I BRICS e l’uso delle monete nazionali

brics

Da anni i paesi del BRICS stanno sperimentando l’utilizzo delle loro monete nazionali nei commerci e negli accordi interni all’alleanza e anche con altri paesi emergenti. L’accordo più clamoroso è quello siglato in renminbi e in rubli per la grandissima fornitura di gas russo alla Cina per l’equivalente di circa 400 miliardi di dollari.

Il sistema monetario internazionale basato sul dollaro è sempre più criticato. Spesso le economie emergenti hanno sofferto per le ricadute destabilizzanti delle politiche monetarie americane che hanno provocato bolle finanziarie e speculative.

Recentemente un gruppo di economisti dei BRICS ha presentato un dettagliato studio “Use of national currencies in International settlements. Experience of the BRICS countries” pubblicato dall’Istituto Russo di Studi Strategici (RISS).

Fino al 2016 il volume del commercio estero della Cina era fatto per il 22% in renminbi, quello della Russia in rubli era del 20%. Le altre monete BRICS sono ancora molto lontane da questi valori. Per quanto riguarda il totale dei movimenti interbancari internazionali, la moneta cinese rappresenta solo l’1,68%, il rand del Sudafrica lo 0,38% e il rublo russo lo 0,25%.

Si potrebbe dire che sono cifre poco significative, ma si tenga presente che 10 anni fa nessuno nel mondo occidentale immaginava situazioni simili. Ciò rafforza la richiesta di superare il dollaro quale moneta di riferimento, con un paniere di monete.

Intanto il Fondo Monetario internazionale ha dovuto rivedere le suo quote di controllo riconoscendo il peso maggiore della Cina. Da ottobre 2016 anche il renminbi fa parte del paniere di monete dei diritti speciali di prelieivo (dsp), la moneta di conto e di riserva del Fmi.

La Cina ha dovuto affrontare un processo di svalutazione della sua valuta e la sfida della contrapposizione tra l’apertura dei movimenti dei capitali e la stabilità finanziaria interna.

Anche la Russia ha rimosso quasi tutte le restrizioni sulle transazioni in rubli dei non residenti. Però ciò non ha ancora portato a un allargamento dell’uso internazionale del rublo. Forse perché il mercato finanziario russo è ancora poco sviluppato.

L’India, per il momento, si è limitata a sviluppare un mercato obbligazionario off shore denominato in rupie con lo scopo di ridurre il fabbisogno di dollari per pagare gli interessi sui suoi debiti esteri.

Interessante è il caso del Brasile che dal 2009 ha creato un sistema dei pagamenti regionale, il Sistema de Pagamentos em Moeda Local, usando le monete nazionali dei paesi coinvolti, quali l’Argentina e l’Uruguay.

Il Sudafrica, che ha un mercato finanziario più avanzato rispetto agli altri paesi BRICS, ha però un’economia troppo dipendente dalle sue materie prime, per cui tenta di diversificarla per rendere il rand protagonista del sistema monetario internazionale. Johannesburg nel 2018, con la sua presidenza del BRICS, intende promuovere lo sviluppo dell’intero continente africano e, quindi, dare maggior impulso alla sua moneta nazionale nei commerci con gli altri paesi dell’Africa.

Certo è che l’utilizzo delle monete nazionali nei regolamenti internazionali presume una transizione complicata. Di fato i BRICS sono ai loro primi passi e sono consapevoli dei rischi insiti nell’internazionalizzazione delle loro monete.

Ma, nonostante le innegabili difficoltà di muoversi in un campo dominato da potenti forze economiche e politiche, essi puntano a creare gli strumenti di una reale politica multilaterale per dare alle monete locali un ruolo sempre maggiore anche nei mercati finanziari.

C’è da chiedersi: i Paesi europei e l’Unione europea dove si collocano in questo processo? Continueranno a essere succubi del dollaro o vorranno riconoscere che i loro interessi potranno essere meglio tutelati in un mondo multipolare?

Mario Lettieri Paolo Raimondi

GUERRA IN UN TWEET

putin trumpDonald Trump affida la sua dichiarazione di guerra alla Russia al cinguettio di Twitter. “La Russia promette di abbattere qualsiasi missile verrà lanciato contro la Siria. Preparati Russia, perché arriveranno, simpatici, nuovi e ‘smart’. Non dovreste essere partner di un Animale che gode uccidendo con il gas il suo stesso popolo”, scrive il Presidente Usa che aggiunge poi in un altro tweet: “Le nostre relazioni con la Russia sono peggiori di quanto non lo siano mai state, compresa la Guerra Fredda. Non c’è ragione per questo. La Russia ha bisogno del nostro aiuto per la sua economia, una cosa che sarebbe molto facile da fare, e noi abbiamo bisogno che tutte le nazioni lavorino insieme. Fermare la corsa agli armamenti?”.


Mosca nel giro di qualche minuto replica fermamente e duramente attraverso il portavoce del Ministero degli Esteri del Cremlino, alle dichiarazioni al vetriolo di The Donald: “I missili ‘intelligenti’ dovrebbero volare verso i terroristi, non verso il governo legittimo della Siria”, spiega il governo di Putin nelle ore caldissime verso un possibile attacco militare contro Damasco da parte delle forze Usa-Uk-Francia. L’esercito russo continua a ripetere che se Trump attacca, la risposta di Mosca sarà certa e durissima: “Le forze russe affronteranno qualsiasi aggressione degli Stati Uniti contro la Siria, intercettando i missili e colpendo le loro piattaforme di lancio”, sottolinea inoltre Alexander Zasypkin secondo Russia Today.
A rispondere a Washington anche Damasco, il governo siriano definisce “spericolate” e “avventate” le minacce americane di un attacco militare in seguito al presunto attacco chimico di sabato scorso a est di Damasco. In un comunicato del ministero degli Esteri diffuso dall’agenzia ufficiale Sana si afferma che “il pretesto delle armi chimiche è evidentemente una scusa debole e non sostenuta da prove”. E che le “minacce americane mettono in pericolo la pace e la sicurezza internazionali”.
Tuttavia a tenere a bada le dichiarazioni del Presidente Trump è la stessa amministrazione di Washington, Il Pentagono infatti smorza i toni rispetto al tweet di Trump. “Il Dipartimento di Stato non rilascia commenti su future possibili operazioni militari. Spetta alla Casa Bianca commentare il tweet del presidente”, dice Eric Pahon, portavoce del Pentagono, aggiungendo che come detto da Trump “gli attacchi chimici del regime siriano contro i civili innocenti a Duma sono orribili e richiedono una risposta immediata da parte della comunità internazionale”.
Ma in queste ore sembra ormai tutto pronto per un intervento del trio ‘Washington- Londra- Parigi’: i dirigenti dell’amministrazione Trump stanno discutendo con dirigenti di Francia e Gran Bretagna per una possibile risposta militare comune in Siria dopo il presunto attacco chimico a Duma, attribuito dall’Occidente al regime di Damasco. Nel frattempo l’Onu si impantana ancora, non si trova l’intesa al tavolo dei diplomatici sul presunto attacco chimico. Ma per gli americani la colpa è sempre dei russi. “La Russia ha scelto ancora una volta il regime di Assad invece dell’unità del Consiglio di Sicurezza, e ha distrutto la credibilità dell’organo Onu”, ha detto l’ambasciatrice americana al Palazzo di Vetro, Nikki Haley dopo che la Russia ha impedito una risoluzione sulle armi chimiche siriane. Mosca ha posto il veto alla bozza Usa per istituire un nuovo meccanismo d’inchiesta indipendente, ma si è vista rifiutare dal Consiglio di sicurezza Onu anche la terza bozza di risoluzione sulla Siria presentata dalla Russia, che chiedeva l’invio di investigatori Opac a Duma per indagare il presunto attacco chimico.
La possibilità di un intervento americano, con l’aiuto di Macron e della May, è più che possibile tanto che Eurocontrol, l’organizzazione europea per la sicurezza dei voli oggi ha invitato in una nota pubblica a “volare con prudenza nelle rotte del Mediterraneo orientale per via di possibili attacchi missilistici sulla Siria nelle prossime 72 ore”.

