Il Governo populista inciampa sulla ‘ceppa’

Dopo lo scontro degli ultimi giorni in seno all’Esecutivo, arriva il Piano Rifiuti da Caserta ‘in piena terra dei fuochi’. una sorta di cabina di regia istituita a Palazzo Chigi per coordinare gli interventi delle varie amministrazioni e verranno studiati appositi ‘piani di controllo’ del territorio che potranno essere attuati utilizzando delle task force composte da appartenenti alle forze di polizia, Esercito e polizia locale.


 

governo-lega-m5s-di-maio-salvini-800x450Il “governo del cambiamento” traballa sul caso “ceppa”. Da settimane esplodono a ripetizione i contrasti tra Lega e M5S. Prima sull’Ilva di Taranto e poi sul gasdotto in Puglia (Tap) sono scoppiate le scintille: si tratta di opere, volute dai leghisti e contrastate dai cinquestelle in nome dell’ambiente, ma poi attuate. Poi è stato il turno dell’alta velocità ferroviaria Torino-Lione (Tav) sostenuta dal Carroccio e avversata dai grillini: è passata la linea della sospensione della decisione in attesa dell’analisi costi-benefici (ma a Torino sono scese in piazza 30 mila persone innalzando manifesti “Sì Tav”).
Quindi in Parlamento è divampato un match sul condono immobiliare ad Ischia, voluto dai pentastellati e contrastato dai leghisti, ma passato. Un altro braccio di ferro si è sviluppato sul condono fiscale proposto dal Carroccio e osteggiato dal M5S e quindi svanito dai progetti del governo. Un nuovo scontro è scoppiato sul decreto sicurezza-immigrati, uno dei cavalli di battaglia di Matteo Salvini: al Senato è stato approvato, ma vari senatori cinquestelle hanno rifiutato di votarlo. E ancora: una nuova tassa sulla Coca Cola e sulle bevande zuccherate, proposta dai grillini e osteggiata dai leghisti, è stata bocciata alla Camera.
Quindi è arrivato lo scontro, dai toni molto più ruvidi e volgari, sulla “ceppa”. I protagonisti, questa volta, sono stati direttamente Salvini e Di Maio. Per la prima volta i capi della Lega e del M5S, i due vice presidenti del Consiglio, le due colonne dell’esecutivo presieduto da Giuseppe Conte, sono entrati pubblicamente in rotta di collisione. Salvini ha innescato la miccia. Il 15 novembre dalla prefettura di Napoli, ha detto basta alla politica dei “no” sollecitando una terapia d’urto contro i rifiuti urbani: «Serve un termovalorizzatore per ogni provincia». Il ministro dell’Interno si è domandato «perché in Lombardia ci sono 13 impianti e in Campania 1?».
Luigi Di Maio non ha preso bene l’invasione di campo nella Campania, la sua regione e ha tirato fuori l’arma della “ceppa”. Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico prima ha argomentato: «La terra dei fuochi è un disastro legato ai rifiuti industriali, provenienti da tutta Italia». Subito dopo ha sparato: «Quindi gli inceneritori non c’entrano una beneamata ceppa e tra l’altro non sono nel contratto di governo». Si è detto dispiaciuto con Salvini perché «crea tensioni nel governo».
È esplosa la “guerra della ceppa”. Salvini ha rilanciato determinato: «Gli inceneritori sono fondamentali…Quindi li faremo, e senza ceppa».
La parola “ceppa” non è certo un termine elegante da usare in una polemica, in particolare tra i due più importanti ministri dell’esecutivo. Letteralmente, come ceppo, indica la parte sottoterra di un albero e quel che resta all’esterno del terreno dopo il taglio del tronco. In senso metaforico, però, allude agli organi genitali maschili. Si può usare in modo più garbato anche “mazza” e “piffero” o direttamente “cazzo”. Nella variante al femminile è utilizzata anche “minchia” e “fava”.
Di Maio ha usato la locuzione «beneamata ceppa» (versione meno cruda al femminile) per contestare Salvini sui termovalorizzatori. In questo modo è scoppiata, anche in termini sboccati, la spaccatura nel governo tra Salvini e Di Maio, tra l’impostazione produttivistica della Lega e quella ambientalista del M5S. Soprattutto è emersa la debolezza del governo giallo-verde e, quella, in particolare del capo politico grillino costretto a inseguire il segretario leghista con parole volgari per non perdere la scena.
Il governo è ferito e indebolito: sono lontani i tempi della compattezza populista, quando Salvini e Di Maio agivano all’unisono: così venivano raffigurati su un muro di Roma come due amanti mentre si abbracciavano e si davano un appassionato bacio in bocca.
In fondo questi sono problemi minori rispetto allo spread stabilmente sopra i 300 punti e la Borsa di Milano in continua caduta da mesi. L’esecutivo penta-leghista è alle prese con la manovra economica 2019 pesantemente criticata da Bruxelles: il rischio, senza le modifiche richieste per ridurre il deficit pubblico, è di prendersi dalla commissione europea la procedura d’infrazione (con le relative sanzioni) per la violazione «senza precedenti» delle regole sull’euro.
A quel punto lo spread potrebbe esplodere fino a 400-500 punti con gravissime conseguenze per i conti pubblici, il sistema produttivo, l’occupazione e i risparmi degli italiani. C’è la ricerca spasmodica all’ultimo minuto di una mediazione, sperando che arrivi. Il rischio è di passare dalla “ceppa” al “cippo”, un sostantivo dal significato lugubre.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Pensioni. Boeri, mancano i fondi per la quota 100

