Pd a rischio estinzione senza un progetto per il Paese

pd scissioneA sei mesi dal terremoto elettorale del 4 marzo, il Pd è ancora sotto le macerie. Senza voce, senza un vero segretario, senza una data per il congresso del dopo-Renzi e – soprattutto – senza un progetto per il futuro.
Lacerato dalle lotte interne, prigioniero dell’ex segretario e dei suoi fedelissimi, il centrosinistra non è ancora riuscito ad analizzare le ragioni della sua sconfitta e del trionfo di Cinquestelle e Lega.

Intanto, mentre i sondaggi elettorali continuano a premiare la retorica del governo gialloverde (con Salvini oltre il 30 per cento e Di Maio poco al di sotto) il Partito democratico continua inesorabilmente a calare. Dal 18,7 per cento del 4 marzo è sceso al 17,7. Ma poteva andare anche peggio, vista l’inconsistenza dei parlamentari dem che dai banchi dell’opposizione non riescono a far sentire la loro voce nemmeno di fronte alle gaffe, agli errori e alle tante giravolte d’un governo che fino ad oggi ha fatto poco o nulla.

Come ha scritto recentemente sul Corriere della sera il professor Sabino Cassese, questo sarebbe «il momento migliore perché l’opposizione faccia il suo mestiere». Perché abbiamo un esecutivo «con due timonieri che tirano in direzioni opposte», alla vigilia di «scelte difficili da fare con poche risorse a disposizione».

La verità, ha osservato Rodolfo Ruocco (Sfogliaroma, 5 settembre 2018) è che «la sinistra ha perso il suo elettorato tradizionale, quello operaio, proletario e popolare e non ha conquistato quello moderato».
Ossessionato dalla comunicazione, Matteo Renzi è annegato in un mare di annunci. Anteponendo, esattamente come stanno facendo adesso Di Maio e Salvini, la propaganda ai fatti. La fiction alla realtà. Alla fine, gli elettori delusi hanno cambiato strada. Giovani e anziani, precari e pensionati, insegnanti e operai hanno abbandonato la sinistra riformista. La maggior parte ha preferito scommettere su Cinquestelle, gli altri hanno scelto la Lega di Salvini.

Certo, c’è da aggiungere che i progressisti sono in crisi in tutto l’Occidente. Ovunque stiamo assistendo al crollo dei socialisti: in Olanda sono finiti al 6 per cento, in Francia al 7, in Grecia hanno subito un tracollo di 30 punti, mentre in Germania, alle elezioni di un anno fa, la Spd ha toccato il suo minimo storico.

I movimenti populisti vengono ingrossati dai voti dei “dimenticati”, degli emarginati e degli elettori che si sentono traditi dai partiti politici tradizionali. Soprattutto da quelli di sinistra, che non hanno saputo mettere un argine allo strapotere dell’economia dominata dalla finanza.

Se la situazione è questa, la sinistra riformista italiana ha un solo modo per uscire dalla crisi. Ritrovare un radicamento sociale e riconquistare la fiducia del suo “popolo” con programmi coraggiosi e progetti concreti in grado di arrestare la caduta del ceto medio, di dare prospettive ai giovani, un futuro ai precari, un reale sostegno ai poveri assoluti che sono più di cinque milioni. Insomma, ripartire da dove hanno fallito gli ultimi leader del Pd.
Da Renzi, che voleva alleviare l’impoverimento con i famosi 80 euro al mese, a Veltroni che esorcizzava la paura per l’ondata migratoria sostenendo che gli immigrati non sono un pericolo ma “una risorsa”. Cosa improbabile, senza un controllo del territorio e senza progetti per selezionare, formare e integrare i nuovi arrivati. È finita con il 60 per cento di consensi a Salvini e Di Maio.

Adesso è dunque arrivato il momento di abbandonare gli slogan e la vecchia retorica tanto cara a certa sinistra per tornare alla politica, ai fatti, ai programmi, a proposte concrete per far ripartire un Paese da anni in declino.

Come fu con il primo centrosinistra trainato dai socialisti e dalla sinistra Dc. Quando in pochi anni i progressisti diedero all’Italia: la scuola media obbligatoria, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la sanità universale, lo Statuto dei lavoratori, l’equo canone, la cassa integrazione guadagni, un sistema pensionistico fin troppo generoso, e la scala mobile, che ogni anno adeguava le retribuzioni all’inflazione per evitare l’impoverimento dei lavoratori.

