Infanzia di serie B, dopo la tragedia di Rebibbia

bambini carcere“Adesso i miei figli sono liberi, gli ho dato la libertà”, ha detto al suo avvocato dopo il gesto la donna di 33 anni, detenuta a Rebibbia che lo scorso 18 settembre ha gettato i due figli dalla tromba delle scale. La piccola di sei mesi è morta sul colpo, mentre il bambino di un anno e mezzo è morto ieri sera in ospedale. Il gesto ha riportato alla memoria il problema della situazione nelle carceri in Italia, ma soprattutto ha portato alla luce le problematiche a molti sconosciuti, di bambini che passano scontano le pene con le loro madri.
Nel XIII rapporto di Antigone al 30 giugno 2016 sono ancora 41 i bambini conviventi in istituto con la madre, 38 le madri detenute con figli in carcere e 8 quelle incinte. Inoltre, stando al dettaglio delle presenze al 31 dicembre 2016, su un totale di 33 madri detenute, presenti in Emilia-Romagna, Lazio, Lombardia, Piemonte, Sardegna e Veneto, 23 (più di due terzi) sono cittadine straniere, mentre le cittadine italiane sono 106.
Il Governo che sta facendo battaglie per la tutela della famiglia e dei figli pare aver dimenticato questi bambini, ma non è il solo. Esiste la legge per le “Misure alternative alla detenzione a tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori”, che è stata pubblicata, simbolicamente, l’8 marzo 2001. Il testo prevede, per le madri con figli di età inferiore ai dieci anni, l’applicazione di due tipi di provvedimenti: detenzione speciale domiciliare ed assistenza esterna dei figli minori. Purtroppo i primi mesi di applicazione della nuova legge non hanno portato a risultati significativi. Sono infatti pochissime le detenute che ne hanno potuto usufruire. Ciò è dovuto soprattutto al fatto che la legge in questione riguarda soltanto le donne che scontano una condanna definitiva, quindi appena la metà sul totale delle recluse.
Nel 2011 poi è stata approvata la legge 21 aprile 2011 n. 62 sulle detenute madri, un provvedimento che sarebbe dovuto servire a interrompere la barbarie dei bambini reclusi in un strutture carcerarie, inadeguate a una crescita sana. A qualche anno dall’entrata in vigore della suddetta legge, gli esperti del settore sostengono che il testo normativo presenta dei limiti, e che sinora non è stato capace di risolvere la questione.
Tornando al caso di Rebibbia, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha deciso per la ‘linea dura’ dopo quanto accaduto e ha sospeso la direttrice e la vicedirettrice della sezione femminile del carcere e inoltre il vicecomandante del reparto di Polizia Penitenziaria.
“Non so di quale errore siano responsabili. So però che non meritavano, alla luce della loro preziosa carriera, tale sospensione dall’incarico”, ha commentato Patrizio Gonnella, presidente Associazione Antigone che ha spiegato: “Di certo, da oggi le detenute del carcere romano non staranno meglio di prima. Una volta che il capro espiatorio è servito dovremo affrontare un altro tema, ossia cosa vogliamo che accada quando una madre di un bimbo piccolo finisce in carcere. Sono molti i Paesi dove i bambini sono destinati all’istituzionalizzazione”.

Psi Sardegna, proposta per il centrosinistra

Gianfranco Lecca

Gianfranco Lecca

Il Partito socialista sardo ha fatto tesoro degli errori alla base delle sconfitte alle ultime politiche e alle recenti amministrative isolane, e si riorganizza in vista delle elezioni regionali della primavera prossima.
L’occasione è stata la recente assemblea regionale dei socialisti sardi, svoltasi a Cagliari il 2 luglio scorso, che era aperta agli iscritti e ai non iscritti, ai riformisti e ai democratici di diversi orientamenti, ma con una militanza di area “sorella” di quella socialista.

E questa assemblea ha dato buoni risultati soprattutto dal punto di vista del dialogo con i possibili alleati e per la stesura di un programma e di una lista comune per le prossime regionali.

rocco celentano

Rocco Celentano

Al segretario regionale, Gianfranco Lecca, e al presidente regionale Rocco Celentano, abbiamo chiesto maggiori dettagli.

Siete soddisfatti dai risultati dell’assemblea?
Certamente. Dall’assemblea sono emersi non solo contributi importanti per rigenerare la presenza del Partito Socialista in Sardegna, partendo proprio dallo scenario politico regionale, ma anche alcuni tra i temi del nostro programma per le prossime elezioni regionali.

Era anni che non si vedeva una sala così piena, con centinaia di persone, alcune anche in piedi, e con un parterre di ospiti di altre forze politiche così interessati a far diventare comune un progetto di impronta socialista. Vogliamo citarli tutti?
Ai lavori hanno partecipato diversi rappresentati di partiti e associazioni della Sardegna: Michele Piras (ex Sel, attualmente indipendente), il consigliere regionale Antonio Gaia (Upc), Paolo Maninchedda (segretario del Partito dei Sardi), l’assessore regionale all’Industria, Maria Grazia Piras, e Stefano Secci, presidente regionale dell’Associazione Ajò. Vogliamo approfittare anche di questa occasione per ringraziarli della partecipazione e del contributo che hanno dato alla discussione.

Quindi dei buoni risultati che fanno sperare per un percorso nuovo che potrebbe rappresentare la vera novità delle prossime regionali?
Certamente. Tutti gli interventi degli ospiti hanno sottolineato il comune impegno per creare una nuova proposta politica insieme a noi socialisti, tracciando un percorso per costruire una prima risposta al bisogno di alleanza a sinistra tra partiti e movimenti che permetta di affrontare le prossime elezioni regionali del 2019 con una proposta comune.

Non c’è un secondo aspetto importante da sottolineare scaturito invece dagli interventi dei compagni socialisti? Quello che sta portando i socialisti sardi verso una nuova frontiera?
Gli interventi socialisti, a partire da quello del segretario regionale Gianfranco Lecca, che ha svolto un’ampia relazione introduttiva, e degli altri che hanno fatto seguito, hanno pronunciato un apprezzamento per le posizioni espresse dagli ospiti politici, ma indicato anche la strada per sviluppare e approfondire le alleanze future.

Che sarebbe poi il congresso?
Sicuramente la strada per iniziare questo nuovo percorso è quella del Congresso regionale, che sarà convocato tra la fine di settembre e i primi di ottobre di quest’anno.

E il congresso renderà operativa la nuova strada maestra, cioè la nascita del Partito Socialista Sardo?
Sì. L’assemblea ha assunto la determinazione che la nuova fase del Partito Socialista passa attraverso un sistema istituzionale basato su un federalismo di stampo regionale e di rapporto con il Partito nazionale, nonché su un’Italia delle regioni e delle organizzazioni dei partiti articolate su scala regionale, modalità necessaria e indispensabile per garantire autonomia e salvaguardia delle identità.

Invece, quali sono i primi temi programmatici comuni, scaturiti proprio dall’assemblea che caratterizzeranno questa nuova alleanza? Temi che sicuramente saranno ampliati dal prossimo congresso.
I temi programmatici condivisi riguardano: la riforma dello statuto regionale per ripensare l’architettura istituzionale della Sardegna, lasciando alla Regione la funzione legislativa e agli enti locali quella della gestione; definizione del ruolo e dei poteri delle Provincie, atteso che non state abolite; valorizzare il sentire comune; declinare meriti e bisogni dando priorità ai giovani; lavoro e un necessario piano straordinario per il lavoro; auto impiego: lotta alla povertà e riduzione delle disuguaglianze; scuola e cultura; insularità e continuità territoriale; costo dell’energia; infrastrutture; politiche ambientali e turismo.

Ho partecipato ai lavori quindi posso anche dirlo: erano anni che non si vedeva un’assemblea così partecipata e soprattutto con così tanti interventi. Possiamo dire che, dopo due o tre anni di riunioni di direttivi regionali passati a parlarci addosso, di fronte alla possibilità di estinguerci abbiamo finalmente deciso di darci una mossa, di ritornare a parlare di politica?
E’ stata un’assemblea partecipata e impegnata sui valori alti della Sardegna, per cui sia il presidente sia il segretario regionale ringraziano tutti i presenti all’assise. Ci dispiace per chi non ha trovato spazio per esporre il proprio pensiero, ma non si poteva operare diversamente data la ristrettezza dei tempi.

Ma ci sarà un’altra occasione di incontro e di dibattito, se non sbaglio?
Sì. I compagni e tutti coloro che intendono porre all’attenzione dell’assise socialista le proprie posizioni, lo potranno fare liberamente in una prossima assemblea regionale che sarà convocata al più presto, prima del Congresso.

Antonio Salvatore Sassu

Le condizioni della Sardegna nei “Rapporti” CRENoS e Banca d’Italia

crenos sardegna

Anche quest’anno, come di consueto, sia il “Centro Ricerche Economiche Nord Sud” (CRENoS), che la Banca d’Italia hanno presentato le loro analisi delle condizioni economiche che hanno caratterizzato dal punto di vista reale e da quello finanziario il sistema economico dell’Isola nel 2017. Come sempre, i rapporti sono riferiti prevalentemente all’analisi dei dati macro relativi all’intera base regionale, mentre è quasi del tutto assente qualche riflessione di rilievo sullo stato delle economie locali.

