Locatelli. Salvini è un imprenditore della paura

locatelli 1Pia Locatelli. Sul palco in questo momento siamo in 4 e parliamo tre lingue diverse e ci capiamo. Questo mi fa sentire europea. Salvini non ha ragione. È la contraddizione in persona, attacca pesantemente l’Europa e contemporaneamente afferma che ognuno comanda a casa propria.  Dobbiamo tenere insieme diritti e sicurezza, ma allo stesso tempo non dobbiamo dimenticare che nel nostro paese le persone hanno delle paure e noi abbiamo il dovere di spiegare e di fare capire che quelle paure non sono fondate. Invece Salvini è un imprenditore della paura. Giocano con le paure in maniera disonesta.

Parliamo spesso dell’accordo di Dublino. Schengen ha compiuto 30 anni. Era una logica che funzionava bene finché gli arrivi erano distribuiti in Europa. Ora non funziona più. Ma i migranti arrivano alla frontiera europea e per questo se ne deve fare carico l’Europa che però fino ad oggi è stata sorda. Nel Consiglio europeo le decisioni si prendono sempre all’unanimità e questo principio deve cambiare per arrivare a un sistema delle cooperazioni rafforzate. Il Parlamento europeo ne ha fatto una buona: la distribuzione automatica in proporzione ad abitanti e Pil, ma il gruppo Visegrad ha bloccato tutto. Ma noi dobbiamo continuare su questa strada. Come socialisti diciamo di tornare alle origini. Alla legge Martelli che prevedeva dei flussi legali, dei canali legali. La balla dei migranti economici e umanitari va superata. Ci sono situazioni di fuga dalla fame che non vengono considerate. Invece dobbiamo aprire canali legali misurati e controllati e allo stesso tempo gestire tutti insieme le frontiere europee. E vorrei tanto si tornasse a mare nostrum. Senza navi nel mare i morti si sono moltiplicati. E questo non lo possiamo accettare. Se Salvini avesse visti i morti chiusi nei sacchi a Lampedusa forse sarebbe meno salviniano.

Il 26 maggio del prossimo si voterà per le Europee. Saranno passati 40 anni dal primo volto per il Pe. Davvero dobbiamo impegnaci a può livelli di partecipazione per sconfiggere il partito del sofà.

Frontiere e Orizzonti

È necessario che esista in noi – affinché noi possiamo trarne alimento di speranza nella costruzione dell’avvenire – la ferma fede che un giorno, quando l’Europa si farà e i popoli si riconosceranno nella pace e nella concordia, le frontiere saranno segni convenzionali e non diaframmi, e i singoli gruppi etnici potranno esprimere in piena libertà il proprio genio, conformemente a ciò che sentono e venerano come Patria dello spirito”: così Giuseppe Saragat in occasione dell’udienza concessa all’Associazione dei profughi giuliano-dalmati nel 1967, significativamente citato da Sergio Mattarella in occasione del convegno che abbiamo promosso a trent’anni dalla scomparsa del quarto presidente della Repubblica di cui diamo conto nelle pagine che seguono. Anche in quel caso, benché parlasse ad una platea che invece delle frontiere faceva gran conto, Saragat non rinunciava a testimoniare le proprie convinzioni: così come, con la stessa concessione dell’udienza, non aveva rinunciato a sfidare un’opinione “di sinistra” che già dopo la guerra aveva vergognosamente negato solidarietà a quei profughi, colpevoli di essere scappati dal paradiso comunista del maresciallo Tito. L’Europa tuttavia non si è ancora fatta, e le frontiere tornano ad essere diaframmi. Da allora, per la verità, non sono mancati i passi avanti nel cammino verso l’unità europea: a cominciare da quell’Atto unico imposto da Craxi alla Thatcher nel 1985 al Consiglio europeo di Milano, dal quale sono derivati il Trattato di Maastricht e quello di Schengen. Ma paradossalmente è stata proprio la caduta di un’altra frontiera – di quella cortina di ferro che Churchill nel 1947 aveva visto calare fra Est ed Ovest – a rendere tutto più complicato. È infatti innegabile che fino al 1989 la Comunità europea era cresciuta al riparo di quel confine: e che neanche in questo caso aver cambiato nome, diventando Unione, è bastato poi all’Europa per acquisire una soggettività politica all’altezza delle sfide del terzo millennio. Ed ecco quindi tornare i diaframmi: da quello caricaturalmente provinciale cui allude il governo austriaco quando minaccia di concedere la doppia cittadinanza ai sudtirolesi, a quelli più odiosi con cui i paesi dell’Est pretendono di proteggersi dai flussi migratori. Ma ecco soprattutto nascere un diaframma del tutto inedito, come quello che Trump intende erigere fra le due sponde dell’Atlantico, nel momento in cui individua l’Unione europea come un nemico degli Stati Uniti e la Nato come una combriccola di scrocconi. Anche nel Mediterraneo, peraltro, non manca chi pensa di poter dividere il mare a fette, stravolgendo le leggi scritte e non scritte che per millenni hanno garantito la libertà e la sicurezza dei naviganti, oltre che lo sviluppo della civiltà occidentale. E pazienza se poi si sfiora il paradosso negando l’approdo nei porti italiani alle stesse navi della nostra Marina militare, o dirottandole per rifornire di cibo e medicinali imbarcazioni costrette a raggiungere porti lontani: sta scritto nel Contratto, e tanto basta. Nel Contratto, per giunta, sta scritto anche che bisogna introdurre il reddito di cittadinanza e ridurre il precariato: e pazienza, anche qui, se per farlo non si trova niente di meglio che riesumare i lavori socialmente utili, cioè la più produttiva fabbrica di precari mai concepita. Per non parlare della pretesa di impedire la delocalizzazione delle imprese per via amministrativa invece di implementare le misure avviate con Industria 4.0., o dello stallo in cui restano le politiche attive del lavoro, finora impantanate in un conflitto fra Stato e regioni la cui soluzione potrebbe non essere gradita ai governatori leghisti. Si dirà (e si dice, magari con piglio polemico) che quello che manca ai nuovi governanti è la competenza. Non è così. Quello che manca è la cultura di governo, che è un’altra cosa. Per governare, ha scritto De Rita nell’introduzione al Mese del sociale di quest’anno, bisogna innanzitutto “avere una visione e una cultura della lunga durata”: anche se “può apparire quasi provocatorio” parlarne “in una società come l’attuale dove domina il presentismo (l’appiattimento all’oggi senza alcuna scansione di passato e futuro)”. In secondo luogo, secondo De Rita, governare significa “provvedere ad un incardinamento della politica nei processi reali in corso”. Infine occorre “elaborare una strategia di coinvolgimento dei tanti e sempre più articolati soggetti sociali”.