E se è vero che da allora il mondo è cambiato e adesso bisogna fare i conti con la globalizzazione, è altrettanto vero che senza proposte serie e realistiche su scuola, lavoro, pensioni e infrastrutture, la sinistra riformista e quella antagonista, che durante tutta la Prima Repubblica superavano il 40 per cento dei voti (con alti e bassi tra Pci, Psi e, nell’ultima fase Dp), sono destinate all’estinzione.

Felice Saulino
SfogliaRoma

Jason Brennan, “governo dei tecnici” alternativa alla democrazia

against_democracy-1024x536Jason Brennan, autore di “Contro la democrazia” (con Prefazione di Sabino Cassese e un saggio introduttivo di Raffaele De Mucci), sostiene che esiste “un insieme di convinzioni ampiamente condivise sul valore e la legittimazione della democrazia e della partecipazione democratica”, per lo più fondate sugli assunti secondo cui la democrazia e un’ampia partecipazione politica sarebbero importanti perché condurrebbero “a risultati giusti, efficienti o stabili”, e tenderebbero “a istruire, illuminare e nobilitare i cittadini”, essendo esse “un fine di per sé”. Secondo Brennan, le tre finalità (dell’istruzione, dell’illuminazione e della nobilitazione dei cittadini) esprimerebbero ciò che egli chiama “trionfalismo democratico”, contro il quale egli muove la sua critica, rifiutandone la fondatezza.
Il politologo americano ritiene che tali finalità non meriterebbero la considerazione della quale esse godono; innanzitutto, perché la partecipazione politica non apporterebbe beneficio alcuno, in quanto, a suo dire, trasformerebbe in nemici i cittadini nell’arena civile e darebbe loro motivo di odiarsi l’un l’altro; in secondo luogo, perché il diritto al voto non sarebbe come gli altri diritti posti a presidio delle altre libertà civili (come, ad esempio, la libertà di parola, di culto, di associazione, ecc.); infine, perché la democrazia non sarebbe l’unica forma di governo intrinsecamente giusta, in quanto il suffragio universale incentiverebbe “la maggior parte degli elettori a prendere le decisioni politiche in condizioni di ignoranza e irrazionalità […]. Un suffragio illimitato, uguale e universale sarebbe giustificato soltanto se non potessimo concepire un sistema che funzioni meglio”.
Da dove derivano le finalità sulle quali sarebbero fondate, a parere di Brennan, le presunte virtù della democrazia? Per il politologo americano, le finalità deriverebbero dal liberalismo filosofico, ovvero da quella concezione secondo cui “ogni individuo possiede una sua dignità, fondata su ragioni di giustizia che gli garantisce tutta una serie di libertà e diritti, i quali non possono essere calpestati alla leggera, nemmeno per perseguire un bene sociale più grande”. L’analogia presunta dal liberalismo filosofico tra singoli individui e società non è però giustificata; ciò perché un elettorato è un insieme di individui “con scopi, comportamenti e credenziali intellettuali distinti”.
Un elettorato, perciò, non è un corpo unico in cui ogni singoli componente propugna le stesse cose; al contrario, in esso esistono individui che impongono le loro decisioni ad altri, per cui se la maggior parte degli elettori dovesse “agire con stupidità” non farebbe del male solo a se stessa, ma danneggerebbe anche le minoranze di elettori “meglio informati e più razionali”. In politica, afferma Brennan, il processo decisionale non si riduce mai a scelte per se stessi, ma implica sempre scelte per tutti. Per queste ragioni, insiste Brennan, volendo giustificare le finalità sulle quali è basata la legittimazione della democrazia, occorre dare conto del perché alcuni individui “hanno il diritto di imporre cattive decisioni agli altri”; in altre parole, occorre spiegare perché è legittimo e possibile che un gruppo di individui, anche se maggioranza, possa obbligare le minoranze a subire le “decisioni prese in modo incompetente”.
Nel chiedersi quale valore abbia la democrazia, la maggior parte dei filosofi del liberalismo individualista ritiene che essa abbia un “valore procedurale”, nel senso che si tratti di una “procedura decisionale di per sé giusta”, assumendo che qualsiasi decisione presa col metodo democratico sia una decisione razionale. Al contrario, secondo Jason Brennan, il valore della democrazia è unicamente “strumentale”, per cui “la sola ragione per preferire la democrazia a qualsiasi altro sistema politico è che è più efficiente nel produrre risultati giusti, secondo standard di giustizia che sono indipendenti dalle procedure”.
