G20 di Buenos Aires: pericolosi passi indietro

Paesi del g20

I partecipanti al recente summit del G20 di Buenos Aires possono dichiararsi soddisfatti per il fatto di essere riusciti a terminare il meeting con una dichiarazione unitaria. Il contenuto della stessa, però, sembra non solo annacquato ma anche di secondaria importanza.

Evidentemente si è cercato in tutti i modi di non ripetere ciò che è successo due settimane prima al summit dei paesi dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC), a Papua Nuova Guinea. Infatti, quel meeting, con la partecipazione degli Usa, della Russia e della Cina, non è approdato a nulla e non vi è stato alcun comunicato congiunto.

Nella memoria di alcuni c’è stato anche l’ultimo G7 in Québec, Canada, quando, poche ore dopo la sua conclusione, Trump ricusò i contenuti della dichiarazione finale, rendendola così un documento vuoto, sostanzialmente inutile. Probabilmente molti hanno ricordato anche la precedente sconcertante decisione americana di non sottoscrivere il trattato di Parigi sul clima.

Nonostante il G20 sia la sede per eccellenza dove affrontare discussioni e proposte a livello multilaterale per trovare soluzioni condivise alle problematiche mondiali e alle sfide politico-economiche più difficili e urgenti, il summit di Buenos Aires ha, secondo noi, segnato un pericoloso arretramento e un ritorno alla pratica dei negoziati bilaterali.

In proposito, il presidente americano Trump e quello cinese Xi Jinping hanno convenuto di posticipare di tre mesi la decisione americana di portare dal 10 al 25% i dazi su molti prodotti cinesi per un valore complessivo di 200 miliardi di dollari e di evitare le conseguenti ritorsioni cinesi. Una decisione modesta, se persino la banca Goldman Sachs, che ha parecchi uomini nell’amministrazione Usa, dà un misero 20% di probabilità a un futuro successo di un accordo tra le due superpotenze.

Intanto, l’andamento dell’economia mondiale si sta raffreddando. L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) stima che i dazi del 10% nei confronti della Cina, e la conseguente risposta cinese, produrrebbero una diminuzione dello 0,2% del pil mondiale e che, se portati al 25%, i dazi farebbero aumentare la perdita fino all’1%.

Segna, inoltre, quasi plasticamente, il ritorno al bilateralismo, la cancellazione dell’incontro con il presidente russo Putin da parte di Trump.

In una situazione mondiale di gravi squilibri, lo svuotamento del ruolo di dialogo propositivo dei massimi organismi internazionali non può che suscitare grandi e diffuse preoccupazioni.

Si ricordi che il G20, che rappresenta l’85% del pil e i due terzi della popolazione mondiale, fu convocato la prima volta dieci anni fa, al culmine della Grande Crisi della finanza e dell’economia globale, per cercare le soluzioni più efficaci alla grave situazione creatasi. Si temeva, giustamente, che lo sconquasso del sistema finanziario potesse mettere in discussione anche il già precario equilibrio politico e militare mondiale.

Oggi, invece, nonostante molti denuncino le avvisaglie di una nuova crisi finanziaria sistemica, irresponsabilmente, secondo noi, Washington e altri vorrebbero “smantellare” le uniche istituzioni internazionali dove è possibile dialogare sui temi più delicati.

In Argentina, purtroppo, sembra che il concetto di multilateralismo sia scomparso, così come ogni riferimento ai pericoli del protezionismo economico. Si menziona soltanto la necessità di una generica riforma dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, perché “il sistema multilaterale del commercio adesso non è in grado di rispettare i suoi obiettivi”. La riforma è indubbiamente giusta e urgente. Sui contenuti della stessa, però, sembra esserci una vera e propria guerra ideologica: protezionismo e unilateralismo o accordo multipolare di libero e più giusto mercato?

L’Unione europea, attraverso una nota a firma del presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker e del presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, si è correttamente schierata contro il rischio che “la lotta contro il protezionismo e l’appoggio al sistema commerciale multilaterale diventino delle parole vuote”. L’Europa vuole, invece, una “cooperazione coordinata” per una “globalizzazione più giusta” e una “riforma delle regole finanziarie globali”.

Si rammenti che, se venisse meno la volontà degli Stati di collaborare, ne risentirebbero anche i tanti progetti, annunciati nella dichiarazione finale di Buenos Aires, relativi alla realizzazione delle infrastrutture, alla modernizzazione tecnologica, alle nuove energie, alla digitalizzazione del sistema economico, al maggiore rispetto del lavoro e dei diritti civili.

Il mondo di oggi non si può permettere una simile involuzione

Mario Lettieri* Paolo Raimondi**
*già sottosegretario all’Economia **economista

Amnesty, con Salvini gestione repressiva dei migranti

migranti-polizia

Il governo Conte, insediatosi a giugno, “si è subito distinto per una gestione repressiva del fenomeno migratorio”: l’attacco al governo è di Amnesty International, che nel suo ultimo rapporto – “La situazione dei diritti umani nel mondo. Il 2018 e le prospettive per il 2019”- non risparmia anche altre critiche al governo italiano, in particolare su razzismo, vendita di armi e sgomberi forzati.

Pubblicato in occasione del 70 anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani, il documento denuncia che “le autorità hanno ostacolato e continuano a ostacolare lo sbarco in Italia di centinaia di persone salvate in mare, infliggendo loro ulteriori sofferenze e minando il funzionamento complessivo del sistema di ricerca e salvataggio marittimo”.

Il 2018, in Europa e in Asia centrale, “è stato caratterizzato dall’aumento dell’intolleranza, dell’odio e della discriminazione, in un contesto di progressivo restringimento degli spazi di libertà per la società civile”, con “i richiedenti asilo, rifugiati e migranti respinti o abbandonati nello squallore mentre gli atti di solidarietà sono stati vieppiù criminalizzati”. È quanto denuncia Amnesty International nel suo rapporto “La situazione dei diritti umani nel mondo. Il 2018 e le prospettive per il 2019”.

“A guidare questa tendenza sono stati, in un modo o nell’altro, Ungheria, Polonia e Russia mentre nel più ampio contesto regionale in Stati come Bielorussia, Azerbaigian e Tagikistan vi sono stati nuovi giri di vite nei confronti della liberta’ d’espressione”, si legge nel documento. “In Turchia – prosegue Amnesty – ha proseguito a espandersi un clima di paura”.

Tuttavia, “l’ottimismo è rimasto invariato e sono cresciuti attivismo e proteste: un coro di persone ordinarie dotate di una passione straordinaria chiede giustizia e uguaglianza”.

Fine della grande guerra:
la sventura dell’Europa

guerra mondiale

Quel periodo di fine Ottocento-primo Novecento non a caso chiamato ‘Bella Époque’ faceva dell’Europa «il migliore dei mondi possibili». Racconta Stefan Zweig ne “Il mondo di ieri”: «Quel mondo guardava con dispregio le epoche anteriori con le loro guerre, carestie, rivoluzioni, come fossero stati tempi in cui l’umanità era ancora minorenne e insufficientemente illuminata. Ora invece non era più che un problema di decenni, poi le ultime violenze del male sarebbero state del tutto debellate. Tale fede in un progresso ininterrotto e incoercibile ebbe per quell’età la forza della religione; si credeva in quel progresso già più che nella Bibbia ed il suo vangelo sembrava inoppugnabilmente dimostrato dai sempre nuovi miracoli della scienza e della tecnica».