L’esatto opposto, cioè, dell’orizzonte che si era dato il sistema politico nato a metà degli anni ’90 del secolo scorso ed ora in via di disfacimento: che aveva rinunciato alla visione in nome della “fine delle ideologie” (espressione sintetica per accomunare tutte le culture di lunga durata all’ideologia marxista, effettivamente arrivata al capolinea); che prescindeva dai processi reali in corso (a cominciare da quelli prodotti dalla globalizzazione); che ignorava l’incipiente scomposizione della società novecentesca. È meglio prendere sul serio, quindi, quanti parlano di terza Repubblica: tanto sul serio da evitare gli errori che si fecero quando si pose in opera la seconda, e da accettare la sfida che i nuovi governanti portano su questo terreno, invece di confidare nella loro pur conclamata incompetenza (o nel loro spregiudicato avventurismo sul piano delle relazioni internazionali, che vede in campo ben altri protagonisti rispetto a Salvini). Solo così l’opposizione potrà uscire dall’afasia che l’ha colpita dopo il 4 marzo: non certo portando in gita una segreteria a Torbellamonaca, o studiando il modo di riportare Berlusconi in Parlamento con un’elezione suppletiva. Della destra non ci occupiamo. Per quanto riguarda la sinistra, è difficile non condividere quello che ha scritto Ernesto Galli della Loggia sul Corriere del 27 giugno: quella a cui assistiamo è la fine di una storia “cominciata male, in modo ambiguo e pasticciato, 25 anni fa: una forte matrice comunista mai rivisitata e indagata ma semplicemente rimossa, un vantato innesto con un cattolicesimo politico di tutte le tinte, e infine la costruzione di un Pantheon di presunti antenati messi insieme come un mazzo di carte”. Si potrebbe aggiungere che quella che stiamo vivendo è anche la fine della storia dei “compagni di scuola”, per riprendere il titolo di un bel saggio di Andrea Romano sugli eredi del Pci: i quali avevano pensato che cambiare le regole del gioco avrebbe loro risparmiato una riflessione sulla propria identità. Questo, probabilmente, è il vizio d’origine dello stesso Partito democratico: aver confuso la “vocazione maggioritaria” con il sistema elettorale maggioritario, che garantiva comunque una rendita di posizione, vincenti o perdenti che si fosse, a prescindere dalla capacità di esercitare un autentico potere di coalizione, ed a prescindere soprattutto dalla capacità di difendere le proprie politiche di governo anche dall’opposizione, come stiamo vedendo in queste settimane. All’orizzonte ci sono le elezioni europee dell’anno venturo: quelle in cui, non solo in Italia, si deciderà della stessa sopravvivenza dell’Unione. L’occasione ideale per mettere in campo culture politiche di lunga durata, in assenza delle quali resteremo in balia dei Salvini e dei Di Maio: e potremo scegliere se cercare protezione da Putin o assumere come modello sociale quello instaurato da Maduro in Venezuela. Una rivista è una rivista, non è un partito. Ma mi auguro che la sua presenza nel dibattito pubblico possa aiutare la nascita, qui in Italia, di quel partito dei riformisti che non nacque al Lingotto una decina d’anni fa.

Luigi Covatta
Mondoperaio rivista 

G7. Da oggi fino al 30 maggio stop allo Schengen

airport-checkDa oggi 10 maggio e fino al 30 maggio sono stati ripristinati i controlli frontiera: lo comunica l’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile in seguito a quanto disposto dal Ministero dell’Interno con Decreto del 6 aprile 2017 per esigenze di sicurezza. La sospensione di Schengen con il ripristino dei controlli alla frontiera è stata disposta per “garantire lo svolgimento regolare e ordinato” dei vertici del G7 in programma a Bari dall’11 al 13 maggio e a Taormina dal 26 al 27, inoltre verranno ripristinati i controlli alle frontiere interne (terrestri, marittime e aeree) dalle ore 00:00 del 10 maggio alle ore 24:00 del 30 maggio 2017.
L’Enac (Ente Nazionale per l’Aviazione Civile) invita quindi i passeggeri a recarsi in aeroporto dotati di documento d’identità in corso di validità e in anticipo rispetto ai tempi normalmente previsti, in modo da non incorrere in eventuali ritardi determinati dalla reintroduzione del controllo documentale.
L’Enac ha già chiesto inoltre ai vettori aerei nazionali e quelli stranieri operanti in Italia a fornire un’informativa ai propri passeggeri, sia sui siti internet, sia attraverso altre modalità ritenute efficaci e chiede a tutto il settore aereo “collaborazione e responsabilità nella predisposizione delle misure più idonee per ridurre al minimo l’impatto della reintroduzione del controllo dei documenti, affinché le attività del trasporto aereo possano essere effettuate nel rispetto della puntualità e del regolare svolgimento delle operazioni». I controlli riguarderanno le persone che entrano nel territorio italiano e riguardano non solo gli aeroporti, ma sono previsti maggiori controlli dei documenti anche nelle stazioni, nei porti oltre che negli aeroporti anche per chi proviene dai paesi del cosiddetto “spazio Schengen”, cioè quasi tutti i paesi dell’Unione Europea più Islanda, Norvegia, Svizzera e Liechtenstein.

LA NUOVA EUROPA

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“Il messaggio da parte nostra sull’Europa a più velocità è molto semplice: non stiamo parlando di un’Europa ‘a’ la carte’, stiamo parlando di una realtà che è già in atto. E’ una direzione di marcia necessaria perché consente di fare passi in avanti a gruppi di Paesi, qualora ci sia tra loro un’intesa. Ma è una scelta che si fa nell’ambito dei Trattati, consentendo a tutti di aderire e senza alcuna logica di esclusione”. Così il premier Paolo Gentiloni al termine del vertice di Bruxelles. L’Unione europea a più velocità, ha insistito il premier Paolo Gentiloni al termine del vertice europeo è una “direzione di marcia necessaria”. L’unione a più velocità, ha proseguito Gentiloni, “è  già la realtà dell’Europa ma è un messaggio che dice l’Europa deve rispondere alle richieste cittadini e lo deve fare con una flessibilità e rapidità che non può dipendere dal fatto che uno o due paesi abbiano il potere di impedirlo”.

