Le vicende poco note
della storia del Pci

botteghe oscureÈ da poche settimane in libreria il nuovo libro di Salvatore Sechi, L’apparato para-militare del PCI e lo spionaggio del Kgb sulle nostre imprese, edito da Goware, e che porta a compimento delle lunghe ricerche che l’autore, a lungo professore ordinario di storia contemporanea in università italiane e estere, oltre che consulente della Commissione Mitrokhin e della Commissione Antimafia, ha effettuato in archivi nazionali e internazionali. L’importanza del lavoro, che analizza aspetti poco conosciuti della storia del più grande partito comunista dell’Europa occidentale, è rilevante, e Sechi è stato lieto di rilasciarsi un’intervista sui nodi cruciali del suo volume.

Professore, negli ultimi mesi la pubblicazione del suo volume e di quello di Giuseppe Pardini ha portato a una chiarezza di fondo sull’esistenza di un apparato para-militare del Pci. Chi si occupava di questa struttura?
Direi che gli elementi probatori raccolti da Giuseppe Pardini sono impressionanti e confermano quanto nei miei precedenti lavori (ad esempio Compagno cittadino. Il Pci tra via parlamentare e lotta amata, Rubbettino 2006, ndr) avevo intuito e in parte documentato. Mi riferisco alla ricchezza di fonti come quella dello Stato maggiore della Difesa e del nostro controspionaggio, di cui Pardini ha potuto fruire e che ha saputo utilizzare con molta maestria. L’apparato paramilitare non era una sezione di lavoro con un responsabile. Il comandante delle formazioni militari comuniste è stato, pare, il generale Alfredo Azzi. Come ricorda Pardini, è lui che il 13 luglio presenta alla sezione Italia del Cominform il documento Piani di difesa e di offesa.

Il 13 luglio vuol dire il giorno prima che Pallante sparasse a Togliatti. E il destinatario fu Gheorgiu Dimitrov, cioè il dirigente bulgaro insediato da Stalin alla testa del Cominform?
Sì, proprio il segretario del Cominfirm che, sulla base di una denuncia presentata dalla famiglia Gramsci, segnò l’uscita di Togliatti dalla segreteria del Comintern e il suo “esilio” nella Repubblica sovietica della Baschiria, a ridosso degli Urali. Dimitrov è un esecutore fedele delle preoccupazioni di Mosca. Ordina “alla Direzione del Pci di evitare azioni di forza, pur lasciando ampia libertà di azione in materia di scioperi”. In altre parole Mosca non vuole che nel Mediterraneo si ripeta una seconda Grecia. Come disse a Secchia nell’incontro del dicembre 1947, punta ad arginare l’area del contenzioso con gli Stati Uniti e i principali paesi europei.

Per il braccio armato del Pci si è sempre fatto il nome di Luigi Longo e soprattutto di Pietro Secchia.
Durante la Resistenza erano stati comandanti partigiani ed ebbero un’attenzione e un interesse per l’organizzazione militare del partito che invece Togliatti non aveva.

Tra gli storici è stato Paolo Spriano a valorizzare l’importanza del bracco armato del Pci.
E’ vero, ma non ha dedicato neanche un articolo all’argomento. Gli altri storici comunisti hanno glissato o sono stati generici (come Silvio Pons). Eppure una delle prerogative richieste fin dal 1917 per essere accolti come membri del Comintern e poi del Cominform fu proprio la struttura dotata di capacità di offesa e di autodifesa.

Può ricordare qualche episodio relativo a Secchia?
Fu proprio lui, che era vicesegretario del partito (nel periodo della degenza in ospedale di Togliatti lo sostituì alla testa del partito) su l’Unità ad esaminare città per città quali erano state le reazioni all’attentato. Si tratta di una vera e propria rassegna sull’efficienza e i limiti dell’esercito rosso.

