Schulz cerca il rilancio: più investimenti e aiutare l’Italia

schulzDa grande speranza dei socialdemocratici, a sconfitto, Martin Schulz tenta di rilanciare la propria campagna elettorale. L’obiettivo? Presentarsi come una vera alternativa alla stabilità rappresentata da Angela Merkel. Al centro della sua nuova strategia, presentata nelle ultime settimane, immigrazione, solidarietà europea e investimenti.

Man mano che si avvicina il 24 settembre, il giorno delle elezioni federali tedesche, la vittoria di Angela Merkel sembra essere sempre più scontata. Eppure, ancora a marzo, la “grande speranza” socialdemocratica, Martin Schulz, da poco ottenuta la nomina a candidato cancelliere, era riuscito a portare il proprio partito a quota 33,1%  nei sondaggi, superando di quasi un punto l’Unione CDU/CSU dell’attuale Cancelliere. Ora, però, a meno di due mesi dalle elezioni, Schulz è dato al 22%, diciotto punti in meno del 40% attribuito ad Angela Merkel.

Il tracollo nei sondaggi ha spinto la SPD e Schulz a cambiare strategia presentando un nuovo programma che vada ad attaccare Angela Merkel sul suo punto di forza: quella stabilità che, all’interno della campagna socialdemocratica, diventa il “mantenimento dello status quo” ed un freno al progresso della Germania e dell’Europa.

Quest’obiettivo, sostiene la dirigenza socialdemocratica, può essere raggiunto soltanto toccando i temi dell’immigrazione, del futuro dell’Europa e gli investimenti statali.

Immigrazione e cooperazione. Il via alla nuova fase è iniziato con un intervista domenicale al popolare quotidiano Bild am Sonntag. Qui, Martin Schulz ha apertamente criticato la contestata “apertura” ai rifugiati avviata dal Governo Merkel nell’estate del 2015, una decisione avallata, ai tempi, dalla stessa SPD.

Schulz non contesta la necessità dell’apertura, considerata dalla SPD centrale per garantire l’accesso al centro-nord Europa ai rifugiati bloccati in Italia, Spagna ed Ungheria, quanto il come il governo tedesco ha applicato la stessa: senza un previo accordo con gli stessi partner europei. Questo, argomenta il leader socialdemocratico avrebbe provocato un effetto domino, estremizzando la posizione di chiusura dei governi dell’Europa Orientali da una parte ed aggravando, dall’altra, l’emergenza in Italia, in Grecia ed in Spagna.

La visita in Italia. La soluzione migliore, dicono i vertici socialdemocratici, sarebbe un nuovo accordo di mutua solidarietà fra i partner europei. Rimangono ancora ignote le modalità, ma, alludono i vertici del partito, una bozza potrebbe essere presentata durante o dopo il viaggio di Schulz in Italia, previsto per l’ultima settimana di Luglio, in cui il possibile accordo verrà discusso col Presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni.

“Non è possibile”, dice Schulz, lasciare il peso dell’accoglienza sulle spalle dell’Italia, della Spagna e della Grecia. Allo stesso tempo, non è possibile che alcuni paesi europei, argomenta sempre il candidato socialdemocratico, non è possible che alcuni paesi, ovvero Austria, Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca, si rifiutino di accettare la propria quota di rifugiati.

Per evitare questa palese violazione del principio di solidarietà interno alla UE, Schulz ha sottolineato come il suo eventuale governo voglia proporre l’introduzione di sanzioni economiche, come la sospensione dei finanziamenti europei, a quei paesi UE che si rifiutassero di accettare la propria quota di rifugiati.

“Il modo in cui Angela Merkel vuole condurre la propria politica europea rimane scandaloso”

Martin Schulz, su Merkel ed Europa

Basta fare i “professorini”. Martin Schulz è tornato alla carica di Angela Merkel lunedì, grazie ad una seconda intervista rilasciata, stavolta, al quotidiano francese Le Monde. Riprendendo il concetto di solidarietà e cooperazione, Schulz, ha dichiarato come non sia più ammissibile che la Germania e, per converso, tutto il blocco nordico (soprattutto Olanda e Finlandia) “dettino condizioni” in materia di politica-economica agli altri paesi europei.

La Francia, continua il candidato socialdemocratico, sarebbe l’esempio più recente di quanto questo tipo di approccio possa essere deleterio. Per Schulz, il Presidente francese Emmanuel Macron dovrebbe essere lasciato libero di lavorare al processo di riforma dello stato secondo modalità e tempistiche che egli ritenga più opportune e non quelle stringate indicate da Bruxelless o, peggio ancora, da Berlino.

Chiedere alla Francia, continua Schulz, di tagliare il rapporto deficit/PIL ed allo stesso tempo di riformare il mercato del lavoro, “non può che non funzionare” e, anzi, rischia di alimentare tensioni politiche e sociali, quali le proteste attualmente in atto in Francia sia a livello istituzionale – i tagli di fondi alla Forze Armate – che sociale.

La Germania, conclude Schulz, dovrebbe assumere un atteggiamento più lungimirante, soprattutto alla luce di quanto successo negli anni 90, quando a Gerhard Schröder è stato concesso di “ignorare le norme sul rapporto deficit/PIL” allo scopo di finanziare le riforme senza pesare troppo sull’apparato produttivo del paese.

“La Germania è un grande paese, ma [in Europa] potrebbe fare molto di più”

Martin Schulz, sul ruolo della Germania nella UE

Il rilancio degli investimenti. Ultimo punto del complesso programma di rilancio della candidatura di Martin Schulz, sarebbe il rilancio degli investimenti nel paese. L’obiettivo sarebbe, come scritto nel piano in dieci punti della SPD presentato a metà luglio, l’inserimento nella costituzione dell’obbligo di investire una parte del proprio surplus commerciale annuale. Questo permetterebbe il rilancio degli investimenti infrastrutturali nel paese (soprattutto scuole ed austrostrade), un settore fermo da prima della crisi finanziaria.