Boeri-InpsIl Presidente dell’Inps ancora una volta incalza il Governo su promesse che non potranno essere mantenute. In particolare sulla Manovra, Tito Boeri fa sapere che per quota 100 mancano “risorse aggiuntiva per il 2020 e il 2021 rispetto al primo anno”.
“Secondo tutte le nostre simulazioni -ha spiegato Boeri a margine di un evento organizzato dalla Fondazione Umberto Veronesi all’Università Bocconi di Milano -, costa in alcuni casi un terzo in più e in altri casi addirittura due volte in più rispetto al primo anno”.
“Eppure nella legge di bilancio, è previsto che la dotazione del fondo che paga quelle pensioni è praticamente la stessa e vari di poche centinaia di milioni: 6,7 miliardi nel 2019 e 7 miliardi nel 2020 e 2021”, ha spiegato Boeri. “È doveroso – ha aggiunto – dare le giuste informazioni a tutti gli italiani, se noi permettiamo di andare in pensione prima, come ad esempio un requisito di 38 più 62, e il primo anno prevediamo delle finestre che di fatto ritardano l’uscita verso la pensione, inevitabilmente il secondo anno questa misura costerà di più che nel primo”.

E aggiunge che “il governo si è posto come obiettivo quello di aumentare i pensionati. Quando si chiede perché si vogliono aumentare i pensionati, ci viene detto che serve per incrementare il tasso di occupazione dei giovani, ma se questo è l’obiettivo allora bisogna abbassare le tasse sul lavoro e creare occupazione e non capisco cosa c’entrino le pensioni”.
Affermazioni che non sono piaciute al Vicepremier Matteo Salvini che ha subito replicato al numero uno dell’Inps su Twitter: “È in perenne campagna elettorale: ha stufato. Si dimetta, si candidi col Pd alle Europee e la smetta di diffondere ignoranza e pregiudizio”.

RISCHIO RECESSIONE

fondomonetario

Nuove tirate di orecchie al governo. È il fondo monetario che manifesta le proprie perplessità sugli effetti della quota 100 e sull’impatto sulla crescita dell’Italia che produrrebbero le misure di stimolo previste dal governo. Secondo il FMI infatti l’effetto della manovra “sarebbe incerto nei prossimi due anni e probabilmente negativo nel medio periodo, se gli spread continuassero a restare a livelli elevati”.

Il Fmi spiega che l’atteso impatto di stimolo “rischia di essere controbilanciato dal continuo rialzo degli spread”, con un effetto “ambiguo” nel breve e “probabilmente negativo” nel medio periodo. Insomma gli effetti propagandistici della manovra messa a punto dal governo sarebbero nel breve periodo smascherati dai fatti. I cambiamenti delle pensioni previsti dal governo, ovvero la quota 100, “aumenterebbero ulteriormente la spesa pensionistica, imporrebbero pesi ancora maggiori sulle generazioni più giovani, lascerebbero meno spazio per politiche per la crescita e porterebbero a minori tassi di occupazione tra i lavoratori più anziani”, dice il Fmi. “E’ improbabile che l’ondata di pensionamenti creerebbe altrettanti posti di lavoro per i giovani”. Per il Fmi “è urgente razionalizzare i vari eccessi nel sistema”.

I conteggi sulla quota 100 hanno già dato un risultato allarmante per i futuri pensionati che, in virtù di un accorciamento di pochi anni della loro vita lavorativa, vedrebbero un taglio consistente, fino al 30%, dei loro assegni. Inoltre lo Stato non ne trarrebbe benefici. Anzi. Una operazione così fatta, come ha sottolineato il Fondo, aggraverebbe la stato dei conti pubblici. Un vero capolavoro.

ll Fondo Monetario Internazionale, mette in guardia l’Italia anche dal rischio di recessione che potrebbe derivare da livelli di debito troppo alti. Nel documento, il Fmi stima che il debito pubblico italiano “resterà intorno al 130% nei prossimi 3 anni” e avverte che qualsiasi shock anche modesto “aumenterebbe il debito aumentando il rischio che l’Italia sia costretta ad un consolidamento di bilancio maggiore quando l’economia si indebolisce. Questo potrebbe trasformare un rallentamento in una recessione”.