Poi successe improvvisamente l’irreparabile: lo racconta Francesca Canale Cama nelle sua ricerca curata per RCS “La Grande Guerra”, alla quale mi riferirò spesso. Se prima del 1914 «la pace era il quadro normale della vita europea» nella quale potevano affermarsi accanto ad un tumultuoso capitalismo, anche un’apertura della politica alle istanze popolari e al riformismo sociale, va allora «considerato che le società nel loro complesso erano completamente disabituate allo sforzo bellico e, per giunta, molto poco sapevano dei caratteri della guerra moderna».

Tuttavia la lunga pace dell’Ottocento europeo – interrotta dalla guerra franco-tedesca del 1870 – era solo apparente: secondo lo storico inglese Eric Hobsbawm, la rivalità tra gli Stati, il nazionalismo, la pressione del complesso militare-industriale portavano inevitabilmente alla guerra. Ma anche chi prevedeva la guerra e premeva per essa, considerava pure che potessero frapporsi dei fattori che la rendessero evitabile: in Europa «nessuno previde – racconterà nelle sue memorie il presidente del Consiglio italiano Antonio Salandra – l’enormità delle immediate conseguenze che ne sarebbero derivate». La Prima Guerra mondiale divenne insomma una ‘avventura’ imprevista nelle sue dimensioni: innescata nel giugno 1914 dall’assassinio del principe ereditario d’Austria-Ungheria a Sarajevo e dall’ultimatum imperiale alla Serbia – considerata mandante dell’attentato –  si vagheggiò di una sua conclusione entro il Natale 1914: in realtà si era alle soglie di «una lunga guerra dagli esiti incerti», riferisce il lavoro della storica Canale Cama: noi sappiamo che durerà fino al novembre 1918, provocando 17 milioni di morti, di cui 7 milioni civili (esclusi quelli dovuti all’influenza spagnola), un ecatombe che avrebbe determinato «il passaggio ad una nuova era».

«Prepararci all’imprevedibile»: secondo il prof. Fulvio Cammarano questo sarebbe il compito degli storici che più attentamente scavino sotto gli intrecci degli avvenimenti e dei protagonisti. Ad esempio era abbastanza evidente che la Serbia avesse le sue responsabilità, avendo istruito ed equipaggiato gli attentatori di Sarajevo: ma l’Austria le indirizzò un ultimatum così estremo che la Serbia non poteva che respingere per salvaguardare la sua indipendenza. L’Austria-Ungheria avrebbe potuto avere tutta l’opinione pubblica mondiale dalla sua parte. Eppure scrive lo storico Golo Mann – «i signori di Vienna decisero di andare oltre». Perché? È qui che emerge la funzione dello storico capace di «prepararci all’imprevedibile», con un’analisi non superficiale. La menzionata ricerca RCS commenta così il casus belli: «La risposta, probabilmente, è nel fatto che già da tempo si stava affermando una tendenza bellicista all’interno dell’Austria-Ungheria, il cui principale esponente era il capo di Stato Maggiore Conrad, convinto che un grande successo di politica internazionale avrebbe indebolito tutte le forze centrifughe dell’Impero, mantenendone così la compattezza interna. Si voleva, insomma, una guerra per risolvere l’altrimenti insolubile problema delle etnie. Per questo, anche l’Ultimatum fu redatto in forma talmente categorica da indurre la Serbia ad opporsi. Alla base di questa tendenza politica stava – come spiega ancora Golo Mann –  un problema essenziale che l’Impero multinazionale asburgico non riusciva a risolvere in maniera efficace e che nel mondo di inizio Novecento prendeva un’urgenza inedita, quello delle diverse nazionalità. Un problema, peraltro, comune a tutte le entità imperiali del continente europeo e delle aree limitrofi che, non a caso, verranno spazzate via dalla guerra».

Dopo quattro anni e mezzo, la Grande Guerra terminò con la sconfitta degli Imperi austro-ungarico, tedesco e ottomano e la vittoria di Francia, Inghilterra, Italia e Usa, mentre la Russia fin dal 1917 – sotto la guida di Lenin – si era sfilata dal conflitto. Va ripetuto che la guerra all’inizio era stata pensata da molti come conflitto di breve durata, trasformatosi invece in una lunga contesa: un imprevedibile ‘cigno nero’ all’orizzonte, ossia una evoluzione inimmaginabile secondo le teorie di Nassim N. Taleb presentate nel suo saggio dal sottotitolo emblematico “Come l’improbabile governa la nostra vita”. Eppure la fine della guerra lasciò inizialmente «un senso di indefinitezza» tra i combattenti, tanto che la maggior parte dei soldati sul fronte occidentale «rimaneva lì dov’era, dubitando ancora che la guerra fosse finita», come ha testimoniato lo storico James Sheehan. Riavutisi da tale impreparazione, non capirono la nuova situazione, tanto che «i tedeschi, per esempio, in gran parte credevano d’aver vinto», non essendo a conoscenza «dell’immensità del quadro bellico»; comunque sperarono almeno in «una pace conciliatoria e non umiliante».

Ma nel giugno 1919 venne il Trattato di Versailles ad interrompere questi «facili entusiasmi», peraltro innescati anche dalle aspettative che il presidente americano Woodrow Wilson, sbarcando in Europa nel dicembre 1918, aveva sparso a piene mani proclamando: «Mai più guerra!». Questa voce – dichiarerà Stefan Zweig in “Momenti fatali” – venne «immediatamente capita in ogni paese, in tutte le lingue». Ma tra la pace sognata e la pace reale corse una distanza siderale. Il Trattato di Versailles, soprattutto per l’intransigenza del Primo ministro francese Georges Clemenceau, oltre a confermare lo smembramento degli imperi austro-ungarico e ottomano, fu molto punitivo contro la Germania, considerata la vera regista dello scatenamento del conflitto di cui l’Austria-Ungheria aveva solo acceso la «imprevedibile» miccia, congetturando un Ultimatum così drastico alla Serbia sulla base di un premeditato avallo tedesco. Tanto che così testifica il Trattato di pace: «Gli Alleati e i Governi Associati affermano, e la Germania accetta, la responsabilità della Germania e dei suoi alleati per aver causato tutte le perdite e i danni che gli Alleati e i Governi Associati e i loro cittadini hanno subito come conseguenza della guerra loro imposta dall’aggressione della Germania e dei suoi alleati».