Qual era la consistenza di questo apparato?
Dipartimento di Stato e Cia parlano di circa 200-300mila uomini, con un armamento non uniforme e non sempre aggiornato. Ma il corpo attivo era di circa 25-30mila unità distribuito soprattutto nel Modenese, in Romagna e nei grandi centri industriali del Nord dove maggiore era la concentrazione del proletariato di fabbrica. La preoccupazione del Dipartimento di Stato e della Cia era grande, come ho segnalato nei miei lavoro precedenti. La struttura militare del Pci era in grado di spaccare l’Italia, tenerla divisa per qualche mese, tenere in scacco il governo. E se jugoslavi e sovietici fossero intervenuti il rischio era di una terza guerra mondiale. Dunque, un’apocalisse.

Quante province furono investite da azioni insurrezionali o para-insurrezionali comuniste nei giorni, se non nelle ore, successivi all’attentato?
Secondo i dati desumibili da fonti militari (alle quali di recente Pardini ha potuto accedere) le reazioni aggressive nei confronti della polizia e delle autorità militare dopo l’attentato del 14 luglio si ebbero in 12 province. Al Nord Genova, Milano, Torino, Piacenza, Varese e Venezia. Al centro Forlì, Rovigo e Siena. Nel Sud Napoli e Taranto.

Quante furono le vittime degli scontri?
Riprendo le cifre dal bilancio ufficiale presentato dal ministro Scelba (ma le versioni furono diverse) al termine dello sciopero generale: 9 morti e 120 feriti tra le forze di polizia; 7 morti e 86 feriti tra i cittadini. Gli arrestati furono migliaia. L’apparato militare comunista in diverse città non solo fronteggiò le unità di polizia e dell’esercito, ma le disarmò e le tenne in ostaggio. Furono attaccate e devastate molte sedi della Dc e dei partiti di governo. L’elenco è ampio: Roma, Viterbo, Udine, Forlì, Reggio Emilia, Ferrara, La Spezia, Pistoia, Savona, Cesena, Venezia, Varese, Civitavecchia, Padova e Perugia. Si verificarono blocchi del traffico e scioperi diffusi. Nelle manifestazioni avutesi nel Sud siamo sul piano prevalentemente della protesta. Non si ebbero attacchi ai poteri istituzionali. Ma nei grandi centri industriali la musica fu un’altra.

Quale?
Scontri diretti e assalti alle caserme dei carabinieri e della guardia di finanza (come a Busto Arsizio e a Piombino), assalti alle carceri (per liberare i partigiani detenuti), blocchi stradali, interruzione dei binari ferroviari (a Foligno, Fidenza, Massarosa), presidi del territorio e posti di blocco nelle principali vie d’accesso, e altro ancora.

Lei intende dire che quanto accadde a Torino, Milano, Venezia, Genova ecc. rivelò una cura e una programmazione specifiche, di lunga durata? Aveva dunque ragione Pietro Ingrao a intitolare la prima pagina de l’Unità, di cui era direttore, “Via il governo della guerra civile”?
Dissento completamente. Quello di Ingrao, di Secchia e di Longo fu un plateale tentativo di attribuire a De Gasperi e a Scelba una responsabilità nell’attentato a Togliatti. Era semplicemente una forzatura, una invenzione pericolosa. Molto più cauto fu l’atteggiamento di Di Vittorio, Ruggero Grieco e di altri dirigenti di limitarsi allo sciopero generale e porre un argine alla linea di radicalizzazione dello scontro in atto.

Che cosa leggere per capire i termini del dibattito interno al Pci?
Secondo me risultano puntuali le analisi che vengono fatte dagli alti comandi della polizia, dei carabinieri e dell’esercito come del controspionaggio. Da Mitifrisco a funzionari come Vincenzo Ciotola, Giuseppe Massaioli, Arnaldo Valentini, Luigi Efisio Marras ecc. La ricostruzione che si può leggere nel saggio Prove tecniche di rivoluzione è da questo punto di vista minuziosa e fondata su fonti diverse, cioè è un lavoro storiograficamente incontrovertibile.