Poiché la democrazia assegna a ogni individuo una quota uguale di potere politico, uno dei problemi dell’organizzazione politica di una comunità democratica consiste nello stabilire chi deve “detenere il potere”; data la natura individualistica della società democratica è plausibile assumere, secondo Brennan, che esistano opinioni diverse su chi debba detenere il potere, così come è plausibile ipotizzare che esistano opinioni alternative riguardo alla scelta dei criteri in base ai quali decidere a chi assegnare il potere politico. La soluzione del problema non puà quindi essere determinata in modo univoco.
Con lo strumentalismo, sostiene Brennan, l’indeterminazione sarebbe rimossa, perché la distribuzione del potere politico sarebbe determinata in funzione della possibilità di ottenere “risultati di governo giusti, indipendentemente dalle procedure e quali che siano tali risultati”. Secondo lo strumentalismo – afferma Brennan –“esiste un modo (o dei modi) intrinsecamente buono, giusto o legittimo di distribuire il potere” e, nella sua versione più radicale, “non esistono standard morali indipendenti con cui valutare i risultati delle istituzioni decisionali”. In altre parole, per lo strumentalismo non esiste un metodo di distribuzione del potere politico intrinsecamente giusto o sbagliato attraverso il quale si possa “stabilire con certezza quali siano i giusti scopi di un governo, quali le forme di policy che dovrebbe implementare o quali i risultati che dovrebbe conseguire”; sarebbe questa, secondo Brennan, la ragione per cui una comunità che scegliesse di vivere all’interno di un regime democratico, nel risolvere la questione della distribuzione del poter politico, dovrebbe optare per qualsiasi forma di governo “risulti più affidabile” nel perseguire i risultati decisi in modo indipendente dal regime politico adottato.
Se la democrazia non è un valore in sé, o se essa non può essere giustificata su basi procedurali, ma solo strumentali, allora per una comunità democratica diventa ragionevole – afferma Brennan – dotarsi di un governo “epistocratico” (esercitato da chi è dotato di maggiore conoscenza e capacità incontrovertibili); cioè di un governo che sia espressione di un regime nel quale il potere politico è distribuito secondo le competenze e le capacità degli individui che compongono la comunità. In questo modo, conclude Brennan, diverrebbe possibile, innanzitutto, evitare che una partecipazione politica universale, senza alcuna selezione, tenda a “corrompere” le relazioni tra i componenti la comunità; in secondo luogo, sarebbero evitate le inutili attese degli effetti positivi connessi al presunto valore intrinseco attribuito alle libertà politiche; infine, diverrebbe possibile, attraverso l’attività svolta dai soggetti più competenti e capaci che compongono la comunità, perseguire risultati efficienti e socialmente giusti, sostituendo la democrazia comunemente intesa con qualche forma di epistocrazia.
Ha ragione Brennan? Non proprio; meglio, avrebbe ragione se la democrazia fosse priva, come egli suppone, di elementi intrinseci idonei a garantire che le decisioni siano assunte con competenza e capacità. Le critiche di Brennan alla democrazia rappresentativa non sono che una variante dei numerosi tentativi da sempre portati avanti dall’ideologia neoliberista di rimuovere i “lacci e laccioli” che, a dire dei suoi sostenitori, inceppano il libero funzionamento del marcato, a causa di una distribuzione inappropriata del potere politico, resa possibile dall’organizzazione democratica dello Stato sociale di diritto. La forma di democrazia realizzabile all’interno di tale tipo di Stato è però sufficientemente dotata di “anticorpi” contro i pericoli di una deriva del processo decisionale, che Brennan paventa; se gli “anticorpi” non funzionano, non dipende tanto dalla democrazia in sé, quanto dal fatto che essa è rimasta ancora incompiuta, oppure perché alcuni suoi capisaldi, come i partiti, hanno smarrito il ruolo e la funzione che avevano all’origine, rendendo plausibile, per i critici della democrazia, la presunzione di poter sostituire, nell’interesse di tutti, un governo democraticamente espresso, con il governo di una ristretta “élite di professionals”.