Sulla Germania cadde dunque l’obbligo maggiore di pagare i costi di riparazione quantificati in 33 miliardi di dollari del 1913, di cui furono effettivamente pagati 21 miliardi tra il 1919 e il 1932 mettendo a durissima prova la tenuta economica e democratica post-bellica tedesca. «Questa non è una pace. È un armistizio per vent’anni» dichiarò Ferdinand Foch, comandante supremo delle forze alleate. Uguale fu il giudizio di un personaggio che poi diventerà un economista famosissimo e che allora fu presente a Parigi come rappresentante del Tesoro britannico: si tratta di John M. Keynes che abbandonerà la Conferenza di pace, sostenendo che le durissime riparazioni imposte alla Germania avrebbero portato il Continente nel giro di due o tre decenni ad un nuovo conflitto e «alla scomparsa dell’ordine sociale così come l’abbiamo conosciuto». Ecco due personalità – un militare e un economista – che ben incarnano la funzione della previsione storica in grado di «prepararci all’imprevedibile», che dunque diventa tale solo se non si analizza bene «la complessità degli intrecci», come richiamato più sopra dallo storico Cammarano. Peraltro c’è un’arguzia dello scrittore nordirlandese Robert McLiam Wilson che giustifica con sarcasmo anche gli insipienti cultori degli avvenimenti rappresentati come ‘improbabili’: «Nella geopolitica c’è una sola legge: tutto quello che è improbabile è impossibile finché non succede, e a quel punto era prevedibile».

In questo commento non poteva mancare un richiamo alla posizione dell’Italia che era entrata in guerra nel maggio 1915 a fianco di Inghilterra, Francia e Russia contro l’Austria-Ungheria, alla quale fin dal 1882 era legata, insieme alla Germania, dal patto ‘difensivo’ della Triplice Alleanza da cui ora si sentiva slegata: infatti l’articolo 4 dell’alleanza esonerava dal patto se una delle parti avesse dichiarato guerra ad una quarta potenza, come aveva fatto l’Austria con la Serbia ; inoltre, la mancanza di un accordo preliminare, previsto dall’articolo 7 nel caso di intervento di Austria o Italia nei Balcani, implicava un’infrazione dell’accordo a carico di Vienna. Ma fuori e contro lo spirito della Triplice – che rappresentava comunque un trattato d’amicizia, stretto inizialmente per parte italiana in funzione antifrancese per la contesa coloniale in Nordafrica –  agirono in Italia tutte le forze desiderose di completare l’ultima guerra risorgimentale dell’Italia, da combattere anche stavolta come le precedenti contro l’Austria per unire Trento e Trieste alla madrepatria. Va però segnalato che nel Trattato segreto di Londra del 26 aprile 1915, l’Italia aveva preteso ben di più, assecondando «le aspirazioni del nazionalismo e del conservatorismo liberale perché, oltre la rivendicazione delle province italiane dell’Impero asburgico, miravano a garantire confini sicuri, il controllo dell’Adriatico e la prospettiva dell’espansione coloniale». Precisa al proposito Lorenzo Cremonesi in una lunga ricerca curata a puntate per la rivista “Sette”: «Roma non solo voleva Trento e Trieste, ma anche l’Alto Adige a maggioranza tedesca, l’Istria, diverse isole e regioni croate abitate da slavi, l’Albania, il controllo militare dell’Adriatico, il Dodecaneso, una parte della Turchia occidentale e il pieno riconoscimento dei suoi interessi coloniali in Africa». Insomma lo spirito risorgimentale che avrebbe dovuto riconoscere e garantire le nazionalità – tutte le nazionalità – oppresse, veniva smentito. Addirittura il ministro degli Esteri Sidney Sonnino parlò apertamente di «sacro egoismo» lasciando il tavolo delle trattative di Parigi quando il presidente americano Wilson – in difesa dei principi di concordia fra tutte le nazionalità – considerò decaduto il trattato di Londra. In Italia si parlò di «vittoria mutilata»: in realtà la tesi wilsoniana corrispondeva agli obiettivi principali dell’interventismo democratico italiano, che puntando alla caduta dell’Impero asburgico per liberarne le nazionalità oppresse, non poteva che sostenere «un accordo tra italiani e slavi come la sola soluzione pacifica praticabile nella regione» sostiene lo storico Rosario Romeo ne “L’Italia unita e la prima Guerra mondiale”. Invece prevalse l’esasperazione nazionalistica, nonostante fosse stato già acquisito a vantaggio dell’Italia – «in violazione dei confini etnici» – il Sudtirolo di madrelingua tedesca: una violazione – spiega Romeo – che se fu «avallata a Nord» trovò al tavolo di Parigi «una invincibile resistenza per ciò che riguardava i confini orientali, dove le aspirazioni italiane si urtavano con quelle degli slavi del Sud».

Ma succederà anche di più: la concitazione da ‘vittoria mutilata’ spinse nel settembre 1919 una spedizione eterogenea di «soldati ribelli, artisti e libertari capeggiati da Gabriele D’Annunzio» – come racconta Claudia Salaris nel suo saggio “Alla festa della rivoluzione”- ad occupare la città di Fiume, che non era prevista come ricompensa all’Italia negli stessi accordi segreti di Londra. Fiume secondo il censimento del 1910 contava 49.806 abitanti, di cui la metà italiani, esattamente 24.212, mentre i restanti comprendevano abitanti di lingua serbo-croata, slovena, tedesca, ungherese: una realtà variegata – che si era andata dilatando negli ultimi decenni con l’immigrazione di cittadini non italiani – ma che comunque andava rispettata. Nella successiva storia italiana, l’avventura fiumana divenne «l’archetipo di successo» – rammenta ancora Cremonesi – della marcia su Roma e della sopraffazione fascista delle istituzioni liberali: con inevitabile sconcerto di chi era andato a Fiume con altre idealità e identità culturali.

In conclusione, riferirei in breve di due protagonisti dal percorso politico contradditorio e confliggente, attingendo alle biografie riportate nel citato lavoro “La Grande Guerra”. Parlo del presidente USA Thomas W. Wilson e di Georges Clemenceau, primo ministro francese. Wilson (1856-1924) giurista e politologo, partì da posizioni retrograde, tanto da considerare il diritto di voto per tutti come «fondamento di ogni male», propagandando anche il darwinismo sociale e «la superiorità biologica dei bianchi sulle altre etnie». Ma nel corso degli anni cambiò radicalmente posizioni tanto da essere designato nel 1912 alla presidenza degli Stati Uniti dalla componente progressista del partito democratico con l’ostilità di quella conservatrice. Diventato presidente, quando scoppiò la guerra mondiale mantenne gli USA dapprima neutrali e pacifisti, per evitare che «lo spirito brutale della guerra entrasse nelle fibre più profonde della vita nazionale, infettando il Congresso, le Corti di giustizia, il poliziotto di ronda, l’uomo della strada». Trascinato nel conflitto dalle provocazioni tedesche che con la guerra sottomarina avevano affondato navi passeggeri e mercantili statunitensi, nell’aprile 1917 dichiarò guerra alla Germania per «ristabilire le libertà violate dalla mire tedesche» e perché il mondo doveva diventare «un luogo sicuro per la democrazia». Nel gennaio 1918 presentò i suoi celebri “Quattordici punti” riferiti ai liberi commerci marittimi, ai diritti delle nazionalità oppresse, al riconoscimento dell’indipendenza dei popoli soggetti ai vecchi imperi, all’abolizione della pratica illiberale della diplomazia segreta, al bisogno di «instaurare un nuovo ordine fondato sulla pace», partendo dalla riduzione degli armamenti e arrivando alla proposta di fondare la «Società delle Nazioni, un organismo internazionale finalizzato ad assicurare il mutuo rispetto fra i singoli Stati». Accolto dall’opinione pubblica europea e mondiale come un ‘nuovo Vangelo’, il programma di Wilson fu accettato molto parzialmente dalle potenze vincitrici, che seguirono una prospettiva punitiva, dominata dal «sacro egoismo» di ognuna di esse. I suoi Quattordici punti restarono in gran parte lettera morta: come consolazione ottenne il Premio Nobel per la pace nel 1920.