I nuovi fondi verrebbero poi usati per la tanto attesa digitalizzazione dell’amministrazione pubblica, punto perseguito anche dalla CDU di Angela Merkel, e per l’istituzione di un “Chancekonto”: un credito (dai 5.000 Euro iniziali fino ad un massimo di 20.000) garantito dalla stato con cui finanziare l’avviamento al lavoro o alla libera professione.

Il piano riguarda anche l’Europa, dove Schulz, sulla falsariga di Macron, vede nella costituzione di un “Ministro dell’Economia e delle Finanze” europeo, il principio su cui procedere verso una maggiore integrazione dei paesi dell’Eurozona.

In questo scenario, la Germania, continua il candidato cancelliere, potrebbe decidere di aumentare la propria contribuzione al budget comunitario, reinvestendo così parte del proprio surplus commerciale estero a livello europeo. Questo è certamente il punto più complesso e rischioso dal punto di vista elettorale per Martin Schulz, data la tradizionale refrattarietà dell’elettorato tedesco a usare i propri soldi in Europa.

Dopo il tracollo primaverile, in questa seconda, ed ultima, fase della campagna elettorale tedesca, Martin Schulz sembra aver riscoperto la propria vena europeista.

Qualora questo servirà a far cambiare idea all’elettorato tedesco, lo si vedrà alla riapertura della campagna elettorale in agosto. Quello che rimane è il messaggio di fondo, che Angela Merkel, e qualunque alleato di governo essa possa avere a Settembre, dovrebbero memorizzare: la Germania non può continuare a prosperare senza l’Europa.

Simone Bonzano

LABOUR’S PARTY

corbyn apre1“La sinistra europea non è affatto defunta e quanti ne hanno cantato il requiem anzitempo devono cominciare a ricredersi”. Lo ha detto Pia Locatelli, presidente del gruppo socialista alla camera dei deputati, commentando l’esito delle elezioni in Gran Bretagna. Una dura batosta per Theresa May che non ha più una maggioranza per governare da sola dopo aver convocato le elezioni anticipate sicura di una vittoria travolgente. Si trova invece oggi con 318 seggi e ne perde 12. Il Labour ne conquista 261, ben 29 in più consacrando la vittoria politica di Jeremy Corbyn su una linea di sinistra-sinistra. Si profila un parlamento bloccato, ‘appeso’ ad eventuali alleanze difficili anche da immaginare. Per ora non si dimette, ma i conservatori hanno davanti ormai solo la prospettiva di nuove elezioni. Problemi aggiuntivi per la Brexit. Londra sperava in un Governo robusto per condurre il negoziato con Bruxelles da posizioni di forza e invece si trova in grandi difficoltà.


La vittoria di Jeremy Corbyn per noi socialisti è una bellissima notizia e per più di qualche ragione.
La prima è ovviamente tutta dovuta alla straordinaria rimonta del Labour che, seggi a parte, con il 40% dei voti si piazza appena due punti sotto i Tory.
Il 7 maggio del 2015, il Labour guidato allora da Ed Miliband si era fermato al 30,6%. Dunque Corbyn ha guadagnato la bellezza di dieci punti percentuali e per poco non ha battuto i conservatori. In termini di seggi ne aveva 232 e oggi ne ha 29 di più, 261. Il meccanismo del sistema maggioritario uninominale a un turno difatti distorce la rappresentanza reale del voto e, in questo caso, non riesce neppure a dare una maggioranza di Governo al Paese.

L’altra buona ragione per essere contenti è che la vittoria laburista spazza via la narrazione imperante, soprattutto in Italia e soprattutto dalle parti del Pd e dei suoi simpatizzanti esterni, che la sinistra non avesse ormai altro orizzonte possibile che quello di rincorrere gli elettori di centro sposando tutte le ricette liberiste, ma guardandosi bene dal metterne in discussione la sua base sociale e i suoi interessi consolidati. Ecco dunque che scompare la classe operaia non solo nominalmente, ma anche nella sostanza perché il ceto sempre più vasto dei lavoratori del web, di quelli senza un contratto, dei giovani senza lavoro e senza più nulla da studiare, della classe media che scivola in basso un gradino di reddito dopo l’altro e non vede più possibilità di risalita neppure per i figli, non meriterebbe una difesa politica organizzata.
Corbyn si è invece caratterizzato, e non da ieri, nella difesa di questi nuovi ultimi mettendo in discussione tabù come le privatizzazioni o proponendo un sistema fiscale davvero progressivo, ricordando l’essenzialità strategica del welfare e disdegnando la moda imperante di una comunicazione fatta solo di social media, slogan, tweet e smorfie televisive.
Uno all’antica, uno che Renzi l’avrebbe rottamato senza neppure chiedergli come si chiamava.

Corbyn dunque capovolge la narrazione politica cristallizzatasi ai tempi del New Labour di Tony Blair, riscoprendo che i voti non si conquistano al centro, ma a sinistra.

La sua vittoria – chiamiamola pure così anche se ha meno seggi e meno voti di Theresa May e del suo Tory perché tale è nella sostanza politica – non ha confini, attraversa la Manica.
Il vento inglese nutre difatti speranze in altri Paesi a cominciare dalla Germania dove Schulz sta tentando la stessa rimonta contro Angela Merkel che domina la scena economica, diplomatica e mediatica dalla poltrona della Cancelleria.
Il vento inglese è anche debitore della forza dell’esempio portoghese dove c’è una sinistra-sinistra che governa senza drammatiche difficoltà nonostante i programmi di austerità imposti dalla Trojka.