L’apparato militare sceso in capo nei giorni del 14-16 luglio puntò solo a difendersi da un eventuale “colpo di stato della borghesia”?
Questo fu il pretesto inscenato. In realtà si volle costruire un’alternativa ad essa, cioè dare vita allo schema di un vero e proprio potere operaio. Furono prove di una rivoluzione possibile. Ci fu l’occupazione delle fabbriche. Clamorosa quella della Fiat a Torino dove Vittorio Valletta fu tenuto per diversi giorni ristretto nel suo ufficio. Fu trattato con ogni possibile riguardo anche per il contributo che durante la guerra di liberazione e successivamente aveva dato ai dirigenti comunisti. Ma comunque fu fatto prigioniero dai suoi operai. La testimonianza migliore è quella fornita al Dipartimento di Stato dal console degli Stati Uniti a Torino.

Rispetto alla sconfitta elettorale del 18 aprile che cosa rappresentò l’attentato a Togliatti?
La classe operaia più avanzata, ma anche le masse popolari, fecero valere alcuni principi che elenco. In primo luogo che per sconfiggere il fascismo andavano recise le basi economiche dello sfruttamento e del lavoro salariato. In secondo luogo che i voti si contano, ma anche si pesano. In terzo luogo che l’odio e gli strumenti della violenza non sono rubricabili come nel vecchio Stato di diritto prefascista, cioè come una prerogativa dello Stato. L’esistenza dell'”esercito rosso” poneva, dunque, un’ipoteca sul monopolio statale della violenza legittima.

Come fece il Pci a superare queste ambasce e contraddizioni?
Nei decenni successivi, si lasciò trascinare in una politica di parlamentarizzazione infinita. Sia del partito, sia della lotta di classe sia dei conflitti sociali. Di comunista non sarebbe sopravvissuto molto, se non una retorica e una leggenda che stendeva elegia e poesia su una prosa che incorporava una vera e propria débacle.

Ma la Dc e i partiti suoi alleati disponevano anch’essi di strutture para-militari?
In una certa misura. Lo ha documentato il giudice di Venezia Carlo Mastelloni. Ma di fronte alle manifestazioni violente inscenate dai comunisti, i corpi militari dei partiti di governo finirono per rivolgersi alla polizia e all’esercito. Di qui la valutazione negativa che essi trassero di questi organi. Capirono che non potevano fare alcun affidamento. D’Altro canto non si poteva cavalcare l’alternativa di mettere fuori legge il Pci. In un regime di democrazia liberale l’opposizione è un valore, non si può farne strame con misure legislative di contenimento forzoso.

sechiSi può dire che il Pci sia stato l’iniziatore della spartizione delle risorse pubbliche?Sì. Basta pensare al grande affaire dell’Ingic (l’Istituto nazionale per la gestione delle imposte comunali) nel 1954. Fu un grande scandalo di peculato e corruzione che coinvolse amministratori di tutti partiti, parlamentari, funzionari ecc. per un reato che anticipava quello del finanziamento pubblico ai partiti. Un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio approfitta della propria posizione per un fine o una utilità propria (come la “sovvenzione” ai partiti che, mettendosi preventivamente d’accordo, dovevano decidere a quale società affidare la riscossione delle imposte locali). Ebbe 1183 imputati, ma alla fine si risolse in un nulla di fatto, una sorta di amnistia generalizzata. Il Pci fu in prima linea nel difendere l’amnistia e la non colpevolezza di chi attraverso pressioni e scambi aveva introdotto la corruzione nella scelta delle imprese abilitate alla riscossione dei proventi fiscali nelle amministrazioni comunali. La partitocrazia è nata con la guerra di liberazione, quando Pci, Dc, Psi ecc. si assegnavano, in base a calcoli di proporzionalità politiche e successivamente elettorali, le presidenze degli enti comunali (per l’energia elettrica, per l’acqua, le centrali del latte, i mattatoi, le fiere, il controllo dei consumi). Dall’emergenza si è passati a farne una regola, un principio politico. Tutto questo in nome della retorica dell’antifascismo non lo si dice. Sull’Ingic ad alzare la voce fu l’ex comandante delle prime formazioni partigiane in Piemonte e inviato speciale de l’Unità, Luigi Cavallo, un diventato un irriducibile anti-comunista.

