Globalizzazione come disordine mondiale

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Caos e disordine mondiali, contrariamente all’opinione di chi pensa alle opportunità che essi possono offrire, generano in realtà l’anarchia nelle relazioni internazionali e fanno temere la crescita del pericolo di motivi di guerra, sinora contenuti entro ristretti confini regionali. A parere di Aldo Giannuli, ricercatore presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università statale di Milano, si tratta ora di un pericolo che espone il mondo a un possibile conflitto a scala planetaria.

Giannuli, in “Elogio del disordine mondiale” (Limes, n. 2/2017), osserva che è “in corso un allargamento delle aree di scontro con archi di crisi di migliaia di chilometri, dalla Libia all’Afghanistan, dalla Siria all’Ucraina forse all’Estonia, dalla Corea alle isole Senkaku-Diaoyu, che potrebbe allungarsi sino alle Paracelo – per non dire dell’iperterrorismo”; situazione, questa, che può solo prefigurare la preoccupazione per un’”escalation” che porti ad un conflitto generalizzato.

Tradizionalmente – afferma Giannuli – l’ordine mondiale e sempre stato pensato come equilibrio nelle relazioni tra gli Stati; con la “globalizzazione neoliberista”, però, sono venuti meno i capisaldi del passato, gli Stati nazionali, che di quell’ordine erano, oltre che gli artefici, entro certi limiti, anche gli addetti alla sua salvaguardia. L’avvento della globalizzazione, infatti, ha causato un profondo “riallineamento” dei rapporti di forza economica dei diversi Paesi; questo mutamento, coniugato con l’affievolimento del ruolo dei singoli Stati, ha indotto gran parte dei fruitori dei vantaggi offerti dall’integrazione dei mercati nazionali nel mercato mondiale a ritenere che “di Stato ne bastasse sol uno – gli USA – di cui tutti gli altri sarebbero stati solo pallide agenzie locali”.

L’esperienza storica è valsa a smentire tale convincimento; ciò perché, a fronte del consolidamento delle posizione egemonica degli USA, non sono mancate le contromisure messe in atto dai protagonisti più deboli del mercato mondiale; questi, coalizzati contro la potenza egemone, hanno reso precario il vecchio ordine internazionale, in quanto alla potenza centrale hanno contrapposto un “certo numero di potenze regionali”, con la prima dotata di una capacità d’intervento planetario, e le seconde in grado solo di difendere il “proprio spazio strategico”. La precarietà del nuovo ordine internazionale ha reso sempre più imperfetto e incerto il predominio della potenza egemone sulla scena globale, sino ad originare una situazione di generalizzata anarchia nelle relazioni internazionali.

Con la nascita del mondo moderno, la diffusione della forma organizzativa della vita sociale dello Stato nazionale e l’assenza di un’autorità soprannazionale hanno spinto a risolvere il problema dell’anarchia internazionale attraverso trattati che, oltre a sancire l’indipendenza dei singoli contraenti, hanno teso a limitare gli scontri armati generalizzati. Il risultato è stato che le relazioni internazionali sono state “governate” con accordi fondati su una logica relazionale tra gli Stati che ha preso il nome di “equilibrio di potenza”; lo scopo era quello di impedire che uno degli Stati o coalizione di Stati, aderenti all’accordo, divenisse tanto forte da prevalere sugli altri. La logica dell’equilibrio di potenza, tuttavia, pur simulando la sovranità e l’uguaglianza di ciascun soggetto partecipante all’accordo, non ha impedito che l’ordine mondiale assumesse una forma gerarchica; non senza fondamento, una corrente di pensiero “realista”, avente come suo esclusivo campo di studio le relazioni internazionali, ha identificato l’ordine mondiale, affermatosi dopo gli anni Settanta del secolo scorso come un ordine basato “sulle condizioni di pace dettate dai vincitori”.

A questo tipo di ordine mondiale – a parere di Giannuli – è riconducibile, infatti, quello realizzato sulla base dei trattati ispirati dal “Washington consensus”, con la costruzione di una cornice all’interno della quale è stato allargato e approfondito il processo di integrazione mondiale delle economie nazionali; un ordine “basato sul compromesso fra la spada e la moneta a fondamento dell’egemonia americana”, che però sarebbe entrato in crisi con l’inizio della Grande Recessione del 2007/2008.

Data la situazione esistente, Giannuli si chiede se “sia realistico e auspicabile” pensare a un possibile ricupero dell’ordine mondiale preesistente la crisi, col ripristino della netta egemonia di un solo soggetto, gli USA; oppure se sia preferibile un diverso ordine, sempre fondato sulla centralità dell’America, ma basato su un compromesso stipulato dai maggiori protagonisti della scena mondiale, ovvero dai soggetti espressi dai “sette imperi”, come Giannulli chiama USA, UE, Giappone, Brasile, Russia, India e Cina. Entrambe le alternative, secondo il ricercatore dell’Università Statale di Milano, sono poco probabili; la prima, quella fondata sulla sola egemonia americana, in considerazione delle dichiarate intenzioni della nuova amministrazione statunitense, appare allo stato attuale assai poso credibile; la seconda alternativa, per quanto meno irrealistica della precedente, non è priva di ostacoli: in primo luogo, perché l’Unione Europea è afflitta da una crisi che dura da tempo e che, per le intenzioni del neopresidente, non vede i rapporti euro-americani destinati a volgere “al bello”; in secondo luogo, perché gli altri principali “imperi”, Cina e Russia, sembrano anch’essi attraversare nei loro rapporti con gli USA una fase non migliore di quella dell’Unione.