Un’altra buona notizia è per l’Europa nel suo insieme. Theresa May aveva convocato le elezioni anticipate sull’onda di sondaggi che le assegnavano una vittoria travolgente (anche qui una lezione per chi in Italia come Renzi immagina ogni giorno una blitz krieg elettorale) per sbaragliare oppositori interni ed esterni e sedersi al tavolo di Bruxelles con le spalle coperte da una maggioranza d’acciaio e portare a termine la Brexit imponendo le sue condizioni.
Ben altra è invece oggi la prospettiva, tanto che si allarga la schiera in Gran Bretagna di quanti propongono un nuovo referendum per correggere l’errore di quello del 23 giugno scorso. Dunque dopo l’allontanamento dello spettro populista nelle elezioni olandesi e francesi, arriva un segnale che dovrebbe ridare coraggio a chi crede ancora nel progetto europeo.

Una notazione infine che dovrebbe indurre a valutare meglio le strategie tutte basate sui sondaggi e sui maghi della comunicazione.
Con questa della May siamo alla quarta sconfitta di fila per il grande comunicatore Jim Messina che ha già accompagnato la sconfitta di Cameron nella Brexit, di Hillary Clinton nelle presidenziali Usa e di Matteo Renzi nel referendum costituzionale.
Grazie insomma a Corbyn che ci ridà un po’ fiducia nel socialismo e anche nella politica vera, non quella virtuale che va così tanto di moda anche qui da noi.

Carlo Correr

Schulz contro Merkel
antidoto ai populismi

E’ ricorrente contro gli attacchi terroristici in Europa l’affermazione “Guai a farsi prendere dalla sindrome della paralisi, occorre intervenire e prendere le misure necessarie per ritornare ad una vita normale, migliore antidoto contro chi vorrebbe trascinarci in una spirale di violenza e di paralisi” Mi pare che un’analoga condotta dovrebbe essere adottata contro i populismi che per via democratica, in un crescendo contenuto com’è accaduto in Olanda, tentano l’assalto al potere per realizzare i loro devastanti obbiettivi.

Ebbene è proprio la dialettica democratica e la salvaguardia delle istituzioni a rappresentare la strada maestra per il riassorbimento dei conati antidemocratici ed antisistema. La discesa in campo di Schulz contro la Merkel, nonostante la grande coalizione che governa la Germania, obbedisce in pieno alla logica della fisiologia del ricambio democratico e riduce lo spazio alle forze più estreme specie se antisistema. Chi rischia di più in questo scontro è certamente la Merkel perché insidiata a destra, su quella destra che vittoriosamente fino ad oggi era riuscita quasi ovunque a tenere sotto la soglia del 5% che dà accesso alle istituzioni. Che l’aria fosse cambiata è apparso chiaro nelle elezioni nei lender, anche in quelli in cui la situazione economica non offriva alibi a dissociazioni, prova provata che soffiava un vento che prescindeva dal giudizio sul governo locale. Tanto per intenderci soffiava il vento trumpiano che già inaspettatamente aveva fatto perdere ad Obama la maggioranza al Senato pur avendo registrato evidenti successi sul piano degli investimenti e del lavoro. E’ il grande tsunami delle migrazioni di massa destinate a durare ed accrescersi a far temere il peggio e la destabilizzazione degli equilibri raggiunti in ogni singolo Paese. Non meraviglia che la ricetta nel breve più accattivante è quella della chiusura nazionalista (“Prima gli americani! Coniugata poi secondo i diversi Paesi in preda agli stessi fenomeni).

Tornando a Schulz ed alla sua sfida alla Merkel c’è da notare, con onore per i socialisti francesi, che la scelta europeista non è affatto messa in discussione quanto piuttosto le misure da mettere inatto laddove il disagio sociale è più forte e proprio per questo potrebbero aprirsi ulteriori varchi alle forze euroscettiche ed antieuropeiste per rifugiarsi nelle autarchie nazionali con una perdita certa nell’agone globale inarrestabile ma che solo entità sovranazionali possono essere in grado di contenere e governare. Gli obbiettivi enunciati da Schulz vanno da maggiori investimenti verso le fasce più deboli, in particolare per le pensioni, per l’assistenza e per l’istruzione. Come coprire i costi relativi non è dato ancora sapere e lo stesso Schulz ha rimandato al programma vero e proprio in corso di definizione. Le tre linee maestre indicate per caratterizzare la sfida socialista si riassumono in più giustizia sociale, più rispetto e dignità per ciascun cittadino. Basterà questa dialettica contrapposizione elettorale a frenare e riassorbire i populismi sulla cresta dell’onda? Un dato è certo che lo scontro in Germania avviene come in passato con la rete di protezione della grande coalizione anche se gli equilibri interni potrebbero mutare e verificarsi il sorpasso di Schulz sulla MerKel e questa a sua vota rifarsi a livello europeo. Inutile dire che da noi è tutto più complicato e difficile e che fino ad ora, a partire dalla legge elettorale navighiamo a vista… corta.

I Socialisti rinascono con Schulz e spaventano la CDU

Anche se mancano ancora sette mesi alla elezioni, fissate per il 24 settembre, la CDU di Angela Merkel cerca di contrastare la rapida scalata della SPD nei sondaggi gettando ombre sull’onestà del candidato socialdemocratico Martin Schulz. Il sospetto, l’aver agevolato la carriera dei suoi collaboratori a Bruxelles nelle vesti di Presidente del Parlamento Europeo.

shulz merkelGermania: Martin Schulz incalza Angela Merkel nei sondaggi, la CDU passa al contrattacco