Percorso opposto fu quello di Georges Clemenceau (1841-1929). Di tradizioni repubblicane e anticlericali, sostenne dapprima posizioni radicali e anticapitaliste, distinguendosi nella difesa di Alfred Dreyfus, affiancando vibratamente il J’accuse di Émile Zola contro l’antisemitismo del militarismo francese. Le sue opinioni mutarono quando divenne primo ministro nel 1906, imprimendo una «svolta di carattere nazionalistico al governo, in opposizione ai socialisti e ai sindacati». Scoppiata la guerra, fu «fervente militarista» e ostile ad ogni mediazione diplomatica. Come più sopra riferito, Clemenceau «mostrò una posizione intransigente nei confronti della Germania, sostenendo la necessità di piegarla sia politicamente sia economicamente; tali posizioni lo misero in contrasto con il presidente americano Wilson, ma furono poi quelle adottate dalle nazioni vincitrici». E per l’Europa a sventura si aggiunse sventura…

LIBRI CITATI:

-Stefan Zweig, “Il mondo di ieri”, Mondadori, Milano, 1994

-Eric Hobsbawm, “L’Età degli imperi. 1875-1914”, Laterza, Roma-Bari, 1988

-Golo Mann, “Storia della Germania moderna 1789-1958”,Garzanti, Milano, 1978

– Nassim N. Taleb, “Il Cigno nero – Come l’improbabile governa la nostra vita”, il Saggiatore, Milano, 2008

-James Sheehan, “L’età post-eroica. Guerra e pace nell’Europa contemporanea”, Laterza, Roma-Bari, 2009

-Stefan Zweig, “Momenti fatali”, Adelpi, Milano, 2005

-John M. Keynes, “Le conseguenze economiche della pace”,Adelphi, Milano, 2007

-Robert McLiam Wilson, “Belfast, Dublino e oltre”, in “La Lettura – Corriere della Sera”, 2 aprile 2017

-Lorenzo Cremonesi, “La rabbia italiana per gli accordi traditi”, rivista “Sette”, 21 ottobre 2016

-Rosario Romeo, “L’Italia unita e la prima Guerra mondiale,”Laterza, Bari, 1978

-Claudia Salaris, “Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume”, il Mulino, Bologna, 2002

Nicola Zoller

Ucraina. Carri armati per la Campagna Elettorale

poroshenkoIl Gigante russo rimane fermo ad aspettare le mosse di Kiev. L’Ucraina risponde alle accuse russe schierando i carri armati nello stretto di Azov e Petro Poroshenko si è fatto fotografare in una base di addestramento di carristi a 150 chilometri da Kiev. Il messaggio che ha voluto mandare è chiaro, lui è il Capo delle Forze Armate del suo Paese e dirigerà ogni azione per difenderlo. Più che provocare Mosca la mossa di Poroshenko sembra indirizzata a far alzare gli indici di gradimento per la sua presidenza in vista delle prossime elezioni.
Ma Poroshenko non si è limitato solo a questo, ma ha anche esortato la Nato a inviare navi nel Mar d’Azov. “La Germania – ha detto in un’intervista alla Build Poroshenko – è uno dei nostri più stretti alleati e speriamo che gli Stati della Nato siano ora pronti a trasferire le navi nel Mare di Azov per aiutare l’Ucraina e fornire sicurezza”, ha detto. La Nato ha espresso “pieno appoggio” per l’Ucraina, che non è uno stato membro.
L’atteggiamento ambiguo della Nato e della Comunità Internazionale che ha chiuso gli occhi davanti ai gruppi neonazisti in supporto di Piazza Maidan non lo è meno della Russia che dal 2014 con l’annessione della Crimea ha iniziato a prendersi ‘pezzi’ dell’ex Unione sovietica. Ma soprattutto resta da capire come mai Poroshenko abbia deciso di imporre la legge marziale in questa occasione e non quando la Crimea fu annessa dalla Russia nel 2014 o quando i ribelli sostenuti dalla Russia occuparono parte delle regioni di Donetsk e Luhansk. La risposta però potrebbe essere nel mancato appoggio della Comunità internazionale che oggi appare coesa e schierata con Kiev.

Conte vola in Russia e invita zar Vladimir a Roma

Italia-Russia/Conte a Putin:"amicizia solida" Italia-Russia nonostante difficoltà

L’Italia come grimaldello per rompere l‘Europa? A pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, diceva Andreotti. Ma fatto sta che un’Europa debole sarebbe tutta a vantaggio di qualcuno. La Russia prima di tutti. La manovra Italiana infatti non fa male solo al nostro Paese e in particolare alle fasce più deboli dei cittadini che lo abitano, ma a tutta l’Europa. Non è un caso che anche i paesi europei ideologicamente più vicini alle posizioni del governo italiano, come ad esempio l’Austria, non si prestino al gioco tutto italiano del tiro al bersaglio della Commissione. Oggi Conte, presidente del Consiglio Italiano, quasi non curante della sonora bocciatura europea ricevuta dall’Italia, è in Russia. A rispondere ed ad alzare la voce con la commissione c’è Salvini in perenne campagna elettorale.

“Vorrei subito iniziare con l’augurio – ha detto Conte a zar Vladimir – che lei possa subito venire in Italia, manca da troppo tempo. Non vorrei che il popolo italiano pensasse che non le presta abbastanza attenzione”. Una incredibile sviolinata dai toni sdolcinati. Forse Conte spera di trovare in Putin qualcuno disposto ad acquistare parte consistente del deteriorato debito italiano sempre più difficile da piazzare dopo i pensanti giudizi delle agenzie di rating.

Il premier ha poi proseguito: “L’Italia e la Russia godono di eccellenti rapporti tradizionali sia in campo economico, che culturale e commerciale. Malgrado il contesto internazionale delicato siamo sempre riusciti a mantenere alta la qualità dei nostri rapporti”. “Confermiamo – ha concluso – un’amicizia solida che va oltre le difficoltà del momento”. Clima amichevole e distensivo anche da parte del leader del Cremlino che rivolto al nostro premier ha sottolineato: “Siamo molto lieti di vederla. Tra la Russia e l’Italia ci sono stati rapporti di lavoro, buoni, che vengono sostenuti. Purtroppo l’Italia ha perso le sue posizioni economiche (per interscambio con la Russia, superata da altri Paesi) tuttavia il volume dei nostri scambi rimane molto alto”, ha aggiunto. Putin ha sottolineato che Roma occupa il “quinto posto per interscambio con la Russia” con “cinquecento compagnie italiane” impegnate sul territorio russo. Putin ha inoltre annunciato di voler “parlare di prospettive”.

