Stupro di Pamplona. Sanchez vuole cambiare la legge

stupro pamplona

Dopo l’aberrante episodio dello stupro di Pamplona, in Spagna sta per essere introdotta una nuova legge. La decisione presa dal governo socialista di Sanchez arriva in risposta a un caso di stupro di gruppo che ha fatto molto scalpore, determinando un’ondata di proteste molto forte. La nuova norma prevede il consenso esplicito: se una donna non dice espressamente sì al rapporto sessuale si tratta di violenza.

L’episodio risale al 2016 e ha sollevato proteste in tutta la Spagna per la decisione del tribunale di Navarra di concedere la libertà provvisoria su cauzione di seimila euro ciascuno ai cinque giovani andalusi condannati in primo grado a 9 anni di carcere per lo stupro di gruppo di una ragazza di 18 anni. Il fatto, nel 2016 appunto, è accaduto durante le feste di San Fermino a Pamplona. La sentenza, trasmessa lo scorso aprile anche in diretta tv, ha condannato i giovani anche a cinque anni di libertà vigilata e a 10 mila euro di danni ciascuno da risarcire alla vittima.

Nella giurisprudenza spagnola al momento vi è differenza tra l’abuso sessuale e lo stupro. Si parla di stupro solo nel caso in cui vi sia violenza o intimidazione. Il governo Sanchez vuole invece ribaltare questa concezione, introducendo il principio secondo il quale “sì” significa “sì” e che tutto il resto, incluso il silenzio, significa “no”. In altre parole, il consenso deve essere espresso in modo chiaro. Un rapporto sessuale senza un consenso esplicito sarà quindi considerato stupro.

“Se una donna non dice espressamente sì, tutto il resto è no”, ha spiegato la vice premier spagnola, Carmen Calvo. “È così che la sua autonomia viene preservata, insieme alla sua libertà e al rispetto per la sua persona e la sua sessualità”. La proposta segue il modello tedesco e svedese, recentemente adottato, secondo cui il rapporto sessuale, se il consenso non è chiaramente espresso, viene considerato violenza.

La professoressa di diritto dell’università di A Coruña, Patricia Faraldo Cabana, che ha collaborato alla redazione della legge, ha affermato che la proposta comprende il consenso non solo come qualcosa di verbale ma anche tacito, espresso con il linguaggio del corpo. “Può ancora essere stupro anche se la vittima non resiste”, ha detto. “Se è nuda, partecipa attivamente e si diverte, c’è ovviamente il consenso. Se piange, è inerte come una bambola gonfiabile e chiaramente non si sta divertendo, allora non c’è”.

In Spagna l’età del consenso è fissato a 16 anni. L’età del consenso è l’età minima in cui un individuo è considerato “abbastanza adulto” da consentire la partecipazione all’attività sessuale. I minori di 16 anni non sono considerati legalmente in grado di acconsentire all’attività sessuale, e tale attività può comportare un’azione legale per stupro.

Secondo la nuova legge, i pubblici ministeri non devono più avere prove di violenza, minacce o sfruttamento della vulnerabilità di una vittima per ottenere una condanna per stupro.

Se la Spagna approverà la legislazione proposta, entrerà a far parte della minoranza di paesi europei che riconoscono il sesso senza consenso come stupro, seguendo le orme di della Svezia, del Regno Unito, dell’Irlanda, della Germania, dell’Islanda, del Belgio, di Cipro e del Lussemburgo.

La Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa del 2014 definisce lo stupro come assenza di consenso, affermando che “il consenso deve essere dato volontariamente” e richiede che tutti i firmatari includano leggi che definiscono lo stupro in quanto tale. Mentre 32 paesi hanno ratificato la Convenzione di Istanbul, solo poche nazioni europee hanno cambiato le loro definizioni legali di stupro.

PES. A Rota Giovani attivisti socialisti per le europee del 2019

fgs spagnaQuasi un migliaio di giovani attivisti progressisti si stanno radunando in Spagna per il loro campo estivo annuale dei giovani socialisti europei in vista della campagna elettorale europea del 2019.

Delegazioni di oltre 40 organizzazioni giovanili socialiste e socialdemocratiche di tutta Europa si incontreranno per una settimana di formazione elettorale, raduni ed eventi sociali.

Il campo è ospitato da Juventudes Socialistas de España (Giovani socialisti spagnoli) nella città costiera di Rota, sostenuta dai giovani socialisti della Catalogna.

L’obiettivo principale dell’evento è preparare la campagna elettorale europea fornendo un programma di formazione completo progettato per mobilitare gli attivisti, stimolare i sostenitori e diffondere le migliori pratiche in tutta la famiglia politica progressista.