Il Rapporto CRENoS, giunto alla sua venticinquesima edizione, presenta un’analisi strutturale del sistema economico isolano attraverso il confronto dei dati ad esso relativi con quelli delle altre regioni italiane ed europee. Dal quadro macroeconomico presentato si ricava che la Sardegna ha continuato, nel 2017, ad occupare la stessa posizione, la duecentododicesima, nella classifica delle regioni europee per livello di sviluppo; l’Isola ha registrato un PIL pari al 71% della media europea, una percentuale che, nell’ultimo quinquennio, ha avuto una contrazione del 5%.

A parere degli estensori del Rapporto del CRENoS, se si considera la diminuzione, che nel corso del 2017 hanno subito gli investimenti rispetto all’anno precedente, la contrazione del PIL “sembra dipendere dal rallentamento del processo di accumulazione del capitale”; ma a far bene sperare in una possibile inversione di tendenza, sarebbe “il dato sui consumi delle famiglie” che, con la loro domanda prevalentemente orientata verso il mercato dei servizi e dei beni durevoli, lascerebbe presagire un aumento delle aspettative da parte dei consumatori e un aumento del reddito disponibile.

Sulla partecipazione dei singoli settori produttivi alla formazione del valore aggiunto regionale, è confermata la buona performance del settore agricolo, sia per numero di imprese, che per produzione di valore; il settore industriale, invece, conferma la tradizionale posizione ritardata, essendosi limitato a produrre solo il 19,1% del valore aggiunto, mentre il settore produttivo di servizi non per il mercato ne ha prodotto circa il 30%; dato, quest’ultimo, sul quale sarebbero necessari maggiori approfondimenti. Gli estensori del Rapporto giudicano positivo per l’economia regionale il fatto che, nel corso del 2017, sia ripreso l’interscambio con l’estero, trainato soprattutto dall’esportazione dei raffinati di petrolio.

L’andamento del mercato del lavoro non è che lo specchio dell’andamento riscontrato per l’economia reale. Nel corso del 2017, il numero degli occupati è rimasto stabile rispetto al 2016, mentre il numero dei disoccupati si è ridotto di circa duemila unità, consentendo la magra consolazione di poter dire che esso (il numero dei disoccupati), essendo stato nel corso del 2017 pari a un tasso di disoccupazione del 17%, ha raggiunto il “minimo storico” dal 2013.

Di particolare interesse è quanto il Rapporto riferisce riguardo all’analisi di due categorie di servizi pubblici, che hanno inciso in maniera significativa sui bilanci regionali e su quelli degli enti locali: i servizi sanitari e quelli di rilevanza economica, riguardanti i rifiuti solidi urbani, il trasporto pubblico locale e i servizi comunali per la prima infanzia. Il Rapporto riferisce che la spesa per il “Servizio Sanitario Regionale” è cresciuta nel corso del 2917, rispetto al 2016, più di quanto sia avvenuto su base nazionale, raggiungendo il livello più alto dell’ultimo decennio. Riguardo alla spesa sanitaria, la Sardegna continua così a distinguersi, per essere una regione poco efficiente nell’uso delle risorse disponibili e per una performance non soddisfacente dei svisi sanitari essenziali.

Per contro, la Sardegna è riuscita a distinguersi positivamente per il trattamento dei rifiuti solidi urbani; mentre, relativamente al trasporto pubblico, ha accusato la tradizionale difficoltà a migliorare l’utilizzo dei mezzi pubblici e del trasporto ferroviario. Infine, riguardo alla spesa dei servizi per l’infanzia, la Sardegna ha accusato una diminuzione rispetto a quella nazionale.

Interessanti sono le osservazioni che il Rapporto reca riguardo ai fattori di sviluppo o di competitività, valutati sia nel contesto regionale italiano che in quello europeo, in funzione di possibili future variazioni positive della performance del sistema economico regionale in termini di accumulazione capitalistica, di produttività e di sviluppo economico.

Il processo di accumulazione di capitale, riferiscono gli estensori del Rapporto, appare caratterizzato da un forte ritardo, rispetto alle altre regioni italiane ed europee, riguardo al “capitale umano”; gli investimenti in “Ricerca e Sviluppo” accusano livelli ancora troppo bassi, ammontando nell’Isola solo allo 0,8% del proprio PIL, un livello giudicato troppo distante dall’obiettivo europeo del 3%. Appare positivo solo il fatto che la propensione ad innovare, misurata dal rapporto tra il numero delle startup innovative e il totale delle società di capitali, risulti sostanzialmente in linea con la media nazionale.

Il Rapporto si chiude con l’analisi del comparto turistico, rilevando che nel 2016 le presenze nell’Isola sono aumentate dell’8,8%, collocandola al primo posto tra tutte le regioni italiane; la componente nazionale delle presenze è cresciuta più che nelle altre regioni concorrenti, mentre la componente estera è tendenzialmente aumentata in linea con esse. Infine, secondo i dati del servizio statistico regionale, la domanda turistica nel 2017 è cresciuta per il quinto anno consecutivo; ciò farebbe bene sperare, se non fosse che, sottolinea il Rapporto, l’aumento delle presenze turistiche, letto “insieme agli indicatori economici tradizionali di creazione di valore aggiunto e di mercato del lavoro”, fa riflettere sulle difficoltà “che il sistema imprenditoriale e produttivo dell’Isola ha nello sfruttare pienamente il vantaggio competitivo di questo comparto”.

Il Rapporto è completato da quattro “approfondimenti tematici” e da tre “policy focus”. I primi sono dedicati, rispettivamente, all’esame delle attivazioni e delle cessazioni dei rapporti di lavoro nella province sarde dopo l’entrata in vigore, nel 2014, del “job Act”; all’analisi della mobilità degli studenti universitari sardi verso altri atenei della penisola; allo studio della nautica da diporto in funzione del potenziamento dei principali porti turistici della Sardegna; all’illustrazione dei risultati di un progetto di ricerca che ha analizzato le percezioni degli operatori turistici di uno dei principali centri turistici della Sardegna (Villasimius) in merito alla sostenibilità delle “presenze” in funzione di diversi fattori. I “policy focus” riguardano invece: la valutazione del piano di politica attiva del lavoro della Regione Sardegna; la riflessione sul modello regionale di gestione della mobilità ciclistica; l’analisi delle opportunità di rilancio economico che possono derivare da una razionale gestione delle aree militari dimesse nella prospettiva del potenziamento del comparto turistico.

Il Rapporto della Banca d’Italia, presentato nella forma di “Nota” redatta dalla sede di Cagliari, conferma i dati congiunturali del Rapporto CRENoS, riguardo sia alla struttura produttiva che al mercato del lavoro, osservando anche che, nonostante un quadro congiunturale moderatamente stabile dell’ultimo biennio, “si mantiene elevata nel confronto nazionale la quota delle famiglie sarde a rischio di povertà ed esclusione sociale, condizione che nel 2017 è ulteriormente aumentata, più che nel resto del Paese”.

La “Nota”, tuttavia, a differenza del Rapporto CRENoS. descrive una situazione regionale dal punto di vista finanziario sorretta da un sostanziale ottimismo. Ciò perché nel mercato del credito, sebbene la rete territoriale delle banche si sia ulteriormente contratta, per via del processo di razionalizzazione in atto dal 2009, la riduzione sarebbe stata compensata dalla “diffusione dei canali alternativi di contatto tra le banche e la clientela”, grazie soprattutto all’utilizzo dei servizi di “home banking” (letteralmente “banca da casa” o “banca a domicilio”, che consentirebbe alla clientela sarda sparsa nel territorio di effettuare operazioni bancarie da casa o dall’ufficio mediante collegamento telematico con le banche, reso possibile dallo sviluppo di Internet e delle reti di telefonia cellulare).

Inoltre, sempre secondo la “Nota”, nel corso del 2017 è proseguito il miglioramento della qualità dei finanziamenti di banche e di società finanziarie, mentre è diminuito il flusso dei finanziamenti deteriorati, pur rimanendo ancora elevata la sua incidenza sui crediti totali concessi. I deposti bancari “hanno accelerato”, mentre è tornato ad aumentare “il valore complessivo dei prezzi di mercato dei titoli delle famiglie ed delle imprese sarde detenuti a custodia presso il sistema bancario, per effetto dell’incremento delle quote di OICR” (acronimo di Organismi di Investimento Collettivo del Risparmio, che investono in “strumenti finanziari”, o altre attività, il risparmio raccolto tra il pubblico di risparmiatori, operando secondo il principio della ripartizione dei rischi).

Infine, il miglioramento finanziario dell’economia regionale, sarebbe continuato per via della diminuzione, negli ultimi anni (2014-2016), della spesa primaria delle amministrazioni locali della Sardegna, riflettendo soprattutto il calo degli investimenti pubblici e un aumento contenuto della spesa sanitaria. A seguito di ciò, nel corso del 2017, il debito delle amministrazioni locali è cresciuto moderatamente.

Nel complesso, il “tono” della “Nota” della sede di Cagliari della Banca d’Italia (“fedele alla consegna” che le deriva dall’essere l’articolazione regionale del controllore sovrapartes della politica di austerità perseguita dall’Italia dopo lo scoppio della Grande Recessione del 2007/2008) sembra indicare che, dal punto di vista finanziario, l’andamento congiunturale dell’economia regionale riesca a reggere il peso dei postumi della crisi, senza minimamente collegare il miglioramento del mercato del credito agli effetti negativi sull’intero tessuto sociale della Sardegna e, quel che più conta, all’aumento dell’indebitamento delle famiglie verso le banche.