Il “trio” interessato alla politica siriana

rouhani putin erdoganNonostante le prove per calare la pressione in Siria, è improbabile che la guerra si avvicini alla fine semplicemente perché Vladimir Putin, Recep Tayyip Erdogan e Hassan Rouhani si incontreranno ad Ankara questa settimana. Sembra che ci sia molto da discutere, anche perché la lista dei leader nominati rappresenta le tre più grandi forze militari straniere (Russia, Turchia e Iran) che operano attualmente in Siria, escludendo gli Stati Uniti, il cui capo, Donald Trump, la settimana scorsa, ha annunciato che l’America presto lascerà che gli altri si prendano cura della Siria. La prospettiva di Russia, Turchia e Iran concorda su come dovrebbe apparire un nuovo status quo in Siria, che nel migliore dei casi, è una soluzione provvisoria a breve termine. Ciò ovviamente trascura le cause sottostanti e irrisolte della guerra. La premessa accettata di questa soluzione trilaterale è che Iran e Russia sono contenti che il regime abbia pieno accesso alla costa e un chiaro canale fino alla capitale irachena Baghdad – attraverso il quale Teheran possa, passo dopo passo, tormentare Israele e dominare la regione. Dopodiché Mosca può mantenere una base aerea sul Mediterraneo.

Invece la Turchia è contenta che i suoi delegati controllino l’area ad ovest dei fiumi dell’Eufrate insieme a Idlib (città della Siria nord-occidentale, vicino al confine con la Turchia) e forniscano uno spazio ai militanti sunniti per creare le proprie comunità in cui potrebbero rientrare milioni di profughi siriani attualmente esistenti in Turchia. È a Idlib che i ribelli sunniti siriani di Ghouta, Aleppo e altrove, sono fuggiti insieme a decine di migliaia di civili.

In sostanza, questo presunto accordo trilaterale non riesce a gestire le questioni demografiche e settarie, che sono le cause della guerra.
I sunniti siriani si sono ribellati a un regime prevalentemente sciita nel 2012. Questi sunniti non hanno ancora una rappresentazione adeguata o una patria funzionale. Sono posizionati in una piccola parte del nord-ovest e fuori dai confini siriani in Turchia e Giordania, con molti anche il Libano. Mantenere questa popolazione svantaggiata nelle tende e nelle pianure rurali di Idlib non ridurrà l’influenza degli estremisti tra di loro, ma anzi – la amplificherà.

Magda Lekiashvili
Blog Fondazione Nenni

London Calling, Ue e Usa espellono i diplomatici russi

johnson e trumpLondra chiama, l’Occidente risponde. Un fronte comune che va dagli Stati Uniti ai Paesi dell’Unione europea ha risposto compatto al fianco della Gran Bretagna contro Mosca accusata per la morte dell’ex spia del Kgb Sergei Skripal.
Solidali con il Regno Unito 14 Paesi Ue – tra cui anche Italia, Francia e Germania – hanno annunciato la decisione di espellere un certo numero di diplomatici nello stesso istante in cui Washington ordinava a 60 funzionari russi di lasciare il Paese, chiuso anche il consolato di Seattle, in quanto vicino a una base di sottomarini e a uno stabilimento Boeing.
La Farnesina comunica in modo asciutto che “a seguito delle conclusioni adottate dal Consiglio Europeo del 22 e 23 marzo scorso, in segno di solidarietà con il Regno Unito e in coordinamento con partner europei e alleati Nato, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ha notificato oggi la decisione di espellere dal territorio italiano entro una settimana due funzionari dell’Ambasciata della Federazione Russa a Roma accreditati in lista diplomatica”.
Si tratta di una risposta muscolare, che a livello europeo era stata in qualche modo preparata alla fine della scorsa settimana durante il Consiglio Europeo. L’Ucraina, già in tensione con Mosca dopo l’annessione della Crimea, ha deciso di espellere 13 diplomatici russi, ha detto il presidente ucraino Petro Poroshenko, ma il Cremlino è pronto a dare “una risposta speculare” all’espulsione dei diplomatici di Mosca. Dopo l’espulsione dei diplomatici russi, l’UE e l’Ucraina riceveranno un “regalo di risposta” sotto forma di espulsione dei rappresentanti delle loro ambasciate in Russia, ha dichiarato il primo vice capo del Comitato internazionale del Consiglio della Federazione Vladimir Jabarov. Londra, prosegue il ministero, sul caso Skripal ha assunto una posizione “ipocrita e zeppa di pregiudizi”.
Il governo britannico, dal ministro degli Esteri Boris Johnson a quello della Difesa Gavin Williamson, esulta per le espulsioni occidentali di diplomatici russi in solidarietà verso Londra sul caso Skripal. In particolare Johnson twitta: “La straordinaria risposta internazionale dei nostri alleati rappresenta la più grande espulsione collettiva di agenti dell’intelligence russa nella storia e ci aiuterà a difendere la nostra sicurezza. La Russia non può violare impunemente le norme internazionali”.