Le sessioni di formazione della campagna durante il campo estivo comprendono una serie di seminari ospitati dal Partito dei socialisti europei, tra cui:

Combattere l’estremismo di destra
Scrivere il Manifesto della Gioventù PES
Social media e strategie di campagna, guidati da esperti del lavoro del Regno Unito
Mobilitare gli elettori e realizzare il potenziale di voto, guidato dal professor Andre Krouwel dell’Università di Amsterdam
Combattere il sessismo in politica, guidato da PES Women
Dozzine di seminari politici organizzati per tutta la settimana comprendono dibattiti sulla democratizzazione dell’economia, le conseguenze economiche della disuguaglianza di genere (ospitata da PES Women), la politica di immigrazione, disabilità e design universale, salute mentale, lotta alla discriminazione e molti altri.

Il presidente del PSE Sergei Stanishev, il presidente del gruppo S & D Udo Bullmann e il presidente della FEPS Maria João Rodrigues parleranno tutti alla cerimonia di apertura del campo. Altri ospiti per tutta la settimana includono leader politici, eurodeputati, giovani attivisti ed esperti accademici.

Stanishev ha infatti affermato:

“È completamente giusto che il campo estivo SES del 2018 – che giunge in un momento cruciale alla vigilia delle elezioni del 2019 – dovrà svolgersi in Spagna, dove la nuova squadra socialista di Pedro Sánchez sta già cambiando le cose in meglio dopo anni di governo di destra guidato da austerità.
Il compagno Sánchez e il suo collega primo ministro socialista, António Costa, stanno dimostrando dove le autentiche politiche progressiste possono arrivare. Ecco perché le centinaia di giovani riuniti qui sono così determinati a vincere le elezioni europee l’anno prossimo: perché sanno che questo è l’unico modo di cambiare l’Europa a vantaggio dei suoi cittadini.

Considero il duro lavoro di YES e dei suoi partner in tutta Europa, nella preparazione di questo spettacolare evento – il primo di molti importanti eventi della campagna tra oggi e le elezioni del prossimo giugno!”

ELS SEGADORS

parlament catalanoCome nell’inno catalano ‘Els Segadors’ i deputati del Parlament danno un ‘colpo di falce’ per difendere la loro terra. Barcellona infatti comunica il divorzio ‘non consensuale’ da Madrid: dopo lunghi tentennamenti oggi la Catalogna dichiara l’indipendenza. Il Parlamento della Catalogna ha approvato la risoluzione sull’indipendenza dalla Spagna, con 70 voti a favore, 10 contrari e due schede bianche. I deputati del Partito popolare, del Partito socialista catalano e di Ciutatans, la sezione catalana di Ciudadanos, hanno abbandonato l’aula del Parlament prima che venisse votata la mozione dei partiti indipendentisti. Subito dopo il sì, il Parlament catalano è esploso in un boato: i deputati in piedi hanno cantato l’inno nazionale dopo che la presidente Carme Forcadell ha annunciato l’adozione della dichiarazione d’indipendenza, seguito da grida di «Visca Repubblica» (Viva la Repubblica).
Decisa dunque l’entrata in vigore della “legge di transizione giuridica e di fondazione” della Repubblica: il Parlament ha aperto il “processo costituente” della Repubblica dopo che questa mattina i due partiti autonomi catalani, Junts pel Sì e CUP, avevano depositato una proposta di risoluzione che contiene, nella parte espositiva l’impegno ad “assumere il mandato del popolo espresso nel referendum” e “dichiarare la Catalogna come Stato indipendente in forma di Repubblica”.
Il documento del blocco indipendentista raccoglie sostanzialmente la dichiarazione di indipendenza che JxSì e la Cup avevano firmato il 10 ottobre, una dichiarazione mai entrata in vigore perché Puigdemont l’aveva sospesa. Nella proposta, i punti chiave parlano senza mezzi termini di promulgare “i decreti necessari per spedire alla cittadinanza catalana la documentazione di accredito della nazionalità catalana”; stabilire “il processo per l’acquisizione della nazionalità catalana”; stabilire “un trattato di doppia nazionalità con il governo della Spagna”, dettare le disposizioni necessarie per l’adattamento, la modifica e l’applicazione del diritto locale, autonomico e statale; promuovere davanti a tutti gli Stati e le istituzioni il riconoscimento della Repubblica catalana; definire i nuovi trattati internazionali.
Da Madrid non trapela preoccupazione, il commento a caldo del premier spagnolo, Mariano Rajoy infatti è stato: “Chiedo tranquillità a tutti gli spagnoli. Lo Stato di diritto ripristinerà la legalità in Catalogna”.
Nessuna sorpresa dal Governo spagnolo, già stamattina Rajoy aveva annunciato la destituzione del presidente catalano Carles Puigdemont, il vicepresidente Oriol Junqueras e tutti i membri del Governo con i poteri straordinari che gli saranno concessi oggi dalla camera alta. Nel frattempo subito dopo l’annuncio dell’indipendenza il Senato spagnolo ha approvato l’articolo 155 come annunciato da Rajoy. Il governo spagnolo, con questa votazione, viene autorizzato a togliere l’autonomia alla Catalogna, commissariando di fatto la regione. Si riunirà in sessione ordinaria alle 17, e straordinaria alle 18, per adottare le misure previste dall’attivazione del 155. Intervenendo in Senato Rajoy ha spiegato che il suo obiettivo è quello di convocare elezioni entro sei mesi e ha poi enumerato tutto ciò che la ‘sfida indipendentista’ ha messo a rischio e illustrato l’obiettivo del governo con l’attuazione del 155. “Potevamo aver messo in moto questa iniziativa quando molti ce lo chiedevano”, ha proseguito Rajoy. “Quando è stata approvata la legge del referendum, quando è stato firmato il decreto di convocazione, ma allora non lo abbiamo fatto perché pensavamo di essere ancora in tempo. Ma non era così”.
Il premier ha detto che è stato necessario questo provvedimento “non contro la Catalogna, ma perché non si abusi della Catalogna”. Infatti non sono state poche le proteste da parte della minoranza unionista prima del voto di questo pomeriggio: il portavoce in Parlament di Ciudadanos Carlos Carrizosa ha chiesto la parola per protestare contro gli slogan pro-indipendenza, urlati dagli oltre 200 sindaci indipendentisti che si trovano nell’auditorium. Carrizosa ha chiesto anche che i gruppi indipendentisti “si attengano alle norme di convivenza minima” e non trasformino il Parlament nella “sede” dei partiti indipendentisti. Il portavoce del Ppc, Alejandro Fernandez, ha denunciato il “settarismo” della maggioranza indipendentista e allo stesso modo protestato per le urla dei sindaci.
Pedro Sanchez ha ribadito oggi che la “Spagna non tollererà la secessione della Catalogna”. Il Psoe ha provato fino all’ultimo a impedire sia che la Catalogna dichiarasse l’indipendenza portando come controparte nuove elezioni, sia che il Governo approvasse il famigerato articolo 155.
Anche oggi poco prima del voto il partito socialista ha chiesto garanzie al PP per la salvaguardia dei media locali catalani in caso di applicazione dell’art. 155. La richiesta però è stata rifiutata, sempre oggi il Psoe infine si è ‘schierato’ e ha ritirato nel Senato spagnolo un emendamento con il quale proponeva di fermare l’applicazione dell’art. 155 se il presidente catalano Carles Puigdmeont avesse convocato elezioni anticipate. L’emendamento era già stato respinto in commissione dal Pp del premier Mariano Rajoy, che ha la maggioranza assoluta nel senato.
Nel frattempo arrivano le dichiarazioni ‘contrarie’ da Usa e Unione europea: “Per l’Unione europea non cambia nulla. La Spagna resta il nostro unico interlocutore”. Scrive su Twitter il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, in merito alla dichiarazione di indipendenza della Catalogna. Tusk ha anche detto di sperare “che il governo spagnolo favorisca la forza dell’argomentazione all’argomento della forza”. Mentre in una nota del Dipartimento di stato americano si esprime l’appoggio di Washington “alle misure costituzionali del governo spagnolo per mantenere la Spagna forte e unita”.