La rinascita dei socialdemocratici. La corsa alla Cancelliera tedesca, che finora vedeva Angela Merkel in fuga solitaria verso il quarto mandato consecutivo, è diventato uno scontro a due. A gennaio, infatti, il distacco fra la CDU dell’attuale Cancelliera e la SPD del vice-Cancelliere e Ministro dell’Economia Sigmar Gabriel era ancora superiore ai dieci punti percentuali: poca la fiducia dell’elettorato nel candidato socialdemocratico, la cui leadership è stata schiacciata da quattro anni di alleanza di governo con Angela Merkel. Questo ha spinto Gabriel al ritiro dalla competizione e dalla guida del partito aprendo la strada alla candidatura all’ex-Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz e – allo stesso tempo – favorendo il recupero della SPD, data nei più recenti sondaggi alla pari o in leggero vantaggio rispetto alla CDU: 31% a 30%. Inoltre, Schulz sarebbe stato capace di riaccendere gli animi dell’elettorato socialdemocratico portando ad un aumento degli iscritti – più 4631 in due settimane – e convincendo gli astenuti a tornare a votare. Difatti – secondo quanto riporta un’indagine Insa-Opinionstrend per il settimanale Der Spiegel – un quinto degli elettori socialdemocratici non avrebbe partecipato all’ultima tornata elettorale del 2013, ma sarebbe intenzionato a farlo a settembre per supportare la corsa del carismatico ex-Presidente. Dal punto di vista politico, la riapertura della corsa alla Cancelleria ha inoltre allontanato le possibilità di una coalizione di governo a tre fra CDU, SPD e Verdi – soluzione data per scontata in chiave anti-euroscettica quando la SPD era data attorno al 20% – e riaperto i giochi per un governo dei socialdemocratici insieme alla Sinistra e agli stessi verdi, riportando per la prima volta in 12 anni la CDU all’opposizione. Nonostante tutto, lo scenario più probabile rimane quello della Grande Coalizione fra i due partiti maggiori, anche se non è impossibile che la guida di questa sia proprio dei socialdemocratici.

La sfida. La discesa in campo di Schulz avviene dopo 23 anni passati al Parlamento Europeo, una carriera che lo ha portato a scontrarsi con Silvio Berlusconi, capogruppo del Partito Socialista Europeo e, infine, alla presidenza della stessa assemblea. Libraio, autodidatta senza titolo di studio, viene considerato in Germania come un “uomo del popolo“, è arrivato al successo politico dopo aver affrontato i propri demoni personali fatti di alcolismo e depressione giovanile. Politicamente è un esponente “conservatore” della corrente centrista del partito, non differenziandosi in questo dallo stesso Sigmar Gabriel da cui si distingue, invece, per il più pronunciato carisma e la capacità retorica, considerata “passionaria” e, per questo, molto diversa da quella pragmatica e rigida dell’attuale Cancelliera. La presa di Schulz sull’elettorato, ha spinto Angela Merkel – apparsa finora ancora lontana dalla campagna elettorale – a correre ai ripari rivolgendo la propria attenzione al consolidamento del proprio partito risolvendo il contrasto interno con la CSU – colonna bavarese della CDU – incentrato sulla politica di porte aperte all’immigrazione della Cancelliera, contestata da Monaco. Conscia di come l’appoggio della CSU sia essenziale per essere confermata al governo, Angela Merkel ha concordato un piano in 16 punti per il contenimento dell’immigrazione volto ad agevolare le espulsioni, favorire il riconoscimento dei rifugiati – garantendo alle autorità il controllo dei cellulari degli immigrati – e incentivare i ritorni volontari: una svolta a destra intesa – anche – a limitare l’avanzata verso i populisti di Alternativa per la Germania (AfD).

I panni sporchi di Martin Schultz? Riconsolidato il fronte interno, l’attenzione della CDU si è spostata verso Martin Schultz e se da una parte Angela Merkel – refrattaria a scendere direttamente nell’agone politico – si è rallegrata nel sottolineare l’importanza di avere una competizione elettorale equilibrata, dall’altra i toni sono stati alzati dai parlamentari europei del suo partito e dal loro capogruppo, Herbert Reul. Egli ha reso pubblico un dossier di nove pagine che accusa Schulz di  atti di nepotismo politico compiuti in qualità di Presidente del Parlamento Europeo a favore dei membri del proprio staff personale a Bruxelles. Sotto accusa ci sarebbero una serie le nomine che hanno portato alcuni membri del gabinetto della Presidenza Schulz – fra cui alcuni dei suoi collaboratori più stretti e di lunga data a posti interni all’amministrazione parlamentare, incarichi a tempo indeterminato non legati alla durata della Presidenza. In particolare il documento – che riprende in larga parte un dossier pubblicato da POLITICO nel 2016 – punta l’indice sulla nomina a Direttore Generale alla Presidenza – il numero due dell’assemblea – di Markus Winkler e quella a Direttrice della Commissione Affari Economici e Finanziari di Monika Strasser. Entrambi socialdemocratici, il primo ha servito come segretario personale di Schultz dal 1996, la seconda come ex-tesoriera dell’europarlamentare. A queste si dovrebbero aggiungere una serie di nomine minori che hanno spinto il Presidente del gruppo Verdi Europei Phillippe Lamberts a dichiarare come per farsi strada al Parlamento Europeo fosse necessario “essere tedeschi e socialisti”. Di fronte alle accuse è stata immediata la risposta della SPD: per la Segretaria Generale Katarina Barley si tratterebbe di “calunnie elettorali” diffuse – sostiene il membro della direzione del partito, Ralf Stegner – nel tentativo di “diffondere accuse infondate, sperando che qualcuna attecchisca nell’elettorato”.

Schäuble all’attacco. Mentre si apre il fronte europeo, contro il candidato socialdemocratico scende in campo anche Wolfgang Schäuble. Secondo il potente Ministro delle Finanze – considerato uno dei falchi del governo Merkel – Schultz starebbe portando avanti una campagna elettorale di matrice populista. Il candidato socialdemocratico – dice il Ministro – “dovrebbe fermarsi di più a riflettere” e non cercare di dividere la società tedesca “alterando dati” e citando “verità alternative”.  “Nessun politico intenzionato a combattere il populismo che minaccia l’Unione, dovrebbe esprimersi e comportarsi come Herr Schultz” dice il Ministro, criticando anche la tendenza di Schultz – politico di carriera – a presentarsi quale “uomo del popolo” e candidato outsider lontano dalla “casta politica”: “essere stati al parlamento europeo ed esserne arrivati alla Presidenza, significa far parte dell’establishment”. Sempre secondo Schäuble, l’atteggiamento del candidato socialdemocratico sarebbe assimilabile a quello di Donald Trump aggiungendo che “se Schultz invitasse i propri sostenitori a scandire qualcosa come Make Europe Great Again – Rendiamo l’Europa di nuovo grande – allora sarebbe letteralmente la copia di Trump”.