Aereo russo abbattuto, Putin placa l’ira contro Israele

PutinIl presidente russo Vladimir Putin ha detto oggi che l’abbattimento dell’aereo militare russo vicino alla costa della Siria è semplicemente il risultato di una catena di circostanze tragiche e casuali, smentendo quanto fatto sapere dal Ministero della Difesa russo che considera “le azioni intraprese da Israele come ostili: a causa delle azioni irresponsabili dell’esercito israeliano sono stati uccisi 15 militari russi e questo è assolutamente contrario allo spirito della cooperazione russo-israeliana. Ci riserviamo il diritto di adottare misure adeguate”.
Il Cremlino invece prova a disinnescare la miccia. “È molto probabile che si sia trattato di una catena di tragici eventi casuali, perché un aereo israeliano non ha abbattuto il nostro aereo. Ma, senza alcun dubbio, dobbiamo seriamente arrivare al fondo di quello che è successo “, ha detto Putin ai giornalisti, annunciando una telefonata con il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu.
“Per quanto riguarda le misure di ritorsione, saranno mirate in primo luogo e soprattutto a garantire ulteriormente la sicurezza del nostro personale militare e delle strutture in Siria. E questi saranno passi che tutti noteranno “, ha detto Putin. L’aereo Ilyushin-20 dell’aeronautica militare russa, scomparso dai radar ieri durante un raid di caccia israeliani su Latakia, è stato abbattuto per errore dalla contraerea siriana.
L’aereo Il-20 dell’aeronautica russa è stato sì abbattuto da un missile siriano, ma la responsabilità per il Ministero della Difesa russo potrebbe ricadere sugli israeliani. Inoltre gli F-16 israeliani si sono fatti scudo con il velivolo russo ed è per questo che è stato centrato dai missili di Damasco.
Quattro caccia F-16 israeliani hanno attaccato obiettivi nell’area di Latakia dopo essersi avvicinati dal Mediterraneo volando a bassa quota, ha detto il ministero. «I piloti israeliani hanno usato l’aereo russo come copertura così da essere preso di mira dalle forze di difesa aerea siriane. Di conseguenza, l’Il-20, che ha un’impronta radar molto più grande dell’F-16, è stato abbattuto da un missile di difesa S-200»

Summit BRICS nel disinteresse dell’Europa

bricsÈ appena finito il decimo summit dei paesi BRICS tenutosi a Johannesburg, in Sud Africa. Purtroppo, nella più totale indifferenza da parte dell’Europa, sia quella delle più alte istituzioni politiche sia quella dei mass media. Un atteggiamento miope che rivela tutta l’impotenza politica dell’Unione europea di fronte ai grandi cambiamenti geopolitici che stanno determinando la storia.

Nessuno pensa che si debbano rompere le tradizionali alleanze o immaginare nuove strategie avventurose. Si chiede semplicemente di non chiudere gli occhi di fronte alla realtà mutata e alle sue continue evoluzioni. E’ come se l’Europa fosse voluta rimanere incatenata al periodo iniziale della CECA, la comunità del carbone e dell’acciaio, mentre il mondo “andava” verso il petrolio, il nucleare e poi verso la fusione nucleare e le più sofisticate tecnologie delle energie rinnovabili.

L’Unione europea e i singoli governi dell’Europa sembrano sempre vincolati al documento 2011/2111 (INI) del 2012: “Proposta di risoluzione del Parlamento europeo sulle politiche nazionali dell’UE nei confronti dei paesi BRICS e di altre potenze emergenti: obiettivi e strategie”. Vi si afferma che “in considerazione delle principali divergenze con i BRICS rispetto alle loro politiche, ai loro sistemi economici, alle tendenze demografiche e sociali e alle politiche estere, l’Europa adotta una politica estera sfumata, coinvolgendo partenariati e accordi separati per costruire sinergie con i singoli paesi BRICS e altri paesi emergenti e scoraggiare il consolidamento di gruppi alternativi di stati potenzialmente colludenti in termini di politica estera”.

L’Europa, quindi, di fatto preferisce trascurare i BRICS intesi come gruppo, sottovalutando che esso, nel frattempo, rappresenti il 23% del pil mondiale e il 18% dell’intero commercio globale. Si mira solo a mantenere relazioni bilaterali.

Comunque la dichiarazione finale del citato summit, tra i tanti argomenti affrontati, pone l’accento sull’importanza di cercare alternative virtuose alle destabilizzanti politiche dei dazi e delle guerre commerciali volute da Trump. Riteniamo che sarebbe significativo e certamente incisivo se, sull’argomento, si aggiungesse anche la voce dell’Europa.

In questo momento, purtroppo, molti vorrebbero far saltare e non riformare i vari trattati di collaborazione e cooperazione internazionale come quello dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. I BRICS, invece, correttamente propongono con forza l’adesione ai principi della Carta delle Nazioni Unite e rinnovano l’impegno per un ordine mondiale multipolare e per il rafforzamento delle istituzioni multilaterali della goverance globale. Sul fronte economico essi individuano con puntualità le sfide maggiori “nei crescenti conflitti commerciali, nei rischi geopolitici, nella volatilità dei prezzi delle commodity, nell’alto indebitamento privato e pubblico e nella crescita diseguale e non sufficientemente inclusiva”.

A nostro parere, i loro deliberati vanno nella giusta direzione, quella di gettare le basi per un possibile nuovo ordine monetario mondiale. A tal fine utilizzano bene la Nuova Banca di Sviluppo e il Contingent Reserve Arrangement (CRA), l’accordo finanziario per sostenere i paesi in difficoltà di bilancio. Intanto è entrato in vigore il Local Currency Bond Fund, il fondo per l’emissione di obbligazioni nelle monete locali dei BRICS, finalizzato a promuovere investimenti nelle infrastrutture e nella modernizzazione delle loro economie e anche di quelle degli altri paesi emergenti.

Si ricordi che nei mesi passati sono continuate le politiche interne ai paesi del BRICS, prima di tutto della Cina e della Russia, nel processo di diversificazione delle loro riserve monetarie e di progressiva dedollarizzazione delle economie.

In Russia, per esempio, nell’ultimo decennio la quota dell’oro è decuplicata, mentre gli investimenti nei titoli di debito del Tesoro USA sono calati al minimo. Se nel 2010 Mosca deteneva obbligazioni americane per 176 miliardi di dollari, oggi ne detiene 15 miliardi.

La Russia è fra i primi cinque paesi per riserve auree. Secondo alcune stime, dovrebbe detenere circa 2.000 tonnellate di oro, pari al 18% di tutte le riserve auree nel mondo. Simili processi sono in corso anche in Cina, che nei passati 4 anni ha acquistato 800 tonnellate d’oro, e, anche se in modi più attenti, sta diminuendo i titoli di debito americano, scesi dal picco di 1,6 trilioni di dollari del 2014 ai circa 1,2 trilioni di oggi.

In occasione della celebrazione del centesimo anniversario della nascita di Nelson Mandela, il summit ha posto grande enfasi sulla realizzazione di infrastrutture e di investimenti nell’intero continente africano.

Anche su presto programma l’interesse europeo dovrebbe essere più attento, partecipe ed effettivo. Del resto a Bruxelles e nelle altre capitali europee, l’argomento principale, e politicamente molto complesso, è la gestione dei flussi migratori provenienti dal continente africano. Perciò il suo sviluppo e ogni politica di effettivo sostegno alla crescita economica e democratica dei paesi dell’Africa dovrebbero interessare l’intera Europa, in primis il nostro paese.

