I populisti infuriati? È la stampa, bellezza

Federica Angeli, giornalista antimafia sotto scorta e minacciata dal clan degli Spada

Federica Angeli, giornalista antimafia minacciata dal clan degli Spada

Offese, ingiurie, invettive. Tempi cupi per l’informazione. I populisti hanno un bruttissimo rapporto con la stampa, guardano con fastidio i giornalisti. Il M5S, da quando era all’opposizione, ha avuto un pessimo rapporto con i giornali e la situazione non è di molto cambiata da quando il movimento fondato da Beppe Grillo è andato al governo.

Luigi Di Maio ha sentenziato su Facebook: la stragrande maggioranza dei giornalisti «sono solo degli infimi sciacalli». Il capo politico dei cinquestelle, vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico se l’è presa con i giornalisti come se l’assoluzione del 10 novembre di Virginia Raggi, per falso ideologico in atto pubblico da parte del tribunale di Roma, fosse una condanna dell’informazione.

Di Maio, giornalista pubblicista, non è un caso isolato: tra i populisti grillini c’è il tiro a segno contro i cronisti. Alessandro Di Battista, impegnato in una vacanza con la famiglia di sei mesi negli Stati Uniti e in America Latina, è intervenuto anche sulla vicenda della sindaca di Roma. Sempre su Facebook ha rincarato con mano pesantissima: «Le uniche puttane» sono i giornalisti, «sono pennivendoli». L’ex deputato grillino, punto di riferimento dell’ala movimentista pentastellata, non è uno qualunque: è considerato il numero due del M5S, un possibile candidato a succedere a Di Maio nell’incarico di capo politico.

Di sicuro gli attacchi e le offese ai giornalisti non offuscano il grande scontento dei romani per il degrado nel quale sprofonda la capitale: dagli autobus quasi sempre in ritardo cronico (è fallito per mancato quorum il referendum consultivo dell’11 novembre sulla messa a gara del trasporto pubblico) ai cassonetti stracolmi di rifiuti maleodoranti, dalla paralizzante burocrazia capitolina alle grandi aziende in fuga verso Milano.

Non funziona così. Un articolo o una critica possono piacere o non piacere ma vanno rispettati. Un pezzo si può criticare, si può contestare se contiene errori o notizie sballate. Ma gli insulti sono inaccettabili soprattutto se arrivano dall’interno del governo, perché così si ferisce uno dei beni più importanti di una democrazia: la libertà di stampa. Certo i giornali non sono perfetti. Se negli ultimi dieci anni hanno dimezzato le copie vendute ci sono tante ragioni, compresi i difetti della caduta della qualità, della concentrazione e centralizzazione dell’informazione.

I giornalisti, comunque, sono sempre stati tra i bersagli preferiti di Grillo. Basta un nulla a far scattare la sua ira. Lo scorso anno, quando il Movimento 5 Stelle era ancora all’opposizione, non prese bene l’assalto dei cronisti davanti all’Hotel Forum a Roma: «Questo è sequestro di persona, vi mangerei tutti per il gusto di rivomitarvi». Insulti pesantissimi conditi con l’ironia graffiante del grande comico.

In genere i leader populisti guardano con ostilità ai giornalisti. Donald Trump si cimenta perfino in combattimenti corpo a corpo con singoli reporter. Nella conferenza stampa dopo le elezioni di medio termine negli Stati Uniti del 6 novembre, ha picchiato duro contro Jim Acosta: «Tu sei un maleducato, un nemico del popolo». Al presidente americano non era per niente piaciuta una domanda del cronista della Cnn sulla carovana dei migranti ispanici in Marcia verso gli Usa. Poi è arrivata la mannaia: la Casa Bianca ha sospeso l’accredito stampa al corrispondente della Cnn.

Subito dopo, prima di partire per il viaggio in Europa, ha avuto un altro scontro con Abby Phillip: «Ma che domanda stupida. Ti guardo spesso, fai un sacco di domande stupide!». La giornalista afroamericana della Cnn aveva chiesto al presidente se volesse fermare le indagini del procuratore Robert Muller sul Russiagate.

Trump ha minacciato di togliere le credenziali anche ad altri corrispondenti presso la Casa Bianca: «Quelli che non mostrano rispetto verso il presidente». Insomma, a quei giornalisti «nemici del popolo» in quanto critici verso il presidente degli Stati Uniti eletto dal popolo. Ma l’eletto dal popolo può comportarsi bene o male, può sbagliare e infrangere la legge per motivi personali o politici. La stampa deve fare il suo lavoro, il suo dovere: informare e, secondo i casi, apprezzare o criticare senza avere riguardi per i potenti, anche se eletti dal popolo.

Negli Stati Uniti d’America la libertà di stampa ha una grande tradizione. Nel 1972 l’inchiesta di Bob Woodard e Carl Bernstein, due reporter del Washington Post, fece scoppiare lo scandalo del Watergate su alcune intercettazioni illegali effettuate ai danni del Partito Democratico da parte di alcuni uomini del Partito Repubblicano. Gli articoli dei due giornalisti portarono alla messa in stato di accusa e alle dimissioni del presidente Richard Nixon. Humphrey Bogart diceva: «È la stampa, bellezza». Se l’intento dei populisti è di intimidire i giornalisti, fallirà.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

La politica estera di Trump: minacce e poi abbracci

trump dazi“Farò scattare lo shutdown se i democratici non voteranno per la sicurezza del confine, che include il muro al confine col Messico”. Questa è una delle ultime minacce emerse da uno dei tanti tweet del presidente Donald Trump.

Minacciare e poi indietreggiare consiste di una strategia del 45esimo presidente. La usa non solo nelle questioni interne ma anche nei suoi rapporti con leader esteri. In tempi recenti lo ha fatto con il leader coreano Kim Jong-un. Dopo avere minacciato di distruggere la Corea del Nord, Trump ha cambiato strategia ed ha annunciato che si sarebbe incontrato con Kim Jong-un. Infatti, l’incontro è avvenuto a Singapore  lo scorso giugno e secondo l’attuale inquilino della Casa Bianca, la Corea del Nord ha accettato l’idea della denuclearizzazione della penisola. Seguirono incontri fra Mike Pompeo, segretario di Stato americano, e leader coreani alla conclusione dei quali i coreani hanno accusato gli americani di comportamenti da gangster. Pompeo ha minimizzato sostenendo che tutto sta procedendo bene. La consegna dei resti di 55 presunti soldati americani morti nella Guerra di Corea (1950-53) è stato un buon segnale che Trump ha particolarmente gradito, ringraziando Kim profusamente. Adesso però, il Washington Post ci informa che nuove immagini satellitari dei servizi di intelligence americana indicano che la Corea del Nord ha iniziato a costruire altri missili intercontinentali. In effetti, si è ritornati al punto di partenza anche se bisogna ammettere che la retorica bellicosa al momento sembra essere finita.