Steven Forti: in Catalogna gioco pericoloso

Catalogna

Steven Forti risiede da diversi anni a Barcellona, è ricercatore presso l’Instituto de Història Contemporânea dell’Universidade Nova a Lisbona, ed insegna Storia contemporanea all’Universitat Autònoma di Barcellona. Si è occupato del massimalismo socialista e di Nicola Bombacci, e, tra gli altri, ha firmato insieme a Giacomo Russo Spena, un volume su Ada Colau. Scrive per diverse testate e conduce un programma in una storica radio libera barceloneta. Lo abbiamo incontrato per valutare alcuni aspetti del profondo dissidio Madrid-Barcellona.

Steven Forti, il gioco delle parti tra governo centrale spagnolo e quello catalano di Carles Puigdemont sta evolvendo nelle ultime settimane verso sviluppi imprevedibili. Una china molto seria, con l’avvio della procedura di applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola, che sarà votata venerdì in Senato, e che potrebbe portare alla sospensione più o meno integrale dell’autonomia di Barcellona. Quali le prospettive nell’immediato?
Era ovvio che il Premier Rajoy pensasse ad un’unica strada obbligata, ed arrivare ad applicare l’articolo 155. E quindi, risolversi a portare la questione in Consiglio dei Ministri era qualcosa di risaputo e non sorprendente. Lo si era capito nelle ultime settimane. Inoltre, vi è stato anche uno scambio di lettere tra governo regionale e quello centrale sulla questione che è apparso un po’ ottocentesco, dove però si lasciava intendere verso quale direzione il Presidente del Governo potesse andare.
Dal momento che il capo dell’esecutivo, Puigdemont, in due occasioni ha risposto in modo non chiaro su quello che era realmente accaduto il 10 ottobre nel Parlamento catalano, si rendeva evidente che, a quel punto, il Partido Popular al potere non poteva fare altrimenti. E questo, a causa delle posizioni su cui i due governi sono ambedue arroccati da tempo, del tutto schiavi delle loro – chiamiamole così – strategie.

