Piersanti Mattarella, il «congiunto» del Presidente

mattarella-piersanti-2La dimenticanza del nome Piersanti Mattarella da parte del presidente del Consiglio Giuseppe Conti, che lo ha definito un semplice «congiunto» del Capo dello Stato, è rimasto racchiuso nella cronaca giornalistica. Essa, considerata «intollerabile» da Graziano Delrio, non ha suscitato particolare attenzione verso l’uomo politico siciliano, assassinato dalla mafia il 6 gennaio 1980.
Formatosi alla scuola politica del padre Bernardo Mattarella (1905-1971), amico di Luigi Sturzo e più volte ministro, il giovane Piersanti (era nato Castellammare del Golfo il 24 maggio 1935) crebbe in un clima fecondo di stimoli culturali alieni da forme morbose di pietismo e di eccessiva devozione popolare, così diffuse nella Sicilia del tempo. L’insegnamento del sacerdote calatino era presente nella sua famiglia, che tenne viva durante il regime fascista la fiaccola della libertà, della democrazia e della giustizia sociale. Nato proprio nell’anno dell’impresa fascista in Etiopia, Piersanti fu influenzato da padre che si oppose ad essa con critiche ai soldati invasori responsabili di uccidere «i fratelli cristiani» intenti solo a «difendere la propria terra». Il nome fu suggerito al padre dall’amico e critico letterario Pietro Mignosi (1895-1937), che congiunse i nomi di Santi in ricordo del nonno paterno e di Pier Giorgio in onore di Frassati, denominato il «Gobetti cattolico» per la sua tenace opposizione al regime mussoliniano.
Come ricordò in un’intervista, Piersanti frequentò la scuola elementare nel clima soffocante del fascismo imperante, a cui il padre contrappose un impegno attivo contro la politica autoritaria del regime: «un giorno – ricordò egli – mi strappò la tessera di balilla che veniva dato a tutti gli alunni, raccomandandomi di dirlo alla maestra». Nel 1938 l’emanazione delle leggi razziali accentuò l’impegno antifascista del padre, che sul giornale «La Voce Cattolica» pubblicò alcuni articoli di Vincenzo Mangano (1866-1940) sull’assoluta incompatibilità tra Cristianesimo e razzismo. Una contrapposizione che nasceva dalle sue riflessioni sulla dottrina sociale della Chiesa, a cui egli si ispirava per riaffermare il messaggio pontificio di Leone XIII e condannare le invadenze del regime dittatoriale nella sfera individuale dei cattolici.
La lezione di Mangano, unita a quella più robusta di Sturzo, influenzò Bernardo Mattarella, che l’anno successivo delle leggi razziali conobbe Aldo Moro, recatosi a Palermo nel venticinquennale dell’elezione alla cattedra vescovile di Lavitrano. Il fervore religioso e l’impegno antifascista del padre ebbe un effetto benefico su Piersanti, che lo seguì nelle sue peripezie politiche a Roma, dove ricoprì la carica di sottosegretario alla Pubblica Istruzione nei governi Bonomi (18 giugno 1944-21 giugno 1945), quella al Ministero dei Trasporti (23 maggio 1948-16 luglio 1953) e poi come Ministro nel governo Pella (17 agosto 1953-18 gennaio 1954).