Nell’era dell’Europa a guida tedesca, i partner europei non possono ignorare quanto succederà a settembre a Berlino.

Simone Bonzano

 il Caffè e l’Opinione

Attentato di Istanbul:
da Ankara accuse a Berlino

Erdogan-terrorismoBerlino, 9 -La polemica fra Turchia e Germania, nata in seguito al riconoscimento da parte del parlamento tedesco del genocidio Armeno, raggiunge un nuovo picco e si lega all’attentato di Vezneciler, nel centro di Istanbul, in cui il 7 giugno hanno perso la vita 11 poliziotti.

Il giornale gratuito Günes, il decimo per diffusione nel Paese, sostiene che la Germania sia responsabile dell’attentato compiuto da “uno stato caduto nel panico” per via della dura reazione turca alla risoluzione del Bundestag. Sempre secondo il quotidiano, la Germania avrebbe ordinato “come vecchia consuetudine, ad un’organizzazione terroristica, che usa come sua marionetta, di eseguire il sanguinario massacro di Istanbul”, ovvero il PKK, il partito indipendentista curdo contro cui punta il dito anche Erdoğan.  “Così la pensa la Turchia”, chiude Günes.

Non è la prima volta dall’inizio della crisi diplomatica che media, come il popolare giornale, vicini al governo di Ankara associano il parlamento tedesco, ed in particolare i parlamentari di origine turca, al PKK. Si tratta di una mossa tesa di descrivere un Paese ed un governo sotto il costante attacco dei “nemici della Turchia” allo scopo di consolidare il consenso attorno al presidente Erdoğan. All’interno di questa strategia rientrano anche le dichiarazioni – deliranti – del ministro degli esteri Cavusoglu, per il quale i media tedeschi sono manovrati da gruppi anti-Erdoğan ed anti-turchi come dimostra, sottolinea il ministro, il fatto che “tutti i giornali tedeschi, sia di sinistra che di destra, pubblichino articoli uguali contro la Turchia ed il suo presidente”.

Da parte sua, intanto, Erdoğan continua nei suoi attacchi contro la Germania ribadendo come chi ha votato la risoluzione per il riconoscimento del Genocidio Armeno non siano rappresentati del popolo tedesco, bensì solamente traditori di quello turco. Contro di loro ed il loro Paese, sostiene sempre l’ufficio del Presidente, arriveranno presto provvedimenti politici ovvero, per il giornale turco Sözcü,  tre denunce contro gli undici parlamentari tedeschi d’origini turche, due dai sindacati di Polizia e uno da un’associazioni di giuristi. Sotto mira nuovamente saranno il leader dei Verdi, Cem Özdemir, ed il responsabile governativo per Migranti, Profughi e l’Integrazione, Aydan Özuguz della SPD, i due politici turco-tedeschi più di spicco del parlamento.

Da Berlino risponde il presidente del Bundestag, il cristiano-democratico Lammert, che bolla come assurde insinuazioni non proprie di una democrazia il sostenere l’esistenza di possibili legami fra i parlamentari tedeschi e gruppi terroristici; allo stesso modo è assurdo che nel ventunesimo secolo si possano legare la politica ad accuse sulla purezza del sangue turco come fatto dal governo di Ankara nei confronti dei parlamentari turco-tedeschi. Anche Bruxelles si schiera con Berlino; il presidente del parlamento europeo, il social-democratico Schulz, ha recentemente dichiarato come le dichiarazioni di Erdogan “non saranno scevre di conseguenze internazionali a danno della Turchia”.

Quali queste saranno e che effetti avranno sull’Europa stessa considerando l’importanza della Turchia nel quadro del controllo degli arrivi dei profughi nell’Unione, lo sapremo presto, nel frattempo abbiamo assistito all’ennesimo atto nella prolungata svolta autoritaria e personalistica della presidenza turca.

Simone Bonzano

Sorrisi e abbracci, ma la BCE dà l’altolà a Atene

TSIPRAS-JUNCKER

La BCE non accetterà più i titoli ‘spazzatura’della Grecia come garanzia per i prestiti alle banche elleniche. Il brusco strattone della BCE al governo greco è arrivato come un fulmine a ciel sereno dopo gli abbracci e i sorrisi della mattinata.

“Il consiglio direttivo – si legge in una nota pubblicata sul sito della Bce dopo la riunione dei governatori – ha deciso di rimuovere la deroga sugli strumenti di debito quotati emessi o garantiti dalla Repubblica ellenica”. La stretta partirà tra una settimana, dall’11 febbraio. La deroga, introdotta nel 2010, permetteva alle banche greche di rifinanziarsi alla Bce nonostante fornissero junk bond a garanzia, ovvero titoli di Stato ‘spazzatura’ perché con un rating speculativo ad alto rischio. Un’eccezione condizionata alla permanenza della Grecia all’interno del programma di risanamento coordinato dalla troika, attualmente in scadenza il 28 febbraio. Se manca questa garanzia, le banche elleniche a corto di liquidità, rischiano di dover chiudere battenti. La decisione, che certamente fa parte delle mosse e contromosse della trattativa in corso tra Atene e la troika, BCE, FMI e Istituzioni comunitarie, rischia di accentuare la corsa agli sportelli dei greci – 11 miliardi ritirati a gennaio dopo i 4 di dicembre – che ancora hanno depositi in banca, con un possibile rischio collasso del sistema e una spinta decisiva all’uscita di Atene dalla moneta unica.

La mossa della BCE è arrivata nella serata di ieri dopo una giornatra che sembrava scorrere all’insegna di un accordo possibile e vicino.