Mario Lettieri* Paolo Raimondi**
*già sottosegretario all’Economia **economista

Conte in ginocchio da Trump

conte trump

È stato accolto alla Casa Bianca alle 12 (le 18 in Italia) il premier italiano Giuseppe Conte, volato a Washington per incontrare il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Una visita che giunge ad appena due mesi dall’insediamento del nuovo governo, dopo il primo incontro avvenuto nel G7 in Canada il 9 giugno scorso. Nel faccia a faccia con il capo dell’amministrazione americana,  sono state affrontate le principali questioni che stanno a cuore all’Italia: Libia, ruolo italiano nel Mediterraneo anche sul fronte sicurezza e migranti, politica commerciale alla luce delle recenti tensioni legate al rischio di una ‘guerra dei dazi’ tra le due sponde dell’Atlantico.

Sull’onda del ‘feeling’ di simpatia creatosi tra i due leader: Conte ha ribadito a Trump che considera l’invito, e la sua tempistica, un importante segno di attenzione e di amicizia degli Stati Uniti nei confronti dell’Italia e della sua persona. Il premier, secondo alcune fonti di palazzo Chigi, ha ricordato che ci sono numerosi aspetti che accomunano il governo italiano e l’amministrazione Trump, non da ultimo il segno del cambiamento che entrambi rappresentano, rispetto all’establishment, e rispetto ad un certo modo di dar voce ai propri cittadini e di rappresentarli.

Conte si è presentato dunque nella capitale consapevole del ruolo di facilitatore che l’Italia può assumere nei rapporti, non semplici in questa fase, tra Usa ed Europa, forte del ruolo di primaria importanza che l’amministrazione Trump riconosce all’Italia nel processo di stabilizzazione della Libia. E fra i tre dossier principali, due attengono direttamente o indirettamente proprio alla Libia.

L’Italia, infatti, conta sull’appoggio degli Usa per la Conferenza sulla Libia che si terrà nel nostro Paese, come annunciato dallo stesso Conte un mese fa al vertice Nato, e che può rappresentare un passaggio cruciale nel processo di messa a punto delle condizioni politiche, legali e di sicurezza indispensabili per lo svolgimento delle prossime elezioni politiche e presidenziali libiche.

Conte è andato a Washington anche con l’obiettivo di ottenere il sostegno di Trump a una cabina di regia permanente tra Usa e Italia per il Mediterraneo  in chiave di lotta al terrorismo, maggiore sicurezza, immigrazione e soprattutto Libia. Con questa cabina di regia, tramite l’opera dei ministeri degli Esteri e della Difesa, l’Italia assumerebbe un ruolo di punto di riferimento, in Europa, per la Libia e di interlocutore privilegiato con gli Usa.

L’idea è che Italia e Usa possano insieme farsi promotori e fautori della stabilizzazione del paese nord africano. Infine la questione degli scambi commerciali e della guerra dei dazi: l’obiettivo di Conte è stato quello di avere da Trump garanzie che gli interessi delle aziende italiane non vengano toccati, con particolare riferimento ai prodotti dell’agroalimentare. Per questo l’Italia si dichiara soddisfatta dell’accordo raggiunto tra Trump e Junker e ne auspica una rapida attuazione.

Il primo ministro Giuseppe Conte è stato ricevuto alla Casa Bianca con una calorosa stretta di mano dal presidente americano Donald Trump.  Il presidente Usa ha detto: “Grazie Giuseppe per essere qui”.  Il premier italiano ha risposto: “E’ un grande onore essere qui”.

Al termine dell’incontro alla Casa Bianca, secondo alcune fonti di palazzo Chigi, il Presidente americano ha dato il suo via libera sulle tre questioni cruciali poste da Giuseppe Conte. In particolare, il primo è che l’Italia conta sull’appoggio degli USA per la Conferenza sulla Libia che si terrà nel nostro Paese, come annunciato dallo stesso Conte un mese fa al vertice NATO, e che può rappresentare un passaggio cruciale nel processo di messa a punto delle condizioni politiche, legali e di sicurezza indispensabili per lo svolgimento delle prossime elezioni politiche e presidenziali libiche. Quindi è stato ottenuto il sostegno di Trump ad una ‘cabina di regia permanente’ tra USA e Italia per il Mediterraneo allargato in chiave di lotta al terrorismo, maggiore sicurezza, immigrazione e soprattutto la Libia. Con questa cabina di regia, da attuarsi attraverso i reciproci ministeri degli Esteri e della Difesa, l’Italia assumerebbe un ruolo di punto di riferimento, in Europa, per la Libia e di interlocutore privilegiato con gli Usa. L’idea è che Italia e USA possano insieme farsi promotori e fautori della stabilizzazione del paese nord africano. Infine, via libera sul tema degli scambi commerciali e dazi: l’obiettivo di Conte è stato quello di avere da Trump garanzie che gli interessi delle aziende italiane non vengano toccati, con particolare riferimento ai prodotti dell’agroalimentare. Per questo l’Italia si è dichiarata soddisfatta dell’accordo raggiunto tra Trump e Junker e ne auspica una rapida attuazione. Anche su questo tema via libera di Trump.

Donald Trump, ricevendo alla Casa Bianca il premier Giuseppe Conte, ha detto: “Conte sta facendo un lavoro fantastico.  Sono molto d’accordo con quello che state facendo sull’immigrazione legale e illegale. Sono d’accordo con la vostra gestione dei confini.   Molti altri Paesi in Europa dovrebbero seguire l’esempio dell’Italia sull’immigrazione e su una posizione dura ai confini. Congratulazioni per la grande vittoria elettorale.  Con Conte siamo d’accordo  che un regime brutale come quello in Iran non dovrà mai entrare in possesso di armi nucleari.  L’Italia è un grande Paese per investire. Conte farà un ottimo lavoro, sa come promuovere e vendere i prodotti italiani. Si arriverà a delle cifre record. Con Conte parleremo di dazi e di commercio: abbiamo un  deficit con l’Italia di 31 miliardi di dollari.  Abbiamo molto di cui parlare a proposito di commercio e a proposito delle nostre forze armate. State ordinando aerei, molti aerei. Gli Stati Uniti hanno un deficit molto grande, come al solito, con l’Italia. E sono sicuro che lo raddrizzeremo molto velocemente”.

Ai giornalisti che gli hanno chiesto sull’Iran, Trump ha risposto: “Io sono disposto a incontrare chiunque, bisogna parlare. Se vogliono incontrarmi io sono disponibile  a incontrarli in qualsiasi momento, senza condizioni.  Le  sanzioni alla Russia  rimarranno così come sono”.  Trump ha appoggiato la realizzazione del gasdotto Tap: “Voglio un qualcosa di competitivo e spero il primo ministro riuscirà a farlo e a completarlo”. Nessun accenno sulla Tav.