Anzi, invece di suggerire, sempre dal punto di vista finanziario, possibili linee di una politica regionale più appropriata ai fini di una più stabile situazione economica e sociale, la “Nota” attende fiduciosa quanto può derivare alla Sardegna dalla recente riforma degli enti locali; con ciò esprimendo il parere che la riforma realizzata, ridimensionando il ruolo delle province e accrescendo le funzioni attribuite ad altri enti sovracomunali, possieda in sé la ratio per individuare ambiti territoriali ottimali, atti ad incrementare presunti livelli di efficienza e di efficacia nella gestione dei servizi locali.

I nuovi enti di gestione potranno, secondo la “Nota”, beneficiare di risorse specifiche di origine regionale e comunitaria per i propri programmi di sviluppo; ma di quale sviluppo si tratti non viene specificato. Sarebbe un errore se ci si riferisse a quello assicurato dalle istituzioni regionali centrali, che, a parere dei sardi, come risulta dalle ultime indagini demoscopiche, non hanno saputo garantire un impiego efficiente delle risorse disponibili, senza riuscire a dare vita ad una base produttiva stabile e diffusa nel territorio; premessa necessaria, questa, per l’acquisizione di una capacità di crescita autonoma, in grado di sottrarre l’Isola dal novero delle regioni europee sempre in ritardo sulla via dello sviluppo.

E’ riduttivo pensare agli enti locali come attori unicamente preposti a rendere efficiente la spesa per servizi di pura natura amministrativa, con risorse provenienti da processi risditributivi regionali; ed è sorprendete che, sia il Rapporto Crenos che la “Nota” della Banca d’Italia non sappiano rinvenire, nel potere di iniziativa delle comunità locali, il presupposto, non solo per una gestione più efficiente delle risorse disponibili, ma anche per consentire di elaborare proposte di valorizzazione dei loro territori.

La capacità di formulare iniziative “dal basso” deve essere considerata un fattore decisivo, forse il più importante, fra quelli che presiedono alla crescita e allo sviluppo di qualsiasi area, quale che sia la sua dimensione. Continuare a tacere sui limiti del centralismo istituzionale e sulla virtù dello sviluppo locale costituisce un grave handicap per il futuro dell’Isola.

Gianfranco Sabattini

Un medico piemontese e le condizioni demografiche della Sardegna

Plazza

Di recente, il Centro di Studi Filologici Sardi ha pubblicato un volume, recante il contenuto di un manoscritto che recenti ricerche sulla Sardegna del ‘700 hanno individuato presso l’Archivio di Stato di Torino, intitolato: “Riflessioni intorno ad alcuni mezzi per rendere migliore l’isola di Sardegna”. Solo di recente, lo storico Piero Sanna ha stabilito, con “ragionevole attendibilità”, che il manoscritto è opera del chirurgo piemontese Michele Antonio Plazza, redatto nella seconda metà del 1754. Il manoscritto è oggi offerto al pubblico, per iniziativa del Centro di Studi Filologici Sardi, preceduto da due saggi introduttivi di Carlo Nonnoi e di Carlo Mulas.

Il primo, docente di Storia della scienza e Storia delle filosofia moderna alla Facoltà di studi umanistici dell’Università di Cagliari, inquadra l’impegno politico e culturale che ha caratterizzato l’attività svolta dal Plazza in Sardegna, inserendo tale impegno nella corrente dei movimenti innovatori che, sul piano scientifico, hanno caratterizzato il XVIII secolo; il secondo, Carlo Mulas, dottorando in Storia della scienza presso il Dipartimento di Storia, Beni culturali e Territorio dell’Università degli studi di Cagliari, quasi a completamento della narrazione di Nonnoi, insiste sui due “mali endemici” dell’Isola, la bassa densità demografica e lo stato insalubre del territorio isolano, rispetto ai quali si deve principalmente l’interesse che rivestono le “Riflessioni” del Plazza.

Dalla lettura del saggio di Nonnoi emerge come il dominio sabaudo nel corso del XVIII secolo non sia stato così oscurantista come vorrebbe l’immaginario collettivo. Sicuramente, se da parte dei governi del Regno piemontese ci sono stati momenti di attenzione per i problemi dell’Isola, non è certo per un’apertura umanitaria dell’aristocrazia sabauda nei confronti dei problemi che maggiormente affliggevano le comunità isolane; tuttavia, sebbene l’attenzione sia stata prevalentemente determinata da convenienze esclusive dei piemontesi, non si poteva trascurare il fatto che lo “sfruttamento” della Sardigna rendeva necessario il miglioramento delle sue critiche condizioni demografiche ed ambientali. In questa prospettiva, va considerata l’azione di governo del Conte Giovanni Battista Lorenzo Bogino, ministro per gli affari di Sardegna per conto di Carlo Emanuele III; Bogino è stato autore di iniziative di stampo illuministico, sia dal punto di vista amministrativo, che da quello economico, riordinando le amministrazioni locali, al fine di ridimensionare il potere delle oligarchie e di rinnovare la ripartizione tributaria tra le genti dei vari luoghi isolani. All’attività rinnovatrice e di governo del Conte Bogino è da ricondursi una parte importante dell’attività di studio delle condizioni precarie di vita in cui versava la popolazione dell’intera regione.

Michele Antonio Plazza, nato nel 1720 a Villafraca, in Piemonte, è giunto a Cagliari, racconta Nonnoi, per la prima volta nel 1748, al seguito di Giulio Cesare Gandolfi (o Gandolfo), nominato in quell’anno arcivescovo della capitale del regno, in qualità di chirurgo personale del prelato; il Plazza, dopo essere rimasto in Sardegna fino all’agosto del 1751, si è trasferito in Francia, per perfezionare le sue competenze di medico-chirurgo, rientrando in Sardegna alla fine del 1754; dopo essersi allontanato per rientrare a Torino, è tornato a Cagliari nel 1759, dove è rimasto per il resto della vita, morendo all’inizio del 1791.

Sin dal primo momento del suo trasferimento a Cagliari, il Plazza, a margine degli impegni sanitari – narra Nonnoi – “incomincia a rivolgere lo sguardo verso le produzioni naturali dell’Isola, in particolare su quelle botaniche, riproponendosi di organizzare a tempo debito delle esplorazioni naturalistiche più sistematiche e mirate […]. Questo tipo di ricognizioni segue, sin dall’inizio, un tracciato nel quale una linea sistematica si sovrappone continuamente ad una linea economico-utilitaristica e viceversa”. Dopo il suo rientro a Cagliari dal soggiorno francese, il Plazza, associa all’interesse per la botanica associa quello dello studio “del territorio dell’Isola con una coscienziosità ed una perizia del tutto rinnovate ed ampliate”, per via di un migliorato profilo professionale e culturale, acquisti durante i suoi trascorsi in suolo francese e i soggiorni torinesi.

Le migliorate qualità professionali hanno consentito al Plazza di aumentare il “peso” della sua presenza in Sardegna, allorché, dopo la fine della Guerra di successione austriaca (1740-1748), il governo sabaudo ha deciso “di dare seguito – afferma Nonnoi – ad una serie di provvedimenti politici ed economici tra loro coordinati, finalizzati all’avvio di un processo di maggiore integrazione dei territori insulari del regno con quelli di terraferma”.

La realizzazione di questo disegno è stata assegnata al Bogino, il quale, nella fase preparatoria degli interventi futuri ha privilegiato un’attività ricognitiva e documentale, indirizzata “a raccogliere la maggiore quantità possibile di informazioni e di dati attendibili sull’Isola”. E’ alla realizzazione di questo disegno che vanno ricondotte le numerose relazioni e i diversi progetti elaborati con riferimento al territorio isolano; dell’insieme di queste relazioni e progetti fanno parte le “Riflessioni” che il Plazza ha redatto tra il 1755 e il 1756.

Tra le questioni sulle quali il medico-chirurgp si sofferma, quelle riguardanti la consistenza e la condizione sanitaria della popolazione isolana rivestono il maggiore interesse, “perché si focalizzano sull’annoso ed endemico deficit demografico dell’Isola”. All’epoca – osserva Nonnoi – tra popolazione e territorio “si assumeva dovesse sussistere una regola aurea, un rapporto ideale, ancorché soggetto a specifiche variabili locali, per cui l’eccesso di popolazione, tanto quanto la sua carenza, erano considerati fattori capaci di incidere in maniera determinante sulla floridità e sulla solidità di uno Stato”. La popolazione sarda, che mai era stata consistente nel corso della storia, nei primi decenni del XVIII secolo registrava alcune evidenze positive della “rivoluzione demografica” che caratterizzava a livello generale il secolo, anche se in termini non sufficienti a riequilibrare il rapporto tra popolazione e territorio.

Del Plazza, per quanto non fosse un economista, né un demografo, diversi elementi mettono in evidenza che, sebbene fosse consapevole – afferma Nonnoi – che l’”orientamento popolazionista” (al quale venivano attribuite tutte le conseguenze e le implicazioni espresse in termini di “aritmetica e di geometria politica”) non era sufficiente a spiegare, oltre che il ritardo sulla via dello sviluppo economico dell’Isola, anche le ragioni per cui la Sardegna fosse così scarsamente popolata e perché fallissero i tentativi di “incrementare la popolazione ricorrendo ad apporti allogeni”; ciò in quanto, secondo il Plazza, ogni tentativo di colonizzazione era destinato a sicuro fallimento, se prima non fossero state eliminate le diverse cause endogene che già di per sé impedivano la crescita della popolazione locale.