A criticare, anzi a bocciare i conti del Governo ci pensa il presidente dell’Inps Tito Boeri. “Oggi si parla di uno a uno, anzi qualcuno parla di tre assunti ogni pensionato, mi sembrano delle stime senza alcuna base empirica per quanto noi possiamo vedere dai dati a disposizione”, ha affermato Boeri. Poi cita uno studio di qualche anno fa che smentirebbe le tesi di un ricambio generazionale immediato: “Avevamo fatto degli studi nel 2011 in occasione della riforma di allora, Fornero, e avevamo trovato, nel contesto di allora, che era di recessione, che nelle imprese con lavoratori bloccati c’era stata una diminuzione delle assunzioni di giovani. Nell’impatto iniziale avevamo che per ogni tre persone bloccate c’era un giovane assunto in meno. Erano condizioni del tutto particolari, ora il contesto è diverso visto che l’occupazione è cresciuta negli ultimi anni”.

A questo punto Boeri mette nel mirino anche le stime sulle pensioni del futuro che a suo dire sarebbero state già compromesse con il rialzo dello spread: “I soli annunci hanno già comportato una perdita di reddito per i pensionati. In primo luogo – ha spiegato Boeri – per quello che sta avvenendo alle pensioni integrative abbiamo già visto che ci sono stati dei rendimenti negativi perché molti fondi pensione hanno investito in titoli di Stato che hanno perso in valore il 10% e anche oltre e questo si riflette sulle pensioni integrative che queste persone avranno se dovessero decidere di andare in pensione a 38 anni di contributi e 62 anni, avrebbero questa penalità dovuta al fatto che lo spread ha fatto diminuire il valore dei loro accantonamenti sulla previdenza integrativa”. Poi attacca: “Il conto del Governo sulla spesa per le uscite con 62 anni e 38 anni di contributi che è simile per il 2019 e il 2020 (6,7 miliardi il primo anno e sette il secondo) “non esiste”, aggiunge Boeri spiegando che la spesa del primo anno, considerate anche le finestre che ritardano le uscite, sarà nettamente inferiore a quello dell’anno successivo che deve tenere conto naturalmente delle persone uscite nel 2019 e di quelle che escono nel 2020.

Sul fronte della flat tax, cavallo di battaglia di Salvini, Enico Proietti, Segretario Confederale Uil esprime i forti dubbi del sindacato. “La flat tax, da un lato, fa venir meno il fondamentale principio della progressività, lasciando in pratica l’Irpef come sola imposta progressiva per i redditi da lavoro dipendete e da pensione; dall’altro lato, l’estensione del regime forfettario può determinare un implicito incentivo all’evasione. Essendo enorme il gap tra imposta ordinaria e quella agevolata si potrebbero generare fenomeni di occultamento dei ricavi o di tardiva trasmissione per non incorrere nel rischio di sforare i limiti previsti. Per la UIL – continua Proietti – l’impegno del Governo deve essere quello di perseguire ogni forma di evasione ed al contempo di procedere ad una concreta riduzione della pressione fiscale per lavoratori dipendenti e pensionati, che contribuiscono per oltre il 94% al gettito Irpef e sono i cittadini a più alta fedeltà fiscale, pagando le tasse ancora prima di ricevere lo stipendio e la pensione”.

PENSIONI DA FAME

Pensionati pensioni Inps

La riforma delle pensioni è uno dei punti fondamentali del programma di governo che ha dato vita alla maggioranza giallo-verde. Salvini ha costruito la campagna elettorale sull’abolizione della legge Fornero. Ora dalle chiacchiere bisogna passare ai fatti. E i fatti sono che la quota cento che il governo varerà nel 2019 per permettere di andare in pensione in anticipo rispetto ai requisiti attualmente in vigore, potrebbe portare forti penalizzazione sugli assegni dei futuri pensionati.

Lo dice una simulazione dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio che in audizione sulla Manovra ha provato a capire quali saranno gli effetti dell’entrata in vigore della misura. Secondo le stime dell’Upb, il taglio all’importo sarà variabile: da un minimo del 5,06% in caso di pensionamento con un solo anno di anticipo rispetto alla Legge Fornero, fino a un massimo del 34,17% con anticipo di 6 anni. Mediamente oltre il 30% se l’anticipo è superiore ai 4 anni. Tutto dipende dalla minore quota di contributi versata che concorre alla formazione dell’assegno. Matteo Salvini aveva escluso l’ipotesi. “Non ci sarà nessuna penalizzazione”, aveva detto. “Non ho capito da dove esca” questa simulazione, le sue parole.

