Rinnovo delle istituzioni e rilancio della autonomia della Sardegna

libroAl volume Identità e Autonomia in Sardegna e Scozia, pubblicato nel 2013 a cura di Gianmario Demuro, Francesco Mola e Ilenia Ruggiu, contenente i risultati di un progetto di ricerca finanziato dalla Regione autonoma della Sardegna, ha fatto seguito, nel 2017, la pubblicazione di un nuovo volume che rappresenta la prosecuzione del primo, dal titolo “La specialità sarda alla prova della crisi economica globale”, curato da Giovanni Coinu, Gianmario Demuro e Francesco Mola. Anche di questo secondo volume, come del primo, il punto di partenza è stata un’indagine demoscopica, accompagnata dalle riflessioni di diversi autori sulle problematiche attualmente presentate dal problema della specialità ordinamentale di alcuni regioni.

Nel primo volume, l’indagine ha avuto lo scopo di accertare l’opinione dei sardi sulle riforme istituzionali “necessarie alla Sardegna per uscire dalla fase di transizione istituzionale in cui essa è venuta a trovarsi a partire dal 1999”, anno in cui è stata approvata la legge costituzionale n. 1/1999. Com’è noto, questa legge ha implicato lo “smarrimento” della specialità dell’autonomia della Regione sarda, comportando nell’opinione dei sardi il radicarsi della necessità di una riforma dello Statuto vigente; da qui la giustificazione di svolgere un’indagine statistica, che potesse essere d’aiuto nella formulazione di proposte in merito. Secondo i curatori, dai risultati dell’indagine sono emersi “dati molto netti e sorprendenti”, tra i quali, il più rilevante, è stato quello esprimente il senso di autonomia vissuto dai sardi che, reclamando maggiori poteri, valutano negativa la politica delle istituzioni regionali, giudicate incapaci “di rappresentare adeguatamente la specialità”.

Dalla prima indagine demoscopica era risultato che i sardi fossero orientati, quasi all’unanimità, nel denunciare una profonda percezione delle difficoltà dei politici e delle istituzioni regionali nel gestire l’autonomia. Secondo Gianmario Demuro, autore (oltre che curatore del libro) di uno dei testi che accompagnano il commento dei risultati dell’indagine, l’interpretazione che di essi, da un punto di vista giuridico e politico, poteva essere data, era che in Sardegna vi fosse “una forte rivendicazione di maggiore rappresentanza politica, da sempre il principale veicolo dell’identità e della specialità”, percepite e interiorizzate dai sardi in funzione della crescita economica e dello sviluppo qualitativo dell’Isola.

Tuttavia, la ricerca presentava il limite di non aver indagato sul come i sardi avrebbero desiderato porre rimedio alla loro sfiducia nei confronti della politica regionale e, in particolare, delle istituzioni regionali; la lacuna ha limitato fortemente lo scopo dell’indagine, ovvero la conoscenza dell’opinione dei sardi riguardo al modi in cui l’eventuale riforma dello Statuto vigente potesse consentire il ricupero potenziato della autonomia speciale della loro Regione. Ciò a supporto di una maggior tutela della propria identità, fondata sulla qualità di una crescita e di uno sviluppo che la distribuzione del potere decisionale fra le varie istituzioni, nelle quali si è sinora sostanziata l’autonomia, non ha saputo assicurare. Ai limiti della prima indagine ha posto rimedio la seconda, che costituisce, come si è detto, il punto di partenza del secondo volume sul problema della specialità della Sardegna.

Questa seconda indagine, infatti, è volta ad appurare quale sia l’opinione dei sardi circa la più conveniente riforma delle istituzioni regionali. I dati che da essa si ricavano risultano però coerenti con quelli della prima solo su un aspetto fondamentale, riguardante il modo di percepire il senso dell’autonomia speciale; rispetto agli altri aspetti indagati, invece, non si può non rilevare una certa contraddittorietà delle risposte fornite dalle due indagini.

L’aspetto riguardo al quale i sardi hanno mostrato un’alta coerenza è quello che investe direttamente i motivi della loro identità, quali quelli etnici e linguistici. D alla prima indagine era risultato che, la rivendicazione della specialità regionale sancita nello Statuto non era necessariamente legata al fatto di essere nati in Sardegna, in quanto in maggioranza i sardi si sentivano portatori di una identità plurale, integrata nelle istituzioni in cui era “incarnata” l’autonomia: oltre che sardi, quindi, gli abitanti dell’Isola si sentivano italiani, europei e cittadini del mondo )con buona pace per tutti coloro da sempre impegnati ad invocare per il popolo sardo un modello identità non fondato sulla natura e qualità delle istituzioni). Ciò è confermato dalla seconda indagine, dalla quale risulta che la rivendicazione della specialità è basata, non tanto su pretese etnico-culturali, quanto piuttosto sulle peculiari condizioni economiche e sociali che caratterizzano la comunità regionale.

Dunque, dai dati emersi dall’ultima indagine, è risultato che, per i sardi, i problemi prioritari sono quelli di carattere economico-sociale e non quelli di carattere etnico-cultural-territoriale; ma è proprio sulle priorità degli interventi auspicati in nome della specialità che la seconda indagine demoscopica evidenzia le contraddizioni più gravi, destinate ad avere ripercussioni negative, in assenza di un approfondito dibattito culturale sulla questione di una possibile riforma dello Statuto regionale. L’indagine è stata condotta sulla base di un questionario (somministrato a un campione di 607 intervistati) strutturato in quattro sezioni, riguardanti, rispettivamente: profilo socio-demografico della popolazione; priorità d’intervento; atteggiamento dei sardi riguardo alla vita pubblica; distribuzione dei poteri nelle istituzioni. Le sezioni che maggiormente rilevano, rispetto all’atteggiamento dei sardi circa la rivendicazione della specialità e la struttura istituzionale con cui realizzare gli interventi, sono la seconda (riguardante le “priorità d’intervento”) e la quarta (riguardante la “distribuzione dei poteri nelle istituzioni”).

La sezione relativa alle priorità è stata la più corposa (costituita da 56 domande); agli intervistati è stato chiesto di esprimere la propria opinione sulle priorità d’intervento riferite ad otto settori: Identità e cultura, Economia, Lavoro, Trasporti e infrastrutture, Riforme e istituzioni, Ambiente e territorio, Welfare, Sicurezza. Con l’ultima domanda della sezione è stato chiesto agli intervistati di esprimere le loro preferenze, assegnando un punteggio in una scala da 1 (bassa priorità) a 10 (alta priorità). I risultati, sorprendentemente, sono stati i seguenti: massima priorità al Lavoro, seguito da Trasporti e infrastrutture, Economia, Sicurezza, Welfare, Ambiente e territorio; penultimo il settore Identità e cultura e ultimo (!), il settore Riforme e istituzioni.

Per quanto concerne la sezione relativa al settore riguardante la distribuzione dei poteri nella Regione, al fine di meglio interpretare il pensiero degli intervistati, si è fatto ricorso ad un’”analisi multivariata”, mediante l’applicazione della tecnica statistica della “Cluster analysis”, con la quale sono state rilevate le risposte di gruppi omogenei (rispetto ad età, titolo di studio, ecc.) dell’intero campione; questi i risultati: Anziani centralisti (22%); Giovani conservatori e sfiduciati (12%); Statalisti (30%); Adulti decentralizzatori (36%). Inaspettatamente, riguardo alla distribuzione del potere decisionale rispetto a quattro istituzioni di riferimento (Unione Europea, Stato, Regione, Comuni), l’atteggiamento dei sardi è risultato contraddittorio rispetto alle manifestazioni d’interesse al rilancio della specialità autonomistica della loro Regione. Solo il gruppo degli Adulti decentralizzatori (36%) ha presentato una forte presenza di soggetti che vorrebbero un aumento dei poteri assegnati ai Comuni (senza specificare se amministrativa o di altra natura); pochi, invece, sono stati quelli che hanno espresso il desiderio di conservare lo status quo nella distribuzione dei poteri tra i quattro livelli istituzionali di riferimento.

Rispetto alla distribuzione dei poteri delle istituzioni, tutti gli altri gruppi (Anziani centralisti, Giovani conservatori e sfiduciati, Statalisti), per un totale pari al 65% del campione, hanno espresso una sostanziale indifferenza, se non la loro contrarietà, al cambiamento dello status quo istituzionale: gli Anziani centralisti si sono espressi in pro di un aumento dei poteri dell’Unione Europea e dello Stato; i Giovani conservatori e sfiduciati hanno manifestato un forte sentimento di indifferenza, in quanto propensi a lasciare le cose così come stanno; gli Statalisti hanno espresso un’opinione propensa ad assegnare maggiori poteri allo Stato.

Di fronte a questi risultati, concernenti il senso che i sardi hanno interiorizzato rispetto al tema della specialità dei poteri autonomistici della propria Regione, come si può giustificare l’impegno profuso da minoranze estreme, nel proporre, addirittura, riforme della Costituzione italiana e dello Statuto sardo a difesa dell’autonomia speciale regionale, in funzione di profili identitari etno-linguistici-territoriali? L’evidente contraddizione può essere compresa solo se si considera, come afferma Roberto Toniatti (in “Le vie della democrazia partecipativa per la legittimazione delle autonomie speciali”), quanto problematica sia oggi la difesa delle autonomie speciali regionali e determinante il fatto che tale categoria giuridica corrisponda “ad una ininterrotta auto-percezione da parte di chi vi vive ed opera dall’interno”, in funzione però della soluzione dei problemi maggiormente avvertiti.

Se la conduzione di un’indagine statistica può rappresentare il mezzo per acquisire materiali conoscitivi sufficienti per poter procedere ad un’opera di rinnovamento delle istituzioni regionali più rispondenti alle priorità d’intervento espresse dagli intervistati, occorre però tener conto dell’atteggiamento prevalente dei sardi rispetto all’opera di rinnovamento dell’assetto istituzionale regionale; ciò è tanto più importante, se si considera che il riconoscimento della specialità è oggi fortemente contestato da parte di chi ritiene che le forme differenziate di autogoverno regionale siano ormai superate e, nella fase economica attuale, costituiscano una fonte di sprechi e di inefficienze. La critica al riconoscimento della condizione giuridica della specialità autonomistica ha infatti favorito – come afferma Roberto Louvin in “La sostenibilità dei regimi speciali di autonomia” – la formazione di due “opposte visioni di futuro”, dalle quali i sardi, stando alle indicazioni sulle priorità emerse dall’indagine statistica, dovranno difendersi.

Da un lato, essi sono chiamati a “lottare” contro una “concezione a-territoriale delle autonomie”, che tende ad assumere la forma di una pretesa, da parte degli organi centrali dello Stato, di plasmare a loro piacimento le istituzioni territoriali, spesso ammantando la pretesa con la presunzione che sia l’Europa a chiederlo. Dall’altro lato, i sardi dovranno “lottare” anche contro la concezione opposta di una difesa della specialità sulla base di pretese solo ideologiche e aprioristiche.