Il presidente Jean Claude Juncker avava accolto a braccia aperte e sorrisi Alexis Tsipras a Bruxelles, arrivato nella sede della Commissione Ue per discutere della proposta greca per ridurre il peso di un debito che ne impedisce la crescita.

Prima tappa per Tsipras mentre il suo ministro dell’economia, Yanis Varoufakis, si incontrava con il presidente della BCE, Mario Draghi.

Il leader di Syriza al termine dei colloqui, parlando con i giornalisti, al fianco del presidente del Parlamento Europeo, il socialista Martin Schulz, aveva mantenuto un tono ottimista: “Non abbiamo ancora un accordo, ma stiamo andando nella giusta direzione”. “Abbiamo la volontà di lavorare per un accordo reciprocamente accettabile” e “siamo pronti a negoziare”. “ Il nostro obiettivo è che siano rispettate la sovranità e il mandato che abbiamo ricevuto, allo stesso tempo noi rispetteremo le regole”. “Abbiamo la volontà di lavorare per un accordo reciprocamente accettabile” e “siamo pronti a negoziare”, ha continuato Tsipras, puntualizzando che “il nostro obiettivo è che siano rispettate la sovranità e il mandato che abbiamo ricevuto, allo stesso tempo noi rispetteremo le regole: vogliamo correggere il “quadro”, non distruggerlo”.
Dello stesso tenore le dichiarazioni di Varoufakis che ha parlato di –  “colloquio fruttuoso”, dopo l’incontro con Draghi.

“Abbiamo avuto una discussione e uno scambio fruttuosi” e tra noi, aggiunge, “c’è stata un’eccellente linea di comunicazione, che mi ha dato un grande incoraggiamento per il futuro”. “La Bce –aggiungeva – dovrebbe sostenere le nostre banche, in modo che noi con i nostri titoli di Stato di breve periodo possiamo sopravvivere”. Una soluzione ‘ponte’ perché il governo greco conta di aver risolto entro “inizio giugno”. “Noi possiamo ridurre il carico del debito anche senza manometterne l’ammontare. La mia proposta è che “l’ammontare degli interessi sia ancorato alla crescita”. Il ministro delle finanze greco insomma fornisce un’alternativa a quell’haircut, il taglio del debito, inizialmente ventilato e che per ragioni diverse spaventa banche, governi e mercati.
Molto abilmente, il ministro greco ha così gettato un amo politico di forte impatto alla Cancelliera Merkel. “Io immagino – ha detto – un piano-Merkel, sull’esempio del piano Marshall”. “La Germania userebbe la sua forza per unire l’Europa”, aggiunge Varoufakis, sottolineando che “questa sarebbe una meravigliosa eredità della cancelliera tedesca”.
D’altra parte dal punto di vista della Grecia la situazione è comunque insostenibile e va modificatae la proposta tedesca non può funzionare: “Che piano è? Un’Europa nella quale noi riceviamo dei crediti che non potremo mai ripagare? Gli Usa all’epoca hanno condonato la maggior parte dei debiti alla Germania”. “La Germania è il Paese più potente dell’Europa – aggiunge -. Credo che l’Ue trarrebbe beneficio se si sentisse egemone. Ma chi è egemone deve assumersi responsabilità per gli altri. Questa era l’impostazione degli Usa dopo la seconda guerra mondiale”.
Nel corso della giornata si è poi appreso che l’11 febbraio potrebbe essere convocata una riunione straordinaria dell’Eurogruppo sulla Grecia, alla vigilia del vertice europeo in programma a Bruxelles.

Secondo quanto si è appreso da fonti governative di Atene, nell’incontro con il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker, il premier greco Alexis Tsipras ha indicato l’intenzione di elaborare un piano di riforme e di finanziamento per quattro anni (2015-2018) sulla base di un accordo con i governi Eurozona. Di qui la necessita’ di “un accordo transitorio” per dare al governo i margini sufficienti per preparare questo programma del quale farebbero parte una serie di riforme “radicali” e un alleviamento degli impegni di bilancio fissati finora. Una soluzione che però incontrerebbe – secondo quanto scrive il Financial Times – degli ostacoli. Per il quotidiano finanziario britannico la Banca centrale europea sarebbe orientata a bloccare il prestito ponte, attraverso titoli a breve scadenza per ulteriori 10 miliardi, avanzato dal governo greco per consentire al Paese di finanziarsi per tre mesi dopo la scadenza del salvataggio che termina il 28 febbraio.

Il piano di un doppio swap proposto da Atene, è in sostanza  un concambio in nuovi bond con pagamenti indicizzati alla crescita greca più un’obbligazione perpetua. In questo modo non taglierebbe (haircut) il capitale di 315 miliardi dovuto ai creditori, anche se per molti si tratta di un haircut nascosto destinato a pesare sui governi europei, soprattutto tedesco, francese e italiano, i più esposti col debito greco.

Alvaro Steamer

HOLLANDE CI LASCIA
LE PEN

Marine-Le-Pen

Marie Le Pen conquista un elettore francese su quattro. Valls lo ha definito un “terremoto” e lo ha fatto a ragione. I socialisti del presidente Hollande sono, infatti, in caduta libera. La Francia svolta a destra con un Front National primo partito del Paese guidato da una leadership credibile, autorevole e sdoganata rispetto all’immagine della destra estrema. Marc Ozouf, esponente del socialismo francese e, per lungo tempo, anello di collegamento tra i partiti socialisti europei, parla di clima “da fine della Quarta Repubblica” che attanaglia il paese transalpino.. Non è un caso, infatti, che dopo le elezioni Le Pen abbia esplicitamente chiesto lo “scioglimento dell’Assemblea Nazionale” definendola “non rappresentativa”. Del resto, il leader del FN è lanciata alla conquista di steppe abbandonate visto il tracollo delle forze di sinistra e del PS ormai in caduta libera. Anche a destra, l’UMP è in difficoltà nell’opporre un’alternativa ai frontisti, travolto dagli scandali e incapace di opporsi ad un discorso che fa proseliti in una Francia colpita dalla disoccupazione. Continua a leggere

GROSSE KOALITION?