Trump però ha usato la stessa strategia di minacce e poi fatto passi indietro anche con gli alleati. In questo caso si è trattato di possibili guerre di dazi. Dopo avere dichiarato il NAFTA (Trattato nordamericano di libero scambio) sfavorevole agli Usa il 45esimo presidente ha minacciato di stracciarlo. Alla fine Trump ha imposto dazi sull’acciaio e alluminio costringendo Justin Trudeau, primo ministro canadese, a ricambiare con dazi di 12,6 miliardi su importazioni dagli Stati Uniti. Al G7 del mese di giugno il 45esimo presidente si è comportato in modo arrogante, lasciando l’incontro un giorno prima della fine. Poi  parecchi tweet dall’Air Force One sono venuti a galla attaccando personalmente Trudeau di essere “disonesto e debole” aggiungendo anche che aveva dato indicazioni di non “appoggiare il documento finale del G7”.

Al vertice Nato a Bruxelles il presidente americano ha continuato i suoi attacchi agli alleati, dichiarando che la Germania ha stabilito accordi sul gas e il petrolio con la Russia e paga “miliardi  e miliardi di dollari ogni anno a Mosca”  e che la Germania è “completamente controllata dalla Russia”. Pochi giorni dopo in un’intervista al giornale londinese The Sun, il 45esimo presidente ha criticato aspramente il primo ministro britannico Theresa May per il suo debole tentativo di mettere in pratica Brexit. Il giorno dopo però ha cambiato rotta dichiarando che la May è “una donna formidabile”. Questi attacchi agli alleati sono alla fine sfociati in un dietrofront di Trump concluso pochi giorni fa in un incontro con Jean-Claude Junker, il presidente della Commissione Europea,  nel quale i due leader sembrano avere sventato una guerra di dazi.

Trump ha usato una simile minaccia contro il presidente iraniano Hassan Rouhani il quale aveva iniziato la guerra verbale dicendo che una guerra con “l’Iran è la madre di tutte le guerre”. Il 45esimo presidente ha ribattuto in un tweet con caratteri maiuscoli avvertendolo gli iraniani di “Fare attenzione” e di “non minacciare mai più gli Stati Uniti o subirebbero conseguenze mai viste nella storia”. Dopo una settimana però Trump ha fatto marcia indietro, annunciando che sarebbe pronto ad incontrarsi con il presidente iraniano  in qualunque posto senza precondizioni.

Come aveva fatto con Kim Jong-un e gli alleati, Trump ha fatto marcia indietro, assumendo un tono conciliatorio, in effetti suggerendo che forse aveva sbagliato. Il presidente Rouhani però fino ad adesso non ha accettato l’invito, tenendo in mente l’esperienza della Corea del Nord. Bisogna ricordare però che Trump aveva già cercato di incontrare Rouhani lo scorso settembre quando il presidente iraniano ha fatto un discorso  alle Nazioni Unite. La leadership iraniana ha rifiutato.

Gli iraniani non hanno affatto digerito il ritiro di Trump dell’accordo sul nucleare  che era stato firmato dall’amministrazione di Barack Obama, i Paesi del consiglio di sicurezza Onu, la Germania e l’Iran. Inoltre, Trump aveva annunciato nuove sanzioni per punire l’Iran.

La situazione economica in Iran è precaria in parte a causa delle sanzioni e quindi un vertice con Trump avrebbe potuto migliorare la situazione. In ogni probabilità Rouhani ha capito che le affermazioni alternanti di Trump che un giorno minaccia l’Armageddon e poi fa marcia indietro totale rendono qualunque accordo con l’America poco affidabile.

Ci sarà anche una visione antitetica sui vertici che Trump ha fatto il suo cavallo di battaglia per negoziare mentre gli iraniani li vedono in modo più cauto quando non sono preceduti da negoziati.

La strategia di minacce e poi marcia indietro favorita da Trump non si applica però a Vladimir Putin per cui il presidente americano ha sempre espresso parole dolcissime. L’ex direttore della Fbi James Comey, licenziato da Trump nel maggio del 2017, ha recentemente mandato un tweet chiedendo ai lettori di fare una lista di tutti gli individui attaccati da Trump e poi chiedersi perché Putin non fa parte della lista. Una domanda alla quale ci darà la risposta il procuratore speciale Robert Mueller che sta investigando il Russiagate.

Domenico Maceri

La strategia di Trump: da America First a Russia First

trump putin

“Detto semplicemente, Trump è un traditore”. Questa la conclusione di Charles Blow, liberal editorialista del New York Times, il giorno prima della conferenza stampa di Donald Trump e Vladimir Putin a Helsinki. Thomas Friedman, editorialista centrista dello stesso quotidiano, ha anche lui accusato Trump di tradimento  subito dopo la conferenza stampa. Friedman è stato colpito specialmente dalla scelta di Trump di prendere la parte di Putin invece di credere all’intelligence americana.

Dopo la bufera provocata dalla sua performance a Helsinki il 45esimo presidente ha
annunciato che “ha completa fiducia nell’intelligence americana” e che crede “all’interferenza russa” nell’elezione del 2016. Trump ha continuato però sostenendo che non “c’è stata nessuna collusione” fra la sua campagna elettorale e i russi.

Trump non è solito fare marcia indietro. Lo ha fatto con la separazione dei bambini migranti al confine col Messico quando un’altra bufera mediatica lo ha costretto ad ammettere che lui aveva infatti il potere di porre fine alle separazioni. Il danno però in ambedue i casi è già visibile.

L’accusa di tradimento però è meno chiara. I due editorialisti del New York Times nei loro articoli presentano buone ragioni per spiegare la condotta del presidente che poco si addice a un difensore del proprio paese quando confrontato da un avversario come la Russia. La definizione di tradimento ci è spiegata dalla Sezione 3 dell’Articolo III della costituzione. “Il tradimento” consiste di impugnare “armi contro” gli Stati Uniti o di “avere fornito” aiuto e soccorso ai nemici. Ci chiarisce anche che solo il Congresso ha il potere di emettere una condanna di tradimento.

La definizione di tradimento scritta dai padri fondatori non poteva immaginare i cyber attacchi subiti dagli Stati Uniti dalla Russia che l’intelligence americana ha determinato veritieri. Trump, però, dopo l’elezione e durante il suo mandato fino ad ora, non ha voluto riconoscerli. Alla conferenza stampa ha detto che si tratta di una caccia alle streghe e che crede alle asserzioni di Putin considerando la vigorosa difesa di innocenza del leader russo.

Non è la prima volta che Trump vede le cose a modo suo senza fondamenta di verità. I fatti parlano chiaro. L’inchiesta di Robert Mueller, il procuratore speciale nominato da Rod Rosenstein, vice procuratore generale, ha già incriminato 32 individui, fra collaboratori di Trump e cittadini russi.  Cinque di questi individui hanno già dichiarato la loro colpevolezza. L’ex manager della sua campagna elettorale Paul Manafort, accusato di cospirazione contro gli Stati Uniti, riciclaggio di denaro e falsa testimonianza, è in carcere in attesa dell’inizio del suo processo. L’interferenza russa sull’elezione c’è stata anche se fino ad oggi non vi è stata nessuna dimostrazione di collusione della campagna di Trump con i russi.