Inoltre la riforma produrrebbe un danno non da poco per le casse dello Stato con tredici miliardi di aumento della spesa pensionistica solo per il primo anno. Infatti nella relazione dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio di legge che “qualora l’intera platea utilizzasse il canale di uscita appena soddisfatti i requisiti potrebbe comportare un aumento della spesa pensionistica lorda stimabile in quasi 13 miliardi nel 2019 sostanzialmente stabile negli anni successivi”. Una stima, spiega ancora la relazione, che “non è ovviamente direttamente confrontabile con le risorse stanziate nel Fondo per la revisione del sistema pensionistico per vari fattori: dal tasso di sostituzione dei potenziali pensionati con nuovi lavoratori attivi a valutazioni di carattere soggettivo (condizione di salute o penosità del lavoro) o oggettivo (tasso di sostituzione tra reddito e pensione, divieto di cumulo tra pensione e altri redditi, altre forme di penalizzazione)”. La relazione spiega ancora che la manovra peggiora il disavanzo pubblico, sia rispetto al deficit tendenziale sia, per il biennio 2019-2020, rispetto al risultato atteso per il 2018, che verrebbe nuovamente raggiunto solo nel 2021.

Inoltre ulteriore pessimismo sui numeri arriva dai dati Istat che vedono allontanarsi gli obiettivi di crescita fissati dal governo. Secondo l’istituto di statistica, per conseguire l’obiettivo di crescita del Pil all’1,2% nel 2018 previsto dalla Nota di aggiornamento al Def “in termini meccanici, sarebbe necessaria una variazione congiunturale del Pil pari al +0,4% nel quarto trimestre dell’anno in corso”. Numeri considerevoli se si pensa che nell’ultimo trimestre la crescita è stata nulla e che l’istituto di statistica, come rimarcato nei giorni scorsi nella nota mensile sull’economia, ricorda che l’indicatore anticipatore “registra un’ulteriore flessione” prefigurando una persistente “una fase di debolezza del ciclo economico”.

Anche per questo il presidente Istat Maurizio Franzini ha rimarcato che “un mutato scenario economico potrebbe influire sui saldi di finanza pubblica potrebbe influire sui saldi di finanza pubblica in modo marginale per il 2018 ma in misura più tangibile per gli anni successivi”. Prudenza analoga a quella espressa dalla Corte dei Conti secondo cui dato il rallentamento del Pil, “l’obiettivo della crescita dell’1,5% per il 2019 richiederebbe una ripartenza particolarmente vivace, e una ripresa duratura”.

Imu, tasi e bollo auto. Cresce la voglia di condono

Camera Deputati

Servono soldi. Lo spread sale e i numeri che si prospettano con la manovra in lavorazione appaiono sempre più traballanti. Il governo non ne vuol saperne di cambiare la manovra. Neanche una virgola, ha detto più volte il ministro degli interno Salvini. La faccia non la vogliono perdere, allora servono altri modi per scovare qualche quattrino in più. Ed ecco che cresce la tentazione del condono. Non uno. Tanti. Sono 578 gli emendamenti al decreto legge fiscale collegato alla manovra, presentati in commissione Finanze al Senato. L’esame delle proposte di modifica inizierà la prossima settimana. Molto attiva si è dimostrata la Lega di Matteo Salvini. Estendere il condono fiscale anche alle imposte patrimoniali degli enti territoriali, come Ici, Imu e Tasi, e il bollo auto. La proposta è contenuta in uno degli emendamenti della Lega al decreto legge fiscale collegato alla manovra, presentati in commissione Finanze al Senato.

La proposta di modifica, a prima firma Enrico Montani, introduce un articolo al provvedimento, che definisce le agevolazioni delle entrate degli enti locali. In particolare la sanatoria riguarderebbe ”le entrate, anche tributarie, dei comuni, non riscosse a seguito di provvedimenti di ingiunzione fiscale”, notificati negli anni dal 2000 al 2017, dagli enti stessi e dai concessionari della riscossione. Gli enti locali, si legge nell’emendamento, potranno stabilire, ”entro il termine fissato per la deliberazione del bilancio annuale di previsione, con le forme previste dalla legislazione vigente per l’adozione dei propri atti destinati a disciplinare le entrate stesse, l’esclusione delle sanzioni relative alle predette entrate”.

Non solo. Gli automobilisti che vengono beccati a viaggiare senza la copertura assicurativa per la seconda volta dovranno rinunciare al veicolo per 45 giorni e a guidare per 60 giorni. La sanzioni attuale è fissata da un minimo di 840 euro a un massimo di 3.393 quindi, con l’introduzione della misura, passerebbe da un minimo di 1.680 euro a un massimo di 6.786 euro.