Il vertice di Roma
Gentiloni si è detto ottimista. “Esco da questa riunione con un relativo ottimismo perché, pur essendo consapevole delle difficoltà dell’Unione europea che la giornata di ieri ha messo plasticamente in evidenza, penso ci sia anche la consapevolezza comune del fatto che l’incontro di Roma” il prossimo 25 marzo “possa essere un’occasione di rilancio per l’Ue”. Al vertice di Roma ci sarà l’indicazione di quattro grandi priorità con una prospettiva di dieci anni per il futuro dell’Europa. Le 4 priorità sono un’Europa della Difesa e della sicurezza nella gestione dei flussi dei migranti, della crescita e dello sviluppo sostenibile e del lavoro, un’Europa sociale e un’Europa che abbia un ruolo nel mondo di scambi e di mercato.

Ottimista anche la cancelliera tedesca Angela Merkel:  “Se guardo agli input arrivati” da Italia, Malta, Juncker e Tusk “sono ottimista che avremo una buona dichiarazione di Roma”, che indicherà “la direzione generale” per l’Ue ma “non vogliamo scrivere un nuovo Trattato”. Merkel, che ha precisato che oggi non è stato discusso il testo ma i principi generali. “Il motto” resta “che siamo uniti nella diversità” e questo deve essere assicurato “dando spazio a creatività e innovatività” nei vari settori, ha aggiunto.

L’Europa a due velocità
Di Europa a due velocità ha parlato anche il presidente della Commissione Juncker. “Ho constatato non senza sorpresa che per qualcuno” l’idea di una Europa a diverse velocità marcherebbe “una linea di divisione tra est e ovest” come “una nuova cortina di ferro”. Ma “non è questa l’intenzione”, che invece è quella di permettere che “chi vuole fare di più possa fare di più”. Questo perché secondo Jean Claude Juncker “ l’Europa a più velocità esiste già”. Sullo stesso argomento la Cancelliera Angela Merkel ha aggiunto: “È già prevista dai Trattati: per esempio abbiamo l’euro e l’area Schengen di cui non fanno parte alcuni Stati membri, e ci sono già le regole di opt-out per giustizia e affari interni, e cooperazioni rafforzate su brevetto, divorzio e ora anche il Procuratore europeo”. “Non vogliamo escludere nessuno, non ci sono cerchi chiusi, gli Stati membri possono decidere”, ha sottolineato.

Il presidente del Consiglio europeo appena riconfermato, Donald Tusk, intende proporre ai capi di Stato e di governo che l’Europa a due velocità sia la seconda scelta da subordinare all’obiettivo dell’unità dei 27 Stati membri che resteranno dopo la Brexit. “L’Europa a più velocità non può essere un obiettivo in sé, ma uno strumento”, ha spiegato una fonte europea. Agli occhi di Tusk, l’Europa a più velocità può essere solo “la seconda scelta”, ha detto la fonte, sottolineando che già oggi è possibile ricorrere alle cooperazioni rafforzate.

Nella discussione in corso tra i capi di Stato e di governo sulla bozza della dichiarazione di Roma sul futuro dell’Europa, diverse delegazioni hanno espresso la loro opposizione all’Europa a più velocità. Sono soprattutto i paesi dell’Est a essere ostili, per il timore di essere marginalizzati dai vecchi Stati membri.

Lo scontro con la Polonia
Scambio di punture tra Francia e Polonia al termine dei lavori. ”Si può prendere seriamente il  ricatto di un presidente che ha solo il 4% di sostenitori e che  presto lascerà suo incarico? La Polonia non ha paura di alcun ricatto di alcun Paese. I Paesi dell’Est hanno lavorato duro per  costruire l’Ue, abbiamo stessi diritti e obblighi. Queste sono cose che approfondiscono le divisioni”. Così la premier polacca Beata Szydlo alla conferenza stampa di fine vertice commenta la  battuta del presidente francese Hollande che, rivolto alla premier polacca, aveva detto: “Voi avete i principi e noi i  fondi strutturali” E sull’Europa a due velocità inevitabilmente ha la premier polacca ha marcato la propria posizione: “I Paesi del V4 non saranno mai  d’accordo a parlare di un’Europa a più velocità”.  “La condizione che noi poniamo è l’unità”, afferma Szydlo, ricordando la dichiarazione congiunta dei V4 dei giorni scorsi, che suggerisce come “base per la dichiarazione di Roma”. Tra le “linee rosse” evidenziate: “non approveremo cambiamenti che  possano portare peggioramenti a mercato unico o a Schengen”.  E aggiunge: “la dichiarazione di Roma avrà un senso solo se  punterà al futuro e se sarà firmata da tutti”. Intanto in Polonia il partito di opposizione Piattaforma civica (Po) ha chiesto oggi il voto di sfiducia al  governo del premier Beata Szydlo, dopo la “brutta figura” fatta  ieri a Bruxelles, nell’ambito della votazione per il rinnovo del  mandato del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. Il governo ha agito “contro le ragioni di Stato”, ha detto, e ha  “rovinato l’immagine della Polonia sull’arena internazionale”,  rendendo “ridicolo” l’operato della diplomazia polacca. “Szydlo  ci ha screditati”, ha detto.