Solo rimuovendo le cause endogene, affermava il Plazza, opportune politiche di immigrazione e di sviluppo potevano produrre effetti positivi. Viene fatto di osservare, che il Plazza era molto più consapevole di molti osservatori contemporanei, che anche oggi, vittime dell’”approccio popolazionista”, a proposito del ritardo della Sardegna sulla via della crescita e dello sviluppo, pensano (mutatis mutandi) di poter favorire il superamento dell’arretratezza dell’Isola attraverso l’immissione di immigrati laboriosi; trascurando così che anche la presunta laboriosità di questi ultimi è destinata a non produrre effetto alcuno, sin tanto che perdurano le cause endogene che concorrono a conservare la Sardegna bloccata al suo stato di economia arretrata.

Giustamente, Nonnoi rileva che l’approccio del Plazza al problema demografico della Sardegna era “straordinariamente moderno, non solo nel metodo, ma anche per gli strumenti conoscitivi di cui egli si avvale per mettere a fuoco la reale portata del fenomeno”. I rilievi condotti dal medico-chirurgo piemontese lo hanno condotto ad evidenziare che gli elementi strutturali alla base della bassa consistenza della popolazione sarda erano da ricondursi alla insalubrità del territorio e che le linee guida per risolvere il problema demografico dell’Isola dovevano tener conto della necessità di migliorare le condizioni igieniche, sanitarie ed alimentari, nonché gli stili di vita della popolazione autoctona.

Al riguardo – a parere di Nonnoi – particolarmente “centrate e argomentate sono le pagine dedicate alle due componenti che, da un punto di vista strettamente sanitario, nelle Riflessioni vengono individuate come capaci di incidere in modo strutturale sull’andamento tendenzialmente stazionario della popolazione sarda: ovverosia l’inconsistente stato della sanità isolana e la cosiddetta sardoa intemperie”. A quest’ultima espressione veniva associato un insieme di sintomi negativi, imputabili alla morbosità dell’aria, che avevano l’effetto di compromettere lo stato di salute delle persone. Allo “schema aerista” – osserva Nonnoi -, nel quale si intrecciavano diversi elementi dottrinari di “derivazione aristotelica e ippocratica”, non ha aderito Michele Antonio Plazza, il quale, optando per spiegazioni più razionali (basate su un moderno metodo di analisi che si era affermato all’inizio del secolo), circa l’insalubrità del territorio, assumeva che la causa primaria della “mala aria” fosse da ricondursi all’agente patogeno “plasmodium malariae”, veicolato dalle ”anopheles”, che avevano nelle zone umide il loro habitat naturale.

Il risanamento del territorio veniva perciò individuato dal Plazza nell’attuazione di una politica sanitaria svolta a deradicare la malaria o le malattie causate dalle “anopheles”. A tal fine, nell’attesa dei provvedimenti pubblici utili a realizzare le necessarie bonifiche dei luoghi infestati dagli insetti nocivi, la proposta formulata dal Plazza nelle “Riflessioni” consisteva in un radicale rinnovamento di una parte del corpo accademico isolano, con l’istituzione di cattedre che fossero risultate utili per la salute degli abitanti dell’Isola. La proposta del Plazza, però, pur trovando il favore dei funzionari regi presenti nell’Isola, non era condivisa “dalla fragile ma reattiva classe medica e accademica locale, la quale tuttavia non ebbe la forza di impedire che le ipotesi riformatrici del Plazza trovassero, seppur per gradi e non nella loro interezza, una concreta attuazione”. Ad ogni buon conto, la proposta del Plazza è stata solo parzialmente accolta, con l’istituzione a Cagliari di una cattedra di chirurgia; fatto, questo, che si inquadrava – afferma Nonnoi – “all’interno dell’indirizzo popolazionista che si era venuto affermando definitivamente: la conservazione della popolazione sarda”.

Il Plazza si è rivelato così uno dei pochi intellettuali d’origine esterna che, dopo la presa di possesso dell’Isola da parte dei Savoia, hanno preso a cuore le sorti della popolazione isolana; il suo impegno per modernizzare la cultura sanitaria regionale gli è valsa la possibilità di divenire “una sorta di supervisore e insieme un vero e proprio dominus dell’intero sistema sanitario del Capo di Cagliari” e il titolare della cattedra di chirurgia appena istituita; con ciò non si può certo dire che i Savoia si siano sufficientemente impegnati a sconfiggere il male endemico della malaria che, da sempre, affliggeva la popolazione isolana.

Sarà solo dopo la fine del secondo conflitto mondiale che la lotta contro la “mala aria” sarà intrapresa con l’attuazione di un’intensa campagna da parte dell’Ente Regionale per la Lotta Anti-Anofelica in Sardegna (ERLAAS), con il contributo della United Nations Relief and Rehabilitation Administration (UNRRA), della Economic Cooeration Administration (ECA) e della Rockfeller Foundation.

La lotta ha avuto un parziale successo, perché l’obiettivo è stato individuato nella deradicazione del vettore delle malattie (l’anophele) e non in quello della rimozione delle cause che le determinavano (le paludi). A tal fine, sarebbe stato necessario una cura del territorio e una messa in stato di sicurezza dello stesso; interventi prioritari, questi, che sono del tutto mancati, a causa delle scelte effettuate in fatto di politica di crescita e sviluppo. Queste scelte, nel lungo periodo, hanno riproposto il problema della conservazione della consistenza della popolazione regionale. Non casualmente, la popolazione attuale della Sardegna è in calo, per via dell’emigrazione di gran parte della propria popolazione giovanile, causata dalla carenza di opportunità lavorative e, conseguentemente, dal fatto che il tasso di natalità da tempo stia registrando valori inferiori a quello di mortalità.

Il Plazza, intellettuale “invasore piemontese”, aveva indicato quali fossero gli interventi prioritari per conservare la consistenza e la qualità della popolazione regionale; ma oggi, i governanti autoctoni, come allora, i governanti regi, hanno preferito optare per la cura dei sintomi che determinano il “malessere” della popolazione (le malattie nel Settecento e la disoccupazione all’inizio della seconda metà del Novecento) e non già per la rimozione della loro causa (le bonifiche, allora, e la creazione di opportunità occupazionali, oggi). Povera Sardegna, per un motivo o per un altro, non riesce acquisire una consistenza ed una qualità della propria demografia, adatte alle sue condizioni territoriali e alle sue potenzialità di crescita, se non ricorrendo a reiterati tentativi di importare elementi allogeni destinati a fallire.

Gianfranco Sabattini

La Pelosa, un paradiso tropicale in Sardegna

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Nel Nord-ovest della Sardegna, tra le falesie di Capo Falcone, l’isola Piana e l’Asinara, nel Comune di Stintino, c’è la spiaggia de La Pelosa, un pezzo di paradiso tropicale nel bel mezzo del Mediterraneo. Finissima sabbia bianca e mare limpido e trasparente dal color turchese, sono le caratteristiche principali di una delle spiagge più belle d’Italia e con poche rivali altrove.

La Pelosa, però, è un paradiso in pericolo, una spiaggia che sta scomparendo un poco alla volta, per due motivi. Primo, un nastro d’asfalto ha tagliato, anni fa, il sistema dunale e non basta più la sabbia portata a riva dalle correnti per mantenerne costante nel tempo la superficie. Il secondo è legato all’assalto dei bagnanti con 7mila presenze nel picco massimo di Ferragosto, con una media di 5mila durante la stagione estiva, a fronte dei 1.300 persone stabilite come massimo sostenibile da uno studio dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) del 2010. Una moltitudine che si porta via quintali di sabbia al giorno, cioè quella che resta attaccata ai teli da mare, alle borse frigo o alle persone.

Quindi, in attesa che l’anno prossimo partano i primi due lotti di un piano di salvataggio da 18 milioni di euro, il sindaco di Stintino sta pensando ai provvedimenti da prendere per alleggerire la pressione dei bagnanti già a partire da questa stagione estiva, ormai alle porte, in primis quello di regolamentare l’uso dei teli da mare in spiaggia. In pratica ci sarà l’obbligo di stenderli su delle stuoie e non a diretto contatto con la sabbia. Pur essendo difficile per una spiaggia urbana come La Pelosa applicare la misura del numero chiuso, il sindaco Antonio Diana è al lavoro per preservarla il più possibile in attesa che diventi operativo il Piano. A ottobre 2019, infatti, inizieranno i lavori per smantellare un tratto della strada asfaltata che porta alla Pelosa, primo lotto di un mega progetto di riqualificazione, sotto molti aspetti unico in Italia. Quindi dal 2020 stop alle automobili e l’asfalto sarà sostituito da una passerella pedonale in legno montata su pali e più rispettosa dell’ambiente. Nuovi parcheggi ma in periferia. L’accesso sarà consentito solo ai pedoni, in bicicletta o con mezzi elettrici.

Proposte che abbiamo approfondito con il sindaco di Stintino, Antonio Diana.