Le due alternative possibili per il ripristino dell’ordine mondiale pre-crisi non sono, perciò, a parere di Giannuli, auspicabili, sia perché, una riproposizione dell’egemonia americana non è desiderabile, soprattutto in relazione al modo con cui gli USA hanno governato il processo di internazionalizzazione delle economie nazionali; sia perché anche il compromesso tra i “sette imperi”, “al di là delle ragioni che ne farebbero prevedere la scarsa stabilità e durata”, calare sul mercato globale la “cappa di piombo di un ristretto club di nazioni […] potrebbe essere del tutto controproducente, tanto sul piano del libero sviluppo delle dinamiche storiche in corso quanto in vista di preservare la pace”.

Infine, conclude Giannuli, a parte l’impossibilità di dimostrare che il compromesso tra i “sette imperi” possa durare nel tempo e che in qualcuno di essi possano nascere propensioni egemoniche, il patto sul quale dovrebbe reggersi il compromesso “avrebbe l’effetto di congelare qualsiasi ipotesi di riforma della governance mondiale in direzione di meccanismi più democratici e di migliori garanzie per il diritto internazionale”. Tutto ciò varrebbe a dimostrare che, contrariamente a quanto la teoria delle relazioni internazionali sostiene, non sempre i peggiori pericoli mutuano la loro origine dall’anarchia; a volte, come nel caso attuale, è l’ordine possibile che potrebbe “generare il massimo disordine”.

In sostanza, la causa prima dell’incerta possibilità di rimediare al caos e al disordine mondiale è il mancato governo della globalizzazione. Come afferma Alessandro Pansa, docente di Finanza presso l’Università Luiss Guido Carli di Roma e autore dell’articolo “La finanza occidentale domina il mondo” (Limes, n. 2/2017), è la globalizzazione “la vera causa efficiente della perdita di baricentro del mondo, del suo mutato equilibrio o maggiore disequilibrio. In una sorta di nemesi della storia o di eterogenesi dei fini, la liberalizzazione dei movimenti di capitali, la deregolamentazione dei mercati finanziari, l’internazionalizzazione della tecnologia e l’imposizione di regole al commercio internazionale – sostenute prima di tutto dai governi britannico e statunitense – avrebbero finito col rivoltarsi contro coloro che hanno voluto, costruito, dotato di dignità intellettuale e difeso questo sistema, frammentando e trasferendo al resto del mondo un potere che per secoli era stato appannaggio dei sistemi occidentali”.

Conseguentemente, un mondo in cui gli attori economici operano senza che gli Stati nazionali siano impegnati a contenere i costi di transazione, appare oggi, sì, come un’area di mercato unificata, ma anche come un “campo di battaglia”, al cui interno è combattuta una guerra per la distribuzione del potere di scambio; guerra, questa, nello svolgimento della quale, l’Occidente (inteso come l’insieme, sia pure ridotto, dei Paesi ad economia di mercato) svolge un ruolo ancora dominante, disponendo però di una forza notevolmente inferiore rispetto a quella della quale disponeva nel passato, a causa della ridistribuzione del potere che sarebbe avvenuta all’interno dei principali Stati che lo compongono.

A parere di Pansa, la competizione per il controllo della tecnologia e dei mercati finanziari avrebbe determinato il trasferimento di “enormi quote di potere dai governi alle principali istituzioni finanziarie e industriali”, con la conseguenza che le prime (le istituzioni finanziarie) avrebbero acquisito la capacità di influenzare le politiche finanziarie degli Stati e quelle degli investimenti pubblici; mentre le seconde (le istituzioni industriali) condizionerebbero “la dotazione tecnologica di un Paese, il suo sistema industriale, le politiche per il mercato del lavoro, la distribuzione delle strutture produttive”. L’effetto della ridistribuzione del potere all’interno dei principali Stati occidentali sarebbe consistito nel fatto che, mentre le istituzioni finanziarie e industriali hanno acquisito la possibilità di fissare le regole di funzionamento del mercato internazionale, le istituzioni politiche avrebbero visto restringersi la propria competenza a un livello solo nazionale, se non addirittura locale. Tutto ciò avrebbe avuto come effetto ultimo destabilizzante la crisi delle istituzioni democratiche e la perdita da parte degli Stati occidentali del potere di governare la globalizzazione.

L’affievolimento del ruolo degli Stati nazionali e lo svilimento delle istituzioni democratiche sarebbero all’origine del caos e del disordine in cui versa attualmente il mercato globale. Ciò avrebbe messo a rischio la sopravvivenza dello stesso modo di produzione capitalistico; poiché il capitalismo – afferma Pansa – “può esistere senza la democrazia mentre quest’ultima difficilmente potrebbe sopravvivere senza il primo, è il capitalismo che va salvato, in parte anche da se stesso”. Ma come? Pansa al riguardo, propone una “ricetta”, la cui utilizzazione ha però da percorrere un terreno molto accidentato.

Intanto, la “ricetta” prevede un ritorno all’antico all’interno degli Stati dove le istituzioni democratiche sono state espropriate delle loro prerogative da quelle finanziarie e industriali, consentendo alle prime di esercitare l’antico ruolo di governare e regolamentare i comportamenti, a livello nazionale ed internazionale, delle istituzioni finanziarie e di quelle industriali; in secondo luogo, la “ricetta” ipotizza il ridimensionamento dei mercati finanziari, per consentire un loro controllo stabilizzante da parte delle istituzioni politiche; in terzo luogo, l’ipotesi di Pansa considera la reintroduzione di un diverso trattamento fiscale per il contenimento dei flussi finanziari a breve; infine, la stessa proposta implica una riorganizzazione delle istituzioni economiche internazionali, con una riduzione della capacità, della quale esse sino ampiamente avvalse, di fissare le regole che sottostanno le relazioni commerciali internazionali.