La Politica estera di Matteo Renzi

Una volta – diciamo ai tempi della mai abbastanza deprecata prima repubblica – l’essere, o quanto meno l’apparire più a sinistra di qualcun altro era considerato in quell’ambiente un titolo di merito.
Nella seconda l’argomento è utilizzato molto meno.
Ma semplicemente perché è completamente sovrastato da quello nuovo/vecchio proposto da Renzi. Pure, lo stesso premier potrebbe ricorrere tranquillamente all’“usato sicuro”. Perchè, almeno in politica internazionale, è chiaramente più a sinistra del suo partito.Lo è per quanto riguarda i rapporti con l’Europa perchè un populista furbo è preferibile ad un europeista letargico. E lo è per quanto riguarda i rapporti con il mondo esterno, perchè, almeno nelle aree più sensibili, l’erede della cultura cattolica è senz’altro migliore di quello dei Blair e dei Clinton.
Ciò doverosamente detto non è, però, affatto certo che le strategie proposte dal nostro governo siano vincenti o comunque praticabili. E vediamo perchè.
Nei rapporti con l’Ue, il nuovo governo ereditava uno stato di cose disastroso. Per decenni avevamo inghiottito senza reagire le ricette di Bruxelles, magari in nome dello stato di necessità; ma ciò non ci aveva fatto uscire dall’angolo; anzi. Adesso Renzi, a prescindere da ogni considerazione di merito sulle sue riforme, sembra comunque essere riuscito a fare accettare dalla Commissione lo scambio tra le riforme stesse e il riconoscimento di un certo grado di flessibilità nell’interpretazione dei parametri di Maastricht. Diciamo, allora, che il paese avrebbe superato indenne il proimo tempo dell’incontro; rimanendo, peraltro, impregiudicato l’esito finale della partita. In questa seconda fase peserà però, eccome, la questione del debito; e il non essere riusciti a costruire un sistema di alleanze che ci consenta di rinegoziare le regole dei trattati in posizione di forza. Perché da sola l’Italia (come la Grecia o la Spagna prima di lei) potrà fare ben poco; mentre la finestra di opportunità offerta dalla possibile presenza di governi di sinistra in tutti i paesi del sud Europa e dalla presidenza Obama potrebbe chiudersi già a partire dalla prossima primavera.
Nei rapporti con il resto del mondo il contrasto tra la qualità dei nostri progetti e i processi in atto sul terreno è, poi, molto più marcata.
I primi sono tutti corretti. Giusto mantenere in piedi il dialogo con Mosca contestando la logica delle sanzioni e della guerra fredda. Giusto vedere l’accordo sul nucleare come strumento per reinserire Teheran nella comunità internazionale, con i suoi diritti e i suoi doveri. Giusto guardare ai problemi del Medio oriente in una prospettiva di mediazione e non di scontro tra buoni e cattivi. Giusto rifiutare nuove avventure militari in Libia. Giusto, infine: rivendicare, in linea di principio e di fatto, la politica dell’accoglienza.; rifiutare di dichiarare l’Italia in stato di guerra; e, infine,collocare i problemi dell’immigrazione in una dimensione collettiva: che si tratti della definizione di nuove regole o dei rapporti tra i “paesi d’arrivo e quelli di partenza”.
Ora, in tutto questo, il Grande Rottamatore, l’uomo ai cui occhi la politica in Italia comincia nei primi mesi del 2014, vive una situazione paradossale e potenzialmente drammatica. Perchè ha dalla sua il passato, lontano ma anche prossimo. La continuità di una politica estera di grande sapienza, sostenuta da una diplomazia e da strutture di sicurezza estremamente attente ed espressa a livello politico da Moro come da Andreotti, da Craxi come da Berlusconi. L’attenzione costante della Chiesa cattolica che, a partire dalla difesa dei cristiani d’oriente si è battuta contro ogni spirito di crociata; e  che, con papa Francesco ha identificato nei migranti il messaggio universale della povertà. La cultura nazionale di un paese perdonista, generoso, disordinato, poroso, tollerante del diverso, all’occorrenza xenofobo ma mai veramente razzista.
Contro di lui, invece, il presente e il futuro. E, in particolare, nella questione dell’immigrazione.
Nel presente un sistema che affida al paese di primo ingresso il compito di stabilire la possibilità, o meno di accesso allo spazio di Schengen di un extracomunitario. Il tutto basato su di una “tipologia del richiedente” (il professore con la barba bianca in fuga dai paesi del socialismo reale, il rude lavoratore turco o arabo, in arrivo su chiamata e disposto a tornare a casetta sua al termine del suo periodo di ingaggio) oramai scomparsa tra gli altri cimeli del novecento. Nel presente e nel futuro l’Italia come unico punto di entrata dell’immigrazione proveniente sia dall’Asia che dall’Africa; e senza la possibilità materiale di distinguere tra profughi, meritevoli di asilo, e persone fuggite in cerca di una vita migliore, da rimandare nel loro paese d’origine. Il tutto con due circostanze aggravanti: primo, l’impossibilità materiale e morale di “intercettare e respingere”. Secondo, l’assenza (eccezion fatta della Tunisia) di interlocutori sull’altra sponda del Mediterraneo in grado non solo di controllare l’immigrazione alla fonte ma anche di prendere in considerazione incentivi per la gestione congiunta del fenomeno.
Una situazione senza sbocchi e che rischia di precipitare in ogni momento. Per evitare il peggio bisognerebbe uscire dalla contrapposizione rovinosa tra logica dell’ accoglienza (letta come immigrazione incontrollata) e logica della difesa identitaria (letta come chiusura delle frontiere), ragionando di numeri e di integrazione. Ma ci sono in Europa istituzioni o stati disposti a ragionare?

Alberto Benzoni

ARRIVANO I TURCHI

turchia europaBruxelles cambia pelle, di nuovo. Pur di mantenere il patto con Ankara sui migranti la Commissione europea raccomanda al Consiglio e Parlamento Ue la liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi con i passaporti biometrici nell’area Schengen. A questo punto manca solo l’annuncio ufficiale dell’esecutivo comunitario, ma la fine dell’obbligo dei visti per Ankara è già stato politicamente deciso per il collegio dei commissari.