Nella capitale Piersanti ricevette una rigorosa formazione culturale, che – unitasi a quella religiosa e politica – si arricchì con la conoscenza amorosa di Irma, figlia dell’insigne giurista Lauro Chiazzese (1903-1957). Il suo ritorno a Palermo fu determinato dall’amore verso la futura moglie, la cui sorella diverrà poi la compagna di vita del futuro Presidente della Repubblica. Dopo la laurea in giurisprudenza, Piersanti avviò uno studio legale con il collega Alberto Oddo Antonello, divenendo anche assistente ordinario di Diritto privato nell’Ateneo palermitano grazie ai suoi lavori giuridici pubblicati su riviste specializzate.
L’esempio paterno e l’avversione verso la politica siciliana, intrisa di affarismo e clientelismo, spinsero Piersanti Mattarella a intraprendere l’attività politica nella Dc, dominata da notabili come Vito Ciancimino e Salvo Lima. Proprio la débâcle elettorale del padre, primo eletto nella Sicilia occidentale poi sceso al settimo posto, lo convinse a scendere nell’agone politico: consigliere comunale nel 1964, deputato nel 1967, membro della Commissione Legislativa Regionale nei quattro anni successivi, ancora deputato nel 1971 e nel 1976, poi nel 1978 presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana alla guida di una coalizione di centro-sinistra con l’appoggio esterno del Partito comunista italiano.
Gli anni compresi tra il suo ingresso a Palazzo delle Aquile e l’elezione a presidente della Regione coincisero con la politica dissennata della Dc siciliana, con la sua gestione clientelare dell’amministrazione pubblica e con il «sacco di Palermo», che segnò la scomparsa di eleganti palazzine per dar vita alla costruzione di altissimi palazzoni di cemento. Con la tenace azione di Piersanti fu avviata un’opera di risanamento, fatta di controlli e di divisioni nette di compiti volti ad eliminare commistioni tra apparato tecnico-burocratico e compagine politica. Il suo impegno politico fu infatti diretto ad una gestione oculata e trasparente dell’amministrazione pubblica per imprimere un nuovo volto alla città di Palermo, senza trascurare la crescita culturale dei suoi cittadini e la formazione dei giovani nella ricerca del bene comune.
La strategia di Piersanti non riscuote le simpatie dei notabili palermitani, arroccati al controllo delle tessere e chiusi nella difesa dei loro privilegi, ma richiede il cambiamento sulla base di una nuova visione politica incentrata sui valori cristiani e sulla difesa della persona enunciata da Vincenzo Mangano. Esiste un interessante libretto intitolato Mattarella ha da dirvi qualcosa (Palermo 1971, pp. 43), che si sgancia dalle consuete promesse elettorali, si dichiara favorevole al centro-sinistra e affida lo sviluppo della Sicilia a tre settori significativi come agricoltura, industria e turismo.
Nel suo incarico di assessore alla Presidenza e di delegato al Bilancio, quale membro nella giunta di centrosinistra guidata da Mario Fasino (n. nel 1920), Piersanti trasforma quella delega in una carica prestigiosa in grado di condizionare la politica complessiva della Regione siciliana. Grazie ad essa assurge a figura di prestigio nazionale e a leader indiscusso della Dc siciliana tanto da essere indicato come il nuovo artefice della lotta alla casta affaristica e ai clan mafiosi.