Trump, però, come rilevano anche i due editorialisti del New York Times, ha fatto di tutto per bloccare l’inchiesta di Russiagate, attaccando l’intero dipartimento di giustizia i cui vertici sono stati nominati proprio dal 45esimo presidente. Trump non dimostra fiducia nei propri collaboratori e subordinati. Il fatto che non riesce a capire l’importanza del pericolo dell’interferenza russa sull’elezione del 2016 non può che creare preoccupazione perché il compito del presidente è di difendere il paese. Se i russi si rendono conto di averla fatta franca nel 2016, continueranno a ripetere le loro malefatte nell’elezione di midterm e in future elezioni.

La strategia di Putin ha funzionato a meraviglia nell’ultima elezione presidenziale poiché ha causato confusione e messo in dubbio il sistema democratico. Il fatto che Trump non prenda in serio il pericolo delle minacce di cyber attacchi rappresenta un problema non solo per l’unica superpotenza ma anche per altre democrazie nel resto del mondo. Se il presidente della nazione più potente al mondo non riesce a bloccare Putin, che speranza possono avere le democrazie europee e quelle di altre parti al mondo? I comportamenti di Trump non coincideranno con la classificazione di tradimento ma ci dicono che quando il presidente parla di America first le sue parole suonano completamente false.

Trump ha attaccato quasi tutti i suoi avversari e a ha anche classificato paesi membri della Nato come nemici dell’America. Putin, però, è sempre stato destinatario di parole dolci di Trump. Non si sa perché. L’inchiesta di Mueller ci potrebbe fornire la risposta. Il Congresso americano farebbe bene ad approvare una legge per proteggere il procuratore speciale affinché completi il suo lavoro.

Ma anche se Mueller troverà la proverbiale pistola fumante, punire Trump richiederà azione della legislatura per procedere all’impeachment. Fino al momento però l’establishment repubblicano ha solo alzato la voce per condannare i comportamenti e le azioni poco presidenziali di Trump. Lo hanno fatto anche per la sua performance  a Helsinki continuando però a non agire per arginare i comportamenti inaccettabili del presidente anche quando rasentano possibili illegalità. La difesa repubblicana di Trump potrebbe sfumare dopo le elezioni di novembre. I democratici sono avanti di 10 punti (47 vs. 37 percento), secondo un sondaggio del Washington Post-Schar e potrebbero conquistare ambedue le Camere. Solo allora Trump dovrà preoccuparsi seriamente.

Domenico Maceri

LA CONTROFFENSIVA

LIBERO SCAMBIO GIAPPONEDopo l’abbraccio tra Putin e Trump le reazioni americani e non solo, sono arrivate come era doveroso aspettarsi. Un accordo che in Usa viene definito come una “vergogna”, “poco meno di un tradimento”, “scandaloso”. L’immagine di un presidente che si schiera con un capo di Stato straniero, e per giunta sospettato da un’indagine ufficiale in corso di attività antiamericana, rifiutandosi di appoggiare le proprie stesse agenzie di intelligence impegnate nell’inchiesta sul Russiagate, ha sconvolto i commentatori delle reti televisive nazionali, politici repubblicani e democratici e naturalmente gli stessi funzionari dell’amministrazione coinvolti. L’immagine di un presidente che appoggia e sostiene le tesi antiamericane di Putin in netto contrasto con quelle della amministrazione Usa non poteva lasciare indifferenti. Un gioco di sponda tra i due. Putin per uscire dall’isolamento internazionale, Trump per uscire indenne dal Russiagate con una battaglia isolazionista iniziata con i dazi che si arricchisce quotidianamente di nuove tariffe e minacce.

Una guerra dichiarata alla quale l’Europa, Cina e  il Giappone hanno dato una controffensiva imboccando la strada opposta. Il vertice Ue-Cina di ieri e quello Ue-Giappone di oggi lanciano un messaggio forte in direzione della difesa del multilateralismo da un lato, e della volontà di incrementare le relazioni economiche reciproche dall’altro. L’accordo di libero scambio firmato oggi è maggiore mai siglato tra Europa e Giappone. A firmare, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il premier giapponese Shinzo Abe. Una sigla che arriva all’indomani della visita della delegazione del Vecchio continente in Cina, dove altri impegni – molto meno stringenti, ma politicamente rilevanti – sono stati presi.

Si tratta di “un messaggio potente contro il protezionismo”, dichiarano Abe e Juncker. “Quella di oggi è una data storica allorché celebriamo la firma di un accordo commerciale estremamente ambizioso tra due delle più grandi economie del mondo”, commentano ancora i due leader. “Con il più grande accordo commerciale bilaterale mai siglato – ha scritto su Twitter Donald Tusk – oggi cementiamo l’amicizia nippo-europea. Geograficamente, siamo lontani. Ma politicamente ed economicamente potremmo difficilmente essere più vicini. Condividiamo i valori della democrazia liberali, dei diritti umani e dello stato di diritto”. Anche a livello interno, a differenza del Ceta col Canada o del Ttip con gli Usa, questo accordo ha ricevuto l’appoggio del M5s. Soltanto pochi fa, sul blog delle stelle Tiziana Beghin annotava: “L’accordo di partenariato economico con il Giappone non è perfetto: se fosse stato negoziato sotto gli occhi vigili del governo MoVimento 5 Stelle sarebbe senz’altro migliore, ma le opportunità che offre alle nostre imprese e ai nostri cittadini sono immense e superano gli aspetti negativi”.

Nella comunicazione ufficiale di Bruxelles si ricorda che l’accordo, che riguarda 600 milioni di persone, ha effetto su un export europeo che già vale 58 miliardi in termini di beni e altri 28 miliardi per i servizi. Il cosiddetto accordo Jefta (Japan-Ue free trade agreeement) chiude le trattative avviate nel 2013 e copre un’area di libero scambio che riguarda quasi un terzo del Pil mondiale. “Una volta attuato completamente l’accordo, il Giappone avrà soppresso i dazi doganali sul 97% dei beni importati dall’Ue (in termini di linee tariffarie)”, per una stima di 1 miliardo l’anno di risparmi, diceva già ad aprile Bruxelles nel corso degli ultimi incontri per arrivare alla firma.