La pretesa di salvaguardare la specialità autonomistica sulla base di profili etnico-linguistici-territoriali prefigurerebbe per la Sardigna il rischio che la specialità autonomistica arrivi a tradursi in una “prigionia identitaria”, cioè in una vera e propria “autonomia sequestrata”, in cui le classi politiche e le élite amministrative possono continuare a gestire “il regime di autonomia come affare loro […], ampliando indebitamente la sfera dei loro privilegi e provocando un enorme danno d’immagine alle comunità che dovrebbero invece servire”. Questa situazione riflette in pieno il senso negativo del parere espresso dal gruppo degli Adulti decentralizzatori, i quali, pur favorevoli in maggioranza ad aumentare i poteri dei Comuni, sembrano orientati a soddisfare il desiderio delle élite politico-amministrative comunali di acquisire privilegi “particulari”, piuttosto che cercare maggiori possibilità di servire le comunità locali.

Stando così le cose, considerato che entrambe le concezioni descritte sono negative per riproporre una specialità autonomistica dell’Isola all’altezza dei problemi più avvertiti da tutti coloro che vi abitano, è d’interesse vitale contrastare la doppia deriva ideologica che tende o a giustificare la soppressione del regime giuridico della specialità, oppure a relegarlo nell’orizzonte esclusivo del passato. E’ necessario quindi, una mobilitazione, oltre che sul piano politico, anche su quello culturale, al fine di fare prevalere nei sardi il convincimento che le priorità d’intervento da loro indicate possono essere soddisfatte solo attraverso una più consona ridistribuzione dei poteri delle istituzioni regionali; una ridistribuzione che, come afferma Gian Giacomo Ortu in “L’intelligenza dell’autonomia. Teorie e pratiche in Sardegna”, consenta di anticipare “pratiche federaliste”, nella prospettiva di una futura riorganizzazione in senso federalistico di tutti i livelli istituzionali ai quali fa riferimento l’indagine demoscopica condotta per appurare l’atteggiamento dei sardi rispetto alla specialità ordinamentale della propria Regione.

La mobilitazione politico-culturale dovrà perseguire l’obiettivo di diffondere e di radicare nella coscienza dei sardi il convincimento che le priorità d’intervento da loro espresse possono essere perseguite solo attraverso una crescita stabile dell’area regionale ed uno sviluppo più equo e diffuso a livello territoriale, da realizzarsi con una riforma dello Statuto in grado di coinvolgere nei processi decisionali le comunità locali, attraverso una più appropriata organizzazione dell’Istituto regionale; dovrà trattarsi di un’organizzazione in grado di consentire la sottrazione dell’intera comunità regionale all’inefficienza istituzionale venutasi a creare dopo l’adozione, nel 2016, da parte della Regione, di un ordinamento degli enti locali del tutto inadeguato.

Il nuovo ordinamento delle autonomie locali, a parte l’Area metropolitana di Cagliari, continua a subire gli esiti negativi del centralismo della Regione nel governo del territorio, attraverso strumenti di programmazione della politica regionale che lasciano poco spazio alle autonomie locali, riordinate recentemente sulla base di “Unioni di Comuni”. La nuova legge non prevede per i nuovi enti locali alcuna possibilità di partecipazione alla definizione della politica di crescita e sviluppo delle loro aree; sulla base di un presunto dimensionamento territoriale ottimale dei nuovi enti, essa si è infatti limitata a perseguire un più razionale esercizio delle competenze amministrative, riducendo il loro potere di iniziativa alla stipula di convenzioni tra i vari Comuni ricadenti all’interno delle nuove circoscrizioni territoriali, in funzione dell’esercizio congiunto dei servizi di loro competenza.

Il superamento di questa situazione non può che essere una riforma della struttura dell’Istituto regionale adatta a rimuovere i due grandi limiti che hanno bloccato la crescita e lo sviluppo della Sardegna, quali l’inefficienza delle istituzioni locali e la mancanza di una loro adeguata autonomia decisionale per la progettazione e l’attuazione di interventi conformi alle priorità emerse dall’indagine demoscopica della quale sono stati illustrati i risultati.

Allo stato attuale, perciò, rispetto al passato, la discontinuità dell’organizzazione istituzionale della Sardegna può essere realizzata solo attraverso un decentramento degli strumenti di programmazione della politica regionale, che garantisca la partecipazione delle società civili locali alla formulazione delle scelte per la promozione della crescita e dello sviluppo dei loro territori; la “discontinuità”, in questa prospettiva di riforma istituzionale, dovrà essere il risultato di una limitazione dell’esercizio del potere a livello regionale solo allo svolgimento di una funzione di coordinamento e di indirizzo delle scelte locali, ponendo termine all’esercizio di una politica attiva che sinora non ha mai risposto alle attese delle comunità locali.

Per la realizzazione di una riforma dell’Istituto regionale secondo le linee indicate, occorrerà che la revisione dello Statuto vigente sia realizzata nel segno del superamento del centralismo decisionale sinora privilegiato; motivo, questo, che è alla base della percezione, da parte della popolazione sarda, dei limiti con cui i politici e le istituzioni regionali hanno fino ad ora rappresentato e gestito l’autonomia istituzionale.

Come afferma Gianmario Demuro nelle sue “Conclusioni” sui risultati dell’indagine demoscopica e sui commenti degli autori che hanno contribuito all’allestimento del volume recentemente pubblicato, il futuro dei sardi dipenderà da ciò che essi saranno capaci di realizzare, maturando e approfondendo però il convincimento – è il caso di aggiungere – che l’unico modo per salvaguardare e potenziare l’autonomia speciale finora riconosciuta, consiste nell’evitare che essa sia associata ai risultati fallimentari del passato; risultati che sono, forse, all’origine della presenza nella popolazione sarda del consistente gruppo di Statalisti e dell’indifferenza di un non trascurabile gruppo di Giovani conservatori e sfiduciati, il cui atteggiamento, assieme a quello dei primi, non è certo positivo nei confronti di una possibile riforma delle istituzioni regionali che sia più conforme alle prevalenti priorità di intervento emerse dall’indagine demoscopica.

Gianfranco Sabattini

Ortu. Urgenza di una carta autonomistica per la Sardegna

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Gian Giacomo Ortu

Gian Giacomo Ortu, noto studioso di storia della Sardegna e docente di Storia moderna presso l’Università di Cagliari, ha pubblicato di recente, per i tipi dell’editrice CUEC, “L’intelligenza dell’autonomia. Teorie e pratiche in Sardegna”. Il libro è di grande interesse, perché, nella fase attuale, riproporre i termini del dibattito (al quale hanno partecipato nomi illustri del mondo della cultura e della politica isolane, i cui testi occupano la prima parte del volume), svoltosi in rapporto al “tipo” di “Autonomia” assicurato alla Sardegna dallo Statuto speciale, approvato dalla Costituente il 31 gennaio del 1948. Il libro di Ortu, quindi, porta all’attenzione della pubblica opinione i limiti con cui quell’”Autonomia” è stata istituzionalizzata e resa operante nell’Isola, attraverso l’organizzazione dell’istituto regionale.

L’interesse del libro sta soprattutto nella sua seconda parte, contenente le “Riflessioni” dell’autore sui limiti del tipo di autonomia assicurata alla Sardegna dalla lettera dello Statuto; riflessioni che Gian Giacomo Ortu riassume nell’ultimo scritto (riportato in chiusura fuori numerazione e “scaturito da un intenso scambio di idee con Salvatore Cerchi”), nel quale sono illustrate, non solo le critiche formulate al tipo istituzionalizzato di autonomia, ma anche la prospettiva teorica, quella federalista, alla quale ricondurre qualsiasi progetto di riforma dello Statuto, al fine di porre rimedio agli aspetti del “principio di autonomia” sacrificati alla fine del 1948.

Riguardo alle critiche, è opportuna qualche ulteriore riflessione, che potrebbe risultare utile in sede di progettazione dei tentativi, auspicati da Ortu, per perseguire nell’immediato futuro, sulla traccia di una presunta “grande tradizione federalista italiana”, una possibile ridefinizione della “specialità” dello Statuto, consentita dalla riforma del 2001 del titolo V della Costituzione; la “ridefinizione” dovrebbe attuarsi mettendo in atto “pratiche federaliste”, attraverso “iniziative politiche di segno autonomistico”, partecipate da una popolazione che, pervasa dal “principio di autonomia” presente nel retaggio culturale dell’Isola, dovrebbe garantire il supporto sociale necessario a “portare il confronto con lo Stato sino a quel limite oltre il quale apparirà necessaria la ridefinizione della sua forma costituzionale” in senso federale.

L’attuazione di questa ipotesi di progetto politico presuppone che la popolazione della Sardegna, nel momento dell’approvazione dello Statuto, sia stata deprivata del fondamento della sua identità culturale. L’assunto, però, è gravato dal sospetto che quanto realizzato, con “l’oscuramento della personalità e soggettività” del popolo sardo, debba essere ricondotto alla responsabilità di gran parte delle forze politiche regionali che, presenti alla Costituente, avrebbero dovuto impedire, in linea di principio, quell’oscuramento.

Secondo Gian Giacomo Ortu, l’oblio nella lettera dello Statuto del retaggio culturale della Sardegna sarebbe dipeso dal fatto che la motivazione della “specialità” sia stata formulata con l’accento posto prevalentemente sulle condizioni di grave svantaggio economico che caratterizzavano l’Isola alla fine del secondo conflitto mondiale.
Al riguardo, però, va osservato che il motivo dell’oblio non può essere compreso correlando la stesura dello Statuto solo alle condizioni economiche nelle quali versava la Sardegna all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale; per un altro verso, per capire le ragioni di quell’oblio occorre, più opportunamente, adottare una prospettiva critica meno angusta, idonea a permettere di verificare se la volontà di rispettare il retaggio culturale dei sardi era presente nelle intenzioni di chi rappresentava la Sardegna in seno alla Costituente o, nel migliore dei casi, chi rappresentava i sardi si sia trovato nelle condizioni di ottenere il rispetto di quel retaggio.

L’elemento che, in particolare dopo la Liberazione, ha impedito ai portatori del “pacchetto delle richieste”, valutate non eludibili, in favore della Sardegna (da parte dei suoi rappresentanti più consapevoli), è stata la pervasività delle ideologie che tutti i partiti, organizzati su base nazionale (con l’eccezione della presenza, al loro interno, di sparute e, perciò, ininfluenti minoranze), hanno posto a fondamento dei loro programmi; con la loro pretesa totalizzante, tali ideologie sono risultate chiuse all’accoglimento delle istanze realmente autonomistiche.