Europee. Nencini: difendere Ue da nazionalismi

Parlamento-Europeo-StrasburgoFermare il blocco sovranista e populista che alle elezioni europee del prossimo maggio potrebbe prendere la maggioranza dei seggi di Bruxelles. Una internazionale nera. Una saldatura tra movimenti e partiti xenofobi che incarnano l’opposto dei principi che hanno guidato e illuminato l’Europa dalla sua fondazione ad oggi. I sondaggi sono preoccupanti. Da Salvini in Italia alla destra estrema della Le Pen in Francia fino ai paesi del gruppo Visegard verso i quali non solo la Lega guarda con simpatia. Sono coloro che puntano sulla chiusura e l’isolazionismo a crescere nelle intenzioni di voto. In Francia il fronte di destra supera nelle intenzioni di voto il partito del presidente Emmanuel Macron. Il dato emerge da un sondaggio Ifop che attribuisce a La Republique en marche, il movimento fondato da Macron, il 19% dei consensi, in calo di un punto percentuale rispetto a fine agosto, mentre il Rassemblement National della Le Pen riscuote il 21%, in crescita di tre punti.

Dati che allarmano e che danno ulteriore linfa alla destra. Le ragioni sono molteplici. A cominciare dalla paura del cambiamento. Paura che i populisti cavalcano e che sfruttano. Non propongono soluzioni. Ma innescano meccanismi pericolosi basati su non-risposte. Questo il quadro che sarà sempre più evidente fino alle elezioni europee. “Tra un mese esatto – ha scritto Riccardo Nencini, segretario del Psi, in una lettera indirizzata a Maurizio Martina – parteciperemo assieme al congresso del PSE a Lisbona. Entrambi sosteniamo la candidatura di Timmermans  alla Presidenza della Commissione  europea, entrambi abbiamo applaudito il messaggio lanciato da Pedro Sànchez a Milano, teso a costruire una larga coalizione che si opponesse all’Internazionale nera e alle tante culture populiste che stanno crescendo in tutta Europa. Singole personalità, a cominciare da Romano Prodi, ci incitano a percorrere la stessa strada”.

Per Nencini, “dovremmo presentarci al congresso del PSE sostenendo la costituzione, in ogni paese dell’Unione, di una concentrazione europeista, ispirata ad un riformismo radicale, che vada da Tsipras a Macron, ai partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti. Non c’è solo la scadenza delle Elezioni Europee del 2019. C’è molto di più. La difesa di un’idea di giustizia e di libertà che rischiano di essere infangate. E c’è il dovere di cambiare l’Unione Europea per poterla meglio difendere dall’assalto del nazionalismo sovrano. Su questa strada,  ne sono certo, troveremmo anche nuove energie.  Dobbiamo semplicemente metterci in cammino”  ha concluso.

Ginevra Matiz

SALVINI AL SICURO

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Il decreto sicurezza supera l’esame del Senato. La legge che (tra le altre cose) prevede una stretta sui richiedenti asilo e l’utilizzo del Taser per i poliziotti, passa ora alla Camera. Con il voto di fiducia Palazzo Madama approva così il provvedimento tanto caro a Salvini. Sono stati 163 i voti a favore, 59 i contrari. L’asse Lega-5 Stelle tiene, quindi. Fatta eccezione per cinque dissidenti grillini che hanno abbandonato l’aula al momento del voto. Hanno votato contro Pd, Liberi e Uguali e Autonomie. Forza Italia, pur apprezzando alcune misure inserite nel testo, è rimasta in aula senza votare. Astensione, invece, per Fratelli D’Italia.

Tensione nel Movimento 5 Stelle al momento delle votazioni, quando i senatori dissidenti Gregorio De Falco, Paola Nugnes, Matteo Mantero, Virginia La Mura ed Elena Fattori hanno abbandonato l’emiciclo. I cinque ribelli, la cui decisione era stata annunciata da tempo, hanno preferito lasciare l’aula pur di evitare un voto contrario che avrebbe definitivamente rotto il rapporto con i vertici grillini. Nonostante questo il capogruppo 5 Stelle al Senato Stefano Patuanelli ci tiene a far sapere di aver segnalato “ai probiviri il comportamento tenuto in Aula dai senatori Gregorio De Falco, Paola Nugnes, Elena Fattori, Matteo Mantero e Virginia La Mura, che hanno avviato un’istruttoria nei loro confronti”. Chi non è d’accordo con la linea dettata dal capo rischia l’espulsione, dunque.