Pansa conclude il discorso chiedendosi a chi dovrebbe spettare il compito di prendere l’iniziativa per portate a compimento le riforme che egli propone. L’esperienza del passato, potrebbe suggerire la plausibilità che a prendere l’iniziativa sia l’”insieme tutto sommato piuttosto omogeneo di storia, cultura, regole e istituzioni composto da Stati Uniti ed Europa”; sennonché, Pansa stesso riconosce che “gli USA sono oggi guidati da un’amministrazione che non sembra interessata s quel ‘moderato multilateralismo’ che ha caratterizzato la miglior leadership americana del secondo dopoguerra”. Non resterebbe che l’Europa, la quale, però, per via dello stato in cui versa, sia sul piano economici, che su quello politico, non si trova nella condizione di poter pensare di governare “processo globali”.

A parere di Pansa, l’impegno dell’Europa ad assicurare una governance al mercato globale potrebbe costituire l’occasione, sicuramente non di facile accoglimento, per ridare “ruolo e significato all’UE”, le cui istituzioni avrebbero cosi modo di non farsi più percepire dal resto del mondo “come una sovrastruttura dannosa e autoreferenziale”. Strano modo di pensare, quello di Pansa; egli è del parere che L’Europa potrebbe trovare un motivo per un suo possibile ”riscatto”, impegnandosi perché al mondo e alla globalizzazione dei mercati nazionali sia assicurata una governance, dimenticando, come egli stesso riconosce, che la sua incapacità di impegnarsi per la realizzazione di un possibile governo globale dipende proprio dalla sua inadeguatezza a “governare processi globali”.

In sostanza, per Pansa, come per Giannuli, non sempre per il mondo i peggiori pericoli mutuano la loro origine dall’anarchia internazionale; a conservare il mondo nel caos attuale è l’ordine possibile che potrebbe essere garantito da uno Stato (gli USA), o da una coalizione di Stati (la UE), che sono privi della necessaria disponibilità e credibilità perché possano essere assunti come garanti di un nuovo possibile ordine globale multilaterale.

Gianfranco Sabattini

Istat. Cresce il Made in Italy verso Paesi extra europei

commercioBuone nuove sul fronte del commercio. Per il nostro Paese a gennaio si è registrato un incremento sia per le esportazioni (più 2,8 per cento) che per le importazioni (più 1,7 per cento), rispetto a dicembre. Il dato davvero significativo è però quello della crescita su base annua, nell’ordine del 19,7 per cento per l’export e del 22,3 per cento per l’import.
L’Istat infatti ha fatto sapere che a gennaio il saldo italiano del commercio estero extra europeo ha mostrato un disavanzo di 889 milioni di euro, a fronte del deficit di 486 milioni segnato un anno prima.
A dicembre 2016 si era registrato un avanzo di 5,673 miliardi di euro (rivisto da 5,678 miliardi) a fronte di un surplus di 5,887 miliardi di un anno prima.
Per l’Istat tale aumento è condizionato in buona parte dal livello di vendite particolarmente contenuto a gennaio 2016 e dalla presenza a gennaio 2017 di alcune transazioni straordinarie (commesse speciali e vendite di mezzi di navigazione marittima). Resta tuttavia che i numeri sono molto positivi per le esportazioni italiane extra Ue. Le vendite interessano in particolare Mosca, nel giro di un solo anno, hanno registrato un aumento del 39,4%. Ma la crescita tendenziale è diffusa a tutti i principali partner commerciali, anche i Paesi cosiddetti Asean – Association of South-East Asian Nations (+57%), la Cina (+36,6%), gli Stati Uniti (+35,8%), il Giappone (+29,0%) e i Paesi Mercosur – ovvero l’America meridionale (+23,1%). Anche per l’import si rileva una dinamica crescente che coinvolge in particolare: Opec (+53,4%), Russia (+43,3%) e Turchia (+29,6%).
Cresce quindi anche il deficit della bilancia commerciale, con un disavanzo che a gennaio 2017 sale a meno 889 milioni, contro i meno 486 milioni di gennaio 2016. Il valore delle importazioni supera tuttavia quello delle esportazioni, con conseguente uscita netta di capitale monetario dalla nazione. Il surplus nell’interscambio di prodotti non energetici (più 2,3 miliardi) è in notevole aumento rispetto a gennaio 2016 (più 1,3 miliardi).