Per queste ragioni, le istanze libertarie e autonomistiche sono state “sedate”, con l’istituzionalizzazione di un ordinamento regionale, che è valso a fare introiettare ai sardi (e non solo a loro) un modello organizzativo politico-amministrativo omogeneo a quello dello Stato burocratico e accentratore, che le ideologie totalizzanti nazionali hanno concorso ad affermare e ad imporre alle varie articolazioni regionali del Paese. La vocazione al centralismo dell’Italia del dopoguerra, “ovattata” dall’ordinamento regionale, è valsa a smentire la supposta esistenza della presenza nella cultura italiana di “una grande tradizione federalista”, come del resto sta a dimostrare il cammino, accidentato e tortuoso, percorso dall’istanza federalista dalla raggiunta Unità del Paese sino ai nostri giorni.

In Italia, la discussione sulla natura del decentramento istituzionale ha sempre accompagnato, sia pure in modo discontinuo, il confronto tra le forze politiche. A fronte della soluzione unitaria che le forze conservatrici proponevano per la soluzione del problema dell’organizzazione dello Stato dopo il conseguimento dell’Unità nazionale, si è contrapposta la posizione libertaria e progressista di chi pensava di salvaguardare, attraverso la soluzione federalista, l’eccessivo potere dello Stato unitario, organizzato su basi centralistiche, opponendogli una pluralità di poteri locali.

La scelta di dare vita, con la Costituzione repubblicana, ad un ordinamento regionale potrebbe dare l’impressione che con esso si sia voluto realizzare quel processo di decentramento istituzionale che ha sempre “tormentato” la vita politica nazionale. In realtà, l’ordinamento regionale, pienamente attuato a partire dagli anni Settanta del secolo scorso (con successivi “aggiustamenti”, culminati nella modifica, nel 2001, del Titolo V della Costituzione) ha prodotto solo l’illusione che la sua realizzazione segnasse la sconfitta definitiva del mito del centralismo.

Con l’istituzione delle regioni, infatti, si pensava che lo Stato unitario avesse iniziato a cedere spazio a processi di decentramento istituzionale, riducendo, e in qualche caso annullando parzialmente, la differenza tra Stato unitario e Stato federale e inducendo a pensare che fosse stata aperta la strada verso il governo locale. Ovviamente, Stato federale e Stato regionale non sono la stessa cosa; ciononostante, il processo di decentramento, realizzatosi dopo il secondo conflitto mondiale, ha aperto al Paese la strada verso il trasferimento di poteri decisionali alle autonomie territoriali.

La tendenza ha però, nel caso dell’Italia, assunto caratteri del tutto specifici, in quanto la distribuzione delle competenze tra centro e periferia è avvenuta senza una preventiva riorganizzazione del territorio; fatto, questo, che ha consolidato e reso quasi irreversibile la “polverizzazione” delle istituzioni locali e con essa le difficoltà che hanno impedito agli enti locali di acquisire una loro soggettività giuridica, realmente autonoma ed efficace; fenomeno, quello della “polverizzazione” che, né lo Stato unitario post-risorgimentale, né lo Stato repubblicano del secondo dopoguerra, né l’ordinamento regionale inaugurato dopo gli anni Settanta sono riusciti a rimuovere.

Nonostante il superamento dell’assetto verticistico dello Stato unitario, la strada, aperta dopo il 1945 (che avrebbe dovuto condurre verso il governo locale), ha continuato così a risultare accidentata, a causa dalla contrapposizione di due posizioni politiche: quella della riforma dell’originaria dimensione delle istituzioni locali, da un lato; e quella della conservazione della loro dimensione, come unica soluzione della quale i loro residenti potevano convenientemente avvalersi per accedere ai vantaggiosi trasferimenti pubblici, a compensazione del proprio stato di arretratezza economica e sociale.

L’accoglimento dell’istanza federalista e l’individuazione delle modalità con cui essa può essere attuata trovano ora un ostacolo anche nella “confusione”, calata sul possibile riordinamento istituzionale del Paese, dopo il risultato del referendum costituzionale del 4 dicembre del 2016. Questa situazione, in assenza di rimedi istituzionali assunti a livello nazionale, sottolinea la necessità indifferibile che, nei singoli territori regionali siano realizzate delle istituzioni adeguate a promuoverne e a supportarne il processo di crescita (quantitativa) e di sviluppo (qualitativo); ciò, sulla base dell’assunto che nessun centro decisionale esterno sia in grado di suggerire, in alternativa alle comunità locali, le modalità di crescita e di sviluppo più rispondenti alle potenzialità dei singoli territori.

Per promuovere e supportare la crescita e lo sviluppo dei territori sub-regionali, secondo modalità più appropriate rispetto a quelle sin qui praticate, spetta ad ogni regione, in quanto livello più prossimo ai singoli luoghi, dotare questi della soggettività istituzionale necessaria, organizzata secondo una nuova prospettiva di funzionamento dell’intera struttura istituzionale regionale. In questa prospettiva, la regione dovrebbe configurarsi, da un lato, come centro svolgente un “ruolo di regia” e di coordinamento tra tutti i progetti espressi dal basso dalle popolazioni dei territori; da un altro lato, la regione dovrebbe divenire un “polo di equilibrio dinamico” tra le forze che tendono all’accentramento del potere decisionale e le possibili derive localistiche che, sempre al suo interno, potrebbero avere luogo.

L’uscita dall’attuale stato di inefficienza istituzionale in cui versa la Sardegna (e, in generale tutte le regioni), dovrebbe significare un “ritorno al territorio”, attraverso un riordino delle autonomie locali, realizzato sulla base di due linee di azione: una prima linea, volta a definire in modo oggettivo le specificità di ogni contesto territoriale dell’intera area regionale, congiuntamente alla individuazione della sua dimensione materiale; una seconda linea, finalizzata ad individuare l’insieme delle istituzioni più adatte a consentire il governo dal basso di ogni singola area locale.

Se la prima linea di azione è volta a determinare le specificità proprie di ogni territorio e della sua dimensione, la seconda è orientata a individuare la qualità delle istituzioni locali, al fine di configurarle, in termini di apprendimento da parte delle popolazioni residenti nei singoli territori, del modo di valorizzare le risorse disponibili, con l’attivazione di un processo che, coinvolgendo le intere comunità locali, porti ad una valorizzazione ottimale delle loro potenzialità sul piano progettuale.

E’ in questa prospettiva che assume rilevanza l’ipotesi avanzata da Gian Giacomo Ortu; ipotesi che, per diventare realistica, impone, come egli afferma, il massimo impegno sul fronte della formazione e diffusione di una cultura autonomistica e su quella della chiamata in causa delle popolazioni delle autonomie locali come principali soggetti protagonisti “della rifondazione su base federale della nostra autonomia”.

E’ senz’altro questa la via che può incidere sulle sorti future dell’Isola, che non potrà oscurare la necessità di individuare i principali obiettivi contro i quali organizzare il confronto: l’organizzazione attuale della Regione e la cultura politica che sinora è valsa a garantirle il supporto. Una volta sconfitte l’una e l’altra, per realizzare una nuova governance regionale fondata sulle “pratiche federaliste” prospettate da Ortu, diverrà possibile orientare il confronto anche ai più alti livelli istituzionali (nazionale ed europeo), sino al limite – come lo stesso Ortu afferma – oltre il quale apparirà conveniente l’adozione generalizzata di un’organizzazione costituzionale secondo principi federalisti; risultato, quest’ultimo, che consentirà di ridefinire il potere decisionale ai vari livelli territoriali, sulla base del generale “principio di autonomia”.

Gianfranco Sabattini

Infanzia di serie B, dopo la tragedia di Rebibbia

bambini carcere“Adesso i miei figli sono liberi, gli ho dato la libertà”, ha detto al suo avvocato dopo il gesto la donna di 33 anni, detenuta a Rebibbia che lo scorso 18 settembre ha gettato i due figli dalla tromba delle scale. La piccola di sei mesi è morta sul colpo, mentre il bambino di un anno e mezzo è morto ieri sera in ospedale. Il gesto ha riportato alla memoria il problema della situazione nelle carceri in Italia, ma soprattutto ha portato alla luce le problematiche a molti sconosciuti, di bambini che passano scontano le pene con le loro madri.
Nel XIII rapporto di Antigone al 30 giugno 2016 sono ancora 41 i bambini conviventi in istituto con la madre, 38 le madri detenute con figli in carcere e 8 quelle incinte. Inoltre, stando al dettaglio delle presenze al 31 dicembre 2016, su un totale di 33 madri detenute, presenti in Emilia-Romagna, Lazio, Lombardia, Piemonte, Sardegna e Veneto, 23 (più di due terzi) sono cittadine straniere, mentre le cittadine italiane sono 106.
Il Governo che sta facendo battaglie per la tutela della famiglia e dei figli pare aver dimenticato questi bambini, ma non è il solo. Esiste la legge per le “Misure alternative alla detenzione a tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori”, che è stata pubblicata, simbolicamente, l’8 marzo 2001. Il testo prevede, per le madri con figli di età inferiore ai dieci anni, l’applicazione di due tipi di provvedimenti: detenzione speciale domiciliare ed assistenza esterna dei figli minori. Purtroppo i primi mesi di applicazione della nuova legge non hanno portato a risultati significativi. Sono infatti pochissime le detenute che ne hanno potuto usufruire. Ciò è dovuto soprattutto al fatto che la legge in questione riguarda soltanto le donne che scontano una condanna definitiva, quindi appena la metà sul totale delle recluse.
Nel 2011 poi è stata approvata la legge 21 aprile 2011 n. 62 sulle detenute madri, un provvedimento che sarebbe dovuto servire a interrompere la barbarie dei bambini reclusi in un strutture carcerarie, inadeguate a una crescita sana. A qualche anno dall’entrata in vigore della suddetta legge, gli esperti del settore sostengono che il testo normativo presenta dei limiti, e che sinora non è stato capace di risolvere la questione.
Tornando al caso di Rebibbia, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha deciso per la ‘linea dura’ dopo quanto accaduto e ha sospeso la direttrice e la vicedirettrice della sezione femminile del carcere e inoltre il vicecomandante del reparto di Polizia Penitenziaria.
“Non so di quale errore siano responsabili. So però che non meritavano, alla luce della loro preziosa carriera, tale sospensione dall’incarico”, ha commentato Patrizio Gonnella, presidente Associazione Antigone che ha spiegato: “Di certo, da oggi le detenute del carcere romano non staranno meglio di prima. Una volta che il capro espiatorio è servito dovremo affrontare un altro tema, ossia cosa vogliamo che accada quando una madre di un bimbo piccolo finisce in carcere. Sono molti i Paesi dove i bambini sono destinati all’istituzionalizzazione”.

Psi Sardegna, proposta per il centrosinistra

Gianfranco Lecca

Gianfranco Lecca

Il Partito socialista sardo ha fatto tesoro degli errori alla base delle sconfitte alle ultime politiche e alle recenti amministrative isolane, e si riorganizza in vista delle elezioni regionali della primavera prossima.
L’occasione è stata la recente assemblea regionale dei socialisti sardi, svoltasi a Cagliari il 2 luglio scorso, che era aperta agli iscritti e ai non iscritti, ai riformisti e ai democratici di diversi orientamenti, ma con una militanza di area “sorella” di quella socialista.