Conte, nella conferenza stampa all’Ambasciata italiana a Washington, ha affermato: “Con questo proficuo incontro abbiamo compiuto un ulteriore passo in avanti per aggiornare la nostra cooperazione: siamo due governi del cambiamento,  tante cose ci uniscono.  Con la cabina di regia in Libia c’è quasi un gemellaggio tra Usa e Italia: L’America riconosce il nostro ruolo di interlocutore privilegiato.  Stiamo organizzando con il presidente Trump la conferenza sulla Libia. Affronteremo e discuteremo con tutti gli stakeholders il problema della stabilizzazione del paese in modo da consentire alla Libia di pervenire alle elezioni democratiche in un quadro di stabilità. Ho illustrato a Trump l’approccio innovativo sul tema dei migranti, un approccio che non lascia senza lasciare tutto il peso sui paesi di primo approdi. Il presidente Trump sta apprezzando questo approccio italiano che sta dando i suoi frutti.  Ho espresso al presidente Trump mia soddisfazione per intesa Usa-Ue: è fondamentale per avere un rapporto commerciale più equo.  Siamo d’accordo io e Trump sulla necessità di diversificare le fonti energetiche. Sia al G7 sia alla Nato abbiamo avuto proficuo scambio di posizioni: tutte le posizioni di riforma sono le benvenute.  Gli Usa esprimono l’esigenza di riequilibrare la spesa, posizioni tutte ragionevoli, negozieremo. Da avvocato, posso dire che Trump è un ottimo negoziatore, un grandissimo difensore degli interessi americani. Sono invidioso dei numeri della crescita americana, ma sono anche ambizioso di fare tanto, più di quello che si è fatto in passato. Stiamo preparando alcune riforme strutturali, non vorrei che venisse messa da parte la riforma fiscale, che costituisce una leva per la crescita economica. Sulla Nato c’è stata una posizione chiara di Trump che io condivido: l’ esigenza di riequilibrare la spesa che in questo momento è squilibrata. Sono posizioni ragionevoli che io tengo in gran conto. Dobbiamo negoziare per trovare il punto di equilibrio.  L’immigrazione è anche un problema di sicurezza. Attraverso le rotte dell’immigrazione possono arrivare foreign fighters, terroristi che minacciano l’Europa. Sappiamo che le sanzioni non possono scomparire da un momento all’altro ma ci auguriamo che non colpiscano la società civile. Il premier risponde alla rigidità Usa sulle sanzioni alla Russia con alcune considerazioni che riguardano anche il ruolo di Mosca e il suo peso specifico nel quadro dei negoziati sulle crisi internazionali.  L’ Italia è perfettamente consapevole che il  Tap è un’opera strategica. Ma ci sono inquietudini nelle comunità locali sulla realizzazione del gasdotto ed è mia intenzione incontrarle. Trump mi ha dato le garanzie che mi aspettavo. E cioè lavorare con tutta l’Europa per superare questa fase. Bisogna intervenire per riformare le condizioni esistenti, ma in questo contesto, negoziando si possono trovare soluzioni. La cosa importante è che l’Italia sia al centro di questo confronto”.

L’incontro, sembrerebbe un successo italiano, ma bisognerà verificare gli sviluppi. Intanto, Trump ha presentato un conto da 31 miliardi di dollari per il disavanzo della bilancia commerciale che verrebbe saldato con la spesa per l’ammodernamento dell’esercito italiano. Quindi una maggiore spesa militare a carico del bilancio dello stato sarebbe giustificata dal ruolo di coordinamento nel Mediterraneo e sulla Libia in particolare. Così, gli Usa, si sono garantiti, grazie all’Italia, il controllo nell’area mediterranea e, allo stesso tempo, un interlocutore privilegiato in seno all’Unione Europea.

Salvatore Rondello

La strategia di Trump: da America First a Russia First

trump putin

“Detto semplicemente, Trump è un traditore”. Questa la conclusione di Charles Blow, liberal editorialista del New York Times, il giorno prima della conferenza stampa di Donald Trump e Vladimir Putin a Helsinki. Thomas Friedman, editorialista centrista dello stesso quotidiano, ha anche lui accusato Trump di tradimento  subito dopo la conferenza stampa. Friedman è stato colpito specialmente dalla scelta di Trump di prendere la parte di Putin invece di credere all’intelligence americana.

Dopo la bufera provocata dalla sua performance a Helsinki il 45esimo presidente ha
annunciato che “ha completa fiducia nell’intelligence americana” e che crede “all’interferenza russa” nell’elezione del 2016. Trump ha continuato però sostenendo che non “c’è stata nessuna collusione” fra la sua campagna elettorale e i russi.

Trump non è solito fare marcia indietro. Lo ha fatto con la separazione dei bambini migranti al confine col Messico quando un’altra bufera mediatica lo ha costretto ad ammettere che lui aveva infatti il potere di porre fine alle separazioni. Il danno però in ambedue i casi è già visibile.

L’accusa di tradimento però è meno chiara. I due editorialisti del New York Times nei loro articoli presentano buone ragioni per spiegare la condotta del presidente che poco si addice a un difensore del proprio paese quando confrontato da un avversario come la Russia. La definizione di tradimento ci è spiegata dalla Sezione 3 dell’Articolo III della costituzione. “Il tradimento” consiste di impugnare “armi contro” gli Stati Uniti o di “avere fornito” aiuto e soccorso ai nemici. Ci chiarisce anche che solo il Congresso ha il potere di emettere una condanna di tradimento.

La definizione di tradimento scritta dai padri fondatori non poteva immaginare i cyber attacchi subiti dagli Stati Uniti dalla Russia che l’intelligence americana ha determinato veritieri. Trump, però, dopo l’elezione e durante il suo mandato fino ad ora, non ha voluto riconoscerli. Alla conferenza stampa ha detto che si tratta di una caccia alle streghe e che crede alle asserzioni di Putin considerando la vigorosa difesa di innocenza del leader russo.

Non è la prima volta che Trump vede le cose a modo suo senza fondamenta di verità. I fatti parlano chiaro. L’inchiesta di Robert Mueller, il procuratore speciale nominato da Rod Rosenstein, vice procuratore generale, ha già incriminato 32 individui, fra collaboratori di Trump e cittadini russi.  Cinque di questi individui hanno già dichiarato la loro colpevolezza. L’ex manager della sua campagna elettorale Paul Manafort, accusato di cospirazione contro gli Stati Uniti, riciclaggio di denaro e falsa testimonianza, è in carcere in attesa dell’inizio del suo processo. L’interferenza russa sull’elezione c’è stata anche se fino ad oggi non vi è stata nessuna dimostrazione di collusione della campagna di Trump con i russi.

Trump, però, come rilevano anche i due editorialisti del New York Times, ha fatto di tutto per bloccare l’inchiesta di Russiagate, attaccando l’intero dipartimento di giustizia i cui vertici sono stati nominati proprio dal 45esimo presidente. Trump non dimostra fiducia nei propri collaboratori e subordinati. Il fatto che non riesce a capire l’importanza del pericolo dell’interferenza russa sull’elezione del 2016 non può che creare preoccupazione perché il compito del presidente è di difendere il paese. Se i russi si rendono conto di averla fatta franca nel 2016, continueranno a ripetere le loro malefatte nell’elezione di midterm e in future elezioni.

La strategia di Putin ha funzionato a meraviglia nell’ultima elezione presidenziale poiché ha causato confusione e messo in dubbio il sistema democratico. Il fatto che Trump non prenda in serio il pericolo delle minacce di cyber attacchi rappresenta un problema non solo per l’unica superpotenza ma anche per altre democrazie nel resto del mondo. Se il presidente della nazione più potente al mondo non riesce a bloccare Putin, che speranza possono avere le democrazie europee e quelle di altre parti al mondo? I comportamenti di Trump non coincideranno con la classificazione di tradimento ma ci dicono che quando il presidente parla di America first le sue parole suonano completamente false.