A una settimana dalle elezioni che hanno confermato Putin, il presidente russo si ritrova isolato e ‘accerchiato’ come ai tempi della Guerra fredda. L’intero Occidente, incluso il Canada che si accinge ad espellere 4 diplomatici russi, ha deciso in blocco di mettere un muro contro il Cremlino per fargli “cambiare atteggiamento”, così come dichiarato dalla Casa Bianca. Una punizione quasi. Mosca se troverà un blocco chiuso dall’Occidente è già alla ricerca di nuove alleanze in Oriente.

Elezioni italiane. La Russia gode dei risultati

beluputinChi più della Russia può essere contenta dei risultati delle elezioni in Italia. Anche se non prendiamo in considerazione la lunga storia di amicizia fra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin, la simpatia del governo russo verso i partiti di destra è stata sempre ovvia. Ed è stata una cosa reciproca. La dimostrazione fu il viaggio del leader della Lega, Matteo Salvini a Mosca, esattamente un anno fa, per firmare un accordo di collaborazione con Russia Unita, il movimento che rappresenta la maggioranza dei sostenitori di Putin. Con questi ultimi ha siglato un documento di partnership anche il Movimento 5 Stelle.

Sugli scenari del prossimo governo si discute non solo in Italia, ma anche in Russia. A tal proposito Ria Novosti (agenzia delle notizie statale russa) pubblica un articolo dove afferma che “gli Italiani hanno votato contro l’Europa e pro Putin”.

Secondo i risultati, la prima coalizione in ballo potrebbe essere “l’Incubo per l’Europa”, composto da Lega Nord e Movimento 5 Stelle, visto che tutti e due propongono l’uscita dalla zona euro.

Fortunatamente per Bruxelles, una tale opzione per adesso è improbabile: queste forze politiche non possono tollerarsi a vicenda. Per quanto riguarda il partito democratico e il suo attuale leader (ma ufficialmente dimesso) Matteo Renzi, c’è il rifiuto di partecipare immediatamente alle coalizioni, di stringere la mano al “corrotto” Berlusconi, al “separatista” Salvini e al “populista” Luigi Di Maio. Non è escluso, però, che il partito cambi idea sulle coalizioni dopo le dimissioni di Renzi.

Il governo russo esprime il suo giudizio, secondo il quale, guardando i palesi risultati delle elezioni e le idee di politica estera offerte da ognuno dei partiti vincitori, il popolo italiano ha scelto la strada che più li avvicina alla Russia. La votazione ha messo sul podio i partiti filo-russi, regalandogli la prima e la seconda medaglia. Sia il Movimento 5 Stelle che la Lega sono favorevoli all’abolizione delle sanzioni contro Mosca e, attenzione, “richiedono il riconoscimento del ritorno della Crimea alla giurisdizione russa”. Quindi, le forze più votate condividono i valori di base dichiarati e sostenuti da Mosca.

La Russia non nasconde la sua soddisfazione. Anzi, sottolinea le idee avanzate e più popolari nell’Europa di oggi: la costante sovranità al posto del globalismo e i valori conservatori che devono proteggere la società dalla disintegrazione. Crede anche che i cittadini europei consapevolmente hanno scelto di seguire la direzione “antieuropeista”.

Ma il governo russo può usare questi sentimenti a suo favore e con l’aiuto dei suoi partner italiani ottenere la revoca delle sanzioni? È una domanda spontanea. Dipenderà, ovviamente, da chi riuscirà a governare il paese. Per lo staff di Putin, nel caso in cui il Movimento 5 Stelle trovasse un punto d’incontro con la Lega, lo sviluppo di uno scenario del genere è possibile. I leader di centrodestra, nel contesto della loro lotta contro l’Eurosistema, potrebbero andare contro l’opinione di Bruxelles sulla questione russa. D’altronde, è quello che desidera la Russia. Altrimenti, l’Europa possiede abbastanza strumenti economici per convincere il governo italiano ad agire nel quadro della disciplina di blocco.

La speranza è l’ultima a morire. Ma finché le forze di destra continueranno ad avanzare e raggiungere risultati mai voluti dagli europeisti in tutta Europa (non solo in Italia ma anche in Austria, Polonia, Germania, Francia e così via), la Russia continuerà a disegnare e immaginare scenari politici a suo favore.

Magda Lekiashvili
Blog Fondazione Nenni

Dazi, continua la guerra tra Usa e Europa

trump dazi

Continua la guerra sui dazi tra Unione Europea e Stati Uniti dopo la decisione del presidente statunitense di imporre tasse doganali  del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio. Una misura definita dal tycoon ‘una necessità per la sicurezza’ degli Stati Uniti che, se applicata anche sull’Ue,  penalizzerebbe soprattutto i grandi esportatori come il nostro Paese.

Si stanno già delineando le prime battaglie da combattere nella guerra sui dazi. Donald Trump, sempre all’attacco, ha minacciato la Ue di tassare le auto europee ed altri prodotti se non verranno abbassate barriere e tariffe. Il presidente Usa, ha detto: “L’Unione europea, Paesi meravigliosi che trattano gli Usa molto male sul commercio, si stanno lamentando delle tariffe su acciaio e alluminio. Se lasciano cadere le loro orribili barriere e tariffe su prodotti Usa in entrata, anche noi lasceremo cadere le nostre. Grande deficit. Altrimenti tassiamo le auto, etc. Giusto!”.

L’avvertimento del tycoon è arrivato nel primo giorno di negoziati a Bruxelles tra Ue e Usa per l’esenzione dai dazi americani su acciaio e alluminio. L’approccio iniziale non è servito per ora a chiarire le prospettive per superare una eventuale guerra commerciale.

La commissaria Ue al Commercio, Cecilia Malmstroem, ha dichiarato: “Giornata di incontri a Bruxelles con il ministro giapponese Seko e il rappresentante Usa al commercio Lighthizer. Ho avuto un confronto franco con gli Usa sul serio problema dei dazi. Essendo, stretto partner sulla sicurezza ed il commercio degli Usa, l’Ue deve essere esclusa dalle misure annunciate. Non c’è ancora alcuna chiarezza sull’esatta procedura Usa per l’esenzione, le discussioni proseguiranno la prossima settimana”.