E questa assemblea ha dato buoni risultati soprattutto dal punto di vista del dialogo con i possibili alleati e per la stesura di un programma e di una lista comune per le prossime regionali.

rocco celentano

Rocco Celentano

Al segretario regionale, Gianfranco Lecca, e al presidente regionale Rocco Celentano, abbiamo chiesto maggiori dettagli.

Siete soddisfatti dai risultati dell’assemblea?
Certamente. Dall’assemblea sono emersi non solo contributi importanti per rigenerare la presenza del Partito Socialista in Sardegna, partendo proprio dallo scenario politico regionale, ma anche alcuni tra i temi del nostro programma per le prossime elezioni regionali.

Era anni che non si vedeva una sala così piena, con centinaia di persone, alcune anche in piedi, e con un parterre di ospiti di altre forze politiche così interessati a far diventare comune un progetto di impronta socialista. Vogliamo citarli tutti?
Ai lavori hanno partecipato diversi rappresentati di partiti e associazioni della Sardegna: Michele Piras (ex Sel, attualmente indipendente), il consigliere regionale Antonio Gaia (Upc), Paolo Maninchedda (segretario del Partito dei Sardi), l’assessore regionale all’Industria, Maria Grazia Piras, e Stefano Secci, presidente regionale dell’Associazione Ajò. Vogliamo approfittare anche di questa occasione per ringraziarli della partecipazione e del contributo che hanno dato alla discussione.

Quindi dei buoni risultati che fanno sperare per un percorso nuovo che potrebbe rappresentare la vera novità delle prossime regionali?
Certamente. Tutti gli interventi degli ospiti hanno sottolineato il comune impegno per creare una nuova proposta politica insieme a noi socialisti, tracciando un percorso per costruire una prima risposta al bisogno di alleanza a sinistra tra partiti e movimenti che permetta di affrontare le prossime elezioni regionali del 2019 con una proposta comune.

Non c’è un secondo aspetto importante da sottolineare scaturito invece dagli interventi dei compagni socialisti? Quello che sta portando i socialisti sardi verso una nuova frontiera?
Gli interventi socialisti, a partire da quello del segretario regionale Gianfranco Lecca, che ha svolto un’ampia relazione introduttiva, e degli altri che hanno fatto seguito, hanno pronunciato un apprezzamento per le posizioni espresse dagli ospiti politici, ma indicato anche la strada per sviluppare e approfondire le alleanze future.

Che sarebbe poi il congresso?
Sicuramente la strada per iniziare questo nuovo percorso è quella del Congresso regionale, che sarà convocato tra la fine di settembre e i primi di ottobre di quest’anno.

E il congresso renderà operativa la nuova strada maestra, cioè la nascita del Partito Socialista Sardo?
Sì. L’assemblea ha assunto la determinazione che la nuova fase del Partito Socialista passa attraverso un sistema istituzionale basato su un federalismo di stampo regionale e di rapporto con il Partito nazionale, nonché su un’Italia delle regioni e delle organizzazioni dei partiti articolate su scala regionale, modalità necessaria e indispensabile per garantire autonomia e salvaguardia delle identità.

Invece, quali sono i primi temi programmatici comuni, scaturiti proprio dall’assemblea che caratterizzeranno questa nuova alleanza? Temi che sicuramente saranno ampliati dal prossimo congresso.
I temi programmatici condivisi riguardano: la riforma dello statuto regionale per ripensare l’architettura istituzionale della Sardegna, lasciando alla Regione la funzione legislativa e agli enti locali quella della gestione; definizione del ruolo e dei poteri delle Provincie, atteso che non state abolite; valorizzare il sentire comune; declinare meriti e bisogni dando priorità ai giovani; lavoro e un necessario piano straordinario per il lavoro; auto impiego: lotta alla povertà e riduzione delle disuguaglianze; scuola e cultura; insularità e continuità territoriale; costo dell’energia; infrastrutture; politiche ambientali e turismo.

Ho partecipato ai lavori quindi posso anche dirlo: erano anni che non si vedeva un’assemblea così partecipata e soprattutto con così tanti interventi. Possiamo dire che, dopo due o tre anni di riunioni di direttivi regionali passati a parlarci addosso, di fronte alla possibilità di estinguerci abbiamo finalmente deciso di darci una mossa, di ritornare a parlare di politica?
E’ stata un’assemblea partecipata e impegnata sui valori alti della Sardegna, per cui sia il presidente sia il segretario regionale ringraziano tutti i presenti all’assise. Ci dispiace per chi non ha trovato spazio per esporre il proprio pensiero, ma non si poteva operare diversamente data la ristrettezza dei tempi.

Ma ci sarà un’altra occasione di incontro e di dibattito, se non sbaglio?
Sì. I compagni e tutti coloro che intendono porre all’attenzione dell’assise socialista le proprie posizioni, lo potranno fare liberamente in una prossima assemblea regionale che sarà convocata al più presto, prima del Congresso.

Antonio Salvatore Sassu

Le condizioni della Sardegna nei “Rapporti” CRENoS e Banca d’Italia

crenos sardegna

Anche quest’anno, come di consueto, sia il “Centro Ricerche Economiche Nord Sud” (CRENoS), che la Banca d’Italia hanno presentato le loro analisi delle condizioni economiche che hanno caratterizzato dal punto di vista reale e da quello finanziario il sistema economico dell’Isola nel 2017. Come sempre, i rapporti sono riferiti prevalentemente all’analisi dei dati macro relativi all’intera base regionale, mentre è quasi del tutto assente qualche riflessione di rilievo sullo stato delle economie locali.

Il Rapporto CRENoS, giunto alla sua venticinquesima edizione, presenta un’analisi strutturale del sistema economico isolano attraverso il confronto dei dati ad esso relativi con quelli delle altre regioni italiane ed europee. Dal quadro macroeconomico presentato si ricava che la Sardegna ha continuato, nel 2017, ad occupare la stessa posizione, la duecentododicesima, nella classifica delle regioni europee per livello di sviluppo; l’Isola ha registrato un PIL pari al 71% della media europea, una percentuale che, nell’ultimo quinquennio, ha avuto una contrazione del 5%.

A parere degli estensori del Rapporto del CRENoS, se si considera la diminuzione, che nel corso del 2017 hanno subito gli investimenti rispetto all’anno precedente, la contrazione del PIL “sembra dipendere dal rallentamento del processo di accumulazione del capitale”; ma a far bene sperare in una possibile inversione di tendenza, sarebbe “il dato sui consumi delle famiglie” che, con la loro domanda prevalentemente orientata verso il mercato dei servizi e dei beni durevoli, lascerebbe presagire un aumento delle aspettative da parte dei consumatori e un aumento del reddito disponibile.

Sulla partecipazione dei singoli settori produttivi alla formazione del valore aggiunto regionale, è confermata la buona performance del settore agricolo, sia per numero di imprese, che per produzione di valore; il settore industriale, invece, conferma la tradizionale posizione ritardata, essendosi limitato a produrre solo il 19,1% del valore aggiunto, mentre il settore produttivo di servizi non per il mercato ne ha prodotto circa il 30%; dato, quest’ultimo, sul quale sarebbero necessari maggiori approfondimenti. Gli estensori del Rapporto giudicano positivo per l’economia regionale il fatto che, nel corso del 2017, sia ripreso l’interscambio con l’estero, trainato soprattutto dall’esportazione dei raffinati di petrolio.

L’andamento del mercato del lavoro non è che lo specchio dell’andamento riscontrato per l’economia reale. Nel corso del 2017, il numero degli occupati è rimasto stabile rispetto al 2016, mentre il numero dei disoccupati si è ridotto di circa duemila unità, consentendo la magra consolazione di poter dire che esso (il numero dei disoccupati), essendo stato nel corso del 2017 pari a un tasso di disoccupazione del 17%, ha raggiunto il “minimo storico” dal 2013.

Di particolare interesse è quanto il Rapporto riferisce riguardo all’analisi di due categorie di servizi pubblici, che hanno inciso in maniera significativa sui bilanci regionali e su quelli degli enti locali: i servizi sanitari e quelli di rilevanza economica, riguardanti i rifiuti solidi urbani, il trasporto pubblico locale e i servizi comunali per la prima infanzia. Il Rapporto riferisce che la spesa per il “Servizio Sanitario Regionale” è cresciuta nel corso del 2917, rispetto al 2016, più di quanto sia avvenuto su base nazionale, raggiungendo il livello più alto dell’ultimo decennio. Riguardo alla spesa sanitaria, la Sardegna continua così a distinguersi, per essere una regione poco efficiente nell’uso delle risorse disponibili e per una performance non soddisfacente dei svisi sanitari essenziali.

Per contro, la Sardegna è riuscita a distinguersi positivamente per il trattamento dei rifiuti solidi urbani; mentre, relativamente al trasporto pubblico, ha accusato la tradizionale difficoltà a migliorare l’utilizzo dei mezzi pubblici e del trasporto ferroviario. Infine, riguardo alla spesa dei servizi per l’infanzia, la Sardegna ha accusato una diminuzione rispetto a quella nazionale.

Interessanti sono le osservazioni che il Rapporto reca riguardo ai fattori di sviluppo o di competitività, valutati sia nel contesto regionale italiano che in quello europeo, in funzione di possibili future variazioni positive della performance del sistema economico regionale in termini di accumulazione capitalistica, di produttività e di sviluppo economico.

Il processo di accumulazione di capitale, riferiscono gli estensori del Rapporto, appare caratterizzato da un forte ritardo, rispetto alle altre regioni italiane ed europee, riguardo al “capitale umano”; gli investimenti in “Ricerca e Sviluppo” accusano livelli ancora troppo bassi, ammontando nell’Isola solo allo 0,8% del proprio PIL, un livello giudicato troppo distante dall’obiettivo europeo del 3%. Appare positivo solo il fatto che la propensione ad innovare, misurata dal rapporto tra il numero delle startup innovative e il totale delle società di capitali, risulti sostanzialmente in linea con la media nazionale.

Il Rapporto si chiude con l’analisi del comparto turistico, rilevando che nel 2016 le presenze nell’Isola sono aumentate dell’8,8%, collocandola al primo posto tra tutte le regioni italiane; la componente nazionale delle presenze è cresciuta più che nelle altre regioni concorrenti, mentre la componente estera è tendenzialmente aumentata in linea con esse. Infine, secondo i dati del servizio statistico regionale, la domanda turistica nel 2017 è cresciuta per il quinto anno consecutivo; ciò farebbe bene sperare, se non fosse che, sottolinea il Rapporto, l’aumento delle presenze turistiche, letto “insieme agli indicatori economici tradizionali di creazione di valore aggiunto e di mercato del lavoro”, fa riflettere sulle difficoltà “che il sistema imprenditoriale e produttivo dell’Isola ha nello sfruttare pienamente il vantaggio competitivo di questo comparto”.