Sergio Mattarella soccorre il fratello Piersanti ucciso dalla mafia

Sergio Mattarella soccorre il fratello Piersanti ucciso dalla mafia

La direzione della Regione siciliana, assunta da Piersanti Mattarella il 9 febbraio 1978 alla guida di una coalizione di centro-sinistra, pose le premesse per la sua feroce esecuzione avvenuta il 6 gennaio 1980. Fu il socialista Gaetano Giuliano ad assumere la guida della giunta regionale fino al termine della legislatura. Solo quindici anni dopo furono condannati all’ergastolo i boss Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. Nella sentenza della Corte di Assise di Palermo si legge che «l’azione di Piersanti Mattarella voleva bloccare proprio quel circuito perverso tra mafia e politica incidendo così pesantemente proprio su questi interessi illeciti».

Il 1992 socialista diario di Mauro Del Bue

Inizia Tangentopoli, le elezioni, nuove stragi di mafia, Scalfaro presidente
Terza puntata

Mario Chiesa e Bettino Craxi

Mario Chiesa e Bettino Craxi

L’arresto di un ‘mariuolo’

E’ ormai tempo di pensare alle elezioni di primavera. Ma in che contesto, con la Lega che a Brescia a novembre sbaraglia il campo e diventa il primo partito, mentre il Psi perde alcuni punti scivolando al 10%? Emerge una forte preoccupazione. Sempre a novembre, come responsabile nazionale dell’ambiente del Psi, organizzo un importante convegno nazionale sulla questione dei rifiuti (1) a Carpi, con la presenza del ministro Giorgio Ruffolo e del commissario europeo Carlo Ripa di Meana. C’è anche Chicco Testa, responsabile ambiente del Pds e anche il presidente della regione Enrico Boselli, oltre ai migliori tecnici del settore, tra i quali Corrado Clini, Walter Ganapini, Giovanni Ferro.
Ruberti approva la concessione di due corsi di laurea (Tecnologie dell’alimentazione da Parma e Ingegneria gestionale da Bologna) e a dicembre promuoviamo il convegno sull’università a Reggio Emilia (2). Nella mia relazione metto in evidenza il ruolo dei socialisti, nell’aver ottenuto quel forte riconoscimento. Se finalmente si poteva parlare di Università a Reggio era per quel trasferimento adottato dal piano del ministro Ruberti. E il presidente del Consorzio per l’Università (Cospure) Giuseppe Gherpelli me lo riconobbe con una lettera molto affettuosa. C’è anche il ministro, al convegno che si svolge alla sala della Camera di commercio, col rettore di Parma Nicola Occhiocupo e il presidente della Provincia Ascanio Bertani in prima fila. Tra gli ospiti illustri anche l’on. Beniamino Andreatta, accompagnato dall’on. Pierluigi Castagnetti.
Muore Walter Chiari a 67 anni, Michael Gorbaciov si dimette e trasferisce il potere a Eltsin e i primi di gennaio parto per gli Usa assieme a Chicco Testa e alle nostre rispettive metà, invitati a visionare alcuni impianti di rifiuti all’avanguardia. Le elezioni vengono anticipate di qualche mese e si voterà ai primi giorni di aprile. Cambia il mondo e cambia anche l’Europa. A febbraio è firmato il trattato di Maastricht, dopo che le reti Mediaset avevano iniziato a trasmettere i telegiornali. Il Parlamento approva. E adesso in tanti si mangiano le mani. Abbiamo sei nuove province: Biella, Crotone, Lodi, Lecco, Prato e Rimini. Se ne sentiva davvero l’esigenza… Muore il premier israeliano Begin e a Milano, il 17 febbraio, viene arrestato Mario Chiesa. Sembra uno dei tanti arresti di un politico locale per corruzione. E invece… E invece non si capisce subito che il vento è cambiato. Non si intuisce che la Lega è il primo effetto del cambiamento dell’atteggiamento popolare rispetto alla politica dopo la caduta del muro e la fine del comunismo e della contrapposizione ideologica tra Ovest ed Est. Oltretutto anche l’Urss non c’è più. L’arresto di Chiesa è quello di un