In una nota della Commissione Ue sull’incontro trilaterale Ue-Usa-Giappone sul mercato dell’acciaio a Bruxelles si legge: “Il commissario europeo per il commercio Cecilia Malmstroem ed il ministro dell’economia del Giappone Hiroshige Seko hanno affrontato con il rappresentante del commercio Usa Robert Lighthizer la questione dei dazi e hanno sottolineato la forte preoccupazione dell’Ue e del Giappone alle misure annunciate da Trump.
Malmstroem e Seko hanno sottolineato a Lighthizer la loro aspettativa che le esportazioni Ue e giapponesi verso gli Usa vengano esentate dall’applicazione dai dazi aggiuntivi, essendo l’Ue ed il Giappone partner di lunga data degli Stati Uniti. Malmstroem si è anche incontrata bilateralmente con Lighthizer per discutere ulteriormente la questione e ottenere ulteriore chiarezza sul processo che riguarda le misure annunciate da Trump. Nel corso dell’incontro i tre hanno affrontato le questioni legate alle pratiche commerciali distorsive che portano a una grave sovraccapacità produttiva globale in settori come l’acciaio, concordando ulteriori passi da compiere in questa cooperazione, come lo sviluppo di norme più severe sui sussidi industriali, il rafforzamento degli obblighi di notifica al Wto e l’intensificazione della condivisione delle informazioni sulle pratiche distorsive negli scambi commerciali”.
La Casa Bianca ha riferito che in una telefonata con Emmanuel Macron, Donald Trump ha discusso sui dazi Usa su acciaio e alluminio, sottolineando che la sua decisione è necessaria e appropriata per proteggere la sicurezza nazionale. I due leader avrebbero discusso modi alternativi per affrontare le preoccupazioni degli Usa. La Casa Bianca non ha precisato se il colloquio è stato in chiave bilaterale o più ampiamente con la Ue, responsabile della politica commerciale dei Paesi membri.

La guerra commerciale con gli Stati Uniti, secondo una analisi condotta dalla Coldiretti sulla base dei dati Istat,  metterebbe a rischio 40,5 miliardi di esportazioni Made in Italy  che hanno raggiunto nel 2017 il record storico grazie ad un aumento del 9,8% rispetto all’anno precedente”.

La Coldiretti, come già riportato in un precedente articolo pubblicato da questo giornale, ha sottolineato: “Gli Stati Uniti sono di gran lunga il principale mercato di riferimento  per il Made in Italy fuori dall’Unione Europea con un impatto rilevante anche per l’agroalimentare. La nuova strategia Usa ‘America First’ sembra avere fino ad ora i primi effetti in una politica monetaria aggressiva che rischia di  costare caro all’Italia anche in campo alimentare considerato che le esportazioni di cibo e bevande sono aumentare del 6% nel 2017 per un totale di circa 4 miliardi di euro, il massimo di sempre. Gli Usa si collocano al terzo posto tra i principali ‘italian food buyer’ dopo Germania e Francia, ma prima della Gran Bretagna. Il vino risulta essere il prodotto più gettonato dagli statunitensi, davanti a olio, formaggi e pasta”.

Invece, secondo il Codacons, come ha spiegato il presidente, Carlo Rienzi: “La guerra dei dazi che sta per scoppiare tra Stati Uniti ed Europea rischia di determinare una pesante stangata a carico delle famiglie italiane. Il pericolo più che concreto è che a fare le spese dei dazi siano i consumatori finali, attraverso un inevitabile rincaro dei prezzi al dettaglio in numerosissimi settori. Le industrie italiane colpite dagli effetti delle politiche protezionistiche, infatti, dovranno aumentare i prezzi per recuperare i guadagni perduti, ma soprattutto eventuali contromisure da parte dell’Ue determineranno  rincari a cascata  dei listini di una moltitudine di prodotti di largo consumo venduti in Italia e importati dagli Stati Uniti, come succo d’arancia, alcolici e dolciumi vari”.

L’eventuale ritorsione dell’Unione Europea ai dazi statunitensi, secondo le stime di Coldiretti, colpirebbe  328 milioni di euro di importazioni statunitensi annuali in Italia  che riguardano principalmente manufatti in ferro, acciaio e ghisa per 235,3 milioni, barche a vela e a motore da diporto per 31,6 milioni e l’agroalimentare per 29,6 milioni.

La richiesta di escludere l’Unione Europea dalla lista dei Paesi colpiti dai dazi su acciaio e alluminio è accompagnata infatti dalla  minaccia di ricorso al Wto  con il varo di misure di riequilibrio che colpiscono alcuni prodotti importati dagli Usa, che dovranno essere attivate entro un massimo di 90 giorni dall’entrata in vigore dei dazi americani.

In questo contesto di conflitto sui dazi, un notevole interesse merita la richiesta avanzata dalla Coldiretti per riesaminare i dazi Ue imposti alla Russia.

La Coldiretti ha ricordato che a giugno prossimo scadono le misure varate dall’UE nei confronti del Paese guidato da Vladimir Putin sotto la spinta degli Stati Uniti che ora mostrano di avere la memoria corta imponendo dazi a prodotti europei: “Dopo quasi 4 anni i cambiamenti del quadro internazionale impongono un tempestivo ripensamento delle sanzioni economiche decise nei confronti della Russia dall’Unione europea che non può sopportare il moltiplicarsi dei fronti di scontro commerciale. Le sanzioni europee hanno scatenato la rappresaglia della Russia  che ha deciso l’embargo totale per una importante lista di prodotti agroalimentari con il divieto all’ingresso di frutta e verdura, formaggi, carne e salumi ma anche pesce, provenienti da Ue, Usa, Canada, Norvegia e Australia.  Il risultato è stato che per questi prodotti agroalimentari le spedizioni italiane in Russia sono state completamente azzerate e che complessivamente le esportazioni made in Italy sono state di poco inferiori a 8 miliardi nel 2017, circa 3 miliardi in meno del 2013, l’anno precedente all’introduzione delle sanzioni. Un blocco, insomma, che è costato decisamente caro all’Italia, anche perché a questi prodotti si sono aggiunte le tensioni commerciali che hanno ostacolato, di fatto, le esportazioni anche per i prodotti non colpiti direttamente. Alle perdite dirette subite dalle mancate esportazioni italiane in Russia, si sommano poi quelle indirette dovute al danno di immagine e di mercato provocato dalla diffusione sul mercato russo di prodotti di imitazione che non hanno nulla a che fare con il Made in Italy”.