La raccomandazione della Commissione Europea però si limita ai detentori di passaporti biometrici e arriva all’indomani di una liberalizzazione dei visti, da parte di Ankara, per i cittadini di tutti i paesi UE, compresa Cipro, anche se le autorità turche si sono affrettate a precisare comunque che ciò non implica un “riconoscimento di Cipro” da parte della Turchia. Ad Ankara delle 72 condizioni restano poi cinque criteri da soddisfare, da qui a fine giugno, così come precisato dal vicepresidente vicario della Commissione Ue Frans Timmermans che infatti ha affermato: “Lasciatemi essere chiaro – ha detto il Commissario Europeo – i criteri ancora da soddisfare sono impegnativi e di peso. Ankara dovrà fare prova di una grande determinazione politica per rispettare tutti gli impegni assunti il 18 marzo. Le nostre proposte saranno inviate al Parlamento Europeo e al Consiglio Europeo e ciò dovrebbe permetterci di prendere una decisione definitiva entro la fine di giugno, sulla base dei progressi nel frattempo fatti dalla Turchia”. A far eco a Timmermans anche la portavoce della Commissione europea, Mina Andreeva, che ha affermato: “La Turchia ha fatto molti sforzi nel corso delle ultime settimane e dei giorni scorsi per soddisfare i criteri, tra cui ad esempio l’accesso al mercato del lavoro per i rifugiati non siriani”.
Se sul fronte dell’opinione pubblica europea sono molti a vedere nella concessione turca un inchino da parte dell’Europa, in casa turca la questione dei visti ha implicazioni politiche di non poco conto, la Turchia rischia di precipitare in una crisi politica interna al partito di governo Akp, e a rischiare il posto è proprio il premier turco Davutoglu. Secondo alcune fonti l’attrito tra il Presidente Erdogan e il Premier turco sarebbe nata proprio in seguito agli accordi con l’Europa sul patto dei flussi migratori. Su Alcuni punti l’iniziativa di Davotoglu ha infastidito Erdogan, ad esempio pare che la proposta di riammissione degli immigrati irregolari in Turchia sarebbe stata una “mossa a sorpresa” del premier, mentre Erdogan non sarebbe stato consultato. Oggi tra il premier Ahmet Davutoglu e il Presidente Erdogan ci sarà un faccia a faccia dopo giorni di tensioni ai vertici del partito, culminate venerdì con il trasferimento del potere di nominare i responsabili provinciali dallo stesso Davutoglu al comitato centrale (Mkyk) di 50 membri.
Tuttavia mentre l’Europa chiude gli occhi sulla Turchia che ignora requisiti democratici come i diritti umani e la libertà d’espressione, non manca di rimproverare la Grecia per la gestione dei migranti, un Paese già alle prese con lo spettro della Bancarotta e con la gestione di 53.731 migranti e richiedenti asilo. E proprio in risposta alle carenze persistenti nella gestione greca delle frontiere esterne la Commissione ha presentato una raccomandazione al Consiglio dell’Unione europea per permettere a 5 Paesi dell’area Schengen di estendere i controlli temporanei alle frontiere interne fino ad un massimo di sei mesi, ma solo per confini specifici e tra queste rientra proprio l’Austria si tratta di Austria (al confine con la Slovenia e con l’Ungheria), Germania (al confine con l’Austria), Danimarca (al confine con la Germania), Svezia (nei porti della Police Region South e al ponte Oresund) e Norvegia (nei porti collegati con Danimarca, Svezia e Germania).
L’altro Paese interno dell’Europa che viene ignorato sulla questione migranti è ancora una volta l’Italia. Nonostante le proteste di Roma, l’Ue non ha ancora trovato una soluzione per il Brennero.
Oggi Matteo Renzi, nel corso del question time alla Camera ha bollato come “puro esercizio di propaganda” da parte dell’Austria la questione del Brennero: “È un’operazione pericolosa perché gioca con la paura e quando si gioca con la paura si rischia di rinforzare chi è bravo ad agitare gli spettri del passato – ha detto Renzi – Il Brennero è un simbolo di amicizia e di dialogo e la chiusura è poco più di una provocazione che attiene alla campagna elettorale austriaca”. Il Presidente del Consiglio ha poi ricordato di aver sollevato la contrarietà dell’Italia e di auspicarsi che “l’Austria accetti l’approccio del Migration Compact che la commissione Ue ha accettato e rilanciato”.

Arrivati i siriani salvati
dai corridoi umanitari

Chhm4k2WMAAupGVStamattina 101 siriani sono arrivati all’aeroporto di Fiumicino grazie ai corridoi umanitari, si tratta del terzo gruppo ad essere accolto dopo l’accordo raggiunto tra Governo italiano, Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, Comunità di Sant’Egidio e Tavola Valdese, che ha come obiettivo quello di permettere alle persone in fuga da guerre o “condizioni di vulnerabilità” di raggiungere il nostro Paese senza rischiare la vita in mare. Sono 97 siriani e 4 iracheni e saranno ospitati da una rete di strutture di accoglienza in Lombardia, Piemonte, Umbria, Lazio, Toscana e Basilicata. Ad accoglierli anche il Viceministro degli esteri Mario Giro e la presidente del Comitato Diritti Umani della Camera, Pia Locatelli.
“Questa è l’Europa che vogliamo, non quella che alza muri e chiude le frontiere”. Ha detto Pia Locatelli all’Aeroporto di Fiumicino dove sono stati accolti i profughi.
“Mentre Germania, Austria, Belgio, Francia, Danimarca e Svezia hanno intenzione di chiedere alla Commissione europea altri sei mesi di controlli alle frontiere all’interno dell’aerea Schengen, ancora una volta dall’Italia arriva una lezione e un esempio di accoglienza possibile contro le derive xenofobe e i populismi. Lo abbiamo fatto ieri con l’operazione Mare nostrum, continuiamo a farlo oggi”, Ha affermato la deputata socialista.
Tuttavia la questione migranti resta tuttora aperta per l’Europa, specie dopo la richiesta di Austria, Germania, Danimarca, Svezia e Norvegia di estendere i controlli alle loro frontiere interne per altri sei mesi. Secondo alcune fonti Bruxelles sarebbe già pronta a dare l’ok e dopodomani sulla base di un articolo del Codice Schengen mai usato prima, pubblicherà una raccomandazione al Consiglio europeo con cui motiverà la sua approvazione.
Tuttavia se molti già parlano della fine di Schengen, Dimitris Avramopoulos nega a parole ciò che sta avvenendo nei fatti: “Schengen non sta morendo. Al contrario, la Commissione Ue sta facendo di tutto per ripristinarla e tornare alla normalità, come indicato nella roadmap ‘Back to Schengen'”.
“Ma per andare avanti – ha aggiunto – servono passi intermedi. Ciò che vogliamo raggiungere non può accadere in una notte, per questo dobbiamo assicurare un processo graduale, anche se significa permettere controlli temporanei eccezionali alle frontiere interne”.
Il commissario Ue poi ha fatto anche le dovute precisazioni per quanto riguarda i ricollocamenti: “La decisione di ricollocare è vincolante e gli Stati membri hanno un obbligo morale e legale a farlo. Per ora non abbiamo intrapreso alcun passo legale, i miei metodi di persuasione e incoraggiamento sono stati politici, ma non significa che non ci saranno”. Avramopoulos poi si è detto anche “deluso” per il basso ritmo di ricollocamenti e per la “mancanza di volontà politica”.