Già Cassese nella Prefazione al libro di Brennan traccia i motivi per cui le proposte sul tipo di quella avanzata da questo autore non sono accettabili. La democrazia rappresentativa – afferma Cassese – “è nata come forma epistocratica e tale è rimasta per lungo tempo, nell’antichità prima e poi per tutto il periodo del suffragio limitato”. Successivamente, con la progressiva costruzione dello Stato sociale di diritto, il suffragio è stato allargato a tutti indistintamente e indipendentemente da ogni considerazione riguardante il genere, il censo e il colare della pelle degli individui, sulla base dell’assunto che l’eguaglianza formale e quella sostanziale in materia politica procedessero congiuntamente. Non casualmente, infatti, le Costituzioni moderne stabiliscono che è compito dello Stato “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono l’effettiva partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Quindi, le Costituzioni moderne, assumendo che possano esistere delle originarie disuguaglianze di diverso ordine e tali da ostacolare la partecipazione politica al funzionamento dello Stato, stabiliscono che il problema dei cittadini “non educati” e quello dei rappresentanti politici “non competenti” siano progressivamente risolti, pena il “cattivo” funzionamento della democrazia. Sin tanto, però, che tale problema resterà irrisolto, o solo parzialmente risolto, la democrazia compatibile con lo Stato sociale di diritto è destinata a rimanere incompiuta e a manifestare forme evidenti di “zoppia”, destinate ad alimentare le ragioni, non disinteressate, dei neoliberisti nel sostenere la convenienza che al governo della comunità accedano i “professionals”.
Nel tentativo di rimuovere i problemi dell’”incompetenza politica dei cittadini e dei loro rappresentanti”, un ruolo basilare è stato svolto dai partiti, i quali – afferma Cassese – “hanno supplito gli Stati in un compito essenziale, quello di portare persone capaci e con esperienza alla guida di quella macchina complessa che sono oggi i poteri pubblici”. Sennonché, a un certo punto, anche i partiti sono venuti meno al loro ruolo, come dimostra il loro modo d’essere attuale, per cui buona parte dei rappresentanti del popolo presenta un grado di mediocrità tale da suscitare reazioni antidemocratiche, rafforzando le tesi delle quali è portatrice l’ideologia neoliberista.
Di conseguenza, oggi, la persistenza dell’incompletezza dei presupposti della democrazia non fa dell’epistocrazia una valida alternativa alla democrazia rappresentativa; se ciò accadesse – afferma Raffaele Di Mucci nell’Introduzione al libro di Brennan – si finirebbe “per privilegiare ancora di più i già privilegiati”, ovvero coloro che hanno avuto, e continuano ad avere, le maggiori opportunità per acquisire capacità e competenze. Per sventare il pericolo che la critica dell’ideologia neoliberista alla democrazia rappresentativa possa ulteriormente diffondersi tra i cittadini, occorre aumentare l’impegno dello Stato ad eliminare le differenze che ancora permangono tra uguaglianza formale e uguaglianza sostanziale in materia politica e ricuperare l’antico ruolo dei partiti politici; da un altro lato, occorre incrementare l’informazione tra i cittadini, soprattutto quella che origina dal dibattito attraverso un loro maggiore accesso ai mezzi d’informazione.
In questo modo sarebbe garantita la diffusione della cultura del discorso critico, la quale diverrebbe patrimonio di tutti, anziché essere appannaggio, come alcuni vorrebbero, di una ristretta “élite di professionals”, secondo l’affermazione di Karl Raimund Popper, in “La lezione di questo secolo”. Ciò avrebbe importanti conseguenze a livello politico, quali, esempio, quella di rifiutare qualsiasi decisione collettiva senza pubblico confronto, quella di mettere in discussione l’autorità costituita quando la sua azione mancasse di rispondere alle aspettative dei cittadini e quella del radicamento nel popolo delle fede nella necessità che sia sempre rispettato il diritto a partecipare ai processi decisionali politici.
Nel loro insieme queste conseguenze avrebbero l’effetto di rendere politicamente inappropriata, perché conservativa, per non dire reazionaria, qualsiasi proposta di natura epistocratica, in quanto la democrazia, già di per sé, è autosufficiente; basta realizzarla compiutamente, o impedire che alcune sue parti già portate a compimento siano ingiustificatamente soppresse.