Una vicenda di specchi, giochi e contromosse dove ancora non si ha chiarezza sullo sbocco finale, in cui si inseriscono due discorsi di Felipe VI, forse inevitabilmente, ma nettamente sbilanciati sulla posizione del “centro”, di Madrid.
I discorsi del Re sono molto rilevanti. E credo sia interessante tenere presenti insieme due cose: innanzitutto il recentissimo discorso del 19 ottobre in occasione della consegna dei premi Principe de Asturias, in cui il sovrano ha ribadito che la Catalogna è e sarà sempre parte della Spagna. Ciò si ricollega a quanto Felipe VI aveva affermato nell’altro discorso del 3 ottobre. Questo naturalmente rafforza il governo dei Popolari, legandoli strettamente l’uno all’altro.
Peraltro, pur essendo un esecutivo di minoranza, Rajoy ha la maggioranza assoluta al Senato. In più ha l’appoggio al cento per cento di Ciudadanos ed anche il sicuro sostegno dei Socialisti di Pedro Sánchez, per quanto vi siano alcune divergenze al loro interno su come applicare l’articolo 155. Infatti, la federazione catalana e quella delle Baleari sono molto critiche della linea della dirigenza del Psoe e vorrebbero che non ci fosse il “sì” all’articolo 155. Comunque sia, Sánchez e i socialisti su questo hanno posizioni coincidenti con i Popolari, non intendendo mettere in discussione l’unità della Spagna. Altra cosa importante: l’articolo 155 non è applicabile fino al momento del voto dell’aula del Senato di venerdì. Ma il discorso del Re, soprattutto quello del 3 ottobre, è stato importante anche per un’altra cosa: ha chiuso la strada a qualunque possibilità di intervento o mediazione internazionale. Ed ha avuto successo in questo.

Il Premier ha assunto una posizione nettamente di chiusura, una linea “spagnolista” a tutto tondo, dopo una opaca gestione della vicenda fino alle rudezze ai seggi da parte della Guardia Civil, il giorno del voto referendario. Un punto di non ritorno da parte del governo centrale che avocherà a sé tutte le competenze o Rajoy poi graduerà le opzioni – nonostante la bozza presentata sia estremamente rigida, cosa che ha spiazzato i socialisti – con una linea più soft?
Il discorso di Rajoy dell’altro giorno è stato molto duro e le conseguenze saranno serie: sebbene non si sospenderà formalmente l’autonomia catalana, salteranno le competenze locali sulla polizia, sulla tv pubblica catalana, poi si sospenderebbe il Presidente e gli assessori catalani, con l’intervento, di fatto, di una serie di commissari governativi, fino alla convocazione di nuove elezioni nella regione nel giro di sei mesi.  Il testo appena uscito è molto più pesante di quanto ci si attendesse.
Adesso c’è un margine di tempo di alcuni giorni per discutere, sebbene la bozza di mozione si collochi su una linea severa.  In Senato non ci saranno problemi: il Partido Popular ha la maggioranza assoluta e la mozione passerà senza problemi, con il sostegno aperto di Ciudadanos e socialisti, pur con i loro settori dubbiosi.

Un gioco estremamente pericoloso, dove ognuno fa le sue mosse.
Sì, tutto appare come una partita di poker, quasi una roulette russa. Il conflitto tra Barcellona e il centro madrileno si è andato intensificando moltissimo negli ultimi cinque anni e ancor di più nelle ultime settimane. Avviare la procedura dell’articolo 155 la vedo come una strategia del governo di Rajoy per obbligare il governo Puigdemont a fare comunque una mossa.
Ossia, a Madrid si vorrebbe che l’esecutivo catalano convocasse immediatamente nuove elezioni, il che vorrebbe dire convocare e svolgere legali elezioni regionali in Catalogna. Questo sarebbe come ritornare implicitamente dentro la legalità spagnola, dal momento che per convocarle ci si deve basare sulla legge nazionale spagnola, e non sulla legge approvata il mese scorso dal Parlamento catalano sul Referendum e la cosiddetta Transitorietà giuridica.
Questa ipotesi sarebbe e potrebbe essere perlomeno la soluzione per uscire da una incredibile impasse, che veramente potrebbe condurre verso il peggio. Purtroppo che accada ciò appare molto difficile: ci sono tensioni molto forti nella eterogenea compagine indipendentista, che comprende il governo di minoranza della coalizione Junts pel Sí, formato dai Democratici catalani (aderenti ai Liberali europei dell’Alde, dopo la rottura della alleanza con i democristiani e il crack di Convergencia i Unió, NdR) e da Esquerra Republicana de Catalunya, e che è appoggiato dalla Cup (il cartello anticapitalista di sinistra radicale).