Liberato Ricciardi

Migranti. Sei Paesi Ue chiedono di abolire Schengen

epa04505610 A view of Schengen's sign in the village of Schengen, Luxembourg, 14 October 2014. EPA/NICOLAS BOUVY

EPA/NICOLAS BOUVY

L’Unione europea continua a vacillare, ma a tenere uniti per il momento è la volontà di “chiudere” a profughi e migranti espressa da ben sei Stati appartenenti all’Ue. Germania, Austria, Belgio, Francia, Danimarca e Svezia hanno intenzione di chiedere alla Commissione europea altri sei mesi di controlli alle frontiere all’interno dell’aerea Schengen perché temono una nuova ondata migratoria. Un altro duro colpo non solo alla Comunità europea, ma anche all’Italia che si ritrova così come la Grecia contro un nuovo “muro” da parte dell’Europa. Infatti secondo alcune indiscrezioni quasi certamente la Commissione darà l’Ok alla richiesta, nonostante il flusso sulla rotta balcanica si sia notevolmente ridotto e nonostante i continui problemi che la Grecia sta affrontando nella gestione dei profughi. Proprio oggi la Danimarca ha annunciato che il controllo alle frontiere sarà esteso fino ad almeno il 2 giugno, ma l’iniziativa di scrivere alla Commissione è partita dalla Germania, il ministro tedesco dell’Interno, Thomas de Maiziere (Cdu), ha spiegato ieri a Berlino che “gli Stati membri dovranno continuare ad avere la possibilità di utilizzare i controlli di frontiera laddove è necessario”. Una misura che è contenuta nell’articolo 29 del codice sui confini dell’area Schengen. La Commissione europea infatti ha fatto sapere di essere a conoscenza della volontà di alcuni Stati membri di estendere per altri sei mesi i controlli alle frontiere interne come risposta alla crisi dei richiedenti asilo. Una decisione in merito, secondo quanto afferma la portavoce della Commissione, Mina Andreeva, verrà presa entro giovedì 12 maggio, lo stesso giorno in cui la Commissione europea presenterà la relazione sulla gestione delle frontiere esterne dell’Ue da parte della Grecia. Andreeva inoltre ha riconosciuto che al momento in Grecia “ci sono ancora carenze da affrontare”, ma ciò non preclude quella che sarà la decisione della Commissione Ue e anzi fa sapere che l’estensione dei controlli è legata proprio a carenze nella gestione greca delle frontiere esterne.
Le dichiarazioni europee suonano come una mannaia sulla Grecia che è alle prese in questi ultimi mesi con una vera e propria emergenza migranti. Il numero di rifugiati identificati e di migranti attualmente presenti in Grecia ha raggiunto le 54.142 unità, stando a quanto dichiarato dall’Ente centrale per la gestione dei migranti di Atene. L’agenzia di stampa Ana-Mpa riferisce che 8.150 rifugiati e migranti si trovano al momento nelle varie isole greche, incluse 64 persone arrivate nelle ultime 24 ore, mentre 14.449 sono localizzate in differenti aree della regione dell’Attica. Circa 2.135 rifugiati e migranti hanno trovato sistemazione nel porto del Pireo, altri 2.880 sono ospiti di un rifugio a Skaramagas, ad ovest di Atene. Rifugiati e migranti nella Grecia centrale hanno raggiunto la cifra di 1.928 unità nella giornata di lunedì, mentre quelli che si trovano nella Grecia meridionale sono attualmente 338. Il campo di Idomeni, nel nord della Grecia, ospita al momento 10.172 persone fra rifugiati e migranti, mentre 1.137 si trovano nell’area di Polykastro. Secondo le autorità, 29.277 persone, più della metà del totale di migranti e rifugiati attualmente in Grecia, sono ospiti in campi e strutture del nord del paese.
Ma ad essere penalizzata è anche l’Italia che già con l’arrivo della bella stagione prevede un considerevole aumento degli sbarchi. L’ex segretario generale dell’Onu Kofi Annan in un’intervista al Corriere della Sera riconosce come l’attuale crisi migratoria ha lasciato ingiustamente soli paesi come Italia e Grecia e propone “un Piano Marshall, o comunque un nuovo approccio che aiuti questi Paesi a svilupparsi economicamente il più velocemente possibile, come avvenne per l’Europa dopo il 1945. L’Africa è ricca di giovani dinamici che non hanno lavoro. Se la comunità internazionale cooperasse con i governi africani per creare le condizioni per fare business, osserveremmo una drastica riduzione del fenomeno migratorio”.
Nel frattempo il ministro degli Esteri austriaco, Sebastian Kurz, ha respinto invece la critica indiretta mossa dall’attuale segretario generale Onu, Ban Ki-Moon, alla dura politica migratoria adottata dal governo di Vienna. “Dobbiamo allontanarci dall’idea di un’accoglienza illimitata dei profughi in Europa”, ha affermato il ministro austriaco. “Noi siamo per un’Europa che abbia il controllo sul suo territorio, con confini esterni sicuri e che possa decidere autonomamente chi far entrare e chi no e che si assuma la responsabilità politica per quello che succede nei paesi confinanti”, ha aggiunto.

Redazione Avanti!

GELO VIENNA ROMA

brennero neveIl muro al Brennero potrebbe diventare il nuovo simbolo del fallimento europeo sulle politiche dell’emigrazione e non solo. Anche se non si tratta di un muro, ma di una recinzione lunga 370 metri e alta quattro metri. Secondo i piani austriaci in servizio ci saranno 250 poliziotti e in caso di necessità saranno inviati anche soldati. Inoltre le autorità austriache chiedono anche di poter effettuare controlli sui treni e sulla strada già sul territorio italiano.