presidente socialista di una casa di riposo (il Pio Albergo Trivulzio) milanese che aveva chiesto e ottenuto una tangente ed era stato preso con le mani nel sacco. A Milano (si parlava di rito ambrosiano) tutti sapevano che le tangenti giravano copiose e in tutte le direzioni, che gli imprenditori spesso erano chiamati a versare parte del contante appena si apriva la pratica e il resto alla fine. I partiti avevano accordi tra loro per la spartizione del bottino. D’altronde questo rito lo avevo ben presente a Pavia dove mi era stato descritto nei minimi particolari. Ed ero rimasto impressionato da questa normativa da tutti (ripeto da tutti) sottoscritta per la spartizione, con vere e proprie percentuali differenziate tra partiti di maggioranza e di minoranza. Un vero e proprio prontuario del quale credo fossero bene a conoscenza anche i magistrati, oltre che la stampa. E del quale nessuno parlava. Che i partiti si finanziassero anche in modo irregolare lo sapeva Nenni quando esplose il caso Mancini. Lo scrisse nei suoi diari affermando testualmente, a proposito del caso Mancini che esplose nel 1971: “Estrema (è) la difficoltà del caso (che) rientra nell’annoso problema del finanziamento dei partiti. C’è in questo una responsabilità collettiva che riguarda l’entità di ciò che si spende, il triplo, per quanto riguarda il nostro partito “ (3). Nenni da inquisire secondo le regole del 1992…
Anche durante la segreteria Craxi lo sapevano tutti, a tal punto che quando il Psi apri una sede per l’amministrazione del partito in via Tomacelli tutti sapevano benissimo chi la frequentasse e di cosa trattasse chi vi entrava e cosa portasse, spesso in borse tutt’altro che segretate. Compresi i molti cooperatori reggiani che conoscevano benissimo Vincenzo Balzamo, che spesso mi invitava a salutarli facendo nomi e cognomi. Il presidente della Coopsette era, ad esempio, uno dei frequentatori più assidui. L’ipocrita silenzio può generare un’altrettanto ipocrita condanna. In nome di una morale che non si è mai praticata. Come esisteva nella liturgia comunista la doppia verità, così nel sistema politico italiano tutto esisteva la doppia morale.
Quando Mario Chiesa venne arrestato sembrava un arresto qualsiasi e Antonio Di Pietro non lo conosceva nessuno. Anzi lo conoscevano bene i socialisti di Milano come un amico del sindaco Paolo Pillitteri anche se di prevalente orientamento democristiano.
Intanto anche a Reggio Emilia, come da altre parti d’Italia, ma in misura assai più significativa, un gruppo di ex comunisti si staccava dal partito e formava un raggruppamento, il Mur (Movimento per l’unità riformista), che si collocava a fianco del Psi. A Reggio aderirono l’ex capogruppo del Pci-Pds in Consiglio provinciale Franco Cefalota, il consigliere provinciale Anna Catellani e Giuseppe Corradini, già segretario della Lega ambiente di Reggio. Fino all’ultimo era pronto anche il passaggio di Enrico Manicardi, già vice presidente della Provincia, che all’ultimo momento si tirò indietro. Con il segretario del Psi reggiano Germano Artioli ci recammo a Milano a incontrare Craxi assieme a Cefalota, la Catellani e Corradini. Fu un incontro molto cordiale, Craxi apprezzò e si mise a parlare come faceva spesso in modo dialogante, amabile, incuriosito, altalenando ragionamenti politici e battute spiritose. La segretaria di Craxi, la Enza, gli fece squillare il telefono per avvisarlo che era arrivata una persona. E Craxi disse secco: “Fallo attendere”. Dopo qualche decina di minuti uscimmo e intravvedemmo nel salotto la persona che stava sostando in attesa d’essere ricevuto. Era Silvio Berlusconi. Credo che Cefalota, la Catellani e Corradini abbiano avuto netta la sensazione di essere diventate persone molto importanti. Tutto calcolato…