Sono valutazioni le sue, professore, alle quali la storiografia comunista e in generale di sinistra non mi pare si sia spinta.
Guardi, non creda a chi dice che nel paese esistono zone non infettate. Anche nell’università, nella nomina dei docenti, ha prevalso un dovere di solidarietà politica, e non di ricerca della competenza, del merito o verità storica.

Leonardo Raito

Perché lo stato trattò con la mafia, il doc inabissato

Intervista al Prof. Salvatore Sechi, storico e accademico italiano.
TRATTATIVA_MAFIA_CIAMPI_SCALFARO_NAPOLITANODopo Falcone e Borsellino, perché lo Stato trattò con la mafia? Sul documento inabissato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle mafie è il titolo del nuovo libro del professor Salvatore Sechi. A pubblicarlo è l’editore fiorentino Goware. C’è un mistero che non si riesce a penetrare, ed è la decisione del ministro della Giustizia, nel governo presieduto da Carlo Azeglio Ciampi, Giovanni Conso, all’inizio di novembre 2003, di non applicare il regime del carcere duro ai boss mafiosi.

Ma chi era questo Conso?
Guardi che non si tratta per nulla di uno sprovveduto. E’ stato uno maggiori giuspenalisti italiani, docente universitario, ex presidente della Corte costituzionale e del Consiglio Superiore della magistratura.

Era un cattolico fervente?

Certamente come lo stesso capo dello Stato Scalfaro e l’ex premier Aldo Moro, ma per nulla bigotto. La sua attenzione ai problemi di libertà e di dignità delle persone era straordinaria e rivolta a tutti. Conso era stato ministro, sempre della Giustizia, nel ministero guidato da Giuliano Amato. Ciampi lo aveva confermato nello stesso incarico. La sua domanda, però, è legittima.

Il provvedimento “buonista” di Conso come venne giudicato da Cosa nostra?

Riina ne fu entusiasta e spiegò ai suoi sodali che invece di scendere a trattative con lo Stato occorreva dargli un altro “colpettino”, cioè fare altre stragi. Venne, infatti, messa a punto quella che avrebbe dovuto seminare una carneficina di grandi proporzioni tra le forze dell’ordine. Il luogo prescelto era la collina intorno al campo sportivo in cui aveva luogo la partita tra Roma e l’Udinese. Lì si appostarono i fratelli Graviano, che sono tornati all’onore delle cronache in prima pagina per le minacce rivolte a Berlusconi.

Ma l’agguato non ebbe luogo solo per un incidente tecnico?

Poteva essere riparato e la strage di centinaia di carabinieri sparsi intorno al campo sportivo essere eseguita. La verità è che i Graviano ricevettero l’ordine di non insistere sull’ecatombe.

Ma se era in corso una trattativa con lo Stato, come mai Riina e Provenzano si prendono la licenza di farla fallire in maniera così plateale?

La trattativa aveva al primo posto l’eliminazione dell’art. 41 bis. Con esso era stato instaurato un regime al limite della costituzionalità e della stessa umanità nelle carceri in cui erano detenuti i mafiosi più pericolosi.

L’inasprimento delle condizioni carcerarie non fu opera dei ministri del la Giustizia e dell’Interno del governo Andreotti, cioè il socialista Claudio Martelli ed il democristiano Enzo Scotti?

Si, ha ragione. Avevano pensato di infliggere ai detenuti di Cosa Nostra la fine di ogni rapporto con l’esterno. Non potevano più trasmettere ordini alla manovalanza. Dunque, teoricamente i boss non avevano più potere. In realtà, in pratica le cose andarono diversamente. Durante i molti tragitti dalle isole, dalle città, dai piccoli centri ecc. per essere presenti ai loro molti processi stabilirono contatti con altri detenuti, avvocati, parenti ecc. Fu ricostituita e ravvivata la catena gerarchica.