Libia. L’Italia passa in secondo piano per la Russia

russia_putin_libia.jpg--La crisi libica a distanza di sei anni è ancora punto e a capo, ma stavolta a dirigere i piani potrebbe essere il Cremlino. Ieri un “convoglio” di auto del premier libico Fayez Al Sarraj è rimasto coinvolto in una sparatoria a Tripoli che ha causato il ferimento di due guardie del corpo. Poche ore prima di finire sotto il fuoco dei miliziani probabilmente fedeli a Ghwell, però Al Serraj aveva preso pubblicamente atto dell’impossibilità di arrivare a un accordo con il generale Haftar in un’intervista alla Reuters, nella quale ha ammesso il sostanziale fallimento dei colloqui del Cairo. Nella capitale egiziana, ha affermato, “non si è raggiunto un accordo perché sfortunatamente l’altra parte in causa (il generale Haftar, ndr) rifiuta ostinatamente il dialogo”. Per questo motivo, secondo Al Serraj sarebbe auspicabile un intervento della Russia nelle vicende libiche e, in particolare, sarebbe utile che Mosca fungesse da intermediaria tra lui e Haftar prendendo direttamente in mano le redini del processo di pace.
La Russia plaude e si rimette in prima linea. Mosca non ha mai nascosto né le sue intenzioni in Medioriente, né le sue mire per quanto riguarda i giacimenti petroliferi. Il gigante russo del petrolio Rosneft e l’ente petrolifero libico National Oil Corporation (Noc) hanno siglato un accordo di cooperazione che “getta le basi per gli investimenti della Rosneft nel settore petrolifero libico”: lo scrive oggi la Tass citando la società libica. L’intesa è stata firmata ieri dal presidente di Noc Mustafa Sanalla e da quello di Rosneft Igor Sechin a margine della Settimana internazionale del petrolio a Londra.
La notizia ha lasciato l’Italia con l’amaro in bocca, ma Roma ha voluto comunque ribadire la sua vicinanza e supporto a Tripoli. “La Libia è la nostra priorità”. Lo ha ribadito il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, in una conferenza stampa alla Farnesina con il collega saudita Adel Al Jubeir. Sulla questione libica, ha aggiunto Alfano, “abbiamo condiviso visioni, rapporti e abbiamo anche valutato quanto sia importante questa nostra collaborazione” con l’Arabia Saudita. Proprio l’Arabia Saudita è sempre più irritata dall’espansione russa sul greggio: Mosca torna sul podio dei produttori mondiali di petrolio, un titolo che viene strappato all’Arabia Saudita.
Tornando alla Libia, poche ore fa il capo di Stato maggiore, generale Claudio Graziano, ha elogiato le missioni all’estero dell’Italia e per quanto riguarda la Libia “a terra siamo impegnati con circa 300 uomini, è un messaggio di sostegno alla Libia, e quindi contribuisce alla stabilità del Paese. E, indirettamente, aiuta anche nella lotta contro il terrorismo”. E per quanto riguarda invece lo schieramento di un contingente sul territorio ha affermato: “Noi siamo pronti ma la precondizione è la richiesta libica. La Libia è una priorità dell’Italia”.
Ma il Governo di Accordo Nazionale libico sembra voler chiedere di più e intanto ha iniziato a volgere lo sguardo verso la protezione di Mosca. Anche perché crescono i timori per le mire dei Paesi confinanti.
Ieri a Tunisi i ministri degli esteri di Tunisia, Algeria ed Egitto si sono incontrati per fare il punto sui risultati raggiunti e i contatti stabiliti dai tre Paesi con le parti libiche. Il meeting di Tunisi conferma che l’Egitto, che non ha mai nascosto il suo appoggio ad Haftar, ambisce ad assumere un ruolo guida nella soluzione dei problemi del Paese confinante prima che uno stato di guerra civile permanente minacci di diffondere le sue tossine politiche e religiose in tutto lo scacchiere nordafricano.

Marx ed Engels e il richiamo ai proletari

marx engelsIl 21 Febbraio 1848 veniva pubblicato a Londra il Manifesto del Partito Comunista. Frutto di 2 anni di lavoro, rappresentava l’essenza del pensiero di Karl Marx e Friedrich Engels. L’opera è stata alla base dei movimenti operai degli anni successivi, dando un notevole slancio alle rivendicazioni proletarie. Il cuore del manifesto è proprio lo scontro tra borghesia e proletariato, le uniche due vere classi esistenti (secondo i filosofi).
La lotta tra chi ha e chi non ha è il vero e proprio motore della storia, nella quale si susseguono continuamente questi conflitti sociali. Le rivoluzioni permettono quindi il passaggio tra le diverse epoche, sovvertendo l’ordine sociale preesistente. La caduta della borghesia era quindi una conseguenza storica necessaria, sostenuta anche da una sua naturale tendenza all’autodistruzione.
Il capitalismo poggia infatti la sua forza sul plusvalore ed attraverso questo soggioga il lavoratore permettendo l’accumulo di ricchezze da parte di una stretta cerchia. Ma proprio questa concentrazione farà implodere tutto il “sistema”.
Le fila della borghesia si restringeranno sempre di più, mentre quelle della classe povera si estenderanno, generando così un punto di rottura. La rivoluzione armata che ne seguirà avrebbe portato a un rovesciamento del potere, con una vera e propria dittatura del proletariato.
Mettendo da parte la condivisione o meno di questi ideali, è indubbio che il Manifesto abbia dato una maggior forza alle rivendicazioni delle classi più povere e compattato il movimento operaio. Le rivendicazioni dell’800 coordinate dalle varie “Internazionali” ne sono una dimostrazione. È innegabile quindi l’apporto positivo di questa ideologia per la conquista dei “nuovi diritti” per le classi disagiate.
Allo stesso modo ha però dato adito ad alcuni dei regimi totalitari più feroci della storia. Dietro lo scudo dell’ideologia operaia si sono nascoste delle tremende repressioni le cui prime vittime furono proprio “gli ultimi”. Si pensi allo sterminio dei Kulaki nella Russia degli anni ‘30 o allo sfruttamento degli operai nella Cina monopartitica dei nostri giorni. Gli ideali di Marx sono stati paradossalmente usati per soggiogare i più deboli, stravolgendo di fatto i suoi intenti.