EDUCAZIONE ALL’IMMAGINE

trump putin helsinkiUn faccia a faccia che aspettavano tutti da tempo, ma si è trattato di un incontro che punta più a ridare luce all’immagine di Trump e Putin che a risolvere questioni rimaste ormai sotto al tappeto da tempo. Di fronte a cronisti e fotografi, a Helsinki, entrambi i presidenti di due Paesi in continua competizione si sono fatti immortalare mentre si stringevano amabilmente la mano.
Avere il presidente americano in casa russa, anche se Trump è arrivato con un’ora di ritardo, è molto più di un evento, tanto che il Cremlino ha definito il summit, l'”evento principale dell’estate, per quanto riguarda la diplomazia internazionale”. Putin e Trump si sono incontrati solo due volte e “a margine” di vertici internazionali, ma non era ancora stato organizzato un vero e proprio bilaterale.
Un ottimo inizio per tutti: con queste parole il presidente statunitense, Donald Trump, ha commentato l’incontro bilaterale con l’omologo russo Vladimir Putin che è terminato dopo oltre due ore. Ora, sempre presso la sede del palazzo presidenziale di Helsinki, in Finlandia, è in corso la riunione in formato esteso cui partecipano le delegazioni dei due paesi. “Penso che sia un buon inizio, un ottimo inizio per tutti”, ha detto Trump commentando l’andamento della riunione.
A far eco Putin: “Col presidente Trump abbiamo sempre mantenuto contatti regolari anche per telefono. Ora però è arrivato il momento di una discussione franca su vari problemi internazionale e temi sensibili. E ce n’è più d’uno che merita la dovuta attenzione”.
Sul tavolo delle discussioni l’Ucraina, la Siria e il New Start Treaty, il trattato sulla riduzione delle armi nucleari firmato nel 2010 e che scade nel 2021.
Nessuna dichiarazione congiunta, eccetto il “no comment” da parte dei due leader, almeno in via ufficiale, sulla questione delle presunte interferenze russe nelle elezioni americane del 2016. Ai numerosi cronisti riuniti nella sala che hanno provato a strappare a Trump una parola sulla questione, il presidente Usa non ha risposto. Lo stesso Putin ha nicchiato con un sorriso alle domande sul caso Russiagate. Ma l’inchiesta di Robert Mueller sulle ingerenze russe nelle elezioni del 2016 porta con se anche recenti strascichi, questo altri dodici funzionari dell’intelligence militare russa sono stati ufficialmente incriminati dal Dipartimento alla giustizia USA per avere, in modi diversi, cercato di influenzare il processo elettorale delle presidenziali.
The Donald anche se non ha commentato il Russiagate, lo ha usato per criticare gli avversari: “Il nostro rapporto con la Russia non è MAI stato peggio di così grazie a molti anni di follia e stupidità USA e adesso, la CACCIA ALLE STREGHE MANIPOLATA” aveva scritto questa mattina. “Siamo d’accordo” è la reazione dell’account Twitter del ministero degli Esteri russo al tweet di Donald Trump. Il riferimento del presidente Usa è a Barack Obama e al Russiagate. L’ex presidente “non ha fatto nulla” rispetto alla sospetta ingerenza della Russia nelle elezioni Usa: “Ha detto che non poteva succedere, che non era un gran problema” ha scritto Donald Trump in un tweet.
Ma la ritrovata ‘vicinanza’ tra il presidente Usa e il presidente russo innesca timore nel Vecchio Continente, Donald Trump ha infatti detto che gli Usa hanno “molti nemici”, compresa l’Ue, in particolare rispetto a “cosa fanno a noi in tema di commercio”. “Non lo si crederebbe dell’Ue, ma sono un nemico”, ha detto. Rintuzzato subito dal presidente del Consiglio Ue Donald Tusk: “L’America e l’Ue sono i migliori amici. Chiunque dica siano nemici, diffonde fake news”. Trump ha spiegato inoltre che, grazie al suo intervento a Bruxelles, la Nato si presenta a questo appuntamento “più forte che mai”.
Ma il legame con il Cremlino non piace nemmeno agli stessi americani, contro la prospettiva di Trump a qualsiasi apertura nei confronti della Russia, non sono solo i democratici, ma anche il Partito Repubblicano. Il senatore repubblicano John Kennedy ha spiegato che “non ci si può fidare di Putin” e che avere a che fare con le autorità russe è come “fare accordi con la mafia”. Mette ampi paletti il suo collega Thom Tillis, che ha spiegato che qualsiasi intesa tra Putin e Trump non avrà comunque valore, perché “prima deve passare dal Congresso”.

La concessione della grazia: potere monarchico Trump

trump 8“Ho il potere assoluto di concedermi LA GRAZIA (sic), ma perché dovrei farlo se non ho commesso nessun reato?” Così Donald Trump in uno dei suoi recenti tweet dichiarandosi in effetti in possesso di poteri assoluti incluso quello di autoassolversi. Si trattava di annunciare a tutti e specialmente a Robert Mueller, il procuratore speciale del Russiagate, che lui, da presidente è intoccabile.

Difficile sapere se il 45esimo presidente ci crede davvero. L’uso del termine “grazia” però è ricco di messaggi soprattutto per gli individui indagati dal procuratore speciale suggerendo che meglio non cooperare con Mueller perché il presidente degli Stati Uniti potrebbe fornire la scappatoia e far loro evitare il carcere.

Non ha funzionato però con Paul Manafort, ex direttore della campagna elettorale di Trump, il quale è indagato da Mueller e si trova adesso in carcere. Manafort, come si ricorda, è stato accusato di 12 reati incluso “cospirazione contro gli Stati Uniti”. Dall’ottobre del 2017 si trovava agli arresti domiciliari ma nelle ultime settimane aveva evidentemente cercato di influenzare alcuni testimoni coinvolti nel Russiagate. Mueller ha riportato e il giudice Amy Bernan Jackson ha deciso di revocare i domiciliari mettendo Manafort in carcere mentre egli attende non uno ma bensì due processi, uno a Alexandria, Virginia e l’altro a Washington D.C.

Manafort non ha cooperato con Mueller ma Trump non ha voluto intervenire e concedergli la grazia per reati che il suo ex direttore della campagna elettorale avrà commesso. Si crede, erroneamente che, la grazia viene concessa dopo la condanna, ma in realtà può avvenire prima. È successo in parecchi casi. Il più facile di ricordare è la grazia concessa dal presidente Gerald Ford al suo predecessore Richard Nixon nel 1974 per reati che questi avrebbe commesso da presidente. Trump non ha concesso la grazia a Manafort e sembra poco propenso a farlo come ci farebbe credere la sua dichiarazione che il suo ex collaboratore aveva lavorato per lui “solo brevemente” e non aveva avuto un ruolo determinante nella sua elezione.

Trump però nelle ultime settimane ha dimostrato che non esiterebbe a usare i suoi poteri di concedere la grazia. Lo ha fatto per il pugilista Jack Johnson e l’opinionista Dinesh D’Souza. Ha anche graziato Alice Marie Johnson dietro richiesta di Kim Kardashian West. Il Washington Post cita un funzionario della Casa Bianca informandoci che Trump adesso è “ossessionato” con il suo potere di concedere la grazia divenuta “una delle sue cose favorite”.