Il Rapporto è completato da quattro “approfondimenti tematici” e da tre “policy focus”. I primi sono dedicati, rispettivamente, all’esame delle attivazioni e delle cessazioni dei rapporti di lavoro nella province sarde dopo l’entrata in vigore, nel 2014, del “job Act”; all’analisi della mobilità degli studenti universitari sardi verso altri atenei della penisola; allo studio della nautica da diporto in funzione del potenziamento dei principali porti turistici della Sardegna; all’illustrazione dei risultati di un progetto di ricerca che ha analizzato le percezioni degli operatori turistici di uno dei principali centri turistici della Sardegna (Villasimius) in merito alla sostenibilità delle “presenze” in funzione di diversi fattori. I “policy focus” riguardano invece: la valutazione del piano di politica attiva del lavoro della Regione Sardegna; la riflessione sul modello regionale di gestione della mobilità ciclistica; l’analisi delle opportunità di rilancio economico che possono derivare da una razionale gestione delle aree militari dimesse nella prospettiva del potenziamento del comparto turistico.

Il Rapporto della Banca d’Italia, presentato nella forma di “Nota” redatta dalla sede di Cagliari, conferma i dati congiunturali del Rapporto CRENoS, riguardo sia alla struttura produttiva che al mercato del lavoro, osservando anche che, nonostante un quadro congiunturale moderatamente stabile dell’ultimo biennio, “si mantiene elevata nel confronto nazionale la quota delle famiglie sarde a rischio di povertà ed esclusione sociale, condizione che nel 2017 è ulteriormente aumentata, più che nel resto del Paese”.

La “Nota”, tuttavia, a differenza del Rapporto CRENoS. descrive una situazione regionale dal punto di vista finanziario sorretta da un sostanziale ottimismo. Ciò perché nel mercato del credito, sebbene la rete territoriale delle banche si sia ulteriormente contratta, per via del processo di razionalizzazione in atto dal 2009, la riduzione sarebbe stata compensata dalla “diffusione dei canali alternativi di contatto tra le banche e la clientela”, grazie soprattutto all’utilizzo dei servizi di “home banking” (letteralmente “banca da casa” o “banca a domicilio”, che consentirebbe alla clientela sarda sparsa nel territorio di effettuare operazioni bancarie da casa o dall’ufficio mediante collegamento telematico con le banche, reso possibile dallo sviluppo di Internet e delle reti di telefonia cellulare).

Inoltre, sempre secondo la “Nota”, nel corso del 2017 è proseguito il miglioramento della qualità dei finanziamenti di banche e di società finanziarie, mentre è diminuito il flusso dei finanziamenti deteriorati, pur rimanendo ancora elevata la sua incidenza sui crediti totali concessi. I deposti bancari “hanno accelerato”, mentre è tornato ad aumentare “il valore complessivo dei prezzi di mercato dei titoli delle famiglie ed delle imprese sarde detenuti a custodia presso il sistema bancario, per effetto dell’incremento delle quote di OICR” (acronimo di Organismi di Investimento Collettivo del Risparmio, che investono in “strumenti finanziari”, o altre attività, il risparmio raccolto tra il pubblico di risparmiatori, operando secondo il principio della ripartizione dei rischi).

Infine, il miglioramento finanziario dell’economia regionale, sarebbe continuato per via della diminuzione, negli ultimi anni (2014-2016), della spesa primaria delle amministrazioni locali della Sardegna, riflettendo soprattutto il calo degli investimenti pubblici e un aumento contenuto della spesa sanitaria. A seguito di ciò, nel corso del 2017, il debito delle amministrazioni locali è cresciuto moderatamente.

Nel complesso, il “tono” della “Nota” della sede di Cagliari della Banca d’Italia (“fedele alla consegna” che le deriva dall’essere l’articolazione regionale del controllore sovrapartes della politica di austerità perseguita dall’Italia dopo lo scoppio della Grande Recessione del 2007/2008) sembra indicare che, dal punto di vista finanziario, l’andamento congiunturale dell’economia regionale riesca a reggere il peso dei postumi della crisi, senza minimamente collegare il miglioramento del mercato del credito agli effetti negativi sull’intero tessuto sociale della Sardegna e, quel che più conta, all’aumento dell’indebitamento delle famiglie verso le banche.

Anzi, invece di suggerire, sempre dal punto di vista finanziario, possibili linee di una politica regionale più appropriata ai fini di una più stabile situazione economica e sociale, la “Nota” attende fiduciosa quanto può derivare alla Sardegna dalla recente riforma degli enti locali; con ciò esprimendo il parere che la riforma realizzata, ridimensionando il ruolo delle province e accrescendo le funzioni attribuite ad altri enti sovracomunali, possieda in sé la ratio per individuare ambiti territoriali ottimali, atti ad incrementare presunti livelli di efficienza e di efficacia nella gestione dei servizi locali.

I nuovi enti di gestione potranno, secondo la “Nota”, beneficiare di risorse specifiche di origine regionale e comunitaria per i propri programmi di sviluppo; ma di quale sviluppo si tratti non viene specificato. Sarebbe un errore se ci si riferisse a quello assicurato dalle istituzioni regionali centrali, che, a parere dei sardi, come risulta dalle ultime indagini demoscopiche, non hanno saputo garantire un impiego efficiente delle risorse disponibili, senza riuscire a dare vita ad una base produttiva stabile e diffusa nel territorio; premessa necessaria, questa, per l’acquisizione di una capacità di crescita autonoma, in grado di sottrarre l’Isola dal novero delle regioni europee sempre in ritardo sulla via dello sviluppo.

E’ riduttivo pensare agli enti locali come attori unicamente preposti a rendere efficiente la spesa per servizi di pura natura amministrativa, con risorse provenienti da processi risditributivi regionali; ed è sorprendete che, sia il Rapporto Crenos che la “Nota” della Banca d’Italia non sappiano rinvenire, nel potere di iniziativa delle comunità locali, il presupposto, non solo per una gestione più efficiente delle risorse disponibili, ma anche per consentire di elaborare proposte di valorizzazione dei loro territori.

La capacità di formulare iniziative “dal basso” deve essere considerata un fattore decisivo, forse il più importante, fra quelli che presiedono alla crescita e allo sviluppo di qualsiasi area, quale che sia la sua dimensione. Continuare a tacere sui limiti del centralismo istituzionale e sulla virtù dello sviluppo locale costituisce un grave handicap per il futuro dell’Isola.

Gianfranco Sabattini

Un medico piemontese e le condizioni demografiche della Sardegna

Plazza

Di recente, il Centro di Studi Filologici Sardi ha pubblicato un volume, recante il contenuto di un manoscritto che recenti ricerche sulla Sardegna del ‘700 hanno individuato presso l’Archivio di Stato di Torino, intitolato: “Riflessioni intorno ad alcuni mezzi per rendere migliore l’isola di Sardegna”. Solo di recente, lo storico Piero Sanna ha stabilito, con “ragionevole attendibilità”, che il manoscritto è opera del chirurgo piemontese Michele Antonio Plazza, redatto nella seconda metà del 1754. Il manoscritto è oggi offerto al pubblico, per iniziativa del Centro di Studi Filologici Sardi, preceduto da due saggi introduttivi di Carlo Nonnoi e di Carlo Mulas.

Il primo, docente di Storia della scienza e Storia delle filosofia moderna alla Facoltà di studi umanistici dell’Università di Cagliari, inquadra l’impegno politico e culturale che ha caratterizzato l’attività svolta dal Plazza in Sardegna, inserendo tale impegno nella corrente dei movimenti innovatori che, sul piano scientifico, hanno caratterizzato il XVIII secolo; il secondo, Carlo Mulas, dottorando in Storia della scienza presso il Dipartimento di Storia, Beni culturali e Territorio dell’Università degli studi di Cagliari, quasi a completamento della narrazione di Nonnoi, insiste sui due “mali endemici” dell’Isola, la bassa densità demografica e lo stato insalubre del territorio isolano, rispetto ai quali si deve principalmente l’interesse che rivestono le “Riflessioni” del Plazza.

Dalla lettura del saggio di Nonnoi emerge come il dominio sabaudo nel corso del XVIII secolo non sia stato così oscurantista come vorrebbe l’immaginario collettivo. Sicuramente, se da parte dei governi del Regno piemontese ci sono stati momenti di attenzione per i problemi dell’Isola, non è certo per un’apertura umanitaria dell’aristocrazia sabauda nei confronti dei problemi che maggiormente affliggevano le comunità isolane; tuttavia, sebbene l’attenzione sia stata prevalentemente determinata da convenienze esclusive dei piemontesi, non si poteva trascurare il fatto che lo “sfruttamento” della Sardigna rendeva necessario il miglioramento delle sue critiche condizioni demografiche ed ambientali. In questa prospettiva, va considerata l’azione di governo del Conte Giovanni Battista Lorenzo Bogino, ministro per gli affari di Sardegna per conto di Carlo Emanuele III; Bogino è stato autore di iniziative di stampo illuministico, sia dal punto di vista amministrativo, che da quello economico, riordinando le amministrazioni locali, al fine di ridimensionare il potere delle oligarchie e di rinnovare la ripartizione tributaria tra le genti dei vari luoghi isolani. All’attività rinnovatrice e di governo del Conte Bogino è da ricondursi una parte importante dell’attività di studio delle condizioni precarie di vita in cui versava la popolazione dell’intera regione.

Michele Antonio Plazza, nato nel 1720 a Villafraca, in Piemonte, è giunto a Cagliari, racconta Nonnoi, per la prima volta nel 1748, al seguito di Giulio Cesare Gandolfi (o Gandolfo), nominato in quell’anno arcivescovo della capitale del regno, in qualità di chirurgo personale del prelato; il Plazza, dopo essere rimasto in Sardegna fino all’agosto del 1751, si è trasferito in Francia, per perfezionare le sue competenze di medico-chirurgo, rientrando in Sardegna alla fine del 1754; dopo essersi allontanato per rientrare a Torino, è tornato a Cagliari nel 1759, dove è rimasto per il resto della vita, morendo all’inizio del 1791.

Sin dal primo momento del suo trasferimento a Cagliari, il Plazza, a margine degli impegni sanitari – narra Nonnoi – “incomincia a rivolgere lo sguardo verso le produzioni naturali dell’Isola, in particolare su quelle botaniche, riproponendosi di organizzare a tempo debito delle esplorazioni naturalistiche più sistematiche e mirate […]. Questo tipo di ricognizioni segue, sin dall’inizio, un tracciato nel quale una linea sistematica si sovrappone continuamente ad una linea economico-utilitaristica e viceversa”. Dopo il suo rientro a Cagliari dal soggiorno francese, il Plazza, associa all’interesse per la botanica associa quello dello studio “del territorio dell’Isola con una coscienziosità ed una perizia del tutto rinnovate ed ampliate”, per via di un migliorato profilo professionale e culturale, acquisti durante i suoi trascorsi in suolo francese e i soggiorni torinesi.