Juncker-Schulz-Europee

Ventitre seggi. Sono quelli che segnano la distanza tra i popolari e i socialisti in Europa. Pochi, eppure tanti. Tanti da permettere di scegliere il presidente della Commissione come sottolinea la parlamentare socialista Pia Locatelli che ricorda come «in Europa il sistema non è bizantino come quello italiano: tutto è più chiaro e immediato. Se i Popolari hanno più seggi, si andrà verso una grossa coalizione, ma saranno loro a esprimere il presidente della Commissione e a guidare la linea».

Insomma, Schulz con ogni probabilità non arriverà alla Presidenza: «Abbiamo consegnato la guida dell’Europa a Jean-Claude Juncker che ora può dire legittimamente ‘adesso tocca a me’. Poi magari non sarà Junker ma Lagarde, ma cambia poco», dice Locatelli.

Lo scenario che si apre davanti all’Europa è dunque quello della grossa coalizione. Del resto, l’ex primo ministro lussemburghese e già guida dell’euro-gruppo ha dichiarato che «nelle prossime settimane e giorni dovremo discutere non solo di posti, ma dovremo discutere in profondità e sono pronto a farlo con i socialisti perché non c’è altra maggioranza al di là della cosiddetta Grande coalizione».

Una grande coalizione che nasce dal fatto che «non si può ovviamente prescindere dai popolari che, a loro volta, non possono prescindere dai socialisti. Solo che i Popolari sono di più e, a questo, dobbiamo sommare anche che i liberali sono più affini a loro, quindi aumenteranno il peso PPE nella coalizione».

Locatelli ha espresso rammarico rispetto alla mancata «convergenza di tutti i voti su Schulz. Io stessa ho avuto una polemica con alcuni sostenitori di Tzipras in Italia perché sostenevo che era necessario corre insieme verso lo stesso obiettivo: se fossimo andati insieme saremmo arrivati a 230 deputati europei. Non avremmo scongiurato la necessità della grande coalizione che, però, sarebbe stata sotto la nostra guida».

Ottimista Riccardo Nencini, segretario del PSI, che sottolinea come «la lista dei socialisti e democratici è l’unica, in Europa, che cresce in maniera formidabile. Gli italiani hanno fatto una scelta di buonsenso, ed è una vittoria che va nella direzione di rafforzare la governabilità del Paese».

Il riferimento è ai risvolti nazionali del voto europeo in merito ai quali anche Locatelli si dice soddisfatta perché «le grandi famiglie politiche europee tengono. Certo, ero preoccupata e continuo a esserlo soprattutto quando guardo a dati come quello dell’affermazione di Nigel Farage nel Regno Unito, un dato drammatico soprattutto se unito al 14 per cento dei socialisti. Ero preoccupata per l’Italia dove temevo la distruzione di Grillo che, invece, è stata contenuta: il Movimento cinque stelle credo abbia pagato per la volgarità dei modi, ma anche la mancanza di una proposta politica».

A urne chiuse, Nencini parla della necessità di un «cambiamento dell’Europa per costruire un ‘terzo tempo’ che tenga conto di una società profondamente cambiata. Adesso non c’è alternativa alle riforme e alla velocità dell’azione di governo». Per il segretario socialista «con il 41 per cento dei consensi attribuiti dagli italiani alla sinistra riformista il governo si rafforza facendo le riforme con l’urgenza che gli italiani si aspettano. A breve l’Italia avrà la presidenza dell’Unione. Sarà quella l’occasione, con l’autorevolezza e la forza acquisite, per far condividere ai paesi membri  le nostre proposte».

Intanto Gian Franco Schietroma, coordinatore della segreteria nazionale del PSI, ha voluto ringraziare con una dichiarazione i candidati socialisti, nessuno dei quali è stato eletto, per l’impegno e il contributo portato alla vittoria della lista PD-PSI: «La straordinaria vittoria della lista PD-PSE alle elezioni europee rafforza notevolmente il ruolo del Governo italiano in Europa. Il grande successo dei socialisti e democratici in Italia è stato reso possibile dalla volontà dei cittadini di dar fiducia al tentativo di Matteo Renzi di cambiare il nostro Paese, con riforme adeguate e con interventi a favore dei più deboli. Noi socialisti della prima ora siamo lieti di aver compiuto la scelta politica giusta, contribuendo all’affermazione della lista PD-PSE, che rappresenta anche una secca battuta d’arresto dell’antipolitica e dei qualunquismi. Con l’occasione desidero ringraziare sentitamente i nostri candidati Marina Lombardi, Rita Cinti Luciani, Claudio Bucci, Mario Serpillo e tutti coloro che hanno sostenuto la loro campagna elettorale, caratterizzata da risultati davvero lusinghieri».

Nelle elezioni europee
due sinistre a confronto

Elezioni europee-2014Diciamo subito che la candidatura del greco Alexis Tsipras, in sé è una novità. È la prima volta che la sinistra radicale presenta un proprio candidato alla Presidenza della Commissione, seguendo l’analoga scelta fatta dal Pse con la candidatura di Schultz. Nell’ottica comunitaria la cosa significa poco o nulla. Nella forma perché, al di là dei Paesi d’origine, i nomi dei due candidati non figureranno sulle schede. Nella sostanza, perché il  residente della commissione (oltre tutto una figura istituzionalmente “super partes”) non sarà indicato dal Parlamento europeo, ma dai governi, anzi dal “cerchio magico” formato da Parigi, Berlino e dalla tecnocrazia bruxellese (sentita l’Inghilterra) e secondo criteri in cui le indicazioni del voto sono e rimarranno del tutto secondarie. Continua a leggere