Quale valutazione, invece, sulla condotta del Presidente regionale di Barcellona? Il leader ed i catalanisti pro indipendenza sono ormai prigionieri della retorica?
Bisognerà capire cosa accadrà nei prossimi giorni. Il governo catalano pare non abbia alcuna volontà di orientarsi verso nuove elezioni. Qui giocano a questa tattica suicida di azione/reazione: ossia provocare una reazione dello Stato spagnolo per poi cercare di avere un appoggio maggiore e più esteso da parte della società catalana al loro progetto.
Così come abbiamo visto il 1° ottobre, quando è sceso in strada non solo lo zoccolo duro indipendentista, o anche nella manifestazione dell’altro giorno per la libertà dei due dirigenti indipendentisti incarcerati lunedì scorso, Jordi Cuixart e Jordi Sànchez. Infatti, appoggiano queste manifestazioni persone che sono del tutto contrarie al governo del PP e, comunque gente che vuole difendere l’autonomia catalana, ma che non è direttamente pro-indipedenza.
Dunque, ripeto, il governo catalano di fatto ha una strategia suicida, dove dietro non c’è un vero progetto. Si vede che non ha chiaro né cosa fare, né come farlo. Sono degli irresponsabili.
D’alta parte il governo conservatore di Madrid sta facendo degli errori di calcolo molto gravi. La mozione è pesante, e la cosa contribuirà a far peggiorare le cose.
Tornando alla strategia del governo catalano, ci potrebbe essere la volontà – e vedremo in che termini e se poi accadrà davvero nelle prossime ore e giorni – di dichiarare unilateralmente l’indipendenza. Adesso c’è un dibattito interno, anche se non traspare chiaramente nella compagine indipendentista sul se e come farlo: con una dichiarazione in Parlamento regionale prima dell’applicazione dell’articolo 155? Con una dichiarazione istituzionale? Con un voto parlamentare? Questo scenario provocherebbe evidentemente un’altra reazione da parte del governo di Madrid, che poi alimenterebbe questo circolo improduttivo, dove le cose peggiorano sempre più.

Ormai non c’è più spazio per un recupero meditato di alcuni elementi delle miniriforme del tempo precedente all’agitazione indipendentista, per un diverso assetto statale, insieme a semplici modifiche dello Statuto regionale, non è così? La crescente spinta separatista e il nazionalismo madrileno hanno vanificato le tappe precedenti?
Sulla possibilità di avvio di una riforma istituzionale e dello Statuto, non credo vi sarà spazio in questi pochi giorni per una ipotesi che richiede dinamiche e tempi più rallentati.
Posso sbagliarmi, perché tutto cambia molto rapidamente, ma ritengo che, adesso, centrale è capire se in tutto questo ‘gioco’ il governo catalano intende muovere lui il primo passo, e dichiarare l’indipendenza e, se sì come; oppure orientarsi a convocare elezioni regionali e di che tipo, magari definendole “costituenti” o “plebiscitarie”.
Oppure dichiarando esplicitamente: “No, noi ora convochiamo elezioni costituenti perché non vogliamo essere più dentro la Costituzione e lo Stato spagnolo, ma seguiamo le leggi che abbiamo varato a settembre, le leggi di Transitorietà giuridica e di indizione del Referendum di autodeterminazione”. E peraltro sempre accettando come dati per buoni i risultati di questa consultazione. A questo punto, si vedrà che cosa farà il governo centrale e quale sarà la gradualità che deciderà di adottare nell’applicazione pratica dell’articolo 155.

La sindaca di Barcellona, Ada Colau, che proviene dai movimenti popolari dal basso, ha una posizione equilibrata e ragionevole. Quali i punti rilevanti di Barcelona en Comú e quelli di Pablo Iglesias con Podemos, peraltro sempre stabili ad un terzo posto nei sondaggi nazionali?
La Colau spinge per un vero dialogo. La sua posizione è: no al 155, no alla dichiarazione unilaterale di indipendenza; sì al dialogo reale ed ad una riforma vera e profonda del sistema spagnolo; ancora, un sì ad un referendum legale e vincolante concordato con lo Stato centrale.
La sindaca è favorevole, poi, a nuove elezioni in Catalogna ma a certe condizioni. Ha chiesto a tutti la massima calma, di cercare di ragionare politicamente. Aggiungendo che, in ogni caso, non dovranno essere elezioni convocate dallo Stato dopo l’applicazione dell’articolo 155, né portate avanti in un clima di così grande tensione. Anche Podemos è, sostanzialmente, sulla stessa linea d’onda.

Inés Arrimadas, la leader di Ciudadanos, i giovani liberal-centristi di C’s, ha ancora oggi sostenuto una alleanza trasversale antindipendentista.
Sì, la Arrimadas, in realtà, da tempo ripete la necessità di una sorta di fronte unionista, che più propriamente definirei il gruppo dei partiti non indipendentisti: PP, Psoe e Ciudadanos. Per lei, è poi molto conveniente farlo, perché il suo partito è il più forte in Catalogna, avendo più voti, e, anche se dovranno discutere, è la candidata naturale a guidarlo. Peraltro, i sondaggi di oggi la confortano: in Catalogna, con la sua linea molto dura verso i separatisti, C’s perderebbe solo qualche seggio a favore dei socialisti, mentre a livello nazionale ne guadagnerebbe molti a spese dei Popolari.