Quindi la spiaggia de La Pelosa, un pezzo di paradiso del Nord ovest della Sardegna, cioè del litorale di Stintino, è a rischio?
Diciamo che La Pelosa è in sofferenza da diversi anni. L’amministrazione comunale sta lavorando alla salvaguardia e al recupero della spiaggia da più di 10 anni. Gli studi sono stati avviati dall’Icram (oggi Ispra), che ha studiato le correnti e monitorato il sistema dunale. Il Comune ha costruito passerelle e recinti in difesa delle dune, e questo ne ha bloccato, almeno in parte, l’erosione. Oggi, infatti, stanno riprendendo vigore. Tanto è vero che le passerelle sospese che abbiamo realizzato per accadere alla spiaggia adesso sono sommerse dalla sabbia delle dune, mentre otto anni fa erano state posizionate a un metro e mezzo da terra.

Però l’erosione continua. Come mai tutto questo non è bastato?
L’erosione è dovuta anche al fatto che il sistema spiaggia è in equilibrio con il sistema dunale. La strada che ha tagliato le dune (cioè quella che porta alla spiaggia e dove ci sono i parcheggi) ne ha alterato la funzionalità e oggi ci troviamo in presenza di dune attive, a ridosso della spiaggia, che contribuiscono a contenere l’erosione della spiaggia, e di dune passive, quelle separate dalla strada, che hanno perso questa funzione. L’unica possibilità, per impedire all’erosione di ridurre sempre di più La Pelosa è, appunto, quella di ricollegare il sistema delle dune, in modo che riacquisti la funzione di polmone della spiaggia, così da poter tornare a essere come era una volta.

C’è poi il problema dell’assalto dei vacanzieri. Come pensate di risolverlo?
Sicuramente c’è troppa gente. A fronte di una capienza massima di 1.300 persone, secondo lo studio Ispra, si arriva al picco di 7mila presenze a Ferragosto. Questo sta soffocando la spiaggia e creando dei danni che dobbiamo riuscire a limitare, compreso quello causato da asciugamani e borsoni sui quali resta attaccata la sabbia che viene portata via e non torna più.

Come pensa di intervenire nell’immediato, in attesa che parta il piano di riqualificazione?
Vogliamo agire per migliore l’offerta turistica salvaguardando l’ambiente, cosa che sembra inconciliabile ma che non lo è. Stiamo organizzando un metodo perché si arrivi sul mare in maniera ordinata e senza stress. Per fare un esempio, se alla Pelosa si arriverà a piedi, in bicicletta o in navetta mi sembra una soluzione a dimensione dei vacanzieri, che così non soffriranno lo stress da interminabile fila di automobili e da ricerca del parcheggio.

Può anticiparci qualcuna delle iniziative in cantiere?
Stiamo mettendo in atto piccole azioni ma non insignificanti: gli asciugamano non si potranno più stendere a diretto contatto della spiaggia ma su delle stuoie, così che la sabbia non si attacchi. Ingresso vietato anche ai borsoni da mare, che saranno sostituiti da buste ecologiche distribuite all’ingresso, mentre all’uscita sarà obbligatorio lavarsi i piedi, così da limitare la perdita di chili e chili di sabbia ogni giorno. Queste e altre soluzioni le adotteremo per impedire il prelievo involontario della sabbia. Lotta serrata anche alle cicche delle sigarette abbandonate perché poi siamo costretti a raccoglierle con il setaccio, e anche questo contribuisce alla dispersione della sabbia. Inoltre, è prevista la presenza di guardie giurate per impedire l’accesso alle dune nelle zone vietate al pubblico e per un corretto uso della spiaggia in generale.

Metterete anche un ticket d’ingresso?
Non in danaro. Sarà un ticket mentale e si pagherà acquisendo più rispetto per un bene ambientale che una volta perso è perso per sempre. E non è solo il turista che deve cambiare approccio. Nel senso che tutti devono capire che La Pelosa non può più essere un posto dove andare ogni giorno ma deve diventare un gioiello da preservare e da godere con il contagocce. Il Comune di Stintino, in contemporanea all’attività di recupero infrastrutturale, infatti, porterà avanti una politica di informazione e di rispetto per la spiaggia. Sono temi delicati, e troveremo il modo giusto per affrontarli ma, alla fine, chi non si adegua può andare da un’altra parte.

Antonio Salvatore Sassu

“Programmazione negoziata” e mancato sviluppo locale

negoziata

“Lo sviluppo locale in Sardegna: un flop? Numeri, cause, suggerimenti” è un libro che Antonio Sassu ha scritto in collaborazione con Antonello Angius e Paolo Fadda: del Centro regionale della programmazione della Sardegna, il primo; studioso dei problemi economici dell’economia dell’Isola, il secondo.

Il volume illustra il fallimento della “Programmazione negoziata”, inaugurata con la legge n. 662/’96, dopo la fine della politica a sostegno delle regioni meridionali del Paese fondata sulla logica dell’intervento straordinario; più che fissare l’attenzione sui limiti delle modalità con cui la Sardegna avrebbe sperimentato i nuovi “strumenti messi a disposizione dal nuovo corso delle politica economica nazionale” e quelli resi possibili dalla Regione stessa “con una propria legge e con proprie risorse, è interessante considerare la logica d’intervento, che secondo l’autore avrebbe determinato il “fallimento” della politica attuata per promuovere la crescita dell’Isola e dei suoi territori.

L’autore del libro, dopo aver esaminato i “Piani integrati d’area”, i “Patti territoriali”, i “Progetti integrati territoriali”, i “Leader” e diversi altri “strumenti operativi” similari, trae la conclusione che il tentativo di attuare una politica di sviluppo che coinvolgesse tutte le forze economiche e sociali, e nei limiti del possibile l’intera popolazione della Sardegna, non è stato coronato da successo. Il risultato motiva l’autore ad “avanzare” alcuni suggerimenti per formulare e attuare le politiche future.

Sassu si avvale dei risultati inferiori alle attese conseguiti con la “nuova programmazione” per “ricordare” che, né “la politica economica di uno sviluppo ‘dall’alto’, né quella di uno sviluppo ‘dal basso’ hanno promosso lo sviluppo autopropulsivo della regione. Sia nel primo che nel secondo caso, né le risorse, né il territorio hanno acquisito la capacità di rendere fruttuosa la politica adottata”. In entrambi i casi, le delusioni sarebbero state la conseguenza della “mancanza di integrazione e di adeguamento delle risorse e del territorio [regionali] di fronte alle esigenze della comunità internazionale”; in altri termini, le delusioni sarebbero riconducibili al fatto che si sarebbe tentato di attivare un processo di sviluppo endogeno dell’Isola, senza che ci si preoccupasse di promuovere le necessarie trasformazioni delle condizioni esistenti, a fronte dell’evoluzione del mondo.

Sia nel caso della politica economica “dall’alto”, che in quella “dal basso”, la Regione e le istituzioni avrebbero “fatto molto poco”, per consentire all’economia regionale ed a quella dei singoli territori di “competere con le realtà che si andavano formando all’esterno, trascurando conoscenze, valori, professionalità e condizioni del territorio”; soprattutto sarebbero state completamente disattese, tanto un’intermediazione pubblica locale efficiente, quanto l’adozione di “un quadro generale degli obiettivi da raggiungere”, all’interno del quale inserire i singoli progetti. Così, sarebbe accaduto che i territori regionali non siano stati “adeguati a quanto avveniva ad opera dei concorrenti esterni” e che le istituzioni non si siano mosse lungo questa linea.

Le risorse pubbliche rese disponibili per promuovere la crescita dell’area regionale e delle sue articolazioni territoriali avrebbero dovuto sottostare, ricorda l’autore, ad alcuni vincoli istituzionali mai rispettati, quali l’inserimento dello sviluppo regionale in una visione in cui fosse stato possibile conciliare gli obiettivi generali con quelli locali, l’esistenza di una ferma fiducia “dei cittadini e degli imprenditori” regionali nelle proprie possibilità di sviluppo e la promozione di un intervento esterno in grado di garantire un’accumulazione di capitale fisico, culturale e sociale. Poiché il governo regionale della Sardegna non ha mai brillato nel porre in essere la necessaria attività per soddisfare tali vincoli, sarebbe stato inevitabile, secondo l’autore, il flop della programmazione negoziata e dello sviluppo locale.

In ultima analisi, l’insuccesso della politica di sviluppo locale, così com’è stata praticata in assenza di un ruolo attivo ed efficiente delle istituzioni regionali, sarebbe imputabile al “mancato adeguamento delle risorse e del territorio alle esigenze dell’economia internazionale e alla scarsa integrazione con le attività esterne”. La Sardegna avrebbe avuto bisogno di istituzioni in grado di attuare una politica idonea a realizzare quest’obiettivo, condiviso dal basso, e che non come “strumento per perseguire altri interessi”.

In sostanza, sarebbe questa, secondo Sassu, la causa del fallimento della politica di sviluppo tentata in Sardegna: le istituzioni regionali, non solo non avrebbero soddisfatto i vincoli cui avrebbero dovuto subordinare la loro azione, per assicurare coerenza alla promozione di uno sviluppo endogeno regionale compatibile con quello dei territori, ma avrebbero perseguito altri obiettivi, consistenti nella prevalente soddisfazione degli intessi elettorali delle forze politiche nelle quali pro-tempore le istituzioni si sono incorporate.