Con l’approvazione del Senato, la Lega incassa un risultato non indifferente. L’accordo sulla prescrizione alla Camera è ancora da trovare. Il Carroccio non sblocca l’impasse. Nonostante ciò il leader leghista porta a casa, ancora una volta, un punto pesante. “Ci stiamo lavorando da questa estate. Sono contento”, esulta. La trattativa ora si sposta a Montecitorio per il ddl Anticorruzione. Tema caldo resta la durata dei processi. Salvini, dopo aver riscosso al Senato, si mostra accogliente verso il partner di Governo: “Sulla prescrizione chiudiamo tra qualche ora. Tra persone ragionevoli si trova sempre una soluzione”.

In attesa dell’accordo definitivo sulla prescrizione, la Lega deve però ricevere le osservazioni del Servizio Bilancio del Senato sul testo approvato oggi. Secondo i tecnici di Palazzo Madama il provvedimento non rispetta i termini di copertura e di legislazione corrente di bilancio. Ci sarebbero decine di milioni di euro che andrebbero ad intaccare i fondi speciali del ministero dell’Interno e di quello dell’Economia. In sostanza si chiedono rassicurazioni sulle spese da effettuare. Uno scherzo per Salvini e Di Maio in confronto allo scontro in atto con la commissione Europea sulla manovra.

F.G.

Pensioni, svanite le promesse per il Sud

Pensioni-InpsApparse, scomparse, riapparse, dissolte. Svanita esenzione delle tasse per i pensionati al Sud. Neppure un accenno al sogno fatto balenare agli italiani: le pensioni esentasse nel Mezzogiorno.

Del progetto non c’è traccia nel disegno di legge di Bilancio 2019 del governo penta-leghista all’esame del Parlamento. Eppure c’è di tutto: reddito e pensione di cittadinanza, modifica della legge Fornero per anticipare il pensionamento dei lavoratori, flat tax per i piccoli imprenditori e i lavoratori autonomi a partita Iva, risarcimento dei risparmiatori danneggiati dal crac delle banche, pace o condono fiscale (secondo le varie definizioni), incentivi agli investimenti e alle nuove assunzioni. È previsto perfino l’affidamento in concessione gratuita per 20 anni dei terreni incolti alle famiglie che possano vantare la nascita di un terzo figlio nei prossimi tre anni, ma delle pensioni esentasse al Sud nessuna traccia. Nessun riferimento alla proposta lanciata da Salvini a metà agosto: svanita esenzione nella manovra economica.

Matteo Salvini, senatore eletto in Calabria, aveva avanzato l’ipotesi seducente in un tweet su internet: «Proporrò una zona di esenzione fiscale» in alcune delle più belle zone d’Italia perché «ci sono migliaia si pensionati italiani che vanno in Spagna e Portogallo per non pagare la tassa sulle pensioni». Il segretario della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno in un comizio in Calabria, come aveva rivelato il ‘Corriere della Sera’, già in precedenza aveva delineato l’idea: creare «una zona di esenzione fiscale per i pensionati italiani e stranieri» in «alcune zone del Sud».

Alberto Brambilla, consigliere di Salvini, aveva messo a punto uno studio illustrato da ‘Repubblica’: esenzione decennale delle tasse per i pensionati italiani e stranieri che trasferiscono la propria residenza per almeno sei mesi e un giorno. Le regioni pilota scelte dal progetto erano la Calabria, la Sardegna e la Sicilia. Il piano fa felici insieme i pensionati e il Mezzogiorno: i primi non pagherebbero più un euro di tasse come in Portogallo (in Spagna e, in genere in diversi paesi europei, le imposte sono tagliate ma in parte restano) mentre le disastrate e belle regioni del Sud incasserebbero un fiume di denaro delle “pantere grigie” che creerebbe sviluppo e occupazione.

Brambilla aveva anche quantificato i vantaggi: «Calcoliamo in 600 mila le presenze aggiuntive in 3-4 anni nelle tre regioni per effetto dello sgravio. E un impatto quasi di uno a uno sull’occupazione locale».

In sintesi: per ogni pensionato trasferito “al sole” del Sud ci sarebbe un nuovo occupato, in genere giovane, principalmente nei servizi. Brambilla, però, aveva fissato delle condizioni stringenti: i comuni che potranno aderire all’iniziativa dovranno avere meno di 4 mila abitanti e dimostrare uno spopolamento del 20% negli ultimi 10 anni. Inoltre andranno garantiti una serie di servizi ritenuti imprescindibili come la raccolta differenziata e un livello sanitario in linea con quelli «di Emilia Romagna, Veneto e Lombardia».

La sirena degli assegni previdenziali esentasse è suonata come una melodia per l’esercito di circa 60 mila pensionati italiani che sono emigrati all’estero (7 mila in Portogallo) o con un reddito basso (per vivere dignitosamente) o con un reddito alto (per migliorare le condizioni di vita). E’ suonata come una melodia anche per i pensionati stranieri e per gli aspiranti a staccare la spina dal lavoro, in Italia e all’estero.