Gli investimenti statunitensi in Europa sono molteplici ed anche molto radicati nel tempo. Per esempio: Ford e General motors. Poi, solo in Italia: Ntv, Kraft, Whirpool, Azienda vinicola Ruffino, Saiwa, Conbipel, Poltrona Frau, etc.

Una domanda potrebbe sorgere spontanea: il capitale statunitense investito in Europa, appartiene, forse, soltanto agli oppositori dell’amministrazione di Donald Trump se verrebbe colpito oppure il Tycoon ha previsto anche i dazi ‘ad personam’ ?

Salvatore Rondello

Putin alzala voce e sfodera nuova arma nucleare

putin

Vladimir Putin sfodera due nuove armi strategiche e avverte gli Usa e la Nato: “Ora ci ascolterete”. A meno di tre settimane dalle elezioni presidenziali che lo riconfermeranno con ogni probabilità capo del Cremlino, il presidente russo ha usato l’annuale discorso sullo stato della nazione per segnalare che un’eventuale corsa agli armamenti degli Usa e i prolungati tentativi della Nato di “contenere” la Russia non troveranno Mosca impreparata. In diretta tv a reti unificate, Putin ha rivelato che il Paese ha sviluppato una serie di nuovi sistemi di difesa, tra cui un nuovo prototipo di missile che “può raggiungere qualsiasi punto del mondo” e un’arma supersonica che non può essere intercettata dai sistemi anti-missile americani.

Usando, per la prima volta, grandi schermi su cui passavano video e grafici, Putin ha mostrato i suoi ‘gioielli’: il super missile balistico intercontinentale Rs-28 Sarmat (Satan 2 secondo la denominazione Nato); un nuovo missile da crociera con un sistema di propulsione nucleare, invulnerabile ai sistemi anti-aerei; droni subacquei e altre armi che, ha spiegato, la Russia ha sviluppato in seguito all’uscita unilaterale degli Stati Uniti dal Trattato anti missili balistici (Abm) firmato nel 1972 con l’Unione Sovietica. “Non avete ascoltato il nostro Paese allora, ci ascolterete adesso”, ha ammonito il presidente russo, riferendo che alcune armi sono già state testate. E dalla platea, dove sedevano i parlamentari, i governatori delle regioni, rappresentanti delle confessioni religiose e delle società statali, si è levato un scroscio fragoroso di applausi. “Abbiamo detto diverse volte ai nostri partner che avremmo preso delle misure in risposta al dislocamento dei sistemi antimissili americani”, ha continuato il capo di Stato, denunciando anche il rafforzamento dell’Alleanza atlantica a Est. Tra le armi portate come esempio dello sviluppo della tecnologia militare russa, Putin ha citato per primo il famigerato Sarmat, che sostituirà il sovietico Satan. A detta del presidente, Sarmat ha una gittata che lo mette “in grado di attaccare sia passando dal Polo Nord che dal Polo Sud”. Si tratta della risposta russa allo scudo anti-missile Usa schierato in Europa orientale, ma Putin ha tenuto a sottolineare che le caratteristiche del nuovo missile lo rendono in grado di superare la resistenza di qualsiasi sistema di difesa missilistica.

Il ministero della Difesa russo aveva già detto di aver tenuto con successo un lancio-test a ottobre. Il nuovo arsenale russo, presentato dal capo del Cremlino, comprende anche armi ipersoniche e un missile da crociera con traiettoria di volo imprevedibile e con gittata illimitata, che neutralizza cosi’ qualsiasi forma di difesa missilistica di aria e terra e che grazie alla propulsione nucleare potrebbe volare “all’infinito”.

Si tratta comunque di armi di cui la Nato era già a conoscenza e che confermerebbero un quadro già noto: la Russia, fatta eccezione per la sua Marina ancora arretrata, è ormai al passo con la realtà occidentale. “Qualsiasi uso di armi nucleari contro la Russia o contro i suoi partner, grandi o piccoli, sarà considerato come un attacco nucleare, la nostra risposta sarà istantanea”, ha scandito Putin, ribadendo che “i tentativi di contenimento della Russia non sono riusciti”. “È tempo di ammetterlo – ha insistito – questo non è un bluff”.
Il presidente russo ha dosato minacce e aperture: Mosca, ha assicurato, “non minaccia e non intende aggredire nessuno” e che anzi, auspica una collaborazione “equa e paritaria” sia con gli Usa che con l’Ue. Di certo Putin ha speso il 40% del tempo del suo discorso, parlando di armi e Difesa. La prima ora del messaggio alle Camere riunite del Parlamento era stata più convenzionale, con la promessa di un generale miglioramento delle condizioni di vita e del clima di investimenti nel Paese, per una prospettiva di aumento del Pil pro capite del 50%, entro il 2025, e di dimezzamento del numero di persone che vivono sotto la soglia di povertà (20 milioni oggi). Putin ha anche avvisato che “l’arretratezza tecnologica” è la più grande minaccia per la sovranità del Paese e che colmare questo gap deve essere una priorità assoluta, al di là di chi sarà il nuovo presidente.

Sia la prima, che la seconda e più aggressiva parte del discorso possono comunque essere lette in chiave prettamente pre-elettorale, più che come una reale sfida all’Occidente. La promessa di una vita migliore, nonostante gli strascichi della prolungata crisi economica, e quella di tornare a essere una superpotenza militare, in grado di contrastare i nemici esterni che la accerchiano, sono due cardini della narrativa putiniana, su cui si basa la popolarità del presidente, che si appresta a reggere il Paese ancora per sei anni. (AGI)

Il “Trimarium” e lo spirito dell’Unione Europea

germania russia ue

In seguito alla caduta di Napoleone, l‘ordine europeo deciso al Congresso di Vienna è entrato in crisi all’inizio del XX secolo, dopo il crollo degli imperi asburgico, tedesco e russo. Le guerre che hanno caratterizzato gran parte del secolo (la Grande guerra, la Seconda guerra mondiale e la Guerra fredda) non sono valse a prefigurare un nuovo ordine, in quanto, sebbene siano state tutte vissute dalle potenze che vi hanno partecipato per acquisire una posizione egemonica sul Vecchio Continente, si sono chiuse per armistizio, senza che venisse formalizzato un nuovo accordo tra vincitori e vinti.

Gli USA e l’Unione Sovietica dal 1945 al 1991 hanno gestito una pace armistiziale con la costruzione di due Europe, risultate – come afferma l’Editoriale di Limes (n. 12/2917) – “specularmene opposte, dunque strategicamente asimmetriche”; di esse, la Cortina di ferro, che correva da Stettino a Trieste, è stata la linea di divisione.