In realtà, le ragione del perché ciò è accaduto può essere spiegata sulla base di quanto affermano Daron Acemoglu e James Robinson in “Perché le nazioni falliscono”, riguardo alla natura delle istituzioni, la cui esistenza avrebbe potuto consentire che la promozione della crescita e dello sviluppo dell’area regionale e delle sue circoscrizioni territoriali fosse coronata da successo.

L’obiettivo di una politica economica regionale, finalizzata a promuovere lo sviluppo dei territori, più che alla loro integrazione a livello nazionale e internazionale, avrebbe dovuto essere finalizzato all’acquisizione di una prospettiva d’intervento liberata dai condizionamenti fatti pesare sulle aree sub-regionali dalle molte contraddizioni che hanno caratterizzato nel passato l’azione pubblica.

In altri termini, l’obiettivo della politica economica regionale, per favorire la crescita dei territori, avrebbe dovuto essere quello d’individuare una prospettiva d’azione affrancata dalla parzialità che l’ha sempre caratterizzatoa; parzialità, connessa, da un lato, al fatto che la politica regionale d’intervento ha sempre avuto come unico obiettivo il superamento della staticità delle sole condizioni economiche dei territori, prescindendo dalla presenza nei territori stessi di un “soggetto politico”, in grado, non solo di indicare gli obiettivi da perseguire, ma anche di “gestire” gli esiti conseguenti agli interventi effettuati; dall’altro lato, al fatto che, anche quando alle istituzioni regionali è stata offerta la possibilità di creare il soggetto istituzionale necessario, questo è stato creato prescindendo però dalla verifica che esso fosse adeguato rispetto al superamento delle condizioni di arretratezza dei singoli territori, attraverso la mobilitazione di tutte le risorse materiali e personali in essi presenti.

Per evidenziare l’importanza dalla presenza nei territori di un soggetto istituzionale adeguato, bastano le considerazioni che Acemoglu e Robinson, hanno svolto nel loro ponderoso volume, precedentemente citato; sulla scorta delle esperienze vissute a tutte le latitudini del mondo, essi dimostrano che le disuguaglianze territoriali sono imputabili, innanzitutto alla diversa natura delle istituzioni che regolano il modo in cui nei territori si svolge l’attività politica e quella economica; in secondo luogo, al fondamentale comportamento degli attori politici, economici e civili. Si tratta di considerazioni che vanno ben oltre le semplici riforme burocratiche.

A parere di Acemoglu e Robinson, le istituzioni possono essere “inclusive”, oppure “estrattive”; quelle inclusive plasmano le società insistenti nei singoli territori, in modo tale per cui le opportunità che in essi si offrono risultano equamente distribuite; mentre quelle estrattive consentono la “cattura” delle stesse opportunità da parte di ristretti gruppi, interni ed esterni ai territori, a proprio esclusivo vantaggio.

Tra il primo tipo di istituzioni e le seconde esiste una relazione stretta, che può dar luogo a un circolo virtuoso, oppure vizioso; quando le istituzioni politiche sono inclusive, aperte alla libera iniziativa e alla partecipazione “dal basso” al processo decisionale dei componenti le società civili locali, esse originano, a loro volta, istituzioni economiche inclusive, impedendo che i loro attori pongano in essere comportamenti arbitrari; mentre, quando le istituzioni politiche sono di natura estrattiva, ricorrono istituzioni economiche anch’esse estrattive, i cui attori agiscono senza regole, condizionando in negativo l’evoluzione dei sistemi economico-civili dei territori.

La prevalente presenza a livello locale di istituzioni politiche estrattive è stato un limite evidente della politica economica attuata in Sardegna; limite, questo, che sarebbe stato necessario superare se si fosse voluto realmente che i territori della Sardegna fossero dotati di un soggetto istituzionale in grado di supportate i processi d’individuazione delle modalità di valorizzazione delle risorse in essi presenti; ciò, al fine di contrastare l’insensata corsa all’abbandono delle aree interne e delle residue attività locali, con il conseguente fenomeno dello spopolamento dei comuni, di cui la Sardegna ha sempre sofferto, a causa dell’assoluta insensibilità della sua società politica.

Sono queste le ragioni di fondo delle quali avrebbe dovuto tenere conto il legislatore regionale nel recente processo di riforma degli enti locali; pertanto, sarebbe stato necessario ripensare l’intero modello di governance del processo di sviluppo della regione e proporre nuovi strumenti efficaci per la valorizzazione delle risorse locali.

L’assetto istituzionale che si è deciso di adottare ha proposto solo una ridefinizione dei confini politico-amministrativi dei “nuovi enti locali”, che mal si concilia con le possibili dinamiche della crescita e dello sviluppo; una ridefinizione che ha generato una frammentazione del territorio regionale, senza alcun punto di contatto ed integrazione tra i differenti ambiti territoriali, sia in senso orizzontale (tra i diversi enti locali), che in senso verticale (tra i singoli enti locali e l’Ente regione).

E’ questo il motivo per cui lo sviluppo locale continuerà a non avere in Sardegna l’attenzione che meriterebbe. E’ fondato il sospetto che la classe politica regionale abbia interesse a conservare lo status quo in fatto di riforma delle istituzioni; l’interesse prevalente della classe politica è quello di continuare a praticare una politica economica che consenta di “estrarre” dai territori ciò che maggiormente le sta a cuore, al costo di spiazzare qualsiasi iniziativa locale che rappresenti, anche solo potenzialmente, una minaccia al loro unico interesse: la cattura del consenso elettorale.

In conclusione, il fallimento dello sviluppo locale non è imputabile al fatto che le forze politiche operanti a livello regionale non hanno saputo elaborare una politica economica regionale che adeguasse i territori e le loro risorse alle “esigenze dell’economia internazionale”; bensì, è imputabile al mancato coinvolgimento delle genti isolane, aspiranti a migliorare le loro condizioni di vita. Tra l’altro, l’ipotesi suggerita, che le forze politiche al governo della regione concepiscano interventi idonei a collegare i territori isolani all’intero mondo esterno, va ben oltre la capacità della quale esse sono realmente dotate: quella di distribuire le risorse unicamente in funzione della conservazione degli equilibri elettorali esistenti.

Gianfranco Sabattini

Infrastrutture e turismo, binomio imprescindibile

VIAGGI-bici-turismoIl segretario del Psi Riccardo Nencini, nel ruolo istituzionale di vice ministro alle Infrastrutture, parteciperà al dibattito che aprirà domani, giovedì 23 ottobre, alle ore 11.00, la seconda edizione del Meet Forum (Mediterranean European Economic Tourism Forum).

Gli appuntamenti della manifestazione, organizzata da PortaleSardegna, con la collaborazione dell’associazione culturale Sardegna 2050, si terranno da domani a sabato 28 ottobre nelle sale dell’Hotel Resort Marina Beach di Orosei, in provincia di Nuoro.Tre giorni di incontri tra addetti ai lavori ed esperti che discuteranno principalmente come “Costruire turismi e destagionalizzare”, in un mercato sempre più globalizzato e dove si affacciano sempre nuovi rivali dei Paesi della vecchia Europa.

Riccardo Nencini sarà uno dei partecipanti al dibattito “Infrastrutture e Turismo” assieme a Carlo Careddu, assessore regionale ai Trasporti della Sardegna, e Costantino Tidu, amministratore straordinario della Provincia di Nuoro. Moderatore Giuseppe Deiana, capo redattore del quotidiano L’Unione Sarda di Cagliari. Assente giustificata Nanette Maupertuis, assessore regionale del Turismo della Corsica, che ha dovuto dichiarare forfait a causa di impegni legati alla campagna elettorale che sta per iniziare nella sua isola,

Costruire una nuova cultura turistica, che scavalchi i confini delle singole regioni italiane e che guardi all’Europa e ai paesi bagnati dal Mar Mediterraneo, è il traguardo che si sono posti sin dalla prima edizione gli organizzatori del Meet Forum. Non si tratta, quindi, di un convegno generalista o di un incontro riservato ai soli addetti ai lavori, ma di un laboratorio multidisciplinare dove cercare soluzioni e opportunità di sviluppo inedite, costruire nuovi prodotti, aprire a nuovi mercati e studiare pacchetti e formule turistiche in linea con le esigenze di un mercato sempre in evoluzione .

Una delle iniziative più importanti del Meet Forum è la presentazione di FR-ON-IT, un pacchetto di proposte che punta a favorire l’uso della bicicletta elettrica in occasione delle vacanze, con abbinati altri servizi turistici. ’offerta di altri servizi. Si tratta di un progetto internazionale finanziato dall’Unione Europea e che coinvolge cinque regioni a grande vocazione turistica: Sardegna, Corsica, Costa Azzurra, Liguria e Toscana.

Il Meet Forum darà anche spazio ai progetti per valorizzare il binomio cultura e turismo. Tavoli di lavoro e seminari con gli operatori del settore permetteranno di discutere sulle migliori strategie da mettere in campo per valorizzare e fare conoscere i centri culturali dell’entro terra, così da proporre una valida alternativa alle località balneari.

Sin dalla prima edizione il Meet Forum ha elaborato le sue proposte guardando al futuro, al cambiamento, con una visione multidisciplinare che abbraccia temi sistemici irrisolti, criticità del comparto Turismo e aspetti finanziari del business, mettendo intorno a uno stesso tavolo pubbliche amministrazioni, operatori, compagnie di trasporto, ricercatori e tutti i soggetti coinvolti direttamente o indirettamente in un progetto o nelle attività di una azienda.