L’idea di mantenere viva la possibilità della grazia come scappatoia è stata reiterata da Rudolph Giuliani, uno degli avvocati di Trump per il Russiagate. L’ex sindaco di New York sembra avere assunto il compito di portavoce e opinionista del presidente sulla questione delle indagini di Mueller poiché è spesso attivo in vari programmi televisivi, radio e giornali. In un’intervista al Daily News, Giuliani, parlando del Russiagate, ha dichiarato che alla fine tutte queste “cose saranno spazzate via con alcune grazie presidenziali” ripetendo il messaggio a ex collaboratori di Trump attualmente indagati da Mueller di non cooperare. Ciononostante parecchi di loro hanno già confessato di avere commesso reati ed alcuni di loro stanno cooperando con gli investigatori per potersi ridurre o eliminare la possibilità del carcere. Il messaggio di non cooperare con la possibile grazia è valido anche per l’ex avvocato di Trump, Michael Cohen, il cui ufficio è stato perquisito dalla Fbi, sequestrando numerosi documenti potenzialmente compromettenti anche per Trump. Cohen, secondo la Cnn, sarebbe disposto a cooperare con Mueller sentendosi isolato dal presidente che lui aveva servito con assoluta fedeltà ma adesso apparentemente senza speranze di una grazia presidenziale.

Trump si aspetta fedeltà dai suoi collaboratori senza però dimostrare reciprocità come ci fanno capire i licenziamenti a raffica durante la sua amministrazione. Ma anche con i collaboratori attuali Trump ha rapporti che a volte ricevono complimenti effusivi ma anche rimproveri pubblici come nel caso di Jeff Sessions, il procuratore generale, e Kirstjen Nielsen, direttrice del Dipartimento di Homeland Security.

Il suggerimento di Trump dell’autoassoluzione ha avuto anche l’effetto di ricordare agli individui indagati da Mueller i supremi poteri presidenziali suggerendo addirittura una certa vicinanza monarchica del 45esimo presidente. In realtà, la questione del presidente di concedersi la grazia non è mai stata suggerita da nessun predecessore di Trump. La sua legalità è anche in dubbio. Laurence Tribe, Richard Painter e Norman Eisen, tre autorevoli avvocati costituzionalisti, hanno scritto nel Washington Post che la legge proibisce al presidente di autoassolversi di qualsiasi reato e per prevenire il suo impeachment e incriminazione. Jonathan Turley e Richard Posner, altri autorevoli costituzionalisti, sostengono che Trump potrebbe autoassolversi per reati eccetto nel caso dell’impeachment.

Sarebbe improbabile immaginare che Trump si autoassolvi ma in tal caso la questione andrebbe a finire alla Corte Suprema. Che cosa deciderebbero i 9 giudici diventa impossibile prevedere. Di certo i padri fondatori non volevano fare del presidente un sovrano con poteri assoluti monarchici. Ciò non sarebbe dispiaciuto a Trump il quale ha espresso ammirazione per leader autoritari il cui potere si avvicina all’assolutismo. La costituzione americana ha però i suoi contrappesi per non cadere nel sistema assolutista dal quale i padri fondatori vollero allontanarsi. Una vittoria democratica alle elezioni di midterm questo novembre potrebbe mettere alla prova i poteri del presidente ma soprattutto dimostrarci che nonostante la sua fragilità il sistema democratico può reggere.

Domenico Maceri
PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications

Russiagate e comportamenti poco innocenti di Trump

putin trump“Quando sei innocente….comportati come tale”. Questa la risposta del parlamentare repubblicano della South Carolina Trent Gowdy a una domanda nel programma “Fox News Sunday” mentre rispondeva ai frequenti attacchi di Donald Trump al procuratore speciale del Russiagate Robert Mueller. Gowdy ha continuato spiegando che se uno non “ha fatto nulla di male vorrebbe che l’inchiesta fosse completata al più presto possibile”.

Gowdy si sbagliava sui ripetuti attacchi a Mueller. Infatti, solo di recente Trump ha iniziato a dirigersi direttamente al procuratore speciale con i suoi tweet velenosi. Il 45esimo presidente però ha condotto una campagna costante contro il Russiagate cercando di ostacolarla con tutti i suoi mezzi. L’attuale inquilino della Casa Bianca ha sempre sostenuto che l’inchiesta del Russiagate non è altro che una caccia alle streghe e non doveva mai essere stata intrapresa. Trump non ha mai accettato l’idea dell’interferenza russa nelle elezioni del 2016 vedendo in questo riconoscimento un’ombra sulla sua legittima vittoria. Tutto semplice per lui. Ha vinto, punto e basta. Il fatto che diciassette agenzie di intelligence americane hanno dichiarato che vi è stata interferenza russa nell’elezione americana con possibili ripetizioni in future elezioni non sembra interessare il 45esimo presidente.

Trump ha infatti cercato di dimostrare che non vi è stata interferenza citando due conferme personali di Vladimir Putin. Putin, come si sa, è un ex agente della KGB e dunque le sue parole sarebbero dubbiose. Il presidente americano però pone più fiducia in queste asserzioni del leader russo che in quelle delle agenzie di intelligence americane. Partendo da questa posizione il 45esimo presidente ha fatto del suo meglio per bloccare le indagini di Mueller. A cominciare dal licenziamento di James Comey, direttore della Fbi. Trump ha poi fatto una campagna velenosa contro il procuratore generale Jeff Sessions, da lui nominato, per essersi ricusato dalle indagini del Russiagate per conflitti di interesse, forzando la mano del suo vice, Rod Rosenstein, a dare l’incarico di procuratore speciale a Mueller. Trump ha persino celebrato il licenziamento di Andrew McCabe, numero due alla Fbi, perché questi aveva mantenuto fedeltà al suo ex capo Comey.

Gli attacchi di Trump alle indagini del Russiagate sono stati costanti suggerendo che qualcosa non quadra con la visione della realtà del presidente. Quattro dei collaboratori di Trump si sono già dichiarati colpevoli di avere mentito al procuratore speciale il quale ha anche incriminato 13 cittadini russi. Inoltre, Mueller ha citato in giudizio l’organizzazione Trump per l’accesso ai suoi documenti infrangendo la “linea rossa” che il 45esimo presidente aveva stabilito come insuperabile.

Trump continua a spingere per la fine delle indagini del Russiagate ma allo stesso tempo si sta preparando dal punto di vista legale. La sua squadra di avvocati però riflette la confusione della politica alla Casa Bianca. Il leader dei suoi avvocati, John Dowd, si è dimesso, apparentemente non potendone più della mancanza di cooperazione del suo cliente che continuava a ignorare i suoi consigli legali. Theodore Olson, stella nel campo legale per avere difeso con successo George W. Bush nel 2000, si è anche rifiutato di rappresentare Trump. L’ultimo legale che avrebbe dovuto aggiungersi alla “squadra” legale di Trump (Ty Cobb e Jay Sekulow) è Joseph diGenova il quale però non ha potuto accettare l’incarico per conflitti di interesse. Altri avvocati di primo rango non hanno accettato gli inviti in parte per i comportamenti poco ortodossi di Trump come cliente ma anche per il caos della Casa Bianca dove i licenziamenti sono all’ordine del giorno.