Però è seguita la bruciante delusione, alle parole non sono seguiti i fatti: svanita esenzione. Una prima delusione era arrivata dal governo Conte-Salvini-Di Maio la notte del 27 settembre quando, suonando la grancassa mediatica, aveva approvato l’ossatura del disegno di legge di Bilancio decidendo i contenuti del Def (Documento di economica e finanza).

Ai primi di ottobre l’idea, invece, era riapparsa. Salvini aveva precisato ad Agorà, Rai3: «Ci stiamo lavorando…L’ipotesi in campo riguarda detassare le pensioni per alcune regioni del Sud dell’Italia a chi volesse portare la residenza in queste zone».

Poi niente, svanita esenzione. Certo c’è ancora un po’ di tempo per recuperare: il segretario della Lega, tra uno scontro e l’altro con la Ue e l’opposizione, per lo spread che sale vertiginosamente zavorrando pericolosamente la già difficile manovra economica, potrebbe ripescare il progetto della pensione senza imposte entro la fine dell’anno, termine per votare in Parlamento la legge di Bilancio (sempre che il governo sopravviva agli scontri tra Lega e M5S). Ma non c’è alcun segnale della volontà di rispettare l’impegno proclamato su Twitter e poi ad Agorà. Resta solo la speranza.

Per ora non c’è una parola, una sola parola né nel disegno di legge legge di Bilancio né in un provvedimento collegato. Salvini deve fare i conti con le sue troppe, roboanti e costosissime promesse acchiappa voti. Promesse in competizione con quelle, sempre costosissime di Luigi Di Maio, collega cinquestelle di governo e concorrente nelle elezioni europee di maggio.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Dl sicurezza e prescrizione incrinano il governo

PALAZZO CHIGI, CONFERENZA STAMPA SUL DEF

Il decreto Sicurezza e la riforma della prescrizione rischiano di incrinare seriamente i rapporti tra Lega e 5 Stelle. Due bandiere sventolate in campagna elettorale a cui i due partiti di maggioranza non hanno nessuna intenzione di rinunciare. Un braccio di ferro, quello in seno al governo pentaleghista, che mette a rischio la tenuta dell’Esecutivo. E anche se i parlamentari gialloverdi si affrettano a smorzare i toni, non si intravedono vie d’uscita celeri. L’impressione è che senza un passo indietro da parte di uno dei due la situazione non si possa sbloccare. Probabile un incontro tra Di Maio e Salvini, al ritorno dai rispettivi viaggi all’estero, per dirimere la questione.

Almeno per oggi, dunque, smentite le voci di un voto di fiducia per compattare la fronda grillina al Senato. Appare remota anche la possibilità di un maxi-emendamento per velocizzare l’approvazione della legge. La questione di fiducia dovrebbe essere posta in Senato solo una volta raggiunto l’accordo sulla prescrizione e sul ddl Anticorruzione. Confronto serrato, quindi. L’intesa è però alla portata. “Come spesso accade bisogna incontrarsi e discutere. Quando torna Salvini dal Ghana e Di Maio dalla Cina può darsi che si incontreranno e che troveranno una soluzione”, le parole del sottosegretario leghista a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti.

Fiducia al Senato sul decreto Sicurezza di Salvini e riforma della prescrizione da inserire nel ddl Anticorruzione tanto caro a Bonafede e Di Maio alla Camera. Questo l’obiettivo tracciato dai due leader per stringere un patto che consenta al Governo di andare avanti. La soluzione potrebbe essere quella di distinguere i termini della prescrizione in base al tipo di reato. Così facendo il Carroccio accontenterebbe da una parte l’elettorato di centrodestra (da sempre contrario ad allungare i tempi della prescrizione per tutti i reati) e dall’altro incasserebbe la legge sulla sicurezza a cui Salvini tiene molto.

L’idea iniziale della Lega era quella di inserire la misura sulla prescrizione nella riforma penale attualmente in cantiere. I tempi, però, si andrebbero ad allungare eccessivamente, considerata la Legge di Bilancio. Va, dunque, trovato un accordo politico. Subito. La commissione Giustizia di Montecitorio ha sospeso l’esame degli emendamenti in attesa che Di Maio e Salvini si vedano. L’impasse è totale. La presidente della commissione Giustizia Giulia Sarti ha comunque garantito che il provvedimento sarà in Aula il 12 novembre. Da vedere, però, se arriverà modificato. Se così fosse la vittoria andrebbe a Salvini ancora una volta.

F.G.

NAZIONALISMO ETNICO

salvini dito

Il governo porrà la questione di fiducia al decreto sicurezza e immigrazione. Con l’intervento illustrativo del relatore, Stefano Borghesi, della Lega, l’Aula di Palazzo Madama ha iniziato l’esame del decreto sicurezza, già licenziato la settimana scorsa dalla Commissione Affari costituzionali del Senato.