Federico Marcangeli
Blog Fondazione Nenni

Tensione Grecia-Turchia.
E la Nato spaventa Putin

nave russiaSi respira aria tesa tra Paesi confinanti. La Grecia già in apprensione per la riunione di lunedì per cercare di trovare un nuovo compromesso con il Fondo Monetario Internazionale e con i ministri delle Finanze europei, ha rischiato un incidente diplomatico con la vicina Turchia. Una nave militare da pattugliamento turca ha aperto il fuoco questa mattina nell’area attorno all’isola greca di Farmakonisi, nell’Egeo orientale in una zona rivendicata dalla Turchia. Lo stato maggiore greco definisce “serio” l’incidente. La pattuglia turca ha lasciato la zona dopo l’intervento della fregata greca Nikiforos. Ieri le autorità di Ankara hanno emesso un servizio internazionale di avviso (Navtex) informando della volontà di condurre un’esercitazione militare nell’area ad est dell’isola di Farmakonisi. Da Atene, precisa però il ministero della Difesa, era stata negata l’autorizzazione a questa esercitazione, in quanto si sarebbe svolta nelle acque territoriali elleniche. L’unità navale greca Nikiforos è stata inviata prontamente nell’area fino a quando la nave turca ha abbandonato le acque territoriali della Grecia. Lo scorso 5 febbraio l’esercito greco si era detto preoccupato per una possibile mossa a sorpresa dalla marina turca nel Mar Egeo.
Dalla parte Atlantica nel frattempo cresce la tensione, mai sopita, con il Cremlino. Nonostante il continuo invito al dialogo da entrambe le parti, gli screzi non mancano. L’ultimo quello che ha fatto infuriare il Cremlino è stato l’annuncio da parte del segretario generale, Jens Stoltenberg dell’invio di navi da guerra nel mar Nero. Misure che secondo il segretario della Nato consentono “un’aumentata presenza navale nel Mar Nero per addestramento, esercitazioni e ‘situation awareness’ e una funzione di coordinamento della Forza navale stanziale per operare assieme alle altre forze alleate”. Il Mar Nero è un punto nevralgico e dolente per la Russia perché è diviso tra Stati membri dell’Alleanza, la Russia, l’Ucraina e nel bel mezzo ospita la penisola di Crimea che è il principale oggetto di discordia tra i due blocchi. La reazione non si è fatta attendere. “Il contenimento della Russia è ufficialmente la nuova missione della Nato, l’ampliamento ulteriore del blocco è indirizzato a questo scopo”, ha detto Putin sottolineando che questo atteggiamento già era “presente nel passato” ma ora la Nato “crede di aver trovato una motivazione più seria”. “Si sono accelerati i processi di dislocamento degli armamenti strategici e non fuori dai confini nazionali degli stati principali che fanno parte dell’Alleanza”, ha sottolineato Putin.
Ma i contrasti non si fermano nel territorio dell’Est Europa, anche sulla Libia si accelerano le divisioni. La Nato ha annunciato che aiuterà la Libia a organizzare le sue forze di difesa e sicurezza. Ieri infatti, a margine della riunione dei ministri della Difesa dell’Alleanza, il segretario generale Jens Stoltenberg ha annunciato la richiesta formale del premier libico Fayez al-Sarraj. Aiuto che colpirebbe in primis Haftar, spalleggiato dal Cairo e Mosca.
Anche sull’intermediazione di Trump nei rapporti con Putin sembrano scemare tutte le speranze. “Voglio ricordarvi che da mesi mettiamo in chiaro che non intendiamo indossare gli occhiali rosa e non abbiamo mai nutrito inutili illusioni. Quindi non abbiamo niente di cui essere delusi”. La risposta arriva dal portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, secondo cui “non c’è nulla di cui essere delusi”, innazitutto perchè a Mosca nessuno si è fatto illusioni anzitempo. E “tanto più che non ci sono ancora stati sostanziali contatti tra i due capi di Stato . E non è noto quando ci saranno, esattamente”.

Commercio estero. Dall’Istat segnali di ripresa

Commercio mondialeL’Istat ha comunicato i dati sul commercio estero per il 2016. “A dicembre 2016, rispetto al mese precedente, si registra una crescita sia dell’export (+2,3%) sia dell’import (+2,5%). L’avanzo commerciale è pari a 5,8 miliardi (+5,6 miliardi a dicembre 2015). L’aumento congiunturale dell’export coinvolge entrambe le principali aree di sbocco, con un incremento delle vendite maggiore verso i paesi extra Ue (+2,5%) rispetto all’area Ue (+2,1%).

Rispetto al trimestre precedente, negli ultimi tre mesi dell’anno si rileva una dinamica positiva per entrambi i flussi (+2,4% per l’export e +3,6% per l’import). Le vendite di tutti i principali raggruppamenti di industrie sono in espansione, in particolare per i prodotti energetici (+20,6%) e per i beni di consumo non durevoli (+2,9%).

Nei confronti dello stesso mese dell’anno precedente, a dicembre 2016 crescono sia l’export (+5,7%) sia l’import (+6,1%). Le variazioni tendenziali risultano pari a +8,5% per l’export e +10,0% per l’import se corrette per i giorni lavorativi.

Nel corso dell’anno 2016 le esportazioni sono in crescita (+1,1% in valore e +1,2% in volume) mentre le importazioni registrano una diminuzione (-1,4%) in valore e un aumento (+3,1%) in volume. L’espansione dell’export è da ascrivere esclusivamente ai paesi dell’area Ue (+3,0%); la flessione del valore delle importazioni (-1,4%) al netto dell’energia risulta in aumento (+1,5%). L’avanzo commerciale raggiunge i 51,6 miliardi (+78,0 miliardi al netto dell’energia).

Nel 2016, i mercati più dinamici all’export sono Giappone (+9,6%), Cina e Repubblica ceca (+6,4% entrambe), Spagna (+6,1%) e Germania (+3,8%). Si segnala la forte crescita nell’anno delle vendite all’estero di articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (+6,8%), autoveicoli (+6,3%), mezzi di trasporto, autoveicoli esclusi (+4,6%) e prodotti alimentari, bevande e tabacco (+4,2%).