Cosa nostra sopravvisse al sistema di vincoli creato da Martelli e Scotti. A suo avviso si trattò dunque di una sconfitta?

La mafia, pur essendo stata colpita duramente, si trovò a fronteggiare uno Stato in disfacimento, senza autorità, minato dal conflitto tra amministrazione, potere politico e magistratura.

Sono gli anni in cui venne applicata senza limite la custodia cautelare?

I magistrati di Milano, cioè Mani pulite, usarono l’arma della carcerazione preventiva per indurre persone non ancora formalmente imputate a confessare o accusare altri. È probabile che Conso abbia pensato che mitigando le condizioni detentive (cioè non applicando il 41 bis) i boss avrebbero posto termine alla campagna stragista scatenata non più in Sicilia, ma sul territorio nazionale.

Si trattò, mi pare di capire, di uno scambio ineguale. Ma chi nel governo Ciampi sostenne questa linea di Conso?

I provvedimenti di Conso non furono mai discussi in seno al governo. Era un suo potere prorogare o far cessare l’applicazione del carcere duro.cover_sechi_falcone-borsellino_mod

Prof. Sechi, in questo suo nuovo volume, lei pubblica per la prima volta un documento inedito. Fu proposto dal gip di Palermo Antonio Tricoli (oggi giudice a Sciacca) ed esaminato, e anche integrato, da magistrati come Salvatore Scaduti, Marco Alma e da lei, che è uno storico. Ebbene, questo testo non è facilmente accessibile a chi voglia consultarlo. Ma neanche è stato secretato. Quale interpretazione della vicenda sostenete?

Avanziamo l’ipotesi che la regia della forma di negoziato intavolatasi tra Stato e Cosa nostra abbia avuto come protagonisti, insieme a Conso, il capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, il capo della polizia Vincenzo Parisi, il consenso (più passivo che entusiasta) del ministro dell’Interno Nicola Mancino, del Capo del Dipartimento Affari Penitenziari Nicolò Amato, degli ispettori religiosi delle carceri, di una parte del mondo cattolico.

Ma è il caso di ricordare che sia Mancino sia Amato sono stati sempre ostili ad ogni forma di trattativa con Cosa nostra. Anche in seno al PCI la politica carceraria di Martelli e Scotti non aveva molti sostenitori.

Il documento non esclude che l’uccisione di Paolo Borsellino e di Giovanni Falcone possa essere stata un’operazione che la mafia potrebbe avere concordato con poteri criminali esterni, anche internazionali. Ma questa è un’ipotesi sostenuta dall’allora presidente del Consiglio Giuliano Amato.

Sia Amato sia i capo della polizia Parisi, come la Dia, hanno puntualizzato degli aspetti reali?
Certamente.

Ce li può riassumere, prof. Sechi?
In primo luogo la mafia non uccide come il terrorismo arabo-palestinese e quello colombiano, facendo saltare col tritolo mezzo chilometro di autostrada. In secondo luogo, in seno al gruppo dirigente dei Cosa nostra si era aperta una discussione lacerante.

In che cosa consisteva?

La linea stragista aveva portato all’uccisione di Lima, Falcone e Borsellino, come agli attentati alle chiese e alle città d’arte come Roma, Firenze e Milano. Il dubbio che assale boss è che fosse stata poco redditizia, cioè avesse avuto un dividendo negativo rispetto al rezzo pagato (il 41bis). Effettivamente nelle fila di Riina e sono aumentati i collaboratori di giustizia, i pentiti .La domanda che l’organizzazione criminale fosse entrata in crisi si diffonde. Il risultato è che la linea della delegittimazione del governo e dell’investimento sulla potenza di fuoco di Cosa nostra viene progressivamente abbandonata. Ma non esistono prove che ciò sia avvenuto per un accordo stabilito con Berlusconi.

Leonardo Raito