Italicum, ancora fumata nera dalla Consulta

Legge elettrale_consultaLa decisione della Corte costituzionale sull’Italicum arriverà mercoledì in tarda mattinata intorno. Lo ha comunicato il segretario generale della Corte Carlo Visconti al termine dell’udienza pubblica e poco dopo l’inizio della Camera di Consiglio che si aggiornerà a domani. Si chiude così la possibilità di avere una decisione già al primo giorno di lavoro della Consulta.

I ricorsi presentati e sui la Corte dovrà decidere, riguardano vari punti della legge e, in particolare il premio di maggioranza, il ballottaggio, i capilista bloccati, le multicandidature e il divieto di apparentamento tra il primo e il secondo turno. In mattinata hanno esposto le loro tesi gli avvocati ‘anti Italicum’. Poi l’arringa dell’Avvocatura dello Stato a difesa della legge elettorale. Le pareti si sono dilungate nella spiegazione delle loro ragioni tanto che il presidente della Corte  Paolo Grossi li ha esortati  a non abusare della “pazienza della Corte”.

Un commento è arrivato dal Giudice emerito della Corte Costituzionale, intervistato a Mix24 di Giovanni Minoli su Radio 24 Sabino Cassese per il quale l’errore che la Corte Costituzionale potrebbe commettere è quello di “non fare una sentenza auto applicativa, cioè quello di fare una sentenza che lascia dei vuoti e quindi distruggere una parete dell’edificio costringendo il parlamento a dovere intervenire”. Invece per il costituzionalista De Siervo siamo al “secondo tempo di un film iniziato con il Porcellum quando la Corte fu costretta a intervenire per l’incapacità della politica di correggere se stessa”. La questione di costituzionalità su una legge mai applicata, aggiunge, potrebbe essere un “precedente”. “Il problema ora è serissimo. Aggirando questo paletto, inserendo cioè il giudizio preventivo, si creerebbe un enorme precedente destinato ad ampliare le competenze della Corte”.

Per il padre del porcellum, il leghista Calderoli “una legge prevista per un sistema sostanzialmente monocamerale  appare irragionevole, irrazionale e incostituzionale in un sistema di bicameralismo paritario quale quello vigente. Una bocciatura in toto della legge elettorale darebbe risposte anche sulla auto applicabilità di una legge elettorale alla Camera, e sulla coerenza con il sistema del voto del Senato, dato che tornerebbe a vivere sia per la Camera che per il Senato il cosiddetto consultellum”.

La democrazia globale esiste,
ma non ha regole

“Chi governa il mondo?”, è la domanda con cui Sabino Cassese titola la traduzione italiana del volume “The Global Polity. Global Dimensions of Democracy and the Rule of Law”. Il volume, viene detto nella Prefazione curata da Lorenzo Casini, è stato scritto per “soddisfare un’esigenza divenuta via via più forte con la nascita della globalizzazione”; esigenza che è stata sempre più avvertita, al punto che, a partire dalla fine della guerra fredda, al tema sono stati dedicati numerosi studi, “il cui punto di svolta è stato, tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta del XX secolo, la presa d’atto che il mondo non è retto da un ‘governo’ propriamente inteso […], bensì da qualcos’altro, una governance, definibile come una combinazione di istituzioni, politiche e iniziative congiunte”.

Nel libro, Cassese esplora una situazione giuridica complessa, cercando di ricostruire i meccanismi attraverso i quali la governance del mondo viene esercitata, sia pure in modo non unitario, né uniforme, né organico, né strutturato. Il libro si distingue, secondo il prefatore, per due ragioni fondamentali: la prima è espressa dal fatto che il problema è trattato nella sua interezza, mentre la seconda è che il problema è trattato dal punto di vista delle diverse discipline sociali (diritto, sociologia, economia).

