazione dei movimenti di capitali, la deregolamentazione dei mercati finanziari, l’internazionalizzazione della tecnologia e l’imposizione di regole al commercio internazionale – sostenute prima di tutto dai governi britannico e statunitense – avrebbero finito col rivoltarsi contro coloro che hanno voluto, costruito, dotato di dignità intellettuale e difeso questo sistema, frammentando e trasferendo al resto del mondo un potere che per secoli era stato appannaggio dei sistemi occidentali”.

Conseguentemente, un mondo in cui gli attori economici operano senza che gli Stati nazionali siano impegnati a contenere i costi di transazione, appare oggi, sì, come un’area di mercato unificata, ma anche come un “campo di battaglia”, al cui interno è combattuta una guerra per la distribuzione del potere di scambio; guerra, questa, nello svolgimento della quale, l’Occidente (inteso come l’insieme, sia pure ridotto, dei Paesi ad economia di mercato) svolge un ruolo ancora dominante, disponendo però di una forza notevolmente inferiore rispetto a quella della quale disponeva nel passato, a causa della ridistribuzione del potere che sarebbe avvenuta all’interno dei principali Stati che lo compongono.

A parere di Pansa, la competizione per il controllo della tecnologia e dei mercati finanziari avrebbe determinato il trasferimento di “enormi quote di potere dai governi alle principali istituzioni finanziarie e industriali”, con la conseguenza che le prime (le istituzioni finanziarie) avrebbero acquisito la capacità di influenzare le politiche finanziarie degli Stati e quelle degli investimenti pubblici; mentre le seconde (le istituzioni industriali) condizionerebbero “la dotazione tecnologica di un Paese, il suo sistema industriale, le politiche per il mercato del lavoro, la distribuzione delle strutture produttive”. L’effetto della ridistribuzione del potere all’interno dei principali Stati occidentali sarebbe consistito nel fatto che, mentre le istituzioni finanziarie e industriali hanno acquisito la possibilità di fissare le regole di funzionamento del mercato internazionale, le istituzioni politiche avrebbero visto restringersi la propria competenza a un livello solo nazionale, se non addirittura locale. Tutto ciò avrebbe avuto come effetto ultimo destabilizzante la crisi delle istituzioni democratiche e la perdita da parte degli Stati occidentali del potere di governare la globalizzazione.

L’affievolimento del ruolo degli Stati nazionali e lo svilimento delle istituzioni democratiche sarebbero all’origine del caos e del disordine in cui versa attualmente il mercato globale. Ciò avrebbe messo a rischio la sopravvivenza dello stesso modo di produzione capitalistico; poiché il capitalismo – afferma Pansa – “può esistere senza la democrazia mentre quest’ultima difficilmente potrebbe sopravvivere senza il primo, è il capitalismo che va salvato, in parte anche da se stesso”. Ma come? Pansa al riguardo, propone una “ricetta”, la cui utilizzazione ha però da percorrere un terreno molto accidentato.

Intanto, la “ricetta” prevede un ritorno all’antico all’interno degli Stati dove le istituzioni democratiche sono state espropriate delle loro prerogative da quelle finanziarie e industriali, consentendo alle prime di esercitare l’antico ruolo di governare e regolamentare i comportamenti, a livello nazionale ed internazionale, delle istituzioni finanziarie e di quelle industriali; in secondo luogo, la “ricetta” ipotizza il ridimensionamento dei mercati finanziari, per consentire un loro controllo stabilizzante da parte delle istituzioni politiche; in terzo luogo, l’ipotesi di Pansa considera la reintroduzione di un diverso trattamento fiscale per il contenimento dei flussi finanziari a breve; infine, la stessa proposta implica una riorganizzazione delle istituzioni economiche internazionali, con una riduzione della capacità, della quale esse sino ampiamente avvalse, di fissare le regole che sottostanno le relazioni commerciali internazionali.

Pansa conclude il discorso chiedendosi a chi dovrebbe spettare il compito di prendere l’iniziativa per portate a compimento le riforme che egli propone. L’esperienza del passato, potrebbe suggerire la plausibilità che a prendere l’iniziativa sia l’”insieme tutto sommato piuttosto omogeneo di storia, cultura, regole e istituzioni composto da Stati Uniti ed Europa”; sennonché, Pansa stesso riconosce che “gli USA sono oggi guidati da un’amministrazione che non sembra interessata s quel ‘moderato multilateralismo’ che ha caratterizzato la miglior leadership americana del secondo dopoguerra”. Non resterebbe che l’Europa, la quale, però, per via dello stato in cui versa, sia sul piano economici, che su quello politico, non si trova nella condizione di poter pensare di governare “processo globali”.