Il fatto che Mueller continui le sue indagini e si sia avvicinato agli affari di Trump con interessi economici russi ha creato un clima di pericolo per il presidente. Alcuni analisti hanno già espresso il concetto che il 45esimo presidente potrebbe licenziare Mueller. Il comportamento caotico e volubile di Trump ha già creato questa preoccupazione nelle file dei leader democratici, alcuni dei quali hanno espresso l’importanza di proteggere Mueller mediante una legge. I colleghi repubblicani però non ne vogliono sapere credendo che il presidente non farebbe una cosa del genere come fece invece Richard Nixon nel 1973. Nel suo tentativo di proteggersi, l’allora presidente ordinò il procuratore generale Elliot Richardson e il suo vice William Richardson di licenziare Archibald Cox, il procuratore speciale per lo scandalo di Watergate. Il rifiuto di questi due spinse Nixon a licenziarli e nominare Robert Bork, il quale eventualmente licenziò Cox.

Si teme che Trump potrebbe ripetere l’esempio di Nixon per cercare di proteggersi, una prospettiva non probabile per alcuni leader dell’establishment repubblicano come Lindsey Graham e John Cornyn. Cornyn, senatore repubblicano del Texas e numero due al Senato, ha detto che licenziare Mueller sarebbe un’idea “stupidissima” per il presidente. Graham, senatore repubblicano della South Carolina, vede un licenziamento di Mueller come il primo passo a una crisi costituzionale che porterebbe all’impeachment.

Considerando la grandissima capacità di Trump di licenziare i suoi collaboratori l’idea di mettere da parte Mueller non è un’ipotesi impensabile. I legami di Trump con la Russia sono poco noti ma i comportamenti di Trump stupiscono anche l’osservatore più casuale. Il 45esimo presidente ha avuto parole dure per quasi tutti a livello nazionale e anche internazionale eccetto per Putin e la Russia. John Brennan, l’ex direttore della Cia, è stato chiaro quando ha detto in un’intervista che i russi hanno avuto molte esperienze con Trump “e forse sono in possesso di informazioni compromettenti”. Quest’idea spiegherebbe i comportamenti di Trump verso la Russia e la sua antipatia per le indagini di Mueller. Comunque sia, sapremo tutto solo alla fine delle indagini del Russiagate. I comportamenti di Trump però non riflettono un individuo pieno di innocenza.

Domenico Maceri
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Skripal. La crisi diplomatica che non spaventa Mosca

lavrovLa Russia torna al centro dello scontro internazionale come ai tempi della guerra fredda. Da un lato i Paesi occidentali capeggiati da Gran Bretagna, Francia e Germania con il supporto degli Stati Uniti e la Nato, dall’altro la Russia e in mezzo un caso che ricorda i film di spionaggio o fatti di un Kgb di prima della Caduta del Muro di Berlino.
L’ex spia russa Sergei Skripal e sua figlia Yulia sono in fin di vita dopo aver mangiato in un ristorante italiano a Salisbury. Tra le ipotesi più accreditate è che l’avvelenamento sia avvenuto vaporizzando l’agente nervino nelle loro vicinanze oppure inserendolo nel cibo o nelle bevande che hanno ingerito. Un’altra pista, anche’essa al vaglio degli inquirenti, è collegata al viaggio della figlia di Skripal, arrivata nel Regno Unito da Mosca la scorsa settimana portando un “regalo offerto da alcuni amici”, che potrebbe essere stato il vettore con il quale l’agente nervino è stato introdotto nel Paese.
I due sarebbero stati avvelenati da un agente nervino, sostanza chimica che agisce sul sistema nervoso e che è stata utilizzata per assassinare il fratellastro di Kim Jong-Un all’aeroporto di Kuala Lumpur in Malesia a febbraio del 2017.
La premier britannica, Theresa May, è arrivata oggi a Salisbury per incontrare le autorità e la cittadinanza e visitare i luoghi dell’attacco con agente nervino condotto il 4 marzo contro l’ex spia russa Serghei Skripal e sua figlia Yulia per la prima volta dopo l’accaduto. La vicenda ha sconvolto il Regno Unito, al fianco del quale si sono schierati Usa, Francia e Germania che con Londra hanno sottoscritto una dichiarazione a quattro che punta il dito contro Mosca per l’attacco chimico di Salisbury contro l’ex spia russa. I leader alleati, aggiornati da Londra, condividono il punto di vista secondo cui “la mancata risposta della Russia alle legittime richieste del Regno ne sottolinea la responsabilità”. I 4 condannano poi quello che definiscono “il primo attacco con agente nervino in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale”. Gli alleati sollecitano quindi Mosca a “fornire una piena e completa illustrazione del programma Novichok all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac)”. Denunciano infine più in generale come “irresponsabile” il comportamento recente del Cremlino, ma si appellano comunque alle “responsabilità della Russia come membro del Consiglio di sicurezza dell’Onu per garantire la pace e la sicurezza internazionali”.
Mosca non sembra affatto turbata e dopo la risposta del ministro Lavrov che ha rigettato le accuse e ha ricordato con piglio a Londra: “Bisognerebbe ricordarsi che l’era del colonialismo è da molto tempo una cosa del passato”, arriva la risposta anche della portavoce del ministero degli esteri russo Maria Zakharova che ha commentato con parole di fuoco le dichiarazioni della premier britannica Teresa May, che ha detto che il capo della diplomazia russa Sergey Lavrov “non è all’altezza del suo incarico”. “Theresa, Lavrov è un ministro russo, non britannico. E i giudizi su di lui li può esprimere soltanto il presidente della Russia. Io capisco che le piacerebbe pensare altrimenti. Ma il suo ministro è Boris Johnson” ha dichiarato Zakharova su Facebook. Per tutta risposta l’Inghilterra ha decretato l’espulsione entro una settimana di 23 diplomatici russi dal Regno; restrizioni per funzionari e cittadini sospetti di uno Stato ormai bollato come “ostile”; controlli più stringenti e potenziali sanzioni sui patrimoni trasferiti oltre Manica da politici “corrotti” od oligarchi del business considerati vicini a Vladimir Putin; interruzione dei rapporti governativi d’alto livello; boicottaggio dei Mondiali di Russia 2018 da parte di delegazioni ufficiali e principi reali. Di rimando il ministro degli esteri Lavrov fa sapere che espellerà presto diplomatici britannici.
Non è la prima volta che la Gran Bretagna è protagonista di una ritorsione e di un avvelenamento contro ex agenti di quella che era la Gran Madre Russia. Anche Aleksandr Litvinenko 43enne ex-collonnello del Kgb fu avvelenato e morì in un ospedale londinese in cui era ricoverato da una settimana. Allora nessun colpevole fu riconosciuto, come anche il veleno che venne utilizzato. Anche se l’ex-agente del Kgb, Oleg Gordievksij dichiarò: “Soltanto i servizi segreti sono in possesso di veleni così micidiali e così difficili non solo da curare ma anche da individuare. Questa è la fine che fanno i nemici di Putin”.
Ma stavolta Londra sembra sicura e al suo fianco si è anche schierata la Nato, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg afferma: “L’attacco con l’agente nervino è uno dei più tossici mai sviluppati” dalla Russia, è “l’uso più offensivo mai fatto sul territorio di un Paese dell’Alleanza dalla fondazione della Nato”. Per la Casa Bianca quest’ultima azione “rientra in un quadro di comportamento in cui la Russia disprezza l’ordine internazionale, mina la sovranità e la sicurezza di altri Paesi e tenta di sovvertire e screditare le istituzioni e il processo democratico occidentale”.
Sia la Nato sia Washington concordano nel sostenere che questa sia solo un altro limite violato da Mosca che continua a sovvertire l’ordine internazionale dopo l’annessione della Crimea.
Il ministro degli Esteri minimizza sulle conseguenza e anzi afferma che le mosse di Londra contro la Russia possono essere spiegate dalla “complicata situazione” in cui si trova il governo britannico, che “non è in grado” di mantenere le promesse sulla Brexit. “Mi pare ovvio” che le scelte di Londra “riflettono la disperazione del governo britannico poiché non è in grado di rispettare le promesse fatte sull’uscita dall’Unione Europea”, dice Serghei Lavrov citato dalla Tass.
Lo stesso presidente Putin non ha cercato di conciliare un’intesa con il Regno di Sua Maestà, nonostante incombano nuove sanzioni per la Crimea e ci siano tutte le premesse per una ritorsione americana dopo il Russiagate.
In realtà Mosca sa che può ancora tirare per la sua strada, così come aveva fatto dopo le sanzioni europee, anche perché la May non ha annunciato restrizioni all’import di gas russo né accennato all’intenzione di chiedere l’esclusione delle banche russe dal sistema Swift che lega i trasferimenti internazionali. Così come sono stati risparmiati Abramovich proprietario e principale azionista del Chelsea, Usmanov dell’Arsenal e Shuvalov vice primo ministro. Oligarchi che se venissero sanzionati risponderebbero all’interesse russo di far tornare in patria numerosi capitali e investimenti, cosa che è riuscita grazie alle sanzioni. Inoltre il Presidente sempre popolare e amato dai russi si ritrova davanti alle prossime elezioni e un nuovo caso in cui “il capro espiatorio è sempre la Russia” può solo far comodo.