Nel 2016, gli acquisti dalla Russia (-26,3%), così come quelli di gas naturale e di petrolio greggio (rispettivamente -28,5% e -20,4%), sono risultati in forte calo. Nel mese di dicembre 2016 l’indice dei prezzi all’importazione dei prodotti industriali aumenta dello 0,5% rispetto al mese precedente e dell’1,6% nei confronti di dicembre 2015.

L’incremento dei prezzi all’importazione dipende principalmente dalle dinamiche del comparto energetico, al netto del quale l’indice registra un più contenuto aumento (+0,1%) rispetto al mese precedente e una diminuzione dello 0,2% in termini tendenziali”. E’ particolarmente evidente il peggioramento delle relazioni commerciali con la Russia per la netta flessione delle importazioni di gas e petrolio greggio. Nel determinare l’avanzo della bilancia commerciale hanno principalmete contribuito i prodotti farmaceutici e medicinali, gli autoveicoli e i mezzi di trasporto, i prodotti agro-alimentari. Discorso a parte meriterebbe la forte espansione delle vendite dei prodotti energetici.

Programmi più ambiziosi si potrebbero fare per il prossimo futuro puntando su settori in cui l’Italia è particolarmente competitiva come l’industria del legno e del mobilio, la cantieristica navale, l’elettronica avanzata, ed altri settori come haute-couture, abbigliamento, etc. in cui l’Italia può vantare alta tecnologia, avanguardia stilistica e innovazione creativa.

Salvatore Rondello

Summit di Taormina: riportare la Russia nel G8

PutinE’ partita un’iniziativa italiana per il reintegro nel G8 della Federazione Russa. E’ un’iniziativa giusta, opportuna e che tiene conto anche degli interessi del nostro Paese.

I presidenti del Consiglio Italiano del Movimento Europeo (CIME), dell’istituto di ricerche sociali EURISPES e dell’Istituto Italiano per l’Asia e il Mediterraneo (ISIAMED) hanno scritto una lettera aperta al Presidente del Consiglio dei Ministri, Paolo Gentiloni, sollecitando il nostro governo a farsi promotore di azioni affinché  il presidente Vladimir Putin possa essere al summit di Taormina, al fine di costruire “ponti” e la necessaria, vera e positiva collaborazione di pace per una efficace cooperazione tra i popoli.

Come è noto, dal primo gennaio  l’Italia ha la presidenza del G7, di cui sono membri anche gli Stati Uniti, il Canada, il Giappone, la Germania, la Francia e la Gran Bretagna. Gli altri Paesi dell’Ue sono rappresentati dalla Commissione europea, che, si ricordi, non può ospitare i vertici ne presiederli.

Quindi a maggio a Taormina si terrà il prossimo summit dei capi di stato e di governo con la presenza di nuovi leader mondiali, come il Presidente americano Donald Trump, il prossimo Presidente francese e il Primo ministro inglese Theresa May.

E’ noto che, dal 1998 fino al 2014, al G8 ha partecipato anche la Federazione Russa. A seguito della crisi in Ucraina, del referendum in Crimea e delle conseguenti sanzioni, è stata impedita tale partecipazione.

Pertanto a Taormina, purtroppo, potrebbe non esserci, ancora una volta, il Presidente della Federazione Russa. In merito riteniamo che il meeting potrebbe essere l’occasione per l’Italia per spingere verso la riapertura di un dialogo costruttivo con Mosca. La Russia, non sfugge a nessuno, è un partner importante. Lo è ancor di più per l’Unione europea, se davvero si vuole agire per affrontare le tante questioni globali. La soluzione di problemi quali quello della sicurezza e delle migrazioni e ovviamente quelli relativi ai costruendi nuovi assetti pacifici e multipolari, non può prescindere dal coinvolgimento della Russia.

Si ricordi che il 2016 si è purtroppo chiuso con il massacro terroristico di cittadini inermi nel mercatino di Natale a Berlino e il 2017 è cominciato con l’orrendo attentato di Istanbul. Sono eventi che pongono al centro della politica europea ed internazionale la questione della sicurezza e della pacificazione e risoluzione dei troppi conflitti regionali  che, come dice il Papa, nel loro insieme, anche se a pezzi, costituiscono la terza guerra mondiale.

Le grandi istituzioni internazionali, a cominciare dall’ONU e dall’Unione europea, sono chiamate ad assumere delle  responsabilità dirette. Ma anche i vertici G20, G7 e G8 sono importanti organismi di coordinamento per affrontare le cause delle tante tensioni legate soprattutto alle maggiori sfide economiche e geopolitiche e dare indicazioni sulle soluzioni più adeguate e condivise.

Perciò riteniamo positivo che il primo ministro Gentiloni abbia già sottolineato la necessità per tutti di abbandonare la logica della guerra fredda, senza rinunciare ai principi, Lo sono anche le recenti dichiarazioni del Ministro degli Esteri, Angelino Alfano, che sembra sollecitare il rientro della Russia nel G8.

Ciò potrebbe aiutare anche la stessa Unione europea a recuperare un ruolo più incisivo nel contesto internazionale. Il vertice di Taormina, città di grande storia proiettata nel Mediterraneo, potrebbe, quindi, essere davvero l’occasione per aprire nuove prospettive di cooperazione e crescita comune.

L’esclusione della Russia sarebbe non solo inopportuna e ingiustificata, ma darebbe l’impressione di una decisione negativa esclusiva dell’Europa, tenuto conto delle più recenti dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti.

Mancando la Russia, oltre alla Cina e all’India che non vi hanno mai fatto parte, il G7 rischia di essere visto nel mondo come un club di amici dell’Occidente. Un club di Paesi che, rispetto al loro Pil, sicuramente occupano le prime posizioni mondiali, ma hanno economie in prolungata stagnazione.