Intanto, si va precisando il calendario e si corre in direzione di un terreno inesplorato. E tutto accadrà questa settimana…
Sì, sono oramai giorni chiave per la Catalogna e la Spagna: martedì si forma la Commissione senatoriale per l’esame della proposta governativa, giovedì questa sarà votata, tra mercoledì e giovedì si vocifera della possibile apparizione del leader Puigdemont in Commissione. Il quale medita addirittura di presentarsi a in aula a Madrid venerdì, durante il voto in Senato. Giovedì peraltro, ci sarà soprattutto la incognita totale: la sessione del Parlamento di Barcellona, in cui forse si proclamerà la dichiarazione unilaterale di indipendenza.
Le ultime notizie, infine, sono che il PP nelle scorse ore, pur riconfermando di voler sottoporre alla Commissione un testo molto duro per l’applicazione dell’articolo 155, ha però lasciato una porta aperta: i Popolari potrebbero addivenire ad un 155 “light” qualora non vi fosse la dichiarazione di indipendenza e, forse, nemmeno la sua applicazione pratica. Ma solo, però, se Puigdemont decidesse di indire le nuove elezioni catalane in un quadro legale.

Roberto Pagano

Catalogna, Psoe: “Art.155 per indire nuove elezioni”

Carmen-Calvo-PSOEAlla vigilia della riunione straordinaria del Cdm in cui sarà applicato l’articolo 155 della Costituzione, arriva un’altra novità dalla Spagna. Il governo spagnolo e il Psoe hanno concordato che nuove elezioni regionali in Catalogna si svolgeranno a gennaio 2018: lo ha confermato Carmen Calvo, ex ministro della Cultura socialista.
“Sì, Sanchez ritiene che il 155 servirà a portare la Catalogna alle elezioni” ha detto Calvo, che negozia per il Psoe con il governo sul 155, che il governo attiverà domani. Calvo ha annunciato che “l’obiettivo di ripristinare tranquillità e democrazia in Catalogna si traduce nelle urne” e che “l’attivazione dell’articolo 155 non ha alcuna funzione punitiva, ma rappresenta l’unica via d’uscita che la Costituzione ci permette”.
Grazie all’attivazione dell’articolo 155, il governo spagnolo dovrebbe prendere il controllo, fra l’altro, dei Mossos d’Esquadra e della tv pubblica catalana Tv3. Lo ha detto la socialista Carmen Calvo che negozia per il Psoe il “commissariamento” della Catalogna. Secondo Calvo, citata dai media catalani, Madrid controllerà anche le finanze catalane e parte delle competenze del presidente Carles Puigdemont.
“La situazione che si è creata – ha detto il Premier Rajoy – è il frutto di decisioni irresponsabili da parte di dirigenti politici che sono stati incapaci di essere all’altezza delle circostanze”.
Le misure che verranno discusse sabato per frenare il processo indipendentista della Catalogna, saranno approvate il 27 ottobre nella plenaria del Senato di Madrid. Il pacchetto di misure richiede l’approvazione a maggioranza assoluta del Senato, come prevede l’articolo 155 della Costituzione. I vertici del Senato si riuniranno sabato per stabilire che una commissione congiunta di 27 senatori provenienti dalle commissioni generali delle comunità autonome e costituzionali sia incaricata dell’iter necessario per l’approvazione al Senato.

Sanchez torna a dirigere il Psoe, ma la sfida è ora

spagna sanchezSanchez la spunta. Il vecchio segretario, colui che si era guadagnato l’inimicizia del PSOE per via della sua ostinazione nel voler cercare un’alternativa ad ogni ipotesi di governo con Rajoy ed il Partito Popolare, è tornato al suo posto in vetta al partito.
Il suo merito è quello di aver messo la base al primo posto, avviando una campagna elettorale senza precedenti che lo ha portato a girare tutto il paese dopo essersi dimesso dal Parlamento in seguito alla sua opposizione a larghe intese e, come poi effettivamente accaduto, a governi di minoranza. Le primarie lo hanno incoronato con il 49% dei consensi contro il 40% della sua principale avversaria, la presidente andalusa Susana Diaz, e il 10% del basco Patxi Lopez.
Sconfitti invece i “baroni”, ossia lo stesso establishment del partito che lo aveva costretto alle dimissioni in seguito alle sue scelte politiche. Tutti (o quasi) avevano puntato ferocemente sulla Diaz, data per favorita alla vigilia.
Adesso molti i timori sulla tenuta del governo. Il partito svolta nuovamente a sinistra – ma con la dichiarata volontà di non rincorrere Podemos – e per il futuro molti commentatori profilano lo spettro dell’instabilità politica. Sanchez sta subito stemperando i toni, dichiarando di voler ricomporre le relazioni con i “baroni”, in attesa del congresso di metà giugno.
Le sfide sono appena all’inizio, a cominciare dalla mozione di sfiducia mossa da Podemos e che il partito di Iglesias promette di ritirare nel caso il PSOE passi all’opposizione presentandone una propria.