Le migliorate qualità professionali hanno consentito al Plazza di aumentare il “peso” della sua presenza in Sardegna, allorché, dopo la fine della Guerra di successione austriaca (1740-1748), il governo sabaudo ha deciso “di dare seguito – afferma Nonnoi – ad una serie di provvedimenti politici ed economici tra loro coordinati, finalizzati all’avvio di un processo di maggiore integrazione dei territori insulari del regno con quelli di terraferma”.

La realizzazione di questo disegno è stata assegnata al Bogino, il quale, nella fase preparatoria degli interventi futuri ha privilegiato un’attività ricognitiva e documentale, indirizzata “a raccogliere la maggiore quantità possibile di informazioni e di dati attendibili sull’Isola”. E’ alla realizzazione di questo disegno che vanno ricondotte le numerose relazioni e i diversi progetti elaborati con riferimento al territorio isolano; dell’insieme di queste relazioni e progetti fanno parte le “Riflessioni” che il Plazza ha redatto tra il 1755 e il 1756.

Tra le questioni sulle quali il medico-chirurgp si sofferma, quelle riguardanti la consistenza e la condizione sanitaria della popolazione isolana rivestono il maggiore interesse, “perché si focalizzano sull’annoso ed endemico deficit demografico dell’Isola”. All’epoca – osserva Nonnoi – tra popolazione e territorio “si assumeva dovesse sussistere una regola aurea, un rapporto ideale, ancorché soggetto a specifiche variabili locali, per cui l’eccesso di popolazione, tanto quanto la sua carenza, erano considerati fattori capaci di incidere in maniera determinante sulla floridità e sulla solidità di uno Stato”. La popolazione sarda, che mai era stata consistente nel corso della storia, nei primi decenni del XVIII secolo registrava alcune evidenze positive della “rivoluzione demografica” che caratterizzava a livello generale il secolo, anche se in termini non sufficienti a riequilibrare il rapporto tra popolazione e territorio.

Del Plazza, per quanto non fosse un economista, né un demografo, diversi elementi mettono in evidenza che, sebbene fosse consapevole – afferma Nonnoi – che l’”orientamento popolazionista” (al quale venivano attribuite tutte le conseguenze e le implicazioni espresse in termini di “aritmetica e di geometria politica”) non era sufficiente a spiegare, oltre che il ritardo sulla via dello sviluppo economico dell’Isola, anche le ragioni per cui la Sardegna fosse così scarsamente popolata e perché fallissero i tentativi di “incrementare la popolazione ricorrendo ad apporti allogeni”; ciò in quanto, secondo il Plazza, ogni tentativo di colonizzazione era destinato a sicuro fallimento, se prima non fossero state eliminate le diverse cause endogene che già di per sé impedivano la crescita della popolazione locale.

Solo rimuovendo le cause endogene, affermava il Plazza, opportune politiche di immigrazione e di sviluppo potevano produrre effetti positivi. Viene fatto di osservare, che il Plazza era molto più consapevole di molti osservatori contemporanei, che anche oggi, vittime dell’”approccio popolazionista”, a proposito del ritardo della Sardegna sulla via della crescita e dello sviluppo, pensano (mutatis mutandi) di poter favorire il superamento dell’arretratezza dell’Isola attraverso l’immissione di immigrati laboriosi; trascurando così che anche la presunta laboriosità di questi ultimi è destinata a non produrre effetto alcuno, sin tanto che perdurano le cause endogene che concorrono a conservare la Sardegna bloccata al suo stato di economia arretrata.

Giustamente, Nonnoi rileva che l’approccio del Plazza al problema demografico della Sardegna era “straordinariamente moderno, non solo nel metodo, ma anche per gli strumenti conoscitivi di cui egli si avvale per mettere a fuoco la reale portata del fenomeno”. I rilievi condotti dal medico-chirurgo piemontese lo hanno condotto ad evidenziare che gli elementi strutturali alla base della bassa consistenza della popolazione sarda erano da ricondursi alla insalubrità del territorio e che le linee guida per risolvere il problema demografico dell’Isola dovevano tener conto della necessità di migliorare le condizioni igieniche, sanitarie ed alimentari, nonché gli stili di vita della popolazione autoctona.

Al riguardo – a parere di Nonnoi – particolarmente “centrate e argomentate sono le pagine dedicate alle due componenti che, da un punto di vista strettamente sanitario, nelle Riflessioni vengono individuate come capaci di incidere in modo strutturale sull’andamento tendenzialmente stazionario della popolazione sarda: ovverosia l’inconsistente stato della sanità isolana e la cosiddetta sardoa intemperie”. A quest’ultima espressione veniva associato un insieme di sintomi negativi, imputabili alla morbosità dell’aria, che avevano l’effetto di compromettere lo stato di salute delle persone. Allo “schema aerista” – osserva Nonnoi -, nel quale si intrecciavano diversi elementi dottrinari di “derivazione aristotelica e ippocratica”, non ha aderito Michele Antonio Plazza, il quale, optando per spiegazioni più razionali (basate su un moderno metodo di analisi che si era affermato all’inizio del secolo), circa l’insalubrità del territorio, assumeva che la causa primaria della “mala aria” fosse da ricondursi all’agente patogeno “plasmodium malariae”, veicolato dalle ”anopheles”, che avevano nelle zone umide il loro habitat naturale.

Il risanamento del territorio veniva perciò individuato dal Plazza nell’attuazione di una politica sanitaria svolta a deradicare la malaria o le malattie causate dalle “anopheles”. A tal fine, nell’attesa dei provvedimenti pubblici utili a realizzare le necessarie bonifiche dei luoghi infestati dagli insetti nocivi, la proposta formulata dal Plazza nelle “Riflessioni” consisteva in un radicale rinnovamento di una parte del corpo accademico isolano, con l’istituzione di cattedre che fossero risultate utili per la salute degli abitanti dell’Isola. La proposta del Plazza, però, pur trovando il favore dei funzionari regi presenti nell’Isola, non era condivisa “dalla fragile ma reattiva classe medica e accademica locale, la quale tuttavia non ebbe la forza di impedire che le ipotesi riformatrici del Plazza trovassero, seppur per gradi e non nella loro interezza, una concreta attuazione”. Ad ogni buon conto, la proposta del Plazza è stata solo parzialmente accolta, con l’istituzione a Cagliari di una cattedra di chirurgia; fatto, questo, che si inquadrava – afferma Nonnoi – “all’interno dell’indirizzo popolazionista che si era venuto affermando definitivamente: la conservazione della popolazione sarda”.

Il Plazza si è rivelato così uno dei pochi intellettuali d’origine esterna che, dopo la presa di possesso dell’Isola da parte dei Savoia, hanno preso a cuore le sorti della popolazione isolana; il suo impegno per modernizzare la cultura sanitaria regionale gli è valsa la possibilità di divenire “una sorta di supervisore e insieme un vero e proprio dominus dell’intero sistema sanitario del Capo di Cagliari” e il titolare della cattedra di chirurgia appena istituita; con ciò non si può certo dire che i Savoia si siano sufficientemente impegnati a sconfiggere il male endemico della malaria che, da sempre, affliggeva la popolazione isolana.

Sarà solo dopo la fine del secondo conflitto mondiale che la lotta contro la “mala aria” sarà intrapresa con l’attuazione di un’intensa campagna da parte dell’Ente Regionale per la Lotta Anti-Anofelica in Sardegna (ERLAAS), con il contributo della United Nations Relief and Rehabilitation Administration (UNRRA), della Economic Cooeration Administration (ECA) e della Rockfeller Foundation.

La lotta ha avuto un parziale successo, perché l’obiettivo è stato individuato nella deradicazione del vettore delle malattie (l’anophele) e non in quello della rimozione delle cause che le determinavano (le paludi). A tal fine, sarebbe stato necessario una cura del territorio e una messa in stato di sicurezza dello stesso; interventi prioritari, questi, che sono del tutto mancati, a causa delle scelte effettuate in fatto di politica di crescita e sviluppo. Queste scelte, nel lungo periodo, hanno riproposto il problema della conservazione della consistenza della popolazione regionale. Non casualmente, la popolazione attuale della Sardegna è in calo, per via dell’emigrazione di gran parte della propria popolazione giovanile, causata dalla carenza di opportunità lavorative e, conseguentemente, dal fatto che il tasso di natalità da tempo stia registrando valori inferiori a quello di mortalità.

Il Plazza, intellettuale “invasore piemontese”, aveva indicato quali fossero gli interventi prioritari per conservare la consistenza e la qualità della popolazione regionale; ma oggi, i governanti autoctoni, come allora, i governanti regi, hanno preferito optare per la cura dei sintomi che determinano il “malessere” della popolazione (le malattie nel Settecento e la disoccupazione all’inizio della seconda metà del Novecento) e non già per la rimozione della loro causa (le bonifiche, allora, e la creazione di opportunità occupazionali, oggi). Povera Sardegna, per un motivo o per un altro, non riesce acquisire una consistenza ed una qualità della propria demografia, adatte alle sue condizioni territoriali e alle sue potenzialità di crescita, se non ricorrendo a reiterati tentativi di importare elementi allogeni destinati a fallire.

Gianfranco Sabattini

La Pelosa, un paradiso tropicale in Sardegna

la pelosa stintino 02

Nel Nord-ovest della Sardegna, tra le falesie di Capo Falcone, l’isola Piana e l’Asinara, nel Comune di Stintino, c’è la spiaggia de La Pelosa, un pezzo di paradiso tropicale nel bel mezzo del Mediterraneo. Finissima sabbia bianca e mare limpido e trasparente dal color turchese, sono le caratteristiche principali di una delle spiagge più belle d’Italia e con poche rivali altrove.

La Pelosa, però, è un paradiso in pericolo, una spiaggia che sta scomparendo un poco alla volta, per due motivi. Primo, un nastro d’asfalto ha tagliato, anni fa, il sistema dunale e non basta più la sabbia portata a riva dalle correnti per mantenerne costante nel tempo la superficie. Il secondo è legato all’assalto dei bagnanti con 7mila presenze nel picco massimo di Ferragosto, con una media di 5mila durante la stagione estiva, a fronte dei 1.300 persone stabilite come massimo sostenibile da uno studio dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) del 2010. Una moltitudine che si porta via quintali di sabbia al giorno, cioè quella che resta attaccata ai teli da mare, alle borse frigo o alle persone.

Quindi, in attesa che l’anno prossimo partano i primi due lotti di un piano di salvataggio da 18 milioni di euro, il sindaco di Stintino sta pensando ai provvedimenti da prendere per alleggerire la pressione dei bagnanti già a partire da questa stagione estiva, ormai alle porte, in primis quello di regolamentare l’uso dei teli da mare in spiaggia. In pratica ci sarà l’obbligo di stenderli su delle stuoie e non a diretto contatto con la sabbia. Pur essendo difficile per una spiaggia urbana come La Pelosa applicare la misura del numero chiuso, il sindaco Antonio Diana è al lavoro per preservarla il più possibile in attesa che diventi operativo il Piano. A ottobre 2019, infatti, inizieranno i lavori per smantellare un tratto della strada asfaltata che porta alla Pelosa, primo lotto di un mega progetto di riqualificazione, sotto molti aspetti unico in Italia. Quindi dal 2020 stop alle automobili e l’asfalto sarà sostituito da una passerella pedonale in legno montata su pali e più rispettosa dell’ambiente. Nuovi parcheggi ma in periferia. L’accesso sarà consentito solo ai pedoni, in bicicletta o con mezzi elettrici.