Si rammenti che le perduranti sanzioni incrociate con la Russia penalizzano esclusivamente le economie europee. In proporzione, è l’Italia a rimetterci di più. Se ciò è vero, come è vero, il nostro Paese non può non cogliere l’opportunità di Taormina per assumere un ruolo più incisivo ed avere un maggiore spazio nella scena internazionale, a partire dal Mediterraneo e dalla stessa Europa.

Mario Lettieri * e Paolo Raimondi**
*già sottosegretario all’Economia  **economista

Scontri in Ucraina. La Nato chiede aiuto alla Russia

AvdiivkaSi riaccende il conflitto nel Donbass e nel sud-est dell’Ucraina, dove in realtà non si è mai spento il focolaio della guerra civile tra separatisti e nazionalisti che ora rischia di trasformarsi in una vera e propria catastrofe umanitaria.
Da domenica diciannove persone sono state uccise e cresce l’emergenza umanitaria. Migliaia di civili sono rimasti senza riscaldamento, elettricità ed acqua e sono già cominciati i piani di evacuazione da parte del governo di Kiev degli abitanti di Avdiivka. L’area è ritenuta strategica da entrambe le parti ed è continuamente sottoposta a cambi di bandiera. Oggi, secondo Kiev, è controllata dall’esercito ucraino. Secondo il portavoce della difesa ucraina, Oleksandr Motuzuanyk, sette soldati ucraini sono morti e altri 14 sono rimasti feriti negli scontri.
La situazione sta preoccupando anche la comunità internazionale che negli ultimi tempi ha accantonato la questione ucraina. La Nato adesso si rivolge a Mosca, con cui è stata sempre in attrito, specie dopo l’entrata del Montenegro nell’Alleanza Atlantica. Il segretario generale Jens Stoltenberg ha chiesto a Mosca di usare la sua influenza per fermare i combattimenti tra i ribelli filorussi e le truppe ucraine, che sono ripresi con violenza dal 29 gennaio.
“Chiediamo un immediato ritorno al cessate il fuoco”, ha detto Stoltenberg a Bruxelles. “Chiediamo alla Russia di utilizzare la sua notevole influenza sui separatisti per cessare le violenze”.
È dal 27 gennaio che le attività militari si sono intensificate con le due parti che si accusano a vicenda (oramai ininterrottamente dal 2014) di aver cominciato per primi. In realtà l’accordo di Minsk (settembre 2014 tra Ucraina, Russia, Repubblica Popolare di Donetsk e Repubblica popolare di Lugansk) aveva visto le sue crepe sin dall’inizio e di fatto l’accordo non è mai stato rispettato.
Il contrasto tra Mosca e Kiev non giova poi sull’eventualità di un intervento e di un aiuto esterno. Per il Presidente Petro Poroshenko la causa dell’escalation di violenze nel territorio è “un’aggressione della Russia”, e durante la sua visita a Berlino avrebbe chiesto l’intervento di Nazioni Unite, Osce e Consiglio d’Europa. Mentre dal Cremlino il dito viene puntato sui nazionalisti ucraini, il portavoce del presidente russo, Dmitrij Peskov ha fatto sapere che “alcuni battaglioni di volontari nazionalisti a cercare di attaccare il territorio controllato” dai filo-russi. “Questi battaglioni hanno avuto il sostegno dell’artiglieria delle forze armate ucraine”, e i miliziani separatisti hanno dovuto rispondere al fuoco “per riprendere il loro territorio” ad Avdiivka. Anche da Mosca poi si è invocato il cessate il fuoco: il portavoce di Putin ha quindi fatto appello a “Mosca, Parigi e Berlino”, perché facciano pressione su Kiev per garantire il rispetto degli accordi di Minsk.
A buttare benzina sul fuoco è l’atteggiamento ambiguo della Nato, che se da un lato ha chiesto aiuto alla Russia, dall’altro continua ad accusare la Russia di ingerenza nei confronti degli ex stati dell’Urss. Stoltenberg, parlando nel corso di una visita a Sarajevo, ha detto che l’alleanza è a conoscenza di segnalazioni di aumento dell’influenza russa nei Balcani e di un intervento russo nei processi politici in Montenegro. L’anno scorso, infatti, le autorità della Bosnia hanno accusato un gruppo di serbi e nazionalisti russi di pianificare un colpo di stato durante le elezioni del 16 ottobre.
Il segretario dell’Alleanza Atlantica non solo non si è fermato a supportare queste dichiarazioni, ma ha anche invitato i Paesi balcanici a un’entrata futura nella Nato. Nel frattempo il presidente Poroshenko ha in programma un referendum sull’adesione dell’Ucraina alla Nato.
Tuttavia, qualsiasi azione della Nato nell’includere l’Ucraina potrebbe innescare serie tensioni con la Russia, che sostiene che la Nato abbia già violato le promesse precedenti ammettendo la Polonia e altri paesi dell’Europa orientale.
Gli scontri ad Avdiivka e sui quartieri periferici di Donetsk proseguono, intanto, senza sosta, anche in queste ore. L’Unicef ha fatto sapere che è stata tagliata la fornitura di energia elettrica alla stazione di filtraggio dell’acqua di Donetsk e le scorte di acqua per le altre città e villaggi nella regione si sono interrotte. L’acqua è razionata e c’è la possibilità che l’approvvigionamento idrico domestico si possa interrompere del tutto. Con il crollo delle temperature fino a -17 gradi, la situazione può avere conseguenze catastrofiche per gli oltre 17.000 abitanti, tra cui 2.500 bambini.