Giuseppe Guarino

Caos Psoe. Sanchez si dimette

sanchez dimissioni

Si è dimesso dopo una intera giornata di trincea nella sede madrilena del Psoe il contestato segretario Pedro Sanchez, a seguito della bocciatura del Consiglio federale Psoe con 132 voti contrari e 107 a favore della sua mozione per celebrare un congresso straordinario anticipato da elezioni primarie in ottobre. Gli oppositori, guidati dai 17 membri della direzione socialista dimissionari chiedono che il partito sia ora guidato da una direzione provvisoria, un vero commissariamento, fino alla tenuta di un congresso nei prossimi mesi..

Sanchez, 44 anni, aveva assunto la guida dei socialisti spagnoli nel luglio del 2014, primo segretario eletto direttamente dai militanti mediante votazione segreta. Il segretario del partito era rimasto fermo fino all’ultimo nel mantenere la posizione di non consentire il voto di astensione dei deputati socialisti per permettere al leader dei popolari Mariano Rajoy di formare un governo di minoranza, ma è stato di fatto sfiduciato dai dirigenti del suo partito guidati da Susana Diaz leader del PSOE in Andalusia. La sua posizione oltranzista stava portando la Spagna verso alle terze elezioni in in meno di un anno. Contro la sua posizione i vecchi leader Psoe, gli ex premier Felipe Gonzalez e Jose Luis Rodriguez Zapatero avevano guidato la fronda contro Sanchez.

Nel corso della conferenza stampa indetta alle 21, Sanchez ha dichiarato che nella fase di commissariamento tutta la comunità socialista potrà contare sul suo appoggio leale.

La guerra senza esclusione di colpi fra i sostenitori dell’ormai ex segretario e la fronda dimissionario, esplode nel mezzo della infinita crisi politica spagnola, e dopo che nell’ultimo anno il Psoe ha subito ben cinque sconfitte storiche consecutive in altrettante elezioni sotto la guida di Sanchez.

Sara Pasquot

 

In Spagna tutto rimandato. Sanchez senza maggioranza

SANCHEZ-Spagna

In Spagna, tutto rimandato a venerdì. Allora basterà una maggioranza semplice, ma i numeri parlano chiaro: su 350 deputati, 130 voti a favore, 219 voti contrari e una sola astensione. Sánchez ha ottenuto soltanto l’appoggio del suo Psoe e dagli alleati di Ciudadanos, oltre al non-voto della deputata di Coalición Canaria.

Un nuovo passo avanti verso nuove elezioni generali, già fissate per il 26 giugno qualora non si dovesse riuscire a formare un governo entro i primi di maggio.

Non riuscendo a far leva sui sentimenti anti-Rajoy al fine di formare una coalizione a tre con Ciudadanos e Podemos, Sánchez esce sconfitto sotto il peso pesante del pareggio quadripartito del voto dello scorso dicembre.

Se Rivera si è attenuto ai patti, non facendo mancare i voti arancioni, dall’altro lato, sia Rajoy che Iglesias hanno lavorato in questi giorni al fine di porre una distanza enorme dal segretario socialista. Distanza che, in questo momento, appare incolmabile. A nulla sono serviti gli appelli al dialogo, né l’accorata invocazione nel discorso de investidura. Alla fine hanno prevalso l’insulto e la calunnia, la provocazione e la sfiducia.

“Bloccare l’orologio della democrazia è una mancanza di rispetto per gli spagnoli”, ha dichiarato il candidato premier, accusando la scarsa collaborazione riscontrata da parte degli altri partiti. E non evita di attizzare il focolaio di polemiche con Pablo Iglesias, scoprendone il gioco: “Podemos è la linfa vitale del PP”. Ma siamo ormai in un circolo vizioso. Il Psoe e Ciudadanos difficilmente riusciranno a superare l’esame di domani sera. Se, come appare probabile, Sánchez non dovesse avere i numeri nemmeno alla seconda votazione, gli spagnoli saranno chiamati a scegliere nuovamente il proprio destino, consci però del solo risultato finora apportato dall’antipolitica di Podemos: l’ingovernabilità.

Giuseppe Guarino

Spagna, i socialisti pronti
a un governo con Podemos

Pedro Sanchez, segretario del Psoe

Pedro Sanchez, segretario del Psoe

Il leader del Partito socialista spagnolo Pedro Sánchez, ha ribadito oggi che non intende appoggiare un esecutivo guidato dal conservatore Mariano Rajoy ed ha annunciato che cercherà di dar vita ad un patto con Podemos e la formazione di centro-destra Ciudadanos.
“Ci unisce il cambiamento. Un cambiamento progressista, riformista, che rigeneri la nostra vita democratica, che ripristini il benessere e metta fine alla frattura nella convivenza in Catalogna”.
Alle elezioni generali celebrate a dicembre il partito più votato è stato il PP di Rajoy che non è però riuscito ad ottenere la maggioranza assoluta dei voti. I popolari vogliono una grande coalizione alla tedesca con il secondo partito più votato, il Psoe e con Ciudadanos per dare vita, affermano, ad un esecutivo stabile che faccia fronte alla sfida catalana. Ma i socialisti ancora una volta hanno ribadito di voler un cambiamento di governo in Spagna. “Altri 4 anni di Rajoy al governo aggraverebbero anche il confronto con l’autonomia della Catalogna”, ha dichiarato Sanchez a Cadena Ser.