Nel tracciare i lineamenti del regime politico globale, Cassese non manca di evidenziare il fatto che nel tempo gli Stati hanno vissuto un complesso processo, contemporaneamente di aggregazione e di disaggregazione, fino ad essere affiancati negli ultimi decenni da un crescente numero di organismi non statali. La disaggregazione, in particolare, si è verificata tra la fine del secondo conflitto mondiale e la fine del primo decennio del secolo in corso: gli Stati, che nel 1945 erano circa 50, nel 2010 erano quasi 200. Al loro fianco sono comparsi nuovi soggetti (imprese multinazionali, organizzazioni internazionali, governative o non, altre soggetti ancora), che hanno ridimensionato la posizione preminente degli Stati. In questo sistema “neo-medievale”, afferma Cassese, il ruolo determinante è stato assunto dai circa 2000 “regimi” (insieme di principi, norme, regole e processi decisionali, stabiliti sulla base di accordi volontari tra gli Stati per il governo delle relazioni internazionali connesse alla cura di una o più materie d’interesse comune: sviluppo economico, difesa, tutela dell’ambiente, ecc.); i regimi, nel loro insieme, hanno concorso alla formazione di una global polity (sistema politico globale, ndr).

Quest’ultima, non esprimendo un ordine giuridico unico, si è connotata come una sorta di “ad-hoc-crazia”, in quanto i numerosi regimi che hanno concorso ad esprimerla non hanno avuto un modello organizzativo comune ed uniforme, dovendo bilanciare, per ogni materia regolamentata, la diversità delle regole adottate dai singoli Stati con quelle poste a fondamento della global polity della governance mondiale. In “verticale”, non è stata prevista alcuna soluzione di continuità, nel senso che non è stata fatta alcuna distinzione tra il piano globale e quello locale; mentre, in “orizzontale”, i diversi regimi, anche se interconnessi, sono risultati sempre autonomi gli uni dagli altri, con conseguente frammentazione delle norme assunte come diritto internazionale. Inoltre, nella global polity, la distinzione tra pubblico e privato è stata formulata in modo molto labile, mentre il rispetto a livello globale delle regole assunte è stato assicurato “tramite meccanismi di ‘induzione’ o altri ‘surrogati’”, a differenza di quanto avveniva all’interno degli ordinamenti nazionali, dove il rispetto era assicurato dal legittimo esercizio del potere.

Ancora, nella global polity, i regimi regolatori hanno di solito imposto il rispetto del diritto e delle regole democratiche; in questo contesto perciò i principi della democrazia politica hanno finito con l’essere stati imposti da istituzioni sopranazionali ai governi nazionali, come è avvenuto ad esempio con la costituzione dell’Unione Europea. Ciò non è stato privo di conseguenze, se si considera che i principi democratici espressi dalla global polity, fondata su istituzioni rappresentative, hanno condotto ad una “democrazia dibattimentale” cosmopolitica, attuata attraverso l’adozione di meccanismi di partecipazione alle decisioni.

Ma quali sono, si chiede Cassese, i caratteri di questo tipo di democrazia? Diversamente dagli Stati democratici moderni, la global polity, non essendo radicata nell’eredità lasciata dall’autoritarismo, ha sinora mancato del tratto caratteristico dello Stato-nazione, cioè di “un esecutivo forte”. Infatti, la global polity è sempre stata priva di un diritto unitario e uniforme e, in sua sostituzione, sono stati adottati “svariati ordini giuridici, frammentati, autonomi, tali da rendere lo spazio giuridico globale un sistema composito”. La democrazia cosmopolitica, perciò, pur essendo riuscita a “tenere a bada”, attraverso la pluralità dei regimi, i “poteri diffusi”, non ha però potuto essere identica alla democrazia edificata attraverso l’avvento dello Stato-nazione. La conseguenza di questo stato di cose è stata che la global polity, pur dotata di un’organizzazione amministrativa sviluppata ed articolata, è risultata priva di un diritto costituzionale; per cui, la domanda che pone Cassese è: è possibile promuovere un costituzionalismo non statale e globale?.

Sebbene, secondo Cassese, un processo di costituzionalizzazione globale sia stato avviato con la creazione delle pre-condizioni necessarie, quali il rafforzamento della società civile internazionale, la creazione di un’opinione pubblica e la proliferazioni di corti giuridiche sovranazionali, è mancata la parallela formazione di un esecutivo centrale; il diritto è stato conseguentemente ridotto a diritto procedurale non costituzionale, per cui è divenuto lecito chiedersi se la global polity “minaccia o rafforza la democrazia”.