Le elezioni del 1992 e quell’erosione del Psi al Nord

La nostra lista (oltre alla mia ricandidatura come capolista del collegio ed era la prima volta, visto che Giulio Ferrarini, capolista nel 1987, vi compariva come numero due e Paolo Cristoni era stato inserito in ordine alfabetico) vedeva la presenza di Francesco Benaglia, medico di Guastalla, della giovane imprenditrice di Bibbiano Luana Brini, del sindaco di Castelnovo Monti Ferruccio Silvetti, e anche di Beppe Corradini del Movimento per l’unità riformista. Al Senato candidammo a Reggio-Guastalla William Reverberi (si era fatto avanti anche Carlo Baldi, ma la sinistra socialista aveva preteso il collegio per sé) mentre il collegio Sassuolo-montagna andò a un socialista modenese. Per me la sfida era di mantenere la prima posizione anche all’arrivo. Non vedevo soverchi problemi di riconferma, ma partire ed arrivare primo, considerato che non era mai avvenuto che un socialista di Reggio superasse un socialista di Parma, questo mi sembrava davvero impresa improba e tuttavia affascinante.
Durante la campagna elettorale, a marzo, viene ucciso in Sicilia Salvo Lima, mentre Gabriele Salvatores vince l’Oscar con “Mediterraneo” e a Campagnola si svolgono i funerali delle vittime del Cavòn, una drammatica vicenda del dopoguerra ritornata d’attualità dopo il Chi sa parli di Otello Montanari, e si tiene una messa. Bettino Craxi punta tutto sul suo programma di rilancio dell’Italia e in particolare sulla nuove infrastrutture che avrebbero dovuto essere realizzate. Gioca se stesso come argomento elettorale come se fosse ancora il 1987. Allora il Psi ottenne un successo dopo quattro anni di governo. Nel 1992, e dopo cinque anni di presidenze democristiane, e dopo quel che era successo nel mondo e anche in Italia, Craxi ritenne di ottenere un altro successo proponendo di girare le lancette dell’orologio indietro di nove anni. Mi pareva assai complicato e quando vidi affissi sui muri di Milano quei manifesti assai datati che paragonavano gli ultimi cinque anni ai precedenti quattro mi venne spontaneo qualche dubbio di troppo. Il tempo non s’era fermato. Anzi aveva scandito una delle più sconvolgenti novità del secolo. E il Psi apparve in quella campagna elettorale, per la prima volta, un partito fermo, che non fiutava l’aria nuova o non sapeva (o non poteva) intercettarla.
Così quando Claudio Martelli venne a Reggio per un affollatissimo comizio elettorale al teatro Ariosto mi venne spontaneo pronunciare quella frase che poi mi venne rimproverata: “Se nel Psi non ci fosse Claudio Martelli bisognerebbe inventarlo” (4). Martelli sapeva attingere dalla nuova situazione nuovi stimoli per il popolo socialista, mentre Craxi, che poi mi recai ad ascoltare a Parma (gli era morto il papà da poco tempo), mi pareva troppo rivolto al passato. Insomma non eravamo noi il partito della grande riforma delle istituzioni, non eravamo noi il partito dei ceti emergenti del nord Italia, non eravamo noi il partito del presidenzialismo, ma anche del federalismo? E adesso dovevamo trasformarci in una sorta di partito della conservazione dell’esistente? Possibile non comprendere che la storia s’era improvvisamente sbloccata, che il mondo e non solo l’Italia non erano più come prima e che non bastava una promessa di ritornare alla presidenza del Consiglio perché essa venisse mantenuta intatta dopo cinque anni di cambiamenti sconvolgenti?