Il crollo dell’URSS ha messo in discussione la bipartizione europea seguita alla fine del secondo conflitto mondiale, facendo nascere, con l’inclusione dei Paesi dell’Europa orientale, una nuova Europa, con “una sempre più esigue zona grigia a separarla dai confini della Russia occidentale”. In tal modo, gli ex Stati comunitari dell’Est europeo, che si erano liberati dal giogo sovietico, sono venuti a trovarsi a vivere all’interno di una nuova comunità politica indeterminata, senza un centro di riferimento; ciò perché, delle due potenze che si erano spartite l’Europa del secondo dopoguerra, la Russia aveva “subito tali amputazioni da metterne in crisi lo stigma imperiale”, mentre gli Stati Uniti, “primattori mondiali, perciò anche europei”, vinte le guerra (due calde e una fredda), hanno considerato preminente il teatro indo-sino-pacifico. Nel contempo, l’altro potenziale protagonista, cui francesi, inglesi, italiani e altri popoli europei attribuivano l’intento di “farsi egemone continentale, la Germania riunita”, ha affermato di non disporre “delle risorse culturali e strategiche necessarie a tradurre la sua centralità geoeconomica in potenza a tutto tondo”.

La situazione di stallo che ha pesato sul futuro dell’Unione Europea ha suscitato in Polonia e nei Paesi baltici il timore (non senza fondamento) di una possibile alleanza, anche se solo sul piano economico, tra Germania e Russia; ciò ha indotto i Paesi dell’Europa orientale a prendere delle iniziative volte ad azzerare la possibilità che la possibile alleanza possa avere luogo, dando vita al “Trimarium”. E’ questo un patto che raggruppa dodici Paesi, che dal Mar Baltico arrivano fino al Mar Nero e, con Croazia e Slovenia, toccano l’Adriatico. Gli Stati coinvolti sono la Polonia, che è la capofila dell’accordo, l’Ungheria, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, i tre Stati baltici, la Bulgaria, la Slovenia, la Romania, poi la Croazia e l’Austria. Si tratta di un insieme di territori che divide di nuovo in due l’attuale Unione Europea, frapponendosi tra l’Europa occidentale e la Russia.

Il Trimarium non è tuttavia un’iniziativa nuova; nel 1920, il maresciallo polacco Pilsudsky, aveva lanciato l’idea che si dovesse costituire una “cintura” di Paesi strettamente alleati, allo scopo di separare fisicamente la Russia dalla Germania, entrambe percepite come Paesi aggressivi e invadenti. La linea di separazione era stata chiamata “Intermarium” e la si era pensata estendersi dal Mar Baltico al Mar Nero; l’Intermarium era stato quindi concepito come una difesa comune e, anche allora, lo scopo era di impedire ogni possibile avvicinamento tra la Russia e l’Europa occidentale.

Secondo i suoi promotori, invece, l’unico scopo del Trimarium sarebbe di natura economica e mirerebbe a costruire nuove infrastrutture logistiche tra gli Stati partecipanti, consolidando la loro reciproca cooperazione; il Trimarium perciò non avrebbe alcuna valenza geopolitica. Sebbene si parli anche di rafforzamento della “sicurezza”, non è specificato in quale modo questa finalità possa essere perseguita. Tuttavia, indipendentemente dalle affermazioni dei rappresentanti dei Paesi coinvolti, basta avere presente il senso dei tentativi trascorsi per cogliere anche i significati più reconditi dei promotori della nuova iniziativa.

Il progetto, secondo Przemysław Żurawski vel Grajewski, coordinatore della sezione difesa e politica del Consiglio nazionale di sviluppo della presidenza della Repubblica di Polonia e consulente del Ministero degli esteri polacco, in “La nuova Europa longitudinale: il Trimarium visto dalla Polonia” (Limes n. 12/2017), “si delinea su due dimensioni – le infrastrutture dei trasporti e quelle energetiche – e ha carattere puramente economico”. Il suo successo, secondo il consulente polacco, sarebbe legato al fatto che tutti i Paesi coinvolti fanno parte dell’Unione Europea, il cui obiettivo sul piano politico non può che essere perciò quello di “approfondire la cooperazione settoriale e rafforzare la coesione fra gli Stati del fianco orientale della UE”; ciò al fine di “sviluppare legami economici e personali fra i Paesi dell’Europa centro-orientale, per rendere questi ultimi creatori attivi del processo di integrazione europea, non meri consumatori di idee e progetti provenienti dal nucleo dell’Unione”.

Secondo Przemysław Żurawski vel Grajewski, il primo obiettivo del Trimarium consisterebbe nel potenziamento delle infrastrutture dei trasporti, in considerazione del fatto che, soprattutto nell’ultimo decennio, sarebbero state potenziate le vie di collegamento fra l’Est e l’Ovest dell’Europa e trascurate quelle Nord-Sud. Il secondo obiettivo sarebbe l’approfondimento della cooperazione nel settore energetico, al fine di realizzare una risposta efficace alla “sfida posta dalla Russia, evidente nelle cosiddette guerre del gas fra Mosca e Kiev […], accompagnate dall’aggressione militare russa a partire dal 2014”. Per sventare un simile pericolo, ai danni soprattutto dei Paesi baltici e della Polonia, la contromisura “dell’iniziativa dei Tre Mari è incarnata nel corridoio Nord-Sud che punta a collegare il già esistente terminal di gas naturale liquido di Świnoujście sulla costa baltica a quello pianificato sull’isola croata di Krk nel Mar Adriatico”.

Il Timarium sarebbe quindi la risposta concreta al “Nord Stream 2” (il nuovo impianto per il trasporto del gas, che dovrà collegare la Russia all’Europa attraverso il Mar baltico, in aggiunta al “Nord Stream 1”), che accomuna tutti i Paesi aderenti, in quanto ognuno di essi teme – secondo Przemysław Żurawski vel Grajewski – il dominio russo, percependo l’”esportazione del gas come strumento della politica estera del Cremino”; essi, perciò, sono contrari alla realizzazione del nuovo impianto, così come lo erano a quella del primo.

Nel complesso, stando alle parole del coordinatore della sezione difesa e politica del consiglio nazionale di sviluppo della presidenza della Repubblica di Polonia, l’iniziativa dei Tre Mari non punterebbe a sostituirsi alla UE, in quanto non sarebbe “stata creata contro qualcuno o qualcosa, ma per promuovere la cooperazione regionale”. Anche se focalizzata, per il momento, solo sulle infrastrutture di trasporto ed energetiche, il Trimarium potrebbe anche concorrere a “rafforzare le relazioni transatlantiche, attirando le forniture di gnl [gas naturale liquefatto] dagli Stati Uniti”.