Proposte che abbiamo approfondito con il sindaco di Stintino, Antonio Diana.

Quindi la spiaggia de La Pelosa, un pezzo di paradiso del Nord ovest della Sardegna, cioè del litorale di Stintino, è a rischio?
Diciamo che La Pelosa è in sofferenza da diversi anni. L’amministrazione comunale sta lavorando alla salvaguardia e al recupero della spiaggia da più di 10 anni. Gli studi sono stati avviati dall’Icram (oggi Ispra), che ha studiato le correnti e monitorato il sistema dunale. Il Comune ha costruito passerelle e recinti in difesa delle dune, e questo ne ha bloccato, almeno in parte, l’erosione. Oggi, infatti, stanno riprendendo vigore. Tanto è vero che le passerelle sospese che abbiamo realizzato per accadere alla spiaggia adesso sono sommerse dalla sabbia delle dune, mentre otto anni fa erano state posizionate a un metro e mezzo da terra.

Però l’erosione continua. Come mai tutto questo non è bastato?
L’erosione è dovuta anche al fatto che il sistema spiaggia è in equilibrio con il sistema dunale. La strada che ha tagliato le dune (cioè quella che porta alla spiaggia e dove ci sono i parcheggi) ne ha alterato la funzionalità e oggi ci troviamo in presenza di dune attive, a ridosso della spiaggia, che contribuiscono a contenere l’erosione della spiaggia, e di dune passive, quelle separate dalla strada, che hanno perso questa funzione. L’unica possibilità, per impedire all’erosione di ridurre sempre di più La Pelosa è, appunto, quella di ricollegare il sistema delle dune, in modo che riacquisti la funzione di polmone della spiaggia, così da poter tornare a essere come era una volta.

C’è poi il problema dell’assalto dei vacanzieri. Come pensate di risolverlo?
Sicuramente c’è troppa gente. A fronte di una capienza massima di 1.300 persone, secondo lo studio Ispra, si arriva al picco di 7mila presenze a Ferragosto. Questo sta soffocando la spiaggia e creando dei danni che dobbiamo riuscire a limitare, compreso quello causato da asciugamani e borsoni sui quali resta attaccata la sabbia che viene portata via e non torna più.

Come pensa di intervenire nell’immediato, in attesa che parta il piano di riqualificazione?
Vogliamo agire per migliore l’offerta turistica salvaguardando l’ambiente, cosa che sembra inconciliabile ma che non lo è. Stiamo organizzando un metodo perché si arrivi sul mare in maniera ordinata e senza stress. Per fare un esempio, se alla Pelosa si arriverà a piedi, in bicicletta o in navetta mi sembra una soluzione a dimensione dei vacanzieri, che così non soffriranno lo stress da interminabile fila di automobili e da ricerca del parcheggio.

Può anticiparci qualcuna delle iniziative in cantiere?
Stiamo mettendo in atto piccole azioni ma non insignificanti: gli asciugamano non si potranno più stendere a diretto contatto della spiaggia ma su delle stuoie, così che la sabbia non si attacchi. Ingresso vietato anche ai borsoni da mare, che saranno sostituiti da buste ecologiche distribuite all’ingresso, mentre all’uscita sarà obbligatorio lavarsi i piedi, così da limitare la perdita di chili e chili di sabbia ogni giorno. Queste e altre soluzioni le adotteremo per impedire il prelievo involontario della sabbia. Lotta serrata anche alle cicche delle sigarette abbandonate perché poi siamo costretti a raccoglierle con il setaccio, e anche questo contribuisce alla dispersione della sabbia. Inoltre, è prevista la presenza di guardie giurate per impedire l’accesso alle dune nelle zone vietate al pubblico e per un corretto uso della spiaggia in generale.

Metterete anche un ticket d’ingresso?
Non in danaro. Sarà un ticket mentale e si pagherà acquisendo più rispetto per un bene ambientale che una volta perso è perso per sempre. E non è solo il turista che deve cambiare approccio. Nel senso che tutti devono capire che La Pelosa non può più essere un posto dove andare ogni giorno ma deve diventare un gioiello da preservare e da godere con il contagocce. Il Comune di Stintino, in contemporanea all’attività di recupero infrastrutturale, infatti, porterà avanti una politica di informazione e di rispetto per la spiaggia. Sono temi delicati, e troveremo il modo giusto per affrontarli ma, alla fine, chi non si adegua può andare da un’altra parte.

Antonio Salvatore Sassu

“Programmazione negoziata” e mancato sviluppo locale

negoziata

“Lo sviluppo locale in Sardegna: un flop? Numeri, cause, suggerimenti” è un libro che Antonio Sassu ha scritto in collaborazione con Antonello Angius e Paolo Fadda: del Centro regionale della programmazione della Sardegna, il primo; studioso dei problemi economici dell’economia dell’Isola, il secondo.

Il volume illustra il fallimento della “Programmazione negoziata”, inaugurata con la legge n. 662/’96, dopo la fine della politica a sostegno delle regioni meridionali del Paese fondata sulla logica dell’intervento straordinario; più che fissare l’attenzione sui limiti delle modalità con cui la Sardegna avrebbe sperimentato i nuovi “strumenti messi a disposizione dal nuovo corso delle politica economica nazionale” e quelli resi possibili dalla Regione stessa “con una propria legge e con proprie risorse, è interessante considerare la logica d’intervento, che secondo l’autore avrebbe determinato il “fallimento” della politica attuata per promuovere la crescita dell’Isola e dei suoi territori.

L’autore del libro, dopo aver esaminato i “Piani integrati d’area”, i “Patti territoriali”, i “Progetti integrati territoriali”, i “Leader” e diversi altri “strumenti operativi” similari, trae la conclusione che il tentativo di attuare una politica di sviluppo che coinvolgesse tutte le forze economiche e sociali, e nei limiti del possibile l’intera popolazione della Sardegna, non è stato coronato da successo. Il risultato motiva l’autore ad “avanzare” alcuni suggerimenti per formulare e attuare le politiche future.

Sassu si avvale dei risultati inferiori alle attese conseguiti con la “nuova programmazione” per “ricordare” che, né “la politica economica di uno sviluppo ‘dall’alto’, né quella di uno sviluppo ‘dal basso’ hanno promosso lo sviluppo autopropulsivo della regione. Sia nel primo che nel secondo caso, né le risorse, né il territorio hanno acquisito la capacità di rendere fruttuosa la politica adottata”. In entrambi i casi, le delusioni sarebbero state la conseguenza della “mancanza di integrazione e di adeguamento delle risorse e del territorio [regionali] di fronte alle esigenze della comunità internazionale”; in altri termini, le delusioni sarebbero riconducibili al fatto che si sarebbe tentato di attivare un processo di sviluppo endogeno dell’Isola, senza che ci si preoccupasse di promuovere le necessarie trasformazioni delle condizioni esistenti, a fronte dell’evoluzione del mondo.

Sia nel caso della politica economica “dall’alto”, che in quella “dal basso”, la Regione e le istituzioni avrebbero “fatto molto poco”, per consentire all’economia regionale ed a quella dei singoli territori di “competere con le realtà che si andavano formando all’esterno, trascurando conoscenze, valori, professionalità e condizioni del territorio”; soprattutto sarebbero state completamente disattese, tanto un’intermediazione pubblica locale efficiente, quanto l’adozione di “un quadro generale degli obiettivi da raggiungere”, all’interno del quale inserire i singoli progetti. Così, sarebbe accaduto che i territori regionali non siano stati “adeguati a quanto avveniva ad opera dei concorrenti esterni” e che le istituzioni non si siano mosse lungo questa linea.

Le risorse pubbliche rese disponibili per promuovere la crescita dell’area regionale e delle sue articolazioni territoriali avrebbero dovuto sottostare, ricorda l’autore, ad alcuni vincoli istituzionali mai rispettati, quali l’inserimento dello sviluppo regionale in una visione in cui fosse stato possibile conciliare gli obiettivi generali con quelli locali, l’esistenza di una ferma fiducia “dei cittadini e degli imprenditori” regionali nelle proprie possibilità di sviluppo e la promozione di un intervento esterno in grado di garantire un’accumulazione di capitale fisico, culturale e sociale. Poiché il governo regionale della Sardegna non ha mai brillato nel porre in essere la necessaria attività per soddisfare tali vincoli, sarebbe stato inevitabile, secondo l’autore, il flop della programmazione negoziata e dello sviluppo locale.

In ultima analisi, l’insuccesso della politica di sviluppo locale, così com’è stata praticata in assenza di un ruolo attivo ed efficiente delle istituzioni regionali, sarebbe imputabile al “mancato adeguamento delle risorse e del territorio alle esigenze dell’economia internazionale e alla scarsa integrazione con le attività esterne”. La Sardegna avrebbe avuto bisogno di istituzioni in grado di attuare una politica idonea a realizzare quest’obiettivo, condiviso dal basso, e che non come “strumento per perseguire altri interessi”.

In sostanza, sarebbe questa, secondo Sassu, la causa del fallimento della politica di sviluppo tentata in Sardegna: le istituzioni regionali, non solo non avrebbero soddisfatto i vincoli cui avrebbero dovuto subordinare la loro azione, per assicurare coerenza alla promozione di uno sviluppo endogeno regionale compatibile con quello dei territori, ma avrebbero perseguito altri obiettivi, consistenti nella prevalente soddisfazione degli intessi elettorali delle forze politiche nelle quali pro-tempore le istituzioni si sono incorporate.

In realtà, le ragione del perché ciò è accaduto può essere spiegata sulla base di quanto affermano Daron Acemoglu e James Robinson in “Perché le nazioni falliscono”, riguardo alla natura delle istituzioni, la cui esistenza avrebbe potuto consentire che la promozione della crescita e dello sviluppo dell’area regionale e delle sue circoscrizioni territoriali fosse coronata da successo.

L’obiettivo di una politica economica regionale, finalizzata a promuovere lo sviluppo dei territori, più che alla loro integrazione a livello nazionale e internazionale, avrebbe dovuto essere finalizzato all’acquisizione di una prospettiva d’intervento liberata dai condizionamenti fatti pesare sulle aree sub-regionali dalle molte contraddizioni che hanno caratterizzato nel passato l’azione pubblica.