Fu una campagna elettorale con una notevole partecipazione ai nostri incontri e comizi (pochissimi) e cene (moltissime). Consideriamo il fatto che la campagna elettorale si svolse a marzo in un clima tutt’altro che mite e dunque furono organizzate quasi tutte al chiuso le iniziativa promosse in giro per il collegio. Mi erano rimaste le vecchie alleanze del 1987, con la maggioranza dei socialisti di Piacenza, con la minoranza di Parma e di Modena, mentre a Reggio avevo tenuto unito il partito che speravo, come avvenne, mi votasse compatto. Quando conclusi, accompagnato da Nicola Fangareggi, la kermesse elettorale con un duplice discorso a Rolo e a Luzzara, i socialisti della bassa mi chiesero un pronostico ed io (pensavo d’essere prudente) dissi che avremmo impattato il risultato del 1987. Non fu così e, anche se di poco (lo 0,7%), si registrò una lieve erosione, che fu il risultato di un’incursione, questa neppure tanto lieve, della Lega nel Nord Italia. La Lega diventava un partito di massa in tutto il Nord e in particolare in Lombardia, Piemonte e Veneto. Complessivamente incassava un 8,2%. Considerando che si era presentata solo nel Nord in queste zone era ormai diventata una forza superiore al 20% dei voti. Il Psi teneva bene al Centro ed avanzava al Sud, ma al Nord la perdita si aggirava sul 3-4%. In Lombardia il Psi perse il 5% e quattro deputati. In Emilia il Psi arretrò del 2% con punte massime a Piacenza e a Parma dove la Lega si affermò in modo più vistoso. Anche a Reggio Emilia il Psi subì un regresso passando dall’11,8% del 1987 al 10,05% del 1992. E la Lega, una forza senza iscritti e senza sedi, con due consiglieri comunali nel comune capoluogo che non riuscivano nemmeno a parlare (uno dei quali era d’origine francese) e un altro sconosciuto in Provincia, ci superava di quaranta voti col 10,06%. C’era di che essere soddisfatti, però, se si guardava in casa d’altri. La Dc a livello nazionale scendeva infatti al 29,6% (aveva il 34,4%), il Pds raggranellava solo il 16% (il Pci aveva il 26,6% e Rifondazione si portava a casa il 5,6%), mentre gli unici partiti che avanzavano lievemente erano il Pri col 4,4% e il Pli col 2,9% (rispettivamente dello 0,7% e dello 0,8%). In regresso di mezzo punto il Msi col 5,4%, fermi i Verdi e il Psdi (2,8 e 2.7%), entrava in Parlamento per la prima volta “La Rete” di Orlando, mentre la Lista Pannella, con l’1,2%, eleggeva sette deputati.
A Reggio la Lega volava dunque oltre il 10%, mentre il Pds raschiava il barile del vecchio Pci raggranellando il 37,7% (il Pci aveva il 49,7%), Rifondazione conseguì un ottimo 7,7% (alla somma dei due partiti mancava più del 4% per raggiungere il dato del Pci del 1987), la Dc conseguiva il 21% (contro il 26,1%), il Psdi solo l’1,4%, il Pri il 3,2% (con un aumento di più di un punto sul 1987), poco o quasi nulla gli altri partiti, compreso un Msi sceso sotto il 2%.
La mia soddisfazione fu ricavata dall’andamento del conteggio delle preferenze. Un mare. Solo nella provincia di Reggio quasi diecimila (e si votava con la preferenza unica e scrivendo per la prima volta il cognome). Bene anche a Piacenza e a Modena, a Parma un po’ meno del 1987. Complessivamente ottenni 15.500 preferenze, duemila in più del 1987 quando le preferenze erano quattro. E sopravanzai Ferrarini, arrivando primo degli eletti. Il nostro calo nel collegio ci vide privati del terzo deputato e Paolo Cristoni non rientrò così a Montecitorio.
Oltre a me vennero eletti alla Camera Elena Montecchi e Nilde Iotti, (Pds), Pierluigi Castgnetti (Dc), Franco Dosi (Lega), parmigiano, ma nato a Poviglio. Al Senato Franco Bonferroni (Dc), Fausto Giovanelli (Pds), sostituito alla segreteria da Lino Zanichelli che cedette la vice presidenza della Provincia a Maino Marchi. Anche Renzo Lusetti venne rieletto nel collegio demitiano di Salerno. L’elezione di Giovanelli aveva destato qualche commento sapido, perchè dicono vi abbia contribuito uno scontro (non solo verbale) che il segretario del Pds ebbe con Lorenzo Capitani dopo una riunione. Qualcuno lo definì: un calcio al… Senato.