Patxi Lopez

Patxi Lopez

Intanto domani si insedieranno le due Camere e l’ex presidente basco Patxi Lopez sarà il candidato del Partito socialista alla presidenza del Governo e la sua elezione dovrebbe avvenire durante la prima sessione del parlamento eletto alle politiche del 20 dicembre.
La nuova camera dei deputati è per la prima volta nella storia democratica spagnola fortemente frammentata e senza una maggioranza chiara a causa dell’irruzione dei due nuovi partiti anti-casta, Podemos e Ciudadanos, arrivati rispettivamente terzo e quarto dopo Pp e Psoe, con 69 e 40 deputati su 350. La frammentazione del parlamento rischia di costringere la Spagna a tornare alle urne il prossimo maggio se falliranno i tentativi del premier uscente Mariano Rajoy, e di Pedro Sanchez, che dovrebbe provare dopo Rajoy a formare un governo.
Il Pp non ha ancora designato il suo candidato alla presidenza del Congresso, che secondo Publico.es potrebbe essere l’uscente Jesus Posada o il ministro degli interni Jorge Fernando Diaz.
Sul fronte interno dei socialisti è scattata la tregua (armata), la presidente del governo andaluso, Susana Diaz, ha infatti espresso pubblicamente “appoggio e fiducia” al proprio segretario, perché provi a formare una coalizione di sinistra quando sarà fallito il tentativo del leader del Partito Popolare. Diaz è la principale rivale interna di Sanchez che dopo due anni non è ancora riuscito a consolidare la sua leadership. A lei guardano tutti coloro che auspicano al più presto a un congresso per cambiare dirigenza ed esprimono scetticismo per un possibile accordo di governo con Podemos, partito anti casta della sinistra radicale. Oggi la Diaz, intervistata dalla radio Canal Sur, ha definito “inattuabile” l’ipotesi di convocare un Congresso a febbraio, sottolineando che il dibattito sulla guida del partito “non si è ancora aperto”.

Sara Pasquot

Maltrattamenti. Ex ministro Psoe si autosospende

Aguilar-PsoeUn’accusa già ritirata per maltrattamenti e una testimonianza del figliastro aspirante attore, su questi pilastri si fonda il processo mediatico in corso in Spagna nei confronti di Juan Fernando Lopez Aguilar eurodeputato del PSOE.

Una notizia che non avrebbe avuto il risalto che sta avendo se il protagonista non fosse l’ex ministro della Giustizia spagnolo Juan Fernando Lopez padre della legge contro la violenza domestica sulle donne – ora accusato dalla sua ex moglie di percosse.
La denuncia è emersa durante la causa di divorzio ed è stata trasmessa e poi ritirata, da quanto si apprende dai giornali, al tribunale di Las Palmas de Gran Canarias alla Corte Suprema, che ora dovrà decidere se procedere contro il politico socialista.
Lopez Aguilar nega: “Sono accuse totalmente false, mi colpiscono dove più fa male e sui miei valori di uomo e di politico”, ha detto l’ex ministro al quotidiano El Pais.

Le prime pagine dei giornali e le aperture dei tg nazionali fanno da cassa di risonanza ai protagonisti della vicenda, già in precedenza il figlio dell’ex moglie aveva denunciato Aguilar per violenze ai danni della madre, esposto che però era stato in seguito ritirato. Secondo l’ex ministro si tratta “anche questa volta un’altra falsità. Sostengo la validità della mia legge contro la violenza di genere – ha spiegato Aguilar – e adesso mi difenderò da questa orribile calunnia”.
”È doloroso vedere come persone che ho amato molto minaccino di rovinarmi la reputazione e l’onorabilità “ ha detto l’ex ministro.

Juan Fernando Lopez Aguilar, ministro simbolo delle storiche leggi del primo governo Zapatero, portano la sua firma quella contro la violenza sulle donne e la legalizzazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso, si è autosospeso dal PSOE fino a che la situazione non verrà chiarita e per non arrecare danno al proprio partito, per ora è data per ufficiale l’iscrizione al gruppo misto dell’europarlamento.

Dal Partito Socialista spagnolo la prima a commentare la notizia sui social network è stata Beatriz Talegon, membro della direzione nazionale e leader della sinistra socialista, “fa male vedere come sia facile gettare fango per liberarsi di genio e maestro della politica come Juan Fernando. L’autosospensione è un gesto esemplare, soprattutto quando in molti continuano a rimanere aggrappati alla sedia”.

Tutto tace dalla segreteria del Partito, il segretario Sanchez non commenta e dal partito non arriva nessun comunicato sulla vicenda.

Sara Pasquot