A questo punto l’Italia chiama, l’Europa risponde, ma tentennante. Non c’è stata alcuna risposta alla lettera di proteste inviata giorni fa dai ministri Gentiloni e Alfano, tuttavia l’Europa si dice preoccupata per il piano di Vienna. “La Commissione europea segue tutti gli sviluppi in Europa che vanno contro la tabella di marcia per tornare” al normale funzionamento di Schengen e in “questo caso con grave preoccupazione”, afferma Mina Andreeva, portavoce della Commissione Ue, sulla situazione al Brennero. “La Commissione valuterà qualsiasi misura decisa o annunciata dal governo austriaco secondo i criteri di ‘necessità’ e ‘proporzionalità’ – afferma. – Il presidente Juncker discuterà della questione col premier Renzi, a Roma, giovedì”. nel frattempo a intervenire è proprio il numero uno del Palazzo di Vetro, Ban Ki-moon, che in un discorso pronunciato di fronte al parlamento austriaco ha espresso preoccupazione per la scelta in Europa di politiche “sempre più restrittive” nei confronti dei migranti. “Sono preoccupato del fatto che i Paesi europei adottino politiche sempre più restrittive riguardo ai migranti e ai rifugiati” ha detto il segretario generale dell’Onu. E aggiunge: “Un messaggio molto negativo sugli obblighi degli Stati membri previsti dalla legislazione internazionale e dal diritto europeo. Sono allarmato dalla crescente xenofobia qui e altrove”.

Nel frattempo Roma attende un riscontro da parte di Bruxelles per il prossimo 5 maggio, quando avverrà l’incontro tra il presidente della Commissione europea e il presidente del Consiglio a Palazzo Chigi. Ma Renzi oggi ha ribadito la sua contrarietà alla chiusura del Brennero: “Mentre noi abbattiamo i muri con la banda larga, altri costruiscono muri e chiudono confini, una cosa fuori dal senso della storia, slegata da ogni realtà”. Sempre sullo stesso punto anche il ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi, che sulla possibilità di effettuare controlli anche sul territorio italiano è stata netta: “L’Austria sa benissimo che non può fare controlli sul territorio italiano e noi non accetteremo controlli sul nostro territorio”. Nell’attesa di giovedì, oggi al Viminale c’è stato il vertice fra il ministro dell’ Interno Alfano e il suo omologo austriaco Sobotka per spiegare la disponibilità italiana a intensificare i controlli sui treni in transito, ma ribadendo il no a qualsivoglia chiusura, che andrebbe contro i principi di Schengen e secondo alcune indiscrezioni verranno ipotizzati anche «hotspot» sulle navi. Dalle prime dichiarazioni del Ministro Alfano l’Italia riesce a tirare un respiro di sollievo, tuttavia la questione resta in sospeso.

“Finora abbiamo evitato la chiusura del Brennero. È una decisione definitiva? No. Starà anche a noi evitare che l’Austria decida la chiusura”. È questa la prima dichiarazione del ministro dell’Interno Angelino Alfano in conferenza stampa dopo l’atteso incontro a Roma con il suo omologo austriaco Wolfgang Sobotka.

“Rafforzeremo il controllo dei flussi verso il Brennero, ma abbiamo ribadito il no al controllo austriaco in territorio italiano. Il ministro Sobotka – aggiunge Alfano – ci ha detto che nessun muro sarà edificato. Ci sono delle attività preparatorie, ma dimostreremo che quelli dell’Austria sono soldi sprecati e l’Italia non si fa spaventare da un gabbiotto. L’accordo di polizia tra Italia e Austria firmato nel 2014 sarà ratificato dal Parlamento e questo rafforzerà la cooperazione. In più stabiliremo un contatto quotidiano tra il prefetto Pinto e un uomo della polizia austriaca in modo che non nascano più equivoci sui numeri dei transiti”.

“Noi dobbiamo evitare – ha sottolineato ancora il titolare del Viminale – che ci sia un transito, da parte austriaca essere ragionevoli per evitare un blocco che farebbe un enorme danno al turismo di entrambi i Paesi, all’import-export e al transito per ragioni di lavoro”. In ogni caso, spiega Alfano, “non prevediamo il rischio di grandi afflussi di migranti alla barriera del Brennero. Questo non sulla base di una teoria astratta, ma sui numeri: ad oggi infatti sono 2722 i migranti da noi fermati in Italia provenienti dall’Austria e questo numero è superiore a quelli che hanno fatto il tragitto inverso”.

È stata confermata, fa sapere il Viminale, “grande attenzione per le specificità della Liguria anche attraverso il coordinamento efficace degli uomini impegnati sul territorio, in un rapporto di collaborazione costruttiva sia con il Comune che con la Regione”. Infatti sul versante austriaco non ci sarà nessun centro di accoglienza. I richiedenti asilo saranno immediatamente identificati, registrati e portati ad Innsbruck, mentre l’Italia dovrà farsi carico dell’assistenza degli altri. L’Austria ha infatti stabilito per il 2016 un tetto di 37.500 richieste di asilo. “Confidiamo che Vienna non prenderà decisioni unilaterali nei prossimi mesi. E che l’Austria continuerà a collaborare strettamente con noi nella crisi dei profughi”. Così il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni in un’intervista al quotidiano austriaco Die Presse dopo l’annuncio del ministro dell’interno di Vienna Wolfang Sobotka di controlli ai confini con il Brennero per la fine di maggio.

Mentre quindi Roma è disposta anche a fare delle concessioni, Vienna tira dritto e reduce da una tornata elettorale che ha visto il trionfo della destra xenofoba, inasprisce anche il diritto d’asilo.
Il parlamento austriaco ha infatti approvato la legge, con appena 4 voti contrari, che prevede la dichiarazione di stato d’emergenza quando l’ordine pubblico e la difesa della sicurezza non possono essere più garantite a causa di un alto flusso di profughi. In questo caso a nessun migrante viene più permesso l’ingresso, le richieste di asilo possono essere rifiutate ai confini e i profughi rispediti in Paesi confinanti considerati sicuri.