Per Occhetto è “desolante” l’apertura di Craxi

Dalle elezioni s’era affacciata una speranza. Il Psi, il Pds e il Psdi insieme, i partiti potenzialmente socialisti, avevano conseguito circa il 32% e sarebbero stati il primo partito d’Italia, più forte della stessa Dc, scivolata sotto il 30%. Perché non giocare questa carta all’inizio di questa legislatura? Credevo che questa fosse la via giusta, storicamente, politicamente. Che fosse l’unico modo per dare un valore alle elezioni e per renderle produttive. Che non si dovesse più indugiare.
Nella Direzione del Psi, che si svolge il 15 aprile, Martelli convince Craxi a lanciare qualche segnale al Pds. E Craxi parla di un programma comune e di una comune politica. Si tratta di segnali espliciti, formulati forse anche un po’ controvoglia. Ma la risposta immediata di Occhetto, che definisce la relazione di Craxi “desolante” (5), irrigidisce tutti. Quel “desolante” era come un getto d’acqua fredda, gelida, sulle nostre speranze di ricongiunzione. E ricordo che Formica, e devo dire anch’io, che ci eravamo esposti con Martelli, Raffaelli e altri, in una politica di apertura al Pds, reagimmo chiedendo la sospensione dei contatti. Craxi freddamente aggiunse che il documento avrebbe dovuto avanzare l’idea di un incontro ai partiti della tradizionale maggioranza per costituire il nuovo governo. Sogghignò come per dire. “Vi avevo avvertito”. E così andò.
Subito dopo aver commentato il dato elettorale si verificano due avvenimenti, almeno uno dei quali imprevisto. Cossiga si dimette anticipatamente, un mese prima, senza fornire motivazioni convincenti (e Craxi, che aveva puntato tutto su di lui per ricevere l’incarico di formare il governo, resta spiazzato) e a fine maggio, dopo la guerra tra Croazia e Serbia, e dopo che la Slovenia aveva conquistato senza versare sangue la sua indipendenza, è strage in Bosnia. A Reggio scrivo un appello affinché i pacifisti non si sentano frastornati perché nel campo di guerra manca l’America. E chiedo che si mobilitino contro le carneficine (6).
Tangentopoli riprende intanto con forza dopo la pausa elettorale e sembra, il suo, un percorso pianificato nei modi e anche nei tempi. Pietro Longo, già segretario del Psdi e ministro, è arrestato per una condanna definitiva di due anni e sei mesi per tangente e i primi di giugno partono avvisi di garanzia agli ex sindaci socialisti di Milano Carlo Tognoli e Paolo Pillitteri, poi vengono arrestati per corruzione Mario Lodigiani, il segretario della Dc lombarda Gianstefano Frigerio e l’ex senatore Dc Augusto Rezzonico. Poi è la volta del segretario amministrativo della Dc Franco Citaristi. I magistrati di Milano si costituiscono in pool e nasce “Mani pulite” col mito del piemme Di Pietro, l’implacabile capitano coraggioso che con la sciabola purificatrice degli arresti a catena (utilizzando impropriamente l’arma del carcere preventivo ai fini di confessione dei reati) combatte la santa battaglia contro la corruzione. Ricordo di avere pranzato a Roma un paio di volte in quei giorni con Carlo Tognoli e di averlo trovato più che preoccupato, alquanto seccato e deluso. Era da tutti sempre stato considerato un bravo sindaco, una brava persona, e si sentiva in dovere di reagire, ma non sapeva come. “Non sono una verginella, “mi confessò, “ma non sono certo un corrotto” (7). Era come se d’improvviso fosse crollato il muro d’Italia, quello che aveva consentito ai partiti e agli uomini politici di coprirsi con una sorta di immunità, peraltro da tutti accettata e salvaguardata. Adesso, con la svolta giudiziaria che veniva a dispiegarsi subito dopo il voto, un’altra onda emergeva fortissima, non l’onda socialista che s’era già infranta nel mare del Nord, ma un’onda altissima, quasi uno tsunami che iniziava a travolgere tutto e tutti, in un crescendo di insoddisfazione, eccitazione, irritazione popolare, amplificato, ma anche assecondato e perfino alimentato, da poteri forti del mondo dell’informazione. In prima fila in questa battaglia contro il sistema politico si schierano “L’Indipendente” di Vittorio Feltri, che sposa le tesi leghiste e naturalmente la stessa Lega con Bossi, Miglio e le decine di nuovi parlamentari che s’arruolano nel nuovo partito antisistema. Anzi la Lega ne rivendica, e giustamente, la primogenitura. Poi ci sono i telegiornali Mediaset di Berlusconi, con Brosio perennemente installato di fianco alla Procura di Milano ad attendere Di Pietro come un eroe televisivo, un divo del cinema o dello sport, mentre anche il Msi si mobilita e decine di militanti di estrema destra circondano la sede della Direzione del Psi di via del Corso. Sull’altro lato parte a testa bassa il partito di Leoluca Orlando “La Rete”, con Nando Dalla Chiesa che parla addirittura di nuova resistenza. “La Repubblica” scalfariana asseconda questa linea, la interpreta, la condisce e impreziosisce con un’idea di radicalismo chic anticraxiano e Occhetto e D’Alema trovano nella crisi del sistema la dimostrazione che il nuovo inizio non era solo per loro.