In altri termini, l’obiettivo della politica economica regionale, per favorire la crescita dei territori, avrebbe dovuto essere quello d’individuare una prospettiva d’azione affrancata dalla parzialità che l’ha sempre caratterizzatoa; parzialità, connessa, da un lato, al fatto che la politica regionale d’intervento ha sempre avuto come unico obiettivo il superamento della staticità delle sole condizioni economiche dei territori, prescindendo dalla presenza nei territori stessi di un “soggetto politico”, in grado, non solo di indicare gli obiettivi da perseguire, ma anche di “gestire” gli esiti conseguenti agli interventi effettuati; dall’altro lato, al fatto che, anche quando alle istituzioni regionali è stata offerta la possibilità di creare il soggetto istituzionale necessario, questo è stato creato prescindendo però dalla verifica che esso fosse adeguato rispetto al superamento delle condizioni di arretratezza dei singoli territori, attraverso la mobilitazione di tutte le risorse materiali e personali in essi presenti.

Per evidenziare l’importanza dalla presenza nei territori di un soggetto istituzionale adeguato, bastano le considerazioni che Acemoglu e Robinson, hanno svolto nel loro ponderoso volume, precedentemente citato; sulla scorta delle esperienze vissute a tutte le latitudini del mondo, essi dimostrano che le disuguaglianze territoriali sono imputabili, innanzitutto alla diversa natura delle istituzioni che regolano il modo in cui nei territori si svolge l’attività politica e quella economica; in secondo luogo, al fondamentale comportamento degli attori politici, economici e civili. Si tratta di considerazioni che vanno ben oltre le semplici riforme burocratiche.

A parere di Acemoglu e Robinson, le istituzioni possono essere “inclusive”, oppure “estrattive”; quelle inclusive plasmano le società insistenti nei singoli territori, in modo tale per cui le opportunità che in essi si offrono risultano equamente distribuite; mentre quelle estrattive consentono la “cattura” delle stesse opportunità da parte di ristretti gruppi, interni ed esterni ai territori, a proprio esclusivo vantaggio.

Tra il primo tipo di istituzioni e le seconde esiste una relazione stretta, che può dar luogo a un circolo virtuoso, oppure vizioso; quando le istituzioni politiche sono inclusive, aperte alla libera iniziativa e alla partecipazione “dal basso” al processo decisionale dei componenti le società civili locali, esse originano, a loro volta, istituzioni economiche inclusive, impedendo che i loro attori pongano in essere comportamenti arbitrari; mentre, quando le istituzioni politiche sono di natura estrattiva, ricorrono istituzioni economiche anch’esse estrattive, i cui attori agiscono senza regole, condizionando in negativo l’evoluzione dei sistemi economico-civili dei territori.

La prevalente presenza a livello locale di istituzioni politiche estrattive è stato un limite evidente della politica economica attuata in Sardegna; limite, questo, che sarebbe stato necessario superare se si fosse voluto realmente che i territori della Sardegna fossero dotati di un soggetto istituzionale in grado di supportate i processi d’individuazione delle modalità di valorizzazione delle risorse in essi presenti; ciò, al fine di contrastare l’insensata corsa all’abbandono delle aree interne e delle residue attività locali, con il conseguente fenomeno dello spopolamento dei comuni, di cui la Sardegna ha sempre sofferto, a causa dell’assoluta insensibilità della sua società politica.

Sono queste le ragioni di fondo delle quali avrebbe dovuto tenere conto il legislatore regionale nel recente processo di riforma degli enti locali; pertanto, sarebbe stato necessario ripensare l’intero modello di governance del processo di sviluppo della regione e proporre nuovi strumenti efficaci per la valorizzazione delle risorse locali.

L’assetto istituzionale che si è deciso di adottare ha proposto solo una ridefinizione dei confini politico-amministrativi dei “nuovi enti locali”, che mal si concilia con le possibili dinamiche della crescita e dello sviluppo; una ridefinizione che ha generato una frammentazione del territorio regionale, senza alcun punto di contatto ed integrazione tra i differenti ambiti territoriali, sia in senso orizzontale (tra i diversi enti locali), che in senso verticale (tra i singoli enti locali e l’Ente regione).

E’ questo il motivo per cui lo sviluppo locale continuerà a non avere in Sardegna l’attenzione che meriterebbe. E’ fondato il sospetto che la classe politica regionale abbia interesse a conservare lo status quo in fatto di riforma delle istituzioni; l’interesse prevalente della classe politica è quello di continuare a praticare una politica economica che consenta di “estrarre” dai territori ciò che maggiormente le sta a cuore, al costo di spiazzare qualsiasi iniziativa locale che rappresenti, anche solo potenzialmente, una minaccia al loro unico interesse: la cattura del consenso elettorale.

In conclusione, il fallimento dello sviluppo locale non è imputabile al fatto che le forze politiche operanti a livello regionale non hanno saputo elaborare una politica economica regionale che adeguasse i territori e le loro risorse alle “esigenze dell’economia internazionale”; bensì, è imputabile al mancato coinvolgimento delle genti isolane, aspiranti a migliorare le loro condizioni di vita. Tra l’altro, l’ipotesi suggerita, che le forze politiche al governo della regione concepiscano interventi idonei a collegare i territori isolani all’intero mondo esterno, va ben oltre la capacità della quale esse sono realmente dotate: quella di distribuire le risorse unicamente in funzione della conservazione degli equilibri elettorali esistenti.

Gianfranco Sabattini

Infrastrutture e turismo, binomio imprescindibile

VIAGGI-bici-turismoIl segretario del Psi Riccardo Nencini, nel ruolo istituzionale di vice ministro alle Infrastrutture, parteciperà al dibattito che aprirà domani, giovedì 23 ottobre, alle ore 11.00, la seconda edizione del Meet Forum (Mediterranean European Economic Tourism Forum).

Gli appuntamenti della manifestazione, organizzata da PortaleSardegna, con la collaborazione dell’associazione culturale Sardegna 2050, si terranno da domani a sabato 28 ottobre nelle sale dell’Hotel Resort Marina Beach di Orosei, in provincia di Nuoro.Tre giorni di incontri tra addetti ai lavori ed esperti che discuteranno principalmente come “Costruire turismi e destagionalizzare”, in un mercato sempre più globalizzato e dove si affacciano sempre nuovi rivali dei Paesi della vecchia Europa.

Riccardo Nencini sarà uno dei partecipanti al dibattito “Infrastrutture e Turismo” assieme a Carlo Careddu, assessore regionale ai Trasporti della Sardegna, e Costantino Tidu, amministratore straordinario della Provincia di Nuoro. Moderatore Giuseppe Deiana, capo redattore del quotidiano L’Unione Sarda di Cagliari. Assente giustificata Nanette Maupertuis, assessore regionale del Turismo della Corsica, che ha dovuto dichiarare forfait a causa di impegni legati alla campagna elettorale che sta per iniziare nella sua isola,

Costruire una nuova cultura turistica, che scavalchi i confini delle singole regioni italiane e che guardi all’Europa e ai paesi bagnati dal Mar Mediterraneo, è il traguardo che si sono posti sin dalla prima edizione gli organizzatori del Meet Forum. Non si tratta, quindi, di un convegno generalista o di un incontro riservato ai soli addetti ai lavori, ma di un laboratorio multidisciplinare dove cercare soluzioni e opportunità di sviluppo inedite, costruire nuovi prodotti, aprire a nuovi mercati e studiare pacchetti e formule turistiche in linea con le esigenze di un mercato sempre in evoluzione .

Una delle iniziative più importanti del Meet Forum è la presentazione di FR-ON-IT, un pacchetto di proposte che punta a favorire l’uso della bicicletta elettrica in occasione delle vacanze, con abbinati altri servizi turistici. ’offerta di altri servizi. Si tratta di un progetto internazionale finanziato dall’Unione Europea e che coinvolge cinque regioni a grande vocazione turistica: Sardegna, Corsica, Costa Azzurra, Liguria e Toscana.

Il Meet Forum darà anche spazio ai progetti per valorizzare il binomio cultura e turismo. Tavoli di lavoro e seminari con gli operatori del settore permetteranno di discutere sulle migliori strategie da mettere in campo per valorizzare e fare conoscere i centri culturali dell’entro terra, così da proporre una valida alternativa alle località balneari.

Sin dalla prima edizione il Meet Forum ha elaborato le sue proposte guardando al futuro, al cambiamento, con una visione multidisciplinare che abbraccia temi sistemici irrisolti, criticità del comparto Turismo e aspetti finanziari del business, mettendo intorno a uno stesso tavolo pubbliche amministrazioni, operatori, compagnie di trasporto, ricercatori e tutti i soggetti coinvolti direttamente o indirettamente in un progetto o nelle attività di una azienda.

Antonio Salvatore Sassu

Aiuti di stato Sardegna.
Ue: “Sono incompatibili”

 

AeroportoalgheroLo stabilisce la commissione europea. Come si legge nel testo – “Con gli aiuti pubblici concessi, la Regione Sardegna, ha violato le forme dell’Unione Europea in materia di aiuti di Stato, conferendo a compagnie aeree selezionate che lavorano negli aeroporti di Cagliari e Olbia un vantaggio sleale che deve ora essere rimborsato”. Un pasticcio nato nel 2010 – quando era in carica la Giunta Cappellacci – che ancora oggi si ripercuote sull’intero sistema, già fortemente compromesso, del trasporto aereo sardo (per non parlare poi di quello riguarda il trasporto ferrato e navale). Secondo la Commissione nel 2010 la Sardegna ha adottato un regime per sviluppare il trasporto aereo e garantire per tutto l’anno i collegamenti aerei da e per la regione. Un regime, continua la nota stampa, che prevedeva finanziamenti agli aeroporti di Cagliari e Olbia con obbiettivo di ottenere compensazioni. Infatti, secondo i programmi della allora giunta Cappellacci, le compagnie aeree aumentando il traffico aereo verso gli aeroporti isolani dovevano anche svolgere operazione di marketing.

Ma i finanziamenti regionali sono stati dirottati dagli aeroporti alle compagnie aeree a condizioni controllate dalle autorità sarde. Nel 2013 venne avviata un indagine . Posto che gli interventi pubblici non configurano in aiuti di Stato quando gli stessi avvengono a condizioni accettabili per gli investitori privati. Dall’indagine di allora emerse che “nessun investitore privato avrebbe accettato di incrementare il traffico aereo né le connesse operazioni di Marketing pertanto – si legge ancora nella nota stampa – il finanziamento pubblico concesso alla Sardegna configura in un aiuto di Stato ai sensi delle norme UE”.

Ora, in virtù di quanto sopra deciso dalla commissione europea quale conseguenze avranno queste sul piano della Ras, peraltro avvallato dal Governo Renzi, in merito la questione che vede coinvolta la compagnia aerea Ryanair? Appena due settimane fa il Ministro Del Rio aveva assicurato la copertura per le questioni delle tasse aeree fino a dicembre e un nuovo “aiuto” da inserire nella prossima legge di stabilità. Attendiamo le repliche alla decisione da parte di Governo e Regione Sardegna. Sopratutto, posto che la Commissione Europea dice che “il vantaggio sleale deve ora essere rimborsato”. Ma  chi paga ?

Antonella Soddu