Tuttavia, a parere di Alessandro Vitale (”It’s the economy, Putin. Il Trimarium visto dai baltici”, Limes n. 12/2017), pur rispondendo a esigenze reali di diversificazione delle politiche e di una più stretta cooperazione, finalizzata a una maggiore integrazione regionale, il Trimarium sarebbe però “dominato dalla politica estera polacca, in quanto percepito come “condizionato dalle strategie geopolitiche di Varsavia”. La strategia della Polonia, molto prudente all’indomani del crollo dell’ex URSS, secondo Vitale, verrebbe oggi riproposta con maggior vigore dall’insieme dei Paesi di Visegrad (il gruppo originario, costituito da Cecoslovacchia, Ungheria e Polonia, allo scopo di stabilire e rafforzare la cooperazione per promuovere la loro integrazione unitaria nell’Unione europea), dai Paesi baltici e da quelli balcanici, tutti membri dell’Unione, preoccupati, oltre che dell’aggressività della Russia, anche del pericolo identificato “nello sforzo del Cremlino volto a minare la coesione euro-occidentale per ottenere concessioni e vantaggi strategici in Europa orientale”.

Per queste ragioni, sono in molti coloro che sottolineano come, in realtà, le iniziative dei Paesi della fascia orientale dell’Europa, sebbene i commentatori polacchi affermino che il Trimarium risponde a solo finalità economiche, corrispondano ad un disegno strategico avente finalità difensive; fatto, questo, che induce i critici a nutrire perplessità sulla plausibilità dell’attivismo dei Paesi coinvolti, in quanto, trattandosi di membri dell’Unione Europea, avrebbero dovuto fare ricorso alle previste procedure di “cooperazione rafforzata”, anziché procedere autonomamente al di fuori delle istituzioni comunitarie. Un altro aspetto anomalo del Trimarium è rinvenuto nel fatto che molti dei Paesi che vi aderiscono siano gli stessi che rifiutano di accettare le direttive UE sul governo dei flussi dei migranti; su questo specifico argomento, è proprio la Polonia ad essere la più intransigente, dimentica della solidarietà prestatale da molti Paesi dell’Europa occidentale (tra i quali l’Italia), della quale essa ha potuto disporre nella sua lotta contro il domino sovietico. Viene da pensare che persino le ossa di Papa Wojtyla starebbero ribellandosi al comportamento attuale, riguardo all’argomento dei migranti, da parte del Paese sacro al suo cuore.

L’accordo del Trimarium, non essendo stato concordato con l’UE, è percepito dai critici, se non proprio come un atto ostile all’Europa, come un accordo politico estraneo alla strategia dell’Unione e sicuramente dannoso per alcuni Paesi fedeli al progetto dell’unificazione politica del Vecchio Continente (fra essi vi è a anche l‘Italia).

A parere di Germano Dottori (“Il Trimarium danneggia l’Italia”, in Limes n. 12/2017), il Trimarium rappresenta, per il nostro Paese, “una sfida di tipo nuovo. Per quanto i sui principali promotori si affannino a ripetere che il nuovo format non è una riformulazione del progetto dell’Intermarium e non veicola alcuna particolare velleità geopolitica, concentrandosi prevalentemente sulle infrastrutture dei Paesi partecipanti, in realtà le implicazioni rilevanti dal punto di vista strategico e della sicurezza non mancano. Facendo della Polonia sul Baltico, della Romania sul Mar Nero e della Croazia sull’Adriatico i suoi perni, l’iniziativa dei Tre Mari pare in effetti puntare alla riconfigurazione dell’intera architettura interna dei flussi commerciali europei. Tagliandone fuori la Germania, ma non l’Austria, quanto l’Italia, che in questa fase ha scelto di essere tra gli alleati più fedeli di Berlino”.

Poiché la mancanza dell’unità politica dell’Europa è la grande debolezza che il Vecchio Continente si trova attualmente a dover gestire, è comprensibile che ognuno dei Paesi membri prenda iniziative per sollecitare l’accelerazione del processo di unificazione politica dell’Europa. Non è però accettabile che un gruppo di Paesi membri conduca una politica internazionale indipendentemente dagli altri, guardandosi bene dal rinunciare alle risorse che gli vengono trasferite per tutt’altro scopo. I Paesi dell’Europa Centro-Orientale si stanno rivelando degli incalliti sovranisti che – afferma Dottori – “guardano in effetti all’Europa solo come a una cornice entro cui perfezionare la costruzione della loro indipendenza nazionale”, per cui è inevitabile che la scelta di promuovere l’iniziativa dei Tre Mari sia percepita come l’indizio della “volontà dei suoi promotori di costruire un controaltare”, destinato, se non contrastato, a riservare ai restanti membri dell’UE possibili amare sorprese, come quella, ad esempio, di favorire la politica dell’America di Trump contro la Germania, nel momento stesso in cui si invoca un maggiore impegno di Berlino per il rilancio del processo di unificazione politica dell’Europa.

Bene quindi ha fatto l’Italia se, come rivelano recenti fonti diplomatiche, ha chiesto la riunione del gruppo “Med 7” (comprendente Francia, Italia, Spagna, Grecia, Malta, Cipro e anche Portogallo) per concordare le decisioni di riforma che nei prossimi mesi dovranno essere assunte per il completamento dell’Unione monetaria, essenziale per rilanciare l’economia del Vecchio Continente e con essa del processo di unificazione politica dell’Europa. Decisione saggia quella assunta dalla diplomazia italiana, soprattutto se si pensa che in questo momento è d’uopo supplire all’assenza di attenzione per i fatti europei da parte di una classe politica impegnata in tutt’altre faccende, al punto di trascurare gli atti ostili portati contro la realizzazione dell’”edificio politico comune”, il solo che, in prospettiva, potrà costituire una valida garanzia per il nostro futuro.