La strage di Capaci e l’elezione di Scalfaro

Intanto Bossi, per sfidare il potere corrotto di Roma, proclama a Pontida la Repubblica del Nord e le Camere sono convocate permanentemente per eleggere il nuovo presidente della Repubblica. Restiamo a Roma per giorni e si parte con candidati bandiera, poi si pensa a Forlani, la Dc lo espone (è il suo candidato ufficiale) e Craxi lo sostiene, ma il “coniglio mannaro” non ce la fa per pochi voti (qualche franco tiratore democristiano e socialista). Io stesso intravvedo il sottosegretario alla presidenza di Andreotti, il fidatissimo Nino Cristofori, che non vota Forlani perché, dopo aver fatto verificare a tutti la scheda col suo nome, al momento della chiama la mette in tasca estraendo dal pacco dei giornali un’altra scheda che deposita nell’urna. Ma dov’è il Caf se Forlani e Andreotti si bloccano a vicenda sulla presidenza della Repubblica? Ma dov’era il Caf se i tre, compreso Craxi, sapevano che dovevano dividersi solo due poltrone?
Un catafalco, un nero catafalco scalfariano viene deposto sull’urna per fare in modo che i parlamentari possano votare senza essere riconosciuti, ma l’affronto andreottiano a Forlani era già avvenuto. D’ora in avanti anche chi non vuole votare o vuole cambiare la scheda lo può fare senza essere riconosciuto. Dai vari cilindri escono nuovi conigli. Si pensa a Vassalli, a Valiani, al vecchio De Martino, ma per finta. In silenzio s’avanza sornione Andreotti. Il giornalista del “Corriere” Paolo Franchi, che incontro in Transatlantico, mi rivela che i conti di Andreotti lo vedono vincente anche col voto di parte dei neo comunisti e dei leghisti. Ne dubito. Poi sabato 23 maggio ritorniamo a casa per un giorno di sosta e la sera la tv annuncia la strage di Capaci. Il dramma s’abbatte sull’elezione del presidente, già così contrastata e problematica. Sono uccisi Giovanni Falcone, la moglie e tre agenti di scorta. Una strage per punire Andreotti, dopo l’omicidio di Lima, per sbarrargli la strada nella corsa presidenziale? Paura, sgomento, senso di responsabilità in azione. Giovanni Falcone era stato chiamato a Roma al ministero della Giustizia da Claudio Martelli e i due erano diventati collaboratori e amici. Falcone s’era preso bordate di critiche e attacchi pubblici da parte di alcuni esponenti di Magistratura democratica e Leoluca Orlando aveva definito un auto-attentato quello verificatosi all’Addauria nella casa affittata dal magistrato per le vacanze. Adesso tutti celebrano Falcone come il paladino della lotta alla mafia. La morte spesso santifica e purifica non solo i morti, ma anche i vivi. Ritorniamo a Roma la domenica mattina e sappiamo che dobbiamo far presto e che non si può più tergiversare. Sembrano solo due in candidati papabili: i presidenti della Camera (Oscar Luigi Scalfaro) e del Senato (Giovanni Spadolini). Craxi fa finta di lasciarci liberi. Al gruppo socialista della Camera, quando viene avanzata il nome Scalfaro, tutti pensano che solo lui sia il vero candidato (il primo a sostenerlo era stato Pannella). Solo Rino Formica si oppone perché, dice, “Scalfaro ci porterà alla fase precedente la breccia di Porta pia” (8). Scalfaro è democristiano e lascia aperta la porta alla presidenza socialista del governo, Spadolini invece avrebbe probabilmente chiuso ogni possibilità. E Scalfaro era anche stato ministro degli Interni del governo Craxi e ci si poteva fidare, dicevano. Al lunedì Scalfaro è presidente della Repubblica, coi voti della stragrande maggioranza dei grandi elettori. Dicevano che avesse preso l’impegno di affidare immediatamente l’incarico di formare il governo a Craxi. Non sarà così. E il clamoroso dietrofront sarà determinato dalle notizie provenienti dalla Procura milanese, su quel che si era ormai definita la caccia al cinghialone (la definizione era di Vittorio Feltri).
Scalfaro promise e non mantenne e chiamò Craxi per spiegarne i motivi e Craxi ebbe netta la sensazione di essere finito tra le maglie della giustizia milanese. Aveva definito “mariuolo” Mario Chiesa, ma costui aveva parlato e confessato e indicato nomi e cognomi ai magistrati. Ricordo che Craxi annunciò che c’era un anno di tempo. Per fare cosa? Per nominare un’altro socialista presidente del Consiglio, per sistemare le questioni relative all’inchiesta Mani pulite, per riordinare e rinnovare il Psi? In realtà l’anno che ci aspettava sarà crudele e orribile.

Note

1) Il problema dei rifiuti o il rifiuto del problema? Le proposte socialiste per lo sviluppo economico e la difesa dell’ambiente, Carpi, 9 novembre 1991.

2) Vedi L’Università a Reggio Emilia, relazione dell’on. Mauro Del Bue, Direzione nazionale del Psi, sala Convegni della Camera di comemr4cio, 14 dicembre 1991, Reggio Emilia 1992, anche in M. Del Bue, Scrivere politica, Reggio Emilia 1992, pp. 195-205.

3) P. Nenni “I conti con la storia”, diari, anno 1971, p. 354.
4) Ricordo dell’autore.

5) M. Pini, Craxi, una vita, un’era politica, Cles (Trento) 2006, p. 453.

6) Sangue in Bosnia e sonno a Reggio, in Gazzetta di Reggio, 31 maggio 1992.

7) Ricordo dell’autore.

8) Ibidem.

Mauro Del Bue

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