A parere di Pansa, l’impegno dell’Europa ad assicurare una governance al mercato globale potrebbe costituire l’occasione, sicuramente non di facile accoglimento, per ridare “ruolo e significato all’UE”, le cui istituzioni avrebbero cosi modo di non farsi più percepire dal resto del mondo “come una sovrastruttura dannosa e autoreferenziale”. Strano modo di pensare, quello di Pansa; egli è del parere che L’Europa potrebbe trovare un motivo per un suo possibile ”riscatto”, impegnandosi perché al mondo e alla globalizzazione dei mercati nazionali sia assicurata una governance, dimenticando, come egli stesso riconosce, che la sua incapacità di impegnarsi per la realizzazione di un possibile governo globale dipende proprio dalla sua inadeguatezza a “governare processi globali”.

In sostanza, per Pansa, come per Giannuli, non sempre per il mondo i peggiori pericoli mutuano la loro origine dall’anarchia internazionale; a conservare il mondo nel caos attuale è l’ordine possibile che potrebbe essere garantito da uno Stato (gli USA), o da una coalizione di Stati (la UE), che sono privi della necessaria disponibilità e credibilità perché possano essere assunti come garanti di un nuovo possibile ordine globale multilaterale.

Gianfranco Sabattini

Istat. Cresce il Made in Italy verso Paesi extra europei

commercioBuone nuove sul fronte del commercio. Per il nostro Paese a gennaio si è registrato un incremento sia per le esportazioni (più 2,8 per cento) che per le importazioni (più 1,7 per cento), rispetto a dicembre. Il dato davvero significativo è però quello della crescita su base annua, nell’ordine del 19,7 per cento per l’export e del 22,3 per cento per l’import.
L’Istat infatti ha fatto sapere che a gennaio il saldo italiano del commercio estero extra europeo ha mostrato un disavanzo di 889 milioni di euro, a fronte del deficit di 486 milioni segnato un anno prima.
A dicembre 2016 si era registrato un avanzo di 5,673 miliardi di euro (rivisto da 5,678 miliardi) a fronte di un surplus di 5,887 miliardi di un anno prima.
Per l’Istat tale aumento è condizionato in buona parte dal livello di vendite particolarmente contenuto a gennaio 2016 e dalla presenza a gennaio 2017 di alcune transazioni straordinarie (commesse speciali e vendite di mezzi di navigazione marittima). Resta tuttavia che i numeri sono molto positivi per le esportazioni italiane extra Ue. Le vendite interessano in particolare Mosca, nel giro di un solo anno, hanno registrato un aumento del 39,4%. Ma la crescita tendenziale è diffusa a tutti i principali partner commerciali, anche i Paesi cosiddetti Asean – Association of South-East Asian Nations (+57%), la Cina (+36,6%), gli Stati Uniti (+35,8%), il Giappone (+29,0%) e i Paesi Mercosur – ovvero l’America meridionale (+23,1%). Anche per l’import si rileva una dinamica crescente che coinvolge in particolare: Opec (+53,4%), Russia (+43,3%) e Turchia (+29,6%).
Cresce quindi anche il deficit della bilancia commerciale, con un disavanzo che a gennaio 2017 sale a meno 889 milioni, contro i meno 486 milioni di gennaio 2016. Il valore delle importazioni supera tuttavia quello delle esportazioni, con conseguente uscita netta di capitale monetario dalla nazione. Il surplus nell’interscambio di prodotti non energetici (più 2,3 miliardi) è in notevole aumento rispetto a gennaio 2016 (più 1,3 miliardi).