Russiagate. Sessions prende le distanze da Trump

donald-trump“Finché sarò procuratore generale svolgerò i miei compiti con integrità e onore”. Ecco come Jeff Sessions, attuale capo del dipartimento di giustizia, ha reagito all’ennesimo tweet di Donald Trump che ha etichettato la sua condotta “vergognosa” per la mancata celerità di investigare alcuni comportamenti potenzialmente inappropriati connessi con lo scandalo di Russiagate. Sessions aveva dato il compito all’Ispettore Generale del dipartimento di giustizia, un gruppo con una certa indipendenza che prende tempo nelle sue investigazioni. Trump però ha fretta e continua a cercare metodi di silurare le indagini di Robert Mueller, procuratore speciale sulle interferenze russe nell’elezione americana del 2016.

I rapporti fra Sessions e Trump sono iniziati a essere tesi con la decisione del procuratore generale di ricusarsi delle indagini del Russiagate nel mese di marzo del 2017. Il 45esimo presidente aveva voluto che Sessions prendesse la direzione nelle indagini aspettandosi da lui un fedele soldato che sarebbe andato alla leggera sulla questione che è divenuta ingombrante per Trump. Sessions era stato uno dei primissimi sostenitori di Trump quando il tycoon annunciò la sua candidatura presidenziale nel 2015. I rapporti fra i due erano molto buoni e una volta eletto il 45esimo presidente nominò Sessions procuratore generale oltrepassando Rudy Giuliani e Chris Christie.

Trump credeva che Sessions gli avrebbe dimostrato fedeltà subordinando la giustizia alle esigenze politiche. Ecco perché il 45esimo presidente voleva assolutamente che Sessions non si ricusasse dalle indagini sulle interferenze russe nell’elezione americana. Trump cercò di convincerlo incaricando persino Don McGahn, il legale della Casa Bianca, di mettere pressione su Sessions affinché ritenesse le redini dell’investigazione del Russiagate. L’ex senatore dell’Alabama però si rese conto che data la sua partecipazione nella campagna elettorale in cui fu il direttore della commissione del consiglio di sicurezza di Trump non poteva incaricarsi di investigare la questione per gli evidenti conflitti di interesse. Dopo essersi ricusato, il compito delle inchieste è caduto a Rod Rosenstein, numero 2 al dipartimento di giustizia, il quale ha nominato Mueller a procuratore speciale.

Sono seguiti numerosissimi tweet mediante i quali Trump ha cercato di sminuire la posizione di Sessions come procuratore generale. Nel mese di luglio del 2017 l’attuale inquilino alla Casa Bianca aveva ordinato l’allora chief of staff Reince Priebus di ottenere una lettera di dimissioni da Sessions. Priebus esitò a farlo e la pressione di legislatori che sostengono Sessions convinse Trump a cedere. I rapporti fra i due però toccarono il fondo e Sessions aveva alla fine deciso di offrire le dimissioni, incapace di sopportare i continui tweet velenosi di Trump nei suoi confronti. Trump inizialmente voleva accettarle onde potere nominare un nuovo procuratore generale più fedele a lui che avrebbe messo fine alle indagini di Mueller. Poi però, convinto da alcuni collaboratori, non accettò le dimissioni.

Sessions continuò i suoi compiti al dipartimento di giustizia facendo le cose che lui considerava importanti che in grande misura coincidono con l’ideologia e le aspettative di Trump. Queste includono la politica sulle armi da fuoco, i crimini violenti, l’immigrazione illegale e la droga. Trump però ha continuato a dimostrare il suo disappunto con Sessions e negli ultimi tempi gli ha persino affibbiato il nomignolo di “Mr. Magoo”, un personaggio di fumetti, vecchio, miope e incompetente.