Antonio Salvatore Sassu

Aiuti di stato Sardegna.
Ue: “Sono incompatibili”

 

AeroportoalgheroLo stabilisce la commissione europea. Come si legge nel testo – “Con gli aiuti pubblici concessi, la Regione Sardegna, ha violato le forme dell’Unione Europea in materia di aiuti di Stato, conferendo a compagnie aeree selezionate che lavorano negli aeroporti di Cagliari e Olbia un vantaggio sleale che deve ora essere rimborsato”. Un pasticcio nato nel 2010 – quando era in carica la Giunta Cappellacci – che ancora oggi si ripercuote sull’intero sistema, già fortemente compromesso, del trasporto aereo sardo (per non parlare poi di quello riguarda il trasporto ferrato e navale). Secondo la Commissione nel 2010 la Sardegna ha adottato un regime per sviluppare il trasporto aereo e garantire per tutto l’anno i collegamenti aerei da e per la regione. Un regime, continua la nota stampa, che prevedeva finanziamenti agli aeroporti di Cagliari e Olbia con obbiettivo di ottenere compensazioni. Infatti, secondo i programmi della allora giunta Cappellacci, le compagnie aeree aumentando il traffico aereo verso gli aeroporti isolani dovevano anche svolgere operazione di marketing.

Ma i finanziamenti regionali sono stati dirottati dagli aeroporti alle compagnie aeree a condizioni controllate dalle autorità sarde. Nel 2013 venne avviata un indagine . Posto che gli interventi pubblici non configurano in aiuti di Stato quando gli stessi avvengono a condizioni accettabili per gli investitori privati. Dall’indagine di allora emerse che “nessun investitore privato avrebbe accettato di incrementare il traffico aereo né le connesse operazioni di Marketing pertanto – si legge ancora nella nota stampa – il finanziamento pubblico concesso alla Sardegna configura in un aiuto di Stato ai sensi delle norme UE”.

Ora, in virtù di quanto sopra deciso dalla commissione europea quale conseguenze avranno queste sul piano della Ras, peraltro avvallato dal Governo Renzi, in merito la questione che vede coinvolta la compagnia aerea Ryanair? Appena due settimane fa il Ministro Del Rio aveva assicurato la copertura per le questioni delle tasse aeree fino a dicembre e un nuovo “aiuto” da inserire nella prossima legge di stabilità. Attendiamo le repliche alla decisione da parte di Governo e Regione Sardegna. Sopratutto, posto che la Commissione Europea dice che “il vantaggio sleale deve ora essere rimborsato”. Ma  chi paga ?

Antonella Soddu

“Niente di nuovo” sul fronte economico della Sardegna

Anche quest’anno, puntuali, come ogni anno, sono stati presentati i “Rapporti” sull’economia della Sardegna da parte di CRENOS e della Sede di Cagliari della Banca d’Italia. I due rapporti descrivono la situazione dell’economia regionale dal punto di vista macroeconomico, facendo riferimento a dati aggiornati risalenti a qualche anno prima. Mentre il Rapporto CRENOS, giunto alla sua ventitreesima edizione, è dedicato solo alla descrizione degli aspetti reali dell’economia della Sardegna, quello della Banca d’Italia considera l’andamento dei dati a livello macro, disarticolati settorialmente e territorialmente, sia dal punto di vista reale, che da quello finanziario.

Quest’ultimo Rapporto, inoltre, aggiunge importanti considerazioni, ricavate sulla base di una metodologia di analisi del tutto innovativa: esse riguardano, da un lato, l’individuazione delle aree sub-regionali che meglio hanno fatto fronte alla caduta dei livelli di attività e, dall’altro lato, la rilevanza che riveste per le imprese operanti in Sardegna la relazione tra i confini del mercato di riferimento delle imprese e la loro capacità innovativa. Si tratta di due aspetti rilevanti che dovrebbero “illuminare” le scelte della politica regionale, di solito assunte in funzione di interessi non sempre coincidenti con quelli generali dell’Isola.
Come d’uso, il rapporto CRENOS apre con la “presentazione delle principali caratteristiche strutturali del sistema economico regionale”, con l’obiettivo “di inquadrare la performance della Sardegna in ambito nazionale e in rapporto al più ampio contesto europeo”. A tal fine, vengono svolti interessanti raffronti concernenti il Prodotto Interno Lordo (PIL) delle 276 regioni dell’Unione Europea (UE), per confrontare i differenziali di reddito sulla base dei dati disponibili per il 2014 e le variazioni che sono intervenute nell’ultimo quinquennio nella distribuzione territoriale del reddito.

A livello di UE, la performance della Sardegna è espressa “presentando i dati sul PIL pro-capite in standard di potere d’acquisto”, recentemente pubblicati dall’Istituto statistico dell’UE (Eurostat). Nel 2014, il PIL pro-capite medio europeo è stato di 27.500 euro; la Sardegna si è posizionata al 206.esimo posto nella classifica delle 276 regioni considerate, con un reddito pari al 72% di quello dell’UE; notevolmente al disotto rispetto al reddito delle regioni del Centro-Nord, ma, in posizione meno svantaggiata, sottolinea il Rapporto CRENOS, rispetto al resto del Mezzogiorno.
Quest’ultimo è un “ritornello” che di continuo viene riproposto, nei Rapporti del CRENOS, come se lo stato di crisi in cui versa il sistema economico della Sardegna dipendesse dal Mezzogiorno e la condizione reddituale relativamente migliore rispetto alle altre regioni del Sud dell’Italia potesse compensare i ritardi accumulati dall’Isola sulla via della crescita e dello sviluppo. Al riguardo, a meno che il confronto non sia assunto in positivo per quello che il Mezzogiorno potrebbe suggerire di conveniente alla Sardegna, sarebbe meglio evitare, perché inutile, di sottolineare la “migliore” posizione negativa dell’Isola rispetto a quella di altre regioni italiane.
Per quanto riguarda le variazioni intervenute nell’ultimo quinquennio, espresse in termini di differenza di punti percentuali, per il periodo 2019-2014, tra il PIL regionale e la media UE a 28 Stati, relativamente alla distribuzione del reddito tra le diverse regioni europee, il Rapporto CRENOS sottolinea come gli anni della crisi economica abbiano “avuto esiti differenziati” e le variazioni “una forte caratterizzazione nazionale”. Il Sud dell’Europa ha subito le maggiori ripercussioni e, per quanto riguarda l’Italia, nessuna regione è riuscita a conservare la posizione del 2010; nell’arretramento generale delle regioni italiane, il reddito della Sardegna ha perso 5 punti percentuali rispetto a quello medio europeo.

Con riferimento al contesto nazionale, il Rapporto analizza, in termini reali, la dinamica del PIL regionale, dei consumi delle famiglie e degli investimenti. Nel 2014, il PIL delle Sardegna è ammontato a 21,6 miliardi di euro, in diminuzione rispetto al 2013, in linea con quanto accaduto, in generale, sia a livello nazionale che a livello delle singole regioni dell’Italia; nel 2014, il PIL pro-capite è diminuito in tutte le aree regionali del Paese, collocandosi a un livello che mai negli ultimi 15 anni era risultato così basso.
Inoltre, nel 2014, le famiglie sarde hanno speso 21,3 miliardi di euro per l’acquisto di beni e servizi, con un consumo pro-capite in regresso rispetto agli anni precedenti, secondo tassi maggiori rispetto a quelli con cui è diminuita la media nazionale. L’analisi delle grandezze macroeconomiche è chiusa con l’osservazione, sulla base dei dati aggiornati al 2013, che gli investimenti fissi lordi sono ammontati in Sardegna a poco meno di 5,3 miliardi di euro, in pesante regresso rispetto al 2012. C’è da supporre che la differenza tra i 21,6 miliardi del PIL e il totale della spesa in conto consumi e investimenti, per complessivi 26,6 miliardi di euro, si sia tradotta in un risparmio che, rimasto inutilizzato in Sardegna, ha preso la via di altre destinazioni, senza che nulla sia stato fatto per evitare la sua fuoriuscita dal territorio regionale.

L’altro aspetto di rilievo dell’economia regionale descritto dal Rapporto CRENOS concerne il mondo del lavoro, relativamente al periodo 2006-2015. Mentre la popolazione in età di lavoro ha registrato un andamento decrescente, il tasso di attività ha raggiunto il 60% nel 2014 e si è attestato intorno al 60,9% nel 2015. Il divario esistente tra la Sardegna e l’Italia, però, si è aggravato, a partire dal 2013; nel periodo di riferimento considerato, il tasso di occupazione ha subito una drastica diminuzione, soprattutto per effetto della crisi iniziata alcuni anni prima, mentre nel 2015, anno in cui è entrato in vigore il “Jobs Act”, è stata registrata una crescita complessiva dell’occupazione, in linea con la tendenza verificatasi a livello nazionale.
Infine, il Rapporto CRENOS, riporta anche le previsioni sull’andamento futuro dei principali aggregati economici dell’Europa; per quanto le analisi condotte a livello europeo concordino sul fatto che la crisi iniziata nel 2007/2008 tenda a volgere al termine, le stime dei tassi di crescita non sono però ottimistiche. Il World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale prevede per l’Italia una crescita del PIL dell’1% nel 2016, che non lascia presagire nulla di positivo per la Sardegna, perché continuerà a conservarsi nel novero delle settanta regioni europee con reddito più basso.