Libia. L’Italia passa in secondo piano per la Russia

russia_putin_libia.jpg--La crisi libica a distanza di sei anni è ancora punto e a capo, ma stavolta a dirigere i piani potrebbe essere il Cremlino. Ieri un “convoglio” di auto del premier libico Fayez Al Sarraj è rimasto coinvolto in una sparatoria a Tripoli che ha causato il ferimento di due guardie del corpo. Poche ore prima di finire sotto il fuoco dei miliziani probabilmente fedeli a Ghwell, però Al Serraj aveva preso pubblicamente atto dell’impossibilità di arrivare a un accordo con il generale Haftar in un’intervista alla Reuters, nella quale ha ammesso il sostanziale fallimento dei colloqui del Cairo. Nella capitale egiziana, ha affermato, “non si è raggiunto un accordo perché sfortunatamente l’altra parte in causa (il generale Haftar, ndr) rifiuta ostinatamente il dialogo”. Per questo motivo, secondo Al Serraj sarebbe auspicabile un intervento della Russia nelle vicende libiche e, in particolare, sarebbe utile che Mosca fungesse da intermediaria tra lui e Haftar prendendo direttamente in mano le redini del processo di pace.
La Russia plaude e si rimette in prima linea. Mosca non ha mai nascosto né le sue intenzioni in Medioriente, né le sue mire per quanto riguarda i giacimenti petroliferi. Il gigante russo del petrolio Rosneft e l’ente petrolifero libico National Oil Corporation (Noc) hanno siglato un accordo di cooperazione che “getta le basi per gli investimenti della Rosneft nel settore petrolifero libico”: lo scrive oggi la Tass citando la società libica. L’intesa è stata firmata ieri dal presidente di Noc Mustafa Sanalla e da quello di Rosneft Igor Sechin a margine della Settimana internazionale del petrolio a Londra.
La notizia ha lasciato l’Italia con l’amaro in bocca, ma Roma ha voluto comunque ribadire la sua vicinanza e supporto a Tripoli. “La Libia è la nostra priorità”. Lo ha ribadito il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, in una conferenza stampa alla Farnesina con il collega saudita Adel Al Jubeir. Sulla questione libica, ha aggiunto Alfano, “abbiamo condiviso visioni, rapporti e abbiamo anche valutato quanto sia importante questa nostra collaborazione” con l’Arabia Saudita. Proprio l’Arabia Saudita è sempre più irritata dall’espansione russa sul greggio: Mosca torna sul podio dei produttori mondiali di petrolio, un titolo che viene strappato all’Arabia Saudita.
Tornando alla Libia, poche ore fa il capo di Stato maggiore, generale Claudio Graziano, ha elogiato le missioni all’estero dell’Italia e per quanto riguarda la Libia “a terra siamo impegnati con circa 300 uomini, è un messaggio di sostegno alla Libia, e quindi contribuisce alla stabilità del Paese. E, indirettamente, aiuta anche nella lotta contro il terrorismo”. E per quanto riguarda invece lo schieramento di un contingente sul territorio ha affermato: “Noi siamo pronti ma la precondizione è la richiesta libica. La Libia è una priorità dell’Italia”.
Ma il Governo di Accordo Nazionale libico sembra voler chiedere di più e intanto ha iniziato a volgere lo sguardo verso la protezione di Mosca. Anche perché crescono i timori per le mire dei Paesi confinanti.
Ieri a Tunisi i ministri degli esteri di Tunisia, Algeria ed Egitto si sono incontrati per fare il punto sui risultati raggiunti e i contatti stabiliti dai tre Paesi con le parti libiche. Il meeting di Tunisi conferma che l’Egitto, che non ha mai nascosto il suo appoggio ad Haftar, ambisce ad assumere un ruolo guida nella soluzione dei problemi del Paese confinante prima che uno stato di guerra civile permanente minacci di diffondere le sue tossine politiche e religiose in tutto lo scacchiere nordafricano.