Gianfranco Sabattini

 

Siria raid da Usa. Bombe di Assad ‘Made in Germany’

raid usaDonald Trump passa all’attacco in Siria. La coalizione a guida statunitense che combatte l’Isis in Siria ha compiuto raid aerei e operazioni d’artiglieria contro forze alleate del regime, uccidendo oltre 100 combattenti: lo ha annunciato la stessa coalizione. “Abbiamo risposto all’attacco ingiustificato delle forze governative sui nostri partner”, si legge in una nota diffusa dalla coalizione a guida Usa. Gli aerei a stelle e strisce hanno effettuato attacchi di rappresaglia nella provincia nord-orientale di Deir ez-Zor, contro forze fedeli ad Assad che avevano attaccato un quartier generale dell’alleanza arabo-curda. La Coalizione cerca di cacciare dal lato orientale del fiume Eufrate gli ultimi combattenti dell’Isis, con l’appoggio delle FDS. L’Eufrate è la linea di demarcazione tra le forze di Assad, appoggiate da Russia e Iran, e le FDS. Le Forze democratiche siriane sono in prevalenza milizie curde dell’Unità di Protezione Popolare, note come Ypg. Ed è proprio contro di loro che si è mossa la Turchia con la sua operazione “Ramoscello d’Ulivo”, contro l’enclave curda di di Afrin nel nordovest della Siria.
“Il recente incidente dimostra ancora una volta che la presenza militare illegale degli Stati Uniti in Siria è in realtà finalizzata a prendere il controllo delle risorse economiche del paese e non a combattere contro l’Isis”. Così il ministero della Difesa russo commenta, in un comunicato, il raid contro i lealisti da parte delle forze della coalizione nella regione di Dayr az Zor.
La situazione continua a complicarsi visto che se da un lato l’esercito di liberazione siriano (contro Assad) appoggiato dagli Usa è stato lo stesso che ha attaccato le forze curde ad Afrin affiancando Ankara nell’operazione “Ramoscello d’Ulivo”. Ma Washington con questa azione punta a mostrare i muscoli contro il nuovo ‘terzetto’ composto da Turchia, Russia e Iran intenzionato a guidare la guerra in Siria e che ha fatto sapere di un prossimo vertice ad Ankara.
Nel frattempo però prosegue la guerra e la strage di civili siriani a cui l’Europa non sembra interessarsi, anche se pochi giorni fa il quotidiano tedesco Bild ha rivelato con tanto di foto che le bombe al cloro sganciate da Assad sono ‘Made in Germany’. Berlino è infatti il più grande partner commerciale europeo dell’Iran,

Le olimpiadi invernali portano il disgelo tra le due Coree

coreeDopo le turbolenze tra Pyongyang e Washington che si sono riversate in parte anche sui rapporti tra le due coree, adesso è in atto la prima schiarita tra i due Stati, il merito non è solo delle olimpiadi, ma anche dell’intermediazione cinese.
Durante tavolo negoziale inaugurato oggi al villaggio di confine di Panmunjom tra le due Coree è stato ristabilito il loro collegamento telefonico militare, la cosiddetta ‘linea rossa’: Pyongyang ha comunicato di aver riattivato la linea oggi. La linea fu chiusa nel febbraio 2016 dalla Corea del Nord per protesta contro la chiusura per volere di Seul del complesso industriale di Kaesong, gestito congiuntamente dai due paesi e veniva usata per comunicare alle autorità nordcoreane spostamenti che coinvolgevano cittadini sudcoreani in entrata o uscita dal complesso di Kaesong, situato subito a nord della linea di demarcazione intercoreana.
Dopo i fruttuosi colloqui, positivi oltre ogni previsione, i funzionari di Pyongyang hanno offerto di inviare una delegazione ai Giochi in programma dal 9 al 25 febbraio, in un primo gesto di distensione con la Corea del Sud dopo mesi di escalation missilistica e nucleare. La delegazione sarà composta da funzionari di alto livello, atleti, un team di supporto e uno di artisti dello spettacolo, un gruppo di turisti, una squadra di dimostrazione di Taekwondo e un gruppo di giornalisti, secondo quanto dichiarato ai giornalisti presenti a Panmunjom dal vice ministro sudcoreano per l’Unificazione, Chun Hae-sung, che fa parte del gruppo di dirigenti di Seul presenti ai colloqui di oggi. Seul ha chiesto il dialogo militare con il Nord per allentare la tensione nella penisola coreana e ha proposto che gli atleti delle due Coree possano sfilare assieme in occasione delle cerimonie di apertura e di chiusura dei Giochi, come già avvenuto in occasione dei Giochi di Sydney 2000, Atene 2004 e delle Olimpiadi Invernali di Torino 2006.
Per quanto riguarda le sanzioni e l’eventualità di alleggerirle nei confronti della vicina Pyongyang, poi il portavoce del ministero degli Esteri sudcoreano non ha specificato quali misure restrittive specifiche potranno essere cancellate, ma allo stesso tempo ha osservato che Seul intende “consultarsi strettamente” su questo tema con il comitato per le sanzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, gli Stati Uniti e “gli altri Paesi interessati”. Ma in realtà si tratta di una ‘tregua olimpica’ durante le Olimpiadi invernali di PyeongChang, che si terranno tra il 9 e 25 febbraio, per consentire alla delegazione di Pyongyang di recarsi all’evento, così da poter invitare anche alti esponenti nordcoreani all’evento.
“Sono arrivato qui con la speranza che le due Coree si parlino con atteggiamento sincero e fiducioso”, aveva dichiarato all’inizio dei colloqui il capo ella delegazione nord-coreana, Ri Son-gwon, che è capo del Comitato nord-coreano per la
Riunificazione Pacifica dei due Paesi. La notizia è stata subito accolta con favore da Pechino che già a novembre aveva tentato di allentare la tensione tra Pyongyang e Washington. La Cina “ha accolto con favore e sostiene i positivi sforzi fatti da entrambe le parti nell’alleviare le tensioni nella penisola”, ha commentato il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Lu Kang, auspicando che i colloqui possano segnare “un buon inizio” per entrambe le parti verso il miglioramento delle relazioni bilaterali e l’allentamento delle tensioni. Soddisfazione è stata espressa anche dal Cremlino. Crediamo che solo tramite il dialogo sia possibile allentare le tensioni nella penisola coreana”, ha dichiarato il portavoce Dmitri Peskov, aggiungendo che è “esattamente di quel dialogo, della cui necessità ha sempre parlato la Federazione russa”.
Ma il beneplacito per Seul non poteva che partire dallo storico alleato americano: prima dei colloqui, infatti, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, mettendo da parte le polemiche con Kim Jong-un degli ultimi giorni, aveva affermato che gli sarebbe piaciuto che i colloqui andassero oltre la partecipazione della Corea del Nord alle Olimpiadi Invernali di Pyeongchang, aggiungendo che gli Usa si sarebbero uniti ai colloqui “al momento appropriato”.