LETTA DURA

Letta-panettone

«Nonostante molti fuori da qui non ci credessero, abbiamo mangiato il panettone e se continuiamo a lavorare bene contiamo di mangiarlo anche il prossimo anno». Così il premier Enrico Letta, secondo quanto riferito da alcuni presenti, incontrando i dipendenti di palazzo Chigi ha promesso che il governo durerà. Stabilità per il governo e per il Paese. «Ci auguriamo anche noi, assieme al presidente della Repubblica e al presidente del Consiglio, che Letta stia abbastanza a lungo a Palazzo Chigi da mangiare il panettone anche il prossimo anno», ha affermato il capogruppo del Psi a Montecitorio, Marco Di Lello, facendo eco alle parole del Presidente del Consiglio. «Pensiamo però che anche il mondo del lavoro vorrebbe sapere non chi sarà il successore di Letta a palazzo Chigi, quanto se avrà un futuro e riuscirà a superare la crisi per festeggiare un altro Natale. Per questo c’è bisogno di fare delle riforme serie e durevoli, a cominciare da quelle istituzionali, anche se per farle occorresse non qualche settimana, – ha concluso – ma qualche mese perché la fretta, come si sa, è cattiva consigliera. Smettiamo di domandarci quanto dura la legislatura ma decidiamo cosa fare in questa legislatura».

E’ davvero sfumato, dunque, lo spettro di elezioni anticipate che, in molti, vedevano aggirarsi minaccioso della mente del neo-eletto segretario PD, Matteo Renzi? Sì secondo Piero Fassino, renziano non della prima ora, già segretario dei DS, oggi sindaco di Torino. Intervistato dall’Avanti!, il primo cittadino del capoluogo piemontese, ha affermato di non credere che «Renzi, e nessun altro all’interno del PD, abbia la minima intenzione di andare ad elezioni anticipate». Secondo Fassino, infatti, «sono tutti ben consapevoli che il sostegno a Letta è essenziale perché il governo possa proseguire nella sua azione di risanamento dei conti pubblici e con le riforme. Si deve proseguire sulla strada della stabilizzazione sia economica che politica. Nessuno può pensare seriamente che eventuali elezioni anticipate possano portare maggiore stabilità o maggiori benefici, neanche chi ha scelto di stare all’opposizione».

Insomma, l’ipotesi elettorale sarebbe un suicidio in una situazione come quella attuale: nessuna ambizione potrebbe giustificare una manovra di mancato appoggio al governo. Un lusso che solo degli antisistema come i pentastellati e irresponsabili come i forzisti possono permettersi. Non il PD che, oltrettutto, vive una fase delicata dopo l’elezione alla segreteria del primo cittadino di Firenze.

Secondo Fassino, infatti, «è consapevolezza di tutti che esiste la necessità di vedere compiuti dei passaggi essenziali: da un punto di vista economico va bene il rigore, ma è venuto anche il tempo di rilancio investimenti per favorire la crescita. Per quello che riguarda la politica, mi sembra che la riforma della legge elettorale, soprattutto dopo la sentenza della Corte, rappresenti un impegno non dilazionabile».

Compiti non facili che, al di là dell’entusiasmo insito nel personaggio Renzi, si prospettano piuttosto spinosi, vista la composizione della maggioranza. É lo stesso Fassino ad affermare: «Mi rendo conto che si tratta, in entrambi i casi, di obiettivi piuttosto complessi. La crisi economica è ancora molto forte e non solo in Italia. Il punto è che gli equilibri parlamentari sono instabili e precari. Per questo credo che l’impegno del PD sia quello di consolidare e rafforzare tutto ciò che si è realizzato fin qui e proseguire sulla strada intrapresa».

Ma a quale tipo di legge elettorale pensa il sindaco di Torino? «Io credo che per il PD e per gran parte degli elettori italiani sia irrinunciabile avere un sistema elettorale che garantisca alternanza e la certezza di una maggioranza solida, quindi ancora una legge elettorale che favorisca un equilibrio bipolare. Il punto è che noi vogliamo il bipolarismo, ma siamo un Paese non bipartitico. Di fronte a questa realtà l’unico sistema elettorale che credo sia compatibile è un sistema a doppio turno alla francese in cui, al primo turno gli elettori possano misurare la consistenza delle forze politiche, ma che consenta agli elettori di decidere, al secondo, chi deve governare».

Fin qui i “fatti di casa nostra”.  Ma, la realtà con la quale si deve confrontare il PD, riguarda anche il collocamento rispetto al appuntamento elettorale con le europee del prossimo maggio. Un punto che, a cominciare da Sandra Zampa, intervistata dall’Avanti!, in molti ritengono ancora irrisolto data la non adesione del PD al Partito del Socialismo Europeo. «Io penso che in realtà si continui a condurre una discussione che in gran parte è risolta: i parlamentari del PD, in Europa, sono parte integrante del gruppo dei democratici e dei socialisti. Il leader del PD partecipa regolarmente alle riunioni dei leader del PES. Si è stabilita, man mano, una relazione solida tra PSE e PD che non è un partito socialista, ma come appartenenza, senza dubbio, si colloca nel campo delle forze riformiste».

Appoggio a Schulz, dunque? «Credo che il problema sia risolto, soprattutto perché alle elezioni europee del prossimo maggio, le famiglie europee presenteranno ciascuno un candidato alla Presidenza della Commissione. È del tutto evidente che il PD concorre insieme ai socialisti nel sostenere Schulz.  La posizione del PD non è dunque quella di un partito che, a livello europeo, si colloca in una zona grigia perche non siamo isolati all’interno del Parlamento e non siamo fuori dalla famiglia socialista, ma ci stiamo con un profilo di un partito che è nato dalla confluenza di varie storie e di famiglie diverse, una socialista, ma le altre no. Non rinunciano al nostro profilo, ma è chiaro che stiamo con i riformisti che, nella maggior parte dei Paesi europei, sono socialisti. Noi ci stiamo con la nostra identità».

Roberto Capocelli