Marx ed Engels e il richiamo ai proletari

marx engelsIl 21 Febbraio 1848 veniva pubblicato a Londra il Manifesto del Partito Comunista. Frutto di 2 anni di lavoro, rappresentava l’essenza del pensiero di Karl Marx e Friedrich Engels. L’opera è stata alla base dei movimenti operai degli anni successivi, dando un notevole slancio alle rivendicazioni proletarie. Il cuore del manifesto è proprio lo scontro tra borghesia e proletariato, le uniche due vere classi esistenti (secondo i filosofi).
La lotta tra chi ha e chi non ha è il vero e proprio motore della storia, nella quale si susseguono continuamente questi conflitti sociali. Le rivoluzioni permettono quindi il passaggio tra le diverse epoche, sovvertendo l’ordine sociale preesistente. La caduta della borghesia era quindi una conseguenza storica necessaria, sostenuta anche da una sua naturale tendenza all’autodistruzione.
Il capitalismo poggia infatti la sua forza sul plusvalore ed attraverso questo soggioga il lavoratore permettendo l’accumulo di ricchezze da parte di una stretta cerchia. Ma proprio questa concentrazione farà implodere tutto il “sistema”.
Le fila della borghesia si restringeranno sempre di più, mentre quelle della classe povera si estenderanno, generando così un punto di rottura. La rivoluzione armata che ne seguirà avrebbe portato a un rovesciamento del potere, con una vera e propria dittatura del proletariato.
Mettendo da parte la condivisione o meno di questi ideali, è indubbio che il Manifesto abbia dato una maggior forza alle rivendicazioni delle classi più povere e compattato il movimento operaio. Le rivendicazioni dell’800 coordinate dalle varie “Internazionali” ne sono una dimostrazione. È innegabile quindi l’apporto positivo di questa ideologia per la conquista dei “nuovi diritti” per le classi disagiate.
Allo stesso modo ha però dato adito ad alcuni dei regimi totalitari più feroci della storia. Dietro lo scudo dell’ideologia operaia si sono nascoste delle tremende repressioni le cui prime vittime furono proprio “gli ultimi”. Si pensi allo sterminio dei Kulaki nella Russia degli anni ‘30 o allo sfruttamento degli operai nella Cina monopartitica dei nostri giorni. Gli ideali di Marx sono stati paradossalmente usati per soggiogare i più deboli, stravolgendo di fatto i suoi intenti.

Federico Marcangeli
Blog Fondazione Nenni

Tensione Grecia-Turchia.
E la Nato spaventa Putin

nave russiaSi respira aria tesa tra Paesi confinanti. La Grecia già in apprensione per la riunione di lunedì per cercare di trovare un nuovo compromesso con il Fondo Monetario Internazionale e con i ministri delle Finanze europei, ha rischiato un incidente diplomatico con la vicina Turchia. Una nave militare da pattugliamento turca ha aperto il fuoco questa mattina nell’area attorno all’isola greca di Farmakonisi, nell’Egeo orientale in una zona rivendicata dalla Turchia. Lo stato maggiore greco definisce “serio” l’incidente. La pattuglia turca ha lasciato la zona dopo l’intervento della fregata greca Nikiforos. Ieri le autorità di Ankara hanno emesso un servizio internazionale di avviso (Navtex) informando della volontà di condurre un’esercitazione militare nell’area ad est dell’isola di Farmakonisi. Da Atene, precisa però il ministero della Difesa, era stata negata l’autorizzazione a questa esercitazione, in quanto si sarebbe svolta nelle acque territoriali elleniche. L’unità navale greca Nikiforos è stata inviata prontamente nell’area fino a quando la nave turca ha abbandonato le acque territoriali della Grecia. Lo scorso 5 febbraio l’esercito greco si era detto preoccupato per una possibile mossa a sorpresa dalla marina turca nel Mar Egeo.
Dalla parte Atlantica nel frattempo cresce la tensione, mai sopita, con il Cremlino. Nonostante il continuo invito al dialogo da entrambe le parti, gli screzi non mancano. L’ultimo quello che ha fatto infuriare il Cremlino è stato l’annuncio da parte del segretario generale, Jens Stoltenberg dell’invio di navi da guerra nel mar Nero. Misure che secondo il segretario della Nato consentono “un’aumentata presenza navale nel Mar Nero per addestramento, esercitazioni e ‘situation awareness’ e una funzione di coordinamento della Forza navale stanziale per operare assieme alle altre forze alleate”. Il Mar Nero è un punto nevralgico e dolente per la Russia perché è diviso tra Stati membri dell’Alleanza, la Russia, l’Ucraina e nel bel mezzo ospita la penisola di Crimea che è il principale oggetto di discordia tra i due blocchi. La reazione non si è fatta attendere. “Il contenimento della Russia è ufficialmente la nuova missione della Nato, l’ampliamento ulteriore del blocco è indirizzato a questo scopo”, ha detto Putin sottolineando che questo atteggiamento già era “presente nel passato” ma ora la Nato “crede di aver trovato una motivazione più seria”. “Si sono accelerati i processi di dislocamento degli armamenti strategici e non fuori dai confini nazionali degli stati principali che fanno parte dell’Alleanza”, ha sottolineato Putin.
Ma i contrasti non si fermano nel territorio dell’Est Europa, anche sulla Libia si accelerano le divisioni. La Nato ha annunciato che aiuterà la Libia a organizzare le sue forze di difesa e sicurezza. Ieri infatti, a margine della riunione dei ministri della Difesa dell’Alleanza, il segretario generale Jens Stoltenberg ha annunciato la richiesta formale del premier libico Fayez al-Sarraj. Aiuto che colpirebbe in primis Haftar, spalleggiato dal Cairo e Mosca.
Anche sull’intermediazione di Trump nei rapporti con Putin sembrano scemare tutte le speranze. “Voglio ricordarvi che da mesi mettiamo in chiaro che non intendiamo indossare gli occhiali rosa e non abbiamo mai nutrito inutili illusioni. Quindi non abbiamo niente di cui essere delusi”. La risposta arriva dal portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, secondo cui “non c’è nulla di cui essere delusi”, innazitutto perchè a Mosca nessuno si è fatto illusioni anzitempo. E “tanto più che non ci sono ancora stati sostanziali contatti tra i due capi di Stato . E non è noto quando ci saranno, esattamente”.