LA SFIDA DI VIENNA

Vienna Bren

Più che un braccio di ferro, quello tra Vienna e Roma è ormai un duello, con tanto di Europa come testimone che però più che esprimere solidarietà non riesce a fare di più. Non cede di un millimetro l’Austria, decisa ormai a costruire la barriera al Brennero, nonostante i ministri degli Esteri e degli Interni italiani abbiano consegnato ieri alla Commissione una dichiarazione di protesta nei confronti della barriera anti-migranti austriaca. Nella lettera al commissario all’Immigrazione Dimitris Avramopoulos si chiede “con estrema urgenza la verifica della compatibilità con le regole di Schengen”, sottolineando che “la decisione di ripristinare controlli interni” e “barriere tecniche” con l’Italia “non appare suffragata da elementi fattuali”, mentre i controlli alle frontiere interne “possono essere ripristinati come extrema ratio”. Matteo Renzi annuncia di aver chiesto a Carlo Calenda, rappresentante dell’Italia a Bruxelles, di “verificare tutti i passaggi normativi per chiedere conto della correttezza dell’iniziativa austriaca”. Il Presidente del Consiglio avverte: “C’è amicizia con Vienna, ma pretendiamo che siano rispettate le regole europee”.
L’iniziativa austriaca è conseguenza anche di un continuo stallo europeo sulla questione migranti. Il tema dei migranti è tornato oggi a Strasburgo col dibattito sull’accordo per il rinvio di migranti e richiedenti asilo dalle isole greche verso la Turchia. Presenti Juncker e Tusk. “Siamo pronti a dimostrare solidarietà a Italia e Malta”, dice il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, parlando alla Plenaria di Strasburgo e riferendosi ai possibili aumenti dei flussi di profughi in arrivo dalla Libia a seguito dell’accordo per il rinvio di migranti e richiedenti asilo dalle isole greche verso la Turchia.
In passato poco o nulla da parte di Bruxelles è stato fatto dopo le “recinzioni” lungo la rotta balcanica, tanto che Vienna è stata promotrice del tanto discusso patto anti-profughi con i Paesi dell’Europa centro orientale (Croazia, Bulgaria, Albania, Bosnia, Kosovo, Macedonia, Montenegro, Slovenia e Serbia) che si trovano lungo la rotta dei migranti, portando anche alle proteste della Grecia che aveva finito con il richiamare il proprio ambasciatore da Vienna.
Ma mentre durante quell’occasione la Germania protestò contro l’iniziativa austriaca, ora Berlino è decisa a non voler commentare l’operato viennese contro l’Italia. “Il governo tedesco non commenta
misure di altri stati nazionali”. Lo ha detto il portavoce del governo tedesco Steffen Seibert a Berlino, in conferenza stampa, rispondendo a una domanda sulla barriera in via di costruzione sul Brennero da parte dell’Austria.

Intanto in Italia cresce la preoccupazione mentre sulle strade che legano Vipiteno a Innsbruck cresce una barriera da 240 metri che assomiglia a un “muro”. Ma il Ministro degli Esteri austriaco, Johanna Mikl-Leitner, non solo cerca di giustificare l’operato di Vienna, sostendendo che sono “settimane” che l’Italia è a conoscenza della costruzione della barriera, ma minimizza anche le preoccupazioni di Roma. In una telefonata, Johanna Mikl-Leitner ha spiegato al commissario europeo all’Immigrazione Dimitris Avramopoulos che la barriera non servirà per fermare il flusso dei migranti, ma per convogliarlo verso i controlli, spiegano fonti Ue. Nella conversazione Mikl-Leitner ha annunciato anche una lettera a Bruxelles in cui verranno dati tutti i chiarimenti necessari. La Commissione attenderà comunque di vedere cosa accadrà sul terreno. Se la barriera verrà effettivamente costruita, Bruxelles effettuerà una valutazione secondo i criteri di proporzionalità e necessità, che potrebbe essere pronta già la prossima settimana. Nel caso si riscontrasse che Vienna viola il codice Schengen, potrà scattare una procedura di infrazione, ma si specifica: “si tratta di uno scenario ancora da venire. Non siamo a questo punto”.

Incisiva la risposta del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni che sostiene che l’Austria è un “paese amico con il quale mi auguro si possa continuare a collaborare, ma dal quale non possiamo accettare la logica di gesti unilaterali che comprometterebbero questa capacità di collaborazione”. Il titolare della Farnesina, durante un convegno a palazzo Giustiniani a Roma, afferma che “non si deve scaricare sul vicino oneri e responsabilità” perché c’è la “necessità che sul tema migratorio ci sia un’agenda comune e condivisa a livello europeo”. “L’emergenza – ha aggiunto il ministro – sarà un problema che ci vedrà impegnati negli anni a venire. A questo problema non possono essere date risposte semplicistiche” e questo “lo dico anche in riferimento all’Austria”. Per il Viminale quella di Vienna è una decisione, “ingiustificabile”. Angelino Alfano ricorda infatti che “negli ultimi mesi sono stati più numerosi gli immigrati passati da Austria a Italia che non viceversa”, infatti sono stati 2.722 stranieri rintracciati dalla polizia italiana al confine provenienti dall’Austria, a fronte di 179 nello stesso periodo del 2015.

Per Pia Locatelli, capogruppo del Psi alla Camera e presidente del Comitato Diritti Umani, la decisione di innalzare un muro al Brennero al confine con l’Italia per impedire il passaggio dei migranti “è una decisione gravissima che mina l’idea d’Europa e rappresenta una palese violazione del trattato di Schengen”.
“Bene hanno fatto – ha aggiunto la deputata socialista – i nostri Ministri Gentiloni e Alfano a sollevare il caso in Consiglio europeo. Erigendo muri non si ferma il flusso dei migranti, ma se ne scaricano gli effetti sul Paese vicino. Non è questa l’Europa che volevano i padri fondatori, non è questa l’Europa che vogliamo”.
“Serve, invece, una soluzione comune in termini di accoglienza, sia per dare risposte a chi fugge da guerre e persecuzioni, sia per salvaguardare Schengen e la libertà di movimento dei cittadini europei. Ce lo impone la legislazione internazionale e ce lo impone il rispetto dei diritti umani”, conclude la Locatelli.

La palla infuocata ora resta nelle mani di Grecia e Italia che dopo la chiusura della rotta balcanica e un nuovo muro nel cuore dell’Europa, l’arrivo del bel tempo il nuovo punto di approdo di nuovi profughi.
“La notizia della barriera al Brennero è sconvolgente, oggi abbiamo più di diecimila persone nei siti informali sparsi in tutta Italia, ma temiamo che queste piccole Idomeni, con la chiusura ulteriore di altre frontiere, possano espandersi e moltiplicarsi”, ha affermato Loris De Filippi, presidente di Medici senza frontiere. Il presidente di Msf avverte il rischio che “i paesi dell’Europa meridionale, Italia e Grecia, diventino dei campi profughi a cielo aperto”, per una crisi umanitaria “creata dall’Europa, ma non risolta dall’Europa”. E conclude:  “Siamo consapevoli che se la disperazione viene fermata sulla rotta balcanica troverà altre rotte per giungere da noi”.

Maria Teresa Olivieri

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