Una decisione che semina perplessità e dissenso non solo nell’opposizione ma anche nella stessa maggioranza. “Senza la fiducia – afferma Paola Nugnes, senatrice ‘ortodossa’ dei 5 Stelle – avrei votato contro il provvedimento, che credo finirà per produrre più irregolari. Ma siccome mi aspetto che questo governo farà in futuro cose buone, nel momento della fiducia uscirò dall’Aula. Ma posso assicurare che tutti i miei colleghi, nel merito di questa legge, la pensano come me”. “La verità – aggiunge – è che non si vuol fare vedere che Fi e FdI votano a favore”. Insomma nel Movimento e della maggioranza cresce il malumore con l’avvicinarsi della votazione del decreto. Gregorio De Falco, ex comandante della capitaneria di porto famoso per lo scontro con Schettino (“Torni a bordo…”) e ora senatore M5S parla senza mezze parola: “Ci buttano fuori? Quando Di Maio dice o con me o fuori afferma un’idea padronale di un Movimento in cui oggi sembra venire meno la dialettica e la capacità di ascolto e risposta”.

Il decreto è fortemente voluto da Salvini che non ne vuole sapere di modifiche. Un decreto in cui mostra i muscoli appoggiandosi sulla convinzione che il pugno duro contro i poveracci e gli immigrati è la strada giusta per portarlo a una vittoria nelle europee di maggio. A nulla infatti è valso finora il pressing per ammorbidire l’articolo 1. Il cuore del decreto, quello che definisce le regole per ottenere una protezione “speciale” dallo Stato italiano e stabilisce per quanto tempo gli immigrati ne avranno diritto. “Non a caso si chiama ‘decreto Salvini'”, scandisce forte le ultime due parole uno dei collaboratori del ministro dell’Interno. E rivendica: “La trattative è finita, abbiamo chiuso i porti, come per l’Aquarius”.

Comunque vada, il Viminale ha già quantificato i tagli che subiranno i Centri di prima accoglienza da cui si accede direttamente dagli hotspot e dai porti di sbarco: da 35 euro per immigrato si passerà a 25. Una sforbiciatina, tanto per gradire. Enunciazione che sarà accompagnata da altre misure che vogliono dire ben poco ma si prestano alla propaganda: la linea dura contro chi fa “accattonaggio molesto”, multa fino a 20 mila euro ai parcheggiatori abusivi. E poco importa se la sanzione – a sentire chiunque abbia un minimo di competenza giuridica – nel 99% dei casi resterà sulla carta.

La questione è caldissima e Lega a doppio nodo i due azionisti di governo. Uno scambio ovviamente: il decreto sicurezza da parte e il reddito di cittadinanza dall’altra. Reddito che, entrato dalla porta della manovra, sta pian piano uscendo dalla finestra.

Ne parliamo con il segretario del Psi Riccardo Nencini.

Il decreto sicurezza arriva al Senato. Che idea ti sei fatto di questo provvedimento?
“Il Salvini pensiero – approda in Senato domani con il decreto sicurezza. Giuste alcune correzioni a vecchie norme ma la cornice del decreto richiama un nazionalismo etnico che affossa la società aperta”.

In che senso?
È un fatto che le società chiuse perdono in libertà e sono meno competitive. Accadrà anche all’Italia. Siccome l’emergenza sbarchi è finita, sul tavolo restano due problemi che il decreto non affronta: rimpatrio migranti irregolari e integrazione migranti regolari

Quali possono essere le conseguenze?
Vuol dire che viene tolta la protezione umanitaria. Significa far diventare irregolari almeno 60.000 migranti provenienti da paesi, quali il Mali, il Pakistan, il Gambia e il Senegal, con cui non abbiamo accordi per i rimpatri. Si premiano i centri accoglienza gestiti da privati. E i sindaci? Nemmeno coinvolti. Non si prevedono lavori socialmente utili in forma gratuita per migranti regolari. Non c’è nessuna norma che preveda la certezza della pena, cosicché chi delinque lo ritroviamo il giorno dopo sulla strada. Così non va.

Cambiamo argomento. Alluvioni e maltempo hanno messo in ginocchio il Paese. Tu sei stato viceministro alle infrastrutture nello scorso governo. Come bisogna procedere quando di verificano questi eventi straordinari?
Faccio solo una considerazione. Solo tre giorni fa il governo cancella l’abusivismo edilizio da Ischia e ieri piange le vittime siciliane spazzate via dal maltempo da una casa abusiva. Io avevo previsto fondi per censire le case abusive, il duo Salvini-Di Maio condona l’abusivismo a Ischia e utilizza per la sanatoria il dramma di Genova.