Trump ha attaccato quasi tutti i suoi avversari e a ha anche classificato paesi membri della Nato come nemici dell’America. Putin, però, è sempre stato destinatario di parole dolci di Trump. Non si sa perché. L’inchiesta di Mueller ci potrebbe fornire la risposta. Il Congresso americano farebbe bene ad approvare una legge per proteggere il procuratore speciale affinché completi il suo lavoro.

Ma anche se Mueller troverà la proverbiale pistola fumante, punire Trump richiederà azione della legislatura per procedere all’impeachment. Fino al momento però l’establishment repubblicano ha solo alzato la voce per condannare i comportamenti e le azioni poco presidenziali di Trump. Lo hanno fatto anche per la sua performance  a Helsinki continuando però a non agire per arginare i comportamenti inaccettabili del presidente anche quando rasentano possibili illegalità. La difesa repubblicana di Trump potrebbe sfumare dopo le elezioni di novembre. I democratici sono avanti di 10 punti (47 vs. 37 percento), secondo un sondaggio del Washington Post-Schar e potrebbero conquistare ambedue le Camere. Solo allora Trump dovrà preoccuparsi seriamente.

Domenico Maceri

Trump, Putin e le nuove relazioni multilaterali

trump putinLe alleanze internazionali, che hanno garantito pace e stabilità per un cinquantennio, sembrano spazzate via dalle misure isolazioniste prese dall’Amministrazione americana, guidata dal Presidente Donald Trump. Ormai nessun commentatore si stupisce, più di tanto, delle affermazioni del tycoon. Alla Cbs News, a proposito del ruolo degli Usa nello scacchiere globale, Trump ha affermato: “penso che abbiamo molti nemici, credo che l’Unione europea sia un nemico per quello che fa a livello commerciale. La Russia è un nemico per certi aspetti, la Cina è un nemico economicamente. Certamente sono nemici, ma questo non significa che siano cattivi. Non significa niente, significa che sono competitivi”.

Leggendo queste dichiarazioni, si comprende il recente attivismo delle Istituzioni europee, i cui massimi rappresentanti, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker e il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, hanno incontrato la delegazione cinese e, in seguito, hanno partecipato alla firma dell’Economic Partnership Agreement tra Ue e Giappone.

Entrambi gli avvenimenti rappresentano una forte risposta dell’Europa al protezionismo americano e al “ritrovato feeling” tra Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin. Emerge la necessità, da parte dell’Ue, di ritagliarsi uno spazio autonomo dallo storico alleato, che mai come adesso risulta ondivago e contraddittorio nello scacchiere internazionale. Anche per questo, in patria, il presidente Trump viene fortemente criticato dal mondo dell’informazione e, in modo bipartisan, da esponenti democratici e repubblicani.

Le nuove relazioni multilaterali dell’Unione Europea guardano ad Oriente, ai mercati asiatici e alle enormi opportunità offerte dalla Cina e dal Giappone. Dell’Accordo di partenariato economico con il Giappone, firmato il 17 luglio, a Tokyo, si è scritto, anche sul nostro quotidiano, sottolineando come questo sia il più rilevante trattato mai negoziato tra le due aree economiche.

In esso si prevede la graduale eliminazione dei principali dazi sulle importazioni: il Giappone li toglierà sul 94% dei prodotti esportati dall’Unione europea, mentre quest’ultima cancellerà le imposte sul 99% delle merci giapponesi.

Tuttavia, quest’accordo ha suscitato diverse criticità, ad esempio da parte dell’intergruppo “No Ceta”, costituitosi nelle assemblee parlamentari italiane della passata legislatura e formato da esponenti di tutti gli schieramenti, cosi come è stata espressa contrarietà da Greenpeace e da altre organizzazioni sociali.

Secondo i critici, l’accordo tutelerebbe un modesto numero di denominazioni di origine, non proteggendo, sufficientemente, il Made in Italy. Inoltre, si critica il controllo inadeguato che l’Unione Europea sarebbe legittimata a fare sulle importazioni di prodotti alimentari giapponesi, con il rischio della presenza di Ogm.

Infine, si accusa l’accordo di abbassare le tutele sul lavoro, poiché il Giappone non ha ancora ratificato due delle otto convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro, un’agenzia specializzata dell’ONU che si occupa di promuovere i diritti umani e la giustizia sociale con una particolare attenzione al tema del lavoro, in tutti i suoi aspetti.

Queste obiezioni dovranno essere affrontate per evitare che gli accordi si rivelino infruttuosi o, peggio ancora, controproducenti per le produzioni locali e i mercati europei.

Per quel che riguarda il ventesimo summit Ue-Cina, si è concordato di sviluppare ulteriormente la partnership strategica, tramite una serie di misure connesse ai “cambiamenti climatici e all’energia pulita”. In conclusione del summit è stata firmata, dai leader Ue e dal premier cinese Li Keqiang, una “dichiarazione congiunta” sui temi che costituiscono la partnership.

Cina e Unione Europea hanno ribadito il sostegno per la risoluzione pacifica della questione nucleare nordcoreana attraverso mezzi diplomatici e per una completa denuclearizzazione della penisola coreana; così come l’impegno a favore della piena attuazione dell’accordo nucleare in Iran.

Di contro, persistono rilevanti differenze sul tema dei diritti umani, ciò nonostante si è deciso di “intensificare gli scambi in seguito al recente dialogo sui diritti umani”.

Sui temi del summit euro-cinese, il Presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk ha dichiarato: “nello stesso giorno in cui l’Europa incontra la Cina a Pechino, il presidente americano Trump e il presidente russo Putin si parleranno a Helsinki, siamo tutti consapevoli del fatto che l’architettura del mondo sta cambiando sotto i nostri occhi. Ed è nostra responsabilità comune fare che sia un cambiamento per il meglio”.

Tusk ha ricordato, “che il mondo che per decenni abbiamo costruito, a volte con contrasti, ha portato la pace per l’Europa, lo sviluppo della Cina e la fine della Guerra fredda. E’ un dovere comune non distruggere quest’ordine, ma migliorarlo”.

Infine, il Presidente del Consiglio Europeo ha esortato i presidenti di Usa, Russia e Cina ad “avviare congiuntamente il processo di riforma dell’Organizzazione mondiale del commercio, al fine di prevenire conflitti e caos”, scongiurando guerre tariffarie a favore di comuni soluzioni basate su regole eque.

Soluzioni comuni che passano dal superamento di rigidità e chiusure nazionalistiche, dall’abbandono dei sovranismi e dalla riscoperta di relazioni internazionali guidate da spirito di leale collaborazione e cooperazione.

In questo senso è preoccupante che il rapporto tra Usa e Ue si stia deteriorando, a causa della mediocrità dell’amministrazione statunitense nell’affrontare le grandi sfide geopolitiche ed emerge la necessità di un rapido cambio di passo in direzione della difesa di un rinnovato multilateralismo.

Paolo D’Aleo