La risposta al questa domanda non può prescindere dalla necessità che si tenga conto che il processo di democratizzazione della global polity non è stato in grado di autogenerarsi e di autoalimentarsi; per cui, quando sono insorti dei conflitti, la loro composizione ha portato al dilemma di stabilire quale tra le soluzioni alternative potesse essere la migliore. La soluzione di questo dilemma ha presentato delle difficoltà di scelta estreme: quale che fosse stata la soluzione prescelta, essa era priva di legittimazione, per la scarsa democraticità della global polity, che non poggiava, né su un demos cosmopolitico, né su un Parlamento mondiale espresso attraverso processi elettorali.

Sul punto Cassese è ottimista, in quanto è del parere che la contrapposizione tra la legittimazione della legislazione globale e quella delle autorità nazionali si verifichi solo in casi estremi; ciò perché, fatte salve poche eccezioni, le istituzioni soprannazionali hanno sempre stabilito standard procedurali, non tanto per imporre, quanto per promuovere lo sviluppo della democrazia negli Stati, correlata al diritto ed allo sviluppo economico. Il rispetto della tutela dei diritti individuali ha dato luogo alla natura tendenzialmente democratica della global polity, mentre il sostegno dello sviluppo ha assicurato la conservazione nel tempo dei principi democratici, quando lo sviluppo economico è stato correlato strettamente a regole distributive socialmente condivise.

La continuazione del processo di costituzionalizzazione della democrazia globale, al di là della formazione di un demos cosmopolitico e della formazione di istituzioni rappresentative, dovrà però essere basata sull’accoglimento di un insieme di caratteri propri dello Stato di diritto, quali il pluralismo, l’autogoverno e la separazione dei poteri. Non è possibile stabilire in astratto come l’accoglimento di tali caratteri possa essere realizzato, conclude Cassese, non è possibile stabilirlo in astratto, ma esso dovrà essere deciso sulla base di valutazioni proprie di ogni singolo caso, in considerazione del fatto che la global polity è a tutt’oggi ancora imperfetta e incompleta; essa, tuttavia, pur mancando di organicità, sta “avanzando, incessantemente, con estrema rapidità”.

Tutti vorremmo che le previsioni ottimistiche di Cassese si avverassero; si ha però motivo di dubitare che la democrazia cosmopolitica possa rapidamente fare passi in avanti; ciò per diversi motivi, i principali dei quali sono da rinvenirsi nella natura dell’uomo e nel paradigma della concorrenza e della competitività adottato come “sale” dello sviluppo dell’umanità. Gli uomini continueranno a conservare la loro natura di “legno storto” di kantiana memoria e, per quanto possano concordare regole comuni, conserveranno sempre qualche “residuo” della loro malformazione originaria, che varrà a non farne degli “angeli”. Gli effetti della malformazione, seppure contenuta e plasmata da regole comuni, si riproporranno attraverso lo scontro che, pur sublimato dall’idea di concorrenza, continuerà a manifestarsi tra gli uomini e tra gli Stati, per la supremazia dei più forti nei confronti dei più deboli. Pertanto, l’obiettivo di una democrazia cosmopolitica informata ai principi dello Stato di diritto potrà essere assunto come ideale, il cui raggiungimento, però, dovrà essere collocato fuori dall’orizzonte delle possibilità che si offrono agli uomini attuali. Per questo motivo, la global polity, migliorata e resa sempre più perfetta, sarà chiamata ancora per molto tempo, del quale non è possibile prevedere la durata, a contenere solo le pulsioni di dominio.

Gianfranco Sabattini

Consulta, niente quorum
per i due giudici mancanti

Consulta-BesostriIl Parlamento verrà chiamato nuovamente il 10 luglio a eleggere due nuovi giudici della Corte Costituzionale, in sostituzione del presidente Gaetano Silvestri e del vicepresidente Giuseppe Mazzella, entrambi in scadenza di mandato, dopo la votazione andata a vuoto oggi perché in mancanza di un accordo tra le forze politiche e nuovamente mancato il quorum. Continua a leggere

Consulta, una campagna a sostegno di Besostri

Corte-Costituzionale-BesostriIl Parlamento è chiamato a eleggere domani, giovedì 3 luglio, due nuovi giudici della Corte Costituzionale, in sostituzione del presidente Gaetano Silvestri e del vicepresidente Giuseppe Mazzella, entrambi in scadenza di mandato. Continua a leggere