Commercio estero. Dall’Istat segnali di ripresa

Commercio mondialeL’Istat ha comunicato i dati sul commercio estero per il 2016. “A dicembre 2016, rispetto al mese precedente, si registra una crescita sia dell’export (+2,3%) sia dell’import (+2,5%). L’avanzo commerciale è pari a 5,8 miliardi (+5,6 miliardi a dicembre 2015). L’aumento congiunturale dell’export coinvolge entrambe le principali aree di sbocco, con un incremento delle vendite maggiore verso i paesi extra Ue (+2,5%) rispetto all’area Ue (+2,1%).

Rispetto al trimestre precedente, negli ultimi tre mesi dell’anno si rileva una dinamica positiva per entrambi i flussi (+2,4% per l’export e +3,6% per l’import). Le vendite di tutti i principali raggruppamenti di industrie sono in espansione, in particolare per i prodotti energetici (+20,6%) e per i beni di consumo non durevoli (+2,9%).

Nei confronti dello stesso mese dell’anno precedente, a dicembre 2016 crescono sia l’export (+5,7%) sia l’import (+6,1%). Le variazioni tendenziali risultano pari a +8,5% per l’export e +10,0% per l’import se corrette per i giorni lavorativi.

Nel corso dell’anno 2016 le esportazioni sono in crescita (+1,1% in valore e +1,2% in volume) mentre le importazioni registrano una diminuzione (-1,4%) in valore e un aumento (+3,1%) in volume. L’espansione dell’export è da ascrivere esclusivamente ai paesi dell’area Ue (+3,0%); la flessione del valore delle importazioni (-1,4%) al netto dell’energia risulta in aumento (+1,5%). L’avanzo commerciale raggiunge i 51,6 miliardi (+78,0 miliardi al netto dell’energia).

Nel 2016, i mercati più dinamici all’export sono Giappone (+9,6%), Cina e Repubblica ceca (+6,4% entrambe), Spagna (+6,1%) e Germania (+3,8%). Si segnala la forte crescita nell’anno delle vendite all’estero di articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (+6,8%), autoveicoli (+6,3%), mezzi di trasporto, autoveicoli esclusi (+4,6%) e prodotti alimentari, bevande e tabacco (+4,2%).

Nel 2016, gli acquisti dalla Russia (-26,3%), così come quelli di gas naturale e di petrolio greggio (rispettivamente -28,5% e -20,4%), sono risultati in forte calo. Nel mese di dicembre 2016 l’indice dei prezzi all’importazione dei prodotti industriali aumenta dello 0,5% rispetto al mese precedente e dell’1,6% nei confronti di dicembre 2015.

L’incremento dei prezzi all’importazione dipende principalmente dalle dinamiche del comparto energetico, al netto del quale l’indice registra un più contenuto aumento (+0,1%) rispetto al mese precedente e una diminuzione dello 0,2% in termini tendenziali”. E’ particolarmente evidente il peggioramento delle relazioni commerciali con la Russia per la netta flessione delle importazioni di gas e petrolio greggio. Nel determinare l’avanzo della bilancia commerciale hanno principalmete contribuito i prodotti farmaceutici e medicinali, gli autoveicoli e i mezzi di trasporto, i prodotti agro-alimentari. Discorso a parte meriterebbe la forte espansione delle vendite dei prodotti energetici.

Programmi più ambiziosi si potrebbero fare per il prossimo futuro puntando su settori in cui l’Italia è particolarmente competitiva come l’industria del legno e del mobilio, la cantieristica navale, l’elettronica avanzata, ed altri settori come haute-couture, abbigliamento, etc. in cui l’Italia può vantare alta tecnologia, avanguardia stilistica e innovazione creativa.

Salvatore Rondello