La Russia depenalizza la violenza domestica

violenza domesticaLa Duma, una delle due Camere del Parlamento russo, ha approvato in terza e ultima lettura un progetto di legge per depenalizzare i “maltrattamenti in famiglia” declassandoli a illecito amministrativo. Il disegno di legge deve ora essere presentato al Senato e quindi al presidente Vladimir Putin. Nell’ultima votazione alla Duma 380 deputati russi si sono espressi a favore della proposta di legge e solo tre hanno votato contro.
La bozza di legge, proposta dalla deputata Yelena Mizulina, declassa i maltrattamenti familiari da reati penali a reati amministrativi. Un cittadino coinvolto per la prima volta come colpevole in un reato legato alla violenza domestica non sarebbe più giudicato in base al codice penale, ma pagherebbe soltanto una multa di 500 dollari o farebbe servizio presso una comunità. Se il reato fosse invece reiterato, sarebbe presa in considerazione una pena detentiva.
Il disegno di legge è stato avanzato dopo che una sentenza della Corte suprema ha depenalizzato le percosse che non infliggono danni fisici ma non ha toccato il carattere penale delle percosse contro i propri familiari facendo insorgere i conservatori come la senatrice (ed ex deputata della Duma) Ielena Mizulina, secondo cui il reato di “maltrattamento in famiglia” è “anti-familiare”.

Secondo il presidente della Duma, Viaceslav Volodin, la depenalizzazione dei maltrattamenti in famiglia è una “condizione per creare famiglie forti”. Stando a un sondaggio dell’istituto Vtsiom (controllato dallo Stato russo), il 59% dei russi è a favore del disegno di legge, mentre il 33% è contrario. Comunque, il 79% dei russi ha un atteggiamento negativo verso qualunque violenza in famiglia.
Non è un caso che dati ufficiali sulla violenza domestica in Russia siano limitati, ma le stime sulla base di studi regionali suggeriscono che circa 600mila donne russe subiscano abusi fisici e verbali tra le mura domestiche, e che ogni anno siano 14mila le persone che perdono la vita a causa delle violenze inflitte da mariti o partner, quasi 40 al giorno.

Astana, al via la tregua. Adesso tocca a Trump

colloqui-di-pace-ad-astanaNon poteva non esserci attrito ad Astana, capitale del Kazhakstan, dove ieri e oggi ci sono stati i colloqui sulla crisi in Siria. Ma per il momento nell’aria si respira un moderato ottimismo visto che Russia, Turchia e Iran hanno raggiunto un accordo per il consolidamento e il monitoraggio del cessate il fuoco in Siria: un’intesa messa nero su bianco sulla dichiarazione finale di Astana.
“Non si tratta di un documento, si tratta di una cessazione delle ostilità, che significa vita per i siriani”, ha detto l’inviato delle Nazioni Unite, Staffan de Mistura.
Non sono mancate tuttavia scaramucce e accuse reciproche, specialmente tra i rappresentanti dell’opposizione siriana e i delegati del Governo di Damasco. Tanto che le delegazioni siriane si sono rifiutate di firmare il documento finale, il capo della delegazione governativa, Bashar Jaafari, appena presa la parola poi ha definito “insolente” il discorso di apertura tenuto dall’opposizione affermando che essa “sostiene i terroristi”. Non solo, ma i siriani di Assad non hanno risparmiato le critiche alla Turchia “uno Stato che ha violato la sovranità siriana fornendo assistenza ai gruppi terroristici e impedendo una soluzione pacifica”. Damasco ha anche chiesto che i colloqui intersiriani di Astana riguardino solamente “le parti siriane”, osservando che la Turchia non dovrebbe prendere parte al dialogo. Da parte sua Ankara invece ha accettato la possibilità che Bashar Assad mantenga “un ruolo politico nella fase di transizione verso la pace”, facendo di fatto cadere la
precondizione dell’uscita di scena del presidente siriano.

Sembra dunque tutto rimandato a Ginevra: l’8 febbraio, nella città svizzera ci sarà infatti un nuovo round di colloqui sotto l’egida dell’Onu. E su questi, certamente, anche Donald Trump e la sua nuova amministrazione potranno far valere la propria voce, più di quanto non abbiano fatto ad Astana con la presenza dell’ambasciatore Usa in Kazakistan. Vladimir Putin, ha ammesso la fragilità di questi negoziati e la necessità d’accordo anche con Assad per l’inizio di una reale transizione verso la pace, anche per questo il ruolo americano resta di vitale importanza. Ma anche Trump rischia di finire incagliato nel disastro del ‘Medio Oriente’, se davvero punta a un’intesa, dovrà accettare che Assad resti al potere con somma irritazione di Israele, dell’Arabia Saudita e delle monarchie del Golfo, cioè dei maggiori alleati americani nella regione che vedono come il fumo negli occhi il consolidamento dell’asse sciita guidato dall’Iran.

“È stata presa la decisione di stabilire un meccanismo trilaterale per sorvegliare e assicurare la completa attuazione del cessate-il-fuoco e per evitare ogni provocazione”, ha dichiarato il ministro degli Esteri kazako, Kairat Abdrakhmov, leggendo il documento finale dei colloqui. Russia e Iran, alleate di Damasco, e la Turchia, principale sostenitrice dei ribelli, si sono impegnate inoltre a “utilizzare la loro influenza” e a fare ricorso a “misure concrete nei confronti di ciascuna parte” per consolidare il cessate il fuoco instaurato il 30 dicembre scorso, ed hanno assicurato di voler “garantire la sovranità, l’indipendenza e l’unità territoriale siriana, nella sua forma di Stato multietnico e multireligioso, non confessionale e democratico”.