Il Rapporto della Sede di Cagliari della Banca d’Italia sull’economia della Sardegna per il 2016 conferma quanto evidenziato per la parte reale dal Rapporto CRENOS; nel senso che esso evidenzia una leggera ripresa dell’economia regionale per il 2015, con il riavvio delle attività manifatturiere ed il miglioramento delle prospettive occupazionali. Il miglioramento del contesto generale si è ripercosso positivamente sull’attività degli istituti di credito operanti nell’Isola, con un progressivo rafforzamento della dinamica creditizia e il miglioramento della qualità del credito, in quanto il “tasso di ingresso in sofferenza complessivo si è ridotto per effetto della minore rischiosità dei prestiti alle imprese, in particolare quelle di medie e grandi dimensioni”.
Il Rapporto della Banca d’Italia sottolinea come la performance del settore industriale rifletta andamenti eterogenei, a livello di singoli territori, comparti e imprese. Per individuare i territori che meglio hanno resistito alla caduta dei livelli di attività (definiti aree di attività), l’intero territorio regionale è stato suddiviso nelle quattro province storiche (Cagliari, Nuoro, Oristano, Sassari) e all’interno di ogni provincia sono stati individuati 93 comparti produttivi. La sede di Cagliari della Banca d’Italia ha potuto così isolare 372 “incroci geo-settoriali”, dei quali solo 21 di dimensioni rilevanti per la Sardegna, sulla base di 5 indicatori relativi alla dinamica delle esportazioni, del fatturato e del valore aggiunto nel periodo 2007-2014.

I 21 incroci sono stati suddivisi in tre classi, a seconda che i segnali di vitalità dei comparti produttivi siano risultati “diffusi”, “intermedi”, oppure “deboli o assenti” rispetto ai livelli occupazionali realizzati. Nei 21 incroci geo-settoriali, sono risultati occupati poco più di un terzo del totale degli occupati a livello regionale; del terzo, circa il 60% è risultato localizzato in incroci geo-settoriali con segnali di vitalità “deboli o assenti”, e poco meno di un terzo in quelli con segnali “intermedi”, mentre una quota marginale è risultata occupata in incroci con segnali di vitalità “forti”.

La distribuzione territoriale dei segnali di vitalità è risultata molta eterogenea: Oristano ha presentato un unico incrocio geo-settoriale, in cui un solo comparto produttivo ha mostrato segnali di vitalità “diffusi”, mentre gli occupati sono risultati prevalentemente concentrati nei comparti contraddistinti da segnali di vitalità più tenui; segnali di vitalità “diffusi” sono stati rilevati con riferimento ai comparti produttivi degli incroci geo-settoriali dei territori del Nord dell’Isola. Negli incroci del Sud della Sardegna, i cui comparti produttivi hanno presentato segnali “deboli o assenti” rispetto ai livelli occupazionali, è stato perso, nel 2013-2014, il 60,9% delle esportazioni e più del 50% del fatturato pre-crisi.
Riguardo alla rilevanza che riveste, ai fini della competitività, il rapporto tra il confine del mercato di riferimento e la capacità innovativa delle imprese regionali, gli analisti della Sede di Cagliari della Banca d’Italia evidenziano che l’attività innovativa ha avuto in Sardegna andamenti differenti, a seconda del grado di presenza delle attività produttive sui mercati e del livello di concorrenza sperimentato. Tra le imprese classificate “non locali”, in quanto hanno come mercato di riferimento quello nazionale o quello internazionale, l’attività innovativa è risultata più sostenuta; quasi il 60% delle imprese ha effettuato un’innovazione di prodotto nell’ultimo quadriennio e oltre la metà ha messo a punto nuovi metodi di produzione; per contro, tra le imprese “locali”, il cui mercato di riferimento è quello provinciale, l’attività di innovazione di prodotto ha riguardato solo un quinto delle imprese e quella di processo ha riguardato un numero di imprese assai più esiguo.

Questi ultimi aspetti del sistema produttivo regionale trattati dal Rapporto della Sede di Cagliari della Banca d’Italia dovrebbero rivestire un ruolo importante per coloro che sono stati chiamati a formulare ed attuare la politica di sostegno della crescita e dello sviluppo futuri dell’Isola. I temi trattati dal Rapporto della Banca d’Italia, in particolare, sollevano il problema del ruolo e dell’importanza che le istituzioni regionali potrebbero svolgere, da un lato, riguardo ai segnali di vitalità che i comparti produttivi dei singoli territori potrebbero produrre per resistere agli effetti della crisi e per migliorare i livelli occupazionali; dall’altro lato, riguardo al supporto che le istituzioni regionali potrebbero offrire, al fine di promuovere l’innovazione per contribuire a fare crescere la dimensione dei comparti produttivi isolani e con essa la loro capacità competitiva sui mercati extraregionali.

Sperare che la classe politica attualmente al potere, che vede tra l’altro in cima alle massime istituzioni regionali economisti professionali, significa forse essere vittime di un eccesso di desiderio da parte dei sardi; desiderio che, però, potrebbe facilmente essere esaudito solo se la classe politica cessasse di assumere decisioni in funzione del proprio prevalente tornaconto elettorale, privilegiando il perseguimento di obiettivi più convenienti per i sardi; obiettivi da sempre “sbandierati”, ma mai seriamente e responsabilmente perseguiti

Gianfranco Sabattini

Nuova tegola per il Pd. Soru condannato a tre anni

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La giustizia rimane al centro delle cronache politiche di questi giorni. Oggi è la volta della condanna di Renato Soru, il patron di Tiscali, ex governatore della Sardegna, europarlamentare  e segretario regionale del Pd, condannato a tre anni di reclusione per evasione fiscale. Contemporaneamente scoppia il caso caso Morosini: il consigliere del Csm che in una intervista a “Il Foglio”, poi smentita, dice la sua su riforme e giustizia.

La sentenza è stata emessa dal giudice del tribunale di Cagliari Sandra Lepore. Il pm Andrea Massidda aveva sollecitato una condanna a quattro. L’accusa è di una evasione di 2,6 milioni di euro nell’ambito di un prestito fatto dalla società Andalas Ldt (sempre di Soru) a Tiscali. Soru si è subito dimesso da segretario regionale del Partito democratico. Una sentenza che ha definito “ingiusta. Non me l’aspettavo, mi aspettavo di essere assolto”, ha commentato Soru appena uscito dall’aula del tribunale di Cagliari. “È un momento molto grave della mia vita. Adesso andrò a casa, voglio stare un poco da solo. Non credo di aver commesso reati credo sia una sentenza che spero venga ribaltata nelle altre fasi del processo”.

Altro tema di scontro è il caso Morosini, scoppiato a seguito di una intervista a “Il Foglio” che il consigliere del Csm, Piergiorgio Morosini, smentisce di aver rilasciato nei termini riportati dal giornale ma sulla quale si concentra l’attenzione del ministro della Giustizia Andrea Orlando e del vice presidente del Csm Giovanni Legnini. “Si è trattato solo di un colloquio informale, presso la sede del CSM, in merito ad un’inchiesta che la giornalista sta facendo su Magistratura democratica” ha detto il consigliere del Csm Morosini, che sostiene:”mi sono state attribuite delle affermazioni che non ho mai fatto e dalle quali prendo con nettezza le distanze”. Ma cosa ha scritto “il Foglio”? Il quotidiano intitola l’intervista: ‘Renzi va fermato’, parole che Morosni nega di aver mai affermato. Secondo il Foglio, il consigliere parlando del referendum sulla riforma costituzionale, che vede la sua corrente schierata per il “no” avrebbe detto: “Se passa la riforma costituzionale abbinata all’Italicum il partito di maggioranza potrà decidere da solo i membri della Consulta e del Csm di nomina parlamentare. Renzi farà come Ronald Reagan, una bella infornata autoritaria di giudici della Suprema Corte allineati con il pensiero repubblicano su diritti civili, economia… uno scenario preoccupante”.

Il ministro della Giustizia Orlando ha chiesto al vice presidente del Csm Legnini “un incontro formale per un chiarimento” sulla vicenda. “Se alcune di quelle parole risultassero in qualche modo confermate – dice Orlando – sarebbero in aperto contrasto con lo spirito di leale collaborazione che fino a qui ha ispirato i rapporti tra Governo e Csm”. Parole anche sono arrivate dalla vicepresidenza del Consiglio superiore della magistratura: “Sono inaccettabili gli attacchi a esponenti di governo e parlamento. Noi pretendiamo rispetto per le nostre funzioni, ma per farlo dobbiamo prima di tutto assicurare rispetto ai rappresentanti dei poteri dello Stato” ha detto il vice presidente del Csm Giovanni Legnini, nel corso di un dibattito al plenum del Csm, prendendo tuttavia atto della smentita del consigliere Piergiorgio Morosini.

Morosini ha poi aggiunto che tutta “la vicenda mi ferisce perché mi sono state attribuite frasi incomplete, parole che non ho detto e che travisano un colloquio informale, che era partito con la premessa da parte mia che non si trattava di dichiarazioni pubbliche”. Morosini ha ribadito di non aver mai detto in particolare che “Renzi va fermato” come sostiene il titolo: “non sono legittimato a farlo, non penso nemmeno di poter proferire una frase di questa natura perché non spetta a me”.

Redazione Avanti!