C’è sempre la possibilità che Trump decida di licenziare Sessions ma al momento l’attuale procuratore generale sembra avere trovato una certa tranquillità. In parte ciò si deve al fatto che l’attuale inquilino della Casa Bianca ha licenziato un folto numero di collaboratori e molti altri hanno offerto le loro dimissioni incapaci di lavorare nel clima di caos creato dall’impulsività di Trump. Il più recentissimo è Gary Cohn, uno dei suoi più importanti consiglieri economici, il quale ha dato le dimissioni non condividendo i dazi annunciati da Trump sull’acciaio e alluminio. Inoltre, la sicurezza di Sessions viene rafforzata dal fatto che l’ex senatore dell’Alabama è popolare con buona parte dei senatori repubblicani i quali non sarebbero molto contenti del trattamento iniquo di uno dei loro. Questi senatori collaborano con Trump e sono indispensabili per l’agenda della Casa Bianca. C’è anche la possibilità che un licenziamento di Sessions potrebbe fare scattare l’interesse di Mueller come possibile esempio di ostruzione alla giustizia allo stesso modo com’è accaduto con il licenziamento di James Comey, ex direttore della Fbi.

Nonostante tutto, il danno fatto da Trump al dipartimento di giustizia non andrà via subito. Nessun presidente americano ha mai dimostrato un tale disprezzo verso il dipartimento di giustizia come ha fatto Trump. Sessions ha contribuito a questo danno con il suo silenzio alle accuse del presidente dimostrando debolezza e causando un morale bassissimo nel dipartimento da lui guidato. Con la sua reazione all’ultimo tweet di Trump, Sessions si è però ripreso difendendo se stesso ma anche tutto il  dipartimento di giustizia. Non a caso una recente cena  riportata dalla stampa che includeva Sessions, Rosenstein e Noel Francisco, (numero 1, 2, e 3 al  dipartimento di giustizia) in un ristorante vicino al Trump International Hotel a Washington, D. C. mirava a mandare un messaggio chiarissimo al presidente. Il dipartimento di giustizia è unito e farà il suo dovere senza essere influenzato da pressioni politiche.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Con Trump e i repubblicani “dreamers” nel dimenticatoio

dreamers

“Un Paese santuario che ignora  le leggi” verrebbe creato se il disegno di legge del Senato sulla riforma migratoria fosse approvato. Lo ha dichiarato il procuratore generale degli Stati Uniti Jeff Sessions contribuendo a politicizzare il dipartimento da lui diretto come aveva detto parecchie volte il suo capo Donald Trump.

Sessions commentava la proposta bipartisan del Senato che avrebbe risolto la tragica situazione dei “dreamers”, giovani portati in America da bambini dai loro genitori senza autorizzazione legale. Si tratta di individui cresciuti negli Stati Uniti, americani a tutti gli effetti eccetto per i documenti, i quali hanno ricevuto un permesso temporaneo legale di rimanere negli Stati Unti da Barack Obama mediante il suo ordine esecutivo “Daca”. Trovare una soluzione permanente per la loro situazione non è facile dato che i politici li vogliono usare per portare l’acqua al loro mulino.

Il piano bipartisan della cosiddetta Common Sense Coalition, citato da Sessions, era arrivato vicino ad essere approvato ma non ha ricevuto i 60 voti necessari (54 sì, 45 no). Quarantasei senatori democratici e otto repubblicani hanno votato a favore. Si trattava di un compromesso che avrebbe offerto permanenza ai beneficiari del Daca e dopo una decina di anni anche la cittadinanza americana. Avrebbe allo stesso tempo incluso 25 miliardi in dieci anni per la costruzione del muro al confine col Messico tanto desiderato da Trump.

Il 45esimo presidente in una riunione con un gruppo di legislatori bipartisan aveva detto che avrebbe firmato qualunque disegno di legge i presenti gli avrebbero presentato. Poi, come è solito fare, ha cambiato idea. Nel disegno di legge fallito Trump ci ha messo del suo per silurarlo. Il senatore Lindsey Graham, repubblicano della South Carolina, ha addossato la colpa a Stephen Miller, consigliere di Trump, per le sue vedute ultra conservatrici che hanno influenzato la Casa Bianca.

Un altro piano sponsorizzato dal senatore Charles Grassley, repubblicano dell’Iowa, molto vicino alle idee di Trump, è stato anche bocciato dalla Camera alta  in maniera più schiacciante (60 no, 39 sì). Dopo questi esiti negativi un gruppetto di senatori ha suggerito una soluzione temporanea che estenderebbe di tre anni la protezione ai “dreamers” e stanzierebbe allo stesso tempo tre anni di fondi per la protezione del confine. Si tratterebbe di una soluzione per comprare tempo e cercare di rimandare la data di scadenza del 5 marzo imposta da Trump con la sua revoca dell’ordine esecutivo di Obama. Fino ad adesso poco entusiasmo è stato dimostrato per questa strada anche per il fatto che la scadenza del 5 marzo sembra essere divenuta meno solida considerando l’ingiunzione di due giudici che hanno ordinato l’amministrazione di Trump di tenere attivo il Daca almeno temporaneamente. Si crede che la vera scadenza sarebbe rimandata a giugno.

A intorbidire le acque per la sicurezza dei “dreamers” bisogna aggiungere tutte le altre situazioni di crisi che Trump e la legislatura devono affrontare. L’ennesima sparatoria in un liceo in Florida che ha causato la morte di 17 persone sembra avere fatto traboccare il vaso mediante le dimostrazioni studentesche per limitare il facile accesso delle armi da fuoco. Qualcosa sembra finalmente muoversi questa volta.

Ma l’altra preoccupazione per Trump è l’incriminazione di 13 cittadini russi e  tre organizzazioni russe nel corso delle indagini del Russiagate sulle interferenze nell’elezione americana del 2016. Il 45esimo presidente ha sempre sostenuto che le indagini di Robert Mueller, procuratore speciale, non sono altro che una caccia alle streghe perché Vladimir Putin gli aveva assicurato che i russi non avevano interferito nella democrazia americana. Ora si ha la prova che Trump non si vuole informare o che ha mentito. Comunque sia, l’ombra del Russiagate occuperà la sua mente e i “dreamers” andranno a finire nel dimenticatoio.

I democratici erano riusciti a mettere la situazione dei “dreamers” in primo piano quando nel mese di gennaio usarono la questione per causare lo shutdown di tre giorni ottenendo una promessa che la questione  sarebbe stata presa  in serie considerazioni. Poi i democratici hanno accettato di aumentare il tetto delle spese federali di due anni perdendo la loro arma per mettere pressione sui repubblicani.

L’assegnazione della colpa per il mancato accordo è già cominciata. Trump e i repubblicani additano i democratici come intransigenti ma alla fine il Gop dovrà assumersi le responsabilità poiché controllano la Casa Bianca e le due Camere. Considerando l’aspra retorica contro gli immigranti di Trump durante la  campagna elettorale e le sue recenti asserzioni sui Paesi “di m…da”  c’è poco da sperare. Ovviamente se i “dreamers” avessero lobby potenti diverrebbero la priorità per il governo.

Domenico Maceri
PhD, University of California